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Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).

25 aprile: festa dei Drusi

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Il 25 aprile è festa della liberazione dal nazifascismo per noi italiani, che crediamo nei valori democratici e che da quella data siamo nati (pensiamo!) ad una coscienza nazionale unitaria ed abbiamo avuto una costituzione nuova, dopo aver rifiutato la monarchia.
Anche un popolo, sconosciuto a molti e mai riconosciuto nel suo valore etnico e nella sua singolare storia e cultura, dà grande rilievo al 25 Aprile: è il popolo dei Drusi
Il popolo Druso  avendo una particolare venerazione per Ietro suocero di Mosé (cfr  Commento a Vita di Mosè di Filone ) chiamato Nebi Shueib, lo festeggia  in questo giorno e mese -dopo che la sua tomba  fu eretta nel 1930 sotto i Corni di Hattin – riunendo i vari membri.
Per la festa i drusi  vengono dai 18 villaggi di Galilea,  dal Libano meridionale, dalle pendici del monte  Herman  e dal Geben siriaco meridionale,  dai distretti di Shuf e Matan: molte migliaia come rappresentanza di un movimento di oltre 200ooo persone, si riuniscono, specie il 25 aprile.
Chi sono I drusi?  Sono i seguaci del califfo fatimita  al-Hakim (996-1021) ritenuto da Al Darqazi nel 1017  incarnazione della intelligenza cosmica.
Al Darqazi ha un suo singolare insegnamento, che vieta ai suoi fedeli di osservare o di obbedire a qualsiasi precetto morale e di seguire piuttosto un proprio iter sulla base dell’esercizio individuale e della pratica quotidiana  in relazione ai vantaggi e ai personali progressi verso la conoscenza di Dio.
La  ricerca di via individuale e non collettiva è tanto desiderata da al Darqazi da costringere lo stesso al-Hakim a non far uso del suo nome e a rinnegarlo e quindi a non considerare positivo lo stesso suo pensiero: suo intento è che ognuno cerchi se stesso come un Sufi.(cfr L.V. ARENA, Il Sufismo,PBO,1996)
Solo nel 1019 con Hanza ben Alì inizia il vero culto di Al-Akim, che da quel momento ha una sua forma e un suo reale culto.
In sintesi questo è il suo pensiero, di origne ismaelitica: esiste l’Uno e tutto procede dall’Uno e si torna all’Uno tramite la conoscenza e la coscienza che l’Uno Incarnato cosmico è Al -Hakim.
La vera via della salvezza è solo questa, esclusiva, per cui non sono utili né il simbolismo né le pratiche né i riti di altre religioni ; I drusi solo infatti sono Muvahhaddun ed, in quanto unitari. conseguono la perfezione!
Scomparsi misteriosamente sia Al Hakim al Cairo che lo stesso Hanza  dopo aver investito di auctoritas al Muktana, questi dà quell’impronta di dogmatismo e di rigorosa ortodossia  col preciso bando di propagarsi e di tendere al proselitismo….
Da qui tutta una serie di lettere (111) che, raccolte formano il corpus unitario del pensiero druso: Le lettere della sapienza. Esse sono dell’epoca di al -Muktana e  alcune sono dello stesso principe, scritte tra il 1021 e il  1042 e formano il sistema canonico druso.
Dalla loro lettura si evince che esistono due tipi di drusi, i saggi e gli ignoranti, gli uni avviati e tesi sempre alla ricerca dell’Uno, gli altri  incapaci e/o non ancora abili ad iniziare il percorso delle segrete dottrine della conoscenza e destinati in un’altra vita, successiva,  a riprendere la via della verità, dopo la nuova incarnazione…
C’è, comunque, necessariamente una distinzione tra i due gruppi: i saggi hanno abiti speciali e un turbante bianco; hanno infiniti privilegi e  hanno posizioni elitarie nella classe sociale  e ogni giovedì,  giorno festivo, evidenziano il loro grado e la loro specifica preparazione ed anche la loro ricerca,  ma hanno il vincolo della continua partecipazione ad ogni manifestazione   e cerimonia cultuale ed hanno il titolo di sceicchi.

Essi devono anche andare in meditazione lontano dagli altri, in deserto e lì trovare alternative alla normalità di vita  o alla regolarità di ricerca già fatta e conseguita perché devono ricercare forme nuove o diverse, dopo che comunque sono state provate e riprovate da loro varie volte.
Gli ignoranti, invece,  hanno una maggiore libertà nel culto e sono molto liberi nel loro sistema di vita, non avendo nessun obbligo se non verso se stessi, la propria famiglia e i propei anziani….
Gli sceicchi, inoltre ,  essendosi formati in scuole speciali, sono punto di riferimento per gli ignoranti  a cui devono mostrare il tragitto mediante l’osservanza  delle regole sul bere, sul mangiare  sul mentire, sul rubare sul vendicarsi, sul perdonare   e specialmente sul pregare…
Infine gli sceicchi in quanto autorità religiosa danno i sacramenti, celebrano i  matrimoni e presiedono ai riti funebri,dando anche l’ estrema unzione ma hanno anche potere politico e di conseguenza  hanno formato un popolo  con una particolare struttura  e grande autonomia , pur avendo dovuto subire lotte e contrasti per conservare la propria identità, specie coi cristiani e coi musulmani.
Come popolo, i drusi  non  sono comunicativi con gli altri e quindi sono diffidenti e  rudi nei modi  a causa delle numerose guerre di difesa  sostenute.

Anche se ,comunque, non hanno contatti e neppure li vogliono;  anche se in effetti rifiutano perfino le profferte di  l’amicizia altrui, avendo una grande dignità  si segnalano e si distinguono per il rispetto che impongono( come i Baschi tra gli spagnoli)  e che si guadagnano facilmente, data la loro riservatezza e il loro sistema  di vita  entro i loro naturali confini  come se fossero un ‘isola nel mondo, una cellula atipica in un Kosmos.

Ambrogio e la celebrazione del Natale

Il Primo Natale nel 386 a Milano

Il primo Natale a Milano nel 386 d.C.

Ambrogio probabilmente scrisse nel 386  Intende, qui regis Israel per celebrare il primo Natale il 25 Dicembre, che di norma era stato festeggiato invece il 6 Gennaio con quasi tutte le chiese Orientali….
Sappiamo, dunque, che  Ambrogio con questa celebrazione si allinea alla chiesa Romana e a quella antiochena, accettando in un certo senso, il pensiero di Papa Damaso  e quello di Giovanni Crisostomo.
Roma e i suoi vescovi celebravano il Natale il 25 dicembre già da oltre un cinquantennio, quando nel 335 papa Marco si allineò al rito antiocheno:  fu definitivamente accettato e santificato, però, da Giulio I che lo concelebrò con Atanasio  esule a Roma dal 339.
Con questo atto il papato romano entrava in conflitto con gli ariani che si rifiutarono di partecipare al sinodo romano  in cui fu, invece, accettato e considerato ortodosso nella fede, Atanasio.
Anche ad Alessandria  già cattolicamente si celebrava il Natale il 25 dicembre, mentre arianamente veniva festeggiato il 6 Gennaio, come quasi in ogni parte dell’Oriente.
Ciò dimostra che le tre sedi maggiori patriarcali avendo lo stesso rito si oppongono anche in questo all’eresia ariana ora imperante  specie in Oriente, a Costantinopoli, con Costanzo II…
A lungo ci furono controversie  tra ariani e cattolici  anche sulla data da fissare per il Natale, per quasi un quarantennio.
Solo quando nel 381 Teodosio stabilì il trionfo dell Cristianesimo sull’arianesimo e sul paganesimo, si  decretò che erano fondamentali e basilari le due Chiese, apostoliche,  quella di Roma e quella di Costantinopoli.
In questo modo fu sancito il principio della supremazia romana e costantinopolitana, rispetto a tutte le altre chiese,  e si provocò la reazione di Alessandria ed anche di Antiochia, sedi declassate, considerate ora rispettivamente terza e quarta, a favore delle sedi di Pietro e di Andrea, a memoria del potere imperiale di Roma antica e della nuova Roma.
Da allora sostanzialmente si riconobbe la supremazia della sede di Roma in Occidente e quella di Costantinopoli in Oriente: anche la chiesa di Milano allora  si inchinò a quella romana ed Ambrogio fece con l’accettazione del Natale come festa della nascita del Signore, nella data del 25 Dicembre,  il suo atto di omaggio nei confronti di Damaso e della Chiesa Romana, pur restio alla celebrazione, coincidente con quella pagana del Sol Invictus …
La celebrazione del Natale e l’inno natalizio sono due segni di questo riconoscimento al primato di Roma.
Ma ciò è poca cosa perchè la politica è milanese in quanto il potere imperiale dei figli di Valentiniano, cioè Graziano e Valentiniano II, ambedue minorenni, essendo sotto la tutela della madre Giustina e di Arbogaste, è condizionato pesantemente dalla figura del vescovo Ambrogio.
Questi, solo dopo aver vinto la sua battaglia contro l’imperatrice, ariana, ha bisogno dell’aiuto di tutti i cattolici e perciò fa concessioni  intelligenti al papato romano, manovrando, da una parte, Valentiniano II e, da un’altra, Teodosio, imperatore dell’Oriente dopo la sconfitta di Adrianopoli  e, pilotandone la politica con il matrimonio con Galla, diventa il leader cristiano cattolico più autorevole occidentale…
Il suo inno, dunque, rientra in una politica moderata, scaltra, del santo milanese, che così si prepara il canto per il sanzionamento e il  riconoscimento della Verginità della Madonna mediante sacra venerazione per l’utero virgineo di Maria   (chiostro del pudore ed aula regale) e mediante timore reverenziale per il mistero del soffio fecondante dello Spirito Santo, generatore del Verbo, che si è fatto carne, per lo sbocciare del frutto nel grembo santo femminile di una creatura Deipara/ Theotocos…
Se il canto di Ambrogio è poetico, non è  come quello di Gregorio di Nazianzo che, invece, fa una trattazione filosofico-teologale del concepimento verginale,  nelle orazioni 30, 39. 40, servendosi di una terminologia filoniana,  in una sistemica interpretazione delle Sacre Scritture, in una lettura  retoricamente ineccepibile secondo formule allegoriche…
Ambrogio e Gregorio esprimono due sistemi diversi per avere la popolare adesione in due diverse situazioni culturali, in particolari condizioni di prestigio individuale…

 

I vangeli

Per una datazione dei Vangeli

Si possono, nel complesso,  considerare  e rilevare sinteticamente,  quattro momenti  storici nella redazione letteraria di Le parole e  dei fatti  del bios di Gesù, ossia nella genesi dei Vangeli,  durante il secondo cinquantennio del I secolo?

Secondo noi da parte di  un aramaico (o di un giudeo ellenista) è possibile  fare un’ operazione letteraria (orale o scritta? ) solo dopo un quindicennio circa, dalla morte di Gesù, in cui oralmente  viene ricordata drammaticamente  la storia dell’eroe e vengono propagandate poeticamente  le sue  parole entro i circuiti ristretti dell’integralismo zelotico.

E ciò si può  realmente comprendere : 1. se si tiene presente il contesto galilaico-peraico  e quello di Iudaea nel periodo dell’impresa messianica, e,  subito dopo, fino alla morte di  Giulio Erode Agrippa I; 2.  se si conosce la nuova politeia successiva fino alla distruzione del Tempio, autonoma, anche se sotto il patronato del governatore di Siria,  voluta dai romani.

Infine si può intendere la diffusione scritta dei vangeli  solo se si ha chiara  coscienza della situazione giudaica sotto i Flavi e sotto i primi antonini, dopo il  declassamento dell’etnia giudaica .Cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli…

Complessivamente, si potrebbe dire, allora,  che la scrittura  dei Vangeli, sinottici, sul piano letterario, greco, è una costruzione artificialis,  successiva  rispetto a due redazioni diverse, in due tempi,  in aramaico, sulle parole oracolari  e sulla vita del martire galilaico.

La redazione greca, letteraria, cioè scritta secondo le formule ellenistiche col sistema retorico greco e col vocabolario della Bibbia dei Settanta,  connesso con il commento di Filone,  è differente, da una parte, per i vangeli sinottici, e, da un’altra,  diversa come linguaggio e temi per il Vangelo di Giovanni: essa sottende un lungo periodo di oralità e un altro di scrittura in altra lingua, secondo la musar aramaica, per  una memorizzazione dei detti del Signore e per una rievocazione mitica, commossa dell’ impresa del Meshiah, morto e risuscitato dai morti…

La redazione greca ha somiglianze lessicali e morfosintattiche  più con Archeologia Giudaica  (Contra Apionem e Vita) che con  Guerra giudaica, più  con il Manuale  di Epitteto  che con  Bioi e Moralia di   Plutarco e con Morte di Peregrino di Luciano, mentre quello giovanneo è da leggere tenendo d’occhio   Moralia (il Volto dell luna- nascita dell anime-) di Plutarco e il pensiero spirituale /pneumatico di Luciano di Samosata …

In effetti, al di là delle analisi tecniche dei testi, per noi è significativo, come fase iniziale di approccio culturale,  l’incipit del Pater hmoon matthaico  proprio di una tradizione giudaico- aramaica  del Malkuth, ( cfr. Una lettura del Padre nostro), in cui si rivendica il rapporto esclusivo tra padre e figlio dell’ebreo, mentre  quello lucano del solo Pater  è tipico della tradizione ellenistica.

Ambedue sottendono, comunque,  due diverse concezioni di basileia: il primo contiene il  concreto attuarsi e reale compimento del Regno/malkuth, in cui il presente è inizio del futuro, in quanto tempo di realizzazione effettiva; il secondo  ha in sé la fissazione del tempo venuto ,su cui si innestano  l’escatologia e l’apocalisse  secondo una oikonomia divina, in quanto Dio compie la sua opera  a tempo opportuno secondo la sua volontà.

Ne deriva che  il malkuth ha shemaim è nella presenza della shekinah divina e nella parousia giacomita,  implicante il ritorno del Meshiah vivente,  mentre  la basileia tou theou, greca, sottende una cristologia in nuce  implicita in Marco e Matteo, di cui, però, ci sono molti segni, espliciti nella redazione scritta del Vangelo di Luca  e di quella successiva di Giovanni …

Si può dire, comunque, che i  quattro momenti  sono  visti a seconda della situazione generale dell’impero romano, in relazione alla propagazione del  vangelo antiocheno, distinto da quello  genericamente ellenistico,  contrapposto a quello aramaico nazireo-gerosolomitano, iniziato col malkuth ha shemaim?

Certo.

Noi abbiamo fatto storia romana congiunta con quelle ebraica  e rilevato due  Regni distinti, quello del Malkuth e quella della basileia ellenistica, con Giacomo, da una parte, e  con tutto il mondo aramaico  giudaico e quello parthico e, da un’altra,  con  Filone, Paolo e gli  evangelisti, congiunti alla Romanitas e alla paideia greca, specie nell’esame della ecclesia antiochena e della sua divulgazione…

Si è considerato in questo periodo, il rilievo di Filone con l’apporto  methorios e politikos,  durante il trentennio 38-68  di Saulos Paulos?  Si è indagato  sul singolo contributo di ognuno dei tre  evangelisti sinottici nell’ambito della propria sfera di influenza nel periodo successivo la distruzione del Tempio, specie  nel ventisettennio flavio (69-96) oltre che nel primo ventennio di quello antonino (97-118)?

Non solo si è cercato di evidenziare il valore fondante di Filone per il cristianesimo antiocheno e per l’amministrazione diocesana cristiana ma anche l’apporto  economico finanziario e politico  facilmente rilevabile dall’opera di Saulos Paulos tarsense e si è  colto l’aspetto socio-culturale, che è basilare nel passaggio tra la monarchia flavia e quella antonina, in una Roma ormai tesa verso una nuova fase  di ellenizzazione,  per una rinnovata politeia imperiale, elettiva ( cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa).

Se il primo coincide con la vita storica di Gesù ed è quello che vede l’origine stessa dei fatti e delle parole, alla presenza dei seguaci, poi chiamati apostoloi/discepoli, inviati a bandire il kerugma della buona notizia del regno venuto, bisogna accertare i fatti storici e rilevare la reale figura di Gesù  storico e le parole veramente dette, dopo aver precisato la sua professione, la presunta regalità, a seguito del riconoscimento essenico della sua unzione di guida del movimento messianico, in un contesto antiromano, proprio dell’ ambiente aramaico, nella Iudaea dell’ultimo Tiberio, quando già operano politicamente in Oriente con imperium proconsulare maius  il prefetto del pretorio Macrone e il principe ereditario Gaio Cesare Germanico Caligola…

E’ uno studio già fatto e precisato storicamente tra il 18 ottobre del 31 e la pasqua del 36 d.C. secondo la vigente datazione cristiana , aumentata per errori cronologici di quattro anni…

Il secondo periodo, se è quello della comunità primitiva, che si risolleva dall’ekplessis della morte del Meshiah e del conseguente lungo pianto funebre,  è segnato dalla propaganda della resurrezione  dai morti e dall’attesa/parousia del ritorno del  Signore,  quando i discepoli, ispirati dallo Spirito santo, calato su di loro nella Pentecoste (del 37 o del 38? ), iniziano a  raccogliere, a  fissare e trasmettere oralmente un pensiero secondo le opere  del Maestro in relazione ad una lezione orale aramaica duratura per decenni, prima  sotto il magistero di Giacomo, fratello di Gesù, in relazione al davar della tradizione (nei ventisei anni di exousia/ potere   sacerdotale, imprecisato), poi secondo i detti oracolari di Matthaios …

Il terzo, connesso col secondo ed aggrovigliato come un rigoglioso cespuglio ereticale, in forma di polloni alla  base del tronco nazireo, è  il periodo  dell’apostolato di Saulos-Paulos civis romano, visionario, mistico, misterico, ellenista tarsense, fariseo, strano philosophos, esponente di una diatriba cinica, col suo mantelletto e  bastone di viandante, guaritore taumaturgico, un goes  più che un sophisths, sempre contestato e continuamente punito e da autorità ebraiche e da quelle romane. E’ una fase trentennale di un ‘apostolato compromesso dall’irregolarità del personaggio  ambiguo, portato a mirabili antitesi, innovatore, sentimentale, contestato sia da giudeo- aramaici che da  giudeo-ellenisti, tanto da subire persecuzioni che tra l’altro- oltre alle ripetute punizioni con 39 vergate e ad una lapidazione-  lo portano a due processi a Roma, dove il suo passaggio risulta  di breve durata e di scarso valore,  nonostante la morte per decapitazione  sotto Tigellino e Nerone…

Il suo nome, infatti, è oscurato già alla fine del I secolo in epoca flavia  e la sua lettera ai Romani sembra essere dell’inizio del II secolo, in epoca traianea  o adrianea…

Il fatto che Paolo  sia capace di rilevare l‘oikonomia divina  e quindi di dare  la possibilità di una lettura in senso profetico di una futura struttura ecclesiale romana lascia perplessi sia per la parte dottrinale che  per quella morale e sorprende per la precisione terminologica…

Inoltre la giustificazione che avviene per mezzo della fede, indistintamente,  per pagani e per  ebrei, perché la salvezza viene da Dio,  in una visione universale di Abramo, padre di tutti i credenti, in una liberazione generale dalla schiavitù del peccato, è una soluzione di un problema successivo, di altra epoca…

Perciò è difficile non dubitare dell’autenticità della lettera  e non mettere in discussione il dato della tradizione  cristiana che Febe,  diaconessa del porto  corinzio di Cencre, abbia portato a Roma la lettera scritta  nell’invernata degli anni 57-58, mentre Paolo dovrebbe stare  in Macedonia…

Lo stesso Paolo  che afferma , da emittente, che neanche avrebbe  dovuto rivolgersi ai Romani, perché  la chiesa non è  da lui fondata  e  nemmeno conosciuta,  non è credibile, perché è un soggetto   che non si serve della reticenza,  come  anche il saluto a persone a lui note- una trentina rispetto ad una popolazione di oltre 1 milione e mezzo di abitanti pagani, compresi i 50.000 ebrei- non ha valore indicativo e probante, ai fini della comunicazione epistolare…

Sorprende, quindi, la giustificazione gratuita  senza le opere secondo la normativa  mosaica,  che fa pensare ad una lotta coi seguaci di Giacomo e ad una probabile successiva introduzione,  nel corpo della lettera, di una fratellanza universale nel nome  di Abramo secondo il pensiero occidentale di Girolamo e di Agostino…

Questo, però, fa trasparire  la presenza di un ‘aggiunta del Signore al materiale iniziale di una probabile lettera di Paolo, recuperato, poi indirizzata ai Romani in epoca di Domiziano,( o ancora più tardi)   mentre cresce la figura di Petros Kefa, alonato,  e la sua missione romana ed occidentale  ricomincia ad avere un qualche valore   con il rilievo dei segni della decapitazione di Paolo sull’Ostiense,  sotto il regno di Adriano, perdurante  fino agli inizi del Regno dei Severi  ed  ha un nuovo significato di evangelizzazione orientale  nelle  grandi città dell’impero, specie ad Alessandria…

Secondo noi, la rivalutazione di Saulos Paulus a Roma,  potrebbe essere  avvenuta più  nell’epoca di Callisto e di Ippolito romano che in  quella di Damaso, dato lo stretto rapporto  della colonia romana con le metropoli orientali, nel II secolo…

Senza tentare  di trovare soluzioni, ma  rilevando solo una differenza di pensiero della tradizione paolina,  secondo la lettura di Origene…riteniamo  possibile qualche aggiustamento tematico e morale  in un momento di crisi  religiosa, capitata nel contesto romano nel passaggio dagli antonini ai severi…

Comunque, in quell’epoca si fa rivivere la attività itinerante di Paolo, imitata, per le province orientali,  e perfino viene ripreso ed esaltato  il tentativo negli ultimi anni neroniani di una svolta verso occidente,   il suo amore per il rischio  nei  viaggi, la sua fede incrollabile nel suo mandato personale e nell’investitura divina; vengono rilevati  i tradimenti dei compagni di viaggio,  il rovesciamento culturale col paradosso e con l’elogio della pazzia,   che diventano per i didaskaleia alessandrini e per Origene,  espressione di una ricerca sublime di un mistico esaltato, da connettere con la tradizione giudaica esegetica filoniana.

Nel complesso tutto questo  mondo evangelico con Filone e col ripescato Paolo si precisa alla fine del  regno di Domiziano e agli inizi del principato antonino, mentre  a Roma si forma il mito di Pietro, a cui si comincia  congiungere sotto Antonino il Pio e Marco Aurelio  la figura magico-cinica di Paolo, con un riconoscimento della sua missione apostolica tra i pagani e giudeo-ellenisti, distinta da quella petrina, ancora legata alle sedi orientali, specie Efeso ed Antiochia… Questo quarto momento è connesso con le pullulazioni della setta christiana nel bacino del Mediterraneo e nell’interno anatolico e macedonico  e perfino balcanico, mentre si precisa in epoca gnostica un altro pensiero cristiano, quello giovanneo efesino apocalittico, che circola  insieme con le tante  proliferazioni  di scritti  apocrifi , specie in Egitto, lungo le due maggiori linee nilotiche,  così da costituire una nucleo  disarmonico scritturale, non omogeneo, ma tale da  indicare il corpus di una  tradizione evangelica con  metodo relativo, corrispondente al fine che ciascuna ecclesia  si prefigge secondo canoni propri di ogni scrittore, condizionato dalla cultura locale periferica  …

Si ritiene  che ad una fase iniziale orale,  senza scrittura sia in aramaico che in greco,  segue una fase di scrittura  evangelica  sinottica greca unitaria (cfr. J.J.GRIESBACH in Oralità e scrittura dei Vangeli), a cui succede, dopo qualche tempo, la fase d’insieme, di compimento e di perfezionamento di un tal Giovanni che manda un ulteriore messaggio diverso rispetto a quello unitario degli altri evangelisti (Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta secondo Matteo (Kata Matthaion ecc)…
Giovanni( non certamente Giovanni il discepolo prediletto)  scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland publicato da C.H. Roberts  contenente un brano proprio di Giovanni in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro (Gio. 18,31-38)…

Infatti si può arguire che  quanto scritto ad Efeso sia in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa;in quanto   Studi paleografici  hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C. in circa un ventennio,  in considerazione  del papiro usato, della grafia e del sistema a colonne.. ..
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali (gennaio 1983) ritengono invece che  si sono succeduti tre stadi anche se non ne  sanno precisare i termini storici e tanto meno i reali contenuti, in quanto trascurano il dato storico del  Malkuth...Noi cerchiamo, a differenza loro,  di rilevare i periodi e di mostrare secondo ordine, in modo di  precisare i singoli momenti storici  e rinviamo alle nostre analisi  sia a Giudaismo romano che ad Jehoshua o Iesous?, a Ma, Gesù  chi veramente sei stato ? e a  Per una conoscenza del Primo cristianesimo .
La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente ele sue  parole, se  veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli) devono essere ricollegate nella sede contestuale di origine altimenti il valore cambia  nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, della proclamazione di un malkut e di una venuta del Messia : è un periodo sconosciuto, nonostante i tanti scritti di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di mistero e di divino, dato come certo e credibile non razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile, segreto….

Lo studio per la la datazione reale dei vangeli in nostro possesso, attualmente sulla base storica, su quella letteraria e culturale, potrebbe  produrre come risultanza:   Marco –  distinto dal Protomarco databile tra il 74-94 come il Matteo di cui parla Papia, aramaico, scritti dopo un lungo periodo di vita nell ‘oralità gerosolomitana, con due differenti codici, il primo  circa  la Vita  e l’altro circa le Parole  – e Matteo greco  risultano tra la fine  dell’impero flavio e l’inizio degli antonini, mentre Luca ( o chi altro  ha rivisto e pubblicato l’opera del medico antiocheno ) è da collegarsi con gli ultimi anni di vita di Giulio Erode Agrippa II…

Un discorso a parte merita Giovanni, di cui abbiamo già  detto in altra sede…

Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

ellenizein

ellenizzazione

Ellenizein significa ellenizzare ed ellenizzarsi, diventare greco, comporta la perfetta conoscenza della lingua (come unico mezzo per koinonein, per comunicare nel kosmos della basileia ellenistica) e  l’uso del sistema pratico tradizionale greco. che sottende l’avvenuta integrazione culturale.
Ma cosa pensiamo quando sentiamo dire ellenìzein?
Pochi hanno le idee chiare: forse solo chi conosce ellenismo (il termine ellenismos deriva da  G.Gustavo Droysen che lo coniò sulla base degli Atti degli apostoli che parlano di cristiani  ellenisti, distinti dai cristiani giudaici) comprende ideologicamente il significato di un fenomeno  che diventa pratica di vita dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), dopo l’uso comune di una lingua (dialetktos koiné), in tutto l’ecumene orientale, caduto sotto il potere macedone.
Esso è una cultura  che si esprime chiaramente,  dopo la battaglia di Ipso (302 a.C.)  tra i diadochi (successori di Alessandro ) e poi dopo Kyropedion (282 a.C.) nell’assetto costituzionale di quattro  monarchie fondamentali (Regno di Siria, Regno di Egitto, Regno di Macedonia, Regno di Pergamo), in cui si attua una politica liberale, basata sulla legge garantita dal basileus, sulla  omonoia (concordia). sulla isonomia (parità dei diritti), sulla philanthropia (humanitas, coscienza di essere uomo, solidale con gli altri uomini), su un’etica platonico-stoica, centrata sul logos animatore della phusis e sul logos animatore (psuchè,anima, to egemonikon  guida del soma, corpo umano,) dell’uomo corporeo, microKosmos, parte del tutto, macrokosmos, al fine di un benessere personale, di una eudaimonia sociale ed universale, in una visione armonica di ogni parte, cosciente di essere  razionale e naturale.
Il vivere secondo ragione  e natura è  proprio  di ogni saggio, che tende a conformarsi armoniosamente con il tutto.
Se si comprende questo modo di pensare, forse si riesce a capire il modo di vivere da greco, sia in Occidente che in Oriente, dove il sistema ellenico è  veicolato dalla nuova cultura, formatasi  dall’incontro di  più popoli   e da una comunicazione nuova   per tutti coloro che aspirano ad uniformarsi secondo la nuova via progressistica, che è anche via di collaborazione e di pacificazione tra le varie etnie, mediante le attività commerciali e finanziarie (emporeuesthai, askein trapezan- mensam exercere), favorite dalla diffusione della dracma.
Quelli che hanno questa coscienza, di norma, sono aristocratici  e cittadini (protoi kai politai) non popolari e contadini, che, pur vivendo in diverse patrie, hanno la comune coscienza di essere cosmopoliti: perciò ci sono romani, cartaginesi, galli, egizi, cilici, panfili, bitini e perfino sacerdoti giudaici che sono ellenisti cioè greci di cultura, senza esserlo di nascita, che sono razionali e miti, qualità che li distinguono dai barbari, che costituiscono l’altro mondo, connotato da irrazionalismo e da ira e violenza.
Cosa vuol dire, dunque, ellenizein concretamente per un giudeo, che ha mentalità greca, che si fa greco?
Significa avere una doppia patria, una doppia nazionalità, una greca ed una universale,  frutto di una paideia  katholikotera  (educazione più universale), in relazione alla  paideia  specifica della propria stirpe.
Ellenizein, in quanto comporta un’acquisizione culturale nuova,  diventa, quindi, un nuovo modo di vivere con una nuova educazione, oltre a quella patria (secondo la formazione, ricevuta in sinagoga fino ai tredici anni, in relazione alla torah– al nomos, alla legge-), che viene impartita  ai giovani nel ginnasio, nell’ efebia, a cura di un ginnasiarca, per essere neoi ed essere censiti tra i politai (cittadini) della patria in cui si vive: senza questo corso  non si era greci e quindi non si poteva partecipare alla vita della città, in cui l’ebreo  era nato e viveva.
Mi sono sempre chiesto come un giudeo possa entrare nell’ efebia ed integrarsi nello statuto del cittadino,  cosa che avveniva durante la festa delle Apaturie, secondo il sistema attico-ionico.

Questa  festa culminava,  al terzo giorno, detto Koureotis,  con una cerimonia d’iscrizione dei giovani, censiti per la guerra, in cui si faceva un sacrificio ad Artemide, detto Koureion, durante  il quale c’era l’offerta dei capelli di ogni neos.
Forse c’era una qualche dispensa per il giudeo circonciso che, in alternativa, faceva un sacrificio al suo Dio o pagava denaro per la festa pagana: non ci sono però decreti in tal senso ma solo prostagmata invitanti i governatori e città dell’imperium romano a fare concessioni generiche gli ebrei  e a volte anche a proteggerli dai pagani (Cfr. Flavio, Ant.Giud. XIV, 185-323).
Ellenizein significa, però, un cercare di mediare tra le due culture, un mettere insieme il theos (Zeus) con Shaddai (Altissimo) , un trovare una sincresi unificante il culto greco con quello ebraico, cucire insieme filosofia pagana e teologia giudaica.
Questa sintesi non era concepibile  per ogni amante della legge e risultava   inconciliabile con la tradizione  per gli hasidim (i puri) in quanto la  conciliazione  tendeva ad un‘ eudaimonia umana sulla terra,  costruita dall’ingegno personale e la separazione netta e recisa  consisteva  nel subire passivamente il volere di Dio, che ha ab aeterno un piano sul fedele, sconosciuto ed inconoscibile per l’individuo.
Quindi se si voleva rimanere nella retta via del giudaismo non bisognava cercare nemmeno i compromessi e le scorciatoie legalistiche…
Essere methorios filoniano invece è il risultato di una doppia cultura sincretisticamente vissuta,  che certamente era un grande problema per ogni individuo e comportava un cedimento alle prescrizioni e un distacco  dalla cultura tradizionale  (che mal sopportava una ibrida  integrazione con altre culture perché rigidamente ancorata alla legge mosaica) e procurava lacerazioni profonde nello spirito di un giudeo della diaspora, necessariamente obbligato a misurarsi con i pagani, con i quali conviveva  in ogni città del Mediterraneo e dai quali era odiato per la ricchezza.
Ellenizzarsi era il prezzo pagato per vivere in mezzo agli altri senza conformarsi, restando sempre ebreo, per mantenere la ricchezza  tutelata proprio dai diritti, derivati dall’essere definito greco e dall’essere iscritti tra i cittadini  dell’impero romano, dopo la dokimasia (il giudizio dei delegati della comunità cittadina).
Bisognava pagare per essere accettati nella loro diversità, bisognava corrompere per essere alla pari degli altri  greci.
Ellenizein era però, soprattutto, un’interruzione di comunicazione tra fratelli che si sentivano divisi in quanto uno, quello palestinese, era e rimaneva di cultura aramaica ed agricola un ham ha aretz, (popolo della terra), zelante della fede, legato alla legge, mentre l’altro viveva nel benessere, in quanto emporos/commerciante  ed ellenistico, ma aveva un morale equivoca, una fede filosofica: la preghiera dello Shemà era differente per le referenze sottese nei due diversi codici linguistici.
Ellenizein per un Giudeo era un vivere pericolosamente,  un rischiare ogni giorno, avere una spada di Damocle sulla testa perennemente: in Palestina, per il pericolo dei fratelli integralisti; in ogni città del Mediterraneo, per il timore delle classi superiori greche, commercialmente antagoniste,  e dell’irrazionalismo delle masse cittadine: bastava un niente (una parola, una falsa notizia, una pestilenza, una carestia, un terremoto, una guerra, un qualsiasi accidenti) a scatenare la folla di nemici, che distruggevano il lavoro di generazioni.
Perfino in Parthia era pericoloso essere ellenizzati perché a Ctesifonte e nelle altre città predominava la cultura mesopotamico-medico-persiana e, siccome spesso giudaismo era sinonimo di benessere e di commercio, capitavano tumulti popolari che massacravano l’etnia straniera: comunque, gli scontri di culture erano molto più ricorrenti nell’impero romano in cui, di solito, c’era l’eccidio (o espulsione) della pars vinta.
Per un giudeo, dunque, ellenizein nel primo secolo d-C. significava avere un tenore di vita da greco, seppure mediato e sincretistico, un servire due padroni,  un essersi integrato nel sistema greco-romano, pur rimanendo barbarico nell’animo: vivere da greci contraddiceva il pensare da israelita; la cultura della vita e dell’individuo non poteva sposarsi con la cultura della morte e del collettivismo; la libertà dell’uomo non poteva fondersi con la totale dipendenza da Dio;  l’autonomia della filosofia, come episteme, contraddiceva necessariamente la teologia.
Quanto era faticoso, difficile, equivoco percorrere la via del giudeo ellenista!