Agrippa secondo Emmanuel Carrère

 

Che libro ha scritto Emmanuel Carrère?

Un libro di storia?

No.

 Le royaume/Il Regno  non è un libro di storia perché Carrère, l’autore,  è uno  sceneggiatore, bravo nel suo mestiere,  abile ad attirare il pubblico, a coinvolgerlo  con leggerezza (troppa)  in un gioco di superficiali ricostruzioni del contesto delle ecclesiai e in un tentativo di  dare vita, mediante  la quotidianità, alle  figure   del primo cristianesimo.

L’autore,  così operando,  può  mostrare  solo uno spaccato della vita  sociale del I secolo d.C.e fare spettacolo,

Carrère  è del tutto fuori dalla cultura romano-ellenistica: la sua pagina è aneddoto,  è curiosità, pseudo ricerca di notizie che fanno scalpore .

il Regno è opera di uno  che si sente ed  è “uomo intelligente, ricco e con una posizione“, e “sottende”  bello, atletico, praticante arti marziali, non digiuno di yoga e di altre tecniche, alla moda,   conscio che a lui è precluso il Regno dei Cieli, ma consapevole che è padrone su questa terra.

La ricerca è un lavoro duro, impossibile da pagare: qualsiasi risultanza, anche se povera cosa,  non ha prezzo.

La lettura del messaggio del Christos- neanche esaminato nel suo stretto periodo  operativo messianico-  è, invece, per il francese   un’operazione da farsi   secondo l’angolazione di Paolo e di Luca ( di Giovanni e di Matteo,  evidenziati  solo nell’ultima parte ), sulla  cui  attività almeno si fa indagine.

Lo scrittore non legge il fenomeno cristiano come è stato   tramandato, ma per come lo vuole leggere  lui, personalmente:  Gesù è un revenant,   un risorto  che ritorna  e Paolo  è uno che predica  la  parousia  del Christos trionfante e il giudizio universale.

La  cultura  di Carrère non ha spessore,  perché l’autore è un brillante saggista  che vola sui problemi  e cerca di piacere e di piacersi e, piacendosi, si fa  guida, puerile, nella quotidianità  della vita romano-ellenistica delle province dell’impero romano e  nel cuore di Roma stessa, in modo libresco.

Carrère vuole dimostrare che secondo Paolo,  convinto del ritorno imminente  del Signore, sia necessario vivere di conseguenza per i credenti in Christos, ebrei o pagani, indifferentemente,  congiunti in  amore (agape), dimentichi dei propri beni, uniti  in una continua preghiera.

L’autore è confuso, stordito da questa ipotesi, paolina:  un ‘intuizione , certo! che deve essere suffragata da  ricerche in varie direzioni, esaminata in ogni  elemento costitutivo : la serie  televisiva  dei Revenants sono una cosa; la resurrezione  di Christos  un’altra!

Carrère, invece, cita  autori, a supporto, ma non convince;   si pone come exemplum di vita, mostra una sua crisi,(fa sedute psichiatriche) superata grazie all’incontro con Christos , la cui influenza dura solo tre anni, e poi torna ad essere scettico ed agnostico.

L’idea della scrittura di  Il Regno stesso dovrebbe essere  di un  letterato, in otium, depresso : la suddivisione, in Prologo. Parigi 2011  ed Epilogo Roma 90- Parigi 2014,  non racchiude, come può apparire , un triennio compreso tra il 2011 e il 2014, ma  sottende  anche la chiusura  della  vicenda cristiana  evidenziata in 4 capitoli, storici,   il cui svolgimento va dal 90 a Roma  con  notizie  su Domiziano .e gli eredi della famiglia di Cristo ( poveri contadini, possessori di un ettaro di terreno, diviso in due)-, poi con altre su Traiano e su Costantino  fino al 2014, parigino, anno della pubblicazione del Libro.

Insomma,  Carrère sottende una doppia operazione per narrare un suo iter individuale, privato,  e per  fare contemporaneamente un’altra  storia, pubblica e cristiana, collegata  in qualche modo a quella personale e familiare,   che è specificamente espressa  in Una crisi  Parigi 1990-1993, mentre gli altri tre capitoli centrali  (II Paolo Grecia 50-58; III L’inchiesta  Giudea 58-60;  IV Luca,Roma 60-90 ) sono centrati sulla diffusione dei Vangeli.

Perciò nella pars centrale di Il regno  c’ è una mescolanza  di temi, di profano e di sacro, in cui si  confondono la vicenda umana dello scrittore  e la  storia cristiana, come se la vicenda individuale  abbia una qualche attinenza con la storia, indefinita del Christos  come se ci fosse stato un reale incontro  di un vivo con un risorto.

Anche la scelta  di campo lascia perplessi: non vuole  scrivere da romanziere né  da storico, ma  vuole  essere investigatore  (non parla di ricercatore),  un investigatore sui generis  così da poter  compilare  ad assemblare testi di varia natura,  e da fare  qualche svista, imprevista, spettacolare.

Se si legge   Il Regno (trad, Italiana di  Francesco Bergamasco, Gli Adelphi, 2016  )  si ha qualche dubbio sulla attendibilità storica, e sulla  indagine  dell’ autore,  specie prima del 50 d. C , e sulla conoscenza reale  del periodo del principato di  Gaio Cesare Germanico Caligola (37-41) e del Regnum/Basileia  di Giulio Erode Agrippa I, tetrarca di Iturea,  Gaulanitide, Traconitide, Batanea,( ex tetrarchia di Filippo) dal 37 al 39, quando Caligola  aggiunge Galilea e Perea , tolte ad Erode Antipa, ed infine  re  anche  di  Iudaea – Giudea, Samaria,  Idumea -dal 41 ad opera di Giulio Cesare Claudio, (divenuto imperatore grazie al suo aiuto tempestivo).

Infatti, a pagina 300 , Carrère,  trattando di  Porcio Festo, governatore di  Iudaea  (61-62),- impelagato nelle questioni religiose dei giudei, a causa di Paolo, un civis romano  cristiano-   mostra  la visita di due principi  giudaici, fratelli, Agrippa e Berenice.

Così l’autore scrive su Agrippa:    pronipote di  Erode, – l’apposizione  il re crudele ed amante del lusso è di Renan-  Agrippa  è un playboy ebreo completamente ellenizzato, romanizzato, come i maragià che al tempo della  dominazione britannica  studiavano a Cambridge. Da giovane ha fatto la  bella  vita a Capri  con l’imperatore  Caligola, Poi è tornato in patria  dove si annoia un pò. Berenice  è bella, intelligente, vive con suo fratello  e si dice che  i due vadano a letto insieme.

Resto sorpreso  dalle notizie grossolane, vaghe, inesatte.

Poi a pagina 337  si legge questo  enunciato complesso: Dal canto suo il playboy Agrippa, il re della dolce vita romana ai tempi di Caligola, fa del suo meglio per convincere i connazionali  che una ribellione non porterà niente di buono.

Carrère fa questa affermazione, dopo avere tratteggiato la sorella del re, Berenice, in abiti da penitente-  ex moglie di Marco Alessandrino  e di Erode di Calcide, che,  vedova a venti anni,  era diventata moglie di Polemone II di Cilicia-   al fine di contestualizzare la guerra giudaica, seguendo alla meglio Giuseppe Flavio (Guerra Giudaica, 16, 333-404),  al suo inizio nel 66, sintetizzando la narrazione dei fatti e il lungo discorso del Re Giulio  Erode Agrippa II –  che  arringa il popolo e lo invita a  desistere dall’insurrezione contro i romani, considerata la netta inferiorità militare -.

Sorpreso  di nuovo dal playboy , dato ad Agrippa,  dal sintagma il re della dolce vita romana ed ancora di più dalla precisazione temporale ai tempi di Caligola, mi pongo due  domande (Ho scritto Caligola il Sublime; Giudaismo romano I e  II,  ho tradotto Legatio ad Gaium  di Filone e  il XVIII e  XIX libro di Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio):

1. Possibile che Carrère non conosca la morte di Erode Giulio Agrippa I, nell’agosto del 44 e non sappia che Caligola, nel periodo di Capri, non era imperatore?

2. Possibile che confonda il figlio col padre (non mi sembra che ci sia  un errore di traduzione!) ?.

Agrippa II nel 44 ha 17 anni e l’imperatore non gli riconferma  il regno paterno, data l’età; alla morte violenta di Caligola  nel 41 ha solo 14 anni, essendo nato nel 27 .

Il playboy potrebbe essere adattato, con molta  benevolenza -dato il suo scetticismo  e considerata la vicinanza  pericolosa con amatori di femmine  come Caligola e  Claudio – ad Agrippa I, non ad uno, imberbe, non ancora adolescente: Carrère  conosce la carriera di viveur di Agrippa II,  accusato tra l’altro,  di essere amante della sorella dal popolo aramaico, dai farisei e dagli esseni  (che  ritenevano incesto – colpa degna di  lapidazione-  la Philadelphia ellenistica), poi  divenuta amante di Tito Flavio, che la tenne come concubina per anni, a Roma, con la promessa di sposarla, finché non dovette obbedire alla ragione di stato e fu costretto a cacciarla da corte ( Svetonio, Tito, 7: Berenicem statim ab urbe dimisit, invitus, invitam / cacciò da Roma subito,-preso il potere-  malvolentieri, Berenice che se ne andò malvolentieri ).

Carrère si riferisce certamente ad Agrippa II, ma lo ritiene precocemente playboy, in epoca caligoliana,  all”età di 10-14.

Al di là della sua lacunosa conoscenza storica  col suo modo di scrivere, inglobante notizie, senza valutarle, ha tante  strane sviste, esempio pp. 114-15:  Filone, a suo dire,  morto vecchissimo , 15 anni dopo la  fine di Christos  (36 d. C.  e, quindi, nel 51), grande rabbino, che fa esegesi allegorica.

Filone alessandrino dovrebbe  essere nato tra il 30 e 25 a. C. e  morto dopo il 41 e prima del 44  (non conosce l’impresa  della conquista della Britannia di  Giulio Cesare Claudio  43-44 e non parla  della morte di Giulio Erode Agrippa I).

Forse ha meriti, specie sul piano letterario  secondo schemi  artistici e giudizi  critici,  tipici di un  regista e sceneggiatore –  non  ne ha alcuno nella sua inchiesta sui  Vangeli,  incapace di  diversificare i tempi  di scrittura da quelli di  semantizzazione-!

Carrère   segue  sempre  qualcuno; ad esempio il sistema classificatorio  per la  datazione dei Vangeli è quello  di  Adolf von Harnack, con la successiva  teoria delle due fonti   e non entra in merito:  per lui Marco è il primo evangelista, seguono poi Matteo e Luca; da una parte i sinottici e da un’altra Giovanni e il suo discorso escatologico  ed apocalittico, di epoca  gnostica.

Carrère come  modello letterario   ha Le Memorie di  Adriano  di Margherita Yourcenar – un vero capolavoro, da lui non  completamente letto-  e ne vorrebbe seguire le orme,  specie nella sapienza di  ricostruzione storica degli episodi e delle situazioni, della geografia stessa e dell‘ animus del personaggio principale, perfino nel collage, a tempi diversi, dell’intera opera.

Di questa ammirazione, letteraria, molti sono i segni che si possono riassumere nella lunga citazione, da lui fatta,  tratta da Taccuini che- gli piacciono molto!- : le regole del gioco imparare tutto, leggere tutto, informarsi di tutto e al tempo stesso applicare al proprio fine  gli esercizi di Ignazio di Loyola  e il metodo dell’asceta indù che si estenua anni ed anni per  mettere a  fuoco  con maggiore precisione possibile l’immagine che ha creato sotto le palpebre chiuse…

…anche loro, ( vissero la loro quotidianità)…come noi,  gioirono,  invecchiarono e morirono  pp. 263-264.

Carrère, insomma,  una volta prefissato il tema,  prende dove trova lo spunto per entrare in situazione e poi aggiunge una sua personale lettura  come conclusione, critica, come fa, ad esempio,  per la valutazione di  Paolo di Tarso.

Il francese ha davanti il testo di  Mythmaker  di Hyam Maccoby (Harper, New York,1986), lo segue pari passo nella lettura dell’opera dell’apostolo delle genti,  combaciando con la dissacrazione (Non è fariseo, non è rabbino ecc.),  da cui  poi diverge nella parte finale, evidenziando il proprio punto di vista.

Il regno è, dunque, un libro che non aggiunge nulla di nuovo  e non aiuta nella conoscenza dei Vangeli, anzi  confonde e turba la coscienza individuale, nonostante  l’onesta ( ma è così!) conclusione  con non lo so e con la confessione  di aver scritto in buona fede.

La buona fede, specie se cristiana, di solito cela guadagno, come la carità, a breve o a lungo!

Carrère, comunque,  non sa se abbia tradito se stesso, giovane credente per un triennio,   o se il libro tradisca il Signore, a cui ha creduto,  o se  gli  sia rimasto, a modo suo, fedele.