Il II secolo d.C: trionfo della retorica, del paradosso e della bugia

Teologia e paradosso

Breve tempus aetatis, satis longum est ad bene honesteque vivendum   Cicerone, Cato maior, 19, 70

Nella letteratura greco-latina, dalla fine del I secolo e per tutto il secondo secolo d. C., domina, grazie ad un equivoco  sistema politico,  to paradoxon, l’elemento miracoloso e con esso la retorica e la bugia:  Plinio il Vecchio, i Vangeli, Marziale, Svetonio, Plinio il Giovane, Tacito,  Giovenale, Apuleio, Musonio, Plutarco, Erode attico, Giustino e Luciano ne sono i testimoni più illustri, a  diversi livelli, come  anche Erma (e lo scrittore di Lettere pseudopaoline  agli ebrei e ai romani ), Giovanni il presbitero,  Marcione.

Sono messi  insieme e comparati pagani (occidentali ed orientali) e cristiani  e scismatici, operanti in Roma, in modo da poter ricreare nel preciso contesto romano, i tanti e vari contributi letterari e culturali, vivi nella capitale dell’impero, divenuti popolari, data l’integrazione di molti provinciali, specie  asiatici,   in  un momento  specifico di traviamento della tradizione e dell’insegnamento del Christos, nel passaggio dall’apostolicità evangelica  ai padri apostolici, intenti  a costituire una base apostolica  per l’ecclesia romana, senza reale storia, in quanto  succursale Antiochena, con legami fraterni con la comunità efesina.

La catena dei padri apostolici è utile/Krhsth per la formazione del muthos di Pietro, personaggio mai venuto in Italia (a Roma)  e di  Paolo,  civis subito dimenticato dopo il suo passaggio romano del 60-62 d.C. ed oscurato, dopo la morte del 67, per quasi due generazioni.

La morte  di Paolo, nel 67 o 68  d.C., quasi coincide  col caos della morte di Nerone  e del regno breve  dei tre imperatori nel 69 d.C.(Galba, Vitellio, Otone) e  con l’avvento miracoloso della domus Flavia, nella figura di Vespasiano, soothr,  venuto dall’Oriente.

In così grandi avvenimenti di portata universale il pensiero controverso  cristiano del civis ebraico, Paulus,  un tarsense romanizzato, emporos/commerciante,  neppure accettato dai confratelli, si perde nella palude del passaggio breve ( di un biennio- in condizione di  prigioniero  legato  per una mano ed un piede ad un miles carceriere- ) da una dinastia imperiale ad un’altra  e serpeggia nella capitale dell’impero  solo tra ebrei orientali  e  qualche rara famiglia di pagani, timorati di Dio ( non più di 60.000 individui  tra giudei -in nettissima maggioranza-, giudeo-cristiani e  pagano-cristiani).

I cristiani  romani, specie Clemente, riprendendo Paolo, lo avvicinano a Musonio per il pensiero sull’etica matrimoniale e sul femminismo (cfr.Musonio,  Diatribe, a cura di Ilaria Ramelli, Bompiani,2001), ammirato e rispettato da Clemente Alessandrino e da Origene  come  maestro, modello di vita irreprensibile …

Per Alberto Pincherle (Introduzione al  cristianesimo antico, Laterza 1992) è questa dei Padri apostolici una letteratura primitiva  subapostolica, di congiunzione con quella degli Apologisti.

Essa forma un corpus, vario per argomenti e stile, costituito da  Didachè o Dottrina dei XII Apostoli alle genti, l’Epistola di Barnaba, Lettera  di Ignazio di Antiochia,  Lettera  di Policarpo di Smirne, quella di Clemente romano (oltre all’omelia  II Clementis, non del pontefice), il Pastore di Erma, la Lettera a Diogneto e i frammenti superstiti di Papia…

Lo studio di questo materiale, comparato con le fonti classiche,   storiche e letterarie e con la cultura ebraica  precedente l’opera di  Giuda ha Nasi… sottende un tentativo di revisione circa il cristianesimo primitivo, cioè l’antiocheno Regno di Dio (H basileia tou theou ), secondo gli orientali, che creano le basi del primato petrino nel momento della Seconda sofistica... facendo  un’altra lettura di logos, connesso con l’apologia di Aristide ad Adriano, con le due apologie di Giustino  ad  Antonino il Pio, con  il discorso ai greci di Taziano  e con  l’ambasceria  per i  Cristiani  di Aristagora  a Marco Aurelio e a Commodo  (cfr Celso, Il discorso vero, a cura di Giuliana Lanata, Adelphi edizioni, 1987) ….

Per noi, quindi, è fondamentale, (per capire qualcosa)  prima, cercare di ricreare il contesto romano in relazione ai documenti letterari e storici e, poi,  immettere la tradizione dei patres apostolici, dopo aver stabilito storicamente l’età  dei tre vangeli sinottici, (come abbiamo già fatto in I vangeli, Sondergut di Luca e Matteo ed altri articoli ) e  rilevato la non autenticità di Lettera ai Romani e  di Lettera agli ebrei di Paolo…

Lasciando da parte, per ora, i Vangeli di cui abbiamo già  trattato, per noi, la prima e l’ultima  lettera di Paolo-  che sono  per secoli sembrate incerte per paternità- sono lettere non paoline, scritte per lo meno dopo la I lettera Clementina,  che è del 95 d.C,..

Senza entrare in merito al problema, di cui già abbiamo parlato,  diciamo solo questo: per la Lettera agli Ebrei, già Clemente romano,  la cita senza parlare dell’autore, mentre Clemente alessandrino la considera sostanzialmente di Luca  in Hupotuposeis ( Eusebio, St, Eccl.,6,14,1-4 ) e Tertulliano l’attribuisce a Barnaba.

Aggiungiamo che  Girolamo, Agostino ed altri sono molto dubbiosi circa la paternità.  Chiudiamo, infine, dicendo con Eusebio, che conclude così, chiedendosi: Ma su chi abbia scritto la lettera solo Dio conosce quale sia la verità. Eppure lo storico fa questa affermazionedopo  che ha mostrato le differenze stilistiche e il sistema scrittorio  di Paolo e quello dell’autore dell’epistola, scrittore  successivo che ha preso appunti e li dispone secondo una sua logica e con un tecnica superiore di molto a quella paolina…

Aggiungo (facendo ipotesi per la datazione della lettera pseudopaolina ) che nella lettera agli Ebrei, IX,14,  si parla di Spirito santo allo stesso modo di Erma, che, nel Pastore (Similitudine V, 6,6-7 ed anche Similitudine IX 1.1)  rileva l’assunzione della natura umana di Cristo (senza mai nominarlo) come servo  destinato a lavorare e a soffrire, meritevole di un premio come ogni uomo, in quanto carne abitata dallo Spirito santo, degno di adozione,  mentre  rappresenta il Figlio come Spirito santo,  a cui è sottoposta l’umanità. Certo il linguaggio dello pseudo  Paolo è molto più alto  rispetto a  quello di Erma , segno di due differenti  codici e culture: l’uno retoricamente sublime, l’altro popolarmente umile!

La lettera ai romani  ci risulta, dopo studi su  Agostino (Esposizione della lettera ai romani)  su Erasmo da Rotterdam e  su altri attenti studiosi della lettera,  che essa è utile alla dottrina christiana e serve  come il vangelo più puro: infatti  c’è tutto il disegno teologico e storico  della redenzione, in una dimostrazione  che la torah/legge ebraica  è finita  con le sue prescrizioni  e che ora c’è la Chiesa  cristiana che sostituisce la sinagoga e che insegna  che, con la fede nel Christos venuto,  l’uomo è giustificato in stretta connessione con Luca (in opposizione a Matteo)…

Lo scrittore della lettera Paolina, cioè, sancisce con questa lettera   che tutti i pagani  possono aver  la fede per salvarsi e che anche gli ebrei  vi possono partecipare, in senso universale, secondo i propositi della Chiesa romana, del VI secolo (Cfr. Domus Anicia), ben connessa con quella del periodo di Damaso, autodatandosi  con l’ambiente di Girolamo…

I figli di Adamo che hanno peccato  e meritato la giusta vendetta di Dio  devono essere giustificati  prima di riconciliarsi  con la dike divina, con la Iustitia secondo diritto romano; ciò ancora di più autorizza  la datazione alla  fine del quarto secolo, considerato il nutrito numero di copiatori latini, librarii…

Il pensiero, comunque,  katholikos  è alessandrino, di Origene (Cfr Origene, I pensieri, a cura di M. Simonetti, Utet, 2010 ) che  ribadisce la giustificazione  mediante la fede   e che la venuta del  Christos,  morto e risuscitato, ristabilisce il patto tra Dio e l’uomo, producendo la salvezza universale…

Prima di tutto questo lavoro è opportuno, comunque,  iniziare la trattazione con una visione generale letteraria, retorica, ed una culturale, filosofica, del periodo antonino,  in modo da evidenziare la realtà storica imperiale  del II secolo, con cenni ai  primi decenni del III secolo d.C…

Il II secolo  è il secolo dei bugiardi e della bugia,  dei retori, dei copisti, dei chiacchieroni, dei letterati  prezzolati, degli schiavi  eruditi, comprati per ricopiare testi, di una massa di imbroglioni, adulatori, ambiziosi, maghi, sacerdoti di divinità minori, piovuti dall’Oriente a Roma  in cerca di fortuna, costretti dalla fame all’adulazione  e al servitium dell’aristocrazia senatoria romano-italica  imbelle, già sostituta da quella gallica ed ispanica, quando già è pronta quella illirica, dopo la parentesi severiana…

Si verifica la formazione di un gruppo di orientali di diversa scuola, ma tecnicamente forniti di strumenti comuni di dialogo, di persuasione,  di retorica tali da essere maestri per gli occidentali e per la cultura latina, nettamente inferiore, ancorata al bonum ciceroniano- quintilianeo,  senza le connessione al funzionale  utile/ khrhston e al  gluku /dulce …

Roma imperiale, caput mundi, è veramente il teatro della decadenza  in senso socio-morale,  economico-militaristico, finanziario,  proprio per il predominio culturale orientale (ellenico-siriaco): la denuncia latina di Giovenale e quella greca di Luciano hanno due diverse connotazioni in relazione al genos  di appartenenza, ma evidenziano un degrado morale complesso e con esso lo sfacelo della tradizione agricola  occidentale, perno della religiosità naturale romana sotto gli antonini, imitatori della domus  giulio -claudia, congiunta  per successione maschile, tramite adozione come fannoTraiano ed Adriano tramite la linea femminile, perseguita poi da Antonino il Pio (adottato in extremis dopo la morte prematura  del   Cesare Elio Vero) e da Lucio Vero e da Marco Aurelio, che da in sposa Lucilla al fratello adottivo…

Nel contesto antonino, il fervore sociale  nella Capitale è parossistico; lo scontro culturale tra occidentali ed orientali  è a favore degli hllenes/graeculi  innovatori, rispetto ai rustici latini, ancorati ai vecchi sistemi di trasmissione culturale  orali, tradizionali, alla rara copiatura fedele  dei testi,  solo a  livello pontificale o giuridico….

Ora non solo nelle case patrizie ma anche nei centri religiosi  cittadini, sia cristiani che isiaci  e mitraici ci sono copiatori che con abilità fanno circolare testi e copie  dei vangeli, dei  vari credi religiosi  curati da santoni, per la discussione pubblica…

Le copie greche e siriache di testi  sconosciuti si moltiplicano mentre emergono gli scandali  finanziari, il fallimento di banche,  le dispute tra correligionari, le diatribe ciniche, le opposizioni tra i diversi sacerdozi orientali, concorrenti  non solo tra loro, ma anche con quelli egizi: Roma diventa anche il centro dei contrasti religiosi  come se  dalla sua conquista derivasse il primato  dei vincitori, impegnati, quindi ,a  sfoderare ogni mezzo  per il proprio fine, di fronte al pontifex maximus, impotente ad arginare la fiumana dei riti orientali,  delle mode misteriche, dei  sacerdoti e della letteratura mistico-paradossale…

La bugia, specie se paradossale, diventa un veicolo di successo a livello popolare: i facitori di copie, con abrasioni opportune, con  spostamenti sillabici, con aggiunzioni, dove possibile,  sono ricercati tanto più sono abili nella falsificazione; ogni  magistersapiens, risulta un parolaio  che attira caterve di devoti; il Pantheon  non ha nemmeno la possibilità di annoverare  più le tante  divinità straniere piovute col loro crisma di santità, nella capitale, sbalordita  quotidianamente dall‘eccesso

Roma è la torta privilegiata di un  clero  orientale  impegnato ad organizzare una sede romana ecclesiale, sullo stampo di quella antiochena, e  a  strutturarsi secondo le regole  amministrative ebraiche, seguendo l‘esempio degli oniadi  ad Alessandria,  prototipo della superiorità culturale  giudaica in Egitto, specie ora christiana  organizzata secondo diagrammata alessandrini verticistici monarchici…

Il susthma  christianon  catholikon  è uno dei tanti  che cerca di attirare l’attenzione della corte e delle classi dominanti facendo a gara con il culto  di Iside, con quello del Sol Invictus,  con quello di Mitra: Roma è una terra da conquistare per una marea di sacerdoti che si servono di retori, copisti, letterati in genere,  che si esprimono mediante il paradosso, come tecnica di approccio, specie se ci sono eventi naturali, inondazioni del Tevere, terremoto, incendi, peste – che divampa in città per mesi nel 167.d.C. causando perfino 5000 morti in un solo giorno-…

La II sofistica non è, quindi, solo un fenomeno  letterario o culturale, come dicono i critici, ma è un altro modo di conquistare l’Urbe  da parte di orientali che, mediante la retorica, operano a livelli popolari, per avere un tenore di vita migliore di quello che avevano in patria, in relazione alla maggiore possibilità  di denaro e alla ricchezza dei cittadini  della capitale dell’impero: come sofisti  seguiti da discepoli, sanno manovrare le masse, attirano gli uditori col logos conferenza, con una valanga di fatti quotidiani, curiosità, indiscrezioni, pettegolezzi. (Cfr Filostrato Vite dei Sofisti,  a cura di Maurizio Civiletti, Bompiani 2002).

Si realizza col professionismo della parola  non solo il successo della declamazione, ma anche la partecipazione alla vita della provincia, della città di origine, della capitale stessa imperiale, grazie ad un’attività sociale e politica tanto che i retori diventano  euergetai benefattori   e,  a volte, perfino sooteres salvatori dei  propri concittadini, risultando mediatori tra il potere centrale e le masse cittadine.  Alcuni sono segretari personali dell’imperatore  come Avidio Eliodoro per Adriano,   Caninio Celere per Adriano ed Antonino il Pio,  Alessandro Peloplatone  per Marco Aurelio,  Adriano di Tiro per Commodo.

I Sofisti, svolgendo la funzione  di salvaguardia  dell’identità ellenica  e di promozione del consenso nei confronti della realtà politica romana  (Cfr.  Filostrato, cit) risultano  i promotori di una cultura universale comune e creano le premesse di una civiltà nuova romano-ellenica, in un abbattimento dei singoli nazionalismi, uniformando l‘oikoumene, in un superamento dell’ideologia delle gene, nella comune coscienza della civitas /politeia romana.

Raffaele Cantarella (La letteratura greca dell’età ellenistica ed imperiale, Sansoni, Firenze 1968) meglio di altri critici, comprende il fenomeno  a Roma di una orientalizzazione  mediante lo studio della II sofistica, senza rilevarne la grande funzione  socio-culturale unificatrice, pur nell’eccesso e nel paradosso.

L’autore storicamente la precisa,  tra l’altro, (in una prima fase che interessa a noi)  tra il Regno di Adriano 117-138  e quello di Gordiano III 244 d.C. ), letterariamente,  come  dottrina del perfezionamento della  parola retoricamente studiata  ed artisticamente selezionata, in modo arcaicizzante…

Per Cantarella il fenomeno,  uscito fuori dalle mura delle scuole accademiche del periodo flavio,  sostituisce il teatro con lo spettacolo della declamazione e  dell’improvvisazione dialettica da offrire alla classe dei protoi raffinati (senza disdegnare il popolo  medio-alto equestre  indottrinato)  senza  alcuna competizione con i ludi popolari dei mimi dei pantomini e dei gladiatori- anch’essi utili alla integrazione sociale-.

Chiaramente lo studioso accenna  alla situazione di competizione  spasmodica  tra letterati, tra imbroglioni, tra parassiti, clientes  che si ingegnano a creare la propria fortuna  con la ricerca del plauso popolare, tramite la raffinatezza dell’eloquium  e l’adulazione dei patres…Tutto è conforme, comunque, all’eredità della tradizione greca che parte dal Protagora di Platone (Cfr. Protagora a cura di Maria Lorenza Chiesara, BUR, 2010 ) secondo la testimonianza di Girolamo, Lettera 128,1,4  Infatti come i maestri  tracciano le righe (upograpsantes gramma) per aiutare il discepoli e gli dànno la tavoletta  per scrivere seguendo la traccia dell righe, così poi il legislatore  costringe ii neos a governare e ad essere governato facendolo  attenere alle leggi scritte  con le sanzioni…

Perciò, l’educazione greca è volta  a seguire le orme tracciate già e quindi, ad imitare chi ha già scritto: da qui la differenza di significato tra grammai le linee  tracciate dai maestri e i  grammata le lettere da incidere,  senza  segni di interpunzione, per cui lo schema  risulta lo stesso metod , con lettere maiuscole,  che poi si attesta nella scrittura del testo latino  in Roma e in tutto Occidente in epoca imperiale…

L’oratoria epidittica (demonstrativum dicendi genus  Quintiliano, InstitutionesIII,5,13)  risulta così  logos, una  conferenza  per illustri intenditori, impostata come encomio, utile alla formazione di una classe dirigente,  che costituisce la base stessa elettiva  del principato antonino, come senato e fasce  elitarie di liberti e di equestri di livello  finanziario, amministrativo e militare…

L’oratoria epidittica  non solo celebra i momenti salienti dell’impero nelle varie città di provenienza degli scrittori,  ma anche  nelle melétai stesse,  che sono declamazioni ,in cui il sofista da attore upokriths incarna un tipo di personaggio storico recitando la pars in relazione ai tempi e  ai luoghi, facendo rivivere episodi storici, alternando controversiae  di genere giudiziario  a suasoriae  di tipo deliberativo,  creando un clima universale comune  così da amalgamare i  popoli nella comunicazione delle usanze greche e nelle rievocazioni storiche …

L”encomio paradossale (l’encomio della Mosca di Lucianoè centrale nella cultura della seconda sofistica tanto da diventare un fenomeno sociale: gli oratori sono oggetto di venerazione, diventano attori celebri, uomini di spettacolo, come i pantomimi e gladiatori, mandano in delirio le folle di raffinati cultori, sono esaltati come eroi, esseri divini, di cui si prendono reliquie, si  chiedono autografi, si coniano appellativi  (Dione di Prusa  Crisostomo.)

Gli encomi sull’amore, sull’agape cristiano  e su altri argomenti poi  saranno retoricamente strutturati  in seguito nel IV  e V  Secolo d.C  (Cfr. Il vescovo Sinesio)...

Luciano, più di ogni altro letterato di lingua greca,  risulta l’emblema dell’uomo del II secolo,  in quanto evidenzia con la sua vita un iter che va dalla ricerca del successo fino alla filosofia e, quindi, ad un razionalismo critico ed ironico , propriodel suo tempo, di cui diventa il portavoce più significativo insieme a Plutarco e a Filostrato ead altri …

Mistificazione voluta  e ricerca del discorso vero, mistificata,  sono i due estremi che si congiungono, sposandosi in modo assurdo  in una religiosità  mostruosa, propria di tutto il secondo secolo, di cui il cristianesimo è una pura paradossale espressione…

Luciano, di Samosata  tende al falso secondo il medico  Galeno  (in un commento arabo alle Epidemie di Ippocrate,II,6,9 9  è definito scrittore anche di  testi oscuri sotto il nome di Eraclito, reo di aver consegnato inediti ad un filosofo imprecisato, incolpevole del falso, notizia confermata in Philopseudhs -cfr L’amante della menzogna  Marsilio1993 ,- anche se per Lattanzio Divinae institutiones, 1,9,8 e per Eunapio Vite dei sofisti,  è uomo impegnato a far ridere, seppure in alcune opere fosse sempre serio, pur parlando  di un Christos   sofista crocifisso in Morte di Pellegrino, 13) anche se la tradizione ne rileva in generale  i meriti di  philosophos spoudaios.

Infatti,  in Il sogno  parla  di due donne, simbolo del  Vizio e della Virtù, che gli compaiono nel sogno e  se lo contendono: sono la Statuaria e la Retorica.  Scelta la  Retorica,  Luciano diventa un conferenziere professionista che, però,  a quaranta anni, si converte alla Filosofia  avendo sentito, a Roma, Nigrino, divenendo critico e veritiero di fronte agli eccessi della società antonina…

Il suo  stesso viaggio navale (162 – 166 d.C.), al  seguito di Lucio Vero, co-imperatore, partito per la guerra antiparthica, come uomo  che diletta  l’iter del fratello di Marco Aurelio, le sue fermate  portuali, le cen , prima dell’inizio dell’attività militare, sottende un incarico imperiale per almeno un triennio.

Luciano sovverte ora  il discorso  di  Statuaria  che vede negativamente ogni forma viatoria,  che significa  abbandono della patria e  della famiglia, e  mostra  la sua  propensione a Retorica  che rileva invece nel viaggiare l‘ebbrezza della celebrità  e  un segno del cosmopolitismo romano.

Luciano sembra rimanere in questa impostazione  e solo in qualche occasione divaga  (cfr.Due volte accusato) incerto nei vari passaggi tra le regioni della Ionia,  dato l’immediato guadagno come ambasciatore di città nei confronti della corte imperiale, in considerazione della fama nella epideicsis – meléte, in relazione al prestigio, timoroso della tuche…

Forse Luciano aspira, all’epoca, ad una ricchezza simile a quella di Erode  Attico  (Cfr. Filostrato Vita dei sofisti)   svolgendo la funzione di intermediario diplomatico tra due città, di risolutore  di contese  civiche o  di consigliere  politico per questioni locali: quest’ultimo potrebbe essere stato il compito di Luciano con Lucio Vero, che attraversa le regioni desertiche ciseufrasiche  della Commagene  (Cfr. Luciano, Il sogno, Il gallo, L’asino  a cura di Claudio Consonni Mondadori 1994)…

Luciano è, quindi, un maestro di retorica  a Roma,  e altrove (in Italia in Gallia ecc) dove è abile a conciliare  la doctrina  quintilianea  con quella asiatica, in una continua ricerca dell’effetto sul popolo e del  generale plauso, ed anche dopo la conversione filosofica tende la proprio utile, secondo il costume dell’epoca. ..

Ogni minimo particolare è  studiato, coordinato, programmato  al telos del logos,  per una declamazione perfetta: c’è theoria/spectaculum nei gesti, nelle parole, nella artificialità delle forme ufficiali dei sistemi retorici più arditi, dopo esercizi propedeutici formali secondo i dettami di maestri pagati profumatamente,  guide nella  gravitas dell’eloquio  panegiristico, abili nella distribuzione delle partes e degli argumenta, secondo le regole delle  Institutiones di Quintiliano…

Il dialogo lucianeo  delle due donne- che si presentano e mostrano il loro valore ed attrattiva- è, inoltre,  spia della theoria delle due  odoi,  una dell’essere,  una dell’apparire, in quanto vie da percorrere, l’una al fine del conseguimento  di una spiritualità individuale, l’altra  della ricerca del  vantaggio personale e della carriera, in una dimostrazione reale della teatralità del mondo antonino  e dell’individualismo dell’epoca …

Il bonum est utile,  cioè  vantaggio ed interesse  privato,  come accaparramento di  sesterzi,  come scalata politica,  come  ascesa nell’amicizia  e  nella vicinanza alla corte imperiale, come  esclusione del bonum ciceroniano repubblicano, pubblico,  quod rectum et honestum et cum virtute est  (Cicerone, De officiis,III,7), antitetico rispetto a quello dell’epoca repubblicana…

in epoca antonina,  perfino, ogni  singolo tema ha uno specifico maestro  che non solo si vanta del successo pubblico e quindi si afferma come  vir bonus dicendi peritus, in  relazione  al  successo pubblico e alla capacità di mettere insieme ars  ed etica, in una giustapposizione della  retorica alla moralità: il modello senecano (X, 1,129)  diventando il limite massimo della  oratoria del II secolo, che risulta educazione molle, (che) priva di nerbo  la mente  e il corpo tanto da produrre il massimo consenso alla dinastia regnante e alla politeia universalistica.  

Il fenomeno dei gruppi di discepoli al seguito di un maestro -allineato al pensiero dominante-,  che fa pratica, dopo teorizzazioni, dimostrando perizia con  tecnicismo linguistico,  sottende  equivocità ed ambiguità nella composizione rhetorica  e nell’orientamento  espressivo, che sembra tendere  ai più nobili processi di vita e  condurre alla ricerca sublime di eloquium, ma è  collegato più all’utile che al bonum , in un tentativo di sottomettere e celare  il fine personale a quello comune pubblico.

Infatti da  qui deriva  l’ideale di magnate di  eloquenza, ricco sfondato filoantonino, che incentiva  ed eccita l’imitazione di  chiacchieroni, sacerdoti, maghi, avventurieri, specie orientali, piovuti nella capitale  nella speranza di conseguire la fortuna  con la superiorità della propria teknh: tutti, specie se schiavi o liberti o clientes, vivono nella speranza e nel miraggio della ricchezza, di un’eredità,  di una familiarità  con  politici e con cortigiani e perciò assoggettano  con ogni mezzo, e strumento, anche col sesso,  gli occidentali ricchi  e patrizi, circuendo, vecchie, matrone, giovani donne e,  se therapeuontes/magistri, i discipuli  ragazzi…. distruggendo ogni forma di pudore , rovinando l’assetto familiare  della tradizione agricola contadina latina basata sull’integrità del pater familias, non più garante della fides, della concordia, della lex  ..,

I letterati, specie i grammatokuphones e i grammatophoroi diventano una piaga in Roma,  in quanto copisti, e  risultano i più ricercati  e  pagati profumatamente come schiavi perché possibili falsificatori di testamenti e di  testi autografi, – cheirographoi  o olographoi-  cioè  capaci di alterare  gli scritti  firmati di propria mano o testi di proprio pugno: non ancora il Digesto aveva dettato le sue disposizioni in merito  giuridico e testamentario!.

I falsificatori e i ricercatori di testamenti  sono il cancro della società antonina (Cfr Giovenale, Satira XV)!

A Roma ci sono scrittori  segretari di consolari, che sono falsificatori che abilitano schiere di copisti latini (nella capitale era ancora  famoso  il cesariano  Faberio, – Svetonio, Augusto,35,utilizzato da Antonio,  per alterare documenti-  subito dopo la morte di Cesare, in modo da  emanare leggi  e disposizioni  autografe tramite scritti falsificati del Dittatore,  garantendo  legittimità  all’azione politica del Triumviro, che  si arricchisce e diventa vero padrone di Roma  col dare auctoritas a senatori chiamati dal popolo orcini e caroniti , come se  Cesare decretasse dall’Ade –  a detta anche di Plutarco e di Cassio Dione) che hanno una precisa funzione quella di  copiare  i testi letterari, ma anche atti giuridici  pubblici  e quelli  privati…

Molti imitano  quel  Lampone  alessandrino, di epoca tiberiana, definito da  Filone ( In Flaccum, 32) calamosphacthes,  segretario che uccide con la penna,..capace di alterare gli atti processuali coi suoi ritocchi,  a tempo opportuno, facendo risultare vincitore il perdente o viceversa,, data la mole delle chartae  dei processi nella provincia di Egitto al tempo di Avillio Flacco  (Cfr. Un prefetto Tiberiano).

Nel grandi città ci sono schiavi o clienti di  potente  famiglia romana, o  sacerdoti di qualche culto, che copiano testi per ordine  di amministratori /dioiketai sia centrali che periferici: si discute sulla loro preparazione e formazione oltre che sulla professionalità ed onestà…

Nel  II secolo, l’aristocrazia, specie  quella di derivazione gallico-ispanica ha greges di litterati segretari copisti, giuridici,  che, da Roma, inglobano territori interi, villae,  praedia  con le dipendenze, come lasciti da parte di ex senatori romani italici, sottoscritti da  segretari  falsificatori, ben ricompensati dai nuovi domini, che,  con quelle  chartulae  contraffatte,   prendevano legittimo possesso, senza possibilità di smascheramento, data la massa di documenti  che ogni proconsulare riportava  in carrucae dalla provincia…

Se la corruzione esiste in provincia, massima è nell’Urbe dove la scrittura, basilare per gli atti pubblici, è utile per la duplicazione dei documenti e la loro diffusione. Non si conosce una legislazione a proposito  per la formazione  di una scuola di grammatici,  se non il decreto  di  Vespasiano  che  costituisce un ludus pubblicus  col pagamento di uno stipendio a Quintiliano: questa è un scuola pubblica dove si insegna anche  a scrivere, ma già a Roma, dall’ epoca repubblicana esistono copisti,  gli schiavi litterati di nobili famiglie!.

A Roma la corte ora  richiama letterati e scrittori che vengono   da Alessandria, che ha  nel Museo una scuola  e da secoli crea  un esercito di librarii, di copisti  abilissimi nel loro lavoro,  nonostante la concorrenza con la scuola di Pergamo e di Antiochia.

Ormai però sotto gli antonini è una moda andare a Roma per ogni letterato in cerca di protezione e di fama, di ricchezza…

In La morte di Pellegrino Luciano mostra un christianos kosmopolita, esempio  di  comportamento e  maestro di vita, un visionario e ciarlatano,  uno  philopseudhs o apistoon, megalomene,  un dioikhths, accusato anche di parricidio, eppure servito e riverito anche quando è in prigione dai suoi correligionari, teatrante perfino nella morte spettacolare: si getta nel fuoco- come un gymnosophisths indiano-  della sua pira davanti ad un pubblico, che ha finito di assistere alle olimpiadi! …

Erma,  Marcione  e Carpoforo sono  anche loro christianoi  esemplari nella sede della capitale dell’impero, palcoscenico dell’universo romano…

Erma  è un liberto. un ex schiavo, verna, venduto ad un domina che lo affranca, (forse fratello di  papa Pio-  in altra sede ho  cercato di risolvere la questione-) scrittore di Il Pastore (Cfr. Il Pastore,  Traduzione introduzione e commento di Osvaldo Tosti,  Pia società S. Paolo,1945 ) un’opera divisa in tre parti Visioni(5), Precetti (12) e Similitudini(10),scritta forse nel 150 d.C., a varie riprese in circa 14 mesi.

Erma, mentre si dirige a Cuma,  vede in una  prima visione, apertisi i cieli, la sua ex benefica  padrona, Rode, già oggetto di desideri carnali, che lo invita al pentimento e alla preghiera, per ottenere la cancellazione dei peccati,  poi, di nuovo, improvvisamente vede   una cattedra, resa veneranda da bianchissime lane, e  nota, sopraggiunta una vecchia signora assai splendidamente vestita, che ha  in mano un libro e che lo saluta e gli impone di fare penitenza per la sua famiglia, avendo lui,  per amore, non corretto  i figli che,  lasciati a se stessi,  hanno commesso peccati  ed  hanno rovinato i suoi affari. La vecchia  lo invita ad ascoltare,  mentre legge le lodi del signore; la creazione del mondo e   la formazione della Chiesa, benedetta,   destinata al compito di guidare i fedeli nella gloria eterna futura, La prima visione si chiude con l’apparizione di quattro giovani  che portano via la cattedra e vanno verso oriente e poi con la comparsa di due uomini  che vanno anche loro verso oriente, sostenendo la donna  da una parte e dall’altra. La signora è simbolo della Chiesa, che dapprima lo consola della sua afflizione per la rovina finanziaria a causa dei figli,  poi gli intima di far penitenza  con la sua famiglia ed infine  celebra la onnipotenza e sapienza di Dio.

Nella Seconda visione, ad Erma che ha ripreso il cammino per Cuma, trasportato da uno spirito nel luogo della precedente apparizione,  riappare  la vecchia signora  che cammina davanti,  leggendo un piccolo libro e gli dice:  Puoi annunciare agli eletti  di Dio le cose che leggo?  Il pastore le risponde: signora, non posso ricordarmi  di tutto, dammi il libriccino per ricopiarlo e lei disse: Prendi e ridammelo. Il pastore prende il libro e si  ritira in un luogo appartato,  lo ricopia tutto alla lettera (lettera per lettera)  ma non riusce a trovare il significato. Finito di copiarlo,  il libretto gli è tolto di mano da qualcuno (non si sa da chi). Passano quindici giorni  di preghiera e di penitenza per i figli, dopo  aver iniziato a vivere con la moglie come fratello e sorella;  riappare la  signora (la chiesa)   che rivela il significato della scrittura ed ordina ad Erma – che l’ha confusa con la Sibilla- dopo avergli chiesto se ha consegnato ai seniori quel libretto ricopiato, non completato e bisognoso ancora di aggiunte, destinato ad essere conosciuto successivamente nella sua completezza -: E fanne due copie, una la manderai a Clemente  e l’altra a Grapte. Clemente poi le spedirà alle città straniere, spetta a lui questo ufficio.  Grapte, invece, ammaestrerà le vedove  e gli orfani. Tu lo leggerai  in questa città insieme ai presbiteri. che presiedono alla Chiesa   (Visione II, 4,19-21). Senza entrare in merito al contenuto e alla simbologia, a noi interessa rilevare a questo punto  1. come Erma sia uno ex schiavo litterato , che sa appena distinguere  grammata e le sa scrivere  faticosamente su un papiro o pergamena, ma non legge bene  perché non è abituato al continuum del rotolo – che non ha segni di interpunzione- e non riesce a decifrare le  frasi significative, data la sua non professionalità di copista; 2.  che la società romana  è già suddivisa gerarchicamente in quanto sembra  che Clemente sia il dioicheths episkopos,  che deve diffondere la rivelazione alle genti straniere mediante le copie, e  che  Grapte sia diaconessa,  che Erma  sia uno dei presbiteri  in quanto già osserva la continenza; 3.la rivelazione (apokalupsis ) è  graduata a seconda delle fasi storiche  e delle possibilità di comprensione dei capi, nonostante la certezza dell‘imminente ritorno del Signore./parousia…

La  terza visione  riguarda  un seggio di avorio su cui siede la Chiesa con Erma seduto alla sinistra perché la destra è riservata ai martiri  e poi una grande opera, una torre in costruzione, simbolo della Chiesa stessa  in mezzo alle acque  (rispettivamente simbolo della chiesa e delle acque del battesimo)  ed infine i sei costruttori della torre  (che sono 6 angeli capi a cui altri angeli portano le pietre  che rappresentano apostoli, vescovi dottori e diaconi morti o viventi ) mentre le altre pietre indicano i fedeli   (nei diversi gradi di perfezione o anche differentemente scartati e messi in riserva)  le sette donne simboleggiano le virtù…

‘Nella quarta visione, avvenuta venti giorni dopo,  c’è l’apparizione di  una nuvola di polvere che si alza fino al cielo, tanto mostruosa da essere un fenomeno soprannaturale, che si precisa come un cetaceo, dalla cui bocca uscivano locuste  di fuoco, lungo 100 piedi (quasi trenta metri)  col capo di argilla   di quattro colori (nero, rosso,oro e bianco) e poi di una vergine lieta come uscita dal talamo nuziale calzata di bianco, coperta di vesti bianche fino  alla fronte e con una mitra, che esorta Erma a ad annunziare quanto vede  a tutti,  in un invito alla penitenza perché dopo la persecuzione, nel secolo venturo ci sarà la parousia il ritorno del signore  che ammetterà i puri ((il colore bianco)  nel suo regno….

Nella quinta visione  appare l’angelo pastore, a cui è affidato Erma  pere essere ammaestrato  mediante precetti e similitudini,  secondo la disciplina penitenziale ecclesiastica….

Erma, dunque, è testimone di una fides paradossale, che non ha nuclei dottrinali certi,  ma una gerarchia  ecclesiale, una  sistema penitenziale ed una coscienza di attesa della fine del mondo e del ritorno di un Christos, mai, comunque, nominato,   più servo fedele adottato che Figlio di Dio pathr :il Pastore appare opera  più  di un cristiano adozionista che  di un catholikos ortodosso…

Marcione, anche lui uomo del II secolo, è  figlio  del vescovo d Sinope, scomunicato  in patria dallo stesso padre per le sue idee religiose, innovatrici, rispetto a quelle della tradizione orientale  giudaico-cristiana…

Trasferitosi a Roma, ed accolto fraternamente da quella comunità cristiana (verso il 140), ha presto rilievo  per la cospicua donazione di 200.000 sesterzi anche perché vive  in silenzio fin verso il 144  elaborando le sue tesi religiose con originalità,  avendo subito la predicazione dello gnostico  Cerdone e essendo legato al pensiero di Basilide.

Esposte alla comunità le sue tesi sull’insanabile contrasto tra Nuovo e Vecchio Testamento, è subito scomunicato anche se evidenzia la specifica impostazione  di Paolo, di cui ha ben interiorizzato il messaggio di morte e resurrezione del Christos

Carpoforo è  un civis, – proprietario  di una  trapeza/mensa   e padrone  del trapeziths  mensarius, lo schiavo Callisto, poi divenuto papa,. la sua storia  come quella del suo schiavo è connessa con la gerarchia  dell’ecclesia romana della II metà del II secolo.

Dopo il fallimento bancario, Carpoforo, fa processare Callisto  e fa punire   con l’ergastolo in Sardegna – per aver frodato il prossimo, specie vedove e bambini-  l’ amministratore,  fiducioso in orientali corrotti…

Tutti, padrone e schiavo, bancari e fedeli,  sono  espressione  di una umanità orientale,  vivente a Roma  in quanto uomini che svolgono funzioni diverse nella capitale dell’impero, come  agenti  di fondi comunitari, per il bene ecclesiale, anche  con carica  di episkopos,  presbuteros e  diakonos  (amministrativo ed assistenziale): sono la testimonianza di un  esercizio orientale episcopale monarchico già funzionante nell’urbe alla fine del I secolo- legato ad Antiochia,   come  da tradizione apostolica – ( Atti degli apostoli,  20,28) -, espressione  di  un’ humanitas singolare, direi, sospetta in ogni senso, specie in campo religioso per il rito dell’eucarestia e per il non pagamento di tasse imposto da dioiketai,  che regolano metoikoi e  csenoi,  secondo la propria funzione svolgendo i  propri  munera/ uffici – doveri (munus docendi, santificandi, regendi)…

I cristiani, comunque, pur vivendo in mezzo ai pagani,  si sentono estranei ai culti ufficiali, coordinati secondo gli ordini del Pontifex maximus, e  come gli ebrei,  si considerano etnia privilegiata, uomini  di un altro regno:  aver un altro re ed un altro vicario  sacerdotale   è equivoco in epoca antonina, dove tutti i cives  (di qualsiasi classe sociale),  sono reclutati, contro i barbaroi germanici (Quadi  e Marcomanni) e contro i Parthi….

Il diniego  di rendere  culto di latria mediante incenso  all’imperatore in Roma  da parte di uomini orientali, abituati alla proskunesis da secoli,  è  certamente della tradizione  ebraica ( ed ora anche  del christianos) in epoca antonina, ma diventa una protesta ebraica  solo sotto Traiano e poi sotto Adriano  nel corso della guerra di Kitos  e nella III rivolta  giudaica ed infine  nella guerra parthica, condotta da Lucio Vero…

Ora ebrei e cristiani  (perseguitati i primi, tollerati i secondi  o trattati con benevolenza) in un contesto pagano devono far circolare il loro pensiero tramite copie di libri  in greco, che sono rare, cioè rotoli  (volumina)  opera di  copiatori di norma  professionisti (quelli di corte o di agiate famiglie aristocratiche) ma anche in maggioranza  non  professionisti  che  scrivono, condizionati  dalle idee, all’epoca  dominanti…

Ora le copie cristiane greche a Roma sono di non professionisti,  di   fedeli che ricopiano lentamente, facendo errori e che all’occorrenza correggono e anche cancellano  e  possono alterare  il valore delle stesse lettere (Esempio  il theta maiuscolo scritto con O maiuscolo con la lineetta centrale  può diventare O Omikron;  P che vale Rho può essere scambiato con P latino , H hta per H latino ), sia per spirito di parte che per ignoranza personale, oltre che per  condizionamento religioso: si è in un momento in cui niente è certo circa la figura di Gesù  (Cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa ), sulla sua humanitas o divinitas, sulla  verginità della madre Maria ,  sulla Trinità/trias  ancora da stabilire, sulle persone upostaseis

Ne deriva che la lettura e la scrittura dei testi, copiati da originali o da copie venute da chi sa dove, senza una reale certificazione, data anche la differenza di titolo degli scriventi, senza controllo dell’autenticità e  non autenticità testuale,  sono a totale discrezione di chi è incaricato della scrittura nel suo scriptorium, che per giunta può entrare in competizione con i propagatori di eresia, come gli adozionisti   e i docetisti , anche loro impegnati nella diffusione del Vangelo  …

L’ ecclesia di Roma, essendo una succursale di qualche chiesa orientale,  ha  pochi libri ( rotoli di papiri o pergamene  provenienti da altra sede): di norma il volumen  è costituito da rotoli, formati di venti fogli incollati  l’uno l’altro chiamati Kollemata, ma può essere più grande con fogli più numerosi anche se dell’altezza di  circa  20-30 centimetri,  e non è originale, ma è copia copiata da testo non identificato, che, inoltre,  bisogna anche ricopiare per trasmetterlo ad altre comunità,  che ne sono sprovviste. come abbiamo rilevato in Il Pastore..

C’è dunque, nella Capitale, un lavoro di copisti christianoi, occasionale e quindi  non professionale,  e solo più tardi nel III secolo più organizzato, a seguito del credito dell’ecclesia romana, ormai affrancatasi dalla diokesis orientale di origine e dagli antichi ktistai…

il Vangelo di Marco e di Luca sono quelli che hanno una storia di copiatura differenziata e per luoghi e per  abilità scrittoria, grafica, e per letterarietà  e per cultura, come alcune lettere di Paolo ed il Pastore

Non essendo ancora definita la figura di Iesous Christos Kurios  né come  Theos athanatos né come anhr theios, né come  reale anhr nato da un normale parto di donna, fecondata da uno Thnhtos, subito dopo la metà del secolo  se ne parla  in termini  di Dio controverso  in un clima ,dove domina la  conoscenza/ gnosis, che è diversa ad Alessandria, ad Efeso,  a Roma:  ogni città  dell’impero romano ha una sua gnosis, di cui non è facile evidenziare i punti centrali  e i temi  culturali…

La confusione nasce dalla creazione poihma  del mondo e della ecclesia,  ad opera di un theos, come si vede anche nelle lodi della domina in il Pastore  come già mostrato …

Negli anni di  guerra antiparthica in Oriente  ed antigermanica  in Occidente  sotto le insegne di  Lucio Vero e di Marco Aurelio  si rileva un ammutinamento ebraico-cristiano, proprio di renitenti alla leva, da parte di uomini  che si considerano naturalmente fratelli, in quanto figli di Dio, perché  zontes viventi dotati di anima  e quindi fatti a somiglianza di Dio, quasi fossero  moderni obiettori di coscienza

In epoca antonina si manifesta un  fenomeno  antimilitaristico, contrario all’espansionismo romano, come propaganda di pacifismo  e di universalismo, intesa come  amore  e pace tra i popoli  della terra. come è sotteso  in Il Pastore e in La lettera a Diogneto

Questo   è   incompatibile con il  rispetto dell’ auctoritas terrena  imperiale,  che sollecita   formali atti di sottomissione, prima dell’arruolamento militare: non sorprende quindi che ci siano martiri cristiani come Policarpo, come Ignazio, come i fedeli di Vienne in Gallia:  non sono uomini puniti dalla legge romana -ad eccezione dei   dioiketai episkopoi capi di  ecclesiai,  che pagano la tasse personali e non quelle della loro dioikhsis e sono inviati a Roma a difendersi dalle accuse  davanti all’imperatore – ma  elementi, accusati dalla popolazione, innervosita da una parte dal disfattismo giudaico-cristiano e dall’altra dal loro integralismo religioso e dalla pertinacia fideistica  di eletti/teleioi/ perfetti, desiderosi del premio eterno del Regno dei Cieli, loro patria…

Stesso discorso è da farsi per gli Scillitani che  mettono in evidenza la fede africana, tipica di visionari  che, seguendo i loro pastori, sono    convinti di una prossima discesa dai cieli del Cristo  trionfatore e  certi di andare nel  suo regno, giusto, destinato ad essere  glorioso per mille anni secondo le Apocalissi dell’epoca.. (cfr A. Pincherle Introduzione al cristianesimo antico, Laterza 1992)..

Il II secolo non è  un secolo di amore e di rapporti  umani e liberali tra persone che vivono nell’età  saturnia,  secondo precetti evangelici come si prospetta nella lettera a Diogneto,ma è  un secolo di lupi in mezzo a lupi che oltre a sbranarsi reciprocamente,  vivono  davvero  in un’orgia di  retorica, alla ricerca del consenso e  della  fama,  della solidarietà umana, solo in apparenza, ma di fatto  tutti hanno i traumi dello scontro  verbale  e   risentono dell’acrimonia della  diatriba e sono condizionati  dalle antitesi antinomiche: sotto l’ arcaico parlare signorile, vuoto di contenuto, di comune godimento,  elitario, c’è la volontà di sopraffazione, propria di parvenus arrivisti, ingegnosi  nei loro cavilli dialettici, nelle loro attese di gloria…

Un clima di falsità è in tutto il secolo e si ripercuote  nel diritto, nell’amministrazione militare,  nella gestione provinciale  e in quella statale centrale: l’apparato burocratico  si trasforma in una macchina divoratrice di beni  in quanto ogni burocrate ha una sua  rete di controllo  e di fidati controllori che divora le sostanze imperiali,  depauperando le casse del fisco, indebolite dalla necessitas  del finanziamento delle truppe militari  abnorme (due flotte, una  a Miseno ed  una a Ravenna;  30 legioni sparse per l’impero- in maggioranza sul confine germanico danubiano, su quello eufrasico, sul limes afro-nilotico su quello oceanico-  britannico,   tanto da favorire il fenomeno,  che inizia  con Marco Aurelio – che deve chiedere prestito al’erario per le proprie spese dopo che ha messo all’asta i propri beni-  di contrapporre i barbari  ai dediticii,  che sono  gentes, arresesi, arruolate come mercenari  ai margini dell’impero, pagate con l’assegnazione di terre entro il  territorio  romano…

Marco Aurelio volendo spostare il confine dal Reno all’Elba cerca di favorire la formazione di nazioni come la Sarmatia…

La crisi socio-economica  determina un pauroso buco  nel fisco tanto che la domus imperiale deve chiedere prestiti all’ erario senatorio, normalmente dissanguato,  non potendo vantare  diritto di proprietà  nemmeno sulla casa del Palatino  (cfr. Historia augusta,   Marco Aurelio, 17,4-5 ).

Si aggiunga che  la peste per quasi un quindicennio  (166-180) imperversa in regioni asiatiche  dell’impero romano e giunge nella penisola Italica  e a Roma stessa dove fa stragi : nei castra, ai confini, c’è uno stato di epidemia continua che falcidia i milites più dei nemici in battaglia.

In molte zone la peste  è per il popolo un morbum dovuto ai Christianoi, considerati ambigui, falsi, corrotti, perfidi,  date le accuse di crimini orribili e considerata la loro astensione dal servizio militare attivo…

La disastrosa  crisi finanziaria negli ultimi anni di Marco Aurelio determina la interruzione della pratica del migliore,  scelto dall’imperatore  che concede sua figlia Lucilla  a Pompeiano, dopo la  morte di Lucio Vero nel 169, per passare ad una successione  diretta imperiale ereditaria al figlio Commodo: necessita una legge finanziaria nuova del tipo di quella neroniana;da qui  l’accostamento fatto dal padre  stesso ,che  vede nel figlio  un Nerone, riformatore finanziario…

L’invito a dedicarsi alla riforma finanziaria sullo schema di quello neroniano  comporta automaticamente un ordine sotteso  di depredare lordo senatorio ed equestre in modo da far circolare moneta liquida nel Fisco : la riforma del denarius  a scapito dell’aureus colpisce il ceto senatorio che paga con tale moneta l’acquisto di oggetti preziosi e della seta , mentre fa respirare la plebe nelle sue varie frange  popolari produttive (artigiani, mugnai, lavandai ecc) e i militari di leva,che solo ora sono pagati  dalle casse imperiali,  quando invece fino ad allora hanno stipendi annuali   dai governatori che, impongono tasse ai maggiorenti locali per calmare le intemperanze militari, specie se coadiuvati dagli ausilia  dei dediticii. abituati ad avere viveri dalle popolazioni romanizzate stesse

Questi corpuscoli barbarici, difensori dei confini dai barbari, loro consanguinei,  in seguito accoglieranno i loro parenti e si stanzieranno nel territorio romano, desiderosi di integrarsi  seppure  senza alcun  diritto di  federazione con Roma stessa  e senza civitas (sine suffragio),  diventando un pericolo per l’impero,  fino al parziale riconoscimento giuridico  con Caracalla…

Di conseguenza, pur pagando somme per l’apparato militare in effetti la difesa dei confini è data a barbaroi dediticii, che si insediano entro i confini con l’obbligo di difenderli,  agli ordini del governatore della provincia dotata di proprie milizie,  più vicina  alla zona di loro competenza , essendo malfidi, data la loro ricerca di terre migliori, considerati i legami coi  fratelli oltre il confine, morti di fame, e nomadi, desiderosi di migliorare le condizioni di vita …

Si rilevi, per capire, il confine lungo l’Eufrate  che divide siriaci e siro-palestinesi ,  aramaici, dai parthi, anche loro aramaici, di lingua , e di religione mista con prevalenza ebraica: ad ogni tentativo romano di invasione della Parthia si serra il vinculum di sangue  patrio  e l’impresa parthica diventa un suicidio per i romani:  ne fanno  amarissima esperienza  Traiano ed Adriano e poi  Lucio Vero, in misura minore, che  si troveranno, dopo la conquista,-molto difficile-  in situazioni  tragiche, nel percorso di ritorno, senza l’aiuto dei battellieri ebraici …

L’impero romano, comunque, nel II secolo, sostanzialmente pacifico, nonostante guerre di annessione e scontri ai confini,  presenta, nella sua disparità  culturale, pur nella diversità linguistica, una grande attività commerciale ed una sua unità concettuale nella lingua latina Occidentale e in quella greca Orientale,  che si sposano proprio nel coniugium tra  il  meraviglioso mirabile /to paradosson e la menzogna mendacium/ to pseudos, nella ricerca infinita del novum..

Si crea  un sistema operativo, in un  clima di propaganda antonino, in senso antiflavio ed antigiulio-claudio, basato sulla coscienza della precarietà del vivere,  di un pensare segreto, individuale, anche nel vortice della frenetica pulsione vitale giornaliera: i letterati  esprimono il travaglio dell’individuo e la paura delle masse col culto arcaico della forma, con la nuova sofistica,  nella volontà di mostrare  la superiorità della monarchia elettiva, in cui il princeps è  novellus   secondo un nuova concezione di  ius  e di civitas, rispetto a populus/plhthos.

E’ mera letteratura che  sottende un profondo phobos, un’inquietudine per il domani non solo per gli honestiores ma anche per gli humiliores: il Regno di Commodo  è spia di tale incertezza e la guerra civile tra Pescennio NIgro,  Didio Giuliano, Pertinace e Settimio Severo  che si scatena è la prova delle tante crisi  irrisolte , che si sono sovrapposte e dei tanti nodi che sono venuti la pettine …

Comunqe, Il  vertice della società romana è  per quasi un secolo  il  princeps elettivo,  ideale  di perfetto reggitore, visto nel suo trionfo militare,  come victor /nikeths  sui barbari, come giusto amministratore, uomo tra gli uomini, anche se ha prerogative divine, bisognoso, comunque, nonostante la gloria, dell’ausilio del senato e del consenso dei cives  di cui è garante comunitario  in quanto imperator absolutus/autocratoor, scelto   nell’interesse comune,  come  sostegno nei bisogni individuali e  patronus delle masse, perché pater patriae.

Questo è la retorica della politica antonina, che sa coprirsi di un alone di perfezione in quanto è davvero  centro di una communitas di reciproco amore, di un scambio  amoroso, ed è  bonum per il princeps e per i cives , il cui andamento reale è affidato ad una ristretta burocrazia di palazzo, che si dirama dalla capitale ai centri provinciali amministrativi situati  nei grandi centri,(ad Antiochia,  Efeso, Alessandria,  Cartagine, Lione), da cui  derivano i poteri locali, efficienti in situazione, a seconda  della normativa imperiale che  garantisce sicuritas e libertas , vera asphaleia con pistis,  reale eleutheria con autonomia e con eudaimonia.

Il principato diventa lentamente  una dilatazione giuridica  dell’oikonomia familiare in senso statale, una giustapposizione del focolare domestico al corpo statale, un ampliamento universale del potere del pater familias, la cui potestas è illimitata e la sua auctoritas è sacrale.

Il princeps  è autocratoor e nomos empsuchos col consenso senatorio e popolare; l’ideale di Caligola e di Domiziano  s’incarna in Antonino il Pio, meno nella diarchia di Lucio Vero e Marco Aurelio,  si dissolve  con l’ultimo Marco Aurelio e naufraga con l’assolutismo di Commodo

La lettura  positiva del principato è in relazione ai letterati, specie Plinio il giovane , Tacito, Frontone,Elio Aristide , Erode Attico che  hanno  una visione retorica propria di  fedeli amministratori e  contabile di chartae che  sanno  esaminare in quanto elementi del senato o di classi privilegiate,  che godono di benefici statali e svolgono funzioni consolari o proconsolari  e quindi hanno davanti documenti della gestione pubblica da esaminare e hanno il  compito di applicare leggi   secondo i decreti imperiali... 

Sono tutti bugiardi che vedono la normalità  in uno stato di crisi  e che  leggono solo gli aspetti positivi , rilevando la loro  funzionalità amministrativa, essendo parte minima di un sistema  complesso come quello imperiale, che neanche dalla capitale  può vedere l’enormità dei problemi  provinciali e periferici, non essendoci nemmeno i mezzi di controllo, date le distanze  dal centro operativo  e la lentezza dei provvedimenti?..

Secondo il mio parere l’impero inizia la sua decadenza  a causa della sua stessa  grandezza:  troppo lunghi i tempi di intervento, troppo grandi le distanze, lente le comunicazioni, impossibile la strategia operativa, a distanza! .

Essendoci , comunque, consenso, c’è un’unanimità di pensiero  favorevole al  principato senza possibilità di una  reale verifica: il dissenso parziale dei Christianoi  in seguito interessati ad impadronirsi  della pax antonina per la celebrazione di una società fortunata e beata, quasi fosse stata un’età saturnia quando, invece, c’è una crisi morale spirituali e sociale di immense proporzioni, a seguito del passaggio da una  aristocrazia romano-italica ad una gallico-ispanica, capace di rinnovare la propria cultura occidentale grazie all’apporto  commerciale dei graeculi…

Ora in un secolo di  litterati bugiardi, capaci di uccidere per il proprio profitto,  di kalamosphactai,  di uomini che sanno scrivere  ricercati nell’impero romano  specie nelle grandi città orientali   e perfino ad Alessandria, sia prima che dopo Origene,- che oltre tutto dirige il didaskaleion ed ha bisogno di copisti per la lettura pubblica dei suoi  Principi per insegnare la interpretazione del senso della parola divina- c’è  bisogno  di testi precisi scritti da segretari, di  epistulae riservate , di  messaggeri fidati  per al comunicazione nell’impero tra la dirigenza  centrale  e la periferia.

Ancora di più è probabile che ci debba essere un gruppo di  fedeli  Christianoi, copisti, per  verificare il pensiero veterotestamentario e per evidenziare la novità di quello neotestamentario.

E’ certo, comunque,  che Origene porta con sé copisti  a Cesarea Marittima e poi a Cesarea di Cappadocia,   diffondendo  in Oriente le copie   di Paolo, dei  Vangeli, di Erma ed  approfondendo la Bibbia e la conoscenza biblica  con  l’errore insito  nella lettura stessa del testo ebraico,  che risulta mutilo e monco, in quanto basato  sulla  pura osservanza   materiale della legge mosaica, anche se ha un contenuto spirituale.

Inoltre l’alessandrino trasporta  con le sue copie l’errore degli Gnostici, che leggono in modo letterale e cadono nell’antropomorfismo  veterotestamentario,  che autorizza  la lettura di un Dio creatore inferiore rispetto al Dio supremo(I Principi I , IV,2,1)…

Con queste copie, così scritte- numerose- viene fatta una  lettura  ambigua ed equivoca per gli incipientes, che sono ilici (somatici) in quanto   si resta  sul  senso materiale stesso testuale,  si corrompe  e  si disturba l’apprendimento dei progredientes, che sono psichici, impegnati in senso morale.mentre solo gli pneumatici possono conseguire la teleioosis perché vanno oltre testo, interpretando   dià simbuloon, allegoricamente, e sono perfetti,in quanto superano gli errori stessi testuali, assistiti dallo Spirito Santo, loro patronus!!

L‘impostazione origeniana-  quella stessa di Clemente Alessandrino. determina poi la diffusione delle copie – già non esatte, inficiate in seguito  da errori grossolani dei copisti occidentali , non professionisti Cfr. scriptorium di Cassiodoro– che risultano  difformi l’una dall’altra anche per la non corretta traduzione in latino…

Comunque, nel secondo secolo si costituisce  una gerarchia che demanda il compito di scrivere copie e per la comune lettura e  per il proselitismo dei cristiani  fra pagani e per la difesa dagli gnostici e dagli ebrei…. 

Il dissidio dottrinale sulla figura di Gesù,(mai ben delineata  né nelle lettere di Paolo né nei Vangeli a né nell’opera di  Clemente romano, né in quella di Erma  –che neanche lo nomina e che considera Figlio del Padre   lo Spirito Santo  e  Christos(???) Servo fedele – né in  Didaché  né  negli scritti  di Giustino)  è  complicato dalle grafie delle varie  e molteplici ecclesiai sparse in tutto l’Oriente, acefale,  con scarsi contatti fra loro…

Ne consegue che quelli, che scrivono per ricopiare, non hanno un unico testo, da cui  dipendono, originale,  ma hanno vari testi,  propri della  zona, di cui sono un’apoikia, una colonia succursale, non sempre seguita dalla madrepatria; da qui la diversa interpretazione su Gesù, su Christos, su Logos, su Pneuma,  sul Theos  poihths e pathr e quindi, le tante  eresie …

Non è il caso per ora di vedere qui lo scontro tra l’impostazione letterale di Antiochia e  quella  allegorica di Alessandria  né di verificarlo in Occidente e, specie nella  ecclesia greca  romana  dove è più profonda l’influenza antiochena…

Nel secondo secolo, epoca del paradosso  sembra fondamentale  in ambito cristiano lo scontro sul Theos creatore e sulla funzione della  singola chiesa   nel contesto pagano, in cui prevale chi spara la novitas più grande, ai fini dell’affermazione ecclesiale… 

Ci sono christianoi che  credono in  un theos,  che ha creato il  Kosmos ed altri che credono in un Theos,  capace di  dare  ordine e  armonia ed escludono il  poihths di disordine e di disarmonia,  cioè di un Dio pathr di bene,  distinto da un Dio del male ; da qui le Sacre scritture opera degli ebrei, che credono in un solo vero Dio, crudele  e sanguinario, ma anche Pathr ed ordinatore, accettate da cristiani che   rilevano un dio come origine di ogni male opposto ad un Dio, pathr di Gesù Christos, che, però, secondo alcune comunità   è solo  uomo o  solo Dio o  figura divina apparente, in quanto in Christos, al di là della sua funzione di salvatore ci sono due persone, di cui una uomo Gesù ed un’altra Dio Christos…

D qui anche le tante diverse letture della morte  di  un Gesù, indefinito nella sua natura  di uomo e di uomo- dio, che non può morire come dio  ma muore  come uomo, lasciando il logos sola l’humanitas, per poi risuscitarla …

Senza entrare nei cavilli,  propri del secolo secolo,  teologici, ci tengo a precisare che tante credenze derivano dalle cattive letture dei codici ma anche dalle cattive copie e dalla buonafede (?!)  dei copisti che comunque, non sono immuni da lucro…

L’ecclesia  di Roma, colonia di una metropoli orientale, risente dunque, dei tanti errori delle copie circolanti in  Oriente… successivamente tradotte e copiate in Occidente ….

Ho già scritto del paradossale ebraico (e mirabile  cristiano), ora vorrei mettere insieme le due manifestazioni e cercare di capire il gusto o moda  del generalizzato  to pseudos  nel periodo antonino, ampliando il discorso, in senso universale  romano-ellenistico, pagano, sapendo che  oltre 5/6 della popolazione  dell’impero romano 60.000,000) è  politeista, mentre i giudei, giudeo cristiani e  pagano cristiani sono solo circa  10.000.000 e che la loro distribuzione è in maggioranza in Oriente e in Egitto.

Mi sembra opportuno marcare come il fenomeno sia di origine orientale e che viene introdotto poi in Occidente e in Roma, specificamente  come fatto religioso,  collegato con i riti della Gran Madre, con quelli di  iside e  di Serapide, ma anche di quelli messianici, come  Gesù Christos, venerato e dileggiato come onos en stuarooi … come si rileva nel graffito di Alexamenos, trovato nel Palatino nel 1857, negli scavi del Paedagogium, una scuola  per giovani destinati alla corte, conosciuta fino all’epoca severiana.

 

Si rilevano nel graffito  tre elementi fondamentali.
1. La centralità del culto di onolatria, /culto religioso per un asino,  con la raffigurazione di Christos, un uomo crocifisso, dalla testa di asino,  da parte di  giovani, irridenti e deridenti  i cristiani, circoncisi  come
gli ebrei e  credenti nella resurrezione,  accusati di stragi di bambini e  di cannibalismo (il rito dell’eucarestia)  cfr. G. Flavio, Contra Apionem,II,7; Tacito Storie, V,3 M. Minucio Felice, Octavius .VIII,4-5; Luciano, De Peregrini morte,13 ;Tertulliano, Ad Naziones, 1,7,23  ed Apologeticum, 39,8-10.
2. La figura di un uomo con la mano sinistra alzata, in segno di disprezzo(?), posta a destra dell’uomo-asino crocifisso, dalla doppia natura.
3. L’iscrizione, regolare per disposizione di  lettere -maiuscole (anche lambda  minuscolo è accettabile come C lettera  che vale S come sigma lunata orientale ), è   in  greco antico,  costituita da un enunciato semplice con  soggetto, verbo e complemento  senza articolo Alexamenos cebete (sebetai  – anche oggi ai = e) theoon ( o non è omicron ma omega   e potrebbe valere theous) /Alessameno venera dei,- a meno che non ci sia l’uso di sebomai + participio predicativo di Theaomai, -che in Marco (16,11  pros to thhathhnai autois/per essere visto da loro ed anche etheathh upo auths fu visto da lei ) e in Matteo (28,7) vale anche Theaoo vedo  ed è usato al passivo– . In tal caso  l’enunciato avrebbe un valore ironico da parte degli amici di Alessamenos , come presente participio attivo nominativo- predicativo-Theaoon   : Alessamenos si vergogna a vedere (con ammirazione)…-.guardando ammirato ( theaoon  come presente participio ) venera- 
Non sembrano attinenti  alla lettura  del graffito lo psi in cima alla croce e la Y al centro del riquadro  della croce,  sopra la mano sinistra.
Per chi non ha mai letto un codice antico,  il graffito del  Palatino  è  esemplare per rilevare il sistema di grafia maiuscola del tempo e quello dei contenuti  con quello interpretativo  per  la sottesa referenza al concetto di doppia natura
Nell’epoca degli antonini, dunque, si falsifica molto, specie le lettere e la moneta, di cui abbiamo parlato in altra sede…
 Gli antonini sono ispanici, ben integrati nell’imperium, più  dei Galli, da oltre un secolo, entrati nell’ordo senatorio, dopo essere diventati cives, arruolati nell’esercito in pianta stabile, come tribuni o legati, sotto i flavi, alla pari degli italici, con cui si assimilano per coniugia e secondo adozione ( Cfr M. Fraschetti, Marco Aurelio, Laterza 2008).

Avendo subito il fascino della cultura orientale, greco – asiatica e ebraica, sotto i flavi,  (Cfr Ulpio Traiano  padre in  G..Flavio, Guerra Giudaica, III,7,31-32).,   fanno una propaganda con l’elemento ellenizzato, in una orientalizzazione dell’ Occidente, secondo criteri filosofici e religiosi, mistici.

La  tipicità della cultura antonina è  nell’aver preparato  e raggiunto la comunicazione universale in greco  ed aver unificato dopo amalgama le varie  gentes, dotandole di una comune base di beni primari e concedendo la  comunione di diritti   per tutti i cives, prima ancora di Caracalla…

Infatti  sotto il loro principato c’è un flusso  migratorio, prima spontaneo verso il centro dell’impero  (Roma e l’Italia) di Orientali, specie siriaci,  poi  violento  e coercitivo a seguito  della sconfitta di Shimon bar Kokba nel 135,  data la marea di prigionieri venduti nei mercati  greci  ed italici.

I nuovi venuti  invadono l’Urbe con una migrazione ad ondate, che stravolge l ‘assetto delle classi sociali romane per cui i graeculi (per i Romani sono così chiamati  quasi tutti gli orientali in modo indistintosnaturano il sistema quiritario con le loro credenze  basate sul muthos, con la retorica, col   to pseudos,  con le arti della magia e della stregoneria,  incarnate in pittoresche figure di  goetes , di  thaumaturgoi e di  mageiroi, di  sacerdoti  con i loro variopinti vestiti, di divinità note o sconosciute,  praticanti sistemi mistico-misterici. e stravaganti riti (antropofagismo, culti mitraici e solari,  forme religiose eclatanti, smisurate, selvagge, barbariche), , ..

Si ricordino i cristiani  che Paulus /Saulos è accusato di stregoneria a Cipro e a Malta, ed è creduto  Hermes  altrove,  come  giudeo cristiano  è philopseudhs, un creatore di miti, un mytmacher come Luca, come anche Peregrino ed altri personaggi di Luciano  (De peregrini morte e di Philopseudhs)…

Anche  Apuleio in Asino d’oro  mostra Lucio  che segue la magia e si tramuta da uomo in  asino e che conosce tanti elementi specie in Tessaglia, che si qualificano come maghi, streghe, indovini, personaggi che si muovono  operando- sembra- normalmente  nell’impero romano come cives, con i diritti della politeia /civitas.

Ora i cives  costituiscono circa solo 1/20 degli abitanti dell’impero romano, concentrati per 2/3  in Occidente tra penisola  italica, la maggioranza,  e quella iberico-gallica, mentre i restanti sono sparsi in Oriente (Acaia,  Asia Minore, Creta-Cirenaica, Siria, ) e in Egitto ed in Africa…

L’ opera di Luciano Philopseudhs h apistoon  è la più emblematica tra le opere greche, mentre  L’asino d’oro di Apuleio   è la più significativa  tra quelle latine, anticipata dal Satyricon di Petronio, da Storia Naturale di Plinio il Vecchio  e dalle Satire di Giovenale: dal loro esame  si rileva un civis romano, turbato, incapace di distinguere il limite tra sacro e profano, tra naturale ed innaturale, tra razionale ed irrazionale, avvolto in una cultura religiosa mistico-misterica, magica, impaurito di fronte all’ epiphaneia/manifestazione divina

Anche i greci non scherzano nella presentazione del civis di fronte al mistero : Luca, Plutarco, Luciano di Samosata sono i più abili  a fare letteratura con questo sistema di spectaculum  con ekplessis

Ora,  dunque, la letterarietà christiana del II secolo deve essere inserita in questa cultura,  dove le esperienze religiose e spirituali sono multiple   e dove il processo di orientalizzazione dell’Occidente si sta completando, iniziato da Augusto, a seguito di una crescente amalgamazione dei popoli, ormai uniformemente ellenizzati e romanizzati…

Retorica,  arte  magica,  teurgia e  religione creano un’altra cultura romano-ellenistica,  che accomuna tutti i popoli dell’impero.

Il Cristianesimo è un portatore di questa novitas letteraria e culturale  per la sua strutturazione di base giudaica, e perla varietà delle sette, che hanno, pur nel comune nome di Christos, diverse credenze, molteplici riti, a seconda della concezione di un Gesù uomo o di un Gesù uomo  o di Christos logos   e si prestano ad ironie e ad accuse anche infamanti…

Luciano  in Philopseudhs   denuncia  filosofi ed anche christianoi e tutto il mondo barbarico, da greco . mostrando il valore dell’incantesimo degli amulet , delle paroline magiche  per ottenere una guarigione, evidenziando come febbri  ed edemi, per timore di  un nome divino  o per  una frase barbara,   perdono la forza, gonfiore  e si ritirano sorprendentemente , denigrando i filosofi  che si fanno chiamare sapienti   e il loro aspetto caratteristico (barba fluente,  mantello, bisaccia  e bastone ) il  desiderio di moneta  anche se fingono indifferenza alla ricchezza, giocando e prendendo in giro  i discorsi sui  prodigi,  sulle terapie di stregoni, che fanno scongiuri, che  evocano demoni  ed anime vaganti, che animano statue ed oggetti, tratteggiando  la figura di un babilonese,  guaritore  di un servo morso da un serpente, capace di  incantesimi per strappare il veleno  con parole  misteriose, mettendo alla berlina l‘iperboreo che vola, che evoca spiriti, che  fa venire  dall’Ade Ecate e Cerbero, che sa foggiare amorini di creta, trattando  di un   siro palestinese che caccia  il diavolo dagli ossessi ed altri  personaggi, che compiono azioni meravigliose, incredibili, mostrando infine, dopo aver trattato di statue semoventi e di fantasmi,  un mago di Menfi  tanto potente di farsi obbedire dalle belve e capace di trasformarsi…

Insomma  c’è la volontà da parte di Luciano di stupire e stordire  Tichiade- e con lui ogni ateo – che deve essere emarginato come incredulo ospite, rispetto  a tutti gli altri, coesi nell’inventare  fabulae,  con le storie più assurde e con i personaggi più strani, in una dimostrazione della  varietà umana di imbroglioni e di stupidi, quasi tutti di origine  barbara : c’è una folla di oggetti e soggetti disparati, pelli di leone e denti di toporagno, anelli dai molti poteri tombe,serpenti, indemoniati, personaggi originari  delle classiche aree stregonesche: Siria, Libia, Egitto, Arabia, regioni iperboree (cfr. L’ Amante della Menzogna a cura di Francesca Albini Marsilio 1993, p.31)

Insomma c’è la magia più inverosimile, l’irrazionalismo più puro, il razionalismo più scettico. in Luciano, autore greco, filosofo, E nel cristianesimo  orientale ? e in quello romano, di Roma? e in quello degli  padri apostolici e degli apologisti ?…

In Occidente come in Oriente  c’è una crisi di valori religiosi, mentre si amalgamano le genti che vivono nello stesso territorio, sotto uno stesso sovrano, avendo diversi tempi di integrazione e differenti strati di cultura a seconda delle gentes, mentre  comune è la guida di un Pontefice maximus che, a Roma, presiede al culto romano, che ha fede  nella Triade Capitolina,  ma rispetta ogni credo di ogni dio pagano, compiendo  i  rituali che si svolgono nel  Pantheon, tempio universale  di tutti gli dei  dei popoli dell’impero,  rifugiatisi e  confluiti in Roma.

L’urbe è davvero  la città  dominante,  sede sacra di ogni culto e garante  di ogni tradizione.

Augusto prima e-dopo il tentativo accentratore della monarchia unitaria divina, fallito, di Caligola,-  Claudio, poi,  fissano la libertà religiosa  accogliendo con pari diritti in Roma i culti orientali ed egizi ed, infine,  i Flavi, dopo la morte di Nerone,  e gli antonini sanciscono definitivamente i valori eterni della pietas tradizionale romano-greca in Zeus-Iuppiter  e  la festeggiano nei  ludi saeculares, a seguito di quelli augustei del 17 a.C. -salvo qualche eccezione- ogni 110 anni, con Domiziano, con Commodo, anche se li assimilano con Serapide…

Nell’introduzione a Metamorfosi Giuseppe Augello (cfr. Metamorfosi o Asino d’oro  di Lucio Apuleio, Utet, 1980 ) considerando il trionfo del Cosmopolitismo  che sommerge le èlites  della politica, mentre mostra la società e  la civiltà romana  aristocratica, laica e razionale,  rilevandone una esemplare vocazione verso il reale  e l’intellegibile, evidenzia  il rovesciarsi  dall’Egitto, dalla Siria, dalla Frigia  da tutto l’Oriente  un flusso di umanità la più irrazionale ed esaltata che si possa immaginare. L’autore  mette in relazione la liberazione di enormi schiere di schiavi  e la mescolanza delle razze  e degli ordini sociali  con il diffondersi delle inclinazioni estatiche  e magiche della torbida  spiritualità orientale e con l’esportazione  di tutti gli dei orientali, che, ora, in età antonina, circolano coi loro strani culti, liberamente, in ogni parte dell’impero.

Nella capitale  stessa Giovenale vede il volgarizzarsi della cultura aristocratica  in forme, comunque, ancora vive e democratiche nel periodo giulio-claudio, sotto i Flavi e poi, sotto gli Antonini, in un continuo degrado, decadente, dopo l’abbandono perfino dei costumi contadini  e plebei  di tipo  mariano…

Secondo Luca Canali (Prefazione a Satire di Giovenale, Bur 1976) la società va in frantumi, a seguito della decadenza dell’aristocrazia e dello sminuzzarsi in classi della plebe, in una corrotta mediocrità a causa dei rampolli  degeneri nel processo democratico borghese…  in una nuova ridistribuzione della ricchezza… nell ‘abbassamento culturale e nell’emancipazione della donna…, nel privilegio  dei nuovi ricchi, dei potenti liberti, degli astuti ed avidi orientali,  dei generali abbrutiti in orge  vinose nelle botteghe  e nei lupanari insieme ai carrettieri, ai gladiatori, ai rivenduglioli, agli usurai, i veri vincitori del  nuovo ordine imperiale, propulsori di…  progresso.

Nella Satira XIV, scritta  come una lettera a Fuscino, Giovenale  esamina la dissoluzione dei valori  della societas romana,  rilevando il cancro nella educazione impartita dalla familia,  che, in quanto base del sistema,   poggia sul patrimonio, sulla proprietà e sul guadagno,  in una denuncia della aischrokerdia alessandrina, sottesa, imitata dalla cultura romana aristocratica e trasmessa ai figli, che, ellenizzati, di conseguenza, risultano avidissimi, scettici, progressisti, oziosi, impegnati  non più nella politica ma  solo nell’eredità, quindi dediti alla caccia di testamenti, in lotta con servi, liberti, letterati, sacerdoti, da cui sono vinti, data la superiore cultura  e scaltrezza, orientale, specie siriaca…

Nella satira III Umbricio parla  (29-34) di una Roma abbandonata  perché  non più  locus per un onesto lavoro, della sua  ricerca di un  rifugio a  Cuma, data la canizie incipiente: Vivant Artorius istic/et Catulus, maneant qui nigrum in candida vertunt, quis facile est  aedem conducere, flumina, portus,/siccandam eluviem, portandum ad busta cadaver,/ et praebere caput domina venale sub hasta/  Ci vivano pure Artorio e Catulo , ci restino quelli che cambiano il nero in bianco, che sono così bravi a prendere in appalto la pulizia dei templi, dei fiumi, dei porti, a seccare cloache, a portare cadaveri al rogo, a vendere schiavi all’asta.

Umbricio, da vecchio civis, non comprende il nuovo lavoro servile  fatto in cooperative, che a greges  operano funzionalmente per il bene della città, ma rileva  solo l’arricchimento d plebei associati, a scapito degli oziosi figli dei patres: la sua indignatio è contro gli stranieri  che, raggruppati, formano una forza lavoro  e dominano accontentandosi  pur di un minimo guadagno, costringendo il romano e l’italico a guardare la loro laboriosità  ed industriosità, in attesa delle sovvenzioni del princeps, a scadenze mensili…

In tutto il secolo c’è l’epopea dei diakonoi, intesi come uomini di servizio orientali, che operano a favore dei deboli: è un fenomeno non di  christianoi, ma di orientali che lentamente trovano un loro ruolo nella capitale come servitium , svolgendo ministeria servili utili per la comunità…

Il fenomeno religioso orientale della stessa chiesa romana, collegato con la madrepatria  è chiaro non solo in relazione alla gerarchia, già costituita, ma anche al sistema operativo servile dei  fedeli delle varie sette cristiane, dislocate nei luoghi più disparati dell’impero romano,che si agitano, a volte, convulsamente, a Filippi,  a Ierapolis, a Corinto, ad Efeso, a Cesarea Marittima, in Alessandria , ma anche a Siracusa e a Dicearchia (Pozzuoli), oltre che nelle isole (Cipro,Malta, Sardegna) e in   Gallia (Vienne) …

Di tale agitazione e convulsione  orientale (entro cui immettiamo il fenomeno cristiano), Luciano   è spia  con la denuncia di una volontà di falsificare, e di presentare in modo mitico e fiabesco la realtà, che viene stravolta e contraffatta.

Luciano in Storia Vera,(cfr.  Storia vera, introduzione, traduzione e note di Quintino Cataudella,  BUR, 1990)  dopo aver detto di voler coniugare utile  e dilettevole, nel preambolo,  mostra  la necessità di una pausa  (h anapausis) dagli argomenti seri, e  il suo modo di presentare bugie  stravaganti, in forma credibile e verisimile (pithanoos te kai enaleethoos ), dopo avere fatto critica contro gli antichi scrittori,  indicando la reale  situazione in cui si scrive sotto gli antonini.

Egli, mostrando i lettori (eutugkhanontes)  come creduloni,  che non sanno fare altro che ascoltare, arriva a  dire che tutti  gli autori sono impegnati nel dire bugie – questo è la moda generale-( oroon  hdh  sunhthes on touto- : perciò,  afferma che, mandando il messaggio ai posteri,   non può non inventare favole  e, non avendo nulla di vero da raccontare e temendo di  essere tacciato come menzognero, proclama di mentire (legoon oti pseudomai) e lo dice apertamente perché non gli è capitato niente di sensazionale e  quindi ricorre alla menzogna   sicuro di essere  falso, ma  più onesto  certamente di quello dei suoi predecessori  perché  almeno confessa di mentire.

Ora se Luciano in tutta l ‘ opera  dice di essere bugiardo, se  Giovenale precedentemente  dimostra che questo  è il vizio greco, perché noi oggi dobbiamo accettare il vero  secondo i graeculi orientali romani,  specie per quanto ci hanno tramandato con le pseudo clementine, frutto  di questa stessa epoca? Non dovrebbe essere di monito quanto  dice  Umbricio,  che non può sopportare una Roma greca : non possum ferre… graecam urbem … Jam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes / et linguam et mores et cum tibicine chordas/ obliquas ne non gentilia tympana secum/ vexit et ad circum iussas prostare puellas ( Satira III, 62-65)… non posso sopportare, o Quiriti, una Roma greca… già da tempo l’Oronte di Syria si è scaricato sul Tevere  ed ha portato con sé e  lingua e costumi e cetre  dalle corde ineguali insieme alla flautista  come pure tamburelli, propri di quei barbari, e fanciulle, cui viene ordinato  presso il Circo di prostituirsi…

Fra tante  popolazioni venute dall’Oriente non è possibile che non ci siano Christianoi antiocheni.  Quante altre sette saranno arrivate a Roma dai  tanti centri  cristianizzati,  del Ponto o della Galizia   o  dalla Ionia o da Amidone, da Andro, da Sicione, da Tralli, da Alabanda, per citare località nominate da Giovenale? …

Da qui la denigrazione feroce e  l’ invettiva contro l’avidità,  esaminata  da un conservatore realisticamente nella forma della figura ripugnante e micragnosa   e da un latino italico. tagliato fuori  nell’attività professionale di accaparramento  di beni, in grado , però di rilevare i mestieri più proficui ed anche più  abietti  dei graeculi …

La satira di Giovenale , al di là  della  moralistica e retorica indignatio, risulta un’arringa  contro la corruzione ormai penetrata a tutti i livelli, in una desolata visione delle classi sociali equiparate  nel baratro del degrado morale di ogni parte dell’impero ed è spia  della crisi  sorta  nella capitale, a causa dello smisurato flusso  migratorio,  destinata  come Caput mundi a finire nell’anarchia, a cadere nelle grinfie di una  ristretta cerchia criminale militare  organizzata, e,  nella mancanza della legalità e della giustizia,  a decadere lentamente nella dissoluzione etico-sociale…

Il secondo secolo, comunque, al di là dell’ enfasi,  della  declamazione e della stessa  indignatio dell’ aquinate,  per Canali  non rivela  solo la discontinuità da una casata imperiale  e non misura lo strappo sociale tra una nuova élite aristocratica e la plebe romana…

Da parte mia rilevo invece una continuata dilacerazione del tessuto sociale, specie plebeo, ora maggiormente dilatato in tante categorie,  ingigantito nel passaggi del principato  da una cultura romano-patrizia ad una  sabino- piceno-italica fino ad una ispanico-gallica, assalita, per giunta  dalla superiore impostazione culturale asiatica, siriaca ed egizio-africana,  in una orientalizzazione dell’impero stesso.

Storicamente e culturalmente bisogna rilevare la voragine  di humanitas e di societas che separa il sistema imperiale giulio-claudio e quello flavio  – che pur ingloba  stoici, scettici e militanti ebraici – e quello antonino, ancor più   consapevole della netta differenza gentilizia, rispetto alla dignità dei fondatori dell’impero, contro i quali invano competono con la invida maldicenza e con la pedante emulazione, in  una denigrazione, a volte squallida,  verso ogni componente della dinastia iniziale imperiale, all’infuori di Augusto.

Flavi ed antonini  tendono ad un livellamento  generale, con appiattimento di ogni forma aristocratica, tipico dei parvenus occidentali, alonati dall’eclettismo e dal libertarismo, venato da arcaismo, senza concrete possibilità di paradigmi nemmeno plebei, come quello del repubblicano  Mario…

In un clima di vuoto ideologico, mal  coperto dal purismo linguistico frontoniano, anche il sistema religioso repubblicano, ancora vivo nel I secolo,  naufraga nel secondo, dove predomina il rituale di matrice  orientale  con sacerdoti, mitre,  profumi, incensi, cembali...

 Dominante nella capitale dell’impero come in ogni grande e piccola città  provinciale è  un senso di magico e di mistico, che, connesso con lo spirituale  diventa  ricerca  del mysterion …

In tale senso sono impostate Le lettere Clementine  che hanno legami con  Acta Petri (ed. Lipsius)  dove si mostra  la disputa  tra Simon Mago -che fa cadere morto un uomo- e Simon Pietro che lo risuscita  in un clima di diatriba cinico-scettica e su un piano ideologico   magico, tipico di ambienti dominati da  goetes  e da incantamenti:  – come si evidenzia in Apuleio De magia ( cfr  A Abt. Die apologie des Apuleius  von Madaura  und die antike Zauberei RGVVIV, 2, Giessen 1906, pp.6-10 e  cfr. Apuleio la magia a cura di Claudio Moreschini, Bur 1990 )- il prefetto fece venire uno dei suoi schiavi e disse a Simon Mago: prendilo! fallo morire!  e a Pietro disse:  tu, invece, risuscitalo.!..

Lo stessa cultura della pseudo-clementine è In Asino d’oro  tanto che Augello ( ibidem) afferma che  i riti orientali sono forme di  culto  a carattere orgiastico  con processioni mimetiche durante le quali si scatenano le più scomposte manifestazioni, con danze frenetiche, flagellazioni, mutilazioni pubbliche, più o meno artificiosi fenomeni di alienazione…  

Sono consueti, ora , sotto gli ultimi antonini, i culti di Dioniso Zagreus , di Demetra e Persefone,  di Attis e Cibele ,  di Iside ed Osiride , e perfino di Mithra e di Christos,  che alla base hanno   il carattere religioso olimpico  di Roma e di Grecia  che, da forze naturali  primordial, coi secoli , sono diventati numi tutelari  delle fortune della città e dello stato, assistenti dell’uomo  nel suo naturale corso di vita, cosciente di essere nato per morire, convinto che la forza vitale  sia  regolata  dalla ragione e  che sia  destinata a finire, impaurito di fronte ad ogni manifestazione del divino,  essendo  solo di fronte alla  morte…

Il culto sincretistico,  come  Mitra e il Sole,   dilaga nel II secolo  per tutto l’impero,  specie quello di Serapide, data la sua particolare forma  di Dio assimilato a Zeus, a Dioniso, ad Esculapio, ad Anubi  e diventato  centrale nel Serapeion alessandrino, confrontabile con la triade capitolina, considerato il fasto del tempio, ancora rilevante nel IV secolo, paragonabile a quello dell’Artemision di Efeso,   secondo Ammiano Marcellino. Res gestae,XXI,16.. Il Serapeo,- il cui splendore è tale che le semplici parole possono solamente sminuirlo- è talmente ornato di grandi sale colonnate, di statue che sembrano vive e tanta moltitudine di altre opere, che niente altro, eccetto il Campidoglio, simbolo dell’eternità della venerabile Roma, può essere considerato più fastoso al mondo«/Serapeum, quod licet minuatur exilitate verborum, atriis tamen columnariis amplissimis et spirantibus signorum figmentis et reliqua operum multitudine ita est exornatum, ut post Capitolium, quo se venerabilis Roma in aeternum attollit, nihil orbis terrarum ambitiosius cernat. . .

Nel II secolo  le menti  sono eccitate dalla febbre mistica  e dalla promessa di immortalità garantita dai misteri, fomentata da schiere di sacerdoti  con poteri soprannaturali di profeti, di visionari, di teurgi di maghi , di chiacchieroni, che si contendono l’animo delle  folle e se ne dividono  i consensi, riuniti in templi,  nella  coscienza che non c’è un limite netto tra realtà naturale e quella soprannaturale…

Il termine greco Paradossa  è tradotto di norma in latino Mirabilia che vale cose mirabilimiracolose (thaumasta,thaumasia) opera di un’ entità divina (daimonia),  prodigiose (teratia).

Nel mondo romano ellenistico in un ‘epoca in cui esiste un disegno politico di conquista di tutto il mondo in senso universalistico a partire  dalla domus Giulio-claudia  con Augusto, e poi con quella flavia ed antonina,  geografi, naturalisti, scienziati e storici  fanno ricerca e sollecitano l’opinione pubblica attirando il lettore, curioso, con il paradossale…

Già Aristotele (Peri toon Thaumasioon akousmatooonRacconti meravigliosi, a cura di Gabriella Vanotti, Bompiani,2007-2015)  aveva fatto scuola di paradocsa , seguito da Teofrasto e i peripatetici  attirati in Alessandria da Tolomeo Filadelfo, si erano insediati nel Museo ed avevano mantenuto intatta la loro ricerca  eziologica ma avevano inclinato al paradocson per utilità e per piacere della famiglia regale e dei cortigiani…

Ora noi abbiamo già mostrato che il fenomeno è iniziato in epoca augustea, alla corte del sebastos, dove vengono molti studiosi,  attirati dalla munificenza del principe e  storici di corte latini come Tito Livio e greci come Nicola di Damasco, che   indulgono alle cose paradossali.  Abbiamo rilevato che  nel I cinquantennio del I secolo d.C. gli alessandrini Apione e Filone, curiosi più degli altri scrittori perché vivono nella città della ricerca scientifica, sono stimolati dalla competizione con  i  ricercatori skeptikoi del Museo, seppure divisi per competenze, pur nel comune indirizzo peripatetico, mentre Greci ed Ebrei competono  nell’ attività commerciale e nel sistema bancario  e nella gestione dei porti  e della marineria, oltre che per la costruzione delle navicfr. Esseni secondo Filone e Flavio…

Emporoi, trapezitai, naucleroi  sono figure tipiche della cultura ellenistica che svolgono la loro professione secondo criteri tecnico-scientifici e sono aperti alla conquista del mondo sia esso dell’impero romano che quello partico o mauryo. In ogni porto del Mediterraneo, del mare Eritreo,  dell’Oceano indiano, lungo le due vie nilotiche principali  (quella pelusiaca e quella canopica)…

Noi siamo arrivati allo studio del paradoxon  e all’esame dei termini specifici idia, peritta, atopa, paradocsa, thaumasia, terasia  dopo aver evidenziato  l’epopea del mercantilismo ebraico  in epoca giulio-claudia , seguendo le indicazioni di Filone Alessandrino.

Come Filone anche il geografo Plinio, in epoca Flavia, ha fatto elenchi, mostrato phainomena  in modo  paradossale  come d’altra parte lo stesso Giuseppe Flavio, un ebreo disertore e traditore, nel momento della guerra giudaica, rimasto però sempre ebreo e sacerdote, nonostante gli atti di opportunismo politico, dettati dalla ricerca del proprio utile…

Quindi  si può dire tranquillamente che il paradoxon è un tipico modo di fare storia,  sia essa etnografica che naturale, in senso animale o  vegetale,  o geografica, che ha grande rilievo nel mondo ellenistico , specie nel I secolo, e che  vale come ciò che lusinga l’ attenzione umana,  attirata dalla non normalità dell’evento o naturale o storico.

Per P. M.  Fraser  in Ptolemaic  Alexandria I, Oxford 1972 (cfr. Aristotele, Racconti meravigliosi,  Cfr. a cura di Gabriella Vanotti, Bompiani,2015,25)  la paradossografia è … la risultanza da considerarsi  ascientifica o antiscientifica della  speculazione aristotelica che, comunque è un esame di  fenomeni anomali di difficile catalogazione… proprio  del II secolo d’epoca antonina  Cfr.GADDA Storia vera e  storia falsa dell’antologia  classica  in Cultura  classica e storiografia moderna Bologna 1995 pp 11-37.

In effetti  nel I e II secolo,   al di là della sistemazione scientifica preme molto  ai letterati, anche  spoudaioi,   la finalità divulgativa unita al successo e alla meraviglia,  oltre al rigore della ricerca  in campi scientifici, come quello di botanica, zoologia, etnologia,  in una propensione mitica  della stessa indagine  storiografica…

Dei tanti che hanno  trattato il problema a lungo, fino  a Flegonte di Tralle  del periodo di Adriano,  noi rileviamo   un fenomeno  che diventa sempre più invasivo  dall’epoca   flavia  a quella  antonina ai fini celebrativi di imperatori che permettono un tale stato di benessere ai cives ...

il fenomeno paradossografico   iniziato in Oriente diventa  anche occidentale con la crescita del  tenore di vita anche nelle città africane, gallo-ispaniche oltre che italiche …

Tra i latini c’è ,-oltre alla  testimonianza sugli esseni  di Plinio il vecchio- scritta per  colorire la  sua pagina geografica  fino a quel punto descrittiva, -un numeroso stuolo di paradossografi  che indulgono al racconto mirabile a scapito della ricerca, come se fosse una caratteristica della seconda sofistica…

Autori come Frontone ed Erode Attico che in un certo senso collegano la cultura occidentale con quella orientale preparando la civiltà severiana, utile alla diffusione del credo cristiano, in un clima di commercio e di benessere generale,  nonostante i cambi di principato, frequenti,  e l’inizio di una crisi economica , già avvertita in epoca  sotto Alessandro Severo…

Dal soterismo flavio alla visione culturale antonina, precisa in Adriano -come  volontà di sterminio dei giudei,  annientai mercantilisticamente  nei loro commerci, divenuti infidi e  pericolosi per le connessioni profonde coi Parthi e per  il cancro della religio  che inficia il razionalismo romano-  che, col rescritto  a Minucio Fundano, pur accetta i cristiani a meno che non siano colti in flagrante violazione di legge-come fa lo stesso Antonino il pio nel Koinon  di Asia   testimoniato da Eusebio ( Storia ecclesiastica,IV, 13 ) fino a Marco Aurelio  si rileva una linea costante di uniformare l’impero in senso pagano, tenendo a distanza le credenze orientali, perturbatrici dell’ordine cosmico.

Gli antonini, inoltre, dovendo sfidare, in una ripresa del militarismo romano, la potenza germanica e quella dei parthi, hanno bisogno di una maggiore  coesione  interna , di una normale tranquillità religiosa in Roma stessa,   prima di riprendere la politica militaristica, costosa per il fisco imperiale, essendo due i condottieri Lucio Vero sul fronte eufrasico e Marco Aurelio su quello germanico.

Nell’esame dell ‘ecclesia romana del tempo bisogna, dunque,  considerare la persecuzione antonina in atto  e rilevare che la gerarchia ormai è separata da quella orientale, controllata  dall’auctoritas imperiale, e che, quindi, va verso  la propria autonomia ed identità, dopo la ricerca, conseguita dell’apostolicità, nel nome di Pietro  e di Paolo: è un periodo poco chiaro del cristianesimo  che vive   in Roma clandestinamente!.

C’è,  dunque,  un tentativo da parte antonina di  conservazione della fides antica, quasi una reazione ai culti magico-mistici  orientali , specie da parte di Marco Aurelio, molto  religioso nei confronti del pantheon politeistico romano e di Giove Ottimo Massimo, secondo la tradizione come si vede in I pensieri (Cfr  Marco Aurelio, I pensieri, a cura di Maristella Ceva, Mondadori,1997) secondo anche  A. Fraschetti (Marco Aurelio, cit) ottimo nel rilevare la situazione storica  nei vari aspetti (politici, sociali,  finanziari) e nella ricerca del vero volto del filosofo basileus,  Marco Aurelio…

Ora, concludendo, si può dire che l’apostolos, l’inviato da Gesù in tutto il mondo a predicare il vangelo(Marco 16,15,) e a diffonderlo tra il volgo in quanto  Diadidous, diventa in epoca antonina un personaggio equivoco,ambiguo come tutti  gli orientali, portatore di novitas, e quindi retorica, stregoneria, bugia…

Secondo Matteo 28,19),  Giovanni ( 20,21) ed Atti degli apostoli (1,4-14)  Gesù inviò per mezzo di loro da Oriente fino in Occidente il santo ed incorruttibile annuncio della salvezza eterna/ dia autoon  to ieron kai aphtharton khrugma ths aiooniou soothrias-..

Come si esplica la missione?!  Chi può dirlo realmente.

Proprio il santo ed incorruttibile annuncio dell  salvezza eterna nel secolo della comunicazione antonina,  è espressione  non di amore praticato ( o di praxis  che realizza la theoria di caritas), ma di un falso parlare di to  mysterion, mediante to paradoxon, di predicare un Christos risorto per dare elpis/speranza alle plebi fameliche,bisognose di inganno!.

La resurrezione di Gesù con la resurrezione dei corpi  sembra, ancora oggi, anche per molti sacerdoti, cattolici, che sia  la cosa più strana che la fede cristiana chiede di credere. 

Da ragazzo, ho letto un qualcosa di indefinito e di incerto nel volto, nello sguardo , negli atti (perfino nei vocalizzatori e  nei metaatti ) di sacerdoti  di grande fede, come momenti di sfiducia nel Signore,  di fronte al male o  alla natura, quasi coscienti di non essere né sale del mondo né luce per l’altro.

Ho notato  spesso nell’onesta faccia montanara di  Giovanni Marcozzi, nella gioiosa partecipazione ,commossa, alla vita del prossimo di Don Roberto Pelletti,  nella razionale doctrina di Don Luigi DellaTorre e nel  disprezzo di sé, in un dono verso i  derelitti, di Don Vittorio Guidotti, un vangelo  d’amore  molto migliore di quello  antiocheno di Paolo, uomo anche lui  di menzogna, portato al paradosso.

Nei tratti nobili di sua eccellenza Monsignor Ambrogio Squintani ho rilevato  talora la difficoltà del suo apostolato nel Piceno, pur nella certezza della sua abilità oratoria, mentre nelle gravi  omelie e nelle pacate rarissime lezioni ho colto la fermezza iconoclastica  con durezza contro le immagini dei santi,  venerate dal popolo,  e la cosciente incapacità  di frenare e di arginare  la cattiva amministrazione,  diocesana, di prelati opportunisti (Don Sante Nespeca, Don Pietro Calcagni, Don Paolo Rozzi), data la sua  metheoria letteraria .

Solo nella pazzia francescana,  nell’ilarità puerile del vecchio Don Enrico Monti ho visto quello che Gesù l’ebreo  non può aver fatto, né  pensato né detto, né come Christos, né come Figlio del Pathr ed ho interiorizzato un cristianesimo, non formale ma spirituale, basato  sul vivere coi bisognosi,  sull ‘amare  l’altro senza pensare a se stessi,  sul donare continuo (anche un sorriso), senza attendersi ricompensa, da nobile, sulla  metodica partecipazione al lavoro del fratello vicino.