Fare storia

Esserci

 

 

 

 

Fare storia è un vecchio articolo del 2010, del professore, dedicato ai suoi alunni Andrea, Marco, Marcello, invitati ad essere se stessi  e fare una nuova storia in opposizione ai parametri storici classico-cristiani, in una condanna del formalismo sociale e di ogni forma di upourgia/ omaggio sia verso chi ha potere politico o religioso che verso il popolo, il cui plauso  genera  ricchezza e gloria a chi lo diletta. E’ in effetti un ricordare loro l’orientamento nell’humanitas e nella democrazia, al di là di ogni ideologia, alla ricerca della propria autonomia.

 

 

Fare storia

Fare storia/historia è  vedere, indagare, relazionare con akribeia, dopo lungo studio scientifico su un personaggio o su un evento, ma anche sul tempo  in cui vive il soggetto e sulla cultura da cui è nutrito e in cui si è formato il soggetto.

Lo studio attento di tutte le fonti (non solo storiche, ma anche economiche, sociali, letterarie, numismatiche, archeologiche ecc.) produce una risultanza da comparare con le valutazioni già accertate del prima e del poi (cioè dei fatti avvenuti e  di quelli successivi),  in modo da leggere la funzione del soggetto nella sua epoca, messa in relazione  con la cultura del  tempo, per rilevare la tipicità dello specifico prodotto.
Lo storico opera, insomma, come un linguista che, come ricevente,  per  comprendere il messaggio e per stabilire la funzione dell’emittente, fa il cronotopo, dopo aver decodificato il tipico codice individuale,  aver rilevato i vari ostacoli sul canale ed averne capito il sistema di semantizzazione.
. Lo storico, perciò, delimita  e studia i termini  del periodo e legge  la vita del  soggetto ( Gaio Cesare Germanico Caligola) e   rileva le fasi del  suo regno (37-41 d. C.), comparando ogni cosa con quelle precedenti e quelle successive di imperatori della stessa casata.
. Lo storico, scrupoloso nella ricerca,  non ha fini, fa skepsis. mostrando la funzione della domus giulio-claudia  nel periodo di 116 anni, letto tra la fine della repubblica e l’inizio di una nuova casata, dopo la crisi dell’anno 68-69 d.C.
. Lo storico  non tende al to muthodes, cercando  to  terpnon  in modo da dilettare il lettore, ma vuole recare ophélima ( vantaggio)  a coloro che vogliono investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri.
In questo modo la sua opera è ktema es aiei un possesso per sempre , non agonisma un pezzo di bravura  sofistico ascoltato per un momento (es to parachrema).
Tucidide anche così facendo, comunque,   tramanda una storia ordinata  secondo kosmos, fa azione oratoria classica, fa la storia di un popolo secondo  theoria, secondo i paradigmi ellenici, imitativi, propri della superiorità greca nei confronti del barbaro, e dà una visione armonica del mondo, esclusiva ed unica,  secondo parametri greci senza neanche considerare  altre possibili forme, seppure informi e tanto meno quelle diverse; viene così implicitamente autorizzata e permessa l’upourgia, la costruzione poetica con la creazione dell’eroe, prototipo dell’ethnos e con la costituzione del panegirico e dell’encomio per il  turannos
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Fare storia è ricostruire, su una base solida (data dalla conoscenza incrociata  e trasversale di  discipline diverse e dalle numerose competenze tecniche)  ogni notizia accertata, i dati, catalogati,- dopo aver falsificato l’autore classico -che mira solo a tradere la pars vincente-  in una neutra lettura delle fonti specie di quelle trascurate o neglette: la ricostruzione è un paziente lavoro di risultanze, colte nelle parole chiavi dell’epoca.
Dalla ricostruzione migliore possibile, tuzioristica, deriva la possibilità di rilevare realmente un personaggio, di collocarlo nel suo contesto, di cogliere la funzione storica, di valutarlo in situazione, non fuori del suo tempo, secondo  i parametri universali, mitici, astratti dell’agiografia.
Nel nostro caso, per la revisione di Gaio Cesare Germanico Caligola,  dopo aver fatto un ampio studio sulla società romano-ellenistica ed aver rilevato la cultura del periodo che va dal 60 a.C. al  235 d. C.  ed aver scritto Giudaismo Romano in 5 volumi (opera inedita), ho estratto Caligola il sublime  rilevandone la peculiare e tipica funzione nella domus giulio- claudia rispetto alla crisi repubblicana e rispetto alle successive case regnanti (flavie, antonine e severiane). Ne deriva che ho cercato di rilevare la funzione della domus regnante e quella specifica di Caligola nella  sua casata imperiale.
Dal lavoro sull’ellenismo romano e specie sul giudaismo e sulle sue fonti (Bibbia, Filone e Giuseppe Flavio, autori da me tradotti) mi sono sentito autorizzato a dare un’altra risultanza storica e a rovesciare la pazzia di Caligola in sublimità.

2. Fare storia come  cercare la nostra autenticità

Noi riteniamo di essere piccola cosa, una creatura umana rispetto ad un insieme ed unicum il Kosmos  e ci sentiamo meno di una formica rispetto al regno delle formiche e a quello animale.

Cosa sa una formica? e di cosa è esperta la formica se non del suo ruolo in quel gruppo di formiche con cui comunica ? solo  di quella cosa di cui è portatrice di messaggio: una cosa da poco ma funzionale al gruppo.Ma cosa sa la formica dei tanti altri gruppi di formiche sulla Terra e quindi delle tante concatenazioni e relazioni misteriose di un genos rispetto agli altri gene? E cosa sa dell’ habitat in cui vive e di cui si nutre e  con cui si relaziona facendo una sua esperienza vitale  per un certo periodo di tempo? e cosa sa di ogni altro elemento vitale anche nemico e di tanti altri esseri che sono nel suo ambiente? poco o niente? E’ per lei un mistero? o col gruppo ha sviluppato un suo modus vivendi per essere in relazione con ogni filo di erba, con ogni dosso di terra e con ogni pietra  e con le alture o i cunicoli terrestri o le acque o il meraviglioso mondo vegetale  con le sue infinite varietà di verde?
Quindi la formica vive in un sistema, essendo parte di esso ma è solo in relazione ad un piccolo gruppo e non può fare storia né di se stessa né del gruppo né del sistema  generale ma è solo in una forma epistemica animale, in sintonia col tutto, certamente  senza diritti di supremazia tra esseri caduchi ed effimeri.
Cercare la propria autenticità è un fatto individuale, umano, di razionalità tipica dell’uomo e non dei viventi naturali, mentre fare storia è un fatto comunitario sociale e politico di un popolo, la cui crescita si verifica ad ogni presa di coscienza reale del proprio vissuto storico al di là degli ambienti e dei contesti.
Conoscere se stessi è fatto necessario, ma successivo ad aver cura di sé (epimeleìa eautou), mediante la quale si trova la propria identità
Conoscere di far parte della storia e della natura, di essere pars animale e razionale, dotata di spiritualità è  diventare effettivamente uomo storico e fisico, elemento sociale e naturale,  circoscritto ad una propria stirpe, che, con la parola, ha segnato la sua esperienza  di vita  esprimendo il suo originale sistema culturale, unico rispetto a tutte le altre etnie animali.
–    Alla nostra nascita troviamo già ben costituito ed ordinato il mondo, in cui dobbiamo vivere secondo leggi, un kosmos organizzato,  secondo una storia già scritta ed  una natura già catalogata: noi siamo conformati al sistema già esistente e con la parola siamo educati alla uniformazione e alla integrazione: una parola equivoca, ambigua, che in seguito dobbiamo riempire di reale significato, quando si agisce effettivamente,  allorché alla parola si fa seguire l’azione. o meglio l’azione già fatta viene spiegata dalla parola
–    Noi, imitando, obbedendo, ci siamo conformati secondo la volontà e il pensiero della nostra tradizione e delle autorità costituite e siamo schedati come buoni, sani secondo parametri tradizionali, morali,   secondo le misurazioni di una metretica classico-cristiana  basata sull’aurea mediocritas e sul privilegio di un principe  tra le creature terrestri, affini al Creatore, secondo l’educazione ricevuta dall’infanzia, impegnato ad imitare il Christos, figlio di Dio,  redentore dei nostri peccati  morto e risorto per la nostra salvezza
Noi,  da laici, invece, creature fatte di materia, destinate a morire,  non imitando, non obbedendo, non conformandoci alla tradizione,  non seguendo la parola del gruppo, pur vivendo, pur facendo esperienza di vita reale, pur  cercando la normalità e l’autenticità e l’autonomia,  troviamo la nostra funzione,  scoprendo un ‘ altra humanitas, un’altra storia, un’altra natura, anche se siamo catalogati come non buoni, non sani, secondo la moralitas tradizionale e quindi risultiamo scomodi cioè sembriamo  uomini non conformati alla metrioths, parrhsiastai, liberi di parola e  capaci, comunque,  di essere autoi (se stessi autentici)  in relazione solo al logos e alla phusis.
–    L’uomo razionalmente  deve scegliere se conformarsi alla tradizione o se rifiutarla, in un dato momento della propria storia personale, decidere una propria via, ma deve anche stabilire se innova conservando e se rivoluziona il sistema ereditato, dopo aver trovato stabilità ed essersi orientato.
–     Decisa la direzione,  allora si vive senza parametri, senza schematismi, ma non in modo anarchico,  anche se in modo anomalo: ci si abitua all’ errore come compagno della nostra esistenza, ci si esercita all’ autocorrezione in itinere, dopo orientamento generale, dopo il decondizionamento dalla theoria classica, grazie alla pratica di vita.

Rilevare la normalità dopo i condizionamenti ricevuti mediante la parola,  diventa un faticoso esercizio morale: l’autenticità di parola e di fatto, comunque, autorizza una methodos nuova, un orientamento,  mentre si va  stabilizzando la propria costruzione di vita  autonoma

3. Scrivere Caligola il sublime

Scrivere è sempre un far qualcosa di nuovo,  costruire (oikodomein), cercare di dire in modo ordinato quanto ognuno di noi effettivamente ha capito, mostrando le risultanze di lavoro, non dicendo le cose già dette: la comprensione di un fatto diventa anche la comprensione di più fatti se c’è unità di indagine e di metodo, ma specialmente risulta una ulteriore scoperta dell’uomo, un altro modo di vedere la realtà perché si è verificata una nuova conquista e si è fatto un passo verso la conoscenza reale.
. Scrivere Caligola il sublime è stato ricercare la storia delle origini dell’imperium romano, trovare tra i vari storici  di diversa formazione una medesima coscienza, quella  della necessità  a Roma in epoca cesariana ed augustea di una costituzione nuova non più repubblicana ma monarchica, della accettazione da parte popolare, equestre e senatoria di una domus  come casata  divina, destinata dagli dei a svolgere una funzione di  pastore (razionale)  sulla massa popularis, a governare come timoniere la nave dello stato in pericolo.
– Il principato augusteo e quello tiberiano dall’angolazione di Caligola erano incompleti  perché  l’impero aveva in Occidente una costituzione e in Oriente un’altra, con due diverse economie e necessitavano di un comando unico e di una comune politica, con un’unica costituzione.
–  La neoteropoiia e l’extheosis sono le innovazioni con cui Caligola  vuole unificare il suo impero, trasformando in  pracsis la theoria  già funzionante come Basileìa ellenistica
L’ anomalia (opposta alla analogia) come percorso ascetico di un animo, dotato di ingenium, pathetikos, diventa espressione di una mutazione di sistema di vita, di cambio costituzionale e di passaggio ad un assolutismo regio su basi religiose.
– L’accentramento di potere, l’annientamento del senato, il declassamento di Roma a semplice urbs,  rispetto ad Alessandria divenuta capitale dell’impero, l’esautorazione dei pretoriani a favore di un corpo di germani, sono atti rivoluzionari che determinano reazioni incontrollate  di tutte le classi, di cui diventa espressione  la  congiura  apparente di Cassio Cherea, che uccide il tiranno, manovrata da altri congiurati, da una congiura senatoria,  che si manifesta nei due giorni di anarchia  24 -25 gennaio (cfr- Per una datazione di Consolatio ad Marciam di Seneca).
–   L’adrepebolon (puntare a mete impossibili) è la sintesi secondo il Peri Ypsous di uno slancio divino  proprio di un anomalista,  che ha dalla natura pathos affetto passionale e che, con l’esercizio, ha acquisito tutte le tecniche possibili e quindi può conseguire qualsiasi risultato.

S.B.T. 17-2-2010
Angelo Filipponi