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Novità dell’opera

L’opera del Filipponi è essenzialmente storica e linguistica ( cfr. intervista all’autore).
Il lavoro  storico  inizia dopo che  il presupposto fondamentale cristiano  della venuta di Gesù  Cristo e  della sua crocifissione  (come fatti che rivelano l’amore di Dio per l’umanità, a cui è promessa la salvezza eterna,) è razionalmente messo in discussione.
L’opera di Filipponi è uno studio che precede il presupposto fondamentale cristiano e riconduce l’uomo all’uomo, in senso classico, libero da ogni preconcetto.
L’esperienza di vita umana non è quindi più ridotta, secondo la concezione medievale e tridentina, ad una vita militante, ad un percorso in cui  c’è uno stato di belligeranza tra male e bene,  con una lotta per entrare in paradiso,  grazie al trionfo dell’anima  sul peccato, in una coscienza della morte come passaggio o ponte  verso il premio eterno o la dannazione.
L’esperienza di vita umana è intesa  solo conoscenza e cura-epimeleia dell’uomo, che si riscopre mediante la parola come parte del logos, della phusis e della storia  in una visione divina  dell’uomo senza mediazione alcuna: l’uomo deve  amare e conoscere effettivamente se stesso, esserci nel mondo e nella storia individualmente, cosciente di essere parte di un tutto: non occorre Christos né la grazia di Dio,  né tanto meno i sacramenti  della Chiesa, come il battesimo e la comunione, né la guida morale ecclesiastica, al di là delle deformazioni storiche della istituzione ecclesiale; serve solo una razionale ricerca per una personale esperienza di vita, di creatura umana, infinitamente piccola rispetto all’ infinitamente grande, a Dio creatore e padre.
Non c’è alcun interesse, preconcetto, nell’opera di Filipponi alla storia del cristianesimo ufficiale, né volontà di rinnovamento ecclesiale ed istituzionale, né  ricerca delle sue fasi storiche  né delle radici del millenarismo né di qualsiasi altra forma cristiana o di pensiero cristiano, al di là del settarismo ortodosso e di quello protestante.
Il lavoro di Filipponi tende solo a ricostruire il periodo, in cui si situa la persona  fisica di Gesù Cristo (Jehoshua Barnasha Mashiah), dopo aver ridotto la personalità umano-divina (storicizzata) a quella di un  normale uomo del I secolo dopo Cristo ed aver precisato i termini di  Figlio di uomo, di  Figlio di Dio e di Unto, secondo la concezione aramaica, escatologica ed apocalittica di quell’epoca.
E’ insomma una ricerca storica prima ancora del costituirsi del nome di Christianoi, prima del formarsi delle diokeseis cristiane in Asia Minore e della struttura reale della Grande Chiesa del II secolo d. C.
Il lavoro storico,  lunghissimo,  ha avuto varie fasi: una, propedeutica, è stata fatta, prima, sulla cultura medico-persiana e sulla Bibbia, poi specificamente sull’ellenismo romano, sulla base delle opere di Filone di Alessandria e di Giuseppe Flavio (ed anche del Talmud babilonese)  e quindi di tutta l’area culturale classica  (sia storica che retorica che filosofica, oltre che economico-sociale), con l’ausilio anche di scienze, quali la numismatica, la papirologia, l’archeologia; un’altra, specifica, infine, per un trentennio è stato centrata sulle Origini del Cristianesimo.
Da questo lavoro trentennale sono venute le seguenti conclusioni (Cfr. Una personale conclusione sul cristianesimo),  come  risultanza di  un’altra lettura della Storia del cristianesimo.
Questa  altra   lettura  della Storia del cristianesimo non ha niente a che vedere con l’impostazione di Samuel Reimarus, né con quella di Georg W.F. Hegel,  né di David F. Strauss, né di Ernest Renan, né di Albert Schweitzer, tesi tutti   alla contestualizzazione giudaica della figura di Gesù e alla lettura  di una figura di  Messia, realizzatasi secondo formule ultraterrene, senza distinguere l’apporto culturale sincretistico pagano-misterico, platonico, teurgico, gnostico, anzi  fatta con l’inglobare i contributi delle culture vigenti.
La storicità del giudaismo, delle sue vicende e della figura di Gesù veniva vista  solo da un’angolazione generica, fatta più per giustificare la storia cristiana che per studiarne la reale consistenza storica.
Inoltre lo studio non è fatto con gli strumenti adatti, per me basilari: quelli di una distinzione tra cultura aramaica e cultura ellenistica giudaica  (quella di una torah originaria e della sua esplicazione rabbinica torah al pe’  distinta nettamente da quella letta secondo la traduzione dei Settanta e il commento allegorico filoniano –cristiano), con  lingua aramaica, da una parte, e  con quella greca  dall’altra.
Senza nulla togliere alla grandezza dell’apporto culturale di tale studio da parte di uomini di tanta cultura,  sulla vita di Gesù, anzi riconoscendo la profondità e la potenza di operazioni di molti, specie  di  P. Wendland , G. Ricciotti,  di S. Brandon e R. Bultmann,  di E. Kasemann  e di E. P. Sanders, di M. Noth, M. Hengel, e di J. Bright, noi crediamo di  aver fatto storia cristiana  e di aver dato un qualche contributo alla conoscenza della reale figura di Gesù Cristo, grazie anche ai  lavori sul giudaismo da parte di  uomini,  che hanno operato sulla cultura ellenistica in senso letterario, economico-socio-politico ed archeologico.
Noi, facendo uno studio serio sull’ellenismo e sul giudaismo, abbiamo individuato tre giudaismi in epoca romano-ellenistica, come premessa a tutto il lavoro: giudaismo palestinese, costituito da gruppi ebraici viventi nel territorio della Ioudaea  erodiana, puri solo nella Giudea, frammisti ai pagani in tutte le altre regioni (Galilea, Perea, Samaria, Idumea, Decapoli, zona Ituraica , Gaulanitide ecc),   di formazione agricola, di lingua aramaica,  popolari ed antiromani, ostili agli erodiani e ai sacerdoti, eccitati alla rivolta da farisei e da Esseni; giudaismo partico, costituito da un numeroso gruppo di ebrei, viventi in Mesopotamia, in Adiabene, oltre che in Perside, anch’ essi di  cultura agricola, di lingua aramaica, popolari ed antiromani  in quanto già cittadini della federazione partica, ben integrati nel sistema federativo, specie nel periodo di Artabano III;  giudaismo ellenistico, di cultura commerciale, ben integrato nel sistema romano, costituito da giudei di lingua greca, separati dai fratelli aramaici e riconoscenti come capo l’alabarca di Egitto, aventi  come centro il  tempio di Leontopoli, lettori della traduzione dei Settanta ed interpreti allegorici,  in senso farisaico del nomos giudaico.
Gli ebrei, ellenisti, di professione emporoi o capeloi,  (commercianti all’ingrosso o al minuto) sono  quasi esclusivi proprietari del sistema  di trapezai banche, alessandrino e con esso sono i dominatori dell’area portuale sia interna che esterna  (Sul Mediterraneo e sul Nilo), tendono al proselitismo  tramite la tzedaqah (philanthropiacaritas),  formano il numero più  grande e ricco del giudaismo  e sono filoromani in quanto connessi con la casa giulio-claudia.

Sulla base di tale premessa, abbiamo operato sui  seguenti temi:
*La figura di Gesù Cristo Signore:
abbiamo rilevato che la figura di  Gesù Cristo Signore non è storica, ma è storica quella di J(Y)ehoshua Meshiah maran.
La tradizione aramaica tramanda la figura umana  di Jehoshua Barnasha, quella ellenistica  la  figura umano-divina di  Iesous Khristos Kurios.
Le due figure  indicano un solo uomo, ma viste in modo diverso: in senso antiromano  la prima e  in senso filoromano  la seconda;
Esse vengono  lette secondo sistemi opposti, espressioni di due diverse culture: agricola, quella aramaica ; commerciale e trapezitaria, quella ellenistica;
Jehoshua Meshiah Maran  è  effettivo personaggio storico, figlio di Josip  (Gesù figlio dell’uomo- Barnasha),  nato il 7 a.  C. e morto nel 36 d.C. crocifisso, celebrato  dalla toledot (storia giudaica), come eroe nazionale;
Egli  fu qain (architetto) e  qanaah (zelota),  e maran (re ) dal 32 al 36, e realizzò  per breve tempo il sogno del  Malkuth ha shemaim (il Regno dei cieli) , come mashiah (messia);
Jesous Christos Kurios, invece, è un nome  dato allo stesso personaggio in traduzione greca,   da Shaul di Tarso, giudeo  della tribù di Beniamino, noto come Paulus ,  artigiano ed emporos,  ellenista, civis romanus, fariseo,  discepolo di Gamaliel, abile nella  interpretazione allegorica.

Questi  fonde cultura giudaica con il pensiero del medio-                   platonismo e con la cultura isiaca, creando il Regno di Dio, fondato sulla figura mitizzata  di Gesù Cristo Signore, figlio di Dio, risorto dai morti. 
*Il Malkuth ha shemaim  il regno dei cieli  (il greco H basileia ton ouranon) e  H  Basileia  tou Theou  (Il regno di Dio): abbiamo rilevato che il primo non è il secondo e lo abbiamo nettamente distinto.
Precisiamo che   I due sintagmi  sono espressione di  due fasi storiche diverse: la prima ha come protagonista Jehoshua Barnasha  e poi suo fratello Jakobos (morto nel 62) che nell’ attesa del ritorno del fratello, come capo della comunità di Gerusalemme, prepara i fratelli  con la preghiera, la penitenza e con l’esercizio militare, a seguito dell’interpretazione essenica della scrittura, alla guerra, e  convinto  della vittoria sui romani, coinvolge i discepoli che, dopo la sua morte, vanno alla guerra antiromana (66-73 d.C.), che termina con la sconfitta ebraica e con la distruzione del Tempio;
Precisiamo  che la seconda ha come protagonista  Paulus  che inventa un altro Gesù, sulla base della figura storica di Jehoshua antiromano trasformata in un filoromano, servo di due padroni (Dio e i romani), teorico di un Regno celeste e di una cultura sincretistica  romano-ellenistico-giudaica;
Paulus è un eretico  giudaico che conia (insieme a  Barnaba ) nel 43 d.C., il termine  Christianos (cristiano) e come tale è punito varie volte da Jakobos  anche con la pena di morte.
Il suo pensiero si afferma dopo il 70 d.C., dopo la sconfitta, con gli evangelisti  (Marco e sopratutto Luca)  sulla base di un antico testo di memorie di Matteo, il pubblicano, che aveva stenografato ( avrebbe potuto  scrivere con velocità in quanto tachigrafo)   i logia del Signore (kurios), cioè  di Gesù,  che aveva potere di  maran (re di nomina partica) e, quindi, le prescrizioni, le parole ordinate, gli slogans,  i mandata di un re;
Il pensiero cristiano è confuso per tutto il I secolo fino ai primi anni del regno di Traiano (98-117)  con la cultura giudaica in quanto ha in comune gli stessi riti e le stesse usanze  di stampo, però, ellenistico, di lingua greca, non palestinese e partico, di lingua  aramaica, da cui è nettamente separato.

* Jehoshua  fu qain ,( tecton) una specie di architetto, qanaah. Maran , mashiah:

.abbiamo rilevato che Gesù  fu qain, tecton, architetto, non un semplice falegname.
Precisiamo, dunque, che  il termine qain evidenzia una classe sociale che in greco designa i tectones  cioè uomini abili a progettare e realizzare lavori di costruzione sia   come carpentieri che come muratori, considerati moltissimo  dopo le classi privilegiate sacerdotali, superiori a tutti gli altri tecnitai, richiesti nel periodo romano ellenistico, data la mole di costruzioni e la ricerca di nuove tecniche; aggiungiamo,per meglio far comprendere il termine, che i qeniti erano una corporazione  che, guidata da un capo, operava costruendo città , monumenti  regali, sia come sepolcri che come  fortezze, sinagoghe  e che costituivano gruppi anche molto numerosi,( fino a 18.000 elementi)acquartierati  con le famiglie nelle periferie del città dove  lavoravano;

Abbiamo rilevato che Gesù fu qanaah

Precisiamo che  qanaah corrispondente a zelotes e a sicarius  aveva valore di partigiano che combatteva contro i romani secondo lo schema di una guerriglia  montana e desertica o urbana , determinata da santoni  (esseni ) e da asceti  come Giovanni il Battista,  che battezzavano,  secondo un  rito iniziatico penitenziale e militaristico; aggiungiamo che il termine lhsths , equivoco, spesso contraddistingueva  e connotava  il giudeo aramaico antiromano:
Jehoshua, in quanto discepolo di Giovanni e in quanto  battezzato, avendo fatto il suo corso  formativo di penitente e di  combattente, e non poteva non essere  qanaah;

Abbiamo rilevato che Gesù fu Maran

Precisiamo che   Maran vale re (Basileus, melek). Ora il titolo di re   in una regione  dell’area dominata dall’imperium romano poteva essere dato solo da Roma: indebita era l’acclamazione popolare o l’ingerenza di un altro monarca (come Artabano III, re dei re dell’impero partho) che   con l’elezione regale  compiva un atto di rivoluzione (stasis, novitas) o compiva un’invasione  e quindi doveva attendersi la punizione da parte del senato e dell’imperatore che governavano l’impero . Aggiungiamo che la Giudea, Samaria ed Idumea, unitariamente governate come  Iudaea, avevano un governo  retto dal  procuratore romano, che dipendeva dal governatore di Siria, responsabile di tutto il settore orientale.

* Gesù  e il suo regno effettivo (collocato tra la Pasqua del 32 e la Pasqua del 36 )
Noi  abbiamo rilevato  che
egli fu proclamato re dal popolo , dopo la morte di Seiano (18 ottobre 31)  e dopo la successiva esautorazione di quasi tutti gli amministratori dell’area orientale, specie  siriana,   bollati come seianei (Pilato, procuratore di Giudea, Erode Antipa  re di Galilea e Perea, Pomponio Flacco governatore di Siria, incaricato di  mantenere l’ordine militare lungo il confine eufrasico).
E perciò abbiamo  dedotto ed evinto  che
il regno si poté forse  costituire, a seguito  di una serie di trattati locali  con Izate di Adiabene, con Artabano III,  re dei parthi e con Areta IV re dei nabatei, grazie anche a ricompattamenti  ideologici  tra i giudei di Mesopotamia e quelli dell’impero romano ( sia palestinesi che ellenistici della cosiddetta diaspora ), oltre che con i samaritani;
Il regno di Jehoshua  durò quasi cinque anni, dopo la conquista del tempio,  avvenuta  con spargimento di sangue, per la presenza della guarnigione romana sulla torre Antonia,  sovrastante il tempio e data l’importanza finanziaria del tempio, difeso da sadducei e dalle loro guardie;
Il regno  dovette essere tranquillo, dopo la conquista avvenuta mediante resa delle singole città, che accoglievano i delegati galilaici,  inviati a chiedere l’adesione mediante la formula persiana erodotea (acqua e sale cambiata in acqua e pane:  fu purificato il tempio, si celebrò la pasqua essenica col nuovo calendario solare di 364 giorni, fu giurato il nuovo patto di alleanza con Dio del popolo,  come quello di Nehemia;
Per quasi quattro anni lo stato  non ebbe pericoli esterni poiché era connesso con la federazione partha e  poiché  Tiberio si disinteressava della questione orientale, intento a debellare i suoi nemici interni, seguaci di Seiano e ad organizzare la propria successione;
Il  regno di Jehoshua  dovette finire con la spedizione di L. Vitellio, nominato proconsole, dopo E. Lamia (che non era mai partito), ed incaricato di  ripristinare l’ordine nella provincia di Siria con un mandato antiparthico  ed antinabateo;
Vitellio, costretto Artabano a difendere i suoi stessi confini con un’abile manovra militare e politica,  pressate e costrette le popolazioni scitiche ed iberiche  all’invasione del territorio partico, su ordine di Tiberio, concede la tregua al re dei re che, visto il suo territorio occupato ed invaso, chiede un accordo e un  trattato, stipulato a Zeugma  sull’Eufrate, prima della Pasqua del 36;
Partecipa a questo trattato anche Erode Antipa, al seguito di Vitellio, che  tratta con Artabano, che rinuncia ai territori transeufrasici, dà  ostaggi  (il figlio Dario e un gigante giudaico di nome Lazar) come garanzia di pace;
La clausola di non interferenza nell’ orbita romana, voluta dai romani, fu una condanna a morte per il  maran Jehoshua, abbandonato al suo destino e per lo stesso Areta IV, rimasto solo oppositore alla romanitas;

Il caso di Jehoshua  diventò  una questione interna al mondo romano e quindi Vitellio, dopo aver dato l’ultimatum alla città di Gerusalemme assediata, ricevette dai sadducei e  dai farisei, che fecero  prigioniero il ribelle messia,   che venne fatto crocifiggere: la città fu salva, si ripristinò l’ordine romano, si purificò il tempio e si celebrò la Pasqua sadducea  tra il tripudio popolare, alla presenza del governatore.
il tradimento di Giuda è  un equivoco,  dovuto al termine tradere consegnare  in latino (la negatività del termine traditor  comincia in epoca severiana  quando alcuni vescovi e fedeli consegnarono  ai magistrati i segni sacri  del cristianesimo e quindi tradirono  facendo apostasia )
Nel caso della consegna di Cristo ad opera di Giuda a Vitellio e a Pilato  si tratta di una procedura, a seguito di una richiesta espressa  del proconsole romano,  che  comporta, dopo la resa  della città, come ultimo atto di un  sinedrio dimissionario, il mandato  di dare il reo di crimen  ai romani  ( il termine prodotes greco   non aveva allora nessun rapporto con  traditor latino, che  aveva valore di uomo che  consegna, come nel corrispondente aramaico, dove è marcata la funzione di intermediario- mediatore- ambasciatore  in una trattativa )
In occidente, dunque, sotto i Severi si indica Giuda Iscariota  col termine traditor  bollandolo per l’eternità,  con l’aggiunta probabile dell’episodio dei trenta denari e della morte;
Giuda Iscariota in quell’ epoca divenne il simbolo del tradimento, quando invece  l’uomo (ish) di Kerioth ebbe l’incarico dal sinedrio (e forse dallo stesso Messia ) di  consegnare  il deposto maran ai romani  che assediavano la città ( non si poteva ripetere l’errore del saccheggio di Gerusalemme del 38 av. C., dopo la morte di Antigono, compiuto  dai romani, contro la volontà stessa di Erode!)

Abbiamo mostrato, inoltre, che di Vitellio si conoscono
due entrate in Gerusalemme ambedue festose: la prima dopo la  resa della  città quando viene ucciso Gesù e la seconda dopo la guerra iniziata contro Areta IV,  interrotta  per la morte di Tiberio: la nuova entrata in Gerusalemme  coincide  col  giuramento di fedeltà fatto dalla città al  nuovo  imperatore Gaio Caligola, che per primo fu  acclamato proprio dai Giudei nella  Pasqua del 37.
E abbiamo rilevato che Vitellio, tornato a Roma con Pilato, destituito, divenne  un cortigiano,  e creò il modello di cortigiania orientale a Roma, facendo prima il confidente di Caligola e poi di Claudio, con  cui fu anche  console e da cui ebbe la  reggenza  imperiale nel periodo della spedizione britannica;

*La  Iudaea  e la nuova sistemazione:
Abbiamo rilevato che
– viene eletto nel periodo di  Gaio Caligola  Giulio  Erode Agrippa, re legittimo di Iturea, Traconitide e Gaulanitide e poi di Perea e Galilea  (dopo il processo di Erode Antipa, esiliato con la moglie Erodiade dall’imperatore),  mentre veniva conservata la prefettura in Giudea,Samaria ed Idumea sotto Marcello, comandante militare con poteri eccezional;
– viene eletto dal 41 lo stesso   Giulio Erode Agrippa, dopo la morte di Caligola,   re  di tutta la Giudea comprendente , tutto l’ex regno di Erode il grande, suo nonno: Claudio in un certo senso premia il giudaismo  filoromano, dando un re federato con Roma stessa, cambiando la costituzione, accogliendo implicitamente le richieste del popolo che aspirava al Malkuth, con la speranza di placare la sua antiromanità  dopo aver ripristinato gli antichi statuti ebraici  ad Alessandria e in tutto l’impero.
La nuova costituzione ebbe vigore  fino al 44, anno della morte di Erode Agrippa:  Claudio decise una nuova forma  ritornando all’antico, con una sottoprefettura, a seguito dei torbidi avvenuti alla morte del suo amico erodiano, convinto della necessità della presenza militare romana in una zona  non ancora pacificata.

*la figura di Giulio  Erode Agrippa figlio di Berenice e di Aristobulo,  terapeuon di Tiberio il giovane e poi turannodidaskalos, insieme ad Antioco di Commagene, di Caio Caligola, probabilmente filosofo scettico (cfr Scetticismo e tecnicismo  nel primo secolo ), amico personale di Claudio e suo elettore nei giorni subito dopo l’uccisione di Caligola,  grande re giudaico;

  • abbiamo fatto su Giulio Erode Agrippa molti lavori  ed abbiamo concluso che,  come scettico, è ancora tutto da scoprire.
    .  di lui sono stati visti i rapporti prima con Tiberio,
    –     poi con Caligola ,
    –     poi con Claudio,
    – ma si sono ricostruiti anche i contesti galilaici e giudaici,  nel corso della sua vita da civis, privato, come marito di Cipro, sua parente  sempre di linea erodiana e come agoranomos a Tiberiade e come emporos fallito ad Antedone.
    – di lui si è colta l’ambiguità specie negli ultimi atti di Gaio Caligola con un sotteso tradimento, all’atto della congiura di Cassio Cherea.

* La Ioudaea  dal 44 al 66
. abbiamo rilevato che  la Ioudaea è una polveriera e che la guerriglia nell’area giudaica dopo la nuova costituzione, si amplificò  specie sotto la prefettura di Tiberio Alessandro, un giudeo alessandrino, figlio di Alessandro Lisimaco, alabarca di Egitto e poi di Felice, fratello di Pallante
. abbiamo esaminato la figura di Jakob e la sua antiromanità ed abbiamo dedotto  che questa figura (come anche quella di Jehoshua) debba essere chiarita  in senso patriottico e nazionalistico  eliminando le incrostazioni religiose (i termini rechabita e nazireo, giusto ed oblias devono avere una nuova connotazione in senso religioso militaristico, senza le sovrastrutture date dalla lettura  secondo gli eretici del Regno di Dio) e messa in relazione con i sicari, nel periodo di Felice;
– abbiamo  mostrato che la guerriglia durò fino alla presa di Gerusalemme nel 70, riprese subito dopo e fu attiva anche nel 115-16  in epoca traianea, durando ancora fino alla impresa di Bar Kokba (134-5) in epoca adrianea;

*  Dio-logos,  come conquista  della cultura giudaico-ellenistica,  presente in  Aristobulo e Filone Alessandrino
. abbiamo rilevato che  Dio- logos esprime la funzione creatrice divina, distinta da Dio padre.
Il logos filoniano  è conosciuto da Paulus , che lo amplia e giunge a mostrare in senso classico da una parte il macroskosmos universale e da un’altra il mikrokosmos umano fino a  fondere   tutti i partecipi del kosmos in un unico corpo  dei credenti in Cristo che, redenti dal suo sangue, aspirano al regno di Dio, in un mistico abbandono e in una tensione all’unione col proprio creatore.
Il logos =  Christos  è in  Giustino, intorno alla seconda metà del II secolo sotto Antonino il Pio, in relazione al corpo civile romano  considerato vivificato da Christos logos, soter che affratella gli uomini e li libera dal peccato  per una dimostrazione di Cristo utile:  Christos chrestos (paronomasia ),indica l’utilità del cristianesimo, in un contesto puramente gnostico, dominato da Valentino, in cui si fondono sincretisticamente pitagorismo platonismo, aristotelismo e stoicismo (cfr Alessandro di Afrodisia, Il destino a cura  C. Natali, Rusconi,1996);
. abbiamo rilevato che da qui deriva tutto il processo che porterà alla Trinità e alla divinizzazione di Jesous Christos Kurios, Logos distinto da Pneuma agion , nel concilio di Nicea(325) e poi in quella di Costantinopoli (380) in quanto omoousios(soggetto della stessa sostanza) del Padre.

*La persecuzione neroniana

Abbiamo rilevato che  la persecuzione neroniana è un falso sulla base di errate interpretazioni di Svetonio e di Tacito: Nerone aveva vaga conoscenza dell’eresia cristiana mentre ben conosceva il giudaismo che a corte era rappresentato da sua moglie  Poppea (che accolse Giuseppe Flavio e favorì la sua ambasceria  richiedente la liberazione dei tre saggi  giudei, precedentemente imprigionati )e da altri elementi filogiudaici: per lui i cristiani erano solo una minoranza confusa con i giudei,  di nessun rilievo, incalcolabili ed irrilevanti  come numero (sebbene forse riconoscibili ed individuabili  per il loro rigore religioso e il loro culto nuovo rispetto ai già  rigorosi giudei tradizionalisti ellenisti), usati come scaricabarile nell’ incendio di Roma, a lui addebitato dal popolo (cfr Tacito  Ann.XVI, 38,2; 40,1; Svetonio, Nerone, 38 ;Dione Cassio, St. LXII,16-18 -Dei 14 quartieri romani solo 4 rimasero intatti dopo l’incendio durato forse  sei giorni e sette notti ).
-non  esiste alcun atto né decreto né rescritto persecutorio neroniano: l’antefatto a cui si riferiscono apologisti ed Eusebio  non ha una base storica; il crimen di Jehoshua  di una regalità usurpata era già condanna implicita per i seguaci di uno crocifisso: l’accusa ad un corpuscolo di giudeo-cristiani non avrebbe sciolto l’imperatore dal crimen dell’incendio: invece l’accusa a tutti i giudei romani è plausibile, dato il numero di circa 50000 e considerati i rapporti con il giudaismo palestinese, dominato da Jakob ,allora già in subbuglio e in agitazione,  per i rapporti con l’Adiabene e con le regioni transeufrasiche, contro le legioni romane (cfr. azione militare di Corbulone  cfr. Tacito, Ann. XIII 8,3 e 35 ; 9, 2-3 , XV 3,1 6,1 -2, 10; 16,3, 26,3; Plinio , Nat. Hist.  II,180;  V. 83; VI,23 e 39 ; Dione Cassio . St. Rom. LXII,19, 22-23)
– Abbiamo inoltre mostrato che le persecuzioni del I e II secolo (flavie ed antonine ) sono un falso: si tratta solo di ius coercitionis per elementi che non sono patriottici e buoni cives, fautori di una religio insana, giudaica in genere,  i cui vertici episcopali  (dioiketai,ricchi ammnistratori locali) sono  puniti più da amministratori periferici sobillati da masse pagane  inferocite a seguito di cataclismi o di guerre, a causa del loro magistero troppo integralista e della loro non partecipazione alla vita cittadina(specie il rifiuto di assunzione della litourgeia degli episkopoi  e di  arruolamento militare  tra gli elementi delle comunità, che oltre tutto versano in floride condizioni finanziarie ed economiche): i pochi capi condannati a morte (Policarpo , Ignazio, Giustino, Ireneo),  non autorizzano accuse di persecuzione all’impero romano.
La lettera di Traiano a Plinio in risposta alla lettera dello scrittore del 112 e il rescritto di Adriano sono manifesti  segni non di una persecuzione in un’area ben precisa orientale, ma  di un tentativo di richiamare con forza alla moderazione chi è ostinato nella pertinace azione di opposizione all’impero e alle sue legge convinto di appartenere ad un altro regno, seppure celeste, a cui anela rientrare il più presto.
– I più accaniti  agitatori religiosi e i  più fanatici, in numero sempre molto ristretto, vengono massacrati non per ordine di funzionari statali ma dalla plebe, che  arbitrariamente fa giustizia sommaria, contro lo stesso ordine imperiale: rari sono i casi di giudizi di legati imperiali, che impongono la legge  ad uomini gerarchicamente influenti sul numero di cristiani, ancora esiguo (la persecuzione contro i giudei in epoca antonina è ben altra cosa,  in quanto presenta  stermini di massa ed una volontà imperiale di  estirpare chirurgicamente  dal proprio grembo il cancro  giudaico): le relazioni  lettere delle Comunità  di Lione e di Vienne (cfr  Eusebio  St. Eccles.  5,1,1) la Passio di Perpetua e Felicita  (6.1) il Martyrium di  Policarpo  (Eusebio, ibidem  (8,3; 9,1) e specie  i martiri scillitani,  non presentano segni di persecuzione ma  evidenziano solo  indagini sfuggite al controllo del magistrato.
– la concessione della cittadinanza a tutti i cives dell’impero  nel 212 ad opera di Caracalla evidenzia la realtà delle comunità cristiane e il numero dei partecipanti e quindi c’è una nuova fiscalizzazione  civile per le comunità (in cui solo i vertici pagavano le tasse, mentre gli altri erano privi di diritti in quanto assistiti ), ora costrette a stilare liste e a produrre la status individuale di ogni elemento vivente comunitariamente.
– Tutte le persecuzioni si riducono ad una vera persecuzione sotto Decio (un editto, di cui non c’è traccia) e sotto  Valeriano (due editti nel 253 e 258),   in cui  si ha un decreto con  uno spietato tentativo di estirpazione del cristianesimo,concepito come mala pianta a causa  di una  insubordinazione militare di uomini  forzatamente arruolati, considerati  renitenti pacifisti e disfattisti di fronte al nemico persiano, e per di più, assertori  di una civitas ultraterrena, a cui  aspirano ricongiungersi con la morte, tramite il martirio: il sistema razionale proprio del logos ellenistico condanna il muthos  cristiano  e bolla come integralisti e sovversivi i cristiani, un ethnos di origine  giudaica, connessa d’altra parte  in vario modo e forme diverse con oltre un milione di confratelli  dell’area mesopotamica, della stessa lingua, pur scissa nel credi.
– le persecuzioni sono dettate da un’esigenza difensiva interna antibarbarica e da una volontà di ripristinare il credo pagano  arcaico secondo una logica repubblicana per una maggiore coesione di tutti i  cives, che devono partecipare attivamente alla difesa dello stato, alla costruzione di un kosmos   che andava affrontando crisi economiche e sociali, come risulta da Porfirio  (quindici libri contro i cristiani Cfr . Porfirio Storia della Filosofia a cura di A.R. Sodano, Rusconi 1997 e  Vangelo di un Pagano, a cura di A. R. Sodano, Rusconi 1993) che,  pur essendo amico di Gallieno  (260-268),  espresse tolleranza, desiderando coesione nell’impero, riconosciuta da Eusebio (St. Eccl.  7,13).
– le persecuzioni sono un tentativo di ricompattare religiosamente in un unico credo sincretistico i fedeli di tante religioni e di punire quelli che non si integrano nel sistema unitario, desiderosi  di una loro autonomia  in una coscienza di singolarità e di tipicità fideistica., specie quella genericamente cristiana, suddivisa in 128 eresie (80 0 88)
–    La persecuzione di Diocleziano  rientra nel quadro riformistico dell’impero:  la restaurazione dell’impero  a cominciare dalla nuova costituzione   della tetrarchia si basa sulla sacralità della persona dell’imperator, che assume una nomenclatura divina, sulla nuova amministrazione  con ripartizioni territoriali  e divisioni del potere politico da quello  civile, sul riordino della finanza  e del sistema fiscale, in una opposizione ai dioiketai cristiani, episcopoi di ricche diocesi, indipendenti ed autarchici in senso economico e finanziario.  Di conseguenza la ristrutturazione dando compattezza all’apparato pagano  si scontra con l’ideologia cristiana  proprio per una maggiore rigidità di riti e forme cultuali pagane, riportate in auge e fissate secondo perfino un nuovo calendario.
–  La  persecuzione  iniziale era contro una eresia cristiana, il manicheismo, allignato in Africa e in Egitto
(La data dell’editto  coincide con la vittoria di Galerio sui persiani- Cfr Lattanzio,Ist. Div. V,3,4-ss, dove si parla di Sossiano Ierocle, governatore di  Celesiria e di  Palmira e poi di Bitinia, che tratta di Cristo capo ladrone e di un confronto tra Cristo ed Apollonio di Tiana  ed infine della superiorità morale pagana,  sulla base di un unico Dio creatore e padre di tutti i viventi  e di dei a lui asserviti);
–  L’imperatore  nel 297 proclama che è grande crimine variare  ciò che gli antenati hanno definito (cfr Lex dei  sive mosaicarum  et romanum legum collatio tit.XV);
–    Più tardi Diocleziano convinto che  il cristianesimo fosse  di ostacolo alle sue riforme  fa una serie di editti che si succedono rapidamente, fatti a seconda delle zone imperiali  (4  per l’esattezza, dal 303 al 304) e proibisce  il culto cristiano,  indice il sequestro dei libri e oggetti sacri, fa distruggere gli edifici sacri, impedisce azioni giuridiche ai cristiani e confisca i beni, imprigiona il clero  e, dopo la tortura,  manda a morte chi persiste nella  fede ed infine obbliga tutti a dare una prova di  fedeltà all’ imperatore col far sacrificio agli dei, estendendo a tutto l’impero i suoi decreti;
Questi ebbero vario valore in Occidente ma ebbero potere fino al 311 in Oriente (Massimino lo ribadì nel 306).

*  l’editto di Licinio 312 e poi quello  di  Costantino:
abbiamo rilevato che con questi due editti   finisce  la persecuzione  e si  instaura un nuovo corso con il Cristianesimo, considerata  religio  licita e quindi l’impero di Costantino cristiano , che  ingloba le ricche e potenti ecclesiai con i loro beni liquidi, dando in cambio parte del patrimonio pagano  sacerdotale e potere politico agli episcopoi  nelle poleis dopo aver riconosciuto i titoli di  gerarchia cristiana, equiparati a quelli amministrativi dei funzionari statali, e quindi stipendiati.
–  abbiamo mostrato che questa ultima fase si basa sulla lettura dell’opera di  Eusebio e di Gregorio di Nazianzo (di Basilio e di  Gregorio di Nissa)  sui  testi sia del Concilio di Nicea che quello di Costantinopoli. oltre che su  quelli di Gerolamo.
–  abbiamo fatto  un punto situazionale sull’arianesimo e le correnti religiose dell’epoca circa la divinità o umanità di Gesù.
La lotta antiariana e i concili di Nicea e di Costantinopoli sono i nuclei di uno studio cristologico e trinitario

NB.
In sostanza il Lavoro del Filipponi, storico, tende a mostrare le risultanze del Regno dei Cieli ancora giudaico, nazionalistico, e a circoscrivere il significato originario del sintagma vigente nell’ epoca  giulio-claudia, proprio di una comunità, popolare e medio sacerdotale,  desiderosa di riappropriarsi della terra dei padri, sacra, divina, usurpata dai romani.
In relazione a tale studio è venuto l’altro studio sul Regno di Dio, considerato frutto proprio di un mistico e di altri giudei, mitici, irrazionalmente tesi a  leggere la storia giudaica farisaicamente, mediante interpretazione allegorica, dopo la fine del tempio e la sconfitta militare del 70 e specie dopo la Galuth adrianea.

Caligola il Sublime

Il saggio storico Caligola il Sublime (edito da Cattedrale, Ancona  ottobre 2008) è  un’ opera complessa  di ricerca incrociata tra fonti  ebraiche (Filone e Flavio ) e Latine (Velleio Patercolo,  Seneca,  Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Tacito, Svetonio  Plinio il Giovane, Giovenale ed altri ) e Greche (Dione Crisostomo, Plutarco,  Dione Cassio ed altri ).
La risultanza  è un’altra figura di Gaio Giulio Cesare Caligola Germanico, imperatore dal 16 Marzo 37 d.C. al 25 gennaio 41 d.C.,   e di conseguenza un’altra lettura della storia romana, giulio-claudia.
Viene totalmente rovesciata la valutazione di  insania- moria (e termini  simili) di Caligola, rilevata come inesistente  e come costruita dall’elemento giudaico perseguitato e da Seneca e senatori, esautorati come classe dominante, poi amplificata dalle dinastie successive, dopo la fine della domus Giulio-claudia.
L’esame della pazzia secondo i canoni medici dell’epoca dimostra che Caligola non dice cose insensate nè compie stranezze, ma è logico e conseguenziale in ogni manifestazione ed è così abile da creare piani operativi a breve e a lunga scadenza come la neoteropoiia e l’ektheosis, propri di una mente geniale, sublime, magnanima.
Infatti non solo non è squilibrato mentalmente e strano nei comportamenti ma è riconosciuto da tutti gli storici, perfino dai più critici, uomo di mente superiore  rispetto ai contemporanei.
Tutte le  fonti sono concordi nel rilevare la perspicacia intellettiva, la grandiosità di azione, la creatività personale e la potenza di elocuzione specie nel genus iudiciale, tanto da  poterlo  valutare  perfetto  secondo le formule dell’orator di Cicerone in quanto  piano nel provare, temperato nel dilettare e veemente nel persuadere.
Sulla base  dell‘ingenium, riconosciuto da tutti, si è rilevata la sua ricerca del sublime, tipica di un giovane impostato secondo anomalia (cfr. Peri Ypsous) e teso all’adrepebolon (ad alte mete), convinto di poter  rinnovare l’ecumene,  seguendo nuove formule politiche: neoteropoiia come pratica di una nuova politica innovativa ed ektheosis, come applicazione della divinità imperiale, sono le forme più significative  del suo regno che annullano  le  strutture  equivoche di  Res publica e di Principato,coesistenti a parole, ma di fatto già abrogate.
La sua impostazione sublime oltre ad influenzare la cultura successiva e la politica imperiale, comporta nel Cinquecento, oltre alla interpretazione della pazzia in senso erasmiano,  la sperimentazione poetica di fine secolo, e, tramite Burke, la revisione di Kant  con la conseguente cultura idealistica  fino agli  esiti decadenti dell’intuizionismo  bergsoniano e del superomismo nietzschiano.
Caligola il sublime  nel suo insieme è divisa in due parti.
La prima parte, dopo l’impostazione generale per evidenziare la sublimità della mente di Caligola, esamina la vicenda tragica di un ragazzo, destinato all’impero e costretto a vedere lo sterminio della propria famiglia, sballottato da una casa ad un’altra  a vivere un periodo  con la madre, uno con la bisnonna Livia Drusilla,  uno con la nonna Antonia Minor, ed un altro, infine, con Tiberio  che, domiciliato a Capri, ha demandato il potere a Seiano, persecutore della madre e dei fratelli.
A Capri per sei anni  sotto lo sguardo vigile di Tiberio, desideroso di lasciare la sua eredità imperiale al nipote diretto, Tiberio Gemello, e non a Gaio, viene rilevata la sua strategia difensiva per non soccombere, mediante l’ obbedienza e l’accettazione della guida dell’imperatore,  mediante lo studio dello scetticismo e la ricerca di alleanze (quella di Silano, di Macrone e di  Giulio Erode Agrippa) in un ambiente, panoramicamente, tra i più belli del mondo, ma anche in un contesto di intrighi e di adulazione, dove ogni parola può diventare capo di accusa e quindi di morte.
Nella seconda parte, dopo la fase iniziale di regno, considerato il più fortunato di ogni tempo e ritenuto bios kronicos (vita saturnia) e dopo la malattia, mentre gli storici cominciano a parlare solo di un Caligola ut monstrum  non più principe, noi abbiamo rilevato la grandiosità del disegno pianificato della neoteropoiia, nonostante la sofferenza della morte della sorella Drusilla, le congiure dei consolari, di Getulico, di Lepido, delle sorelle e  di altri.
La sua politica di neoteropoios (di innovatore e sovvertitore) è un normale  tentativo di essere sovrano in una città, prima,  e poi nel mondo, dove era mancata la guida di un imperatore come Tiberio che, invece di regnare nell’ultino dodicennio,  aveva  affidato la gestione a Seiano prima e a Macrone poi, ed aveva creato un grande apparato amministrativo, finanziario e fiscale, esautorando lentamente senato ed equites.
La sovranità imposta a Roma diventa una necessitas di fronte al prepotere della plebe e  all’impotenza senatoria, alla sua falsa comunicazione col principato, pur di nome accettato, e al deficit erariale senatorio rispetto alla ricchezza del fisco imperiale: Caligola decide di potenziare l’apparato burocratico tiberiano,  costituendo ministeri, affidati a ministri di origine servile, fedeli, e di esautorare dall’amministrazione provinciale i senatori, infedeli,  che disperdono ricchezze e  creano soltanto  fonti di potere alternativo antimperiale e li obbliga alla salutatio, facendoli diventare da patroni  clientes.
Inoltre riduce il potere dei pretoriani, ritenuti infidi, e li sostituisce con un corpo scelto  di Germani.
Infine  la decisione di  trasferire la capitale da Roma ad Alessandria e l’imposizione di un culto di latria della sua persona, dopo l’assimilazione a Zeus, mediante l’ektheosis, provocano una reazione quiritaria e giudaica, che eccita il malumore  pretoriano e   determina la morte del giovane imperatore, probabilmente tradito anche dagli amici più fidati.

 

Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . …

Biografia

Angelo Filipponi
E’ nato a Folignano (A.P.) il 31.3.1939,
E’ laureato in Lettere Classiche, indirizzo archeologico,
Ha discusso la Tesi di laurea (Gli  Inni di Omero e  Callimaco) con C. Gallavotti,
Ha fatto studi di Orientalistica (scrittura cuneiforme, aramaico),
Ha  seguito corsi di strutturalismo, semiologia, linguistica comparata  e semantica,
Ha insegnato all’Istituto Magistrale di Ripatransone e ai licei Classico e Scientifico di S Benedetto del Tronto,
Ha lavorato su “L’epistolario” di S. Bernardo.
Ha tradotto  il “Commento all’Apocalisse” di Goffredo di Auxerre (opera inedita).
Ha tradotto Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 20 libri   di cui ha pubblicato solo I,  II 1-200,  XVIII, XIX, XX – traduzione e commento-
Ha tradotto: Filone Alessandrino, Opera omnia (dal testo latino-Greco di Oeschelius  e Turnebus 1614 e poi da Wendland, Coehn, Reiter).
Ha pubblicato solo  De Iosepho ( IL Politico o Giuseppe), Legatio ad Gaium   e in Flaccum (Una strage di Giudei in epoca Caligoliana), I Terapeuti (De Vita Contemplativa),  Esseni (Quod omnis probus)  mentre La   Vita di Mosè (I,II,II), De iudice   e  La Creazione del Mondo  sono ancora inedite.
Ha tradotto: Clemente Alessandrino,  Stromateis – I libro, (inedito)
Ha pubblicato i saggi storici: L’altra lingua l’altra storia; Demian, Teramo 1995 –  Jehoshua o Jesous?, Maroni , S.B,T. 2003, Caligola il Sublime,Cattedrale, Ancona, 2008 Ma, Gesù, chi veramente sei Stato? Amici cristiani,  perché diciamo Credo ?  
Ha pubblicato anche commenti letterari: Leggiamo insieme Ungaretti, Fastedit, Acquaviva Picena 2003,
Ha scritto le seguenti opere,pubblicate: Giudaismo romano (I.II.)   e Per una Conoscenza del primo cristianesimo( E. Book,Narcissus 2012) mentre sono ancora inedite Una lettura del Padre Nostro, Scetticismo e Tecnicismo nel I secolo e la III parte di Giudaismo romano, parzialmente visibile  in www.angelofilipponi.com
Ha scritto infine un romanzo storico, L’Eterno e il Regno ( E-Book Narcissus 2012) ed uno socio-religioso  Mastreià    (E.Book Narcissus 2012).
Vive a S. Benedetto del Tronto (A. P).

 

Jehoshua o Jesous?

Il saggio Jehoshua o Jesous?è un'opera complessa  in cui l'autore dimostra la sostanziale differenza tra Regno dei Cieli e Regno di Dio, evidenziando il sistema mitico opposto a quello logico,dopo aver rilevato il metodo di aggiunzione o di sottrazione o di soppressione, proprio della ricerca teleologica evidente già nel nome di Gesù. 
Nel lungo lavoro di distinzione dei due sintagmi l'autore mostra il metodo logico-funzionale di indagine storica, con cui procedendo nella lettura del Nuovo Testamento rileva la mancanza di storicità per l'inesistenza di dati effettivamente contestuali, verificabili, specie situazionali, tali da dare le coordinate storico-geografiche ed evidenzia  come invece abbondino  gli elementi retorici, patetici, fantastici, atti a dare le idee di risurrezione, di amore, di vita eterna, disgiunti dalla quotidianità  e normalità esistenziale.  

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Leggiamo insieme …Ungaretti

Leggiamo insieme… Ungaretti 
a. prefazione metodologica
La scuola ha perso da anni la sua funzione di educare e di costruire. da quando ha dovuto dividere il suo magistero con la tv e con i comitati dei genitori e non ha saputo più gestire il consiglio di Classe.
La tv educa quotidianamente al niente con programmi spazzatura con slogans anglosassoni e con fumetti giapponesi e i suoi presentatori semianalfabeti, più o meno accettabili come conduttori, peccano decisamente sul piano linguistico e danneggiano irrimediabilmente il bambino, fruitore passivo, che interiorizza proprio il pessimo di ogni cosa.

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L’altra lingua l’altra storia

L’altra lingua  l’altra storia, Demian Teramo 1995

Invito alla lettura  di un vecchio ad un giovane

Il testo è un saggio linguistico storico-antropologico, frutto di anni di ricerca e di studi semeiologici, impostato sulla comunicazione, sulla lingua e sulla storia.
Ogni capitolo ha un sottotitolo (una citazione di autori come Pavese, Vittorini, Silone e  frasi dello scrittore stesso), la cui lettura autorizza un’idea conclusiva parallela al messaggio centrale: la ricerca di un’italianità tramite segni storici e linguistici.
Il lavoro è suddiviso in due parti: una storica ed una attuale; la prima composta di cinque capitoli, la seconda di tre.
L’autore mostra nel primo capitolo della prima parte la situazione di NOI ITALIANI oggi come massa dominata da padroni, dipendente, svegliatasi dopo il 1945 in senso democratico, secondo una costituzione ancora liberale e fascista,  desiderosa di novità grazie all’aiuto americano e al pensiero comunista.

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Vita sublime Gaio Cesare Germanico Caligola

La vita sublime di Gaio Cesare Germanico Caligola è  lo stesso saggio  storico di Caligola il sublime (Cattedrale, Ancona 2009) rivisto e corretto, con l’aggiunta di un’appendice sulla morte dell’imperatore. Il lavoro è opera complessa di ricerca incrociata tra fonti ebraiche (Filone e Flavio ) e Latine (Velleio Patercolo, Seneca, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane, Giovenale ed altri ) e Greche (Dione Crisostomo, Plutarco, Dione Cassio ed altri ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Per una datazione di Consolatio ad Marciam di Seneca

Per una datazione di  Consolatio ad Marciam

 

1.Immensa fu l’euforia  per la ricostitutio reipublicae  dopo circa  100 anni, a detta di Giuseppe Flavio,  quel 24  Gennaio del 41 d.C.: il senato riunito e i consoli, dopo oltre 24 ore, dalla morte di Gaio Caligola,  poterono dire a Cassio Cherea, tribuno dei pretoriani che chiedeva la parola d’ordine: Libertà  (Antichità Giudaiche XIX,186-87)
Tutti erano increduli e la cosa sembrava meravigliosa.
Sembrava che un’era nuova nascesse o potesse nascere dalla morte del Tyrannos Gaio Cesare Caligola: non più l’imperatore, ma i consoli davano la parola d’ordine.

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