Il ritorno di Erode e la riconquista di Ventidio Basso

 

Il ritorno di Erode e  la riconquista di Ventidio Basso

 

 

L’ordine romano è turbato in una grande zona delimitata a Nord dal Ponto Eusino e dal Caspio  fino al Mar Mediteraneo a sud –ovest, e ad Est in Nabatea nella zona transgiordana.

I governatori romani, fuggiaschi, sono sotto la protezione della flotta stazionante nel mare greco di Manucio Planco, governatore nominale di Siria, costretto  a ritirarsi sulle isole dell’Egeo (Cassio Dione, St.Rom., XLVIII, 24), essendo quasi tutta la costa di Caria e di Licia e parte della Panfilia, occupata dai parthi.

Quinto Labieno è giunto in Cilicia, seguendo gli ordini di Pacoro, il figlio di Orode, che si presenta come il liberatore dei greci e loro soothr.

Plinio (Nat.Hist.,V,93) e Strabone (Geog.XIV,66) concordano  nel mostrare la morfologia,  l’orografia e l’idrografia  della zona tra Cilicia e Siria e nel riconoscere la funzione divisoria del fiume Melas (Manuygat Cay) e nel menzionare le porte  cilicie Kuliakiai Pulai, il passo del Tauro/Guelez Bogaz, a 1100 metri, a nord,  e  a sud-est  le Amanikai Pulai o passo del monte Amano, al confine tra le due province romane.

Per il rilievo, nella zona distinguono la Cilicia Aspra/ Tracheia e il Tauro, ad Ovest,  l’Antitauro  a Nord, l’Amano ad est e la pianura cilicia  kilikia pedias.

Ventidio, dunque, sbarcato in Panfilia, avanza verso la pianura cilicia,  favorito dalla flotta di Planco,  facendo ritirare verso l’interno le truppe parthiche di  Quinto Labieno.

Si sa che le truppe antoniane di Ventidio e di Planco  sono costituite da 13 legioni (circa 78.000 uomini)  e da 6.500 cavalieri, oltre agli auxilia truppe ausiliarie locali di combattenti partigiani.

Nel complesso, quindi, c’è un corpus militare di circa 100.000 uomini, che comprende reparti speciali di veliti, armati alla leggera, e di frombolieri,  cohorti di elementi  dotati di funda (frombolo), capaci di  gettare  fino a  400 metri proiettili, posti in una borsa, che portano a tracolla,  contenente pietre di argilla e palline di piombo a forma di prugna  (20-30 grammi).

Questi sono chiamati comunemente Balearici, ma sono anche greci, oltre che delle isole Baleari (e specialemnte quelli antiparthici sono cretesi) che hanno diverse competenze in quanto lanciano chi a breve distanza 100-150 metri, chi a media  200-250 e chi a 300-400 metri ed oltre.

La novità assoluta di questo reparto è che il fromboliere, se è appostato, è micidiale in quanto  colpisce l’arciere che ha una gettata minore, specie se è  a cavallo e tira dal basso verso l’alto.

Non si conoscono le esatte date di partenza delle truppe di Ventidio Basso: si crede che Planco con Fulvia sia partito con urgenza agli inizi del 40, mentre il legatus piceno alla fine dell’anno o nei primi  giorni del 39.

Dunque c’è un lasso di tempo di oltre 10 mesi tra le due partenze di truppe antoniane.

Ventidio  è probabile che sbarchi in Panfilia non molto prima di Erode, che arriva a Tolemaide a metà febbraio  per dirigersi in Idumea e poi a Masada con forze anche romane, per liberare i suoi  parenti.

Perciò il legatus antoniano è nella costa cilicia già ai primi di marzo, quando Labieno parthicus imperator è diventato popolare in Asia e per la monetazione e per la propaganda- grazie ai biblia– e  per il suo effettivo valore militare.

Il traditore ha le simpatie dei cives romani, ex pompeiani, che sono passati dalla sua parte perché schierati contro i triumviri.

Anche i re della zona  asiatica sono o neutrali come Castore di Galatia, o antiromani  come Ariarate di Cappadocia  ed Antioco di Commagene (E. Noé, Province Parthi e Guerra civile : il caso di Labieno in “athenaeum”, Pavia.vol 85, 1992;  A. Morello, Titus Labienus et Cingulum-Quintus Labienus Parthicus, Nummus et Historia IX, 2005).

Secondo gli accordi con Barzafarne e con Pacoro, Labieno penetrato  in Frigia, in Licia e in Caria senza aver opposizione,   in breve conquista la zona,  marciando spedito e distruggendo le città nemiche, incontrando  qualche resistenza secondo Strabone (Geogr.XVI,1,28)  ad Alabanda e a Mylasa, dove c’è l’opposizione di Ibrea- poi costretto alla fuga- congiunta con quella di Zenone di Laodicea.

Nel frattempo in Giudea Antigono, idolatrato dagli aramaici,  è riuscito a conquistare Gerusalemme e a controllare il Tempio, con l’aiuto di Barzafarne.

Ventidio procede lentamente in quanto è dux prudens.  Attraversata la Pianura cilicia, protetto dalla flotta, risalendo  il corso del fiume Melas, giunge alle porte Cilicie, facendo  sloggiare Labieno dalla sua postazione.

Questi si ritira, sperando nell’aiuto dei rinforzi della cavalleria parthica,  sia quella degli arcieri che quella catafratta,che sono poco distanti, ma procedono con tempi diversi.

Mentre Ventidio si fortifica  in zona, aspettando  l’arrivo di altre legioni, da poco sbarcate, i parthi, senza essersi collegati con Labieno, convinti della superiorità numerica,  temendo di essere presi, poi, alle spalle dai romani, che stanno sopraggiungendo, attaccano improvvisamente il legatus piceno.

Ventidio, che non ha un esercito numericamente consistente, si trincera ancora di più, fingendo paura, e si rinchiude nei castra, naturalmente ben protetti  e poi, fa uscire come per una sortita i suoi all’improvviso e ricaccia i  nemici, già giunti a ridosso dell’accampamento romano, impossibilitati nell’uso delle frecce dal contingente balearico,  già appostato, verso la Cilicia Tracheia, in direzione della pianura, dove  sono  travolti dalla stessa cavallaria catafratta, pressata dalle sopraggiunte legioni di soccorso  (Cassio Dione, St.rom.,XLVIII,5) .

Dei superstiti solo alcuni  si collegano con le truppe di Labieno,  inutilizzate,  che, sfiduciate, in parte si arrendono, in quanto romani, in parte si sparpagliano per la Cilicia Tracheia tanto che lo stesso Labieno  rimane per giorni nascosto per poi fuggire verso Cipro, là dove è preso dal governatore Demetrio,  da cui è ucciso.

Allora Ventidio si dirige  prima a nord, verso il Monte Amano e poi piega verso sud- est alle pulai amanikai che sono sul confine tra Cilicia e Siria, dopo che si è congiunto con le legioni di Poppedio Silone, preoccupato della presenza delle truppe di Barzafarne.

Mentre la manovra di congiunzione delle truppe romane non è ancora completata, le truppe di Silone, giunte ai piedi del monte Amano, sono attaccate dai Parthi, che utilizzano ora la cavalleria catafratta e mettono in serio pericolo le legioni romane di  retroguardia.

Ventidio fa girare  parte del suo esercito,  volgendolo a sud  verso le spalle della cavalleria parthica  ed attacca di fianco  Barzafarne, costretto a combattere su due fronti, già trivellati dai proiettili a lunga gettata dei balearici,  poi simula la fuga trascinando i nemici  nella direzione, dove ha predisposto un reparto in agguato.

I milites di Silone, liberati dalla morsa, inseguono i parthi.che  improvvisamente si trovano intrappolati  tra tre schieramenti , quello di Ventidio, quello di Silone e quello dei romani appostati nei castra.

E’ una completa vittoria, per cui l’esercito riunito ora  insegue  i nemici,  che ripassano l‘Eufrate, ad ondate,   in fuga, nella zona di Zeugma, da tempo libera dai contingenti romani.

Pacoro, che li ha  riuniti e poi  ricondotti  entro i confini, ora è eletto re dei re, dopo la morte ( o abdicazione) del padre.

C’ è’ un periodo di pausa breve nelle ostilità di un  tre/quattro mesi, in cui ci sono i funerali del re morto (periodo di interregno) e la proclamazione ufficiale di Pacoro riconosciuto sovrano  da tutti i re della confederazione partica, riuniti  a Ctesifonte.

Secondo Flavio in questa fase Ventidio, mentre sta risistemando la Siria, sconfina verso la Giudea  e marcia verso Gerusalemme rifacendo lo stesso cammino di Pompeo.

Non si sa se lo faccia per ordine di Antonio per estorcere denaro agli ebrei gerosolomitani o come è presumibile per una sua volontà di razziare, dando libertà di rapina al suo esercito, in un territorio chiaramente filoparthico, come premio ai milites vincitori nella battaglia del Tauro e in quella dell’Amano.

Si sa (Cassio Dione, St. Rom., XLVIII,59) che occupa facilmente la Palestina  spaventando il maran  Antigono, che essendo a conoscenza della sconfitta di Barzafarne, suo alleato, cerca di venire a trattative, accettando di pagare qualsiasi cifra, pur di mantenere il trono.

Dopo una sosta, Ventidio, inspiegabilmente, ripassa il confine e riprende la sua opera di riorganizzazione della Siria.

Secondo Flavio (Ant. giudaica, XIV, 412-442) entra in Giudea per portare aiuto a Giuseppe, fratello di Erode, che non ancora è liberato dall’assedio a Masada , pretendendo non poco denaro  da Antigono, da Antioco e dal nabateo Malco per aver prestato aiuto a Pacoro, seppure in modi differenti.

E’ chiaro che Ventidio come ogni dux prende denaro dai nemici, a cui impone un tributo da spartire tra il comandante supremo e i suoi legati e i sodati, che devono trascorrere l’inverno nella zona montana e  devono avere viveri, panni coperte a sufficienza, in considerazione dell’inclemenza del tempo e della abbondante nevicata, testimoniata da Flavio (Guerra giud.I,, 288-9).

Dunque, secondo Flavio,  colmato di danaro, Ventidio lascia Silone con un distaccamento per evitare  che, ritirando tutte le forze, il suo procedere risulti brigantesco, proprio di un lesths.

E’ una giustificazione assurda, se riferita al fatto che il legatus  ci è andato per punire quelli che hanno favorito i parthi e per avere non poco denaro, oltre che per i bisogni di non dover svernare in zone montuose, piene di neve.

Lasciare Silone in Giudea  è un ordine di Antonio, che esige di detronizzare Antigono e di fare re Erode secondo il decreto senatorio: la spiegazione dello storico ebraico è collegata con la costruzione successiva  della storiografia augustea!.

Ne deriva che Antigono in relazione al passaggio, pur breve in Giudea del legatus di Antonio, pur conoscendo il mandato senatorio, cerca di circuire Silone, che saccheggia la zona, corrotto da lui e dalle sue ricchezze  (chrhmasin up’Antigonou diephtharmenos, mentre Erode, avviato verso Masada  è  costretto a fermarsi, a causa della resistenza di Ioppe, a lui ostile.

Di conseguenza, sembra che Silone, ora che non esiste più il pericolo parthico, prende denarii e dal maran e dal basileus di nomina senatoria: un legatus romano in terra straniera  pensa, a vittoria  sicura,  all’ esclusivo guadagno personale e  al bene  dei suoi soldati per acquistare popolarità e fare fortuna in politica, al ritorno a Roma.

Potrebbe esserci problema in caso di non obbedienza al proprio dux, che certamente autorizza una tale normale azione, sempre, però, nel rispetto del mandato generale di cacciare i parthi e favorire in Giudea Erode: questa sembra la normativa per i romani!

In questa operazione generale tesa ad estorcere ricchezza dall’una e dall’altra parte, Silone  è incalzato  e pressato  da parte dei fanatici partigiani giudei antiromani ed è Erode a liberarlo (Ibidem, 294).

 Il basileus ebraico, dopo la presa di Resa, avanza verso Gerusalemme, aiutato dalle truppe di Silone e concede l’amnisita ad ogni avversario (doosoon de kai tois diaphorootatois amnhstian, Ibidem295) e fa proclami facendo girare intorno alle mura della città banditori, chiedendo la resa.

Erode si dice l’inviato per il bene del popolo e per la salvezza della città.(ibidem).  

Flavio mostrando la clementia di Erode, ne rileva la non ebraicità rispetto ai  giudei gerosolomitani, che ostacolano con lanci di frecce la comunicazione, in un rifiuto di ogni offerta da parte di un nemico filoromano ed evidenzia il corrotto comportamento di Silone.

Secondo Flavio Silone  en Iudeaai  chremasin  up’Antigonu  diaphtharmenos (etugchane) bighellonava per la Giudea corrotto da Antigono (Guer.Giud. I,191).

Si rilevi  che diaphtheiroo  vale vado vagando rovinando e corrompendo e sottende persona corrotta da qualcuno  con danaro, estranea alle vicende e alle situazioni locali, obbligata a svolgere un servitium.

 Silone non ha altro interesse nella zona se non il guadagno suo e dei suoi milites, in attesa dell’ordine di togliere le tende per altri siti.

Non per nulla Ventidio lo attende in Cyrrestica e quindi è volto verso la spedizione antiparthica ancora incompleta ed è poco interessato alla vicenda del Basileus nominato dal senato, a cui deve  prestare aiuto, se serve.

E’un italico che cerca di sfruttare la situazione, senza entrare in merito alle lotte e alle divisioni tra giudei aramaici  antiromani e giudei ellenisti filoromani!

Infatti aiuta  il re a prendere una fortezza, lo segue e lo ringrazia quando è liberato dai fanatici aramaici lhistai.

 E’ il comportamento romano verso un socius di rango inferiore, anche se basileus locale!

Erode, di fronte alla avidità romana (thn dorodookian)  di Silone, che  è intenzionato ad andarsene in altre zone se non riceve compensi immediati, perché i dintorni della città sono stati spogliati da precedenti requisizioni di Antigono, è costretto a  ritirarsi.

Silone, inoltre, ha problemi nel suo esercito non abituato a climi rigidi, come quello gerosolomitano, montuoso.

Nei castra c’è un tumulto per la protesta dei milites che, a causa della insufficienza dei viveri e del freddo, chiedono di svernare in luoghi più confortevoli.

Ad Erode  non resta altro che implorare.

Fa infatti un accorato appello ai romani, a Silone, ai capitani, al plhthos dei soldati  supplicandoli di  non abbandonare chi ha l’appoggio di Cesare, di Antonio e del senato.

Nell’inverno del 39/38, inclemente, dato il rigore del freddo  a causa dell’eccezionale nevicata, Silone non può opporsi alla volontà dei milites che hanno vinto in due battaglie i parthi e tanto meno non soddisfare le loro esigenze primarie, avendo perfino frenato le loro rapine nel territorio, ora amico.

Erode, conscio della situazione, abile amministratore, dioikeths come suo padre,  requisisce viveri  da ogni parte  e fa  venire da Samaria- dove ha ora fissata la dimora ai suoi famigliari, a sua madre, alla sua fidanzata e a parenti- grano, vino, olio e bestiame e rifornisce l’esercito di Silone, nonostante gli ostacoli frapposti da Antigono

Erode, per prima cosa,  da Gersulemme dove c’è un clima rigido fa scendere  l’esercito romano  a Gerico, zona molto più mite, dove vengono posti gli Hiberna.

Erode,  inoltre, è impegnato a scortare i viveri, perché Antigono ha mobilitato i suoi partigiani per impedire il rifornimento ai romani: Il basileus ha dieci coorti (cinque romane e cinque ebraiche) con mercenari e pochi cavalieri, cattura i nemici ed entra in Gerico, abbandonata dagli abitanti, concedendo la città al saccheggio dei romani, che trovano ogni ben di Dio ( Ibidem 302).

Dunque, bisogna concludere sulla vicenda  di Silone corrotto  e sulla gestione  dei tributi imposti dal legatus piceno che non c’è niente di strano né di inspiegabile in quanto fatto dai legati antoniani, in un territorio considerato nemico o in preda all’anarchia: i romani sanno trarre profitto dalle divisioni interne e da guerre civili!

Ventidio, dunque, secondo gli ordini di Antonio, fatto svernare bene l’esercito in Hiberna con tutti i conforts grazie ai viveri dei socii come Erode, e ai tributi estorti ai nemici nella primavera dl 38, lasciata una guarnigione per Erode e per la difesa delle zone circonvicine,  si dirige verso il Nord.

E’ accaduto durante l’inverno che  Artavaste II re di Armenia   si è alleato con i parthi e con  Pacoro che, fresco marito di sua sorella,  divenuto re dei re,  è desideroso di riprendere le ostilità contro Roma interrotte con la sconfitta sul monte Amano.

I parthi, dunque,  con l’aiuto degli armeni attaccano le regioni del settentrione asiatico, non ben protette dai romani, sorpresi ancora nei quartieri invernali, separati, gli uni dagli altri e mal collegati, date le  scarse comunicazioni.

Viene, allora, richiamato anche il contingente che sta aiutando Erode nella lotta contro Antigono, comandato da Poppedio Silone.

A dire il vero Ventidio chiama anche Erode  a portare aiuti  insieme con Silone  (Ibidem, 309).

Il re giudaico, però, prima di partire deve stanare i briganti che si sono rintanati nelle spelonche, che sono su montagne dirupate, inaccessibili da ogni parte  salvo che per sentieri  tortuosi e strettissimi (Ibidem, 310)..

Flavio aggiunge per mostrare l’imprendibilità dei briganti:  sul davanti  poi la roccia,  in tutta la sua lunghezza  si ergeva a strapiombo su profondissimi burroni, attraversati da torrenti (Ibidem).

 Erode. perciò, ricorre ad uno stratagemma: fece calare dall’alto, mediante delle ceste dinanzi all’imboccatura delle caverne i soldati più gagliardi i quali uccisero i briganti  insieme con i loro e stanarono col fuoco quelli  che cercavano di starsene al riparo (ibidem). Il re ,fabbricando casse, legate con catene di ferro, con una macchina (si tratta di una le calava giù  dalla cima del monte perché non si poteva scendere dalla parte superiore  perché il monte era ripido, né dalla parte inferiore si poteva salire contro di loro.

 Il re usa delle machinae descensoriae, del tipo delle tractoriae per arrivare là dove  hanno nido i lhistai.

Flavio  ricorda  l’episodio del vecchio, padre di sette figli che  sono uccisi  da lui prima di uccidere  alla fine  se stesso e la moglie, insultando il re, definito pusillanimeclemente.

Flavio fa il ritratto del perfetto martus ebraico  col vecchio padre , exemplum di eroismo per ogni giudeo, antesignano dei tanti edim aramaici antiromani, testimoni martures di timore e di amore verso Dio,  come Rab Aqiva!

Nonostante l’attacco durante inverno, Ventidio avanza  sempre in zone montuose, lentamente, guardingo, parvis itineribus/ a marce lente, facendo poche miglia al giorno, con guide locali fidate  e, dopo  alcuni giorni, avendo riunito il suo esercito  quasi completamente,  si stanzia in Cyrrestica, ponendo i castra  a metà monte su un falso piano, ricco di acqua e di vegetazione.

La morfologia del monte Gindaro, raggiunto alla fine di aprile, autorizza opere di occupazione sistematica  lungo i versanti ed appostamenti in alto, fino alla cima, oltre ad opportune fortificazioni, mentre si attende la totale ricongiunzione delle forze romane, dislocate in diverse stationes della Siria e della Palestina.

Ventidio, mentre sistema i corpi di frombolieri di Creta e delle Baleari in punti strategici del monte, in modo da sfruttare i  loro lanci e la loro precisione, opportunamente riparati, quasi invisibili, mimetizzati, fa spargere voces  tentenziose circa il passaggio dell’Eufrate da parte dell’esercito di Pacoro: il dux invia turmae di cavalieri ispano-gallici  a tenere sotto controllo la zona di Zeugma, con l’ordine di rimanere sempre a debita distanza in modo da potersi ricongiungersi col resto dell’esercito.

Secondo Cassio Dione (St., XLIX. 19. 2-3) Ventidio si serve di Canneo un principe  partho a lui devoto, fidatissimo (pistotaton) per costringere (ed ingannare)  Pacoro a fare il viaggio più lungo in  modo da avere il tempo di poter riunire l’esercito.

Pacoro è così pressato a passare il fiume più a sud, ma il re, vedendo i movimenti della cavalleria romana a Zeugma, nella zona vicino a Samosata, subodorando inganno,  preferisce avviarsi invece verso nord, preceduto  dagli arcieri a cavallo,  seguiti a distanza dalla lenta cavalleria catafratta, mentre compatta procede  anche la fanteria (Cassio Dione, St. Rom.,XLIX,2).

Nel frattempo verso la fine di maggio, Ventidio  approfittando della lentezza dei nemici, costretti ad un lungo giro in pianura,  riunisce il suo esercito a nord, là dove pensa  che proprio arrivi  Pacoro,  che deve passare, comunque,   per Samosata, in una zona non molto lontana dalla capitale della Commagene per congiungersi con Antioco.

L’esercito dei parthi, congiunto con quello del re  di Armenia e di Commagene (sembra!) è superiore a quello dei romani e dei contingenti ausiliari., quando  giunge  sotto il monte Gindaro, come per un assedio.

Il luogo è distante dalla capitale di Siria oltre 50 Km e nessun altro esercito è nella zona!

Ventidio, come al solito, è già  appostato in posizione elevata   non lontano da Chyrro in Cyrrestica dove ha lasciato un piccolo contingente nascosto sulle colline: deve solo attirare verso le sue postazioni  l’esercito avversario.

Accade che, pur essendosi  ricongiunto l’esercito  ai piedi del monte Gindaro il 9 di giugno del 38, parte della cavalleria gallica, ritornando da una missione di avanscoperta, è inseguita dagli arcieri a cavallo- un’unità veloce parthica -, che, nella foga  iniziano i combattimenti.

Ventidio, che  attende da tempo questo momento, ordina alla cavalleria romana di ripiegare verso la dorsale del monte portando sotto il tiro dei frombolieri gli arcieri a cavallo.

Questi, convinti di poter svolgere il loro compito, arrivano a ridosso dei castra,  seguiti a distanza dalla cavalleria  catafratta e dal grosso della fanteria parthica, guidata da Pacoro e  da Artavaste II.

Non si sa se  Antioco, imparentato con Orode II, a cui ha dato la figlia come moglie, partecipi, specie dopo le sconfitte, essendo un re socius  dell’impero romano.

Secondo Frontino (Strategemata, cit) , comunque,   la tattica di Ventidio è  da manuale strategico ed è resa  perfetta dall’irruenza del giovane Re, che con  i fanti  circondano il monte.

La battaglia è a favore dei romani  perché il  re, valoroso ma imprudente,  fa attaccare, la fanteria convinto di aver la supremazia territoriale, credendo di trovare Silone in difficoltà, mentre è ancora ai piedi del monte e di annientare la cavalleria Gallica, che invece aggira il monte, protetta dai frombolieri che lanciano  proiettili con una pioggia di missili a lunga gittata Dione Cassio St.,XLIX,20,2).

La situazione della battaglia volge subito a  sfavore di Pacoro  man mano che il gran re  si avvicina alle postazioni nemiche.

Secondo Cassio Dione (St. Rom., XLVIII, 5) e Strabone,(Geog. 16,2) gli arcieri a cavallo, fatto il loro attacco iniziale, tirate poche frecce, sono bloccati dai frombolieri a media gettata  e quindi  non possono avanzare sulle pendici del monte, mentre la cavalleria catafratta e il re sono fermi, ai piedi del monte, ancora impegnati con la fanteria di Silone e con la cavalleria  gallo-ispanica.

Gli arcieri a cavallo, colpiti dai micidiali colpi dei frombolieri, invisibili, precipitosamnete, alla rinfusa,  sono costretti a ritirarsi seminando panico  negli altri reparti  tra cui passano, a cavallo.

Approfittano dello sbandamento generale  la cavalleria gallica  e le truppe stanziate lungo la collina, che si scontrano con la fanteria avversaria, comandata dal re Pacoro, coraggiosamente inervenuto nel mezzo della mischia, mentre disorientata rimane la cavalleria catafratta, che nell’intruppamento  neanche può disporsi completamente.

Inoltre sotto una pioggia di proiettili lanciati dai frombolieri -che giungono a segno anche da grande distanza  fino a colpire la stessa  cavalleria catafratta, ferma,  bersagliata  dai colpi  della postazione dei lanciatori balearici, dislocati alle pendici- il giovane re colpito e ferito, è affrontato da un corpo speciale di  veliti armati all leggera che  inseguono  a piedi,  in discesa,  gli arcieri.

Nello scontro,  un centurione romano  taglia la testa di Pacoro e la alza trionfalmente gettando la costernazione  nei Parthi, che ora si affollano in difesa del  cadavere regale e con sforzi riescono a portare via,  in fuga, protetti  dalla cavalleria catafratta, che anche questa volta, comunque,   è inutilizzata.

Senza il capo dell’esercito,  il re di Armenia si arrende, circondato,  mentre  le truppe  si dirigono verso Samosata  dove Antioco si è già trincerato.

I parthi, morto  il re,  si disperdono  chi verso la Media chi verso il territorio della Commagene, considerato amico, data la parentela tra i regnanti.

Ventidio, dopo la vittoria, lentamente, dispone l’esercito  e   procede alla sistemazione  della Commagene e dell’Osroene, prima di  assediare la cità di Samosata, dove si  è asseragliato il re Antioco, mentre i re degli Iberi, degli Albani e della Colchide, e i dinasti locali siriaci mandano messaggi, mostrando la loro neutralità o filoromanità (cfr S.Andreantonelli, Historiae Asculanae liber IV Padova Typis Matthaei  de Cadorinis  1673pp162-165,183 (Storia di Ascoli, trad. Paola Barbara Castelli e Alberto Cettoli, indici e  note di G. Gagliardi, Ascoli Piceno G.e G. Gagliardi Centro Stampa Piceno, Giugno 2007.p.187, 213-218, 267).

In questa fase messaggeri di Antonio annunciano a  Ventidio di mandare mille cavalieri e di distaccare due legioni in aiuto di Erode ed annunciano il suo stesso arrivo.

Nel frattempo Erode in Giudea attende che arrivino le truppe comandate da Machera, un personaggio sconosciuto, forse un civis romanus  ebreo, un tribunus antoniano.

Erode è impegnato nella lotta contro Antigono, che subito cerca di contattare Machera per corromperlo ed avere il suo aiuto.

Machera sembra accettare inizialmente, ma prevale  il denario di Erode che è più munifico oltre al fatto che deve essere  coerente alla politica verso il suo dux Ventidio e il triumviro Antonio (Guer Giud.,I 317).

Perciò procede contro Antigono  che però coi suoi partigiani aramaici lo costringe a ritirarsi ad Emmaus, dimostrando di aver forze  ancora intatte.

Erode, pur  adirato con Machera  per l’insuccesso,  si lascia convincere dalle sue preghiere e persuaso dalle motivazioni addotte, insieme a lui, si dirige, a marce forzate,  verso Samosata.

Probabilmente vuole incontrare Antonio direttamente, per dare mano agli assedianti antoniani e favorire l’impresa del triumviro venuto per dirigere le operazioni antiparthiche.

E’ chiaro che Ventidio ha ceduto le insegne del suo potere nelle mani di Antonio, che seguita l’assedio alla città.    Samosata, già intenzionata ad arrendersi  al legatus piceno  per 1000 talenti, ora invece  all’arrivo di Antonio  e al cambio di comando è animata da uno spirito nuovo di coscienza nazionalistca e di antiromanità.

Lo stesso re Antioco  sentendosi minacciato   diventa fulcro della difesa della Commagene e simbolo di antiromanità in tutta la zona.

L’arrivo di Erode con Machera favorisce l’impresa di Antonio che può direttamente rilevare il valore  militare, già noto, di Erode, e la sua abilità di  mediazione politica.

Flavio mostra il cameratismo  di Antonio nell’accogliere Erode  e nel  congratularsi  per i pericoli superati   e nel dirsi felice di averlo eletto re. (Ant. Giud.XIV 446).

Dopo la resa di Samosata nella primavera  del 37,  Erode ha concrete speranze di Regno (cfr Cassio Dione,St.Rom.,  XLIX,22) avendo a disposizione l’esercito romano di oltre 100.000 uomini e il nuovo governatore di Siria, appena nominato.

La città di Samosata, comunque, si arrende con un compromesso, dopo accordi tra il re Antioco ed Antonio, che ha urgenza di sistemare la Siria e di  creare una siepe di regni amici perché deve  ripartire per Antiochia e poi  per Atene  alla volta dell’Italia.

Antonio ha fretta di tornare in Italia dove Ottaviano sta facendo preparativi contro Sesto Pompeo, rompendo gli equilibri del trattato di Miseno.

Perciò si vuole presentare davanti al collega triumviro col successo per legatum della guerra parthica di grande effetto sulla romanitas orientale ed occidentale per la vendetta  della morte di Crasso:  Gindaro  e Carre sono i veicoli di una propaganda antoniana di una rivincita romana sui Parti!

Non c’è quindi Invidia per il suo legatus, ma ammirazione per la sua fortuna, che risulta  una sua  personale gloria.

La notizia di Flavio  come quella  degli altri storici è da leggersi solo come espressione di un’altra storia dopo la fine di Antonio: l’ invidia della fortuna di Ventidio (Ant Giud. XIV, 423) è costruzione successiva in quanto il legatus ha a Roma le supplicationes e il trionfo, anche se il merito  effettivo va al comandante superiore.

 Il re Antioco, comunque,  paga solo  trecento talenti  e i romani si ritirano.

Antonio ha urgenza di conoscere esattamente quanto accade in Occidente e  vuole dirigersi con la flotta verso Brindisi, per imporsi a suo cognato Ottaviano, ora che la moglie è incinta della seconda figlia, Antonia  minor,  che nasce poi il 31 Gennaio del 36.

Mentre Erode torna in patria, portando truppe romane ora guidate di Gaio Sosio per la conquista di Gerusalemme Antonio  conia, oltre tutto,  una moneta che ha  sul recto la sua sua faccia e  nel retro la figura nuda di Ventidio Basso che regge con la destra una lancia e con la sinistra un ramoscello di olivo.

E’ questo un segno del grande rilievo che il triumviro dà all’impresa del legatus piceno, rinviato a Roma per il trionfo con tutti i suoi legati e coi prigionieri di guerra e lettere per il senato.

Perciò non il caso  di insistere  come fanno molti sull’ invidia di Antonio, ma è bene parlare di un normale avvicendamento provinciale, già prefissato con le dovute sostituzioni – al posto di Ventidio è  G. Sosio, ottimo legatus abile  nella presa di Gerusalemme nel 37,  ricompensato anche lui col trionfo dal suo dux triumvir,  filoantoniano fino alla battaglia di Azio  quando è fatto prigioniero e poi liberato da Ottaviano.

Perciò la notizia di  Cassio Dione, che afferma che  non  è assegnato a Ventidio nessun premio, non è esatta.

Il vero dux della guerra anche se per legatum è Antonio che rinuncia al trionfo  romano, e  lo assegna invece al fidus legatus piceno, che torna ricco, come ogni altro legatus,   dalla provincia e può ricostruire la sua casa confiscata dal senato, – essendo stato  dichiarato hostis durante la guerra modenese,-  anche se  già restaurata al momento della partenza per l’impresa parthica.

Quindi  bisogna rettificare che Ventidio ha da Antonio premi e ricoscimenti militari e ricchezze  con lettere per il senato  attestanti le motivazioni per il meritato trionfo.

E’ rinviato con onori a Roma per la celebrazione del  trionfo stesso nel 37 con gli uomini formanti il suo consilium principis, coi prigionieri, con le i trofei parthici e con le insegne.

Antonio, d’altra parte trionfa  a Roma con Ventidio, che ha combattuto e vinto secondo i mandati del triumviro che ha  anche se assente.

Infine Antonio appare in quel momento come colui che vendica la morte di Crasso con la morte di Pacoro a  distanza di 15 anni.

Plutarco si sofferma su  Ventidio Basso e  tratta diffusamente del valore della scelta dei legati sia da parte di Antonio che di Cesare,  affermando che erano più fortunati  a condurre spedizioni militari  per mezzo di altri  che guidandole loro stessi.

E perciò porta altri esempi illustri, come quello di Ventidio: Infatti anche Sosio  generale  di Antonio ottenne molti successi in Siria; Canidio, altro generale lasciato da Antonio in Armenia,  sconfiggendo il re degli armeni  e i re degli iberi  e degli albani, giunse fino al Caucaso;   e la fama della potenza di Antonio si accrebbe tra i barbari  (Plutarco, Antonio, 34).

Le fonti concordemente parlano di Ventidio invidiato da Antonio ed esautorato cioè di un uomo che, ricevuto il trionfo, non è nominato più.  Il ritiro di Ventidio è quello di ogni civis privato/idioths: fuori dal Negotium c’è solo l’otium, di solito anonimo.

 

Giudizio delle fonti su Ventidio e su Erode

 

Abbiamo cercato di mostrare il ragionamento di Plutarco, greco, filottavianeo,  e di Cassio Dione, che scrive in relazione  alle fonti a distanza di oltre duecento anni.

Per le notizie di Velleio, favorevoli all’imperium augusteo e tiberiano e di Tacito filoantonino, l’impresa di Ventidio è solo una fortunata coincidenza, utile, comunque, all’impero romano   dopo la sconfitta di Crasso, ed anche dopo quella di Antonio,  sulla base della guerra diplomatica, vinta da Ottaviano Augusto che nel 20 a. C. impone una pax, esigendo ostaggi  parthici, educati a Roma in vista  della  successione stessa.

La vicenda di Ventidio, quindi, deve essere vista non  dall’angolazione  di un Occidentale della pars ottavianea dominante a Roma ma dall’angolazione dei populares cesariani, dei piccoli e medi proprietari terrieri, italici, che vedono nel legatus l’ emblema del romano antiparthico, il primo ed ultimo vincitore dei Parthi in battaglia, anche se ora ritirato a vita privata e non più rappresentativo.

Ventidio, al di là delle stesse lagnanze – neppure presenti in Giovenale (Satire-)  popolarì e satiriche (riportate da Gellio),  scrive la storia dell’italicità, socia, pur vinta dai romani,  per cui  l’umile mulattiere diventa il simbolo dell’invitto esercito romano in Oriente  ed exemplum della rivincita  romana  dopo la disfatta di Crasso, in una dimostrazione delle virtutes tipiche dell’Italia centrale -umiltà, costanza e prudenza e fortezza-..

L’orgoglio nazionalistico romano è chiaro negli storici sia dell’epoca che di età successiva in un’equiparazione della peritia di un idioths popularis rispetto a quella millantata di un militarismo aristocratico.

Noi, comunque, dobbiamo considerare Ventidio come Pollione che da legatus chiude l’attività politica, dopo il trionfo sui  dalmati e parthini: letteratura e storia sono i campi, dopo aver appesa la spada, di un antoniano che vive sotto il regime ottavianeo a Roma!  E’l’unico modo per vivere dignitosamente   di fronte agli avversari politici, della pars vincitrice.

Il caso di Pollione, che crea per primo una biblioteca pubblica a Roma, dopo aver restaurato l’atrium libertatis  e  che raggruppa opere d’arte greche, diffondendo l’uso delle esercitationes in pubblico non fa scalpore, anche perché dopo il coronamento del trionfo ad oltre 52 anni,  può rientrare nella norma della vita sociale non più politica.

Lo stesso Valerio Messala, che crea cenacoli letterari, anche lui antoniano, finisce come Ventidio.( Cassio Dione,St.Rom., XLIX, 2) a vivere in ozio.

L’otium letterario è una necessitas per chi ha fatto vita militare a lungo e l’ha coronata col trionfo, senza essere, per di più, dalla pars del triumviro vincitore.

Ventidio scompare anche lui nell’otium, nella non attività politica perché non più collaboratore di Antonio, trascurato e da Ottaviano, che ha un militare come Vipsanio Agrippa nel suo consilum principis,  e non può fidarsi di un mulattiere piceno borghese, famoso,  ancora patronus dei piccoli possessori di terra, anche se non può misconoscere  i meriti di chi è stato l’unico  a trionfare  sui parthi (Plutarco, Antonio, 34).

Mi sembra giusto ricordare – come fa Alighiero Massimi- Frontone (2,1,5)  che afferma nelle Orazioni:  Ventidius ille, postquam parthos fudit fugavitque ad victoriam suam  praedicandam orationem a G. Sallustio mutuatus est.  

Sallustio  è per Ventidio l’exemplum da cui prendere in prestito l’oratio, intesa non solo come parola e discorso, ma anche come arringa con ragionamento per celebrare la sua vittoria.

Dell’orazione (cfr O.Hirshfeld, Dellius ou Sallustius in  Mélanges Boissieur, Parigi 1903)   c’è eco in Tacito (Germania, 37, e Historiae, 5,9).

Forse l’oratio ventidiana  è  da mettere in relazione al passaggio tra la domus Flavia e quella antonina in quanto Traiano può avere un modello, nella sua sfortunata impresa parthica,  in Ventidio, unico legatus vincitore dei parthi,  specie se si considera la successiva sconfitta antoniana, tanto deprecata da Patercolo e da Floro!.

Lo stesso Gellio chiude il racconto della storia/muthos del mulattiere console col dire che morte obita, publico funere sepultum esse / alla sua morte ricevette pubbliche onoranze funebri (Notti attiche, XV, 4).

Ci sembra utile per concludere definitivamente circa la figura di Ventidio  quanto afferma Strabone (Geografia, XVI, 1,289 mostrando come i parhi abbiano fatto in epoca augustea concessioni alla suprerazia dei romani, rinviando a Roma i trofei sottratti a Crasso, e come Fraate  ha affidato ad Augusto anche i suoi figli e i figli dei figli per assicurarsi tramite ostaggi l’amicizia  tanto da chiedere perfino il nome chi li possa comandare.

Strabone infatti dice: (Ibidem, VI, 4,2 C 288): i parthi vengono spesso a cercare  chi li governi e sono quasi pronti  ad abbandonare tutta la loro autorità nelle mani dei romani/oi de nun metiasin enthende  pollakis ton basileusonta, kai schedon ti plhsion eisi tou epi Roomaiois poihsai thn sumpasan eksousian.

Ed infine il geografo magnificando Augusto e Tiberio e l’imperium, ne giustifica l’egemonia  affidata ad un solo uomo oos patri come ad un padre e lodando il potere autocratico imperiale capace di assicurare pace ed abbondanza di beni (ibidem).

Ed aggiunge in conclusione:  Dunque,  l’episodio di Samosata  rientra nella guerra di Antonio contro Antioco di Commagene, dopo una guerra iniziata tardivamente da Roma sotto  il consolato di L.Marcio Censorino e C Calvisio Sabino, anno 39, poi conclusa  nel 38 sotto i consoli Appio Claudio Pulcro e G.Norbano Flacco.

Subito dopo Antonio, giunto in Commagene dà a Sosio il mandato, dopo aver destituito Ventidio, di governare la Siria  e torna in Italia. Sosio sottomette  gli Aradi e vince Antigono poi fatto uccidere da Antonio ad Antiochia, che dà il trono ad Erode.

 Mentre Sosio è intento a risistemare  la Siria secondo gli ordini di Antonio, che, giunto ad Atene, presa sua moglie incinta  si presenta con una imponente flotta  a Brindisi, in Parthia, a Ctesifonte, dopo una breve guerra dinastica fra i pretendenti al trono, Fraate diventa re dei re e subito fa le sue epurazioni  a seguito degli schieramenti  tra i figli di Orode II  dimostrando  crudeltà nella repressione interna.

Sempre da  Strabone (ibidem)  si sa che molti sudditi tra cui Monese inviano ambascere a Roma  per chiedere aiuto- anno 36- consolato di Agrippa e Gallo.

Essendo questa la situazione internazionale, Erode  si trova in gravi difficoltà nella guerra contro Antigono, anche se Erode ha l’appoggio di Sosio che ha mandato avanti 2 legioni mentre il resto  dell’esercito segue a distanza (Ant. Giud. XIV, 450).

Antiogno  ha  ancora la sua roccaforte in Galilea e  i suoi maggiori sostenitori nei lhistai e tiene saldamente Gerusalemme.

Secondo Flavio Erode diede l’incarico a suo fratello minore (Ferora) di provvedere a loro (Galilei) e cingere di mura Alessandreion.

 Questi secondo Flavio subito preparò il necessario per i soldati e ricostruì Alessandreion  precedentemente rovinato. Tutta l’impresa contro Antigono  è lasciata comunque, nelle mani  di Giuseppe a cui è proibito di fare azioni personali  anche se ha l’appaggio di Machera, da lui considerato elemento  non sicuro (-ou bebaion ibidem323-).

Erode nel ritorno da Samosata passa per il Libano  e la  Celesiria e fa reclutamento di soldati per congiungersi poi con le legioni di Antonio. Nel fratempo avviene la morte di Giuseppe, suo sostituto nella guerra contro Antigono.

Secondo Flavio – Guerra Giud  ( I,323-327) e  Ant Giudaica  XIV, 448-455- Erode perde Giuseppe perché il giovane  si scordò dei consigli del fratello,  che andava da Antonio e condusse l’esercito per i monti avendogli dato Machera cinque squadre per mietere il frumento a Gerico..I soldati romani erano poco pratici  come quelli che era stati scelti per la Siria,  ed egli fu assalito dai nemici e fu lasciato solo  in luoghi difficili, dove combattendo coraggiosamente fu ucciso e perse quasi tutto l’esercito in quanto furono sterminate cinque squadre. Antigono, vinti i nemici, tagliò la testa a Giuseppe e la vendette a Ferora suo fratello per 50 talenti. Insomma la situazione alla  fine del 38 non è favorevole ad Erode che entra in Galilea quando questa è in rivolta a seguito della sconfitta di Giuseppe  e i populares coi lhisthai hanno  fatto una stasis contro la nobiltà galilaica  e hanno affogato nel lago  i partigiani di  Erode.

Inoltre, subito dopo, la rivolta si è estesa anche in Giudea tanto che Machera è costretto a  fortificare il luogo chiamato Gitta.(ibidem).