Gesù, l’ebreo di Galilea

Breve sintesi

Gesù, l’ebreo di Galilea

Non ho avuto mai, se non da ragazzo, come interlocutore un tuttologo:  amo fare,  parlo poco e solo se è necessario.
Non ho voluto ciarlatani accanto, preferendo lavorare con operai e sudare con loro in operazioni costruttive.
Per tutta la vita ho scelto uomini che lavorano e che studiano,  scienziati, ricercatori, tecnici ed  operai con cui parlare concretamente di problemi veri per fare una reale situazione e cercare una soluzione.


Comunicare per me è  fare un dono scambievole di qualcosa ad uno, paritario, e perciò dire è funzionale a qualcosa,  per  manifestare concretamente il proprio pensiero e confrontarlo con quello altrui, così da trovare un modo per conciliare ed arrivare ad una soluzione concreta.
In caso di incapacità realizzativa da entrambi le parti, si riconosce il proprio  limite e si ride  insieme delle proprie idiozie e della propria debolezza, constatata in situazione reale.
Se non si ha forza di operare insieme, costruttivamente, non  servendo la tautologia, è preferibile fare lo scemo, presentando una faccia da ebete ed andare per la propria strada.
Per anni, perciò avendo distinto illuministicamente  tra dire e parlare ed  avendo  pensato che è meglio stare zitti, anche se tutti vogliono parlare, ho taciuto lavorando da solo e come studioso e come artigiano, alternando  le attività nel corso della giornata.
Siccome non è stato  sufficiente il silenzio, sono stato costretto ad  operare scrivendo  e  a mostrare  il frutto concreto come risultanza operativa in modo paradigmatico (Cfr. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995).
Comunque, in casi estremi, nel corso di 45 anni di  ricerca,  è stato  necessario tenersi lontano dagli altri,  ritirarsi in meditazione, in solitudine, in un lavoro costruttivo di manovalanza.
Il silenzio allora può diventare, nell’assurdità del parlare altrui, specie politico e sacerdotale,  un discorso eloquente  e razionale, un esempio operativo eclatante, un metodo.
Comunque, ho sempre fuggito da chi crede di sapere ogni cosa e pensa di poter arrivare razionalmente a soluzioni e a chiudere dogmaticamente, in un netto rifiuto della predica.
Non ho, dunque, seguito le persone che sanno ogni cosa e che creano percorsi o vie,  convinti di avere conoscenze, di saper dire la parola definitiva o di poter parlare di tutto a tutti e di fare, caso mai, spettacolo.
La parola di Gesù mi ha sempre affascinato, fin da bambino e perciò ben presto ho cercato i logia del signore  in aramaico, ma ho amato anche quelli greci, anche se tradotti, più di quelli latini, data l’equivocità della romanitas christiana.
La parola di  Gesù  divina, omnicomprensiva, ha alimentato,  quasi fosse un organismo vivente, la mia prima adolescenza,  essendo un valore universale,  qualcosa di fermo, stabile, eterno, sempre,  in ogni situazione e in ogni tempo, e dovunque, in ogni luogo, essendo verità, rivelata da un Dio Padre, che in un’epoca storica inviò il Figlio per redimere l’umanità, rea del peccato originale di Adamo.
Quando, però, ho scoperto che non esiste la parola di Dio, scritta,  ma solo l’ interpretazione sacerdotale come esegesi ed allegoria,  ho  rilevato un altro Gesù, una strana figura di uomo che parla di tutto e che non dice mai niente di proprio, e che risulta uno spettacolare teorico, frutto di un lavoro retorico di secoli: un uomo, ebreo galilaico, qainita, acclamato Messia, scontratosi con la Romanitas imperante  in Iudaea,  muore martire, in croce, come tanti altri aramaici,  in difesa della Torah/indicazione. 
I problemi, allora, sono diventati tanti ed ancora molti per me sono insolubili, ma alcuni si sono precisati e si sono spiegati e risolti.(cfr Jehoshua o Jesous?,  Maroni, 2005; Ma, Gesù chi veramente sei stato? E.Book Narcissus 2012, Per una conoscenza del primo cristianesimo,E.book Narcissus 2012).
La Bibbia e i Vangeli sono testi umani, scritti in epoche precise, molto diverse da quelle a noi tramandate dai Padri della Chiesa: la loro lettura deve essere quella propria di ogni testo letterario, senza alcuna differenza e senza distinzione.
Né la Bibbia né i Vangeli hanno neppure  una sola lettera sacra, ma sono opera di uomini che hanno creato un testo, volutamente, per mandare un preciso messaggio e che, in seguito,  hanno immesso l’Aggiunta del Signore in senso operativo, secondo la loro tradizione (Cfr. Il politico o Giuseppe di Filone E. Book Narcissus, 2012).
Ho smesso, quindi, di lavorare sui logia matthaici ed ho indagato sulla figura di Gesù ebreo, di Gesù Messia,  sulla sua storia di Galileo aramaico, dopo che ho fatto luce sul sistema biblico, (sul contesto egizio di Giuseppe e di Mosè, su quello cananeo di Davide e su quello persiano di Ezra) con la traduzione di Filone di In Flaccum e di Legatio ad Gaium e specie di Il politico o Giuseppe, opere pubblicate in E.Book, La Vita di Mosé (ancora inedita).
Ho precisato il significato di archaiologia iudaiké  con la traduzione del testo di Flavio, del I e II libro -le cui  due prefazioni sulla cultura degli aramei e degli egizi nel II e I millennio a,C. sono illuminanti circa la lettura della vita nomade e seminomade degli hapiru/ebrei-   del II (ultima parte) III e IV  relativi la vita di Mosé, Basileus  nomothétes,  archiereus e prophetes, e  specie del XVIII, XIX XX, utili ai fini della conoscenza reale dell’ebraismo in epoca romana.
Ho avuto il dubbio che il testo evangelico non sia autentico e che la figura stessa di Gesù non avendo una configurazione realmente storica, sia stata manipolata in modo da essere utile a fini morali, sociali, economici,  politici in relazione alle letture dei singoli episodi, delle parabole, dei paradigmi, dei  gesti e perfino dei nudi termini, retoricamente letti.
Per prima cosa ho accertato che le parole (non certamente logia) di Gesù non sono dette da Gesù  per il solo fatto che non è un rabbi e quindi non è uomo che  ha diritto di parlare in pubblico,  in un sistema ligio alla tradizione come quello ebraico, perché operaio.
Da qui un lungo lavoro sui termini  specie  maestro/didaskalos e tekton/Kayin per la comprensione del testimonium  flavianum.
Ho mostrato, poi,che le  opere  di Gesù sono  paradossali, ma sempre  opere  di un artigiano e di un professionista qainita, divenuto tanto famoso da essere eletto, dai suoi seguaci (per lo più artigiani tecnitai che lavoravano a migliaia  con lui ), oltre che per la giudaica osservanza, Messia.
Il lavoro sul termine   greco Christos e sulla azione nazionalistica antiromana mi ha  sollecitato ed autorizzato a parlare di basileia /Malkuth in contrasto con quella erodiana,  concessa, su designazione del senato, dall’imperator, che in un preciso arco di tempo dalla pasqua del 32 d.C. a  quella del 36 d.C considera illegittima l’auctoritas di un maran/ re aramaico, eletto da Artabano III e da altri re della confederazione partica.
Da qui la morte del Christos, incriminato di lesa maestà  e la fine del Malkuth ha Shemaim, il regno messianico…

L’interpretazione della morte e resurrezione paolina, cristiana,  propria dei seguaci del  Regno di Dio  è in contrasto con quella nazirea del successore di Gesù, il fratello nella carne, Giacomo, la cui azione antiromana, aramaica, in lotta con i sadducei, con gli erodiani ed anche con alcune frange farisaiche,  in stretta connessione col mondo degli esseni e dei terapeuti perdura fino alla morte nel 62 d.C. ad opera di Anano II.(cfr Sito www.angelofilipponi.com Giacomo e Paolo e cfr. Filone, Quod omnis probus e Vita contemplativa,  e. Book Narcissus 2016).
La morte di Giacomo segna l’inizio della fine di Gerusalemme, data la guerra giudaica, la distruzione del tempio ad opera dei Flavi,  la nuova dinastia regnante nell’ impero romano.
I nazirei del Regno dei  Cieli sono in prima fila nella guerra del 66-73, ma anche in quella di Kitos e nella rivolta di Shimon bar Kokba  del 134-36 sotto Adriano, partecipi sempre della tragedia dei giudei, integralisti fino alla morte, cacciati dall’impero romano, cancellati dalla storia (Cfr. Giudaismo romano I, e. Book Narcissus 2012)…
Altra è la storia dei Christianoi Antiocheni, paolini, integratisi nello impero romano, radicatisi grazie al sistema oniade diocesano, divisi in infinite sette, penetrati nel cuore delle popolazione urbane, tra le plebi, guidati magistralmente da episkopoi,  dioichetai  insolventi davanti al fisco imperiale, data l’organizzazione ecclesiale, comunitaria (cfr. Giudaismo romano II, E.Book Narcissus  2012).
Essi,  dopo un periodo di sopravvivenza come religio illicita, dannabilis superstitio,  distaccatisi dal giudaismo, garantiscono un nuovo modo di vivere in comunità chiuse, senza dichiarazione di redditi, senza tasse, perché non cives romani, ma cives di un altro regno quello celeste, loro patria,  aventi  la speranza di un premio eterno,  assurdo per una creatura mortale, passati quasi  indenni  sotto le persecuzioni del III secolo e  quella  di Diocleziano, sono ricompattati e  riuniti da Costantino, abile a sfruttare la ricchezza bancaria episcopale…
Allora i christianoi del Regno di Dio iniziano la loro storia propria di una  religio licita  capace di inglobare anche l’altro regno, quello dei Cieli e la stessa figura di Giacomo e poi fanno la storia di una religio  triumphans con Teodosio  e i suoi figli  (Cfr. Giudaismo romano III, opera inedita di cui ci sono tracce in  moltissimi articoli di www.angelofilipponi.com )…

Il giudaismo entra in una situazione di effettiva inferiorità con la cultura della Grande Chiesa triumphans , quando è perseguitato  dal cristianesimo divenuto religione ufficiale  dell’impero,in Oriente, …specie in  Alessandria ….

In Occidente la condizione di privilegio del cristiano rispetto  ai pagani e agli ebrei, che pur formano la maggioranza,  è singolare nel V e VI secolo:  la si può rilevare nei registri, specie in quello di Gregorio Magno(540-604), dove ogni cosa è lecita al civis, perché dominus, aristocratico, secondo il privilegio della domus anicia…

Agli ebrei, invece,   si vieta   la costruzione  di nuove sinagoghe, si proibisce la circoncisione di pagani e di cristiani, si vieta  di avere schiavi  e  di accedere  ai pubblici uffici.

Nel complesso, però, nonostante i divieti, la condizione ebraica non è  negativa in quanto  la figura è tutelata dalla legge romana…

Siccome l’ebreo vive in ogni parte dell’impero romano d’Occidente  e di norma la sua condizione è di uomo ricco e di proprietario terriero, Gregorio  rileva che cristiani sono  spesso sotto il potere degli ebrei  come coloni  sia per affitto di terreno che per enfiteusi  e pagano il regolare canone e che il trattamento è migliore di quello di  proprietari cristiani : evidenzia la collaborazione giudaica con le autorità sia nella Spagna visigotica che in Gallia…

Fondamentalmente il pontefice riconosce che gli ebrei, in quanto sono stati i primi a  ricevere il messaggio divino, specie quello profetico, debbano essere tollerati e mantenuti nel sistema come testes veritatis…  Aggiunge perfino che molti credono che non ci può essere avvento del Regno di Dio se prima non sono convertiti gli ebrei….in quanto ha ancora coscienza di Gesù Christos, ebreo di Galilea…

Insomma fino a Carlo Magno e agli Ottoni gli ebrei sono considerati  testes veritatis e primi conoscitori del divino messaggio di redenzione, uomini da convertire …

Quando, però, nell’undicesimo secolo si avverte un cambiamento di rotta nell’ ideologia della Chiesa, che passa  dalla grande riforma, secondo il dettato agostiniano,  monastica, di rinuncia e di fuga dal mondo, al principio di conquista del mondo,  allora anche l’ebraismo diventa oggetto di persecuzione…

Grazie  a Gregorio VII (1010/20-1085), al suo ideale teocratico  e poi alla prassi  del papato politico  del XIII  secolo  e alla proclamata guerra santa delle crociate, si lacera completamente quella unità culturale romana,  che ancora  l’islam e  il cristianesimo hanno mantenuto  nel loro seno ….