il mito di Pietro

La chiesa romana

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecclesia) di cristhianoi di cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.
In epoca neroniana non dovevano essere inferiori a 50.000 ed avevano almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 al momento della venuta a Roma di Filone Alessandrino.
Il fatto dunque che esistono a Roma  giudei e giudei christianoi che convivono insieme fino a Domiziano, seppure ci fossero erides e skhimmata  tra loro, per me è significativo e degno di studio.
Non si vuole negare che qualcuno col nome di Pietro  che corrisponde al termine aramaico di Kefas e  all’ebraico Shimon  sia venuto a Roma, ma si precisa che non  vi sia giunto  dopo che Paolo  scrisse la Lettera ai romani. Si pone quindi il problema dell’autenticità della lettera ai Romani  e del reale tempo di scrittura (II secolo d.C?,  in epoca antonina? )

Non si nega affatto né che Pietro sia stato a Roma (anche se con ogni probabilità vi giunse dopo che Paolo scrisse la sua lettera)  dopo la morte di Claudio, sotto l’ultimo Nerone  in quanto viene nominato sia nella lettera  1  ai Corinzi, sia in quella ai Galati.

Non si può neanche dire, però,  che questo personaggio sia morto martire e neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone…

Per ora posso solo dire  con Ireneo di Lione: “… la chiesa (fu) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” (Adv. haer. 3,3,2).  e poi con Eusebio di Cesarea: “All’inizio del principato di Claudio [= 41-54] la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano -contro Simon Mago-(Hist. eccl. 2,14,6).

Dunque  c’è qualche vaga notizia,  ma non tale da  autorizzarci ad affermare l’esistenza di una ecclesia Christiana  a Roma  fondata da Pietro proveniente dopo il 64 da Antiochia, dove era rimasto per quasi trenta anni…
I due autori citati, al di là della loro auctoritas e della loro storicità,  nonostante l’appoggio di Girolamo, sono da studiare e da rileggere  in relazione ai rispettivi cotesti e contesti…
Quanto dice  Gerolamo: “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo” (De vir. ill. 1,1) è da giudicare attendibile?…

Da dove dobbiamo cominciare per la dimostrazione di un Pietro Shimon Cefa,  primo papa romano?

Da Egesippo?

La fonte di Egesippo è da considerarsi autentica e migliore di quella di Papia?

Perché?

Su quali basi è stata fatta la scelta dei Christianoi?

Quando?  In epoca teodosiana, quando si stabilisce il doppio primato in Occidente per la sede  Romana  e in Oriente per  quella Costantinopolitana?

Ma quella Romana, di derivazione antiochena,  poteva competere col patriarcato  alessandrino di   Atanasio o con quello di Teofilo e di Cirillo?  Solo forse dopo la  conquista araba di Alessandria nel 642 forse Roma ebbe possibilità  di affermazione in Occidente , in un ambito barbarico?….

Chi ha deciso di seguire la via di Egesippo?…

Questi era un esperto di cose giudaiche che, convertitosi, era venuto a Roma  ed era  divenuto un consulente ebraico  per i papi (il titolo e ancora non esiste!) intorno al 150 d. C.

In quel periodo sembra che egli scrisse: Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, a Sotero ed Eleutero.  E in ogni successione  e in ogni città  tutto funziona secondo le ordinanze della legge, i  Profeti e il Signore. ”.

Nell’ elenco stilato da Egesippo si attesta che Pietro fu il primo vescovo di Roma, contrariamente a tutte le fonti precedenti, concordi nel considerare Pietro vescovo di Antiochia e nel seguire  la tradizione di una dipendenza dell’ ecclesia romana dalla metropoli siriaca, da dove venivano le disposizioni peri tanti orientali che ormai abitavano  nella capitale….come si deduce da Eusebio.

Si ritiene che Pietro, infatti,  durante il suo episcopato ad Antiochia, abbia dato  qualche disposizione per la succursale romana ed abbia indicato forme di assistenza e di vigilanza morale sui  giovani conformi a quelle delle metropoli orientali, in ottemperanza alle disposizioni di Giacomo,  capo della ecclesia di Gerusalemme…

L’assetto prescrittivo  giacobita, si potrebbe ricavare dalla lettera di Pietro  e di Clemente a Giacomo  (che sono nel corpus Pseudo- clementino…

Da queste prescrizioni  alla venuta  inventata  dell’apostolo… il passo  è breve se la tradizione  ecclesiale romana poi fa ponti e congiunge dati con quelli della chiese orientali.,. in momenti in cui il potere imperiale  è lontano da Roma  …  ai fini di salvaguardare almeno il valore religioso  e morale dell’ex Capitale, specie in epoca costantiniana  e poi teodosiana,..ed ancora di più nel VII secolo…

Non ci sono reali prove, comunque,  di un Pietro papa romano, se si esclude la  tradizione pseudo-clementina, connessa con le due  tradizionali lettere di Pietro e con testimonianza di patres e  di apocrifi ….

A mio parere solo dopo il 64  d.C si può parlare (forse) di una venuta di un Petros  a Roma, ma non identificabile  con  Khphas futuro papa.

L’iscrizione di petr  eni  è una lettura della professoressa  Margherita Guarducci, epigrafista brava, ma emotiva (muro rosso, sotto la tomba di un Pietro dell’attuale basilica di S Pietro) sembra essere del 160 -180 d.C. :  le lettere sono greche ed indicano un sistema scrittorio dell’epoca antonina…

Se  poi leggiamo Atti degli apostoli non ci viene una precisa risposta: Pietro in  quegli anni  dopo il 34  non può  essere a Roma, se è altrove. Solo le Pseudoclementine  hanno la notizia di un Pietro attivo a Roma…

La  notizia della falsa  venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio, dipendente da At. 12,27, dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa (41-44), Pietro andò “in un altro luogo” (eis héteron tópon), non è chiara

L’identificazione del luogo dove si reca Pietro allo stato attuale delle conoscenze è incerta, molto discussa…
Questo “altro luogo”  viene variamente identificato dai commentatori: oltre a Roma (P.C. Thiede in Bibl. 67 [1986] 532-538), si pensa anche  che l’apostolo  viva ad Antiochia (cfr. Stählin),  o  sia sulla costa mediterranea della Palestina secondo At 9,32 ss  (cfr. Rossé), intento ad  una diffusa attività missionaria (Cullmann), o  che semplicemente risieda in un altro luogo della stessa Gerusalemme ((cfr. Calvino) o al di fuori di essa (cfr.Haenchen; Schneider; Bossuyt-Radermachers) o  in  un qualunque luogo indeterminato (Conzelmann; Fabris; Pesch; Barrett; Fitzmyer)…

Ogni luogo possibile è stato esaminato da grandi scrittori, che hanno dedicato anni di ricerca…

Al di là dei tanti nomi di località proposte, secondo noi,  è probabile  che  neppure Luca, scrittore di Atti  “ne ha notizia“…
Secondo  Ambrosiaster: “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani, invece,  non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo” (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3).

Questa testimonianza contrasta con  altre ed ha particolare valore perché confuta quanto dice Eusebio sull’incontro  di Pietro con Filone cfr  A.FILIPPONI, I terapeuti , De Vita Contemplativa, E book  Narcissus 7 .9.2015… e quindi ancora non si è costituita al Ecclesia romana apostolica…

Inoltre grazie alla notizia di Ambrosiaster, che  appartiene alla stessa chiesa di Roma, si rileva un pensiero proprio della comunità da parte da un ebreo convertito, che rivela quanto conosce…

Certamente è poca cosa per tentare di  destabilizzare il nucleo dottrinale del primato di Pietro e della Chiesa romana, basato sulla venuta dell’apostolo a Roma e sul suo martirio  in epoca neroniana… E’ certo, comunque che to muthoodes il favoloso su Pietro  inizia alla fine del II secolo  forse anche più tardi col racconto /muthos della vita cristiana  romana  e della venuta di Pietro   a Roma…

Una cosa è il racconto favoloso costruito appositamente ( a tavolino)  ed una cosa il racconto di un narrante che inneggia (Mutheomai vale, narrro, favoleggio, aggiungo qualcosa di sentito, senza  vagliarlo).

I papi del periodo flavio ed antonino sono per lo più di origine orientale (Cfr. Esseni, quod omnis probus, Gli esseni ed Ippolito romano )…

Bisogna, perciò, pensare che la ecclesia di Roma sia  solo una succursale, una colonia di orientali, che hanno una loro organizzazione  affine a quella della madre patria, visto che Roma come urbs è il centro del paganesimo dove risiede il pontefice massimo,  che cura il culto di tutto l’impero….

Dal liber  pontificalis  si deduce facilmente  che Pio I  ( e suo fratello Erma) Aniceto,  Sotero e tutti gli altri sono greci o siriaci connessi con le grandi chiese asiatiche… noi abbiamo sempre ritenuto che  Policarpo, Ignazio,  Ireneo  vennero a Roma come  uomini che veneravano l’auctoritas papale mentre invece erano loro i veri prelati che visitavano una succursale…

In effetti tutta la testimonianza si basa sulle due lettere di S. Pietro  e sulle lettere di Pietro a Giacomo   e della   lettera di Clemente  a Giacomo del corpus pseudo -Clementino.

Questo, oltre alle due lettere, comprende anche Impegno  solenne  Omelie e Riconoscimenti, il cui nucleo  detto Scritto di Base  8 G- grundschrift)  è  del III secolo  ed è  diviso in due parti H ed R   ambedue in lingua greca  ,con qualche frammento tradotto in latino da Rufino……

Delle lettere petrine la prima, benché attribuita  da Ireneo, Clemente, Origene e Tertulliano a Pietro   non è  certamente autentica  e nemmeno del primo secolo, anche se viene ritenuta tale da  da Ignazio Erma e Barnaba e da Eusebio che dice che i vescovi la usano liberamente  da sempre come autentica …

La II lettera non è del I secolo  ed ha contenuti del tutto diversi, propri del II secolo e ha uno stile  tipico della seconda sofistica  e non può essere valutata petrina  nonostante la testimonianza di   Ireneo, Cirillo di Gerusalemme e da Atanasio- intento  nel periodo del II esilio a stilare i due canoni, quello ebraico e quello cristiano  cfr I due canoni)…

Del corpus pseudo- clementino bisogna dire che  esso si basa sul signore che  designa  gli addetti  al ministero  e  che conferisce l’incarico  e dà compiti al  vescovo  in senso amministrativo e didascalico.

Sorprende comunque che non ci sia alcun  linguaggio cultuale e sacerdotale, applicato ai ministri , che hanno solo una funzione di sorveglianza  dei giovani  unita ad un’altra di assistenza caritativa…

Esso ancora deve essere studiato in relazione alla datazione oscillante tra il IV e V secolo e quindi lontano dall’epoca di Clemente papa romano. (Cfr L .CIRILLO, Una fonte giudeo-cristiana  nelle Pseudo Clementine . Nota su An Ancient Jevish  Christian  Source on the Hystory  of Christianity , Pseudo Clementines Recognitiones, 1,17-71 F Stanley Jones) .

Comunque, tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo, la testimonianza di Ippolito romano, uno scrittore cristiano di lingua greca,   permette di fare la situazione sociale politica e religiosa della comunità romana cristiana e della sua gerarchia,  ancora dominata dall’ elemento greco-orientale, quando la sede romana ha, nonostante la millantata  tradizione apostolica di Pietro e di Paolo, valore marginale, dato anche il numero poco consistente di fedeli (meno di 100.000) in una Roma severiana, città di oltre 1.500.000  di abitanti,, dove è netta la prevalenza siriaca….

La comunità cristiana  romana, pur piccola, rispetto a  quella delle metropoli cristiane orientali,   è lacerata da skimmata e da erides,  per usare un linguaggio paolino corinzio, ed è  smembrata  non solo  nella sostanza della fede e nella amministrazione comunitaria, ma anche per le fobie escatologiche.

Perfino c’è contestazione nella persona  del papa, una figura  di capo, non ancora ben delineata, come ad esempio ad Alessandria o ad Antiochia, la cui funzione, più amministrativa che morale, ha valore locale e non risulta ancora molto  ambita,(come nel IV secolo, secondo Ammiano Marcellino)  utile, comunque, al personale onore di provinciali e di liberti africani, di orientali, se ci sono più competitori...

In Roma c’è il potere imperiale dei Severi, che ha una sua corte,  prima di Settimio Severo, poi di Caracalla e di Eliogabalo e infine di Alessandro Severo, dominata da donne e da un sincretismo culturale, da una parte retorico-sofistico, e, da un’altra, filosofico misticheggiante, di base orientale.

Nell’ambito cittadino i Severi (193-235) avevano quasi ignorato la chiesa romana, lacerata  da lotte intestine e poi avevano perseguitato i vertici ecclesiali in contrasto tra loro,  non solo per questioni religiose, ma anche per beghe personali…

I cortigiani, dominati dalle personalità delle Auguste, Giulia Domna e   Giulia Mammea e dai loro letterati pagani,  e dalle altre  donne,  severiane (Giulia Mesa e  Giulia Soemiade), pur vivendo, di norma,  a Roma, sono influenzati e condizionati dal pensiero orientale antiocheno- siriaco.

Flavio Filostrato,- che dedica il Libro dei sofisti a Gordiano, futuro imperatore-  Filisco Tessalo,  Oppiano, l’autore della Cinegetica, che hanno interessi teurgici, secondo una visione  sopranazionale, pagana,  attuano una politica nuova culturale e religiosa, sincretistica, opposta al cristianesimo antiocheno e a quello alessandrino, rappresentato da Origene, che è anche ospite di Mammea ad Antiochia per circa un biennio.

In questo contesto pagano Filostrato ha una  tendenza enoteistica, da cui derivano i culti solari, poi dominanti nella capitale e nell’impero,  e ricerca una trascendenza che viene opposta a Christos tramite la figura di  Apollonio di Tiana, un taumaturgo capace di esprimere sinteticamente prassi e teoria, oltre a  forme mistiche platoniche e  neopitagoriche,  connesse con  quelle dei brahmani e gimnofisti.

Ora, dunque, la comunità cristiana di Roma vive un momento difficile dopo la morte di Vittore e  presenta le convulsioni, agitate, di una  lotta per la successione al papato, pur nell’ ambito ristretto comunitario.

Nella chiesa romana  si evidenzia una crisi politica amministrativa, sociale e religiosa  proprio nel momento del proliferare dello gnosticismo…

L’ascesa al  potere di Zefirino (199-217)  e quella di Callisto (217-222) – un amministratore, dioiketes incolto e non preparato teologicamente e filosoficamente, il primo; e un  uomo di  origine servile, arrendevole nei confronti dei lapsi, impreparato nella dottrina sulla Trinità, corrotto e  chiacchierato,  il secondo- esprimono lo stadio di confusione dottrinale e politico, l’immoralità, in cui versa la chiesa romana.

Le notizie delle condizioni della chiesa romana ci vengono da avversari, l’antipapa Ippolito, uno scrittore di varie opere tra cui Origenis Philousophoumena /omnium Haeresium confutatio, –che ci tramanda tra l’altro,  un ricordo degli esseni  con riferimenti a Daniele e ad Abacuc- e Tertulliano, un cristiano montanista…

Ippolito è personaggio, non ben identificato, a detta di Eusebio e di Girolamo : l’aggettivo romano,  riferito al Martire, non è storicamente giustificato, quindi, né da Eusebio né da Girolamo, come poi romana, in relazione a Chiesa.

Sembra  che esso sia derivato dal fatto che nel 1551 fu trovato  la tomba di un martire a Roma di tal Ippolito, la cui statua  rappresenta un augusto uomo  seduto su una sella,  con incise alcune opere che sono attribuite proprio ad Ippolito.

A questo personaggio, non ben conosciuto, è stata attribuita un’opera ritrovata sul Monte Athos a lungo  ritenuta di Origene (Origenis Philosophoumena),  anch’ essa comprovata da Eusebio e  da uno scritto di Fozio, patriarca di Costantinopoli … Si sa che a Roma viene Alcibiade, un elchasaide  che afferma sotto il pontificato di Callisto che anche Mani segue Elchasai  e che sia definito nasara …

Sembra che questi siano i diretti e legittimi discendenti dei giakobiti del malkuth ha shemaim e che vivono in territorio parthico o ai limiti dell’impero romano, in zona araba …. All’epoca si intende per Araba non solo il nord della Mesopotamia ma anche che il centro, quello di El Hifa  e Arban e  il territorio del  golfo di Akaba  e il settentrione -oltre che nel meridione- della penisola arabica…

Dunque, i naziroi non scomparvero del tutto, ma lasciarono tracce prima di inserirsi nel seno dei giudeo -cristiani arabi,come  nestoriani ed   eutichiani, mantenendo una propria identità primitiva ed originaria giacobita e giudaica in ambienti arabi… insomma in una prima fase essi  rimasero nel filone battista  e giudaico-cristiano  e manicheo, staccati dalle comunità di christianoi antiocheni  pur vivendo in zone come la Batanea  nell’ex regno nabateo  in una progressiva penetrazione nel cuore dell’Arabia, secondo le vie interne e quelle litoranee del Mar Rosso, ben conosciute  dagli ebrei e nabatei dall’epoca della invasione arabica di  Elio Gallo nel 25 a.C. …

Dunque Pietro /Khphas potrebbe aver seguito dopo il 64 questa altra direzione e non quella di Roma…

Anche Adolf Von Harnack operando su Macario allude al pensiero ancora esistente di Elchasai e all’aramaico e di direzioni nuove rispetto a quelle tradizionali aramaiche  …

Si sa che essi nelle zone della Transgiordania attuale, quindi,  in regione arabe, praticano ancora nel alla fine del II secolo d C. il battesimo di Gesù,  venerano ancora come nabi Giacomo, sono ostili a Paolo e alle sue lettere  e sono ancora osservanti della legge, secondo l’essenismo più puro ed avversano la grande chiesa pagano-cristiana e la costruzione trinitaria e tutta l’impalcatura culturale  ellenistica  platonica e,poi, neoplatonica…