Il martire giudaico

Rabbi Aqiva’

Il martire ebraico
Per Filone (De Abrahamo,50,51,201 e De Sacrificiis Abelis et Caini, 6,7,43) Isacco è l’emblema del martire, di colui che testimonia la fede, sacrificando se stesso, accettando di morire.
Il filosofo considera Isacco l’uomo, tramite il quale, anche  Abramo,  come Abram il padre eccelso, testimonia la sua  fede come massima fiducia in Dio, suo protettore e suo amico, oltre che garante della sua stirpe (- padre di nazioni come AbrahamLegum allegoriae,III, 228; De migratione Abrahami 44;De  Posteritate Caini,173).


Filone, comunque, legge Abramo ed Isacco non solo come sacrificante e vittima, ma come padre e figlio, univoci nella volontà di essere fedeli a Dio e perciò martures testimoni della loro fede nel proprio Dio, seppure in forme diverse.
Il primo, inoltre, avendo la caratteristica del migratore, grazie alla migrazione, ha acquisito la saggezza tanto da essere il filosofo per eccellenza, tanto da essere  l’astronomo, colui che indaga il cielo, colui che è  ritenuto l’unico capace di vedere e di parlare con Dio, di esserne amico e quindi di sacrificare a lui; il secondo rappresenta, invece,la figura dell’uomo naturalmente perfetto  in quanto autodidatta, figlio di Dio e di Sara, la conoscenza, quindi espressione della gioia e della sapienza infusa,  naturale espressione di conoscenza, come fede saldissima e come intuizione pura dell’invisibile, tanto da essere la perfezione morale  al massimo grado, ma anche la vittima innocente, agnello stesso sacrificale.
Il sacrificio di Isacco sul monte Moria, accettato dal padre, che non discute sulla volontà di Dio, che esige il figlio come vittima, anche se ha promesso varie volte una discendenza sterminata tramite quello stesso figlio unigenito, ora destinato a morte,  diventa espressione di martirio e per il figlio e per il padre,  uomini di fede cieca.
Per questo la tradizione talmudica  vede come basilare l’aqedah Itzaq (la legatura di Isacco) ai fini della lettura del significato di martirio, che, dunque, è inteso sempre come manifestazione di una volontà di morte o di accettazione della morte in difesa della Legge, da parte di un giovane (uomo) che preferisce la morte alla trasgressione della volontà divina e quindi della Legge:  la sua morte in quanto Martirio connota e sottende, perciò, il sacrificio della vita, come testimonianza di  fede.
Isacco è prototipo di martire come anche Abramo, ma Isacco è emblema del martirio dello stesso popolo.
Il mondo giudaico ha molti esempi di martirio sostanzialmente diversi, ma tutti con questa connotazione: il giudaismo di qualsiasi credo ed in qualsiasi epoca, parla esplicitamente di martirio quando c’è un persecutore, un tiranno che, imponendo una legge ingiusta, vuole che ci sia trasgressione della Torah e quindi non lascia al giusto altra via se non  il sacrificio della vita (cfr. Legatio ad Gaium).
C’è, inoltre, implicito in ogni martirio che anche il persecutore o chi ha auctoritas è fedele strumento della volontà di Dio, come conscio o inconscio strumento di una giustizia divina, utile per l’economia della salvezza  umana.
Compito dei saggi è quello di capire in anticipo la logica divina universale e presentare, in situazione di persecuzione, il modello di martus  da dare al popolo come paradigma, come esempio, in quel particolare momento storico.
Perciò, a seconda dell’epoca storica e del persecutore, il giudaismo presenta un suo martire che, comunque, ha le stesse caratteristiche in quanto uomo che si oppone all’ autorità, preferendo la morte alla vita: i saggi predicando e dando l’esempio, per primi, affrontano coraggiosamente il tiranno e, quindi, ogni conseguenza della loro opposizione; il popolo, specie i giovani,  è spinto alla morte dalla volontà di non trasgredire la Legge.
Si stabilisce, quindi, un vincolo tra i saggi e il popolo, indistruttibile, che è fecondo al momento della opposizione armata o di passiva accettazione della morte.
Perciò, ancora, ad ogni rosh hashanah/capodanno, si legge l’aqedah Itzaq  che simboleggia il martirio; vengono letti  in vari momenti  i passi della Bibbia, specie quelli di Esdra e Neemia, quelli di Ester, quelli del I e II Maccabei  e varie parti dei Talmudim.
La tradizione giudaica, comunque, ha anche in Filone e in Giuseppe Flavio, nonostante le differenze con la tradizione Talmudica, molti episodi di martirio, come esempi lodati e dal teologo e dallo storico, in epoca romano-ellenistica, che, pur avendo tradito il giudaismo, tuttavia, erano ammirati di fronte alla determinata volontà di morte del martire giudaico.
In Sanhedrin (89b Talmud bauli) si legge che al comando di Dio di legare il figlio, Abramo chiede spiegazioni circa il termine figlio avendo lui, oltre ad Isacco, anche Ismael, natogli da Agar.
E’ una difesa umana,  inconscia,  tipica di Abramo, padre che sente la lacerazione di fronte alla richiesta divina: a Dio che  lo invita a prendere il suo unico figlio, il patriarca, pur sollecito, tergiversa e dice che per ogni madre il figlio è unico sia per Sara che per Agar.
Allora Dio specifica ordinando di prendere il figlio, quello che lui  ama. 
Ed Abramo, sempre timoroso e già sofferente per lo strazio del proprio animo,  dice che lui ama tutti e due i suoi figli, senza mostrare la sua predilezione, secondo le leggi dell’umana paternità.
Allora Dio dice espressamente  Va a prendere tuo figlio, il tuo unico, quello che ami, e nomina Isacco.
Noi leggendo l’episodio, narrato dai maestri  talmudici, oggi pensiamo al sacrificio di un padre che è comandato di uccidere il proprio figlio, alla sua fede in Dio, che pur ha promesso una generazione infinita grazie a quel figlio, che ora impone che sia immolato: possiamo capire effettivamente la testimonianza di martire e il valore del martirio.
Da qui possiamo rilevare la differenza con il martirio classicamente connotato dall’angolazione delle auctoritates: nella legatura di Isacco il legatore in quanto sacerdote e tiranno prende coscienza, macerandosi nel dolore, della necessitas sacrificatoria, nell’accettazione del naturale destino di male umano; in ogni altro martirio, invece, esiste una doppia via quella del male e quella del bene  in cui, di norma, l’auctoritas pubblica è carnefice e il suddito è vittima che, comunque, si riconciliano all’atto sacrificale: martus e carnefice invertono i ruoli  in quanto il primo consegue gloria ed ha ricompensa divina, il secondo denigrazione, rimorso  per tutta la vita con punizione finale: il contrasto umano si risolve in Dio che riequilibra ogni cosa col tempo, a tempo opportuno.
Due diverse visioni di giustizia ebraica: una arcaica mesopotamica ed una moderna romano-ellenistica.
La legatura di Isacco in Israel ha anche un altro significato, oltre a quello primario, dall’angolazione paterna.
Legatura di Isacco vale martirio per cui il martire  equivale a qadosh ed è connesso con Qiddush ha shem (santificazione del Nome) in una santificazione della vittima, del figlio che accetta di immolarsi.
L’atto di fede di Abramo che lega il figlio come un agnello, lo depone sull’altare sacrificale, intenzionato ad ucciderlo,  ha significato di martiri  in quanto Abramo è santo come anche il figlio,  destinato al sacrificio, perché ambedue fidano in Dio: essi sono  ambedue martiri, testimoni /edim, di timore e di amore verso Dio, anche se Isacco, poi, non muore ed Abramo non  sacrifica il figlio:  il sacrificio è solo una rappresentazione sacrificale di una rito arcaico, forse funzionale in tempi remoti.
Il martirio giudaico è, quindi, non una storia del martire, ma una fiducia  illimitata e cieca in Dio che fa la storia: ogni atto di fede diventa martirio, ogni santificazione del nome di Dio è martirio di fronte ad un’autorità laica, che si contrappone e che vieta il culto divino.
Capire questo non è facile, ma si può, se si legge Sanhedrin,  dove viene  immaginato il dialogo tra Dio ed Abramo che sintetizza una tradizione  precedente culturale, sulla santificazione del Nome e sul martirio; noi cristiani vediamo solo il martirio e quindi chi si sacrifica e l’atto del sacrificio e, celebrando chi fa  il sacrificio della vita, condanniamo il persecutore.
Tutti i martiri giudaici di ogni epoca hanno un comune tratto distintivo nella fede in Dio per cui essi sacrificano la propria vita, ma sono diversi gli uni dagli altri, in quanto hanno ruoli e forme di martirio diversi ed appartengono a classi differenti, a seconda anche dei tempi storici.
Giuseppe Flavio mostra  moltissimi  dottori e popolani, legati come  Isacco, come  martiri che vanno al sacrificio della morte  con gioia, facendo la storia del  popolo di Dio, specie in epoca romana, ma rifacendosi anche alle epoche precedenti e soprattutto al momento della desolazione nel periodo Seleucide, sotto Antioco IV Epifane.
Il periodo che va dal 175 al 164  quando Giuda Maccabeo liberò il tempio dalla profanazione e stabilì  8 giorni di festa di riconsacrazione (festa di Hanukkah, Talmud  Shabat 21 B) è memoria eterna di Israel.
Sarebbe troppo lungo narrare i martiri giudaici nella lotta maccabaica antiseleucide e poi sotto i Romani, dal 63 a.C. al 135 d.C:  noi rileviamo alcuni esempi significativi, trascurando qui quelli del periodo maccabaico ed asmoneo, limitandoci solo ad alcuni di quelli di matrice antiromana.
In Ant.Giud., XVII, 149- 159  e in Guer. Giud.I,648-650, Flavio  mostra due uomini istruiti, impareggiabili interpreti delle leggi, uomini cari al popolo in quanto educatori dei giovani  e di tutti quelli che amano la virtù, Giuda di Sarifeo e Mattia di Margaloto.
Al momento della malattia di Erode che aveva fatto porre l’aquila d’oro nel Tempio, essi decisero di distruggere le opere empie del re, che aveva edificato contro le leggi dei padri.
Perciò convincevano i giovani a distruggere l’aquila e ad ottenere dalle legge la ricompensa della loro pia opera.
Essi sono disobbedienti alle autorità civili ed eccitano i giovani ad essere fedeli alla legge, affermando che Israele ha dovuto subire queste disgrazie a causa di Erode, che ha disprezzato la legge.
Erode, nonostante la  costruzione del tempio, è filoromano e  la sua elezione a re è illegittima per il popolo giudaico, che lo considera uomo di menzogna, perciò, indegno per il sistema aramaico di essere onorato come sovrano, e quindi  uomo destinato alla morte, in quanto essere demoniaco, già morto, un morto-vivente.
Ogni uomo fedele della legge è nemico di Erode (in quanto un suo possibile attentatore) e quindi risulta anche una vittima potenziale del re, deciso ad uccidere chiunque gli si opponga.
I saggi (farisei ed esseni) sono i sobillatori, che aizzano contro il regime e contro i romani, protettori del regime erodiano,  i fedeli, che accettano il martirio e che si preparano al martirio,  dopo atti di purificazione, si  immolano per la patria e per la legge.
L’aquila d’oro fatta innalzare dal re, di notevole valore, era un’ offesa alla tradizione patria: la legge, infatti, proibisce non solo  di innalzare immagini, ma perfino di farle di qualsiasi materia, ma ancora di più di porle in Gerusalemme, città santa, specie nel tempio (anche  se nella facciata esteriore), luogo sacro a Dio.
Essi ordinano ai discepoli di gettare giù l’aquila anche se, così facendo, avrebbero messo se stessi e gli altri in pericolo di morte, perché essi devono preferire  la preservazione e la salvaguardia del sistema di vita dei loro padri alla loro sicurezza personale e quindi desiderare la morte al piacere di vivere.
Essi dicono: Voi guadagnerete  fama e gloria,  sarete lodati dai viventi e lascerete un ricordo presente della vostra vita alle future generazioni  Ant. Giud. XVII, 152. (Le vostre anime diventeranno immortali e godranno di una felicità perpetua Guer.giud, I, 650).
E così concludono: chi vive lontano dai pericoli non può evitare la morte naturale  così quelli che lottano per la virtù fanno bene ad accettare il loro destino con lode ed onore quando lasciano questa vita: la morte  è migliore quando corriamo dietro i pericoli per nobile causa e contemporaneamente otteniamo per i figli, parenti, uomini e donne il beneficio della gloria da noi conquistata.
Essi sono bruciati, dopo essersi difesi davanti al re, dimostrando il loro attaccamento alla fede, essendo esempio di giustizia.
Alla morte di Erode c’è guerriglia in tutta la Ioudaea, prima e dopo l’elezione di Archelao a Re di Giudea, Idumea e Samaria e alla divisione con i fratelli Erode Antipa (Galilea e Perea) e Filippo (Iturea, Traconitide Auranitide e Gaulanitide) e  con la zia Salome (zona costiera), al momento dell’arrivo in Siria di Quintilio Varo e in Giudea di Sabino.
Ci sono staseis (tumulti rivoluzionari)  in Galilea ad opera di Giuda il gaulanita,  il fondatore della setta degli Zeloti, in Idumea, di 2000 uomini militari, che si oppongono ad Achiab, in Giudea di Atrongeo, in Perea di Simone  che  si proclama  re coi suoi quattro fratelli.
Nessuno riconosce l’autorità degli erodiani, tutti, chi in un modo chi in un altro, rifiutano di avere come padrone l’imperatore,  convinti che solo Dio sia il loro signore: tutti vanno incontro alla morte, pur di rimanere fedeli alle legge e ai costumi paterni: il  nazionalismo zelotico è una forma di martirio.
Mentre Sabino fa il censimento-apografè, è osteggiato dagli zeloti che vedono il male nella stessa moneta con la figura dell’imperatore, come più tardi Quirinio che impone la riscossione dei tributi in relazione al censimento: è preferibile la morte alla vita.
Nel 6 d.C. alla esautorazione di Archelao e al suo esilio a Vienne,  la Galilea insorge e Giuda di nuovo è il paladino della riscossa nazionalista integralista,  per cui viene martirizzato insieme ai suoi seguaci.
In Antichità Giudaiche XVIII, 4-8  Flavio,  parlando degli zeloti e di Giuda il gaulanita,  mostra come questi, insieme al fariseo  Sadoc, aveva iniziato la guerriglia intenzionato a ribellarsi e a rendere indipendente la Galilea, contestando la volontà romana di censire il popolo giudaico e di costringerlo al pagamento.
C’è collaterale al movimento zelotico anche un altro, formato da goetes, uomini dotati di prestigio personale, taumaturgici, capaci di attirare folle e di portarle al martirio: il termine goes ha valore di mago in quanto sottende capacità manipolatorie e proprie di guaritori del fisico e dell’animo.
Se per Giuda, dottore della legge, il censimento è un ulteriore passo verso la schiavitù, palese nel momento del pagamento per il goes, dopo l’avvenimento del censimento, la lotta antiromana, necessaria, deve essere preparata  tramite la metanoia (conversione), una palingenesi (un cambiamento radicale di vita successivo)  e una rinascita come segno di un sacrificio da martire.
Se il linguaggio di Giuda è quello stesso dei precedenti (noi inizieremo a porre le basi della prosperità se avremo successo; in caso contrario avremo guadagnato onore e rinomanza  per la nostra nobile aspirazione ed inoltre Dio sarà con noi  il migliore aiuto  ed  egli favorirà l’impresa  fino al successo  tanto più se aderiremo col cuore  e non indietreggeremo  di fronte al sangue, se sarà necessario) differente è quello di Giovanni il Battista e di Gesù, che sottendono un altro sistema di vita come preparazione alla morte da martire.
Infatti per Flavio (Ant giud, XVIII,117) Giovanni, uomo buono, esortava i giudei ad una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio,  invitando a disporsi al battesimo che era … un preliminare necessario  non per guadagnare il perdono da qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo, così che l’anima fosse  purificata da una condotta corretta.
L’azione antierodiana di Giovanni il Battista portava a sedizione perché i giovani così formati,  preparati ed addestrati militarmente (cfr Jehoshua o Jesous?) avrebbero potuto distruggere il potere del tetrarca che, quindi, pensò bene di prevenirlo e di imprigionarlo a Macheronte.( Ant.Giud., XVIII,119) per, infine, ucciderlo.
Anche la comunità di Cafarnao di Gesù, un altro goes, discepolo del precedente, presenta la stesse caratteristiche di quella giovannea di cui ha lo stesso battesimo, come rinascita e tensione ad un’altra vita, come aspirazione al martirio, e come volontà di perdere la propria vita.
La nostra ricostruzione del Malkuth ha questa connotazione militaristica nel particolare momento storico post seianeo, nel lasso di tempo 31-36.
In seguito, le ribellioni giudaiche sono continue ed hanno un momento di estrema convulsione in epoca caligoliana.
Nell’episodio  della ribellione contro il decreto di Caligola,  che aveva ordinato a Petronio, governatore di Siria, di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme, tutto il popolo diventa martire ed è disposto al sacrifico della vita.
Flavio ci mostra una processione popolare zelotica ben organizzata in sei file,  che va fino a Tolemaide, dopo aver abbandonato case e campi per supplicare il governatore di non costringere a trasgredire iniquamente la Legge.
Viene riportata la dichiarazione di un intero popolo che così si oppone all’ o antikeimenos/Caligola: Se tu ti proponi fermamente di introdurre ed innalzare l’immagine,  fallo pure, ma prima devi  uccidere noi tutti: per noi non è possibile  sopravvivere di fronte  ad azioni vietate da decisioni del nostro legislatore e dai nostri antenati,  che prescrissero queste misure come leggi morali… poiché tu, Petronio, sei deciso a non trasgredire gli ordini di Gaio, noi siamo decisi a non trasgredire le dichiarazioni della legge; noi abbiamo posto la nostra fiducia nelle promesse di Dio e nei travagli dei nostri antenati, che finora non abbiamo mai trasgredito. Non sarà mai che ci inoltriamo in così grande malvagità da trasgredire con le nostre azioni la legge che  ci lega al nostro bene,  per paura della morte. Per custodire la legge  dei nostri padri  sopporteremo pazientemente  tutto quello che ci aspetta, nella fiducia in tutti  coloro, che sono determinati ad azzardare; vi è pure la speranza di prevalere poiché Dio sarà dalla nostra parte, se noi accogliamo il male per la sua gloria. Nelle umane faccende, la fortuna a volte, è da una parte, a volte da un’altra. Inoltre l’obbedienza a te attirerebbe su di noi l’accusa di vigliaccheria poiché equivarrebbe a coprire la nostra trasgressione  della legge e allo stesso tempo incorreremmo nella severa collera di Dio: ed egli ai nostri occhi ha un peso assai più grande del potere di Gaio (XVIII,253-268).
Tutti gli imperatori della casa giulia conoscono il reale pericolo del Giudaismo (Cfr Giudaismo romano, e Book Narcissus 2011). Vitellio, governatore tiberiano  lo ha già sperimentato, come prima  Varo, Saturnino e Quirino, come i prefetti di Giudea da Coponio a Pilato.
Petronio, caligoliano, con i suoi dubbi, lo mostra chiaramente: egli vide che non era facile (Ant.Giud. XVIII,269)  fiaccare lo  spirito giudaico e che per lui sarebbe stato impossibile senza una battaglia portare a termine gli ordini di Gaio ed innalzare la sua immagine.  Ed invero sarebbe stato un massacro.
Radunò, perciò, amici e servi a Tiberiade volendo quivi esaminare da vicino la situazione dei giudei: il consilium praefecti considerava che i giudei  sapevano quale rischio corressero  ma, nonostante  ciò, avevano  deciso di affrontare ogni male perché il trasgredire la legge era un male peggiore.
Filone mostra però anche il rischio dei romani  in Legatio ad Gaium (209-218) e così  fotografa Petronio, che riflette  circa il suo intervento:
Petronio, conosciuto il contenuto della missiva (di Caligola), rimaneva perplesso e  incapace di disobbedire per paura – infatti sapeva come  intollerabile non solo il non fare le cose comandate,  ma anche il non  farle subito –  e  tanto meno  di indugiare con animo sereno.
Sapeva infatti che i giudei  avrebbero preferito subire piuttosto  non una, ma mille morti,  se fosse possibile, che accondiscendere a fare ciò che era loro proibito.
Tutti gli uomini sono rispettosi dei propri costumi,  ma specialmente  la stirpe giudaica: infatti credono che le loro leggi siano state tramandate da oracoli divini  e le imparano fin da bambini e ne portano impresse nei loro animi le immagini,
poi sempre le studiano e le ammirano, stupiti come manifeste  figure e forme, con i loro  pensieri.
Essi,  pur essendo rispettosi anche degli stranieri, non meno di quanto  accettano  i propri cittadini,  però, ritengono come nemici gli altri che operano e vituperano le loro leggi  ed aborrono, arricciando il pelo, (phrisso) dal fare  qualsiasi  cosa vietata dalle leggi,  a tal punto  che  non possono essere indotti a cambiare, neppure  con  promesse di  fortuna e di  bene terreno.
Essi hanno una venerazione per il tempio smisurata  ed elevata: prova grandissima è questa. viene decretata morte inflessibile  per coloro che oltrepassano i recinti interni – infatti accolgono nei recinti esterni tutti quelli provenienti da ogni parte – riservati solo per quelli della stessa razza.
Petronio pensando fra sé queste cose  era lento a intraprendere qualcosa  avendo considerato quanto coraggio richiedesse un’azione così grande  e avendo convocato, come nel  sinedrio, tutti i pensieri del suo animo, interpretava il pensiero di ciascuno (Filone è l’ermeneuta;  si ricordi!  e perciò fa usare a Petronio gli stessi accorgimenti tecnici) e trovava tutti concordi
(omognomonountas): non bisognava innovare sulle cose sacre antiche, primo perché  bisogna rispettare il diritto naturale e religioso, poi, perché c’era un pericolo imminente  non solo da parte di Dio, ma anche da uomini maltrattati (epereazo):  gli si presentava  un  pensiero della stirpe e di quanto fosse numerosa ( oson estin en poluanthropia . cfr  Giudaismo romano, Caligola ed  Erode Agrippa), non compresa come le altre, entro i confini di una regione, ma abitante quasi tutto il mondo,  sparsa qua e là.
Infatti è sparsa  per tutti i continenti e le isole tanto che non sono di molto inferiori agli indigeni: non sarebbe stato troppo pericoloso  affrontare tante diecine di migliaia di nemici? potrebbe capitare che essi che abitano tutte le terre si riuniscano e facciano a gara  violenza e potrebbe nascere una guerra insuperabile, senza contare quelli che abitano la Giudea che sono innumerevoli, uomini fisicamente molto prestanti  e spiritualmente  coraggiosissimi, che hanno scelto di morire  piuttosto che abbandonare i costumi patri, spinti da un  pensiero,  barbarico, per come direbbero  alcuni  calunniatori, liberale e nobile, per come è realmente.
Lo atterrivano anche  le forze di oltre Eufrate   (Gli adiabeni di Izate e  i babilonesi  di Asineo  cfr A. Filipponi, Giudaismo romano,  E Book Narcissus  2012 e  J.Neusner, A history of  the Jews in Babilonia, The parthian  Period, 1965.  D’altra parte nel 66-70 intervennero sia gli idumei che gli adiabeni  in difesa del tempio. Guer. Giud. V,474; Ceagiras lo zoppo e suo eroismo; Antichità Giudaiche, XVIII 310-379 e XX 17-96):  infatti sapeva  che Babilonia e molte altre satrapie erano abitate da Giudei, non solo per sentito dire ma anche per averlo  provato  poiché da lì venivano inviati messi per il sacro denaro ogni anno, sotto forma di primizie, portanti gran quantità  di  oro e argento, riunita dai capi, al tempio, facendo cammini impervi  accidentati ed aspri , che loro  ritengono  vie regie perché sembrano guidarli al culto religioso.
Pertanto, era timoroso, come era naturale, che conosciuta questa nuova dedica, intraprendessero una spedizione, insorti di qua e di là,  dopo aver congiunto le milizie  e provocassero una  sconfitta a loro, chiusi in mezzo e perciò era lento ed indugiava, preso da tali pensieri.
Di nuovo è tratto da pensieri  contrari e dice: è un comando di un signore  ancora giovane che giudica utile (sumpheron)  qualsiasi cosa egli  possa volere,  deciso a  fare eseguire  i decreti fatti una sola volta  anche se  molto nocivi,   come uno che, avendo superato i limiti dell’uomo per superbia e tracotanza,  si scrive tra gli dei; su di me pende la pena capitale sia che faccia ciò che mi è comandato che non lo faccia, ma se obbedisco nel corso della guerra l’evolversi sarà incerto; se invece mi oppongo ai decreti, la mia morte sarà  spietata e convenuta ad opera di Gaio (Leg. Ad Gaium, 219-221).
Filone aggiunge che alla guerra erano propensi molti romani  suoi collaboratori nell’amministrazione della Siria, che sapevano che su di essi il principe avrebbe incrudelito per primi come colpevoli che l’ordine non era stato eseguito.
Flavio aggiunge: La preparazione della statua offriva spazio per una ricerca più meticolosa-infatti non fu inviata da Roma – per volontà  di Dio, credo, che proteggeva  col suo favore i suoi dall’ingiuria- né comandò di prendere  quella giudicata la migliore tra quelle di Siria , altrimenti sarebbe sorta rapidamente la  guerra   per la rapidità della  violazione  delle leggi. 
Avendo avuto dunque il tempo per la ricerca di un piano utile – infatti casi improvvisi e grandi, qualora capitano congiunti , fiaccano la razionalità – comanda che la preparazione fosse fatta in una delle regioni confinanti.
Flavio mostra anche lui che la guerra quindi non sarebbe stata solo con i giudei di Palestina ma con tutti i giudei sparsi per il mondo.( Guer. Giud.,II,185-197).
I notabili (273) fecero notare, inoltre,  a Petronio che così non si poteva pagare il tributo, visto che non era stata seminata la terra  e che quindi non ci sarebbe stato raccolto.
Inoltre il proconsole di Siria doveva curare il vettovagliamento della flotta, che doveva  portare Caligola in Alessandria  per il suo trasferimento di capitale e quindi preparare nei porti di attracco le merci: la rivolta ebraica era ancora di più da evitare specie se  da solo cinque anni era finita l’insurrezione di Gesù Cristo.
Chiaramente per Filone e per Giuseppe Flavio i giudei resistenti a Petronio sono martures e quindi qadoshim  come lo erano stati Giovanni e Gesù stesso.
Flavio mostra altri martiri e santi prima della guerra antiromana del 66-73: sono i figli di Giuda, Giacomo e Simone  morti per la patria, anche se considerati lestai e altri di diversa formazione e anche orientamento politico e chiama giusto (tzadiq-dikaios) Giacomo il fratello di Gesù, uomo che, vivendo nel tempio, lo controllava, avendo l’appoggio popolare in Gerusalemme e quindi dominava l’area templare: senza di lui la regolarità delle feste gerosolomitane non poteva essere assicurata nonostante le forze militari dello strategos, satellite dei sadducei, nonostante la sorveglianza romana dalla torre Antonia.
Il potere di Giacomo  il giusto sul tempio per 26 anni apre un nuovo scenario nei rapporti con la Romanitas (specie con Fado, Tiberio Alessandro, Cumano, Felice) e coi sadducei anche per la presenza armata violenta dei sicari, martiri messianici, fedelissimi del fratello di Gesù, che dopo la morte del loro capo vanno alla morte, fidando in Dio, sicuri nel premio per loro preparato dalla loro morte eroica.
Giuseppe Flavio, dopo la distruzione del tempio e di Gerusalemme, dà la colpa agli zeloti e ai sicari  che hanno gettato questo seme, da cui sorse la lotta tra le fazioni, da cui derivarono massacri di concittadini ragguardevoli col pretesto di riordinare la cosa pubblica, anche perché  i patrioti  erano animati da fede ma anche da  privati interessi.
Lo storico mette insieme sadducei, come Anano di Anano e Gesù figlio di Gamala con patrioti  come  Eleazar di Giairo, Simone di Ghiora, Giovanni di Giscala, uomini di diverso credo politico, ma tutti oppositori dei romani, tutti integralisti, tutti uomini di Dio, tutti martures, testimoni col loro sacrificio della loro pietas: la morte per la patria è dimostrazione di conoscenza di un piano di Dio a cui non si sottraggono,  come invece fece lo storico, che visse, destinato, pur tradendo, a tramandare e quindi ad essere testimone diverso, ma sempre martus nell’economia divina.
Flavio mette sullo stesso livello anche i sicari sia di Palestina, dopo la sconfitta, che quelli venuti ad Alessandria ed uccisi  dai  confratelli giudei, che pur li avevano accolti, timorosi della repressione romana, su ordine del sinedrio locale.
I giudei non avendo alcun padrone mortale professano di avere un solo dio e un solo padrone; perciò non possono accettare l’imperatore romano come altro signore: da qui  il disprezzo della propria vita  che è connesso con la salvezza della fede e con la  certezza del premio eterno da parte di Dio.
La loro serenità nell’affrontare la morte, come pochi anni prima  nel caso degli esseni e di tanti altri martiri giudaici  diventa esemplare poi per il martire cristiano.
I cristiani, che sono una setta giudaica, avevano seguito il modello di martiri ebraici che si erano immolati per la libertà dei confratelli,  già nella  insurrezione  contro Traiano al momento dell’attacco a Petra e poi in quello successivo alla Parthia, e nella rivoluzione  contro Adriano, in epoca di Shimon bar Kokba.
Questi aveva raccolto i giovani,  già educati dalla scuola di Jammia e preparati alla resistenza da rabbi Aqiva’ e con loro aveva formato bande armate con cui era riuscito ad impadronirsi di parte del territorio Giudaico e a proclamare il Malkuth, seguito forse anche dai discepoli di  Simeone, patriarca di Gerusalemme, della famiglia di Gesù stesso.
Rabbi Aqiva  fu ucciso dopo  la fine della rivoluzione,  a seguito della presa di Betar e la sede patriarcale di Gerusalemme non fu più dei famigliari di Gesù e non ebbe più caratteristiche dinastiche.
Il martirio di rabbi Aqiva, come quello di Giovanni il battista, di Gesù stesso e quello di Giacomo, certamente, è un modello per i cristiani del II secolo, come quello di Policarpo e di Ignazio: Rabbi Aqiva è un personaggio di primissima grandezza nel Giudaismo, è protagonista di tante storie e leggende.
Dio avrebbe addirittura mandato Mosè alla scuola di rabbi Aqiva! il rabbi  sarebbe entrato nel Pardes, nel giardino della mistica, insieme a tre compagni: Ben Azzai, Ben Zomà e Elishà Ben-Abuya.
Dal trattato talmudico Chaghigà (14b): Ben Azzai guardò e morì; Ben Zomà guardò e impazzì; Elishà Ben-Abuya divenne eretico; l’unico che uscì in pace fu rabbi Aqiva.
Il racconto, infine,  della sua morte lo eleva a modello del martirio ebraico (si ricordi che aveva anche profetizzato la venuta del Messia e che aveva riconosciuto Shimon, figlio delle Stelle come Christos, ungendolo di persona).
Della sua morte  sono state tramandate due versioni, una nel Talmud babilonese e una nel Talmud di Gerusalemme, leggermente diverse.
Quella, tratta dal Talmud di Gerusalemme, trattato Sotà V,5 , descrive la comunicazione tra il rabbi/maestro e il giudice romano, tra un santo di Israele  e un romano di  pensiero stoico:
“Rabbi Aqiva stava subendo l’interrogatorio del crudele [romano] Tinneio Rufo, quando venne l’ora di recitare lo Shemà -preghiera che va recitata ad ore fisse della giornata-. Egli cominciò quindi la recitazione e rise. Rufo lo apostrofò: “Vecchio, sei forse un mago, o uno che si fa beffe della sofferenza?”. Aqiva rispose: “Maledetto, non sono né un mago né uno che si fa beffe delle sofferenze, ma per tutta la vita ho letto questo versetto: ‘amerai il signore tuo Dio con tutto il  cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze’; io l’ho amato con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze, ma non ho mai avuto la possibilità di adempiere la frase: ‘E con tutta la tua anima’. E ora che questa opportunità mi si offre al momento di recitare lo Shemà, io non la prenderò? Per questo recitavo e ridevo”. Aqiva non fece in tempo a finire che la sua anima spirò”.
Rabbi Aqiva  può giustamente considerarsi il prototipo del martire rabbinico perché muore insegnando.
Egli esprime compiutamente il pensiero della scuola  di Ben Zaccai, che aveva sostituito al culto del tempio lo studio, impostandolo nella ricerca di Dio,  come creatore di Storia, come colui nel quale si amalgamano passato e presente e dove si chiude ogni circolo di derivazione umana,  in una opposizione all’auctoritas romana,  forza diabolica.
La sublimazione di Rabbi Aqivà avviene con la morte.
Il rabbi muore recitando lo Shemà (secondo l’altra versione) mentre pronuncia la parola “echad” – Uno, con la dalet scritta in carattere più grande.
La sua morte assume così un significato ancora più alto, in quanto ha valore simbolico come espressione compiuta del suo misticismo.
Aqivà, dunque, riassume in sé tutte le tipologie del martire e di santo  in quanto in lui confluiscono  le esperienze di quasi due secoli di lotte antiromane.
Isacco ed Aqivà sono emblemi di Israel eterno.