Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa

Filone, anima del pensiero cristiano

Nel 43 d.C., al momento della nascita dei primi christianoi, ad Antiochia, il cristianesimo aveva solo la figura di Gesù martire, morto sulla croce e risorto secondo alcune donne.
I Christianoi avevano una fides mista con riti ebraici ellenistici ed erano accettati con riserva in sinagoga per la loro convivenza con i pagani incirconcisi.
Essi celebravano la passione e la morte di un Meshiah, la cui resurrezione aveva un valore simbolico, collegato col pensiero di Filone alessandrino, conosciuto in tutto il mondo e  romano e partico.

Filone aveva segnato la storia della cultura ellenistica più di quanto mai abbiamo pensato: non solo fu il Platone giudaico ma fu il theologos per eccellenza, philotheos (timorato di Dio) e theophilhs (caro a Dio), e soprattutto un saggio/ spoudaios , che aveva  sintetizzato la cultura pagana e quella ebraica e  costituito un modello di vita per tutti i giudei ellenisti (circa 2500.000 , Cfr. Giudaismo Romano I).
La sua parola, in quanto ispirata da Dio, era legge per un giudeo e nel mondo romano e in quello parthico.
Egli concepiva la phronesis come saggezza pratica. per cui essere ermeneuta significava, da una parte, essere mediatore tra Dio e la legge, interprete fedele della sacra parola, considerato corpo unico divino, espressione reale del Tetragramma e, da un’altra, valeva come modello di vita nel presente, come tentativo di essere divino  proprio di una creatura di luce, capace di illuminare le tenebre degli etnikoi/gentili (goyim).
Filone fu un vero maestro di vita, famosissimo non solo in Egitto, ad Alessandria, sua patria, ma anche in ogni parte dell’ecumene, perchè aveva platonizzato il pensiero giudaico ed aveva costituito una methodos di eccezionale valore,grazie alla lettura della Torah dià sumbulon  allegoricamente: la sua esegesi era rispettata in ogni parte dell’ecumene.
La sua opera, monumentale, era al servizio di Paolo e di tutti gli ebrei ellenistici, che parlavano greco e che cercavano una fusione tra la musar  giudaica e la paideia greca, tra la cultura ebraica e quella ellenistica.
Ora ad Antiochia non c’era nemmeno un’ omogeneità cristiana: infatti, alla morte di Agrippa I,  esistevano là e i discepoli ellenisti di Stefano e i discepoli di Simon Pietro, oltre ai  convertiti pagani e giudei di Saul/ Paulus e di  Barnaba: poco dopo la fine recente  del theos Caligola non era possibile, né facile la predicazione unitaria di un Christos, morto e risuscitato dai morti.
Quindi non c’era una comune fede cristiana dove dominava l’elemento giudaico se è vero che Evodo, un uomo di Cefa, proveniente dal paganesimo, teneva il primo posto e se Marco, da poco separato dall’apostolo delle genti, ostile al sommo sacerdozio, aveva un suo tipico modo di procedere convinto che il vino nuovo spacca  gli otri vecchi e quindi era legato a Shimon/Cefa.
Inoltre Paulus, in quanto romano ed ellenista, tendeva ad innestare sull’olivastro l’ulivo giudaico, cioè teneva a mettere insieme ellenismo, giudaismo e romanitas: non per nulla non aveva voluto fare circoncidere Tito e non si era mai posto il problema dei cibi casher.
Paolo e gli evangelisti, dunque, scrissero, seguendo inizialmente l’opera di Filone e poi adattando i logia aramaici di Matteo ai bisogni e agli interessi delle singole comunità cristiane sparse per il mondo romano, acefale.
I capi delle singole chiese, a seconda delle esigenze locali, poi,  formularono in frasi asseverative  quanto era stato detto prescrittivamente da Jehoshua, non maestro, ma tektoon artigiano , non rabbi  ma maran re.
Non c’era un pensiero di Jehoshua:  c’erano stati prostagmata (editti) diagrammata (decreti), non veri detti profetici ma solo detti  del Signore (maran, melek),  pronunciati e spiegati  come commenti (targumim) nel periodo della sua basileia illegittima o nel corso del suo ministero di Meshiah, registrato dal tachigrafo Levi Matthaios, pubblicano convertito, suo stenografo (un suo ministro ab epistulis per dirla alla latina).
In relazione ai bisogni delle comunità alessandrine, anatoliche o greche, in una volontà di formazione cristiana e di ampliamento e di potenziamento degli scheletrici contenuti matthaici,  in un tentativo di moralizzazione ci furono le stesure evangeliche, connesse col pensiero di Filone, che risultò fondamentale e basilare sul piano teologale, utile per la diffusione del primitivo cristianesimo.
In questa operazione teologica gli episcopoi/ dioichetai, ( siamo però, alla fine del I secolo) servendosi del commento filoniano, trasformarono le loro comunità e diedero loro un nucleo quasi unitario, che diventò determinante ai fini della costruzione dei singoli vangeli canonici, nati allo stesso modo, seppure in zone geografiche differenti: noi siamo convinti che, se non ci fosse stato Filone, non ci sarebbe stato il Cristianesimo, non solo sul piano ideologico, ma anche e soprattutto su quello  organizzativo, amministrativo comunitario, in senso diocesano.
Ribadiamo che la verità cristiana ha avuto sostanza  filosofica grazie al pensiero di Filone, che è stato la terra buona in cui il seme aramaico-cristiano è germogliato, nutrito dalla cultura della diaspora (premessa a De Joseph di Filone angelofilipponi.com), ma soprattutto fortificatosi grazie alla capillare organizzazione amministrativa oniade.
Quel che Filone aveva scritto specie in Legis allegoriae(I,II)  diventava parola di un rabbi come  Jehoshua, che di fatto era un mastro abile nel fare azioni paradossali con le mani e con la sola parola, e che faceva un suo viaggio verso Gerusalemme,  continuamente in contrasto con i veri garanti della legge, scribi e farisei.
Le  azioni mirabili  di Jehoshua attiravano folle che inneggiavano anche alla sua sapienza e alla sua capacità di fare esegesi: egli dopo aver aver creato situazioni inverosimili, paradossali,  si proponeva come poihths: era uomo di azione  che accompagnava il fatto con la parola e non viceversa.
Anche in questo forse Gesù dipendeva da Filone,  la cui opera teologica, quella del commento biblico, specie la parte kosmopoihtica e quella nomothetica erano prescrittive, ma a seguito di operazioni concrete.
Per questo poi gli evangelisti  si serviranno delle parole utili ai fini del nascente cristianesimo, ma forse già condivise dallo stesso Gesù.
Anche (e forse ancora di più perché pars paradigmatica) quella Istorika  (comprendente  La vita di Abraham , quella di Joseph,  di Mosé oltre a Peri toon aretoon – di cui ci sono rimasti solo In Flaccum e Legatio ad Gaium )- in cui il teologo attualizzava la storia, in un tentativo di moralizzazione, risultò necessaria ai fini della formazione delle generazioni cristiane,  sparse in ogni parte dell’impero romano, mal collegate fra loro, acefale, autoregolantesi, tutte, però, sul comune modello filoniano.
Chiaramente in questa ottica il pensiero cristiano si colorava di filoromanità ed assumeva valori propri della philanthropia greca e dell’ humanitas latina, e perciò  non subivano le persecuzioni degli antonini, che erano rivolte verso gli ebrei  (Cfr  Rescritto di Adriano a Minucio Fundano in Giustino, Apol. I ,68, 6-10 e in Eusebio, Hist. Eccl., IV,8, 6 ss).
Le comunità in relazione alle  necessità lessero, seguendo Filone,  la Bibbia e i logia e  scrissero Vangeli propri, avendo la stessa impostazione e creando varianti,  a seconda anche del diverso grado di  retoricità dei redattori locali  che, comunque, avevano in comune, il nome di Christos e l’indirizzo litteralis, iniziale dei maestri della città di Antiochia, da cui erano derivate le varie apoikiai cristiane (cfr. Qual era il logion originario del Sale?)
Ad Antiochia i maestri dipendevano, comunque, dalla cultura Alessandrina: essi, che fondevano  Pshat e Drash,  (cioè il senso letterale storico ed etico con quello commentato secondo logica razionale) non concordavano, però,  con  gli alessandrini che opersvano dia sumboloon cioè tramite Remez ed eseguivano la lettura filoniana  e quella dei contemplativi, quella che poi fu accettata anche da Clemente alessandrino e da Origene,  dopo che fu congiunta a Sod, mediante formule mistiche.
Comunque, i maestri di Antiochia erano nel complesso vicini alla lettura letterale sadducea di Gerusalemme e rivaleggiavano  specie con la famiglia oniade, che aveva creato un sistema nuovo di vita ed aveva propagandato un pensiero notevole nel mondo romano e, direi, straordinario  in epoca giulio-claudia, ai fini di un adattamento sociale,  sotto forme integrative possibili,  a seconda dei luoghi (cfr. ellenizein).

La lezione  filoniana  risultava una predicazione  pubblica ed era amplificata nei didaskaleia alessandrini…  e il suo platonismo, fuso con la teologia ebraica,  influenzava non solo Plotino ma anche i cristiani  Clemente ed Origene, che creavano la base di un cristianesimo Katholikos universale, in relazione alla missione di sincretismo filoniano, che sarebbe diventato centrale per la costituzione della chiesa cattolica  di stampo costantiniano e teodosiano, sulla spinta di altri alessandrini come Atanasio  e, poi, come Teofilo e Cirillo…
Gli oniadi, dunque, avendo perfino un loro tempio, gestivano il denaro imperiale avendo banche (trapezai) in tutto il bacino del Mediterraneo e facevano gli emporoi,  seguivano la tradizione paterna,  basata su una perfetta organizzazione amministrativa  e finanziaria verticistica e su un pensiero sincretistico, autorizzando una vita ebraica, pur servendo due padroni, Dio e  Roma, il creatore e Belial (Mammona)…
L’alabarca Alessandro era la guida riconosciuta per tutti i  giudei ellenisti ed era anche epitropos dei beni della famiglia di Antonia, la nonna di Caligola.
La comunità giudaica  di Alessandria era la più ricca e potente fra tutte ed era il punto di riferimento non solo culturale ma anche sociale e civile: il suo esempio era un modello per tutti i giudei del Mediterraneo e quindi anche per gli scismatici christianoi.(cfr Per una conoscenza del primo cristianesimo, E.Book Narcissus 2013).
Gli ebrei alessandrini,  come uomini di commercio, erano in contrasto con gli argentarii latini, che non avevano la stessa capillare organizzazione e quindi soccombevano di fronte all’ applicazione della tzedaqah, che era in effetti, sotto la forma religiosa di compiere un atto di giustizia verso il fratello, un modo di aggregarsi in società tra le più nobili famiglie sacerdotali, al di là dei credi
Filone e il fratello  Alessandro erano l’espressione più alta del giudaismo sacerdotale e il loro pensiero era venerato da tutti, anche se il sistema di vita secondo l’ ameicsia alessandrina trovava molti oppositori, specie in Gerusalemme e negli ambienti sadducei …
Ora i christianoi antiocheni guardavano agli scismatici alessandrini e si nutrivano del loro pensiero già pronto, già allestito, già consacrato e bene accetto nel mondo giudaico, quello di Filone, che aveva commentato la Bibbia ed aveva scritto già la Vita di Mosè…
Essi non si trovano a loro agio, nonostante il pensiero paolino, da una parte, gnostico, proprio  di uno gnosticismo giudaico (che non conosciamo bene, peccato!) e, da un’altra, filoniano (cfr. I Ai corinti,1) ed evidenziano skhismata (scissioni) con erides (liti).
Infatti proprio nel corso di questo esame ho potuto rilevare la cristianizzazione e di Christos e di Filone e quindi  ho rinunciato alla ricerca del cristianesimo secondo la logica dei Padri della chiesa – in cui era stato educato- e ho diviso Il malkut ha shemaim dalla H basileia tou Theou e ho smesso la ricerca dei logia del Signore, convinto che i tre vangeli sinottici erano costruzione successiva la distruzione del Tempio  e che il vangelo di Giovanni era sicuramente posteriore alla fine di Shimon bar Kokba.

Da qui una svolta nel recupero di un Jehoshua ebreo, il cui bios era tutto da ricostruire  e la cui morte era stata variamente letta ed interpretata a seconda dei seguaci aramaici o ellenisti (e tra questi da quelli  della comunità di Antiochia).
A questa operazione, avvenuta prima ancora della pubblicazione di Jehoshua o Jesous?, è seguita un’altra fase quella della coscienza di cristianesimo che si va costruendo in relazione al pensiero filoniano, allegorico, ad opera di filoromani che, distaccatisi dall’ebraismo perseguitato, si vanno  strutturando in vario modo a seconda delle sedi di ubicazione provinciale orientale, non ben comunicanti  in territori  interni anatolici e siriaci e vivacemente operativi nelle regioni con porti (Corinto, Efeso, Cesarea Marittima, Alessandria)…
Lo stesso Origene sembra adombrare che Paolo sia filoniano nella divisione fatta tra i progredienti e i perfetti (teleioi ),  tra gli ilici e psichici da una parte, e  gli pneumatici (pneumatikoi) dall’altra; i  primi  sono destinati a rimanere materia (ulh)  e quindi non scritti nel regno dei cieli, i secondi, invece,  in quanto eletti e prediletti da Dio,  hanno, per grazia divina, già i segni di una futura possibilità di visione ultraterrena e di una vita eterna, essendo agiasmenoi en Christo Ihsou, ed essendo chiamati Agioi…
Tutto questo sarà oggetto di studio e di lavoro da parte di Clemente Alessandrino (specie in Stromateis )  e dello  stesso Origene…che, nel corso della sua esegesi paolina, evidenzia il reale mondo filoniano del tarsense…
Gli antiocheni  christianoi, dunque, vengono a contrasto con i maestri alessandrini ed ancora di più con gli aramaici, seguaci del Malkuth ha shamaim e il loro capo  Giacomo, fratello di Gesù, che ha un altro euaggelion rispetto a quello paolino. (cfr Giacomo e Paolo), la cui cristianizzazione è,  rispetto a quella di  Gesù e di Filone, di molto posteriore …
Se con gli alessandrini c’è solo un’ ambigua lettura, in relazione anche all’astio culturale di un antiocheno nei confronti dei cittadini della  metropoli egizia,  con la chiesa di Gerusalemme c’è, invece, una vera ostilità  in quanto questa impone una rigida osservanza e non permette disobbedienza (cfr. Anania e Saffira).
I contrasti dottrinali tra i seguaci corinti di Paolo e quelli di Apollo sono in effetti diverbi anche sulla diversa lettura di un testo, secondo le indicazioni filoniane: in Paolo c’è la coscienza che il linguaggio della croce, folle di per se stesso, è salvezza perché espressione della dunamis theou (potenza di Dio) e che il mondo non conobbe Dio con la sapienza: l’apostolo è convinto che Dio scelse la porzione folle del mondo per svergognare i Sapienti, rovesciando i valori di moros e di sophos; negli oppositori c’è la volontà greca di chiedere eloquenza  discorsiva e coerenza logico-argomentativa,  oltre la pazzia della croce: essi sono coscienti che da Dio dipende l’elezione e che la creatura non può conseguire l’ineffabile con le proprie forze ma deve impegnarsi ...
Paolo e i christianoi antiocheni entrano in una vera guerra con la chiesa di Gerusalemme che impone l’osservanza della torah  e non può autorizzare la promiscuità con i pagani, in quanto sorvegliata dai romani, che vietavano il proselitismo.
Giacomo, perciò, condanna Paolo, pur legato ai farisei e agli erodiani da vincoli di parentela, in  collaborazione  con le autorità romane.
Paolo si vanta  del suo eroismo e della sua pazzia in Cristo e rivela  in II Corinti 11,24 Dai giudei ho subito cinque volte quaranta colpi meno uno,  per tre volte le verghe (punizione romana ad opera forse di Felice che spesso coadiuvava Giacomo, con cui aveva fatto un patto da osservare nelle grandi feste al fine di garantirne la degna celebrazione), una volta fui lapidato (a Listra)…
Ne consegue che il cristianesimo primitivo non ha spazio e  la nascente chiesa antiochena è sotto osservazione  in quanto su di essa è  sospesa la condanna  di eresia da parte ebraica, pura,  ed anche da quella  scismatica...
Inoltre la mancanza di un pensiero del Christos e la sola memoria di martirio determinano defezioni e passaggi verso altre forme ebraiche ed altre eresie sorte dal nome stesso di Gesù.
Infine il  credo stesso antiocheno non è chiaro nel bacino del Mediterraneo (specie a Corinto)  come non è sicura la resurrezione  e quindi la chiesa antiochena vive  sotto osservazione da parte dei capi alessandrini e di quelli gerosolomitani, il cui prestigio è altissimo nell’ecumene della diaspora…
Inoltre i cristiani subiscono anche l’influenza di Epitteto, il cui dio non è in relazione a quello cristiano  (uno, trascendente, persona e volontà).
Il filosofo stoico ritiene “dio” come la razionalità stessa del tutto, e quindi come  “scelta e forza fisica “ in cui volontà e necessitas si fondono  e di cui ogni elemento, compreso l’uomo, è pars frammentata.  Epitteto, avendo una concezione del divino come persona  ed avendo tutte le forme proprie della diatriba  e il sistema retorico della tradizione stoico-cinica e platonica, chiara manifestazione razionale,  personifica il pensiero (logos) con dio stesso, per cui è possibile far derivare l’upostasis come ousia. Inoltre la funzione divina,  fusa con quella umana,  crea un sistema  unitario quasi un corpus  tra creatore e creatura in cui c’è un rapporto tra le due entità grazie alla forma razionale.
Ne consegue che tanto pensiero sulla libertà,  sull’amore sulla fratellanza è comune e a seguaci di Epitteto  e ai cristiani,  che hanno  un linguaggio non dissimile. Infatti  per tutto il primo e secondo secolo i cristiani  hanno un linguaggio  popolare proprio della diatriba cinica  come si rivela chiaramente in Giustino  la cui stessa figura è proprio della filosofia cinica e stoica
Bisogna però  dire che il primo cristianesimo, pur avendo  una molteplicità di forme, si va coagulando su una base dottrinale filoniana allegorica e su una struttura organizzativa oniade, il cui funzionamento diventa ancora migliore proprio quando comincia a  venire meno l’organizzazione giudaica, debilitata e lentamente stroncata  dalla continua e pressante persecuzione imperiale.
La demolizione della cultura giudaica ad opera di Traiano e di Adriano favorisce il cristianesimo che prende forma  propria e si  caratterizza, dando ai pagani l’impressione di  caritas e di amore, di capacità assistenziale e di un funzionamento comunitario degno di ammirazione ( cfr Lettera a Diogneto) .
Inoltre il fatto che il primo cristianesimo è  fenomeno popolare e cittadino, da una parte,  proprio delle metropoli, ma, da un’altra, è fenomeno sparso in molte regioni, impervie,  quasi colonie dimenticate dai fondatori, poco comunicanti fra loro, determina un sistema di vita, acefalo, che produce una diversa consistenza nelle varie chiese che si costituiscono in relazione alla struttura organizzativa  intorno a banca/trapeza e ad emporion.
Quelle delle metropoli sono organizzate anche nel lavoro  in quanto lo smercio negli emporia e l’attività nei porti (là dove  ci sono) richiedono squadre di operai che hanno domicilio nelle vicinanze e che lavoravano mettendo insieme il ricavato  gestito dai dioiketai che fanno fruttare il denaro nelle trapezai costituendo il fondo ecclesiale comune .
La comunità viveva quindi del proprio lavoro e progrediva  in quanto i compiti erano diversi ma le retribuzioni  formavano cassa comune: emporoi e kapeloi, padroni di mercati e dettaglianti pur svolgendo funzioni diversificate vivevano insieme e pregavano insieme,  come anche i trapezitai e tutti gli agenti (argentarii  e  nummularii ecc).
La vita dei cristiani dunque essendo comunitaria a seconda del numero di fedeli si strutturava e si organizzava rapidamente  ed avendo una gerarchia  interna costituita da uomini di superiore cultura,  era veramente un modello di funzionamento e di produttività: la ricchezza comunitaria aumentava ad ogni generazione e ad ogni passaggio da un ‘amministrazione ad un’altra  e perciò  era vista con invidia e rabbia dai pagani che, non essendo  organizzati se non nel corso delle feste e dei riti dai sacerdoti dei vari culti, vivevano di stenti mancando il reciproco aiuto.
Molte sono le lamentele dei pagani nei confronti dei cristiani nel secondo secolo. a dimostrazione dei due diversi livelli sociali ed economici  nelle grandi città.

Ne derivava che  c’era l’esaltazione del dio cristiano che provvedeva al bene dei fedeli e l’ esacrazione verso Zeus e gli altri dei che, invece, facevano morire di fame  chi faceva sacrifici e li pregava: insomma da parte popolare pagana c’era odio  ma anche ammirazione per il culto cristiano.
A maggiore ragione questo doveva capitare all’interno dell ‘Asia minore o in Africa o nelle zone dell’Adiabene e  della Cappadocia  dove la eccezionale capacità di organizzazione dei dioiketai cristiani  rendeva la vita dei loro fedeli migliore rispetto a   quella dei pagani.
La presenza di  episkopos, di presbuteroi,  di diaconoi, di sottodiaconi, di lettori  insomma  del clero  che svolgeva una reale funzione di assistenza e per bambini e per vedove e per i poveri e malati, e la regolarità della vita christiana primitiva basata sul rigore monogamico, sull’ unità familiare  costituivano un esempio di vita sociale…
Non sorprende, quindi, che alla fine del secondo secolo i cristiani si siano diffusi in ogni dove, come esclama Tertulliano in Apologetico, perché, visto l’amore verso i confratelli, e considerata  la societas efficiente e caritatevole, i pagani opportunisticamente  aspiravano anche loro ad entrare nella cerchia della communitas cristiana per godere di quei  vantaggi che l’organizzazione prometteva…