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ellenizein

ellenizzazione

Ellenizein significa ellenizzare ed ellenizzarsi, diventare greco, comporta la perfetta conoscenza della lingua (come unico mezzo per koinonein, per comunicare nel kosmos della basileia ellenistica) e  l’uso del sistema pratico tradizionale greco. che sottende l’avvenuta integrazione culturale.
Ma cosa pensiamo quando sentiamo dire ellenìzein?
Pochi hanno le idee chiare: forse solo chi conosce ellenismo (il termine ellenismos deriva da  G.Gustavo Droysen che lo coniò sulla base degli Atti degli apostoli che parlano di cristiani  ellenisti, distinti dai cristiani giudaici) comprende ideologicamente il significato di un fenomeno  che diventa pratica di vita dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), dopo l’uso comune di una lingua (dialetktos koiné), in tutto l’ecumene orientale, caduto sotto il potere macedone.
Esso è una cultura  che si esprime chiaramente,  dopo la battaglia di Ipso (302 a.C.)  tra i diadochi (successori di Alessandro ) e poi dopo Kyropedion (282 a.C.) nell’assetto costituzionale di quattro  monarchie fondamentali (Regno di Siria, Regno di Egitto, Regno di Macedonia, Regno di Pergamo), in cui si attua una politica liberale, basata sulla legge garantita dal basileus, sulla  omonoia (concordia). sulla isonomia (parità dei diritti), sulla philanthropia (humanitas, coscienza di essere uomo, solidale con gli altri uomini), su un’etica platonico-stoica, centrata sul logos animatore della phusis e sul logos animatore (psuchè,anima, to egemonikon  guida del soma, corpo umano,) dell’uomo corporeo, microKosmos, parte del tutto, macrokosmos, al fine di un benessere personale, di una eudaimonia sociale ed universale, in una visione armonica di ogni parte, cosciente di essere  razionale e naturale.
Il vivere secondo ragione  e natura è  proprio  di ogni saggio, che tende a conformarsi armoniosamente con il tutto.
Se si comprende questo modo di pensare, forse si riesce a capire il modo di vivere da greco, sia in Occidente che in Oriente, dove il sistema ellenico è  veicolato dalla nuova cultura, formatasi  dall’incontro di  più popoli   e da una comunicazione nuova   per tutti coloro che aspirano ad uniformarsi secondo la nuova via progressistica, che è anche via di collaborazione e di pacificazione tra le varie etnie, mediante le attività commerciali e finanziarie (emporeuesthai, askein trapezan- mensam exercere), favorite dalla diffusione della dracma.
Quelli che hanno questa coscienza, di norma, sono aristocratici  e cittadini (protoi kai politai) non popolari e contadini, che, pur vivendo in diverse patrie, hanno la comune coscienza di essere cosmopoliti: perciò ci sono romani, cartaginesi, galli, egizi, cilici, panfili, bitini e perfino sacerdoti giudaici che sono ellenisti cioè greci di cultura, senza esserlo di nascita, che sono razionali e miti, qualità che li distinguono dai barbari, che costituiscono l’altro mondo, connotato da irrazionalismo e da ira e violenza.
Cosa vuol dire, dunque, ellenizein concretamente per un giudeo, che ha mentalità greca, che si fa greco?
Significa avere una doppia patria, una doppia nazionalità, una greca ed una universale,  frutto di una paideia  katholikotera  (educazione più universale), in relazione alla  paideia  specifica della propria stirpe.
Ellenizein, in quanto comporta un’acquisizione culturale nuova,  diventa, quindi, un nuovo modo di vivere con una nuova educazione, oltre a quella patria (secondo la formazione, ricevuta in sinagoga fino ai tredici anni, in relazione alla torah– al nomos, alla legge-), che viene impartita  ai giovani nel ginnasio, nell’ efebia, a cura di un ginnasiarca, per essere neoi ed essere censiti tra i politai (cittadini) della patria in cui si vive: senza questo corso  non si era greci e quindi non si poteva partecipare alla vita della città, in cui l’ebreo  era nato e viveva.
Mi sono sempre chiesto come un giudeo possa entrare nell’ efebia ed integrarsi nello statuto del cittadino,  cosa che avveniva durante la festa delle Apaturie, secondo il sistema attico-ionico.

Questa  festa culminava,  al terzo giorno, detto Koureotis,  con una cerimonia d’iscrizione dei giovani, censiti per la guerra, in cui si faceva un sacrificio ad Artemide, detto Koureion, durante  il quale c’era l’offerta dei capelli di ogni neos.
Forse c’era una qualche dispensa per il giudeo circonciso che, in alternativa, faceva un sacrificio al suo Dio o pagava denaro per la festa pagana: non ci sono però decreti in tal senso ma solo prostagmata invitanti i governatori e città dell’imperium romano a fare concessioni generiche gli ebrei  e a volte anche a proteggerli dai pagani (Cfr. Flavio, Ant.Giud. XIV, 185-323).
Ellenizein significa, però, un cercare di mediare tra le due culture, un mettere insieme il theos (Zeus) con Shaddai (Altissimo) , un trovare una sincresi unificante il culto greco con quello ebraico, cucire insieme filosofia pagana e teologia giudaica.
Questa sintesi non era concepibile  per ogni amante della legge e risultava   inconciliabile con la tradizione  per gli hasidim (i puri) in quanto la  conciliazione  tendeva ad un‘ eudaimonia umana sulla terra,  costruita dall’ingegno personale e la separazione netta e recisa  consisteva  nel subire passivamente il volere di Dio, che ha ab aeterno un piano sul fedele, sconosciuto ed inconoscibile per l’individuo.
Quindi se si voleva rimanere nella retta via del giudaismo non bisognava cercare nemmeno i compromessi e le scorciatoie legalistiche…
Essere methorios filoniano invece è il risultato di una doppia cultura sincretisticamente vissuta,  che certamente era un grande problema per ogni individuo e comportava un cedimento alle prescrizioni e un distacco  dalla cultura tradizionale  (che mal sopportava una ibrida  integrazione con altre culture perché rigidamente ancorata alla legge mosaica) e procurava lacerazioni profonde nello spirito di un giudeo della diaspora, necessariamente obbligato a misurarsi con i pagani, con i quali conviveva  in ogni città del Mediterraneo e dai quali era odiato per la ricchezza.
Ellenizzarsi era il prezzo pagato per vivere in mezzo agli altri senza conformarsi, restando sempre ebreo, per mantenere la ricchezza  tutelata proprio dai diritti, derivati dall’essere definito greco e dall’essere iscritti tra i cittadini  dell’impero romano, dopo la dokimasia (il giudizio dei delegati della comunità cittadina).
Bisognava pagare per essere accettati nella loro diversità, bisognava corrompere per essere alla pari degli altri  greci.
Ellenizein era però, soprattutto, un’interruzione di comunicazione tra fratelli che si sentivano divisi in quanto uno, quello palestinese, era e rimaneva di cultura aramaica ed agricola un ham ha aretz, (popolo della terra), zelante della fede, legato alla legge, mentre l’altro viveva nel benessere, in quanto emporos/commerciante  ed ellenistico, ma aveva un morale equivoca, una fede filosofica: la preghiera dello Shemà era differente per le referenze sottese nei due diversi codici linguistici.
Ellenizein per un Giudeo era un vivere pericolosamente,  un rischiare ogni giorno, avere una spada di Damocle sulla testa perennemente: in Palestina, per il pericolo dei fratelli integralisti; in ogni città del Mediterraneo, per il timore delle classi superiori greche, commercialmente antagoniste,  e dell’irrazionalismo delle masse cittadine: bastava un niente (una parola, una falsa notizia, una pestilenza, una carestia, un terremoto, una guerra, un qualsiasi accidenti) a scatenare la folla di nemici, che distruggevano il lavoro di generazioni.
Perfino in Parthia era pericoloso essere ellenizzati perché a Ctesifonte e nelle altre città predominava la cultura mesopotamico-medico-persiana e, siccome spesso giudaismo era sinonimo di benessere e di commercio, capitavano tumulti popolari che massacravano l’etnia straniera: comunque, gli scontri di culture erano molto più ricorrenti nell’impero romano in cui, di solito, c’era l’eccidio (o espulsione) della pars vinta.
Per un giudeo, dunque, ellenizein nel primo secolo d-C. significava avere un tenore di vita da greco, seppure mediato e sincretistico, un servire due padroni,  un essersi integrato nel sistema greco-romano, pur rimanendo barbarico nell’animo: vivere da greci contraddiceva il pensare da israelita; la cultura della vita e dell’individuo non poteva sposarsi con la cultura della morte e del collettivismo; la libertà dell’uomo non poteva fondersi con la totale dipendenza da Dio;  l’autonomia della filosofia, come episteme, contraddiceva necessariamente la teologia.
Quanto era faticoso, difficile, equivoco percorrere la via del giudeo ellenista!

 

Domus anicia

Gli Anici al tramonto dell’impero d’Occidente

La domus  Anicia è una famiglia prenestina, divenuta importante in epoca repubblicana  con un suo rappresentante Lucio Anicio Gallo che fu eletto console nel 160, dopo che aveva vinto come pretore il re dell’Illiria  Genzio nel 168 a.C.

Era uomo di grande valore ben connesso con la famiglia degli Scipioni e con quella di Emilio Paolo, il vincitore di Pidna, con cui cooperò nelle operazioni militari.

Durante l’impero la famiglia  Anicia non subì particolari attacchi da parte delle dinastie regnanti (Giulio-Claudia e Flavia) , anzi ebbe grande rilievo sotto gli Antonini e  sotto i Severi.

Mantenne inalterato il suo patrimonio,  specie illirico e  macedonico, fino al IV secolo  d.C:.quando il ramo maschile  si estinse.

Il ramo femminile si congiunse, però, con molte famiglie  come i Piccii, i Petronii ,  gli Annii  Auchenii e gli Amnii e si  convertì al cristianesimo, durante le persecuzioni dioclezianee.

La domus, divenuta cristiana,  col cristianesimo prosperò specie in Roma e nella nuova Roma, a Costantinopoli, dove sono due diversi rami famigliari.
Sono Anicii  non solo  Petronio Massimo e Olibrio imperatori, ma  anche il filosofo  Boezio ed un papa come Gregorio Magno.

La famiglia , seppure esistente nel suo ramo femminile  e quindi collegata con altri ceppi genealogici, ha notevole rilievo a Roma in Occidente e ne fa la storia,  ma  ha importanza ancora maggiore in Oriente, a Costantinopoli. dove si segnala anche una grande donna Anicia Giuliana…
Si ritiene  che gli anici furono i primi a  sostenere che  il titolo ebraico di sommo pontefice fosse da fondere con quello superiore  di origine romana  del Pontifex maximus di valore universale nell’imperium.
Si sa che il pontifex maximus è carica pagana e che la sua  occupazione romana ad  opera della famiglia anicia  proprio  nel momento in cui finisce l’impero romano di Occidente   non sia  stata mai studiata da un’angolazione pagano-cristiana…

Mi spiego: il fatto che l’impero romano di Occidente abbia  come imperatori Petronio Massimo e poi Olibrio imposti da Costantinopoli  e da Ricimero,   deve far riflettere sulla sua fine ad opera di Oreste prima e poi di Odoacre…

Preciso che non può essere un caso che il pontefice massimo passi nei primi anni  dopo la fine dell’impero romano occidentale  in mani sempre anicie: Felice II,  Agapito e  Gregorio Magno  sono tutti uomini della famiglia anicia.
Cerchiamo prima di  capire l’equivoco di pontefice massimo tra il 476 e il 500:  è  questo un lavoro da  farsi in modo serio  e, dopo questo, approfondire la funzione effettiva, svolta come pontefice da Gregorio Magno…

Secondo noi  in questo periodo si è assolutizzata nel cristianesimo occidentale  la tradizione ecclesiastica  a spese  dell’annuncio evangelico,

Insomma in Occidente  si è preferito procedere al consolidamento del pontefice massimo romano che alla evangelizzazione come volgarizzazione dei logia/detti del signore …

E’ una scelta anicia quella della conquista del pontifex maximus, inteso  come capo generale di tutti i cristiani, officiante secondo la funzione ebraico-oniade,  quando il titolo scompare per le cerimonie e per il culto pagano , travolto dagli editti teodosiani …

E’ meglio  dire  forse che  l’opera del pontefice romano sia divenuta un unicum con la predicazione cristiana tra i pagani,  cioè che gli anici abbiano fatto propaganda funzionale al loro  compito romano pontificale, in relazione al prestigio del loro nomen
Gregorio Magno, nato  verso il 540 da una famiglia aristocratica., avendo  avuto come  parenti  i papi Felice II e Agapito,  essendo  figlio di Gordiano, fratello di Agapito, fa inizialmente carriera politica  tanto da poter dire  ego quoque tunc urbanam praeturam gerens pariter subscripsi, (anche se in una variante del testo praeturam è sostituita da praefecturam)...

Si può dire, dunque,  che forse  Gregorio è un vir politicus , in quanto  prafectus urbi e,  dopo la prefettura , fattosi monaco, segue l’esempio benedettino, lascia i suoi beni familiari all’ordine sia quelli del territorio di Subiaco che quelli siciliani…

Il futuro papa, dunque, inizia  il suo cursus honorum con  la carica di pretore, avendo un notevole vantaggio sugli altri che partono dalla carica di edile …  ed è già al seguito di Pelagio…

Inviato da Pelagio II (579-590), come apocrisario a Costantinopoli  in case di parenti, è protetto  fino al 584 dall’imperatore Maurizio, con cui ha un’attiva collaborazione.

La sua famiglia a Costantinopoli  aveva avuto molte relazioni con Giustino e Giustiniano specie nel periodo della guerra gotico-bizantina…

La superiore doctrina  cristiano -ellenistico-bizantina  con tutto il lavoro teologale dei Padri  della chiesa orientale, fissato nei Concili,   e della tradizione stessa orientale  e  le precise  risultanze conciliari, dogmatiche,    diventano  per Gregorio, per il papa anicio, una  norma suprema da custodire, da incrementare e da strutturare ulteriormente  su base romana  occidentale,   esemplare  poi per il cattolicesimo romano medievale… In questo senso è da vedere la missione  romana di Agostino tra gli angli,  unita alla ricerca di testi da parte di Ceolfrid Cfr. Christofer de Hamet, Storia di dodici Manoscritti , cit

Non per nulla,  dopo di lui,   aumenta l’auctoritas di Roma nella doctrina,  nella moralis  e in ogni forma disciplinare  proprio perché si fonda la base di un potere religioso sul rimasuglio del numen della romanitas stessa  e di  Roma, nonostante le pericolose connessioni  con l’esarca di Ravenna e con la corte di Costantinopoli …

 

il mito di Pietro

La chiesa romana

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecclesia) di cristhianoi di cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.
In epoca neroniana non dovevano essere inferiori a 50.000 ed avevano almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 al momento della venuta a Roma di Filone Alessandrino.
Il fatto dunque che esistono a Roma  giudei e giudei christianoi che convivono insieme fino a Domiziano, seppure ci fossero erides e skhimmata  tra loro, per me è significativo e degno di studio.
Non si vuole negare che qualcuno col nome di Pietro  che corrisponde al termine aramaico di Kefas e  all’ebraico Shimon  sia venuto a Roma, ma si precisa che non  vi sia giunto  dopo che Paolo  scrisse la Lettera ai romani. Si pone quindi il problema dell’autenticità della lettera ai Romani  e del reale tempo di scrittura (II secolo d.C?,  in epoca antonina? )

Non si nega affatto né che Pietro sia stato a Roma (anche se con ogni probabilità vi giunse dopo che Paolo scrisse la sua lettera)  dopo la morte di Claudio, sotto l’ultimo Nerone  in quanto viene nominato sia nella lettera  1  ai Corinzi, sia in quella ai Galati.

Non si può neanche dire, però,  che questo personaggio sia morto martire e neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone…

Per ora posso solo dire  con Ireneo di Lione: “… la chiesa (fu) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” (Adv. haer. 3,3,2).  e poi con Eusebio di Cesarea: “All’inizio del principato di Claudio [= 41-54] la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano -contro Simon Mago-(Hist. eccl. 2,14,6).

Dunque  c’è qualche vaga notizia,  ma non tale da  autorizzarci ad affermare l’esistenza di una ecclesia Christiana  a Roma  fondata da Pietro proveniente dopo il 64 da Antiochia, dove era rimasto per quasi trenta anni…
I due autori citati, al di là della loro auctoritas e della loro storicità,  nonostante l’appoggio di Girolamo, sono da studiare e da rileggere  in relazione ai rispettivi cotesti e contesti…
Quanto dice  Gerolamo: “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo” (De vir. ill. 1,1) è da giudicare attendibile?…

Da dove dobbiamo cominciare per la dimostrazione di un Pietro Shimon Cefa,  primo papa romano?

Da Egesippo?

La fonte di Egesippo è da considerarsi autentica e migliore di quella di Papia?

Perché?

Su quali basi è stata fatta la scelta dei Christianoi?

Quando?  In epoca teodosiana, quando si stabilisce il doppio primato in Occidente per la sede  Romana  e in Oriente per  quella Costantinopolitana?

Ma quella Romana, di derivazione antiochena,  poteva competere col patriarcato  alessandrino di   Atanasio o con quello di Teofilo e di Cirillo?  Solo forse dopo la  conquista araba di Alessandria nel 642 forse Roma ebbe possibilità  di affermazione in Occidente , in un ambito barbarico?….

Chi ha deciso di seguire la via di Egesippo?…

Questi era un esperto di cose giudaiche che, convertitosi, era venuto a Roma  ed era  divenuto un consulente ebraico  per i papi (il titolo e ancora non esiste!) intorno al 150 d. C.

In quel periodo sembra che egli scrisse: Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, a Sotero ed Eleutero.  E in ogni successione  e in ogni città  tutto funziona secondo le ordinanze della legge, i  Profeti e il Signore. ”.

Nell’ elenco stilato da Egesippo si attesta che Pietro fu il primo vescovo di Roma, contrariamente a tutte le fonti precedenti, concordi nel considerare Pietro vescovo di Antiochia e nel seguire  la tradizione di una dipendenza dell’ ecclesia romana dalla metropoli siriaca, da dove venivano le disposizioni peri tanti orientali che ormai abitavano  nella capitale….come si deduce da Eusebio.

Si ritiene che Pietro, infatti,  durante il suo episcopato ad Antiochia, abbia dato  qualche disposizione per la succursale romana ed abbia indicato forme di assistenza e di vigilanza morale sui  giovani conformi a quelle delle metropoli orientali, in ottemperanza alle disposizioni di Giacomo,  capo della ecclesia di Gerusalemme…

L’assetto prescrittivo  giacobita, si potrebbe ricavare dalla lettera di Pietro  e di Clemente a Giacomo  (che sono nel corpus Pseudo- clementino…

Da queste prescrizioni  alla venuta  inventata  dell’apostolo… il passo  è breve se la tradizione  ecclesiale romana poi fa ponti e congiunge dati con quelli della chiese orientali.,. in momenti in cui il potere imperiale  è lontano da Roma  …  ai fini di salvaguardare almeno il valore religioso  e morale dell’ex Capitale, specie in epoca costantiniana  e poi teodosiana,..ed ancora di più nel VII secolo…

Non ci sono reali prove, comunque,  di un Pietro papa romano, se si esclude la  tradizione pseudo-clementina, connessa con le due  tradizionali lettere di Pietro e con testimonianza di patres e  di apocrifi ….

A mio parere solo dopo il 64  d.C si può parlare (forse) di una venuta di un Petros  a Roma, ma non identificabile  con  Khphas futuro papa.

L’iscrizione di petr  eni  è una lettura della professoressa  Margherita Guarducci, epigrafista brava, ma emotiva (muro rosso, sotto la tomba di un Pietro dell’attuale basilica di S Pietro) sembra essere del 160 -180 d.C. :  le lettere sono greche ed indicano un sistema scrittorio dell’epoca antonina…

Se  poi leggiamo Atti degli apostoli non ci viene una precisa risposta: Pietro in  quegli anni  dopo il 34  non può  essere a Roma, se è altrove. Solo le Pseudoclementine  hanno la notizia di un Pietro attivo a Roma…  e il cronista di Cronaca di Novalesa ( I fragmentum Libro I) parla di una presenza  romana di Pietro che certe  ut habemus ex cronicis Novaliciensis antiquissimi monasterii cum ad Alpes , usque Secusiam , ad Novaltitiam pervenit  ut plus ultra pergeret, nisi inceptum iter abrupisset, quantocyus revocatus a fratribus ob alterius Simonis, nempe Magi seductionem , maximo in discrimine Romae versantibus /certamente come sappiamo dalle cronache dell’antichissimo monastero di  Novalesa , quando giunse alle Alpi,  di Susa e poi alla Novalesa , più oltre si sarebbe  spinto  se non avesse dovuto  interrompere il suo cammino al più presto richiamato dai fratelli che  si trovavano  in gravissimo pericolo per le frodi dell’altro Simone , il mago naturalmente….

La  notizia della falsa  venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio, dipendente da At. 12,27, dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa (41-44), Pietro andò “in un altro luogo” (eis héteron tópon), non è chiara

L’identificazione del luogo dove si reca Pietro allo stato attuale delle conoscenze è incerta, molto discussa…
Questo “altro luogo”  viene variamente identificato dai commentatori: oltre a Roma (P.C. Thiede in Bibl. 67 [1986] 532-538), si pensa anche  che l’apostolo  viva ad Antiochia (cfr. Stählin),  o  sia sulla costa mediterranea della Palestina secondo At 9,32 ss  (cfr. Rossé), intento ad  una diffusa attività missionaria (Cullmann), o  che semplicemente risieda in un altro luogo della stessa Gerusalemme ((cfr. Calvino) o al di fuori di essa (cfr.Haenchen; Schneider; Bossuyt-Radermachers) o  in  un qualunque luogo indeterminato (Conzelmann; Fabris; Pesch; Barrett; Fitzmyer)…

Ogni luogo possibile è stato esaminato da grandi scrittori, che hanno dedicato anni di ricerca…

Al di là dei tanti nomi di località proposte, secondo noi,  è probabile  che  neppure Luca, scrittore di Atti  “ne ha notizia“…
Secondo  Ambrosiaster: “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani, invece,  non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo” (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3).

Questa testimonianza contrasta con  altre ed ha particolare valore perché confuta quanto dice Eusebio sull’incontro  di Pietro con Filone cfr  A.FILIPPONI, I terapeuti , De Vita Contemplativa, E book  Narcissus 7 .9.2015… e quindi ancora non si è costituita al Ecclesia romana apostolica…

Inoltre grazie alla notizia di Ambrosiaster, che  appartiene alla stessa chiesa di Roma, si rileva un pensiero proprio della comunità da parte da un ebreo convertito, che rivela quanto conosce…

Certamente è poca cosa per tentare di  destabilizzare il nucleo dottrinale del primato di Pietro e della Chiesa romana, basato sulla venuta dell’apostolo a Roma e sul suo martirio  in epoca neroniana… E’ certo, comunque che to muthoodes il favoloso su Pietro  inizia alla fine del II secolo  forse anche più tardi col racconto /muthos della vita cristiana  romana  e della venuta di Pietro   a Roma…

Una cosa è il racconto favoloso costruito appositamente ( a tavolino)  ed una cosa il racconto di un narrante che inneggia (Mutheomai vale, narrro, favoleggio, aggiungo qualcosa di sentito, senza  vagliarlo).

I papi del periodo flavio ed antonino sono per lo più di origine orientale (Cfr. Esseni, quod omnis probus, Gli esseni ed Ippolito romano )…

Bisogna, perciò, pensare che la ecclesia di Roma sia  solo una succursale, una colonia di orientali, che hanno una loro organizzazione  affine a quella della madre patria, visto che Roma come urbs è il centro del paganesimo dove risiede il pontefice massimo,  che cura il culto di tutto l’impero….

Dal liber  pontificalis  si deduce facilmente  che Pio I  ( e suo fratello Erma) Aniceto,  Sotero e tutti gli altri sono greci o siriaci connessi con le grandi chiese asiatiche… noi abbiamo sempre ritenuto che  Policarpo, Ignazio,  Ireneo  vennero a Roma come  uomini che veneravano l’auctoritas papale mentre invece erano loro i veri prelati che visitavano una succursale…

In effetti tutta la testimonianza si basa sulle due lettere di S. Pietro  e sulle lettere di Pietro a Giacomo   e della   lettera di Clemente  a Giacomo del corpus pseudo -Clementino.

Questo, oltre alle due lettere, comprende anche Impegno  solenne  Omelie e Riconoscimenti, il cui nucleo  detto Scritto di Base  ( G- grundschrift)  è  del III secolo  ed è  diviso in due parti H ed R   ambedue in lingua greca, con qualche frammento tradotto in latino da Rufino……

Sono lettere autentiche !?

Delle lettere petrine la prima, benché attribuita  da Ireneo, Clemente, Origene e Tertulliano a Pietro   non è  certamente autentica  e nemmeno del primo secolo, anche se viene ritenuta tale da  da Ignazio Erma e Barnaba e da Eusebio che dice che i vescovi la usano liberamente  da sempre come autentica …

La II lettera non è del I secolo  ed ha contenuti del tutto diversi, propri del II secolo e ha uno stile  tipico della seconda sofistica  e non può essere valutata petrina  nonostante la testimonianza di   Ireneo, Cirillo di Gerusalemme e da Atanasio- intento  nel periodo del II esilio a stilare i due canoni, quello ebraico e quello cristiano  cfr I due canoni)…

Al di là dell autenticità delle lettere e della venuta a Roma, dubbia già al tempo del Dictatus papae, comunque,  per  Gregorio VII  il romano pontefice, se sia stato ordinato canonicamente, per i meriti del beato Pietro, senza dubbio, diviene santo…

Sono Santi per i meriti del beato Pietro, neanche venuto a Roma,  papi come Innocenzo VIII  Cybo ed Alessandro VI Borgia!?…

Del corpus pseudo- clementino bisogna dire, comunque,  che  esso, per come è codificato,  si basa sul signore che  designa  gli addetti  al ministero  e  che conferisce l’incarico  e dà compiti al  vescovo  in senso amministrativo e didascalico!.

Sorprende, però, che non ci sia alcun  linguaggio cultuale e sacerdotale, applicato ai ministri , che hanno solo una funzione di sorveglianza  dei giovani  unita ad un’altra di assistenza caritativa…

Esso ancora deve essere studiato in relazione alla datazione oscillante tra il IV e V secolo e quindi lontano dall’epoca di Clemente papa romano. (Cfr L .CIRILLO, Una fonte giudeo-cristiana  nelle Pseudo Clementine . Nota su An Ancient Jevish  Christian  Source on the Hystory  of Christianity , Pseudo Clementines Recognitiones, 1,17-71 F Stanley Jones) .

Comunque, tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo, la testimonianza di Ippolito romano, uno scrittore cristiano di lingua greca,   permette di fare la situazione sociale politica e religiosa della comunità romana cristiana e della sua gerarchia,  ancora dominata dall’ elemento greco-orientale, quando la sede romana ha, nonostante la millantata  tradizione apostolica di Pietro e di Paolo, valore marginale, dato anche il numero poco consistente di fedeli (meno di 100.000) in una Roma severiana, città di oltre 1.500.000  di abitanti,, dove è netta la prevalenza siriaca….

La comunità cristiana  romana, pur piccola, rispetto a  quella delle metropoli cristiane orientali,   è lacerata da skimmata e da erides,  per usare un linguaggio paolino corinzio, ed è  smembrata  non solo  nella sostanza della fede e nella amministrazione comunitaria, ma anche per le fobie escatologiche.

Perfino c’è contestazione nella persona  del papa, una figura  di capo, non ancora ben delineata, come ad esempio ad Alessandria o ad Antiochia, la cui funzione, più amministrativa che morale, ha valore locale e non risulta ancora molto  ambita,(come nel IV secolo, secondo Ammiano Marcellino)  utile, comunque, al personale onore di provinciali e di liberti africani, di orientali, se ci sono più competitori...

In Roma c’è il potere imperiale dei Severi, che ha una sua corte,  prima di Settimio Severo, poi di Caracalla e di Eliogabalo e infine di Alessandro Severo, dominata da donne e da un sincretismo culturale, da una parte retorico-sofistico, e, da un’altra, filosofico misticheggiante, di base orientale.

Nell’ambito cittadino i Severi (193-235) avevano quasi ignorato la chiesa romana, lacerata  da lotte intestine e poi avevano perseguitato i vertici ecclesiali in contrasto tra loro,  non solo per questioni religiose, ma anche per beghe personali…

I cortigiani, dominati dalle personalità delle Auguste, Giulia Domna e   Giulia Mammea e dai loro letterati pagani,  e dalle altre  donne,  severiane (Giulia Mesa e  Giulia Soemiade), pur vivendo, di norma,  a Roma, sono influenzati e condizionati dal pensiero orientale antiocheno- siriaco.

Flavio Filostrato,- che dedica il Libro dei sofisti a Gordiano, futuro imperatore-  Filisco Tessalo,  Oppiano, l’autore della Cinegetica, che hanno interessi teurgici, secondo una visione  sopranazionale, pagana,  attuano una politica nuova culturale e religiosa, sincretistica, opposta al cristianesimo antiocheno e a quello alessandrino, rappresentato da Origene, che è anche ospite di Mammea ad Antiochia per circa un biennio.

In questo contesto pagano Filostrato ha una  tendenza enoteistica, da cui derivano i culti solari, poi dominanti nella capitale e nell’impero,  e ricerca una trascendenza che viene opposta a Christos tramite la figura di  Apollonio di Tiana, un taumaturgo capace di esprimere sinteticamente prassi e teoria, oltre a  forme mistiche platoniche e  neopitagoriche,  connesse con  quelle dei brahmani e gimnofisti.

Ora, dunque, la comunità cristiana di Roma vive un momento difficile dopo la morte di Vittore e  presenta le convulsioni, agitate, di una  lotta per la successione al papato, pur nell’ ambito ristretto comunitario.

Nella chiesa romana  si evidenzia una crisi politica amministrativa, sociale e religiosa  proprio nel momento del proliferare dello gnosticismo…

L’ascesa al  potere di Zefirino (199-217)  e quella di Callisto (217-222) – un amministratore, dioiketes incolto e non preparato teologicamente e filosoficamente, il primo; e un  uomo di  origine servile, arrendevole nei confronti dei lapsi, impreparato nella dottrina sulla Trinità, corrotto e  chiacchierato,  il secondo- esprimono lo stadio di confusione dottrinale e politico, l’immoralità, in cui versa la chiesa romana.

Le notizie delle condizioni della chiesa romana ci vengono da avversari, l’antipapa Ippolito, uno scrittore di varie opere tra cui Origenis Philousophoumena /omnium Haeresium confutatio, –che ci tramanda tra l’altro,  un ricordo degli esseni  con riferimenti a Daniele e ad Abacuc- e Tertulliano, un cristiano montanista…

Ippolito è personaggio, non ben identificato, a detta di Eusebio e di Girolamo : l’aggettivo romano,  riferito al Martire, non è storicamente giustificato, quindi, né da Eusebio né da Girolamo, come poi romana, in relazione a Chiesa.

Sembra  che esso sia derivato dal fatto che nel 1551 fu trovato  la tomba di un martire a Roma di tal Ippolito, la cui statua  rappresenta un augusto uomo  seduto su una sella,  con incise alcune opere che sono attribuite proprio ad Ippolito.

A questo personaggio, non ben conosciuto, è stata attribuita un’opera ritrovata sul Monte Athos a lungo  ritenuta di Origene (Origenis Philosophoumena),  anch’ essa comprovata da Eusebio e  da uno scritto di Fozio, patriarca di Costantinopoli … Si sa che a Roma viene Alcibiade, un elchasaide  che afferma sotto il pontificato di Callisto che anche Mani segue Elchasai  e che sia definito nasara …

Sembra che questi siano i diretti e legittimi discendenti dei giakobiti del malkuth ha shemaim e che vivono in territorio parthico o ai limiti dell’impero romano, in zona araba …. All’epoca si intende per Araba non solo il nord della Mesopotamia ma anche che il centro, quello di El Hifa  e Arban e  il territorio del  golfo di Akaba  e il settentrione -oltre che nel meridione- della penisola arabica…

Dunque, i naziroi non scomparvero del tutto, ma lasciarono tracce prima di inserirsi nel seno dei giudeo -cristiani arabi,come  nestoriani ed   eutichiani, mantenendo una propria identità primitiva ed originaria giacobita e giudaica in ambienti arabi… insomma in una prima fase essi  rimasero nel filone battista  e giudaico-cristiano  e manicheo, staccati dalle comunità di christianoi antiocheni  pur vivendo in zone come la Batanea  nell’ex regno nabateo  in una progressiva penetrazione nel cuore dell’Arabia, secondo le vie interne e quelle litoranee del Mar Rosso, ben conosciute  dagli ebrei e nabatei dall’epoca della invasione arabica di  Elio Gallo nel 25 a.C. …

Dunque Pietro /Khphas potrebbe aver seguito dopo il 64 questa altra direzione e non quella di Roma…e come spoglie essere  stato sepolto  sul monte degli Ulivi – Tomba di Pietro ( Shimon bar Jonah) sotto la chiesa di Dominus Flevit in  Gli scavi del Dominus Flevit, P.B. Bagatti e J,T. Milik (1958)- .

Secondo gli autori la tomba di Shimon Petros è posta nel cimitero più antico, quello datato tra il 100 av. C.-135 d C, quello che ha un diverso sistema di sepoltura rispetto a quello successivo del 400-560 d.C..

Infatti  si tratta  di una sepoltura  a pozzetto,  a forma di forno, in cui le ossa sono raccolte in  cassette di pietra  artisticamente lavorate  per far posto ad altri  cadaveri ( la conferma si ha da  J.Murphy-O’Connor, –La Terra santa, EDB,  Grafiche Dehoniane , Bologna1966, p. 132- che  parla di tombe Kokhim,  vietate dopo Adriano, in cui CHi e RHO – XP– non hanno significato di Christianoi ma di sigillati, perché con sphragis… 

E’ cosa probabile quindi che l’apostolos  si sia fatto seppellire nel Getsemani, come ogni aramaico, in epoca giulio-claudia e flavia….

E che valore ha, dunque, la convinzione di Papa Pacelli che la tomba di Pietro  sia sotto la Basilica di S Pietro?!

«Nei sotterranei della Basilica Vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede!»disse il Papa  nel marzo del 1939,  prima di iniziare gli scavi sotto l’altare del Bernini, l’altare della Confessione all’interno della Basilica!.

Che risultato ci fu dopo i lavori,condotti dal professor Enrico Josi, dai gesuiti Antonio Ferrua ed Engelbert Kirschbaum e dall’architetto Bruno Maria Apollonj Ghetti,  svolti sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas?.

Si disse che l’uso di primitivi e dannosi sistemi di scavo, la mancanza di rigore scientifico e la scarsa coesione dei quattro studiosi determinarono, una situazione anomala che divenne poi fonte di innumerevoli interrogativi.
Eppure  il luogo della tomba fu ritrovato e nel 1950 Pio XII ne diede pubblicamente lo storico annuncio!

Poi, dopo un quindicennio, sotto la direzione dell’epigrafista Margherita Guarducci, si definì che le ossa petrine  erano sotto la Basilica anche se, sette anni prima,  già erano stato trovate  altre ossa sotto il Dominus Flevit del Getsemani…

Stranezze cattoliche! ancora più indefinibili perché  risultanze sempre di marca cattolica !

In epoca antonina con la galuth  adrianea gli aramaici si disperdono …

Anche Adolf Von Harnack, operando su Macario, allude al pensiero ancora esistente di Elchasai e dell’aramaico kepha  e  propende  per direzioni nuove rispetto a quelle tradizionali  …

Si sa che gli elchasaiti nelle zone della Transgiordania attuale, quindi,  in regione arabe, praticano ancora alla fine del II secolo d C. il battesimo di Gesù,  venerano ancora come nabi Giacomo, sono ostili a Paolo e alle sue lettere  e sono ancora osservanti della legge, secondo l’essenismo più puro ed avversano la grande chiesa pagano-cristiana e la costruzione trinitaria e tutta l’impalcatura culturale  ellenistica  platonica e, poi, neoplatonica…

 

enthousiasmòs II

“il rallentato”

Non ho esaminato di proposito un caso, a me capitato rare volte (mi sembra, cinque), quello del soggetto “rallentato“.
Il caso riguarda ragazzi, nati da genitori anziani o che hanno subito un forte trauma (coma): sono di grande intelligenza  ma non hanno i tempi degli altri alunni, cioè  tempi normali di lettura e di acquisizione e comprensione  testuale, specie dei messaggi  orali.

In caso di formulazione critica sintetica complessa  acquisiscono il dato iniziale tecnico e poi si assentono dalla restante comunicazione, anche se scritta alla lavagna.

Sanno operare solo lentamente  su ogni singolo dato  e perdono il contatto con la lezione e con l’insegnante, specie se  dotato di enthousiasmos, aperto a più problemi, dinamico e vulcanico.

In casi simili l’insegnante deve darsi una calmata ed essere semplice, deve dividere gli enunciati, rallentare e  spezzare la lezione ed attendere …

I soggetti sono, comunque, elementi normali che, pur con questo svantaggio,  hanno capacità ed abilità tecniche  perfino superiori, che giungono, anche se in ritardo, ad una totale acquisizione di qualsiasi insegnamento, in quanto sanno sviluppare autonomamente i dati grazie ad una maggiore indagine analitica: la lentezza  li rende come filologi che, grazie all’arte, da orafi, esaminano e studiano il termine,  lo leggono lentamente  in profondità guardandosi avanti ed indietro  (F. Nietzsche, L’elogio della Filologia , in  Prefazione ad Aurora  1886)…

Dunque, questi soggetti, pur lenti, pur svantaggiati, sono da seguire attentamente, in quanto la loro tipicità è sorprendente …

Chi comunica con enthousiasmos deve fare molta attenzione a questo particolare caso: perciò, ho deciso la trattazione a parte per le peculiarità specifiche.

L’individuazione è semplice: il soggetto attento, meticoloso, appartato,  riflessivo, abilissimo nelle denotazioni  non arriva con gli stessi tempi degli altri compagni alla risultanza conclusiva, giungendo quindi a forme sintetiche e critiche con ritardo.

Avviene ciò perché frammentarizza l’enunciato e si sofferma maggiormente nell’analisi e di conseguenza avendo una elasticità mentale ritardata e lenta, non riesce a fare ponti e a legare i vari termini in modo da semplificare da una parte e da armonizzare significativamente il tutto, da un’altra: insomma preferisce operare perfettamente ed analiticamente su una porzione e poi procedere sull’altra e poi su un’altra ancora, dopo aver fatto tutte le operazioni che ritiene necessarie, senza fretta,  piuttosto che correre superficialmente su ogni elemento e non capire.

Soggetti tali sono classici , moderati , oraziani , tendono alla perfezione  arando il proprio campicello, avendo orizzonti molto circoscritti…

La risultanza è l’incoerenza globale conclusiva in quanto il soggetto è coerente solo a porzioni e, quindi,  arriva a conclusioni personali e si abitua ad un  vivere taciturno, da sfigato,  isolato dalla classe e si crea un suo orizzonte con una sua logica  da protagonista, vivendo contraddittoriamente il periodo scolastico, avendo una autostima alta non relata a quella dei compagni.
Egli sa , comunque, che, così facendo, perde l’insieme e non ha visione unitaria , ma non ha altra possibilità operativa per cui decide di comprendere almeno quello che può, in un isolamento scolastico, convinto di fare il suo dovere, giustificando se stesso, giudicando in cuor suo gli altri, superficiali ed appariscenti…

Capisce, dunque, male e traduce di norma ancora peggio anche se è preciso e funzionale: ha una sua idea di quanto dice o legge o sente ed agisce di conseguenza.
Ha la consapevolezza, perciò, di non arrivare mai con gli altri, ma non ritiene questo un demerito e perciò fa la sua strada senza curarsi dell’interlocutore e dei presenti, avendo una sua arroganza,  purvedendo la migliore abilità di analisi congiunta con la certezza di una coerenza e pertinenza conclusiva.
Egli, quindi, rielabora attentamente i dati, mentre gli altri seguono la lezione del professore, che ha l’urgenza di terminare il proprio pensiero e dimentica chi non segue- di cui conosce e o crede di conoscere  le capacità e qualità-.
L’insegnante rileva inizialmente solo l’ incapacità conclusiva nella sua totalità e  coglie la parziale conoscenza dell’informazione…
Inoltre quando l’insegnante ha già iniziato un altro nucleo, si sente tirare indietro dalle domande del soggetto rallentato, che chiede ,dopo quache tempo, inopportunamente, delucidazioni lessicali o semantiche, o ulteriori spiegazioni tecniche su un problema cheil docente  ha considerato già completato ed archiviato o crede di aver concluso.
Per fortuna il soggetto così dotato non ha timore di chiedere né si pone il problema di incorrere nelle “ingiurie” dei compagni  ma ha di mira solo la propria conoscenza e il suo iter: solo una volta ho trovato uno, intimorito dal vicino di banco, che lo frenava con epiteti…
Di norma, perciò, il soggetto può essere ben seguito anche se attarda  ed importuna i compagni che hanno ritmi normali.
Per me,  data la particolarità della mia lezione, divisa in quattro tempi di sette/otto minuti con un nucleo,  portato a conclusione  parziale con risultanza conclusiva in un quarto d’ora, non era difficile capire poiché il rallentato iniziava le sue esplorazioni con titubanza,  quando già era avviato il discorso sul secondo nucleo e destava le risate dei compagni che, seguendo il nuovo corso, lo invitavano a tacere e a non interrompere, desiderosi di apprendere il nuovo messaggio.
Il doppio passo della classe era evidente e perciò dovevo fermarmi, sorridere e scherzare  sulle domande tardive e fare spiegazioni ulteriori, stoppando la lezione iniziata.
Questo si verificava puntualmente ogni ora, due o tre volte, e, grazie a Dio, il ragazzo non si lasciava intimorire dagli altri ed andava per la propria strada, facendo il suo percorso che completava di norma a fine ora, con un ulteriore micromessaggio.

La comprensione totale, comunque, era per il soggetto molto difficoltosa per il fatto che tendeva a reagire ai compagni con forme autoritarie, data la precisione degli interventi.
Il soggetto a fine anno risultava sempre tra i migliori, anche se ritardava la lezione e diventava elemento di grande importanza per la classe: l’insegnante, infatti, decideva la sua strategia operativa in relazione alle risultanze del “rallentato” che, d’altra parte, dava la possibilità di ulteriori spiegazioni tecniche per i superficiali e per quelli di mediocri capacità intellettive.
La funzione del soggetto rallentato, sviluppata, autorizzava l’insegnante a lavori di passaggio tra la denotazione e la connotazione e permetteva di fare scattare le intuizioni conclusivo-sintetiche e, quindi, quelle critiche…
il soggetto, comunque, essendo per natura  attardato, è conservatore e di conseguenza valuta e giudica gli altri in relazione ai suoi tempi, presuntuosamente, senza avere vere capacità docimologiche: è un problema in famiglia dove ogni suo intervento  è demolitore non costruttivo: sa infatti vedere l’errore ma non è in grado di migliorare la situazione cotestuale e contestuale che gli sfugge, incapace com’è di portare un proprio contributo al superamento.

Genitori mi raccontavano del loro rapporto col figlio e dicevano che  in ogni discussione  era autoritario, inflessibile, testardo, unilaterale e chiedevano consigli sui modi per riportarlo ad una  misuramodus, secondo normali formule di compromesso e di moderazione: non ho mai trovato soluzioni, data la chiusura del soggetto: ho sempre pensato che si trattasse di  un tara  genetica, o, comunque di un difettoso funzionamento delle sinapsi, come per gli autistici.
Eppure,  per anni mi sono informato sulla eziologia del fenomeno a livello clinico, chiedendo spiegazioni tecniche a psichiatri, a medici, a psicologi ed anche a logopedisti, ma non ho mai avuto un’ esauriente risposta  né sul motivo, né sulle cause, né sugli organi e sulla loro sanità  globale…
Ho rilevato, però, che attendendo, con fiducia, le conclusioni, anche se tardive,  il “rallentato” arriva pertinentemente alle risultanze di qualsiasi genere ed anzi devo precisare che le sue risultanze conclusive e i suoi paradigmi sintetico-critici erano alla fine eguali, se non  migliori degli altri che, in un certo senso, (specie quelli della fascia centrale, normodotati), diventavano perfino dipendenti dalla sua formulazione critica.
Inoltre l’enunciazione critica, nominalizzata, formulata all’inizio del cosiddetto tema, come risultanza sintetico-critica di tutto il lavoro, utile ai fini della dimostrazione tecnica e della argomentazione era molto apprezzata dai compagni.

Il rallentato, però,  non dialogando, perde la reale  possibilità di comunicazione  e  non avendo  impostazione  e predisposizione alla dialettica in quanto rigido nel suo schematismo mentale, è pericoloso perché  può, se ha ascendente su un minore,  condizionare con la sua lucidità analitica,  apparendo perfino migliore di quanto in effetti sia e diventare punto di riferimento…

Il soggetto, perciò, non si sforza di comunicare perché sta bene nel suo guscio e credendo di essere  in questo modo importante e perfino necessario, crea un suo alone magico di benessere e tende all’egoismo, trascurando il vicino, tutto preso da una sua ricerca  di piacere…
Resta, però,  il disagio dell’attesa, di quel momento di transizione, se diventa lungo e per il soggetto e per chi comunica: il primo  potrebbe avere problemi psicologici istantanei di insicurezza e di timore; l’insegnante potrebbe innervosirsi e non sopportare quel rallentamento continuo di programma  che potrebbe condurlo ad etichettare il ragazzo (cosa che fanno, d’altra parte, subito i compagni) come ritardato, un epiteto che, anche se del tutto inesatto e completamente sbagliato,  è partorito dalla constatazione del fatto e dai dati apparenti  che, comunque,  sono struttura superficiale di un struttura profonda molto complessa e ricca…
Nella quotidianità della vita il “rallentato” procede allo stesso modo ed è portato a valutare gli altri come superficiali, provvisori ed  inferiori, dal fatto di essere stato a lungo in una condizione di inferiorità e di avere avuto un maggior tempo di ponderazione.

Egli ha grande voglia di rivincita e non è affatto comprensivo: a mio parere deve, invece, tenere presente che lui ha sempre il problema di arrivare in ritardo (che resta irrisolvibile)  e che gli altri, che arrivano per primi, ci  possono arrivare di norma superficialmente ed asistematicamente, ma non deve generalizzare: ci sono anche quelli che concludono bene e meglio di lui  in tempi normali.
Solo uno su cinque mi è parso consapevole di questo e quindi moderato nei giudizi sugli altri, capace di ridere su se stesso e sui propri difetti e su quelli degli altri.
Gli altri erano chiusi a riccio e non erano disposti a misurarsi effettivamente coi compagni ad operazione conclusa, timorosi di  far vedere di nuovo la loro “lentezza” di rivelare la propria inferiorità, dopo aver conseguito una stabilità sulla base di una presunta superiorità.
Compreso questo, a mio parere il ragazzo deve cercare di non valutare gli altri e lasciare ad ognuno il proprio tempo di acquisizione: solo così il “rallentato” può pareggiare la sua situazione con quella degli altri ed avere un ‘autonoma crescita, seguendo un proprio percorso senza competizione, fare la sua strada  in modo parallelo.

Per lui, però, che è un  anaffettivo, che tende all’egoismo,  bramoso solo di emergere, è quasi impossibile amare l’altro, rispettarlo e capirlo: è troppo impegnato nella ricerca di spazi propri per pensare effettivamente all’altro, per essere un  vero compagno di vita, capace di sacrificarsi.
Un pericolo grosso nella pratica, perciò, esiste: il rallentato, se misura col suo ragionamento e con la sua ottica, vede l’altro inferiore e lo censura continuamente in quanto ha maggiore capacità di riflessione, ponderazione, tempo, prima di agire e quindi può rilevare quanto sfugge al normale, che vien logorato, condizionato, ridotto allo stato di sudditanza dalla continua pressione inquisitiva…
Inoltre tali soggetti avendo grande austostima, vivendo una vita di coppia, vivono come il partner, ma non confessano il loro  segreto disagio, pur se non comprendono mai interamente il messaggio dell’altro,  che, invece, procede  nella propria esposizione concettuale e perde l’ interlocutore, che invece lo bolla, lo controlla in una volontà di umiliarlo, considerata la sua più intima insicurezza….

Il rallentato impone, così, la sua dittatura e non permette la comunicazione, per cui l’altro (uomo o donna) lo deve subire e di solito non comprende i motivi di tale ottusità e  grettezza mentale e diventa nervoso ed, a lungo andare, non accettando la situazione di vittima, può esplodere in modo violento o cadere in depressione…
Ne deriva che il rallentato  fa affermazioni inopportune  improvvise, sporadiche  quasi freddure  che gelano l’enthousiasmos comunicativo del compagno o compagna, che può sentirlo, come una palla al piede e si chiude  anche lui ….
Se, però, il rallentato comprende  per caso la  inopportunità,  diventa muto, si astrae dalla comunicazione costruttiva  per cui il partner, specie se comprensivo e disponibile,  ne risulta condizionato tanto da rinunciare alla leadership, lasciando libero il campo per l’espressione dell’altro, restando passivo in una fase attardata.

La presa di coscienza di questa inopportunità ed inadeguatezza del proprio stato comporta inizialmente una caduta della austostima e quindi un abbandono della cooperazione e dell ‘effettiva produzione: bisogna saperlo attendere e farlo riprendere  coi suoi tempi ma nel frattempo si stabilisce un rapporto tra i due attanti  non certamente di complicità e di amicizia, ma di strano  mutismo collegato a forme di acredine in quanto l’uno diventa il limite dell’altro…
C’è, comunque, una soluzione  parziale al problema: che  il rallentato conosca effettivamente il suo stato, si accetti, sorrida della sua reale condizione, scherzi sul suo disagio effettivamente riconosciuto, si astenga dal giudizio dell’altro che è in vantaggio e cerchi  di arrivare fino alla fine del messaggio senza tirare parziali conclusioni in itinere, allora il colloquio può essere  paritario e costruttivo, favorito dal compagno/a, che ha ridotto il suo messaggio, lo ha frammentato e limitato in sezioni secondo i tempi di acquisizione del partner…
In questo modo forse i due,  conoscendosi, possono suddividere i tempi,  comunicare e svolgere una precisa funzione sociale (pur consapevoli di una imperfetta comunicazione, rassegnati ad un rapporto tronco- questo passa il convento-), appaiando il loro codice possono anche  vivere serenamente senza reciproche critiche ed accuse, considerando normale il loro rapporto…

Si complica, però, tutto nel caso in cui il soggetto deve educare il minore  in quanto i suoi schematismi, rigidi, non gli consentono la necessaria flessibilità nei confronti di chi sta imparando:  la sua lezione è sempre cattedratica, frontale, categorica…

Personalmente non affiderei mai un nipote ad un rallentato perché ha tutto per condizionare il minore: ha sufficiente pazienza, sa disciplinare fermamente,   sa avere toni moderati, sa giocare, sa interessare, in quanto è ancora infantile  nei comportamenti…

Se dovessi affidarlo per necessità, poiché so bene che il rallentato  non ha continuità  in quanto si stanca facilmente ed è  pesantemente rigido nell’impostazione e  soprattutto non è in grado di orientare effettivamente perché ha un breve raggio di azione e gli sfugge l’intero percorso educativo, cercherei di subentrare nell’educazione e formazione del  minore creando un sistema ludico alternativo con precisi percorsi  paradigmatici in modo da dare alternative   in relazione alla varietà situazionale …

E questo accade se la vita scorre normalmente, ma cosa succede quando ci sono difficoltà, disagi, malattie, quando è necessaria una vera comunicazione  tra i coniugi?…

 

Christopoiia e Theopoiia

la “fabbrica” di Gesù “Christos logos ” e di ” Christos Theos”

C’è stata una  -poiia/fabbrica di Gesù Christos Logos e di Gesù Christos Theos? Quando? Dove? Da parte di chi?

Allo stesso tempo o in epoche successive?

E perché?

Se la storia di Gesù era  stata  reale,  se il suo malkuth era finito male, il titolo di Christos sarebbe  rimasto a Gesù  come quello rimasto  a Shimon bar Kokba  anche dopo il fallimento della sua impresa e alla sua fine ad opera di Adriano.
Il titolo è rimasto perfino a Shabbatay Zevi, dopo la sua proclamazione nel 1648, anche dopo la morte nel 1676,nonostante la conversione all’islamismo davanti al sultano!
Perché “fabbricare” in Asia Minore ( più ad Antiochia che ad Efeso) dunque, nel II secolo Il, Christos logos  e poi, a due riprese,  il Christos nel III , come Theos minore  e nel IV  come Theos della stessa natura del Padre ed equiparato allo Spirito Santo? …

Gregorio di Nazianzo è il patriarca di Costantinopoli, imposto da Teodosio I, che, proprio nel concilio di Costantinopoli I,  rivela le tante disarmonie, le lotte  e i contrasti ancora esistenti  dopo oltre 56 anni da Nicea: cattolici e d ariani ancora si azzuffano, non solo per le quaestiones religiose, ma per il primato politico nella corte, nelle  grandi e piccole città orientali  ….

Gregorio di Nazianzo, il theologos per eccellenza,  non ha i nervi saldi  nel 381  e così afferma davanti ai padri conciliari  che lo accusano a Costantinopoli:
Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro in difesa della Pietra angolare ed abbiamo perduto la stabilità  in difesa della Roccia  poiché più  di quanto era giusto, abbiamo combattuto per la Pace e siamo stati fatti cadere per terra  in difesa di colui  che fu innalzato sul legno e siamo stati fatti morire  in difesa di colui  che fu sepolto e che è risuscitato. (Orazioni, 6, 3) .

Non è chiaro quanto dice della pietra angolare  e della roccia sembra che parli del primato di Costantinopoli  non di Roma!

Neanche è chiaro il discorso sulla pace : l’impero  nel 381 non è pacifico, combatte non per la pace.  Quali chrishianoi sono caduti per terra  in difesa di Christos l’appeso, morto, sepolto e resuscitato?

Il theologos è in grave contraddizione… e ciò si difende con la parola, retoricamente , con la logica ed anche col cuore, sentimentalmente …

Infine, confessandosi incapace di mediare tra le opposte fazioni, abbandona il concilio di Costantinopoli dopo settimane di  ansie,di angosce e di convulsi stati d’animo, nel giugno del 381…

Logorato dalle critiche di quanti desiderano dunasteian h thronoon upsos h Basileoon patein aulas  e che lo accusano di aver la protezione di Teodosio I  per mantenere alto ed intatto il suo sacerdozio,  si dimette, dopo la sua solenne professione di fede costantinopolitana  (42.8.15) , nella convinzione  di aver sempre operato al fine della difesa dell’ortodossia, dicendo…

Siamo concordi in sentimenti e dottrina, in una parola siamo soggetti  gli uni agli altri, a noi e alla Trinità… l’essere senza principio, il principio e l’essere, che è col principio, sono  un Dio unico (eisTheos).  L’essere senza principio non è la natura di colui  che è senza principio, né lo è l’essere ingenerato : infatti nessuna natura è ciò che  non è, ma è ciò che è; è l’affermazione di quello che è, non la eliminazione di ciò che non è: né il principio  è separato  dall’essere senza principio  perché è principio: infatti il principio non è la sua natura, così come la mancanza di principio  non è la natura dell’altro; queste cose sono relative alla natura, ma nono la natura . E quello che è con l’essere senza principio  e con il principio  non è diverso  da ciò che realmente sono quegli esseri. L’essere senza principio  ha il nome Padre,  il principio  ha quello di Figlio e quello che è col principio ha quello di Spirito santo .  Questa è la conclusione : Phusis de tois  trisi mia, Theos/una sola natura è ai tre, Dio .

E’ un theologos,dogmatico, che non fa una bandizione di amore cristiano, ma precisa i termini trinitari, pur nell’unica Divinità…

Segue  un lungo discorso sull’unione determinata dal Padre, fatta dal nazianzeno per indicare che solo lui è il  poihths,  a cui fa riferimento ogni cosa  anche le due altre  upostaseis/persone (Figlio e Spirito Santo). 

Gregorio  è stremato dallo sforzo di argomentare e di dimostrare la logicità del proprio pensiero  sulla Trinità, sulle upostaseis e sull’unicità di Dio  ed è umanamente desideroso di aver riconoscimenti dovuti (Orazione 42,20 ) :

 io non sono uno che lavora senza paga (amisthos) per la virtù, non sono giunto a tanto. Datemi la ricompensa per le mie faticheLasciatemi riposare dalle mie lunghe fatiche, abbiate rispetto dei miei capelli bianchi … Sono stanco di sentirmi rimproverare la mia condiscendenza, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi e contro l’invidia, contro i nemici e contro i nostri. Gli uni mi colpiscono al petto, e fanno un danno minore, perché è facile guardarsi da un nemico che sta di fronte. Gli altri mi spiano alle spalle e arrecano una sofferenza maggiore, perché il colpo inatteso procura una ferita più grave … Come potrò sopportare questa guerra santa? Bisogna parlare di guerra santa così come si parla di guerra barbara. Come potrei riunire e conciliare questa gente? Levano gli uni contro gli altri le loro sedi e la loro autorità pastorale e il popolo è diviso in due partiti opposti … Ma non è tutto: anche i continenti li hanno raggiunti nel loro dissenso, e così Oriente e Occidente si sono separati in campi avversi” (Orazioni,  42, 20-21) .

Cosa significa guerra santa e cosa invece guerra barbara? in altre parti dell’opera il santo spiega  che i cristiani che sono epitropoi capi, che hanno santità, non sempre vivono con santità e giustizia e non  sono vicini ai confratelli di pari grado, ma spesso per invidia, sono non miti, non sono giusti nei confronti  degli altri prelati e così si trasformano in barbaroi  feroci nell’ira, privi di mitezza praoths ….

Da qui l’ambiguità del sintagma  ( Guerra santa)  di un polemos  che non può essere santo agios se  i prelati  (tra cui molti eunuchi) non hanno osioths , ma combattono  con violenza per gelosie, per denaro o per gloria…

Gli  episkopoi che combattono,  avendo  skimmata ed erides, sono barbaroi e la loro guerra è barbara, indegna di un civis romanus , di un poliths ellenista, di un christianos che cerca  la teleiosis essenica …

Ora Gregorio si trova nella condizione di non potersi più opporre ai suoi nemici che lo hanno costretto al ritiro….

I suoi nemici sono  gli amanti della modernità, del teatro, delle spese pazze,  della bella vita , dimentichi di essere sacerdoti, il cui simbolo è la palma (secondo il pensiero di Filone e di  Paolo) che ha radici   terrene che  tendono verso la terra ma non sono vitali, in quanto  è rivolta col fusto e col cuore , posto centralmente  tra i rami, verso l’alto, verso Dio, in una ricerca spirituale..

Gregorio diceva:  i miei  nemici sono tutti quelli che  sono esperti di cavalli, che io non sopporto, come non sopporto i vostri teatri e quel furore che, in modo equivalente, vi anima nelle spese, e nelle cose che vi interessano (ibidem,22).

 Dal periodo di Costantino ci sono contrasti tra le diocesi e tra gli episkopoi  che non si vergognano di contrapporsi  per aver la superiorità  al fine della carriera ecclesiastica  e  del guadagno personale,  ora possibile, ancora di più sotto Teodosio, data l’immoralità dei prelati e considerati  i privilegi teodosiani ai cristiani contro i pagani.

Gregorio denuncia la lotta per la ricchezza di molti opportunisti eukairoi e  mentre  dice e  stradice,   confessa la condizione della chiesa costantinopolitana:

Ci poniamo insieme sotto lo stesso giogo, poi sotto quelli rivali, tra di loro; fremiamo contro gli avversari : ci manca poco  e cogliamo l’aria  e lanciamo in alto la polvere  come fanno quelli che sono fuori di sé ; ci manca poco  e portiamo a termine  le nostre dispute  sotto altre spoglie . Noi diventiamo dei cattivi arbitri  dell’ambizione altrui e dei cattivi giudici dei fatti.

Oggi sediamo concordi sui seggi episcopali ed abbiamo le stesse opinioni  finché coloro che ci guidano  ci danno queste direttive.

Gregorio evidenzia il mutare repentino dei pareri a seconda delle circostanze e dei nuovi padroni della scena politica,  nonostante la coscienza personale della protezione di Teodosio …

Domani sederemo  su seggi contrapposti e contrapposte saranno le nostre opinioni, se spira vento contrario. In conseguenza dell’inimicizia e dell’amicizia mutano anche i nomi, e quel che è più vergognoso, noi non abbiamo pudore  a fare davanti ai nostri ascoltatori  discorsi opposti…

Fatto l’esempio dei ragazzi di strada… Gregorio afferma: probabilmente mi comporto  da insolente e da ignorante, ma, comunque,è così; Io soffro  delle cose che fanno gioire  gli altri  e gioisco di quelle che fanno soffrire  gli altri.

Un parlare proprio di chi non sta bene  ed è  molto stressato?! dice il vero o delira il Prelato ?!

La sua conclusione era  questa   ed era tirata sulla base di un periodo ipotetico di III tipo, in modo contraddittorio: io non mi meraviglierei (an thaumasaimi ) se anche venissi incatenato perché do fastidio,  e se sembrassi alla maggior parte insensato (anohtaineinein  docsaiami) come si dice sia capitato ad un filosofo greco (Democrito)  accusato di follia per la sua saggezza, perché rideva di tutto, giudicando risibili le cose che faceva preoccupare la maggioranza degli uomini.

Ed aggiunge: 

Si potrebbe anche credere di me che io  mi sono riempito di vino  dolce, come si credette dopo dei discepoli di Cristo, per il fatto che parlavano in diverse lingue,  perché non si era capito che  quella era la forza dello Spirito, non delirio della mente…

Chi sono i suoi nemici

I suoi nemici sono principalmente i patriarchi di Alessandria- che hanno  un potere, anche a Costantinopoli, abili nella corruzione col denaro, immorali  nel loro opportunismo politico, ma specie  nell’area egizia dove sono i promotori di insurrezioni, di  contrasti tra  il popolo,  destabilizzano l’apparato amministrativo della metropoli, causa prima delle discordie tra greci , pagani e cristiani, già sediziosi  nella stessa professione di fede…

Allora la presenza stessa ebraica  diventa odiosa e per i greci e per i cristiani.

Da qui  i continui eccidi e l’espulsione con dispersione verso le zone dell’interno africano, lungo il  corso del Nilo  (foce canopica e pelusiaca). verso varie direzioni…

Alessandria dall’ epoca di Giuliano (361-63) è in preda a una guerra intestina tra ariani e cattolici; la città stessa ha subito, poi , un cataclisma  di dimensioni mai viste, quello del 365 mentre infuriava la guerra tra Proclo e Valente  (cfr Ammiano Marcellino, XXVI, 10.15-19)…

Allora alla lotta intestina religiosa si aggiunge la guerra con i  greci -che  accusano  i cristiani di aver causato l’ira degli dei  con le loro dispute, con le stragi dei nemici ariani (Giorgio di Cappadocia squartato dalla folla cristiana ortodossa) – e degli ebrei ..

Sotto il patriarcato  di Teofilo  gli scontri si fanno feroci tra ariani e cattolici e ci rimettono le penne molti terapeuti, intervenuti a favore degli ariani perseguitati,..

Più  tardi nel 391 dopo un altro cataclisma cittadino a causa di una inondazione tardiva, straordinaria, del Nilo, ed infine  dopo uno altro strano fenomeno con un’onda di riflusso mai vista,   si ebbe la stessa reazione  ( cfr, Sozomeno, Storia ecclesiastica, VII,) 15) con la distruzione del tempio di Dioniso e del Serapeo ad opera di Teofilo…

Sotto il nipote Cirillo (370-444) poi Alessandria è squassata da odi profondi,  inconciliabili tra i cristiani delle opposte fazioni e tra questi e i pagani…

Cirillo in lotta contro Nestorio,  considera  Maria  vergine, anche se conosce la differenza tra betullah adolescente vergine  ed almah giovane donna …

Per lui che riprende il pensiero di Eusebio e quello di Girolamo di Stridone e  la tradizione cattolica  circa la Madonna, sancita anche alla corte di Costantinopoli  (Cfr. Nestorio e Cirillo),  Maria è colei che genera  secondo la carne  Dio,  unito personalmente alla carne  e perciò madre  di Dio ,  non nel  senso che la natura del Verbo logos  prende dalla carne l’inizio  della sua esistenza ma nel senso che, avendo il logos  assunto personalmente la natura umana  accetta  di essere generato  secondo carne. 

Cirillo, dunque, stabilisce  nella Chiesa di Alessandria e diffonde il dogma dell’incarnazione, prima ancora di entrare nel Concilio di Efeso (431)   dove è sancito che  la Vergine Maria è Christotokos e theotokos  cioè Christipara e deipara …

Prefazione a De vita Mosis

Peri biou Mouseos I,II,III

Vita di Mosé
di Filone

Avendo tradotto nel 1983 da Hoeschelius e Turnebus  (1614, un testo latino- greco  su stampa di Petrus de la Roviere)  Peri tou biou Moouseoos La vita di Mosè in tre libri, mi  trovai nella primavera del 1984 tra le mani Philon d’Alexandrie De vita Mosis, Introduction, Traduction et Notes par Roger ARNALDEZ, Claude MONDESERT, Jean POUILLOUX, Pierre SAVINEL, Ediction Du Cerf 1967.

Rilevai che l’opera era divisa in due libri e rimasi sorpreso che l’Edition du Cerf , congiuntamente con la Loeb, non avesse rettificato la divisione in tre libri, riportata dai manoscritti, curati da Hoeschelius e Turnebus.

In effetti i quattro curatori francesi  affermavano nella I pagina, nell’introduzione sulla autenticità del testo  che la  stesura in due libri era dovuta al fatto che in Filone c’era  una discrepanza circa il numero dei libri della Vita di Mosè.

Essi riportavano un passo di De virtutibus, 52 (interpolato?, falsamente ritenuto  appartenente al logos/libro su  una delle virtù esaminate: De Fortitudine?,  De Humanitate?,  De Paenitentia? o di De nobilitate?) considerato  autentico da H. COLSON- G.H. WHITAKER, (Philo, V  Loeb Classical library –Harvard Press 1934) ed anche da L.KOEHN, Philo VI .

Il passo in questione sarebbe questo: …è messo in luce nelle due precedenti opere, che io -Filone-  ho composto su La vita di Mosè…

Da   questo non si comprende esattamente se l’autore parli di due precedenti opere della Vita di Mosè (Biblos proth Alfa e deutera Beta, prima di scrivere la  Biblos trith gamma o se tratti di due opere che precedono tutta l’opera di Via di Mosè al completo).

Sarebbero troppe, comunque,  le obiezioni a proposito  e troppo tempo si perderebbe…

Rimane indubbio che è da dimostrare che la Vita di Mosè sia composta da due libri e non da tre,  quando la tradizione dei manoscritti mostra invece tre libri, diversi per lunghezza, e certamente non equilibrati. Così sono, comunque, i manoscritti come  Logos  I, II,III.

Inoltre c’è una traduzione di Giulio Ballino del 1560 in Venezia (appresso Giulio Bevilacqua), da me letta,  riportata anche da Iacopo Maria  Paitoni in Biblioteca  degli autori greci e latini volgarizzati del 1766.

Questi, un avvocato, dedicando la sua opera a Filippo Terzi  un altro avvocato di grande valore all’epoca, tratta del modo di tradurre   mostrando il suo personale sistema mediano tra la traduzione letterale e quella a senso.

Egli divide l’opera in tre libri così suddivisa: I  Prefazione pp 1-112: II 113-135; III 136-211.

Perciò, dopo avere esaminato,il testo, ho fatto alcune considerazioni in quanto ho nel cassetto Vita di Mosè in tre libri, come tanti altri libri di Filone.

La casa editrice Du Cerf  coi suoi autori  mostrava la Vita di Mosè secondo la tradizione cristiana, che considerava  Mosè  figura centrale  in epoca  teodosiana sulla scia di un Filone, letto secondo l’impostazione dei cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e di Gregorio di Nissa che  vedevano  Mosè  comme l’expression  d’une sagesse, enseignée par Dieu.

Inoltre gli autori mostravano che  la vie de Mosé n’a guère de points communs avec le De Abrahamo et le de Iosepho. L’un et l’autre de ces deux traités apparaissent bien davantage comme un prétexte à une dissertation morale ou une meditation religieuse, sanz que toujours le rapport soit étroit avec la vie d’Abraham ou de Joseph: ainsi ce dernier incarne-t-il la vertù politique  et l’on  a pu montrer  sans peine  tout ce que son portrait devait à l’ideal du souverain hellenistique.  (p.12)

Quindi allora  rilevavo solo la stessa impostazione dei cappadoci  e consideravo inesatta la notizia dei due libri di Vita di Mosè...

Gli autori sembravano riferirsi all’auctoritas di Koehn  e  di Colson  (edizione Loeb ,VI  e di  passi 1-4 1. 188 De vita Mosis   cfr I.189 ) che mettevano in relazione i dodici capi delle tribù con  con la palmaphoiniki  tooi toon   dendroon aristooi  proshkontooos pareikasthentes , o kai  ophthhnai kai karpon  enegkein esti kalliston, oper kai thn zootikhn echei dunamin  ouk en rizais oosper ta alla katoroorugmenhn  all’avoophoiton, kardias tropon en tooi mesaitatooi toon akremonoon  idrumenhn, uph’oon oia hgemonis  ontoos en kuklooi doruphoreitai/ alla palma, l’albero più nobile, bellissimo a vedersi e ricco di frutti; la sua linfa vitale non  è nelle radici  ma nella parte alt , quasi cuore  posto al  centro esatto dei rami, che la circondano e  difendono tutt’intorno, come una signora.

I francesi aggiungevano dopo aver considerato dello stesso tipo la natura delle mente che ha gustato la santità :Anoo gar memathhke blepein te kai hoitan kai metooropolousa aei kai ta theia diereunomenh kallh cleuhn tithetai  ta epigeia, tauta men paidian, ekeina de spoudhn  oos alhthoos nomizousa/ infatti ha imparato a guardare e a tender in alto  si libra sopra le cose terrene e ricerca la bellezza divina. Considera risibili le cose terrene  e le giudica cose da bambini, ritenendo  che siano cose veramente serie   altre  di cui occuparsi (190)-

Questo passo autorizza perfino accostamenti tra la vita di Mosè e Peri Upsous. ..

Perché Filone non avrebbe potuto scrivere quest’opera?

Se si è ipotizzato  che potrebbe essere uno dei vecchi che discutono con l’autore, perché non potrebbe invece essere l’autore stesso?

Cosa ostacola?

Non certamente il linguaggio, che è lo stesso; non certamente il pensiero retorico che è lo stesso, non lo stile che è quasi identico specie nel rapporto tra Vita di Mosè e il Sublime !

Neppure la filosofia generale specie di stampo stoico…

Inoltre l’uso intervallato in tutta l’opera con frequenza  di upsos mi lascia molto incerto su tale problema. ..

Filone, comunque, qui platonizza, e  la traduzione  francese non è certamente la migliore. Telle est la nature  qu’à  aussi la pensée de ceux  qui ont gouté  des sentments religieux: ella a appris  à regarder en haut, a frequenter les auteurs : elle évolue toujours dans les regions sublimes ; elle recherche nles beautés divines et regarde les choses de la terre comme un objet de risée : à ses yeux  il n’y a ici-bas que jeux d’enfants là-haut sont les réa lités  vraiment (ibidem 119)….

Mi sono trovato,  poi, tra le mani  Filone, Vita di Mosè a cura di Paola Graffigna,  Rusconi,1999, in due libri .

Ancora di più, dopo questa lettura, mi sono persuaso che i libri della Vita di Mosè di Filone siano in effetti tre  e non due.

Dopo aver esaminato attentamente il testo della Graffigna, ho fatto alcune considerazioni  in quanto avevo tradotto già l’opera filoniana  sia su Filone che sulla traduzione .
Paola Graffigna ha fatto un lavoro serio e meticoloso  non solo sul piano dell’espressione ma anche su quello dei contenuti: ha qualche incertezza (forse) solo sul piano storico-contestuale (rilevabile nelle note), mentre ha operato egregiamente nella introduzione  inserendo il proprio lavoro nel quadro della critica ufficiale,  ben rifacendosi a L. Massebieu –E Bréhier,  Essai sur la Chronologie  de la vie e des oeuvres  de Philon  ( “Revue de l’Histoire des religions”,53,1906) e a L.Kohn, Einteilung und Chronologie der Schriften Philos (“Philologus”, supll. Bd. VII,III,189)
Il suo  è  un  libro certamente  ben scritto e ben tradotto.
Resto sorpreso, però, che la Graffigna (che  fa o faceva  parte del gruppo di Reale-Radice) abbia tradotto solo due libri e abbia  chiuso il secondo libro con la parte conclusiva del III libro: conosce eppure l’opera omnia di Filone  di R. Arnaldez,  C. Mondesert, J.Pouilloux (Les oeuvres de Philon d’Alexandrie) e specie il De vita Mosis Paris, 1967…
Si è perfino posto il problema della Vita di Mosè anche se non ha scavato per cercare altre soluzioni e  trovare alternative alle vite agiografiche  del legislatore  ed è rimasta nel vago, seguendo la tradizione mosaica derivata da Filone stesso, da Flavio e dai padri della Chiesa del IV secolo: eppure  ha buona conoscenza sia di V. Nikiprowetzy ( Le commentaire de l’écriture chez Philon d’Alexandrie, Leida 1977) che di T. Mangey (da cui ha tratto anche il testo di Vita contemplativa Melangolo, Genova 1992)  che si rifaceva sicuramente a Turnebus ed Hoeschelius, dai quali derivava il titolo dell’opera Philonos Ioudaioy peri biou Mouseos oper  esti peri theologias kai prophhthas logos I,II, III) oltre che di E.R. Goodenough, The politics of Philo Joudaeus, New,Haven 1938 e di D.T. Runia, Philo of Alexandria and the Timaeus of Plato, Leiden 1986 e tanti altri critici.
Il lavoro, fatto dal Mangey,  di revisione e di interpretazione, è del 1742 (Philonis ioudaei Opera quae reperiri potuerunt omnia. Textum cun Mss. contulit, quamplurima etiam et codd, Vaticano,Mediceo et Bodleiano, scriptoribus item vetustis , necnon catenis  graecis, ineditis,  adiecit interpretationemque  emendavit , universa notis et observationibus illustravit Thomas Mangey London 1742) ed è opera pregevole, anche se derivata e legata a  quella precedente  del 1613: la Graffigna lo cita spesso in Vita Contemplativa in quanto riprende  e segue la sua “lezione.
La Graffigna conosce anche la revisione  di L. Kohn, S. Reiter e P. Wendland Philonis Alessandrini  opera omnia quae supersunt 1898 in tre volumi, poi, continuata fino al 1915, ampliata a 6 volumi.  Il loro testo mette insieme per quanto riguarda la vita di Mosè il  secondo e terzo libro della tradizione (indicando esattamente II e III libro  collegati da / ).
L’autrice rivendica giustamente  che in Italia non esistono effettivamente traduzioni con testo greco (quella ottocentesca di S.G. Consolo, stampata a Padova nel 1857,  fu criticata, comunque, perché era  priva di note e scritta con intento pedagogico) e che lei ha tradotto e commentato Filone, facendo anche un lavoro di note, accurato.
Rileva che Filone è autore  scarsamente conosciuto in Italia  in quanto manca  una edizione completa  delle sue opere  e mostra che  quelle tradotte  per lo più mancano di notazioni storiche –filosofiche, indispensabili per addentrarsi  nella complessità dei trattati dell’alessandrino, forse sottendendo nella critica anche l’Università Cattolica.
L’autrice infatti precisa “ soltanto il commento permette di cogliere  la mistione delle due componenti  greca e giudaica  della scrittura filoniana, nonché di mettere  a confronto i loci paralleli  in cui lo stesso tema  viene trattato  e dunque di verificare la coerenza ( o l ‘incorerenza) dell’esegeta”.
Onore, dunque, al lavoro di Paola Graffigna.
Io, però,  ho una ben altra finale del II libro,(elogio dell’ariston genos anthropon, che  solo tra tutti ebbe il dominio su quanto abita la terra  in quanto creato come antimimon …theou dunameos,  eikon ths aoratou phuseos emphanhs, aidiou genhth–  come imitazione della potenza di Dio immagine visibile della natura invisibile, padre di eterno ) mentre per la fine del III libro ho gli ultimi paragrafi del II libro della Graffigna, confusi con quelli conclusivi del III libro.
Senza entrare in polemica,  sono perplesso perché abbiano eliminato  il terzo libro,
E’ chiaro che lei segue una direttiva (ma di chi? e perché?) ed è allineata secondo la lettura tipica dell’Università Cattolica di Milano.
Penso che abbia fatto tale divisione sulla base, però, solo della lunghezza del II libro che, se fuso col terzo, raggiunge quasi la lunghezza dei paragrafi del primo: infatti ha diviso l’opera in due libri: uno composto di 334 paragrafi e il secondo di 292….

Ha forse ripreso il il testo del  Mangey, che ha messo insieme le due parti come se fossero un solo libro, oppure quello di Wendland che ha messo  insieme II/III?
Comunque La vita di Mosè  constava di tre libri (che ora lo leggiamo in due): il primo  tratta del re, il secondo  del legislatore e il terzo del sacerdote e profeta.
Infatti  in III,1  si legge: abbiamo già colto due parti della vita di Mosé, quella sul re e sul legislatore bisogna  ora aggiungere (prosapodoteon da prosapodidomisborso , do in aggiunta E’ verbo proprio del trapezites che paga un tokos un interesse) la terza quella sul sacerdozio, (To peri ierosunes)  che deve essere aggiunta come  funzione più grande e più necessaria per un sommo sacerdote, la pietas (ten eusebeian), congiunta con la profezia .
Non ci sono dubbi,  quindi, che Filone abbia scritto tre libri e non due sulla Vita di Mosè.

Il testo  di Filone del 1614  è  tridentino cioè ha  l’ imprimatur della commissione pontifica  (excudebat Petrus de la Roviere, un coraggioso ginevrino, non sempre allineato con la Chiesa- cfr frontespizio)
Certamente  la vita di Mosè è una  sorta di manifesto programmatico di vita e fede giudaica,  ma è anche espressione della teologia di un popolo:  non è qui il caso che si metta a confronto la varia opinione degli studiosi sulla formazione e sull’ inserimento dell’opera nel quadro dell’opera omnia di Filone .
Le tesi di l Massebieau e di E- Bréhier   e quella di L. Cohn e quelle di E. R. Goodenough e di B. Boitte  sono discutibili  ma una cosa è certa : Filone propone un modello ebraico di vita sulla base della vita totale di Mosè re, nomotheta , sacerdote e profeta (III libro, ultima riga in connessione con l’inizio dello stesso libro).
Filone deve giustificare al mondo romano la vita del giudeo e la sua funzione nel mondo romano, dopo che l’alessandrinismo giudaico ha conquistato il mondo in senso economico con gli oniadi, specie  dopo  la minaccia di Caligola alla sua stessa esistenza, a seguito della nuova costituzione giudaica secondo il volere di Claudio.
Noi, invece, oggi leggiamo Filone solo come ce lo ha tramandato Gregorio di Nissa nella sua opera su Mosé, che vuole imporre  sulla linea origeniana, il cristianesimo come religione ufficiale in epoca teodosiana, mostrando la grandezza di Mosè e quindi di Cristo re,  legislatore e sacerdote, in opposizione alla cultura pagana.

Il testo di Gregorio di Nissa  è una esaltazione, quasi un panegirico  del sacerdozio e della profezia.
Gregorio scrive Peri tou biou Mouseos/ la Vita di Mosè (Gregoriou episkopou Nusses Peri aretes hetoi Eis ton bion Mouseos) in due libri: nel primo mostra, secondo il sistema litteralis i fatti salienti della vita del legislatore/nomotheta  seguendo Esodo,  Numeri e  i tre libri della Vita di Mosè di  Filone in una pura esposizione di fatti in cui si rileva ora  la semplicità biblica ed ora anche l’artificialità filoniana:  il telos del primo, narrativo , simile a quello della Vita di Macrina,  è questo:  dare un modello di vita ai monaci con l’aggiunta di un alto modello scritturistico così da aver la possibilità di interpretare,  per mostrare l’iter verso l’epektasis; nel secondo,  il cristiano opera come Filone in modo simbolico,  secondo allegoria (mhnuontos  dià sumbolon  tou Theou Vita di Mosé,1,217 ) ampliando il discorso narrativo per dimostrare e per concludere che Mosè ha fatto un percorso verso la perfezione, il migliore possibile per un uomo,  in modo da considerarlo come modello e simbolo  del cristiano perfetto.
Ma, oltre questa impostazione a livello di iter esemplare, c’è anche l’ assimilazione di Mosè con Gesù, della Legge con Gesù stesso, tanto che, a mio parere, la figura di Mosè per Gregorio di Nissa, come anche per suo fratello Basilio e per Gregorio di Nazianzo è basilare e fondante  quella divina di  Gesù Cristo, che proprio alla fine del IV secolo perde ogni contorno umano, alla luce della divinizzazione  secondo logos e della  trinitizzazione del Figlio uios insieme col Pater Ktistes/poihths e con Pneuma agion.
Insomma La vita di Mosè  segna il momento storico della reale divinizzazione del Christos, che non era stata ancora completata nonostante le formulazioni nicene, utili (krhstai) per la riformulazione al Concilio di Costantinopoli, grazie anche a Teodosio e a Gregorio di Nazianzo, in una capitale, in cui si stava debellando  l’eresia ariana  con una operazione non solo politica  ma anche ecclesiale  (Nettario e Giovanni Crisostomo completeranno l’opera)…
Per me, che non entro, in questa prefazione,nei problemi della patristica, sono importanti a questo punto solo la datazione del libro e la tecnica esegetica, utili ai fini della comprensione del contributo del Nisseno alla vittoria sull’arianesimo e necessarie per la definizione stessa dell’allegoria  cristiana (disgiunta da quella giudaica ) e  per la rilevazione del suo particolare uso nel Quarto  Secolo, in un ambiente  (quello cappadoce, ancora origeniano) dominato dalla interpretazione dià sumbolon, tipica del didaskaleion di  Alessandria, fonte di contrasti con lo stesso patriarcato alessandrino, destinati ad acuirsi con Teofilo e poi con Cirillo…
Propendo, dunque,  per una datazione non lontana dalla morte di Basilio (379) e  poco dopo il Concilio di Costantinopoli (381)  e prima della morte di Pulcheria maior e di Flaccilla, quindi un arco di circa sette anni  in cui è ben definita la nuova situazione del patriarcato di Costantinopoli  con Nettario: l’opera quindi ha valore non solo di formazione di un perfetto cristiano, in quanto sacerdote,  ma anche  un significato teologico in linea con le formulazioni trinitarie  di Basilio e di Gregorio di Nazianzo e con quelle di Giovanni Crisostomo ed in opposizione al mondo giudaico …
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La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Io e Dio di Vito Mancuso

Un tentativo di lettura

Io e Dio di Vito Mancuso
Premetto che stimo Mancuso theologos e ne lodo la sapienza teologale e il curriculum di lettore, anche se vedo i limiti proprio in questa sua stessa cultura.
Aggiungo che ammiro la sua forza e il suo coraggio nei confronti di una istituzione come quella cattolica, che gli ricorda continuamente che essere theologos significa essere subordinato alla gerarchia ecclesiastica, seguire la linea dei patres e  ascoltare i suggerimenti dello Spirito Santo, dopo una lunga askesis.
E concludo col  massimo rispetto per l’uomo, studioso, degno discepolo di C.M. Martini e di B. Forte, che ha  fatto scelte dolorose, pur conservando una propria lezione culturale e religiosa, anche se aspira ad essere libero pensatore.
La sua impostazione generale “aerea “, tipica di un doctor in sacra pagina, abile a porsi in una posizione di privilegio, – di stampo platonico, neoplatonico e stoico, visibile in ogni filosofo antico, in Didimo Arieo, in  Filone Alessandrino, in  Seneca,- è chiaro segno di una lettura di Io e Dio secondo l’impostazione della tradizione patristica origeniana ed agostiniana, del soggetto che legge in quanto creatura e dello status di Dio creatore.
La visione dall’alto impedisce (o non permette di leggere) la coscienza e  limita la conoscenza della reale vita terrena e dei reticoli vitali di un’ infinità di essere viventi e vegetali, le cui pulsioni si legano e si armonizzano in un unicum vitalistico comune…
Da ciò deriva, a mio parere, una lettura  o tradizionale della realtà umana e della metafisica   o vaga, comunque, sempre senza alcun sbocco reale (vista la scarsa aderenza alla normalità di vita e considerata la sincresi di base, che risulta una confusione dei dati non ben esperimentati e vissuti, a causa delle dilacerazioni spirituali, non ancora ben cicatrizzate  e della equivocità di lessico, rivelante l’opposizione tra conservazione ed innovazione) e quindi una non avvenuta sintesi organica, a causa del difetto di vista
Secondo me Vito Mancuso, prima di  essere guida dei perplessi  e perfino prima di parlare anche banalmente, ha bisogno di chiarire  sé a se stesso, come uomo, come marito, come padre, come laico.
Una volta chiarito che egli è corpo non spirito, che ha una compagna-moglie e non è più prete,  che ha figli e non è solo,  che è un secolare e non clero,  allora forse può iniziare un suo iter, mostrare la sua methodos e essere maestro…
Il proprio iter individuale  inizia quando si è veramente autos, realmente tupos capace di esprimere libertà  e lottare contro la minaccia dell’autoritarismo religioso  e opporsi allo scientismo negatore di ogni arbitrio…
Ci vogliono anni per un tale decondizionamento, anni duri di scarnificazione, di lavoro spirituale e perfino di fatica fisica! io ne ho impiegato quasi trenta e non credo di capire qualcosa, anche se mi sono chiarito qualche punto, ma non sono mai in grado di  affermare qualcosa …
Il mio, quindi, è solo un suggerimento di uno più vecchio, che neanche vuole criticare, ma ritiene giusto senilmente di indicare una odos diversa per un altro orientamento (Cfr A.FILIPPONI, Per una conoscenza del primo cristianesimo, E.book Narcissus.)..
Personalmente, dunque, dopo la lettura del libro, devo dichiarare che non ho niente in comune né su Io né su Dio: l’autore, teologo, ha idee su Io e su Dio  secondo quanto ha ricevuto da una tradizione classico- cristiana,  specie occidentale agostiniana, (sostanzialmente, quindi, della patristica) e non ha  provato a  metabolizzare il processo di vita, senza la pronoia divina.
Il pensiero di vita, anche se ben scritto,  seppure ricco culturalmente, seducente grazie alla retorica letteraria,  secondo me, non ha alcun messaggio nuovo in quanto è idea che si copre e vive di Theoria, senza alcuna prassi reale: contano le azioni non le parole!…
Solo se si fa indagine reale, oggettiva (per quanto è possibile) su anthropos, su phusis e su normale,  su essere ed esserci  in senso universale,  oltre o senza la mediocritas (methrioths) classica,  si può iniziare (forse) un rapporto comunicativo per una ricerca effettiva, in senso umano e divino.
Solo, comunque,  se si concorda  il valore del termine normale e si opera sulla base di una nuova convenzionalità linguistica comune, allora forse si può discutere sull’autenticità di Io e su Dio padre e  creatore: senza questo lavoro iniziale è impossibile la comunicazione…
Perciò anche il paradigma di Maimonide non ha reale valore comunicativo: lo stesso autore di Moreh Nevukhim (Guida dei perplessi), nel 1190, aveva cercato nel mezzo di un comunità egizia, islamica, dominata da Salah al Din (Saladino) di mandare ulteriori messaggi interconfessionali e di fare un’altra esegesi  per gli amici e discepoli che, avendo studiato filosofia aristotelica ed essendo giudei amanti della Torah, vedevano palesi contaddizioni tra la filosofia e il senso letterale della Legge mosaica e  rimanevano perplessi di fronte al male della società musulmana, ma non ebbe effettivo risultato se non quello di un’aggiunta ulteriore (discutibile) alla esegesi biblica talmudica …
Ora Vito Mancuso ha di mira una nuova lettura biblica senza essersi precisato la via da seguire e il telos, e quindi vuole  guidare i perplessi del terzo millennio verso la scoperta di un  nuovo io e  di un  nuovo Dio? ….
Tutto è equivoco: non c’è termine su cui si possa poggiare qualcosa… non ci possono essere sopherim e didaskaloi se non ci sono fedeli e mathhtai ...
Non serve una nuova guida di perplessi perché bisogna, prima di operare, stabilire il significato di “perplesso“, se esiste una tipologia di perplessi, come lavorare insieme, senza magistero...

 

enthousiasmòs

scuola ed enthousiasmos

Enthousiasmòs comunicativo
Funzione emotiva e sua utilizzazione pratica

Situazione
Passeggiando, un mattino, con un conoscente, parlo con lui (uomo di cultura) con  enthousiasmos di Caligola il sublime,  opera storica da presentare all’Auditorium della nostra città ad un pubblico.
Dico enfaticamente che, pur essendo uno storico, un linguista conosciuto per titoli e corsi fatti sulla semantica, autore di libri più o meno noti, non ho avuto, comunque, a 70 anni, una vera pubblicazione.
Anzi mi rammarico che i tre volumi di Storia, intitolati  Giudaismo romano non hanno  ancora speranza di pubblicazione e che i romanzi (Mastreià, scritto nel 1994 e specie L’etermo e il regno, opera costruita secondo  le regole più sofisticate della narrativa, scritta nel 1999) sono ancora nel cassetto, e specialmente soffro al pensiero di non dover vedere pubblicati Traduzione Note e Commenti di 35 libri di Filone e di 20 Libri di Antichià Giudaiche di Giuseppe Flavio,  ed un libro di Stromateis di Clemente Alessandrino, frutto di un lavoro quarantennale.

Ho mostrato, facendo il punto situazionale,  il mio status di sofferenza.

L’altro, improvvisamente, mi apostrofa mostrando segni di agitazione, nervosamente: Tu vivi male!

Come fai sentire uno, se parli della tua genialità e grandezza?

Come tratti l’altro?.
Rispondo che lui è in equivoco e che in effetti sto mandando un messaggio su una personale frustrazione e delusione, in relazione all’età senile.
Aggiungo che la comunicazione ha un altro circuito e che  l’informazione centrale è sulla mia sofferenza, non sulla mia genialità, anche se ho piena coscienza della mia alta preparazione e della mole di lavoro fatto, di cui ho detto soltanto una parte.

Tutto è vano, anzi lui mi consiglia di riesaminare la fettuccia del mio parlato e di pensare alla “reazione” dell’altro, messo in condizione di inferiorità.
Mi scuso dicendo che sempre parlo ed ho parlato così entusiasticamente quando sono sul piano emotivo e che distinguo tra i piani comunicativi, ed aggiungo che sono un maestro di comunicazione, che ha insegnato le tecniche della comunicazione (di cui sono prova  Leggiamo insieme… Ungaretti e l’Altra lingua l’altra storia) per decenni, avendo fatto corsi per insegnanti di scuola elementare e media  ed a avendo abilitato, con incarico ministeriale,  centinaia di professori  (anche)  in lingua latina già nel 1976.

Al sentire il sintagma  maestro di comunicazione ancor di più il signore si è innervosito  e, visto il turbamento,  decido di non dire altro.

Mi sono allontanato, dopo i saluti, triste, ripensando ad un collega che, anni fa, in piazza Matteotti, si mise a urlare quando, volendo parlare alla pari con me di letterarietà, improvvisamente, non riuscendo a capire la  terminologia tecnica linguistica   e il sistema semantico, se ne era andato, imprecando, lasciandomi di stucco, urlando: io non capisco i termini! Tu stronchi l’altro!

Altri ricordi
Ed ho ripensato a tanti altri episodi, capitatimi a scuola, con colleghi, con  genitori e con alunni, nel corso della mia lunga attività scolastica, agli inizi dell’anno, a causa del lavoro linguistico e del diverso modo di insegnare.
Neanche voglio ricordare gli scontri durissimi con i presidi,  del tutto incapaci di seguire una lezione tecnica e desiderosi di impormi di spiegare come gli altri insegnanti, secondo i  programmi: io dicevo solo che, avendo un metodo, seguivo la mia strada e che volevo lavorare in pace e poi, a momento opportuno, avrebbero giudicato dai risultati. 
Dall’esame di tanti situazioni simili, capitatemi ad ogni inizio di anno scolastico,  io avevo cercato, dopo lunghe meditazioni, delle strategie di difesa, invitando i genitori degli alunni ad incontri in una saletta di un bar, per spiegare il metodo, le sue strutture significative, gli obiettivi e le finalità e il sistema valutativo, pagando le spese di consumazione per tutti.
Ma, nonostante ciò, una (o due famiglie), contestando il metodo, andava dal preside, da cui ero richiamato a fare scuola secondo norma.
Convinto di operare per il bene degli alunni e vedendo i risultati, sempre, avevo concluso, esaminando la situazione,  che l’errore era nello spostare il punto dalla ricevenza all’ emittenza.
Infatti ritengo ancora che il ricevente crede chi parla simile a sé e perciò interpreta il suo pensiero secondo le sue strutture culturali  in quanto emotivamente va oltre il messaggio, in una confusione della funzione emotiva dell’emittente con quella conativa del destinatario.
Perciò dicevo a colleghi e a genitori che, come non si  sentivano offesi da un ingegnere che, avendo  fatto  il progetto, approvato,  in fase di realizzazione, non ammetteva interferenze e suggerimenti strutturali, così non dovevano giudicare me che, in corso di lavoro,  non volevo intromissioni, ma desideravo  lavorare  serenamente e che, comunque,  avrei accettato critiche solo dopo le valutazioni finali, ad anno scolastico terminato.
Anzi aggiungevo, ridendo, che  quando il vecchio contadino in campagna mi spiegava come si potava, facendo esempi,  io, da dilettante, ascoltavo quanto diceva e cercavo di imparare, imitando i tagli magistrali  da lui fatti, e ne  lodavo la bravura.

Dicevo pure  che quando un muratore, qualificato  di prima,  mi mostrava come si faceva la volta di un arco, da mezza cucchiara cercavo di rifare, lavorando a lungo, sulla base del suo modello,  in modo da  impadronirmi  con l’esercizio delle sue indicazioni esemplari e  gli ero grato per l’insegnamento tecnico  ricevuto.

Di norma invitavo  i genitori  ( ben acculturati) a seguire il corso delle lezioni dai quaderni dei figli e a studiare insieme a loro  le tecniche linguistiche, aiutandoli negli esercizi, e a  tenere presente la valutazione di base da me fatta, all’ingresso al Liceo.
A volte, spazientito, dicevo concordando parzialmente  con Schopenhauer, (Der handschriftliche Nachlass, vol.I p.186) (pur dissentendo dalle sue  forme estremamente settarie, proprie di un classico,  contrarie  alla mia natura, comunista, impostata in senso paritario): “la miserabilità dei più costringe i pochi uomini geniali o meritevoli di atteggiarsi come se ignorassero essi stessi il proprio valore e che di conseguenza non sapessero distinguere la mancanza di valore degli altri, solo a questa condizione la massa è disposta a sopportare i meriti. Da questa necessità ora si è fatta una virtù che si chiama modestia. E’ un’ipocrisia  che viene scusata dall’altrui miserabilità, la quale vuole essere trattata con riguardo”.

Valutazione del fatto
Ho sofferto per qualche  minuto per quanto mi è successo di nuovo (a distanza di anni) dopo che, uscito dalla scuola e ritiratomi in campagna, mi sono tenuto a debita distanza dagli altri, pur seguitando a scrivere e a lavorare secondo le tecniche linguistiche.  L’episodio mi ha turbato  per la presunta invasione di campo, non tanto per l’attacco contro la mia persona, considerata fanatica, offesa già subita, regolare per un profano: ormai sono stabile contro le interpretazioni altrui, invecchiato in questi fraintendimenti specie di colleghi che, non conoscendo la potenza e  la ricchezza del linguaggio, usano il lessico confondendo i piani e non hanno competenza referenziale.
Persone di ben altra cultura si sono offese, confrontandosi con me, col mio linguaggio, con le risultanze tecniche, espressione conclusiva  formulata di un lungo lavoro!
Sono cosciente, però, che le risultanze del lavoro, nonostante i  frutti non copiosi,  sono notevoli: alcuni alunni hanno, dopo anni, ben interiorizzato le lezioni; altri, pur avendo un buon ricordo dei lavori lessicali, morfosintattici e semantici, non sanno operare conformemente, non essendosi esercitati; pochi sono quelli rimasti immuni dal metodo proposto, in quanto per natura afunzionali ed irrazionali.
Rifarei esattamente quanto ho fatto, ma cercherei forse una maggiore cooperazione coi colleghi, dopo un confronto pacato con le presidenze: comunque, mi dicono i colleghi che ciò anche oggi non sarebbe possibile, nonostante la funzione nuova dei dirigenti in quanto si  è acuito il problema della comunicazione tra gli insegnanti (in gara tra loro  per la cooperazione, pagata, col preside e col consiglio di Istituto)  e si è moltiplicata  la difficoltà di comunicazione tra docente e discente.
Ritengo, comunque, che non sia facile valutare un lavoro continuo e costante, metodico  di quaranta anni e che normale sia l’equivoco.
E nei confronti degli altri, specie degli alunni, ho cercato di capire il perché dicono quel che dicono e fanno quel che fanno, esaminando attentamente con metodo, lingua ed azioni, stando lontano, distaccato come se fossi estraneo, in una posizione neutrale, di estrema razionalità e di alto tecnicismo.
Questa posizione di estraneità e di razionalismo, concluso il periodo di lavoro scolastico, aveva determinato un ritiro dalla vita cittadina e dalla politica quotidiana: avevo stabilito la strategia della solitudine e del lavoro in silenzio, senza confronti.
Un ritiro superbo,  potrebbe dire qualcuno.
Una nuova forma di  giudizio da parte di uno che professa l’epoché (astensione o sospensione  di giudizio), potrebbe aggiungere un altro.
Ma, comunque,  di norma, nonostante le condizioni di disagio, superando i contrasti, dialogando con la classe e con alcuni colleghi, avevo capito la differenza delle risposte dei singoli insegnanti, genitori ed alunni e le avevo classificate dopo lunghi esami, al fine di una “Lezione”  positiva e formativa.
E così avevo formulato un criterio operativo in caso di insegnante “geniale” che mandava un messaggio  nuovo, coinvolgente  in modo entusiastico, dando dei precisi preavvertimenti, utili ai fini didattici, in un tentativo di formare un linguaggio univoco per un fruttifero lavoro.

Avvertimenti
Chi, dotato di enthousiasmos, comunica la propria scoperta, con metodo, deve sapere che necessariamente va incontro a tre  situazioni differenti, a causa della  recezione imperfetta dei fruitori, connessa con la loro personale cultura e sensibilità, perché il messaggio  viene recepito, di norma, in  modi diversi, riducibili, comunque,  genericamente a tre casi.
Necessita inizialmente,  perciò, un lavoro sulla funzione fàtica in modo da rettificare gli inconvenienti circa il canale per la migliore utilizzazione del messaggio, ma soprattutto è opportuno conoscere bene la funzione metalinguistica la quale  presiede all’ esame e all’analisi di ogni termine della fettuccia comunicativa e che appaia i due codici (quello dell’emittente e quello del destinatario), dopo una perfetta decodificazione e denotazione, in situazione, in relazione al contesto.

I Caso.
Se si comunica la propria esperienza sul piano emotivo, l’altro che ascolta, invece di partecipare e porsi sul piano dell’emittente, sentendo la superiorità del messaggio e del parlante, si prostra ponendosi in una condizione di estrema inferiorità, a seguito del paragone che istituisce tra il mondo di chi parla e il proprio mondo e lentamente, tutto preso dalla coscienza  della propria (presunta) meschinità, si deprime, non segue, distoglie l’attenzione, e giunge ad un assenteismo apatico.
Ne deriva che  con soggetti simili, già condizionati da autoritarismo  paternalistico, è opportuno schematizzare (specie se si trasmette cultura) il discorso, senza enthousiasmos, facendo la lezione scheletrica, quasi matematica, basata su un solo termine, scritto alla lavagna in modo impersonale, come  mero trasmettitore di sapere.
Date le coordinate contestuali per la collocazione del termine, spiegatolo etimologicamente in quanto già situato nel sistema ordinato della propria  progettazione e programmazione scolastica,  come struttura minima, e quindi letto nel sistema generale operativo, vengono aggiunti  altri quattro termini, utili ai fini della spiegazione di quello di base,  facendo per ognuno la stessa decodificazione  in senso denotativo e connotativo, in modo da aggiungere altri particolari a quanto già espresso, in un ampliamento dell’area culturale del termine in oggetto, come dati aggiuntivi di varia natura secondo un processo tipico dei campi semantici e della famiglia lessicale per ottenere una vasta area semantica,  per una operazione di semantizzazione.
Fatta poi l’espansione ad ogni singolo termine, con altri quattro nuclei, fissati con un solo termine ciascuno, fatta la  decodificazione allo stesso modo, l’alunno deve tirare le risultanze alla fine del discorso  e dare una risposta personale con una  propria formulazione finale, da utilizzare per il prosieguo della comunicazione.
L’alunno così è coinvolto in modo tecnico nelle operazioni di lavoro in quanto deve presentare una personale formulazione di quanto ha compreso, avendo lo schema dei 21 termini (nominalizzati) scritti alla lavagna in modo sintetico-riassuntivo.
Si evita in questo modo la risposta emotiva (in quanto non ci sono confronti ideologici) e si coinvolge ogni allievo  effettivamente nel lavoro.

II Caso. Se l’emittente comunica e l’altro, ricevente,  specie se connotato da enthousiasmos, velleitario, non provato dalla costanza e continuità operativa, dal sacrificio ripetitivo esercitativo (o dotato di logicità non ben strutturata, o di intelligenza intuitiva o se mancante di effettive qualità intellettuali, ma ricco di astuzia) segue la logica del parlante  in un paragone diretto con sé, come in una sfida, e quando si sente soccombere, schiacciato dal sapere del parlante, in preda ad emozione, giudica negativamente, vuole impedire perfino  la parola, in un desiderio rabbioso di chiudere quella comunicazione,  avendo  rilevato, secondo i suoi parametri,  la “superbia”  dell’emittente,  misurato come  enthousiastikos (divenuto sinonimo di euforico e saputo e simili).
Soggetti siffatti, a tal punto, si  disinteressano del tutto del messaggio ed arrivano non ad un rapporto-incontro, ma ad un rapporto-scontro, in cui rivelano chiaramente il loro disagio, dimostrando che addebitano agli altri ciò che essi stessi hanno e mal giudicano per come sono loro stessi, incapaci di pensare che l’altro, che parla, possa essere diverso da loro (il bue dice cornuto all’asino, la puttana dice prostituta alla mamma di famiglia, ecc.).
Perciò nella fase esplosiva, tali persone  boicottano il parlante, volendolo isolare,  cercando di coinvolgere nella distrazione altri, diventando così  protagoniste secondo la propria natura di divergenti, con atteggiamenti puerili.
Se gli alunni di questa tipologia comprendono  che non si comunica mescolando le due funzioni e quindi si procede non col confronto e col giudizio  ma con l’ascolto e la registrazione mentale dei dati, in modo da capire  per prima cosa il messaggio altrui ,“divino” (comunque), perché nuovo, è possibile  mettere sullo stesso piano comunicativo i due agenti della comunicazione ed iniziare una vera collaborazione ed avere un reale rapporto comunicativo.
E’, comunque, un lungo processo di chiarificazione personale, di oggettiva presa di coscienza da parte del divergente, che  dall’esame oggettivo  del proprio smodato  procedere poetico, non logico,  registrato come frutto  del proprio intuito, da verificare, giunge anche lui a risultanze effettive sulla base di un lungo e paziente lavoro, guidato.
Capire che  ogni risultanza reale  è frutto di lavoro non di intuizione diventa il primo passo verso l’erudizione e la formazione culturale.
Il divergente  deve essere seguito, comunque,  nella sua divergenza, non ostacolato: di norma ha grandi potenzialità che, però, devono essere regolate, orientate e fatte confluire in relazione alla creatività del soggetto.
Nel corso della mia vita ho registrato pochi divergenti, ho preferito lasciarli stare, dando, però, loro abilità tecniche  di primo ordine, in modo da limitare la  loro aggressività, iniziale, ed attenuare l’enthousiasmos (enthousiao  vale sono ispirato da una divinità) e l’ euphoria (euphoreo  vale sono ferace) nella fase iniziale e naturalmente ho fatto lezione  tecnica  e funzionale non emotiva.
Solo in seguito ho eccitato lo stupore e il sano entusiasmo portando gli  alunni lentamente a fasi più alte per gradi: alunni di tale genere, ben guidati, sono ancora oggi i miei migliori allievi, estimatori e collaboratori.

III Caso.  Se l’emittente comunica e il ricevente dotato di enthousiamos, gradualmente sollecitato, ascolta desideroso di capire ulteriormente il messaggio, libero da pregiudizi e da condizionamenti  familiari, culturali e religiosi, conscio solo  di dover imparare  e fiducioso in chi parla,  segue il suo processo logico, decodificando seconda norma, e facendo  gli opportuni  esami morfosintattici, arriva alle stesse risultanze, senza interferire,  allora è possibile  un proficuo colloquio, che diventa  un rapporto, in cui la leadership verbale passa da un elemento all’altro, a turno, ambedue abilitati negli  stessi processi operativi.
Allora è possibile operare secondo paradigmi operativi, graduati a seconda delle situazioni e  delle intelligenze dei discenti: il rapporto, proficuo, favorisce anche la crescita del docente, in quanto  si è nell’ area dell’insegnamento-apprendimento.
La comunicazione è vera comunicazione, è rapporto, cioè un apporto continuo e reciproco, uno scambio di munera (doni) tra due cives paritari , che si modificano continuamente, progressivamente.

Crediamo nella chiesa, una santa, cattolica, apostolica ?

La chiesa (come corpo del Christos) è sposa e madre educatrice?

La chiesa dalla sua fondazione ha svolto una sua funzione nella missione di Madre e di Sposa come Cattolica e come Apostolica nella sua natura Unica e Santa,  di Corpo stesso di Cristo.

Noi infatti dicendo il credo (quello niceno -costantinopolitano) diciamo: crediamo nella chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, dopo aver proclamato di credere in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Se lo diciamo in latino o in greco ha poca importanza: credimus in Ecclesiam Unam,Sanctam Catholicam, Apostolicam- Pisteuomen… 

Noi cristiani cattolici romani,  catechizzati,  da piccoli,  secondo il Vangelo, non prendiamo nemmeno da adulti coscienza dei termini  che diciamo con la nostra professione di fede.

Nemmeno il periodo adolescenziale, in cui c’è la ribellione verso le forme precostituite con volontà di distruzione del vecchio, travolge  la struttura secolare cattolica, data la perfezione della costruzione  con giunture, collazioni, aggiunzioni, falsificazioni, collaudata,  del sistema Chiesa.

La connessione della paideia greca platonico- aristotelica, con linee epicureo-stoiche, e della davar giudaico-cristiana, vetero-neotestamentaria,  risulta così perfetta che sembra un  monòlithos  celeste nel sistema romano-ellenistico.  

Noi abbiamo sempre considerato la Chiesa un monòlito, voluto dall’oikonomia tou theou  per il bene degli uomini  peregrini su questa terra, guidati da essa alla patria celeste, dimora eterna, premio del retto agire individuale  secondo l’esempio di Gesù uomo-dio, logos, upostasis come il Patér e l’Agion Pneuma,  Dio, Uno e Trino.

Abbiamo, però, rilevato sempre una mancanza di unità nel pensiero cristiano, a  partire dai primi secoli, prima in epoca antonina  (cfr. Miriade cristiana  tra il 50-135 d.C. in Per una conoscenza del primo cristianesimo  E, Book, Narcissus  2012) poi  nel terzo e quarto secolo e specificamente tra i due grandi concili di Nicea e di Costantinopoli.

A parte l’assimilazione di Il Regno dei Cieli con Il Regno di Dio e  l’occultamento della figura reale umana del Christos si rileva che  la presenza di  tante ecclesiai  è  segno di una differenziazione e diversificazione del cristianesimo del regno di Dio, a seconda dei luoghi di costituzione iniziale delle comunità giudaico-cristiane, cercanti una propria autonomia  nel seno della liceità del privilegium giudaico ellenistico nell’imperium romano, nonostante il periodo di duecento anni di lotte tra giudaismo e romanitas e la conclusione drastica di Adriano.

Secondo noi, la ricerca dell’unità ecclesiale non si è palesata, dopo l’impossibilità di una concreta realizzazione, neanche con un sovrano che riunisce appositamente un Concilio e garantisce la propria partecipazione ai lavori come tredicesimo apostolo, accanto ai successori delle ecclesiai  nate dai dodici apostoli.

Si vuole dire, cioè, che proprio nel momento del  primo Concilio  si ha la certezza di due nuclei diversi ecclesiali, di due  credi, che testimoniano una lunga ed accesa lotta per la costituzione di un Christos  uomo-dio, segno di una lacerazione secolare tra le chiese,  manifestatasi nel II secolo con Marcione da una parte e con Ireneo- impegnato a confutare l’esistenza di un Christos di natura divina e di un altro di natura  umana, originati secondo lo gnosticismo da due eoni diversi, convinto dell’unicità ed unità della figura di Cristo- da un’altra,  a causa della definizione trinitaria di Dio.

Le tante sette ereticali, non avendo un’anima comune con un preciso  e definito credo, avendo  capi  locali  non coordinati fra loro, nemmeno in Oriente, vivono in un clima di phobos/paura  per  le insorgenze tumultuose  popolari greche, antigiudaiche e quindi anticristiane, spesso favorite più dalle autorità provinciali che da quelle centrali.

Le persecuzioni ai cristiani,  ad eccezione di quella di Diocleziano, sono solo occasionali e ad opera prefettizia, e sono manifestazioni di intolleranza popolare di pagani, arrabbiati nei confronti di chi, anelando al premio eterno,  non è solidale nella vita quotidiana,  nemmeno alla difesa del  territorio nazionale contro i barbari, chiuso nel proprio guscio dogmatico, teso alla perfezione spirituale,  protetto da una superiore organizzazione economica amministrativa (dioikesis).

I differenti credi locali sulla figura del Christos, data la pluralità settaria, si coordinano solo nel momento del pericolo, nel  nome generico di Christos  ma originano nuove sette, a seconda dell’integrità  di vita e di pensiero dei martures,  che testimoniano la loro vita con la fides,  al contrario di altri che cedono e  consegnano i loro stessi simboli, desiderosi, comunque, dopo la persecuzione, di rientrare, come lapsi/scivolati (labor, laberis, lapsus sum, labi)  sotto la protezione diocesana.

In effetti a Nicea e poi a Costantinopoli,  mentre si crea il vertice della cupola ecclesiastica sotto la protezione imperiale, sulla base della divinità del Christos e del dogma Trinitario, si definisce unitariamente l’Ecclesia catholich su una base comunitaria e non personale.

Infatti  non  si parla di  soggettivo,  personale, singolare  credo/pisteuoo, ma  di un oggettivo comunitario, plurale crediamo /pisteuomen , tipico   di una comunità , che fa professione solenne di fede.

I vescovi, riuniti  nel 325  d.C. a concilio  da Costantino,  dapprima fanno una professione di fede comune, in modo da sancire il mistero trinitario, così da unificare le tante sette  cristiane e dare all’imperatore la parvenza di un’unità ecclesiale, seppure  sussista la  lacerazione con l’arianesimo, connesso con la chiesa dei martiri.

Dopo 56 anni Teodosio convoca, poi, un altro concilio, nel 381 sotto la presidenza di Gregorio di Nazianzo, per meglio definire il mistero trinitario e per sancire  definitivamente la funzione  della Chiesa, che, solo nella sede di Costantinopoli, ha come formula rituale pisteuomen eis mian, agian, katholikhn kai opostolikhn ekklhsian/crediamo in una, santa cattolica ed apostolica chiesa.

Da quel momento la Chiesa  è considerata  Sposa, sulla base del pensiero di Paolo (Rom., 12; I Cor.,12)  che indica la sua  unione a Cristo, vedendone la funzione in rapporto allo sposo divino, il  cui capo è principio di influsso vitale per tutta la vita, oltre che di organizzazione rispetto alle membra  (Ef. 1,23;4,15-16).

Secondo la lettura dei padri  della Chiesa  i fedeli, uniti ed interdipendenti,  sono  le membra del corpo ecclesiastico, che, così costituito, è identificato  al corpo di Cristo e al Cristo stesso.

Quindi Chiesa e Cristo sono un  corpo unico , secondo due valenze e come unione  formata da marito e moglie,  e come unione di parti,  cioè di capo e membra.

Di conseguenza si deve dire che  la Chiesa, come  istituzione di Cristo,  è Cristo stesso, che continua se stesso visibilmente, sulla terra, dopo la morte, resurrezione ed ascesa al cielo.

Il fatto che Cristo continua la sua missione  sottende che la sua incarnazione e redenzione sono durature nel tempo e significano continuità e validità eterna in quanto, come  incarnazione del Verbo in natura umana,  è  nella Chiesa, come  incarnazione  di Cristo nella società, è Cristo nello  stato terreno attuale  di incarnazione.

La presenza dell’organizzazione gerarchica ed apostolica è lo stesso Cristo, che inoltre, è rappresentato coi sacramenti,  specie con l’eucarestia; insomma la Chiesa è Cristo in persona sia nei sette sacramenti che nella figure gerarchiche- tanto che il papa  è lo sposo e capo della  chiesa  universale (moglie e membra), il vescovo della sua diocesi, il parroco della sua parrocchia-.

Infatti i padri leggendo allegoricamente  Antico e Nuovo testamento  rilevano  che essi testimoniano la Chiesa  nella sua funzione di sposa  (Isaia,LIV,5; Mc II,19-20; Mt. IX,15,XXII, 1-14; Gio. III,29; Apoc. XXI, 9-10,XXII 17; II Cor. II, 2; Efes. V,22-30, 31-32).

Cristo dà la fede per mezzo della parola della Chiesa,  la vita per mezzo dei sacramenti, educa alla fede e porta  alla vita eterna con l’azione pastorale della sua gerarchia.

La chiesa, corpo mistico  di Cristo, è, dunque,  madre,  che genera alla fede con l’evangelizzazione e alla vita eterna con sacramenti, che  nutre i figli mediante l’eucarestia, corpo vero di Cristo,  e  mediante  la parola santa  delle scritture, interpretata (cfr. Agostino, Questionum evangeliorum  I : la chiesa è una nutrice, le cui due mammelle  sono l’antico e  il nuovo testamento  in una costante e continua  educazione del  fedele dalla nascita alla morte).

La funzione e missione di Madre e di Sposa è ben fusa con quella naturalis di  Cattolica e di Apostolica nella sua natura di Unica e di Santa  in quanto Corpo stesso di Cristo.

Tutti questi titoli si affermano e si  maturano  nel lungo lasso di  tempo di quasi  un sessantennio di lotte  tra Cattolici ed ariani.

Noi oggi dicendo il credo (quello niceno-costantinopolitano)  non rileviamo questo periodo intermedio e pensiamo che sia globalmente della stessa epoca e non capiamo la necessità conseguenziale della  formulazione sulla Chiesa (crediamo nella chiesa una, santa, cattolica ed apostolica), perché non distinguiamo in fasi diverse il periodo della costituzione del credo  in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, come premessa necessaria alla fondazione della Chiesa Romana.

Se lo diciamo in latino o in greco o italiano  ha poca importanza: credimus in Ecclesiam Unam, Sanctam, Catholicam, Apostolicam- Pisteuomen eis mian, agian, katholikhn kai apostolikhn ecclesian; vale la stessa cosa, se si dice in altra lingua.

Ha importanza, invece, sapere se il testo è nel credo di Nicea del 325 in epoca costantiniana o in quello di Costantinopoli del 381 in epoca teodosiana.

E  qual è il credo quando la chiesa diventa romana?!.

La ecclesia di Roma, apostolica, in quanto fondata da Pietro (?)  è cattolica  come edificio (l’immagine di tempio in costruzione  è in  Il Pastore di Erma 9.a, similitudine in cui si divide la struttura del tempio dalla impalcatura) e come disegno  universale di Dio, realizzato nel tempo, da concludersi col ritorno del Cristo, epoca in cui cesseranno l’organizzazione gerarchica e quella sacramentaria  (Apocalisse XXI,22- il signore onnipotente è il tempio, come pure l’agnello).

Agostino (Enarratio in Psalmos, 29,6)  è cantore  entusiasta e pittoresco dell’edificazione della casa e della sua dedicazione,  è  poeta che mostra l’organizzazione della chiesa, paragonata alla medicazione di una gamba fratturata (Ibidem,146, 8), è un profeta che vede il realizzarsi del Regno conformemente, seguendo le parabole del Regno.  (Questa è la casa di dio, il cui campanile orienta lo sguardo verso il cielo  Ibidem,95,15).

E’ chiaro che, dunque, noi crediamo alla chiesa perché crediamo in Cristo  e nella Trinità. Resta, però, il problema storico della Chiesa Romana.

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecckesia) di cristhianoi / cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.

In epoca neroniana  i giudei non devono essere inferiori a 50.000 ed hanno almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 ( Cfr. A FILIPPONI, Giudaismo Romano II, E Book 2012).

Il fatto, dunque, che esistono giudei e giudei christianoi che convivono insieme, fino a Domiziano, seppure ci siano contrasti  di varia natura è indice di convivenza in mezzo a pagani, non di una reale comunità cristiana con un capo riconosciuto di nome Pietro, oppositore del sistema imperiale e di Nerone.

Quella, che è chiamata Chiesa, è una delle tante comunità ebraiche che ancora ruota intorno alla sinagoga (Non si sa a quale! Alla Velia?! ), esistenti a Roma, che è la capitale di un impero di oltre 3.000.000 km2 il cui sovrano è legge vivente, che regola una popolazione globale di quasi 60.000.000 di cives (Cfr. A: FILIPPONI,Caligola il sublime, Cattedrale 2008)

Roma è l’urbs per antonomasia  e la megalepolis che sintetizza l’orbis terrarum.

Un christianos come Shimon Cefas Petrus è uno csenos, un peregrinus nella Roma imperiale. che ammira il colosso neroniano, il lago, e la Domus aurea:  ogni provincialis si sente un microbo di fronte alla divina grandezza imperiale, una creatura davanti al numen.

E’ possibile, dunque, che  ci possa essere capitato  a Roma, quello che noi chiamiamo Pietro cioè Kefas-Shimon.

La sua presenza, comunque, non sottende la costituzione di un’ecclesia christiana in quanto è inesistente nel momento neroniano, esistente in epoca, forse, domizianea.

Con ciò  non si vuole negare che qualcuno con questo nome  Shimon- Pietro o col nome aramaico di Kefas  sia venuto a Roma, ma  si vuole dire che vi sia giunto  dopo che Paolo scrive la sua lettera ai Rom ai Romani dopo la morte di Claudio  nel 54 d.C. in quanto viene nominato sia in 1 lettera ai Corinti che  in  quella ai Galati.

Non si può neanche dire che questo personaggio sia morto martire ma neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone, che fa  stragi di  ebrei non christianoi,  e di giudei christianoi indistintamente.

Per ora, allo stato attuale delle conoscenze storiche, si può solo dire (con molto beneficio)  con Ireneo di Lione (Adv. haer. 3,3,2): “… la chiesa (è) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” .

Ireneo nella sua lotta contro gli gnostici e contro il platonismo tende, però,  ad indicare la rete della successione apostolica come garanzia del perseverare nella parola del Signore e si concentra poi su quella Chiesa “somma ed antichissima ed a tutti nota”, indicando  nei vescovi e specie nel vescovo di Roma,  gli eredi, continuatori e custodi della Tradizione che è “pubblica”, “unica”, “pneumatica“,  quella cioè  guidata dallo Spirito Santo.

L’unità della storia della salvezza secondo Ireneo aiuta a comprendere anche l’unità dell’uomo: “Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio” (Ibidem, IV, 20,7).

Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2,14,6) mostra perfino il periodo ed afferma: “All’inizio del principato di Claudio la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano, Simon Mago” .

Quanto detto  da Eusebio sulla provvidenza e sul contrasto con Simon Goes mago  è comprovato da Girolamo che  in De viris illustribus. 1,1 indica il 68 a.C. come anno della morte dell’apostolo:  “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo.

In altre sedi abbiamo indicato come  Eusebio sia poco attendibile  e quanto sia poco credibile Girolamo!

Dalle fonti cristiane  la tradizione petrina romana, comunque, potrebbe essere stata costruita per giustificare la posizione di preminenza di Roma, vecchia capitale dell’impero, dopo Costantinopoli, la Nuova Roma , secondo quanto stabilito da Teodosio.

Le lettere pseudo clementine (2 lettere contraffatte, attribuite a  Clemente papa, morto nel 100, considerato da Girolamo de viris illustribus,15 secondo dopo Pietro, anche se cita come predecessori Lino ed Anacleto)  dovrebbero essere postcostantiniane, scritte  nei 56 anni nel periodo di lotte tra ariani e cattolici  che infuriano a Roma.

Queste lettere  (una  scritta ai  Corinzi ed  un’altra, non accolta dagli antichi, secondo Girolamo – che contesta  anche la Disputa di Pietro con Apione, giudicata prolissa,  concordando con Eusebio che ne parla nel III libro di  Storia Ecclesiastica – ) – specie la seconda- riprendono la notizia della venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio (dipendente da At 12,27) dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa, Pietro andò in un altro luogo/ eis héteron tópon. 

Gli studiosi hanno variamente interpretato altro luogo: chi  parla di Roma, chi di Antiochia, chi indica la costa mediterranea della Palestina, pensando a Cesarea  Marittima, chi  una zona limitrofa  a Gerusalemme orientale.

In effetti poiché si parla di heteron si vuole indicare un solo altro luogo, non tanti.

Insomma lo stesso scrittore, Luca, non  sa dove e quindi lascia in modo indeterminato e dice così, volendo intendere un altro secondo luogo conosciuto dagli apostoli (Pella secondo Robert EISENMAN- Giacomo il Fratello di Gesù, Piemme 2007- ).

Non convince quanto ci viene dalla testimonianza di Ambrosiaster (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3): “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani invece non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo“.

Col nome di Ambrosiaster  è tramandato un autore di un commentario su Paolo, la cui identificazione – dopo che Erasmo stesso bocciò la tradizione  millenaria  che  assimilava  l’autore ad Ambrogio –  è da ritenersi quella di G. MORIN (Study of Ambrosiaster,  Cambridge Univ., Press. 1905 ) che sembra riferirsi ad un Decimo Ilario, proconsole di Africa del 377 d.C.

Nonostante i vangeli  affermino il primato di Pietro, (quando in altre sedi – Atti degli apostoli- si parla del primato di Giacomo) sebbene si dica che Pietro fu a Roma e che morì in epoca neroniana crocifisso all’ingiù, (tutto da dimostrare con le stesse lettere Pseudo clementine) ma non c’è notizia certa  né esiste un documento storico che sancisca la  costituzione apostolica della Chiesa di Roma.

Papa Benedetto XVI riprendendo  il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica  dice ….è Cristo che per mezzo dello Spirito Santo concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica ed aggiunge che la Chiesa ha come proprietà essenziale anche quella di essere “Romana“.

La sua onestà  gli impedisce di togliere “anche”  ma il suo ruolo di pontefice romano non autorizza  di chiarire il problema  poiché afferma che nella Romanità si riassume il volto visibile del Corpo mistico di Cristo.

Forse il papa  dicendo  il termine “Romana” sottende quel grande periodo romano-ellenistico in cui la Chiesa cattolica ha costituito la sua romana funzione, in una connessione, dapprima onorifica con quella costantinopolitana in epoca teodosiana.  Forse a Benedetto XVI  non sfugge  dopo la scissione con la chiesa ortodossa del 1054, la  specifica funzione vicaria di Cristo sulla terra  e la sua romanizzazione  definitiva  nel tempo e nello spazio, in un luogo e in una memoria storica, secondo il dictatus papae di Gregorio VII.

Il papa tedesco ben conosce  il rilievo di Ildebrando Aldobrandeschi  nel momento delle lotte contro Enrico IV imperatore dei romani e precedentemente contro il patriziato romano  e il popolo,   e la sua  recisa affermazione della chiesa romana ed apostolica  e la  nuova figura  papa, ormai distaccata da quella costantinopolitana, dopo la morte di Leone IX, con la nuova strutturazione romana del collegio cardinalizio.

Nel periodo in cui Ildebrando è abate di S Paolo fuori delle Mura e al momento della sua funzione  di segretario alla curia di  Niccolò II e poi di Alessandro II fino alla elezione papale nel 1073 si ritiene,  in un  momento di offuscamento della romanitas  apostolica, rispetto ai laici e ai sovrani,  che venga ricostituita in Occidente e a Roma  una  struttura divina apostolica e romana del Pontefice, su basi storiche  equivoche e false.

Si costituisce proprio allora un primato petrino con un grande lavoro in senso allegorico sulle due chiavi, sul sole  papale  sulla luna imperiale (cfr. Teoria dei due soli secondo le tesi decretaliste e scolastiche  – il diritto del papato ad eleggere l’imperatore è  indebito e  un imperatore, come ogni sovranità laica,  non ha bisogno di  essere riconosciuto, dopo l’unzione papale – )….