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I vangeli

Per una datazione dei Vangeli

Si possono, nel complesso,  considerare  e rilevare sinteticamente,  quattro momenti  storici nella redazione letteraria di Le parole e  dei fatti  del bios di Gesù, ossia nella genesi dei Vangeli,  durante il secondo cinquantennio del I secolo?

Secondo noi da parte di  un aramaico (o di un giudeo ellenista) è possibile  fare un’ operazione letteraria (orale o scritta? ) solo dopo un quindicennio circa, dalla morte di Gesù, in cui oralmente  viene ricordata drammaticamente  la storia dell’eroe e vengono propagandate poeticamente  le sue  parole entro i circuiti ristretti dell’integralismo zelotico.

E ciò si può  realmente comprendere : 1. se si tiene presente il contesto galilaico-peraico  e quello di Iudaea nel periodo dell’impresa messianica, e,  subito dopo, fino alla morte di  Giulio Erode Agrippa I; 2.  se si conosce la nuova politeia successiva fino alla distruzione del Tempio, autonoma, anche se sotto il patronato del governatore di Siria,  voluta dai romani.

Infine si può intendere la diffusione scritta dei vangeli  solo se si ha chiara  coscienza della situazione giudaica sotto i Flavi e sotto i primi antonini, dopo il  declassamento dell’etnia giudaica .Cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli…

Complessivamente, si potrebbe dire, allora,  che la scrittura  dei Vangeli, sinottici, sul piano letterario, greco, è una costruzione artificialis,  successiva  rispetto a due redazioni diverse, in due tempi,  in aramaico, sulle parole oracolari  e sulla vita del martire galilaico.

La redazione greca, letteraria, cioè scritta secondo le formule ellenistiche col sistema retorico greco e col vocabolario della Bibbia dei Settanta,  connesso con il commento di Filone,  è differente, da una parte, per i vangeli sinottici, e, da un’altra,  diversa come linguaggio e temi per il Vangelo di Giovanni: essa sottende un lungo periodo di oralità e un altro di scrittura in altra lingua, secondo la musar aramaica, per  una memorizzazione dei detti del Signore e per una rievocazione mitica, commossa dell’ impresa del Meshiah, morto e risuscitato dai morti…

La redazione greca ha somiglianze lessicali e morfosintattiche  più con Archeologia Giudaica  (Contra Apionem e Vita) che con  Guerra giudaica, più  con il Manuale  di Epitteto  che con  Bioi e Moralia di   Plutarco e con Morte di Peregrino di Luciano, mentre quello giovanneo è da leggere tenendo d’occhio   Moralia (il Volto dell luna- nascita dell anime-) di Plutarco e il pensiero spirituale /pneumatico di Luciano di Samosata …

In effetti, al di là delle analisi tecniche dei testi, per noi è significativo, come fase iniziale di approccio culturale,  l’incipit del Pater hmoon matthaico  proprio di una tradizione giudaico- aramaica  del Malkuth, ( cfr. Una lettura del Padre nostro), in cui si rivendica il rapporto esclusivo tra padre e figlio dell’ebreo, mentre  quello lucano del solo Pater  è tipico della tradizione ellenistica.

Ambedue sottendono, comunque,  due diverse concezioni di basileia: il primo contiene il  concreto attuarsi e reale compimento del Regno/malkuth, in cui il presente è inizio del futuro, in quanto tempo di realizzazione effettiva; il secondo  ha in sé la fissazione del tempo venuto ,su cui si innestano  l’escatologia e l’apocalisse  secondo una oikonomia divina, in quanto Dio compie la sua opera  a tempo opportuno secondo la sua volontà.

Ne deriva che  il malkuth ha shemaim è nella presenza della shekinah divina e nella parousia giacomita,  implicante il ritorno del Meshiah vivente,  mentre  la basileia tou theou, greca, sottende una cristologia in nuce  implicita in Marco e Matteo, di cui, però, ci sono molti segni, espliciti nella redazione scritta del Vangelo di Luca  e di quella successiva di Giovanni …

Si può dire, comunque, che i  quattro momenti  sono  visti a seconda della situazione generale dell’impero romano, in relazione alla propagazione del  vangelo antiocheno, distinto da quello  genericamente ellenistico,  contrapposto a quello aramaico nazireo-gerosolomitano, iniziato col malkuth ha shemaim?

Certo.

Noi abbiamo fatto storia romana congiunta con quelle ebraica  e rilevato due  Regni distinti, quello del Malkuth e quella della basileia ellenistica, con Giacomo, da una parte, e  con tutto il mondo aramaico  giudaico e quello parthico e, da un’altra,  con  Filone, Paolo e gli  evangelisti, congiunti alla Romanitas e alla paideia greca, specie nell’esame della ecclesia antiochena e della sua divulgazione…

Si è considerato in questo periodo, il rilievo di Filone con l’apporto  methorios e politikos,  durante il trentennio 38-68  di Saulos Paulos?  Si è indagato  sul singolo contributo di ognuno dei tre  evangelisti sinottici nell’ambito della propria sfera di influenza nel periodo successivo la distruzione del Tempio, specie  nel ventisettennio flavio (69-96) oltre che nel primo ventennio di quello antonino (97-118)?

Non solo si è cercato di evidenziare il valore fondante di Filone per il cristianesimo antiocheno e per l’amministrazione diocesana cristiana ma anche l’apporto  economico finanziario e politico  facilmente rilevabile dall’opera di Saulos Paulos tarsense e si è  colto l’aspetto socio-culturale, che è basilare nel passaggio tra la monarchia flavia e quella antonina, in una Roma ormai tesa verso una nuova fase  di ellenizzazione,  per una rinnovata politeia imperiale, elettiva ( cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa).

Se il primo coincide con la vita storica di Gesù ed è quello che vede l’origine stessa dei fatti e delle parole, alla presenza dei seguaci, poi chiamati apostoloi/discepoli, inviati a bandire il kerugma della buona notizia del regno venuto, bisogna accertare i fatti storici e rilevare la reale figura di Gesù  storico e le parole veramente dette, dopo aver precisato la sua professione, la presunta regalità, a seguito del riconoscimento essenico della sua unzione di guida del movimento messianico, in un contesto antiromano, proprio dell’ ambiente aramaico, nella Iudaea dell’ultimo Tiberio, quando già operano politicamente in Oriente con imperium proconsulare maius  il prefetto del pretorio Macrone e il principe ereditario Gaio Cesare Germanico Caligola…

E’ uno studio già fatto e precisato storicamente tra il 18 ottobre del 31 e la pasqua del 36 d.C. secondo la vigente datazione cristiana , aumentata per errori cronologici di quattro anni…

Il secondo periodo, se è quello della comunità primitiva, che si risolleva dall’ekplessis della morte del Meshiah e del conseguente lungo pianto funebre,  è segnato dalla propaganda della resurrezione  dai morti e dall’attesa/parousia del ritorno del  Signore,  quando i discepoli, ispirati dallo Spirito santo, calato su di loro nella Pentecoste (del 37 o del 38? ), iniziano a  raccogliere, a  fissare e trasmettere oralmente un pensiero secondo le opere  del Maestro in relazione ad una lezione orale aramaica duratura per decenni, prima  sotto il magistero di Giacomo, fratello di Gesù, in relazione al davar della tradizione (nei ventisei anni di exousia/ potere   sacerdotale, imprecisato), poi secondo i detti oracolari di Matthaios …

Il terzo, connesso col secondo ed aggrovigliato come un rigoglioso cespuglio ereticale, in forma di polloni alla  base del tronco nazireo, è  il periodo  dell’apostolato di Saulos-Paulos civis romano, visionario, mistico, misterico, ellenista tarsense, fariseo, strano philosophos, esponente di una diatriba cinica, col suo mantelletto e  bastone di viandante, guaritore taumaturgico, un goes  più che un sophisths, sempre contestato e continuamente punito e da autorità ebraiche e da quelle romane. E’ una fase trentennale di un ‘apostolato compromesso dall’irregolarità del personaggio  ambiguo, portato a mirabili antitesi, innovatore, sentimentale, contestato sia da giudeo- aramaici che da  giudeo-ellenisti, tanto da subire persecuzioni che tra l’altro- oltre alle ripetute punizioni con 39 vergate e ad una lapidazione-  lo portano a due processi a Roma, dove il suo passaggio risulta  di breve durata e di scarso valore,  nonostante la morte per decapitazione  sotto Tigellino e Nerone…

Il suo nome, infatti, è oscurato già alla fine del I secolo in epoca flavia  e la sua lettera ai Romani sembra essere dell’inizio del II secolo, in epoca traianea  o adrianea…

Il fatto che Paolo  sia capace di rilevare l‘oikonomia divina  e quindi di dare  la possibilità di una lettura in senso profetico di una futura struttura ecclesiale romana lascia perplessi sia per la parte dottrinale che  per quella morale e sorprende per la precisione terminologica…

Inoltre la giustificazione che avviene per mezzo della fede, indistintamente,  per pagani e per  ebrei, perché la salvezza viene da Dio,  in una visione universale di Abramo, padre di tutti i credenti, in una liberazione generale dalla schiavitù del peccato, è una soluzione di un problema successivo, di altra epoca…

Perciò è difficile non dubitare dell’autenticità della lettera  e non mettere in discussione il dato della tradizione  cristiana che Febe,  diaconessa del porto  corinzio di Cencre, abbia portato a Roma la lettera scritta  nell’invernata degli anni 57-58, mentre Paolo dovrebbe stare  in Macedonia…

Lo stesso Paolo  che afferma , da emittente, che neanche avrebbe  dovuto rivolgersi ai Romani, perché  la chiesa non è  da lui fondata  e  nemmeno conosciuta,  non è credibile, perché è un soggetto   che non si serve della reticenza,  come  anche il saluto a persone a lui note- una trentina rispetto ad una popolazione di oltre 1 milione e mezzo di abitanti pagani, compresi i 50.000 ebrei- non ha valore indicativo e probante, ai fini della comunicazione epistolare…

Sorprende, quindi, la giustificazione gratuita  senza le opere secondo la normativa  mosaica,  che fa pensare ad una lotta coi seguaci di Giacomo e ad una probabile successiva introduzione,  nel corpo della lettera, di una fratellanza universale nel nome  di Abramo secondo il pensiero occidentale di Girolamo e di Agostino…

Questo, però, fa trasparire  la presenza di un ‘aggiunta del Signore al materiale iniziale di una probabile lettera di Paolo, recuperato, poi indirizzata ai Romani in epoca di Domiziano,( o ancora più tardi)   mentre cresce la figura di Petros Kefa, alonato,  e la sua missione romana ed occidentale  ricomincia ad avere un qualche valore   con il rilievo dei segni della decapitazione di Paolo sull’Ostiense,  sotto il regno di Adriano, perdurante  fino agli inizi del Regno dei Severi  ed  ha un nuovo significato di evangelizzazione orientale  nelle  grandi città dell’impero, specie ad Alessandria…

Secondo noi, la rivalutazione di Saulos Paulus a Roma,  potrebbe essere  avvenuta più  nell’epoca di Callisto e di Ippolito romano che in  quella di Damaso, dato lo stretto rapporto  della colonia romana con le metropoli orientali, nel II secolo…

Senza tentare  di trovare soluzioni, ma  rilevando solo una differenza di pensiero della tradizione paolina,  secondo la lettura di Origene…riteniamo  possibile qualche aggiustamento tematico e morale  in un momento di crisi  religiosa, capitata nel contesto romano nel passaggio dagli antonini ai severi…

Comunque, in quell’epoca si fa rivivere la attività itinerante di Paolo, imitata, per le province orientali,  e perfino viene ripreso ed esaltato  il tentativo negli ultimi anni neroniani di una svolta verso occidente,   il suo amore per il rischio  nei  viaggi, la sua fede incrollabile nel suo mandato personale e nell’investitura divina; vengono rilevati  i tradimenti dei compagni di viaggio,  il rovesciamento culturale col paradosso e con l’elogio della pazzia,   che diventano per i didaskaleia alessandrini e per Origene,  espressione di una ricerca sublime di un mistico esaltato, da connettere con la tradizione giudaica esegetica filoniana.

Nel complesso tutto questo  mondo evangelico con Filone e col ripescato Paolo si precisa alla fine del  regno di Domiziano e agli inizi del principato antonino, mentre  a Roma si forma il mito di Pietro, a cui si comincia  congiungere sotto Antonino il Pio e Marco Aurelio  la figura magico-cinica di Paolo, con un riconoscimento della sua missione apostolica tra i pagani e giudeo-ellenisti, distinta da quella petrina, ancora legata alle sedi orientali, specie Efeso ed Antiochia… Questo quarto momento è connesso con le pullulazioni della setta christiana nel bacino del Mediterraneo e nell’interno anatolico e macedonico  e perfino balcanico, mentre si precisa in epoca gnostica un altro pensiero cristiano, quello giovanneo efesino apocalittico, che circola  insieme con le tante  proliferazioni  di scritti  apocrifi , specie in Egitto, lungo le due maggiori linee nilotiche,  così da costituire una nucleo  disarmonico scritturale, non omogeneo, ma tale da  indicare il corpus di una  tradizione evangelica con  metodo relativo, corrispondente al fine che ciascuna ecclesia  si prefigge secondo canoni propri di ogni scrittore, condizionato dalla cultura locale periferica  …

Si ritiene  che ad una fase iniziale orale,  senza scrittura sia in aramaico che in greco,  segue una fase di scrittura  evangelica  sinottica greca unitaria (cfr. J.J.GRIESBACH in Oralità e scrittura dei Vangeli), a cui succede, dopo qualche tempo, la fase d’insieme, di compimento e di perfezionamento di un tal Giovanni che manda un ulteriore messaggio diverso rispetto a quello unitario degli altri evangelisti (Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta secondo Matteo (Kata Matthaion ecc)…
Giovanni( non certamente Giovanni il discepolo prediletto)  scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland publicato da C.H. Roberts  contenente un brano proprio di Giovanni in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro (Gio. 18,31-38)…

Infatti si può arguire che  quanto scritto ad Efeso sia in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa;in quanto   Studi paleografici  hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C. in circa un ventennio,  in considerazione  del papiro usato, della grafia e del sistema a colonne.. ..
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali (gennaio 1983) ritengono invece che  si sono succeduti tre stadi anche se non ne  sanno precisare i termini storici e tanto meno i reali contenuti, in quanto trascurano il dato storico del  Malkuth...Noi cerchiamo, a differenza loro,  di rilevare i periodi e di mostrare secondo ordine, in modo di  precisare i singoli momenti storici  e rinviamo alle nostre analisi  sia a Giudaismo romano che ad Jehoshua o Iesous?, a Ma, Gesù  chi veramente sei stato ? e a  Per una conoscenza del Primo cristianesimo .
La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente ele sue  parole, se  veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli) devono essere ricollegate nella sede contestuale di origine altimenti il valore cambia  nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, della proclamazione di un malkut e di una venuta del Messia : è un periodo sconosciuto, nonostante i tanti scritti di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di mistero e di divino, dato come certo e credibile non razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile, segreto….

Lo studio per la la datazione reale dei vangeli in nostro possesso, attualmente sulla base storica, su quella letteraria e culturale, potrebbe  produrre come risultanza:   Marco –  distinto dal Protomarco databile tra il 74-94 come il Matteo di cui parla Papia, aramaico, scritti dopo un lungo periodo di vita nell ‘oralità gerosolomitana, con due differenti codici, il primo  circa  la Vita  e l’altro circa le Parole  – e Matteo greco  risultano tra la fine  dell’impero flavio e l’inizio degli antonini, mentre Luca ( o chi altro  ha rivisto e pubblicato l’opera del medico antiocheno ) è da collegarsi con gli ultimi anni di vita di Giulio Erode Agrippa II…

Un discorso a parte merita Giovanni, di cui abbiamo già  detto in altra sede…

Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Methorios

il banchiere tra due stati

 

 DA Blaise Pascal  in Pensieri 172 ( Cfr Pensieri a cura di Bruno Segre,Bit,1995) ) Noi non ci teniamo mai fermi al tempo presente.Anticipiamo l’avvenire , come troppo lento a giungere quasi oerafferttare il corso o richiamiamo il passato  per trattenerlo, come troppo precipite: così imprudenti  che ci aggiriamo in tempi che non sono nostri d non pensiamo  affato al solo  che ci  appartiene  e così vani che ci curiamodi quei temi che non sono  più nulla e sfuggiamo il solo che sussiste senza rifkettere....

 

Methorios

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

ellenizein

ellenizzazione

Ellenizein significa ellenizzare ed ellenizzarsi, diventare greco, comporta la perfetta conoscenza della lingua (come unico mezzo per koinonein, per comunicare nel kosmos della basileia ellenistica) e  l’uso del sistema pratico tradizionale greco. che sottende l’avvenuta integrazione culturale.
Ma cosa pensiamo quando sentiamo dire ellenìzein?
Pochi hanno le idee chiare: forse solo chi conosce ellenismo (il termine ellenismos deriva da  G.Gustavo Droysen che lo coniò sulla base degli Atti degli apostoli che parlano di cristiani  ellenisti, distinti dai cristiani giudaici) comprende ideologicamente il significato di un fenomeno  che diventa pratica di vita dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), dopo l’uso comune di una lingua (dialetktos koiné), in tutto l’ecumene orientale, caduto sotto il potere macedone.
Esso è una cultura  che si esprime chiaramente,  dopo la battaglia di Ipso (302 a.C.)  tra i diadochi (successori di Alessandro ) e poi dopo Kyropedion (282 a.C.) nell’assetto costituzionale di quattro  monarchie fondamentali (Regno di Siria, Regno di Egitto, Regno di Macedonia, Regno di Pergamo), in cui si attua una politica liberale, basata sulla legge garantita dal basileus, sulla  omonoia (concordia). sulla isonomia (parità dei diritti), sulla philanthropia (humanitas, coscienza di essere uomo, solidale con gli altri uomini), su un’etica platonico-stoica, centrata sul logos animatore della phusis e sul logos animatore (psuchè,anima, to egemonikon  guida del soma, corpo umano,) dell’uomo corporeo, microKosmos, parte del tutto, macrokosmos, al fine di un benessere personale, di una eudaimonia sociale ed universale, in una visione armonica di ogni parte, cosciente di essere  razionale e naturale.
Il vivere secondo ragione  e natura è  proprio  di ogni saggio, che tende a conformarsi armoniosamente con il tutto.
Se si comprende questo modo di pensare, forse si riesce a capire il modo di vivere da greco, sia in Occidente che in Oriente, dove il sistema ellenico è  veicolato dalla nuova cultura, formatasi  dall’incontro di  più popoli   e da una comunicazione nuova   per tutti coloro che aspirano ad uniformarsi secondo la nuova via progressistica, che è anche via di collaborazione e di pacificazione tra le varie etnie, mediante le attività commerciali e finanziarie (emporeuesthai, askein trapezan- mensam exercere), favorite dalla diffusione della dracma.
Quelli che hanno questa coscienza, di norma, sono aristocratici  e cittadini (protoi kai politai) non popolari e contadini, che, pur vivendo in diverse patrie, hanno la comune coscienza di essere cosmopoliti: perciò ci sono romani, cartaginesi, galli, egizi, cilici, panfili, bitini e perfino sacerdoti giudaici che sono ellenisti cioè greci di cultura, senza esserlo di nascita, che sono razionali e miti, qualità che li distinguono dai barbari, che costituiscono l’altro mondo, connotato da irrazionalismo e da ira e violenza.
Cosa vuol dire, dunque, ellenizein concretamente per un giudeo, che ha mentalità greca, che si fa greco?
Significa avere una doppia patria, una doppia nazionalità, una greca ed una universale,  frutto di una paideia  katholikotera  (educazione più universale), in relazione alla  paideia  specifica della propria stirpe.
Ellenizein, in quanto comporta un’acquisizione culturale nuova,  diventa, quindi, un nuovo modo di vivere con una nuova educazione, oltre a quella patria (secondo la formazione, ricevuta in sinagoga fino ai tredici anni, in relazione alla torah– al nomos, alla legge-), che viene impartita  ai giovani nel ginnasio, nell’ efebia, a cura di un ginnasiarca, per essere neoi ed essere censiti tra i politai (cittadini) della patria in cui si vive: senza questo corso  non si era greci e quindi non si poteva partecipare alla vita della città, in cui l’ebreo  era nato e viveva.
Mi sono sempre chiesto come un giudeo possa entrare nell’ efebia ed integrarsi nello statuto del cittadino,  cosa che avveniva durante la festa delle Apaturie, secondo il sistema attico-ionico.

Questa  festa culminava,  al terzo giorno, detto Koureotis,  con una cerimonia d’iscrizione dei giovani, censiti per la guerra, in cui si faceva un sacrificio ad Artemide, detto Koureion, durante  il quale c’era l’offerta dei capelli di ogni neos.
Forse c’era una qualche dispensa per il giudeo circonciso che, in alternativa, faceva un sacrificio al suo Dio o pagava denaro per la festa pagana: non ci sono però decreti in tal senso ma solo prostagmata invitanti i governatori e città dell’imperium romano a fare concessioni generiche gli ebrei  e a volte anche a proteggerli dai pagani (Cfr. Flavio, Ant.Giud. XIV, 185-323).
Ellenizein significa, però, un cercare di mediare tra le due culture, un mettere insieme il theos (Zeus) con Shaddai (Altissimo) , un trovare una sincresi unificante il culto greco con quello ebraico, cucire insieme filosofia pagana e teologia giudaica.
Questa sintesi non era concepibile  per ogni amante della legge e risultava   inconciliabile con la tradizione  per gli hasidim (i puri) in quanto la  conciliazione  tendeva ad un‘ eudaimonia umana sulla terra,  costruita dall’ingegno personale e la separazione netta e recisa  consisteva  nel subire passivamente il volere di Dio, che ha ab aeterno un piano sul fedele, sconosciuto ed inconoscibile per l’individuo.
Quindi se si voleva rimanere nella retta via del giudaismo non bisognava cercare nemmeno i compromessi e le scorciatoie legalistiche…
Essere methorios filoniano invece è il risultato di una doppia cultura sincretisticamente vissuta,  che certamente era un grande problema per ogni individuo e comportava un cedimento alle prescrizioni e un distacco  dalla cultura tradizionale  (che mal sopportava una ibrida  integrazione con altre culture perché rigidamente ancorata alla legge mosaica) e procurava lacerazioni profonde nello spirito di un giudeo della diaspora, necessariamente obbligato a misurarsi con i pagani, con i quali conviveva  in ogni città del Mediterraneo e dai quali era odiato per la ricchezza.
Ellenizzarsi era il prezzo pagato per vivere in mezzo agli altri senza conformarsi, restando sempre ebreo, per mantenere la ricchezza  tutelata proprio dai diritti, derivati dall’essere definito greco e dall’essere iscritti tra i cittadini  dell’impero romano, dopo la dokimasia (il giudizio dei delegati della comunità cittadina).
Bisognava pagare per essere accettati nella loro diversità, bisognava corrompere per essere alla pari degli altri  greci.
Ellenizein era però, soprattutto, un’interruzione di comunicazione tra fratelli che si sentivano divisi in quanto uno, quello palestinese, era e rimaneva di cultura aramaica ed agricola un ham ha aretz, (popolo della terra), zelante della fede, legato alla legge, mentre l’altro viveva nel benessere, in quanto emporos/commerciante  ed ellenistico, ma aveva un morale equivoca, una fede filosofica: la preghiera dello Shemà era differente per le referenze sottese nei due diversi codici linguistici.
Ellenizein per un Giudeo era un vivere pericolosamente,  un rischiare ogni giorno, avere una spada di Damocle sulla testa perennemente: in Palestina, per il pericolo dei fratelli integralisti; in ogni città del Mediterraneo, per il timore delle classi superiori greche, commercialmente antagoniste,  e dell’irrazionalismo delle masse cittadine: bastava un niente (una parola, una falsa notizia, una pestilenza, una carestia, un terremoto, una guerra, un qualsiasi accidenti) a scatenare la folla di nemici, che distruggevano il lavoro di generazioni.
Perfino in Parthia era pericoloso essere ellenizzati perché a Ctesifonte e nelle altre città predominava la cultura mesopotamico-medico-persiana e, siccome spesso giudaismo era sinonimo di benessere e di commercio, capitavano tumulti popolari che massacravano l’etnia straniera: comunque, gli scontri di culture erano molto più ricorrenti nell’impero romano in cui, di solito, c’era l’eccidio (o espulsione) della pars vinta.
Per un giudeo, dunque, ellenizein nel primo secolo d-C. significava avere un tenore di vita da greco, seppure mediato e sincretistico, un servire due padroni,  un essersi integrato nel sistema greco-romano, pur rimanendo barbarico nell’animo: vivere da greci contraddiceva il pensare da israelita; la cultura della vita e dell’individuo non poteva sposarsi con la cultura della morte e del collettivismo; la libertà dell’uomo non poteva fondersi con la totale dipendenza da Dio;  l’autonomia della filosofia, come episteme, contraddiceva necessariamente la teologia.
Quanto era faticoso, difficile, equivoco percorrere la via del giudeo ellenista!

 

Domus anicia

Gli Anici al tramonto dell’impero d’Occidente

La domus  Anicia è una famiglia prenestina, divenuta importante in epoca repubblicana  con un suo rappresentante Lucio Anicio Gallo che fu eletto console nel 160, dopo che aveva vinto come pretore il re dell’Illiria  Genzio nel 168 a.C.

Era uomo di grande valore ben connesso con la famiglia degli Scipioni e con quella di Emilio Paolo, il vincitore di Pidna, con cui cooperò nelle operazioni militari.

Durante l’impero la famiglia  Anicia non subì particolari attacchi da parte delle dinastie regnanti (Giulio-Claudia e Flavia) , anzi ebbe grande rilievo sotto gli Antonini e  sotto i Severi.

Mantenne inalterato il suo patrimonio,  specie illirico e  macedonico, fino al IV secolo  d.C:.quando il ramo maschile  si estinse.

Il ramo femminile si congiunse, però, con molte famiglie  come i Piccii, i Petronii ,  gli Annii  Auchenii e gli Amnii e si  convertì al cristianesimo, durante le persecuzioni dioclezianee.

La domus, divenuta cristiana,  col cristianesimo prosperò specie in Roma e nella nuova Roma, a Costantinopoli, dove sono due diversi rami famigliari.
Sono Anicii  non solo  Petronio Massimo e Olibrio imperatori, ma  anche il filosofo  Boezio ed un papa come Gregorio Magno.

La famiglia , seppure esistente nel suo ramo femminile  e quindi collegata con altri ceppi genealogici, ha notevole rilievo a Roma in Occidente e ne fa la storia,  ma  ha importanza ancora maggiore in Oriente, a Costantinopoli. dove si segnala anche una grande donna Anicia Giuliana…
Si ritiene  che gli anici furono i primi a  sostenere che  il titolo ebraico di sommo pontefice fosse da fondere con quello superiore  di origine romana  del Pontifex maximus di valore universale nell’imperium.
Si sa che il pontifex maximus è carica pagana e che la sua  occupazione romana ad  opera della famiglia anicia  proprio  nel momento in cui finisce l’impero romano di Occidente   non sia  stata mai studiata da un’angolazione pagano-cristiana…

Mi spiego: il fatto che l’impero romano di Occidente abbia  come imperatori Petronio Massimo e poi Olibrio imposti da Costantinopoli  e da Ricimero,   deve far riflettere sulla sua fine ad opera di Oreste prima e poi di Odoacre…

Preciso che non può essere un caso che il pontefice massimo passi nei primi anni  dopo la fine dell’impero romano occidentale  in mani sempre anicie: Felice II,  Agapito e  Gregorio Magno  sono tutti uomini della famiglia anicia.
Cerchiamo prima di  capire l’equivoco di pontefice massimo tra il 476 e il 500:  è  questo un lavoro da  farsi in modo serio  e, dopo questo, approfondire la funzione effettiva, svolta come pontefice da Gregorio Magno…

Secondo noi  in questo periodo si è assolutizzata nel cristianesimo occidentale  la tradizione ecclesiastica  a spese  dell’annuncio evangelico,

Insomma in Occidente  si è preferito procedere al consolidamento del pontefice massimo romano che alla evangelizzazione come volgarizzazione dei logia/detti del signore …

E’ una scelta anicia quella della conquista del pontifex maximus,inteso  come capo generale di tutti i cristiani, officiante secondo la funzione ebraico-oniade,  quando il titolo scompare per le cerimonie e per il culto pagano , travolto dagli editti teodosiani …

E’ meglio  dire  forse che  l’opera del pontefice romano sia divenuta un unicum con la predicazione cristiana tra i pagani,  cioè che gli anici abbiano fatto propaganda funzionale al loro  compito romano pontificale, in relazione al prestigio del loro nomen
Gregorio Magno, nato  verso il 540 da una famiglia aristocratica., avendo  avuto come  parenti  i papi Felice II e Agapito,  essendo  figlio di Gordiano, fratello di Agapito, fa inizialmente carriera politica  tanto da poter dire  ego quoque tunc urbanam praeturam gerens pariter subscripsi, (anche se in una variante del testo praeturam è sostituita da praefecturam)...

Si può dire, dunque,  che forse  Gregorio è un vir politicus , in quanto  prafectus urbi e,  dopo la prefettura , fattosi monaco, segue l’esempio benedettino, lascia i suoi beni familiari all’ordine sia quelli del territorio di Subiaco che quelli siciliani…

Il futuro papa, dunque, inizia  il suo cursus honorum con  la carica di pretore, avendo un notevole vantaggio sugli altri che partono dalla carica di edile …  ed è già al seguito di Pelagio…

Inviato da Pelagio II (579-590), come apocrisario a Costantinopoli  in case di parenti, è protetto  fino al 584 dall’imperatore Maurizio, con cui ha un’attiva collaborazione.

La sua famiglia a Costantinopoli  aveva avuto molte relazioni con Giustino e Giustiniano specie nel periodo della guerra gotico-bizantina…

La superiore doctrina  cristiano -ellenistico-bizantina  con tutto il lavoro teologale dei Padri  della chiesa orientale, fissato nei Concili,   e della tradizione stessa orientale  e  le precise  risultanze conciliari, dogmatiche,    diventano  per Gregorio, per il papa anicio, una  norma suprema da custodire, da incrementare e da strutturare ulteriormente  su base romana  occidentale,   esemplare  poi per il cattolicesimo romano medievale…

Non per nulla,  dopo di lui,   aumenta l’auctoritas di Roma nella doctrina,  nella moralis  e in ogni forma disciplinare  proprio perché si fonda la base di un potere religioso sul rimasuglio del numen della romanitas stessa  e di  Roma  …

 

il mito di Pietro

La chiesa romana

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecclesia) di cristhianoi di cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.
In epoca neroniana non dovevano essere inferiori a 50.000 ed avevano almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 al momento della venuta a Roma di Filone Alessandrino.
Il fatto dunque che esistono a Roma  giudei e giudei christianoi che convivono insieme fino a Domiziano, seppure ci fossero erides e skhimmata  tra loro, per me è significativo e degno di studio.
Non si vuole negare che qualcuno col nome di Pietro  che corrisponde al termine aramaico di Kefas e  all’ebraico Shimon  sia venuto a Roma, ma si precisa che non  vi sia giunto  dopo che Paolo  scrisse la Lettera ai romani. Si pone quindi il problema dell’autenticità della lettera ai Romani  e del reale tempo di scrittura (II secolo d.C?,  in epoca antonina? )

Non si nega affatto né che Pietro sia stato a Roma (anche se con ogni probabilità vi giunse dopo che Paolo scrisse la sua lettera)  dopo la morte di Claudio, sotto l’ultimo Nerone  in quanto viene nominato sia nella lettera  1  ai Corinzi, sia in quella ai Galati.

Non si può neanche dire, però,  che questo personaggio sia morto martire e neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone…

Per ora posso solo dire  con Ireneo di Lione: “… la chiesa (fu) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” (Adv. haer. 3,3,2).  e poi con Eusebio di Cesarea: “All’inizio del principato di Claudio [= 41-54] la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano -contro Simon Mago-(Hist. eccl. 2,14,6).

Dunque  c’è qualche vaga notizia,  ma non tale da  autorizzarci ad affermare l’esistenza di una ecclesia Christiana  a Roma  fondata da Pietro proveniente dopo il 64 da Antiochia, dove era rimasto per quasi trenta anni…
I due autori citati, al di là della loro auctoritas e della loro storicità,  nonostante l’appoggio di Girolamo, sono da studiare e da rileggere  in relazione ai rispettivi cotesti e contesti…
Quanto dice  Gerolamo: “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo” (De vir. ill. 1,1) è da giudicare attendibile?…

Da dove dobbiamo cominciare per la dimostrazione di un Pietro Shimon Cefa,  primo papa romano?

Da Egesippo?

La fonte di Egesippo è da considerarsi autentica e migliore di quella di Papia?

Perché?

Su quali basi è stata fatta la scelta dei Christianoi?

Quando?  In epoca teodosiana, quando si stabilisce il doppio primato in Occidente per la sede  Romana  e in Oriente per  quella Costantinopolitana?

Ma quella Romana, di derivazione antiochena,  poteva competere col patriarcato  alessandrino di   Atanasio o con quello di Teofilo e di Cirillo?  Solo forse dopo la  conquista araba di Alessandria nel 642 forse Roma ebbe possibilità  di affermazione in Occidente , in un ambito barbarico?….

Chi ha deciso di seguire la via di Egesippo?…

Questi era un esperto di cose giudaiche che, convertitosi, era venuto a Roma  ed era  divenuto un consulente ebraico  per i papi (il titolo e ancora non esiste!) intorno al 150 d. C.

In quel periodo sembra che egli scrisse: Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, a Sotero ed Eleutero.  E in ogni successione  e in ogni città  tutto funziona secondo le ordinanze della legge, i  Profeti e il Signore. ”.

Nell’ elenco stilato da Egesippo si attesta che Pietro fu il primo vescovo di Roma, contrariamente a tutte le fonti precedenti, concordi nel considerare Pietro vescovo di Antiochia e nel seguire  la tradizione di una dipendenza dell’ ecclesia romana dalla metropoli siriaca, da dove venivano le disposizioni peri tanti orientali che ormai abitavano  nella capitale….come si deduce da Eusebio.

Si ritiene che Pietro, infatti,  durante il suo episcopato ad Antiochia, abbia dato  qualche disposizione per la succursale romana ed abbia indicato forme di assistenza e di vigilanza morale sui  giovani conformi a quelle delle metropoli orientali, in ottemperanza alle disposizioni di Giacomo,  capo della ecclesia di Gerusalemme…

L’assetto prescrittivo  giacobita, si potrebbe ricavare dalla lettera di Pietro  e di Clemente a Giacomo  (che sono nel corpus Pseudo- clementino…

Da queste prescrizioni  alla venuta  inventata  dell’apostolo… il passo  è breve se la tradizione  ecclesiale romana poi fa ponti e congiunge dati con quelli della chiese orientali.,. in momenti in cui il potere imperiale  è lontano da Roma  …  ai fini di salvaguardare almeno il valore religioso  e morale dell’ex Capitale, specie in epoca costantiniana  e poi teodosiana,..ed ancora di più nel VII secolo…

Non ci sono reali prove, comunque,  di un Pietro papa romano, se si esclude la  tradizione pseudo-clementina, connessa con le due  tradizionali lettere di Pietro e con testimonianza di patres e  di apocrifi ….

A mio parere solo dopo il 64  d.C si può parlare (forse) di una venuta di un Petros  a Roma, ma non identificabile  con  Khphas futuro papa.

L’iscrizione di petr  eni  è una lettura della professoressa  Margherita Guarducci, epigrafista brava, ma emotiva (muro rosso, sotto la tomba di un Pietro dell’attuale basilica di S Pietro) sembra essere del 160 -180 d.C. :  le lettere sono greche ed indicano un sistema scrittorio dell’epoca antonina…

Se  poi leggiamo Atti degli apostoli non ci viene una precisa risposta: Pietro in  quegli anni  dopo il 34  non può  essere a Roma, se è altrove. Solo le Pseudoclementine  hanno la notizia di un Pietro attivo a Roma…

La  notizia della falsa  venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio, dipendente da At. 12,27, dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa (41-44), Pietro andò “in un altro luogo” (eis héteron tópon), non è chiara

L’identificazione del luogo dove si reca Pietro allo stato attuale delle conoscenze è incerta, molto discussa…
Questo “altro luogo”  viene variamente identificato dai commentatori: oltre a Roma (P.C. Thiede in Bibl. 67 [1986] 532-538), si pensa anche  che l’apostolo  viva ad Antiochia (cfr. Stählin),  o  sia sulla costa mediterranea della Palestina secondo At 9,32 ss  (cfr. Rossé), intento ad  una diffusa attività missionaria (Cullmann), o  che semplicemente risieda in un altro luogo della stessa Gerusalemme ((cfr. Calvino) o al di fuori di essa (cfr.Haenchen; Schneider; Bossuyt-Radermachers) o  in  un qualunque luogo indeterminato (Conzelmann; Fabris; Pesch; Barrett; Fitzmyer)…

Ogni luogo possibile è stato esaminato da grandi scrittori, che hanno dedicato anni di ricerca…

Al di là dei tanti nomi di località proposte, secondo noi,  è probabile  che  neppure Luca, scrittore di Atti  “ne ha notizia“…
Secondo  Ambrosiaster: “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani, invece,  non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo” (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3).

Questa testimonianza contrasta con  altre ed ha particolare valore perché confuta quanto dice Eusebio sull’incontro  di Pietro con Filone cfr  A.FILIPPONI, I terapeuti , De Vita Contemplativa, E book  Narcissus 7 .9.2015… e quindi ancora non si è costituita al Ecclesia romana apostolica…

Inoltre grazie alla notizia di Ambrosiaster, che  appartiene alla stessa chiesa di Roma, si rileva un pensiero proprio della comunità da parte da un ebreo convertito, che rivela quanto conosce…

Certamente è poca cosa per tentare di  destabilizzare il nucleo dottrinale del primato di Pietro e della Chiesa romana, basato sulla venuta dell’apostolo a Roma e sul suo martirio  in epoca neroniana… E’ certo, comunque che to muthoodes il favoloso su Pietro  inizia alla fine del II secolo  forse anche più tardi col racconto /muthos della vita cristiana  romana  e della venuta di Pietro   a Roma…

Una cosa è il racconto favoloso costruito appositamente ( a tavolino)  ed una cosa il racconto di un narrante che inneggia (Mutheomai vale, narrro, favoleggio, aggiungo qualcosa di sentito, senza  vagliarlo).

I papi del periodo flavio ed antonino sono per lo più di origine orientale (Cfr. Esseni, quod omnis probus, Gli esseni ed Ippolito romano )…

Bisogna, perciò, pensare che la ecclesia di Roma sia  solo una succursale, una colonia di orientali, che hanno una loro organizzazione  affine a quella della madre patria, visto che Roma come urbs è il centro del paganesimo dove risiede il pontefice massimo,  che cura il culto di tutto l’impero….

Dal liber  pontificalis  si deduce facilmente  che Pio I  ( e suo fratello Erma) Aniceto,  Sotero e tutti gli altri sono greci o siriaci connessi con le grandi chiese asiatiche… noi abbiamo sempre ritenuto che  Policarpo, Ignazio,  Ireneo  vennero a Roma come  uomini che veneravano l’auctoritas papale mentre invece erano loro i veri prelati che visitavano una succursale…

In effetti tutta la testimonianza si basa sulle due lettere di S. Pietro  e sulle lettere di Pietro a Giacomo   e della   lettera di Clemente  a Giacomo del corpus pseudo -Clementino.

Questo, oltre alle due lettere, comprende anche Impegno  solenne  Omelie e Riconoscimenti, il cui nucleo  detto Scritto di Base  8 G- grundschrift)  è  del III secolo  ed è  diviso in due parti H ed R   ambedue in lingua greca  ,con qualche frammento tradotto in latino da Rufino……

Delle lettere petrine la prima, benché attribuita  da Ireneo, Clemente, Origene e Tertulliano a Pietro   non è  certamente autentica  e nemmeno del primo secolo, anche se viene ritenuta tale da  da Ignazio Erma e Barnaba e da Eusebio che dice che i vescovi la usano liberamente  da sempre come autentica …

La II lettera non è del I secolo  ed ha contenuti del tutto diversi, propri del II secolo e ha uno stile  tipico della seconda sofistica  e non può essere valutata petrina  nonostante la testimonianza di   Ireneo, Cirillo di Gerusalemme e da Atanasio- intento  nel periodo del II esilio a stilare i due canoni, quello ebraico e quello cristiano  cfr I due canoni)…

Del corpus pseudo- clementino bisogna dire che  esso si basa sul signore che  designa  gli addetti  al ministero  e  che conferisce l’incarico  e dà compiti al  vescovo  in senso amministrativo e didascalico.

Sorprende comunque che non ci sia alcun  linguaggio cultuale e sacerdotale, applicato ai ministri , che hanno solo una funzione di sorveglianza  dei giovani  unita ad un’altra di assistenza caritativa…

Esso ancora deve essere studiato in relazione alla datazione oscillante tra il IV e V secolo e quindi lontano dall’epoca di Clemente papa romano. (Cfr L .CIRILLO, Una fonte giudeo-cristiana  nelle Pseudo Clementine . Nota su An Ancient Jevish  Christian  Source on the Hystory  of Christianity , Pseudo Clementines Recognitiones, 1,17-71 F Stanley Jones) .

Comunque, tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo, la testimonianza di Ippolito romano, uno scrittore cristiano di lingua greca,   permette di fare la situazione sociale politica e religiosa della comunità romana cristiana e della sua gerarchia,  ancora dominata dall’ elemento greco-orientale, quando la sede romana ha, nonostante la millantata  tradizione apostolica di Pietro e di Paolo, valore marginale, dato anche il numero poco consistente di fedeli (meno di 100.000) in una Roma severiana, città di oltre 1.500.000  di abitanti,, dove è netta la prevalenza siriaca….

La comunità cristiana  romana, pur piccola, rispetto a  quella delle metropoli cristiane orientali,   è lacerata da skimmata e da erides,  per usare un linguaggio paolino corinzio, ed è  smembrata  non solo  nella sostanza della fede e nella amministrazione comunitaria, ma anche per le fobie escatologiche.

Perfino c’è contestazione nella persona  del papa, una figura  di capo, non ancora ben delineata, come ad esempio ad Alessandria o ad Antiochia, la cui funzione, più amministrativa che morale, ha valore locale e non risulta ancora molto  ambita,(come nel IV secolo, secondo Ammiano Marcellino)  utile, comunque, al personale onore di provinciali e di liberti africani, di orientali, se ci sono più competitori...

In Roma c’è il potere imperiale dei Severi, che ha una sua corte,  prima di Settimio Severo, poi di Caracalla e di Eliogabalo e infine di Alessandro Severo, dominata da donne e da un sincretismo culturale, da una parte retorico-sofistico, e, da un’altra, filosofico misticheggiante, di base orientale.

Nell’ambito cittadino i Severi (193-235) avevano quasi ignorato la chiesa romana, lacerata  da lotte intestine e poi avevano perseguitato i vertici ecclesiali in contrasto tra loro,  non solo per questioni religiose, ma anche per beghe personali…

I cortigiani, dominati dalle personalità delle Auguste, Giulia Domna e   Giulia Mammea e dai loro letterati pagani,  e dalle altre  donne,  severiane (Giulia Mesa e  Giulia Soemiade), pur vivendo, di norma,  a Roma, sono influenzati e condizionati dal pensiero orientale antiocheno- siriaco.

Flavio Filostrato,- che dedica il Libro dei sofisti a Gordiano, futuro imperatore-  Filisco Tessalo,  Oppiano, l’autore della Cinegetica, che hanno interessi teurgici, secondo una visione  sopranazionale, pagana,  attuano una politica nuova culturale e religiosa, sincretistica, opposta al cristianesimo antiocheno e a quello alessandrino, rappresentato da Origene, che è anche ospite di Mammea ad Antiochia per circa un biennio.

In questo contesto pagano Filostrato ha una  tendenza enoteistica, da cui derivano i culti solari, poi dominanti nella capitale e nell’impero,  e ricerca una trascendenza che viene opposta a Christos tramite la figura di  Apollonio di Tiana, un taumaturgo capace di esprimere sinteticamente prassi e teoria, oltre a  forme mistiche platoniche e  neopitagoriche,  connesse con  quelle dei brahmani e gimnofisti.

Ora, dunque, la comunità cristiana di Roma vive un momento difficile dopo la morte di Vittore e  presenta le convulsioni, agitate, di una  lotta per la successione al papato, pur nell’ ambito ristretto comunitario.

Nella chiesa romana  si evidenzia una crisi politica amministrativa, sociale e religiosa  proprio nel momento del proliferare dello gnosticismo…

L’ascesa al  potere di Zefirino (199-217)  e quella di Callisto (217-222) – un amministratore, dioiketes incolto e non preparato teologicamente e filosoficamente, il primo; e un  uomo di  origine servile, arrendevole nei confronti dei lapsi, impreparato nella dottrina sulla Trinità, corrotto e  chiacchierato,  il secondo- esprimono lo stadio di confusione dottrinale e politico, l’immoralità, in cui versa la chiesa romana.

Le notizie delle condizioni della chiesa romana ci vengono da avversari, l’antipapa Ippolito, uno scrittore di varie opere tra cui Origenis Philousophoumena /omnium Haeresium confutatio, –che ci tramanda tra l’altro,  un ricordo degli esseni  con riferimenti a Daniele e ad Abacuc- e Tertulliano, un cristiano montanista…

Ippolito è personaggio, non ben identificato, a detta di Eusebio e di Girolamo : l’aggettivo romano,  riferito al Martire, non è storicamente giustificato, quindi, né da Eusebio né da Girolamo, come poi romana, in relazione a Chiesa.

Sembra  che esso sia derivato dal fatto che nel 1551 fu trovato  la tomba di un martire a Roma di tal Ippolito, la cui statua  rappresenta un augusto uomo  seduto su una sella,  con incise alcune opere che sono attribuite proprio ad Ippolito.

A questo personaggio, non ben conosciuto, è stata attribuita un’opera ritrovata sul Monte Athos a lungo  ritenuta di Origene (Origenis Philosophoumena),  anch’ essa comprovata da Eusebio e  da uno scritto di Fozio, patriarca di Costantinopoli … Si sa che a Roma viene Alcibiade, un elchasaide  che afferma sotto il pontificato di Callisto che anche Mani segue Elchasai  e che sia definito nasara …

Sembra che questi siano i diretti e legittimi discendenti dei giakobiti del malkuth ha shemaim e che vivono in territorio parthico o ai limiti dell’impero romano, in zona araba …. All’epoca si intende per Araba non solo il nord della Mesopotamia ma anche che il centro, quello di El Hifa  e Arban e  il territorio del  golfo di Akaba  e il settentrione -oltre che nel meridione- della penisola arabica…

Dunque, i naziroi non scomparvero del tutto, ma lasciarono tracce prima di inserirsi nel seno dei giudeo -cristiani arabi,come  nestoriani ed   eutichiani, mantenendo una propria identità primitiva ed originaria giacobita e giudaica in ambienti arabi… insomma in una prima fase essi  rimasero nel filone battista  e giudaico-cristiano  e manicheo, staccati dalle comunità di christianoi antiocheni  pur vivendo in zone come la Batanea  nell’ex regno nabateo  in una progressiva penetrazione nel cuore dell’Arabia, secondo le vie interne e quelle litoranee del Mar Rosso, ben conosciute  dagli ebrei e nabatei dall’epoca della invasione arabica di  Elio Gallo nel 25 a.C. …

Dunque Pietro /Khphas potrebbe aver seguito dopo il 64 questa altra direzione e non quella di Roma…

Anche Adolf Von Harnack operando su Macario allude al pensiero ancora esistente di Elchasai e all’aramaico e di direzioni nuove rispetto a quelle tradizionali aramaiche  …

Si sa che essi nelle zone della Transgiordania attuale, quindi,  in regione arabe, praticano ancora nel alla fine del II secolo d C. il battesimo di Gesù,  venerano ancora come nabi Giacomo, sono ostili a Paolo e alle sue lettere  e sono ancora osservanti della legge, secondo l’essenismo più puro ed avversano la grande chiesa pagano-cristiana e la costruzione trinitaria e tutta l’impalcatura culturale  ellenistica  platonica e,poi, neoplatonica…

 

enthousiasmòs II

“il rallentato”

Non ho esaminato di proposito un caso, a me capitato rare volte (mi sembra, cinque), quello del soggetto “rallentato“.
Il caso riguarda ragazzi, nati da genitori anziani o che hanno subito un forte trauma (coma): sono di grande intelligenza  ma non hanno i tempi degli altri alunni, cioè  tempi normali di lettura e di acquisizione e comprensione  testuale, specie dei messaggi  orali.

In caso di formulazione critica sintetica complessa  acquisiscono il dato iniziale tecnico e poi si assentono dalla restante comunicazione, anche se scritta alla lavagna.

Sanno operare solo lentamente  su ogni singolo dato  e perdono il contatto con la lezione e con l’insegnante, specie se  dotato di enthousiasmos, aperto a più problemi, dinamico e vulcanico.

In casi simili l’insegnante deve darsi una calmata ed essere semplice, deve dividere gli enunciati, rallentare e  spezzare la lezione ed attendere …

I soggetti sono, comunque, elementi normali che, pur con questo svantaggio,  hanno capacità ed abilità tecniche  perfino superiori, che giungono, anche se in ritardo, ad una totale acquisizione di qualsiasi insegnamento, in quanto sanno sviluppare autonomamente i dati grazie ad una maggiore indagine analitica: la lentezza  li rende come filologi che, grazie all’arte, da orafi, esaminano e studiano il termine,  lo leggono lentamente  in profondità guardandosi avanti ed indietro  (F. Nietzsche, L’elogio della Filologia , in  Prefazione ad Aurora  1886)…

Dunque, questi soggetti, pur lenti, pur svantaggiati, sono da seguire attentamente, in quanto la loro tipicità è sorprendente …

Chi comunica con enthousiasmos deve fare molta attenzione a questo particolare caso: perciò, ho deciso la trattazione a parte per le peculiarità specifiche.

L’individuazione è semplice: il soggetto attento, meticoloso, appartato,  riflessivo, abilissimo nelle denotazioni  non arriva con gli stessi tempi degli altri compagni alla risultanza conclusiva, giungendo quindi a forme sintetiche e critiche con ritardo.

Avviene ciò perché frammentarizza l’enunciato e si sofferma maggiormente nell’analisi e di conseguenza avendo una elasticità mentale ritardata e lenta, non riesce a fare ponti e a legare i vari termini in modo da semplificare da una parte e da armonizzare significativamente il tutto, da un’altra: insomma preferisce operare perfettamente ed analiticamente su una porzione e poi procedere sull’altra e poi su un’altra ancora, dopo aver fatto tutte le operazioni che ritiene necessarie, senza fretta,  piuttosto che correre superficialmente su ogni elemento e non capire.

Soggetti tali sono classici , moderati , oraziani , tendono alla perfezione  arando il proprio campicello, avendo orizzonti molto circoscritti…

La risultanza è l’incoerenza globale conclusiva in quanto il soggetto è coerente solo a porzioni e, quindi,  arriva a conclusioni personali e si abitua ad un  vivere taciturno, da sfigato,  isolato dalla classe e si crea un suo orizzonte con una sua logica  da protagonista, vivendo contraddittoriamente il periodo scolastico, avendo una autostima alta non relata a quella dei compagni.
Egli sa , comunque, che, così facendo, perde l’insieme e non ha visione unitaria , ma non ha altra possibilità operativa per cui decide di comprendere almeno quello che può, in un isolamento scolastico, convinto di fare il suo dovere, giustificando se stesso, giudicando in cuor suo gli altri, superficiali ed appariscenti…

Capisce, dunque, male e traduce di norma ancora peggio anche se è preciso e funzionale: ha una sua idea di quanto dice o legge o sente ed agisce di conseguenza.
Ha la consapevolezza, perciò, di non arrivare mai con gli altri, ma non ritiene questo un demerito e perciò fa la sua strada senza curarsi dell’interlocutore e dei presenti, avendo una sua arroganza,  purvedendo la migliore abilità di analisi congiunta con la certezza di una coerenza e pertinenza conclusiva.
Egli, quindi, rielabora attentamente i dati, mentre gli altri seguono la lezione del professore, che ha l’urgenza di terminare il proprio pensiero e dimentica chi non segue- di cui conosce e o crede di conoscere  le capacità e qualità-.
L’insegnante rileva inizialmente solo l’ incapacità conclusiva nella sua totalità e  coglie la parziale conoscenza dell’informazione…
Inoltre quando l’insegnante ha già iniziato un altro nucleo, si sente tirare indietro dalle domande del soggetto rallentato, che chiede ,dopo quache tempo, inopportunamente, delucidazioni lessicali o semantiche, o ulteriori spiegazioni tecniche su un problema cheil docente  ha considerato già completato ed archiviato o crede di aver concluso.
Per fortuna il soggetto così dotato non ha timore di chiedere né si pone il problema di incorrere nelle “ingiurie” dei compagni  ma ha di mira solo la propria conoscenza e il suo iter: solo una volta ho trovato uno, intimorito dal vicino di banco, che lo frenava con epiteti…
Di norma, perciò, il soggetto può essere ben seguito anche se attarda  ed importuna i compagni che hanno ritmi normali.
Per me,  data la particolarità della mia lezione, divisa in quattro tempi di sette/otto minuti con un nucleo,  portato a conclusione  parziale con risultanza conclusiva in un quarto d’ora, non era difficile capire poiché il rallentato iniziava le sue esplorazioni con titubanza,  quando già era avviato il discorso sul secondo nucleo e destava le risate dei compagni che, seguendo il nuovo corso, lo invitavano a tacere e a non interrompere, desiderosi di apprendere il nuovo messaggio.
Il doppio passo della classe era evidente e perciò dovevo fermarmi, sorridere e scherzare  sulle domande tardive e fare spiegazioni ulteriori, stoppando la lezione iniziata.
Questo si verificava puntualmente ogni ora, due o tre volte, e, grazie a Dio, il ragazzo non si lasciava intimorire dagli altri ed andava per la propria strada, facendo il suo percorso che completava di norma a fine ora, con un ulteriore micromessaggio.

La comprensione totale, comunque, era per il soggetto molto difficoltosa per il fatto che tendeva a reagire ai compagni con forme autoritarie, data la precisione degli interventi.
Il soggetto a fine anno risultava sempre tra i migliori, anche se ritardava la lezione e diventava elemento di grande importanza per la classe: l’insegnante, infatti, decideva la sua strategia operativa in relazione alle risultanze del “rallentato” che, d’altra parte, dava la possibilità di ulteriori spiegazioni tecniche per i superficiali e per quelli di mediocri capacità intellettive.
La funzione del soggetto rallentato, sviluppata, autorizzava l’insegnante a lavori di passaggio tra la denotazione e la connotazione e permetteva di fare scattare le intuizioni conclusivo-sintetiche e, quindi, quelle critiche…
il soggetto, comunque, essendo per natura  attardato, è conservatore e di conseguenza valuta e giudica gli altri in relazione ai suoi tempi, presuntuosamente, senza avere vere capacità docimologiche: è un problema in famiglia dove ogni suo intervento  è demolitore non costruttivo: sa infatti vedere l’errore ma non è in grado di migliorare la situazione cotestuale e contestuale che gli sfugge, incapace com’è di portare un proprio contributo al superamento.

Genitori mi raccontavano del loro rapporto col figlio e dicevano che  in ogni discussione  era autoritario, inflessibile, testardo, unilaterale e chiedevano consigli sui modi per riportarlo ad una  misuramodus, secondo normali formule di compromesso e di moderazione: non ho mai trovato soluzioni, data la chiusura del soggetto: ho sempre pensato che si trattasse di  un tara  genetica, o, comunque di un difettoso funzionamento delle sinapsi, come per gli autistici.
Eppure,  per anni mi sono informato sulla eziologia del fenomeno a livello clinico, chiedendo spiegazioni tecniche a psichiatri, a medici, a psicologi ed anche a logopedisti, ma non ho mai avuto un’ esauriente risposta  né sul motivo, né sulle cause, né sugli organi e sulla loro sanità  globale…
Ho rilevato, però, che attendendo, con fiducia, le conclusioni, anche se tardive,  il “rallentato” arriva pertinentemente alle risultanze di qualsiasi genere ed anzi devo precisare che le sue risultanze conclusive e i suoi paradigmi sintetico-critici erano alla fine eguali, se non  migliori degli altri che, in un certo senso, (specie quelli della fascia centrale, normodotati), diventavano perfino dipendenti dalla sua formulazione critica.
Inoltre l’enunciazione critica, nominalizzata, formulata all’inizio del cosiddetto tema, come risultanza sintetico-critica di tutto il lavoro, utile ai fini della dimostrazione tecnica e della argomentazione era molto apprezzata dai compagni.

Il rallentato, però,  non dialogando, perde la reale  possibilità di comunicazione  e  non avendo  impostazione  e predisposizione alla dialettica in quanto rigido nel suo schematismo mentale, è pericoloso perché  può, se ha ascendente su un minore,  condizionare con la sua lucidità analitica,  apparendo perfino migliore di quanto in effetti sia e diventare punto di riferimento…

Il soggetto, perciò, non si sforza di comunicare perché sta bene nel suo guscio e credendo di essere  in questo modo importante e perfino necessario, crea un suo alone magico di benessere e tende all’egoismo, trascurando il vicino, tutto preso da una sua ricerca  di piacere…
Resta, però,  il disagio dell’attesa, di quel momento di transizione, se diventa lungo e per il soggetto e per chi comunica: il primo  potrebbe avere problemi psicologici istantanei di insicurezza e di timore; l’insegnante potrebbe innervosirsi e non sopportare quel rallentamento continuo di programma  che potrebbe condurlo ad etichettare il ragazzo (cosa che fanno, d’altra parte, subito i compagni) come ritardato, un epiteto che, anche se del tutto inesatto e completamente sbagliato,  è partorito dalla constatazione del fatto e dai dati apparenti  che, comunque,  sono struttura superficiale di un struttura profonda molto complessa e ricca…
Nella quotidianità della vita il “rallentato” procede allo stesso modo ed è portato a valutare gli altri come superficiali, provvisori ed  inferiori, dal fatto di essere stato a lungo in una condizione di inferiorità e di avere avuto un maggior tempo di ponderazione.

Egli ha grande voglia di rivincita e non è affatto comprensivo: a mio parere deve, invece, tenere presente che lui ha sempre il problema di arrivare in ritardo (che resta irrisolvibile)  e che gli altri, che arrivano per primi, ci  possono arrivare di norma superficialmente ed asistematicamente, ma non deve generalizzare: ci sono anche quelli che concludono bene e meglio di lui  in tempi normali.
Solo uno su cinque mi è parso consapevole di questo e quindi moderato nei giudizi sugli altri, capace di ridere su se stesso e sui propri difetti e su quelli degli altri.
Gli altri erano chiusi a riccio e non erano disposti a misurarsi effettivamente coi compagni ad operazione conclusa, timorosi di  far vedere di nuovo la loro “lentezza” di rivelare la propria inferiorità, dopo aver conseguito una stabilità sulla base di una presunta superiorità.
Compreso questo, a mio parere il ragazzo deve cercare di non valutare gli altri e lasciare ad ognuno il proprio tempo di acquisizione: solo così il “rallentato” può pareggiare la sua situazione con quella degli altri ed avere un ‘autonoma crescita, seguendo un proprio percorso senza competizione, fare la sua strada  in modo parallelo.

Per lui, però, che è un  anaffettivo, che tende all’egoismo,  bramoso solo di emergere, è quasi impossibile amare l’altro, rispettarlo e capirlo: è troppo impegnato nella ricerca di spazi propri per pensare effettivamente all’altro, per essere un  vero compagno di vita, capace di sacrificarsi.
Un pericolo grosso nella pratica, perciò, esiste: il rallentato, se misura col suo ragionamento e con la sua ottica, vede l’altro inferiore e lo censura continuamente in quanto ha maggiore capacità di riflessione, ponderazione, tempo, prima di agire e quindi può rilevare quanto sfugge al normale, che vien logorato, condizionato, ridotto allo stato di sudditanza dalla continua pressione inquisitiva…
Inoltre tali soggetti avendo grande austostima, vivendo una vita di coppia, vivono come il partner, ma non confessano il loro  segreto disagio, pur se non comprendono mai interamente il messaggio dell’altro,  che, invece, procede  nella propria esposizione concettuale e perde l’ interlocutore, che invece lo bolla, lo controlla in una volontà di umiliarlo, considerata la sua più intima insicurezza….

Il rallentato impone, così, la sua dittatura e non permette la comunicazione, per cui l’altro (uomo o donna) lo deve subire e di solito non comprende i motivi di tale ottusità e  grettezza mentale e diventa nervoso ed, a lungo andare, non accettando la situazione di vittima, può esplodere in modo violento o cadere in depressione…
Ne deriva che il rallentato  fa affermazioni inopportune  improvvise, sporadiche  quasi freddure  che gelano l’enthousiasmos comunicativo del compagno o compagna, che può sentirlo, come una palla al piede e si chiude  anche lui ….
Se, però, il rallentato comprende  per caso la  inopportunità,  diventa muto, si astrae dalla comunicazione costruttiva  per cui il partner, specie se comprensivo e disponibile,  ne risulta condizionato tanto da rinunciare alla leadership, lasciando libero il campo per l’espressione dell’altro, restando passivo in una fase attardata.

La presa di coscienza di questa inopportunità ed inadeguatezza del proprio stato comporta inizialmente una caduta della austostima e quindi un abbandono della cooperazione e dell ‘effettiva produzione: bisogna saperlo attendere e farlo riprendere  coi suoi tempi ma nel frattempo si stabilisce un rapporto tra i due attanti  non certamente di complicità e di amicizia, ma di strano  mutismo collegato a forme di acredine in quanto l’uno diventa il limite dell’altro…
C’è, comunque, una soluzione  parziale al problema: che  il rallentato conosca effettivamente il suo stato, si accetti, sorrida della sua reale condizione, scherzi sul suo disagio effettivamente riconosciuto, si astenga dal giudizio dell’altro che è in vantaggio e cerchi  di arrivare fino alla fine del messaggio senza tirare parziali conclusioni in itinere, allora il colloquio può essere  paritario e costruttivo, favorito dal compagno/a, che ha ridotto il suo messaggio, lo ha frammentato e limitato in sezioni secondo i tempi di acquisizione del partner…
In questo modo forse i due,  conoscendosi, possono suddividere i tempi,  comunicare e svolgere una precisa funzione sociale (pur consapevoli di una imperfetta comunicazione, rassegnati ad un rapporto tronco- questo passa il convento-), appaiando il loro codice possono anche  vivere serenamente senza reciproche critiche ed accuse, considerando normale il loro rapporto…

Si complica, però, tutto nel caso in cui il soggetto deve educare il minore  in quanto i suoi schematismi, rigidi, non gli consentono la necessaria flessibilità nei confronti di chi sta imparando:  la sua lezione è sempre cattedratica, frontale, categorica…

Personalmente non affiderei mai un nipote ad un rallentato perché ha tutto per condizionare il minore: ha sufficiente pazienza, sa disciplinare fermamente,   sa avere toni moderati, sa giocare, sa interessare, in quanto è ancora infantile  nei comportamenti…

Se dovessi affidarlo per necessità, poiché so bene che il rallentato  non ha continuità  in quanto si stanca facilmente ed è  pesantemente rigido nell’impostazione e  soprattutto non è in grado di orientare effettivamente perché ha un breve raggio di azione e gli sfugge l’intero percorso educativo, cercherei di subentrare nell’educazione e formazione del  minore creando un sistema ludico alternativo con precisi percorsi  paradigmatici in modo da dare alternative   in relazione alla varietà situazionale …

E questo accade se la vita scorre normalmente, ma cosa succede quando ci sono difficoltà, disagi, malattie, quando è necessaria una vera comunicazione  tra i coniugi?…