il trionfalismo aramaico e morte di Antipatro

 

Trionfalismo aramaico  e morte di Antipatro

Antipatro, ora, segue la politica romana tramite la corrispondenza ufficiale  tra Senato ed Hircano per mezzo dei suoi scribae,  tramite  le lettere di  Giulio Cesare a Sesto Cesare, governatore di Siria -che favorisce suo figlio Erode nella sua attività contro gli zeloti- e tramite i suoi piccioni viaggiatori, che lo collegano con amici romani.

Sesto Cesare vive a Antiochia, dopo che ha seguito il cugino in Spagna,  a Farsàlo e nella campagna di Egitto ed ora è  amico delle famiglie nobiliari  siriane ed   vigile nei rapporti tra la Siria e la Giudea col suo epitropos e i suoi figli.

Per Flavio Antipatro ha raggiunto un potere  exousia che gli deriva da   therapeia .. basilikh, cura verso i suoi concittadini -che lo rispettano e fanno proskunesis genuflessione come ad un basileus –  e  dagli onori ricevuti come fosse despoths un signore assoluto, pur mostrandosi  formalmente corretto con Hircano, suo etnarca, del quale amministra il patrimonio  con qualche astuta sottrazione.

Inoltre avendo l’amicizia dei romani e figli di valore è cresciuto nella stima di tutti, a dismisura.

L’invidia dei giudei, avversari,  aumenta, però,sempre di più fino all’episodio di Erode che fa uccidere Ezechia l’archilesths, amato dai galilei  per la sua pietas.

Erode , facendo    uccidere uno,  considerato capo dei ladroni, visto come un bandito dai romani, quando è invece  un eroe per il suo popolo, in quanto  fariseo, un maestro integralista antisadduceo ed antiromano,   ha compiuto, comunque, un crimen punibile con la morte per la legge ebraica: l’uccisione di giudei è ingiustificata senza autorizzazione del Sommo sacerdote  e il reo  deve essere processato  dal Sinedrio.

Hircano, come capo del sinedrio, deve decidere la pena da infliggere all’imputato.

La preoccupazione di Antipatro per il figlio minore è massima e quindi l’epitropos cerca appoggi non solo tra i  giudei ma anche tra i romani: da qui  regali e denarii al governatore di Siria, personali e pubblici, per di più sottratti ad Hircano.

Inoltre il padre al figlio consiglia di venire dalla Galilea con un gruppo  tale da potersi difendere, visto che a Gerusalemme la situazione è già sotto controllo dell’altro figlio Fasael, a cui potrebbe sfuggire di mano, dato il numero alto di nemici in città, e considerato l’odio dell’aristocrazia.

Antipatro, conoscendo, però, la titubanza di Hircano, non dispera di  influenzare e condizionare il verdetto  del sinedrio, di solito connesso con quello del Sommo sacerdote, ormai a lui soggetto.

Erode,  per Flavio,  (Ant. Giud, XIV,168), poi, essendo amato dai  Siriani  perché ha ridato loro la pace e la sicurezza dei  loro averi, è diventato,  per conto suo, amico di Sesto Cesare, parente del grande Cesare.

 Allora i più potenti tra i giudei, che erano maliziosi, vedendo Antipatro con i suoi figli  crescere  smisuratamente nel favore popolare e  gestire le rendite della Giudea e i tesori di Ircano – infatti Antipatro si era fatto amico dei comandanti romani ed aveva convinto Hircano a mandare ricchezze a Roma, ma  lui stesso defraudava il dono, e , dopo averlo preso, lo inviava ai  capi romani  non come dato da Hircano, ma da lui stesso- mostrano all’etnarca con prove la rapacità finanziaria ed amministrativa,  evidenziando la frode mercantile del suo dioikeths.

E’, dunque,  congiunta all’accusa diretta al giovane Erode un’altra di  cattiva amministrazione per il padre,  con sospetto di latrocinio nei confronti del Sommo Sacerdote

Lo stesso Sesto, infine,  secondo Flavio  si impegna a difendere il giovane figlio di Antipatro: scrisse ad Hircano, pregandolo di assolvere nel giudizio Erode e minacciandolo se non  obbediva;  a lui furono un pretesto  le lettere  di Sesto  perché Erode non avesse a patire un qualche male  e che anzi fosse assolto: infatti  Hircano lo amava come un figlio.

La questione non è come la descrive Flavio perché Hircano, ormai è entrato nella logica  dei sadducei ,  cioè nella necessitas di dover limitare il potere dell ‘epitropos e dei suoi figli, mascherando , col particolare affetto per Erode, la propria sconfitta di etnarca, che deve cedere alla violenza romana e del suo consigliere, che coi suoi denarii ha comprato la protezione.

Hircano , apparentemente esaltato da Cesare nei decreti, è,invece,  un fantoccio  nelle mani  del suo epitropos scaltro, del governatore di Siria e dell’imperium cesariano.

Tutti i protoi  gerosolomitani affermano che il titolo regale di Hircano  è vuoto e che la sua negligenza di etnarca ha autorizzato Antipatro e i figli ad assumere ogni autorità e ad usarla autonomamente.

Perciò, essi  chiedono un netto intervento contro l’abuso di potere di Antipatro e contro i  figli che hanno dimostrato  coi fatti  la loro arroganza sfidando il legittimo potere  e sostengono che Erode venga in giudizio davanti al Sinedrio.

Secondo  Flavio, nel giorno del giudizio, Erode si presenta,

senza mostrarsi temibile ad Hircano,  ma portando  truppe sufficienti  per non trovarsi  nudo  e senza protezione  davanti ai giudici- secondo il consiglio paterno-,  e risulta, nonostante la giovinezza,  uomo capace di fare tacere  i suoi oppositori e  per lo meno intimorirli.

 Creata, dunque, una situazione di controllo del sinedrio,  grazie alla paura di fronte ad armati, stando tutti  seduti uno di loro, -un sacerdote esseno-  Samea, uomo giusto, e perciò meno pauroso degli altri del pericolo, parlò in questo modo: o giudici del sinedrio, O re, io personalmente non conosco nessuno che, chiamato in giudizio,  sia venuto e stia in tal modo – presuppongo che anche voi pensiate la stessa cosa!- anzi ciascuno, se citato a questo giudizio,  si presenta  con umiltà e chiede  pietà, portando i capelli lunghi e vestito di nero, ma, questo  ottimo  Erode,  pur dovendosi difendere dell’accusa di omicidio e chiamato per questa ragione,  è presente qui, vestito di porpora, avendo il capo accuratamente ornato e circondato da armati,  cosi che, se viene condannato da noi secondo legge,  ci uccide tutti (Flavio ibidem 173).

Lo storico fa chiudere bruscamente il discorso all’esseno, che assolve l’imputato, cosciente che non bisogna andare contro la vis militare,  per non  dare la possibilità della strage.

Hircano e il sinedrio non condannano Erode  che rimane libero e mai più sarà inquisito,  ed allora  il governatore Sesto – dopo quasi un ventennio di dominio romano- può dettare le regole ed andare contro la legge giudaica, invalidandola con la prepotenza delle armi anche con un suo giovane protetto, accusato di illegalità.

Samea, esseno, che conosce il sapore della sconfitta e che, nella sua giustizia  e santità,  rileva la necessitas di  arrendersi alla bia – sottesa nel verbo  Biazoo-, per evitare un male peggiore, grida: sothhi/ sia salvo e libero chi fa violenza alla dikh!.

Una massima essenica!  Un esseno deve arrendersi davanti al pericolo e sottomettersi alla violenza: la vita è bene prezioso.

Flavio sa mascherare anche lui in epoca Flavia la sua dignità di sconfitto  e mangiare sul piatto, amaro,  del vincitore!

Infatti seguita a mostrare  gli editti cesariani, inviati alle città della Fenicia a favore degli ebrei e di Hircano: possedessero i suoi figli  il principato sui giudei; il principe dei giudei e rettore sostenesse i legati che avessero subito violenza; gli ambasciatori dei giudei, che fossero rinviati ad Hircano, figlio di Alessandro, perché trattassero con lui dell’amicizia e dell’aiuto e  appendessero per lui una tavola di metallo scritta in Greco e in latino, come sotto è mostrato, in Campidoglio, in Tiro, Sidone, Ascalona e nei templi. e che il presente  decreto fosse  notificato per gli amici  a tutti i questori e ai magistrati delle città  affinché si prestasse ospitalità agli inviati e che queste ordinanze fossero pubblicate ovunque. (Ibidem 196-198) .

E  Flavio ci tiene a mostrare che gli editti riguardanti Hircano e la sua gente,  scritti  e sotto Cesare e sotto altri governatori e sovrani romani, sono appesi, molti a Sardi, alcuni ad Efeso, a Coos,  a Mileto, a Pergamo  ad Alicarnasso!

Noi oggi sappiamo come  si falsifica un editto e quanto spesso lo  si faccia in epoca cesariana, specie sotto il consolato di Antonio: per oltre quattro mesi, dopo la sua morte,  Cesare decretava ancora!

I beneficiari possono essere anche i giudei, tanto bravi a pagare talenti ai corrottissimi romani dell’estrema res publica!

Flavio conclude affermando che decreti  di questo genere ce ne sono molti approvati dal senato e dagli imperatori riguardanti Hircano e la nostra nazione e così risoluzioni di città e trascrizioni di  governatori provinciali in risposta  a lettere, in merito ai nostri diritti, tutti coloro che desiderano leggere la presente storia senza malizia avranno la possibilità di credere

dai documenti che abbiamo citato.  Infatti abbiamo addotto prove  chiare e visibili  della nostra amicizia ai romani, additando  quei decreti incisi  su colonne di bronzo e tavole,  che tuttora si conservano in Campidoglio e seguiteranno a rimanervi; mi sono astenuto dal citarli tutti perché ritengo  ciò noioso e sgradevole (Ibidem, 265-266)

Il discorso fatto da Flavio non è alethhs vero( aletheia vale non si nasconda!)  ed  è dettato da paura propria di chi scrive sotto padrone e di chi deve fare apologia  e si chiama Flavio e che è storico ufficiale della dinastia flavia!:  è il phobos di Hircano e di Samea, di fronte ad Erode, ad Antipatro,  a Sesto, ai romani!

Servare vitam è la legge fondamentale dell’ebreo davanti alla prepotenza; mascherare la verità è necessitas nella speranza essenica di altri tempi  per ricacciare, da martire,  l’odio contro l’invasore ed oppressore!.

Flavio (Ibidem 268) aggiunge da sadduceo, nutrito di fariseismo che questo sia detto circa l’amicizia che ci fu in quei tempi coi Romani!

E subito dopo parla così: Ci fu in quei tempi una sedizione in Siria: in tale circostanza il pompeiano Cecilio Basso uccise a tradimento Sesto  e prese coi suoi soldati il potere.

Si è nel 45 a.C. poco  prima della battaglia di Munda e Cesare sa dei tafferugli in Siria  ed invia , perciò, truppe in aiuto del cugino, che arrivano tardi  e restano a disposizione del vincitore tra i cesariani, divisi poi, dopo la morte del Dictator, in filocesaricidi e in anticesaricidi, prima di cominciare un’altra guerra civile tra Antonio ed Ottaviano nel seno degli stessi populares, mentre ancora sono continue le lotte  con i vecchi pompeiani, non ancora domi dopo tante sconfitte, nelle province.

In Giudea la situazione è  ancora più grave: oltre alla guerra civile romana delle partes  c’è anche la lotta tra Antipatro ed Hircano, ora congiunto con Malico.

Agli idi di marzo del 44 peggiora la situazione quando già gli eserciti cesariani, pronti ad Apollonia per iniziare la campagna parthica, contro  confratelli aramaici,  sono di nuove suddivisi  a seconda dei capi per nuove destinazioni.

C’è amicizia davvero tra i romani e i giudei in Giudea!  

Con l’arrivo  nella  Provincia  di Siria  e  in Giudea di Cassio Longino e  dopo non molto di Staio Murco, cesariano filo antoniano,  in un giro di nomine senatoriali  in nemmeno 18 mesi,  si verifica un disorientamento generale tra i provinciali costretti a schierarsi a favore dei cesaricidi e degli anticesaricidi e poi a favore  di una pars contro un’altra dopo la  Battaglia di Filippi.

La vittoria di Antonio e di Ottaviano su Cassio e Bruto determina una divisione tra i populares cesariani mentre ancora vagano nell’impero eserciti ex pompeiani e truppe  seguaci dei  cesaricidi, pur dopo la sconfitta dei fautori della Restitutio rei publicae.

Non solo  nelle corti e nelle città e nei villaggi,  ma anche nei clan tribali  si verificano contrasti, lotte e scissioni.

Nella famiglia di Antipatro, che è un clan  idumeo-nabateo, con elementi di varia natura, con una moglie nabatea, Cipro, che gli ha dato 5 figli (quattro maschi, Fasael, Erode, Giuseppe, e Ferora;  ed una femmina Salome) – non si escludono  altre mogli e  concubine -(Flavio, Guer Giud. I, 181) ci sono divisioni in relazione alla maggiore o minore informazione dei fatti romani.

Erode, che è  in Galilea, collegato con elementi siriani, giovane irrequieto, precipitoso, desideroso di regno, (Ibidem 214 e Ant. Giud. XIV,182-184)  è diventato amico di Cassio Longino, mentre la sua famiglia,  che vive a Gerusalemme,  avendo notizie dirette  da Roma- tramite anche il carteggio tra il senato e Hircano –  più precise circa gli eventi prima e dopo Filippi, si schiera concordemente con Antonio,  coi triumviri, desiderosi di punire i colpevoli della morte di Cesare, dopo essersi liberati dei propri avversari politici.

La morte di Cicerone nel dicembre del 43 è in relazione alla fuga dei cesaricidi  dopo la lex Pedia,  a  seguito dell’esito della guerra di Modena un senatus consultum di espulsione e di esilio nei confronti di Bruto e di Cassio e di ratifica dell’avvenuto II triumvirato, per cui è concessa la proscrizione dei propri avversari.

Il resto della famiglia è compatto a Gerusalemme anche perché Fasael non ha più il controllo della città ed Hircano ha già in Malico, un factotum  rappresentante dell’aristocrazia  e dell’élite templare, capace di scalzare lo stesso Antipatro, connesso anche lui con i triumviri: sono scelte fondamentali, vitali per ognuno durante una guerra civile.

Secondo Flavio  tutto deriva  dalla tarachh/sconvolgimento, scoppiata ad Apamea  al momento della  morte di Sesto Cesare  e della lotta tra i cesariani e i pompeiani, acuita poi da o megas polemos  tra Cassio e Bruto da una parte  e i triumviri dall’altra.

In effetti Cassio Longino, venendo in Siria cerca di riconciliare le fazioni  per meglio imporre  tributi e libera dall’assedio i pompeiani di Cecilio Basso, circondati dai cesariani   di Staio Murco, destinato poi a succedergli nella carica.

La situazione è molto difficile, critica a causa dei tanti eserciti romani presenti in zona e dei disaccordi politici dei legati schierati chi da una parte chi da un‘altra, non essendoci una vera comunicazione nell’alternarsi rapido  dei fatti,  data anche la distanza da Roma.

Non si conosce in una guerra civile, nemmeno nelle famiglie, chi sia amico o nemico!

Comunque, Cassio Longino, avendo bisogno di denarii e di uomini,  impone tributi duri  alla Siria ed anche alla Giudea.

In questa ultima regione, poco più  piccola di  come Marche –Abruzzo- Molise-, già depauperata per un prelievo di oltre 13000 talenti  Cassio chiede 700 talenti da reperire in fretta (Guer. Giud.I, 220, Ant. Giud.XIV, 272).

Perciò, secondo noi, anche nella famiglia di Antipatro subentra una divisione tra Erode  che, entrato nell’orbita di Cassio (e di Bruto), attirato dai romani che, andandosene,  gli affidano, dopo  averlo nominato governatore della Celesiria,  navi ed una forza di cavalleria  e di fanteria  promettendogli  di nominarlo re di Giudea , non appena  sarebbe finita la guerra  propria allora  iniziata  tra Antonio e il giovane Cesare. (Ibidem 280).

Flavio  parla non della guerra di Filippi, ma di quella che terminerà ad Azio, ora appena iniziata: i cesaricidi cioè fanno una promessa  da mantenere dopo la loro vittoria sugli avversari e  a seguito della fine della guerra aziaca.

Un assurdo! Un assurdo che si spiega con la conoscenza dei fatti successivi poi narrati dell’elezione a re di Erode, – fuggito dalla patria invasa da Pacoro ed Antigono, figlio di Aritobulo- a Roma, in senato, begli ultimi sette giorni di dicembre del 40, ad opera di Antonio e d Ottaviano.

Orar invece in situazione reale,  Antipatro ha inviato inizialmente i suoi  figli perché si ricorda dei ricevuti benefici e perché riteneva giusto punire chi ha ucciso Sesto, nonostante la conciliazione poi imposta da Cassio.

L’epitropos sa che la nomina di  Cassio è del senato ma attende notizia da Antonio che è impegnato nella guerra modenese  in cui si sono scontrati  le forze senatorie  comandate dai due consoli dell’anno Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, congiunte con le truppe  del giovane Ottaviano  e l’esercito  di Antonio, che assedia il cesaricida Decimo Bruto, il 21 aprile del 43.  La vittoria senatoria non ha impedito, a causa della morte dei due consoli quasi simultanea, ad Antonio, comunque, la congiunzione con le altre forze cesariane con quelle di  P. Ventidio Basso  proveniente dal Piceno e con quelle dalle Gallie di Emilio Lepido e di Manuzio Planco.

Grazie a questa riunione di forze cesariane Ottaviano è costretto a venire ad un accordo (poi sancito dalla lex Tizia, con Emilio Lepido ed con Antonio).

Antipatro, infine, ha  avuto informazioni sul viaggio di Cornelio Dolabella, destinato alla carica di governatore di Siria   con  un mandato  snatorio autorizzato da Antonio e quindi dai triumviri, cesariani.

Antipatro   deve accettare  per il momento  che  Cassio, dopo aver convinto    i cesariani Lucio Staio Murco e Quinto Marcio Crispo con le loro sei legioni a passare dalla sua parte,  avuto in qualche modo il  consenso di Aulo Allieno con le sue quattro legioni egizie , abbia imposto  tributi.

Nel pagamento dei tributi Antipatro  deve essere entrato in conflitto con Hircano e  Malico, che vogliono  seguire il Cesarida come  uomo  rappresentante del senato, che sta ristabilendo l’ordine repubblicano, che ha  potere su tante legioni, pur  nel lor cuore avendo un sentimento aramaico antiromano.

Il capo famiglia idumeo,  invece,  ha piena coscienza che la Giudea è in uno spaventoso disordine  (ibidem,273) essendo percorsa da eserciti comandati da ex legati cesariani che cercano ognuno il proprio profitto e quindi, di fronte ad un  megiston kinhma  un grandissimo rivolgimento politico, in una  contraddizione di comandi e in un’incertezza dell’esito finale della  guerra di Ottaviano con  Antonio, decide di essere molto prudente nel raccogliere  i tributi e  dissente dall’etnarca.

L’epitropos prende tempo,  per prima cosa, per stabilire  con Hircano  e con Malico come riscuotere e a chi affidare il compito.

Poi stabilisce di dividere  la riscossione dei  tributi   dando la  cura ai suoi due figli ed  ordinando che una parte fosse raccolta da Malico  e il resto  da  altri.

Sembrerebbe perciò che l’epitropos faccia una triplice ripartizione di lavoro, in relazione forse ai distretti gabiniani,  una ai figli, una a Malico, una ad altri (gli ufficiali delle città- pare-) ed abbia una precisa conoscenza della situazione (migliore di quella di Giuseppe Flavio che non ha  compresenti i tanti fatti della realtà storica del momento).

Nella sua prudenza di uomo non lontano dalla senectus  Antipatro sa di poter giocare la carta  di una raccolta lenta sapendo che Cassio ha fretta ed ha urgente bisogno di denarii, essendo ben informato sull’imminente arrivo di  Cornelio Dolabella.

L’adesione  di Erode, invece,  alla volontà di Cassio  è totale: il  giovane, memore delle promesse (nella sua famiglia, non essendo primogenito non ha diritto di  succedere al padre! ) vuole essere il primo  a consegnare 100 talenti,  come prova della sua solerte  partecipazione, (lodato, perfino, da Flavio, Ant giud.XIV, 274 perché riteneva  opportuno, da uomo accorto,  coltivare, fin da allora, i romani  e guadagnarsene  la benevolenza, a spese altrui.

Lo storico non ha presente la situazione , perciò ritiene uomo accorto chi   segue Cassio solo perché romano, e non tiene conto del suo destino di

sconfitto,  mescolando insieme e confondendo – come un uomo del I secolo d.C.- i fatti, senza distinguerli: una cosa è la guerra filippense, un’altra la guerra  tra i triumviri; ed infine mette la  promessa ad Erode  in relazione al fatto che poi altri romani realizzeranno tale attesa del giovane  in altro grave momento storico.

La filoromanità ambigua degli erodiani che si guadagnano l’amicizia romana a spese altrui,  comunque, è anche la sua stessa filoromanità!.

Antipatro, invece,  che deve aver ricevuto lettere da amici  sulla situazione a Roma e in Asia nel primo semestre del 43,  è informato circa il tradimento di Cornelio Dolabella, genero di Cicerone, passato prima dalla parte dei cesaricidi  e poi ripassato tra i cesariani  per  ottenere la conferma del suo ufficio di console da Antonii.

Successive lettere lo informano poi che Dolabella grazi  al suo cambio di bandiera, ha avuto denarii ed appoggio politico da Antonio  col comando della spedizione militare contro i Parthi e con la nomina a proconsole della provincia di Siria e quindi  con le forze necessarie per cacciare Cassio.

Sono così conosciute  da Antipatro la rapina  fatta in  Acaia ,  in Macedonia, in Tracia in Asia da Dolabella , che si scontra col cesaricida  Gaio Trebonio e lo fa uccidere.

Infine vien informato  che Dolabella  si è messo in contatto con Cleopatra , la quale  gli ha assicurato l’appoggio della sua fotta,  se riconosce la coreggenza di Cesarione  in Egitto.

Antipatro quindi è fiducioso nel ripristino della situazione secondo l’ordo cesariano  grazie al genero di Cicerone.

Le ultime lettere  però  gli tolgono ogni  speranza perché Cassio avendo saputo della morte di Trebonio,  governatore di Asia, blocca  Dolabella, a Laodicea, appena arrivato in Siria e perché nel luglio il praefectus Classis l’ammiraglio L. Staio Murco ha sconfitto la flotta egizia, impedendo i rifornimenti alla città.

Da lettere sa che Dolabella, dopo una sortita non riuscita, si uccide.

Quindi Antipatro, caduta la speranza  dell’arrivo del nuovo proconsole tende a non pagare, con la sua strategia, e quindi fa ritardare Fasael a consegnare i 100 talenti, in attesa degli eventi romani.

L’ira di Cassio, però,   si abbatte su Malico, destinato a morte, se non paga i 200 talenti previsti, che però,  viene salvato, da Antipatro, tramite Hircano, che versa di tasca propria 100 talenti per il suo diretto collaboratore.

Sorprende questa operazione dell’epitropos a favore di una avversario,  che è presentato dallo storico come ambiguo nella sua politica.

Gli altri 300 talenti, dovevano essere raccolti dagli ufficiali che, non avendo svolto il compito, da Cassio sono venduti come schiavi, mentre quattro città sono ridotte in servitù (Gofna ed Emmaus; Lidda e Tamna).

 

Malico, comunque, ed Hircano ora, dopo il pagamento forzato a Cassio,  fanno piani secondo Flavio,(Ibidem 278) rimasti ignoti, contro Antipatro, che scopertili, passò il Giordano,  radunò un esercito di arabi e di nativi  contro di lui.

Seguono spiegazioni circa la non esistenza di complotti, in un riconoscimento formale della superiorità militare dei suoi due figli, e  si giunge ad un riconciliazione (Ant giud,XIV,279) dopo un secondo salvamento di Malico ad opera di Antipatro (questa volta lo vuole morto  Murco,  governatore di Siria, amico di Cassio, partito verso l’Asia minore).

Questa parte flaviana presenta molte parti che non sono chiare   e si prestano ad equivoci,  data l’imprecisione delle date, la non distinzione delle  due guerre, confuse stranamente da Flavio  in quanto l’autore sovrappone le imprese : una cosa è la guerra dei cesaricidi contro Antonio e Ottaviano ed una quella tra i due triumviri.

La sconfitta e la morte di Cassio mette Erode in una situazione difficile dovendo poi riciclarsi con i cesariani che  dubitano della sua lealtà dopo il periodo cassiano: d’altra parte il suo rapporto dura fino  a pochi giorni prima della battaglia di Filippi.

Solo dopo la vittoria dei Triumviri  presso  Filippi, città della Macedonia sulla via Egnatia, sotto il monte Pangeo, non lontano da Cavala odierna, nell’ottobre del 42 , sulle forze repubblicane  dei cospiratori, dopo due battaglie, la prima del 3 ottobre e la seconda del 23 dello stesso mese  grazie (Lepido è assente, rimasto in Italia come presidio cesariano)  al valore  e alla strategia militare di  Antonio  e in minore misura di Ottaviano, in quel momento malato, la situazione nelle province cambia e si cerca di tornare alla normalità.

Circa un anno prima, verso primi di agosto, la vicenda umana di Antipatro si è chiusa  per avvelenamento ad opera di Malico.

Flavio non ci spiega né ci dà indizi per la definizione esatta del personaggio, che potrebbe avere un qualche parentela con Antipatro, che lo protegge anche quando gli è chiaramente avverso.

Non ci sono dati reali ma si può ricostruire la fisionomia di Malico, come un aristocratico sadduceo, consigliere di Hircano, cesariano, ma anche un patriota, integralista che  approfitta della situazione di crisi di comando romano, per trascinare il debole Hircano verso soluzioni nazionalistiche  subito dopo la morte di Cesare e nel periodo della guerra modenese , quando  è assente al regia del senato allorché predominano gli egoismi dei legati delle truppe cesariane, per di più in disaccordo.

Hircano, comunque, sembra, il mandante della morte- decisa per la sua ferma filoromanità-  di Antipatro, di cui Malico è l’artefice tramite il coppiere.

Hircano quindi è staccato dalla tutela di Antipatro lentamente  nel corso di tutto il primi mesi del 43 per appoggiarsi a Malico e alla fazione vincente senatoria.

Quali sono i piani di Malico?

Costituire forze ebraiche sia politiche che militari senza dipendere dalle legioni romane ? fare  connessione col Tempio? e con Cleopatra e  l’Egitto  tramite gli oniadi? con i confratelli Parthici?

Qualunque siano i piani di Malico   in quel 43,  così controverso perfino nella storia,  Hircano,  è entrato in una logica  di generica conformità coi cesariani ma con uno spirito di indipendenza e di patriottismo  mentre ,  Antipatro e Fasael  pur essendo   della stessa impostazione concettuale sono ricattabili  a causa del comportamento filocassiano di Erode , ed esposti alla critica anche dei farisei e del popolo filoparthico.

Malico, dunque  grazie al consenso di Hircano e del sinedrio, zelante  nelal sua politica  nazionalistica popolare  convince il coppiere del suo sovrano  ad uccidere col veleno Antipatro.

Flavio dice ( 281 ) che Malico,  avvelenato Antipatro, avendo  con sé  dei soldati, restituì l’ordine nella città, sottendendo che Gerusalemme era in tumulto.

Quini è possibile inferire che  gà la città non è più sotto controllo di Fasael e che l’azione di Malico è  congiunta con lo strategos del tempio, di nomina del sinedrio .

Flavio  (Ant Giud.,283) fa il panegirico di Antipatro  quasi un elogio funebre marcando  Eusebeia, dikaiusunh  e  spoudh verso la patria: fu uomo distinto per pietà e  per giustizia, superiore a tutti  per devozione verso la patria

Flavio con i tre termini  fa il ritratto del giudeo teleios/perfetto,  pio, giusto e patriota. secondo la lettura di Nicola di Damasco che è lo storico di Erode e che vive nella sua corte  fino alla sua morte, per poi passare a quella di Gaio Cesare Ottaviano Augusto, mostrandone la filoromanità

Secondo noi, Antipatro  è un aramaico, di formazione e di pensiero farisaico-essenico, antisadduceo, ma fedele al suo Tempio e al suo Sommo sacerdote ed etnarca.

E ’un militare, un combattente  valoroso- che porta impressi nel suo corpo i segni delle ferite,  ammirato da amici, nemici e perfino da Cesare- per la sua patria contro Nabatei e  contro i romani invasori, corrotti, padroni del  mondo.

E’  politikos,  un politico  capace di  amministrare bene, di fare politica    reale in situazione, freddo nel ragionamento e funzionale in  ogni sua azione, calcolatore opportunista.

Ogni sua scelta decisionale è ponderata sia con Pompeo che con Gabinio e con Crasso: pur da soggetto e  subalterno, è a loro fianco, meritando il rispetto e l’amicizia  di chiunque, perché capace di rimanere al suo posto , nonostante la  utilità funzionale, nella imperscrutabilità del personale  pensiero.

La decisione in senso cesariano, dopo il lungo servizio pompeiano, maturata dopo l’uccisione di Pompeo, a seguito della trappola in cui è caduto il Dictator in Alessandria, risulta  di Salvezza per i cesariani e per lo stesso Cesare nella guerra alessandrina.

La conseguente  riconoscenza cesariana sancita nei decreti filoebraici, è premio del suo tempestivo intervento militare, della sua capacita di coordinatore  e mediatore politico, dotato di metrioths.

Lo stesso rapporto con Hircano,  ambiguo, e quello con Malico sono segni di un adattamento provvisorio, locale  in relazione a situazioni più grandi in contesti più complessi come quello della politica dell’imperium romano universale.

Antipatro è uomo che sa passare indenne nelle spire del primo triumvirato servendo i tre viri dominatori, sopravvivendo alla guerra civile tra i cesaricidi e anticesaricidi, all’incipiente lotta tra Ottaviano Antonio e Lepido.

La sua morte  per avvelenamento  è opera di un  Sommo sacerdote, conservatore, e di un avversario sadduceo, integralista: una stolida esecuzione in nome di una reazione momentanea antiromana e di progetti filoparthici.

Malico è  un altro buon  giudeo, più integralista, più legato alla mesopotamicità  giudaica e ai confratelli di Parthia, minacciati dai romani,  che pur nella guerra civile più feroce, sono dell’avviso di seguire i piani cesariani, con Dolabella prima e poi con Antonio.

La politica di Malico quindi è conservatrice  anche se deve subire il predominio delle truppe romane  ed è  contraria a quella di Antipatro troppo moderato per un integralista

Malico ha molti legami con le popolazioni armene  adiabene  siriache al confine  che hanno legami con  la Parthia da dove vengono segnali di una controffensiva e d preparativi militari  eccezionali: gli ebrei già methoroi

Banchieri che cambiano le valute, che parlano aramaico e sono  correligionari di molti sperano in una cambiamento totale e in un’annessione della  Siria al Regno arsacide.

Malico quindi   potrebbe aver fatto piani per la connessione con le forze  parthiche, proprio quando l’imperium romano si sta logorando in guerre intestine, specie quella filippense quando potrebbe essere facile una rivolta popolare antiromana con l’aiuto dei Parthi.

La morte di Antipatro potrebbe essere un segno del trionfalismo aramaico in Giudea ed avvertimento per la romanitas.!

Saputa la notizia ,i due figli vogliono una vendetta rapida, ma non possono senza autorizzazione romana. Fatto il funerale sontuoso per il padre, Erode  attende notizie da Cassio.

Ora per tutto il 43 e buona parte del 42  i due figli sono concordi nel volere la vendetta e specie  Erode  che spera di averne l’autorizzazione il più presto possibile, quando già  si respira aria di guerra tra la Parthia e Roma .

Nell’attesa  di una risposta di Cassio, comunque, Erode , fiducioso nell’aiuto romano, provoca i rivali, entrando in Gerusalemme ,  durante la festa dei Tabernacoli,  con le sue truppe,  (ottobre),  anche se non ha il permesso di Hircano che ha motivato il rifiuto, su suggerimento di Malico,  che non era conveniente  introdurre una folla di stranieri  quando il popolo  era in uno stato di purità rituale (Ibidem, 285)

Erode, senza curarsi del  divieto, vi entra, di notte,  facendo spaventare Malico,  che subito si professa estraneo alla morte del padre di fronte a tanti testimoni.

Di conseguenza Erode  ritiene opportuno non smascherare la sua simulazione  e contraccambia la sua cortesia  con cortesia, per non destare sospetti (Ibidem 287): Gerusalemme come popolazione  e come fedeli di varia etnia  non è un campo di battaglia   facile , potrebbe diventare una trappola, dato il valore del simbolo religioso e   considerata la potenza d sadducea.

Cassio  essendo impegnato nel riunire le legioni e  nell’addestramento  delle nuove leve, ritarda la risposta: probabilmente  concede ad Erode l’autorizzazione ad uccidere l’avversario verso al fine di settembre del 42, quando si attende a Roma l’esito della battaglia di Filippi.

Anche  Hircano e Malico, comunque, hanno nella capitale uomini  di riferimento, che possono solo  dare vaghe indicazioni: si è in una tragica situazione di attesa.

L’azione  è concordata, mediante  lettere, da Erode  con Cassio,  che  alla fine  decide di accordare il permesso di uccidere il protos Malico, dopo qualche mese dalla presa di Laodicea: in quell’occasione  sono presenti Malico, che rappresenta  Hircano , ed Erode stesso,  ambedue   con le mani piene di doni,  corone  e denarii per i romani.

Poco dopo,  dunque,  ad Erode giunge l’autorizzazione ad uccidere a Tiro Malico con l’aiuto di tribuni di stanza in quella città, che diventano i suoi sicari, naturalmente, pagati.

Flavio, come per spiegare meglio,   mostra che Malico,  avendo suo figlio ostaggio di Cassio a Tiro, vuole per prima cosa liberarlo e poi  suscitare una rivolta nella nazione  e prendere il potere,  mentre i cesaricidi e gli anticesaricidi si affrontano in campo aperto.

Malico è un aramaico integralista, eukairos, come ogni ebreo, vicino al sacerdozio, in quell’epoca romana, alla fine della repubblica!

Flavio  usa il termine daimon per indicare il divino to theion  che si oppone ai piani di Malico, uomo che va contro il volere thelema di Dio!

To Theion favorisce  i piani di Erode!

Flavio, sacerdote e storico,  (Ibidem, 292) racconta, volendo mostrare  come si compia il destino di Malico: I tribuni vennero, lo incontrarono  sulla spiaggia  e lo pugnalarono a morte ….

Quando la notizia giunge ad Hircano,  questi rimase stordito  e senza parola  per quanto era avvenuto. Riavutosi, poi, con difficoltà, domandò agli uomini di Erode quale fosse stato il significato di quell’atto e chi avesse ucciso Malico.

Saputo che questo era stato ordinato da Cassio, lodò l’impresa affermando che Malico era veramente un pessimo individuo e cospiratore contro la sua patria.

Il sacerdozio mostra il suo vero volto: emotività e pavidità, testa china davanti al potente, disprezzo e condanna del servo, perfino fedele, senza alcuna commiserazione!

Hircano il cesariano, l’imbelle sovrano di Giudea, il  servo dei romani, manovrato ora da Antipatro ora da Malico,  ordina la morte del primo e condanna spietatamente  il secondo, mostrando la falsità sacerdotale, la propria immorale ignavia,  in un disprezzo dell’altro, in una negazione della sua stessa politica filoromana moderata e di quella antiromana filoparthica, nazionalistica, in nome della superbia di casta.

La sua meschina posizione  è la supina rassegnazione dell’ asmoneo degenere, smidollato e del  sadduceo fatalista, molto lontana  da quella di Samea fariseo ed esseno, che cede solo alla vis , pronto a sacrificare la vita, all’occorrenza,  per la propria fede e per la propria patria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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