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Giulio Erode e la siccità

Giulio Erode, il Filelleno II. Parte

IV.libro Erode il monarca amministratore e costruttore

Premessa alla II parte di Giulio Erode, il Filelleno

Essendo passati  tanti anni dalla stesura della biografia  di Giulio Erode, Filelleno, I parte   – in tre libri  I. Antipatro, padre di Erode, II.  Erode Basileus, III. Alessandra, la suocera di Erode-, scritta  secondo  i normali criteri storico-letterari , l’autore, iniziando la II parte – non  avendo pubblicato la sua opera con una grande casa editrice, né in e.book, ma  avendola posta  solo  nel suo sito www.angelofilipponi.com  decide  di  cambiare stile   e di servirsi della forma del dialogo, in modo da centrare i vari argomenti in esame e migliorare la comunicazione dei contenuti. Perciò l’autore –il professore – dialoga con Marco Cinciripini- un ingegnere  suo ex alunno- che pone domande, intenzionato a comprendere esattamente  il pensiero di uno scrittore, che  fa ricerca  e revisione storica del periodo giulio-claudio desideroso di sintetizzare quanto appreso per comunicarlo ai suoi antichi compagni di scuola nelle loro mensili riunioni. Il dialogo è strumento che permette all’autore di argomentare, secondo metodo, e  di dare  le sue risultanze reali frutto di uno studio cinquantennale delle fonti tradotte  di Giuseppe Flavio  specificamente ( Antichità Giudaiche XIV, XV, XVI, XVII) ma anche di altri storici in relazione alla domande  che gli vengono poste da un interlocutore colto e vivace.

E’venuta fuori un’opera in tre libri suddivisa in  I. Erode il monarca  amministratore e costruttore;  II. Il “Regno” di Antipatro e l’ultimo Erode;  III. Giulio Archelao, figlio di Erode.

 

Non magnanimo, consolatium, sed misero comites habere penantes

Professore, avendo io letto Gerhard Prause (Erode il Grande, Rusconi 1981 ) insieme ai miei amici, vorrei ora approfondire  il complesso periodo di romanizzazione e di ellenizzazione del regno erodiano, dopo il 27 a C.,dal momento dell’assunzione del titolo di Augustus /Sebastos  fino all’incontro di Erode con Marco Vipsanio Agrippa a Lesbo  nel 13 a.C. e al suo ritorno in patria, prima via terra, poi via mare, da Sinope?

E’ un quindicennio molto controverso storicamente, fondamentale, comunque, per la valutazione di re Erode. Marco, è un lavoro lungo e difficile,  utile per arrivare ad una  definitiva valutazione su una basileia controversa!: bisogna  fare una  serie di giudizi, senza la critica cristiana,  circa il comportamento di Erode in vari settori, specie  agricolo-finanziario,  economico e sociale,   e  leggere la sua condotta,  in relazione alla  politica romana e a quella specifica giudaica, specie dopo la morte di Mariamne asmonea, in un clima farisaico-essenico antiromano ed antierodiano, connesso con la musar aramaica.

Il mio lavoro non è certo quello di Prause, che procede secondo una lettura ebraica di Abraham Shalit – Koenig Herodes, der Mann und sein Werk, Berlino 1969- e di  Samuel  Sandmel- Herodes.Bildnis eines Tyrannen, Stoccarda, Berlino,Colonia, Magonza 1968:  ho da tempo fatto una revisione sul giudaismo ellenistico, sul  cristianesimo  e sulla storia romano-ellenistica giulio-claudia, visibile  in tanti libri ed articoli e specie in “Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome Ioulios/iulius? ”  ed ora ti posso evidenziare solo l’atteggiamento di Erode,  civis romanus, rex socius ed amico personale di Ottaviano e di Agrippa, un basileus orientale, che segue la riforma del principato, in un tentativo di ellenizzazione popolare ebraico sul modello alessandrino, conforme a quello del circolo di Mecenate per l’Italia e per l’Occidente.

Io, Marco, vorrei partire da quel  tredicesimo anno di Regno, terribilis annus cioè anno 25 a.C., in cui il re,  ora ristabilito dal male fisico,  cerca di manovrare per avere l’amore popolare, avendo già  sicuro il favore militare, volendo tenere sotto  controllo tutto il territorio, quando ancora una legione romana stanzia  davanti  Gerusalemme, dopo che  è sfuggito da poco ad una congiura, mentre si lega, mediante un personale rapporto, con  Augusto e suo genero Marco Agrippa.

Marcare il quindicennio, tenendo presente il precedente quinquennio,  è lavoro immane, incalcolabile, quasi impossibile, se non si accetta come vera  la frase di Flavio in Guer. Giud. I,399-400: Erode, nominato Surias olhs epitropos, con exousia superiore ad ogni  altro governatore  e re orientale,  dopo Agrippa, era amato da Cesare,  dopo Cesare da Agrippa/upo men Kaisaros ephileito met’Agrippan, up’ Agrippa de metà Kaisara.

Sembra un’esagerazione! Un enunciato  di una propaganda ebraica!

Anche a G. Vitucci  (Guerra giudaica, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore,1974), che segue critici  tedeschi ed americani, sembra frase esagerata!

Eppure, davvero, per oltre un ventennio,  Erode così appare agli orientali, romanizzati ed ellenizzati! E’ l’uomo intermediario tra Ottaviano ed Agrippa nella politica interna, che ha, inoltre, una funzione methoria ( Cfr.  Methorios  www.angelofilipponi.com)  tra l’imperium romano e quello parthico.

Professore, con tutto il rispetto, anche la  sua affermazione sembra esagerata, a meno che non la dimostri e con parole e con fatti! Per capire bisogna aver chiaro anche il significato del passaggio dallo stato repubblicano a quello del principato!?

Marco,  certo.   Senza la coscienza della fine della forma repubblicana e dell’inizio del principato, del passaggio dalla forma repubblicana al  principato, non può esserci nessuna spiegazione  del sistema romano e  neppure di una sua struttura periferica, come quella giudaica, in cui convivono una pars  elitaria ellenizzata ed una pars popolare aramaica. Perciò  non so se sarò capace di una seria valutazione fattuale e concettuale, tuttavia, questo penso circa la familiarità di Erode con Augusto e con  Agrippa  e circa il ruolo svolto dal re tra l’imperator, padrone assoluto di un regno di 3.300.000 km quadrati, e il re dei re parthico,  di un  regno di 2.200.000 km.quadrati.

Marco, il fatto che Ottaviano console per la settima volta insieme a Marco Agrippa, si presenti in senato  per restituire solennemente  i propri poteri eccezionali di tribunicia potestas  e d’ imperium proconsulare maius, sottende che un civis  ha la piena coscienza di essere il soothr della patria, e che attende il riconoscimento concreto dei suoi meriti eccezionali, sovrumani, divini.

Allora,  il  conferimento del titolo di Augustus/ Sebastos determina nel mondo romano un cambio profondo di mentalità con un’implicita adesione al principato! Non esiste più  né il civis né il senatus, supremo organo dello stato, ma esiste  da una parte il suddito (cittadino e senato- tutti gli altri  aristocratici, equites , popolo in genere ) e da un’altra l’imperator che, avendo ogni potere, come  dominus/despoths assicura  universale pax/eirhnh et iustitia/dikaiousunh a tutti occidentali ed orientali! cfr Il re legge vivente e la legge re giusto.

Giuridicamente, Marco, ci sono ormai due figure: quella del subiectus/upotetagmenos   e  quella dell’imperator/autokratoor: così sancirà  di fatto con una propaganda alessandrina perfetta, 66 anni dopo, circa, Gaio Cesare Caligola Germanico ( Cfr. A ., Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale  2008), che riprende l’idea  ebraica  dell’unico pastore e del gregge umano – Filone,Vita di Mosè II – e quella omerica della necessità di un solo signore  e di un solo re (eis koiranos  estin, eis basileus Iliade, II,204)  e di un solo sovrano  e di un solo Dio  Caesar /Zeus in una distinzione netta tra chi ha il compito di comandare dispoticamente per natura   e chi ha dovere naturale di obbedire (Filone, Legatio ad Gaium 76).

Mi sembra di aver capito  che tutti, compresi i senatori che fanno finta di essere pares davanti al princeps, sono clienti ed uno solo è il padrone!.

Si.  hai capito! Marco. Tutti i cives sono sudditi indistintamente  e c’è un solo sovrano, Theos e nomos empsuchos. Gli  avversari politici antoniani stessi, vinti, come anche il re giudaico, si fanno promotori di una investitura divina, avendo  sperimentato la  basileia orientale con Antonio e Cleopatra: non ti sorprenda se Manuzio Planco (Svetonio, Augusto, 7) è quello che per primo lo saluta come Augustus/sebastos! Gli altri patres  respingono la richiesta  di Ottaviano, di ritirarsi a vita  privata, come Cornelio Silla,  e dicono che non vogliono esser abbandonati ora da  chi è loro soother autorizzando così il culto dell’ eroe, figlio del Divo Giulio Cesare, uomo di stirpe Divina – riconoscendolo princeps,  che ora vale non più primus inter pares, ma  dominus/despoths, del senato!. Ottaviano, pur fingendo di   ripristinare il sistema repubblicano, sebbene abbia il  diritto militare del più forte, fa apparentemente  trionfare la legittimità senatoria  e con essa  sembra riportare pax e lex nel mondo romano, dopo le guerre civili, ma è imperator/autokratoor, sovrano assoluto.

E’ questa la pax augusta  tanto celebrata dai circoli letterari, un equivoco, sotto cui si maschera lo scaltro attore Ottaviano che risulta normale civis, che, comunque, determina e condiziona il  legittimo funzionamento delle strutture repubblicane  ormai svuotate di potere! 

Marco, E’ solo una grande propaganda che  viene fatta per tutto il periodo  di regno della famiglia giulio-claudia da un’équipe alessandrina in lingua greca,  poi coadiuvata da elementi italici in lingua latina!. In effetti la pax dura ben poco, perché Augusto fa poi la spedizione cantabrica e i suoi legati sono ancora in armi in Retia in Pannonia  e in Germania, mentre le opposizioni  si susseguono  numerose con congiure a Roma e in Occidente.

In Oriente, il clima di pace è più evidente, considerata l’amministrazione delle province, scattata quasi automaticamente, subito dopo Azio, senza un ulteriore intervento senatorio, con un avvicendamento normale di ripristino  o di conferma come accade ad Erode, anche se antoniano, ma  eletto re anche da Ottaviano nel 40 a.C:,con nomina senatoria.

In questa situazione  di generale pacificazione,  Erode può aumentare di potere  tanto da assumere un’auctoritas come terzo uomo dello Stato romano  in breve tempo,  quando Roma è  continuamente turbata da congiure antitiranniche: essendo un fedele propagatore del pensiero augustoproclama la pace universale  in una volontà di ripristinare giustizia ed ordine, dopo la fine di Cleopatra,  nella sua giurisdizione.

Professore  sembra che lei sottenda quasi un triumvirato che in effetti è una diarchia decennale Augusto/Agrippa  dominante su Occidente  ed Oriente, con l’aggiunta di Erode terzo uomo dell’impero romano orientale, almeno per circa un ventennio?

Non sbagli, Marco.

Ritengo  che dal 27  fino al 12 morte di Agrippa, a marzo,  in Campania,  l’ effettivo comando  sia in mano di Augusto che, però, specie nel periodo della  malattia demandi il potere prima al  designato successore  Claudio Marcello e poi, alla sua morte, a Marco Vipsanio Agrippa, mentre Erode  si stabilizza come basileus  filoromano in Giudea per divenire poi, dopo la designazione a successore dell’amico- che ha l’imperium proconsulare maius orientale, destinato ad avere anche la Tribunicia potestas–  il primo referente dell’Oriente.

So che in Giudea  il re – come i governatori nelle Province di nomina imperiale  e senatoria-  assicura un clima pacifico   e sicurezza nelle vie  romane, nei mari, proteggendo il commercio punendo i trasgressori che turbano il kosmos romano, ora regolato da precise leggi,  facendo valere i diritti giudaici, contestati,  di fronte all’elemento greco, invidioso.

Erode assume, allora, una specifica funzione? Quale?

Erode, in quanto re dei giudei  ellenisti – che sono una comunità elitaria, avente una propria autonomia già,  connessi coi protoi greci concittadini, numerosi nelle grandi città, specie quelle portuali come Alessandria, Efeso,  Antiochia, Cirene,  dominano nel sistema emporico  perché potenti come trapezitai e nauarchoi, ben  guidati dall’alabarca di Egitto, di norma anche etnarca – diventa il rappresentante  di questa classe  mercantilistica aperta alla conquista dei mercati non solo  Parthici ed arabi, ma anche di quelli di  India e  di Seria, tramite la via  del Mar Eritreo e la Via regia persiana.

Per  Erode, giudeo ellenista,  essere methorios è uno status conclamato di interposizione e  di mediazione economico-finanziaria, che sottende una funzione intermedia  già svolta dal giudaismo ellenistico alessandrino  oniade tra Antonio – Cleopatra  e  il regno arsacide e, precedentemente, tra i Lagidi e i seleucidi.

Quindi, professore, secondo lei, Erode, congiunto col sacerdozio oniade e sadduceo, per conto dei romani, svolge un ruolo di congiunzione tra i due grandi imperi per quasi un ventennio, avendo come sudditi  anche i giudei aramaici, con cui già è venuto a patti ?

Marco, così mi sembra!.

Il re giudaico ha cultura  romano-ellenistica e cultura aramaica, conosce greco e latino, ma anche aramaico! E‘l’ago della bilancia, in Oriente, non solo in senso politico e sociale, soprattutto in senso economico-finanziario- quando specialmente collega il gazophulahion templare gerosolomitano con quello leontinopolitano oniade alessandrino, centro bancario mediterraneo-.

Roma, infatti, può assicurare, tramite Erode, non solo  alla regione giudaica, ma anche  a tutta l’area asiatica  e siriana fino al confine eufrasico, compresa la Macedonia, stabilità e pace, stabilizzando,  con decreti filoebraici, nei territori di residenza, i ricchi giudei della diaspora!

L’ organizzazione di un sistema comune,  unificato  già dalla concezione macedonica  seleucide e lagide della basileia e dalla koinh dialektos  e  dalla cultura greca, diventa un organismo funzionale anche amministrativo, secondo la volontà di Augusto, applicata  da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato  dal re di Iudaea –  con l’amico, per quasi un decennio e senza  di lui, per quasi tutto il precedente decennio-.

Tale valore dell’opera erodiana è rilevabile nell’azione costruttiva di Erode nel suo regno ed anche fuori della sua patria, in quanto il re, come gli ebrei ellenisti,  è cittadino romano e quindi kosmopoliths, partecipe del Kosmos imperiale!

Erode, costruttore e  philhllhn, non resta solo entro i confini patri, ma svolge la sua  opera  kata philanthroopian kai euerghsian, in modo universale, tanto da apparire sovrano più benefico agli altri popoli che al suo popolo, controverso e contraddittorio nella sua affidabilità romana.

Erode raggiunge davvero il culmine della prosperità /eudaimonia innalzando l’animo a mete più alte, rivolgendo la sua magnanimità/megalonoia, anche in costruzioni pubbliche,  specialmente ad opere di pietà /eis eusebeian – Ant. Giud.XV- XVI – e dentro e fuori del suo Regno.

Lei, professore, parlando specificamente, quindi,  di una siccità continuata /auchmoi dihnekeis in Giudea,  di una carestia – a cui succede una forma di peste loimos,-  vuole dimostrare, da una parte, che  il superamento della  crisi economico-finanziaria, sorta da un fenomeno naturale, avviene perché la Iudaea,  pars dell’imperium, grazie al suo re,  ha il contributo  di tutto il sistema romano orientale, che rivitalizza la cellula temporaneamente malata, sofferente, e, da un ‘altra, riattiva la funzionalità del macrosistema col beneficare  una struttura periferica. Vuole, quindi, mostrarci come Erode,  ellenizzando il suo popolo,  di base aramaico, agricolo, operaio, pur con una componente elitaria sadducea già filoromana, è assertore e propagatore del principato augusteo?

Si. E’ questo il mio intento.

Vorrei informare dettagliatamente sulla condizione dell’imperium romano, a seguito dell’accettazione del principato augusteo  da parte del senato e del popolo nel 27a.C e su quella  del regno di un re socius, come Erode, che è un fedele esecutore della volontà imperiale.

Lei intende mostrarci un cambio di politica e di mentalità da parte del re, che,  partendo da un fenomeno, che  terrorizza la popolazione,  evidenzia il progetto innovativo  filoellenico, già avviato, conformemente alla volontà imperiale,  che oppone la paideia alla musar, la scienza /episthme alla religio, la civiltà alla barbarie?. Insomma  lei vuole mostrare a me e ai miei ex compagni di liceo, suoi vecchi discepoli, la vera funzione di Erode nell’impero romano, come quella di un propagatore culturale orientale, già abituato al culto del  basileus /nomos empsuchos, disposto alla divinizzazione della sovranità di Roma e dell’autokratoor, nonostante la tipicità del suo popolo e aramaico ed ellenistico  che, comunque, proclama ogni giorno il suo Shemà, cioè, di aver un solo Dio e Padrone, secondo la tradizione patria e la legge mosaica!.

Professore, per lei, quindi, Erode anticipa perfino il programma  culturale di  Mecenate, avendo già una propria formazione ellenistica, tipica di un civis alexandrinus?

Certo Marco, prima di  Virgilio, di Orazio  e di Tito Livio,  Erode  dà il suo contributo alla propaganda del principato augusteo, su base divina in Oriente con le sue costruzioni, con il suo filellenismo e con la  celebrazione  della  maestà divina di Ottaviano, nikeths, imposta anche ai suoi sudditi  farisei, feroci conservatori della legge patria.

Seguimi bene e rileggiti l’articolo su Giulio Erode  e parenti, su Giulio Filone e Giulio Alessandro Alabarca in modo da capire come la stessa monumentale operosità costruttiva e il sistema emporico -trapezitario  siano segno di una neoteropoiia  progressistica e di un’ektheosis, come espressione  precaligoliana, di una superiorità culturale romano-ellenistica, di stampo alessandrino, tipica dell’amecsia ebraica filoaugustea, capace contraddittoriamente di servire due padroni, Dio e l’imperatore sebastos/augustus!.

Erode, come idumeo-nabateo, che ha ha avuto l”eredità fondiaria del padre e della  madre,  oltre che quella asmonea,  dopo la morte di Antigono e dopo quella di Alessandra,  è un grande latifondista,  il maggiore  della Giudea, più del Tempio,  avendo  avuto immensi  territori  personali da Augusto nel 23 a.C. , ad oriente del lago di Tiberiade  (Auranitide, Batanea e Traconitide) oltre al feudo familiare di  Idumea, oltre  a  Samaria,  Galilea e Perea,  avute in precedenza dai romani, per cui  vaste zone della vallata del Giordano e nella pianura di Gerico, dopo la fine di Cleopatra  sono  come ville regie di vaste dimensioni,  con amministratori forse latini di formazione, anche se dioichetai ellenistici.

Il re fa una politica agricola,  regnando su un popolo di  sacerdoti, -anche loro  latifondisti, che hanno rendite da feudi templari sparsi nel territorio – e pur non essendo ebreo – è rispettoso, comunque,  come  idioths  eusebhs della torah, essendosi volutamente conformato per la regalità alla tradizione asmonea, anche se  ligio al culto della dea Roma e dell’autokratoor sebastos.

Insomma Erode, come ogni altro re orientale, deve adeguarsi per integrare  perfettamente il suo popolo  con  le popolazioni dell’impero romano, imitando la  peculiarità giudaico-alessandrina e quella stessa sadducea templare gerosolomitana, già ellenizzata da oltre un secolo, seguendo  l’esempio di suo padre Antipatro, un governatore asmoneo, seguace del divino Cesare.

Il  disegno  erodiano statuario e numismatico, architettonico in genere,  sottende la necessità, da parte popolare,  di una rinuncia temporanea morale alla propria elezione e,  da parte sua,  il dovere della celebrazione del divi Caesaris filius: il popolo ebraico, il popolo eletto, sacerdotale,  secondo le promesse divine, deve prendere atto che contingentemente il suo Dio impone la sofferenza  al proprio figlio, un momento di dolorosa attesa,una prova/peira da sopportare,  mentre favorisce- pur rimanendo pathr, che applica la  sua  oikonomia storica – un  filius adottivo, il popolo romano, insignito con l’impero universale /katolikos,  col suo autokratoor, che è sothr e euergeths  e  degno di essere venerato!.

Erode come Virgilio (Cfr.Eneide VI,784),  quindi, celebra la pax con l’imperium, l’Italia come Magna Mater,  Augusto come Ercole  e Bacco (802),  Roma imperiale  nella sua triade capitolina  e  il suo compito  di parcere subiectos, debellare superbos (853).

Pensa, Marco, che in una  ex villa di Getty, in Inghilterra, è stato trovato  da un fortunato giardiniere un busto di Ottaviano del I secolo  con la testa di leone,  tipica di Heraklhs  – Alexandros,(forse rappresenta un Caligola Neos Sebastos!) e che, quindi, il culto dell’ eroe  Cesare augustus/sebastos, sempre vincitore,   è attestato in terra druidica perfino !?

Professore, secondo lei, Ottaviano  si propaganda con Didimo Areio e con gli altri retori  ed  artisti alessandrini in tutto il mondo! La politica di Erode, perciò, è connessa totalmente con quella di Ottaviano che  riforma il sistema agricolo sistemando adeguatamente i milites,  reduci,  con assegnazione di terre  e, dopo il triplice trionfo, avvia un processo di modernizzazione del foro e della città, che si trasforma in urbs marmorea rispetto a quella repubblicanalatericia, facendo un grande lavoro di risistemazione templare in Roma e  in Italia-specie nelle ville  campane- ed  anche nelle province occidentali.  attuando un’imponente opera di  costruzione  col suo Mausoleo, con  l’Ara pacis, l”Orologio e  col Pantheon?.

Allora, per lei, Erode,  un capo idumeo-nabateo, civis  ed iulius, è vir romanus  dentro il suo animo,  meglio è  un romanus alexandrinus, poliglotta, che costituisce  perfino un modello di regalità  da  imitare per i viri civiles romani quiritari e che crea modelli di statuaria,  utili/chrestoi per l’Occidente attardato, militaristico?!

Marco, Erode, conoscendo perfettamente il greco, in quanto ha cultura alessandrina, scientifica,  conosce bene anche il latino, essendo stato  da giovane  amico di Valerio Messalla e di Asinio Pollione, all’epoca del loro servitium presso Marco Antonio, di cui conosce  i suoi legati, Ventidio Basso, Sossio, Canidio Crasso, presso i quali è interprete e coi Parthi e con basileis ellenistici.

Lei, quindi, dà per certo che la formazione linguistica  di Erode è poliglotta come quella di Cleopatra e di Mariamne e di Alessandra? Ne sono convinto, Marco,   tanto che ti aggiungo che  Erode ha lasciato le sue Upomnhmata/Memorie in greco, palesi in alcuni libri  di Antichità giudaiche. Ti preciso che non può non conoscere bene il latino, anche se  è uomo  di lingua aramaica! Grazie a questa triplice conoscenza, ha piena coscienza della cultura romano-ellenistica in quanto  è un perfetto methorios tra  l’impero romano e quello parthico, non solo come dioikhths amministratore e come trapezita ma anche come  politico, essendo uomo indispensabile tra  l’impero romano e quello di Parthia! Ed Augusto (come i romani  tutti !)  è conscio che Erode ha un piccolo regno  rispetto ai servizi prestati/ paresth pollooi  baruteran  Herodhi perieinai basileian pros  a pareskhen!

Lei, professore,  quindi, aggiunge alla componente economico -finanziaria alessandrina, ora,  un’altra, quella  culturale, tipica degli erodiani giuli  (Ha presente la  figura di romanizzato ed ellenizzato di suo figlio Alessandro  o di Antipatro figlio di Salome, o di Erode  Antipa e ancora di più di  Erode Agrippa I, tutti uomini educati a Roma !), propria di un intermediario con volontà conciliatoria tra due civiltà?.

Marco, questo ho capito con sicurezza, studiando  e traducendo gli autori giudaici, intrisi di messianesimo aramaico ed ho potuto rilevare anche la componente militaristica ed imperialistica in Erode, figlio del militare idumeo Antipatro e della nabatea Cipro: essere un perfetto cavaliere e arciere  è l’ideale  per un principe idumeo nabateo! la formazione militare è la base per la carriera politica: senza di essa non esiste il vir civilis/o politikos! Erode e poi suo figlio Alessandro sono  esemplari prototipi della razza!

Seguiti, professore, e faccia luce nei nostri pregiudizi cristiano-cattolici.

Erode, dunque,  è grato, infinitamente grato alla domus Giulia, riconoscente a Roma e a Cesare, come suo padre Antipatro: Roma è tutto/pan  per lui: vita, potere e familia;  essere vinculum tra  Ottaviano e d Agrippa  è un onore non pagabile, dato l’immenso debito verso l’euergeths e soothr: la sua fedeltà/fides è quella di un servo devotissimo per il proprio padrone, quella di un cane per  chi lo nutre,  quella di un fidus,- fidissimus omnium!-,  per il suo Theos, il cui culto è il più venerato, più di quanto possa temere ed amare Jhwh  il più giusto e pio  dei farisei ( esseni o  terapeuti), essendo disposto a morire per testimoniare con la vita il suo servitium.

Le costruzioni di città  e di templi per Ottaviano sono testimonianza  di un tale amore  devoto  per il Sebastos, datore di vita e di potere!

E’  un vir che riconosce  i meriti della domus giulia, li scrive chiaramente con lettere  di pietra nelle sue costruzioni, proclamando al mondo la  sua funzione di intermediario tra i due imperi, col suo tentativo di integrare nel mondo  ellenizzato,  alessandrino, il suo popolo, in una esaltazione del suo filoellenismo e della sua  fedeltà a Roma e  all’imperatore, datori unici di  vita e potere, come familiare giulio e come partecipe al dominio del mondo, fiero della propria romanitas,  che assicura- dopo la violenza della vittoria/nike-  la pax/eirhnh e lex/nomos per il progresso dell’ uomo, avendola imposta  perfino alla Parthia  aramaica e al re dei re Fraate.

Erode sente la propria stessa amicizia familiare, come funzione intermediaria, come ulteriore vincolo tra  Ottaviano ed Agrippa, proponendosi come diallakths / pacificatore perfino nel periodo  che precede la morte di Claudio Marcello, quando Marco Agrippa è incerto nella sua  azione politica, data la predilezione dell’imperatore per il nipote, figlio di Ottavia, destinato alla successione, specie nei momenti di panico giulio universale di fronte alla malattia mortale di Ottaviano  Cfr. Il medico di Augusto!

Dunque, Erode costruttore  esprime la sua perfetta adesione al principato augusteo: le sue costruzioni sono un segno della cultura  ebraico-romana di un un re, fiero di essere fedele al suo Dio ebraico e al Dio romano, al di là della lacerazione spirituale personale e alla sottesa ed implicita contraddizione?

Marco, nel clima propagandistico del culto di Augusto, Erode  avendo già  cambiato il suo personale sistema di vita, si allinea alla norme della  celebrazione postaziaca  del mito augusto  con una serie di costruzioni monumentali, nella celebrazione della divinità augusta, accettata da tutte le popolazioni orientali, ad eccezione di  alcuni  gruppi aramaici, che, comunque, sanno rilevare ormai i benefici di tale azione  regia,  in quanto artigiani, agricoltori ed  operai, coinvolti nel disegno erodiano di progresso e di integrazione (cfr. www.angelofilipponi.com Erode philhllhn).

Ora capisco professore il significato della riforma italica agricola  di Erode e il suo lavoro sui qainiti e il loro contributo nell’edificare-  sebbene questi abbiano timori  nel  constatare l’immensità del lavoro-    preoccupati ed ansiosi  sulla retribuzione  e sulla possibile fine del rapporto lavorativo, in caso di interruzione, per mancanza di fondi.

Le opere erodiane sono sempre proprie di un signore megalomane che, però,  porta a  conclusione ogni monumento, avendo fatto bene i conti preventivi  con i suoi dioichetai, che assicurano la copertura delle trapezai, fino al telos: Erode è accusato di essere uomo di menzogna, ma non  per inadempienza negli affari finanziari o nelle costruzioni, come ente pagatore  dei qainiti.

Lei, professore, sta parlando di operai, fabbri, carpentieri, muratori, mastri, architetti  che con famiglia vivono  accampati  là dove svolgono il loro lavoro di costruzione, secondo il contratto col  datore di lavoro ed anche di stipendiati giornalieri  in aziende agricole di villae,  gestite secondo il sistema romano latifondistico?

Si Marco.

Anzi voglio  mostrare un Erode, come imprenditore capace di investire anche commercialmente  con la vendita, specie  di balsamo e di sale, di pescato  e di bitume e  perfino come operatore turistico  abile a  richiamare amici e  malati  perfino sulle acque  termali di Wadi Zarqa ma’in/Calliroe, mediante propaganda!.

E ti aggiungo  che tra i teknitai /tektones/ architektones  ci dovrebbero essere il nonno Giacomo e il  padre Giuseppe del nostro Gesù, che lavorano con una qualche qualifica e si spostano  in relazione all’offerta: questo ho detto circa 40 anni fa e questo ancora ribadisco, rivendicando questa piccolissima scoperta su Gesù artigiano, di cui molti, compreso Augias -Filoramo-Il grande romanzo dei Vangeli, oggi parlano-  cfr. L’eterno e il Regno, opera finita di scrivere nel 1999-!

Quindi, professore, gli agricoltori e gli operai che lavorano nelle costruzioni erodiane  cominciano ad avere la  stessa ideologia del  loro sovrano, specie dopo la carestia e le forme di pestilenza, in quanto hanno fiducia nel loro sovrano,  che dà la sicurezza  del pagamento, nonostante le loro accuse  pesanti  contro Erode, sacrilego, ritenuto  elemento non conforme alla Legge, punito da Dio, per la sua empietà.

Veniamo ai fatti e smettiamo di parlare, altrimenti facciamo come  fa il giornalista – storico Prause e come fanno tanti altri  studiosi!

Marco, il tredicesimo anno di regno diventa, per me, l’anno della svolta  per il popolo  che,  dopo un doloroso biennio, sembra interagire positivamente con la volontà riformistica  del  proprio re, innovatore: operai ed agricoltori sono i primi a seguire la nuova impostazione erodiana, avendone constatato, già, la sua affidabile  retribuzione, anche negli anni precedenti.

Infatti, Flavio, Ant. giud. XV, 299- 304, scrive: Nell’anno tredicesimo del regno di Erode  si verificarono nella provincia molte calamità o per divino  castigo o per avvenimenti  casuali. Dapprima la terra, serrata, non fruttificava regolarmente  e i cittadini per la carestia di grano erano presi da mortale malattia. Questi, oppressi da vari mali,  continuamente, per la scarsezza di cibo, cambiarono il modo di vivere ed  erano consunti per lo più da sofferenza pestifera/pathos loimikòn. E la malattia di quelli che così morivano, privi di sostentamento, perché, essendo i frutti della terra corrotti e  vuoti i granai, non  dava altra speranza di aiuto, se non il morire a causa della diffusione del male. Non durò solo quell’anno, ed anche l’anno successivo non ci fu raccolto perché i semi erano stati  consumati: comunque, la necessità e il bisogno erano causa di molte invenzioniAnche il re era non meno afflitto del popolo dalla malattia pestifera/thn loimoodh noson, poiché non poteva riscuotere i dazi che prendeva dalla terra ed aveva consumato i tesori con le grandi costruzioni delle città e non sapeva da dove prelevarli.

Dunque, Marco,  nel 25 a.C., Erode  si trova in una difficile situazione economica,  a causa di un fenomeno di siccità imprevedibile  e  viene accusato maggiormente dal popolo, che segue la predicazione  farisaico-essenica  di essere uomo di menzogna e di essere philellhn, cioè di essere collegato con la politica augustea,  basata sulla divinizzazione del sovrano autokratoor: non ha neanche più denaro per le costruzioni, che lo hanno dissanguato e sembra che non possa attingere alla cassa del gazaphulakion del Tempio per l’opposizione  dei  sacerdoti,  che concordano con le profezie farisaiche, in una condanna del regno  di Erode, colpevole del fenomeno della carestia.

Erode, in tale situazione, essendo  in attesa dei finanziamenti delle trapezai  oniadi alessandrine,  non agisce contro il popolo e i teknitai, che pur protestano, essendo sobillati,  ed inventa la sua politica, dimostrando di essere un soggetto entusiasta e  creativo.

Professore, dunque,  Erode, anche se  sorpreso dalla calamità naturale e dalla lentezza della burocrazia trapezitaria  alessandrina e, pur non potendo  prelevare  denaro dal Tempio, mantiene aperti, comunque, i cantieri e seguita nella sua attività agricola?

Certo. E’ una grande impresa  quella del re, che insiste nel suo piano di riforma, nonostante il phobos popolare davanti ai mortali  fenomeni naturali: Erode,  pur ritardando le paghe agli operai, facendo pagare, forse, i dioichetai ogni tre mesi – invece che ogni mese  o giornalmente – nel suo principale cantiere  a Cesarea  – dove si lavorava dall’anno 30 a.C. ininterrottamente per anni, e perfino a Gerusalemme dove, finito il palazzo del Cesareo ed iniziato l’Agrippeo, sta costruendo  l’Anfiteatro- forse con strutture portanti  in muratura, alternate con altre  lignee- mentre sembra che faccia tutto in muratura il teatro  gerosolomitano, avendo già iniziato i lavori di demolizione della  fortezza Baris,  destinata ad essere la fortezza Antonia sopra il tempio, avendo già l’idea di  una  vasta ristrutturazione di tutta l’area templare di circa 14 ettari.

E’ un piano di  ristrutturazione cittadina, a cui certamente concorre la finanza alessandrina, che coopera con pubblichi edifici  con alberghi/ xenodochia per pellegrini,  con costruzioni di case, di alloggi nella città nuova, con l’offerta anche di terreni circonvicini  per i cimiteri, e con sovvenzioni al tempio o per rifiniture templari: Gerusalemme anche  ha bisogno di un considerevole numero di qainiti– forse distaccati dal gruppo  più grande di Cesarea o  operai specificamente giudaici aramaici locali o  stanziati in cantieri-accampamenti, fuori città!.

Marco,  Erode è  ora veramente un saggio amministratore  che non  interrompe i lavori e non cessa la sua politica di favore e di sostegno dell’elemento popolare: il re ricorre al proprio patrimonio e fa fondere non solo gli oggetti  d’oro e d’argento ma anche quelli preziosi, artistici: è un politico accorto che mantiene la sua pianificata organizzazione economico-finanziaria  e il suo progetto di integrazione sociale anche di fronte alle calamità naturali. Anzi  da queste trae una forza maggiore per la realizzazione completa  della sua  politica,  convinto come politico  di saper tradurre in atto i  sogni del popolo  secondo l’etica di Joseph, il vizir dell’Egitto Cfr. A Filipponi, Giuseppe  o il Politico, De Ioseph  Ebook 2013 e cfr.Angelo e Mirko  Filipponi, Vita di Giuseppe, E book 2015.

Flavio scrive-ibidem 305-310- : Frattanto, deliberando di dare aiuto in tempo,  ed essendo difficile perché i vicini non avevano da mandare viveri in quanto anch’ essi avevano sofferto in pari modo  e mancavano di denari, stabilì, allora, di non mancare di aiuto e ruppe i vasi regi d’oro e d’argento e li fuse senza aver riguardo alla  raffinatezza dell’arte, che li rendeva ancor più  preziosi.

Dunque, professore, Erode è sollecito e premuroso  verso il suo popolo ed abile nell’amministrazione?

Erode, come militare, ha sempre dovuto  provvedere al suo esercito e alle popolazioni da lui controllate, da quando era giovanissimo epimelhths della Galilea, ben guidato dal padre ed ammaestrato dall’esempio di uomini come Sesto Giulio Cesare,  il cesarida Cassio,  specie gli accorti legati di Antonio, più dello stesso triumviro, ed infine  dall’insuperabile argentarius Ottaviano. La sua amministrazione/dioikhsis,  inoltre,  è quella della tradizione arcaica giudaica, già applicata dagli oniadi alessandrini perfino nel sistema bancario, abilitati nel loro lavoro di esattori fiscali.

Marco, non solo, quindi, Erode, è un abile  realizzatore in quanto sa ponderare, prima di agire, ogni possibile fenomeno avverso, tanto da apparire fortunato, data la sua previdenza  e cautela, nonostante l’entusiasmo creativo, ma sa all’occorrenza  privarsi  perfino  dei suoi averi personali – come già aveva fatto per salvare il Tempio dagli avidi soldati di Sossio-!

E fatto questo,  contatta Gaio  Petronio, governatore di Egitto, suo amico, successore di Elio Gallo – che aveva condotto una sfortunata spedizione,contro l’Arabia Felix, e  dopo iniziali vittorie,  nel ritornare in Egitto,  attraverso il deserto arabico, perdeva gran parte dell’esercito (decimato da malattie e da fame), composto di 10.000 milites  e da altrettanti auxilia (tra cui 500 giudei e 1000 nabatei inviati da Erode e da Obedas sotto il comando dell’infido Silleo, poi accusato di tradimento)  che,  a stento,  riportava a Berenice/odierna Hurghada, sul suolo Egizio,  grazie alla  flotta di 80 navi, i superstiti  militari e le 130 navi onerarie, stranamente mai sbarcate per i rifornimenti!.

Gaio Petronio si rende disponibile, di fronte alle richieste,  anche se ancora impegnato a  respingere l’invasione della regina etiope Candace, che, saputo del piano di attacco di Augusto, lo aveva prevenuto,  invadendo la  Nubia ed  era penetrata nell’interno dell’Egitto, conquistando Siene, File ed Elefantina. La regina, infine, è sconfitta  da  Petronio, che, riconquistata la zona, penetra nel territorio nemico,  marcia verso Napata e la conquista, facendo molti prigionieri, inviati ad Augusto in Spagna, dopo aver lasciato in Etiopia presidi (Cfr. Dione Cassio, St Rom. LIII.29 e Strabone  Frag. XVI, 5,1).

Avuta la risposta affermativa da Petronio, Erode, tiene sereno il popolo, pur provato dalla carestia e dalle malattie. Ricevuto dal governatore egizio frumento in quantità, pagato anche in anticipo  dalle banche alessandrine e con questo, portato da navi onerarie a Cesarea Marittima – forse quelle stesse 130 navi  che dovevano rifornire i soldati nella spedizione contro l’Arabia Felix?! -sfama il suo popolo,  la  Siria  e le città vicine, tanto che Ottaviano, appena  guarito dalla malattia grazie ad Antonio Musa,  gli regala le regioni ad oriente del lago Genezareth, come ricompensa della sua azione  a favore delle popolazioni, avendo approvato anche il  suo decreto di riduzione di un terzo delle tasse, nonostante il perdurare della carestia.

Quindi, Erode non solo aiuta il suo popolo, ma si rende  utile per le altre nazioni, divenendo  per i romani un punto fermo nella loro politica orientale?!

Si. Marco, hai compreso bene!

Dal 23 a.C. fino al 13  a.C. Erode è centrale  nella politica romana orientale, specie quando Ottaviano inizia le operazioni antiparthiche, incerto, però, circa il problema  di meglio l’uovo oggi o la gallina domani.

Svetonio applica ad Augusto ex argentarius  l’esempio del pescatore  – che va a pesca con un amo d’oro, la cui perdita non può essere  compensata da nessuna preda – che  è  l’emblema  di chi corre dietro ad un piccolo vantaggio, affrontando un grande rischio: ad un dux prudens, perciò, non vale la pena  attaccare  la Parthia  perché  il rischio è grande il kerdos scarso ! cfr. Festina lente /speude bradeoos www.angelofilipponi.com.

Ricordo, professore, che lei  diceva che Ottaviano ragionava, all’epoca, come i suoi trapezitai  alessandrini,  divenuti, dopo la conquista di Alessandria,  suoi epitropoi,  gestori del fisco imperiale! Loro che erano i datori di lavoro dei suoi antenati Ottavi, nummularii, sapevano quello che dicevano ed erano fedeli dipendenti!.

Certo, Marco.

Erode, come gli epitropoi alessandrini,  dissuade l’imperatore dall’impresa parthica, invitandolo piuttosto ad azioni diplomatiche senza tentare l’impresa  armata,  data la  grandezza del regno di Fraate e le connessioni  non solo dei giudei,  ma anche di  tutte le popolazioni transeufrasiche  di lingua, cultura e parentela aramaica. Di questo sicuramente parla Erode con Augusto, che visita la Siria  nel 21-20, diciassettesimo  anno del suo regno, e che punisce gli abitanti di Gadara, che accusano di violenza, di razzia e di distruzione di templi  il suo re socio,  pur famoso come inesorabile verso quelli del suo popolo che sbagliavano, ma come il più magnanimo  verso i forestieri – Ant. Giudaiche,XV, 356 -.

Augusto nell’occasione punisce Zenodoro, un infido amministratore  (Ant giud.XV, 359-360), mentre Tiberio, legatus ventunenne,  procedendo dalla via balcanica, lungo l’Istro   porta le truppe in Armenia,  col mandato di deporre il re  Artaxias II e di dare il trono a Tigrane III.

I parthi, allora, impauriti dalla congiunzione di eserciti romani   accettano  le condizioni di Augusto: riconsegnare  le insegne romane prese a  Crasso e ad Antonio; dare ostaggi  ed iniziare un periodo di generale  distensione e pacificazione tra i due grandi regni,  tra l’imperatore e il re dei re, Fraate.( Cfr.  Svetonio, Augusto, 21,43).  Erode,  dopo questa pacificazione – di cui non sappiamo l’entità  esatta del suo contributo-   chiude un quinquennio  fortunato  non solo per i rapporti coi romani, migliorati dopo l’aiuto di Petronio,  ma anche col suo popolo aramaico e coi farisei, nonostante le continue loro contestazioni, a causa dei cambio di costumi  della tradizione  patria.

 Flavio scrive: Egli mandava denarii in Egitto a Petronio, postovi da Cesare come governatore. Non pochi avevano fatto ricorso a lui per gli stessi bisogni, ma lui, essendo amico di Erode che desiderava salvare i suoi sudditi, diede a loro la precedenza nell’ esportazione di grano dall’Egitto e li favorì in tutto e nell’ acquisto e nel trasporto con navi, tanto che la maggior parte, se non la totalità  dell’aiuto venne da lui.

Dunque, Erode salva il suo popolo dalla carestia e  favorisce la ripresa economica, nonostante il seguito di pestilenze  ed altre calamità,  avendone riconoscimenti  per i suoi reali meriti, ed ottenendo onori tanto che Flavio – Antichità Giudaiche, XV, 361 -proprio in questo periodo  parla del suo rapporto di familiarità e di amicizia con Augusto ed Agrippa. Aggiungo che Erode è franco nel parlare /parrhsiasths  tanto  familiarmente con l’imperatore che, prima di riaccompagnarlo al porto di  Cesarea,  chiede (e la ottiene) anche per il fratello Ferora una tetrarchia, costituita con parti dei territori di Zenodoro  – Ibidem -.

E’ un periodo  fortunato per il re e Flavio afferma: Erode, portato il grano non solo mutò l’animo di quelli che lo sdegnavano  ma fece manifesto il suo favore e patronato verso tutti: infatti, diede loro quanto grano serviva per fare pane ed inoltre essendovi molti che per vecchiaia o altra infermità non potevano prepararsi  il pane, egli provvide inviando  i fornai a fare il  pane o a  darlo già confezionato.

Questo fa Erode?!

Flavio aggiunge: si prese anche il pensiero che non svernassero col pericolo, avendo visto che erano mal vestiti a causa delle morti e  dell’abbandono delle  greggi, non avendo più lane da usare e cose di tal genere.

Professore,  E’ probabile, allora,  che la sua azione caritativa  sia stata simile  anche per i cantieri  aperti, se il re  provvede anche  alla Siria e alle città vicine,  bisognose di semi  per fare la semina?

Certo. Marco  La sua  disponibilità amministrativa  fa propendere in questo senso, secondo un coordinamento, voluto dall’imperatore stesso.

In conclusione, Erode, secondo Flavio,  assolve al suo compito di epitropos, avendone vantaggi economici e benefici e per la sua gente e per i popoli dell’imperium romano, grazie alla sua perfetta integrazione nel sistema universale romano e alla personale sua amicizia con l’imperatore.

A mio parere, Marco, Erode applica il metodo  Ioseph,  poi evidenziato da Filone, nella sua opera De Ioseph.

In che consiste? professore.

Giuseppe, figlio di Giacobbe, spiegato il sogno delle 7 vacche grasse e magre, ha l’incarico dal faraone di amministrare l’Egitto e il suo impero asiatico connesso e congiunto omogeneamente, come viceré, dopo aver mostrato l’aggiunta del signore, che risulta un piano di prevenzione nel periodo delle buone annate e di raccolta decentrata, in modo da accumulare il massimo possibile, senza  dispersione, per una successiva opportuna distribuzione, a seconda del reale  bisogno interno  e in relazione alla richiesta di commercio con popoli sottomessi, divenuti parte integrante dell’Egitto, e di altre nazioni.

Per lei, professore, non è, quindi, un semplice atto di provvidenza e di carità,  fatta da un re filoromano, come Erode, ma è una pianificata operazione universale augustea, a cui il re giudaico è conformato, come esecuzione di un ordine superiore divino!   E’ quella stessa economia, propagandata da Amartya Sen?

Marco, forse!. Io non sono un economista, sono un letterato,  non capace di leggere un grande come Amartya Sen! Posso solo dire che Erode, in linea con il senato e  Augusto, risuddivide ogni eccedenza  e costituisce una forza lavoratrice operaia permanente  per provvedere e al suo regno e ai popoli circonvicini,  sotto la sua tutela, distaccati di volta in volta, a seconda del bisogno, come gruppi operativi minori,  capaci di organizzazioni più grandi nel momento attuativo della fabbrica, sotto la responsabilità di un corpuscolo direttivo ridotto, precostituito.  Erode, così, col servirsi dei qainiti  si rende benemerito di un benessere nazionale  ed internazionale, a causa del fenomeno stesso della diaspora, in una promozione del proselitismo giudaico.  Infatti per Flavio  non ci fu persona che non avesse trovato in lui  un soccorso adeguato. Popolo, città  e privati  capi, afflitti da miseria, ricorrevano a lui e  ne erano soddisfatti  tanto che  predispose 50.000 uomini per la distribuzione, creando una rete di amministratori e di  funzionari  a lui fedeli e  da lui pagati.

Dunque, professore, la Iudaea, pur rimanendo un cantiere aperto, pur con le calamità naturali, agricole,  pur essendo in una critica   situazione, vivendo in un contesto comune, romanizzato ed ellenizzato, che funziona come un corpo unico, può giovarsi delle eccedenze dell’Egitto e delle riserve alimentari  di una spedizione romana fallita,  vivendo, diciamo noi oggi, in un mondo globalizzato, coordinato dall’imperatore e dai suoi  epitropoi  e mediante un proprio re filoromano,  può superare il grave momento di necessità, mediante un sistema di scambio  di favori, di uomini, concedendo denaro liquido e  beni voluttari esotici, commercializzando quanto la regione offre.

Il popolo ebraico per la prima volta sembra accorgersi, dopo oltre quarantanni dalla presa di Gerusalemme da parte di Pompeo, che è parte di un impero e che, come tale,  ha vita  congiunta con gli altri stati, che compongono il Kosmos romano, la cui linfa e sangue possono giovargli in casi di eccezionale gravità, tanto da rilevare perfino il buon governo di un re, non conforme alla legge mosaica e contrario alla moralitas tradizionale, capace, comunque, di philanthropia.

Secondo Flavio, questa sua provvidenza e soccorso tanto poterono sull’animo dei  giudei, che non sapevano più come lodarlo e la nazione tutta depose  l’odio suscitato dallo stravolgimento da lui introdotto in alcuni riti  tradizionali.  Tutti erano convinti che con la premura, con cui li aveva sollevati  dalla disgrazia, aveva del tutto cancellato i suoi  errori. E molto onore si fece presso le genti straniere  e sembra che le traversie fossero maggiori di quanto si potesse credere, ma nel loro infierire sul regno  gli giovarono per farsi un nome. Infatti le inaspettate prove, che egli diede di  generosità  nelle angustie,  volsero l’animo dei sudditi a suo favore  ed essi lo stimarono, non per quello che era stato, ma per la provvidenza mostrata nella presente calamità.

Professore, i termini usati da Flavio sembrano propri del vocabolario farisaico-essenico  e  assolvono dalle colpe il re giudaico, redento dalla philanthroopia.

Certo, Marco. Pronoia con epimeleia / provvidenza con cura, bohteia /soccorso, amarthmata/errori, generosità megaloprepeia con megalopsuchia  e compassione/eleos sono di un dio pathr, di JHWH, che assiste: e ora  tutto viene invece dal re,  che lo fa per ordine di Augusto sebastos, che coordina ed assicura con l’eirenh  ogni bene, indistintamente, a tutti i suoi sudditi in ogni territorio occidentale ed orientale!.

Procedendo in questa linea  Erode si impone come un philanthroopos tra i popoli di lingua greca, come euerghths  più verso città e verso regioni straniere che verso suoi concittadini giudaici, che hanno una doppia  cultura in quanto formati da una parte da pagani e da giudei ellenizzati e da un’altra da giudei non ellenizzati di lingua e formazione aramaica.

Eppure Erode da tempo ha cercato di amalgamare le due anime in relazione alla sua sumpatheia per la cultura giudaica innovativa alessandrina oniade, che, secondo lui, avrebbe dovuto cucire insieme la mentalità sadducea templare gerosolomitana  con quella leontinopolitana, specie a seguito del  suo matrimonio con Mariamne di Boetho – Ant.Giud, XV, 319-322-  dopo la congiura del cieco, grazie alla sua attività costruttiva, affidata ai qainiti anche in terre straniere, ben  pagati per la loro conclamata grande professionalità.

Professore, lei vuole dirmi che Erode, dopo le costruzioni interne, a seguito del matrimonio con Mariamne, finito il palazzo regio,  il teatro e l’anfiteatro, avendo poi istituiti i combattimenti  atletici ogni cinque anni,  eletto presidente  dei giochi olimpici, porta a Rodi e in altre isole, in  città e regioni greche i qainiti per le costruzioni anche pagane, dando così lavoro alle numerose squadre di teknitai, la cui attività è  apprezzata, dovunque, nel mondo romano orientale?.

Marco,  devo dire che Erode, a motivo della sua personale ambizione  e per le lodi  ricevute da Cesare e dagli amici romani  si era allontanato secondo  Flavio (Ant. Giud.XV, 267) dagli  usi giudaici  tradizionali, costruendo  edifici e città, e templi ad Augusto e a Roma,  facendo manifestazioni non consuete alla tradizione  per gli spettacoli quinquennali,  avendo invitato  atleti ed ogni classe di lottatori, attratti dalla speranza della vittoria   e dai  ricchi premi,  dati non solo ai primi ma anche  ai secondi e ai terzi,  indicendo anche agoni musicali thumelikoi  e gare per i guidatori di cocchi  a quattro o a due cavalli  ed anche per singoli cavallerizzi.

Inoltre, Erode addobba il teatro di Gerusalemme, città  santa (Ant giud. XV.273) con  drappi preziosi  e gemme di valore, avendo disposto tutto intorno iscrizioni, come quelle successive di Ancyra nel  Monumentum ancyranum-Res gestae Divi Augusti-  in onore di Cesare e trofei delle nazioni,  vinte da lui in guerra, in puro oro e argento  ed avendo fatto provvista di fiere (leoni ed altri animali) riunite per farli combattere tra loro: di questo gli stranieri pagani erano attoniti per  le spese, attratti dallo spettacolo e dalle lotte tra animali ed uomini gladiatori, mentre  gli  ebrei  non  sopportavano  un  uso  estraneo alla loro cultura. E cosa ancora di più insopportabile per loro  secondo Flavio- Ibidem – erano i trofei ritenuti da loro immagini, coperte da armi ,e perciò erano rabbiosi tanto che il re  è costretto  a dare loro una spiegazione  (Ibidem, 277-279)  che  fa  sorridere, probabilmente, i sacerdoti sadducei gerosolomitani che,  visti scoperti i trofei, rilevano non immagini, ma solo un’anima lignea.

Nonostante questo, non potendo gli aramaici sopportare l’offesa della celebrazione di Ottaviano sebastos nella città santa,  Erode subisce un attentato in Gerusalemme ad opera di 10 uomini, compreso un cieco,  che cospirano, giurando di affrontare ogni pericolo e di nascondere i pugnali sotto le vesti,Ibidem 281-291 . E’ una congiura gerosolomitana di aramaici, che vogliono dimostrare al popolo  e al re  l’errore  della costruzione del teatro, che rovina la spiritualità cittadina, in quanto si fa sacrilegio verso la dimora della divinità.  Erode scopre la  trama,  dopo una breve indagine, e  convoca uno ad uno i congiurati, che confessano di aver ordito la congiura  con un pio e nobile intento non  per amore di guadagno né per il proprio  interesse  e che  preferiscono la morte  alla vita,  pur di custodire le antiche tradizioni. Il re li fa uccidere e subito il popolo si vendica  sul delatore, che viene fatto a pezzi e  il suo corpo è gettato ai cani.

Subito dopo questo episodio, Erode ha una reazione repressiva,  anche se è convinto di dover  seguitare ad ingraziarsi il popolo, volendo frenare la predicazione dei  farisei, che temono la scomparsa delle loro tradizioni religiose, travolte dalla novità della cultura ellenistica e dal benessere socio-economico. Ordina, infatti, che siano proibite le adunanze di persone, le passeggiate in compagnia, la formazione di  gruppi  anche durante il lavoro e che siano sorvegliati i movimenti dei sovversivi, catturati  e puniti severamente quelli colti in fragranza o  gettati in prigione e trasferiti nella fortezza di  Hircania, per essere uccisi– cfr. Ibidem 366-

Flavio, allora, ribadisce che Erode costruisce le fortezze. compresa quella di Hircania,  perché, insicuro  ed inquieto, ha bisogno di accerchiare  il popolo che può fare una ribellione.

E’ vero?  è così?

Non è vero.  Spaventato, il re ha questa reazione improvvisa, ma puniti alcuni, cessa la persecuzione!.  Erode ha già convinto il popolo  ed ha la forza militare al suo fianco e le fortezze sono baluardi difensivi per la popolazione, in una logistica militare  di interventi rapidi interni, e  a protezione del territorio  da nemici esterni, in caso di invasione parthica, di cui ha fatto esperienza negativa.

Sappiamo che la stessa costruzione di fortezze,  sessanta anni dopo, perfino, è  impedita, sotto l’imperatore Claudio,  dal governatore di Siria,  Vibio Marso, ad un re socio,  giulio, praetor come Giulio Erode Agrippa I, che riprendeva la stessa azione giudaica  protettiva del nonno, con intenti, all’epoca non certamente filoromani!

Erode ha compreso, per ora,  solo che non deve  costruire  per i romani nell’area  templare opere con  immagini e simboli  significativi del loro dominio, che sono offesa al Dio!.

Certo, Marco, nel momento  della carestia e  del suo matrimonio con Mariamne, Erode  avendo l’appoggio dei cives alessandrini  e del governatore Petronio  non può avere in patria la minima preoccupazione di neoteropoiia o stasis, da parte farisaica, che ora legge bene la funzione methoria del re, pronto a pianificare la sistemazione dell’ area templare  e la modernizzazione della nuova Gerusalemme, che deve avere il Tempio come  gioiello, come  bianco Monte santo, rendendo la città  capitale, superiore certamente a Cesarea Marittima,- pur magnifica col tempio di Augusto  con la statua sublime dell’imperatore e della dea  Roma-  incomparabilmente più sacra di  Samaria, sua personale città, anche se  chiamata Sebaste- distante dalla città santa una giornata di cammino- pur fortificata  in modo migliore della fortezza di  Gaba in Galilea,  di  Esebonite in Perea  sede della cavalleria scelta (cfr Ant. Giud. XV,  292.293)-  volutamente resa splendida per lasciare ai posteri un monumento della sua filantropia e del suo amore per il bello – Ibidem 298-.

Per me non è vero, Marco, quanto dice Flavio che, comunque,  attenua il giudizio limitandolo a certi momenti: Erode teneva queste misure  di sicurezza, di tempo in tempo, come stratagemmi  e dispose guarnigioni  in tutta la regione  per ridurre al minimo  l’eventualità di sommosse.

Flavio precisa che ciò accadeva quando si dava anche il più leggero incitamento/parormhsis-ibidem. 295 in una Iudaea antiromana quando era  in maggioranza l’elemento aramaico.  Sappi, Marco, che Erode ha  ora spie ed infiltrati  tra  il popolo,  per cui conosce in anticipo  quello che avviene  e per di più, in questa fase, si permette tante elargizioni per il suoi sudditi, specie in occasione dei suoi tre matrimoni, avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro,  che lo rafforzano  in tre diversi ambienti e lo arricchiscono ancora di più: non credo che sia vero neppure che Erode,  lui stesso, di notte,  indossava abiti da civile privato cittadino  e si mescolava alla folla  per farsi un’dea dei sentimenti  che il popolo  nutriva  a proposito del suo governo– cfr. Ibidem, 367-.

La cosa potrebbe essere accaduta in ben altri momenti della sua vita, ma non ora!

Il matrimonio con Mariamne autorizza Erode a stringere un trattato economico-finanziario  nel momento stesso del pagamento del grano a Petronio, con i  sacerdoti alessandrini e con i sadducei templari, tanto da potere cambiare impunemente  il sommo sacerdote; quello con Maltace samaritana  di poco successivo, comporta una maggiore dedizione della classe militare  e delle famiglie nobili, chiamate a popolare la nuova città dopo la ricostruzione  e la fortificazione di tutta regione già a lui profondamente fedele; quello con Cleopatra di  Gerusalemme sottende un nuovo patto  forse col sacerdozio medio  e coi leviti gerosolomitani, ormai conquistati dal prestigio e dalla  fama di Erode  in campo internazionale, neanche più contestato  dal popolo, costretto a sottomettersi  prima con un formale giuramento di fedeltà, poi obbligato a  compiere una dichiarazione giurata  di mantenere un’attidudine  amichevole verso il suo governo, in seguito di nuovo applicata intorno al 7/6 a.C.-.

Dunque, Marco, nel periodo di cui stiamo parlando  pochi sono gli irriducibili avversari di Erode, ben conosciuti e circoscritti intorno alle figure di Esseni, Semaia e Menahem, molto temuti per le loro predizioni -cfr.Ibidem 371-.379-

Possiamo, professore, precisare il significato di questi tre Matrimoni in successione rapida, dopo una vedovanza di oltre tre anni, a seguito di una terribile malattia renale e di un periodo di solitudine in Samaria. Sposarsi allora, anche per un re, è  una grande spesa!

Certo.

Quello  con Mariamne si risolve in un contratto finanziario-economico con le potenti famiglie oniadi alessandrine, contente che un sacerdote alessandrino di buona famiglia,  legato a loro  (e quindi, all’etnarca e all’alabarca egizio, che  da tempo erano desiderosi di controllare il tempio gerosolomitano)  ora si apparenti col re, che innalza il  suocero al sommo onore sacerdotale   per equiparare  la sua regalità con la carica sommo sacerdotale. Erode, già, in precedenza aveva avuto dai romani la possibilità di elezione ed aveva eletto  Ananelo  sacerdote babilonese al posto del legittimo sommo sacerdote asmoneo, non ancora  diciottenne, Aristobulo III, poi fatto uccidere a Gerico!. Da tempo, inoltre, aveva stabilito patti con gli oniadi  tanto che questi, poi, avrebbero  costruito a loro spese i monumentali 10 portoni del Tempio con le iscrizioni di avvertimento  per i pagani  di non entrare nell’area sacrale, pena la morte.

E’ vero, professore, che erano più grandi del portone del Pantheon di Marco Agrippa?. Certo, Marco, ci volevano tredici uomini, leviti  ostiari,  per aprirne uno!

Senti ora, Marco, come Flavio descrive questo matrimonio, messo in relazione alla costruzione della reggia:  viveva  a Gerusalemme un sacerdote  molto noto di nome Simone, figlio di Boetho alessandrino, che aveva un figlia, considerata la più bella del tempo. Siccome i gerosolomitani ne parlavano molto, Erode fu eccitato dalla notizia  e volle vederla. Fu colpito dalla eccezionale bellezza della donna, ma non volle abusare  del suo potere per soddisfare pienamente il suo piacere  e  per non essere accusato di violenza  e tirannia,  desiderò chiedere di sposare la ragazza. Il padre, non essendo alla altezza della sua  regalità,non poteva diventare parente del re anche se la sua condizione sacerdotale non era disprezzabile. Allora Erode sposò la figlia, il cui prestigio aumentò perché il re, prima di contrarre il matrimonio,  innalzò il padre alla carica sommo sacerdotale, dopo aver deposto Gesù figlio di Fiabi dal sommo sacerdozio (Ibidem, 322).

Con questo matrimonio Erode ricuce lo strappo tra i due sommi sacerdoti, quello gerosolomitano e quello scismatico leontinopolitano,  e forse collega i due gazophulakeia, avendo l’appoggio alessandrino, che ha fedeli in tutto il bacino del Mediterraneo,oltre i 500.000 in Alessandria (circa 2.000.000  giudei tutti filoromani  perché impegnati e cointeressati nel commercio, avendo colonie in ogni porto  dell’impero romano oltre che nel Ponto Eusino nel  Mare Eritreo, nel Caspio e nel mare Indico, data la loro attività marittima e considerato il monopolio del sistema bancario  orientale ecumenico).

Professore, intorno al  21-20, dopo il matrimonio con Maltace Samaritana,  poco prima di  quello con Cleopatra gerosolomitana  Erode disegna di fare un piano di costruzione immenso, avendo quasi ultimato il porto d Cesarea,  di costruire il tempio di Gerusalemme e risistemare l’area  e di fare il suo mausoleo in Herodion,  avendo distaccato probabilmente   i qainiti  dalla zona marittima alla regione intermedia tra Gerusalemme ed Herodion,  che  è a circa sessanta stadi, poco più di 10 km.

Poco prima di questo stesso tempo, Erode, avendo un altro gruppo di qainiti, impegnati a Samaria, si è  sposato con Maltace samaritana,   che è donna la cui famiglia è dominante in città, anch’essa chiamata Sebaste, per il culto speciale verso Augusto,  che ha  potere sull’esercito, lì acquartierato.

Il matrimonio con Cleopatra , invece, avviene in Gerusalemme   e sembra essere motivato da un stretto vincolo  con elementi leviti  e  medio sacerdozio, che chiedono assicurazioni circa la costruzione dell’area templare.

Erode, nonostante  le spiegazioni circa le epigraphai del teatro e  i trophaia, mostrati come  ridicoli pezzi di legno, deve dichiarare che non è libero nella sua azione, ma deve omaggio ai romani  e a Cesare  – per la cui salute essi stessi sacrificano  a Dio due volte al giorno- a cui deve conformare il proprio sistema di vita  in quanto uomo  anche lui sottoposto /upotetagmenos!  Erode fa l’umile suddito volendo apparire uno di loro che sa capire la  condanna delle novità, come segno evidentissimo  della rovina di costumi, ma in effetti, secondo Flavio, fa ogni cosa per i propri interessi, avendo l’ambizione di lasciare ai posteri  dei monumenti,  ancora più a dimostrazione della grandezza propria, come un segno evidentissimo della  floridezza socio-economico- finanziaria. 

E’, quindi, una finzione opportunistica di un  Erode ambizioso che cerca di destreggiarsi tra il rigorismo legalistico e  la sua volontà di innovazione!

Marco, già il matrimonio con Cleopatra gerosolomitana è un compromesso: mi sembra che in situazione non possa fare altro!

Erode assicura, allora,  che i giudei non devono temere per la realizzazione del suo progetto perché ha pronti tutti i materiali necessari ed ha fatto calcoli precisi  prima di toccare una sola pietra del  vecchio Tempio (Ant giud., XV. 380.425; Guer giud., V 184-247). Sembra che egli circondi, per avere una superficie pianeggiante, la sommità della collina , con enormi muri di ritenzione ad ovest, a sud e ad est,  in modo da innalzare con materiali di riempimento ed arcate di sostegno  la superficie  al livello prefissato.

Pensa, Marco, che tutta la spianata  attuale del Monte del Tempio( Haram Esh -Sharif ) è erodiana ed è rimasta immutata, nonostante i secoli!

Quindi, secondo lei,  Erode ha un gruppo di architetti che lo autorizzano  a fare, prima, operazioni preventive di riempitura  in relazione al piano di  maestoso ampliamento dell’area templare?!. Ora una domanda da bambino  curioso, professore! Avendo  evidenziato il periodo esatto dei tre matrimoni, può anche dirci l’età dei figli maschi  delle tre donne?.

Penso di si: il quarto figlio maschio di Erode (dopo Antipatro di Doris e  dopo Alessandro ed Aristobulo di Mariamne asmonea)  è certamente Erode Filippo di Mariamne,  nato nel 24, mentre  ritengo che  Erode Archelao sia nato nel 23 e suo fratello Erode Antipa nel 20  dalla moglie samaritana, e Giulio Erode Filippo nasce nel 22 dalla gerosolomitana.

Dunque, professore, Erode è ora accettato da tutti o quasi-  anche dagli asmonei e  dai farisei, come un benefattore. specie  dall’élite sacerdotale, dall’esercito, dai qainiti  ed operai, dal  piccolo e medio sacerdozio, dagli agricoltori, dai commercianti  ed è favorito dal sacerdozio alessandrino, oniade, e da tutti  i fedeli ellenisti della diaspora giudaica: tutti vedono in Erode  il rappresentante del giudaismo  e grazie a lui rilevano il  nuovo valore dell’ethnos ebraico tra gli altri popoli. Erode nel 20 è alla apice della fortuna, dopo la mediazione per l’accordo tra l’imperatore e il re dei re?!

Certo.

Erode si mantiene sulla cresta dell’onda per oltre un settennio, celebrato in patria (e dagli ellenisti e dagli aramaici ed anche dai non ebrei residenti)  e all’estero  da un entusiastico  amore dei giudei ellenisti e  dei gentili, in quanto è rinnovatore dei giochi olimpici panellenici, essendone presidente, per un quinquennio  ed apparendo a tutti universalmente come filantropico euergeths.

Leggi Marco come lo scrittore greco -ellenista traduttore del sacerdote aramaico Mattatia ben Iosip ( cioè Giuseppe Flavio) di Guerra Giudaica I. 21,11(422-425 ) esulta  per il suo re nella sua fierezza giudaica:  dopo aver compiuto questi lavori ad Herodion,  fece sfoggio della sua magnificenza anche in moltissime città fuori del regno: Infatti costruì ginnasi a Tripoli, Damasco e Tolemaide; le mura a Biblo, esedre, portici  templi e piazze a Berito e a Tiro, teatri a Damasco e Sidone, un  acquedotto a Laodicea a Mare, ad Ascalona terme e magnifiche fontane ed inoltre colonnati di mirabile fattura  e grandezza,  e ad altre fece dono di boschi e giardini.

Erode appare veramente un raffinato ellenista – come Antonio- preoccupato della formazione di giovani, a cui provvede con la costruzione  di ginnasi e col potenziamento degli uffici di gimnasiarca annuo, a cui viene data una rendita perpetua,  oltre ad autorizzazione per ampliamenti  territoriali – cosa fatta a Cos- Cfr. Gimnasiarca, Gumnasion, Ellenizein in wwwangelofilipponi.com !

La munificenza di Erode si  era espansa  a tutti quelli che facevano richiesta  nel periodo della  carestia, dando loro grano!

A Rodi dà denaro in prestito per ricostruire la flotta, mentre,  a spese proprie, ricostruisce il tempio  di Apollo Pizio,  distrutto dal fuoco. I Lici,  i Sami e gli Ioni, bisognosi,  hanno da lui doni/dooreai, come Atene, Sparta, Nicopoli e Pergamo di Misia!  Perfino la capitale della  Siria, Antiochia,  ha  da lui  grandi benefici:  la sua piazza del perimetro di 20 stadi -3552 mt (un rettangolo di 70mt x 50 circa ) – che era fangosa/ borboroodhs – è lastricata di marmo levigato ed adornata con un portico.

Ci lavorano i qainiti che conosciamo come abili a lastricare di marmo le plateiai di Tiberiade e di Giuliade in epoca di Cristo?

Possibile.  Forse ad opera di qainiti giudaici antiocheni!

Marco,  in Licia,  tanti anni  fa (35), andando verso Antalya, con la macchina, poco prima di Kemer, mi fermai con la mia famiglia a Faselide e lessi  frettolosamente le iscrizioni, che erano su steli  in alto, rispetto alla città,  allora totalmente  sommersa dalle acque dopo  due terribili terremoti in epoca Giustinianea,  che parlavano di tanti benefattori  del VI e V secolo  a. C. ,  della colonizzazione greca  ed anche di quella romana, ma  non trovai   nessun riferimento ad un intervento di Ioulios  Heroodhs.

Perché professore anche a Faselide,  Erode lascia  testimonianza  della sua Euerghsia ?  Certo Marco. Erode rimette le ethsiai  eisphorai/contribuzioni annuali – Ibidem 428-  alla popolazione. Io nel 1985   con Mirko, bambino 7/8 anni,  nuotavano, soli, – seguiti  dalle grida preoccupate di  Lya e di Pina,  sdraiate  su una piccola radura-  sopra la città e andavano sotto acqua  in cerca di piccoli reperti!

Professore ha forse qualche foto? penso di si: mia moglie conserva tutto!

Erode, Marco, all’epoca  è irrefrenabile nel rimettere i debiti  cfr. Padre nostro -kai aphes hmin ta opheilhmata hmoon-!

ll Re si contiene,  costretto a limitarsi per non destare invidia negli amministratori locali, specie lici, considerati infidi lhistai!. Comunque, la sua generosità è massima in Elide in quanto  fa un dono non solo a  tutta la Grecia ma  al mondo panellenico. Leggiamo Flavio I, 426: Erode vedendo che i giochi olimpici  erano in declino per la mancanza  di denaro  e che veniva meno questo ultimo glorioso avanzo dell’antica Grecia, non solo tenne la Presidenza per il quinquennio, in cui si trovò a passare  mentre navigava alla volta di Roma, ma fornì anche i  mezzi  per organizzarli in futuro sì che non si spegnesse mai il ricordo della sua presidenza.

Si conosce l’anno?  Si . Sembra che sia il viaggio per Roma dell’anno 12 a.C.

Dunque,  professore,  Erode è uomo dinamico e estroso, così ambizioso da voler lasciare una grande orma di sé,  specie in Gerusalemme?

Certo Marco. Anche se i Giudei si lamentano  e  sono piccini e rozzi,  il re vuole l’ammirazione  e la gratitudine del suo popolo!.

Erode, infatti, si accinge alla sistemazione di tutta l’area templare e al restauro  del Tempio, insomma, a fare un monumento degno del popolo e  a rendere la Capitale  un gioiello, in quanto pupilla e cuore di tutto il giudaismo, aramaico ed ellenistico, segno della munificenza del suo re, capace di competere con gli amici romani.

Gerusalemme  è un grande cantiere! La fabbrica del  Tempio richiede  forse il maggior numero di  teknitai/fabri, di artisti della pietra e  del  legno, di specialisti muratori, data la grandezza del disegno di Erode che per volere di Dio aveva condotto la nazione  giudaica ad uno stato di prosperità mai raggiunto finora!  La fabbrica  con la sistemazione dell’area  templare  e con la costruzione della fortezza Antonia e con la conduttura delle acque, iniziata nel diciottesimo anno di regno, 21-20  è ritenuta  l’impresa più pia e bella del nostro tempo da Flavio- Ant Giud.XV,383  che commenta: -i giudei in maggioranza, non erano disturbati  per la inverosimiglianza delle promesse, ma sgomenti al pensiero che lui buttasse  giù l’intero edificio  e poi non avesse i mezzi  sufficienti  per realizzare il suo progetto; il pericolo pareva loro veramente grande e l’ampiezza dell’impresa  difficile a realizzarsi. – Ibidem 389-.

Insomma professore,  gli ebrei  come Gesù nella Parabola della torre, non possono credere possibile  che un uomo realizzi quanto detto in quanto l’impresa è superiore alle forze umane, essendo necessaria la disponibilità di mezzi, di uomini e di  denaro per la costruzione del tempio, lasciata incompleta da Zorobabel e dai loro antenati che soggetti, prima ai persiani,(Ciro e a Dario) e poi ai Macedoni (Lagidi e  seleucidi),  non ebbero la possibilità di restaurare  facendo l’aggiunta di sessanta cubiti -2.67 mt circa- a questo pio primo archetipo,  alle sue primitive misure,  date da Salomone.

Le assicurazioni di Erode sono ampie, precise, suffragate da prove in quanto Erode è uomo che realizza quanto dice conformemente al suo pensiero ed in questo è anhr theios.

Infatti il re afferma che lui non avrebbe tirato giù il tempio prima di aver pronto tutto il materiale necessario per il compimento dell’impresa. Perciò, mostra di aver mille carri per portare le pietre/khilias eutrepisa amaxas, ai bastanousin  tous lithous, di aver scelto 10.000 tra i  più valenti  operai/ ergatas murious  tous empeiroutatous, di aver acquistato abiti sacerdotali  per rifornire i sacerdoti, avendone addestrati alcuni  a fare i muratori /oikodomoi,  altri a fare i carpentieri/tektones.

E solo dopo aver preparato tutto, il re si dice disposto  ad iniziare la costruzione.- Ant giud XV,390-

Noi affronteremo non ora questo problema, che sottende  un piano già fatto con un’ équipe di specialisti (architetti e capimastri che leggono il disegno, progettato, dell’impresa e che lo realizzano conformemente con apposite squadre  di operai  che vivono accampati  con le famiglie nel grande cantiere, essendo giudei di stirpe da secoli, abilitati nelle costruzioni)  Sappi, per ora, Marco, che  Erode è non è solo un prudens dux, che di rado subisce sconfitte /ptaismata e mai per colpa sua,  ma anche un saggio amministratore/dioikhths.

In questo periodo è veramente un’offesa  bollarlo come uomo di menzogna!

E’ abile a guidare il suo popolo tanto difficile, date le due diverse anime,  e a frenare la massa di artigiani ed agricoltori ignorante e  rozza, ad accontentare in diverso modo i  sacerdoti sadducei da una parte filoromani e il  sacerdozio basso  e levita da un’altra,  filoaramaico, come i farisei!  Erode costruttore  è certamente la massima espressione di un moderato filoellenismo, capace di conciliare per il bene comune la sua megalomania dispotica con l’accortezza di una solidarietà militare, applicata al lavoro operaio, senza perdita di egemonia, dati i tanti passaggi di comando nelle gerarchie di cantiere.

Professore, lo dice lei che di queste cose se ne intende. Lei  che conosce l’attività di cantieri, come me  e forse più di me, ingegnere,  avendo fatto esperienza negli anni sessanta  ed è stato muratore – sebbene dica di essere solo una mezza cucchiara– tanto da mettere in opera – e che opera!- 120.000 mattoni! – ci può dire qualcos’ altro circa l’accampamento di banausoi, di teknitai e  tektones stanziati a Cesarea e in vari punti di  Gerusalemme?

Per parlarti diffusamente di questo, mi occorre scrivere  un altro libro  in cui ti parlerò di Erode e la fabbrica del Tempio, ma ora  devo mostrarti la non facile difesa di Erode nei confronti degli accusatori  di essere empio e di  aver contaminato gli antichi costumi, nonostante la sua imitazione dei  predecessori asmonei e il suo impegno nella pietas, specie dopo il matrimonio con Cleopatra.

Flavio in Ant Giud.XV, 267 scrive: E perciò si allontanava sempre di più dai costumi paterni  e corrompeva il sistema antico con le novità straniere, il quale per nessuna ragione doveva essere macchiato e per questo ci capitarono in seguito parecchi mali poiché erano sorte nuove corruzioni estranee alla cultura e alla pietà dei nostri antenati.

Flavio confonde i tempi  e  rileva genericamente  i dati fondendoli insieme e dà, perciò, un giudizio generale in relazione alla visione personale  sacerdotale  di  tutta la domus erodia  e del suo significato nella storia/ toledoth giudaica.

Eppure, Erode, nonostante  la sua  azione filoromana   e panellenica,  cerca di mantenersi  puro, seguendo la musar aramaica, conforme alla tradizione asmonea, oltre tutto allineata  secondo le norme tipiche dei gentili – seleucidi e arsacidi, oltre che quelli lagidi e romaniche hanno lasciato segni  in Olimpia con la statua di Fidia  di Zeus crisoelefantina,  ad Efeso con  la costruzione dellArtemision, ad Epidauro con l’Asclepeion e con le tante costruzioni di teatri, ninfei, esedre,  ippodromi, in ogni città ellenistica.

Anche  in Giudea, ci sono costruzioni  oltre al Tempio  di Salomone e a  quello post-babilonese, fatte da  muratori ed artigiani, perfino sacerdoti, che operano nell’interno del tempio nel Debir/ Sancta sanctorum. Nel I secolo a.C. , già in epoca asmonea,  risultano costruite fortezze  come Hircaneion ed  Alexandreion, Macheronte,  e palazzi come quello  asmoneo in Gerusalemme e quello  a Gerico  dimostrando di essere  professionisti in muratura,  che operano indistintamente in pietra o in laterizio, oltre che in materiale ligneo ed anche prezioso, che offrono i loro servizi specie a giudei alessandrini e al re dei re di Parthia.  I primi  se ne servono  perché potenti  appaltatori di tasse, gestori di trapezai,  e nauklheroi  filantropici, di fede giudaica seppure scismatici, in quanto oniadi, il secondo  perché  ascolta  benevolmente la ricca e potente comunità ebraico-mesopotamica.

Anche in Occidente  c’è una tradizione muraria di mastri  che sopravvivono nel Medioevo,   in cantieri navali  e in città  come fabbrica di cattedrali o in corti e castelli,   vivendo  in logge situate accanto al loro posto di lavoro, da cui derivano poi le logge massoniche.

In epoca romano-ellenistica i cantieri  si allestiscono in modo razionale  e sono regolati  da norme precise  ed hanno anche una presidio militare con sorveglianza medica; sono ubicati vicino a fonti o sorgenti e a seconda della tipologia di lavoro hanno nelle vicinanze o cave o fornaci o  officine;  se si lavora su pietre- di solito marmo  o travertino – in zona  ci sono latomie cave di pietra  in modo da fare estrazioni  di  blocchi, ad opera di addetti, che, in officine/ lithotomeia, operano come segatori /lithopristeis, spaccatori/lithodomoi o tagliatori/ lithotomoi, latotomoi   come scalpellini smileis/lapicidae  in lithourgeia/officine; se invece si tratta di cantieri edili occorrono fornaci e  terra  per la fabbrica di mattoni e tegole  di varie dimensioni  e spessore /plinthopoiia.

Intorno agli accampamenti-cantieri  lithotomeia/plintonpoiia ci sono le tende delle famiglie che seguono e vivono nelle vicinanze,  con macellai e con celebranti e con sacerdoti che dànno le pause di lavoro con le rituali preghiere e con le colazioni  secondo casherut e celebrano lo shabat, imponendo le regole del riposo festivo,  dal tramonto del giorno precedente.

Professore come, allora, c’è l’accusa ad Erode di aver fatto le costruzioni solo per controllare ed opprimere il popolo?

Flavio ne parla, ma fa riferimento al periodo successivo,  quello delle tragedie familiari, del bestiale governo del re, vecchio e malato,   e ancora di più quello del regno dei suoi figli e poi della dominazione romana,  quando il popolo è decisamente antierodiano, filoasmoneo e filo-parthico, nel periodo della cosiddetta predicazione del nostro Gesù, quando si sfruttano  le fortificazioni erodiane per la repressione delle staseis: allora  sono  dimenticati perfino i doganieri e i funzionari erodiani  e le riduzioni fiscali del 20 av. C e del 14 av, C., essendo  ormai nota la rapacità delle greges di pubblicani romani, affiancati da milites delle fortezze erodiane.

Questa lamentela popolare  non è neppure del  periodo 10/9 all’epoca dell’inaugurazione  di Cesarea  nella  centonovantaduesima olimpiade, quando Erode, seguendo l’esempio di Augusto celebra le feste quinquennali con competizioni di musica e di giochi  con atleti e gladiatori- Ant Giud. XVI,136.140-: all’epoca Ottaviano, come prima Agrippa,  ritiene che il re giudaico, in considerazione della sua magnanimità, meriterebbe  di essere basileus di Siria e di Egitto (non molto dopo lo elegge re di Arabia, momentaneamente, subito assegnata poi ad Areta, più affidabile per età!).

Professore mi può parlare della costruzione di qualche fortezza o città come paradigma per capire il sistema di  lavoro  dell’epoca erodiana?

Marco, della  costruzione di Masada, come fortezza e del palazzo erodiano  mi sembra di avertene parlato in altre occasioni sulla scia di Flavio-  Guer giud VII, 8,3- dove  ti marcavo le tre terrazze   dell’edificio regio, degradanti  su una piattaforma rocciosa sul lato occidentale. spettacolari per la bellezza del panorama sul lago Asfaltite, e  ti ho parlato a lungo nel Romanzo L’eterno e il Regno  di Cesarea Marittima: ora potrebbe esserti utile sentire come Erode ricostruisce dopo il terremoto del 31 a.C. e come faccia interventi di fortificazioni  per la popolazione giudaica, poi sfruttate dai romani per la protezione del territorio  giudaico e dell’area templare con la fortezza Antonia.

Sentimi bene  e comprendi che Erode è uomo che governa, volendo il bene del suo popolo,  avendo il  controllo totale  militare di Gerusalemme vecchia e nuova, compresi 22.000 sacerdoti e il tempio stesso, punto d’incontro di aramaici giudaici e di aramaici transeufrasici e di giudei alessandrini e di giudei cirenaici e giudei  ellenistici del bacino del Mediterraneo: il re   fa pagare i pedaggi   e l’uso  delle  strade, dei porti, dei   ponti,  le decime del pescato sul  lago  Hule , sul  bacino del lago di Tiberiade e del mar Morto, avendo  fatto spese per la costruzione di Cesarea Marittima, dotata di un porto, avendo costruito Samaria/Sebaste  ed invitato ad abitarla una popolazione mista di pagani e di ebrei ellenistici  di circa una 16.000 entità, garantita nei riti  formali religiosi; ha  restaurato le abitazioni   della  vecchia Gerusalemme ed  ha costruito una nuova città, bassa, avendolo fortificata con fortezze e torri ed abbellita con i due palazzi regi e con un teatro ed anfiteatro, dando un volto nuovo, specie dopo la  ricostruzione del tempio e la risistemazione di tutta l’area templare, pur conservando la sacralità e santità del luogo, dove alita la presenza divina, preservata da ogni occhi stranieri.

Fa un capolavoro in Gerusalemme, elogiato perfino dall’amico Marco  Agrippa invitato per l’inaugurazione, che gà si era dedicato alla costruzione del Pantheon e alla sistemazione di Roma augustea! Non ha però  imposto tasse e dazi ulteriori né agli artigiani né agli agricoltori oppressi dalla carestia e da malattie epidemiche per quasi due anni,  ma li ha in un certo senso conservati a sue spese e  sfamati mediante un servizio   affidato a staffette militari,  provenienti dai fortilizi regionali  da lui stesso costruiti e per impedire gli accaparramenti alimentari e per curare  con interventi sanitari,  grazie ai  medici  militari, i malati,  come già aveva fatto per la rimozione delle macerie dopo il terremoto.

Erode, avuto da Ottaviano Torre di Stratone, un ancoraggio da secoli utilizzato dai mercanti sidonii, tra la Fenicia e l’Egitto, in una zona tra  Ioppe e Dora, secondo  Flavio, vi costruisce  un imponente porto con un sistema ingegnoso fognario, dopo aver fondata la città nuova ed abbellita  di un sistema strade (Cardo maximus), di acquedotto, di un palazzo regale poi sede di governatori romani, di un teatro e di anfiteatro  e di un monumentale Tempio di Augusto  (cfr.Guerra giud. I,408-415 ed Ant. Giud.XV, 331.341).

Noi qui vogliamo mostrare il valore degli architetti  ebraici che fanno una costruzione,  nuova come il porto  e  tengono presente come modello, il Pireo, e quindi che  sono uomini che hanno lavorato anche all’estero  e non solo in Iudaea, e che hanno visto certamente  i porti di Alessandria e  di Efeso.

Perciò posso dirti in generale che nelle  costruzioni Erode si serve probabilmente di  giudei aramaici e di giudei ellenisti, presumibilmente alessandrini, specie a Cesare Marittima dove c’è un popolazione mista anche di gentili, abituati alle immagini statuarie, mentre per le torri gerosolomitane di Ippico, Fasael e  Mariamne,  sembra che lavorino solo  giudei aramaici.

Nel mio parlare, Marco, ho presente le opere  J Murphy ed O’comnor, La città santa, Centro editoriale Dehoniano 1980 e di A. Shalit op.cit. e  E. Shuerer, Geschichte  der Juedischen  Volkes im ZeitalterJesu Christi  Lipsia  1898-1901 S. Brandon,  Gesù e gli  zeloti, Rizzoli. Milano  1983.

Dunque per quanto riguarda il porto di  Cesarea  si sa che da terra, nulla si vede del grande limhn/porto che costituiva la ragione stessa della costruzione di Cesarea.

L’esplorazione subacquea  ne ha ricostruito le dimensioni (cfr. Ricostruzione del porto di Cesarea).

Ti faccio notare come Flavio  marchi che è mirabile il fatto che non prese sul luogo tutto il materiale adatto per un’opera così grande, ma lo integrò con materiale portato da fuori con grande spesa (Ant giud., XV, 332).

 Flavio precisa: Il porto è costruito in una zona dove imperversa il libeccio, un vento che quando soffia anche moderatamente,  sospinge sulle scogliere onde così gigantesche  che il loro flusso fa ribollire il mare  per ampio tratto –  Guer. giud. ,I, ibidem-.

Qui il re, piegando la natura al suo volere con opere costose, costruì un porto più grande del Pireo e, nei suoi recessi, apprestò altri profondi ormeggi  -ibidem I, 410-.

Erode, sfidando la natura, vuole costruire qualcosa di veramente bello  e tale da vincere  la violenza del mare e fa un tempio  di straordinaria bellezza su una collina,  con all’interno  una colossale statua di Augusto non inferiore a quella di  Zeus in Olimpia e una della  dea Roma,  eguale a quella di Era di Argo. –ibidem-.

Flavio chiude il discorso: il re diede la città alla regione, il porto ai naviganti e  a Cesare l’onore della  fondazione (Ant. giud.,ibidem 339).

Lo scrittore precisa:  Stabilite le dimensioni del porto fece gettare in mare fino alla profondità di venti braccia  orguai  / una serie di blocchi, che erano all’incirca  lunghi 50 piedi, alti 9 e larghi 10 ed alcuni anche maggiori. Quando  fu colmata  la parte subacquea,  il molo, che così emergeva dal mare, venne portato alla larghezza di duecento piedi,  di cui cento furono predisposti per infrangere  i flutti e quindi si chiamavano  frangiflutti, mentre i restanti costituivano la base di un grosso muro di recinzione. Questo muro era inframezzato da grandissime torri, tra cui quella più alta e maestosa è  detta di Druso, figliastro di  Augusto. Vi erano numerose banchine  per l’approdo di coloro, che arrivavano,  e un  bastione, prospiciente tutto, in giro, costituiva  un’ampia strada  per chi sbarcava. L’apertura del porto era a settentrione perché in quel punto  il vento più propizio soffia appunto da nord  e, all’imboccatura, si alzavano tre statue colossali,  su ciascuno dei due lati, poggiate su colonne, delle quali quelle a sinistra di chi entrava nel porto erano sostenute da una torre  massiccia, mentre quella  a destra  da due grossi massi,  ritti ed uniti insieme, più alti della torre che stava dirimpetto. (Guer. Giud.I,411-413).

Marco, i blocchi sono così grandi che sembrano impossibili da gettarli in mare alla profondità di metri 35,52: sono parallelepipedi rettangolari alti metri 2,682, lunghi 14,9, larghi 2.98,  poiché il piede è di cm 29,8!.

Professore,  ma è impossibile, specie la dimensione della lunghezza?

Vero. Anche per Marphy-O’Connor,op.cit.

Infatti l’autore  corregge dicendo che in verità i grandi blocchi sono  forme lignee, riempite di pietrisco,  tenute insieme da malta, fatta di calce mescolata  a pozzolana, una cenere vulcanica che si trova nell’Italia centrale.

Dalla pianta del porto rilevo  che esso rimane per secoli sotto acqua?

Sembra, Marco, che già in epoca flavia il porto non era accessibile e non ci si poteva accedere  e che anche in epoca antonina era ancor sotto acqua  e solo ne 502 d.C ebbe  un  restauro da parte di  Anastasio (491-518). E’  probabile che il porto,  a causa di terremoti,  sprofonda in epoca di Cristo  di circa 6 metri.

Grazie della spiegazione, ma ora chiedo perché  il porto, circolare, a settentrione, all’apertura,  è largo 150 metri circa mentre nell’incavo della banchina, interno,  meno di 120 metri? E’  un’anomalia o un sistema  tipico dell’epoca? noi oggi facciamo porti  più stretti all’imboccatura e più larghi ed ampi nell’interno?

Premetto che non ho  competenze tecniche per risponderti, forse, Erode  fa seguire l’andamento della costa  e  blocca la costruzione dei due moli  che, pur richiedevano un ulteriore prolungamento, a causa delle spese già sostenute, specie dopo la statua di Druso,  eretta dopo il 9 a.C.?!

Professore, un ‘ultima domanda,  sulle costruzioni: Si  parla sempre della  grandezza dei blocchi erodiani anche nelle costruzioni delle torri gerosolomitane. Mi può precisare?

Si.Marco. Mi piace farti notare il sistema  avanzato  dei parallelepipedi rettangolari di Erode  e della loro positura tecnica, come base di costruzione e come collegamento tra due blocchi, specie nelle torri  gerosolomitane dette di Ippico, un amico, di Fasael, suo fratello, e  di  Mariamne, sua moglie asmonea. Sembra che la base, fatta di blocchi, sia cementata  sotto ed, a fianco, tra  i blocchi, accostati tra loro,  mentre la positura di quelli superiori indica una tecnica raffinata forse   già  della tradizione ebraica asmonea.

Quale?

Ti preciso  che la torre  di Ippico è alta 15 metri ed è quadrata  in quanto il lato è di 12 metri, mentre quella di Fasael è alta 45 metri  simile al Faro di Alessandria, ed è  rettangolare,  con dimensioni di base più grandi  di quella quadrata, mentre quella dedicata alla moglie è più graziosa in quanto ha all’interno locali  più sontuosi e più decorati ed  è sempre rettangolare in quanto  torre intermedia, come altezza, tra le altre due.   Si conosce bene  la grandezza dei blocchi di pietra – che,  secondo Flavio sono quelle stesse  di Ippico, lunghi 9 piedi, larghi 4,  alti 2 rispettivamente cioè  metri 2,682, 1,196, 0, 598-  oltre alla tecnica di positura. Secondo gli archeologi israeliani, però, le dimensioni di tali blocchi sono  inferiori -compresi quelli di Herodion, -una fortezza  costruita su una collina  a forma a di seno,   con torri arrotondate,  dotate di una ripida scala di 200 scalini , scavati nella pietra aventi, all’interno, appartamenti regali Ant. giud XV, 325-  in quanto risultano in lunghezza metri 2.50, in larghezza e in altezza solo metri 1,25,  ma, sono sovrapposti  e congiunti perfettamente. Sembra che abbiano una superficie bugnata  con un bordo ristretto di qualche centimetro, scalpellinato al fine di porre  una staffa di ferro di congiunzione tra blocchi  con uno, più largo nella pietra  sottostante,  che fa da piano di appoggio.

Sembra, Marco, che ci siano incorporati alla staffa  chiodi piombati che si fissano nell’interstizio  per fare meglio aderire la staffa, martellata tra i due blocchi. La tecnica  è già conosciuta in costruzioni ellenistiche, specie alessandrine dell’epoca, ma gli operai  di Erode sembrano  aver un proprio sistema in quanto vi aggiungono tra blocco e blocco  oltre alla staffa una malta di calce e di pozzolana.

Professore come, allora, i giudei possono accusare Erode?

I giudei accusano Erode di uperhphania/arroganza, avendo antipatia/dusnoia contro il re  idumeo-nabateo  anche se, oltre alle torri  gerosolomitane, ha costruito fuori, a Gerico,  a  Sepphoris  galilaica, a Bethramba peraica, ad Ascalona, ad Herodion, dove ha fatto ad imitazione del mausoleo di Augusto, una reggia-sepolcro, dopo la restaurazione delle fortezze asmonee, passate sotto il suo diretto controllo, dopo la morte di Alessandra.

I giudei,  a volte,  sono prevenuti contro il suo governo, che in sostanza è quello di un re equilibrato e moderato, giustamente notato da Augusto stesso che, dando  in dono intere regioni ad Erode implicitamente riconosce la sua positiva amministrazione,  in quanto il re, nelle zone di confine, ha stanziato ex militari come  guardiani  contro i lhsteria di popolazioni  tese solo al latrocinio,  come quelle di Traconitide e di  Batanea, neanche frenate dai governatori romani.

Insomma Augusto conoscendo il sistema agricolo erodiano e vedendolo  funzionale, rileva  anche l’attività artigianale e  il suo proficuo commercio,  e, perciò, dà sempre maggiore importanza ad Erode che ha la carica di epitropos olhs Surias, avendogli concesso altre terre, a cominciare da torre di Stratone e zone limitrofe ed avendogli affidato parti della Cisgiordania   e le terre  della vallata del Giordano  e di Gerico- un tempo  avute in affitto da Cleopatra- oltre allo sfruttamento del metallo  di Cipro, al controllo della Cilicia ed, infine,  delle zone ituraiche nefaste per le ville romane  dell’Auranitide e dei cives di Damasco.

Erode, quindi, dando lavoro, da una parte, concede  in affitto anche territori  per l’ estrazione  dell’argilla  da depurare, utilizzata  mescolata con sabbia, prima di metterla in forme di legno su stampi a seconda della grandezza dei mattoni  da essiccare e poi da cuocere in fornaci  e, da un’altra, assicura loro  protezione anche militare alle fabricae in corso, in quanto la comunità di lavoro è sempre numerosa, anche se  divisa a seconda delle specializzazioni e delle professioni.

E’ possibile stabilire il numero esatto di lavoratori in ogni cantiere?

No. Marco.  Si  può dire con approssimazione, ma non si sbaglia di molto se si pensa ad un numero non inferiore a 10.000 per Cesarea, come per il Tempio, dove  è variabile  il numero degli addetti a seconda delle ubicazioni delle fabbriche  ed in relazione ai tempi di lavoro.  Abbiamo invece certo il dato degli operai alla fabbrica del Tempio- che nel 66  d C, hanno finito i lavori  dopo 86 anni: sono 18.000 (Ant.giud. XX,219)  e stanno accampati  tra la valle del Cedron e il Getsemani,  fuori città e chiedono un altro lavoro al Re Agrippa II, se non vuole  sommosse in città.

Tutti questi sono chiamati tectones/ ergetai operai digrossatori  di materiali,  genericamente, ma si diversificano tra loro in professionisti a seconda della materia,  muratori e carpentieri e in  operai  generici banausoi, a seconda delle opere e del materiale usato- come già abbiamo detto -artigiani semplici, dhmiourgoi, kheirotechnai, ed artigiani specifici  oikodomoi,  litotomoi, lithourgoi,  lithologoi  specialisti  in mosaico, cottimisti pshphothetai, o abili con lo scalpello smilh, o specializzati in conduzione di acque o in ingegneria idraulica per gli acquedotti udrogoogia o come costruttori di templi o di strade odopoiioi,  e perfino di intere  città.

Si parla, talora,  perfino  di livello direttivo  e non di manovalanza: sono tutti  questi  artisti di alto  prestigio  globalmente technitai,ma sono architektones, mhchanopoioi, oi peri tas mhchanas, quelli che nell’esercito romano  sono i fabrum magistri, gli addetti al genio, a cui presiede un praefectus, utili specie in guerra, in assedi polierkiai con le mhkanai,  come arieti e catapulte o con la machinae tractoriae ed alte gru a leva per sollevare e deporre blocchi. Sono questi che risultano  technitai poietoi, che fanno  specifici progetti ed eseguono  piani  secondo la volontà dei committenti, nel nostro caso di  Erode per Samaria o  Cesarea o  Gerusalemme,  o dei  figli (Archelao  per Archelaide,  Erode Antipa per  Tiberiade e Filippo per  Giuliade).

Professore, lei  vuole dire in sostanza, che Erode, volendo avviare l’integrazione  del popolo, in prevalenza aramaico di cultura, ancora barbarico,  collegato con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromano, e cambiare la loro musar con la paideia ellenistica,  non può interrompere  la sua opera innovativa e  non seguire i lavori stessi dell’imperatore a Roma, dove  si rileva una sostanziale riforma politica sociale  economica   e finanziaria insieme  ad una ristrutturazione urbana.

Mi sembra che sia così, Marco. Erode  è un o politikos/ vir civilis  un vero politico e  non è un credente giudeo né uno zelante di fede, ma si mostra  fedele per conformarsi ad un popolo ignorante,  che segue le prescrizioni mosaiche, ed anche se scettico, ostenta pietas  specie nelle  manifestazioni pubbliche secondo il modello  rituale della dinastia asmonea  e nei giorni di festa  dello shabat e della Pesah e  di quelli delle  Sukkot.

Siccome non può rinnegare la nascita ascalonita e la  vita passata in Idumea e in Nabatea,  ha normalmente  un comportamento non certamente da fariseo, specie da privato, e quindi  è facilmente accusato di peccato/amarthma, in quanto commette impurità, ma,  comunque, non mangia carne  di maiale, non entra nelle parti del Tempio, precluse a non sacerdoti,  ed ha capito, dopo vari errori, che  a Gerusalemme non può fare  costruzioni con immagini tanto da fare penitenza e  atti di umiltà  per convincere l’élite sacerdotale  farisaica  che i trophaia sono materiale ligneo e  da non far circolare nell ‘area gerosolomitana  moneta romana- poi entrata all’epoca di Gesù anche in città-  e nemmeno quella coniata da lui,  senza la sua immagine, perché avrebbe richiamato quella dell’imperatore.

Ogni azione di Erode, quindi, è  seguita dallo sguardo indagatore degli esseni  e dei farisei  puritani, pronti a scomunicarlo  con una condanna religiosa, che significa una rivolta/stasis?

E’ così! Marco. Erode, nonostante gli sforzi, talora, lodati  e riconosciuti, non conquista mai totalmente il suo popolo  che ha un altro credo, un altro theos, neanche con la mediazione alessandrina e con la sua sagacia politica da costruttore  e da diallakths e  perfino anche da ethnopatoor/ padre della stirpe e protettore advocatus /ethnophulacs! Infatti  le feste quinquennali, fatte nel teatro gerosolomitano,  gli avevano determinato  con l’equivoco delle  immagini  una congiura, per cui Erode diffidente, ora si circonda di guardie del corpo, specie dopo la morte di  Marco Agrippa, irrigidendo il suo regime.

Ad Erode  capita di dovere imporre il diritto romano all’interno del suo regno  e, nonostante la  sua difesa umilistica– tanto difficile per lui, superbo!-  da  normale suddito, di fronte all’auctoritas romana, fatta umilmente davanti ai suoi notabili farisei, a cui mostra i suoi doveri di civis, che dipende  per la politica estera ed  anche per quella interna, essendo vincolato dalla lex suprema e dall’imperium  di Roma, in quanto suo rappresentante.

Perciò, egli ci tiene a  mantenere, nel suo stato, l’ordine, e promulga una legge contro i ladri, conformemente al diritto romano, ma trova subito la reazione indignata dei farisei.

E perché? .

Marco, Erode va contro la tradizione mosaica, applicando la iustitia romana!.

Allora non è solo una questione culturale normale, ma è anche  un problema di diritto oltre che di costume?

Certo.

Il suo proclama, fatto probabilmente nel periodo invernale del 18/7  a.C  per reprimere i latrocini con scasso in città, in campagna, e specie in Traconitide, è questo: Chi rompe le mura  di una casa, sia venduto come schiavo e allontanato dal regno- Ant giud. XVI,1,1-.

I farisei  spiegano  che l’essere venduto come schiavo ed allontanato dal regno, pesante per  trasgressori,  colpevoli, viola, però,  i costumi della patria.

Marco, la legge mosaica dice  che un uomo non può essere venduto come schiavo ad estranei, stranieri, che hanno diversi costumi di vita, in quanto il giudeo, in cattività, non può compiere  neppure sotto costrizione, le cose comandate da altri.

Erode, perciò, ha fatto un’offesa alla religione,  punendo i colpevoli,  che sono tutelati nella loro vita di giudei, praticanti la preghiera giornaliera, le rituali purificazioni, la kasherut, la circoncisione,  il riposo festivo e le feste comandate per fare i sacrifici rituali templari.

La torah ammette in caso di vendita-  mai fuori del regno e neppure in schiavitù perpetua!- come schiavo, che l’ebreo  rimanga tale per sei anni, ma ha diritto al settimo anno ad un gratuito affrancamento.

Di conseguenza i farisei giudicano secondo Flavio che la legge allora emanata è troppo severa, ingiusta ed eccessiva-ibidem- e  arrivano a condannare Erode come despoths tirannico, un uomo  arrogante che governa  non da re/basilikoos ma da tiranno/turannikoos, che non tiene conto degli interessi  dei suoi sudditi.

Erode è un politico, funzionario dell’impero romano, che, obbedendo alla lex romana, si aliena  il suo popolo -che non ammira certamente che i suoi figli, di stirpe asmonea, stiano a Roma, per gli studi enciclici!-  e che sostiene che il proprio re  debba far pagare al ladro il quadruplo di ammenda e,  una volta accertato che non può pagare in denaro il danno fatto,  il trasgressore possa  essere venduto solo ad un altro giudeo, che conosce la tradizione patria -Ibidem 3-.

In questa situazione di  contestazione Erode decide di  far un viaggio a Roma per riprendere i propri figli studenti a Roma, dopo cinque anni dalla loro partenza e  sistemazione in casa di amici romani, gentili/goyim.

A detta di Flavio, ad ogni assenza di Erode da casa, al ritorno, il re  trova  problemi più in famiglia che in patria.

Professore, seguendo i suoi lavori, rilevo che  le assenze dalla patria  risultano fatali non solo ad Erode ma anche ai figli,  specie ad Antipatro e ad Archelao.

Marco,  questo viaggio a Roma gli nuoce poco, mentre gli risulta funesto quello, molto più lungo,  al seguito di Marco Agrippa.

Erode sia nella prima che nella seconda partenza lascia le redini del regno ai parenti stretti, a Salome e a Ferora, come dioiketai  abili a guidare il lavoro degli  uparchoi  nei vari distretti, dei burocrati e  degli  scribi di villaggio, che tengono i registri e  fanno computi per i tributi  avendo registri, poi riscossi da ufficiali regi, sebasteni, probabilmente.

Nella prima i due  mantengono  il regno secondo le direttive del fratello e lo gestiscono, senza aver problemi né con  i familiari   delle altri mogli  viventi nella reggia né con il popolo e coi farisei.  Erode  compie il suo viaggio di andata e di ritorno in circa 4 mesi, compreso il periodo di residenza  romana e l’accoglienza amichevole di Cesare, che sottende qualche giorno  di ospitalità dell’imperatore e degli amici, e le fermate in luoghi cari al re, dove compie le opere di magnanima beneficenza.

Flavio informa-ibidem 6-: Cesare lo accolse amichevolmente e tra l’altro gli consegnò i figli, i cui studi erano finiti e gli concesse di portarseli a casa.

Erode nel 22  a.C aveva lasciato a Roma  tre figli  e nel 17 riporta a casa Alessandro ed Aristobulo  mentre il terzo, innominato,  più piccolo,  era morto a Roma  misteriosamente!.  

Al ritorno Erode constata l’amore del popolo, filoasmoneo, verso i suoi due figli Flavio-ibidem,7- dice: il popolo dimostrò molto interesse per i giovani che attiravano l’attenzione di tutti per la grandezza della loro fortuna e per le loro figure, non indegne di dignità regale.

Lo scrittore rileva subito l’invidia di Salome, sorella del re  e di quanti con le loro diabolai calunnie erano stati causa della morte di Mariamne e mostra i loro timori: pensavano che i giovani, appena giunti al potere, avrebbero fatto pagare i crimini commessi contro la loro  madre!

Flavio precisa la situazione subito sorta tra  Alessandro ed Aristobulo, sdegnosi verso il popolo e  verso gli amici di Ferora e di Salome e perfino verso il padre, uccisore della madre: la paura dei colpevoli fece sì che per difesa lanciassero calunnie contro i giovani, spargendo la voce  che non parlavano volentieri al popolo a motivo della morte della madre, parendo a loro sacrilego coabitare con l’uccisore della donna, che  aveva loro dato illustre origine.-ibidem,9-.

Secondo la consuetudine idumeada noi mostrata già in Antipatro e le innocenti morti degli asmonei,  Ferora e  Salome, dopo iniziali menzogne unite ad apparente verità, plausibile, recavano danno ai giovani e distruggevano l’affetto che Erode provava per i figli  -ibidem,10-. Essi risultano abili  nel non parlare direttamente,  ma fanno giungere notizie, tramite voci popolari, al re che gradualmente passa ad un odio crescente, anche se per allora  il suo affetto è più forte  dei sospetti e delle calunnie. 

Salome è venefica con le sottese accuse per il  tradimento di Mariamne con Giuseppe, suo marito all’epoca, di cui porta come prova il figlio morto a Roma- e di quello con Soemo-di cui  crede figlia  una ragazza, ancora vivente a corte -!

I giovani, di cultura ellenistica, educati da didaskaloi,  hanno appreso da mathetai  un altro senso di dikaiousunh /iustitia, la morale della vendetta privata: essi hanno il dovere di vendicare la madre  e di uccidere il padre colpevole, con cui  è sacrilegio coabitare  e che la loro purificazione/Katharsis,   passa per la katastrophh, tragica, punendo anche il popolo e i farisei, correi della mancata difesa dell’innocente madre.  Il popolo e i farisei invece, pur mostrando interesse ed affetto per loro, vedono  in Alessandro e Aristobulo gli asmonei che rivendicano l’eredità asmonea  materna, inviati da Dio  ad uccidere il tiranno e a ripristinare  con la stasis il  malkuth,  secondo la volontà divina: il rab/maestro educa il talmid/discepolo a fare la volontà di Dio e insegna la legge- ora non solo  nelle sinagoghe, ma anche  nelle piazze!-  e la virtù,  invitando a dare la vita per la propria  tradizione.

Dunque, professore  c’è scontro tra il soggettivismo della paideia  e  il comunitarismo legalistico della musar aramaicaCerto Marco!.  Si scontrano due culture: quella dei vincitori  arroganti e quella degli sconfitti destinati a subire ulteriori dolorose sofferenze! i due giovani, insensibili ai richiami dei rabbi,  neanche vogliono comunicare con le scuole rabbiniche, che cercano di far crescere il popolo  con la liturgia della parola e della predicazione !- M.Hengel, Giudaismo ed ellenismo,Edizione italiana a cura di Sergio Monaco, Paideia Editrice 2001-.

Che succede, allora ?

I giovani, per un po’ di tempo, restando  equivoca la situazione,   nonostante i sospetti, le accuse e le calunnie cortigiane, sono  onorati, comunque, dal padre.

Erode, infatti, provvede  al loro matrimonio,  facendo sposare Alessandro con Glafira, figlia di Archelao re di Cappadocia ed Aristobulo con Berenice, figlia di sua sorella Salome.

A questo punto, intorno alla primavera  del 16  Erode  dovrebbe essersi assentato  una seconda volta, e  lasciato il potere di nuovo per breve  tempo  a  Ferora e a Salome per incontrare, a Mitilene,  Vipsanio Agrippa, suo amico  collaudato già dal 33, epoca  dell’edilità del romano, già esperto di architettura, rivisto nel 23, quando c’era tensione tra l’imperatore e il marito di  Claudia Marcella, figlia di Ottavia, che, raffreddato,  innervosito dalle chiacchiere,  si era ritirato a Lesbo, qualche mese  prima della morte del cognato  Claudio Marcello, con cui aveva  profondi dissensi  a causa della reciproca invidia, essendo ambedue competitori alla successione, data la cattiva salute di Augusto, peggiorata.

Erode aveva mantenuto stretti rapporti con Agrippa, forse per via epistolare, che, richiamato a Roma dalla Siria, lasciata ad un legatus, per sposare  Giulia, vedova, veniva considerato dux prezioso da inviare in Gallia Comata contro i Germani  e poi contro i Cantabrici, ribellatisi.

Ora Augusto, ristabilitosi in salute,  nel 17  di nuovo  con un imperium proconsulare maius, lo rimanda a Lesbo  come Epitropos Surias  col mandato di risistemare tutta la zona asiatica di punire i ribellei del  Bosforo Cimmerico  per poi  da lì,  compiuta la missione, penetrare militarmente verso al Pannonia, con gli eserciti,  stanziati  sul Danubio/Istro, per consolidare la totale  conquista dell’Illiricum.

Conquistare  l’Illiricum dal Bosforo Cimmerico, dall’attuale  Crimea?

Si. questo è il piano di Augusto!

E’ questo un grande disegno di conquista  già predisposto  e parzialmente attuato  da Augusto,  che ha in mente la costituzione della Regio X  Venetia et Histria  con le province di Dalmatia e Pannonia, poi definitivamente conquistate da  Tiberio in vari momenti- nuovo genero dell’imperatore subentrato  e nell‘imperium  e  nel letto di Giulia, come marito, alla morte del suocero Agrippa-  che divide l’insieme conquistato in  Pannonia  superior e inferior.

L’illiricum e  Pannonia comprendevano  molti stati attuali ?

Si.  Slovenia ed Austria, Croazia, Montenegro e Serbia, Bosnia Erzegovina,  Kosovo, Albania, Macedonia,  repubblica Ceca e Slovacca, Ungheria  e parte della Romania e  della Bulgaria!.

Nota bene!. Si è ancora nella pax augusta!

Erode, dunque, desidera vedere l’amico e parte per  incontrarlo  – appena sa che è arrivato a Mitilene- con l’intenzione di invitarlo  a Gerusalemme  per mostrare  a lui – ritenuto artefice della sistemazione urbanistica  dell’Urbs, compresi la  conduttura  delle acque e il miglioramento dei servizi idrici e fognari della capitale,  famoso già per la costruzione del Pantheon-   il suo capolavoro  del Tempio, dell’area templare e delle altre sue opere.

Quando, professore?

Penso nella primavera del 16, può aver fatto il viaggio verso la Ionia, dopo i matrimoni dei figli.

Flavio-ibidem 12- scrive: venuto a conoscenza che Marco Agrippa  era giunto dall’Italia in Asia, subito si affrettò ad incontrarlo e lo invitò  a venire nel suo regno  a ricevere il benvenuto, che poteva aspettarsi dal suo ospite e  migliore amico. 

Erode, dopo molte preghiere, avuto il suo consenso, lo accoglie in Giudea, nella primavera del 15.   Conosciamo la notizia da più fonti (Flavio,  Filone e  Svetonio e Cassio Dione)   cfr. M. Reinhold, Marcus Agrippa. A Biography. Ginevra L’erma di Breitshneider 1965 e  R. Syme, Aristocrazia augustea, Rizzoli 1993.

All’arrivo di Agrippa, Erode, secondo Flavio -ibidem 13- non omise niente  di quanto gli poteva essere gradito,  lo accolse nella città di nuova costruzione mentre gli mostrava  gli edifici  li trattandolo  con ogni riguardo e somministrando cibi  piacevoli. Questo avveniva sia in Cesarea Marittima che in Sebaste  e in altre fortezze. Lo condusse anche  a Gerusalemme dove fu accolto dal popolo che gli diede il benvenuto con abbigliamento festivo e con acclamazioni.

Flavio aggiunge che Agrippa  sacrificò a Dio una ecatombe  e fece festa col popolo, il cui numero non era inferiore a quello delle grandi città.

Sembra  che Filone in Legatio ad Gaium– Lettera di  Erode Agrippa a Gaio Caligola-   parli di un  sacrificio,  fatto a Pasqua    quando la popolazione di Gerusalemme si quadruplicava per la presenza di giudei aramaici transeufrasici e  di ebrei ellenistici convenuti non solo per la festa ma anche per la venuta del  genero di Augusto, intenzionato a fare un sacrificio!

Per Erode è un successo: un romano così importante, il rettore della pars orientale fa un sacrificio a Jhwh, riconoscendo ufficialmente  il valore del culto ebraico! E’ un premio alla sua politica di mediazione e di integrazione!  E’ un riconoscimento imperiale dell’opera di Erode  davanti ai dunatoi orientali e della conversione all’universalismo romano del giudaismo, pur diviso nelle sue due anime: un altro segno  di amicizia  tra l’imperatore e il re dei re,  dopo l’avvenuta distensione tra i due grandi imperi.

Il sacrificio di Agrippa a  Dio, nella Pasqua del 15, risulta il trionfo personale di Erode!

Erode onora l’amico mostrandogli le sue opere e le meraviglie naturali di Gerico e della vallata del Giordano e il  sale  e bitume Mar Asfaltite col suo sale e bitume  e con le cascate di Callirhoe.

Agrippa, comunque,  pur avendo desiderio di rimanere ancora, decide, dopo qualche mese di permanenza,   di ripartire per ritornare in Ionia, prima dell’approssimarsi della stagione invernale.

Flavio- ibidem 15 -scrive: era tuttavia incalzato dal tempo  in quanto pensavo che l’approssimarsi dell’inverno  non gli avrebbe reso sicuro il  viaggio di ritorno nella  Ionia, che era obbligato ad intraprendere.

Agrippa, dunque, parte, dopo aver ricevuto doni dal re e dai suoi amici e dai dinasti orientali, compreso Archelao  consuocero di Erode.

Secondo Flavio.-ibidem 16-: Erode passò l’inverno a casa e giunta la primavera  si affrettò ad incontrare  Agrippa, sapendo che stava  per guidare una spedizione nel Bosforo.

Erode lo segue?

Certo. Lo raggiunge a Sinope, dopo un lungo  viaggio e si assenta per  terza volta dal suo regno, fidandosi del buon governo di Ferora e Salome, senza  dare peso al contrasto esistente nella sua famiglia tra il clan idumeo e quello asmoneo!.

Flavio –Ant giud., XVI, 16-65 – parla di tale impresa di Agrippa,  ma fa cenni come Svetonio- Augusto-, mentre ne parla diffusamente Cassio Dione- St. Rom., LIV, 29,1.

Nel 14, il mandato  primario di Agrippa è quello di  mantenere l’ordine imponendo un nuovo re nel Bosforo Cimmerico.

Professore, lei  ne ha parlato nel libro Antipatro padre di Erode  quando  tratta della ricompensa di C. Giulio Cesare a Mitridate  Pergameno, figlio naturale di Mitridate il grande, che ha da lui il regno del Bosforo Cimmerico.

Si. Marco. Dicevo anche che alla  sua morte,  Asandro  diventa re e governa fino al 16,  sposando la sua sorellastra Dynamis. Alla  morte  del re,  ci sono  sedizioni antiromane  fomentate da Scribonio, contro la regina: viene inviato Marco Agrippa a risolvere  la situazione nel 14 a.C..

Agrippa, quindi, giunto con la flotta da Sinope, spaventa gli insorti ed  incorona re  Polemone I, re del Ponto,  che, sposando Dynamis, amplia il suo regno con l’annessione del regno bosforitano. Il matrimonio tra i due è infelice e sorgono poi  rivoluzioni che, capeggiate da Aspurgo, figlio di Asandro,  sono riconosciute come legittime da Roma, che lo fa regnare dall’8 a.C. per quasi un  quarantennio  come re sul Bosforo Cimmerico.

Dopo aver ristabilito l’ordine nella zona compresa tra il Tyras (Dniestr) e Borystenes ( Dniepr) e le penisole di Crimea e Taman,  Agrippa  passa alla seconda parte del suo mandato, penetrare con l’esercito dalla foce del Dniestr  e conquistare la Pannonia ,dove le tribù  bosforitane si sono  fuse con quelle pannoniche lungo l’Ister/ Danubio specie quelle di Emona e Sciscia.

Un  legatus è incaricato della spedizione militare, che deve coordinarsi, per ordine di Augusto,  con  Marco Vinicio governatore dell’Illiricum, sotto la direzione suprema di  Agrippa, che rimane  a Sinope, città del Ponto ellenizzata e romanizzata,  posta nella penisola di Boztepe, nella costa centro-meridionale del Ponto Eusino,  fondata  sullo stretto cordolo di congiunzione  alla terraferma pontica  cfr. Plinio, St. Nat., VI, 5-7,216-.

Erode  partecipa alla  resa dei ribelli bosforitani e alla elezione di Polemone, dopo che si è incontrato con l’amico non lontano dallo stretto  della penisoletta, dove è Sinope.

Seguiamo la versione di Flavio: Navigando tra Rodi e Cos approdò nei pressi di Lesbo,  dove pensava di potere trovare Agrippa- ibidem 17-.

Erode, però,  non trova a Mitilene  il dux,  già partito, essendo  uomo prudens  che teme la navigazione, a lui ignota,  dello Chersoneso tracio /stretti dei Dardanelli e del Bosforo e l’entrata  nel Ponto Eusino.

Erode,  invece,  sorpreso  dal vento del Nord, che impedì alle  sue navi di salpare  e dovette attendere  parecchi giorni a Chio  dove accolse parecchie persone  venute a visitarlo e  le conquistò con molti doni -ibidem 18-.

Flavio mostra  la generosità e la magnificenza di Erode  in attesa delle favorevoli condizioni climatiche: quando vide che il portico della città giaceva distrutto, essendo stato abbattuto nella guerra di  Mitridate  e, a differenza di altre,  non era facile erigerlo a causa della sua grande dimensione e bellezza, diede una somma di denaro  sufficiente non solo per quello  ma, ancora di più per coprire la spesa di tutta la struttura  e comandò di non trascurare quel lavoro ma di esigerlo sollecitamente così da restituire alla città la sua antica bellezza.- Ibidem19-.

Erode quando si calmò il vento, secondo Flavio –ibidem 20-  navigò verso Mitilene.

Agrippa, essendo partito  per Sinope, fa il il viaggio a tappe/stathma, costa costa, si affretta lentamente/ speudei bradeoos, volendo attendere l’amico.

E’ un viaggio lungo  quasi un migliaio di km, con triremi  da guerra e con navi onerarie?.

Si. Con triremi da guerra  e con navi onerarie. E’ una flotta che si sposta dal Mare Egeo al Ponto Eusino!

E’ un  lunghissimo viaggio e  si va a 5/6 nodi,  a  seconda della costa, facendo un percorso  di una decina di km, facendo alternare  i rematori nel lavoro, secondo un normale ritmo. Plinio, Filostrato e  Sinesio  ritengono che si possa fare un tale iter di mille km,  con una decina di giorni.

Si pensa che, perciò, Agrippa,  faccia il tragitto  dapprima fino fino ad Abydos  in Misia, davanti a Sesto, che è all’ estremità dell’Hellespontus, poi,  attraversi la Propontide -il Mar di Marmara-in tre giorni ed infine faccia il percorso da Bisanzio a Sinope in  sei giorni, dopo aver attraversato  le Simplecadi  sul  Bosforo.

Sono curioso, professore! vorrei sapere qualcosa in più sullo Stretto di Dardanelli, sul Mar di Marmara e sul Bosforo: so che lei ci è stato varie volte!

Ci sono stato ma le mie informazioni sono  superficiali, non marinaresche. Comunque, posso dirti che l’Hellespontus/Chersoneso Tracico/Dardanelli è una lunga appendice  come le tre dita della Calcidica (Sitonia, Cassandra e Monte  Athos)  una specie di ditone, che costeggia la Misia, alla cui estremità meridionale c’è Sesto, che ha di fronte, ad un buon chilometro,  Abydos (città famose per il mito di Ero e Leandro  rispettivamente sacerdotessa  di Afrodite e giovane amante, morto per andare ogni notte a  trovarla a nuoto! Forza dell’amore!). .L’Hellespontus  è una penisola europea  che è compresa oggi nella provincia di Cannakkale  Bogazi (IIio- Troia dove Erode  si ferma  al ritorno via terra e fa doni ) che è divisa in due distretti quello di Gallipoli e quello di Accabat. Il Mar di Marmara è un bacino  di circa 11. 000 km quadrati,  lungo da Gallipoli ad Izmit circa 500 km ed ha molte isole tra cui quelle dei Principi e  Marmara. Il Bosforo è, invece, uno stretto canale che mette in comunicazione il Mar Nero/ Ponte Eusino  col mar di Marmara/Propontide,  a sua volta collegato col Mar Egeo dallo stretto dei Dardanelli.  Sul Bosforo ci sono le Simplecadi  le isolette di  Sundromades e Plagktai, all’entrata dello stretto.

Leggiamo Flavio per meglio capire il viaggio di Erode che ha fretta di raggiungere l’amico: Giunto a Bisanzio seppe che Agrippa si era già inoltrato  al di là degli scogli Cianei- Simplecadi-   e si affrettò  al suo inseguimento  a massima velocità  per recuperare il tempo perduto, a causa del vento contrario.

Erode finalmente intravvede le navi dell’amico che sono vicine a Sinope!

Flavio- ibidem 21-  scrive: lo raggiunse presso Sinope nel Ponto  e quando, inaspettatamente,  accostò  la sua nave,  si avvicinò  e alla sua apparizione  ebbe il benvenuto. Ci furono scambi di caloroso saluto,  specie da parte di Agrippa, che rilevava la grandissima prova di amicizia e di affetto  perché il re aveva compiuto un così lungo viaggio  ed aveva tralasciato  per lui qualsiasi ufficio, compresa l’amministrazione del suo stato, avendo ritenuto questo il più importante tra i suoi doveri personali.

Flavio forse riprendendo  le Memorie del re, celebra l’opera svolta da Erode in quella spedizione bosforitana. E‘ probabile che altri re delle regioni vicine vadano a riverire  il genero di Augusto e tra questi Archelao, re di Cappadocia,  portando auxilia! 

Erode conosce  bene Polemone, amico come lui di Antonio divenuto in seguito  nel 27 a.C. re del Ponto e socio dell’impero.

Flavio non mostra la reale funzione svolta da Erode nella spedizione né il contributo della piccola flotta giudaica nell’occasione della chiusura del golfo bosforitano ad opera di Agrippa che blocca i ribelli e li costringe alla resa.  Lo storico neanche accenna alla incoronazione di Polemone I re del Ponto e  del Bosforo Cimmerico: è tutto preso nella esaltazione del  re giudaico che ha grande rilievo in mezzo a tutti gli altri re,  tanto da essere considerato davvero  terzo uomo dell’impero romano.   Flavio-ibidem 22- scrive : lui fu tutto per Agrippa: Collega sunagonisths negli affari di stato consigliere/ sumboulos in varie occasioni; hedus tais anesesi / sollievo nei momenti di proccupazione; e monos apantoon koinoonos okhleeroon  men dià thn eunoian, eedeoon de  katà thn timhn/unico partecipe  di tutte molestie  con la benevolenza  e  di tutti i piaceri con devoto rispetto  dell’amico.

Professore, Flavio mostra il servitium di Erode accanto al megistos  Agrippa e nella vita politica e in quella privata quotidiana, comunque, discreto,  senza invadenza !?

Certo. Marco. E’ un uomo che sa stare al suo posto, nonostante il naturale protagonismo ed enthousiasmos personale, ingigantito dalla coscienza della sua amicizia  con un politikos, destinato alla successione,  per natura benevolo khrhstos, benefico e sollecito verso gli altri/megalopsuchos .

E lo dimostra, secondo Flavio, nel viaggio di ritorno, fatto a tappe, via terra,  passando  attraverso le regioni della  Paflagonia, della Cappadocia, della Frigia / megale Phrugia  per arrivare ad Efeso!  lo scrittore giudaico vuole esaltare il re  evidenziando la sua grandezza  di animo e la munificenza, pur in compagnia del suo amico, infinitamente a lui superiore, probabilmente citando le Memorie regie in suo possesso: Molti furono i benefici concessi dal re in ogni città, secondo i bisogni di quanti a lui ricorrevano: non si ritirava da nulla  per ciò che riguardava denaro ed ospitalità, pagando di tasca sua  ogni spesa; intercedeva per alcuni che chiedevano favori ad Agrippa  e faceva in modo che non restasse mai inesaudita la richiesta dei postulanti.  Già Agrippa lo era per conto suo gentile e generoso nell’andare incontro a chi chiedeva  favori personali, non nocivi agli altri, ma il re incitandolo, lo stimolò moltissimo  a compiere azioni buone.

Tra le azioni buone Flavio porta l’ esempio della riconciliazione col popolo di Ilio, che  si ritiene esente da tributi perché  con Enea  e Iulo si considera capostipite dei Romani: Lo riconciliò col popolo di Ilio,  pagò i debiti  ai Chii che avevano  coi procuratori di Cesare, li liberò dai loro tributi, assistendo chiunque a lui ricorresse -ibidem 26-.

Sembra un Erode buono, premuroso, generoso e sconfinato nel suo prodigarsi per gli altri, magnanimo in tutto, secondo il suo carattere filantropico,  disposto alla euergesia.

E’ davvero Erode così?  Marco questa è la sua versione dei fatti narrata da Flavio che segue le  sue upomnhmata/memorie!. Si sa che Erode è uomo/vir anche nelle vicende  contraddittorie della normalità situazionale e perfino negli eccessi, e sa rivelare il meglio e il peggio di sé, avendo dovuto vivere  da re lui privato/idioths,  suddito dei romani e stretto collaboratore di Ottaviano ed Agrippa anche loro  popolares cives, divenuti megistoi, dominatori divini di un imperium sconfinato, rimanendo sempre un idumeo-nabateo barbarico, mesopotamico, nonostante la cultura ellenica!.  

Da qui il monstrum/teras secondo la lettura cristiana, che vede  la parte più oscura di una creatura?

Marco, l’uomo è uomo, un sacco di merda, capace di tutto nel bene e nel male ed Erode è esagerato negli estremismi e nel meglio e nel peggio!

Professore, mi fa meditare, oggi !  Grazie. Seguiti, ora, il suo lavoro su Erode.

Erode ed Agrippa non fanno il ritorno su nave, ma  via terra e  giungono in Ionia, ad Efeso.

Flavio-ibidem 27- informa:  una notevole moltitudine di giudei  abitanti in quella città  si avvalse di questa opportunità per  parlare liberamente. andarono da loro  e esposero  i maltrattamenti  che subivano in quanto non era lor concesso  di reggersi conformi alle loro leggi  e con forza era costretti a comparire nei giorni festivi in tribunale; denunciavano che erano stai spogliati  del denaro  che avevano messo da parte  da inviare a Gerusalemme  e che erano obbligati  al servizio militare, a servizi civici, sebbene fossero esentati da questi doveri e chiedevano che fosse loro concesso di vivere secondo le proprie leggi. 

Marco, tu conosci  da tempo il sistema ebraico, tutelato, prima dai Persiani e poi dai Macedoni (Lagidi e seleucidi) ribadito con molti decreti  dal diritto romano, vigente in ogni città greca  e specie in Alessandria,  come politeuma/tipica costituzione ebraica.  Te ne ho parlato moltissime volte e l’ho ben descritto con Filone  durante la causa sostenuta davanti a Caligola cfr. Caligola il sublime,cit.  Perciò non è il caso che io te ne  parli diffusamente. trattando del discorso  fatto da Nicola di Damasco, patronus ed advocatus,  dato da Erode, come difensore della causa, ai giudei ellenisti.

Noi conosciamo la retorica di Nicola– cfr La morte degli innocenti figli di Mariamne  e il “regno” di Antipatro – e la sua concezione universalistica dell’impero  romano,  la sua coscienza di suddito rispetto al dominio dei romani  e la sacrosantità dello ius sui popoli sottomessi e  della  necessitas della conservazione  della tipicità della religio giudaica e della salvaguardia del suo politeuma anche ad Efeso, città  cosmopolita di oltre 300.000 abitanti,  con una popolazione ebraica di quasi un terzo.

Se vuole,  può aggiungere qualcosa, faccia come le sembra opportuno, professore!. Credo, comunque,  di conoscere la romanitas  di Nicola di Damasco.

L’avvocato ha presente  tutti i decreti che Flavio  ha mostrato nel XIV libro di  Antichità giudaiche  per comprovare i diritti ebraici tutelati dalla lex romana dal periodo di  Giulio Cesare, che ricompensa  Antipatro, Hrcano e gli oniadi del loro  aiuto durante il bellum alexandrinum.

Ora ad Efeso Nicola conosce gli oltraggiosi maltrattamenti /epeereia, subiti ingiustamente dai giudei: gli è facile dimostrare l’ingiustificato procedere antigiudaico degli efesini greci e degli abitanti della  Ionia, che sono in lotta per la supremazia nel porto, nei commerci e nel sistema trapezitario, per invidia.  Nicola  fa ora  upourgia e non storia, elogiando la funzione di ethnopatoor di Erode e la sua posizione di mesiths, di intermediario,   di garante della fedeltà all’imperium romano del giudaismo ellenistico (ed anche aramaico!)- e di rutoor/liberatore dalle prove del signore/peirasmoi e dai nemici –   e contemporaneamente esaltando la figura del megistos Agrippa, nella sua funzione di giudice, insieme al re,  in una assemblea di capi romani  e di principi locali!.

E’  questa anche per lui una grande opportunità per la sua stessa carriera forense!

Flavio, infatti, dopo aver evidenziato che un giudeo preferisce la morte alla vita, se gli si vieta i costumi della patria (le solennità, i sacrifici, e feste  in onore del  proprio Dio) fa rivolgere Nicola contro i greci efesini che li mettono alla prova / peirazontes: ciò che i nostri antagonisti  non vorrebbero compiere  personalmente tentano di farlo  compiere  agli altri, quasi che non fosse un’empietà  violare le sacre  tradizioni degli altri  o trascurare i propri sacri doveri  per i propri dei e poi  aggiunge Vi è mai un popolo, una città, una comunità umana  che non ponga il suo maggior bene  nel vivere soggetto al vostro  comando  o a quello dell’impero romano?. Vorrebbe mai qualcuno che i favori, che vengono da voi,  siano revocati? Nessuno, neppure un pazzo.

Flavio vuole mostrare col discorso, pur retorico, di Nicola,  che i decreti, noti a tutti  greci  non sono da  revocare, sono diritti acquisiti dal popolo giudaico!.

Da quasi  quaranta anni  i decreti romani sono leggibili nelle piazze di ogni città  ellenistica, ben custoditi ed incisi in tavole di Bronzo sul  Campidoglio a Roma, perfino, fatti scrivere da Cesare stesso ed anche in Alessandria –Ant giud,XIV,187-188-.

Ce ne sono tanti altri successivi o sbaglio ?

No. Non sbagli. Marco.

Ci sono decreti approvati dal senato per Hircano e la nazione giudaica  e  per il popolo di Sidone, ibidem190-195; ce ne sono  per le città della Fenicia  ibidem 196-198, ce ne sono altri indirizzati ad Hircano  e ai figli (Ibidem  199-210)  relativi la riduzione di un  Kor– litri 370- dalla tassa pagata dai giudei, con  prescrizioni di pagare tasse  ai fenici in  favore di Gerusalemme  e dei giudei  che nel settimo anno non possono lavorare!. Ce ne sono per il popolo pario che deve autorizzare le feste giudaiche!.

Nicola conosce anche i decreti di Antonio, di Dolabella, del console Lucio Lentulo,  di Marco Pisone che concedono privilegi ai Giudei di Asia  (Ibidem 223-224), ai giudei  di Efeso stessa (Ibidem 225-227 -230-32-240) proprio per l’esenzione dal  servizio militare, compreso quello di Lucio Antonio.

A dire il vero, Flavio ne cita tanti altri per Laodicea, per Mileto  per Pergamo, per Alicarnasso, per Sardi,(ed ancora per Efeso) (ibidem   241-267 )ed aggiunge anche lettere per Hircano                  (Ibidem 301-313), lettere, per Tiro (ibidem  314-318) e  per i suoi abitanti (ibidem 319-322) per Sidone  per Antiochia e  Arado  (ibidem 323).

Nicola,  ricordando anche i meriti  di Antipatro,  celebra Erode che è accanto ad Agrippa, – di cui ricorda la recente visita in Giudea e il suo amore per il popolo  giudaico e il suo re-   lodato per la sua pietas, avendo fatto un sacrificio al Dio nel Tempio  e per averlo onorato con preghiere rituali.

Flavio mostra  come  Nicola  metta in evidenza Agrippa, magistrato in carica  con compiti pubblici  così grandi, considerato segno e garanzia di amicizia per il popolo giudaico,   facente ogni cosa per amore dell’amico Erode. Infine Flavio fa concludere         l’ advocatus con queste parole: noi non ti chiediamo nulla di speciale,  solo che tu non permetta che gli altri ci privino dei diritti che tu stesso ci hai dato!.

Naturalmente i greci niente possono obiettare  e tanto meno difendersi, negando,comunque, di aver commesso  errori!

Marco, i poveri greci  goyim, accusatori  adducono ora solo  le  scuse  ai giudei brava gente capace, però,  di spargere nel territorio  gravi generici mali, comunque degna di essere onorata  e fanno promesse di non disturbarli più!

Flavio infine scrive: Agrippa licenziò l’assemblea  dei  capi romani, dei  re e dei  dinasti  e  si alzò insieme ad Erode  che  andò da lui,  lo abbracciò,  grato per la sua buona disposizione  verso di lui .Agrippa  si mostrò riconoscente a tali parole  e rispose in egual modo  gettando le braccia ad Erode, che a sua volta di nuovo l’abbracciò.

Erode, perciò, dopo essersi congedato da Agrippa- che partì per Lesbo e da lì andò a Samo-   si mise in mare e, incontrati venti favorevoli,  approdò a Cesarea  non molti giorni dopo.-Ibidem 62-. 

Flavio aggiunge: il re partì per Gerusalemme  e convocò un’assemblea plenaria, essendo convenuta anche una grande folla venuta dalla regione- Ibidem-

Erode è un re trionfante che racconta il suo viaggio fino al Bosforo Cimmerico,  l’amicizia  e l’amore di Agrippa, espone la situazione dei giudei di Ionia  e  di Asia, mostra la soluzione dei loro problemi, grazie al suo intervento,  utile tanto da lasciarli sicuri e tranquilli.

E’ professore il massimo successo  di Erode, che  è fortunato  nella sua azione di mesiths, di ethnopatoor  e di diallakths?

Certo, Marco  questo mi sembra che voglia dire Flavio in  Antichità Giudaiche, che, evidenziando in  Erode   l’exemplum del popolo ebraico stesso filoromano – nascondendo quello aramaico- ,   celebra la grandezza stessa del giudaismo internazionale cosmopolita, in una esaltazione della politica del grande Re.

Il discorso di Erode al popolo, conquistato dalla sua parola, dall’affabilità  ed ancora di più dal gesto  del condono di un quarto dei tributi dell’ anno passato, esprime uno stato di buona fortuna e di buon governo da parte di un re, che afferma di non aver tralasciato nulla di vantaggioso per il giudaismo. 

Erode,  dunque,   è prototipo del Giudeo ellenista internazionale romanizzato!

Il popolo stesso gerosolomitano e i capi  della regione, allora,   augurano ogni bene al re  – Ibidem 65-.

Politicamente per Erode è un momento di estrema fortuna che diventa -ironia del destino- di massima sfortuna nella vita privata e  nell’ambiente familiare.

Appena Erode  ritorna a casa, nella  reggia,  iniziano i suoi guai familiari: Ferora e Salome  accusano Alessandro ed Aristobulo,  i suoi due figli asmonei, di sedizione e di parricidio!

Avendomi fatto vedere un altro Erode, devo confessare, mi dispiace!

C’ è empatia?

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma! 

Paidomatheis einai douleias dikaias/ siamo educati da bambini ad una schiavitù, giusta –De sobrietate,198-

Per i farisei e per gli scribi l’invio dei figli  da parte di Erode  a Roma,  per studiare, è un peccato  grave!.

Un amàrthma mortale?!  professore

Si, Marco.

Come imposero di non  inviare il giovane Aristobulo, destinato ad essere sommo sacerdote,  ad Alessandria, presso Antonio, ora nel 22 a.C. proibiscono – inascoltati!-  che i  figli di Mariamne, vadano a Roma, per gli studi, ad apprendere le artes liberales.

Secondo i farisei Alessandro, Aristobulo e il figlio minore di Mariamne asmonea non devono allontanarsi dalla patria,  da Gerusalemme, dalla loro terra,  perché devono seguitare  e terminare il corso di formazione giovanile, fatto da un maestro /rab, come ogni altro discepolo /talmid! Essi temono che con la paideia  greco-romana  i giovani possano contaminare i loro corpi, e, mescolati con i gentili, nelle  etairiai, durante i sumposia e le klinai, possano  indulgere all’omosessualità o  avere rapporti con donne, nonostante la prescrizione di rimanere vergini fino al matrimonio, incontaminati nella loro purezza, senza masturbarsi (cfr. Filone, De Ioseph)!: la loro anima  sarebbe  sconvolta dalla cultura greca e da quella latina, proprie di goyim, che non conoscono il timore di Dio/JHWH. Perfino l’educazione ellenistica alessandrina,  quella methoria in  lingua greca, degli oniadi, è  per gli esseni un male, nonostante il  loro sforzo di mantenersi puri con l’ameicsia, frutto di un adattamento tipico dei didaskaleia.  Cfr. Ameicsia e Filone. Infine  affidare i propri figli a maestri di lingua latina è avvicinarli al politeismo  dei Goyim, alla violenza e al militarismo- il male peggiore per la morale sacerdotale di un giovane giudeo-: Roma è  Babilonia per un aramaico, sede del male e l’ aquila, suo simbolo,  è Mammona!.

Professore, ho già letto  Ameicsia e Filone e so che in 2 Maccabei, 14, 38, si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all’estero e che Filone (De Joseph, 254) riprendendo questo stesso concetto  lo innova. Infatti  lei scrive che ogni ebreo della diaspora secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco,  seppure partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim. Lei poi aggiunge: Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri disseminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati  da tutti gli altri: Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didaskaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti, si era giunti a condannare l’ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e a trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano. Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr. Ant.Giud. XII,387388,XIII,62 ; Guerra Giudaica,I,423-432 e cfr.E. BICKERMAN in “ZNW” 32,1935,153 3 ss).

Come vede, professore, ricordo bene.

Marco, sono contento.

Ora, però, cerco di mostrare che Erode non invia i suoi figli ad Alessandria perché ha già maestri alessandrini a corte, che spiegano la teoria dell’ameicsia, partendo dall’etimologia  di ameignumi, inteso  non come tentativo di non isolarsi né  di mancare di koinonia, ma come accettazione di una nuova  basileia imperiale e di un nuovo sistema di tzedaqah, cioè di una sovranità assoluta connessa con la divinità e di una giustizia  con caritas, che autorizza anche il commercio,  in una nuova concezione di genos/stirpe e phratria/famiglia e suggeneia/consanguineità, anche se si mantiene il patto con Dio in quanto ebreo/ vedente il theos,  consapevole di essere in mezzo a tanti altri popoli, tutti  soggetti ad uno stesso sovrano,  a cui si deve proskunesis.

Cosa è Proskunhsis?

Marco, il termine viene da proskuneoo, che vuol dire mi inginocchio prostrandomi  davanti ad un essere superiore, portando la mano alla bocca ed inviando baci, in ossequio alla maestàdivina del Signore, come atto di venerazione, nella coscienza di essere suddito di uno, padrone della vita.

E’ un tipico atto di un suddito orientale- ignoto ad un civis occidentale-  tipico della cultura achemenide, imposta da Alessandro ai suoi stratiootai, sbigottiti,  nel 329 av. C  tanto che subì una congiura – quella degli etairoi-che gli alienò pars dell’esercito (lo stesso eghmoon strategikos Parmenione, capo invitto fino ad allora della spedizione antipersiana e suo figlio Filota, capo  di una parte della cavalleria, come lui, uccisi proditoriamente), propria degli arsacidi,  divenuta consueta coi seleucidi e coi lagidi. A Roma  diventa pratica normale con Caligola, a cui Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, fa per primo  la proskunhsis, cerimoniale in uso presso Cleopatra ed Antonio, rifiutato, sembra,  dal solo Domizio Enobarbo, antenato di Nerone!.

Erode, quindi, non solo desidera per i figli  una formazione alessandrina, ma vuole anche quella latina delle artes liberales, unita ad una formazione militaristica?.

Per me, Erode cura di più la formazione di Alessandro, suo primogenito, asmoneo, che, all’epoca della partenza dovrebbe aver già superato l’esame di bar mitzvah/ figlio del comandamento consueto a 13 anni ed un giorno, dopo aver già  fatto gli studi enciclici primari (enciclios paideia), corrispondenti al trivio latino. In pratica  si sarebbero interrotti gli studi sacerdotali  fino a 18 anni  sulla giustizia e sull’orientamento alla lettura  della sapienza, fine ultimo della cultura aramaica. Da qui la rabbia dei farisei, che  erano stati maestri degli Asmonei,  per Giulio Erode, il  cui modello educativo  vincente è quello romano del civis vittorioso,  imperante nel mondo!

Mi sembra normale che un padre, civis,  voglia  che i propri figli siano educati secondo i principi  basilari della Romanitas! E’ legittimo che Erode desideri  che i figli asmonei, destinati alla successione, specie Alessandro, completino la formazione letteraria, iniziata in Giudea, quella del trivio, fatta da litteratores e da grammatici, a corte –   grammatica, retorica e  dialettica –   con  quella scientifica del quadrivio, da fare a Roma  -aritmetica  geometria, musica  e  astronomia –  per dare loro una educazione retorica, con un  rhetor prestigioso? io ricordo bene le lezioni da lei fatte, ora precisate negli articoli di Gumnasiarca e paideia, di Ellenizein e  di Diaspora, To gumnasion,  e penso che Erode, non potendo iscrivere i figli  come neoi,  li  riporta  a casa, senza la dokimasia- giudizio/diploma-, necessaria per l’ efebia e  per il servizio militare- da cui l’ebreo per legge  è esente. Comunque,  non capisco esattamente il motivo sotteso di questa opposizione dei farisei,   seguaci degli asmonei e tanto meno l‘amarteema  mortale-non veniale– imputato ad Erode?

Bravo! Marco. Hai studiato attentamente il sistema educativo ellenistico di un giudeo ed hai compreso il sistema economico-finanziario giudaico!

Professore, lei è bravo! lei è un grande storico!ed io sono orgoglioso di parlare con lei,  che mi permette di seguirla con opportune spiegazioni, orientandomi  per una formazione omogenea, aperta, libera, autonoma.

Che dici, Marco? tu, ingegnere, hai fatto la tua strada ed ora mi gratifichi perché mi vuoi bene: la tua stima è superiore ai miei meriti! mi chiami muratore quando i miei zii mi definivano mezza cucchiara e mi affiancavano un muratore di I classe,  pure per fare un muretto!  ora mi dici storico quando nessuno  mi conosce e non ho mai avuto il minimo riconoscimento del mio nascosto cinquantennale lavoro! io so veramente cosa vuol dire essere  storicoSorvoliamo e ridiamoci sopra! Ad 81 anni compiuti vivere è già tanto ed è stupido lamentarsi!.C’è gente che soffre davvero!

Professore,  per me è un mistero il non riconoscimento del suo lavoro! Mah, in Italia c’è gente che sa leggere!? io ancora medito sull’articolo un Sistema economico-finanziario: Tzedaqah! Ancora studio Ossequio servile/upourgia e Vangelo di Marco!.Ancora rifletto su Gesù di Angelo Filipponi di Tufano!   Comunque, mi dica su questa opposizione sorda farisaica: io, da alunno,  ascolto.

Riprendiamo il discorso. Erode, dunque, re socio dell’impero romano, vuole educare i figli come politai /cives di un organismo  universale, quale l’impero romano, secondo la paideia romano- ellenistica ed insegnare loro la lingua greca, tipica dell’Oriente  e la lingua latina, dell’Occidente!.Un padre integrato nel sistema romano-ellenistico desidera che i suoi figli abbiano  una integrazione migliore!

Per un aramaico, invece,  l’uso della  lingua straniera è profanazione della  propria identità  tribale-nazionale,  espressa nel proprio idioma, che è lingua sacra, non traducibile da nessuno  in altra lingua! Marco, la Iudaea, ancora dopo quarantanni di dominio romano, -pur avendo fatto progressi, dopo due generazioni- non ha chiaro il valore di  far parte di un impero universale, che, avendo un unico imperator /autokratoor,  dopo la vittoria,  ha  dato nuovi princìpi pacifici e giuridici, comuni a tutti i circa  50.000.000 di sudditi, lasciando a tutte le  etnie (galli, germani, britanni, italici, greci, bitini, pontici, siriaci,pamphili,  cilici, fenici,  egizi,  afri)  i propri Dei con i loro rituali religiosi, e  quindi ha permesso anche ai giudei di conservare intatta la  tradizione mosaica, la  lingua aramaica e la  loro cultura/musar,   proteggendoli con speciali decreti, considerata la tipicità della loro threscheia. Nonostante il rispetto dei Romani per il loro ethnos, essendo la stirpe, divisa in  giudei aramaici e giudei ellenistici, dato il loro numero elevato, e considerata la loro  particolare storia coloniale migratoria, il compito di eghmoon di  Erode, basileus, è difficilissimo: regnare nel territorio giudaico  su una striminzita  maggioranza aramaica  filoparthica  e su altri giudei già ellenizzati come i sadducei  o romanizzati, in quanto laici e pagani, che, insieme ai  circa 2.500.000  ellenistici della  diaspora, di lingua greca,  sono filoromani, è  di un  sovrano universale, che può essere esemplare  anche per Ottaviano Augustus circa  la catholicità  e il rispetto delle minoranze, le differenze tra i popoli,  con la proposta di un sistema giuridico unitario.

Erode basileus,  per lei, è, perfino, un modello di buon governo regio per l‘inesperto imperator, che, non conoscendo bene il sistema della Basileia, non sa neppur comandare da re, ed  essendo  solo un comandante militare con poteri dittatoriali  governa teatralmente come princeps, quasi fosse davvero  il primus inter pares, dopo aver distrutto, di fatto, il sistema repubblicano, provocando continue agitazioni con congiure! Lei mi ha promesso di trattare diffusamente dell’equivoco del principato in altra sede e del rifiuto degli ordini degli aristocratici e degli equites! Comunque, non è tempo, professore,  che mi mostri, mentre tratta della educazione dei figli asmonei a Roma, le reali differenze tra le varie culture, vigenti in Iudaea, in epoca augustea?

Certo, Marco,   questo l’ho già fatto quando ho trattato in generale dell’ellenismo, come già hai messo in evidenza!Ti ho mostrato anche che Erode invia in seguito altri figli a Roma, di altre mogli!. Permettimi, però, di ricordare  che Erode, essendo il rappresentante di tutti gli ellenisti sparsi  in tutte le nazioni del Mediterraneo, partes dell’imperium romano, non può non volere l’ insegnamento della paideia ai suoi figli, destinati alla successione, anche perché ritiene doveroso assecondare la volontà dell’imperatore, desideroso di  formare presso di lui i futuri re, funzionari dell’impero romano.

Capisco, professore!. Augusto tiene a Roma i figli dei re come ostaggi, come quelli avuti  dal re dei re, assecondando apparentemente  il loro desiderio di ellenizzazione, anche per meglio entrare nella logica della Basileia, essendo il termine re da sempre odioso ai romani.

Ti ho già detto che Ottavia, la sorella dell’imperatore,  è incaricata di tenere i figli di Antonio, ed anche di re socii,  e di educarli con le sue due figlie, in una scuola regia, a corte, con i migliori maestri alessandrini, per natura sublimi ruffiani/kolakes megalophueis  – Peri Upsous, XLVI, 3- Ti aggiungo che  forse  gli asmonei hanno un corso di educazione migliore rispetto a quella data ai figli Mariamne di Boetho, di Maltace e di Cleopatra,  in quanto Alessandro afferma che lui, se diventa re,  li fa tutti  koomogramateis/  scritturali di paese.! Ora, ricopiando la traduzione di De agricoltura di Filone  e quella di De congressu, però, ho una nuova possibilità, da una parte,  di chiarirti  la musar, la funzione dei  soferim e il compito di un rab, e da un’altra ho anche l’opportunità di parlare- senza affrontare quello latino- dello  specifico sistema oniade di insegnamento, su cui mi soffermo.

Nota bene, Marco,  che Filone dice  paidomatheis einai douleias dikaias (De Ebrietate, 198;  più o meno ribadito in De Plantatione Noe ed altrove) che cioè,  noi  cives siamo stati educati da ragazzi  a scuola di servitù, giusta, proclamando che l’ imperium dei romani è un potere legittimo, riconosciuto legalmente  fin dalla  tenera età, quando la mente è fasciata da  costumi ed abitudini  senza aver gustato la fonte/namatos più bella e feconda dell’eloquenza / logoon, cioè la libertà/then eleutherian  – Peri upsousibidem-.

Filone, quindi, sembra- se è giusta la theoria sulla datazione del Peri upsous in epoca Caligoliana- che  per lui l’oratoria  sia finita perché non esiste più la democrazia, ottima nutrice degli spiriti grandi/ toon megaloon agathh tithenos,  essendosi spenta la libertà. ed essendo sorta brama di ricchezza e di piaceri, che necessariamente portano alla servitù!.

Professore, Filone ha una sua particolare visione dell’ età di un uomo? o ha la stessa visione greca?

Filone in de Opificio, XXXV 103-4 parla dell’età umana in relazione all’ebdomade. Per lui le età dell’uomo si misurano  partendo dall’infanzia fino alla vecchiaia così:

– durante i primi sette anni si ha lo spuntare di denti;

– nel secondo settennio sorge il momento della capacità procreativa;

– nel terzo la crescita della barba;

-nel quarto l’aumento della  forza fisica;

– nel quinto il tempo delle nozze;

– nel sesto la capacità di comprensione raggiunge il massimo

– nel settimo si verifica il miglioramento con lo sviluppo dell’intelletto e della parola;

– nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra;

– nel nono subentrano calma e pacatezza in quanto le passioni si sono di molto pacate;

– nel decimo, infine,  giunge il termine desiderabile della  vita, allorché gli organi del corpo  sono ancora in buona condizione; una lunga vecchiaia, invece, li fiacca  e li distrugge, l’uno dopo l’altro.

Filone aggiunge che anche Solone (638 a.C-557), il legislatore ateniese, ha scritto, in versi elegiaci, le età dell’uomo:

– il bambino piccolino, cui è spuntata la corona dei denti mentre era ancora infante, li perde,  entro i primi sette anni di vita;

-quando il dio ha fatto scorre il secondo settennio di vita, egli manifesta i segni della  pubertà incipiente;

– nel terzo settennio mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde la floridezza;

– nel quarto settennio ognuno eccelle in forza ed è in questo che gli uomini riconoscono i segni del valore virile;

– nel quinto è tempo che l’uomo pensi alla nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro;

– nel sesto la mente dell’uomo giunge  alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili;

– il settimo ed ottavo settennio sono quanto ad intelletto e  parola  di estrema  eccellenza e formano un periodo di 14 anni;

-nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza ma si fanno più deboli in lui di fronte a  manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere;

– se poi qualcuno, compiuta la vita entro  i limiti giusti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori di tempo.

Marco,  Filone, scrittore dl I secolo d.C.,   ha la stessa concezione dell’arco di vita umana di  Solone, fiorito nel VI secolo a.C!

Grazie, per la spiegazione  circa l’età secondo Filone. Ora le sarei grato se mi seguita a parlare della concezione agricola giudaica.

Filone, Marco, dopo il suo esame situazionale, inizia la trattazione del giusto Noé, l’unico sopravvissuto al diluvio, con la sua famiglia, mediante l’arca: per Genesi, 9.20.21 Noè iniziò ad essere uomo dedito all’agricoltura, bevve vino e si ubriacò nella sua casa.

La giustizia di Noè diventa esemplare, secondo la legge di Mosè in quanto il giusto è agricoltore, la peculiarità dell’agricoltore è la giustizia!.

Da qui deriva la non giustizia di Erode che, invece, è asteios/cittadino, commerciante e che vuole educare i figli secondo l’etica ellenistica, non agricola,  non propria di un georgos!.  De agricoltura  4: suo  amarthma è inviare, nonostante l’opposizione farisaica, i figli a Roma nel 22 av. C., per dare loro un’ altra cultura, abbandonando quella tradizionale agricola,  autorizzando la contaminazione con i goyim!. Il peccato di Erode  è gravissimo perché travia l’animo di uomini di stirpe asmonea, possibili sommi sacerdoti di un popolo sacerdotale! Marco, seguimi bene, Filone fa molta attenzione ai termini e fa distinzioni sottili,  etimologiche, ma sa bene che la sua è theoria per gli aramaici e  che quanto dice in lingua greca non è  cosa ritenuta vera, ma solo un tentativo di mediazione oniade: la sua famiglia da oltre sette  generazioni/toledoth si è ellenizzata avendo  stabilito rapporti coi greci, inventando un faticoso e difficile sistema di ameicsia per sopravvivere  in Alessandria,  vivendo nel servitium di due padroni: Dio e il re lagide, ed ora Dio e l’imperatore romanoL’aramaico, invece, ha solo due vie,  quella della rettitudine, aspra, e quella del vizio, piana,  ed ha fatto la scelta, obbligata, della tzedaqah,  da seguire con una moltitudine di prescrizioni (613) per essere  giustiChi  vive, sentendosi agricoltore-  pastore e cavaliere –  e consegue la sapienza, ha come modelli i patriarchi  Abramo, Isacco e Giacobbe che sono rispettivamente portatori di un messaggio di uomo che migra  ed ha orientamento astronomico,  di uomo che ha un naturale vivere virtuoso, di uomo che cerca asceticamente la perfezione con un   progressivo maggiore esercizio!.

Nella pratica di vita,  come imitazione dei patriarchi,  si distinguono la via del giudeo ellenista, specie oniade, e la via  dell’aramaico, che, seguendo due percorsi di lettura  con due mezzi linguistici diversi, lingua greca e lingua aramaica, giungono a visioni del tutto diverse,  in relazione alla interpretazione biblica allegorica o letterale.

Quindi, professore, si torna ad un problema già esistente tra i farisei e i sadducei, allegorici gli uni, letterali gli altri nella interpretazione biblica?

Marco, dal periodo asmoneo le due aireseis si contrastavano, ma ora, con la presenza dei romani e di Erode, si è verificato che sadducei ed oniadi, ambedue eredi del sacerdozio templare,  sono filoromani e filoerodiani, mentre i farisei con gli esseni sono antiromani  e filoparthici e, quindi, hanno aperto nuovi orizzonti politici.

Comunque, Filone, pur facendo una lettura allegorica, non letterale come quella dei sadducei,  ci permette  di capire  il pensiero  di massimo integralismo degli aramaici – che hanno perfino una differente Bibbia ( cfr.I due canoni) rispetto ai giudei oniadi alessandrini, che,  ellenizzati, hanno trovato altre soluzioni di vita e un sistema alternativo,  che ti sintetizzo con  De agricoltura 1-22.

Infatti, dopo aver distinto tra cittadino ed agricoltore, (ed anche tra pastore e guardiano del gregge, tra cavaliere e chi cavalca) Filone  mostra la differenza tra agricoltore e lavoratore della terra, salariato,  operanti apparentemente allo stesso modo, ma, in realtà, facenti due attività  diverse, antitetiche e  contrapposte.

Secondo Filone chiunque può impegnarsi nella coltura della terra,  anche senza precisa conoscenza/ episthmh, l’agricoltore, invece,  vi si impegna con cognizione di causa e  non da incompetente – ibidem 4-. Il theologos precisa, poi, che il lavoratore in quanto bracciante, salariato, pensa solo alla ricompensa e non ha interesse a lavorare bene, l’agricoltore, invece,  ha mille impegni, essendo disposto ad investire le proprie sostanze, a spendere del suo perché il podere migliori e risulti perfetto agli occhi di esperti: vuole raccogliere i frutti non da altra parte ma dalle sue coltivazioni che rendono molto per tutto l’anno!- ibidem 5-. Filone insiste nel lodare la fatica  dell’agricoltore, che fa sostanzialmente due operazioni: una di coltivazione – che comporta la potatura che regola la crescita delle piante, la protezione delle gemme e dei polloni, oltre all’ innesto, evidenziando  che l’agricoltore è simile ad un padre di famiglia che mette in stretto ed armonioso rapporto i figli adottivi con quelli di altre famiglie – ed una di estirpazione  e distruzione radicale di erbe e piante infestanti, in una volontà di seminare e piantare solo  gli alberi fruttiferi.

In questo lavoro,  Filone mostra come l’uomo sia padrone della natura in quanto agricoltore/egemoon che bada non a  seminare e piantare qualcosa di sterile, ma ciò che è fruttifero e coltivabile, in modo da ottenere  annualmente buona resa. E subito lo ribadisce citando Genesi (1,26-29): la natura, infatti, ha proclamato l’uomo archoon  delle piante e degli altri viventi di tutto il genere degli esseri mortali.

Attento Marco, ora, a questo passaggio retorico, utile ai fini  morali!.

In ciascuno di noi che altro potrebbe essere l’uomo, se non l’intelletto/ o nous- intellectus, che è solito trarre utile frutto  da ciò che è  stato seminato e piantato?

Filone sottende  identificando, da un lato,  il tutto per una parte ciascuno di noi – uomo agricoltore  e,  da un altro, l’uomo signore della natura-nous, facendo un’operazione macroscopica naturale, generale,  ed una microscopica individuale, personale.

Interessante! professore, ma lei dice pure  che Filone, specie in De congressu dà una lettura specifica degli studi enciclici sulla  base del rapporto di Abramo con Sara, la signora  e di Abramo  con  Agar, la schiava egizia, data da  Sara per avere figli!. Me lo vuole spiegare meglio ?

Marco, se vuoi capire la logica di Filone, devi attentamente considerare le azioni  che risultano  buone ed utili/  chreestai, fatte dall’agricoltore, che è  disposto ad investire il proprio avere e spendere denaro per rendere migliore la sua terra,  desideroso di raccogliere i frutti dal proprio lavoro, annuale nei sei anni operativi.- il settimo è di riposo!-.

Dunque, per Filone-  che ha l’eredità  della cultura aramaica- lavoro e terra sono basilari come esercizio, come pratica di ascesi ?

Uno dei lavori di un agricoltore è trasformare le pianteanche selvatiche, innestate  in fruttifere, facendole sviluppare, potandole, seguire la crescita e curare i germogli  secondo la loro natura,  a volte interrando alcune ed  innestando altre  sorvegliando ogni cosa come un padre:  sa anche fare opere di pulizia, estirpando erbacce, eliminando quelle che possono recare danno ed usando quelle selvatiche per le palizzate  come recinzione-De agricoltura ibidem- Filone, come gli esseni, propone l’agricoltura come arte perfetta, ma fa il commerciante come ogni altro oniade ed è giudeo ellenistico, che solo in  vecchiaia si ritira e diventa Terapeuta cioè askeeths  Cfr. Esseni, Quod omnis probus e I terapeuti  De vita contemplativa. Il rab, invece, come l’esseno, è autarchico, non accetta denaro, né commercia, ma educa solo i discepoli  alla virtù della giustizia e non può vivere ambiguamente come Filone (o come Seneca) che una cosa dice ed una cosa fa:  conta per lui  solo le opere non le parole!  i frutti valgono!il giudizio è sul frutto!

Il rab applica la theoria della perfetta agricoltura, sumbolos  dell’anima, che deve essere  curata e regolata dall’intelletto  padre agricoltore dell’uomo, che è insieme di soma e  di psuchh con egemonikoon che risulta  il microcosmo  rispetto a natura e al poihts –pathr, che  formano il macrocosmo!

Come l’agricoltore non semina  né  pianta niente che sia sterile, ma solo piante fruttifere,  in modo da avere solo frutti  secondo natura, così l’uomo  è principe e signore delle piante e degli altri viventi  mortali in quanto, avendo l’intelletto, sa trarre frutto utile  da ciò che è stato seminato e piantato –ibidem,26.29 –

Professore, dunque,  ora si passa alla formazione dell’uomo che fin da bambino impara e razionalmente associa e si forma secondo la  cultura ricevuta? la cultura agricola, quindi, non può essere sterile?

No, non è proprio così!. Senti come ragiona Filone nel De congressu  e segui come  ambiguamente mette  in relazione educazione religiosa e educazione umana! Per questo, Marco, io non accetto la lezione filoniana  circa la confusione di natura umana e  di quella morale e tendo alla distinzione per un orientamento separato, in senso autonomo,  lontano dal magistero sacerdotale, che condiziona l’infanzia e la pubertà cfr. Idea di Culture of Iesus!

Filone lo fa tramite la coppia legittima Abramo-Sara e tramite la coppia non legittima, ma utile provvisoriamente, Abramo-Agar! Il teologo, partendo dall’interpretazione di Genesi, 16, 2b-3 diversamente dal Rab – che vuole educare il bimbo fino al tredicesimo anno e farlo bar mitzvah- cerca di dare una formazione completa usando la lettura allegorica, utile al fine morale. Infatti l’intelletto del neepios, – diversamente dall’adulto bisognoso del frumento, che è suo cibo normale-  è alimentato dal latte, che è utile all’anima che ha possibilità di crescita con gli studi del ciclo preliminare, suoi primi rudimenti per l’acquisizione sapienziale. Perciò Sara, colei che è sovrana sul marito, essendo  virtù- saggezza, sterile, non consente a chi è giovane di unirsi a lei, imponendo un’educazione preventiva e si serve di Agar egizia, che è  egkuklios paideia.  Questa è soggetta a Sara/  filosofia, che a sua volta è subordinata a Dio /Sapienza.

Qual è l’esatto versetto biblico?  vorrei capire almeno letteralmente!

Questo:  Sara moglie di Abramo non gli aveva dato figli. Ella aveva però, una schiava egiziana, di nome Agar. E Sara disse ad Abramo:  va’ dalla mia giovane schiava per avere figli  da lei!.

Letteralmente Sara,  sentendosi sterile, concede al marito la schiava per aver figli, tramite lei. E’così?!

Certo. Ora segui la spiegazione del teologo che giustifica Mosè che autorizza un doppio coniugium, quello di Giacobbe  con Lia e con Rachele,  che danno al marito le rispettive schiave (Zilfa e Bila/Balla) con lo stesso intento di Sara, in una rivalità femminile tra le due sorelle, mogli legittime.  Filone spiega: Il vizio è per sua natura invidioso, pungente, maligno, la virtù, all’opposto, è mite, affabile, benevola, pronta ad aiutare  di per se stessa, tramite altri, chi ha una disposizione naturale volta al bene. Precisa : quando non siamo in grado di avere figli dalla saggezza  essa ci dà come sposa la propria ancella che è…l’educazione enciclica egkuklios paideia,  la quale svolge in un certo senso il ruolo di intermediario e di  pronuba. Conclude:  perciò, Sara prese  Agar e la diede in sposa al proprio marito: per Mosè è giusto che Sara, la moglie, dia Agar l’egizia ad Abramo, marito, che giuridicamente resta marito!. Filone pone se stesso come paradigma,  e prima di accennare alla luce del candelabro e al numero sette dei bracci, afferma:  Sara, la virtù che è sovrana della mia anima, ha procreato ma non ha procreato per me  perché io nella mia condizione giovanile non ero ancora in grado di  accogliere i frutti della sua procreazione  – la saggezza, la rettitudine di agire e il senso della pietà- per il gran numero di figli bastardi che mi avevano partorito le false opinioni,  la preoccupazione di allevare questi,  le cure assidue e le incessanti angosce per loro, mi hanno costretto a  trascurare i figli legittimi ed autenticamente liberi di nascita. E’ bello  supplicare, dunque, che la virtù non solo prolifichi – essa infatti procrea generosamente senza  le nostre preghiere – ma che prolifichi  anche per noi  per assicurare a noi una felicità che ci renda  partecipi dei suoi semi  e dei suoi frutti. Di solito lei procrea solo per Dio,  consacrando  con gratitudine le primizie dei beni ricevuti a colui che, come dice Mosè,” ha dischiuso il suo grembo”-Gen.29,31– sempre vergine!. 

A me è difficile capire questo complesso discorso sulla procreazione di Sara sterile e di Sara che ha figli tramite Agar, ma sono sbigottito davanti al ventre che si dischiude e che resta  ” sempre vergine”!

Anche  a me, Marco resta complicato e misterioso!Comunque, Filone  spiega che gli studi preliminari sono espressione  di Agar la schiava egizia.

Quindi, professore, la signora Sara,  sterile, concedendo la schiava, autorizzando  il connubio Abramo-Agar  rende fruttifero e buono il rapporto marito-concubina,  giustificato  dal fatto che la schiava egizia, avendo latte, educa il bambino  col ciclo degli studi preliminari, filosofici, utili ai fini teologici sapienziali? .

Marco, per te, quindi, Filone direbbe in greco  una frase che  in latino suona così:  Philosophia  ancilla theologiae?!

Non è così? professore. Filone non vuole dire questo?

Si. Certo. ma è una lettura christiana!

Filone, infatti, parlando dell’ Egitto  simbolo del corpo e dell’origine del nome Agar ritiene che, in quanto memoria delle cose buone – in un rifiuto di quelle cattive-unita alla scienza dialettica,  formi l’insieme filosofico,  fondamentale per il progresso  morale ed intellettuale  cfr. De agricoltura, XXX.

Così,  poi, spiega: le principali caratteristiche di educazione  media  sono indicate  da due simboli, la stirpe di origine ed il  nome.Chi si dedica agli studi  dell’educazione  enciclica  ed è amico  del sapere più vario  deve, di necessità, essere  assoggettato al corpo terroso ed egiziano perché ha bisogno degli occhi per vedere,  delle orecchie per ascoltare ed udire e degli altri sensi per cogliere ognuno degli oggetti sensibili. Per sua natura la cosa da giudicare non può essere afferrata disgiuntamente da uno strumento che la giudichi. Così il sensibile  sono gli organi del senso  a giudicarlo, in quanto  senza loro non è possibile raggiungere un’ esatta nozione dei fenomeni  del mondo sensibile da parte dell’ indagine filosofica.

Professore, per Filone, dunque, tramite i sensi – terra egizia- esiste  giudizio filosofico  su un piano generale, generalizzato?

Marco, mi sembra che Filone si corregga, poi, e  spiegando Agar/ come soggiorno in terra straniera, dica: l‘educazione media occupa la posizione di  un pareco/paroikos. Infatti solo la scienza, la saggezza  ed ogni virtù sono indigene  autoctone  e veramente cittadine a  pieno diritto, mentre le altre forme di educazione  che sono sul piano competitivo, vengono a trovarsi al secondo, terzo ed ultimo posto,  stanno su una via di mezzo tra stranieri e cittadini, perché non appartengono nettamente a nessuna delle due categorie, ma, d’altra parte,  per certe affinità, rientrano in ambedue.

Filone è più  sicuro  in  De congressu quaerendae eruditionis gratia cioè Connubio con gli studi preliminari / Peri tou eis propaideumata sunodou, V-  e, perciò, precisa: lo straniero che  soggiorna  in un posto è alla pari con i cittadini che vi abitano, ma sono  stranieri perché non vi  hanno residenza stabile  e definitiva.

A me sembra, professore, che Filone sia un po’ confuso e metta insieme pensiero  platonico e speculazione  stoica con la metafora di corpo  ricettacolo dell’ anima!ma, in effetti chi è il pareco?

Paroikos, Marco,  equivale sostanzialmente all’attico metoikos in quanto para /accanto e meta/con indicano lo straniero csenos  giudaico, non greco, che abita  accanto o insieme con, soggiornando a periodi lunghi o brevi,  in  città elleniche, riconosciuti come tali dalla giurisdizione romana come politai concittadini e condomini,  rispetto agli stranieri di passaggio,  in quanto  essi hanno dimora o periodica o  fissa, paganti il metoikion, la tassa di soggiorno,  godenti dei diritti civili, ma non di quelli politici, partecipi perfino delle leitourgiai.

Cosa sono? ti rispiego quanto ti ho già detto. Forse lo hai dimenticato!

Le liturgie sono pubblici servizi a cui sono soggetti i politai  con diritti politici, ritenuti ricchi, che, comunque,   possono chiedere  anche la compartecipazione dei meteci/pareci.  Ad Alessandria  i ricchi  greci e i giudei di lingua greca, concittadini, che svolgono funzioni  politiche, di norma, sono chiamati a fare liturgie che possono essere straordinarie come armare triremi  da guerra  o da carico – trihrarchia–    ed ordinarie  in quanto enkukloi cioè annuali,  come gumnasarchia, korhgia, euoplia, arrhphoria ed altre. I giudei alessandrini, oniadi, essendo la stirpe dominante, offrono il maggior numero di liturgie cfr. In Flaccum Una strage di Giudei in epoca Caligoliana,Ebook 2011.

Filone, comunque,  qui parla del methorios–   cfr Methorios  www.angelofilipponi.com – senza il contenuto giuridico di metoikos o paroikos, ma come elemento,  che  cambia valuta  stando al confine  tra due stati, un uomo  che vive in territorio straniero al confine tra impero romano ed impero parthico, che conosce aramaico e greco ed ha un banco  come cambiavalute, capace di svolgere la funzione di cambio a prezzo convenuto dalle due parti.

E’ questo un compito di un giudeo ellenizzato e  romanizzato, integrato nel sistema imperiale, come il  grande  trapezita, padrone di banche, datore di lavoro, che è l’alabarca di Egitto, oniade!.

E’ uomo, insomma, mediatore, interprete ed agente finanziario!.

Tutto mi quadra, ora, professore!

Non comprendo, però,  la trasposizione simbolica dell’educazione enciclica, definita intermedia tra cittadini e stranieri?  mi può dire  esattamente in che senso  Filone parli?

Marco, qui, Filone usa il termine methorios da me tante volte spiegato, al posto di mesos, ma  ora  gli dà un significato aggiunto  più ampio e complesso per indicare una via mediana tra due estremi, quello della perfezione e quello della imperfezione. Filone intende la perfezione/teleioosis  come saggezza e virtù  a piena cittadinanza /politeia completa, mentre considera la seconda come  ignoranza ed assenza di virtù,  ponendo al centro tra i due estremi  l’educazione  enciclica, che  è Agar  svolgente un suo ruolo mediano, indispensabile come amante del sapere Abramo/Abrahamo ed amica fedele di Sara,  sua padrona, in quanto generatrice di figli illegittimi, pur rimanendo  equidistante e dall’uno e dall’altra.

Dunque, professore, io avrei capito questo: l’educazione. enciclica /Agar  è subordinata a Sara/ virtù ed Abramo deve, se vuole conseguire  il rapporto con la moglie, prima passare attraverso la conoscenza  della schiava egizia/corpo!

E così ! Marco. Devi, comunque, tenere presente che  Sapienza  ed Educazione convivono in relazione al rapporto intercorrente  tra moglie legittima e concubina, rimanendo il marito  sempre marito e la moglie sempre padrona.

Quindi, per Filone il didaskalos  avrà, comunque, frutti  dalle piante,  tali da far  progredire nella via della  virtù chi fa azioni nobili.

Ora, dunque, nel 22,  al momento della partenza per Roma i farisei ostili ad una educazione methoria, oniade ed ancora  di più  alla doctrina romana,  minacciano  staseis/ sedizioni che non avvengono perché Erode si è mostrato filantropico  nel periodo della carestia del 25 a.C. ed ha fatto matrimoni, che lo hanno congiunto con famiglie sacerdotali.

Erode, ora popolare, sostenuto anche dall’esercito samaritano,  incurante delle loro prediche, porta i figli a Roma  e li sistema inizialmente presso  Asinio Pollione, suo amico  e commilitone già nel periodo cesariano.

Asinio Pollione, l’amico di Virgilio, a cui il poeta nel 40 dedica l’ecloga  IV, quella in cui prega le muse  sicule  che elevino  il canto  per celebrare l’arrivo di un puer e la nuova età dell’oro ?

Si. Si tratta di  Marco Asinio Pollione (78 a.c- 5/6 ) , teatino, legatus amico di Antonio che, con Ventidio Basso,   dopo la guerra di Modena,  favorisce con  le sue truppe fedeli al dux Lepido,  il II triumvirato, tra lo stesso Lepido,  Antonio e il  giovane  Ottaviano,  figlio adottivo di Cesare,  il 26 novembre del 43 a.C.

Pollione  passa da seguace di Cesare  e di Lepido all’amicizia con Antonio e, finita la guerra  di Perugia, divenuto console, è plenipotenziario che favorisce l’accordo di Brindisi.

Da quel momento Pollione sembra diventare  estraneo alla politica, impegnarsi nella attività forense, secondo un’ oratoria diversa da quella ciceroniana,  e in quella tragica, inclinando per il partito antoniano, fino alla battaglia di Azio, per poi fare atto di sottomissione  al vincitore, come Erode. Forse il suo cenacolo letterario, aperto anche ai poetae novi,  non è conforme  al principato augusteo  e perciò la sua opera  tragica  si interrompe  come quella oratoria, mentre  quella storica condannata, non ci è stata tramandata. Comunque, i suoi 17 libri  di Storia Romana sono ricordati  da  Appiano, Svetonio e Plutarco, ed anche da Orazio (Carmina,II,1).

Non si sa, professare, quando Pollione  esattamente si distacca dal negotium ?

Personalmente ritengo che Pollione, essendo legato a G.Cornelio Gallo, per non condividerne la sorte  tragica, si ritira dalla politica nel 26 av.C. dopo la morte per suicidio dell’amico ex governatore dell’Egitto, -esautorato e processato per aver coniato moneta, per aver  represso gli insorti, inseguendoli fino alla I  cataratta del Nilo, fatto un trattato col re degli etiopi (come risulta dalla iscrizione trilingue  di File – che riporto- in greco, latino e  geroglifico, anno 29.av. C). Quindi, secondo me,  Pollione si ritira quando comincia a vedere l’applicazione del principato  su di un legatus, di rango equestre, non senatorio, che all’epoca, poteva fare le azioni, proprie di un magistrato autonomo,  incriminate successivamente, come se avesse superato i limiti del suo mandato militare: a Cornelio Gallo nocque il riconoscimento della sebasteia  da parte del senato – contestato dagli equites- ad Ottaviano  divi Caesaris Filius! All’epoca Pollione era un magistrato, non  legatus, che neanche poteva sapere della futura attuazione  del principato e tanto meno  del segreto pensiero di Augusto di fare dell’Egitto  un feudo personale, precluso ad indagini senatorie, destinato a essere  gestito tramite liberti  addetti al  fisco imperiale, gelosi  della loro autonomia rispetto  ai  funzionari dell’erario senatoriale!. Cornelio Gallo subito dopo la vittoria sui lagidi è praefectus  Alexandreae et Aegypti, provincia dell’imperium romano! Sembra che nel tempio di Iside a  File, i sacerdoti  facciano un cartiglio da faraone a G. Cornelio Gallo,  che, in effetti aveva preso  Alessandria entrando da Porta Luna cfr. Alessandra suocera di Erode www.angelofilipponi.com

Un cartiglio per Gallo?

Si. Marco. Questo forse determina il richiamo  a Roma di Cornelio Gallo nel dicembre del 27  e  poi la condanna all’esilio e alla confisca dei beni e al successivo suicidio nel 26.

Anche Virgilio, suo amico, allora deve  cambiare la conclusione in onore delle imprese di Gallo, del IV libro, con la favola di Orfeo ed Euridice:  Virgilio è poeta aulico, che segue gli haud molia iussa /i comandi non molli di Mecenate, il factotum dell’imperatore!  E i sacerdoti a File eliminano il cartiglio di Gallo sostituendolo con quello di Augusto/Sebastos che già è celebrato a Tell el Amarna  con l’ureo in testa  segno di Ra, datore di luce, portatore di ankh  simbolo  di vita.

Ankh è quella specie di croce col fiocco  che normalmente è tenuta da qualche Dio  egizio?

Si.Marco. Dopo il processo di Gallo la provincia egizia ha una speciale politeia/ costituzione   in quanto  è eletto  G.Elio Gallo  governatore, legatus  con mandato augusteo di   intraprendere una  spedizione arabica con l’intento di  favorire il commercio con l’India,  desiderando  occupare  i porti dell’ Arabia Felix!. ci sono  in epoca giulio- claudia altri cartigli  imperiali faraonici  per Augusto a Kalasbsha, (Egitto meridionale) ma anche  se ne conoscono parecchi in epoca flavia, specie antonina ( con Adriano) o severiana ( con Caracalla)  fino ad Aureliano e a Diocleziano!

Gli imperatori romani, deificandosi,  si santificano con i cartigli egiziani  che esprimono simbolicamente il valore imperiale universale secondo la concezione di Ra, onnipotente datore di luce  e vita  a tutti gli esseri viventi!

Grazie per la spiegazione. Mi tolga una curiosità mia, personale: e’ vero che lei è stato a File e che ha fatto il bagno alla I cataratta? me l’hanno detto i miei compagni, Andrea e Marcello che dicono che File è stata ricostruita, non lontana dalla I cataratta.

Si.  Marco. Mi ci sono anche ammalato perché le rapide del Nilo  mi schizzarono gocce in bocca, che non riuscii a  ricacciare. A sera ebbi dolori addominali che durarono due giorni!

Ha un brutto ricordo?

No, nonostante tutto, sono ritornato, dopo,  in Egitto altre  tre volte!

In conclusione, professore all’arrivo dei figli di Erode,  l’opera  storica di Pollione non circolava e i rapporti con Augusto non erano certamente cattivi, visto che Orazio lo frequenta. Comunque, poi, i figli di Erode, forse, dopo l’incidente del figlio minore, morto misteriosamente, si  trasferivano a  corte ed  erano sotto la cura di Ottavia.

La morte del figlio  minore, scomparso in circostanze strane rinnova a Gerusalemme chiacchiere mai taciute circa la sua  nascita e riacutizza l’avversione dei farisei che parlano  di una punizione di Dio  per la  colpa del re, non obbediente alla prescrizioni del Deuteronomio -20,20-: ogni albero che non dia frutto commestibile  lo taglierai e ne farai una palizzata contro la città che ti ha fatto guerra!.

Erode, ora, dopo la punizione divina, è  sradicato, come Caino,  ed è nel morso della paura, macerato dal doloreessendo staccato dall’armonia del creato: per i farisei ed esseni il re  non è  giudeo  che fa progressi in sapienza pur essendo  maturo, anziano, perché è abbandonato da Dio: il re, maledetto,  non sa essere nel giusto mezzo, non essendo neanche un buon cambiavalute che sa togliere dal corso legale della virtù coloro che sono come monete false  perché inclini alla ribellione  e non sa considerare propri familiari quelli veramente autentici anziani, scelti come i settanta  di Israel per saggezza (De sobrietate,31 ). Erode.  pur avendo abbondanza di beni esteriori, non ha trovato il bene più maturo di un’anima più matura, il bene certamente più degno di stima perfetto! ibidem 13

Erode è maledetto e solo anche in famiglia, anzi ancora di più in famiglia! E’ sfortunatissimo, ora ! tanto più sfortunato per quanto tempo è stato abbandonato da Dio.

Su questa linea di maledizione  i giudei ellenisti, alessandrini ed oniadi, nel periodo di Caligola, condannano con Filone il Neos Sebastos,  come bambino incosciente e puerile, meditante una rivoluzione /neoteroopoiia, perché accoglie nell’anima colpe meritevoli di biasimo,  in quanto stolto nel comportamento  ed ignorante,  avendo deviato molte volte dai retti principi di vita, essendo ancora immaturo!- ibidem 11-.

E’ una theoria  che tende a contrastare Caligola Theos  e perciò condanna  anche l’ attività razionale, inutile come le artes minores  la pittura, la statuaria,  lmedicina teorica di  Asclepiade,– diversa da quella pratica  che guarisce il malato- come la  retorica giuridica, venale ed avida di denaro, non mirante alla ricerca di ciò che è giusto,  ma alla suggestione dell’uditorio,  attivata per via di inganno  ed inoltre come  quegli aspetti della  dialettica e della geometria non utili alla formazione dell’individuo, ma tali da aguzzare l’ingegno, impedito di affrontare ogni problema  e a servirsi di divisioni ed operazioni, nelle distinzione di caratteri propri ed  impropri.

Eppure, professore, secondo Filone,  sono anche loro figlie di Agar?

Certo Marco, ma Agar,  secondo la lezione biblica  di Mosè è maltrattata giustamente da Sara padrona che, vedendo la serva orgogliosa della maternità, impone al marito  di cacciarla col figlio Ismael!

Come Filone  può spiegare  questo?  non è mostruoso abbandonare nel deserto madre e figlio?

Filone è un theologos raffinato, un  esegeta  allegorico-simbolico, capace di  leggere tutto come i patres della Chiesa! Filone ammette come giusto  il maltrattamento di Sara, come giusta  punizione inflitta a chi mostra superbia,  essendo mutati i contesti, dopo la nascita del figlio legittimo Isacco. Filone giustifica la servitù stessa al principato augusto perché  Ckrhstos/buono, utile, fruttifero! 

Filone considera il primo allontanamento  solo un momentaneo e e passeggero rifiuto della serva, che seguita poi a convivere  con la coppia Abramo-Sara, rispettivamente simboli dell’uomo dedito all’astronomia  e della donna -virtù, genitori di Isacco la sapienza che si genera da sé  e perfezione morale!

Per lui, la definitiva cacciata, invece, dopo la mutazione di nome di Abramo in sapienza divina (Abrahamo) e di Sara in virtù generica(Sarah) cfr De mutatione nominum ,65 risulta la fine della funzione degli studi che decadono a livello di retorica  sofistica, essendo Ismaele sofistica  e Isacco sapienza.

Hai capito Marco? non sono stato chiaro?

Professore,  capisco in relazione alla mia educazione cristiana! Comunque,  per me, Filone è una fonte per il teologo cristiano che sa rovesciare tutto,  cambiando nome, facendo esegesi,   raggirando  il problema,   non insegnando, e, grazie alla retorica  facendo  risplendere solo l’idea di giustizia aramaica, con la sottesa  superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi,  in un servizio alla maestà di Dio, seguendo giochi numerici – 1, 3, 4, 7 ,10 , e multipli di tre – giostrando  specificamente sul valore dell’ebdomade -in quanto somma di 3 e 4, –  base della proporzione armonica,  in musica,  in grammatica e in astronomia ( sette cerchi, sette pianeti ) come rapporto tra struttura sensibile e struttura fisica umana-  su quello della decade, in una lettura kosmia,  in cui il logos è identificato col libro mosaico della  creazione, in una scelta etica,  che equivale ad un chiudersi  iniziale in sé   ed in un  aprirsi a Dio come esercizio di una vita progressiva virtuosa di creatura, che rinuncia  al sensibile, da una parte, e che tende ad innalzarsi al creatore, dall’altra.

Marco,  sono sorpreso da tante parole! non sei tu!sembra che tu abbia  compreso l’anima farisaica aramaica, che vive tra due estremi! mi appari persona confusa: l’errore è mio che ho messo troppa carne a cuocere e che do per scontato troppe cose su Filone!  Pur chiedendo scusa devo aggiungere  che Tra il bambino in tenera età e l’uomo perfetto  intercorre esattamente  lo stesso rapporto che sussiste  tra i sofista e il sapiente, fra il ciclo preliminare degli studi e le scienze attinenti all’ambito delle  virtù

Professore, io ho detto quel che ho detto e non la seguo bene! mi sono perso  passaggi logici  di un sistema allegorico per me quasi assurdo! comunque, Filone mi sembra  aggiungere alla eredità aramaica contraddittoria – che mette in opposizione bene e male-  anche linee  proprie di una cultura pitagorica!  La vita  per  Dio,  con Dio  e in Dio mi sembra  un raggiro/panourgia   in cui  neos  e presbus sono letti secondo la Sacra  parola  che rivela solo  a chi sa leggere che Dio è inizio e fine.

Marco, tu ben sai che io studio Filone, ma  ho un ‘altra lettura di storia e di natura! Noi stiamo per concludere su un amarthma  di Erode, disobbediente ai  precetti e  alla tradizione  dei farisei in quanto philellnhn  e filoromano, legato alla cultura giudaico-ellenistica asmonea  ed oniade, che vuole  essere tramite tra cultura romano-italica occidentale  e cultura orientale, ma anche tra imperium romano e imperium parthico,  convinta di essere  utile  e buona ad  educare l’ecumene  e verso Oriente e verso Occidente, sicura della sua missione methoria  internazionale anche ai confini del mondo conosciuto in senso commerciale e finanziario. Filone  vuole indicare  una figura unica di  monarca theos che è pastore del gregge, che non può essere bambino, abbagliato ancora dalle forme  –  dal luccichio del sensibile- ma  uomo, la cui prudenza di anziano- degno di onore e di venerazione-lo rende non soggetto alle pulsioni  naturali ma  lo fa perfetto  come razionalità, divino perché maestoso come Zeus olimpico, unico Ra /sole  datore di vita!. l’imperator romano  è simbolo congiunto  per Filone di tradizione ellenistica ed egizia, con sottesa l’eredità  mesopotamica  ed aramaica. Il peccato di Erode,  per noi, diventa emblema di un contrasto ancora vivo tra due estremi tra cultura ellenistica  e cultura aramaica!

L’integralismo aramaico perdurerà anche dopo la morte di Erode, dopo la  crocifissione  del Meshiah, dopo la fine del Tempio  e  terminerà con la distruzione di Gerusalemme cancellata dalla cartina geografica e dalla Storia, rinominata Aelia Capitolina  e con  la Galuth/dispersione definitiva  del popolo giudaico.

Filone è il genio – mai riconosciuto nella sua  effettiva grandezza- che anticipa il Peri upsous il sublime  e il cristianesimo!

Filone, che commenta la Bibbia è lui stesso Bibbia!

Professore, ed Erode peccatore?

Erode  è  un presbus  che cresce con l’errore e lo tesaurizza. Peccato  gli ultimi nove anni!

Senza quella macchia  sarebbe stato  davvero un cittadino, un civis del mondo romano, illuminato cosmopolita, un vir passato  dall’infanzia alla eruditio,  dalla rozzezza adolescenziale alla matura sapienza,  un basileus socius, capace di vivere  per un ventennio come terzo uomo dell’ impero romano!.

 

Doppio decalogo di Angelo Filipponi

da Mastreià

Postilla dello scrivente

Tempo fa, prima  dell’incidente mortale, mi diede alcune pagine dattiloscritte  intestate ad un figlio o  ad un lettore filiale, in cui era scritto un decalogo con una premessa: come mi fu data, io, Tonino Cappucci  trascrivo.

Premessa

Mi sento come un vecchio che ha un migliaio di anni, che ha seguito i percorsi dell’uomo, nella storia, e in natura,  vivendo in società e in solitudine, ora attivo ora passivo spettatore, facendo molti errori e maturando un metodo, come frutto di esperienza, di lavoro, di sbagli, di rettifiche, di accomodamenti, di adattamenti situazionali, sempre vari e nuovi.

La  contemporanea vita di lavoro e di studio ha permesso l’integrazione dei dati esperienziali con la lettura,  la meditazione col silenzio.

I dati del lavoro senza l’abilità del leggere e la coerenza della  logica associativa creano solo un artigiano, tecnicamente dotato, la logica applicata determina solo il filosofo, la retorica speculativa porta tramite l’ermeneutica,  alla formazione del teologo.

Il saper leggere, studiare e fare, congiunti, in situazione, mi hanno fatto procedere, pur sbagliando continuamente,  e  costruire qualcosa  di nuovo, che si forma lentamente, costituendo un fondo   di insania che  risulta  utile sapienza, nonostante l’opposizione alle regole tradizionali: io ho  considerato negativa per l’umanità l’impostazione classica (Greco-romana-giudaica) basata sulla auctoritas, definita da me “ theoria” e  ho stimato deleterio per l’uomo il militarismo germanico, e l’elezione dell’ uomo, per me creatura come ogni altro animale, materia .

Ho dovuto cancellare la mia cultura classica perché bollava come animale il popolo, considerava come sordide le artes, considerava privilegiati i ricchi e i nobili, gli unici capaci di avere pensieri, di congiungerli, di concludere, di valutare, di giudicare, di svolgere la funzione umana elitaria, da Viri civiles/politikoi  profetici: la lettura giudaica  del classicismo  fusa con quella ecclesiale medievale ha sancito, nei secoli,la superiorità dei” boni “e l’eccellenza dei santi ed ha scavato un abisso tra il popolo e l’élite, tra i dominati e i dominanti.

Il mio amore per la paritarietà e per la democrazia, come rispetto di tutti coloro che pensano e perfino dell’animalità mi ha allontanato ogni giorno di più dalla theoria classica, in cui era scritta la logica procedurale dei greci, dei latini, dei  giudei farisei e dei medievali e dei  controriformisti, che avevano applicato fedelmente e rigidamente la paideia alessandrina ebraica, tramite i grandi Cappadoci  e i padri Occidentali.

Non ho potuto sopportare mai l’arroganza dei militari, che procedono solo per schemi e che ripercorrono il militarismo romano e soprattutto la logica procedurale arimannica barbarico-germanica, propria dell’aristocrazia italiana ed europea.

Perciò tenendo sempre di mira la paritarietà dell’uomo, vedendo l’intelligenza in ogni bambino, anche se svantaggiato, la capacità di ognuno, seppure differenziata, ho cercato di favorire la crescita di ogni soggetto,  desideroso  di  dare autonomia e libertà creando  per i singoli solo paradigmi operativi, in modo da  permettere scelte continue e sollecitare motivazioni o indurre ad errori palesi di facile rilievo, per un’autocorrezione costruttiva.

Il  metodo permette di  leggere ogni cosa  come testo, non solo il codice  scritto o orale, ma anche l’azione sottesa, il pensiero perfino non manifesto, perché viene studiato il termine, non solo filologicamente ed etimologicamente, nel suo vero significato, ma soprattutto come storia in atto, che si fissa, creando una ragnatela ordita in tessuti linguistici, come espressione reale di una cultura operante, scritta dai vincitori, secondo la theoria  classica  ma implicante le classi dipendenti e il volgo anonimo, che possono essere rilevati.

L’essere stato spettatore neutro del farsi della storia,  capace, però, di orientare chi mi è stato vicino, nel rispetto dell’altro, simile a me, ma differente, nella coscienza di essere un soggetto libero, decondizionato dalla storia e non limitato da pregiudizi religiosi,  mi autorizza a professarmi saggio e a scrivere un doppio decalogo, ad uso familiare, certo, come un testamento spirituale, per una meditazione fattiva.

Ai miei, comunque, dico di non pensare mai ad un qualcosa di perfetto, né ad una persona che abbia perfezione, perché niente di ciò che è umano ha possibilità concrete di effettiva sublimità, ma solo una qualche parvenza, mista ad un’infinità di debolezze e di deficienze, che devono essere riviste, corrette e positivizzate, alla luce dell’ esperienza.

Solo se si legge attentamente una persona come uomo, si comprende la sua fragilità in ogni senso, ma anche la sua grandezza che consiste  solo nel superamento graduale delle deficienze e nel conseguimento momentaneo di uno stadio di serenità divina, subito perduto a seguito di sopraggiunti squilibri, a cui segue un lungo tentativo di riequilibrio faticoso e difficile.

In tali fasi di equilibrio e di squilibrio l’uomo  non è mai sanus e moderato  ma insanus  apparentemente: egli  esprime non un suo lineare e moderato iter, ma uno zigzagato percorso, orientato forse verso un’unica direzione, alla ricerca di una propria felicità, irraggiungibile, ma sempre in modo incerto, confuso, ora razionale ora fiutante come un cane, indeciso, una povera creatura che cerca una sua dignità.

Ne deriva che il decalogo negativo e quello positivo non sono tassativi, ma solo spie di un procedere di un uomo, che non vuole porsi come modello, come exemplum, ma come uno che si è espresso paradigmaticamente, oltre i condizionamenti e fuori delle regole di buon costume e di moderazione classica, ed autonomamente, cosciente della irripetibilità della vita singolare umana.

 Il Decalogo è costituito da due parti: uno negativo perché impostato prescrittivamente come i comandamenti, subito corretto  con enunciazioni; l’altro positivo, di forma iussiva, all’imperativo, commentato non secondo il dogmatismo accademico, ma con paradigmi operativi.

 Non magnanimo consolatium sed misero comites habere penantes!

a.Decalogo negativo

1.Non chiedere mai niente a nessuno: puoi sempre fare da solo ogni cosa.

A che serve chiedere un consiglio? Nessuno meglio di te può consigliarti perché tu conosci la situazione, l’ambiente, le persone coattanti e te stesso e tu solo devi decidere.

Ma è una cosa utile? se è necessaria, te la compri e la usi quando vuoi; se è costosa,  è qualcosa di voluttuario, di cui puoi fare a meno.

Ho bisogno di aiuto! chi ti dà un dito, crede di averti dato un braccio e magnifica ciò che ha fatto per te e diminuisce la tua opera, specie se si sente superiore.

Chiedo solo un regalino! Chi regala  non è mai disinteressato, ha di mira qualcosa a breve o a lunga scadenza: non esistono più i nobili munifici, ma ci sono solo sponsors che magnificano il prodotto e sono di matrice agricola. Tu non accettare mai nulla, ma rifiuta, altrimenti sei compromesso e non sei libero: anche un caffè, offerto da un padre di un tuo alunno, pesa sulla tua valutazione.

Chi fa da sé fa per tre ed è padrone di sé.

2.Non parlare: non serve né a te né agli altri perché  la parola è vuota chiacchiera e se non è vuota, non è comunicabile perché l’altro legge solo dalla sua angolazione, spinto dall’invidia  o dalla superbia: solo chi non parla, fa e propone oggettivamente e sa fare. Ricorda!

3.Non pensare: chi fa, sicuramente ha già pensato, ideato e progettato, pianificato; tu medita su ciò che ti viene detto, senza interpretare e senza emozioni, studiando la storia e l’azione dell’emittente: l’azione fatta deve essere esaminata; su di essa bisogna operare, non sul pensiero.

4. Non inseguire ciò che desideri: tutto ti viene naturalmente e a tempo opportuno, come la pioggia, specie la donna: meno ti agiti, più ti segue chi ti vuole seguire e non curare gli altri che non ti seguono: la tua serenità serve a tutti gli incerti e dà loro sicurezza!.

5.Non seguire un altro: tu sei il maestro se operi, se sbagli, se insisti nelle operazioni con continuità, se apri un’altra via rispetto  a quella  nota, propria della tradizione.

6.Non soffrire: ciò che accade, deve accadere, ciò che accadrà non può non accadere: tu accetta tutto con un sorriso, da pazzo, non hai altra possibilità!.

7.Non lamentarti mai: a nessuno interessa la tua voce e tanto meno il tuo lamento, neanche a tua madre, a tua sorella, a tua moglie: ognuno ha i suoi problemi e un egoismo personale, che va oltre la solidarietà familiare; sii paziente e scemo: sarai più amato e rispettato, più stimato.

La pietà altrui è cristianamente falsa: Poveretto è segno non di partecipazione emotiva, neppure istantanea, ma di commiserazione momentanea e di sottesa superiorità

 

  1. Non credere. Ogni sistema religioso è un continuum di verità storicizzate mediante concilia fatti alla fine di una o due o tre generazioni da sacerdoti di qualsiasi credo – che detengono non la verità, ma il potere della parola-verbum – per l’indottrinamento dei profani: un’aggiunzione verbale dopo l’altra ad un’idea di verità inizialmente accettata in un dato momento  storico, determina con i secoli una verità sempre più comprovata, indiscussa, santificata dal tempo, dogmatizzata.

Un Dio, che non regola la vita cosmica, che non giudica l’uomo, né gli altri animali, c’è, come motore iniziale, forse, come vita stessa della vita, di cui la creatura è partecipe, come essenza divina infinitesimale di un quid naturale divino infinito,  non dotato di qualità positive né negative, atomo di una cellula universale pulsante in eterno, in armonia.

Non esser, dunque, così cattolico e così piccolo da ritenerti divino padrone delle cose e centrale sulla terra e nell’universo, perché dotato di intelligenza: noi non sappiamo niente della funzione stessa intellettiva né degli altri esseri razionali perché crediamo di essere i soli a valutare e perché la nostra valutazione è propria di un egocentrico bambino, signore dell’universo: siamo solo un sacco di merda, in cui c’è una  perla!. Siamo vita e morte, morte e vita e non abbiamo bisogno di redentori, perché non pecchiamo ma siamo solo uomini secondo natura! Nonostante il male noi siamo preziosi!

9.Non invidiare: ognuno ha sofferto, pianto, lottato per raggiungere ciò che ha raggiunto: anche la fortuna si merita.

Tu non guardare l’altro e fa la tua strada, in silenzio, lontano da tutti, come se vivessi solo o fossi nel deserto o nel mare.

Così arricchirai te stesso e ti conoscerai e conoscendoti conoscerai gli altri e li rispetterai, amerai e darai parte di te, perché  empatico, entusiasticamente capace di gratitudine per un niente, ricevuto!.

 

10.Non essere docile: solo se tu non seguirai il padre, il sacerdote, il maestro, che pur dovrai rispettare, tu capirai la parola, la possederai e sarai in grado di crescere  perché in silenzio, lavorando, comprenderai ciò che fai e il suo significato avrà un peso referenziale.

I maestri  mandano messaggi di una tradizione che poi, capìta, dovrai rifiutare e  da cui dovrai decondizionarti per quasi tutta la vita: essi predicano e non dicono niente; essi connettono arbitrariamente il presente col passato: parlano di bene ma riempiono di vuoto in una contraddizione di dire e fare.

Tu, se vuoi essere te stesso e vuoi veramente  afferrare la parola, nel suo vero significato, lasciali parlare, ridi  e segui la tua via, anche se errata: qualcosa troverai, migliore certo del vuoto seme cristiano.

Allora la parola, sperimentata, sarà sacra per te perché indicherà la tua lenta, faticosa acquisizione  culturale, segnata in un certo tempo della vita, a dimostrazione di un percorso  personale e della tua crescita.

 

 

Senectus, ipsa, non morbus!

Decalogo positivo

 

1.Ama l’altro più di te stesso ed ama Dio come te stesso: solo così sarai amico, padre, maestro, marito, uomo, avrai una funzione perché già conosci te stesso e il prossimo, in quanto hai convissuto con te a lungo ed hai mangiato un tumulo di sale col vicino, facendo le sue stesse azioni, soffrendo le sue pene, godendo dei suoi successilavorando insieme  e sbagliando spesso, senza scaricarsi le colpe: bisogna, però, che tu hai veramente amato te stesso e sia consapevole della propria dignità, grandezza, individualità, storia, e cosciente delle proprie potenzialità sessuali, dei vizi, dei pregi, insomma  sicuro di ogni forma della propria umanità, senza l’umiltà pelosa dei religiosi, se vuoi considerare l’altro come te e poi fare sacrificio di te per suo amore e dare anche la vita per l’altro.

L’hesed-zedek giudaico, da cui deriva la pietas – caritas cristiana, è costruzione umana  secondo nomos-lex, applicazione come timore di Dio e amore per il prossimo, inutile senza la conoscenza di sé e l’epimeleia eautou: non ci sono state parole logia di un Dio sulla terra, non c’è stata alcuna rivelazione epiphaneia: i vangeli  sono la risultanza di un lungo secolare  lavoro retorico!

2.Rispetta l’altro: lui scrive la sua storia in modo diverso e differente  da te, ma scrive la sua storia, che tu devi tradurre  non pensando a te ma a lui che scrive: è lui il soggetto che scrive le righe di un libro, che costruisce con diverse materie, che trama orditure opposte, forma sistemi contrari, ha idee e credi differenti.

Tu leggi e guarda con rispetto le linee tracciate, non giudicare: tu non puoi perché ti sfuggono infiniti punti, che collegano quelle notizie staccate che tu hai, quelle azioni che tu valuti, quei segni che tu interpreti, quegli sguardi che tu rilevi unilateralmente: tu rilevi solo le differenze, le diversità, le difformità, ma in rapporto a t , alla tua cultura, alla tua storia, al tuo fisico, al tuo sesso, perfino.

Se non giudichi, ma leggi l’altro, tu potrai vedere parola dopo parola, nucleo dopo nucleo, mattone dopo mattone, filo dopo filo, sistema dopo sistema, e capire epistemicamente  l’insieme e l’anima dell’altro ti si rivelerà e tu conoscerai un fratello, un contemporaneo, un altro te stesso, differente, ma come te, creatura nel kosmos.

Perfino verranno annullate la distanza storica e quella geografica: non ci saranno contrasti religiosi, etnici, sociali.

3.Dì poche parole, se proprio devi parlare: ti saranno sufficienti due o tre o quattro parole significative (di solito usa la nominalizzazione o uno o due nomi, più un verbo e una determinazione complementare) e poi, se vorranno sapere, spiegherai, commenterai: la referenza stessa, in quanto espressione della tua esperienza  è già abbastanza per chi vuole capire ed è capace di seguire.

 4.Mastreia sempre: se lavori giocando come un vecchio mastro che opera per lasciare un segno di sé senza compenso, per passare  serenamente gli ultimi anni di vita senza annoiarsi del tempo “lungo” e per far vedere  ai nipoti il suo talento di una volta, tu potrai scoprire la tua genialità nel corso del tuo servizio produttivo sociale, nella funzione che avrai conquistato col mestiere, col diploma, con la laurea, col tuo onore.

Così tu farai uscire, senza l’assillo quotidiano di una produzione industriale, la qualità dei tuoi antenati, e costruirai qualcosa che tu neanche avresti mai immaginato.

5.Leggi come chi studia (non come un dilettante) rilevando ogni termine, catalogando ogni nucleo, analizzando ogni segmento significativo, collegandolo con altri dello stesso tema per una valutazione.

Certo dovrai comparare la lettura di oggi con quella di ieri, con quella di domani e  con le altre che hanno preceduto e che seguiranno per avere una qualche probabilità docimologica, d’altra parte mai esaustiva, ma sempre utile per altre valutazioni, come inizio e parte di un processo comunicativo.

Carpire ad un altro il segreto della vita, espresso secondo una tipica forma è proprio di esseri preparati, pazienti, costanti, capaci di attendere, abili a ricostruire i mosaici logici.

Leggere l’altro è cogliere il miracolo  di una costruzione formale e contenutistica, realizzata mai compiutamente, sempre abbozzata da un artista: la ricerca di segni deve essere meticolosa, maniacale, altrimenti l’area di significazione è mutila e il contesto è solo una determinazione storico-geografica con sottensioni civili, sociali, vagamente umane.

6.Isolati: vivere nel gruppo è proprio del bambino, dell’adolescente e del giovane, che hanno bisogno del contatto fisico per la scoperta dell’io, della propria funzione e dell’amore.

L’ anachoresis è la fase successiva, tipica dell’adulto: è obbligatoria perché ognuno deve conoscere le cose analiticamente, se stesso, le sue effettive capacità, in un tentativo silenzioso  di decondizionarsi dalla propria storia, cultura e radice.

La fase della pazzia, come fuga e ricerca alternativa alla società attuale, determina l’amore effettivo per l’altro e quindi autorizza un ritorno di caritas e di partecipazione  solidale.

 

  1. Vola alto. Tutto ti appartiene: devi solo conquistarlo, non ci sono limiti né confini per l’uomo/aneer theios .

Se lavori con intelligenza, con pertinacia, con continuità tutto è tuo: una goccia dopo l’altra per ore, per giorni, per mesi, per anni, fa un buco profondissimo pure sulla roccia più dura; una goccia intelligente fa disegni infiniti, li realizza conformemente.

L’ orizzonte non finisce mai, il volo tuo non cessa mai, forse neanche la morte lo blocca perché è già allenato all’infinito, il suo regno.

8.Ringrazia per ciò che hai e tutti: tu sei quello che sei e per le cose e per gli altri: la gratitudine è di uomini eccezionali, che sanno capire che sono debitori: tutti gli altri si sentono sempre e dovunque creditori.

Tu ringrazia il mondo che ti circonda con la sua varietà e bellezza; ringrazia  gli uomini del passato, che hanno creato col loro lavoro e col  sangue questa storia, e  i contemporanei che ti fanno ciò che è utile alla tua vita e di cui tu neppure sai il sacrificio: niente entra nella tua casa senza il lavoro di una infinità di mani.

Tu ringrazia Dio di vivere ogni giorno, della salute, del capire, dell’essere nato in un luogo pacifico, tra esseri pacifici, e dì sempre gamzò (anche questo per bene).

 

9.Vivi sapendo di morire, sorridente come un pazzo, che non ha niente e che è libero: la morte non sarà niente per te perché tu sei morto tante volte, sei vissuto varie volte e sei stato un uomo vero, che ha allungato la sua esistenza intelligentemente e che non muore, ma vive , come sempre ha fatto, estaticamente, entusiasticamente.

Non muore chi non ha mai pensato a sé come uomo mortale.

10.Fai combaciare la tua storia personale con quella picena, marchigiana ed italiana, ma sintonizzati con quelle europea e sii cosmopolita: l’uomo non ha patria, ma è figlio dell’uomo, è un dio sulla terra.

Scoprire questo è il tuo compito, il tuo cruccio, la tua sofferenza.

Ama anche la tua  funzionale missione, la tua conquista e la tua  realizzazione, anche se  modesta: è ciò che sei riuscito a fare, ma è una tua produzione, non un’idea.

Nulli, ne morti quidem concedo, allora giustamente potrai dire!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MEDICO DI AUGUSTO

 

Negare: niente di meglio per emancipare lo spirito! E. Cioran

Negare la falsificazione dei Logia  del Signore  è  POTENZA DAIMONICA DELLA CHIESA !

Professore, Mariamne muore alla fine del 29 ed Erode entra in depressione per poi ammalarsi, dopo la decisione di andare nel deserto prima e  poi di ritirarsi  a Samaria   a lui cara per i ricordi amorosi della moglie!     Quando iniziano i sintomi della malattia?

Marco, tu  vuoi sapere esattamente il periodo della malattia di Erode e conoscere la situazione della Iudaea   tra l’inizio del 28 e  la fine del  27,  anno della morte di  Alessandra!

Si . Mi piacerebbe perché vorrei mettere in relazione la malattia di Erode con quella di    successiva di Ottaviano, che proprio nel 27 viene definito Augustus /Sebastos ed autorizza il re amico a chiamare la città in costruzione Sebaste!   Si sa che Erode si ammala quando è a Samaria -Sebaste  e quindi dopo l’estate del 27 e che la malattia renale  è persistente tanto che la guarigione completa avviene  quando Ottaviano è in partenza per la campagna cantabrica in Hispania, allorché  cominciano per lui i primi disturbi epatici, quando è stata scoperta la congiura di Alessandra e di Costubar e il re ebraico  ha già fatto la sua feroce repressione. Aggiungo che Erode, depresso, accusato da Esseni e da Farisei sente la maledizione divina  e teme che l’ira di Dio , ora che si è riversata sul suo popolo col terremoto e con l’epidemia della peste/loimoodhs nosos, nella vallata del Giordano, colpisca  personalmente lui colpevole di aver cambiato i costumi del suo popolo e di aver sterminato gli asmonei, la stirpe regale di Israele.

 

Dunque, professore, mentre l’epidemia di peste si spande   e miete vittime anche lungo la vallata del Mar Morto e poi sulla costa,  il re ordina di fare preghiere  ai sacerdoti del tempio temendo che  Dio applichi la sua mhnis/collera dia thn gegenhmenhn paranomian en thi Mariamnhi / per l’iniquità perpetrata nei confronti di Mariamne!.

 Qual’ è la malattia mortale di Erode, professore?

Si sa, Marco,  che  i medici  consultati non trovano le medicine adatte per la guarigione. E Flavio- Antichità Giudaiche XV, 245- scrive: la sua malattia/ nosos consisteva  in una infiammazione e  suppurazione della cervice  con perdita improvvisa temporanea  di coscienza/ flogoosis kai  pusis tou iniou  kai ths dianoas apeellagh.

Gli storici si sono affannati a dimostrare che Erode ebbe ictus o paralisi, progressive,  con disturbi psichici, comunque,  dovuti a depressione e stress.

Di certo c’è una sintomatologia che può autorizzare una diagnosi di ictus cerebrale  momentaneo e parziale con perdita di memoria.

Flavio-ibidem 245/246- aggiunge: nessuno dei rimedi provati gli era di giovamento, anzi l’effetto era opposto. Tutti  i medici che gli erano intorno ritennero cosa migliore assecondare ogni suo desiderio, chi perché la malattia  era resistente ad ogni farmaco somministrato, chi perché il re non era in grado di seguire una dieta diversa da quella a cui l’obbligava la malattia, affidando alla fortuna la tenue speranza di guarigione che dipendeva dal suo tenore di vita /to duselpi ths soothrias en ecsousiai ths diaiths anatithentes thi tukhhi. 

 

 Professore è mio desiderio conoscere la medicina  e il sistema medico in epoca augustea.  Me ne può parlare in modo da capire il livello medico dei romani  e la cura farmaceutica sotto Augusto?

Marco , io non sono un medico,ma  so che  Erode ed Augusto hanno una stessa scuola medica quella di Antonio Musa, che è della scuola alessandrina, del Museo. quella stessa che curava la famiglia di Antonio e Cleopatra.

Si può dire, quindi, che Erode ed Augusto hanno  medici che hanno la stessa formazione  e  che  di base  usano medicine a base  di erbe ed anche di oppio , oltre a cure di acqua fredda o calda?

Certo. Ottaviano, tornando dall’ Egitto, fa regali, dopo la  decisione di mantenere Erode sul trono di Giudea, e delle guardie  del corpo di stirpe galata, un tempo  al servizio di Cleopatra, e di un nutrito numero di medici liberti di Antonio,che formavano una scuola.

Professore, mi ha parlato, in generale, di scuole mediche  in epoca di Erode e dei medici, che cercano  di salvare la sua vita. Vorrei un approfondimento  sul rapporto tra la domus antonia e i medici alessandrini? e poi vorrei sapere specificamente qualcosa su Antonio Musa in epoca augustea?

Marco non ho molte notizie, certe, e quelle che ho, derivano da Storici- Dione Cassio  (St.Rom., LIII,30-34) e da Svetonio  e da Storia Naturale di Plinio il Vecchio, unica fonte, che può dirsi medico-farmaceutica,  e dai Fragmenta Historicorum Graecorum  di Giuba II, re  di Numidia e di Mauritania, un erudito che scrisse libri di Storia di Roma , Libika,  Arabika, marito di  Selene Cleopatra, figlia di Antonio, un’erede del patrimonio del triumviro, sorellastra di  Antonia Minor, nonna di Caligola.

Quello che dico è  in parte  supposizione, basata sul  trasferimento della famiglia servile antonia  a Roma, dopo la battaglia di Azio, e per la maggior parte  è notizia circa la corte di Augusto, in cui è trasferita parzialmente la scienza medica alessandrina.   Si sa che  Ottaviano incarica la sorella Ottavia, moglie di Antonio e madre di Antonia Maggiore ed Antonia Minore,  di educare i figli di Antonio  e Cleopatra,  tranne Cesarione,  ucciso, e  quelli  di Fulvia ed Antonio, tranne Antillo, ucciso,  come membri della sua famiglia insieme a Tiberio e a Druso, figli di Livia,  oltre a sua figlia Giulia Maior.

Augusto fa educare  dalla sorella i figli di Antonio, nati dalle precedenti mogli e dall’amante Cleopatra? E’ un un uomo tollerante, moderato e magnanimo?

No.

No. E’solo un opportunista, scaltro, un ragioniere, emporos commerciale, figlio di un argentarius, un uomo malaticcio, un piccolo uomo  che vuole il  controllo massimo sui  figli stessi del suo avversario politico, morto, tenuti a corte  insieme con gli ostaggi dei vari re orientali!

Non è certo un bel giudizio umano su Augusto, considerato divino, universalmente eutuches/fortunato politikos/vir civilis!.

Marco, la storia non è  quella che noi  sappiamo e troviamo scritta!. Su Augusto  leggi questa pagina  di  Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 147-150:  Anche nella  vita del divino Augusto – che tutta l’umanità pone nella categoria di uomini felici – se si considera attentamente ogni cosa,  si possono rintracciare le grandi vicissitudini del destino umano: ebbe un insuccesso, quando aspirò a diventare comandante della cavalleria di suo zio ( Cesare, prozio !) e alla sua candidatura fu preferita quella di Lepido; subì l’odio, a causa delle prescrizioni; fu collega, nel triumvirato, di due pessimi cittadini (Antonio e Lepido) e neppure aveva un peso almeno eguale, dato che  era Antonio che aveva maggiore influenza. Si ammalò, durante la battaglia di Filippi, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude, infermo e (come ammettono i  suoi amici Mecenate ed Agrippa!) gonfio per un’idropisia; fece naufragio in Sicilia e di nuovo, anche lì, si nascose in una caverna, quando ormai le sue navi erano in procinto di fuggire, pregò Proculeio di ucciderlo. Affrontò la preoccupazione/cura per la contesa di Perugia, l’ansia /sollecitudo per la battaglia di Azio, la caduta da una torre durante la guerra di Pannonia, tante rivolte militari, tante malattie dall’esito incerto, le mire sospette di Marcello, il vergognoso allontanamento di Agrippa, tante insidie portate alla sua vita, le accuse lanciate in seguito alla morte dei figli  e i lutti che non lo rattristavano solo per la perdita subita, l’adulterio della figlia e la pubblica rivelazione del progetto di parricidio; l’offensivo isolarsi del figliastro Tiberio Nerone, l’altro adulterio compiuto dalla nipote. A tutto ciò si aggiungano altre disgrazie: la scarsità dei fondi militari, la rivolta dell’Illirico, il forzato arruolamento degli schiavi per la penuria di giovani leve, l’epidemia scoppiata a Roma, la carestia in Italia, la decisione di morire e il digiuno di quattro giorni, che portò la morte ad impadronirsi  di quasi tutto il suo corpo,  e, per giunta, la disfatta di Varo, i tanti insulti al  suo prestigio, la cacciata di Agrippa Postumo dopo averlo adottato e la nostalgia di lui dopo averlo esiliato  e, da un lato, il sospetto che Fabio rivelasse i suoi segreti e dall’altro le macchinazioni cogitationes della moglie e di Tiberio, che costituirono la preoccupazione degli ultimi suoi anni.

Una vita di Augusto, non certamente felice, vista da un’angolazione intima, propria dell’epoca flavia, dissacrante!

La conclusione, Marco,  ha sapore  di rivincita della domus claudia, da lui esiliata e disonorata con la violenta presa di Livia al marito Tiberio Claudio Nerone, avversario perusino e sembra una punizione divina:  quel dio, che raggiunse il cielo, forse più di quanto non meritasse, morì, lasciando come erede il figlio di un suo nemico/hostis!.

Un giorno, se vuole, mi parlerà diffusamente della vera vita di Augusto tra ansie, paure, malattie, tradimenti e stragi!. Ora procediamo  per soddisfare  la mia curiosità circa la medicina  intorno a Antonio Musa. Il medico e suo fratello erano al Museo di Alessandria, tra gli scienziati della scuola di Erofilo?

Conosci  Erofilo di Calcedone?

Bravo!

Lo conosco per gli studi fatti da un amico su sistole e diastole  cardiaca e so che è  medico  vissuto sotto Tolomeo I e  specificamente sotto Tolomeo II  Filadelfo, che gli diede l’incarico di  formare una scuola  di ricerca medica, anatomica, ad Alessandria

Certo, Marco, Erofilo è un anatomista alessandrino ( cfr. Plinio  Stor. naturale  XI, 219 e XIX 6, XXV; 15,58; XXVI 11,14) che ha la possibilità dai lagidi di operare sui cadaveri dei condannati a morte, e di farne la vivisezione.  Per Gellio, Noctes Atticae, XVIII,10, i medici  di questa scuola, nel periodo di Galeno (129-201), in epoca di Marco Aurelio e Lucio Vero,  discutono su vena ed arteria: la vena è un ricettacolo che i medici chiamano angheion/vaso, di sangue misto e combinato con spirito naturale; l’arteria è un ricettacolo di spirito naturale misto e combinato con sangue , nel quale vi è più di spirito naturale, meno di sangue;sphugmòs/pulsazione è la naturale  espansione e contrazione nel cuore e nell’arteria. Dai vecchi medici è stata così definita: sphugmòs estin diastolé te kai sustolé  aproàiretos arterias kai kardias/la pulsazione è la contrazione e dilatazione involontaria di arteria e di cuore. 

Che bravi! professore.

Le  tecniche  di Erofilo sono ancora attuali nel periodo  di Asclepiade di Prusa (125-50 a.C.), tipiche della scuola  degli empirici, formata da Filino di Cos, erofileo,  ed evolutasi ad Alessandria ad opera di  Serapione Alessandrino, che  congiunge  lo scetticismo di Enesedimo  con la theoria  razionale empirica, in opposizione a  quella dei dogmatici.

Quindi, Asclepiade è un empirico, che contrasta la medicina dogmatica ippocratea,  platonico-aristotelica?

Asclepiade rifiuta la fisiologia e la patologia ippocratica  e scrive molte opere, di cui ci restano frammenti  (cito solo De acutis passionibus e Paraskeuai /composizioni). 

Venuto  a Roma,  ha grande successo  e  diventa amico di Licinio  Crasso e  di Tullio Cicerone, essendo un medico che combatte contro la teoria umorale ippocratica e che formula un’altra teoria, fondata sulla concezione atomistica, democritea, il cui massimo assertore è poi Temisone, collega di Antonio Musa e del fratello Euforbio, che sono della stessa  scuola e riconoscono lo stesso maestro.    (cfr. Plinio, Storia Naturale. XX,42; XXII,53,128; XXIII,32, 38,61; XXV 6; XXVI 12,16,18,20).

Temisone è il fondatore della scuola  metodica?

Si. Marco.

Temisone, sfruttando la popolarità del maestro, insieme ai fratelli Musa e ai fratelli Stertinio, anche loro a corte, sono medici metodici che hanno compiti diversi a Roma. Quinto Stertinio Senofonte è un metodico  che ha in cura-  insieme a Caricle – quando l’imperatore è a Capri-   anche Tiberio – che non ne ha bisogno, perché fa terapia per conto proprio-. E’ anche il medico di Caligola,   con suo fratello Gaio Stertinio, che poi cura Claudio e Nerone.

E’ Asclepiade, comunque,  un medico  parrhsiasths, un puro scettico, che disdegna perfino i doni di  re Mitridate  ed è un innovatore che sa mescolare ricerca e ciarlataneria magica, fondatore di una scuola, che  cura i malati col vino, in dosi, a seconda del  peso e delle condizioni generali fisiche, specie per quelli che sono sotto melaina kholh, tanto bravo  da far tornare in vita e  conservarlo come vivente/relato e funere homine et conservato, secondo la testimonianza  di Plinio, Nat. St., VII,37,124 .

Solo Plinio  ricorda il miracolo della resurrezione?

No. Marco.

Apuleio- (Florida . 19)  ci dà la sua testimonianza e scrive : Il famoso Asclepiade uno dei medici più prestigiosi,  il primo di tutti i medici, se si esclude  il solo Ippocrate, fu il primo ad introdurre  l’uso del vino nella terapia  medica  somministrando ovviamente a tempo debito; in ciò la sua capacità di discernimento era eccellente  grazie al fatto che rilevava  con grande precisione  l’irregolarità o il  disordine nella  pulsazione delle vene. Un giorno, mentre stava tornando in città dalla sua proprietà di campagna,   in un sobborgo della  città, vide i preparativi per  un funerale imponente: una grande folla era convenuta per le esequie  e tutti  erano affranti e vestiti a lutto. Egli si avvicinò per curiosità  per sapere chi fosse morto… Siccome nessuno gli rispondeva, si avvicinò al morto, che  giaceva disteso ed era ormai prossimo alla sepoltura: già tutte le membra erano coperte di essenze; sul viso gli era stato spalmato un unguento profumato; il corpo era stato unto ed era quasi pronto  per il rogo. Asclepiade  lo esaminò con grande scrupolo e, rilevati alcuni sintomi, palpò e ripalpò il  corpo dell’uomo e scoprì che, nascosta, rimaneva ancora in lui la vita. Immediatamente dichiarò  che l’uomo era vivo:  gettassero via, perciò, le fiaccole funebri, portassero via i fuochi, demolissero il rogo e riportassero la cena funebre dal tumulo alle mense/ confestim  exclamavit vivere hominem, procul igitur faces abicerent, procul ignes amolirentur, rogum demolirentur, cenam feralem a tumulo ad mensam referrent.

Immagina, Marco, lo stupore dei presenti, le rimostranze dei parenti che già pensavano alla  spartizione dell’eredità, a quanti appoggiavano  il medico  e a quanti lo beffeggiavano e ridevano della sua scienza!

Che succede, professore?

I parenti, dopo scontri verbali, si decidono  e si dicono disposti a credere ad Asclepiade, che, secondo Apuleio,  non senza fatica e non senza difficoltà, riuscì ad ottenere una breve dilazione per il morto.  Sottrattolo dalle mani dei becchini, come dalle soglie dell’Ade, lo fece ritornare  a casa; immediatamente si rianimò,  e subito con certi suoi rimedi gli ridiede la vita, che languiva nelle parti più remote del  corpo.

Un miracolo, professore, come quello di Apollonio a Roma  sotto Nerone?

Non sono  miracoli con resurrezione, come ci dice la Vulgata evangelica latina  che usa  signumprodigium,   mentre i vangeli  sinottici indicano in greco shmeion e teras, come manifestazioni di virtus e di dunamis,  secondo l’angolazione di un medico,  che rileva  la facoltà di scoprire  o riscoprire la vita ancora,  in circolo,  in modo  non consueto,  e  che fa un atto  apparentemente innaturale, prodigioso: il popolo, poi, lo amplifica e ne dà interpretazioni daimoniche o magiche perché commosso dalla partecipazione all’evento, in relazione anche alla figura del protagonista  guaritore. cfr. Arcana Mundi, Volume I  Magia, Miracoli e demonologia a cura di Georg  Luck,  Fondazione Lorenzo Valle , Arnoldo Mondadori Editore 1999. Asclepiade  è medico  tanto sicuro di sé e della sua  scienza  da scommettere  con la fortuna:   non devo essere più chiamato medico, se mai mi ammalo; ed infatti muore cadendo dalle scale, vecchio decrepito!

Plinio, comunque, lo denigra perché al tempo di Pompeo faceva il maestro di eloquenza ma, siccome  con questo mestiere non guadagnava abbastanza, si volse improvvisamente alla medicina, un’arte che richiede  disciplina e rigore perché si  basa su osservazione e esperienza.

 Asclepiade  s’ingegna per riuscirci, impegnandosi a convincere,  con  discorsi infiammati e  studiati, i malati  e ad attirarli. Secondo Plinio rinnegò ogni principio e, riportando tutta la medicina al problema delle  cause,  la ridusse ad una serie di supposizioni sostenendo che sono cinque  i rimedi utili in ogni caso: astinenza dal cibo, oppure dal vino, le frizioni del corpo, le camminate  e le passeggiate in lettiga.

Il medico con lui diventa popolare, in Occidente, come seguace di Asclepio/ Esculapio,  con la metodica comportamentale di  base: tastare il polso, toccare la fronte, esplorare bocca e occhi, mettere orecchio al petto, colpire la rotula del ginocchio  col martelletto, esaminare il colorito, bussare  sulla schiena!

  Si dice che Asclepiade di Prusa  a Roma è attivo nell’ Asclepeion /ospedale  posto nell’Isola  Tiberina, dove  con altri medici, che seguono le regole dell’Asclepeion di Epidauro, venerano piamente  Esclepio/ Esculapio figlio di Coronide ed Apollo,  e  il figlio Telesforo, e la figlia Igea,  che portano  il bastone con serpente attorcigliato (il serpente che muta di pelle è considerato segno di immortalità, già da Berosocfr Gilgamesh  www.angelofilipponi.com).

E’ lui che crea la figura del medico professionale,  che ha un suo studio, una camera con gli strumenti medici, affittata, pagata  dai magistrati  cittadini,  e che dà regole per curarsi anche da soli,  in quanto tutti  i malaterano propensi  a considerare vero ciò che era tanto facile, egli trascinò dalla sua quasi l’intero genere umano, proprio come se   fosse stato inviato dal cielo.

E’ lui che  predica di curarsi da soli,  attenendosi alle prescrizioni mediche di base.

Tiberio, secondo Svetonio  e Dione Cassio, è un aristocratico, di buona salute e, se si ammala, fa da solo ed allontana, nel periodo di Capri, il suo medico personale,  Caricle – che  gli si avvicina per tastare il polso con la scusa di  salutare e baciare la mano dicendo:  chi, passati i settanta anni, non sa curarsi da solo, non è un vir!  Tiberio è un militare che disdegna il pensiero popolare  e caccia da Roma    i medici stessi, i magi e gli ebrei, insieme agli egizi,  perché rileva il carattere  retorico- sacrale sotteso, convinto della  necessitas  razionale!

Plinio, dunque, da una parte,  biasima  Asclepiade perché  si attira le simpatie con artifici da venditore di fumo anche con cose vietate  e, da un’altra, loda i suoi espedienti escogitati (far tenere appesi i lettini  il cui movimento o diminuisce il male o concilia il sonno e introdurre  la pratica dei bagni !).

Plinio si indigna, però,  perché un uomo di stirpe insignificante,  partito senza alcuna risorsa, abbia dato, di punto in bianco, agli uomini, a fine di guadagno personale,  delle regole, a cui, tuttavia, in seguito molti  negarono  valore.

Sappi, Marco, che a Roma, specialmente  in epoca cesariana ed augustea, si fanno lezioni di anatomia o  conferenze/logoi   per indottrinare i ricchi  cives, desiderosi di curarsi personalmente  anche se hanno medici nelle loro domus: il fenomeno seguita subito dopo il periodo tiberiano e riprende vigore in epoca flavia ed antonina  quando il medico-retore  ha numerosi  ascoltatori ed assume  prestigio  sotto  gli ultimi antonini nel momento  tragico,  a causa della peste.

Infatti  le scuole successive di epoca  flavia ed antonina  avranno un maggior rigore in quanto più scientifiche, anche se, comunque,  mantengono le stesse  idee non solo di Erofilo anatomista  ma anche quelle di Asclepiade, ora applicate negli Asclepeia di Epidauro e di  Pergamo – fondato nel 4 d. C. ,  che  considerano la malattia uno squilibrio psico-fisico  e il malato, elemento da curare, anche per mesi o anni,  e psicologicamente e  fisicamente.

Il motto  Mens sana in corpore sano è di questo periodo?!

La frase è in Giovenale (50/60-127 d.C.), Satire, X,356! La  cura dell’epoca, comunque,  mette insieme ogni ricreazione spirituale (teatro,  svago in campagna, passeggio lento o veloce,   lettura, esercizi ai  gumnasia, e nelle palestre)  e  farmakoi/ricette medicinali,  di solito, a base di erbe, in quanto il medico per ricomporre l’equilibrio fisico,  si avvale di tecniche  primordiali  ipnotiche e psicoanalitiche  e parla di una fase di Catarsidi una di Incubazione  curando anche il rapporto confidenziale tra i neookoroi (assistenti e  custodi del neoos di Asclepio) e i malati  in cura.

In cosa consistono le due fasi, professore?

La catarsi (kathairomai/ mi purifico) consiste in una iniziale purificazione fisico-psichica  mediante  camminate solitarie,  dopo ampie bevute di acqua, al mattino, cure di fango e di sale, in appositi locali  termali, in esposizione al sole, in bagni più freddi che tiepidi o caldi,  alternati da rappresentazioni di teatro,  inframezzati da pasti brevi e  vegetariani secondo un calendario giornaliero tipico della scuola di Pitagora, variabile a seconda degli Asclepeia, con l’assunzione di beveraggi  farmaceutici.

E’ fase propedeutica alla Incubazione, in cui il malato dorme accanto alla statua del Dio nel suo neoos, dopo aver ricevuto, nel tardo pomeriggio,   sonniferi  a base di erbe allucinogene,  in modo da stimolare sogni nel sonno, da memorizzare nel corso di una decina di giorni, in attesa del medico  che fa la diagnoosis. In ogni  Asclepeion c’è un criptoportico di varia lunghezza con finestrelle alte, da dove il medico – che giornalmente passa- sente il racconto del sogno fatto dal paziente, registra e dopo aver collegato i vari sogni di ogni malato,  fa la  diagnoosis  e stila la therapeia  personalizzata,  mediante una ricetta scritta, a meno che  non ci sia  stata la novitas  miracolosa dell‘ epiphaneia/apparizione notturna del guaritore Asclepio.

Professore, l’Asclepeion è una casa di cura  per  i ricchi cives?  Per parlare così lei ha sicuramente un paradigma, uno  scrittore esemplare?

Certo. Marco, mi conosci bene!.

Si chiama Elio Aristide è un retore (117-180) che  nei 6 Discorsi  Sacri –  compresi nelle 55 Orazioni a noi giunte- afferma  di aver deciso  di rivolgersi alla terapia irrazionale della medicina templare perché  quella della  medicina scientifica  non riusciva a guarirlo!

E’ un uomo che vive  per mesi ed anni nell’ Asclepeion di Pergamo   e segue le cure farmaceutico-religioso-magiche,  credendo in Esculapio, in Igea e Telesforo, pur avendo medici personali  che lo  curano nella peste, di cui ci lascia  una diretta testimonianza: mi trovavo a Smirne  nel pieno dell’estate. Una pestilenza/loimos colpì quasi  tutti  i miei vicini,  Si ammalarono due o tre dei miei servi, poi si ammalarono tutti, uno dopo l’altro. Finirono tutti a letto, giovani e vecchi. Quindi,  io fui l’ultimo ad essere contagiato.  I dottori provenivano dalla città e noi usavamo i loro collaboratori come servi. Persino alcuni dei dottori che mi curavano, agivano come servi. Anche il bestiame si ammalò. E se qualcuno cercava di muoversi, immediatamente cadeva morto davanti all’ ingresso.

Mi scusi, professore, se mi soffermo sulla peste ed interrompo il discorso sul retore Aristide.  Si tratta della famosa  peste, detta  di Galeno o  antonina?

Si. Marco. Si tratta di quella descritta da Galeno, il medico di Giulia Domna- dal cui finto diario Santiago Posteguillo ha scritto il romanzo Iulia- nota anche a Flavio Filostrato e agli scrittori cristiani che, pensando al ritorno di Cristo e  al giudizio universale prossimo, pressano i milites a disertare e a  non difendere i confini della patria, dato il numero di 20.000.000  di morti -in circa un ventennio- un terzo della  popolazione dell’impero romano! La peste  scoppiata in Oriente nel corso della spedizione Parthica, condotta da Lucio Vero, genero dell’imperatore Marco Aurelio e suo  collega nell’imperium, poco prima della presa di Seleucia, tra le file delle 16 legioni, esplode   dopo la conquista di Ctesifonte, occupata  quando la città è quasi deserta.

La peste  si propaga in Occidente da  Aquileia,  dove è presente anche il medico Galeno che, essendo   in servizio presso l’esercizio pronto per la campagna contro i Quadi e Marcomanni, descrive il morbo che  miete vittime nell’inverno del 168-69 e  che dilaga  verso la Gallia e la Germania.(fr. Galeno, Sulla facoltà naturali, a cura di Marzia Mortarino, Oscar Mondadori,1996).

I medici dell’esercito nulla possono opporre perché la peste si è radicata tra  milites e  viaggia con loro, diffondendosi tra le popolazioni e romane e barbariche.

La peste rimane  in Germania anche dopo la morte di Lucio Vero nel 169  e quella di Marco Aurelio nel 180, ancora sotto il regno di Commodo.

In una tale situazione, specie in Oriente, il phobos  partorisce racconti  di magoi, di incantatori epaoidoi, di  mathematikoi,  capaci di preparare  amuleti protettivi che rovinano gli spiriti,tanto che i cristiani, fiduciosi nella sola  protezione divina, più tardi nel IV secolo, nel sinodo di Laodicea, decidono di vietarli. Cfr. J. Festugière la Révèlation d’Hermes Trismegiste IV vol, 1944-49.

Per un  medico magos/  religiosus/ curiosus, uomini come Elio Aristide paranoico ed ipocondriaco sono la pacchia, come i  giudeo- cristiani per il clero dotto alessandrino!? Aristide è un pagano o un christianos?

E’ un fervente credente in Zeus, onnipotente padre degli dei e degli uomini, theos provvidente, seppure condizionato dalla necessitas della Tuche, anche lui! Fida nella scienza  umana, ma se entra in panico,  subisce ogni influenza  e da ipocondriaco si tuffa nella religio, sotto il patronato di Asclepio, rifugiandosi perfino nell’ Asclepeion di Pergamo, la più confortevole casa di cura per malati cronici. Eppure è uomo di alta capacità retorica, ben pagato ed acclamato conferenziere, come malato testimone di guarigioni, abile in ogni dimostrazione , sapendo condurre le argomentazioni  a conclusione pertinente.

Mi piace,Marco,  farti rilevare la sua sagacia in Discorsi sacri,  che ti riporto parzialmente, mostrandoti la sua predisposizione al to oneirocritikon,  il suo disprezzo per tutti quelli definiti proiktai/  ciarlatani gohtes/ imbroglioni, boomolokhoi/parassiti,  e la fede nei sogni e diretti/Theorhmathikoi ed allegorici /allhgorikoi.

Aristide fa un sogno e scopre che lo stesso sogno è stato fatto dal Neookoros Filadelfo. Sorpreso dalla coincidenza, cerca una spiegazione plausibile insieme al custode del tempio,  prima di raccontare ogni cosa ai medici, che si consultano fra loro  circa l’invio del sogno da parte del  Dio,  titubanti  a causa dell’eccessiva  debolezza del paziente. La prescrizione del Dio di somministrare assenzio diluito con aceto, fuori del tempio, preoccupa i medici  che  tengono in considerazione anche le condizioni atmosferiche  e il maltempo, avendo presente l’anàmnhsis del paziente.

Che succede allora? Aristide, nonostante il consulto medico,  non ancora finito, decide  per conto proprio di  prendere senz’altro l’assenzio come rimedio/ iama e di berne  quanto mai nessuno prima di lui  e così anche il giorno dopo, entusiasmato  ed eccitato dalla coscienza di essere stato alla presenza  del dio/parousian tou theou.

Infatti, Aristide descrive il fatto:  rientra nella mia esperienza avere la sensazione come di toccarlo, e percepire distintamente il suo arrivo e rimanere in uno stato intermedio tra il sogno e la veglia/mesoos ekhein upnou kai egrhkorseoos, voler fissare lo sguardo su di lui, trepidare per un suo prematuro commiato e tendere le orecchie per ascoltare ciò che è sogno e ciò che è realtà/ta men oos onar, ta de oos upar.

Il retore mostra se stesso alla presenza del Theos, che ha i capelli ritti sulla testa , che versa lacrime di gioia  e sente il peso leggero della mente convinto di non essere capace di  esprimere  a parole tutto ciò che prova perché solo chi è iniziato sa e comprende/ei de tis toon  tetelesmenoon estin, sunoiden te kai gnoorizei.(Orazione 48. 30-35-secondo Discorso sacro-).

E’ vero professore che i malati, ricevuto il miracolo, fanno offerte votive al Dio ad Epidauro come i fedeli di padre Pio o di S.Antonio a Padova e che lo stesso Aristide, dopo la guarigione, lascia un ex voto e una iscrizione a Pergamo?

Si. Marco.  Non solo ad Epidauro ma anche in altri templi come a Dodona, ci sono  alcune iscrizioni greche ( SIG -Sylloge iscritionum graecarum- 1168,1-10 )  che comprovano le guarigioni avvenute: donna gravida che non partorisce  e che, solo dopo l’incubazione, si sgrava  dopo 5 anni di attesa! un uomo, dalle dita rattrappite,che apre la mano, dopo l’ordine del Dio! una cieca che vede;  zoppi che camminano, ecc.

Aristide, riammalatosi perché ha seguito i consigli medici e non ha eseguito gli ordini di Asclepio, soggiorna di nuovo all’ Ascelpeion di Pergamo. Il retore, pronto ad obbedire al dio, una notte riceve l’ordine  di cospargersi di fango,  di correre tre volte intorno al tempio  e di lavarsi alla fontana sacra.

Aristide obbedisce e  così si descrive: mi cosparsi di fango e cominciai a correre tutt’intorno, lasciandomi flagellare dalla tramontana e  alla fine mi avvicinai alla fonte e mi sciacquai; tra gli amici che mi seguivano, uno si ritirò subito,  ed un altro fu preso da convulsioni  e portato in tutta fretta in un bagno, dove a fatica riprese  calore. Io, dopo quella prova,trascorsi una giornata veramente primaverile.

Aristide aggiunge che lui  col gelo e col vento freddissimo, su ordine del dio ripete altre volte  l’operazione  pregando Zeus ottimo massimo, indossando solo  una tunichetta di lino, anche quando l’inverno durava da quaranta giorni  e la neve cadeva, durante l’equinozio di primavera (ishmeria h metà kheimona)!

Grazie, professore. Chiudiamo questa parentesi sugli  asclepeia e torniamo ad Asclepiade e ai suoi discepoli romani, divenuti famosi per la guarigione di Augusto.

Dunque, Marco, le innovazioni di Asclepiade in campo medico non hanno grande valore per Plinio  che rileva invece l’ importanza  a livello sociale.

Secondo Plinio  Asclepiade  fu agevolato dal fatto che nella medicina antica si usavano molti  sistemi di cura  penosi e grossolani  come avvolgere i malati in una veste e provocare in tutti i modi la sudurazione oppure arrostire il corpo  davanti al fuoco o di far cercare incessantemente i  raggi di sole in una città nuvolosa mentre lui introdusse l’uso dei  bagni sospesi  che piacque infinitamente  E per certe malattie eliminò le sofferenze  prodotte dalle terapie come per le angine che venivano curate introducendo in gola uno strumento. Condannò giustamente  l’uso di provocare vomito  allora esageratamente diffuso, pose sotto accusa  anche le pozioni medicinali  dannose per lo stomaco.

Tutto, secondo Plinio,  dipende dall’ atteggiamento mentale del popolo: la credulità porta all’eccesso ogni teoria,  pur sorta   da principi utili e necessari!

La  teoria asclepiadea è perfezionata da Temisone di Laodicea, suo discepolo, che opera anche  a Roma nei  primi decenni del  principato di Augusto, accanto a Musa ed Euforbio, che ritengono basilare   la sperimentazione in medicina, unita alla   ricerca di erbe medicinali, entrando in contrasto  con gli Pneumatici  di Ateneo di Attalea, discepolo del filosofo stoico Posidonio di Apamea.

Secondo Temisone  la malattia è un’alterazione  della qualità o dei movimenti degli atomi per una eccessiva ristrettezza o per rilassamento delle  cavità, entro cui si muovono gli atomi.

La metodologia consiste nel riportare al giusto grado il movimento degli  atomi e l’ampiezza cavernosa dei  pori  mentre  la dottrina degli pneumatici rileva che lo stato di salute  dipenda dallo Pneuma /soffio vitale, che si irradia attraverso canali arrivando  fino al cervello  diffondendosi in ogni parte dell’organismo umano, ma se  ci sono impedimenti alla circolazione insorge la malattia  là dove c’è mancanza di spirito  circolatorio.

Dunque, professore a Roma  ci sono dottori di grande rilievo della stessa scuola che si oppongono ad altri  che hanno un diverso indirizzo in relazione alla  loro formazione filosofica, mentre ci sono in circolazione maghi egizi e giudaici, caldaici, iperborei,  ciarlatani di varia nazionalità che praticano diverse forme di  magia, demonologi ed  alchimisti.

Antonio Musa, come Temisone, è uno scienziato empirico e metodico che  viene chiamato in Spagna per curare Augusto, malato di fegato  Plinio,(St. Nat. XXIX,6) nel periodo successivo la campagna cantabrica  nel 27-25 a.C

Il medico  ha la fortuna di  guarirlo sottraendolo  alle  cure inutili di  Gaio Emilio, un medico italico che segue la tradizione   e che si regola secondo i principi medicinali naturali  arcaici del buon pater familias.

Plinio, (St.nat. . XIX,128) trattando delle proprietà della lattuga ,-che smorza l’appetito sessuale, elimina il fastidio  dello  stomaco e stimola la fame-   aggiunge che è tradizione sicura che il divino Augusto, quando fu ammalato  si salvò grazie alla lattuga  e all’accorto consiglio di Antonio Musa,  mentre il precedente medico  Gaio Emilio  gliela proibiva per eccesso di scrupolo. Essa divenne,  in seguito a ciò, tanto apprezzata  e raccomandata che si escogitò il modo di conservarla  con l’ossimele anche nei mesi in cui non si produce.

Plinio, inoltre,  dice che la terapia con le radici di  cicoria unite alla farinata di orzo ( ibidem, XX,77)  è utile per i malati epatici.  La notizia è anche in Svetonio Augusto 59 – Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapii statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio-

 Oltre al monumento eretto  sul Palatino a spese pubbliche,  si sa che il medico, sostenitore anche delle terapie a base di bagni freddi  (cfr. Orazio, Epistola I, 15.2-5) ha una gratifica di 400.000 sesterzi e  il diritto di portare l’anello,  anche se liberto.

Plinio aggiunge : eppure non era riuscito a salvare il nipote Marcello, designato successore al trono. Poco dopo  infatti, servendosi della  terapia di acqua fresca,  la cura risultò  letale per il giovane figlio di Ottavia (St. Nat. XXIX ,6).

Comunque, professore  di lui, della sua opera (De herba vettonica) e di quella di suo fratello ci sono rimaste testimonianze!

Si sa, Marco,  che i due medici restano a  servizio di Augusto nel periodo 27-11 av. C,  in cui i figli  di Antonio, Tolomeo,  Alessandro Helios e Selene Cleopatra  vivono  a corte: la femmina Selene  sopravvive e diventa giovane da marito, mentre i maschi, nati da Cleopatra, puberes, scompaiono, misteriosamente,  e il solo Iullo figlio di Fulvia,  raggiunge la maturità ed ha una storia politica  tanto da diventare   console e anche, governatore di Asia, ma muore suicida per ordine di Ottaviano,  incriminato nella congiura di Giulia, sua amante.

Anche Giuba II è a corte come ostaggio e vive  per anni con i figli, eredi imperiali,   sotto la guida di Ottavia.

Sembra che Augusto e la sorella  favoriscano il matrimonio tra Selene e  Giuba II  nel 19  a.C. quando già  l’imperatore ha sistemato l’Africa,  accorpando  il regno di Numidia, alla morte di Bocco II  nel 33,  senza eredi,  con quello di Mauritania, dopo un periodo -dal 33 al 25-  di gestione personale.

La dote di  Selene, probabilmente,  è  cospicua  poiché è l’unica erede dell’oikos della regina di Egitto, e comprende  la familia medica antonia,  divenuta famosa per la guarigione dell’imperatore malato in Spagna, durante la guerra cantrabrica, riverita ora nell’imperium.

Selene  e Giuba II, diventati re di  Numidia e di Mauritania, regnano in modo autonomo ed indipendente, ed hanno figli tra cui Tolomeo, ucciso a Lione da Gaio Caligola convinto della necessitas di privarsi  della societas di quel regno ormai romanizzato ed ellenizzato,  pronto  per il censimento e per l’annessione all’impero romano.

Si sa che  che i due hanno al loro servizio il medico Euforbo, fratello minore di Antonio Musa, che segue lo stesso indirizzo. Plinio dice che iidem fratres instituere a balineis  frigida multa corpora adstringere/i medesimi fratelli insegnarono a tonificare il corpo con l’impiego di molta acqua fredda.

Dunque, sembra che i due  fratelli cambiano le abitudini dei romani e della tradizione italica, solita  lavarsi con acqua calda.

Sembra, Marco,che tale abitudine derivi  dalle popolazioni elleniche ionico-eoliche  della  Magna Grecia, secondo la precettistica di Omero (Iliade, XXII,442-444) anche se contrastava con le regole doriche  della Scuola di  Pitagora.

In conclusione,  ti aggiungo che Euforbo  e non Giuba è lo scopritore dell’euforbia,  una pianta dell ‘Atlante, il cui liquido ha l’aspetto dell’incenso, in quanto cola  giù come latte e se è seccato e rappreso, ha la proprietà di  rendere la vista più acuta, di rimarginare le ferite  e di fare da antidoto al morso dei serpenti (Cfr. Plinio, St. Nat., XXV,78).

Grazie, professore. E’ sempre un piacere sentire  una sua lezione!

Ci devo credere?!

 

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Amadeus: un vero manager, conduttore sobrio!

 

Professore, ha visto il Festival di S. Remo?

Si. Marco. Mi è piaciuto  quasi tutto.  Ho visto un grande regista che ha saputo orchestrare tutta la manifestazione senza far calare mai  l’attenzione del pubblico;  ha una visione sistemica  e abilità tecniche ad  operare sulle strutture. E’ un grande!  Amadeus!Finalmente il Festival di S. Remo ha un  conduttore  e direttore tecnico, umile, semplice, amichevole, professionale. E’  Amadeus, il maestro di musica che è  guida impeccabile per una  corale armonia!.

E’ un signore  all’altezza della  situazione, capace  di  cucire le diverse  anime del Festival – non  più evento solo canoro, breve, della durata di un giorno, ma lungo cinque giorni-,  sicuro nello smorzare la  spettacolarità  con una comunicazione popolare, ben coadiuvato  dall’amico Fiorello- un jolly contenuto nella sua  estrosa vivacità- , abile a  promuovere la  campagna  contro  la violenza  femminile,  mentre al suo  fianco  si alternano donne  di successo: nonostante la  teatralità   e la spettacolarità  dei tanti   protagonisti, anche sportivi, e la loro umana voglia di apparire,   sovrana domina la canzone, in una esaltazione della forma musicale, nel rispetto delle voci e dei suoni!.

Il Festival musicale  ha attirato il popolo italiano,  inchiodato davanti allo schermo, per ore  fino alla proclamazione dei vincitori Diodato e  Leo Gassman.

Tutto bene, dunque, professore?!.

Certo, Marco. Amadeus ha tenuto sotto controllo tutto e tutti, compresi  i cantanti Bugo e Morgan, squalificati, e lo stesso Roberto Benigni, voluto dalla Rai  come magister per una lectio popolare,  riuscendo perfino  a gestire l’impacciato silenzio  e l’applauso non certamente caloroso di un pubblico, non coinvolto nel lungo e pesante monologo del comico sul Cantico dei Cantici /shir shirim, il sacro tema dell’ amore,  trattato in modo entusiastico da un profano che è stupito di fronte alla sessualità  naturale biblica  delle  nozze di una coppia di sposi – pastori, desiderosi l’uno dell’altra,  del I secolo a.C, un topos  ellenistico, venato da aramaismo! .

Anche a me è rimasto indigesto il lungo, infinito sproloquio del premio Oscar Benigni, anche perché inopportuno come  la sua stessa partecipazione ad un Festival canoro! Speriamo che la Rai ora  prenda in esame  di non insistere  più su  Roberto Benigni, gravato da compiti inadeguati alla sua figura di attore e di comico, anche se uomo di valore internazionale!

Speriamo!. Lo ha pagato profumatamente  per oltre un  decennio  per le prestazioni di  lettore e  commentatore di Dante, dei Dieci  Comandamenti, del Codice della nostra Costituzione, e per la celebrazione  del nostro Risorgimento, nel  centocinquantesimo anniversario  dell’ Unità di Italia, come ufficiale cantore dell’ Inno di Mameli!

Parlare,  parlare, parlare  solo in senso letterale  del Cantico dei Cantici senza alcuna competenza, in una  manifestazione canora ad un pubblico distratto e  superficiale, sommerso dalla  musica  dell’Ariston  è una profanazione del primo libro delle Megilloth/rotoli  (cui  seguono Rut, Echà,  Ecclesiaste e Ester, che anticipano il ciclo apocalittico delle Rivelazioni delle  volontà divine )!

E’ un danno anche per lo stesso Benigni  che, impaurito  dallo stesso tema,  pur nella sua incoscienza  cognitiva,  nonostante i tanti suggerimenti di  teologi, come il cardinal Ravasi,  dopo insistenti  ripetizioni sulla naturale sensualità del testo biblico – in cui non c’è alcun minimo  cenno di Dio come nell’ Ecclesiaste!- non sa chiudere se non con un insulso invito a spogliarsi e a vivere secondo natura  (di memoria sessantottina).

Non capisco  il motivo di  dovere umiliare  un  grande artista entrato all ‘Ariston,  serpeggiando come una maschera comica,  tra i componenti di una banda musicale, certamente deprezzato e  bollato  dai presenti come incauto tuttologo, neppure spiritoso!  Ci sono secoli  di studi e di  interpretazioni morali, allegoriche ed anagogiche sulla  funzione e figura  della  Sulamita –   espressione perfetta/shalem e pacifica/shalom  di un ambiente giudaico-mesopotamico,  dove, in una precisa epoca, si  congiunge  la voluttà di piacere con la naturalezza, in un’ esaltazione della  fecondità  matrimoniale, unita alla vigoria carnale fisica, come trionfo dell’atto dell’amore umano!  E’ Un eros sacro, anche se naturale,  celebrato da Rab Aqivà e   da Origene,   da ebrei e cristiani di ogni epoca!.l’ amore è poeticamente cantato in 8 capitoletti in un tripudio naturale dove si celebra la venuta della sposa nel giardino, dove si raccolgono  mirra ed incenso, dove si mangiano favo e miele, dove  si  bevono  vino  e  latte, genuini e propri, in un invito agli amici a bere e inebriarsi d’amore.   

Davvero! professore. Ora capisco lo stupore con sorpresa del  comico, profano!

Certo,  Marco, Rab  Aqiva,  vecchio centenario, spellato vivo da Adriano nel 135 d. C, dopo la vittoria su Shimon bar Kokba , amava lo Shir shirim  per il sotteso  reciproco ardente amore dei giovani sposi che lodano la bellezza dei loro corpi, pur bruciati dal sole   ed era solito a dire: il mondo intero non è tanto prezioso  quanto il giorno in cui fu dato ad Israel il Cantico dei Cantici  perché tutti gli scritti sono sacri, ma lo Shir ha shirim  è il sacro per antonomasia.

La citazione è di Origene (185-253 ), che si evirò per essere eunuco nel Regno del Cieli, in una rinuncia  cristiana dell’Eroos! Eppure dopo aver rilevato altri significati  per esaltare l’amore di Dio  per i figli di Israele  e l’amore di Israel  per il Signore e la  sua Legge, il theologos  vi aggiunge il valore delle nozze tra Christos e la Chiesa, dando l’avvio all’esegesi  dei Padri della Chiesa:   Beato colui che entra nel Santo, più beato chi penetra nel Santo dei santi; così è beato colui che comprende e canta I cantici della Scrittura, ma più beato colui che canta il Cantico dei cantici!.

Quindi, professore, non gli è piaciuto solo il monologo di Benigni  in tutto il Festival?

Benigni è ancora la bandiera  indiscussa del nostro attuale Pd, che non è  erede della cultura comunista! Eppure il  Festival nasce in un momento di risveglio  nazionale, poco dopo la fine della II Guerra Mondiale, in un clima di  speranza  di un rinnovamento politico – poi miseramente fallito –  anche se l’Italia col lavoro vero, non ancora sindacalizzato, dei nostri padri e nonni,  passa  da un boom economico finanziario ad un altro! Il popolo italiano,   comunque,   non rinasce per  mancanza  di una  reale formazione scolastica  popolare,  rimasta cattolica e fascista,  data la prevalenza democratico- cristiana  politica,  e non ha un vero rinnovamento democratico, nonostante il passaggio da un  sistema agricolo a quello industriale e la presenza  delle università anche a livello regionale  e provinciale:  scivola  puerilmente verso l’imitazione anglosassone, in una stolida  americanizzazione, in una perdita dei valori agricoli della tradizione mediterranea per entrare in un’ Europa senza una propria identità, accanto ad altri popoli di altra provenienza per la formazione di un unicum statale  su base economico-finanziaria,  senza una comune matrice, quella della cultura universale romano-ellenistica, di molto superiore a quella cristiano- medievale  clericale.!

Professore,io la capisco bene: ho studiato  e ristudiato le sue pagine sulla nostra industrializzazione e sulla politica italiana  democratica cristiana,  sulla fine del mondo sovietico e sul sistema postcomunista  (craxiano, berlusconiano, renziano e grillino) sul fenomeno Di Pietro, sulla necessità di una nuova  scuola e sull’analfabetismo di ritorno, comune a tutta l’ area europea, che  usa  la lingua inglese come strumento comunicativo, un idioma valido solo in senso informativo.

Marco, L’altra lingua  L’altra storia è un libro mai ristampato dal 1995, che non ha avuto neanche un commento, inutile  come ogni altro mio libro!.

Professore, non deve meravigliarsi e  deve ridere di questo. Chi sa scrivere, in Italia,  non ha seguaci e non può avere lettori,  che vogliono solo  divagare e dilettarsi,  non ragionare,  dopo una faticosa improduttiva giornata! Solo chi non dice niente  diventa popolare giocando sul nulla;  chi è maestro del fare ha rarissimi discepoli!

 

 

La morte degli “innocenti” e il “regno” di Antipatro

La morte degli innocenti e il regno di Antipatro

Una domanda ai cristiani? Dopo la lettura di questo articolo, vorrei una risposta razionale?! E’ possibile sfuggire ad Erode, che  fa un’indagine su un bambino appena nato e su una famiglia giudaica, che fugge in Egitto?

  E’ doloroso pensare che la santità, cosmicamente superflua, esista perché  ci sono gli uomini!  –  Lettera  di  E. M. Cioran a  Mircea  Eliade-

 

Marco, dalla  morte degli innocenti figli di Mariamne alla morte di Erode il 23 marzo del 4. a.C.  ci sono  quasi tre anni  di “Regno”di Antipatro, suo figlio.

In questo periodo,  secondo Flavio, tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia, distese su tutte le cose, come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze umane più grandi  erano visibili ai peccatori traviati /apoloito h aletheia, to de dikaion ek toon anthroopoon  anhirhmenon eih, kratoih de ta pseusmata kai  h kakoetheia, kai tosouton nephos epagoi tois pragmasin, oos mhdè ta megista  toon anthroopinoon  pathooon  orasthai  tois amartanousin .

Professore, Flavio mostra  che il sangue degli innocenti ricade su  Antipatro, vero colpevole della morte di Alessandro e Aristobulo,  ideatore  di una trama ordita a corte, non tanto  per odio contro i figli di Mariamne, quanto contro suo padre, con l ‘aiuto dei parenti, anche loro rancorosi beneficati contro il medesimo  benefattore!.Mi può dire come Flavio  evidenzia  il  progressivo verificarsi di tale  evento e quali sono per lui  le cause  che  determinano, da una parte, il destino di Antipatro e, da una altra, la punizione divina?

Vedo, con piacere, Marco, che tu cominci a  saper leggere secondo una lettura storica, doppia, quella  propria del team scriptorio di Guerra giudaica basata su εìμαρμηνη, che coincide con la visione farisaica ed una, invece, sacerdotale sadducea, tipica della πρòνοια,  che attua l’oikonomia tou theou, propria degli scrittori di Antichità giudaiche.  Posso, quindi, seguitare la lettura dei due testi di Flavio, e mostrarti la storia di un beneficato rancoroso e di un benefattore tradito, che pur vecchio e malato ha la forza, nella sua demenza senile e  in preda ad una malattia mortale, di una vendetta innaturale e irrazionale, senza emissione di un verdetto romano di colpevolezza.  Al di là dei fatti tragici, l’autore giudaico  specie in Guerra giudaica, indulge ai sistemi narrativi romanzeschi e alla trattazione psicologica dei protagonisti, al fine di eccitare la compassione e la partecipazione dei lettori attirati dal piacere delle vicende di  una corte coi suoi intrighi.

Quindi, professore, parlerà prima dell’animo di Antipatro, che rivela il suo odio, nel complesso contraddittorio, contro il padre, già mostrato, pur rimanendo in ombra, nella vicenda della morte dei due fratellastri, che sono  per lui  uno strumento per colpire  Erode ed aver un proprio utile e poi tratterà delle cause  socio-politiche che determinano  la fine di Antipatro, che risulta  complessivamente un mediatore?

Certo, Marco, dovrò parlarti  prima di Antipatro, idumeo di formazione, come suo padre e suo nonno, di una gente, definita da Flavio -Guerra giudaica ,IV,231- turbolenta e facinorosa, sempre pronta a sommosse,  amante di sconvolgimenti, capace di impugnare  le armi…e di correre alla guerra come ad una festa,  e  del  piano di un uomo scaltro,che,col  segreto appoggio degli amici romani, già è considerato successore del padre. Poi dovrò mostrarti il  suo tentativo di attuare una serie di alleanze a corte per regnare, indisturbato, tenendo tranquillo il vecchio Erode,  pur temendo reazioni popolari e  la forza dell’elemento militare, filoasmoneo ed aramaico: in questo modo  ti mostro il disegno di Flavio  in Ant giud XVII, 60,  intenzionato a fare di  Antipatro un paradeigma  anthropinooi genei,  un modello esemplare  per tutti coloro che operano male nei confronti di un padre e dei propri fratelli, degno di un destino  crudele e di  una punizione divina, al fine di evidenziare il valore e la necessità  della virtù. Lo scrittore, ambiguo ed equivoco, può  sottendere anche le cause politiche delle sua rovina, nonostante l’apparente perfezione delle sue mhkhanai/trovate ingegnose in un contesto, già rivoluzionario.

Antipatro, coregnante, ha già scalzato, professore,  a Roma, il padre,  vecchio re, bestiale nelle repressioni del mondo aramaico-asmoneo e di quello legalistico-farisaico  filoparthico,  ed ha avuto  assicurazioni di poter regnare, senza timore di un’ annessione  del territorio giudaico  alla provincia di Siria!. Antipatro, che si presenta ai romani  come philopatoor/uomo che ama e difende il padre  e come  diallakths/mediatore,  conosce anche gli  intrighi di corte, i partiti  e le differenti politiche  che dividono i claudii  e i  giulii, subito dopo la morte di Marco Agrippa?

E’ probabile, Marco, che Antipatro  conosca bene la storia  degli  avvenimenti  capitati a Roma ed ancora attuali al momento della sua venuta a corte, in quanto dalla fine dell’estate del 7 a.C.  al  suo ritorno in patria  verso settembre del  5 a.C. ,  la Iudaea  è  già  sotto la protezione dei potenti ministri di Gaio Cesare, che tengono sotto controllo la Siria e il regno di Erode,  contemporaneamente,  per le loro operazioni antiparthiche, avendo bisogno  di basi operative sicure  per l’impresa del giovane erede imperiale e di un appoggio militare e finanziario  per la penetrazione verso l’Armenia, con la protezione della flotta romana, che stanzia tra la Cilicia e la Celesiria.  E’ possibile che il giulio Antipatro, in una tale situazione, sia incerto nella scelta di campo, come lo stesso Erode,  avendo legami e con Augusto e Livia Drusilla e con Tiberio, ma anche con Giulia e i figli di Marco Agrippa, amico personale del re giudaico. La scelta personale viene fatta solo quando si trova effettivamente a Roma, tra le due partes contendenti,  e deve manovrare per il successo della  nuova causa contro Silleo:  la sua libertà di azione  sembra, però, non supportata dalla corte a  Gerusalemme, che, invece, si distacca da lui, a sua insaputa.

Flavio, riassumendo circa la sua condizione, dopo la morte di Alessandro ed Aristobulo,  dice  Ant. giud. XVII,2:  nonostante ciò,  egli era almeno  coregnante col padre, con poteri non diversi dal padre. Lo storico informa che nel regno di Giudea ora c’è un altro capo  che deve fare politica coi romani, delegato dal padre, come suo unico rappresentante, ma, mentre come diadokos fa la sua politica,  non ha più seguaci in patria perché  è inquisito in contumacia, senza che nessuno lo avverta.

E’ un mistero come Erode possa aver fatto il vuoto intorno al figlio  che opera a Roma e lo rappresenta degnamente,  avendo perfino attestati di fiducia e di riconoscimento dall’Imperatore, dagli amici romani e dal padre stesso, che ambiguamente, lo assicura con lettere: Il clima di terrore, le torture, il ripudio della madre e la morte di Ferora sono notizie tardive, nel corso del ritorno in patria.

Professore, prima di rispondermi sull’ intera vicenda di Antipatro,  mi deve  dire ora qualcosa, sul periodo successivo la morte di Marco Agrippa, complicato dalla morte di Druso maggiore, peggiorato dalla formazione di partigiani di Tiberio e  di  quelli di  Gaio Cesare e dallo scontro tra Livia Drusilla e  Giulia, altrimenti non posso realmente capire la situazione romana e tanto meno  quella giudaica?

Più che di  Gaio Cesare, figlio di Agrippa e di Giulia, all’epoca solo princeps iuventutis, devo parlare dei suoi generali che preparano la spedizione tra il  6 e il 5 a.C. – poco prima dell’ arresto di Antipatro, che non coregna negli ultimi circa 13 mesi di vita del re, suo padre,  compresi anche alcuni mesi di soggiorno romano dell’idumeo -costretti a vigilare  direttamente sul regnum erodiano ed  ancora di più, dopo la morte di Erode. Devo parlare di un gruppo di uomini potenti che, dominando a corte, favoriscono  il figlio di Agrippa, protetto dalla madre Giulia contro Tiberio Nerone e Livia Drusilla moglie di Augusto, anche lui, come Erode, senilmente  già frastornato di mente.

Anche  a Roma, professore, ci sono complotti, congiure  e volontà di cambiamento,  certamente  maggiori di quelli gerosolomitani, in quanto sede del potere centrale universale romano, nel clima di una successione imperiale, dopo già un lungo contestato dominio dell’autokratoor!

Certo,  Marco, in una tale situazione romana e in una corte difficile come quella erodiana , ora Antipatro e Salome infittiscono le relazioni epistolari  ed  inviano doni maggiori  per gli amici romani: siamo nel momento tra il  ritiro di Tiberio  dalla politica, alla fine dell’estate del 6 a.C .-intenzionato a stabilirsi a Rodi, dopo aver svernato in Campania – e l’arrivo a Roma di Antipatro, appena si è riaperta la navigazione primaverile nel 5 a.C.

Perciò ti parlerò insieme e di Gaio Cesare e dei suoi generali  e di Tiberio, per farti  entrare in merito alla questione che ci interessa.  Secondo Vellio Patercolo,  St.II, 99.1  poco tempo dopo, Tiberio Nerone  due volte console e due volte trionfatore, parificato ad Augusto per la compartecipazione alla tribunicia potestas,  superiore a tutti i cittadini tranne uno, e ciò per sua volontà,  massimo tra i generali,  colmo di gloria e di Fortuna,  ed in verità secondo lume e capo dello stato con meraviglioso ed incredibile  gesto di bontà, di cui si scoprono ben presto le cause, quando Gaio Cesare aveva ormai preso la toga virile e Lucio era nel vigore dell’età,  non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani,  ai loro inizi, chiese al suocero e patrigno il permesso di riposarsi dalle fatiche ininterrotte, senza per altro rilevare il motivo della decisione/ne fulgor suus orientium iuvenum  obstaret initiis, dissimulata causa consiliii sui, commeatum ab socero atque privigno eodem vitrico  adquiescendi a continuatione laborum petiit.

Il ritiro  ufficiale dalla vita politica di Tiberio dal 6 av. C. fino al 2 d.C. per i cives romani risulta  un malum  per l’impero ed una fortuna per i nemici: infatti (cfr.Velleio, Ibidem 100.1)  Sensit enim terrarum orbis  digressum a custodia  Neronem urbis/il mondo si accorse che Tiberio aveva cessato di tutelare Roma: i parthi abbandonano l’alleanza romana e si impossessano dell’Armenia; la Germania si ribella  appena Tiberio approda a Rodi come idioths /privato cittadino nel 5 av. C..

Cosa succede, professore, di tanto grave  da far ritirare dalla politica un  vir civilis, così potente come Tiberio, figlio di Livia?  Mi deve mostrare anche l’animus di Tiberio, cambiato nei confronti di Augusto nel 12 a.C., alla morte di Marco Agrippa, marito di Giulia, suo suocero.

Tiberio, avendo sposato Vipsania  Agrippina,  insieme a Quintilio Varo, suo cognato, marito di Vipsania Marcella, l’ altra figlia di Marco Agrippa, aveva  cercato di assimilare ed eguagliare nel potere il suocero con Augusto, riuscendovi, ma era stato sorpreso dalla morte improvvisa del dux: l’imperatore, pressato anche  da Varo, in quel tempo, console,  cominciò a dare massimo potere ai figli di Livia, sua moglie, Tiberio e Druso,  e  a favorire la carriera  dei generi del defunto, in attesa della crescita dei figli di Giulia, sua figlia!.

Ora il testo di Velleio Patercolo mi è un po’ più chiaro. Può seguitare, professore.

In questo periodo di circa 5 anni, dunque,  Tiberio in Pannonia e in Gallia mostra le sue capacità di comando, avendo onori trionfali, come anche  suo fratello Druso,  in Germania, che  penetra fino all’Elba e come anche lo stesso Varo. Tiberio anzi diventa così popolare  che è da Augusto, imposto come genero, dopo l’obbligato divorzio da Vipsania Agrippina, in vista della successione imperiale già nell’anno 11  a.C.

La morte di Druso, figlio prediletto di Augusto nel 9 a.C. e la crescita dei giovinetti, figli di Agrippa, a seguito anche delle pressioni della figlia Giulia, e di una pars favorevole a Gaio Cesare e  a Lucio, determinano una crisi di rapporti tra il suocero e il genero, che riprendendo l’esempio di Agrippa stesso nei confronti di  Claudio Marcello,  giovane, decide di ritirarsi a vita privata.

Augusto, accettate le dimissioni del genero,  provvede, compensando il vuoto militare, lasciato da Tiberio, con  un gruppo di generali che forma il consilium principis di Gaio Cesare- nato nel 23  a. C., giovane inesperto, sostenuto dalla madre Giulia, amante all’epoca di Iullo Antonio,  appena tornato dal proconsolato in Asia, formalmente ancora moglie di Tiberio, non trattenuto nel comando dall’imperatore suocero-.

Ora comprendo molto meglio anche le motivazioni, sottese, che spingono Tiberio,  che teme fra l’altro gli avversari politici, che sono schierati a difesa dei diritti dei figli di Agrippa e che  sono troppo legati alla figura di sua moglie Giulia, non più vicina a lui, dopo la perdita del figlio infante, nato dalla loro unione!.

Tiberio, eppure,  ha ancora  la riverenza di tutti quelli che vanno in Oriente! (ibidem,99, 3 ) tutti i proconsoli e i  legati che andavano alle province  di oltre mare  recandosi a trovarlo  lo visitavano abbassando come davanti ad un principe i loro fasci  davanti ad un privato ammettendo che l’inattività  di lui era più autorevole  delle loro funzioni di comando.

E’ chiaro,  professore,  che a Roma vi sono  alcuni,  sostenitori di Tiberio e altri  dei figli di Agrippa  e di Giulia, che, comunque,  nausea lo stesso padre che  teme non solo la sua condotta morale tanto da imporle il divorzio  da Tiberio, riconosciuto come legittimo,  ma anche  la congiunzione strana  tra i suoi amanti,  specie  tra Iullo Antonio e i suoi amici, cospiratori!.Tiberio ha  avuto solo disgrazie dal matrimonio con  Giulia?

Si. Marco.  Tiberio  è costretto da Augusto a sposare  nell’11 a.C.  Giulia, vedova di Agrippa e a lasciare l’amata  moglie Vipsania Agrippina, figlia di suo suocero,  incinta di Druso minore, per ragione di stato, al fine della successione al trono, secondo i desideri di Livia Drusilla, sua madre, abile a manovrare l’imperatore.

Tiberio sposa, dunque, la sorellastra, vedova di suo suocero?!

Sei sorpreso?  La donna a Roma è un oggetto di valore politico! i matrimoni romani sono foedera/trattati  familiari! Augusto non uccide gli avversari politici, li aggrega al suo carro, unendoli alla sua familia: prima Agrippa, ora  Tiberio!

Da Giulia Tiberio ha anche un figlio, nato il 10 ad Aquileia -dove  risiede per seguire la campagna pannonica – che gli muore nel 7 a.C.- Cfr.  Svetonio Tiberio ,7- anno in cui nella corte di  Augusto iniziano le   contese per la successione, dopo la morte di Druso maggiore nel 9 av. C,.in Germania,   tra il designato diadokos  e i giovani figli di Giulia: è anche una guerra tra Livia e Giulia, in cui sono coinvolte due liberte ebree Acme e Febe, schierate rispettivamente  l’una dalla pars della moglie del sovrano e l’altra da quella della figlia tanto che Svetonio (Augusto,65,9 ) compendia lo stato di animo del già vecchio Augusto, addolorato ed agitato: vorrei essere senza moglie  ed essere morto senza figlia! .

Vellio Patercolo, legatus tiberiano,  accusa di un complotto  Giulia come  donna del tutto dimentica di tanto padre e marito, che per stravaganza e per libidine nulla tralasciò di quello che femmina può fare turpemente o subire, commisurando l’altezza della sua condizione con la libertà di peccare,  rivendicando per sé come cosa lecita ogni capriccio/ tanti parentis ac  viri immemor  nihil quod facere aut pati turpiter posset femina  luxuria libidineve infectum reliquit magnitudinemque fortunae suae peccandi  licentia metiebatur, quidquid liberet pro licito vindicans.

Questi fatti lei, professore, li considera accaduti tra il 6 e il 4 a. C.  nel  momento in cui Antipatro è coregnante in Giudea e in cui  è inviato a Roma per la nuova causa di Silleo? A conti fatti, Antipatro sembra avere pochi mesi di comando!

Sono  certamente  pochi i mesi di comando  in un momento  prima del viaggio a Roma e durante i sette mesi romani fino al settembre del 5 a. C..  turbati  per le dimostrazioni di affetto del re verso i nipoti asmonei  che gli gelano il sangue (Flavio usa il verbo Pachnooo), per le insofferenze dell’esercito e del  popolo, oltre che  per le contestazioni dei farisei nella stessa corte!. Questo, comunque, grosso modo,  è il periodo in cui Augusto definisce  sua figlia cancro della sua vecchiaia -Svetonio, Augusto, 65- per la sua  morale  fusa con  la sua ambizione politica  di donna  che, prima di essere inviata in esilio a Pandateria /Ventotene,  coinvolge uomini come   Quinzio Crispino,  Appio Claudio, Sempronio Gracco e  Scipione ed altri., condannati a morte, compreso Iullo Antonio,  suicidatosi, dopo breve prigionia nel 2. a.C., incriminato come persona desiderosa di novitas/ rivoluzione- Cfr. Cassio Dione, St., LV,10.

Si sa come si muove in questa situazione romana, tanto complessa,  Antipatro, un uomo che ha lasciato imprudentemente  in sospeso in patria molte questioni private e pubbliche, dopo –  forse -aver organizzato la morte del padre, in sua assenza, fiducioso nel solo Ferora, tra i parenti,  nei farisei, ancora non ben controllati,  senza alcun legame con qualche comandante dell’esercito?

Non è chiaro,  ma Antipatro sicuramente prende posizione per il gruppo vincente, quello dei generali di Gaio Cesare, anche se non può non riverire il civis Tiberio, figlio di Livia. Marco, non ti so dire quale sia  il comportamento di Antipatro per Tiberio, divenuto ora poliths idioths/privato cittadino, che vive a Rodi, rispettato da tutti  quelli che hanno una qualche funzione in Oriente:  da idumeo  scaltro e da figlio, ambiguo  di Erode,  non ci si può aspettare verso un membro autorevole della famiglia augusta, niente altro se non  deferenza  formale,  accompagnata da  doni con un umile e discreto  servitium, sicuramente voluto e richiesto  da Livia Drusilla per il figlio da parte della corte erodiana e specie dall’amica Salome, sollecitata da lettere a favorire il figlio. Mi sembra, però, che tu abbia già un preciso giudizio su  Antipatro, che, a mio parere, può essere valutato solo uomo senza scrupoli, non certamente colpevole di  qualcosa, se non di azioni politiche patriottiche.

Per me,  Antipatro è figura bieca, non corretta nei confronti dei fratelli e del padre, teso al proprio esclusivo vantaggio!  Quindi, ritengo che  sia possibile che  intorno a  Tiberio da parte di Erode e di Antipatro  funzioni un servitium di kataskopoi /spie, che  informano quotidianamente  dei movimenti fatti dal genero di Augusto, ora confinato nell’isola. Ho, comunque, un dubbio: la vipera Salome può  parlare bene di suo nipote a Roma e non aver avvertito Livia delle mhkhanai di Antipatro? Può non aver  confidato quanto sa  a Quintilio Varo, più favorevole a lei che a Giulia, un epitropos come gli altri intenzionato a scorticare i provinciali?

Marco, la storia non si può fare con le supposizioni ma si fa sulla base di testimonianze scritte  e di fatti, o per argumenta certa, sottese. E’, Marco, una normalità, per Erode, conoscere in anticipo i movimenti dei romani per opportuni interventi!.Erode, come già suo padre, fa viaggiare piccioni,  ha una rete di spie  e a corte di Augusto e in quella di Fraatace, e si serve di profeti come farisei (ed esseni), anche se è da loro esecrato!.

Io, professore,  conosco  dei generali della cohors di Gaio Cesare solo Varo e Quirinio, che, inoltre, sono tiberiani, perché lei ne ha parlato in La nascita di Gesù. Ce ne sono altri, oltre a Iullo?

In questo lasso di tempo  c’è storicamente la cosiddetta congiura di Iullo Antonio, che, divenuto amante di Giulia, è considerato violator  domus augustae (cfr Dione Cassio St. Rom. LV, 10),  aspirante al trono, che coordina l’azione della moglie di Tiberio e  dei suoi amici, tradendo i vincoli coniugali con Marcella, figlia di Ottavia, pur avendo goduto dei privilegi  di cariche pubbliche come il sacerdozio, la pretura, il consolato, il proconsolato.

Non sembra, però, che Antipatro sia  vicino a Quintilio Varo o  a  Senzio Sabino in quanto sembra più  legato a Senzio Saturnino e a suo fratello, che sono sicuramente tiberiani e ad Acme, una liberta corrotta da Salome, al servizio dell’augusta Livia.  Secondo me, comunque, Antipatro deve cooperare alla preparazione dell’impresa armena da parte di Quirinio, tiberiano e di Lollio, antitiberiano, primo consigliere poi di Gaio Cesare: il re giudaico come summachos/alleato  deve offrire milites e vettovagliamento per il tragitto con guide e con denaro, nonostante l’opposizione popolare e militare  degli aramaici, favorevoli ai Parthi.

E’ un momento delicato per la corte giudaica, che è certamente filotiberiana, ma  deve essere solidale con la politica augustea impegnata nei preparativi per la spedizione armena: Antipatro con Erode deve  giostrare  coi suoi amici romani  tiberiani, ora in ombra, e  fare doni a quelli nuovi della cerchia di Gaio Cesare: tutto il clan idumeo è compatto nella sua adesione alla famiglia augusta  dalla parte di  Livia Drusilla e di  suo figlio Tiberio, anche se deve lisciare il pelo alla pars avversaria, come socia nell’impresa antiparthica, pur avendo contrari la popolazione e l’esercito filoparthici e pur avendo ostili i farisei.

So di una clades/ sconfitta di  Marco Lollio e poi di una clades di Quintilio  Varo, che  poi determinano l’arresto del militarismo romano in Occidente, me ne può parlare, anche se non riguarda direttamente il nostro  tema?

Te lo faccio sinteticamente, trattando di Marco Lollio, il famoso padre di Lollia Paolina, moglie di  Gaio Caligola, che era consulente orientale di Augusto per la  spedizione parthica  già nel 21/20- poi conclusa felicemente da Tiberio in Armenia,- perché  aveva risolto il problema  della annessione a Roma della Galazia, dopo la morte di Aminta,  e poi,  divenuto console,  aveva ottenuto la provincia della Tracia e da lì era stato spostato in Gallia, dove nel 16 fu sconfitto da una coalizione barbarica germanica  di Sicambri, Tencteri e Usipeti poi fermata dal fratello di Tiberio, Druso maggiore,  che aveva debellato i Catti e i Suebi  dopo avere attraversato il Weser  e raggiunto l’Elba, morto per una caduta di cavallo nel 9 a.C.a.C.

Velleio Patercolo – St.II,97,1- fa un ritratto negativo  di Marco Lollio considerandolo, da avversario tiberiano,  uomo  di ogni cosa desideroso  più di denaro che di ben fare, carico di vizi  anche se li sapeva benissimo  dissimulare. Lollio, comunque, abilmente si  schiera dalla parte di Giulia  e diventa promotore essenziale  tra i generali per la  spedizione armena del 2/1 a.C. , che risulta inutile,  nonostante  il trattato  di Zeugma con Fraatace!. Questi avvenimenti, però, riguardano il periodo di Archelao, figlio di Erode,  che non  seppe gestire, secondo le aspettative romane  le truppe e i vettovagliamenti,  specie, dopo la denuncia del  re dei re e  a seguito della scoperta dei progetti perfidi/perfida consilia  di Marco Lollio, che pur era stato investito da Augusto di  grande autorità a fianco del giovane  Gaio Cesare,  come moderator iuventae filii sui (Velleio Patercolo, St.II, 102,1).

Anche  Plinio (St. Nat. IX, 35 ) considerando Lollio, arricchito dai principi Orientali   e  costretto, dopo le accuse di Fraatace,  al  suicidio,  convalida la  notizia di Velleio, che mostra la gioia dei romani per la sua morte, dopo il ferimento di Gaio Cesare, caduto incautamente, in  una imboscata.

Infatti  Gaio, entrato  in Armenia  ha successo, ma, poi,  in un colloquio presso Artagera, a cui non si sottrae per personale temerarietà giovanile,   è ferito da un certo Adduo   e dopo di allora ebbe,  secondo Velleio,  corpus minus habile  et animum minus utilem rei pubblicae, anche se seguitò a governare  avendo un codazzo di adulatori,  preferendo rimanere  a vegetare in quel remoto ultimo  angolo della terra, piuttosto che rientrare a Roma, tanto che, dopo che era stato convinto  a tornare in patria,  morì a Limira di Licia, di malattia,  nel febbraio del 4. d.C.,  dopo due anni dall’incidente  quando già anche l’altro fratello Lucio Cesare era già morto a Marsiglia .

Molti, secondo Tacito, accusano della morte di Lucio iuvenis  (Annales I, 3)  Livia, che forse  mette lo zampino anche  in quella di Gaio, pur di far ritornare e Roma con tutti gli onori suo figlio Tiberio dall’esilio.  .

La clades di Varo  è di molto successiva a questi fatti, lontana,  quasi un quindicennio,  in cui  prima  è governatore di Siria, poi, dopo la denunce fatte dal re dei parthi, vanifica i progetti di subdola  astuzia di  Marco Lollio, facendo dettagliate relazioni a  Augusto che costringe al suicidio  il legatus di Gaio, abnormemente arricchito con l’oro provinciale. Varo, tornato a Roma intorno al  3. a.C forse rimane inattivo a corte: non si hanno notizie  di lui se non del suo arrivo in Germania nel 7 d.C. , documentato da Tacito, che ne rileva la rapacità nella tassazione- come già  In Siria e Giudea- e la scarsa efficienza nelle manovre militari,- specie dopo il ritorno a Roma del suo predecessore  Senzio Saturnino, elogiato come dux,- in quanto  opera come un giudice in una zona non ancora ellenizzata e romanizzata, anche se  già soggetta a censimento: la sconfitta di Teutoburgo ne è la diretta  conseguenza, causata  dal romanizzato Arminio nel 9 d.C, che  annienta tre legioni.

Ho capito, professore, il tempo diverso delle due clades romane  e la ripercussione sulla politica occidentale militaristica augustea che si blocca sul Weser in un ritiro delle truppe, penetrate fino all’ Elba, insicure in terra  barbarica. Seguitiamo ora nella storia di Antipatro, che, coregnante, scalza il padre dall’animo dei consiglieri di Augusto e di Livia Drusilla, sua moglie, tessendo una trama di matrimoni per saldare i vincoli tra idumei, con alleanze,   in modo da cautelarsi contro i figli delle altre mogli del padre e da aumentare in potere.

Antipatro, dunque, Marco,  ha compreso che,  per governare, deve assoggettarsi ai generali di Gaio Cesare e seguire le direttive della casa imperiale, il cui referente ora è Quintilio Varo epitropos ths Surias, che guida l’ellenizzazione  della regione e la romanizzazione della Iudaea erodiana, destinata all’anagraphh e all‘apotimhsis Cfr. La nascita di Gesù.

Siccome si trova in un contesto popolare aramaico,  dominato dai farisei,  Antipatro  deve tenere a freno l’esercito filoasmoneo, antiromano ed antierodiano,  usando diplomazia e  cautela,  per dominarlo, cercando anche il consenso popolare, attenuando e mitigando, così il rigore dell’ ultimo periodo, bestiale, di Erode.

Anche lui, professore, comprende che la  Iudaea come la Siria e l’Egitto è  proprietà romana personale dell’autokratoor/imperator?

Certo, Marco, Lui, come e più di  Erode, essendo di educazione idumea e nabatea, formato aramaicamente ed ostilmente in senso antiromano ed antierodiano, aspira ad una novitas, avendo lo sguardo verso Ctesifonte, capitale parthica, sollecitato dal giudaismo  mesopotamico, anche se deve sottostare alla presenza dei magistrati romani e  guardarsi dalle spie romane, nella ricerca di una funzione ed un ruolo indipendente e da Augusto e da Fraatace, cercando di favorire l’elemento farisaico e popolare,  in un tentativo di congiungersi anche con i militari ora antierodiani, a causa della decimazione fatta da Erode. Marco, penso che Antipatro, volendo in cuore suo, la morte di suo padre e il cambiamento in Giudea, voglia anche una minore pressione da parte dell’imperatore romano e dei pubblicani  nella regione e quindi cerchi  spazio per una manovra diplomatica col suo popolo e col suo esercito, ora attirati con elargizioni, con manifestazioni pubbliche e con donativi ai nuovi egemones, promossi al posto di quelli eliminati dal padre,  specie  idumei, samaritani e  traconiti, dimostrando di non essere stato lui  l’artefice della morte dei due asmonei,  ma solo  l’esecutore materiale dell’ordine paterno,  non responsabile della condanna.

Non completa, però,  la sua azione filopopolare e la sua politica  favorevole all’esercito e ai farisei,  a causa della sua  affrettata partenza per Roma  e per il suo odio mortale verso il padre?

Antipatro, Marco, odiando, pur in modo contraddittorio, il padre, congiura abilmente per sostituirlo, seppure col favore di romani, anche se subdolamente desidera la congiunzione con la Parthia, che lascia un maggiore spazio di indipendenza, ma lascia tutto in sospeso, dovendo rispondere alla causa contro Silleo, per conto del padre e dovendo allontanarsi per far iniziare la morsa  mortale, venefica,  da parte di Ferora contro Erode, per non correre  il rischio di accusa di parricidio. L’accusa di veneficio non è in effetti provata! il figlio, comunque, sembra che non voglia assistere alla morte del padre!

E’ un disegno ambizioso di difficile realizzazione, bisognoso della massima concordia interna, dato il  particolare momento di censimento romano e considerati gli spostamenti di milizie romane! Il breve periodo di “regno” mi sembra che sia così impostato  ad una congiunzione delle forze idumee ed aramaiche in opposizione  a quelle erodiane  filoimperiali, al fine di aver un alibi perfetto per la morte del padre: questo traspira, sotteso, nelle pagine di Flavio di Antichità giudaiche, che seguiamo anche se l’autore è ambiguo e il testo ha subito manipolazioni specie nei paragrafi 38-44, in cui ci sono anche lacune e in Naber e in Niese.

Infatti Antipatro ha volontà di sostituire il padre prima possibile, non contento della sua coreggenza  per la presenza ambigua di Erode e per quella dei romani, ormai decisi all’annessione della regione alla Siria, dopo il censimento già in atto:  il presunto diadokos non vuole che siano presi in considerazione gli altri figli di Erode  e perciò rafforza la sua posizione con gli altri Idumei, allora, dominanti a corte.  Sfrutta, perfino, l’ordine del padre di far seppellire i cadaveri di Alessandro  e di Aristobulo  nell’Alexandreion, fortezza aramaica, accanto all’ avo materno,   accettando la manifestazione  popolare  di affetto e di memoria asmonea, cancellando così  il malumore del popolo e dell’esercito  contro la volontà di una bestiale rappresaglia di Erode! A  corte con la madre Doris coordina il partito idumeo,  filofarisaico, e, nel frattempo,  mantiene un formale ossequio per il padre e le sue mogli, specie la gerosolomitana  Cleopatra e la samaritana Maltace, al fine di raggiungere il suo telos di coesione interna, senza  dissidi, dopo aver rinviato con la dote Glafira ad Archelao, mantenendo con lui i rapporti di amicizia e di alleanza.

Dunque, professore, Antipatro si avvicina  al popolo e all’esercito  e contemporaneamente  si collega con la sua famiglia in un patto sciagurato contro il re Erode, al fine di regnare da solo, avendo  una volontà di tenersi  equidistante  tra Roma e la Parthia?

Non so se si possa dire questo, ma certamente Antipatro, da  opportunista, segue i romani finché gli servono,  accontentando il padre, ma fa anche una sua politica antiromana e filoparthica, nel momento in cui si muovono i generali di Gaio Cesare, contro Fraatace: un aramaico  ebreo non può non essere vicino ai contribuli  parthici, non potendo non seguire la predicazione dei farisei, attivi anche a corte!

Nonostante la sua ambiguità politica e la sua malvagia disposizione verso lo stesso padre, Antipatro, non si salva dalla vendetta divina?.

Marco, lascia stare la vendetta divina  ebraico-cristiana e segui la vicenda umana e politica  di Antipatro,  che è uomo desideroso di stasis, a seguito della morte del padre, col favore di Fraatace, da cui poter avere il  primo riconoscimento del  suo malkuth! Seguiamo, comunque,  il pensiero di Flavio, non certamente chiaro!

Lo scrittore giudaico,  conscio  dei timori di Antipatro  nei riguardi del popolo e dell’esercito e dei diritti dei figli di Cleopatra e di Maltace,  aspiranti al regno,  e di quelli di Alessandro ed Aristobulo,  rileva  che al momento, a causa dell’auctoritas di Erode  e  del potere  predominante dei romani,  che  dirigono ogni azione sua  e del padre., specie dopo  che è arrivata la notizia dell’insediamento di Quintilio Varo ad Antiochia,  le sue speranze  per il futuro non corrispondevano  ancora ai suoi disegni (Ant.Giud. XVII,1),  pianificati, ma non realizzati.

Antipatro, secondo Flavio, è turbato, nonostante la coscienza  di tenere in pugno il padre  e di averne la benevolenza, perché timoroso che  il padre sarebbe stata causa  della sua  rovina, in quanto dava a  vedere di essere stato  lui ad accusare i suoi fratelli,  per mettere  al sicuro la salvezza  paterna e non per inimicizia verso di loro.

 L’ autore  di Antichità giudaiche mostra il tortuoso modo di Antipatro di attaccare Erode, rivelando che tese insidie ai fratelli per odio verso il padre e  non per inimicizia con loro.Tuttavia, egli partecipava col padre al governo del regno, come se fosse stato re e il padre gli dava le imprese più importanti: egli aveva acquistato più grande e più stabile favore per quelle azioni per cui era degno di morire, come se avesse tradito i fratelli per difesa del padre e non perché era  nemico dei fratelli e del padre, che lui aveva spinto a questo coi cattivi discorsi. Le sue erano tutte macchinazioni / aper dh panta mhkhanai  con cui lui poteva muoversi contro Erode, affinché non avesse alcuna forza di accusarlo di ciò, che si preparava,  ed  affinché il padre fosse privo di ogni aiuto,  non avendo chi lo difendesse, quando  lui Antipatro gli manifestasse apertamente l’inimicizia (Ibidem).

Flavio vuol dire che Antipatro ha sfruttato l’inimicizia tra Erode e i figli asmonei per colpire suo padre, non i fratellastri. Ho capito bene?

Certo! Marco. lo puoi capire meglio seguendo il discorso di Flavio: era, dunque, per odio verso il padre  che tese insidie  ai fratelli. Allora si sentì più che mai animato  a non abbandonare l’impresa,  poiché se moriva Erode,  il regno sarebbe stato suo,  senza contrasti, ma se ad Erode fosse capitato di  prolungare la vita, lui sarebbe stato sempre in pericolo di una rivelazione  del crimine, da lui ideato, che potesse autorizzare suo padre ad essergli nemico.

Dunque, Antipatro seguita nella sua idea di complottare contro il padre, convinto di poterlo fare impunemente, data l’età e la malattia di Erode e considerata le amicizie romane ed ora anche il vincolo stretto con Ferora e Salome, essendo cambiati anche i rapporti con l’aristocrazia sacerdotale, con l’esercito e con il popolo?

Antipatro, Marco, è determinato a  questa impresa e perciò  è generoso di favori coi seguaci di Erode, cercando di distoglierli dall’odio grande che ognuno gli porta, concedendo loro onori e doni  e specialmente cerca l’amicizia dei romani,  facendo loro regali e dando denaro.

Flavio accenna a  doni e denaro, dati a  Saturnino e a suo fratello   ed anche alla sorella del re, che ora è sposata con Alexas, il figlio di un defunto amico di Erode. In effetti, inizialmente, dopo aver stretto i rapporti con l‘epitropos di Siria,  che torna a Roma, e allacciato relazioni con Quintilio Varo, nuovo governatore, si lega a Ferora e a Salome, che è sempre riluttante ed infida, specie perché non aiutata nella sua passione amorosa  per l’arabo Silleo, dopo l’intervento di Livia stessa, moglie di Augusto.

Livia Drusilla interviene imponendo le nuove nozze all’amica? Silleo doveva aver avvelenato anche l’Augusta,  facendo, a Roma, conquiste a corte?

Non si conoscono i retroscena che determinano le lettere minacciose  di Livia a Salome,  ma si sa da Antichità giudaiche. che  Salome, avendo una passione per Silleo,  desidera sposarlo, e rifiuta l’ordine di Erode  di  diventare moglie di Alexa: Livia persuade  l’amica  a non rifiutare il matrimonio, altrimenti  chiude ogni forma di amicizia.

Si sa, inoltre, che anche Erode  giura di non avere più rapporti armoniosi con lei, se non sposa Alexas, un partito suggerito anche dall’Augusta che, in altre occasioni, le è stata amica preziosa.

Anche Antipatro  coopera in questa azione di convincimento, vincendo la natura infida di Salome e  favorendo l’azione diplomatica e la politica matrimoniale di Erode, all’interno della sua famiglia,  in modo da non turbare i  rapporti di forza  delle partes: la zia.  attirata col matrimonio tra Teudione, fratello di Doris, con la figlia  Berenice la vedova di Aristobulo,  e  tra l’altra sua figlia e il  figlio di un suo precedente marito,  è piegata al matrimonio pianificato dal padre; l’unione ventilata, invece, tra un figlio di Alessandro  di Mariamne ed una figlia di Ferora è indesiderata da Antipatro che teme la doppia protezione di Archelao da una parte,  e di Ferora, divenuto tetrarca, da un’altra  e perciò, convince il padre ad invertire i suoi disegni a suo vantaggio  chiedendo per sé  di sposare  una figlia di Aristobulo e di dare a suo figlio una figlia di Ferora, in modo da congiungersi con lo zio, mediante un legame matrimoniale.

Risolta la questione  con matrimoni vantaggiosi per il suo prestigio e collegatosi con la  zia e con lo zio, avendo l’appoggio delle quattro donne dominanti a  corte, Antipatro ha un potere interno incontrastato, anche per la minore attività del vecchio re, intento alle cure mediche, presente solo nelle grandi occasioni.

Chi sono le quattro donne? conosco solo Salome e Doris?

Nel 6. a. C. la vecchia Cipro,  la madre del re, che  era stata venerata a corte,  ora doveva essere morta; Salome, che  è sempre tenuta a distanza da tutte le donne, essendo una donna malvagia ed impura non può far parte del gruppo farisaico in cui Doris, invece, è la donna dominante insieme alla moglie innominata  di Ferora,  che ha con sé la madre e la sorella, anch’esse innominate;   tramite  questi elementi femminili, Antipatro con lo zio  è riuscito a tentare  rapporti  col popolo  giudaico,  a lui ferocemente ostile  e ad avere sotto controllo i phrourarchoi  e i capi dell’esercito, compresi Zimari e i suoi figli, ora stanziati in Traconitide per difendere  la popolazione  dalle lhisteriai/bande di ladri. cfr. Tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com

I traconiti sono un problema ancora per Antipatro di difficile soluzione, come anche quello dei rapporti con la moglie di Ferora, una donna accusata da Erode e dal consiglio di amici come patrona dei farisei, mal valutata specie se vista dell’angolazione cristiana, che rileva una ubris parthenoon / violenza di vergini  nella parte  oscura del XVII libro di Antichità Giudaiche 46-48. 

Noi, professore, da cristiani, conosciamo i farisei come  sepolcri imbiancati secondo la definizione di un Gesù mitizzato,  ora io  conosco anche una ubris contro due figlie (vergini) di Erode  non precisata,  in Guerra giudaica I. 571 e, perciò, chiedo  a lei di rettificare  a me e ai miei amici, l’equivoco in cui  siamo stati educati!.

Ci provo, Marco, ma è difficilissimo  cercare di rettificare perché fin da bambini c’è stato presentato il fariseo come un ipocrita che ostenta saggezza e siamo stati condizionati dalla parabola del fariseo altezzoso e del pubblicano  umile, che pregano (cfr la parabola del Fariseo e del pubblicano www.angelofilipponi.com ): ci vogliono anni per un decondizionamento!

In epoca romana imperiale i farisei  hanno fama di  interpretare le leggi perché commentatori laici del Pentateuco, convinti assertori del valore del destino e  dell‘ oikonomia tou theou, pur ritenendo che il merito o il peccato/amarthma  dipenda dalla volontà dell’uomo:   essi, infatti,  pensano, al contrario dei sadducei- che negano la sopravvivenza dell’anima e premi e castighi – che l’anima  sia immortale e non scompaia con la materia, ma solo quella dei buoni può passare in un altro corpo, mentre quella dei cattivi è punita con castighi senza  fine. Il loro sistema di vivere si basa su uno  scambievole amore /philallhloi, desiderosi di perseguire la concordia  entro la comunità/omononian askountes  cfr Guer. Giud II,8, 14. Sono certamente proth airhsis  la setta religiosa più seguita nel mondo ebraico perché,  seguendo la tradizione mosaica e  la regalità asmonea,  sono antierodiani ed antiromani, in quanto, essendo zelanti  di fede, determinano, poi, la nascita dello zelotismo, la fazione armata. Aggiungo, Marco, che  in epoca erodiana, si oppongono al culto di Augusto Sebastos/Venerabile, rifiutano ogni immagine imperiale e romana in Gerusalemme, compresa l’aquila,   specie sulla porta  centrale del tempio,  anche se accettano ambiguamente  che i sadducei filoromani facciano due sacrifici al giorno per l’imperatore e  per Roma cfr. Caligola il sublime,p.181: insomma i  farisei,  facendo la  professione di fede,  con lo shemà, (Shema, Israel, Adonai elohenu, Adonai ekad/Ascolta Israele, il Signore è il mio signore, il signore è unico!) quotidianamente, affermano che hanno un solo signore e Dio  e si immolano tanto da  essere martures/ testimoni della fede, mettendo in pratica la loro predicazione, morendo per la patria e per la legge. Certamente essi sono elitari e populisti, perché sapendo che il il potere è popolare, esercitano una vera predicazione, per orientare il popolo ignorante conformemente ai dettami della torah,  in senso politico, guidando ogni forma di latria secondo le prescrizioni tradizionali.

Professore, di fronte a questa spiegazione, comincio ad aver orrore  e vergogna della verità christiana, che ha stravolto  i termini!

Marco, questo mi risulta sui farisei, dei quali ho  parlato a lungo -anche della loro ostentazione dei filatteri/tefillim (scatolette cubiche con dentro passi significativi biblici) posti sulla fronte tra i due occhi e  nel braccio sinistro, specie quando ho trattato degli zeloti e degli esseni  cfr. Filone, Esseni. Quod omnis probus. E.book Narcissus 2012.

Dunque, professore, ora in Antichità giudaiche  assistiamo ad una manifestazione di rifiuto da parte farisaica del culto di Augusto, imposto da Erode?

Certo Marco. Erode ed Antipatro coregnante- che ha la fiducia paterna ed è temuto per la sua malizia anche da Ferora, che è schiavo innamorato della moglie, devota ai farisei – si scontrano con il partito di fedeli, attivo a corte, che rifiuta il giuramento di lealismo verso Cesare e il governo stesso del re! Leggiamo i termini nell’episodio descritto da Flavio Ibidem 41-42 per entrare in merito alla questione. Ecco il testo. pantos goun tou Ioudaikou bebaioosantos  di’orkoon h mhn eunohsein Kaisari kai tois tou basileoos  pragmasin/ essendosi tutto il popolo obbligato con giuramenti ad essere favorevole a Cesare e alla politica del re, i farisei, circa 6000, si rifiutarono di giurare.

Il termine bebaiooo sottende l’idea di compiere un’impresa, quella di fare venerare  l’imperatore,  consolidandola e rafforzandola grazie a pressioni -con le buone (doni e promesse) o con le cattive (violenza) -e a giuramenti estorti, data la  fides iudaica,  che permette  un solo Signore e Dio! 

I farisei / pherushim (i separati, in quanto puri /hasidim  tendono, da saggi,  a tenersi lontano dal plhthos/popolo, ignorante ) sono considerati  potenti per i re / basileusi dunamenoi, specie se sono all’opposizione, perché preveggenti/ malista antiprattein, promhtheis, anche se superbi a causa della previsione, in casi di guerra e di  mali (danni) /kak tou prooptou eis to polemein te kai blaptein ephrmenoi ( epairoo).  

Marco,  i farisei per Erode sono pericolosi perché profeti, capaci cioè di prevedere il futuro  e quindi possono minare il potere regio ed imperiale, se sono all’opposizione! forse sono potenti  anche per Antipatro, di cui non si riesce a capire dalla pagina di Antichità giudaiche, interpolata in questo punto, la reale posizione, essendo compromesso con Ferora e con la moglie, che viene bollata come sua amante -Ibidem 51-.

Sembra che i farisei siano  nel complotto molto importanti e quindi a conoscenza del veleno da dare ad Erode e di tutta l’operazione del veneficio?.

Neanche questo si potrebbe dire perché Antichità giudaiche, essendo  interpolate da mano christiana,  non sono attendibili, in quanto le quattro donne (Doris, moglie di Ferora con madre e sorella)  dovrebbero essere puritane ed invece appaiono non caste ed infide se è vero che il diadokos–  che teme la concorrenza di Ferora al trono, ha rapporti intimi con la sua amata donna, infedele moglie, e se insieme gestiscono l’operazione del  veleno, conservato nella casa del fratello di Erode.

Sulle capacità profetiche  lei  ha parlato spesso degli esseni, che sono della radice  farisaica,  come i farisei lo sono di quella hasidica?! mi può precisare  questo aspetto in Flavio, sadduceo di nobile famiglia sacerdotale, fariseo per elezione, asmoneo da parte di madre ?

Flavio, Marco,  per mostrare il dono divino della preveggenza farisaica  usa prima promhtheis (che sottende la promhteia), poi prooptos,  che vale il  vedere in anticipo  gli eventi ed infine prognoosis, che significa preconoscenza con esatta previsione fattuale per   intervento di Dio /epiphoithsei tou theou,  che rivela la parapausis ths archhs/la vicina cessazione (o fine)  del potere erodiano (il  termine è apaks legomenon!: l’autore sembra voler indicare nella predizione  farisaica il passaggio della basileia  nelle mani di Ferora  e di sua moglie e dei figli loro / upo theou epshphismenhs autooi  te kai  genei tooi ap’autou, ths basileias  eis t’ekeinhn, periecsoushs kai Pherororan paidas t’oi eien autois, come evento  stabilito da Dio ibidem 43  a causa dell’ira divina per l’uccisione dei fratelli/ ths adolphoktonias… tinomenou theou – Ibidem,60-.

Professore, le profezie dei farisei (in questo caso si tratta  forse di  Esseni!)  possono aver dato adito  a  dicerie gerosolomitane  circa la venuta del Messia, congiunte con quelle  messianiche di origine mesopotamica?

Forse. Comunque, Marco, Gesù nasce in questo periodo, in cui Erode perseguita  la moglie di Ferora,  si inimica col fratello e, a corte,  si torturano e Bagoa e Caro. Ho lavorato per anni per scoprire qualcosa su questo biennio, invano!. Posso solo dirti che non ho mai saputo il nome della moglie di Ferora, ma so che Ferora se ne va dalla corte e si ritira nella sua tetrarchia in Perea, grosso modo, al di là del Giordano, dopo aver rifiutato di cacciare la propria donna. Sappi che il   testo di Antichità Giudaiche è corrotto e, per forza,  bisogna  fidarsi di Guerra giudaica I, 29(1-2)-

Comprendo, perciò, professore, che è possibile che  nel II secolo d. C. questo  breve periodo sia stato  sfruttato dalla scuola alessandrina come momento centrale  per la formazione del  pensiero messianico, connesso con la verginità della Madonna, dati gli accenni alla verginità, deflorata delle figlie  di Erode!   cfr. A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?  Maroni 2003. Non conosco, però, gli episodi di Bagoa e di Caro, né il trasferimento di Ferora in Perea? me ne può parlare.

Sui farisei  uccisi  insieme a Bagoa e Caro  -Ant Giud., XVII. 44.45- e su quelli costretti a pagare una penale  versata dalla moglie di Ferora,  si sa che sono,  come gli esseni, aramaici ed  hanno il dono della profezia e perciò predicano la fine del Regno Erodiano e l’avvento di un  nuovo re, ritenendo che Erode e la sua stirpe cadranno perché Dio così ha stabilito, come punizione.

All’epoca circola la profezia della fine del regno di Erode e  della sua stessa discendenza, da cui, però, una radice avrebbe ricostruito il Regno erodiano.  Si allude alla  figura di Erode Agrippa I, figlio di Aristobulo e di Berenice, destinato ad assumere l’intera basileia dal 41 al 44 d.C. dopo  quasi cinquanta anni  dalla predizione, che parzialmente  si realizza nel 6 d. C, alla deposizione della  regalità di Archelao e all’annessione romana della Iudaea  alla Siria, dopo che sono lasciate semiautonome  la Tetrarchia di Erode Antipa e quella di Filippo, con uno statuto simile a quello dato al Regno di Areta IV. Solo,  dopo un trentennio, la predizione si realizza totalmente con l’elezione di Giulio Erode Agrippa prima come Tetrarca di Traconitide,  Iturea, Auranitide e Gaulanitide e poi come Tetrarca di Galilea e Perea ad opera di Caligola ed infine come Rex socius ad opera di Claudio.

A questo punto, per spiegare bene, devo fare  prima  il riassunto circa la moglie di Ferora, precisando che Antipatro,  divenuto insopportabile/aphorhtos  perché alla malvagità ha aggiunto la sicurezza del potere: si è, infatti, consolidato con i matrimoni e con le amicizie romane  e con quella dello zio Ferora – che ha favorito la formazione di un circolo femminile, intorno alla propria donna  gunaikoon suntagma, che determina neooterous thorubous / disordini eversivi  –   ed ora è  più temibile  per tutti.

La moglie di Ferora, sua madre e sua sorella con Doris, madre di Antipatro,  formano un quartetto, che  fanno ubreis nella reggia, anche contro due vergini figlie di Erode.

Sembra, Marco, che queste donne, nonostante il non malcelato sdegno di Erode,  impongono un clima religioso farisaico che, però,  non può definirsi  sistema in cui  predomina la violenza/ubris, detestata dai farisei,  a meno che non si parli di rigore con costrizione ad una morale di continenza, imposta a vergini,  viziate come le due figlie di Erode, promesse ora ad uno, ora ad un altro – che hanno superato già i venti anni- , mai sposate,  angariate, nonostante la protezione paterna: unico ostacolo a questa lettura  la tresca del diadokos con la zia, moglie di Ferora, coetanea, che potrebbe  essere, comunque, una diceria diffamatoria di Salome!.

Dopo il matrimonio con Alexas, Salome  è l’unica ad opporsi e contrastare  la riunione  sunodos /convegno delle quattro donne  con  Ferora e con Antipatro, denunciata al re,  come non giovevole ai suoi interessi /oos ouk epp’agathoooi toon autou pragmatoon.

Il re  è infuriato e le donne  cessano di riunirsi pubblicamente e  di scambiarsi segni di amicizia, proprio del costume farisaico, e fingono perfino di essere in lite fra loro, imitate da Antipatro e Ferora  che  fanno credere che ci siano contrasti  fra loro, mentre, poi, a sera, di nascosto, fanno sunousiai /convegni e koomoi nukterinoi / adunanze notturne  rafforzando la loro omonoia/concordia.

Sappi, Marco, che anche i cristiani sono accusati dai pagani, specie nel II secolo d.C. per sunousiai e koomoi notturni a causa della cena eucaristica!

Erode, saputo tutto dalla sorella, raduna sunedrion  toon philoon kai suggenoon/assemblea degli amici e parenti, fa molte accuse  contro la moglie di Ferora, tra cui l’offesa alle sue figlie, li rimprovera del pagamento  del misthos/pena pecuniaria ai farisei,  suoi oppositori, ed infine attacca il fratello, reso  a lui ostile grazie a farmaci,  pressato e costretto  a  scegliere tra lui e la moglie.

Alla risposta di  Ferora, che preferisce  la moglie, affermando che avrebbe rinunciato alla vita, piuttosto che alla moglie, Erode, non sapendo cosa fare,  ordina ad Antipatro di non dialegesthai / dialogare – Guerra giudaica ibidem, 572-  di non omilein / frequentare e  stare  insieme  familiarmente-( Ant giud. Ibidem-47 )  né con la moglie di Ferora né col marito, né con nessun altro dei suoi;  il figlio non disobbedisce palesemente, ma si incontra  nascostamente, di notte,  con Ferora e le altre.

Grazie per le precisazioni. Sembra che Erode abbia  demandato tutto a suo figlio, che, quindi, esegue formalmente, ma trama con le donne farisaiche, che sanno  usare anche pharmakoi  per eliminare il padre?

Bravo Marco!, noti che le farisee fanno uso, a detta di Flavio di Pharmakoi , in questo caso, amatori! Ti aggiungo che, allora, Antipatro pensa anche a veleni da propinare al padre  in sua assenza, avendo ricevuto lettere, da Roma, dai suoi amici sollecitati a scrivere ad Erode della necessità di inviare in Italia il figlio contro Silleo, che ha iniziato una nuova causa, contro di lui: in sua assenza la morte del  padre, sarebbe passata, inosservata, e sotto silenzio!

Professore, Antipatro doveva aver anche altri erodiani congiurati per la conduzione del  regno in sua assenza per gestire il periodo di qualche mese prima del suo ritorno ?. Antipatro ha fatto un piano  diabolico  per fare fuori il padre,  davvero ben architettato!.

Si possono solo fare delle illazioni circa la  partecipazione alla congiura sulla famiglia di Mariamne di Boetho, figlia del sommo sacerdote e madre di Erode, promesso sposo di Erodiade, figlia di Berenice!

Erode padre, comunque, autorizza il viaggio del  figlio, a cui dà uno splendido  accompagnamento e  grandissime somme e gli affida il testamento/ diathhkh,  in cui risulta re Antipatro e come suo successore Erode, il figlio di  Mariamne. cfr. Guerra giud,I 573 e Ant giud.XVII,53. Per quanto riguarda il piano diabolico ritengo che Antipatro sia stato, invece, molto superficiale  nella realizzazione,  pensata  senza la sua presenza.

A mio parere,  commette molti errori: 1. non aver legato, compromettendolo, Quintilio Varo, come aveva fatto con Senzio Saturnino, non avendo dato denaro  sufficiente a lui che,  arrivato, a detta di Tacito, povero, da lì tornò ricchissimo lasciando la provincia povera;   2. aver  trascurato di lasciare a corte  fedelissimi  col compito di manifestare ogni  mutamento del  padre e di informarlo, nel caso di incidenti imprevisti  come l’esilio dello zio Ferora e il  secondo ripudio della madre;  3. non essersi affrettato a tornare in patria, subito dopo la causa, felicemente risolta, con Silleo e non essersi preoccupato del silenzio e  degli amici romani e di quelli  gerosolomitani. Un uomo prudente che ha lasciato segni della sua volontà di uccidere il padre, non può non temere  che la sorte faccia qualche brutto scherzo e che qualcosa non vada per il  verso giusto! Possibile che solo a Taranto nel viaggio di ritorno sappia della morte dello zio e che solo a  Calcenderi in Cilicia sappia della madre ripudiata! Il padre ha neutralizzato il suo sistema di spie ed ha scoperto il suo piano! Sarebbe stato necessario il non tornare in patria!

Professore,  a quest punto devo chiarire molte cose,  non solo sul comportamento di Antipatro ma anche sul sistema farisaico di corte. Non comprendo a cosa servano le  ubreis  alle due vergini, nonostante la sua spiegazione di rigore morale, né l’adulterio tra il diadokos e la mia moglie,  tanto amata da Ferora, socio nel disegno del veneficio, e specialmente non vedo la ragione di una  richiesta romana, sollecitata, di un affrettato viaggio a Roma, mentre si sta concretamente arrivando alla soluzione della uccisione del padre!     .

Marco,  anche io non so mettere insieme la bieca  figura di Antipatro col rigore precettistico dei farisei, elementi puri,  che mangiano  ogni tre giorni, digiunando due volte a  settimana, ligi alla torah, tanto da pagare le tasse anche per i venditori insolventi,  meticolosi circa le prescrizioni su una betullah/vergine, per di più di famiglia regia,  e sull’adultera, donna da lapidare. Sembra che  tu, comunque,  in modo provocatorio,  vuoi sentire le mie reali supposizioni  sul fariseismo a corte!

Io posso solo dirti che si parla di due  figlie di Erode, deflorate, sembra, solo in Ant Giudaiche,  e non si sa da chi, né quando, né come: perfino l’ipotesi di amici di Silleo o di Silleo stesso, è inattendibile.  E’ probabile che il racconto di Salome non  sia credibile: Erode stesso lo ritiene falso! La notizia, perciò,  circa le riunioni segrete  notturne e  le cene possono essere occasioni di pianificare  la morte del  re  inviso  alla maggioranza, col favore dei farisei, comprati da Antipatro che sospetta del padre e che teme  che il suo odio aumenti, a seguito della denuncia della zia, ormai incontrollabile anche da parte di Doris, compromessa e personalmente comandata di non avere relazioni col gruppo di Ferora. A nulla, comunque,  servono le precauzioni  delle quattro  contro la perfidia di Salome che svela al re le finte discordie delle donne, i  simulati  litigi  pubblici  e marca  lo scambievole amore,  evidenziando il ruolo di mezzana, di Doris  tra il figlio  e moglie di Ferora. Secondo Flavio, la partenza di Antipatro  è l’inizio della sua fine che coincide con la morte di Ferora, da cui derivano le sventure del  cattivo  punito da Dio  per l’assassinio  dei fratelli, tanto da essere  esempio per i posteri del trionfo del valore della virtù e  dell’innocenza!

Eppure Antipatro  a Roma  risolve la questione definitivamente  con Silleo (ibidem 55-56),   fa punire l’arabo,  accusato anche da Areta, di aver ucciso molti uomini notabili  di Petra,  tra cui  Soemo, molto stimato per la sua virtù,  e di aver eliminato Fabato,  fattore  di una villa di Cesare, che aveva saputo da lui  che aveva incaricato Corinto una guardia del  corpo di Erode, di ucciderlo,  cosa che già era stata risolta da Erode, che dopo averlo torturato,  punì anche i due suoi amici,  venuti per aiutarlo -un capo tribù e d un amico di Silleo- affidandoli a  Saturnino che tornava a  Roma.

Mentre Antipatro è a Roma, Erode ordinò a Ferora di ritirarsi nel suo territorio per aver favorito i farisei  avendo pagato al loro posto la pena pecuniaria inflitta,- ibidem 58 -. Nel tornare  al di là del  Giordano, non avendo voluto ripudiare  la moglie, venuto  in Perea, tetrarchia a lui data per ordine di Augusto già nel 20 con la fortezza di Macheronte, come postazione militare antinabatea, Ferora  giura  di non ritornare più indietro  finché non avesse udito  la morte di  Erode  -ibidem-.Il giuramento per un fariseo è sacro: bisogna mantenerlo!

Infatti, secondo  Flavio non volle venire a visitare il fratello, malato,  per mantenere fede al giuramento.

Quando, invece,  Ferora si ammala  e sta per morire  Erode andò a  trovarlo senza essere chiamato e quando morì preparò il suo funerale,  lo fece trasferire a Gerusalemme,  dove provvide  per la sua sepoltura, decretando  un solenne lutto.

Erode appare  fraterno, migliore dei suoi  parenti?! Un gesto  anche importante non può qualificare un’esistenza, anche se può essere significativo per rilevare il carattere sentimentale, legato alla consanguineità, di un uomo!. Comunque, questo suo atteggiamento fraterno, per Flavio, diventa  episodio chiave per la scoperta del complotto di Antipatro e in Guerra giudaica I,582-607 e in Antichità Giudaiche XVII,61-82.

Flavio -ibidem 61- scrive: quando Ferora morì  e fu sepolto, due liberti molto stimati da lui, andarono da Erode e lo pregarono di non lasciare invendicata la  morte del fratello, ma di esaminare la sua inesplicabile ed infelice morte.

Da questa indagine, dunque, professore Erode scopre il tradimento del figlio, il suo odio verso di lui e la  volontà di regnare, di uno, già destinato al potere come diadokos,  immemore dei benefici ricevuti  desideroso della sua fine, prima del tempo previsto dalla natura?.

Noi seguiamo le due opere che divergono di poco, anche se preferiamo la  versione di Antichità giudaiche, più storica rispetto alla prima romanzata, anche se ambedue sembrano credibili nel loro racconto, in cui parlano di  Ferora, che cadde svenuto, dopo aver cenato  con la moglie,  avendo mangiato una sostanza, servitagli in un cibo, non consueto, ammalatosi  gravemente entro due giorni, per poi morire, dopo la visita del fratello. 

I  due liberti, interrogati e torturati, concludono: quella sostanza, portata su commissione della madre e della sorella  della moglie di Ferora apparentemente per stimolare le sue sensazioni erotiche, come poculum amatorium/ philtron, da una donna di Arabia, esperta di misture che, però, gli  aveva somministrato  invece una pozione mortifera per ordine di Silleo, che la conosceva– Guerra Giud. ibidem 583-.

Professore, Ferora è avvelenato da Silleo, che già ha commissionato tramite Corinto, l’uccisione del  re, pure col veleno!? Erode nella sua mente intronata ha preso coscienza di questo?

Non mi sembra  che ne abbia coscienza piena. Infatti, preso da sospetti verso Antipatro,  sottopone a tortura  donne schiave e libere del clan Ferora, ancora inquisito  a causa dei farisei,  cercando un colpevole, senza preoccuparsi più di Silleo!. Nel corso  della  tortura, una delle donne, straziata dal dolore, esclama: Dio che regge la terra e il cielo, punisca chi è causa di queste sventure, la madre di Antipatro!.ibidem 584 : la notizia è comprovat anche da Ant. Giudaiche XVII,65.

Allora, Erode, partendo da questo indizio, dato da una donna libera,  scopre che  Doris ha convegni clandestini e notturni con Ferora, con  le donne farisaiche e – prima della partenza – con Antipatro, senza la presenza della servitù   e che, quindi madre e figlio hanno disubbidito al suoi  ordini di omilein/ avere relazioni con loro. Sa, inoltre, da schiave torturate che Antipatro si sarebbe ritirato a Roma e  Ferora in Perea,  perché lui se la sarebbe  presa con loro  in quanto, dopo l’uccisione di Mariamne  e dei suoi figli,  non avrebbe risparmiato nessun altro e perciò, era meglio fuggire il più lontano possibile da quella bestia/ therion!. Sa delle lamentele di Antiprato, stanco di attendere la fine del  padre, che ringiovanisce ogni giorno di più, mentre lui ha i capelli bianchi  ed è destinato forse a precederlo nella morte, prima di poter effettivamente regnare, e che, se anche gli riuscisse la successione,  sarebbe stata di breve durata,  mentre crescevano le teste  dell’Idra  cioè i figli di  Alessandro ed Aristobulo. Infine conosce il disappunto del figlio circa il testamento, in cui ha nominato Antipatro successore, ma come suo diadokos al posto dei figli suoi, Erode, il figlio di Mariamne,   a dimostrazione  del suo rimbambimento/ paragheran, visto che crede che  il testamento rimarrà valido, non avendo considerato che lui  ci penserà a  far  piazza pulita della famiglia/auton gar pronohsein mhdena ths geneas apolipein. 

Il sapere queste cose amareggia  Erode, che ha dato  cento talenti per non far comunicare fra loro sua moglie e suo figlio con Ferora  e la sua donna, che, oltre tutto, si lamentano  insieme  come se avesse fatto loro del male, desiderosi di vivere ignudi, anche se spogliati di tutto. L’indagine viene spostata dalla morte, da vendicare di Ferora,  alle colpe di Antipatro e della madre e delle donne del fratello, certamente non colpevoli dell’avvelenamento del tetrarca. Viene censurata la frase detta da Antipatro, riferita da una  schiava torturataE’ impossibile sfuggire ad una belva  così sanguinaria/amhkhanon ekphugein outoo phonikon therion, per cui non è consentito nemmeno di voler bene apertamente  a qualcuno/par’ooi mhde philein tinas ecsesti phaneroos: dunque, noi siamo costretti ad incontrarci di nascosto, ma lo potremo fare  apertamente quando ci decideremo a pensare e ad agire da uomini (qualora avremo pensiero e mani da uomini)!/lathra goun nun allhlois  sunesmen, ecsestai de pahaneroos , ean skhoomen pot’androon  phronhma kai kheiras!. 

Professore,  mi sembra ora di vedere  Erode che  cerca la colpevolezza del figlio,  un vir / uomo,  un  parrhsiasths, quasi desideroso di vivere miseramente, spoglio di tutto, come un patriota che combatte contro il tiranno, romanticamente,  più che  un rancoroso beneficato  da un padre sovrano. Leggo bene?

A me sembra che tu legga come gli  storici romantici ottocenteschi, che inneggiano al nazionalismo  farisaico di Antipatro che, però, ha  oltre al rancore personale mai eliminato, una voglia di regnare propria di uno educato a lungo come privato, senza il  potere,  in un territorio dominato da Roma e da un suo fedele servo, come Erode philhllhn,  formatosi  alla scuola farisaica e  all’integralismo religioso, uno strano prototipo di idumeo, della stirpe  antipatride, fortemente in contraddizione tra i principi della torah e la volontà di abbattere i sadducei  ed Erode,  sudditi fedeli dell’imperatore e della  Dea Roma, in nome di Sion eterna!

Professore, anch’io vedo in  Antipatro una profonda contraddizione   con sé stesso come figlio, incapace di coprire e  chiudere il suo rancore per l’abbandono,- accettando il padre che l’ha onorato e fatto suo successore, in una richiesta muta di perdono,-  e  con la famiglia come erodiano,  che odia il padre e i fratellastri,  con la società giudaica come elemento farisaico e con il kosmos romano come oppositore cieco, anche se  costretto a servire  come ogni altro  civis  giulio, in quanto successore di Erode filoromano, pur essendo idumeo,  teso al martirio per il suo phronema giudaico, disposto anche a pagare  la sua attività rivoluzionaria  con la vita.

Marco, vuoi dire che in Antipatro è possibile vedere, pur nella contraddizione sentimentale, ed affettiva, di un figlio abbandonato in tenera età,  una forma integralista di patriottismo religioso?  non so  spiegarlo, ma individuo la presenza di un vero uomo  che avrebbe voluto fronteggiare apertamente  il padre tiranno, costretto  a seguire la via  della perfidia e della scaltrezza  per poter sopravvivere e  diventare successore di una basileia, proprietà personale imperiale.

Marco, tu sai  che Erode è considerato dal popolo un tiranno,  illegittimo, un bugiardo dai farisei , un eretico dagli stessi sadducei,  un  corrotto ellenizzato non conforme allo spirito giudaico  dall’esercito  polietnico, nonostante le sue opere  grandiose come la costruzione del Tempio, fatta  per l’ostentazione della sua potenza  personale di re  magnifico,  in una volontà di rivaleggiare con Augusto e con Marco Agrippa,  più che per la pietas verso il Theos, o per il bene del popolo!.

Proprio per questo , Professore, rivaluto la figura di Antipatro che mi sembra simile  a quella di  Tirone- che è un ardito vecchio militare  convinto di poter scuotere  l’onore di un  ex commilitone- costretto dalla situazione a rendersi figura odiosa  col suo subdolo piano eversivo, pur facendo il dialakths!

Smettiamo questa disquisizione sulla figura di Antipatro, mai ben definita,  e seguitiamo  nel nostro lavoro!

Erode, avuta la confessione  delle donne, fruga ulteriormente su Doris, puntando l’indagine su di lei,  perché è convinto della verità delle affermazioni,  estorte,  per il particolare di cento talenti. Secondo Flavio, dunque,  convocata la madre di Antipatro, la fece spogliare di tutti gli ornamenti  che le aveva regalato  e valevano parecchi talenti e la ripudiò per la seconda volta. Ant. Giud.59.

E poi cosa fa Erode?

Ripudiata la moglie, smette di  torturare le donne e si riappacifica con le donne di Ferora, è impaziente di mettere le mani sul figlio Guerra giud.I, 608 e  temendo che gli fosse preavvertito e si mettesse  al sicuro gli inviò una lettera piena di affettuose  espressioni  pregandolo di affrettarsi a tornare, se lui fosse arrivato presto  lui avrebbe messo fine ai rancori contro la madre- ibidem.

Erode è furbo ed, avendo il solo figlio in sospetto, indirizza su di lui, la sua indagine. Infatti decide di sottoporre a tortura  i suoi uomini e collaboratori, aizzato da qualcuno, sconosciuto,(Achiab?)   tanto da infiammarsi  /ecserripizeto nella ricerca di colpevoli.

Quindi, Erode non insiste sulle donne di Ferora e  cerca un’altra via? Marco, Erode  è veramente astuto, anche se rincoglionito: avrà avuto sotto osservazione le donne del fratello e, mentre  inquisisce  Antipatro il samaritano,  ha chiara l’estensione della  congiura non solo in Perea ed in Egitto,  con  ripercussioni nella sua stessa casa gerosolomitana,  ma anche a Samaria, sede del suo esercito.

Antipatro il samaritano è definito epitropos  di Antipatro figlio di  Erode, come il suo braccio destro in Samaria, come suo fiduciario responsabile della regione con funzioni amministrative,  giudiziarie e militari, proprie di ogni epitropos/praefectus cum iure gladii che noi abbiamo visto come legatus, superiore alla carica di epimhleths/ curatore  e procuratore di provincia, senza poteri militari e giudiziari, ma  anche con poteri di un amministratore locale / dioikeths.

Orientato in questa  direzione,  Erode, scopre la verità  sulla congiura di suo figlio  e la sua estesa trama.

Flavio dice in Guerra giud. I,592 e lo ribadisce Ant. Giud.XVII 69-70 : Antipatro, sottoposto  a tortura,  afferma  che il figlio  aveva fatto portare dall’Egitto  per mezzo di Antifilo,  uno dei suoi amici, un veleno mortale destinato a lui, che  era stato ritirato da Teudione, zio di Antipatro, e consegnato a Ferora; a costui infatti Antipatro  aveva dato l’incarico di spacciare Erode  mentre egli se ne stava a Roma,  immune da ogni sospetto. Ferora, infine, aveva affidato il veleno alla moglie.

Erode scopre che la congiura ha radici anche in Idumea, oltre a Samaria  e in Perea e perfino in Egitto, tra i giudei ellenistici probabilmente connessi con la  famiglia  di Mariamne di origine sacerdotale  leontopolitana alessandrina ed ora convoca, a sorpresa,  la moglie di Ferora, che custodisce il veleno.

La donna, fingendo di obbedire  chiede il permesso di andare a prendere l’astuccio col veleno,  ma, invece di tornare, si getta dal tetto, ma cade in piedi e rimane viva, anche se stordita. Flavio interpreta il fatto come volontà di dio che vuole punire Antipatro!.

Erode, secondo la narrazione, congiunta, delle due opere  di Flavio, la fa rinvenire e le chiede perché abbia fatto quel gesto e gli giura che  se avesse detto la verità,  le avrebbe condonato ogni pena, ma se avesse di mentire  le avrebbe fatto sbriciolare il corpo  sotto i supplizi  senza fare restare nulla per la sepoltura -ibidem, 594-.

La donna  dice  che, essendo morto Ferora,  non ha  più alcuna   ragione  per salvare Antipatro, che è stato rovina /apolesanta per loro tutti- ibidem-.

Ecco, Marco, la confessione della moglie di Ferora, che inizia solennemente  con uno Shema’/ akoue ascolta o re, ed insieme a te mi ascolti  Dio che è testimone  della  verità e non può essere ingannato: Qunado tu,o re , sedevi  piangendo accanto  a Ferra morente, questi mi chiamò e mi disse. grandemente mi sono sbagliato , o donna, circa i sentimenti di mi fratello verso di me, sì che l’odiavo mentre lui mi vuole tanto bene e mi proponevo di ucciderlo mentre  lui è così afflitto per me  prima ancora che io sia morto. Ora io pago il fio della mia empietà, ma tu portami subito  il veleno che conservo, quello che ricevesti da Antipatro per ucciderlo e distruggilo subito davanti ai miei occhi perché io non mi porti dietro nell’Ade il demone vendicatore. Al suo ordine io glielo portai  e la maggior parte la gettai nel fuoco in sua presenza, ma una piccola parte io la conservai per me. per i casi incerti e  per il terrore, che tu mi ispiravi.

La donna, detto questo, trae un bossolo col veleno, una minima parte,  per testimoniare la verità di quanto riferito, cosa, d’altra parte,  confermata dalla madre e da un fratello di Antifilo, torturati,  che affermarono che Antifilo aveva portato la scatola dall’Egitto e  che aveva ritirato il veleno da un fratello, che faceva il medico  in Alessandria.

La notizia si diffonde a corte, Professore, e certamente  ci sono reazioni!

Flavio parla di una reggia che, a causa delle ombre di Alessandro e di Aristobulo, svela i segreti  trascinando  alla condanna persone lontanissime dall’essere sospettate!: Mariamne, la figlia del sommo sacerdote  era partecipe della congiura!  lo svelarono, infatti, i suoi fratelli  sottoposti a tortura. Della colpa materna – in effetti si tratta di   tolma/azione audace più che malvagia -il re punì il figlio, Erode, cancellandolo dal  testamento Erode, dove vi era nominato come  successore di Antipatro.

E’probabile, professore, che Antipatro,  fatta giurare Mariamne di non parlare circa il veleno venuto da Alessandria,  le abbia  promesso di far scrivere al marito il codicillo  circa il figlio  diadokos?

Solo compromettendola, può aver comprato il silenzio  di una donna di provenienza alessandrina!. Le opere flavie non parlano di un odio alessandrino per Erode  (e la sua  famiglia antipatride)  che  risulta rispettato ed amato in Egitto dagli etnarchi ed alabarchi  giudaici, a causa della  fortuna e della sua amicizia con Marco Agrippa e con Augusto stesso.  Non si conoscono le relazioni tra i sacerdozio leontopolitano e quello  gerosolomitano  in questo periodo: è arguibile che la bestiale tirannia degli ultimi anni di Erode sia stata condannata dal sacerdozio oniade, che, perciò, può  aver favorito le aspirazioni dell’ingrato figlio. D’altra parte in un momento di grave riprovazione del sistema autoritario e crudele di Erode, dopo l’uccisione di Alessandro e di  Aristobulo   non è neanche pensabile che vi sia un giudeo filoerodiano, se non i cortigiani gerosolomitani.

Flavio aggiunge che la conferma ulteriore  per Erode  delle mene di Antipatro viene da Roma.

Da Roma?

Antipatro, non avendo notizia dell’andamento della sua trama, preoccupato,  decide di inviare un suo  liberto, di nome Batillo, con un altro veleno,  un’altra pozione mortifera, composta di veleno di vipere  e di secrezioni di altri serpenti, sì che, se non facesse  effetto il primo veleno, Ferora e la moglie potessero servirsi di questo altro veleno contro il re.

Batillo ha un altro compito da portare a termine, quello di denigrare il comportamento dei due giovani figli di Erode, quello di Maltace,  Archelao, e  quello di Cleopatra, Filippo, che stavano a Roma a studiare ed erano già grandicelli e pieni di senno. Essi davano ombra alle sue speranze ed Antipatro, cercando di liberarsene, falsificò alcune lettere a nome degli amici di Roma, mentre da altri amici, corrotti con denaro,  fece scrivere che i due giovani parlavano sempre male del padre, che compiangevano apertamente Alessandro ed Aristobulo e che non erano contenti di  rientrare in patria.

Batillo, porta ad Erode le  lettere falsificate contro Archelao e Filippo, che sono richiamati dal padre  ed Antipatro è preoccupato e turbato per questo, non conoscendo le intenzioni del padre su di loro

Già, prima della sua partenza, per Roma, infatti, Antipatro, quando era in Giudea, secondo Flavio, a pagamento ottenne che da Roma  venissero inviate simili lettere contro i due giovani  e, per evitare sospetti, si  recava dal padre  a difendere i fratelli dicendo ora che  alcune delle cose scritte erano false,  ora che  si trattava di intemperanze giovanili.

Comunque, il richiamo dei fratelli gli sembra strano anche perché deve rendere conto dell’ amministrazione di trecento talenti; da qui l’invio di Batillo con le lettere e con un rendiconto delle spese sostenute, anche per gli amici romani,  a lui favorevoli, ricompensati  con vesti assai  costose, tappeti variopinti, coppe di argento ed oro  e molti oggetti di valore e denaro,  in modo da includerle nel costo del viaggio e del soggiorno a Roma, con l’aggiunta delle spese per la causa di Silleo, compreso l’acquisto di un magnifico immobile, romano.

Alla venuta di Batillo già le indagini sono finite e  a corte circolano le voci  di parricidio di Antipatro e della sua volontà di  fare un nuovo fratricidio, per cui si coagulano le forze a lui ostili delle due mogli di Erode, aumentando  l’odio per il diadokos, richiamato anche lui  dal padre, che ha le prove contro il figlio.

Nella corte di Gerusalemme la situazione è di massimo silenzio: tutti tacciono e nessuno  è tanto amico di Antipatro da mettere in pericolo la propria vita per la salvezza di uno, che non sa niente della reale situazione e del controllo imposto sulle  strade dal re: la stessa notizia del suo ritorno, annunziato come prossimo, aumenta il silenzio, anche se si vocifera che la sua missione romana è stata conclusa nel migliore dei modi, tanto da essere elogiato da Augusto.

Eppure, professore,  tra l’inizio dell’indagine  e il ritorno di Antipatro passano sette  mesi e in questo lungo periodo nessuno scrive, nessuno trova una via di comunicazione  con il capo ormai riconosciuto di un gruppo, cementato dall’amore farisaico! Possibile che Erode abbia neutralizzato ogni spia, controllato  ogni strada, bloccati i piccioni viaggiatori e perfino   le voci dei marinai  del porto di  Cesarea che,  alla partenza,  hanno  assistito alla fastosa pompa del diadokos  e visto il numeroso corteo di accompagnamento!  Possibile un vecchio malato e rincoglionito, da solo,  ha paralizzato con le torture  uomini di fede farisaica, asmonei  aramaici, guerrieri!

Flavio spiega  il fatto come un intervento di Dio  che sembra favorire Erode, facendo aggirare nella reggia l’ombra dei due fratellastri uccisi  che blocca chi vuole parlare e tiene lontano da Antipatro, parricida e fratricida,  tutti, follemente  intimoriti da Erode!. E’ troppo strano e impensabile che si sia verificata una situazione del genere: sotto le lettere greche di Flavio c’è un’altra realtà che non sappiamo leggere, perché volutamente sottesa o perché occultata da  scrittori manipolatori e falsificatori!

Comunque, ad Antipatro che annuncia il suo ritorno ed informa di essersi congedato  da Cesare con tutti gli onori, Erode – Ant.giud. XVII, 83.- dissimula  scaltramente il suo sdegno e risponde ordinandogli di non ritardare affinché  durante la sua assenza non gli capitasse qualcosa di sinistro; si lamentò un pochettino di sua madre, promettendo che avrebbe  esaminato con lui  queste lagnanze, al suo arrivo.

In effetti Erode gli mostra benevolenza perché teme che il figlio sospetti qualcosa e invece di tornare in patria differisse  la sua permanenza  a Roma  e nel fare questo potesse fargli danno  organizzando un complotto a Roma – ibidem 84-.

Antipatro,  secondo Flavio, dopo la notizia della morte di Ferora  e del ripudio della madre, addolorato, non accetta il consiglio di amici  di fermarsi in qualche luogo vicino,  e di aspettare di vedere ciò che poteva accadere e, mentre accoglie quello di amici che dicevano che col suo ritorno  avrebbe dissolto  ogni accusa contro di sé in quanto l’unica forza  di cui disponevano i suoi accusatori, era la sua assenza.-ibidem 86-.

Perciò, Flavio dice -ibidem, 87: persuaso da questi argomenti  proseguì la navigazione  e attraccò al porto di Cesarea…. allora Antipatro aprì gli occhi e riconobbe le disgrazie  che gli si preparavano perché nessuno gli si avvicinò,  nessuno gli rivolse  parole di saluto e gentili espressioni  di augurio, come era avvenuto alla partenza; al contrario vi era chi non si astenne dall’accoglierlo con maledizioni pensando che quello era là per scontare le pene che gli spettavano per i crimini contro i fratelli.

Guerra giudaica è dello stesso avviso?

Si dicono le stesse cose, rivelando la completa solitudine di Antipatro; si  discute sul non consegnarsi o consegnarsi al padre  se non dopo  aver appurato le ragioni del ripudio della madre, ma con la certezza di doversi affrettare: bisognava, comunque, non indugiare,   togliere i sospetti al padre  e non dare  un’arma in mano ai suoi avversari che, per la sua  assenza, si erano  mossi,  facendo vacillare il suo regno!

Guerra giudaica rileva pollh erhma/la grande solitudine dell’approdo a Cesarea, di Antipatro, avvicinato da nessuno, evitato da tutti, maledetto dai presenti!.

Antipatro capisce subito che non c’era più via di scampo o maniera di sottrarsi  ai pericoli incombenti … di cui  nessuno lo aveva informato esattamente  per paura delle minacce  del re; restava poi una speranza piuttosto  lieta, che cioè nulla fosse stato scoperto oppure se qualcosa  si fosse scoperta,  di potervi mettere riparo con la sfrontatezza e con gli inganni,  gli unici mezzi di salvezza che gli erano rimasti.

L’arrivo alla reggia è ancora più traumatico:  gli amici bloccati al primo portone in malo modo, Varo, il governatore di Siria,  nel palazzo; il padre in lontananza!

Flavio dice che Antipatro  entra con le armi degli inganni e della sfrontatezza e si dirige verso il padre, audacemente  e coraggiosamente gli si avvicina per baciarlo e poi descrive Erode che grida  con le braccia protese e il capo ricolto dalla parte opposta: anche questo si addice ad un parricida, il volermi abbracciare, mentre è schiacciato da simili accuse! va in malora, scelleratissimo uomo, e non toccarmi prima di esserti purgato dalle accuse!. Ti assegno un tribunale e come giudice Varo, che opportunamente è qui  fra noi. Va e preparati a  difenderti per domani, concedo, infatti, un respiro per i tuoi artifici.

Antipatro, all’arrivo,  trova, dunque,  pronto il  tribunale  e  il giudice: Erode ha avuto tempo per preparare  il giudizio e le accuse ed ora concede  un giorno per la preparazione della difesa del  figlio, che non conosce nemmeno i punti delle accuse, formulate.

Flavio in Guerra giudaica I,619 avverte che  Antipatro, senza fiatare  per lo sbalordimento /ekplhcsis, si ritira: fu raggiunto, allora, dalla madre e dalla sorella, che gli svelarono tutte le prove emerse  a suo carico; si fece animo e si diede a cercare argomenti per la difesa.

Marco, nota che Antichità giudaiche  corregge sorella con moglie di Antipatro, un’asmonea, figlia di Antigono, che,  in un certo senso, spiega l’avvicinamento del diadokos alla pars asmonea e farisaica!.

Le  accuse sono  le stesse nelle due opere?

Marco, in Guerra giudaica si  parla di 4 accuse:  di un primo fratricidio,  di  un tentativo di secondo  fratricidio, di un complotto con avvelenamento del  padre, e di  una cospirazione successiva  contro Salome, scoperta dopo la partenza di Varo per Antiochia.

In Antichità  giudaiche, invece,  si mostra Varo, chiamato appositamente come consigliere/ sumbouleuths, che, però, è fatto giudice/dikasths,  in quella occasione particolare,  in una specifica situazione, in cui il re, già malato, accusa,  adirato e in preda a fortissime emozioni, il figlio di parricidio e di cospirazione, desideroso di eliminarlo col veleno, rilevando lo stordimento e lo sbalordimento di un figlio,  vestito di porpora, venuto a salutare, dopo un lungo viaggio  di terra e di mare, il proprio re  padre, che, rifiutando bacio ed abbraccio,  lo incrimina,  imponendogli il giudizio per il giorno dopo, davanti ad una corte di parenti e di amici, riunita in assemblea!.

La fase iniziale dl processo è dramatopoiia,  atto teatrale di un protagonista re, turannos,  di un padre, inquisitore, che ricorda i benefici, gli onori, il poter condiviso, il denaro dato  per il viaggio a Roma,  a cui  è contrapposto l’antagonista, un figlio degenere, che vuole uccidere il padre, volendo la sua morte prima del tempo, dato dalla natura, e che ha congiurato, essendo una bestia ingrata, un malfattore abile, comunque, a dissimulare, perverso e capace di ingannare tanto da far impietosire la corte, da attore tragico.   

Professore, sono due diverse trattazioni,  organizzate per fini diversi  di un processo già fatto in contumacia, prima dell’arrivo, ora ripetuto davanti al giudice governatore romano, che deve relazionare ad Augusto ed emettere sentenza  davanti al  presunto colpevole, da condannare, più per il fratricidio di Alessandro e di Aristobulo che per il reale veneficio del padre!

Certo, Marco, tutto è già fatto, manca solo la ratifica del governatore di Siria che, fatta fare la prova del condannato a morte- che, bevuta la pozione avvelenata, muore all’istante- avuto il colloquio segreto con Erode,  scritto il rapporto  segreto per Augusto sul processo,  il giorno dopo, parte, mentre Erode fa gettare in catene  Antipatro, dopo aver inviato un’ambasceria ad Augusto, per informarlo della sua personale disgrazia.

Professore, noto che non c’è verdetto, anche se la pars accusatoria  e la pars difensiva si sono misurate e confrontate?

Marco, vero !. Nelle due opere non c’è sentenza   del giudice /krisis o katakrisis/condanna!. ma c’ è  un dato comune :tutto era stato preparato per il processo di Antipatro davanti al tribunale dei parenti e degli amici / sunedrion toon suggenoon kai philoon, con lo stesso  Varo presidente: il re  fece introdurre  tutti i delatori / tous mhnutas pantas e tutti gli altri che dovevano denunciare le trame segrete, quanti erano stati torturati, ed anche alcuni schiavi della madre di Antipatro, arrestati poco prima del suo arrivo. Essi infatti recavano una lettera, il cui contenuto era in sintesi questo: non ritornare a casa perché tuo padre è al corrente di tutte le trame ! Il tuo unico rifugio è Cesare,  se non vuoi cadere nelle sue mani!

Inoltre, Marco,  ci sono le parti più o meno estese della pars accusatoria  di Nicola e quella difensiva dell’accusato Antipatro.

Dunque, professore, Erode  più che giudicare il figlio vuole giustificare davanti ad un familiare dell’imperatore  l’arresto di Antipatro,  chiamato da Augusto, Philopatoor, e dimostrare la sua perfidia nel caso precedente della morte dei due figli asmonei e il suo agire tortuoso  di corruttore degli  amici romani e perfino  di personaggi della corte di Livia? Non si vuole la condanna per Antipatro per i reati commessi contro di Lui, ma la punizione per Antipatro, che ha fatto uccidere i suoi fratelli, col suo  aiuto, desideroso ora di  rettificare il precedente errore giudiziario e di evidenziare la  buonafede di un re, raggirato dal figlio, maligno corruttore,  di cui  lui stesso è stato vittima incolpevole!

Certo, Marco!  questo sembra essere  il nucleo di questo  processo ma questo  è a favore di Antipatro, contro cui, in sua assenza,  hanno  operato i suoi  avversari, turbati dalla predizione farisaica della fine del regno di Erode e della possibilità di un passaggio alla  stirpe di  Ferora, e dall’avvenuta corruzione dell’eunuco Bagoa – destinato ad essere padre e benefattore  di un  re di un regno  venturo – e di  Caro, un amasio di eccezionale bellezza, dal re  sommamente amato.

Non conosco Bagoa! può dirmi qualcosa di uno che sembra un miracolato a seguito di un presunto cambiamento di dinastia? Flavio – Ant. giud.XVII,45- parla di uccisioni  di domestici, fatte, a causa dei farisei  che predicano di un Bagoa  elevato a grandi speranze, profetizzato come futuro padre e benefattore  di chi un giorno sarebbe stato  posto sopra  il popolo col nome di re, che avrebbe avuto il potere di dare  a lui,  eunuco,  la facoltà di sposarsi e di  generare figli  veramente suoi!

Una predizione strana, professore,  che a me  ora  fa pensare alla venuta di un qualcuno, che ha un  potere miracoloso, per cui un eunuco possa essere padre di figli!  A Dio tutto è possibile!

Marco, non scherzare! io non posso dirti quello che non so e non cercare di stimolarmi in certe direzioni che  ritengo attualmente proibitive! Antipatro, comunque, appare ora maggiormente legato ai farisei e agli asmonei, vinto, però, dalla cospirazione di Salome che, avendo potere sul fratello, insieme ad amici romani e col favore di Livia, ha tramato  contro il diadokos, facendo emergere una pars  filoromana- ostile al  figlio di  Erode,  anche se congiunto con  asmonei, farisei,  popolo, il piccolo e medio sacerdozio, contadini e  artigiani e capi dell’esercito  – riuscendo con Alexas ed altri a  far moralmente condannare, inopinatamente,  il solo Antipatro, come unico colpevole.

Essendo ormai tutto contro di lui- cfr. Guerra Giud.I, 614 – Antipatro,  fatto entrare dopo la folla degli accusatori,  in un clima  del tutto a lui ostile, si prostrò ai piedi del padre e disse: ti scongiuro, o padre,  di non condannarmi in anticipo  ma di porgere  l’orecchio alla mia difesa, senza essere prevenuto, se tu vorrai, dimostrerò la mia innocenza! Ibidem 621.

Secondo Flavio, Erode, invece,  rivolto a Varo  gridò al figlio di tacere e disseio son certo che tu, o Varo, ed ogni giudice dabbene giudicherete  Antipatro un uomo perduto/ecsoolh perditum abominevole,- un male esiziale – .io temo che tu possa disprezzare la mia sorte  e considerarmi degno  di qualsiasi sventura  per aver generato figli di tale specie!.

Il tono è quello di chi, vecchio, vuole compassione perché lui è stato padre molto amoroso/pathr philostorgatos, che vuole raccontare il suo rapporto coi figli e far sentire la sua storia, prima del giudizio.

Secondo Ant giud. XVII, 94,  Erode  iniziò a commiserare  se stesso per aver avuto  figli  che gli provocavano disgrazie  intendendo dimostrare che   tutto  è iniziato con la venuta di Antipatro a corte, fatto venire come suo custode  ed invece divenuto  responsabile  della  disgrazia della   morte dei figli, nati da una regina ed ora colpevole di attentare alla sua vita: eppure lui  è stato bravo ad educarli ed ammaestrarli  e a fare grandi spese  in ogni tempo per  soddisfare i loro desideri!  nessuno di tali  benefici era valso ad assicurargli la vita allorché  complottarono contro di lui  per toglierli empiamente il potere regio prima che il loro padre lasciasse per legge naturale e lo consentisse il suo volere e giustizia. E di Antipatro disse che non riusciva a capire  quale speranza l’avesse gonfiato da renderlo così audace da giungere a tanto: aveva designato per scritto a succedergli  sul trono in pubbliche  scritture; anzi, essendo lui in vita, Antipatro non gli era in niente inferiore, gli mancava di dargli lo scettro!

Professore, la fase iniziale del processo è in effetti una dramatopoiia  come quella del processo romano dei due asmonei, con un padre miserevole che accusa un figlio che nemmeno ha vera possibilità di difesa  tanto  che alla fine, non avendo ascolto, nel tumulto delle voci dissidenti,  giunge a chiedere di  essere torturato dopo che ha implorato Dio, come suo difensore, che lo ha protetto nel viaggio di ritorno per terra e per mare!

Hai ragione Marco, i due, accusatore ed accusato  sono figure drammatiche  di padre e  di figlio  in un conflitto non solo familiare e morale, ma anche politico e sociale,  sotto cui si cela  un complotto eversivo  interno ed esterno, giudaico e romano-ellenistico: non Erode ed Antipatro, un filoromano e un filoparthico, si contrastano  ma  c’è in gioco anche la sorte di un regno nel quadro del Kosmos romano.

Erode  si dimostra un padre emotivo che, avviate le accuse, non riesce più parlare  e piange come un bambino per la commozione, lasciando al suo patronus il compito dell’accusatore,  che argomenta sui fatti e prova le colpe dell’accusato, ma in cuore suo si augura che suo figlio sia innocente  davanti a lui e alla famiglia e  non si  sia  macchiato come stasipoioon, come sobillatore di rivolte,  davanti ai romani: gli ripugna l’idea di un figlio che voglia immolare  il padre sopra i suoi fratelli morti, che al  primo delitto faccia seguire un secondo delitto ancora maggiore!

Professore, mi piacerebbe capire  come Nicola di Damasco sviluppi il pensiero accusatorio  in modo professionale,  certamente retorico, dopo aver sentito i testimoni,  così da  provare le colpe del diadokos?

Marco, il patronus attacca  Antipatro, riprendendo le stesse parole del re, ripetendo in sintesi le  accuse  riassunte per concludere con la peroratio producendo le risultanze, derivate dalle torture e  dalle deposizioni dei testimoni, dopo essersi diffuso a lungo sulle benemerenze  del padre, sull’ingratitudine dei figli asmonei desiderosi giovanilmente di regno-  dei quali  non si meravigliava – – e  specie del figlio diadokos, di cui si stupisce perché, non si lascia  raddolcire dai benefici paterni  e si  comporta come uno dei serpenti più velenosi, imitando proprio  il loro  esempio, da lui stesso punito.

Il suo epilogos/perorazione è Il seguente: eppure tu,  Antipatro fosti tra quelli che denunziarono i fratelli  per la loro condotta temeraria, tu hai indagato sulle prove,  tu li hai puniti, una volta trovate.Noi quindi non condanniamo lo sdegno col qual tu non lasciasti impunito  il loro crimine, ma ci stupisce la temerarietà con cui hai imitato la loro condotta.  Noi non troviamo le tue azioni dirette a liberare il padre dal pericolo ma  a rovinare i tuoi fratelli in una dimostrazione  di odio per la loro malvagità  e in una attestazione di te, come figlio affettuoso  in modo da essere in una condizione elevata per agire contro il padre con la più grande iniquità… tu hai indicato i loro complici facendoti vedere come accusatore  dopo aver stretto un patto coi complici  contro tuo padre,  avendo bisogno del loro complotto parricida  per essere il solo a giovarne in modo da avere un doppio vantaggio per te,. eliminare i fratelli  e progettare un piano segreto contro tuo padre. Ant giud.XVII;113. Nicola si spiega meglio: tu hai fatto la prima  azione perché i fratelli vantavano diritti maggiori alla  successione, ma non era necessario complottare contro il padre, hai complottato facendo la seconda azione perché  stasipoioon/ istigatore di rivolta.

Da una volontà eversiva statale  deriva, quindi, l’accusa di Parricidio, sottintendendo in padre  la patria ?

Sembra che Nicola, metta insieme il crimen  verso la patria e quello verso il padre in un’accusa unitaria, dopo aver sviluppato il pensiero circa l’avversione verso i fratelli  l’odio contro il padre  cadendo nello stesso loro delitto contro natura , coinvolgendo il padre infelice nella loro stessa sorte,  per un proprio vantaggio, facendo un parricidio non comune, progettato in segreto,  ma di un genere mai menzionato nella storia -ibidem.

Antipatro, secondo il pensiero espresso da Nicola,  ha voluto spogliare il padre che l’ ha accontentato in tutto, facendolo socio successore,  mettendo per iscritto il tuo diritto di diadokos, mentre lui  di fatto  ha complottato, pur dicendo a parole di volerlo salvare,  invasando sua madre  coi suoi disegni, rompendo i vincoli familiari e filiali, chiamando bestia il padre, lui serpente contro il benefattore, vecchio, lui giovane , avendo l’aiuto di guardie, usando trucchi   favorito, oltre tutto, da uomini e donne, in un desiderio di sfogare l’odio contro l’amore paterno, osando perfino, come sfida,chiedere la prova della tortura, come dimostrazione  di non avere la volontà di episphattein  ton patera tois adelphois/ di immolare il padre ai propri fratelli (morti). 

La sua conclusione  è questa: Non puoi certo contraddire la verità: tu  sei veramente  preparato ad eliminare tuo padre, pronto anche  ad annullare la legge scritta  contro di te,  la rettitudine di Varo e la stessa natura della giustizia!.

E   Quintilio Varo cosa decide ?

Varo, di cui tu conosci il giudizio di avidità –Tacito  Hist.,V,6- uomo mite per indole, di abitudini tranquille, alquanto greve di corpo e di animo, abituato ad una vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerriera, da praefectus  non certamente spregiatore di denaro – Velleio Patercolo, Storie II, 117,2, appare giudice accomodante, pagato prima da Antipatro e poi ancora di più da Erode,che svolge le sue funzioni secondo prassi. Infatti  fa la prova  sullo schiavo, condannato  a morte,  che muore all’istante, per accertare l’efficacia del veleno, autorizza Antipatro a  difendersi  e dice: io mi auguro,  e so per certo che anche tuo padre si augura in cuor suo, che tu dimostri di non essere colpevole  di alcuna infrazione /eukhesthaikai ton patera eidenai toon omoioon  eukhomenon, mhden  auton adikounta phooran.

Professore, sembra chiaro che il giudice è benevolo, addomesticato, e che  desidera accontentare e Augusto suo imperatore ed Erode  così da avere ricompense successive anche dall’accusato, destinato alla successione, anche se sorpreso in fallo come un ladro (phooran)   in  quanto stasipoioon?

Per Varo, Marco, Antipatro è innocente di stasis, cioè non può essere un rivoluzionario, perché nominato diadokos da Augusto stesso, può essere solo un  figlio che non sopporta più l’invadenza del potere di un padre malato, bisognoso di cure e rincoglionito e che sta cercando vie moderate di mediazione proprie di un  diallakths/un riconciliatore,  seppure contestato per la sua scelta di  nuove forze, pericolose, ma  non colpevole: per l’epitropos le parole di Nicola sono solo retorica   e  tautologia orientale!  l’ambiente è quello gerosolomitano sadduceo, ora  contrario al figlio di Erode farisaico! non c’è necessità nemmeno di un verdetto: basta la sua gnoomh! Perciò convoca in segreto il re, dopo aver sciolto il consiglio, decide con lui in merito all’indagato, non colpevole, da tenere, comunque,  sorvegliato ai domiciliari  e riparte per Antiochia, il giorno dopo.

Professore, per lei, Varo non ha neanche sentito le parole di Nicola -Ant giud .XVII,116 – né la  difesa dell’indagato che lui conosce dalle parole  scritte dei suoi amici romani ?

Marco, le affermazioni del  patronus, che indulge perfino a  ripetere i pettegolezzi di corte,  sono  un gioco di parole!.   tu non eri giudice delle cose per la clemenza di Erode, ma per la tua volontà e scelleratezza; consideravi le opere del padre, volendo, che, essendo il padre obbediente, tu potessi occupare la sua parte: fingevi allora di volerlo conservare a parole, ma in opere ti sforzavi di ucciderlo, immolando lui sopra i fratelli morti, tu  che sei  stasipoioon , istigatore di  rivolte ed  hai coinvolto tutti i fratelli e tua madre ?!. Nicola,  come i cristiani poi, accusa il fariseo  di non fare corrispondere parole e fatti: per lui Antipatro  una cosa dice e una cosa fa!

 Marco, ogni parola di Antipatro in quella situazione è inutile,  in un clima a lui ostile, secondo Antichità Giudaiche, per cui il diadokos si  affida  a Dio, da buon fariseo, scongiurando gli astanti che lui non è colpevole di niente. In Guerra giudaica I,619-633, Antipatro, invece,  pur sentendosi già condannato, grida, tra gemiti e lacrime, la sua verità, muovendo tutti a compassione, prima col dire che il padre stesso con le sue parole ha fatto la sua difesa, poi col compiangere pigra apodhmia / l’amara lontananza,  di cui hanno approfittato gli invidiosi, ed infine col chiamare a testimoni Roma ed Augusto, dopo aver dichiarato di essere disposto a  subire la tortura: Romh moi martus ths eusebeias kai o ths oikoumenhs prostaths Kaisar o philopàtora pollakis me eipoon/ Roma e Cesare, il padrone dell’universo, che mi ha spesso chiamato Filopatore, sono per me testimoni del mio amore filiale. 

Comunque, Varo, fatta la prova del veleno,  non può fare altro che sciogliere il consiglio  e il giorno dopo andarsene,  ben sapendo delle discussioni circa il suo comportamento dalla pars sadducea e filoerodiana e da quella farisaica e popolare, asmonea, globalmente ed indistintamente  considerata  unitaria come oi polloiibidem  132-

Flavio, che è dalla parte  sadducea  della colpevolezza e della necessitas di un intervento punitivo  divino -ibidem  127-12, comunque,  scrive- Ibidem133: Erode, allora, mise suo figlio in prigione ma i più non sapevano che cosa gli avesse detto Varo sul caso, né che cosa avesse detto alla partenza. I più,  tuttavia, supponevano che quanto Erode aveva fatto ad Antipatro era per suggerimento di Varo / gnoomhi  ekeinou.

Professore, che succede dopo la partenza  di Varo?

Compare una nuova prova contro Antipatro, che aggrava la sua situazione di prigioniero, quando Erode ha già inviata una lettera ad Augusto e un’ambasceria per informarlo della generica  malvagità di Antipatro,/ thn kakian. Viene intercettata una lettera di Antifilo ad Antipatro, prigioniero, che viene letta: ti ho inviato  la lettera di Acme , senza pensare al rischio della  mia vita – era in  Egitto al momento- perché tu ben sai che sarei in pericolo da parte di due famiglie. La fortuna intanto ti sia favorevole in questo affare!. Erode si mette subito alla ricerca dell’altra  lettera,  che  trova  in una toppa di una seconda tunica del latore, scoperta da un servo.

Che circolazione di lettere! professore?  Erode ha certamente uno scriptorium di eccellenza?!.

Certo Marco. Ti  preciso che lo scriptorium erodiano è in grado di scrivere grammata ed antigrapha toon epistoloon, cioè scrivere lettere di servizio a re e all’imperatore come corrispondenza ordinaria, fatta da grammateis  anche a privati cives, specie agli amici romani,  ma  ha una settore di scribae  che fa  copie Antigraphh, che  vale rescritto o memoria del difensore che, di norma,  è in archivio, in un ufficio speciale, antigrapheion, con la dicitura antigraphon (pl. antigrapha)  con specifico  significato  di copia, dopo  che è stato  archiviato lo scritto originale dall’antigrapheus, che  risulta  un sottocontrollore dell’amministrazione (dioikhsis), una specie di  revisore. Aggiungo che si conoscono molti contraffattori e falsificatori  del tipo di Diofanto, chiamati calomosphactai  da Filone cioè uomini che cambiando i termini delle copie  uccidono e fanno perdere le cause. Nelle lettere inviate, Antipatro -lo ripetiamo- fa accusare con questo sistema Archelao e Filippo, il primo figlio di Maltace samaritana e il secondo di Cleopatra gerosolomitana!

Anche la scrittura di un testamento  rientra nei compiti / munera di uno scriptorium, come quello erodiano, in cui, secondo consuetudine,  un re ha come primo beneficiario l’autokratoor e nel nostro caso Erode  lascia ad Augusto 1000 talenti cioè 10.000.000 di dracme e alla sua  domus/oikos altri 500. Un talento vale 10.000 dracme  cfr. Uno spiritoso  epigramma  in www.angelofilipponi.com

Erode, dunque, intercettata la lettera e, conosciutone il contenuto, ha il sospetto che Antipatro abbia fatto la stessa cosa con le lettere di Alessandro e che, grazie  alla sua abilità di falsificazione,  abbia ottenuto  da lui l’ordine di fare uccidere i fratelli  Guer.Giud.I 645!  Rattristato,  ha l’impulso  di far uccidere Antipatro come kukhton  fomentatore, mestatore ed orditore di gravi fatti non solo contro di lui e la sorella, ma anche  contro la famiglia imperiale, da lui contaminata col suo denaro, dato ad Acme, una giudea schiava di Livia moglie di Augusto: il figlio  l’aveva incaricata di scrivere al re una lettera per compromettere Salome ed una a lui, per conoscenza: Acme ad Antipatro. Ho scritto a tuo padre la lettera che desideravi ed ho fatto una copia  della lettera di Salome alla mia padrona, da me composta. e so che lui, appena l’avrà letta, punirà  Salome  come epiboulon/ cospiratrice contro di lui.

Erode, trovata anche la lettera  a lui destinata e lettala ( Acme al re Erode. Mi sta a cuore moltissimo che tu sia al corrente  delle cose che si stanno facendo contro di te.  Venutami, dunque, in mano  una lettera, spedita da Salome alla mia padrona, io la copiai e te la inviai. Per me questo è pericoloso ma è per il tuo bene. Questa lettera fu scritta da Salome  perché voleva sposare Silleo. Ora straccia questa lettera affinché anche io non sia in pericolo  di perdere al vita),  decide di inviare  Antipatro da Augusto per farlo partecipe delle macchinazioni ordite contro di lui.

Erode, poi,  ci ripensa,  temendo che il figlio,  con l’aiuto degli amici romani,  possa trovare una via per sfuggire  al pericolo  e lo trattiene in prigione ed invia l’ambasceria in relazione e al processo e  all’episodio di Acme.

Siccome la sua  malattia peggiora, col consenso dei medici, decide di svernare a Gerico, nei cui dintorni  ci sono  terme  famose, utilizzate anche nel periodo invernale, dato il calore dalle acque (da 40 a 60-63 gradi!), accanto ad altre freddissime,  in seguito note anche a Plinio il vecchio  -St.Nat. V,15:   Prospicit eum ab oriente Arabia Nomadum, a meridie Macherus, secunda quondam arx Iudaeae ab Hierosolymis. Eodem latere est calidus fons  medicae salubritatis  Callirhoe, aquarum gloriam ipso nomine praeferens/ Vi si affacciano ad oriente  l’Arabia dei Nomadi, a sud Macheronte, un tempo seconda fortezza di Giudea dopo Gerusalemme.  Dalla stessa parte  c’è una fonte di acqua calda e curativa, Calliroe, che col nome stesso  proclama l’eccellenza delle sue acque.

Lei pensa che Erode porti anche Antipatro a svernare con sé a Gerico, nello stesso periodo in cui invia l’ambasceria a Roma per segnalare le nuove malefatte del figlio, quando la malattia è già devastante? e di che  malattia soffre Erode? Si sa oggi ?

Non so dire quando effettivamente manda l’ambasceria, anche se ipotizzo che il re abbia urgenza di comunicare il nuovo fatto, che potrebbe segnalarlo con messaggi affidati a piccioni viaggiatori o con altri mezzi  tramite latori di lettere imbarcati su navi mercantili che fanno viaggi anche a mare chiuso! Comunque, sempre alla fine dell’anno  5 a.C. prima di partire per Gerico, per le cure termali!. Molti hanno studiato la malattia mortale di Erode ed hanno parlato di gonorrea,  ma solo alcuni medici americani sono riusciti a definirla sulla base della sintomatologia. Sembra, Marco, che Erode da tempo soffrisse  di una malattia cronica renale, curata  – Erode è amico di Augusto  valetudinario, salvato, durante una durissima malattia, in extremis dal  suo medico personale, che, poco dopo, non salva il giovane Marcello, erede al trono! – complicata negli ultimi anni da una cancrena ai genitali, che lo costringe a letto e  all’immobilità, pur rimanendo sveglio di mente, compatibilmente ad un uomo vicino alla  settantina di anni !.  A dire il vero lo studio viene fatto sulla base del prurito continuo  più significativo  per i problemi intestinali, specie se connesso alla mancanza di fiato  e alle convulsioni.

Dunque, si può dire che  Erode  secondo  i medici di università  americane, muore per una malattia cronica dei reni, complicata da una cancrena ai genitali?

Flavio afferma che, in questa condizione di salute,  Erode, avendo perso la speranza di guarire -aveva l’età di settanta anni- divenne selvaggiamente  imbestialito  e trattava tutti  in maniera incontrollata  con rabbia  e durezza, convinto di essere stato abbandonato da tutti  e che la nazione fosse lieta delle  sue sventure, specie quando alcune figure popolari gli si alzarono contro -Ibidem 148- 

Chi gli si alza contro?, professore

I farisei, già colpiti per non aver voluto giurare col popolo!.

I  farisei  predicano, in quei mesi invernali, a Gerusalemme – non si sa se ciò avviene per una qualche macchinazione di Antipatro e dei suoi amici asmonei,  concordata,  o per un debito di riconoscenza verso di lui, che ha certamente  ben meritato! –  che la malattia  del re  sia opera di Dio: anche Flavio pensa così – Ant. giud. XVII,168 e sg -, convinto che questa è la giusta punizione per la sua empietà!.

Secondo Flavio, a causa della terribile malattia/ nosooi khalephi  Guer. giud. 645-  il re si trattiene  dal punire la sorella – che fa le solite sceneggiate  di  battersi il petto, strapparsi i capelli ecc- –  per le insinuazioni, ritenute false, come le lettere di Antipatro che, alla fine, convocato per discolparsi, rimane  muto  e, pur restio a dire i nomi dei suoi complici,  rovescia infine tutta la  colpa sul solo Antifilo  (che era in Egitto, lontano!). Comunque, Erode  porta con sé il figlio, prigioniero,  a Gerico, e nomina Erode Antipa  reggente in Gerusalemme,  lasciando da parte Archelao e Filippo  Ant Giud. XVII,143.

Si conoscono i sintomi – non dissimili nelle due opere-  della malattia, che diventa sempre più acuta, pur controllata da dottori, che lo curano:  la febbre era leggera, e solo al tocco rivelava i sintomi  di una interna  infiammazione maligna;  il re aveva un bisogno assoluto di grattarsi  e non si poteva non assecondarlo;  aveva ulcerazioni  delle viscere e sofferenze intestinali particolarmente acute e suppurazioni ai piedi visibili. Soffriva di disturbi addominali  e le sue parti intime producevano vermi; avendo, inoltre, una grande difficoltà di respiro, a causa del dolore, emetteva un’ esalazione sgradevole del fiato e per l’affanno aveva una continua  e cospicua palpitazione; aveva,infine,   spasmi in  ogni parte, di una gravità insopportabile – ibidem,168/9-.Secondo Guer. giud.I,656.: aveva  una febbre non violenta, un prurito insopportabile  su tutta la pelle e continui dolori intestinali, gonfiori ai piedi come per idropisia, infiammazione all’addome, e cancrena dei genitali con formazione di vermi ed inoltre difficoltà  a respirare se non in posizione eretta  e spasmi  di tutte le membra. 

Lo scrittore aggiunge che,  anche se straziato dai dolori, nella speranza di guarire, si fidava dei medici e dei rimedi che suggerivano  e che mai ricusava. Perciò, passato il Giordano,  si bagnò nelle sorgenti calde di Calliroe, che sono anche acque potabili,  aventi  proprietà contro ogni male: sono  acque che sfociano nel lago Asfaltite (Mar Morto). Ibidem 171.

Esiste una scuola medica, anche in Iudaea, Professore? Non credo in Giudea ma altrove ci sono grandi  scuole. All’epoca sono due le maggiori n Oriente:  quella  di Pergamo che ha un grande Asclepeion, specializzato in elioterapia , thalassoterapia e in haloterapia, idroperapia,  oltre che  in cure  specifiche degli occhi, famoso nel II e III secolo d.C.,  e  quella di Alessandria, potenziata dal triumviro Antonio, a cui forse appartiene anche Antonio Musa, divenuto medico personale di Ottaviano, dopo Azio, che lo cura salvandogli la vita secondo  Cassio Dione. St.Rom.  LIII e ).Svetonio Augusto 59 ( Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapi statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio)

Erode, avendo rapporti con Cleopatra e con Antonio, sicuramente ha molti medici alessandrini, della famiglia Antonia!.

Sono questi medici  che fanno tentativi per curarlo come quello di immergere il suo corpo in una tinozza di olio caldo  per scaldarlo, tanto che  svenne, e  sembrava che fosse morto da far pensare al peggio agli astanti che  elevarono alte grida, prima di riaversi e di riprendersi.   Probabilmente, essendo a Gerico , ha molte di queste crisi  e in Gerico e nelle terme di  Callirhoe, durante l’invernata, prima di morire il 23 marzo del 4.a.C

E’ certa la data di morte?

No. Marco

E’ una mia personale supposizione in relazione a studi astronomici di scuole americane,  che hanno esaminato le  eclissi di luna  negli ultimi dieci anni prima della nascita di Cristo  – ce ne sono tre: una nel 5 a.C. una nel 4a.C e una nell’1 a.C.!- : sulla base di  teorie ottocentesche riprese da  E. Schuerer,  Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo (175 a.C.-135 d.C.)   I. II , edizione rivista, Brescia 1985-87 , scartando le ipotesi e  i calcoli di W.E. Filmer, The Chronology of the Reign  of Herod Great “J.Th.S.”XVI,1966  e di altri – grosso modo ,  mi sono orientato per la datazione verso la fine del mese  come fa G. Vitucci (La guerra giudaica, Mondadori 1974) che indica genericamente la morte del re in Aprile, poco prima di  Pasqua (XVII, 213), seguendo anche le precise indicazioni astronomiche  di G. Veneziano (Eclisse di Erode, XVII Seminario d’archeoastronomia, Osservatorio Astronomico, Genova 28-29 marzo 2015), che fissa l’eclissi nella notte del 12-13 Marzo e  la Pasqua il 12 Aprile.

Grazie  per la sua spiegazione circa la data di morte del re giudaico. Callirhoe, Professore,  all’epoca,  non è famosa come poi in epoca Flavia?

E’ meno famosa, ma già conosciuta. Penso che la cura di Erode  sia stata propagandata  e le acque,  essendo curative,  diventano famose in epoca tiberiana   e risultano frequentate  dai cives,  anche per bagni all’aria aperta,  se a Madaba (30 km da Callirhoe) nel pavimento della chiesa bizantina di  S. Giorgio,  c’è una mappa col nome della località termale, comunque,  mai ritrovata  esattamente  da archeologi: più di venti anni fa,  provenendo dal Monte Nebo, su indicazioni   di  padre Michele  Piccirillo, trovai  la Gola di  Zarca  Ma’in  e  stupito, ammirai, incantato, e fotografai  un  centinaio di rivoli di acqua più o meno grandi, formanti  cascate e cascatelle di acque caldissime  di varia altezza, nella  zona termale di Hammamat Ma’im, accanto ad altre calde, fredde e freddissime,   poi  fluenti a valle, verso il Mar Morto. Sembra, se ricordo bene,  che   Ain al Zara sia a circa un chilometro e mezzo  dalla gola, dello Zarka dove si  dovrebbe trovare il  sito  dell’antica Callirhoe.

Vogliamo riprendere il discorso su Antipatro ed Erode?   Subito.  Ti faccio, comunque, riflettere:  le notizie sulla salute di Erode, dopo ore o giorni, arrivano a Gerusalemme, deformate dalle dicerie  e spesso comunicate volutamente posticipate, come la morte. E’ un fattore importante  per la comprensione del testo!.Per questo  Flavio dice   che Erode,  in questa situazione,  essendo lontano a curarsi e avendo un giovane coregnante, certamente assistito dal suo consilium,  temendo tumulti  ad opera dei farisei, per la Pasqua imminente,  convinto che essi sono favorevoli a suo figlio, di cui  controlla le sue azioni, fa donativi ai soldati,concedendo  cinquanta dracme ad ogni soldato e considerevoli somme per gli ufficiali e gli amici.   Pagare profumatamente l’esercito è  garanzia di regno per un tiranno, come Erode vecchio  che,  sottoposto ai Romani deve ostentare i simboli del potere imperiale, pur temendo  il figlio e i farisei integralisti,  che ora predicano che Dio vuole la sua morte per la sua empietà, dopo l’anathema  di uomo di menzogna!.

Flavio aggiunge che  a Gerico  fu preso  da una nera melanconia/melaina te kholh, che lo inasprì contro tutti e  decise di fare un piano tale che la nazione intera lo piangesse, convinto che nessuno  desiderasse  che vivesse e che tutti  aspettassero  con gioia la sua morte-ibidem 173-.

Lei,  professore, parla del palazzo di Gerico,  asmoneo -di  cui  ci sono ancora resti-  in cui fu ucciso Aristobulo III, il sommo sacerdote  fratello di  Mariamne?

Si.  E’ da lì che Erode, malato, depresso,  governa.  E’ lì che  dà l’ordine di rinchiudere i protoi del suo regno nell’ippodromo, che ordina che suo figlio muoia, dopo l’incidente del suo suicidio, sventato,   e  che  comanda che siano uccisi i due maestri farisei, che hanno aizzato i giovani a togliere dal  tempio l’aquila romana, da lui fatta porre come segno della divinità di Roma  e di Augusto. Sono gli ultimi tre atti della vita di Erode, ma non  si riesce a  metterli in ordine in relazione  ai fatti, difficili da datare esattamente e  perfino da disporre secondo ordine in una precisa logica funzionale, temporale.

Flavio li scrive  in questo ordine da noi  segnalato; noi,  siamo incerti  sui tempi in cui  Erode, essendo a Gerico, entra in depressione acuta e non sappiano determinare i vari momenti.

Infatti scrive della stasis farisaica ibidem 149-167 :  erano Giuda  figlio di Sarifeo e Mattia di Margaloto molto istruiti /logiootatoi, esegeti delle leggi/ecshghtai vomoon, molto cari anche al popolo/kai dhmooi prosphileis, perché educavano alla musar i giovani/dià paideian  toon neooteroon (infatti  ogni giorno tutti  passavano la giornata con loro dai quali veniva coltivata la volontà pretenziosa  della ricerca della virtù/ oshmerai gar dihmereuon autois pantes  ois prospoihsis epethdeuto

Professore, lei ha parlato molte volte di questo fatto e dei  due maestri della  Legge  in Il martire giudaico ww.angelofilipponi.com ma io ho da chiedere su questo argomento molte spiegazioni e desidero conoscere bene il suo parere sul fenomeno  dei neooteroi  farisaici, collegati con quelli alessandrini, da decenni?.

Il termine  neooteros è comparativo di neos che ha tre significati di base: nuovo; insolito; giovane opposto a palaios;  Flavio lo usa  per indicare una corrente rivoluzionaria giovanile, che tende a novità politiche per mostrare l’integralismo religioso giudaico templare, fedelissimo alla tradizione dei padri  e specie alla legge  di Mosé, come pratica di vita, insegnata da maestri  di cultura mesopotamica, Musar, prescrittivi e  legalisti, allora ben collegati con quelli, seppure scismatici di Alessandria, nonostante la differenza ideologica  politica,  essendo gli uni  antiromani e filoromani gli altri, essendo ancorati al Tempio (la sede del Dio vivente ed unico di Israel) e  tesi all’autonomia nazionalistica i primi,  al cosmopolitismo imperiale i secondi.

Bene. professore,  il termine mi fa ricordare anche  i poetae  novi a Roma come Catullo,  Cinna , Calvo ed altri. C’è qualche attinenza ?

Marco,   a Roma  si tratta di un poetica letteraria e di poeti d’amore  giovani che subiscono l’influsso di Partenio di Nicea, che è un liberto del padre di Elvio Cinna e che hanno come modello di scrittura tecnica e di erudizione Callimaco,  e che, denigrati da Cicerone-  che li definisce cantores Euforionis,   cioè uomini che lodano e celebrano Euforione di Calcide per la ricercatezza di stile – come novi  si oppongono ai veteres poetae come Ennio, con un desiderio sotteso   di cambiare con lo stile  politico anche la pratica di vita.  La novitàs è letteraria  anche se  proclama di dovere  di operare solo su temi di argumenta levia, amorosi, e di  rifiutare quelli gravia, politici!  Comunque, non si può mettere in relazione chi muore per la  patria e per la Legge e chi si ribella ad una tradizione letteraria arcaica in nome di una ricerca di perfezione metrica e di stile elaborato e tecnico,  connesso con l’erudizione  alessandrina!. Non mi sembra opportuno continuare  a  parlare di una poetica letteraria spiccatamente amorosa, mentre siamo immersi in un problema religioso -politico, in cui il termine vale soprattutto fare una rivoluzione, in una società giudaica, aramaica di lingua, intollerante della romanitas, che considera cultura  solo lo studium della Bibbia e della Legge,  in un un rifiuto netto della stessa lingua greca, corruttrice della propria  purezza.   E tanto meno ora che  sto cercando di mettere ordine nelle varie sequenze della dihghsis narrativa di Flavio, essendo giunto all’ultimo decreto erodiano contro i farisei  e poi contro i giudei che non piangono per la sua morte.

Erode, vecchio e malato, si sente  solo di fronte alla morte, ancora convinto di essere  stato un grande re,  e crede di aver diritto  ad un corale  lamento funebre.Nella sua mente svanita,  rimasta, comunque,  megalomene,  convoca come sua estrema volontà i protoi ths basileias  e li raduna  nell’ippodromo  dando  a Salome ed Alexas  l’ordine di ucciderli: il popolo, suo nemico, costretto a piangere i propri  morti,  piangerà, così,  la sua morte!

 Ho capito, Professore, e  ringrazio per la breve trattazione sui neoteroi, Mi dica ora  cosa succede  ai farisei rivoltosi: non la disturbo  nel suo  prefissato lavoro!.

Marco, non ti offendere!.  Non mi ha dato fastidio  parlarti  dei neoteroi latini! Comunque,  io seguito nel lavoro.

I  due maestri, dunque, Marco,  conosciuta la malattia di Erode, inguaribile, saputo della sua falsa morte, sollevarono la gioventù affermando che si potevano  distruggere le opere  che il re aveva edificato  contro le leggi dei padri,  ed ottenere così dalla Legge le ricompense delle loro opere. – ibidem 150-.

Essi esortano i giovani ad essere audaci perché Dio è con loro in quanto Erode è  sotto anathema  e quindi destinato a  subire  la vendetta di Dio, meritata  per le sue opere  del  tutto contrarie alla Legge.

Non ci sono cenni   ad Antipatro,  ma è sotteso che l’azione farisaica  è congiunta con quella dei  seguaci di Antipatro e Ferora e delle loro donne farisaiche idumee ed asmonee, convinti  della fine  della basileia erodiana romana  e dell’ avvento di un regno nuovo!.

I due accusano il re di aver posto sulla porta maggiore del Tempio  una grande aquila d’oro di notevole valore. -ibidem151-: per loro Erode, spergiuro e bugiardo, ha tradito la torah  con l’elevazione   del simbolo della potenza romana, come manifestazione del potere  diretto imperiale  sul tempio e come diritto alla  partecipazione agli utili  del gazophulakion/ il tesoro templare,  ben conscio di profanare tutta l’ area sacra di  Sion, dove c’è il  respiro di JHWH: nessuno può innalzare  simulacri o immagini viventi di qualsiasi creatura nel tempio di Dio! Di conseguenza, secondo Flavio-  ibidem152 –quei maestri ordinarono  di gettare giù l’aquila,  anche se, così facendo,  avrebbero messo gli altri in pericolo di morte, perché bisognava  preservare il proprio sistema di vita, tramandato dai padri a prezzo della loro vita . Era molto più vantaggioso morire che  amare la vita  in modo da guadagnare la gloria per sé, in quanto sarebbero poi stai lodati ed  avrebbero lasciato un ricordo  imperituro del loro  sacrificio  alle generazioni future.

I due dicono che questo è ora il loro destino: la morte! essa  è molto più bella e gloriosa, se corriamo dietro ai pericoli per uomini e donne, figli parenti ed amici  per una nobile causa! Il fatto sembra avvenire a mezzogiorno, di un giorno imprecisato dei primi di  marzo, quando serpeggia  tra la folla la notizia della morte di Erode. Secondo Flavio, allora, i giovani  salirono sul tetto del tempio, gettarono giù l’aquila e la frantumarono con le asce, davanti alla folla radunata di fronte al  tempio, probabilmente nell’atrio dei gentili,  gremito e da gerosolomitani e da ebrei di Iudaea, di  Galilea e Perea  e di molti csenoi   giudei ellenistici e parthici, già giunti per la festività imminente della Pasqua, come sfida a Roma e all’imperatore.

Professore, il tempio non ha  uno strategos con militari, oltre a  un tamias e ad un archiereus, che può impedire  l’azione eversiva e  la rivolta popolare?

E’ una stasis in atto con volontà di un cambiamento totale  sia contro Erode che contro i romani e probabilmente  i funzionari del tempio sono fermi perché solidali con i giovani, destinati al martirio, noti, essendo coinvolti anche loro nell’impresa, specie dopo la  (falsa) notizia della morte  di Erode.

Oltre ai funzionari del tempio c’è la guarnigione romana della torre Antonia- che è attiva forse  anche sotto Erode, il quale ha  anche un nutrito esercito di Sebasteni in Samaria, che convivono con contingenti romani specie a Cesarea Marittima-  con tutte forze che ora sono coordinate dal giovane Erode Antipa, il quale, però, può  agire, dietro  autorizzazione  del padre, che è a Gerico, e dei romani subordinati all’ epitropos  di Siria, lontano!.

Secondo Flavio,ibidem 156  l’ufficiale del  re,  al quale questo fu riferito,  pensando che ci fosse implicato  qualcosa di più serio  di quanto era stato fatto, salì con forze sufficienti  per affrontare la folla di persone  intente ad abbattere l’immagine,  quella che era stata  innalzata.

A  mio parere, Marco,  probabilmente i romani della torre Antonia con i sebasteni associati  non  si muovono perché  è proprio dello strategos il compito della salvaguardia del Tempio,  poi dei soldati regi: questa incertezza  dà  al  popolo il tempo di completare la sua azione distruttiva dell’aquiIa. L’ufficiale – forse inviato da Erode Antipa, che ha dovuto informare Erode ed avere la risposta prima di agire-   fa un intervento tardivo ma efficace! Flavio scrive:  comunque,  si gettò su di loro  diversamente da come si suole fare con la folla, in quanto considerava il gesto audace proprio di un folle capriccio e marciò contro  tutti gli astanti,  compresi i  giudei stranieri  e giovani rivoluzionari, facendo l’irruzione senza pensare ad una via di uscita.

Per Flavio- un sacerdote ma anche  militare (ricordati che fu inviato in Galilea come governatore prima dell’arrivo di Vespasiano!)-l’impresa, rischiosa ed imprudente , comunque, raggiunge l’obiettivo di sedare la rivolta e non farla  degenerare. Infatti  furono  presi non meno di 40 giovani, che avevano aspettato il suo attacco  con coraggio,  mentre il  resto della  moltitudine  fuggì… Catturò Giuda e Mattia, i due istigatori dell’impresa temeraria, i maestri che insegnavano che fuggire era azione ingloriosa.

Fatto questo, l’ufficiale porta i due dal re – cioè dal coregnante   Erode Antipa-   che chiede la ragione della  temeraria azione  ed ha  la seguente risposta:  i pensieri da noi avuti e le  imprese da noi  compiute sono proprie di una virtù eccellente umana/ met’areths andrasi prepoodestaths,  voluta da Dio,  che ha insegnato, tramite Mosè  che  obbedire alla legge è dovere sacro e venerando. Il carattere sacro e patriottico e la volontà di martirio sono  chiari in questa affermazione finale, unanime: noi sosterremo la morte  con gioia  e qualsiasi altra pena  tu vorrai infliggerci, coscienti  che la morte  non cammina con noi per qualche nostro misfatto, ma con  la nostra pia devozione -Ibidem 159-.

Erode Antipa ordina  che tutti i prigionieri siano condotti da suo padre a Gerico, legati!

Erode  li riceve e convoca gli ufficiali giudei al completo nell’anfiteatro, dove è portato con una lettiga, in quanto non si può muovere, mentre vengono condotti anche i prigionieri e i due maestri e forse anche Antipatro.

Erode ha un carattere teatrale e cerca lo spectaculum  grandioso, ama la folla  e il plauso popolare come un attore, desideroso di mostrare il meglio di sé in ogni occasione, megalomane nella sceneggiata,  desideroso  di dimostrare il suo ben regnare, da filoromano, antiasmoneo,  di fronte all’esercito  schierato e davanti ai suoi avversari politici.

Secondo Flavio – ibidem 161- il re iniziò a narrare  tutti gli sforzi compiuti a favore  di loro  e parlò  delle grandi spese, sostenute  per la costruzione del tempio, mentre gli asmonei non erano stati capaci di costruire qualcosa di così grande  per l’onore di Dio nei 125 anni  del  loro regno ed aggiunse che aveva  ornato il tempio di offerte di grande valore,  in quanto nutriva speranza  che anche, dopo morto,  avrebbe lasciato una buona memoria di sé  e un nome illustre.

E’ possibile che Erode voglia mostrare davanti al popolo, all’esercito e ai farisei,  la giustizia della sua  buona condotta,  da filoromano ed evidenziare l’ottusità farisaica antiromana, rovesciando i valori in una  condanna dell’integralismo  nazionalistico patriottico aramaico e in un’esaltazione del Cosmopolitismo romano?

Marco, qualcosa del genere sembra  che, in modo sotteso,  sia detto!

Leggiamo insieme il pensiero di Flavio,  che tiene presente che Erode si sente offeso dalla stasis dei farisei, fatta in pieno giorno, e davanti ai giudei provenienti da ogni parte del  mondo, perché ritiene che il suo nome di philhllen sia così infangato, in quanto è stata oltraggiata la sua opera, emblema del potere di Roma e di Augusto.

Professore, il sacerdote Giuseppe ben Mattatia, prigioniero ad Iotapata, divenuto civis e storico ufficiale  di Vespasiano, un traditore del giudaismo,  è forse  più vicino al pensiero di Erode che a quello farisaico, anche in Antichità Giudaiche, con tutte  le sue contraddizioni?

Marco, mi sembra che  ti avvicini al mio stesso pensiero e rilevi  una logica erodiana  di repressione del  neoterismo rivoluzionario, necessaria in quel momento, come forse vede lo storico nel suo tempo.

infatti Flavio dice:  essi (popolo ed esercito) temendo  la sua crudeltà,  paurosi che la sua collera si inasprisse  contro le loro persone  e li punisse, protestarono  che queste azioni erano avvenute senza la loro approvazione  e ritenevano che gli esecutori non dovevano rimanere impuniti – Ibidem 164-.Flavio informa che Erode, contento che gli sono favorevoli i militari  ( e il popolo), depone il sommo sacerdote  Mattia dal suo ufficio sacerdotale per non aver impedito l’azione  sacrilega dei farisei, ritenendolo corresponsabile dell’accaduto   lo  sostituisce con Iozar, fratello della moglie, dopo aver preso un duro provvedimento verso l’altro Mattia quello che sollevò la sedizione.

 Secondo Antichità giudaiche, ibidem 167:  lo bruciò vivo insieme ad alcuni suoi seguaci  e la stessa notte ci fu un eclissi di luna / H selhnh de thi authi nukti ecselipen 

Flavio, in Guerra giudaica -ibidem 655 – invece,  mostra i giovani intrepidi che rispondono di avere fatto ciò per ordine della Legge  (e non di persone), accusati dal re come sacrileghi ed empi  e puniti  col consenso del  popolo, che teme  un allargamento dell’inquisizione, senza accennare all’eclissi di luna. Infatti  si legge: quelli che si erano calati giù con le corde  li fece bruciare vivi  insieme coi dottori e consegnò gli altri arrestati  agli addetti all’esecuzione.

Ha importanza il dato dell’eclissi di luna?

Per me, storico, che sono alla ricerca di una datazione certa sulla morte di Erode, per molte ragioni diventa basilare, come la cometa per la nascita di Gesù, di qualche anno prima: tre dati certi  (eclissi  12-13 marzo, morte di Antipatro 18 marzo e Pasqua 12 Aprile) mi permettono di fare una indubbia  argomentazione sul problema, autorizzandomi a  giostrare su vari campi.

Allora possiamo procedere per comprendere  come Erode arrivi alla condanna a morte del figlio?

Marco, sembra che  ad Erode  giunga il 18 marzo la notizia di una lettera di Augusto,  che lo avverte di aver punito Acme  per aver aiutato Antipatro nelle sue azioni criminali e che gli concede ampia libertà di azione sul figlio: a sua discrezione il re può agire con potestas regia e paterna contro Antipatro e può, a suo arbitrio, esiliarlo o ucciderlo.

Alla notizia Erode si rallegra  e sembra tirarsi su dalla depressione..

Da Antichità Giudaiche -ibidem  184-  si sa  che è servito regolarmente dalla servitù, che, vedendolo non agitato, nonostante il riacutizzarsi dei dolori addominali,  accondiscende a dare il coltello per il taglio della mela consueta, a pezzettini,  Allora Erode, quando ebbe il coltello, si guardò intorno con l’intenzione di uccidersi  e l’avrebbe fatto  se il cugino Achiab non gli avesse trattenuto la mano destra. Achiab elevò un grido, il cui suono di lamento riempi il palazzo e ci fu una costernazione grande, come se il re fosse morto!-ibidem-

Professore, lei ritiene importante anche questo fatto, avendo ragioni  solo per una definizione temporale ma anche, date le discrepanze e le contraddizioni testuali, per la precisazione dei fatti  e della loro durata.

Certo. I farisei possono aver compiuto il gesto  provocatorio dell’abbattimento dell’aquila  in pieno giorno suscitando la   stasis/rivolta  in armonia col loro pensiero politico  e socio-religioso, antiromano – come vendetta  della  precedente strage fatta da Erode  e  del  pagamento pecuniario  con l’aiuto della famiglia di Ferora  (e di Antipatro!? ) antierodiano ed  antiromano, subito dopo  qualche giorno  della  partenza di Erode per Gerico col figlio prigioniero -( almeno una decina di giorni  prima della notte 12-13 Marzo, data  dell’eclissi di luna del 4 a.C. per gli istituti americani astronomici).

I  Farisei,  professore, dopo la notizia  dell’imprigionamento  di Antipatro   e del suo trasferimento a Gerico potrebbero aver iniziato le riunioni coi giovani neoteropoioi  e stasipoioi  e le contestazioni  davanti al tempio, come prove, anche  in presenza dei militari di servizio, prima di  fare l’impresa antiromana?.

Marco, a questo  ovvio ragionamento aggiungo che l’ambasceria erodiana possa aver fatto un rapido viaggio e anche il corriere possa essere  stato veloce. Si è nella norma di una mesata circa.  Si sa che si può  arrivare a Roma  con nave in una ventina di giorni e che un tabellarius, informato tramite specchi e segnali di fumo, può percorrere  con meno giorni  la stessa distanza, magari, partendo dall’Acaia.  Non si sbaglia di molto se pensiamo che la  stasis  avvenga ai primi di  marzo, calcolando i tempi della partenza dell’ambasceria  da  Cesarea  prima della metà di Febbraio  e del ritorno di un corriere ( o di un piccione!) con le risposte di Augusto. 

 Bene professore. Quindi, il suicidio, non riuscito,  si potrebbe datare il giorno 18 marzo, qualche giorno dopo la  sfilata dei prigionieri davanti al popolo e all’esercito  nell’anfiteatro di Gerico, avvenuta dopo  l’abbattimento dell’aquila,   la cattura  dei stasipoioi e il loro trasporto da Gerusalemme a Gerico  per comparire davanti al re!

Ma cosa fa Antipatro, per essere condannato a morte, quando è ancora prigioniero?

Antipatro,  informatosi dell’ accaduto, probabilmente gioisce per la morte del padre  e crede giunto il giorno sospirato dell’inizio del suo regno! si lascia prendere dall’euforia e dall’entusiasmo  e comincia  a parlare da re!

Il figlio è  incauto a volere assumere il potere nel palazzo, nonostante la consapevolezza della fedeltà delle guardie del corpo del padre, ben pagate, non facili ad essere  comprate con promesse di futuri doni!.

Flavio –Ibidem 153-54 – scrive:  Antipatro, credendo che la vita di suo padre era realmente alla fine, cominciò ad assumere un tono e un  fare imperioso come se fosse sicuro e libero  da qualsiasi legame  e potesse prendere il trono, senza contrasto: prese  a trattare  la questione della sua liberazione, promettendo ricche ricompense  per il presente e per il futuro come se per lui ormai fosse giunto il tempo della successione.

Antipatro, forse riesce a corrompere qualche guardia  e  si comporta come diadokos, ma il carceriere secondo Flavio. non solo rifiutò di assecondare Antipatro, ma manifestò le sue intenzioni al re, aggiungendo   molti particolari di sua iniziativa.

Secondo Flavio- ibidem 187-   Saputo questo,  il re gridò, picchiò la testa sebbene fosse sul punto di morte,  si alzò sulle braccia,  chiamò una delle guardie del corpo e gli ordinò di andare senza indugio ad uccidere Antipatro e, subito, a seppellirlo in Hircania, senza alcuna cerimonia!.

Possibile che un semplice carceriere, anche se ben pagato  non accetti  le condizioni di un uomo come Antipatro?

Il carceriere  è lo stesso  Achiab, cugino del re (forse nipote!)  un militare familiare, o hgemoon  ( Guerra Giudaica, I,663) un uomo di massima fiducia e confidenza, il comandante delle  guardie  del corpo, fedelissimo ad Erode  e ai romani, come poi dimostra in seguito, anche con Archelao: lui, salvando il re,  ed aizzandolo in quel particolare momento è persona certamente ostile al figlio di Doris, di cui  determina la morte. Peccato che non si conoscano le ragioni di una feroce  avversione  tra i due!: sarebbe bastato poco per favorire  Antipatro, risultando ormai spacciato Erode! Penso, Marco, a Tiberio in fine di vita,  sempre collassato, capace, comunque,  di riaprire per qualche istante gli occhi e di comandare, nel marzo del 37 d.C.alla presenza di Macrone e di Gaio Cesare Caligola!Il capo pretoriano abbandona il sole che tramonta e sceglie il sole che sorge!

Caligola è fortunato,  Antipatro no!

La notizia della  morte di Antipatro  e del trasporto della salma ad Hircania-  Kirbet Mird, ad oriente di Gerusalemme, confonde gli animi di cortigiani di Gerusalemme, in attesa della morte di Erode, e  si propaga  davanti al tempio, dove ancora qualche maestro arringa le folle per prepararsi coi propri discepoli  ad una nuova stasis contro Erode nel periodo pasquale,.

Non solo i farisei ma anche altri, asmonei  e popolo , per commemorare il loro protettore Antipatro e vendicare  Giuda e Mattia,  si agitano davanti al tempio!.

Dunque, professore  dopo la morte di Antipatro, essendo già vicina la Pasqua,  Erode,  avendo meditato  una sua personale vendetta contro il  popolo infedele,  avendo già convocato con un decreto ogni capofamiglia della nazione giudaica del suo regno,  li fa radunare dal suo esercito, in attesa delle sue estreme volontà,  nell’ippodromo di Gerico? .

Si. E’ questo l’ultimo atto ufficiale/prostagma , dopo quello del cambio di testamento (modificò di nuovo il suo testamento nominando successore Archelao, il più grande dei figli,  che era fratello di Antipa  che nominò tetrarca-Ibidem  66-. E’  l’epilogo,il suggello  della  sua senile  mente malata e megalomene!

Prima di leggere insieme Flavio –  Antic.Giud. XVII 174-181, devo dirti che  per la realizzazione del  piano, ha bisogno della collaborazione di Salome  e di Alexas, chiamati a Gerico per comunicare che tra breve  sarebbe morto poiché le pene e il dolore lo affliggevano in ogni parte del corpo.

Leggiamo attentamente : i giudei si recarono da lui da ogni parte  del regno perché era stata convocata la nazione intera/pantos tou ethnous  e tutti avevano obbedito a questo ordine poiché altrimenti sarebbero stati uccisi in caso di inadempienza del decreto scritto; il re, furioso in egual modo con tutti, innocenti e colpevoli, li fece rinchiudere tutti nell’ippodromo -ibidem 174-

Probabilmente ha già convinto la coppia malefica (la sorella e il figlio di Alexas- il nemico di Ottaviano, ucciso  da lui, omonimo-) ad adottare quel piano folle, con pianti e promesse, a fargli un funerale quale non ebbe mai nessun re. (vi sarebbe stato cordoglio  per tutta la nazione, corrispondente al lamento che veramente si sprigionava dall’animo e dal cuore, non una presa in giro, non un contegno irriverente verso di lui!) ibidem 177.

Erode, in lacrime, li  aveva implorati di agire secondo le sue disposizioni, si appellava  all’amore della famiglia  e alla  fede in Dio. Ed essi  si presero l’incarico di non lasciarlo privo di onore e promisero di non lasciare inattesi i suoi voleri. ibidem 179 

Per lui era penoso andarsene  senza lamentazioni  e compianto degni della morte di un re! 175

E’ un ordine di uno che delira, moribondo!

Seguitiamo a leggere: quando si sarebbero accorti  del suo ultimo respiro, avrebbero dovuto far circondare l’ippodromo di soldati, ignari della sua morte (infatti  non si doveva rendere pubblica prima di ordinare di abbattere  tutti quelli che vi erano dentro); se così avessero fatto,  lui sarebbe stato felice per due motivi, uno  che le sue istruzioni erano state eseguite, l’altro  che era stato onorato in punto di morte con un cordoglio pubblico!

Un progetto folle,  fatto da chi non ha avuto un corso di vita naturale ed umano, ma è stato un superuomo, sovrumano, anche se dice che la morte è in se sopportabile e sperimentabile  da tutti, anche da re, una livellatrice inesorabile !

Professore, fa un commento Flavio,  come sacerdote come asmoneo e come militare?

Ecco il suo commento finale. A te il  giudizio!

Questa conclusione è inevitabile se,  al momento di lasciare questo mondo, si prese cura / eikhen pronoian/ di abbandonare la nazione tutta intera ,  in uno stato di completo cordoglio per la perdita dei propri cari, dando l’ordine di eliminare un membro per ogni famiglia, che pur non aveva fatto alcun male, né recato alcuna offesa, né  era accusato di nessun crimine! In un istante come quello della morte, anche l’uomo che non ha alcun amore per la virtù, dimentica ogni odio anche per quelli, che  sono davvero nemici.

Erode! Una bestiaccia! anche per Flavio!  professore.

Flavio in Antichità giudaiche, -ibidem 192 -chiudendo, scrive: fu uomo egualmente crudele verso tutti, facile all’ira,  incurante della giustizia., favorito dalla fortuna  più di ogni altro uomo: da privato divenne re  passando per ogni sorta di pericoli, superandoli tutti e visse fino ad età avanzata.

Anche se  Flavio lo considera fortunato eutukhs come  soggetto politico e come re cliente di  Cassio,  di Antonio ed infine di Ottaviano, come vir favorito dai romani tanto da diventare il terzo  uomo dell’imperium dopo Augusto e Marco Agrippa, osannato dai greci e dagli ellenisti come presidente dei giochi olimpici da lui ripristinati, celebrato per le sue costruzioni  monumentali e specialmente per la ristrutturazione di tutta l’area templare e del tempio stesso- una opera magnifica-  lo giudica  atukestaton  in famiglia (Guerra Giud, 666),  panu dustukhhs,(Ant.Giud. XVII,192)  in quanto non pianto, né compianto dalla famiglia ed esecrato dall’intera nazione, che lo valuta secondo il pensiero morale farisaico: uomo di menzogna, contrario alla virtù e alla Legge, filoromano corrotto dalla Romanitas  anche nei costumi, non certamente  giudeo, ma solo  mezzo idumeo e nabateo!

Professore, non mi ha detto, però,  se Salome ed Alexas mantengono la promessa ad Erode morente?

No. Non la mantengono. Non hanno il coraggio di eseguire la volontà del re! La strage avrebbe avuto ripercussioni  pericolose a Roma e a Gerusalemme dove la stasis già è pronta per la Pasqua.

I due neanche la morte di  Erode manifestano al popolo e si presentano all’ippodromo  dicendo che il re ha deciso di liberare i prigionieri e di rimandarli  a casa, poi convocano un’assemblea/ecclesia  con alcuni popolari  e coi capi dell’esercito nell’anfiteatro di Gerico.

Qui, data la notizia ufficiale della  morte del re, secondo Flavio Guerra giud.I,667, Tolomeo – al quale era stato affidato l’anello col sigillo – glorificò il re, rivolse un’esortazione al popolo e lesse la lettera  lasciata da Erode  in cui  invitava insistentemente alla fedeltà verso il successore. Dopo la lettera  aprì e lesse i codicilli,  in cui Filippo era nominato tetrarca  della Traconitide  e delle terre confinanti, Antipa tetrarca di Galilea e Perea  ed Archelao re.

Bene. Grazie. Professore.

Possiamo  per  una valutazione generale di Erode mantenere il giudizio da lei dato anni fa, in Erode il Grande filelleno, www.angelofilipponi.com?

Marco, penso che, dopo aver scritto Antipatro, padre di Erode, Erode basileus, Alessandra la suocera di Erode, Archelao  figlio di Erode, il falso Alessandro ed Augusto, Antipatro e i figli innocenti di Mariamne e La morte degli “innocenti” ed il “regno” Antipatro, posso mantenere lo stesso giudizio su Erode, un mezzo idumeo-nabateo, civis ioulios ben integrato nel kosmos romano-ellenistico, un uomo katholikos, un grande re e abile statista a lungo, distrutto alla fine dalla famiglia, dalla malattia e dalla vecchiaia, un  militare celebrato dai giovani  giudei ellenisti, un  dioikeths,   methorios e liberale, un amante di Roma, dell’imperium,  della paideia romano-ellenistica, un magnifico costruttore, capace di rivaleggiare con Marco Agrippa e con Augusto- che hanno mezzi infinitamente superiori-    grazie alle tecniche dei qainiti giudaici.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

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Una rilettura di Considerazioni dell’opera di Benedetto XVI

Viventes ad amandum, ad utendum res sunt; nos, contra, viventibus utimur, amamus res!

I viventi esistono per essere amati, le cose per essere utilizzate; noi, invece,  ci serviamo dei  viventi  ed amiamo le cose!.

 

Perché non rileggere quanto scritto da Angelo Filipponi in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI?

Potrebbe venire fuori un nuovo logos, storico, umano, espressione concreta, paradigmatica, di una metodologia  anthropica,  opposta a quella utilitaristica mitica,  di una tradizione ebraico- cristiana elitaria!

E’ un modo nuovo di ragionare con un nuovo sistema di misura in relazione ad una  nuova concezione di uomo, di creatura, vivente, in modo paritario, il suo destino, là dove la sorte lo pone  in mezzo ad altri esseri animati ed inanimati, con  cui stabilisce proficui reciproci rapporti di convivenza, secondo criteri integrativi naturali e razionali prima, religiosi, poi!

Per me, professore, come per i miei amici e compagni di classe, il suo pensiero risulta una nuova logica,  che mi ha orientato nel corso della vita, come dice Giovanni in Caro  professore www.angelofilipponi,com che parla di cambiamento di vita.

Marco, non so  se è proprio così !I mio pensiero solo forse per alcuni è utile, mentre per altri non è servito a niente! Non è detto che ciò che giova a te, come medicina, sia utile ad un altro, a cui potrebbe essere veleno; c’è una immensa varietà  nella galassia altro! Siamo tutti uomini eguali ma differenti per genetica, che ci differenziamo anche per educazione iniziale, conforme al contesto, e per sorte, avendo diversa libertà naturale e socio-economica, in relazione alle opportunità ambientali. A me risulta solo  un lavoro serio di un cristiano occidentale, di cultura romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale,illuministico e positivista, laico,  che ricerca la Storia  e la fa,  anche sulla figura di Gesù Christos, studiata e dimostrata come  persona umana mitica, poi divenuta teologica, romana,  clericale guida assoluta egemonica, propria di un theos vivente, eterno nomos empsuchos, non certamente fraterna  creatura vivente!. Per me  come ho  già scritto in Gesù, l’ebreo di Galilea vivere  è stato lavorare  e fisicamente e  spiritualmente distaccandomi dagli altri, per capire qualcosa e poi orientare gli altri, senza imposizione, lasciando libero  ognuno  nel fare  il proprio iter  secondo  natura e ragione.

Io, professore,  ho trascritto  quanto lei ha detto in  Gesù l’ebreo di Galilea: Non ho avuto mai, se non da ragazzo, come interlocutore un tuttologo:  amo fare,  parlo poco e solo se è necessario. Non ho voluto ciarlatani accanto, preferendo lavorare con operai e sudare con loro in operazioni costruttive. Per tutta la vita ho scelto uomini che lavorano e che studiano,  scienziati, ricercatori, tecnici ed  operai con cui parlare concretamente di problemi veri per fare una reale situazione e cercare una soluzione. Comunicare per me è  fare un dono scambievole di qualcosa ad uno, paritario, e perciò dire è funzionale a qualcosa, per  manifestare concretamente il proprio pensiero e confrontarlo con quello altrui, così da trovare un modo per conciliare ed arrivare ad una soluzione concreta. In caso di incapacità realizzativa da entrambi le parti, si riconosce il proprio  limite e si ride  insieme delle proprie idiozie e della propria debolezza, constatata in situazione reale. Se non si ha forza di operare insieme, costruttivamente, non  servendo la tautologia, è preferibile fare lo scemo, presentando una faccia da ebete ed andare per la propria strada. Per anni, perciò, avendo distinto illuministicamente  tra dire e parlare ed  avendo  pensato che è meglio stare zitti, anche se tutti vogliono parlare, ho taciuto lavorando da solo e come studioso e come artigiano, alternando  le attività nel corso della giornata. Siccome non è stato  sufficiente il silenzio, sono stato costretto ad  operare scrivendo  e  a mostrare  il frutto concreto come risultanza operativa in modo paradigmatico (Cfr. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995). Comunque, in casi estremi, nel corso di 45 anni di  ricerca,  è stato  necessario tenersi lontano dagli altri,  ritirarsi in meditazione, in solitudine, in un lavoro costruttivo di manovalanza. Il silenzio allora può diventare, nell’assurdità del parlare altrui, specie politico e sacerdotale,  un discorso eloquente  e razionale, un esempio operativo eclatante, un metodo.  Comunque, sono sempre fuggito da chi crede di sapere ogni cosa e pensa di poter arrivare razionalmente a soluzioni e a chiudere dogmaticamente, in un netto rifiuto della predica. Non ho, dunque, seguito le persone che sanno ogni cosa e che creano percorsi o vie,  convinti di avere conoscenze, di saper dire la parola definitiva o di poter parlare di tutto a tutti e di fare, caso mai, spettacolo. La parola di Gesù mi ha sempre affascinato, fin da bambino e perciò ben presto ho cercato i logia del signore  in aramaico, ma ho amato anche quelli greci, anche se tradotti, più di quelli latini, data l’equivocità della romanitas christiana

Lei, professore, perciò, dopo avere rilevato l’assenza della Historia in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI e  in Storia o teologia, evidenzia  ora la necessitas di dover formare l’uomo, solo su un piano umano e non teologico al fine di creare  un anthropos in senso naturale e razionale in modo da orientarlo ad esistere come  essere,  eguale ad ogni altra creatura,  senza privilegi, nel pianeta Terra, un piccolo kosmos  del sistema solare, un pulviscolo nei confronti delle Galassie astrali! Per me è  giusto che  lei  affermi  che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima,  e poi ad essere cristiano e che il tempo di formazione umana deve precedere quello di formazione religiosa (buddista , cristiana, islamica ecc): io anzi  ritengo vero  che le nostre turbe, le nostre  fobie, i  nostri  squilibri  e stati ansiosi  derivino da una educazione sincretistica  in cui si fonde storia con Muthos,  muthos con storia,  il sistema uomo con quello cristiano ed infine mi sembra che lei, laico, pur nel massimo rispetto della  funzione universale papale  a papa Benedetto XVI, umilmente, avrebbe voluto dire, negli anni del  suo pontificato, che ritrovare Gesù ebreo di Galilea  significa ritrovare l’uomo  al di là della religione, capace davvero di essere divino nel  fare quanto dice, nel realizzare conformemente  quanto pensa ( cfr. Idea di un Jesus of culture www.angelofilipponi.com) in un contesto geografico non più romano-ellenistico,  ma universale, non più  secondo una metretica platonico- aristotelica, ma  secondo canoni  scientifico-astrofisici nuovi, dove neanche è pensabile la figura di un  Unico Redentore universale! Ed ora credo che lei a lui, emerito papa Ratzinger, non al suo successore, indifferente ai problemi religiosi, spirituali, totalmente immerso nell’apparato finanziario economico temporale, e in quello socio-politico, avrebbe voluto  mostrare, per un altro orientamento, le risultanze di una ricerca  storica, non certamente conclusa, sicuramente piena di errori, ma  ben ancorata nella Storia Giudaica,  giudaico-romana, romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale, secondo nuovi orizzonti naturali ed astrofisici,  in un’etica più ampia ed universalistica, veramente antropica!.

Grazie, Marco. Forse vai oltre il mio stesso pensiero! Comunque, insieme rileggiamo Le considerazioni e Storia o teologia!

Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne

Giulio Erode, il Filelleno

V. libro  Il “regno di Antipatro” e l’ultimo Erode

 

Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne

Niente è facile,  specie se bisogna fare! Ogni impresa, anche la più elementare, risulta difficilissima!

Professore, perché non mi parla della tragedia dei due figli innocenti di Mariamne, fatti strangolare dal padre? Noi cristiani parliamo  di una strage degli innocenti, mai avvenuta, e non conosciamo la morte di Alessandro e di Aristobulo, avvenuta dopo processi, documentati, in tribunale, a seguito di accuse e calunnie,  dopo reali verdetti? Vorrei tanto dire qualcosa di preciso, di storico, sulla vicenda di  Erode e dei suoi figli, ancora oggi avvolta nel Muthos!

Marco, te ne parlo sulla base della mia ricerca sugli Erodiani,  a seguito della revisione della traduzione del XVI libro di Antichità giudaiche. La tua domanda, però, è polemica nei confronti dei cristiani  e della loro credulità mitica, basata su  invenzioni, di corredo, alla nascita di Gesù – il 25 dicembre  dell’anno domini   0 , inesistente, posto tra il 1 a.C e il 1 d.C  – inteso come ab incarnatione  domini Iesu Christi – a Betlemme, in un  presepe secondo  Luca 2.1-20, dopo un editto di Augusto, tra canti di angeli e  in mezzo a pastori che adorano il neonato bambino,  il quale, secondo Matteo 2.1-23 , appena nato, è venerato ed adorato da re Magi, venuti dall’Oriente, che seguono una stella e che non tornano da Erode, impaurito dalla notizia della nascita del divino fanciullo! Tu,  Marco, neanche prendi in seria considerazione l’annunciazione di un angelo alla vergine Maria, il suo parto divino, la fuga col marito in Egitto  e nemmeno la tradizione del presepe di  Francesco di Assisi appena  tornato dalla Terrasanta.

Professore, lei mi vuol dire che gli Eventi evangelici sono tutti mitici perché Erode è morto secondo la nostra tradizione, ancorata alla datazione, errata di 4 anni,  di Dionigi il Piccolo,  prima della  nascita di Cristo, il 4 a.C. !?

Io, Marco,  faccio un discorso storico e  mi baso sulla datazione classica cesariana o greco-ellenistica  dalla prima olimpiade 777/776 a.C. , mentre il monaco Dionigi nel 525 d.C. calcolò una datazione non più  ab Urbe condita cesariana, ma neppure quella,  vigente alla sua epoca,  iniziante  dal primo anno dell’impero di Diocleziano (284 d.C.) senza l’anno zero, quell’anno compreso tra  l’1 a.C e l’1 d.C.-poiché non si conosceva la numerazione araba-.

Posso dire, professore, che il re giudaico, quindi, non può sapere niente  di Cristo e tanto meno decretare di uccidere  i bambini neonati!?

Certo!.Marco. Anche  tu hai una tua visione storica e non accetti più le favole cristiane: ti sei scristianizzato, dentro, e non vivi più il clima del dolce Natale,  ma ancora ci sono uomini e donne che  cristianamente vanno alla messa di Mezzanotte  ed aspettano coi figli la nascita del Bambino Gesù. Cfr.  Ambrogio e la celebrazione del Natale www.angelofilipponi.com

Ora, Marco, per me è difficile parlare storicamente. Ho quasi timore a dire che il mio compito è arduo in un clima sacro religioso come quello natalizio, attuale, in cui  tutti sono buoni, si chiamano fratelli, si  fanno regali, aprono le case a parenti ed amici, come celebrazione di una festa, in memoria di un Gesù nato, e  del  mistero  dell‘incarnazione di un Dio, venuto in terra dal cielo per redimere l’uomo dal peccato originale di Adamo! Tutto è spettacolo e commercio, in una mistione di sacro e profano piacevole! Mi sembra di essere sacrilego  a raccontarti  una qualche porzione di verità (se è Verità!) storica, nel contesto giudaico di una corte, come quella di Erode il Grande, dove si scontrano due famiglie, quella asmonea e quella idumea, con due diverse ideologie  e si affrontano per la successione ad un re vecchio, malato, rimbecillito,  quasi abbandonato dai romani, manovrato dal figlio maggiore, contro i figli di Mariamne asmonea.

Fare la storia di circa  un decennio(13-4 a.C.)  non  è facile, data l’unicità di fonte, di un autore, ambiguo per la doppia formazione, sadducea e farisaica,  scrittore di due diverse opere, pubblicate in due differenti momenti, da cui si rileva che la storia è storia di uomini e che la storia dei figli di Mariamme, veramente tragica, segna il tramonto del regno  di Erode il Grande nel kosmos imperiale romano.

So bene che al cristiano interessa solo la favola della nascita del bambino  Gesù, ormai accettata come fatto reale, e non il mio discorso che risulta un vuoto parlare! comunque, iniziamo a fare storia, a far luce su un periodo poco chiaro.

Per trattare dei figli di Mariamne, della  loro nobiltà ed innocenza, protagonisti della  narrazione,  devo necessariamente trattare dell’antagonista principale, che non è Erode, ma suo figlio maggiore Antipatro, dal momento in cui rientra nella sua famiglia dopo l’esilio, inflitto,  a lui bambino e alla madre, dal padre,  che  ha dieci mogli e 15 figli, che vive in un Palazzo a Gerusalemme  con la sua corte, circondato da adulatori e da spie romane, prigioniero, nonostante la formale regalità!.

Secondo il mio  consueto lavoro,  devo, perciò,  fare il contesto con la situazione  iniziale  e  precisare la  data probabile nell’inverno del  13/12 a.C. citando l’autore, che ha  già mostrato lo stato di animo di Erode e il clima  fosco della corte erodiana negli ultimi anni del re  Cfr.  Archelao, figlio di Erode e  Il falso Alessandro ed Augusto, www.angelofilipponi.com

Flavio (Ant.Giud., XVI,78) scrive: essendo l’animo di Erode infelice e sconvolto,  nel tentativo di frenare i due giovani figli, Alessandro ed Aristobulo, fece venire presso di sé l’altro figlio, di nome Antipatro, che gli era nato, quando era  privato cittadino e decise di onorarlo.

Professore, si tratta di Antipatro, nato da Doris,  moglie/neanis tredicenne, nel 47 a.C, allontanato dal padre, con la madre poco prima del 40 a.C, quando Erode,  in fuga, conduce la famiglia a Masada?

Si. Marco.  Cfr. Guer. Giudaica I,22.1. Forse, allora, lascia Antipatro  probabilmente  in Idumea, quando provvede alla salvezza  della promessa sposa Mariamne e della madre Alessandra, e  di sua madre Cipro, incalzato dai Parthi. Non si sa niente del suo sacrificio di abbandonare moglie e figlio di sei/sette anni  in Idumea, suo feudo, comunque, familiare!.Allora è preminente la giovanile ambizione di impalmare l’asmonea  Mariamne – di cui è pazzamente innamorato- che gli avrebbe potuto  dare una qualche remota possibilità di regno in Giudea!.

Allora, Erode bandì/’εφýγαδεúσεν  da Gerusalemme, per di più occupata dai Parthi, per amore di Mariamne, moglie e figlio concedendo loro il  ritorno soltanto nel periodo  delle feste- Guer. Giud, I,22.1.433-. Per la moglie, non ancora ventenne, e per il figlio, νηπιōς, l’abbandono  è più di un tradimento!

Per Antipatro sono anni lunghi, di attesa, di rabbia, nei confronti del padre, odioso ancora di più, per il  feroce rancore con cui lo educa la madre,  offesa nella sua femminilità e nel suo onore, a causa del ripudio!

L’ insperata chiamata del padre non placa, dopo oltre un venticinquennio, né cancella  i tanti patimenti subiti e, tanto meno, l’odio!  Comunque, Erode comincia  subito a  mostrargli la sua preferenza,  concedendo ogni sorta di onori, appena il figlio  Antipatro si presenta  a corte.

In un crescendo di onori, in un paio di anni  Erode lo rende simile a sé;  tuttavia, Antipatromalato della  sindrome rancorosa del beneficato,  verso il padre euergeths/benefattore,  non vede i favori  né apprezza gli onori  perché cova  odio profondo per il precedente abbandono e non sente il dovere  della gratitudine, come riconoscimento di quanto fatto al momento per lui, ma, in cuor suo, rileva quanto fatto per gli altri, in un giudizio negativo dell’azione paterna e in una  condanna, nonostante il formale  omaggio!

La  notizia di Antichità giudaica è anche in Guerra Giudaica, I,23.1. 448.

La scelta di fare venire Antipatro  come epiteichisma tois uiois/ propria difesa contro i figli  a  corte (ibidem)   è  degli anni 13/12 a.C, quando l’uomo ha quasi 35 anni: non sarà un bene per Erode, che diventa vittima del figlio (ibidem 79), ma  lo fa, desiderando soltanto  umiliare l’arroganza nobiliare dei figli di Mariamne asmonea, per meglio educarli al trono!.

Al padre, re,  poco interessa il pensiero del figlio primogenito, vissuto da privato in Idumea e in Nabatea,  formatosi nella dura lotta quotidiana per campare in mezzo ad altri popolani, aramaici, filoparthici, scarsamente religiosi, ebrei  a metà, ancora veneranti il Padre e   profeta Kosè/Koze, creduto Dio ( cfr. Ant giud, XV,253)! 

Al re interessa far cessare la temerarietà dei figli di Mariamne costretti a vedere di fatto  che non soltanto a loro  e, non per necessità, spettava il regno! (ibidem).

Erode crede  che, mettendo a loro fianco un uguale  per dignità, maggiore di molti anni per età (12 con Alessandro e 15 con Aristobulo) possa calmare la velleità  nobiliare dei due giovani, adolescenti, eredi asmonei e, al momento opportuno,  possa trovare  un’occasione per trattare il problema della successione: minimamente si consulta col figlio Antipatro, uno sconosciuto per lui ed un intruso popolano per i fratellastri, nobili!

I due figli asmonei ritengono insopportabile il cambiamento  /aphorhtos h metabolh perché vedono salire, nel loro orgoglio di nobili, più in alto il figlio di una donna  di oscuri natali (ibidem),  richiamata anche lei dall’esilio, su consiglio del  figlio, subito accontentato nella richiesta. I due, non sapendo contenere lo sdegno, lo manifestano, data la loro parrhsia,/libertà di parola, ed aumentano la loro ostilità verso il padre;  Antipatro, invece,  si concilia le simpatie  di tutti anche per le sue qualità di scaltrezza e di opportunismo, proprio degli antipatridi.

Professore, gli antipatridi  sono numerosi a corte ed hanno molto potere ed ora si  rafforzano col  nuovo venuto: le loro accuse contro i due figli  asmonei già circolavano: ambedue tramavano contro Erode; ed Alessandro, genero di Archelao di Cappadocia, si preparava  a  fuggire presso il suocero per andare ad accusarlo davanti a Cesare! Il fratello Ferora e la sorella Salome sono parenti infidi che tramano contro il re secondo Guerra Giudaica e secondo Antichità giudaiche, facendo una politica personale, a proprio interesse, non a favore del fratello e tanto meno del popolo!.

Certo, ora, gli avversari sono più forti perché  Antipatro è uomo  molto scaltro e gioca bene ogni sua carta, si sa coprire,  avendo l’animo di un servo ambizioso, viscido, velenoso per i tanti pathemata sofferti con la madre in Idumea e in Nabatea!. Mi pare che anche M. Pani (Roma e i re di Oriente da Augusto a Tiberio, Bari 1972,pp 114-115) sia arrivato alle mie stesse conclusioni, che cioè Ferora, Salome ed Antipatro sono perfidi protagonisti di una storia tragica in cui il carnefice appare il solo Erode, ma in effetti tutta la famiglia idumea  è rea di mali! 

Flavio, infatti, scrive: (Antipatro) essendo molto abile ad adulare il padre ed intessendo varie calunnie contro i fratellastri, insinuava alcune lui stesso, altre le faceva diffondere dai suoi amici e giunse a tal punto di far perdere ogni speranza di successione a loro (ibidem,450). Insomma  secondo Flavio, Antipatro risulta subito nel testamento (diathhkhe) ed in ogni manifestazione pubblica /phaneroos lui stesso autos già successore /hdh  diadokos –ibidem-. Anzi è inviato a Roma  in ambasceria a Cesare  con gli ornamenti e con le insegne, tranne il diadema (Guer. Giud., I,451).

Il successo maggiore, comunque,  Antipatro lo ottiene col fare  infilare la madre nel talamo di Mariamne/eisagagein epi thn Mariamnhs koithn thn mhtera!.

E’ la rivincita più grande alle tante umiliazioni, subite da Doris:  entrare  da padrona nelle stanze  segrete  della vecchia alcova del re, nella parte centrale del palazzo asmoneo gerosolomitano, lasciata intatta dalla morte di Mariamne, l’odiata, la rivale amata follemente  dal marito!  Dormire nel letto /koith di Mariamne, poter disporre del suo guardaroba, mettere i suoi gioielli ed abiti, pavoneggiarsi  in mezzo alle famiglie dei suoi figli asmonei e  tra le donne del partito idumeo, specie con Cipro- vecchia sua suocera  forse ancora vivente-e  con Salome, sua cognata che, data la loro indole, la invidiano!

E’ una provocazione da parte di Erode e di Antipatro imporre  Doris nel cuore del palazzo asmoneo, nella parte riservata come un νεως/tempietto alla memoria della defunta, per anni invocata e chiamata per nome dal re, come  se fosse viva!.

Per i due figli, che vivono, nelle ali del palazzo, con moglie  e rispettiva famiglia è una profanazione, specie per Glafira, figlia di Archelao –  re di Cappadocia, un re socius dell’impero romano  importante come Erode nell’area Orientale –  moglie di Alessandro e perfino per Berenice, figlia di Salome, moglie di Aristobulo,   che ritengono un sacrilegio il dormire di Doris nel talamo della regina! Non si conosce la reazione della figlia, mai nominata, di Mariamne, considerata figlia della colpa! Neppure si sa se vive nel Palazzo o  relegata lontana da Gerusalemme! Comunque, Alessandro – con moglie e figli Alessandro e Tigrane –  ed  Aristobulo -con moglie e i cinque figli  (Erode di Calcide, Erode Agrippa, Aristobulo, Erodiade e Mariamne) lamentano davanti al re e alla corte intera che sia profanato da una popolana il talamo regio della madre!  Segue un clima di pettegolezzo e di  memorie rabbiose, di ricordi privati, con atti di invidia,  che acuisce il dissidio tra i figli di Mariamne ed Antipatro, sostenuto dal padre, da Ferora e da Salome. Flavio chiude il discorso dicendo che  l’eletto diadokos fa uso contro i fratellastri  di due armi, adulazione/kolakeia   e calunnia/diabolh  agendo subdolamente sul re, per spingerlo all’eliminazione dei figli.

Un giudizio pesante, professore! Possibile che un figlio, ora onorato e successore al regno, possa agire così contro i fratellastri?

Marco, in ogni corte,  per la successione, prima e dopo la morte di un  re, vecchio, ci sono lotte tra fratelli, senza esclusione di colpi: gli antagonisti si fronteggiano per il primato  con ogni arma, a volte creano alleanze contro il preferito, attaccato e con parole, con pugnali  e coi  veleni; non c’è  limite alle calunnie, ai piani diplomatici e ad azioni di spionaggio. Nello studio sugli achemenidi (specie  su Artaserse  I  ed Esther, Ant Giud.XI, 184-296) sulla morte di Monobazo di Adiabene, su quello di Fraate di Parthia e su  quello di Tiberio ho potuto rilevare le varie tipologie di assalto, fatte tra i contendenti al trono:  le calunnie, i raggiri,  le  adulazioni, i compromessi, i veleni  fanno delle corti che sono  un campo di battaglia perché covo di vipere ambiziose, dove prevale il più astuto che si è meglio protetto  con le alleanze e che ha agito crudelmente sacrificando anche  la vita dei propri congiunti. Scene di panico, un clima di terrore , di maldicenza e di adulazione, e di corruzione, improvvisi fuggi fuggi, sono abituali a Capri, prima della elezione a successori alla pari di Caligola e di Tiberio Gemello nell’estate del 36 d.C.!

Se accade questo alla corte di Tiberio, ellenizzata, si può  comprendere bene cosa possa capitare in una corte semibarbarica o barbarica alla successione!. Capisco, quindi, professore quanto mi sta dicendo  e il clima di odio, di calunnia e di confusione a corte.

Erode, perciò, stordito dalle combinate azioni e dai raggiri da una parte  e da un’altra,  entra en sugkhusei ths psuchhs,  che è anche sugkrisis/combinazione unita ad ekplhksis/sbalordimento  di un uomo  che, fidando nel suo sangue cioè nella sua famiglia idumea-  anche se è cosciente di dover dubitare –  arriva al punto di accusare  di pharmakeia avvelenamento i figli  (Guer.giud. I, 23.3) e di trascinare Alessandro  a Roma!.

Lì, a Roma,  il giovane, trovandosi in un clima migliore, fa valere la sua abilità forense, essendo un abile oratore, ma anche la sua  nobiltà e l’innata moderazione, nonostante la giovanile età, avendo in Augusto un giudice più esperto di Antipatro  e più assennato di Erode (ibidem, 5).

Il giovane, dopo essersi moderatamente lamentato, senza attaccare minimamente il padre, dimostra l’innocenza sua  e del fratello  dicendosi esposto a pericoli  indefiniti protestando per la ribalderia di Antipatro  e il disonore  che su di loro si era abbattuto (ibidem):  la sua conclusione  è  retoricamente strutturata ma è tale da intenerire gli animi dei romani  e di trascinarli alle lacrime e  da  commuovere lo stesso Augusto: la mia traduzione in discorso diretto rende  efficacemente il pensiero- espresso con un periodo ipotetico di primo tipo con apodosi all’indicativo, resa  da me con un congiuntivo concessivo: ci uccida pure il padre, se  ritiene fondata l’accusa/ tooi patri kteinein autous  estin ei de kai prosietai to egklhma (al padre è il potere di uccidere, se ritiene fondata anche l’accusa).  

Augusto riconcilia, allora,  i figli col padre, assolvendoli entrambi dalle accuse, ma pretende che la riconciliazione si faccia  alla condizione che essi devono al padre la massima obbedienza e il padre può lasciare il regno a chi vuole (ibidem).

Alla pacificazione tra Erode e i figli, succede nel corso del viaggio di ritorno in patria da Roma un nuovo rinnovato patto del re giudaico   con Archelao, venuto ad incontrarlo in Cilicia, all’approdo ad Eleusa:  è un abbraccio affettuoso tra i due re, amici da tempo  e consuoceri, dopo la tensione e gli equivoci a causa dei figli. C’erano state lettere per la ricomposizione dell’amicizia e durante il processo e prima, senza e con la sollecitazione di Augusto, che pretendeva leali rapporti tra i due maggiori garanti della stabilità mediorientale!

Ora era caduta l’accusa di Ferora e di Salome, che coinvolgeva anche Archelao, che  aveva dovuto farsi davvero assistere  dai suoi amici romani e da avvocati  per la difesa di se stesso e del genero nel processo!. Perciò l’incontro tra Archelao ed Erode  sicuramente fissato da Augusto, e voluto, fu amichevole e chiarificatore di ogni equivoco : Archelao ospitò il re giudaico, ringraziandolo per l’assoluzione  del  genero,  compiacendosi per la riconciliazione  e lo scortò fino a Zefirio  secondo Flavio (Guer. giud. I,456)  e gli fece doni per il valore di 30 talenti.

E’ una pacificazione vera quella tra figli e padre, professore?

E’una pacificazione apparente, come era avvenuto già prima dell’arrivo a corte  di Antipatro, anche se Erode, ora, al ritorno da Roma, è convinto che  la sua famiglia ha omonoia / concordia perché ora è kurios ths archhs signore dello stato,  ma anche dikasths  diadochou  arbitro assoluto della successione.  Infatti, nell’assemblea plenaria, proclama  eredi del trono i suoi tre figli, e prega Dio e  il popolo  di ratificare il suo volere:  Antipatro per elikia /età, Alessandro ed Aristobulo per nobiltà di nascita/ eugeneia sono destinati alla successione!.

Concede, poi, gli onori, in relazione alla sua nomina, ed invita  tutti a non alimentare invidie e gelosie tra i nominati ben conoscendo  lui la malignità dei cortigiani -ibidem 23,5. 39-. Il suo discorso ai cortigiani e parenti, a popolo e all’esercito è  un buon esempio di retorica  aulica, che, comunque, sottende la presenza di un clima più sereno: coloro, dunque, che Cesare unì e a cui il padre concede l’investitura, voi rispettateli  senza attribuire loro onori immeritati né diseguali, ma a ciascuno secondo l’anzianità; infatti, chi conferirà a qualcuno onori  superiori a quelli spettanti per età, non lo rallegrerà tanto quanto affliggerà colui che avrà trascurato. Le persone, che in qualità di parenti ed amici,  dovranno essere al seguito di ciascuno, le stabilirò io stesso e le renderò  responsabili della concordia, ben sapendo che  i dissapori e i contrasti nascano dalla malignità  dei cortigiani, mentre, se questi sono uomini dabbene,  mantengono viva la comunità di affetti. A loro chiedo e non soltanto a loro, ma anche agli ufficiali dell’esercito di riporre per il momento solo in me le speranze, perché ora non il regno concedo ai miei figli, ma gli onori regali/ ou basileian, allà timhn Basileias tois uiois paradidomi. Essi godranno  i vantaggi del potere come sovrani, mentre a me rimarrà il peso del governo/to baros toon pragmatoon, anche se io non ho voglia.

Erode pensa di aver riportato  veramente in famiglia la concordia  ma in effetti  tra i fratelli domina la stasis discordia con uponoia sospetto –ibidem 24.1 – Antipatro non è contento del to presbeion diritto di anzianità ed è timoroso del diritto del secondo posto concesso ai fratelli che,  a loro volta, sono scontenti di non aver avuto la precedenza assoluta nella successione.

Perciò,  il successivo discorso di Erode  sembra che  non sia utile, nonostante il parlare del re con franchezza e con autorevolezza, in quanto si vuole dimostrare realmente che lui è ancora degno di regnare per l’età, per la condotta di vita e per la pietà.

Così scrive Flavio (ibidem): io non sono proprio tanto vecchio da far pensare che da un momento all’altro non ci sarà più niente da fare poiché non sono  dedito ai piaceri – che anche ai giovani accorciano la vita-  e poiché ho onorato la divinità tanto da arrivare al termine estremo della vita.

Un bel discorso, professore! un Erode non conosciuto, un re e padre non certamente privo di humanitas, un uomo che sbaglia a fidarsi del suo sangue idumeo, che è stirpe di arrivisti, subdola, egotistica, contraddittoria nell’inseguire le mete, ma determinati, come in effetti è lui stesso, megalomane drasterios/ energico, istintuale e  bestiale nell’ira verso se stesso e verso gli altri, specie se in crisi confusionaria!  Un vero discorso da padre a figli, da  vecchio re a cortigiani e  da sovrano al suo popolo e al suo esercito!

Certo Marco! mi piace  ora fartelo sentire completamente in modo da poter capire  le vicende e  mostrare il male dei cortigiani, il contegno non decoroso degli stessi figli e la sorda subdola opposizione dei parenti stretti: Chiunque si darà a lusingare i figli miei  perché mi tolgano il potere, me ne pagherà il fio, anche per loro; e non per invidia verso i miei figli  io pongo un limite ai loro onori, ma perché so che l’adulazione avvia i giovani alla tracotanza /Thrasos. Se, dunque, ognuno di quelli  che  avvicineranno i miei figli rifletterà che, comportandosi a dovere, riceverà da me il contraccambio, mentre se susciterà contrasti, le sue mali arti non gli procureranno vantaggi nemmeno verso la persona corteggiata: io credo che tutti agiranno a  mio favore cioè a favore dei  figli. Infatti è nel loro benessere che io regni, come è mio interesse che loro siano concordi.  E voi, miei bravi figli, rimanete buoni fratelli, rispettando in primo luogo le leggi sacre della natura, che preservano gli affetti  anche negli animali feroci,  in secondo luogo, Cesare, che vi ha riconciliati, in terzo luogo me, che vi rivolgo una preghiera, mentre vi potrei dare un ordine.

E’ , Marco, il discorso di Erode rivelatore di un animo umano di padre e di sovrano, rispettoso della  legge naturale, del sistema imperiale romano  e  della famiglia! Non credo che possa essere esemplare di uno scrittore ebraico, che avrebbe certamente  anteposto Dio e la sua oikonomia!  penso, invece, al gruppo scrittorio ellenistico di Guerra giudaica, che  ha il sopravvento in questo discorso erodiano in cui si magnifica l’armonia naturale, imperiale e familiare!.

Professore, neanche avrei immaginato un discorso di questo genere in bocca ad Erode!?

Marco, Erode sorprende, comunque, nella sua doppia faccia di humanitas seppure venata da megalomania  e da estrema bestialità , -proprio di uno di formazione aramaica, feroce nel suo integralismo religioso! Nonostante ciò, è  uomo che passa da un eccesso ad un altro, specie nella vecchiaia, a causa della debilitazione mentale. Per me, resta, comunque, persona non priva di umanità e razionalità abile a  raggiungere i suoi obiettivi a qualunque prezzo e sacrificio, ma essendo di indole passionale alla fine è personaggio perdente e tragico a causa della malizia  degli altri, specie dei famigliari.

Avendola seguita negli altri lavori su Erode, condivido  anch’io il suo parere. Ora riprendiamo il racconto su Antipatro.

Comunque, Marco,  il re,  da ebreo, dopo aver concesso ai figli la  veste regia  e gli onori/ Hstheta kai therapeian basilikhn, implora su di loro la benedizione di Dio,  che è  garante delle sue  deliberazioni  a patto che si si mantengano concordi, li abbraccia uno ad uno, affettuosamente, prima di sciogliere l’assemblea,  mentre già c’è chi asseconda il sovrano e chi,  facendo finta di sentire, ha in animo  metabolh/il cambiamento (Ibidem,456).

Professore, allora niente  cambia! tutto è come 3/4 anni prima, dopo il precedente ritorno di Erode dal viaggio, al seguito di  Marco Agrippa!Tutto è come allora, quando Erode era già en sugkhusei ths psuchhs!. La stasis familiare accompagna sempre  Erode;   Ferora e Salome  fanno sempre la guerra e i due fratelli asmonei subiscono sempre e sono ancora di più  rabbiosi ed impotenti, avendo maggiori sospetti!.

Gli animi, Marco,  sono quelli di tre anni prima, specie quelli degli idumei, che pur sono i privilegiati ed amati dal sovrano, che è stato irretito da loro,  a causa della consanguineità. Flavio scrive (Ant.Giud.,XVI,75) :Il re riflettendo pensava che anche dalle persone più care non gli era venuto  alcun conforto, neppure dall’amata moglie a causa delle noie derivate dalla sua famiglia  –e nonostante la sua fortuna esterna concessa dalla benevolenza di Dio- in casa sua, invece, contro ogni aspettativa gli andava quasi tutto al peggio, da ambo le parti ogni cosa risultava diversamente da quanto altri avrebbero pensato,  lasciando il dubbio se tanta felicità al di fuori  fosse da scontare con le  disgrazie domestiche o se  a tante tragedie a casa si dovesse sfuggire, a condizione di non possedere la invidiata potenza di re!

Erode, riflettendo sulle tragedie familiari (morte di Aristobulo di Hircano, di Mariamne, di Alessandra,di Giuseppe, di Soemo) e sulla sua ascesa politica (era diventato il terzo uomo dell’impero dopo Ottaviano ed Agrippa!) rilevava la sua fortuna, da una parte, grazie alla predilezione  di Dio, che attua la sua imperscrutabile oikonomia  favorendo, in modo paradossale, il suo successo regale nel piano  universale romano-ellenistico, ma comprendeva, da un’altra,  la propria infelicità familiare, causata   dall’invidia e dall’ingratitudine:  phthonos  ed acharistia gli risultavano  elementi centrali  nella sua storia di uomo, in una lettura  tipica di un eroe tragico! Erode si sentiva vittima!

Nella storia privata di Erode, in effetti,  c’era  un buco mai esplorato, una macchia   per il nome del re,  a causa del disinteresse romano alla colpa/amartia nascosta, neanche rivelata a se stesso, oggetto di contesa  tra i suoi contribuli e quelli della parte avversa asmonea, quasi cancellata e sepolta nella sua psuchh, che pesava, comunque, ancora: la morte di Mariamne!

Gli antipatridi difendevano  il re fratello  contro gli asmonei che infangavano, in una difesa della memoria della madre, onesta e fedele uccisa per gelosia, il padre  pazzo furioso d’amore, favorito e protetto dai romani,  distruttore anche  della stirpe regia giudaica; a loro volta, gli asmonei difendevano l’onore della madre e della famiglia  dai vili attacchi delle chiacchiere delle idumee, che marcavano l’adulterio della regina,  e di  quelle degli idumei che ritenevano giusta la successione di Erode ad Antigono, sancita dal senato e dal popolo romano!

Restava, dunque, insoluto il problema della non chiarita  morte di Mariamne, della delazione di Cipro e di Salome,  che avendo poi seguito il parto della regina, presentavano la prova della bimba, nata,  rimasta innominata e  avevano determinato l’uccisione dell’asmonea, senza concrete certezze, manovrando sulla passione furiosa di Erode Cfr. Alessandra la suocera di Erode  www.angelofilipponi.com Questo  macigno turbava gli animi  e di chi  aveva causato la  morte di Mariamne  e di chi ora la difendeva perché figli grandi e maturi, per di più coinvolti nella lotta per la successione, convinti di essere eredi legittimi!.

Gli antipatridi con questo fardello sulla coscienza, difendevano il loro comportamento aspirando oltre tutto alla  successione, e si accanivano contro i figli di Mariamne, ingenui negli scontri verbali  incapaci di contrastare le chiacchiere sulle colpe della loro madre. La  situazione era degenerata, in assenza di Erode, impegnato con Marco Agrippa, e ad ogni incontro dei cortei di  Ferora o di Salome con quelli di Alessandro o di Aristobulo  erano  scintille  verbali e scoppi di ira, che accendevano gli animi fomentando intrighi, offese e maldicenze.

Gli idumei, dai tanti scontri  verbali avuti con giovani, avevano tratto un punto di forza  dal fatto che i giovani nella difesa accorata perdevano  la testa e sbloccavano in ingiurie e  frasi oltraggiose verso il padre: volevano  sfruttare l’ ira  e la reazione immoderata dei giovani davanti alla corte in quanto  nella difesa  della madre non si vergognavano  delle sue colpe, manifestate da loro, e pesantemente  oltraggiavano Erode e  i suoi parenti facendo capire che con le proprie mani si sarebbero vendicati contro colui che ritenevano colpevole.

Seguivano  agli scontri villanie di ogni genere  tanto che  i giovani nobili apparivano volgari, mentre gli idumei, facendo i signori, perché meno coinvolti emotivamente, trovavano il pretesto per formulare un  accusa per far credere ad Erode che si trovava davanti ad una congiura.

Professore,  si trattava non di fatti ma solo  di parole.Come fecero gli idumei a trovare un capo di accusa dalle sole parole?

L’ occasione la ebbero dai rumores/voci dei cittadini  di Gerusalemme -Ant,giud. XVI,71-: tutta la  città fu piena di tali discorsi – come avviene in contese del genere- ;  da una parte  si compativa l’inesperienza dei giovani e dall’altra  i piani di accusa,  intessuti da Salome,  pervasero tutti e lei trovò nelle loro stesse azioni un’opportunità di parlare falsamente a proposito  di loro.

Secondo Flavio,  essendo cresciuta la stasis in casa,  Ferora e Salome erano decisi  ad annientare i due giovani arroganti figli di MariamneSpecie Salome aveva  rivolto il suo odio contro i giovani quasi fosse una eredità e cercava ogni trama ingiuriosa contro la loro madre, morta, in modo arrogante ed ardito, come se non volesse lasciare vivo alcuno della stirpe, che potesse vendicare la morte della donna, eliminata  a causa sua -cfr Ant. giudaiche.XVI,66-72  ed anche  Guer. giudaica I,  443-447- Anche i figli di Mariamne, avendo ereditato l’avversione materna  consideravano il padre nemico  crudele quando già erano a Roma col fratello più piccolo, poi misteriosamente morto, dove erano stati mandati per ricevere una educazione romano-ellenistica,  poi  ancora di più, una volta tornati in patria. Secondo Flavio il loro odio era cresciuto con gli anni. Dopo che erano in età di sposarsi-l’uno prese in moglie la figlia di Archelao, re di Cappadocia, Glafira, e l‘altro Berenice, la figlia di Salome che aveva calunniato sua madre- unirono all’odio  anche l’ardire nel parlare.

L’odio fra le parti aumentava anche perché Erode era assente   e  ancora doveva tornare dal viaggio con Marco Agrippa, ma si sapeva che stava per  arrivare a Cesarea Marittima da Samos.

Il suo arrivo a Gerusalemme  scatenò h kheimon/ la tempesta!

Così Flavio in Antichità giudaiche  XVI, 73. scrive: quando Erode ritornò, dopo che si era rivolto a popolo, per mostrare l’amicizia dei romani nei suoi confronti,  subito  Ferora e Salome  si avvicinarono al re  con la notizia che lo sovrastava un grande pericolo  da parte di giovani  che, apertamente, lo minacciavano affermando che non  avrebbero lasciato impunito l’assassino della madre.

Il re fu sconvolto e ancora di più  accrebbe la sua agitazione il sentire le voci  riferite  da altri: la cosa era nota a tutti e la stessa città ne parlava.

Questo nocque  ai fratelli specialmente perché gli antipatridi volgevano a loro favore  le parole degli asmonei, stravolgendole, come avversari, e le riferivano al re come se fossero un reale complotto pianificato. Infatti li accusarono al padre come cospiratori  di una trama  architettata dal genero di Archelao, che si preparava a fuggire  contando sull’appoggio del suocero, per andare ad accusarlo presso Cesare.

Erode si impaurì perché conosceva la temerarietà dei figli di Mariamne e  la loro voglia di dominio  ma anche la malizia dei suoi fratelli, capaci di tessere piani insidiosi. Comunque, prevalse in lui l’amore per la  famiglia idumea nonostante avesse la testa piena delle calunnie l /anaplhstheis toon diaboloon. Era   timoroso e sospettava  che fosse partecipe Archelao, anche lui amico di Augusto e socius  dell’impero romano,  garante della stabilità dell’area orientale come lui. Riteneva, però, la cosa impossibile ed improbabile, dati i rapporti di amicizia, lo scambio di lettere, le relazioni  delle spie  e il matrimonio di Alessandro con figlia, specie in quel particolare momento di fortuna per entrambi.

L’accusa  era pesante ed Erode rilevava che  c’era eguale quantità di odio, seppure  diversa  era la forma dell’odio.

Flavio dice: gli uni, i giovani inesperti, giudicavano che la forza dell’ira consistesse nel dire apertamente  villanie e a fare rimproveri ma agivano in modo precipitoso,  gli altri al contrario, non si adeguavano a tale sistema ma si comportavano in modo accorto  e seminavano  scaltramente calunnie e facevano presente ai giovani che la loro audacia contro il padre avrebbe condotto alla  violenza (Ibidem)

Quindi, professore, Erode al ritorno, sentendo le voci anche popolari, non avendo più sicurezza in Ferora e Salome,  coinvolti nei litigi , pensò bene di richiamare dall’esilio il figlio Antipatro così da pacificare i due schieramenti opposti, convinto forse che sarebbe stato un moderatore? ed ora cosa succede dopo il ritorno dal processo, una volta riconciliati ?

Erode è convinto nella  scelta di Antipatro, come uomo di equilibrio tra le parti: Il figlio avrebbe potuto moderare gli animi, dato il prestigio che gli avrebbe dato in quanto nominato successore, far cessare  gli scontri verbali tra asmonei ed idumei e frenare con punizioni esemplari  i popolani innocentisti filoasmonei e quelli  colpevolisti, filoerodiani,  disennescando l’odio familiare e la stasis  cittadina sorta in  nome di Mariamne!

In effetti, Antipatro  gli era sembrato, già  nel corso del dibattito al processo a Roma,  uomo tranquillo e sereno, ago della bilancia, un moderatore  sia nei confronti dei rabbiosi  contribuli che verso gli asmonei, che ancora facevano le vittime, compiangendo la  fine violenta della madre  e  se stessi, costretti a vivere  con gli assassini di lei e sperimentare  lo stesso destino.- Ant. giud., XVI,71-.

Perciò,  lo ritenne, nella situazione del processo, il migliore tra quelli della sua famiglia idumea: così, infatti, l’avevano visto  Augusto  ed anche gli amici romani!

Erode, dunque, pensa di aver trovato la giusta soluzione con Antipatro diallakths, ma non considera il carattere del figlio di Doris né le aspirazioni dei due figli di Mariamne  che, giustamente, rivendicano l’eredità asmonea di Antigono, usurpata da lui, civis idioths idumeo, mezzo ebreo!.

Flavio così scrive: infatti quelli erano così addolorati  non solo  /to aidesthai  tais ths mhtros amartiais / per la vergogna delle colpe di adulterio e nascita di una figlia-  innominata ed ignota- ma anche,  specialmente, per la perdita del diritto di successione diretta al trono

Dunque, il bel  discorso  non è servito a niente e gli animi sono rimasti nel medesimo sospetto, anzi hanno maggiori sospetti  tra loro, invidiando tutti l’ascesa di Antipatro e la  continua presenza al fianco del padre, già al ritorno in patria: tutti lo considerano  h tou misous upothesis, causa dell’odio,  anche se rilevano che ancora non osava mettere in mostra apertamente la sua animosità per rispetto verso l’autore della conciliazione/ eis ge to phaneron  thn apechtheian ecsepheren ton diallakthn aidoumenos– Ibidem, 455-.

Antipatro sa, professore, che la sua funzione è quella di diallakths, ma teme per ora il controllo del superiore diallakths  Augusto, data la carica imperiale maggiore di quella di un piccolo re, circondato da spie romane, che informano quotidianamente  e l’epitropos /il governatore di Siria e l’autokratoor/imperatore. Deve perciò necessariamente essere  cauto ed infido?

Certo, Marco, ora Antipatro deve  fingere di fare il bene comune    e mutare disposizione morale sua e quella degli altri, in un interscambio continuo, riconciliando  gli uni con gli altri, ora mettendosi come arbitro tra le parti  ora come mediatore obbligando i parenti a cedere,  ora sostenendo i famigliari costringendo gli asmonei a venire a patti.  Egli riesce in questo, nonostante gli equivoci, ma ha in animo di ottenere il principato con l’aiuto dei parenti e di abbattere gli odiati  asmonei:  è uomo molteplice,  poikelotatos  to hthos, “tinto”  e variopinto, molto ambiguo, complesso,  furbo,  capace di saper tenere a  freno la lingua,  di celare l’odio con grande malizia. E’ persona, un politico, un teatrante spettacolare, che manipola scaltramente i due giovani,  i quali, data la nobiltà della stirpe, avevano sulla bocca quanto era nel loro cuore/ pan ton nothen hn epi glosshs.

Immagino, professore, che  il compito di Antipatro sia difficile,  ma per lui, malvagio- il maligno per eccellenza- sia un gioco manovrare i suoi famigliari asmonei, che sono sempre vissuti nel benessere,  mantenendo la calma,  e giostrando come pupazzi gli altri idumei, che sono  provocatori e spie di mestiere, seminatori di zizzania!

Immagini bene, Marco!, Senti cosa scrive Flavio (Guer. giud., I,468) erano molti quelli che li provocavano, mentre i più degli amici si  insinuavano come spie. Tutto ciò che si diceva  presso Alessandro  veniva immediatamente riferito ad Antipatro  e poi con qualche aggiunta passava  da Antipatro ad Erode. Nemmeno se il giovane avesse detto  qualche cosa innocentemente, si sarebbe salvato dalle critiche, ma il significato di ogni parola  veniva distorto per calunniare  e se, qualche volta, diceva  con un certa franchezza, una piccolissima cosa,  finiva col diventare un’enormità.

Alessandro, dunque, è circondato da uomini di Antipatro, che lo provocano e lo spiano e che, interpretando ogni parola, la riferiscono al mandante: Così scrive Flavio-Ibidem 470- :  Antipatro metteva sempre all’opera  dei provocatori  così  che le menzogne  avessero una base di verità e bastava che una sola delle dicerie, diffuse, si dimostrasse corrispondente  al vero  per dar credito a tutte le altre.  L’autore precisa: i suoi amici  erano tutti o riservatissimi per natura o  uomini persuasi con doni  a non svelare nessun segreto tanto che non si sarebbe sbagliato chi avesse definito la vita di Antipatro un mistero di malvagità/ kakias musterion;  e corrompendo con denaro  i cortigiani di Alessandro o insinuandosi  presso di loro con le adulazioni – mediante le quali a  tutto riusciva-  ne aveva fatto dei traditori /prodotai e  delle spie  di ogni cosa che si faceva o si diceva.

Insomma, conclude Flavio: Antipatro,  facendo una messinscena di ogni cosa , in modo accurato, in ogni particolare (panta de perieskemmenoos dramatourgoon) ricorreva ad una tecnica raffinata  per far giungere le  calunnie ad Erode, assumendo lui stesso  la parte del buon fratello/ autos men adelphou prosoopeion epikeimenos, mentre faceva svolgere agli altri  quella del delatore. Quando, infatti, veniva riferita  qualche cosa contro Alessandro, egli si presentava a  recitare la parte,  cominciando col ridicolizzare la diceria, e  poi pian piano ne dava conferma stimolando lo sdegno del re.  Tutto veniva riportato ad un complotto,  a far credere che Alessandro fosse pronto ad uccidere  il padre; infatti, nulla dava tanto credito alle calunnie quanto le difese che Antipatro prendeva per Alessandro.(Ibidem,472).

Professore, Antipatro è favorito dalla vecchiaia di Erode che, da giovane  drasterios e poikilos anche lui,  mai si sarebbe fatto raggirare da una recita così sfacciata, anche se  di un grande attore!.

Certo. La vecchiaia  e la malattia rendono giudice non oculato Erode che, forse, solo dopo la morte dei suoi figli, si accorge dell’errore.  Troppo tardi!.Ed allora il padre vecchio e malato, amareggiato da quanto gli si diceva,  toglieva ogni giorno una parte del suo affetto  ai figli per riversarla  su Antipatro, che mostrava riconoscenza senza esserlo. Erode, non avendo più fiducia in Ferora  e in Salome, riversa il suo amore solo  verso il figlio,  ora  premiato ed elogiato pubblicamente.

Cosa avevano fatto i due perfidi fratelli idumei ?

Ti mostrerò prima l’ingratitudine di Ferora e poi quella di Salome.

Ferora, intrigante,  si rende odioso,  destando sospetti nel re – che già l’ha perdonato per la sua partecipazione alla  congiura di Costubar,- una prima volta  perché, innamorato di un sua ancella,   nutre una passione tale  da rifiutare la prima figlia, Salampsio, di Mariamne – che viene poi data al figlio di suo fratello morto, Fasael, omonimo – offendendo  gravemente Erode, che, indispettito e triste, rileva  la non riconoscenza fraterna (cfr. Ant giud. XVI,195);  una seconda volta perché ha il coraggio di rifiutare l’offerta del re – che per  distrarlo dalla sua amante,  gli concede, da fratello, comprensivo e tollerante,  in moglie l’altra figlia  di Mariamne, Cipro,  con una gran dote, dandogli una nuova opportunità per cui, grazie anche ai consigli del dioicheths Tolomeo e di Doris,  accetta le nozze, ma, nonostante la promessa fatta, avendo avuto un figlio dalla donna amata, disonora la figlia del re coi suoi tradimenti, seguitando di nascosto la tresca con la sua serva, propenso a fuggire in Nabatea, all’occorrenza;   una terza volta perché, essendo andato a far visita ad Alessandro gli  rivela  che ha saputo da Salome che il re era perdutamente innamorato di Glafira  e che la sua passione non era facilmente contenibile. A proposito Flavio scrive: A tale notizia Alessandro andò su  tutte le furie, e per la gelosia e per la passione  giovanile,… non ebbe la forza di reggere  al dolore. Si presentò al padre e, piangendo, gli manifestò quello che gli aveva riferito Ferora.  Erode, colpito da grande furore ed incapace di sopportare la vergogna e la falsa accusa, rimase sconvolto e si doleva spesso della malvagità della famiglia e della maniera  con cui veniva trattato da quelli, ai quali aveva fatto del bene.

Professore, mi meraviglio che Erode non veda a questo punto che Ferora, suo fratello, vuole la sua morte! uno, guardingo e perspicace, diventa cieco davanti ad accusa così infamante, tale da sconvolgere l’animo di un giovane già turbato!? non è chiaro l’animo di uno che mette padre e figlio contro,  per amore di una donna?!

Si. sembra chiaro! Erode ha presente l’esempio, esecrato da tutti  i re orientali, di  Lisania – che uccide il figlio  Filippione, per sposarne la moglie,  sorella dell’asmoneo Antigono, fatto uccidere  da Antonio – e cerca la concordia in famiglia, secondo gli ordini di Augusto, nonostante le contraddizioni e i cambiamenti senili di umore.

Non c’è da meravigliarsi, comunque, se Erode, dominato dalla sua megalomania e dalla  volontà di apparire recita la parte del grande re e  lascia impunito il fratello,  affermando: posso vincere i miei parenti non punendoli degnamente come meritano, ma beneficandoli più di quanto meritano!.

Sono parole di un retore, che pensa ellenisticamente, di  punire l’altro, secondo merito, mostrando così che Erode è magnanimo coi suoi congiunti !?

Si Marco, Erode è magnanimo coi suoi, anche se scopre la verità!

Infatti Flavio -dopo aver mostrato Erode che, convocato il fratello, lo sgrida -scrive : tu sei il più malvagio di tutti. Tu hai raggiunto un grado così smisurato e  impensabile di ingratitudine da pensare ed affermare  simili cose di me? Tu puoi forse pensare che io non veda quali siano i tuoi piani?Tu hai sussurrato  all’orecchio di mio figlio  una cosa così perversa   non per infangare la mia reputazione,  ma per aver in lui uno che tendesse insidie alla mia vita  ! uno che cercasse la mia rovina con veleni!

Allora cosa pensare? bisogna credere che Erode alterni fase di razionalità ad altri di ottusità mentale, come un vecchio rincoglionito, che ha un sacro rispetto per la famiglia?!

E’ certo che Erode ami la famiglia idumea e che sia conforme alle sue direttive, seguendo suo figlio Antipatro, che è il coordinatore di ogni azione idumea. Io, che sono vecchio, più di Erode, posso anche accettare la tua  valutazione di un Erode rincoglionito, che va a  fasi alternate!, mi permetto, comunque, di dire,  prima di giudicare, che  forse è meglio sentire il resto del pensiero di Flavio, rivolto più verso Alessandro, uomo capace di frenarsi in una tale situazione!:  Chi mai infatti- se non uno guidato da un demone  buono, come mio figlio-  avrebbe sopportato  il padre, sospettato di tale malvagità,  lo sopportasse impunito? Pensi tu di avergli messo  nell’animo  solo un ragionamento e non piuttosto nella destra un pugnale, da usare contro il genitore? e considerato che tu odi lui e suo fratello  perché parlando male di me, ti sei finto benevolo nei suoi riguardi ed hai detto cose  che poteva pensare solo la tua empietà e riferirle calunniosamente ad altri? Rispondi? tu hai agito così abominevolmente verso tuo fratello e benefattore! Possa la tua coscienza  colpevole vivere con te come tuo compagno!

Sembra  da quanto dice  Flavio, dunque,  che abbia capito tutto,  ma lo punisce a vivere con la sua coscienza di colpa!  lui impulsivo e crudele?Bene. Ho compreso! ma non mi è facile interiorizzare il tutto! Andiamo avanti. E cosa fece la terribile Salome?

Salome è l’anima nera di una famiglia malvagia,  una pettegola assetata di sangue!  una donna sanguigna, passionale che si nota, sullo sfondo di un quadro seicentesco, in lontananza come un’ombra fosca, in agguato!.Lei, che ha sulla coscienza forse  la morte del  marito Giuseppe e probabilmente quella del secondo marito  Costubar  e quella di Mariamne e di  Alessandra, è l’artefice della chiacchiera su Glafira ed Erode, avendo  architettato ogni cosa con due fini, quello di smascherare la libidine  dei due fratelli  e quello  di far sposare Cipro con suo figlio Antipatro, attirata dalla ricca dote: Salome è femminista ante litteram  che combatte una battaglia contro il prepotere dei fratelli e degli uomini della sua casata, protervi maschilisti  ed un’altra a favore esclusiva  della sua famiglia, senza fare trapelare il suo vantaggio personale, facendo la richiesta di matrimonio, utile per il figlio e per sé!  Per conseguire  i suoi due skopoi, fa una ridicola sceneggiata, dopo che Ferora, colto in fragrante, è costretto a rivelare che le invenzioni sono della sorella, che è presente al colloquio!.

Leggi, Marco, quanto scrive Flavio-  ibidem 213-:  appena Salome sentì questo…protestò in modo convincente  che da lei non proveniva niente di tutto questo e che tutti  cercavano deliberatamente ogni mezzo per  renderla odiosa  al re e liberarsi  di lei a motivo dell’affezione  che lei provava per Erode,  al qual prevedeva sempre  i pericoli che lo minacciavano.

La sua recita parte da lontani ricord  per una dimostrazione che lei ha doti di preveggenza  in quanto, amando il fratello, riesce a salvarlo dalle minacce di tradimento, accennando alla delazione fatta contro il marito Costubar!.

Salome dice, secondo Flavio: al presente lei era vittima  di un complotto ancora più serio  perché lei sola cercava  di convincere Ferora a cacciare la moglie, che aveva, e a sposare la figlia del re,  divenendo così  oggetto  dell’odio fraterno. Così dicendo,  a più riprese, si strappava i capelli,  si dava colpi  ripetuti sul petto,  volendo con lo spettacolo della sua negazione, rendere plausibile il suo diniego, ma la malignità del suo carattere proclamava l’insincerità di quegli atti.

Di fronte a tale scena, Ferora, stretto tra le accuse di Erode  e le negazioni della sorella,  comincia ad accusare altri,  suscitando scompiglio nella corte, interessata ai fatti, timorosa di punizioni per il largo giro di chiacchiere.

Il re, nauseato dai suoi famigliari, vedendo, mentre  Ferora  accusa altri, sorgere tafferugli e scompiglio nella reggia, decide di licenziare i due fratelli  e di lodare Alessandro, capace di autocontrollo, rimasto in silenzio, prima di andarsene a riposare, essendo già notte  quando già  inizia una battaglia  di pettegolezzi femminili,  a seguito delle mormorazioni delle sue mogli, a causa della cattiva reputazione di Salome, ritenuta  unica colpevole della calunnia.

Flavio, a proposito ,scrive: anche le mogli del re  gliene parlavano in cattivi termini continuamente perché  non la sopportavano, sapendo  che aveva una natura  difficile e continuamente mutevole  ora amica ora nemica.

Da quanto detto  Salome è donna veramente temibile per Alessandro ed Aristobulo!.

Marco, la donna rivela ancora di più la sua malizia e  il carattere passionale e impudico, nel caso di Silleo.

Chi è Silleo, professore ?

Di Silleo Giuseppe. Flavio parla a lungo  in Antichità  Giud, XVI,221-226,275,276-285,286-292,335-355, e meno in Guer. giud.I,  24.6. (487).

E’ un personaggio di successo, nabateo, parente di Obedas, re  di Nabatea, che non governa e che affida l’amministrazione ad altri.

Erode e Obedas hanno una contesa da una diecina di anni,  circa i lhistai di Traconitide, protetti in città, fortificate dal re di Petra, da cui partono per spedizioni contro il clero sadduceo, contro i romani  e  i giudei,  facendo sequestri di persona a fine di riscatto, derubando i pellegrini  e a volte facendo stragi  nei paesi limitrofi, che non pagano il pizzo.

Per risolvere la questione dei Traconiti, Silleo, forse, è inviato a corte di Erode da Obedas!

Silleo è descritto così: amministratore degli affari del  suo re, persona abile,  giovane e di bella presenza. Venuto da Erode  per certi affari,mentre cenava con lui  vide Salome e dispone nel suo cuore di averla e quando seppe che era vedova parlò con lei del suo sentimento amoroso.  Salome, che si trovava  peggio di prima con suo fratello, e guardava il giovane in modo tutt’altro che indifferente, era impaziente di maritarsi  con lui; nei giorni seguenti allorché molta gente si era radunata per la cena apparvero molti e chiari segni di intesa fra i due.  Alcune donne  riferirono tutto al re  deridendo la loro mancanza di discrezione. Erode, fa interessare Ferora, comandandogli di seguire la coppia e di riferire, sapendo bene quanto screzio ora c’è tra lui e Salome!   Ferora li spia e riferisce che gesti e sguardi manifestavano la loro passione!

Il re, comunque, è contento che l’arabo se ne parte perché le sue donne  parlano male di una tale relazione, data anche la differenza di età: lei ha oltre cinquanta anni e lui poco meno di trenta anni!.

Due o tre mesi dopo, però, l’arabo torna di nuovo  e chiede ufficialmente in moglie la sorella. Flavio (Ibidem) così scrive: fece la proposta  ad Erode domandando che gli desse in sposa Salome. dicendo che questa unione  non sarebbe stata inutile  ad Erode per l’alleanza  con il governo  dell’Arabia che  virtualmente ora era in sua mano  e che in futuro sarebbe stato  suo, per diritto,  alla morte di Obedas,

Erode chiede alla sorella  se desidera  Silleo ed, avutane conferma,  invita l’arabo ad  assoggettarsi ai costumi  dei giudei  sulle nozze, che impongono  la circoncisione prima del matrimonio, che altrimenti non ha alcuna validità giuridica.

Erode sa  che l’arabo non può accettare perché se lo  facesse  sarebbe  lapidato a morte dai suoi e perciò, nega, di fatto, il matrimonio alla sorella come prima non ha consentito alle nozze di Ferora con la  serva, anche se ha già un figlio!  Erode ha costumi arabi anche lui in quanto figlio di Cipro nabatea,  vissuto per anni a Petra!.

Non si sa quale parte abbiano recitato Antipatro e  Doris in queste occasioni, che sono onnipotenti a corte, dominata  da spie  e da corrotti, che  sanno essere corruttori al momento opportuno  facendo preziose alleanze fra loro  per la rovina di altri.

Professore,   comprendo che  si tratta  di una corte immorale – anche se certamente  frequentata dal clero sadduceo, ma  anche da esseni e da farisei, la cui pietas è messa a dura prova in mezzo a tanta corruzione e perversione- anche per la presenza di eunuchi, che svolgono la funzione di guardiani delle donne, ma sono anche ministri/diakonoi  che curano la persona di Erode e di Ferora  e forse di altri e fanno da segretari che annotano i logia del Kurios/ signore. Seguendo lei e i suoi studi  mi sono dedicato alla lettura di qualche romanzo ellenistico  ed ho  notato in Flavio ( o chi per lui ) lo stesso stile  retorico,  una trama col cattivo e coi buoni, con gli aiutanti schierati da una parte e dall’altra, in modo da intrecciare il racconto  al fine di  tenere sospeso il lettore, che partecipa alla vicenda drammatica, avvincendolo col diletto: il carattere del protagonista Antipatro è reso con maestria come anche quello degli antagonisti, che dal lettore  hanno onore di pianto!

Marco, Flavio con lo scriptorium di Guerra Giudaica risulta scrittore di romanzi, abile a  caratterizzare il protagonista idumeo, a mostrare fin dall’inizio le vittime della ragnatela di male, tessuta da Antipatro destinati già a morte: lo scrittore di questa dramatopoiia non è il giudeo Giuseppe Ben Mattatia,  un sommo sacerdote che neanche potrebbe scrivere in greco, ma  uno scriba  sofista e retore, incaricato di mandare il messaggio soterico flavio e di far dilettare i lettori!. Ricorda, Marco, che ho già mostrato Tacito di Annales,  scrittore di opus rhetoricum maxime  in lingua latina, abilissimo a mostrare il contesto di Capri, della costa laziale e campana e di Roma,  la figura di Seiano divinamente onnipotente, padrone del mondo,  secondo i canoni della  tragedia di  Seneca, rispetto a Tiberio, re di un isolotto!  ricorda anche il contesto severiano  dell’impero, specie quello di Antiochia o di Roma dell’inizio del III secolo, nell’esame dell’opera di Cassio Dione, sicuramente influenzato dalla tecnica drammatica di Flavio e dai romanzi di Achille Tazio- Leucippe e Clitofonte- o di Longo Sofista- Dafne e Cloe-  o di  Caritone-  Le avventure di Cherea e Calliroe-  e condizionato dal sistema di vita di personaggi tragici e di donne come Giulia Domna!.

Qui, Flavio mette nel romanzo tragico di Erode, protagonista, una   aiutante  Doris-  ora l’economa della famiglia insieme al dioikethsTolomeo – il prototipo più brutto di madre  e di cattiva matrigna che combatte per vendicare i tanti anni passati nella sofferenza, una  selvaggia donna nella sua passionale rivincita  sulla rivale regina Mariamne e sui due figli incolpevoli- che, col figlio Antipatro, abbatte  gli  antagonisti, destinati tutti ad una comune morte ad opera dello stesso carnefice!  Un carnefice, divenuto  persona,  vittima del figlio, vero tragico esecutore di mali, che lentamente isola il padre, signore assoluto,  mentre  crea il vuoto intorno ai fratellastri, in una  fosca congiura familiare!.

Leggiamo insieme, per capire come, a questo punto, universalmente la corte si volga  a favore di Antipatro,  il testo di Flavio– ibidem -: assieme a lui si voltarono dall’altra parte anche i dignitari della  reggia,  alcuni di propria volontà,  altri per ordini ricevuti  come Tolomeo, il più elevato degli amici, i fratelli del re e tutta la famiglia; infatti Antipatro era onnipotente e cosa ancora più grave per Alessandro, era onnipotente anche la madre di Antipatro, che ne assecondava le trame contro i fratellastri con odio più acerbo di una matrigna/mhtruia e provava per i figli della regina un’avversione superiore a quella che si ha per i figliastri. Tutti facevano la corte ad Antipatro per le speranze che egli ispirava  e dal parteggiare a favore degli altri  ognuno era distolto dagli ordini del re, che aveva ingiunto alle persone più autorevoli di non avvicinare Alessandro e di non occuparsi delle sue cose.

Professore,  Alessandro col fratello è isolato  nella corte, mentre Erode è ancora uomo, comunque,  di potere che incute paura non solo all’interno del regno, ma anche al di  fuori del regno, in quanto Cesare  gli ha dato tanta autorità  da poter chieder l’estradizione  di qualcuno sfuggito  a lui, anche da una  città non soggetta ed Antipatro e la madre sono panta/tutto ! La condizione dei due giovani è, dunque, molto precaria?

Certo, i due giovani  erano  all’oscuro delle calunnie e, perciò, anche più incautamente vi offrivano il fianco; il padre non muoveva  alcun rimprovero apertamente ma essi un pò alla volta si accorsero  della sua freddezza  e dal fatto che di fronte a qualche contrarietà s’inaspriva sempre di più-Ibidem-.

In una tale situazione la famiglia idumea è compatta ed ha ora maggiori legami avendo un capo riconosciuto, onnipotente. Flavio così scrive: Antipatro suscitò contro i giovani  l’avversione anche dello zio Ferora  e della zia Salome, cui stava sempre attaccato come  fosse sua moglie, non stancandosi di aizzarla.

Specie, dopo la delusione amorosa,  Salone, stizzita con Erode, cerca protezione in Ferora che, comunque – furioso con lei  a causa delle  sue fallite nozze con la serva,  ha  fatto negare la sua richiesta di far sposare il figlio Antipatro con Cipro,  che ha 100 talenti di dote, suggerendo ad Erode il pericolo di una futura vendetta del figlio  di Costubar!.   Pur in un clima di pettegolezzi e  di reciproche  ripicche, i due si riappacificano. Gli asmonei, non ancora coscienti del reale pericolo, di fronte alla coesione  della famiglia idumea,  ora privi di appoggio del re – nonostante le  belle  parole rivolte ad Alessandro –   bisognoso di cure, circuito da Doris,  ma, comunque, ancora lucido di mente, non hanno una strategia di difesa  né cercano  alleanza con  gli scontenti, erodiani ed asmonei, accantonati da anni, con le altre mogli del re  e i loro figli  (come Mariamne, figlia di Boetho o come la Samaritana Maltace o come la gerosolomitana Cleopatra) e restano isolati e boriosi in una stolida prosopopea, nobiliare.

Alessandro ed Aristobulo, orfani, seguono l’esempio della spocchiosa Glafira: non si accorgono che sono perdenti le rivincite  femminili  della nobile  sulle altre donne, che  sono stupide le offese agli altri figli di Erode, da parte di Alessandro,  che sono ridicoli e autolesivi gli scontri tra ArIstobulo e sua moglie, che producono l’intervento della madre Salome e le accuse al re! Aristobulo non sa che corre un pericolo mortale ad umiliare la povera Berenice, già vittima di una madre perfida ed infida! forse neanche sarebbe bastato deporre l’orgoglio nobiliare, leccare la mano di Salome,  ponendole davanti i cinque  splendidi figli  ed elogiare la mite e remissiva figlia! di fronte alla spregiudicata, viziata ed immorale sorella di Erode, comunque,  si sarebbe potuto fare poco! Lei, più che cinquantenne, dopo la delusione con Silleo, s’infilò nel letto di Alessandro per fare all’amore col  nobile figlio di Mariamne  non ancora  trentenne!

Una serie di errori  porta a morte i figli di Mariamne, dopo la condanna!

Seguiamo Flavio:  Glafira menava vanto della nobiltà delle sue origini e si atteggiava a padrona di tutte le donne  della reggia  rivendicando davanti a plebei  di essere da parte di padre  discendente da Temeno, da parte di madre da Dario figlio di Istaspe,

E’ questa un’ offesa  per il clan idumeo, dominante,  e specie per la plebea  Doris  ma anche per le altre mogli di Erode, che erano molte perché il costume paterno consente ai giudei  di aver più mogliche erano state scelte tutte per la loro bellezza  e non per la loro nobiltà!. 

 Flavio scrive: anche Aristobulo si attirò, per colpa sua, l’odio di Salome che era la suocera…  il giovane rinfacciava in continuazione alla moglie  l’umiltà delle sue  origini lamentandosi di aver preso  in moglie una donna qualunque, mentre il fratello  aveva sposato una principessa. Queste cose la figlia, piangendo, riferiva a Salome ed aggiungeva che Alessandro e i suoi  minacciavano anche, quando si fossero impadroniti del regno, di mettere anche le  madri degli altri fratelli a lavorare ai telai  insieme con le schiave e quelli a fare gli scrivani di villaggio con un’allusione beffarda alla fine educazione, che avevano ricevuto.

Salome, sentito questo, impulsivamente, non sapendo trattenere l’ira, racconta tutto ad Erode che le crede perché la donna accusa suo genero!. Per Flavio- ibidem 480 – un’altra calunnia concorse  ad infiammare l’animo del re : i due asmonei continuamente invocavano la madre, mescolando ai gemiti imprecazioni contro di lui e poiché lui distribuiva  spesso alcuni abiti di Mariamne alle nuove mogli, i due avevano minacciato  che tra poco, invece di vesti regali avrebbero fatto loro indossare vesti fatte di stracci. 

Professore,  i due per parlare così, hanno avuto lettere da Roma e messaggio che fanno sperare in una deposizione di Erode  e in un ripristino al trono degli asmonei!.

Flavio non dice niente a proposito, ma parla di un nuovo viaggio a Roma di Erode, di cui non si sa esattamente né la durata temporale del soggiorno né la motivazione del viaggio.

Si verifica una nuova situazione  in assenza del re  e, quindi, di predominio assoluto  del clan idumeo a corte.

Gli asmonei, nonostante questo,  potrebbero approfittare del momento favorevole in quanto Erode, in partenza,  sembra disponibile anche se ansioso per le intenzioni dei giovani, non avendo perduto ogni speranza di farli rinsavire /thn elpida ths diorthooseoos

Secondo Flavio- Ibidem, 481-:  mandatili a chiamare…profferì poche minacce come re,  ma le più furono ammonizioni di padre, che esortava  ad amare i loro fratelli /philein tous adelphous e  che prometteva il perdono per le colpe del passato, se  si  fossero comportati meglio in avvenire.

Flavio aggiunge: quelli respinsero le calunnie, affermando che  si trattava di menzogne ed assicuravano il padre  che, coi fatti,  avrebbero confermato la loro difesa; però, anche lui doveva  far cessare  le dicerie col non prestarvi facile  ascolto  perché non sarebbe mai mancata gente  disposta ad inventare  accuse contro di loro,  finché c’era qualcuno pronto a crederci.

I due giovani, avendo compreso che il padre ha qualche sentimento per loro,  credono di potersi liberare dai timori per il presente, ma provano dolore per il futuro perché conoscono l’inimicizia di Salome e dello zio /egnosan thn te Saloomhn kai ton Theion Pherooran.

Mi sembra  strano, professore che solo ora  i due giovani conoscono come temibili  e pericolosi  entrambi e specie Ferora, da sempre a  loro   ostili, oltre ad Antipatro?

Forse il verbo gignoskein sottende  costatazione di fatto della loro inimicizia/ekhthra, sottovalutata, anche se  consapevoli  del potere e della ricchezza di Ferora rispetto agli altri membri della famiglia idumea e della funzione di primo sumbouleuths di Erode.

Infatti si sa che Ferora aveva parte a tutte le attribuzioni regali,  tranne il diadema, e godeva di rendite  private per il valore di  cento talenti e percepiva  i frutti di tutto il territorio al di là  del Giordano, ricevuto in dono dal fratello.

Ferora, che ha i il titolo di tetrarca col consenso  di Augusto, pur avendo rifiutato il matrimonio delle due figlie  del re, per amore della serva,  risulta sempre perdonato dal fratello, anche quando è offeso ed è irritato contro  di lui.

 Dunque, professore, i giovani, conosciuta l’avversione degli idumei , fanno  strategie per la loro  difesa, finalmente?

Sembra,  Marco, che prima della tempestache si scatena  su Alessandro,  i due giovani hanno fatto una congiura coi dunatoi/potenti, avendo  il favore dell’esercito  e dei loro comandanti: ciò  è palese nel caso della tortura dei tre eunuchi, subito dopo il ritorno di Erode da Roma. Flavio così scrive  per mostrare come il clima di corte, invece di  migliorare,  va sempre più peggiorando: il re aveva  alcuni eunuchi, che gli erano immensamente cari  per la loro bellezza: uno era  incaricato di versare il vino, un altro  di servire le portate  e l’altro di dormire nella camera regia, dopo averlo messo a letto, quest’ultimo poi curava gli affari più importanti dello stato.

Secondo Flavio, Alessandro con grandi doni piegò  costoro  ad atti  pederastici. 

I cortigiani informano il re che i suoi eunuchi sono stato corrotti da Alessandro. Forse tutto questo accade nel periodo di andata a Roma e ritorno di Erode, che, saputo tutto, li fa sottoporre alla tortura.

Questi ammettono i rapporti amorosi  svelando anche le promesse con cui vi sono stati indotti, essendo stati circuiti dai discorsi di Alessandro: essi non dovevano  fondare le loro speranze su Erode, un vecchio svergognato  che si tingeva anche i capelli – a meno che per questo non lo credessero anche un giovanotto- ma invece mettersi dalla sua parte, che avrebbe ereditato il trono  anche contro il volere di Erode  e fra breve avrebbe punito  i nemici  mentre gli amici li avrebbe colmati di  favori  a cominciare da loro per primi

In Antichità  giudaica  ad una prima tortura i tre  ammettono la corruzione e confessano  di avere relazioni intime con Alessandro ma negano di aver sentito offese contro il re. Ad una seconda  tortura invece  aggiungono che il giovane ha odio contro il padre che, per apparire, si tinge i capelli così da  cancellare i segni dell’età e che ha fatto  promesse da pagare il debito al momento dell’investitura regale.

Erode crede, allora, di aver scoperto la congiura dei dunatoi/potenti  e il loro movimento segreto, connesso con l’esercito  e  coi comandanti  e si impaurisce tanto che  che non osa nemmeno  divulgare le denunce,   mentre intensifica  il servizio d  spie per la città di e di  notte  e di giorno, inviate ad indagare su ciò che si dice  e si fa.

Si instaura un clima di paura e di insicurezza in città e  nella reggia a causa del sospetto.

Flavio scrive: la reggia cadde in preda ad un terribile stato di illegalità /deinh anomia: ognuno, infatti, preparava le accuse  a seconda delle simpatie o degli odi e  per sbarazzarsi dei propri nemici approfittando del furore omicida del re phonoonti  tooi basilikooi  Thumooi). (Guer.Giud. I , 493). La menzogna veniva immediatamente creduta e le pene erano più veloci  dell calunnie; uno che aveva appena lanciata un’accusa, veniva a sua volta incolpato ed era condotto al supplizio insieme a colui che  lui aveva fatto condannare; infatti il pericolo di vita rendeva sommarie  le procedure del re (ibidem). 

Secondo Flavio  (ibidem) il re arrivò a tanta durezza  da non guardare di buon occhio  nemmeno coloro che non venivano fatto oggetto di accuse e da trattare  molto aspramente  anche gli amici;  a molti di costoro vietò  di presentarsi a corte  ed infierì  a parole contro chi non poteva colpire  a fatti.

Sembra che  in questa  situazione  illegale il giovane Alessandro possa aver fatto la congiura e tentato un colpo di stato  contro il padre, pur avendo contrario   lo stesso Archelao, suo suocero che, conoscendo  bene Erode  e il  suo potere a Roma presso la corte di Augusto- dopo che Tiberio è tra  i consiglieri con uomini come  Lollio, Quirinio  e Varo- non è dello stesso parere:  il giovane senza l’aiuto  del  suocero, incerto per la politica imperiale sulla zona giudaica, in un  momento critico per il brusco distacco dell’imperatore nei confronti di Erode,  accusato dagli arabi di invasione territoriale illegittima, non avendo ancora sicuro appoggio  dell’esercito,  non avrebbe avuto neanche il tempo di un’organizzazione, tecnica, per  tramare contro uno che ha un esercito di spie e il favore della famiglia idumea.

D’altra parte, Antipatro lo tiene sotto controllo, circondato da spie, e  con le sue calunnie mette in cattiva luce Alessandro davanti al padre, che ha il resoconto giornaliero dell’attività  dal figlio maggiore mentre Salome, tramite la figlia, ha il controllo notturno e diurno  di Aristobulo.

Flavio scrive su Antipatro: organizzata una banda  di uomini come lui, non lasciò da parte alcun genere di  calunnia.  Dalle sue mirabolanti insinuazioni e macchinazioni  il re fu spinto a tale punto di terrore  da sembrargli che Alessandro stesse per saltargli addosso  con la spada in pugno.

Al di là della possibilità di un reale colpo di mano fatto da Alessandro, Erode, su suggerimento del figlio, un giorno improvvisamente lo fece imprigionare e sottopose a tortura i suoi amici.

Dalla tortura emerge che alcuni non parlano e muoiono  e che altri  dicono: Alessandro congiurava  contro di lui d’intesa con Aristobulo  e che si preparava  ad ucciderlo durante una partita di caccia  e a rifugiarsi poi  a Roma (Guerra giudaica  I,496).

Per Flavio di Guerra giudaic il re, sebbene le notizie non fossero attendibili  ma inventate  sotto il terrore dei  supplizi, credette di buon grado,  consolandosi di aver messo in prigione il figlio, col pensiero  di non aver dato l’impressione di commettere un’ingiustizia.

Una coscienza strana quella di Erode, che deve autodifendersi e autoconsolarsi!  Strana, professore,  per un privato ma, ancora di più, per un re!

Erode, in uno stato di illegittimità, vuole, comunque, mostrare di non commettere ingiustizia/To mh dokein adikoos e vuole convincersi (paramuthian lambanoon) ,per consolarsid’aver imprigionato il figlio!.

Per Flavio di Antichità Giudaiche  si arriva all’imprigionamento perché Erode, non credendo più a nessuno, è profondamente tormentato  nella sua ansietà, tanto da vedere Alessandro davanti col pugnale, stressato notte e giorno, così da  apparire simile ad uno che soffre di pazzia e di follia/ mania kai anoia.

Professore, dalle due opere si rilevano due diversi pensieri, a seconda dello scriptorium, –  già evidenziato in Archelao figlio di Erode  www.angelofilipponi.com e nello Note  del XVI di Antichità Giudaiche – ed anche due differenti caratterizzazioni?

Marco, nella prima sembra più marcata l’attenzione  agli stati di animo, propria di una indagine psicologica, nella seconda  si fa esame di legittimità con una ricerca giuridica. Comunque, si rimane sempre su una diversità di impostazione generale  e questo lo si vede nei differenti discorsi di Erode.

Erode, nel rimprovero a  Ferora,  non è privo di retorica, specie con la domanda introdotta con ara ouk che sottende  una risposta positiva o con poteron …h, disgiuntiva! Anche il lessico è ricercato,  adeguato alla rabbia del re contro il fratello bugiardo e traditore! E’ un segno della ricostruzione sapiente dei detti/logia del re da parte della scuola scrittoria cortigiana!. Questo discorso  insieme ad altri di Antichità giudaiche potrebbe essere indizio della presenza di un scriptorium erodiano, che,  sotto la guida di Nicola di Damasco coordina il generale pensiero ebraico -romano ellenistico di un mezzo ebreo romanizzato, prigioniero, comunque,  della cultura  aramaica della propria famiglia idumea.

I componenti potrebbero essere i maestri e contabili  di corte  che educano gli altri figli di Erode, non inviati a Roma, che, a  detta di Alessandro, potevano essere scritturali di paese  koomogrammateis, una specie di segretari comunali, capaci di leggere, scrivere e fare di conto, ed abili a  tenere archivi, come  impiegati stabili, poi, a seguito del censimento di Augusto.

Da qui, professore,  le differenze anche di stile dei due scriptoria– quello provinciale e  familiare e  quello ufficiale romano,  più curato ed uniformato alla curia imperiale dove i termini hanno valore proprio tecnico, come logos, inteso solo  come ragionamento ?

Marco, tu vai subito a precise conclusioni, a cui non mi sento di aderire del  tutto, anche se nel complesso le accetto. Però, una cosa è dire  che ci possono essere anche scriptoria  privati, anche regi, o comunitari come quello degli esseni,  uomini  di cultura aramaica, ed una cosa  ipotizzare uno scriptorium  con molti  scrittori, copiatori e  retori  nel Palatium imperiale!.Ci sono  oggettive differenze!

Forse non ho compreso bene il tutto, comunque, procediamo!.Erode  ha imprigionato il figlio, temendo  una congiura o avendola veramente  scoperta?

Marco, non ti so dire se il re ha scoperto la reale  congiura ma sembra  che la  temi più che abbia accertato  qualcosa con le torture agli eunuchi e agli amici di Alessandro, che,  per far cessare la persecuzione  degli amici,  scrive quattro biblia, dimostrando che anche in prigione ha materiale,  servi  ed ogni altro elemento scriptorio  per scrivere le sue memorie.

Certo, professore, noi pensiamo che scrivere sia una cosa facile coi mezzi di oggi! ai tempi, invece,  tutto è complicato e difficile!

A me,  sembra, Marco che, comunque,  una volta in prigione  Alessandro pensa a difendersi e scrive un atto di accusa in quattro fascicoli, in cui confessa la congiura, ma  denuncia  la complicità della  maggior parte dei cortigiani, a cominciare da Ferora e da Salome, accusata anche di violenza sessuale nei suoi confronti, escludendo  intelligentemente il solo Antipatro, allora onnipotente.

Professore, quanto detto in Guerra giudaica è confermato da  Antichità Giudaiche?

Certo, Marco,   le fonti qui sono d’accordo ed evidenziano  che se si accusano i due giovani, bisogna accusare tutta la corte  e quindi non si tratta  di una vera congiura.

Marco, Erode dopo la tortura degli eunuchi  e le notizie avute,  secondo Flavio (Ant Giud XVI,237)  era sospettoso,  odiava tutti e poneva la sua sicurezza  in un sospetto continuo e seguitava a dimostrarlo anche verso persone  che non lo meritavano.In questo non c’era limite; anzi chi era solito  stare  più vicino a lui  gli pareva  che fosse da temere  più degli altri in quanto più influente,  mentre coloro che non avevano  grande famigliarità con lui, al solo nominarli pareva che fosse necessario ucciderli come parte della sua salvezza.

La corte vive, quindi, in un clima di terrore  e tutti cercano di salvarsi: i suoi cortigiani non avendo fondati motivi per sperare di salvarsi, si levarono gli uni contro gli altri, pensando che il prevenire gli altri  con accuse giovasse  a salvare se stessi, ma quelli che raggiungevano il loro intento diventavano oggetto  di invidia, di odio e non ottenevano altra soddisfazione  se non incorrere  giustamente in quei mali con cui essi avevano oppresso gli altri, con l’intento di prevenirli.

Insomma, professore, in una tale situazione tutti si accusano vicendevolmente e  invece di far punire i propri nemici si autopuniscono perché sono presi nello stesso loro laccio!

E’ così, Marco, anche perché Erode, preso dai rimorsi   e dal pentimento per la  morte di persone incolpevoli, non sospende le esecuzioni, ma fa punire pure gli informatori allo stesso modo. Per Flavio di Antichità giudaiche è indescrivibile nella corte la confusione, unita a paura della tortura.

L’ autore così scrive: A molti suoi amici, come Tolomeo e Sappino,  intimò  di non comparirgli più avanti  e di non entrare più nel palazzo. Questo avvertimento fu dato o perché con loro aveva minore libertà di azione o perché si conteneva di più per la loro presenza.

Dunque, professore, Erode si priva anche dei migliori consiglieri pur di avere solo Antipatro, come unico suggeritore?

Sembrerebbe così: Erode risulta come un uomo plagiato, condizionato, raggirato completamente dal figlio!

Infatti anche congedò  Andromaco e Gemello, da tempo suoi amici e collaboratori nell’educazione dei figli, anche se avevano avuto fino ad allora una maggiore libertà di parola degli altri: il primo  perché suo figlio Demetrio  era stato stretto amico di Alessandro;  il secondo  perché aveva saputo che era stato favorevole ad Alessandro in quanto cresciuto ed educato insieme a Roma ed era stato con lui nell’ultima visita.Li congedò volentieri e li avrebbe trattati  ancor peggio, ma non si sentiva libero di usare eccessiva tracotanza contro uomini tanto distinti, comunque,  li privò  del loro rango e del potere  in modo da prevenire che commettessero azioni delittuose.

Ora dobbiamo parlare dei protagonisti e smettere di trattare della corte; non dobbiamo capire  la tragedia?

Certo. Dobbiamo seguire Antipatro e i due figli di Mariamne. Per come scrive lo scrittore di  Guerra giudaica è da seguire l’idumeo  e i due asmone : è giudicato il primo come odioso  persecutore e compassionevoli innocenti  gli altri, mentre viene eccitata la partecipazione commossa del lettore.  In Antichità giudaiche, invece,  si legge la storia toledoth  del regno erodiano e delle generazioni di erodiani, non ritenuti più affidabili  per i vertici imperiali romani, intenzionati ad estirpare il cancro giudaico  dal kosmos romano come  si stava facendo con quello druidico: non per nulla tutta questa historia si chiude con l’invio di Flavio Vespasiano in Giudea  da parte di Nerone!

Ottaviano aveva davvero sancito il male della moralitas giudaica condannando Erode:  meglio essere un porco che figlio di Erode!.Il disgusto di Augusto è quello di tutti i popoli dell’imperium ormai  civilizzati,  in quanto romanizzati ed ellenizzati, che rilevano l’anomalia barbarica giudaica!.

Perciò, secondo Flavio, nel periodo in cui ad Andromaco e ai suoi amici  era stata  tolta la libertà  di parlare  e di esprimersi liberamente si  cominciò a esaminare sotto tortura  quanti credeva che fossero amici di Alessandro  e ad indagare se fossero a conoscenza  di qualche suo complotto, ma questi andavano a morte, senza  aver nulla da dirgli.

Di fronte all’evidenza, non trovando nulla del  male  in relazione ai  sospetti,  Antipatro incita il padre a seguitare ad inquisire, accusando solo per il fatto di  essere amici fedeli di Alessandro  per estorcere notizie sul possibile segreto complotto.

Dei tanti torturati uno disse che il giovane spesso  aveva detto  quando lodavano la sua corporatura grande  e la sua bravura come arciere ed altre doti  in cui eccelleva su tutti, che queste era qualità naturali  per lui e gli erano più un male che un bene  perché suo padre ne era irritato e lo invidiava. Ed un altro  aggiunse che, quando passeggiava col padre, non si distendeva  del tutto e stava curvo per non apparire più alto di lui   e che una volta andando a  caccia tirò di proposito  fuori bersaglio perché era nota l’ambizione del padre di essere il primo in tali imprese, generalmente lodate.

In questa occasione Antipatro,  durante a sospensione delle torture,  ha la notizia  che vuole sentire:  che cioè  Alessandro e Aristobulo  avevano complottato un’imboscata per uccidere il padre  durante una caccia e che dopo il fatto sarebbero  fuggiti  a Roma a chiedere il regno.

Il  presunto  diadokos si dà da fare  e trova  una lettera  del giovane a suo fratello in cui si  biasimava il padre di aver assegnato ad Antipatro un territorio che gli rendeva duecento talenti.

Con la notizia del complotto scoperto  e con la lettera di Alessandro, Antipatro si presenta al padre  dicendo che ha le prove fondate per sospettare dei fratellastri e perciò Erode arrestò ed imprigionò Alessandro- ibidem 251-.

Flavio aggiunge che Erode non pone fine alla sue ricerche perché è malfido circa le calunnie  e perché secondo logica non rileva nulla che abbia sentore di congiura, anzi considera i figli colpevoli di lamentele  e di ambizione personale  giovanile, ritenendo improbabile che il figlio dopo la sua morte possa realmente andare a Roma.

Allora, professore,  bisogna pensare che Flavio anticipi i tempi in cui Erode malato e  nauseato dalla famiglia, fa davvero azioni degne di  uno  che è affetto da mania kai anoia.?

Sembra che ancora nell’invernata del 9/8 a. C. il re si impegni a trovare prove più stringenti circa l’illegalità compiuta dal figlio e che lo abbia imprigionato in modo cautelare, preventivo,  più per proteggerlo che per fargli del male.

Lei pensa che Erode abbia rilegato solo Alessandro  nei suoi appartamenti,  facendolo sorvegliare da guardie, impedendogli le relazioni con i cortigiani? e che man mano  che sente i torturati si convince della sua innocenza, ma lo trattiene avendo, talora, dubbi sul comportamento di Antipatro?

Sembra decisiva la prova, a cui è sottoposto un giovane amico di Alessandro, che confessa  tra le torture:  Alessandro  aveva spedito messaggi  agli amici di Roma,  facendo richiesta  di essere chiamato da Augusto presto  per informarlo su un’azione ostile di Mitridate, re dei Parthi contro i romani (Ibidem 253) .

Ancora di più il re decide  di mantenere la detenzione per il figlio ora accusato di tenere il veleno pronto ad Ascalona che, comunque, dopo molti tentativi non viene scovato.

Per Flavio (ibidem 254-255)  Erode, da una parte, si consola del  suo agire precipitoso/propeteia, autogiusticandosi con queste ulteriori prove, insignificanti,  e da un’altra  Alessandro ha un perverso puntiglio- quasi fosse in gara /philonikia-   tale da aggravare stupidamente la sua posizione, non solo davanti al re ma anche  ad Antipatro e a tutti i membri della corte, col non voler negare le accuse, desiderando punire il precipitoso procedere di suo padre verso un crimine maggiore, convinto di svergognare il suo dare ascolto indiscriminato alle calunnie.

Professore, a me sembra che padre e figlio siano due insensati personaggi comici, che ripiccano da bambini, gareggiando stupidamente in una drammatica situazione e in quel contesto cortigiano malfido,  non avendo coscienza di correre verso la tragedia, specie dopo la verifica del non pericolo parthico e  del mancato ritrovamento del veleno!

Marco, forse tu hai ragione, ma Flavio a questo aggiunge che Alessandro, forse  volendo gettare discredito sul padre  e su tutto il regno  compose un’opera di  quattro libri  e la diffonde dicendo che non c’era bisogno di  torturare nessuno o di procedere  oltre, poiché  vi era stata realmente una congiura  contro Erode e questo era avvenuto con l’aiuto di Ferora   e dei più fedeli amici del re, -coinvolgendo anche Salome che una notte entrò nella sua camera e giacque con lui contro la sua volontà – e che tutti miravano  alla stessa cosa,  a liberarsi del re, il più presto possibile,  e ad essere così sciolti dalla continua ansietà, comprendendo  tra  gli accusati Tolomeo e Sappino, gli amici più fedeli del re.

Marco, per meglio farti comprendere la situazione,  ti aggiungo che Erode probabilmente capisce  davvero il pensiero di suo figlio Alessandro che, senza nominare  il suo nascosto  accusatore Antipatro,  rivela  al padre la reale situazione di corte –  prima ancora che venga Archelao suo suocero  a Gerusalemme – mostrando  la necessità  di  trovare il motivo per cui persone una volta amicissime  siano ora invase da rabbia furiosa  e si levino bestialmente gli uni contro gli altri, mettendo a nudo uno stretto silenzio con una triste melanconia/ Hsuchia e di kathpheia, che intorpidiva l’antica felicità del palazzo.

Il giovane, professore, cioè vuole dire al padre che non c’è bisogno di lasciare spazio  per manifestare la verità con le difese  o con l’evidenza dei fatti in quanto tutti, essendo rovinati indistintamente,  offrono lo spettacolo di chi piange stando in prigione, di chi si  lamenta di qualche morto  e di  chi è in pericolo?

Si. Comunque, il giovane aggrava solo la situazione perché nel padre  con l’aumento  dell’ansietà, si affievolisce il logos!.

Flavio (ibidem,260) così infatti chiude : Tutta la vita di Erode era così sconvolta  che  gli divenne insopportabile poiché  non credendo a nessuno era profondamente tormentato dall’ansietà. A volte immaginava  suo figlio che gli veniva contro  e che gli stava dinanzi  col pugnale, la sua mente  era così tesa notte e giorno  che prese la forma  di chi soffre  di pazzia o di follia.

Flavio parla di grammata/lettere in quattro biblioi plichi che formano un’opera apologetica di cui rendo un brano  in discorso diretto per dare maggiore efficacia al racconto e al testo. Secondo me,  Il materiale è tipico di uno scriptorium, che è dalla parte del giovane principe, che può scrivere, avendo tempo e mezzi,  quanto pensa, in bella forma.

Erode è in una situazione di grave crisi: la corte è piena di Hsuchia e di kathpheia (silenzio e umiliazione). Questo quadro dovrebbe essere proprio del  periodo 9/8 in cui si colloca la vicenda di Silleo e  del processo di Alessandro davanti a Saturnino: si sa che Augusto in questa epoca aveva ponderato l’idea di un cambiamento in Oriente e di una esautorazione di Erode e una ristrutturazione con a capo il governatore di Siria ( cfr Tacito, Historiae  e Cassio Dione, St. rom ).   Stando cosi le cose in Gerusalemme,  si ha l’improvviso arrivo di Archelao descritto in modo diverso in  Ant giud.XVI, 261-270  rispetto a  Guerra giudaica (I,499-512) in cui domina una voluta dramatopoiia, vivacemente descritta per ingannare Erode  suscettibile  ed imprevedibile.

Ritengo, comunque, che le due narrazioni sostanzialmente siano eguali, ma  diversa è la forma della presentazione del personaggio ben caratterizzato nella sua preoccupazione di padre e suocero da una parte e di amico di Erode da un’altra,   cosciente  dello stato della corte e di quello dei singoli cortigiani: ad Archelao sono giunte notizie e dalla figlia e dal genero e da spie , oltre a sollecitazioni da parte dell’imperatore a far finire  quello stato di cose nella corte di Erode, essendo l’unico capace di farlo, anche per il suo stesso bene!

Archelao  in Antichità giudaiche dimostra di conoscere  l’ombrosità dell’amico  megalomane,  visto lo stato di animo, e  di saper rilevare  le sue condizioni fisiche  e perciò ritiene opportuno adeguarsi alla situazione di corte  e ad assecondare il pensiero del re.  Flavio scrive: ritenne che nelle presenti circostanze  fosse fuor di proposito sgridarlo o accusarlo  di aver agito precipitosamente,  perché se, punto da tali parole, si sarebbe  alterato e risentito e nel calore della difesa, avrebbe moltiplicato la sua collera.

Lo scaltro Archelao conosce la situazione creatasi a causa proprio della philonikia tra padre e figlio  e, perciò, decide altra strategia. Flavio dice: prese, dunque, un’altra via  per riportare nel giusto la sfortunata condizione degli affari: mostrò la sua collera al giovane  e disse  che il procedere di Erode  era stato saggio  non avendo proceduto in modo affrettato, aggiunse che anche avrebbe sciolto il matrimonio  di sua figlia con Alessandro  e , da parte  sua,  non avrebbe  risparmiato  neppure lei, qualora, consapevole delle intenzioni del marito,non ne avesse informato Erode -Ibidem 263-.

In questo modo il re risulta  funzionale ed utile ai fini di una  conclusione positiva  di una vicenda, nata da rumores/voci e da calunnie  che ha rovinato il clima di normalità di una corte  e di conseguenza, con Erode, leggendo i biblia di Alessandro, attentamente,  sa ritrovare il colpevole  che, comunque, non può attaccare, perché allora onnipotente e perciò, diverge verso il responsabile maggiore lo zio Ferora, già caduto in disgrazia.

Un’abile mossa, professore, utile  per la soluzione del problema di Erode, già malfermo di testa e rincoglionito!?      

Marco, tu parti  di un Erode  già malato – cosa che non sappiamo come reale nella primavera dell’8 a.C. ( se è il fatto è  dell’8!) e giudichi solo da  Antichità Giudaiche?

Il racconto, invece, di Guerra giudaica  mostra un Archelao, venuto infuriato contro suo genero,  perciò,  pronto per  una sceneggiata  napoletana, da attore consumato, che  al suo apparire a corte, apostrofa il genero: dov’è quel delinquente di mio genero? dove potrò trovare la  testa  di quel parricida  per potergliela staccare  con le mie mani? e poi attacca la figlia : anche a lei farò fare la stessa fine del suo bravo marito, perché se anche non  ha avuto parte  nel complotto è contaminata  dall’essere stata moglie di un siffatto uomo!

Archelao, mantenendo lo stesso tono, solo ora che vede consenziente l’amico, grato per  la solidarietà tra consuoceri,   gli si rivolge, quasi lo rimprovera: mi stupisce  la tua tolleranza/ anecsikakia! pensavo che lo avrei trovato  colpito dalla pena   e sono venuto dalla Cappadocia e con l’intenzione di unirmi a te nel giudicare mia figlia, che io gli feci sposare in omaggio alla tua dignità. Invece, ora dobbiamo  decidere sul conto di tutti e  due, e se sei un padre troppo debole per punire un figlio traditore,  sostituiamo le destre ameipsoomen tas decsias ed ognuno prenda il compito di dare sfogo  allo sdegno dell’altro/kai genoometha  ths allhloon orghs diadokhoi.

E‘ chiaro, quindi, il comportamento di Archelao, che comprende lo stato di animo di Erode! In Ant giud, XVI, 264,  c’è la spiegazione: –

A questo agire di Archelao molto diverso da quello che Erode si aspettava   e per lo sdegno  mostrato dalla maggioranza verso di lui, il re perse alquanto la sua durezza  e poiché era sicuro di aver compiuto tali cose  per motivi giusti, adottò una diversa attitudine, quella di padre. Ma e da una parte e da un’altra  era degno di compassione: se qualcuno tentava di sventare le accuse  contro il giovane, lui entrava in collera, ma se Archelao si univa nell’accusa  contro Alessandro, Erode prorompeva in lacrime,  e in un momento di commosso scoramento, lo pregò di non sciogliere il matrimonio  e  di non essere  così in collera  per le ingiustizie commesse dai giovani.

Di tale situazione approfitta Archelao che, vedendo il re raddolcito, prese ad addossare le colpe agli amici del re  asserendo che si deve  ascrivere a loro  il fatto che un giovane, esente da malizia, sia stato corrotto  e concentrò i sospetti, soprattutto sul fratello di Erode

Dunque, secondo Guerra giud. e Ant giud  il colpevole, per ora  della  situazione sembra essere Ferora, che è certamente il capro espiatorio,  secondo l’indagine di  Archelao, che ha scoperchiato il male della  corte di Erode, pur conoscendo l’oggettiva responsabilità di Antipatro, mai nominato.

Il racconto delle  due opere sui successivi fatti di Ferora e di Archelao  è  eguale e noi lo riassumiamo così, seguendo Antichità Giudaiche  Ibidem 266-268. Erode essendo sdegnato con Ferora, che non aveva nessuno che lo riconciliasse col re, riteneva che Archelao fosse adatto a questo, avendo grande influenza su Erode, lui stesso andò da lui, vestito di nero, con i segni di chi è prossimo alla rovina imminente, chiedendo di supplicare il fratello  per lui.

Archelao fa da intermediario secondo Flavio: non lo disprezzò né gli promise di poter subito placare Erode, lo confortò, comunque,  esortandolo ad andare dal re  e a supplicarlo, confessandogli che lui era l’origine di ogni male: infatti, gioverebbe più questo che la sua parola per placare il suo sdegno, essendo lui, comunque, presente per aiutarlo.

Dunque, Archelao fa confessare  Ferora e raggiunge lo scopo di aiutare Alessandro e pacificare la corte.  E può ritornare in Cappadocia, soddisfatto!.

Si. Marco. Infatti Flavio scrive:   

Archelao persuase Ferora, che si accordò su questo che era stato preordinato, raggiungendo due scopi: sciolse da ogni accusa il giovane cosa che nessuno si sarebbe aspettato (cosa mai sperata) e placò  Erode nei confronti di Ferora, poi ritornò in Cappadocia amato da Erode sommamente per avergli giovato come nessun altro.

Si sa che in quel particolare frangente egli lo onorò con abbondanti doni  e lo trattò con  grandiosa magnificenza  annoverandolo tra i suoi intimi amici,  Inoltre fece con lui un accordo per andare a Roma poiché su tali loro questioni si era scritto a Cesare e viaggiarono insieme fino ad Antiochia,  dove  Erode lo riconciliò con Tizio  che era entrato in conflitto per una contesa e poi ritornò in Giudea.

Chi e Tizio ?

Si tratta di Marco Tizio,  che fu procuratore di Siria  dal 20 al 12. I  fatti in questione dovrebbero essere avvenuti  tra il 14 e il 12.. I governatori avevano alle loro dipendenze uomini per riscuotere le tasse,  da utilizzare anche fuori regione, nel caso nostro  forse epitropos di Siria  potrebbe essersi servito di Tizio Sabino, rimasto attivo  anche in Giudea  a lungo  cfr. Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous? Maroni,2003. Se si tratta di Tizio Sabino, un procuratore ad census accipiendos,e non del governatore,  è probabile che Archelao doveva pagare tasse arretrate a  Marco Tizio, ora tornato a Roma,  ed  Erode forse pagò, lui di tasca propria,  e quindi  eliminò il motivo dell’inimicizia tra i due.

Sembra che Erode  vada un’altra volta a Roma?

Avendo ricevuto  una lettera da Cesare su queste cose, Erode  va con Archelao fino ad Antiochia,  non a Roma cfr. Guerra Giudaica ,I,24.- Così andò e tornò da  Antiochia, ma ebbe guerra con gli Arabi, mossa perché quelli che abitavano la regione Traconitide,  che Cesare tolse a Zenodoro e diede ad Erode, non avevano la licenza di fare brigantaggio ed erano stati costretti  a coltivare la terra e ad essere  pacifici. Ciò a loro non conveniva e non sopportavano di non fare lhisteria – Cfr. La tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com –

Erode,  dopo una lettera di riconciliazione da parte di Ottaviano,  ha precise indicazioni  con istruzioni da seguire circa il suo comportamento verso i suoi due figli.

Flavio -Ibidem 356-357-scrive: Cesare  gli scrisse che era  angosciato a motivo dei suoi figli,  e se essi erano stati così sconsiderati da tentare  un crimine contro natura, lui li doveva punire come parricidi – Questo potere infatti  gli era concesso –  ma, se essi  progettavano di fuggire , egli doveva semplicemente ammonirli  e non infliggere loro  un castigo irreparabile. Inoltre lo avvertì di stabilire e di convocare un consiglio a Berito,  ove dimoravano i romani, far venire  i governatori di Siria, Archelao di Cappadocia e molte altre persone che lui giudicava chiaramente amiche ed  importanti  e determinare col loro consiglio  ciò che bisognava fare. 

Cesare, per scrivere una tale lettera, deve aver avuto relazioni terribili nei confronti della situazione a corte. Le sue disposizioni sembrano   quelle di uno che vuole tenere sotto controllo  chi ha problemi di demenza e deve essere seguito  e consigliato al fine di impedire azioni irresponsabili: Augusto fa da tutor ad Erode!

Professore,  quali altri fatti erano accaduti dopo la  venuta di Archelao, tali da richiedere un palese accertamento  dello stato di salute  per Erode, con la scusa di esaminare l’operato dei figli?

Marco, a me sembra che Augusto prima vuole rilevare se il re giudaico ancora ha il controllo della famiglia come pater familias  e poi  esaminare i suoi ultimi atti regali al fine di  iniziare le operazioni  di annessione della Iudaea alla Siria: ci sono in Asia Iullo Antonio come governatore, Lollio,  Quirinio e Varo in Siria e in Cilicia  con incarichi non bene conosciuti!

Perciò, noi, mentre lavoriamo  su questi anni di Erode, possiamo anche   verificare,  in un certo senso, il suo stato mentale che già abbiamo rilevato come  squilibrato tra emotività e razionalità menomata anche perché  condizionato nelle scelte dalla presenza assillante di  suo figlio Antipatro. Posso, dunque, dirti che tre avvenimenti sono di grande importanza  e tali da aggravare la già precaria situazione dei due  asmonei, controllati  continuamente da Antipatro: la venuta dello spartano Euricle a corte,  l’affaire Silleo, la condanna a morte  di due guardie del corpo di Erode (Giocondo e Tiranno).

Allora, iniziamo con la venuta di Euricle. Chi è? professore.

Di Euriche si parla anche in Guerra giudaica I.513-531 e in Ellados Perihghsis di Pausania/Viaggio in Grecia (II,3,5). E’uno spartano che vive  da parassita nelle corti, dove viene  accolto,  gloriandosi del passato lacedemonico e che ha rapporti con re, che lo onorano  in nome dell’antico valore  degli spartani, a cui molte popolazioni cercano di congiungersi tramite antichi ecisti.  Nel caso ebraico sappiamo da  I Maccabei,12,20-23 di una lettera di Arieo, re di Sparta, al sommo sacerdote  Onia I, in cui si parla di una fratellanza tra  Spartani e Giudei  che, all’epoca, sono impegnati nella lotta contro i seleucidi, nel nome dei figli di Abramo e Qetura  (Cf . S. Mazzarino, il pensiero storico classico,BUL , 2004)

Flavio lo definisce come uomo superiore ad Archelao per le astuzie strategiche, che rompe gli equilibri della riconciliazione, risultando colpevole della rovina / apoleias aitios del giovane e scrive: era uomo di prestigio nella sua patria, ma di cattivo carattere, raffinato nei piaceri, esperto in adulazioni tali da non lasciare  intendere a chi erano rivolte, venuto a far visita ad  Erode, offerti doni e ricevutine anche maggiori,  riuscì a diventare uno degli intimi di Erode grazie alla sua abilità e ad un certo garbo.

Euricle è ospite di Antipatro e vive nella sua casa ma, nello stesso tempo, ha accesso  e familiarità con Alessandro perché si vanta di godere della stima di Archelao, re di Cappadocia.

Sfruttando questo equivoco, Euriche, dunque,  riesce a  rovinare il giovane incauto Asmoneo?.

Si, Marco: fingeva onore per Glafira ed era molto attento, in segreto, ad osservare tutti ed annotava sempre quanto era detto e fatto, per poter elaborare calunnie per propria utilità, e, in breve, verso  gli altri si comportava come se avesse interesse solo per il loro vantaggio. Fu così che conquistò il giovane Alessandro e lo persuase  di poter parlare con lui apertamente, senza timore, delle sue sofferenze,  e a nessun altro.

E così Alessandro, ingenuo, si confida?

Alessandro, angosciato, gli rivelò quanto suo padre si era allontanato da lui  e gli raccontò i fatti su sua madre e su Antipatro, che aveva escluso lui e il fratello dal posto di onore e che era ora onnipotente.

Professore, è naturale che un giovane  che soffre, racconti  le sue disgrazie  e dica che gli sia insopportabile che il re l’odi  tanto che non osa parlare con il padre e col fratellastro  nelle cerimonie ufficiali, come conviti e riunioni di stato?.

Certo Marco, ma Euricle è uomo di Antipatro, invitato appositamente per fare questo gioco ed Alessandro dovrebbe avere una maggiore cautela!.

Infatti, secondo Antichità Giudaiche, che seguiamo, anche se teniamo  d’occhio anche la fonte di Guerra giudaica, più ricca di particolari circa l’attività di  mochtheros  e di katascopos di Euricle, lo spartano riferì le parole ad Antipatro affermando che lo faceva non tanto a  suo riguardo ma perché colpito dall’onore  dimostratogli da Antipatro e,  a causa della gravità della materia, lo esortò a guardarsi da Alessandro che aveva parlato con  grande emozione e dalle sue parole traspariva una reale possibilità di assassinio.

Antipatro, dunque, lo ha come misthotos suo consigliere  da ricompensare con grandi doni  e lo invita a riferire tutto ad Erode, che  sta vivendo un momento difficile e ha relazioni con figli inasprite  ed è timoroso di essere minacciato dalla fortuna in quanto non sta bene d salute ed è circondato da odio. Il vecchio, sentite  le parole, di Euricle,  gli presta orecchio  e neanche oppone una qualche esitazione al pensiero  tortuoso  dello  spartano  ed entra in una spirale di maggior odio contro Alessandro.

E’ davvero un malvagio mochteros Euricle! un mascalzone.  giustamente bandito dalla patria, un uomo che vive di espedienti  facendo anche la spia!. Infatti, ricevuti da Erode 50 talenti, va perfino da Archelao da cui riceve anche altri soldi  senza che il suo inganno sia scoperto: si vanta perfino  di essere stato molto utile per la riconciliazione di Alessandro con Erode!.

Guerra giudaica indica il sistema adottato dallo spartano, definito un avventuriero  disgraziatamente capitato in Giudea, a caccia di denaro pothooi khrhmatoon eis thn basileian esphareis,  poichè non gli bastava più la Grecia per la sua avidità/poluteleia.

Si presenta come uomo che porta splendidi doni come esca per catturare la preda /delear oon ethhrato, per riceverne di più col fare commercio di’aimatos/tramite sangue.

Essendo uomo scaltro, capisce dove è il marcio della corte  e della famiglia /ta skathra ths oikias  e il carattere borioso di Erode, lo circuisce con  adulazioni  e bei discorsi  e menzogneri elogi della sua persona /kolakeiai, denothti logoon kai peri autou psudesin egkoomiois.

E’ persona attenta a fare e a dire ciò che  a lui piace  e raggiunge uno dei primi posti  fra i suoi amici, essendo tutti riverenti verso la  sua patria.

Quindi è chiara la sua adulazione verso Erode, come anche l’accettazione dell’ospitalità di Antipatro onnipotente?

Euricle, sistematosi col potere reale vigente a corte,  si finge allora amico di Alessandro e gli estorce le confidenze e poi anche quelle del fratello  Aristobulo,  come  se fosse uomo legato alla corte di Cappadocia!

Flavio in Guerra giudaica , I. 514, scrive: facendo tutte le varie parti  attirava a sé  chi in un modo chi in un altro, ma principalmente diventò  spia a pagamento/misthootos di Antipatro e traditore di Alessandro. Euricle  a ta aporrhta / ai segreti di stato aggiunge di suo,  inventando che i due fratelli cospiravano contro Antipatro  e che ormai non mancava  altro che  mettere mani alle spade, rivelando ad Erode che Antipatro è l’unico a voler bene veramente al padre e il solo capace di ostacolare la congiura.

Marco, senti Euricle! E’ Un capolavoro di arte cortigiana, proprio di un grande scrittore retorico, l’incipit di Euricle, che si presenta ad Erode! Vengo a renderti  la vita in cambio dei benefici ricevuti e la luce to phoos a compenso dell’ospitalità/csenia! Ibidem, 521.

E’ davvero un greco, infido come il Sinone virgiliano ?!

Senti come formula l’ accusa contro i figli di Mariamne:  da gran tempo Alessandro  aveva affilato la spada contro Erode  e puntato la destra, ma lui fingendo di collaborare, aveva impedito che si facesse in fretta!  Infatti Alessandro andava dicendo  che ad Erode non bastava  di sedersi su un trono altrui e, dopo l’assassinio della madre,  di averne usurpato il regno, ma per di più voleva lasciarne la successione ad un bastardo/nothos, offrendo ad uno sciagurato come Antipatro il loro regno avito. Egli avrebbe vendicato le ombre di Hircano  e di Mariamne  poiché non era giusto succedere nel potere ad un tale padre,  se non dopo averlo ucciso-Ibidem

L’ uscita di scena non è descritta  perché  è probabile che lo spartano se ne vada alla chetichella,  intenzionato ad andare in Cappadocia, prima che  la situazione degeneri in Giudea: vuol sfruttare ancora  la corte di Archelao!

Comunque, Euricle andandosene ha modificato ulteriormente l’animo di Erode,  che, inasprito, non si comportava più come prima verso Alessandro ed Aristobulo, quando udiva un’accusa contro di loro,  ora, a motivo del suo odio, obbligava altri ad accusarli  se nessuno lo faceva, inoltre spiava  le loro azioni, faceva ricerche ed era sempre pronto ad ascoltare chiunque avesse qualcosa contro di loro -ibidem-.

Dunque, noi rileviamo che la situazione, a questo punto, è per i due molto difficile e notiamo  anche una lacuna testuale e subito dopo un’ affermazione che autorizza a parlare  perfino di un’anomalia sul comportamento di Erode, in occasione di una  cospirazione di un certo Euarato di Cos, su cui non si sa nulla: il re ebbe  un piacere  il più dolce possibile tra tutti/ kath’hdonhn to pantoon hdiston!Ant giud. XVI,312

Un piacere immenso  per una cospirazione contro il figlio! che animo di Padre! Mi segui?!

Si.  Si. Seguo Bene.  Su Silleo cosa altro bisogna sapere?

Aggiungo a quanto detto che inizialmente Silleo, dopo il mancato matrimonio con Salome, va a Roma, chiamato da Augusto per questioni sulla ex tetrarchia di Zenodoro e per problemi coi traconiti.

E ‘, professore, una vecchia  questione, di cui lei ha parlato nella sua opera, varie volte. So, perciò, che i traconiti si erano ribellati e furono vinti dai generali di Erode,  che fecero rappresaglie e  una quarantina  di capibanda  si rifugiò in Arabia, dove fu accolta da Silleo, che diede loro  fortilizi per abitazione,  permettendo di fare incursioni  e di infestare le regioni vicine, compresa la Celesiria- ibidem 278-

Erode, allarmato, non riuscendo a  prendere i lhistai  a motivo della sicurezza, di cui godono,  per la protezione data a loro dagli arabi,  incollerito per i danni che deve  subire  nella regione da lui controllata,  fa uccidere i loro consanguinei, residenti nel suo regno, innescando una faida in quanto fra loro vige la legge della  vendetta  contro gli assassini dei congiunti e quindi, seguitando nei  latrocini, facevano le loro private vendette.

Erode, allora, chiede aiuto a  Saturnino e Volumnio reclamando la cattura  per un’esemplare punizione.

 Ciò nonostante, invece, il loro  numero si accrebbe – raggiunsero il  migliaio-  e diffusero la rivolta /anastasis  sconvolgendo il  regno di Erode, saccheggiando città e villaggi  assassinando i loro prigionieri  tanto che la rivolta era simile ad una guerra /polemos.

Allora Erode chiede ufficialmente, con lettere,  la consegna  dei briganti e  il pagamento di un debito di  sessanta talenti, dati ad Obedas  tramite Silleo, essendo scaduto il tempo.-Ibidem, 279-.

Morto Obedas, a capo di ogni cosa era il solo Silleo  il quale negava decisamente che in Arabia ci fossero  briganti e dilazionava  anche il pagamento del denaro.

Si arriva ad un accordo tramite l’intervento  dei governatori di Siria: si restituissero i talenti  entro trenta giorni; ognuno dei due restituisse all’altro i sudditi rifugiati nei rispettivi regni!.

Secondo Flavio, al termine  pattuito Silleo partì per Roma  senza aver eseguito alcuno dei giusti  obblighi assunti; Erode, allora, col consenso di Saturnino e Volumnio, compì contro gli arabi un’azione con le armi.

Professore, l’episodio contestato di Repta è di questo periodo? Si. Marco, proprio allora!

La questione tra Erode e Silleo sarà lunga e si risolverà con Antipatro che, venuto a Roma, vince la causa davanti ad Augusto  e la vedremo in seguito. L’ episodio di Repta dovrebbe essere un incidente grave tra Erode e Silleo, che doveva turbare l’ordine internazionale se poi ci fu una lunga causa davanti ad Augusto. I termini  sono da rivedere attentamente: Erode, comunque, non danneggiò nessun altro, elupesen /distrusse solo il phrourion,  dianusas  epta stathma trisi hmerais dopo aver fatto marce forzate  per compiere un viaggio  in tre giorni.  Stathmon – marcia  diurna  misurata a parasanga,-indica  7 tappe,  fatte in tre giorni di cammino.

Marco, non è il caso di seguitare su Silleo, la cui accusa fu dimostrata falsa da Nicola  prima e poi definitivamente da Antipatro.  A me  preme farti capire che proprio allora Ottaviano,  a seguito delle relazioni circa l’ entrata, armata di Erode  nel  territorio di un vicino alleato romano,   si inimica con il re giudaico tanto da non accettare né doni né  ambasciatori giudaici, perché mal informato sui fatti, avendo sentito solo il racconto esagerato di Silleo. Comunque, Augusto, prevenuto ed arrabbiato,  ad un primo esame non sente ragioni e fa una sola domanda agli ambasciatori: Erode ha condotto il suo esercito fuori della sua regione?  e dopo la cacciata degli ambasciatori scrive una lettera ad Erode,  molto risentita, in cui si dice: finora ti ho trattato da amico, per l’avvenire ti tratterò da suddito       – Ibidem, 290 -.

Bene. Professore. Ho capito. Seguitiamo il nostro racconto sulla vicenda dei  due  infelici asmonei e di Antipatro e, poi, a tempo opportuno, riprenderemo la questione di Repta.

Allora,  Marco, abbiamo lasciato Erode che prova il massimo piacere nel vedere una cospirazione contro Alessandro. Flavio scrive  che in quella situazione  c’ è un clima di denunce: tutti facevano a gara   ad inventare calunnie e costruire cause che fossero  a loro (ai due fratelli)  sfavorevoli e   vantaggiose alla salute del re. -Ibidem, 313-

In questo clima  sono torturati  Giocondo e Tiranno, le due guardie del corpo,  che  non dicono nulla  contro i giovani, loro amici  se non chiacchiere sulla abilità di arciere di Alessandro, rilevando una certa invidia da parte del padre.

Per Erode diventa un indizio un fatto precedente capitatogli – in cui la caduta di cavallo avrebbe potuto provocare la sua  morte  in una battuta di caccia- che risulta,  secondo lui, esemplare ai fini di una congiura,  per i figli, suoi nemici.

Secondo Flavio  si avvalorò tale pensiero  nel corso delle  torture  perché si disse che durante la caccia mentre Erode inseguiva le bestie  si poteva far apparire che fosse caduto da cavallo e rimanere ucciso con le sue stesse frecce  -Ibidem 316-.

I giovani vengono accusati di voler provocare un incidente di caccia?

Sembra che si voglia corredare di altri indizi una tale accusa aggiungendo  tra gli indagati un  capocaccia  – per l’oro, trovato nella  sua cella,  e per le lance fornite ai servi di Alessandro –  e  il comandante della  fortezza di Alexandreion,  che avrebbe dovuto accogliere i giovani  durante la fuga: si scopre anche una lettera consegnata dalla figlia dell’ archiphrurion, opera di un contraffattore di scrittura, di nome Diofanto, poi effettivamente scoperto ed ucciso per falsificazione di atti giuridici:  quando con l’aiuto di Dio  avremo ottenuto  quanto abbiamo progettato di fare,  verremo da voi. Guardate di accoglierci  nella fortezza, come  avete promesso. –Ibidem,318-.

Erode, comunque, non avendo più dubbi trasse davanti alla folla i torturati affinché accusassero i figli e il popolo li uccise con una tempesta di sassi. Alessandro e il fratello si salvano perché sono protetti da  Tolomeo  e Ferora, che li riportano a  Gerusalemme sotto scorta.

Da questo momento comincia il calvario dei due giovani, che sono divisi, impauriti e   coscienti di avere la stessa sorte, quella di un criminale.

Aristobulo  giunge ad implorare sua zia e suocera, Salome, invitandola a  compiangere le sue disgrazie  e ad odiare l’uomo che consente  tali  cose! Ed  è così stupido  da arrivare ad avvertirla che anche lei corre  pericolo di vita  a causa di Silleo, per l’accusa conclamata di essere sua spia a corte!.

Flavio scrive: Salome riferì la cosa al fratello, che non aveva  più il controllo di sé, ed ordinò di incatenare i due giovani e di tenerli separati  e  di compilare una lista delle accuse da inviare a Cesare.-Ibidem, 323-

Professore, a me sembra che i due giovani facciano solo un tentativo di fuga perché si sentono  in Gerusalemme troppo vigilati e controllati, essendo desiderosi di cercare un rifugio sicuro in Cappadocia ? non si tratta, quindi, di una congiura, ma solo di una organizzazione per una fuga!

Marco, mi sembra che tu anticipi il testo,  comunque, i due  fratelli sapendo del consiglio, dato da Augusto al padre  e della possibilità di rimanere incolumi anche se  scoperti,  hanno un margine di  operatività solo nel senso di una fuga e  sfruttano una tale opportunità. Essi, però, risultano sfortunati anche in questo perché sono scoperti e costretti a confessare  il loro desiderio di fuga. Mentre i due fanno una tale operazione, Archelao,  volendo aiutarli, invia Mela, un ambasciatore, che subito è spiato e controllato da Erode, che, volendo dimostrare che Archelao gli era ostile, convocò Alessandro dalla prigione e lo interrogò nuovamente per sapere dove e come avevano deciso di fuggire. .-ibidem, 325-.

Alessandro, confessando che sarebbe fuggito da Archelao che aveva promesso di mandarli in seguito a Roma,  e che essi non avevano concepito nessuno piano contro il padre,  e che non c’era nulla di vero nelle accuse, formulate dai loro avversari, rimpiangeva la morte di Tiranno e Giocondo, che avrebbero  potuto confermare quanto dicevano lui e suo fratello.

Professore, l’indagine è condotta da Erode o da Antipatro?

Marco,  chi opera non è Erode, ma il figlio, reggente, che Flavio stesso però, non nomina, se  non in questa occasione, nel corso di tutto il restante libro XVI,  in cui si ricorda la morte delle due guardie ad opera di Antipatro, la cui ombra bieca sovrasta la figura debole del re.

Da qui anche l’interrogatorio di Glafira- che risulta un compassionevole confronto col marito, incatenato – per indagare  sulla  congiura, connessa con la corte di Cappadocia,   per estorcere una confessione ad una moglie  innamorata del suo uomo, disposta per suo amore anche  ad autoaccusarsi: gridava di non essere a conoscenza  di nulla di oltraggioso compiuto da lui,  ma, se per salvare lui, era necessario che lei mentisse, accusando se stessa,  era pronta a confessare ogni cosa.

Già, durante l’intervento pacificatore di  Archelao, Flavio aveva mostrato una Glafira innamorata del marito ed attaccata alla sua famiglia e ai figli, tanto che Erode stesso richiedeva per il figlio la mano  della figlia, pregando il re cappadoce di non rompere un tale vincolo  d’amore -Guer Giud. I, 508-.

Ad Erode ora  preme solo provare l’ostilità di Archelao  verso di lui   e perciò, consegna una lettera ad Olimpo e  a Volumnio, che vanno a Roma, da dare ad Augusto ordinando a loro,  nella sosta ad Eleusa, di  dare a corrieri  lettere  per il re di Cappadocia,  accusato di  aver sostenuto  il complotto, architettato dai figli.

Infine Erode ancora insicuro sullo stato d’animo di Augusto a motivo del processo con Silleo, affida l’incarico di contattare, prima  di consegnare  la lettera con le prove, Nicola per sapere dell’esito della causa: senza il positivo assenso del patronus/avvocato non bisogna  chiedere udienza all’imperatore!

Erode, comunque, ha saputo già  da corrieri che  Archelao, davanti ai due romani,  aveva detto  di aver promesso di accogliere  i giovani in quanto  sarebbe stato vantaggioso  e per loro e per il padre,  in modo da prevenire  che lui, in collera, compisse  ulteriori passi contro la loro faziosa  posizione, a causa dei sospetti che gravavano su di loro. ed aggiunse. non li avrebbe inviati a  Cesare  e non aveva stretto alcun accordo  per fare qualcosa  di ostile ad Erode.

Un tale comportamento di Erode sottende  un gioco diplomatico  con un giro di corrispondenze notevole tra le corti ?

Certo Marco, Erode (Antipatro) sa che non ha potestas paterna, essendo in quel particolare momento dell’ inverno 8/7 in disgrazia con Augusto,  per punire i figli anche se per la tradizione giudaica lo potrebbe fare (Deuteronomio 21,21) e tanto meno quella regia senza il placet augusteo.

Solo dopo il verdetto e  nel caso di vittoria del  patronus, Volumnio  ed Olimpo, certamente comprati   a peso d’oro,  possono consegnare le lettere con le prove contro i figli, se Augusto si è riappacificato col re! E chiaro che Erode non ha ancora notizie  di Ottaviano, ma sa che le delegazioni arabe presenti a Roma sono due e quella di Silleo e quella di Dineo-Areta.

Mi può spiegare, questo particolare momento di attesa di Erode?Certo. Marco.

Flavio racconta che, all’approdo dei due romani, da datare in settembre, dell’8 a.C.,  Cesare è già riappacificato e quindi la causa si è svolta ed  il verdetto di Augusto è stato favorevole a Nicola di Damasco, che è stato tanto abile da sorprendere l’imperatore,  in quanto ha solo attaccato Silleo, senza parlare affatto di Erode, avendo messo in contrasto le due delegazioni di nabatei.

Marco, devi tener presente che le cause sono due,  una tra i due pretendenti al trono di Nabatea. Silleo e Dineo  ed una tra Silleo e d Erode per l’episodio di Repta,  Nicola ha raccolto prove,   seguendo l’andamento del processo  per la morte di Obedas e quindi le accuse fatte da Dineo a Silleo, utili per la difesa del suo cliente giudaico:non si escludono  contatti e doni tra gli ambasciatori giudaici e quelli di  Dineo, interessati a vincere contro Silleo!

Infatti, secondo Flavio, Nicola informato dagli ambasciatori arabi  su tutti i crimini di Silleo, ha le prove dello sterminio di amici di Obeda  e della morte  del re oltre a  lettere, per inchiodare l’avversario.

Pur con questa base positiva, comunque, Nicola  non cercò di scagionare gli atti di Erode… non ne sarebbe stato in grado-  ma se invece si trattava di accusare Silleo, avrebbe avuto opportunità di parlare in favore di Erode- Ant Giud., XVI, 339-.

Ho capito, Professore. Nicola si accorda con la parte di Dineo  contraria a Silleo, per l’udienza e per la discussione della  causa in Tribunale?

Così mi risulta, Marco,  Nicola ha  ora dalla sua parte anche Areta che compete alla successione di Obeda e che ha prove da mostrare  all’imperatore nel corso della causa e, quindi,ha diviso il fronte arabo in due parti avverse.

Infatti Flavio scrive: alla presenza di Areta,  Nicola accusò Silleo di un buon numero di  crimini  e tra gli altri della morte del re   e di molti altri arabi  e di aver chiesto prestiti di denarii per scopi scellerati  di  mostrando che era rea di adulterio non solo  con donne di Arabia, ma anche di Roma ed aggiunse l’accusa più grave, quella di aver ingannato Cesare  raccontando null’altro che falsità sulle attività di Erode. 

Augusto  lo interrompe sbalordito e sorpreso, avendo precedentemente creduto alla versione data da Silleo! Perciò l’imperatore,  ora, formula la  domanda non più unica ma in modo più completa circa Erode:ha condotto l’esercito in Arabia? Ha ucciso 125 persone? Ha preso prigionieri? ha saccheggiato la regione?

Secondo Flavio- Ibidem 342-343-  prima  Nicola rispose che certamente aveva qualcosa di interessante  da dire a proposito di queste  accuse: nessuna di esse era vera per come era stata sentita da lui  o almeno non tale da meritare molta indignazione, poi  l’avvocato, conquistata la simpatia di Augustoqualche anno dopo sarà alla sua corte e scriverà Storia universale in lingua greca  gareggiando con Tito Livio!- può perorare la causa di Erode parlando dei 500 talenti, del contratto stipulato in base al quale, giunto a compimento  del tempo convenuto, il re giudaico  aveva diritto di riavere tutta l’intera somma  presa in prestito   dall’intero paese di Silleo, di fare la spedizione militare, che non era in realtà una  spedizione militare, ma una  giusta riscossione di quanto a lui dovuto, ed infine  può mostrare come Erode  abbia fatto tutto le cose per benino  senza fretta, col permesso di Volumnio e Saturnino, coi quali si era stabilito di far giurare sulla fortuna di Cesare  che entro  trenta giorni  avrebbe restituito il denaro e  quelli che erano fuggiti dai domini di Erode.

La peroratio per Erode,  un re andato contro uno spergiuro,  ha la seguente conclusione altamente retorica, ma equilibrata nelle parti nonostante il climax ascendente: Come poteva essere guerra  quando i tuoi governatori  l’avevano autorizzata?  quando era prevista dall’accordoquando il tuo nome, Cesare, fu profanato insieme a quello degli altri dei?/hsebhmenou  de metà toon alloon theoon kai tou soou…onomatos;

Professore, la ringrazio per la spiegazione, ma queste ultime parole, scritte da  Flavio, un giudeo romanizzato ed ellenizzato, che vive  in epoca domizianea,  per me sono un prova  del culto dell’imperatore  in Oriente, anche in età augustea. E’possibile? Noi cristiani, quindi, sbagliamo a non considerare il culto orientale di latria  dell’imperatore, sotto Augusto?

Marco, premetto che la nostra storiografia, dominata e condizionata dai Padri apostolici, dagli Apologisti e Padri della Chiesa, ha l’impostazione divina del Christos e perciò  trascura ogni forma di eusebeia e latreia pagana. Affermo che esiste sicuramente nelle province che versano tributi al fisco imperiale, governate da legati dell’imperatore, come Egitto, Giudea e Siria, mentre c’ è quello della Dea Roma nelle altre province senatorie. Per Flavio, Nicola parla di un Silleo che compie empietà./asebeia, profanando il nome augusto imperiale  e quello degli altri dei, intorno all’epoca della nascita di Cristo.

Bene. Riprendiamo il nostro racconto e  mi dica la fine di questo processo.

Flavio, dopo aver mostrato che si tratta di banditi della Traconitide, una quarantina circa di capibanda, accolti da Silleo e protetti per lo sterminio di  tutti gli uomini, da lui, che traeva profitto dal loro latrocinio, mai consegnati ad Erode, come promesso davanti ai governatori, e dopo aver denunciato la calunnia, fatta con finzione  e falsità per provocare l’ira imperiale, fa affermare solennemente a Nicola: io sostengo  che solo quando la forza araba  ci attaccò e cadde uno o due uomini di Erode, lui prese semplicemente a difendere se stesso  e cadde Nakebo, loro comandante  e circa 25 di loro in tutto,  Silleo lo moltiplicò per cento  asserendo che i morti erano 2500. – ibidem,350-.

Augusto,  letti i contratti del  prestito,  le lettere dei governatori, indicanti il numero delle città rovinate dal fenomeno dei lhistai,  condanna  a morte Silleo, si riconcilia con Erode  e si rammarica di aver usato aspre maniere nei confronti del re giudaico, proclamando davanti al consiglio di aver agito in modo ingiusto verso un amico.

Nicola  non solo vince la causa contro Silleo, rinviato in patria per pagare la sua punizione  e soddisfare i creditori, ma predispone  Augusto a concedere tutta l’Arabia ad Erode!.

Possibile, professore, che Augusto sia così influenzato tanto da  assegnare ad un vecchio rincoglionito  e malato l ‘Arabia, togliendola  a Dineo,  che pur ha contribuito  a stroncare le velleità di Silleo, nonostante il crimen di usurpazione del titolo di basileus!

Augusto, Marco, ha anche lui  gravi problemi per la successione, pressato prima,  da Giulia Livia  Drusilla che impone dopo la morte di Druso nel 9, suo figlio  Tiberio, come  erede al trono, divenuto, anche se   malvolentieri marito della corrotta Giulia,già nell’11.  Poi è circuito dalla figlia, che pretende che siano eredi i  figli suoi e  di Agrippa, Gaio e Lucio,  contrapposti al marito – da cui ha avuto un figlio, poi morto ad Aquileia,  durante la campagna illirica-, che, console nel 7  ed insignito della tribunicia potestas, decide di ripudiarla e di ritirarsi a Rodi.(Svetonio,Tiberio X).

E’ probabile quindi  che nel 7 a.C.  Augusto sia consigliato da Tiberio e  da condottieri militari  come Lollio, Quirinio e Varo, Iullo figlio di Antonio,- eletto governatore di Asia-, uomini legati ai figli di Agrippa,  a riflettere sulla scelta del vecchio e malandato  Erode  e a considerare meglio la candidatura di Dineo,  giovane arabo, amato dai Nabatei, nonostante la frettolosa  assunzione di potere,  causata dalla competizione con Silleo.

Secondo Flavio, Augusto ci ripensa quando gli arriva la lettera   di Erode con le prove contro i figli e  decide di fare re Areta, /Dineo Ainias  e di  accettare i suoi doni, dopo  averlo rimproverato di non aver atteso l’autorizzazione romana.

Questa è  la motivazione della non elezione di Erode: un uomo anziano e così tormentato dai figli non poteva essere gravato del peso di un nuovo regno!.

Ed allora che succede nel regno di Erode,  dopo la pacificazione del re con Augusto? Erode,  ora che è lieto per la riconciliazione  e per la piena potestas sui figli,  come si comporta?

Neanche lo puoi immaginare, Marco.  Leggiamo insieme Flavio e capirai:  E come prima, quando gli affari  non andavano bene,  si mostrava severo  ma non avventato  né precipitoso  contro i figli, così ora  che gli affari andavano meglio  ed aveva libertà di azione, ostentava il suo odio e  il suo potere.-ibidem-.

Professore, devo dedurre che è un vecchio difficile, imprevedibile, ormai deciso a vendicarsi delle  presunte offese dei figli asmonei, sollecitato e guidato da Antipatro!

A Berito Erode deve riunire  quelli che giudicheranno i figli- che comunque, tiene lontani dal tribunale,  a Platana, nei dintorni della città e perché possono impietosire i consiglieri e perché sanno difendersi bene- a parole -e perciò,  convoca i governatori di Siria  e i notabili, ma non chiama Archelao, ritenuto non idoneo,  perché a lui ostile e perché suocero di Alessandro.

Riunisce, dunque, i 150 membri del tribunale, in un’ostentazione del suo potere regio e del suo personale odio  familiare, pur rispettando il volere di Augusto,  dimostrando, comunque,  di non volere interferenze nel suo già maturato giudizio di condanna.

Noi abbiamo due discorsi uno da Guerra giudaica I, 2.3 540-543  ed uno  da Antichità giudaiche XVI,362-365.

Mi piace farti notare  la conclusione finale, prima di esaminare le fasi del processo, del discorso di Erode che  lui era preparato  a farlo nella su patria e nel suo regno, ma aspettava il loro giudizio. Comunque, essi  non erano venuti tanto  per essere giudici  di evidenti crimini dei suoi figli che egli aveva quasi fatalmente  tollerato, ma affinché avessero l’opportunità  di essere partecipi del suo sdegno.Infatti è conveniente  che anche i più lontani non restino indifferenti di fronte a complotti così gravi – Ant Giud.XVI, 366-.

Mi sembra chiaro, Marco, che il re non vuole il giudizio del tribunale ma tenda a dare un esempio storico a tutti di fermezza e di  rettitudine!

E’ così megalomane!?

Credo di si.

Comunque, in Antichità giudaiche,  Flavio evidenzia i precetti di Augusto – in caso di complotto  siano condannati a  morte, in caso di tentativo di fuga sia sufficiente una pena adeguata- rilevando  la composizione  del  Dikasterion di Sidone con gli egemones (Saturnino, Pedanio  e il procuratore Volumnio)  i membri consiglieri  che sono uomini scelti tra i parenti ed amici (Ferora e Salome), tra i notabili di Siria, ad eccezione di Archelao.

Flavio riporta il discorso di Erode che risulta un attacco contro i figli, accusati  meno  per il complotto/thn epiboulhn, che per le  parole di fuoco contro di lui/loidorias,  skommata, ubreis, plhmmeleias, che sono  per lui peggiori della morte, anche se si tratta  di insulti, prepotenze insolenze, offese.

L’ autore rileva la votazione senza che nessuno possa intervenire e contraddire: Saturnino  e i suoi tre figli presenti votano per la condanna ma escludono la morte, mentre tutti gli altri   cominciare da Volumnio, votano per la condanna a morte, facendo notare che nessuno è convinto della colpevolezza degli imputati e che alcuni lo fanno per compiacere il re, altri per odio verso di lui considerando tutti  i presenti sdegnati ed irritati  più per il crimen del padre che dei figli: deduco questo ultimo pensiero da   di’aganakthesin  che indica la tensione emotiva  di uomini e  di padri  che devono  assistere impotenti ad una tragedia familiare, preordinata.

Secondo Guerra giudaica, I,543, da quel momento l’intera Siria  e la Giudea trattennero il respiro  essendo meteooroi, sospese,  aspettando la fine del dramma/ to telos tou dramatos  e nessuno credeva che Erode sarebbe stato crudele  fino al punto di uccidere i figli.

Antichità giudaiche, invece,  indica il numero dei presenti al dikasthrion (150) rimasti  stupiti di fronte ad un padre non compassionevole per le innumerevoli sciagure, capace di parlare inverosimilmente  contro figli.

Viene mostrato un padre che non consente ai membri del consiglio di  esaminare le prove  e che offre uno spettacolo vergognoso  per servirsene come argomento di difesa, reso ancora più orribile per la lettura ad alta voce delle lettere  scritte dai figli- da cui trapelava non un  complotto, ma solo la volontà di fuga  e di preparazione di un piano adeguato, in cui  c’erano solo ingiurie verbali-.

E’ chiara la figura di un padre crudele, che  vuole concludere con la condanna a morte, prevista da Augusto solo in caso di complotto scoperto, che non ha bisogno di autorizzazione imperiale perché nel suo regno vige il Deuteronomio – una delle cinque parti costituenti la torah/nomos legge  mosaica–  che glielo permette.

Naturalmente,  professore, i due imputati  non sono introdotti in Tribunale perché i membri del consiglio  non riuscendo a calmarlo  e  non potendo tentare una riconciliazione,  nauseati dalla esibizione del re, decidono di ratificare la sua  autorità, senza ascoltare gli imputati.

Comunque, Marco, terminato il processo, Erode non sembra soddisfatto e del tutto tranquillo se,  tornando da Berito, si reca Tiro portando i due figli e li attende il  ritorno di Nicola  da Roma, gli chiede cosa pensano i suoi amici romani circa i suoi figli, dopo avergli comunicato il verdetto del Dikasterion.

Flavio scrive: Nicola rispose  che, seppure  ritenessero che  le intenzioni  dei due figli  verso di lui non erano  filiali, tuttavia  egli doveva  semplicemente imprigionarli e mantenerli in prigione e consigliavano: se proprio hai risolto di punirli in una maniera diversa non appaia che tu  segua la via della collera ma piuttosto quella della  ragione.  Se, invece  scegli di assolverli, non lasciare  che la tua infelice posizione non abbia un rimedio.-Ibidem 372-.

Il consiglio è secondo la volontà di Erode! E’ bravo, Erode! Comunque, Flavio non mostra, professore, come gli abitanti del suo regno attendono l’esito della  vicenda?

Flavio  lo mostra ed attesta che dopo l’approdo al porto di Cesarea tutti i giudei  iniziano parlare dei figli aspettando di vedere che cosa sarebbe stato di loro.

Secondo  Flavio  -Ibidem,374 –Una paura terribile colse tutti quanti avevano partecipato  alla lunga disputa selle due fazioni, giunta ormai alla tragica fine; ed erano angosciati per la sofferenza dei giovani.Tuttavia, non si poteva né  dire qualcosa liberamente né  udirla  detta da altri senza pericolo: ognuno teneva ben chiusa in se stesso la propria  sentimento compassionevole e tutti, con pena,  portavano con sé la propria profonda sofferenza ma non ne parlavano. 

In uno stato di  generale prostrazione c’è, però,  qualcuno che risveglia il sentimento comune: è un popolano militare, probabilmente un amico di  Erode, compagno di battaglie!

Flavio (Ibidem, 375-376) scrive:  un vecchio soldato, di nome Tirone, invece, avendo un figlio della stessa età d Alessandro,  suo amico,  parlò liberamente  di tutte le cose  che gli altri sentivano  dentro di loro ma dissimulavano in silenzio. aggiungendo che diceva in pubblico che tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia , distese su tutte le cose come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze più grandi  erano visibili ai traviati peccatori.

Tirone   è considerato da Flavio un vero uomo,  un  soldato,  popolano di animo nobile, parrhsiasths, comunque, capace di   interpretare  quanto ognuno ha nel suo cuore  perché  per timore non parla.

Flavio scrive:  ognuno  era lieto di ascoltarlo  dire quelle cose che  lui pure avrebbe detto  e, mentre tutti  se ne stavano in guardia e  in silenzio,  per la  propria sicurezza,  approvando tuttavia  la sua franchezza perché l’attesa tragedia obbligava tutti a parlarne, Tirone si spinse fino alla presenza del re. 

Tirone fa una brutta fine?! Certo Marco.

Fatta richiesta di parlare da solo ed avutala, disse:  o re, nonostante voglia la mia salvezza, non sapendo sopportare questo affannoso tormento, ho scelto un’ardita libertà di parola, che potrebbe essere vantaggiosa  e necessaria per te, se ne fai un buon uso. Dove sono andati a finire e  dove sono caduti i sentimenti viscerali del tuo animo?. Dove dunque, la tua mente sagacissima con cui tu hai conquistato molti  e grandissimi trionfi? che è questo deserto di amici e parenti?ibidem,380

L’uomo ha capito, professore, tutto!. Erode non ha più ne ths psuchhs phreneis  la nous  ed ha invece  un deserto erhmia di amici e parenti che inoltre non lo consigliano bene. Manca in questo  attacco di Tirone il nome di Antipatro, che, comunque è sotteso in quanto afferma che un tempo lo stato era felice ma ora, in  assenza  del re, esiste solo disordine nemmeno visto!

Da qui l’invito a vedere, ad aprire gli occhi non solo sulla situazione disastrosa del  suo regno, dovuto ad autori  ormai scoperti, ma specialmente entro se stesso.

Seguono due invettive  come domande inquietanti: la prima è quella di un uomo del partito asmoneo, che disprezza anche il gruppo dirigente idumeo: toglierai la vita  a due giovani nati da una moglie  regina e modello di ogni virtù, e ti affiderai nella tua avanzata  età  ad un unico figlio che ha ripagato  male la speranza, che tu hai riposto in lui e nei tuoi familiari che tante volte hai condannato a morte? la seconda, duplice, è tipica di un popolano e di un soldato: non comprendi che, pur tacendo, la folla vede il tuo errore  e teme inorridita il tragico evento?  non vedi che tutto esercito coi comandanti detesta gli autori del misfatto e ha pietà dei due giovani sfortunati?

Erode, vecchio, vuole sentire gratificazioni e finché  Tirone resta  sul piano memoriale ed alterna verità ed elogi, sembra seguire, ma quando il soldato  inizia a trattare dei tragici eventi ed accenna alla responsabilità della famiglia idumea ed invita a vedere dentro se stesso e a capire la reale situazione di un popolo  filoasmoneo e di una esercito favorevole ad  Alessandro, timoroso dell’adesione militare e popolare,  entra in agitazione e comanda  di gettare in prigione e Tirone e i comandanti dell’esercito.

Secondo lei, professore, il colloquio è veramente privato tra il re e il soldato?

No. Tirone ottiene di essere sentito solo da Erode ed amici, nella sala del trono, sotto lo sguardo dei militari di servizio, in forma privata e non solenne. Dalla domanda si comprende che non conosci  la regola di base di una basileia: la sicurezza ed integrità  fisica del sovrano orientale è il principio stesso della sovranità con proskunesis,  che, però, non vige in  Giudea, dove Jhwh è dominus assoluto, a cui si deve l’adorazione.

Il sovrano è in cattedra, sul trono, con a fianco il visir o consiglieri delegati, con o senza regina, mentre  chi è convocato, dopo un periodo di attesa, è scortato da guardie  che passano tra militari , armati, di postazione, dritti  a destra e a sinistra del soglio regale, fino  ai suoi piedi, a debita distanza, naturalmente senza armi,  e può parlare dopo che lo scriba dice il nome. Nel caso di Tirone,  accanto al  trono di Erode, c’è sicuramente Antipatro, come coreggente.    Grazie, professore per la precisazione circa  l‘aula regia. E che succede dopo l’imprigionamento di Tirone, quando Erode e la corte sono entrati in fibrillazione per la paura di una stasis/rivolta.?

Il clima di paura fa aumentare le delazioni tanto che il barbiere di Erode, Trifone, si presenta al re e gli confessa  che Tirone lo ha esortato a tagliargli la gola, promettendogli di farlo diventare uno degli amici di Alessandro.

Erode(Antipatro) ordina che Trifone sia arrestato e torturato come Tirone  e suo figlio.

Mentre gli uomini sono torturati e il vecchio soldato è muto, il figlio  per liberare il padre e se stesso dai supplizi, dice di dire la verità se smettono di torturarli e rivela che Tirone avrebbe dovuto uccidere il re quando era solo con lui  e in caso di insuccesso avrebbe, comunque, fatto  un nobile servizio.

Probabilmente Tirone è uno zelota- anche se ancora la setta/airesis  non è costituita- che immola la propria vita per il bene comune, come martus testimone della tradizione patria, in quanto eletto del Signore!

Erode, allora, entra in uno stato di frenesia, che lo sconvolge  e lo spinge a seguire il piano di uccidere i suoi figli, accecato dal giudizio  di colpevolezza, certo  del complotto, si chiude ad ogni idea per un consiglio migliore, escludendo ogni insicurezza e perplessità.

In questo è ulteriormente radicato dagli accorti  e graduali suggerimenti di Antipatro.

Erode, allora, fa  portare davanti al consiglio  trecento capi  militari, convocati, dopo le incaute parole di Tirone- che muore col figlio e col barbiere – e li fa lapidare ed  uccidere con qualunque mezzo  dalla folla inferocita.

Alessandro ed Aristobulo (Ibidem,394)  furono condotti a Sebaste  per ordine del loro padre  e vennero uccisi per strangolamento. Durante la notte i loro corpi furono portati nella fortezza  Alexandreion dove erano sepolti il loro nonno materno e la maggioranza dei loro  antenati.

Professore, si sa la data precisa della morte dei due innocenti, sfortunati figli di Erode?

Nessun critico – neanche Emil Schuerer, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù (175-a.C.-135 d.C)  Paideia 1985-1998, né St.J. Thackeray, Iosephus the Man and the Historian, New York 1929- azzardano una precisa data anche   se c’è un certo accordo sull’anno 7 a.C. A mio parere, si potrebbe ipotizzare il periodo tra la Pasqua e la Pentecoste, in relazione al sorgere delle voci  sul Falso Alessandro cfr Il falso Alessandro ed Augusto www.angelofilipponi.com e agli atti compiuti in quei cinquanta giorni da Erode ed Antipatro cfr. Giudaismo romano I ebook Narcissus 2012.

C’è un giudizio del sacerdote Giuseppe, fariseo per elezione, sulla morte dei due innocenti?

Certo. Marco.

Flavio ne parla a lungo (ibidem,395-404) secondo il pensiero farisaico, basato su eimarmenh /fato, in cui si mostra  che le azioni umane sono  preordinate ad un compimento da una necessitas, per cui non vi è nulla  che accada senza di essa. Comunque, da sadduceo  ritiene che tutto avvenga secondo una strana oikonomia divina, anche se in questo caso  rileva che sono affogati i sentimenti di natura  a causa di un odio,  lungo, cresciuto col tempo, sempre più esteso fino alle estreme conseguenze. Flavio, però, anche se è incerto tra il biasimo  dei giovani  – che dànno continua esca  all’ira  del padre, amareggiandolo al punto di farlo arrivare con la loro spavalda azione e con la boria aristocratica  alla più ignobile delle azioni-  e quello del padre- insensibile  per l’eccesso di potere  e di gloria-  è sicuro, tuttavia, che la tragedia si compia per il clima di calunnie,  per la presenza di adulatori e di critici impietosi, maligni ed intemperanti, manovrati  dalla mente  perversa di Antipatro, che sa gestire  ambiguamente, ai fini della bramata successione, e volgere l’odio dei giovani  a  loro danno  e a suo personale vantaggio.

Flavio, considerando i due giovani  innocenti, vittime di un padre ancora  potente grazie  a Roma, lo  ritiene abominevole esecutore di una condanna innaturale neanche voluta dall’imperatore, fatta da anziano e da empio  per la sacralità del sangue regale  asmoneo, e lo vede come  personaggio miserevole, vittima lui stesso del figlio che, però,  seguita fino alla morte ad essere spietato e a non risparmiare nessuno, nemmeno i suoi più cari amici.

Anche per me  Erode negli ultimi 6/7 anni di vita è persona veramente  tragica!

Marco, la figura di Erode è da rivalutare, nonostante gli ultimi anni in cui l’autore ( e chi per lui)  tende al dramma e al romanzo  e lo mostra trascurato nell’amministrazione del regno e quasi indifferente alla  rovina dello stato e alla condizione della Iudaea,  già destinata all’annessione, lacerata da forze nazionalistiche belligeranti fra loro  in quanto hanno obiettivi diversi, data l’influenza aramaica, da una parte, e il sistema ellenistico finanziario economico,-  che produce un’immensa ricchezza giudaica, a seguito della  pax augusta/ eirene sebasth-  da un’altra-.

Erode, dopo la morte dei due figli, non è più lui: ha ceduto, di colpo, le redini del comando e sente il peso degli anni, avendo piena coscienza  che il  suo tempo è finito, come pure quello della Iudaea, un piccolo stato  che è  proprietà  dell‘imperator, che lo gestisce da Roma tramite funzionari, insieme a Siria e ad Egitto, come un possesso personale, dopo che ha esperimentato la soluzione con un re cliente, in attesa di censimento, cioè della maturazione e dell’integrazione del popolo giudaico di lingua aramaica, semibarbarico,  nella cultura romano-ellenistica,  di cui la pars  aristocratica sacerdotale, da decenni  è partecipe con le sue colonie diffuse in ogni luogo dell’ecumene, dotate di trapezai /banche, di emporia/ magazzini e di ekklesiai /comunità commerciali.

Il vecchio re sa che è finito il suo tempo  e vede in pericolo lo stesso  potere templare, fonte di immensa ricchezza per Roma -che divide coi sadducei  il tributo di ogni giudeo,annuale, di due dracme, proveniente non solo  dalla provincia giudaica, agricola,  ma anche  da oltre un milione di  confratelli di Parthia, e specie  dai 2.500.000 di fedeli  ellenisti, emporoi, trapezitai, nauarchoi, kapeloi, methoroi, banausoi, teknitai dell’Asia, della Siria, dell’Egitto- lungo le due vie nilotiche, canopica verso l’interno  dell’ Africa e pelusiaca  verso l’India tramite il mare Eritreo – di Macedonia, di Acaia, e di tutto regioni del  bacino del Mediterraneo con le isole  e perfino  di quelle oltre le colonne d’Ercole in HIspania, in Gallia e in  Britannia  dove ci sono apoikiai giudaiche  che hanno come centro Gerusalemme, la città santa..

Flavio, che conosce il decreto di Vespasiano e di  Tito  contro gli alessandrini e gli antiocheni  – che chiesero invano l’abrogazione  dei diritti di cittadinanza  ai giudei vinti (Ant.Giud.  XII,121), – anticipa perfino le preoccupazioni di Erode, circa il popolo, circa Gerusalemme e il Tempio, cosciente che gli editti /dogmata di Domiziano, dominus et deus, ormai mettono in pericolo non solo la terra santa ma anche il commercio giudaico- ellenistico, essendo tolta la libertà di parlare e di ascoltare (Cassio Dione, St .Rom, LXVII, 4) al senato, ai filosofi, alle minoranze.

Flavio, più di Erode,conosce il valore universale del giudaismo e  sa che Sion è ancora  il tempio, il punto di incontro tra il Dio vivente  e suo figlio, ed ora il popolo ebraico, anima dell’ecumene!  Sion  è per i giudei  del Regno di Erode e per i giudei aramaici di Parthia e per  i giudeo- ellenisti della diaspora  la pupilla dell’occhio,  è la patria  a cui tendono i fedeli di tutta l’ecumene, è  la terra come il luogo santo  dove ogni ebreo vuole la  sua sepoltura, dove per legge deve andare annualmente a fare sacrifici  per il culto di Jhwh!.

 b. La morte degli innocenti e il regno di Antipatro

Una domanda ai cristiani? Dopo la lettura di questo articolo, vorrei una risposta razionale?! E’ possibile sfuggire ad Erode, che  fa un’indagine su un bambino appena nato e su una famiglia giudaica, che fugge in Egitto?

  E’ doloroso pensare che la santità, cosmicamente superflua, esista perché  ci sono gli uomini!  –  Lettera  di  E. M. Cioran a  Mircea  Eliade-

 

Marco, dalla  morte degli innocenti figli di Mariamne alla morte di Erode il 23 marzo del 4. a.C.  ci sono  quasi tre anni  di “Regno”di Antipatro, suo figlio.

In questo periodo,  secondo Flavio, tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia, distese su tutte le cose, come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze umane più grandi  erano visibili ai peccatori traviati /apoloito h aletheia, to de dikaion ek toon anthroopoon  anhirhmenon eih, kratoih de ta pseusmata kai  h kakoetheia, kai tosouton nephos epagoi tois pragmasin, oos mhdè ta megista  toon anthroopinoon  pathooon  orasthai  tois amartanousin .

Professore, Flavio mostra  che il sangue degli innocenti ricade su  Antipatro, vero colpevole della morte di Alessandro e Aristobulo,  ideatore  di una trama ordita a corte, non tanto  per odio contro i figli di Mariamne, quanto contro suo padre, con l ‘aiuto dei parenti, anche loro rancorosi beneficati contro il medesimo  benefattore!.Mi può dire come Flavio  evidenzia  il  progressivo verificarsi di tale  evento e quali sono per lui  le cause  che  determinano, da una parte, il destino di Antipatro e, da una altra, la punizione divina?

Vedo, con piacere, Marco, che tu cominci a  saper leggere secondo una lettura storica, doppia, quella  propria del team scriptorio di Guerra giudaica basata su εìμαρμηνη, che coincide con la visione farisaica ed una, invece, sacerdotale sadducea, tipica della πρòνοια,  che attua l’oikonomia tou theou, propria degli scrittori di Antichità giudaiche.  Posso, quindi, seguitare la lettura dei due testi di Flavio, e mostrarti la storia di un beneficato rancoroso e di un benefattore tradito, che pur vecchio e malato ha la forza, nella sua demenza senile e  in preda ad una malattia mortale, di una vendetta innaturale e irrazionale, senza emissione di un verdetto romano di colpevolezza.  Al di là dei fatti tragici, l’autore giudaico  specie in Guerra giudaica, indulge ai sistemi narrativi romanzeschi e alla trattazione psicologica dei protagonisti, al fine di eccitare la compassione e la partecipazione dei lettori attirati dal piacere delle vicende di  una corte coi suoi intrighi.

Quindi, professore, parlerà prima dell’animo di Antipatro, che rivela il suo odio, nel complesso contraddittorio, contro il padre, già mostrato, pur rimanendo in ombra, nella vicenda della morte dei due fratellastri, che sono  per lui  uno strumento per colpire  Erode ed aver un proprio utile e poi tratterà delle cause  socio-politiche che determinano  la fine di Antipatro, che risulta  complessivamente un mediatore?

Certo, Marco, dovrò parlarti  prima di Antipatro, idumeo di formazione, come suo padre e suo nonno, di una gente, definita da Flavio -Guerra giudaica ,IV,231- turbolenta e facinorosa, sempre pronta a sommosse,  amante di sconvolgimenti, capace di impugnare  le armi…e di correre alla guerra come ad una festa,  e  del  piano di un uomo scaltro,che,col  segreto appoggio degli amici romani, già è considerato successore del padre. Poi dovrò mostrarti il  suo tentativo di attuare una serie di alleanze a corte per regnare, indisturbato, tenendo tranquillo il vecchio Erode,  pur temendo reazioni popolari e  la forza dell’elemento militare, filoasmoneo ed aramaico: in questo modo  ti mostro il disegno di Flavio  in Ant giud XVII, 60,  intenzionato a fare di  Antipatro un paradeigma  anthropinooi genei,  un modello esemplare  per tutti coloro che operano male nei confronti di un padre e dei propri fratelli, degno di un destino  crudele e di  una punizione divina, al fine di evidenziare il valore e la necessità  della virtù. Lo scrittore, ambiguo ed equivoco, può  sottendere anche le cause politiche delle sua rovina, nonostante l’apparente perfezione delle sue mhkhanai/trovate ingegnose in un contesto, già rivoluzionario.

Antipatro, coregnante, ha già scalzato, professore,  a Roma, il padre,  vecchio re, bestiale nelle repressioni del mondo aramaico-asmoneo e di quello legalistico-farisaico  filoparthico,  ed ha avuto  assicurazioni di poter regnare, senza timore di un’ annessione  del territorio giudaico  alla provincia di Siria!. Antipatro, che si presenta ai romani  come philopatoor/uomo che ama e difende il padre  e come  diallakths/mediatore,  conosce anche gli  intrighi di corte, i partiti  e le differenti politiche  che dividono i claudii  e i  giulii, subito dopo la morte di Marco Agrippa?

E’ probabile, Marco, che Antipatro  conosca bene la storia  degli  avvenimenti  capitati a Roma ed ancora attuali al momento della sua venuta a corte, in quanto dalla fine dell’estate del 7 a.C.  al  suo ritorno in patria  verso settembre del  5 a.C. ,  la Iudaea  è  già  sotto la protezione dei potenti ministri di Gaio Cesare, che tengono sotto controllo la Siria e il regno di Erode,  contemporaneamente,  per le loro operazioni antiparthiche, avendo bisogno  di basi operative sicure  per l’impresa del giovane erede imperiale e di un appoggio militare e finanziario  per la penetrazione verso l’Armenia, con la protezione della flotta romana, che stanzia tra la Cilicia e la Celesiria.  E’ possibile che il giulio Antipatro, in una tale situazione, sia incerto nella scelta di campo, come lo stesso Erode,  avendo legami e con Augusto e Livia Drusilla e con Tiberio, ma anche con Giulia e i figli di Marco Agrippa, amico personale del re giudaico. La scelta personale viene fatta solo quando si trova effettivamente a Roma, tra le due partes contendenti,  e deve manovrare per il successo della  nuova causa contro Silleo:  la sua libertà di azione  sembra, però, non supportata dalla corte a  Gerusalemme, che, invece, si distacca da lui, a sua insaputa.

Flavio, riassumendo circa la sua condizione, dopo la morte di Alessandro ed Aristobulo,  dice  Ant. giud. XVII,2:  nonostante ciò,  egli era almeno  coregnante col padre, con poteri non diversi dal padre. Lo storico informa che nel regno di Giudea ora c’è un altro capo  che deve fare politica coi romani, delegato dal padre, come suo unico rappresentante, ma, mentre come diadokos fa la sua politica,  non ha più seguaci in patria perché  è inquisito in contumacia, senza che nessuno lo avverta.

E’ un mistero come Erode possa aver fatto il vuoto intorno al figlio  che opera a Roma e lo rappresenta degnamente,  avendo perfino attestati di fiducia e di riconoscimento dall’Imperatore, dagli amici romani e dal padre stesso, che ambiguamente, lo assicura con lettere: Il clima di terrore, le torture, il ripudio della madre e la morte di Ferora sono notizie tardive, nel corso del ritorno in patria.

Professore, prima di rispondermi sull’ intera vicenda di Antipatro,  mi deve  dire ora qualcosa, sul periodo successivo la morte di Marco Agrippa, complicato dalla morte di Druso maggiore, peggiorato dalla formazione di partigiani di Tiberio e  di  quelli di  Gaio Cesare e dallo scontro tra Livia Drusilla e  Giulia, altrimenti non posso realmente capire la situazione romana e tanto meno  quella giudaica?

Più che di  Gaio Cesare, figlio di Agrippa e di Giulia, all’epoca solo princeps iuventutis, devo parlare dei suoi generali che preparano la spedizione tra il  6 e il 5 a.C. – poco prima dell’ arresto di Antipatro, che non coregna negli ultimi circa 13 mesi di vita del re, suo padre,  compresi anche alcuni mesi di soggiorno romano dell’idumeo -costretti a vigilare  direttamente sul regnum erodiano ed  ancora di più, dopo la morte di Erode. Devo parlare di un gruppo di uomini potenti che, dominando a corte, favoriscono  il figlio di Agrippa, protetto dalla madre Giulia contro Tiberio Nerone e Livia Drusilla moglie di Augusto, anche lui, come Erode, senilmente  già frastornato di mente.

Anche  a Roma, professore, ci sono complotti, congiure  e volontà di cambiamento,  certamente  maggiori di quelli gerosolomitani, in quanto sede del potere centrale universale romano, nel clima di una successione imperiale, dopo già un lungo contestato dominio dell’autokratoor!

Certo,  Marco, in una tale situazione romana e in una corte difficile come quella erodiana , ora Antipatro e Salome infittiscono le relazioni epistolari  ed  inviano doni maggiori  per gli amici romani: siamo nel momento tra il  ritiro di Tiberio  dalla politica, alla fine dell’estate del 6 a.C .-intenzionato a stabilirsi a Rodi, dopo aver svernato in Campania – e l’arrivo a Roma di Antipatro, appena si è riaperta la navigazione primaverile nel 5 a.C.

Perciò ti parlerò insieme e di Gaio Cesare e dei suoi generali  e di Tiberio, per farti  entrare in merito alla questione che ci interessa.  Secondo Vellio Patercolo,  St.II, 99.1  poco tempo dopo, Tiberio Nerone  due volte console e due volte trionfatore, parificato ad Augusto per la compartecipazione alla tribunicia potestas,  superiore a tutti i cittadini tranne uno, e ciò per sua volontà,  massimo tra i generali,  colmo di gloria e di Fortuna,  ed in verità secondo lume e capo dello stato con meraviglioso ed incredibile  gesto di bontà, di cui si scoprono ben presto le cause, quando Gaio Cesare aveva ormai preso la toga virile e Lucio era nel vigore dell’età,  non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani,  ai loro inizi, chiese al suocero e patrigno il permesso di riposarsi dalle fatiche ininterrotte, senza per altro rilevare il motivo della decisione/ne fulgor suus orientium iuvenum  obstaret initiis, dissimulata causa consiliii sui, commeatum ab socero atque privigno eodem vitrico  adquiescendi a continuatione laborum petiit.

Il ritiro  ufficiale dalla vita politica di Tiberio dal 6 av. C. fino al 2 d.C. per i cives romani risulta  un malum  per l’impero ed una fortuna per i nemici: infatti (cfr.Velleio, Ibidem 100.1)  Sensit enim terrarum orbis  digressum a custodia  Neronem urbis/il mondo si accorse che Tiberio aveva cessato di tutelare Roma: i parthi abbandonano l’alleanza romana e si impossessano dell’Armenia; la Germania si ribella  appena Tiberio approda a Rodi come idioths /privato cittadino nel 5 av. C..

Cosa succede, professore, di tanto grave  da far ritirare dalla politica un  vir civilis, così potente come Tiberio, figlio di Livia?  Mi deve mostrare anche l’animus di Tiberio, cambiato nei confronti di Augusto nel 12 a.C., alla morte di Marco Agrippa, marito di Giulia, suo suocero.

Tiberio, avendo sposato Vipsania  Agrippina,  insieme a Quintilio Varo, suo cognato, marito di Vipsania Marcella, l’ altra figlia di Marco Agrippa, aveva  cercato di assimilare ed eguagliare nel potere il suocero con Augusto, riuscendovi, ma era stato sorpreso dalla morte improvvisa del dux: l’imperatore, pressato anche  da Varo, in quel tempo, console,  cominciò a dare massimo potere ai figli di Livia, sua moglie, Tiberio e Druso,  e  a favorire la carriera  dei generi del defunto, in attesa della crescita dei figli di Giulia, sua figlia!.

Ora il testo di Velleio Patercolo mi è un po’ più chiaro. Può seguitare, professore.

In questo periodo di circa 5 anni, dunque,  Tiberio in Pannonia e in Gallia mostra le sue capacità di comando, avendo onori trionfali, come anche  suo fratello Druso,  in Germania, che  penetra fino all’Elba e come anche lo stesso Varo. Tiberio anzi diventa così popolare  che è da Augusto, imposto come genero, dopo l’obbligato divorzio da Vipsania Agrippina, in vista della successione imperiale già nell’anno 11  a.C.

La morte di Druso, figlio prediletto di Augusto nel 9 a.C. e la crescita dei giovinetti, figli di Agrippa, a seguito anche delle pressioni della figlia Giulia, e di una pars favorevole a Gaio Cesare e  a Lucio, determinano una crisi di rapporti tra il suocero e il genero, che riprendendo l’esempio di Agrippa stesso nei confronti di  Claudio Marcello,  giovane, decide di ritirarsi a vita privata.

Augusto, accettate le dimissioni del genero,  provvede, compensando il vuoto militare, lasciato da Tiberio, con  un gruppo di generali che forma il consilium principis di Gaio Cesare- nato nel 23  a. C., giovane inesperto, sostenuto dalla madre Giulia, amante all’epoca di Iullo Antonio,  appena tornato dal proconsolato in Asia, formalmente ancora moglie di Tiberio, non trattenuto nel comando dall’imperatore suocero-.

Ora comprendo molto meglio anche le motivazioni, sottese, che spingono Tiberio,  che teme fra l’altro gli avversari politici, che sono schierati a difesa dei diritti dei figli di Agrippa e che  sono troppo legati alla figura di sua moglie Giulia, non più vicina a lui, dopo la perdita del figlio infante, nato dalla loro unione!.

Tiberio, eppure,  ha ancora  la riverenza di tutti quelli che vanno in Oriente! (ibidem,99, 3 ) tutti i proconsoli e i  legati che andavano alle province  di oltre mare  recandosi a trovarlo  lo visitavano abbassando come davanti ad un principe i loro fasci  davanti ad un privato ammettendo che l’inattività  di lui era più autorevole  delle loro funzioni di comando.

E’ chiaro,  professore,  che a Roma vi sono  alcuni,  sostenitori di Tiberio e altri  dei figli di Agrippa  e di Giulia, che, comunque,  nausea lo stesso padre che  teme non solo la sua condotta morale tanto da imporle il divorzio  da Tiberio, riconosciuto come legittimo,  ma anche  la congiunzione strana  tra i suoi amanti,  specie  tra Iullo Antonio e i suoi amici, cospiratori!.Tiberio ha  avuto solo disgrazie dal matrimonio con  Giulia?

Si. Marco.  Tiberio  è costretto da Augusto a sposare  nell’11 a.C.  Giulia, vedova di Agrippa e a lasciare l’amata  moglie Vipsania Agrippina, figlia di suo suocero,  incinta di Druso minore, per ragione di stato, al fine della successione al trono, secondo i desideri di Livia Drusilla, sua madre, abile a manovrare l’imperatore.

Tiberio sposa, dunque, la sorellastra, vedova di suo suocero?!

Sei sorpreso?  La donna a Roma è un oggetto di valore politico! i matrimoni romani sono foedera/trattati  familiari! Augusto non uccide gli avversari politici, li aggrega al suo carro, unendoli alla sua familia: prima Agrippa, ora  Tiberio!

Da Giulia Tiberio ha anche un figlio, nato il 10 ad Aquileia -dove  risiede per seguire la campagna pannonica – che gli muore nel 7 a.C.- Cfr.  Svetonio Tiberio ,7- anno in cui nella corte di  Augusto iniziano le   contese per la successione, dopo la morte di Druso maggiore nel 9 av. C,.in Germania,   tra il designato diadokos  e i giovani figli di Giulia: è anche una guerra tra Livia e Giulia, in cui sono coinvolte due liberte ebree Acme e Febe, schierate rispettivamente  l’una dalla pars della moglie del sovrano e l’altra da quella della figlia tanto che Svetonio (Augusto,65,9 ) compendia lo stato di animo del già vecchio Augusto, addolorato ed agitato: vorrei essere senza moglie  ed essere morto senza figlia! .

Vellio Patercolo, legatus tiberiano,  accusa di un complotto  Giulia come  donna del tutto dimentica di tanto padre e marito, che per stravaganza e per libidine nulla tralasciò di quello che femmina può fare turpemente o subire, commisurando l’altezza della sua condizione con la libertà di peccare,  rivendicando per sé come cosa lecita ogni capriccio/ tanti parentis ac  viri immemor  nihil quod facere aut pati turpiter posset femina  luxuria libidineve infectum reliquit magnitudinemque fortunae suae peccandi  licentia metiebatur, quidquid liberet pro licito vindicans.

Questi fatti lei, professore, li considera accaduti tra il 6 e il 4 a. C.  nel  momento in cui Antipatro è coregnante in Giudea e in cui  è inviato a Roma per la nuova causa di Silleo? A conti fatti, Antipatro sembra avere pochi mesi di comando!

Sono  certamente  pochi i mesi di comando  in un momento  prima del viaggio a Roma e durante i sette mesi romani fino al settembre del 5 a. C..  turbati  per le dimostrazioni di affetto del re verso i nipoti asmonei  che gli gelano il sangue (Flavio usa il verbo Pachnooo), per le insofferenze dell’esercito e del  popolo, oltre che  per le contestazioni dei farisei nella stessa corte!. Questo, comunque, grosso modo,  è il periodo in cui Augusto definisce  sua figlia cancro della sua vecchiaia -Svetonio, Augusto, 65- per la sua  morale  fusa con  la sua ambizione politica  di donna  che, prima di essere inviata in esilio a Pandateria /Ventotene,  coinvolge uomini come   Quinzio Crispino,  Appio Claudio, Sempronio Gracco e  Scipione ed altri., condannati a morte, compreso Iullo Antonio,  suicidatosi, dopo breve prigionia nel 2. a.C., incriminato come persona desiderosa di novitas/ rivoluzione- Cfr. Cassio Dione, St., LV,10.

Si sa come si muove in questa situazione romana, tanto complessa,  Antipatro, un uomo che ha lasciato imprudentemente  in sospeso in patria molte questioni private e pubbliche, dopo –  forse -aver organizzato la morte del padre, in sua assenza, fiducioso nel solo Ferora, tra i parenti,  nei farisei, ancora non ben controllati,  senza alcun legame con qualche comandante dell’esercito?

Non è chiaro,  ma Antipatro sicuramente prende posizione per il gruppo vincente, quello dei generali di Gaio Cesare, anche se non può non riverire il civis Tiberio, figlio di Livia. Marco, non ti so dire quale sia  il comportamento di Antipatro per Tiberio, divenuto ora poliths idioths/privato cittadino, che vive a Rodi, rispettato da tutti  quelli che hanno una qualche funzione in Oriente:  da idumeo  scaltro e da figlio, ambiguo  di Erode,  non ci si può aspettare verso un membro autorevole della famiglia augusta, niente altro se non  deferenza  formale,  accompagnata da  doni con un umile e discreto  servitium, sicuramente voluto e richiesto  da Livia Drusilla per il figlio da parte della corte erodiana e specie dall’amica Salome, sollecitata da lettere a favorire il figlio. Mi sembra, però, che tu abbia già un preciso giudizio su  Antipatro, che, a mio parere, può essere valutato solo uomo senza scrupoli, non certamente colpevole di  qualcosa, se non di azioni politiche patriottiche.

Per me,  Antipatro è figura bieca, non corretta nei confronti dei fratelli e del padre, teso al proprio esclusivo vantaggio!  Quindi, ritengo che  sia possibile che  intorno a  Tiberio da parte di Erode e di Antipatro  funzioni un servitium di kataskopoi /spie, che  informano quotidianamente  dei movimenti fatti dal genero di Augusto, ora confinato nell’isola. Ho, comunque, un dubbio: la vipera Salome può  parlare bene di suo nipote a Roma e non aver avvertito Livia delle mhkhanai di Antipatro? Può non aver  confidato quanto sa  a Quintilio Varo, più favorevole a lei che a Giulia, un epitropos come gli altri intenzionato a scorticare i provinciali?

Marco, la storia non si può fare con le supposizioni ma si fa sulla base di testimonianze scritte  e di fatti, o per argumenta certa, sottese. E’, Marco, una normalità, per Erode, conoscere in anticipo i movimenti dei romani per opportuni interventi!.Erode, come già suo padre, fa viaggiare piccioni,  ha una rete di spie  e a corte di Augusto e in quella di Fraatace, e si serve di profeti come farisei (ed esseni), anche se è da loro esecrato!.

Io, professore,  conosco  dei generali della cohors di Gaio Cesare solo Varo e Quirinio, che, inoltre, sono tiberiani, perché lei ne ha parlato in La nascita di Gesù. Ce ne sono altri, oltre a Iullo?

In questo lasso di tempo  c’è storicamente la cosiddetta congiura di Iullo Antonio, che, divenuto amante di Giulia, è considerato violator  domus augustae (cfr Dione Cassio St. Rom. LV, 10),  aspirante al trono, che coordina l’azione della moglie di Tiberio e  dei suoi amici, tradendo i vincoli coniugali con Marcella, figlia di Ottavia, pur avendo goduto dei privilegi  di cariche pubbliche come il sacerdozio, la pretura, il consolato, il proconsolato.

Non sembra, però, che Antipatro sia  vicino a Quintilio Varo o  a  Senzio Sabino in quanto sembra più  legato a Senzio Saturnino e a suo fratello, che sono sicuramente tiberiani e ad Acme, una liberta corrotta da Salome, al servizio dell’augusta Livia.  Secondo me, comunque, Antipatro deve cooperare alla preparazione dell’impresa armena da parte di Quirinio, tiberiano e di Lollio, antitiberiano, primo consigliere poi di Gaio Cesare: il re giudaico come summachos/alleato  deve offrire milites e vettovagliamento per il tragitto con guide e con denaro, nonostante l’opposizione popolare e militare  degli aramaici, favorevoli ai Parthi.

E’ un momento delicato per la corte giudaica, che è certamente filotiberiana, ma  deve essere solidale con la politica augustea impegnata nei preparativi per la spedizione armena: Antipatro con Erode deve  giostrare  coi suoi amici romani  tiberiani, ora in ombra, e  fare doni a quelli nuovi della cerchia di Gaio Cesare: tutto il clan idumeo è compatto nella sua adesione alla famiglia augusta  dalla parte di  Livia Drusilla e di  suo figlio Tiberio, anche se deve lisciare il pelo alla pars avversaria, come socia nell’impresa antiparthica, pur avendo contrari la popolazione e l’esercito filoparthici e pur avendo ostili i farisei.

So di una clades/ sconfitta di  Marco Lollio e poi di una clades di Quintilio  Varo, che  poi determinano l’arresto del militarismo romano in Occidente, me ne può parlare, anche se non riguarda direttamente il nostro  tema?

Te lo faccio sinteticamente, trattando di Marco Lollio, il famoso padre di Lollia Paolina, moglie di  Gaio Caligola, che era consulente orientale di Augusto per la  spedizione parthica  già nel 21/20- poi conclusa felicemente da Tiberio in Armenia,- perché  aveva risolto il problema  della annessione a Roma della Galazia, dopo la morte di Aminta,  e poi,  divenuto console,  aveva ottenuto la provincia della Tracia e da lì era stato spostato in Gallia, dove nel 16 fu sconfitto da una coalizione barbarica germanica  di Sicambri, Tencteri e Usipeti poi fermata dal fratello di Tiberio, Druso maggiore,  che aveva debellato i Catti e i Suebi  dopo avere attraversato il Weser  e raggiunto l’Elba, morto per una caduta di cavallo nel 9 a.C.a.C.

Velleio Patercolo – St.II,97,1- fa un ritratto negativo  di Marco Lollio considerandolo, da avversario tiberiano,  uomo  di ogni cosa desideroso  più di denaro che di ben fare, carico di vizi  anche se li sapeva benissimo  dissimulare. Lollio, comunque, abilmente si  schiera dalla parte di Giulia  e diventa promotore essenziale  tra i generali per la  spedizione armena del 2/1 a.C. , che risulta inutile,  nonostante  il trattato  di Zeugma con Fraatace!. Questi avvenimenti, però, riguardano il periodo di Archelao, figlio di Erode,  che non  seppe gestire, secondo le aspettative romane  le truppe e i vettovagliamenti,  specie, dopo la denuncia del  re dei re e  a seguito della scoperta dei progetti perfidi/perfida consilia  di Marco Lollio, che pur era stato investito da Augusto di  grande autorità a fianco del giovane  Gaio Cesare,  come moderator iuventae filii sui (Velleio Patercolo, St.II, 102,1).

Anche  Plinio (St. Nat. IX, 35 ) considerando Lollio, arricchito dai principi Orientali   e  costretto, dopo le accuse di Fraatace,  al  suicidio,  convalida la  notizia di Velleio, che mostra la gioia dei romani per la sua morte, dopo il ferimento di Gaio Cesare, caduto incautamente, in  una imboscata.

Infatti  Gaio, entrato  in Armenia  ha successo, ma, poi,  in un colloquio presso Artagera, a cui non si sottrae per personale temerarietà giovanile,   è ferito da un certo Adduo   e dopo di allora ebbe,  secondo Velleio,  corpus minus habile  et animum minus utilem rei pubblicae, anche se seguitò a governare  avendo un codazzo di adulatori,  preferendo rimanere  a vegetare in quel remoto ultimo  angolo della terra, piuttosto che rientrare a Roma, tanto che, dopo che era stato convinto  a tornare in patria,  morì a Limira di Licia, di malattia,  nel febbraio del 4. d.C.,  dopo due anni dall’incidente  quando già anche l’altro fratello Lucio Cesare era già morto a Marsiglia .

Molti, secondo Tacito, accusano della morte di Lucio iuvenis  (Annales I, 3)  Livia, che forse  mette lo zampino anche  in quella di Gaio, pur di far ritornare e Roma con tutti gli onori suo figlio Tiberio dall’esilio.  .

La clades di Varo  è di molto successiva a questi fatti, lontana,  quasi un quindicennio,  in cui  prima  è governatore di Siria, poi, dopo la denunce fatte dal re dei parthi, vanifica i progetti di subdola  astuzia di  Marco Lollio, facendo dettagliate relazioni a  Augusto che costringe al suicidio  il legatus di Gaio, abnormemente arricchito con l’oro provinciale. Varo, tornato a Roma intorno al  3. a.C forse rimane inattivo a corte: non si hanno notizie  di lui se non del suo arrivo in Germania nel 7 d.C. , documentato da Tacito, che ne rileva la rapacità nella tassazione- come già  In Siria e Giudea- e la scarsa efficienza nelle manovre militari,- specie dopo il ritorno a Roma del suo predecessore  Senzio Saturnino, elogiato come dux,- in quanto  opera come un giudice in una zona non ancora ellenizzata e romanizzata, anche se  già soggetta a censimento: la sconfitta di Teutoburgo ne è la diretta  conseguenza, causata  dal romanizzato Arminio nel 9 d.C, che  annienta tre legioni.

Ho capito, professore, il tempo diverso delle due clades romane  e la ripercussione sulla politica occidentale militaristica augustea che si blocca sul Weser in un ritiro delle truppe, penetrate fino all’ Elba, insicure in terra  barbarica. Seguitiamo ora nella storia di Antipatro, che, coregnante, scalza il padre dall’animo dei consiglieri di Augusto e di Livia Drusilla, sua moglie, tessendo una trama di matrimoni per saldare i vincoli tra idumei, con alleanze,   in modo da cautelarsi contro i figli delle altre mogli del padre e da aumentare in potere.

Antipatro, dunque, Marco,  ha compreso che,  per governare, deve assoggettarsi ai generali di Gaio Cesare e seguire le direttive della casa imperiale, il cui referente ora è Quintilio Varo epitropos ths Surias, che guida l’ellenizzazione  della regione e la romanizzazione della Iudaea erodiana, destinata all’anagraphh e all‘apotimhsis Cfr. La nascita di Gesù.

Siccome si trova in un contesto popolare aramaico,  dominato dai farisei,  Antipatro  deve tenere a freno l’esercito filoasmoneo, antiromano ed antierodiano,  usando diplomazia e  cautela,  per dominarlo, cercando anche il consenso popolare, attenuando e mitigando, così il rigore dell’ ultimo periodo, bestiale, di Erode.

Anche lui, professore, comprende che la  Iudaea come la Siria e l’Egitto è  proprietà romana personale dell’autokratoor/imperator?

Certo, Marco, Lui, come e più di  Erode, essendo di educazione idumea e nabatea, formato aramaicamente ed ostilmente in senso antiromano ed antierodiano, aspira ad una novitas, avendo lo sguardo verso Ctesifonte, capitale parthica, sollecitato dal giudaismo  mesopotamico, anche se deve sottostare alla presenza dei magistrati romani e  guardarsi dalle spie romane, nella ricerca di una funzione ed un ruolo indipendente e da Augusto e da Fraatace, cercando di favorire l’elemento farisaico e popolare,  in un tentativo di congiungersi anche con i militari ora antierodiani, a causa della decimazione fatta da Erode. Marco, penso che Antipatro, volendo in cuore suo, la morte di suo padre e il cambiamento in Giudea, voglia anche una minore pressione da parte dell’imperatore romano e dei pubblicani  nella regione e quindi cerchi  spazio per una manovra diplomatica col suo popolo e col suo esercito, ora attirati con elargizioni, con manifestazioni pubbliche e con donativi ai nuovi egemones, promossi al posto di quelli eliminati dal padre,  specie  idumei, samaritani e  traconiti, dimostrando di non essere stato lui  l’artefice della morte dei due asmonei,  ma solo  l’esecutore materiale dell’ordine paterno,  non responsabile della condanna.

Non completa, però,  la sua azione filopopolare e la sua politica  favorevole all’esercito e ai farisei,  a causa della sua  affrettata partenza per Roma  e per il suo odio mortale verso il padre?

Antipatro, Marco, odiando, pur in modo contraddittorio, il padre, congiura abilmente per sostituirlo, seppure col favore di romani, anche se subdolamente desidera la congiunzione con la Parthia, che lascia un maggiore spazio di indipendenza, ma lascia tutto in sospeso, dovendo rispondere alla causa contro Silleo, per conto del padre e dovendo allontanarsi per far iniziare la morsa  mortale, venefica,  da parte di Ferora contro Erode, per non correre  il rischio di accusa di parricidio. L’accusa di veneficio non è in effetti provata! il figlio, comunque, sembra che non voglia assistere alla morte del padre!

E’ un disegno ambizioso di difficile realizzazione, bisognoso della massima concordia interna, dato il  particolare momento di censimento romano e considerati gli spostamenti di milizie romane! Il breve periodo di “regno” mi sembra che sia così impostato  ad una congiunzione delle forze idumee ed aramaiche in opposizione  a quelle erodiane  filoimperiali, al fine di aver un alibi perfetto per la morte del padre: questo traspira, sotteso, nelle pagine di Flavio di Antichità giudaiche, che seguiamo anche se l’autore è ambiguo e il testo ha subito manipolazioni specie nei paragrafi 38-44, in cui ci sono anche lacune e in Naber e in Niese.

Infatti Antipatro ha volontà di sostituire il padre prima possibile, non contento della sua coreggenza  per la presenza ambigua di Erode e per quella dei romani, ormai decisi all’annessione della regione alla Siria, dopo il censimento già in atto:  il presunto diadokos non vuole che siano presi in considerazione gli altri figli di Erode  e perciò rafforza la sua posizione con gli altri Idumei, allora, dominanti a corte.  Sfrutta, perfino, l’ordine del padre di far seppellire i cadaveri di Alessandro  e di Aristobulo  nell’Alexandreion, fortezza aramaica, accanto all’ avo materno,   accettando la manifestazione  popolare  di affetto e di memoria asmonea, cancellando così  il malumore del popolo e dell’esercito  contro la volontà di una bestiale rappresaglia di Erode! A  corte con la madre Doris coordina il partito idumeo,  filofarisaico, e, nel frattempo,  mantiene un formale ossequio per il padre e le sue mogli, specie la gerosolomitana  Cleopatra e la samaritana Maltace, al fine di raggiungere il suo telos di coesione interna, senza  dissidi, dopo aver rinviato con la dote Glafira ad Archelao, mantenendo con lui i rapporti di amicizia e di alleanza.

Dunque, professore, Antipatro si avvicina  al popolo e all’esercito  e contemporaneamente  si collega con la sua famiglia in un patto sciagurato contro il re Erode, al fine di regnare da solo, avendo  una volontà di tenersi  equidistante  tra Roma e la Parthia?

Non so se si possa dire questo, ma certamente Antipatro, da  opportunista, segue i romani finché gli servono,  accontentando il padre, ma fa anche una sua politica antiromana e filoparthica, nel momento in cui si muovono i generali di Gaio Cesare, contro Fraatace: un aramaico  ebreo non può non essere vicino ai contribuli  parthici, non potendo non seguire la predicazione dei farisei, attivi anche a corte!

Nonostante la sua ambiguità politica e la sua malvagia disposizione verso lo stesso padre, Antipatro, non si salva dalla vendetta divina?.

Marco, lascia stare la vendetta divina  ebraico-cristiana e segui la vicenda umana e politica  di Antipatro,  che è uomo desideroso di stasis, a seguito della morte del padre, col favore di Fraatace, da cui poter avere il  primo riconoscimento del  suo malkuth! Seguiamo, comunque,  il pensiero di Flavio, non certamente chiaro!

Lo scrittore giudaico,  conscio  dei timori di Antipatro  nei riguardi del popolo e dell’esercito e dei diritti dei figli di Cleopatra e di Maltace,  aspiranti al regno,  e di quelli di Alessandro ed Aristobulo,  rileva  che al momento, a causa dell’auctoritas di Erode  e  del potere  predominante dei romani,  che  dirigono ogni azione sua  e del padre., specie dopo  che è arrivata la notizia dell’insediamento di Quintilio Varo ad Antiochia,  le sue speranze  per il futuro non corrispondevano  ancora ai suoi disegni (Ant.Giud. XVII,1),  pianificati, ma non realizzati.

Antipatro, secondo Flavio, è turbato, nonostante la coscienza  di tenere in pugno il padre  e di averne la benevolenza, perché timoroso che  il padre sarebbe stata causa  della sua  rovina, in quanto dava a  vedere di essere stato  lui ad accusare i suoi fratelli,  per mettere  al sicuro la salvezza  paterna e non per inimicizia verso di loro.

 L’ autore  di Antichità giudaiche mostra il tortuoso modo di Antipatro di attaccare Erode, rivelando che tese insidie ai fratelli per odio verso il padre e  non per inimicizia con loro.Tuttavia, egli partecipava col padre al governo del regno, come se fosse stato re e il padre gli dava le imprese più importanti: egli aveva acquistato più grande e più stabile favore per quelle azioni per cui era degno di morire, come se avesse tradito i fratelli per difesa del padre e non perché era  nemico dei fratelli e del padre, che lui aveva spinto a questo coi cattivi discorsi. Le sue erano tutte macchinazioni / aper dh panta mhkhanai  con cui lui poteva muoversi contro Erode, affinché non avesse alcuna forza di accusarlo di ciò, che si preparava,  ed  affinché il padre fosse privo di ogni aiuto,  non avendo chi lo difendesse, quando  lui Antipatro gli manifestasse apertamente l’inimicizia (Ibidem).

Flavio vuol dire che Antipatro ha sfruttato l’inimicizia tra Erode e i figli asmonei per colpire suo padre, non i fratellastri. Ho capito bene?

Certo! Marco. lo puoi capire meglio seguendo il discorso di Flavio: era, dunque, per odio verso il padre  che tese insidie  ai fratelli. Allora si sentì più che mai animato  a non abbandonare l’impresa,  poiché se moriva Erode,  il regno sarebbe stato suo,  senza contrasti, ma se ad Erode fosse capitato di  prolungare la vita, lui sarebbe stato sempre in pericolo di una rivelazione  del crimine, da lui ideato, che potesse autorizzare suo padre ad essergli nemico.

Dunque, Antipatro seguita nella sua idea di complottare contro il padre, convinto di poterlo fare impunemente, data l’età e la malattia di Erode e considerata le amicizie romane ed ora anche il vincolo stretto con Ferora e Salome, essendo cambiati anche i rapporti con l’aristocrazia sacerdotale, con l’esercito e con il popolo?

Antipatro, Marco, è determinato a  questa impresa e perciò  è generoso di favori coi seguaci di Erode, cercando di distoglierli dall’odio grande che ognuno gli porta, concedendo loro onori e doni  e specialmente cerca l’amicizia dei romani,  facendo loro regali e dando denaro.

Flavio accenna a  doni e denaro, dati a  Saturnino e a suo fratello   ed anche alla sorella del re, che ora è sposata con Alexas, il figlio di un defunto amico di Erode. In effetti, inizialmente, dopo aver stretto i rapporti con l‘epitropos di Siria,  che torna a Roma, e allacciato relazioni con Quintilio Varo, nuovo governatore, si lega a Ferora e a Salome, che è sempre riluttante ed infida, specie perché non aiutata nella sua passione amorosa  per l’arabo Silleo, dopo l’intervento di Livia stessa, moglie di Augusto.

Livia Drusilla interviene imponendo le nuove nozze all’amica? Silleo doveva aver avvelenato anche l’Augusta,  facendo, a Roma, conquiste a corte?

Non si conoscono i retroscena che determinano le lettere minacciose  di Livia a Salome,  ma si sa da Antichità giudaiche. che  Salome, avendo una passione per Silleo,  desidera sposarlo, e rifiuta l’ordine di Erode  di  diventare moglie di Alexa: Livia persuade  l’amica  a non rifiutare il matrimonio, altrimenti  chiude ogni forma di amicizia.

Si sa, inoltre, che anche Erode  giura di non avere più rapporti armoniosi con lei, se non sposa Alexas, un partito suggerito anche dall’Augusta che, in altre occasioni, le è stata amica preziosa.

Anche Antipatro  coopera in questa azione di convincimento, vincendo la natura infida di Salome e  favorendo l’azione diplomatica e la politica matrimoniale di Erode, all’interno della sua famiglia,  in modo da non turbare i  rapporti di forza  delle partes: la zia.  attirata col matrimonio tra Teudione, fratello di Doris, con la figlia  Berenice la vedova di Aristobulo,  e  tra l’altra sua figlia e il  figlio di un suo precedente marito,  è piegata al matrimonio pianificato dal padre; l’unione ventilata, invece, tra un figlio di Alessandro  di Mariamne ed una figlia di Ferora è indesiderata da Antipatro che teme la doppia protezione di Archelao da una parte,  e di Ferora, divenuto tetrarca, da un’altra  e perciò, convince il padre ad invertire i suoi disegni a suo vantaggio  chiedendo per sé  di sposare  una figlia di Aristobulo e di dare a suo figlio una figlia di Ferora, in modo da congiungersi con lo zio, mediante un legame matrimoniale.

Risolta la questione  con matrimoni vantaggiosi per il suo prestigio e collegatosi con la  zia e con lo zio, avendo l’appoggio delle quattro donne dominanti a  corte, Antipatro ha un potere interno incontrastato, anche per la minore attività del vecchio re, intento alle cure mediche, presente solo nelle grandi occasioni.

Chi sono le quattro donne? conosco solo Salome e Doris?

Nel 6. a. C. la vecchia Cipro,  la madre del re, che  era stata venerata a corte,  ora doveva essere morta; Salome, che  è sempre tenuta a distanza da tutte le donne, essendo una donna malvagia ed impura non può far parte del gruppo farisaico in cui Doris, invece, è la donna dominante insieme alla moglie innominata  di Ferora,  che ha con sé la madre e la sorella, anch’esse innominate;   tramite  questi elementi femminili, Antipatro con lo zio  è riuscito a tentare  rapporti  col popolo  giudaico,  a lui ferocemente ostile  e ad avere sotto controllo i phrourarchoi  e i capi dell’esercito, compresi Zimari e i suoi figli, ora stanziati in Traconitide per difendere  la popolazione  dalle lhisteriai/bande di ladri. cfr. Tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com

I traconiti sono un problema ancora per Antipatro di difficile soluzione, come anche quello dei rapporti con la moglie di Ferora, una donna accusata da Erode e dal consiglio di amici come patrona dei farisei, mal valutata specie se vista dell’angolazione cristiana, che rileva una ubris parthenoon / violenza di vergini  nella parte  oscura del XVII libro di Antichità Giudaiche 46-48. 

Noi, professore, da cristiani, conosciamo i farisei come  sepolcri imbiancati secondo la definizione di un Gesù mitizzato,  ora io  conosco anche una ubris contro due figlie (vergini) di Erode  non precisata,  in Guerra giudaica I. 571 e, perciò, chiedo  a lei di rettificare  a me e ai miei amici, l’equivoco in cui  siamo stati educati!.

Ci provo, Marco, ma è difficilissimo  cercare di rettificare perché fin da bambini c’è stato presentato il fariseo come un ipocrita che ostenta saggezza e siamo stati condizionati dalla parabola del fariseo altezzoso e del pubblicano  umile, che pregano (cfr la parabola del Fariseo e del pubblicano www.angelofilipponi.com ): ci vogliono anni per un decondizionamento!

In epoca romana imperiale i farisei  hanno fama di  interpretare le leggi perché commentatori laici del Pentateuco, convinti assertori del valore del destino e  dell‘ oikonomia tou theou, pur ritenendo che il merito o il peccato/amarthma  dipenda dalla volontà dell’uomo:   essi, infatti,  pensano, al contrario dei sadducei- che negano la sopravvivenza dell’anima e premi e castighi – che l’anima  sia immortale e non scompaia con la materia, ma solo quella dei buoni può passare in un altro corpo, mentre quella dei cattivi è punita con castighi senza  fine. Il loro sistema di vivere si basa su uno  scambievole amore /philallhloi, desiderosi di perseguire la concordia  entro la comunità/omononian askountes  cfr Guer. Giud II,8, 14. Sono certamente proth airhsis  la setta religiosa più seguita nel mondo ebraico perché,  seguendo la tradizione mosaica e  la regalità asmonea,  sono antierodiani ed antiromani, in quanto, essendo zelanti  di fede, determinano, poi, la nascita dello zelotismo, la fazione armata. Aggiungo, Marco, che  in epoca erodiana, si oppongono al culto di Augusto Sebastos/Venerabile, rifiutano ogni immagine imperiale e romana in Gerusalemme, compresa l’aquila,   specie sulla porta  centrale del tempio,  anche se accettano ambiguamente  che i sadducei filoromani facciano due sacrifici al giorno per l’imperatore e  per Roma cfr. Caligola il sublime,p.181: insomma i  farisei,  facendo la  professione di fede,  con lo shemà, (Shema, Israel, Adonai elohenu, Adonai ekad/Ascolta Israele, il Signore è il mio signore, il signore è unico!) quotidianamente, affermano che hanno un solo signore e Dio  e si immolano tanto da  essere martures/ testimoni della fede, mettendo in pratica la loro predicazione, morendo per la patria e per la legge. Certamente essi sono elitari e populisti, perché sapendo che il il potere è popolare, esercitano una vera predicazione, per orientare il popolo ignorante conformemente ai dettami della torah,  in senso politico, guidando ogni forma di latria secondo le prescrizioni tradizionali.

Professore, di fronte a questa spiegazione, comincio ad aver orrore  e vergogna della verità christiana, che ha stravolto  i termini!

Marco, questo mi risulta sui farisei, dei quali ho  parlato a lungo -anche della loro ostentazione dei filatteri/tefillim (scatolette cubiche con dentro passi significativi biblici) posti sulla fronte tra i due occhi e  nel braccio sinistro, specie quando ho trattato degli zeloti e degli esseni  cfr. Filone, Esseni. Quod omnis probus. E.book Narcissus 2012.

Dunque, professore, ora in Antichità giudaiche  assistiamo ad una manifestazione di rifiuto da parte farisaica del culto di Augusto, imposto da Erode?

Certo Marco. Erode ed Antipatro coregnante- che ha la fiducia paterna ed è temuto per la sua malizia anche da Ferora, che è schiavo innamorato della moglie, devota ai farisei – si scontrano con il partito di fedeli, attivo a corte, che rifiuta il giuramento di lealismo verso Cesare e il governo stesso del re! Leggiamo i termini nell’episodio descritto da Flavio Ibidem 41-42 per entrare in merito alla questione. Ecco il testo. pantos goun tou Ioudaikou bebaioosantos  di’orkoon h mhn eunohsein Kaisari kai tois tou basileoos  pragmasin/ essendosi tutto il popolo obbligato con giuramenti ad essere favorevole a Cesare e alla politica del re, i farisei, circa 6000, si rifiutarono di giurare.

Il termine bebaiooo sottende l’idea di compiere un’impresa, quella di fare venerare  l’imperatore,  consolidandola e rafforzandola grazie a pressioni -con le buone (doni e promesse) o con le cattive (violenza) -e a giuramenti estorti, data la  fides iudaica,  che permette  un solo Signore e Dio! 

I farisei / pherushim (i separati, in quanto puri /hasidim  tendono, da saggi,  a tenersi lontano dal plhthos/popolo, ignorante ) sono considerati  potenti per i re / basileusi dunamenoi, specie se sono all’opposizione, perché preveggenti/ malista antiprattein, promhtheis, anche se superbi a causa della previsione, in casi di guerra e di  mali (danni) /kak tou prooptou eis to polemein te kai blaptein ephrmenoi ( epairoo).  

Marco,  i farisei per Erode sono pericolosi perché profeti, capaci cioè di prevedere il futuro  e quindi possono minare il potere regio ed imperiale, se sono all’opposizione! forse sono potenti  anche per Antipatro, di cui non si riesce a capire dalla pagina di Antichità giudaiche, interpolata in questo punto, la reale posizione, essendo compromesso con Ferora e con la moglie, che viene bollata come sua amante -Ibidem 51-.

Sembra che i farisei siano  nel complotto molto importanti e quindi a conoscenza del veleno da dare ad Erode e di tutta l’operazione del veneficio?.

Neanche questo si potrebbe dire perché Antichità giudaiche, essendo  interpolate da mano christiana,  non sono attendibili, in quanto le quattro donne (Doris, moglie di Ferora con madre e sorella)  dovrebbero essere puritane ed invece appaiono non caste ed infide se è vero che il diadokos–  che teme la concorrenza di Ferora al trono, ha rapporti intimi con la sua amata donna, infedele moglie, e se insieme gestiscono l’operazione del  veleno, conservato nella casa del fratello di Erode.

Sulle capacità profetiche  lei  ha parlato spesso degli esseni, che sono della radice  farisaica,  come i farisei lo sono di quella hasidica?! mi può precisare  questo aspetto in Flavio, sadduceo di nobile famiglia sacerdotale, fariseo per elezione, asmoneo da parte di madre ?

Flavio, Marco,  per mostrare il dono divino della preveggenza farisaica  usa prima promhtheis (che sottende la promhteia), poi prooptos,  che vale il  vedere in anticipo  gli eventi ed infine prognoosis, che significa preconoscenza con esatta previsione fattuale per   intervento di Dio /epiphoithsei tou theou,  che rivela la parapausis ths archhs/la vicina cessazione (o fine)  del potere erodiano (il  termine è apaks legomenon!: l’autore sembra voler indicare nella predizione  farisaica il passaggio della basileia  nelle mani di Ferora  e di sua moglie e dei figli loro / upo theou epshphismenhs autooi  te kai  genei tooi ap’autou, ths basileias  eis t’ekeinhn, periecsoushs kai Pherororan paidas t’oi eien autois, come evento  stabilito da Dio ibidem 43  a causa dell’ira divina per l’uccisione dei fratelli/ ths adolphoktonias… tinomenou theou – Ibidem,60-.

Professore, le profezie dei farisei (in questo caso si tratta  forse di  Esseni!)  possono aver dato adito  a  dicerie gerosolomitane  circa la venuta del Messia, congiunte con quelle  messianiche di origine mesopotamica?

Forse. Comunque, Marco, Gesù nasce in questo periodo, in cui Erode perseguita  la moglie di Ferora,  si inimica col fratello e, a corte,  si torturano e Bagoa e Caro. Ho lavorato per anni per scoprire qualcosa su questo biennio, invano!. Posso solo dirti che non ho mai saputo il nome della moglie di Ferora, ma so che Ferora se ne va dalla corte e si ritira nella sua tetrarchia in Perea, grosso modo, al di là del Giordano, dopo aver rifiutato di cacciare la propria donna. Sappi che il   testo di Antichità Giudaiche è corrotto e, per forza,  bisogna  fidarsi di Guerra giudaica I, 29(1-2)-

Comprendo, perciò, professore, che è possibile che  nel II secolo d. C. questo  breve periodo sia stato  sfruttato dalla scuola alessandrina come momento centrale  per la formazione del  pensiero messianico, connesso con la verginità della Madonna, dati gli accenni alla verginità, deflorata delle figlie  di Erode!   cfr. A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?  Maroni 2003. Non conosco, però, gli episodi di Bagoa e di Caro, né il trasferimento di Ferora in Perea? me ne può parlare.

Sui farisei  uccisi  insieme a Bagoa e Caro  -Ant Giud., XVII. 44.45- e su quelli costretti a pagare una penale  versata dalla moglie di Ferora,  si sa che sono,  come gli esseni, aramaici ed  hanno il dono della profezia e perciò predicano la fine del Regno Erodiano e l’avvento di un  nuovo re, ritenendo che Erode e la sua stirpe cadranno perché Dio così ha stabilito, come punizione.

All’epoca circola la profezia della fine del regno di Erode e  della sua stessa discendenza, da cui, però, una radice avrebbe ricostruito il Regno erodiano.  Si allude alla  figura di Erode Agrippa I, figlio di Aristobulo e di Berenice, destinato ad assumere l’intera basileia dal 41 al 44 d.C. dopo  quasi cinquanta anni  dalla predizione, che parzialmente  si realizza nel 6 d. C, alla deposizione della  regalità di Archelao e all’annessione romana della Iudaea  alla Siria, dopo che sono lasciate semiautonome  la Tetrarchia di Erode Antipa e quella di Filippo, con uno statuto simile a quello dato al Regno di Areta IV. Solo,  dopo un trentennio, la predizione si realizza totalmente con l’elezione di Giulio Erode Agrippa prima come Tetrarca di Traconitide,  Iturea, Auranitide e Gaulanitide e poi come Tetrarca di Galilea e Perea ad opera di Caligola ed infine come Rex socius ad opera di Claudio.

A questo punto, per spiegare bene, devo fare  prima  il riassunto circa la moglie di Ferora, precisando che Antipatro,  divenuto insopportabile/aphorhtos  perché alla malvagità ha aggiunto la sicurezza del potere: si è, infatti, consolidato con i matrimoni e con le amicizie romane  e con quella dello zio Ferora – che ha favorito la formazione di un circolo femminile, intorno alla propria donna  gunaikoon suntagma, che determina neooterous thorubous / disordini eversivi  –   ed ora è  più temibile  per tutti.

La moglie di Ferora, sua madre e sua sorella con Doris, madre di Antipatro,  formano un quartetto, che  fanno ubreis nella reggia, anche contro due vergini figlie di Erode.

Sembra, Marco, che queste donne, nonostante il non malcelato sdegno di Erode,  impongono un clima religioso farisaico che, però,  non può definirsi  sistema in cui  predomina la violenza/ubris, detestata dai farisei,  a meno che non si parli di rigore con costrizione ad una morale di continenza, imposta a vergini,  viziate come le due figlie di Erode, promesse ora ad uno, ora ad un altro – che hanno superato già i venti anni- , mai sposate,  angariate, nonostante la protezione paterna: unico ostacolo a questa lettura  la tresca del diadokos con la zia, moglie di Ferora, coetanea, che potrebbe  essere, comunque, una diceria diffamatoria di Salome!.

Dopo il matrimonio con Alexas, Salome  è l’unica ad opporsi e contrastare  la riunione  sunodos /convegno delle quattro donne  con  Ferora e con Antipatro, denunciata al re,  come non giovevole ai suoi interessi /oos ouk epp’agathoooi toon autou pragmatoon.

Il re  è infuriato e le donne  cessano di riunirsi pubblicamente e  di scambiarsi segni di amicizia, proprio del costume farisaico, e fingono perfino di essere in lite fra loro, imitate da Antipatro e Ferora  che  fanno credere che ci siano contrasti  fra loro, mentre, poi, a sera, di nascosto, fanno sunousiai /convegni e koomoi nukterinoi / adunanze notturne  rafforzando la loro omonoia/concordia.

Sappi, Marco, che anche i cristiani sono accusati dai pagani, specie nel II secolo d.C. per sunousiai e koomoi notturni a causa della cena eucaristica!

Erode, saputo tutto dalla sorella, raduna sunedrion  toon philoon kai suggenoon/assemblea degli amici e parenti, fa molte accuse  contro la moglie di Ferora, tra cui l’offesa alle sue figlie, li rimprovera del pagamento  del misthos/pena pecuniaria ai farisei,  suoi oppositori, ed infine attacca il fratello, reso  a lui ostile grazie a farmaci,  pressato e costretto  a  scegliere tra lui e la moglie.

Alla risposta di  Ferora, che preferisce  la moglie, affermando che avrebbe rinunciato alla vita, piuttosto che alla moglie, Erode, non sapendo cosa fare,  ordina ad Antipatro di non dialegesthai / dialogare – Guerra giudaica ibidem, 572-  di non omilein / frequentare e  stare  insieme  familiarmente-( Ant giud. Ibidem-47 )  né con la moglie di Ferora né col marito, né con nessun altro dei suoi;  il figlio non disobbedisce palesemente, ma si incontra  nascostamente, di notte,  con Ferora e le altre.

Grazie per le precisazioni. Sembra che Erode abbia  demandato tutto a suo figlio, che, quindi, esegue formalmente, ma trama con le donne farisaiche, che sanno  usare anche pharmakoi  per eliminare il padre?

Bravo Marco!, noti che le farisee fanno uso, a detta di Flavio di Pharmakoi , in questo caso, amatori! Ti aggiungo che, allora, Antipatro pensa anche a veleni da propinare al padre  in sua assenza, avendo ricevuto lettere, da Roma, dai suoi amici sollecitati a scrivere ad Erode della necessità di inviare in Italia il figlio contro Silleo, che ha iniziato una nuova causa, contro di lui: in sua assenza la morte del  padre, sarebbe passata, inosservata, e sotto silenzio!

Professore, Antipatro doveva aver anche altri erodiani congiurati per la conduzione del  regno in sua assenza per gestire il periodo di qualche mese prima del suo ritorno ?. Antipatro ha fatto un piano  diabolico  per fare fuori il padre,  davvero ben architettato!.

Si possono solo fare delle illazioni circa la  partecipazione alla congiura sulla famiglia di Mariamne di Boetho, figlia del sommo sacerdote e madre di Erode, promesso sposo di Erodiade, figlia di Berenice!

Erode padre, comunque, autorizza il viaggio del  figlio, a cui dà uno splendido  accompagnamento e  grandissime somme e gli affida il testamento/ diathhkh,  in cui risulta re Antipatro e come suo successore Erode, il figlio di  Mariamne. cfr. Guerra giud,I 573 e Ant giud.XVII,53. Per quanto riguarda il piano diabolico ritengo che Antipatro sia stato, invece, molto superficiale  nella realizzazione,  pensata  senza la sua presenza.

A mio parere,  commette molti errori: 1. non aver legato, compromettendolo, Quintilio Varo, come aveva fatto con Senzio Saturnino, non avendo dato denaro  sufficiente a lui che,  arrivato, a detta di Tacito, povero, da lì tornò ricchissimo lasciando la provincia povera;   2. aver  trascurato di lasciare a corte  fedelissimi  col compito di manifestare ogni  mutamento del  padre e di informarlo, nel caso di incidenti imprevisti  come l’esilio dello zio Ferora e il  secondo ripudio della madre;  3. non essersi affrettato a tornare in patria, subito dopo la causa, felicemente risolta, con Silleo e non essersi preoccupato del silenzio e  degli amici romani e di quelli  gerosolomitani. Un uomo prudente che ha lasciato segni della sua volontà di uccidere il padre, non può non temere  che la sorte faccia qualche brutto scherzo e che qualcosa non vada per il  verso giusto! Possibile che solo a Taranto nel viaggio di ritorno sappia della morte dello zio e che solo a  Calcenderi in Cilicia sappia della madre ripudiata! Il padre ha neutralizzato il suo sistema di spie ed ha scoperto il suo piano! Sarebbe stato necessario il non tornare in patria!

Professore,  a quest punto devo chiarire molte cose,  non solo sul comportamento di Antipatro ma anche sul sistema farisaico di corte. Non comprendo a cosa servano le  ubreis  alle due vergini, nonostante la sua spiegazione di rigore morale, né l’adulterio tra il diadokos e la mia moglie,  tanto amata da Ferora, socio nel disegno del veneficio, e specialmente non vedo la ragione di una  richiesta romana, sollecitata, di un affrettato viaggio a Roma, mentre si sta concretamente arrivando alla soluzione della uccisione del padre!     .

Marco,  anche io non so mettere insieme la bieca  figura di Antipatro col rigore precettistico dei farisei, elementi puri,  che mangiano  ogni tre giorni, digiunando due volte a  settimana, ligi alla torah, tanto da pagare le tasse anche per i venditori insolventi,  meticolosi circa le prescrizioni su una betullah/vergine, per di più di famiglia regia,  e sull’adultera, donna da lapidare. Sembra che  tu, comunque,  in modo provocatorio,  vuoi sentire le mie reali supposizioni  sul fariseismo a corte!

Io posso solo dirti che si parla di due  figlie di Erode, deflorate, sembra, solo in Ant Giudaiche,  e non si sa da chi, né quando, né come: perfino l’ipotesi di amici di Silleo o di Silleo stesso, è inattendibile.  E’ probabile che il racconto di Salome non  sia credibile: Erode stesso lo ritiene falso! La notizia, perciò,  circa le riunioni segrete  notturne e  le cene possono essere occasioni di pianificare  la morte del  re  inviso  alla maggioranza, col favore dei farisei, comprati da Antipatro che sospetta del padre e che teme  che il suo odio aumenti, a seguito della denuncia della zia, ormai incontrollabile anche da parte di Doris, compromessa e personalmente comandata di non avere relazioni col gruppo di Ferora. A nulla, comunque,  servono le precauzioni  delle quattro  contro la perfidia di Salome che svela al re le finte discordie delle donne, i  simulati  litigi  pubblici  e marca  lo scambievole amore,  evidenziando il ruolo di mezzana, di Doris  tra il figlio  e moglie di Ferora. Secondo Flavio, la partenza di Antipatro  è l’inizio della sua fine che coincide con la morte di Ferora, da cui derivano le sventure del  cattivo  punito da Dio  per l’assassinio  dei fratelli, tanto da essere  esempio per i posteri del trionfo del valore della virtù e  dell’innocenza!

Eppure Antipatro  a Roma  risolve la questione definitivamente  con Silleo (ibidem 55-56),   fa punire l’arabo,  accusato anche da Areta, di aver ucciso molti uomini notabili  di Petra,  tra cui  Soemo, molto stimato per la sua virtù,  e di aver eliminato Fabato,  fattore  di una villa di Cesare, che aveva saputo da lui  che aveva incaricato Corinto una guardia del  corpo di Erode, di ucciderlo,  cosa che già era stata risolta da Erode, che dopo averlo torturato,  punì anche i due suoi amici,  venuti per aiutarlo -un capo tribù e d un amico di Silleo- affidandoli a  Saturnino che tornava a  Roma.

Mentre Antipatro è a Roma, Erode ordinò a Ferora di ritirarsi nel suo territorio per aver favorito i farisei  avendo pagato al loro posto la pena pecuniaria inflitta,- ibidem 58 -. Nel tornare  al di là del  Giordano, non avendo voluto ripudiare  la moglie, venuto  in Perea, tetrarchia a lui data per ordine di Augusto già nel 20 con la fortezza di Macheronte, come postazione militare antinabatea, Ferora  giura  di non ritornare più indietro  finché non avesse udito  la morte di  Erode  -ibidem-.Il giuramento per un fariseo è sacro: bisogna mantenerlo!

Infatti, secondo  Flavio non volle venire a visitare il fratello, malato,  per mantenere fede al giuramento.

Quando, invece,  Ferora si ammala  e sta per morire  Erode andò a  trovarlo senza essere chiamato e quando morì preparò il suo funerale,  lo fece trasferire a Gerusalemme,  dove provvide  per la sua sepoltura, decretando  un solenne lutto.

Erode appare  fraterno, migliore dei suoi  parenti?! Un gesto  anche importante non può qualificare un’esistenza, anche se può essere significativo per rilevare il carattere sentimentale, legato alla consanguineità, di un uomo!. Comunque, questo suo atteggiamento fraterno, per Flavio, diventa  episodio chiave per la scoperta del complotto di Antipatro e in Guerra giudaica I,582-607 e in Antichità Giudaiche XVII,61-82.

Flavio -ibidem 61- scrive: quando Ferora morì  e fu sepolto, due liberti molto stimati da lui, andarono da Erode e lo pregarono di non lasciare invendicata la  morte del fratello, ma di esaminare la sua inesplicabile ed infelice morte.

Da questa indagine, dunque, professore Erode scopre il tradimento del figlio, il suo odio verso di lui e la  volontà di regnare, di uno, già destinato al potere come diadokos,  immemore dei benefici ricevuti  desideroso della sua fine, prima del tempo previsto dalla natura?.

Noi seguiamo le due opere che divergono di poco, anche se preferiamo la  versione di Antichità giudaiche, più storica rispetto alla prima romanzata, anche se ambedue sembrano credibili nel loro racconto, in cui parlano di  Ferora, che cadde svenuto, dopo aver cenato  con la moglie,  avendo mangiato una sostanza, servitagli in un cibo, non consueto, ammalatosi  gravemente entro due giorni, per poi morire, dopo la visita del fratello. 

I  due liberti, interrogati e torturati, concludono: quella sostanza, portata su commissione della madre e della sorella  della moglie di Ferora apparentemente per stimolare le sue sensazioni erotiche, come poculum amatorium/ philtron, da una donna di Arabia, esperta di misture che, però, gli  aveva somministrato  invece una pozione mortifera per ordine di Silleo, che la conosceva– Guerra Giud. ibidem 583-.

Professore, Ferora è avvelenato da Silleo, che già ha commissionato tramite Corinto, l’uccisione del  re, pure col veleno!? Erode nella sua mente intronata ha preso coscienza di questo?

Non mi sembra  che ne abbia coscienza piena. Infatti, preso da sospetti verso Antipatro,  sottopone a tortura  donne schiave e libere del clan Ferora, ancora inquisito  a causa dei farisei,  cercando un colpevole, senza preoccuparsi più di Silleo!. Nel corso  della  tortura, una delle donne, straziata dal dolore, esclama: Dio che regge la terra e il cielo, punisca chi è causa di queste sventure, la madre di Antipatro!.ibidem 584 : la notizia è comprovat anche da Ant. Giudaiche XVII,65.

Allora, Erode, partendo da questo indizio, dato da una donna libera,  scopre che  Doris ha convegni clandestini e notturni con Ferora, con  le donne farisaiche e – prima della partenza – con Antipatro, senza la presenza della servitù   e che, quindi madre e figlio hanno disubbidito al suoi  ordini di omilein/ avere relazioni con loro. Sa, inoltre, da schiave torturate che Antipatro si sarebbe ritirato a Roma e  Ferora in Perea,  perché lui se la sarebbe  presa con loro  in quanto, dopo l’uccisione di Mariamne  e dei suoi figli,  non avrebbe risparmiato nessun altro e perciò, era meglio fuggire il più lontano possibile da quella bestia/ therion!. Sa delle lamentele di Antiprato, stanco di attendere la fine del  padre, che ringiovanisce ogni giorno di più, mentre lui ha i capelli bianchi  ed è destinato forse a precederlo nella morte, prima di poter effettivamente regnare, e che, se anche gli riuscisse la successione,  sarebbe stata di breve durata,  mentre crescevano le teste  dell’Idra  cioè i figli di  Alessandro ed Aristobulo. Infine conosce il disappunto del figlio circa il testamento, in cui ha nominato Antipatro successore, ma come suo diadokos al posto dei figli suoi, Erode, il figlio di Mariamne,   a dimostrazione  del suo rimbambimento/ paragheran, visto che crede che  il testamento rimarrà valido, non avendo considerato che lui  ci penserà a  far  piazza pulita della famiglia/auton gar pronohsein mhdena ths geneas apolipein. 

Il sapere queste cose amareggia  Erode, che ha dato  cento talenti per non far comunicare fra loro sua moglie e suo figlio con Ferora  e la sua donna, che, oltre tutto, si lamentano  insieme  come se avesse fatto loro del male, desiderosi di vivere ignudi, anche se spogliati di tutto. L’indagine viene spostata dalla morte, da vendicare di Ferora,  alle colpe di Antipatro e della madre e delle donne del fratello, certamente non colpevoli dell’avvelenamento del tetrarca. Viene censurata la frase detta da Antipatro, riferita da una  schiava torturataE’ impossibile sfuggire ad una belva  così sanguinaria/amhkhanon ekphugein outoo phonikon therion, per cui non è consentito nemmeno di voler bene apertamente  a qualcuno/par’ooi mhde philein tinas ecsesti phaneroos: dunque, noi siamo costretti ad incontrarci di nascosto, ma lo potremo fare  apertamente quando ci decideremo a pensare e ad agire da uomini (qualora avremo pensiero e mani da uomini)!/lathra goun nun allhlois  sunesmen, ecsestai de pahaneroos , ean skhoomen pot’androon  phronhma kai kheiras!. 

Professore,  mi sembra ora di vedere  Erode che  cerca la colpevolezza del figlio,  un vir / uomo,  un  parrhsiasths, quasi desideroso di vivere miseramente, spoglio di tutto, come un patriota che combatte contro il tiranno, romanticamente,  più che  un rancoroso beneficato  da un padre sovrano. Leggo bene?

A me sembra che tu legga come gli  storici romantici ottocenteschi, che inneggiano al nazionalismo  farisaico di Antipatro che, però, ha  oltre al rancore personale mai eliminato, una voglia di regnare propria di uno educato a lungo come privato, senza il  potere,  in un territorio dominato da Roma e da un suo fedele servo, come Erode philhllhn,  formatosi  alla scuola farisaica e  all’integralismo religioso, uno strano prototipo di idumeo, della stirpe  antipatride, fortemente in contraddizione tra i principi della torah e la volontà di abbattere i sadducei  ed Erode,  sudditi fedeli dell’imperatore e della  Dea Roma, in nome di Sion eterna!

Professore, anch’io vedo in  Antipatro una profonda contraddizione   con sé stesso come figlio, incapace di coprire e  chiudere il suo rancore per l’abbandono,- accettando il padre che l’ha onorato e fatto suo successore, in una richiesta muta di perdono,-  e  con la famiglia come erodiano,  che odia il padre e i fratellastri,  con la società giudaica come elemento farisaico e con il kosmos romano come oppositore cieco, anche se  costretto a servire  come ogni altro  civis  giulio, in quanto successore di Erode filoromano, pur essendo idumeo,  teso al martirio per il suo phronema giudaico, disposto anche a pagare  la sua attività rivoluzionaria  con la vita.

Marco, vuoi dire che in Antipatro è possibile vedere, pur nella contraddizione sentimentale, ed affettiva, di un figlio abbandonato in tenera età,  una forma integralista di patriottismo religioso?  non so  spiegarlo, ma individuo la presenza di un vero uomo  che avrebbe voluto fronteggiare apertamente  il padre tiranno, costretto  a seguire la via  della perfidia e della scaltrezza  per poter sopravvivere e  diventare successore di una basileia, proprietà personale imperiale.

Marco, tu sai  che Erode è considerato dal popolo un tiranno,  illegittimo, un bugiardo dai farisei , un eretico dagli stessi sadducei,  un  corrotto ellenizzato non conforme allo spirito giudaico  dall’esercito  polietnico, nonostante le sue opere  grandiose come la costruzione del Tempio, fatta  per l’ostentazione della sua potenza  personale di re  magnifico,  in una volontà di rivaleggiare con Augusto e con Marco Agrippa,  più che per la pietas verso il Theos, o per il bene del popolo!.

Proprio per questo , Professore, rivaluto la figura di Antipatro che mi sembra simile  a quella di  Tirone- che è un ardito vecchio militare  convinto di poter scuotere  l’onore di un  ex commilitone- costretto dalla situazione a rendersi figura odiosa  col suo subdolo piano eversivo, pur facendo il dialakths!

Smettiamo questa disquisizione sulla figura di Antipatro, mai ben definita,  e seguitiamo  nel nostro lavoro!

Erode, avuta la confessione  delle donne, fruga ulteriormente su Doris, puntando l’indagine su di lei,  perché è convinto della verità delle affermazioni,  estorte,  per il particolare di cento talenti. Secondo Flavio, dunque,  convocata la madre di Antipatro, la fece spogliare di tutti gli ornamenti  che le aveva regalato  e valevano parecchi talenti e la ripudiò per la seconda volta. Ant. Giud.59.

E poi cosa fa Erode?

Ripudiata la moglie, smette di  torturare le donne e si riappacifica con le donne di Ferora, è impaziente di mettere le mani sul figlio Guerra giud.I, 608 e  temendo che gli fosse preavvertito e si mettesse  al sicuro gli inviò una lettera piena di affettuose  espressioni  pregandolo di affrettarsi a tornare, se lui fosse arrivato presto  lui avrebbe messo fine ai rancori contro la madre- ibidem.

Erode è furbo ed, avendo il solo figlio in sospetto, indirizza su di lui, la sua indagine. Infatti decide di sottoporre a tortura  i suoi uomini e collaboratori, aizzato da qualcuno, sconosciuto,(Achiab?)   tanto da infiammarsi  /ecserripizeto nella ricerca di colpevoli.

Quindi, Erode non insiste sulle donne di Ferora e  cerca un’altra via? Marco, Erode  è veramente astuto, anche se rincoglionito: avrà avuto sotto osservazione le donne del fratello e, mentre  inquisisce  Antipatro il samaritano,  ha chiara l’estensione della  congiura non solo in Perea ed in Egitto,  con  ripercussioni nella sua stessa casa gerosolomitana,  ma anche a Samaria, sede del suo esercito.

Antipatro il samaritano è definito epitropos  di Antipatro figlio di  Erode, come il suo braccio destro in Samaria, come suo fiduciario responsabile della regione con funzioni amministrative,  giudiziarie e militari, proprie di ogni epitropos/praefectus cum iure gladii che noi abbiamo visto come legatus, superiore alla carica di epimhleths/ curatore  e procuratore di provincia, senza poteri militari e giudiziari, ma  anche con poteri di un amministratore locale / dioikeths.

Orientato in questa  direzione,  Erode, scopre la verità  sulla congiura di suo figlio  e la sua estesa trama.

Flavio dice in Guerra giud. I,592 e lo ribadisce Ant. Giud.XVII 69-70 : Antipatro, sottoposto  a tortura,  afferma  che il figlio  aveva fatto portare dall’Egitto  per mezzo di Antifilo,  uno dei suoi amici, un veleno mortale destinato a lui, che  era stato ritirato da Teudione, zio di Antipatro, e consegnato a Ferora; a costui infatti Antipatro  aveva dato l’incarico di spacciare Erode  mentre egli se ne stava a Roma,  immune da ogni sospetto. Ferora, infine, aveva affidato il veleno alla moglie.

Erode scopre che la congiura ha radici anche in Idumea, oltre a Samaria  e in Perea e perfino in Egitto, tra i giudei ellenistici probabilmente connessi con la  famiglia  di Mariamne di origine sacerdotale  leontopolitana alessandrina ed ora convoca, a sorpresa,  la moglie di Ferora, che custodisce il veleno.

La donna, fingendo di obbedire  chiede il permesso di andare a prendere l’astuccio col veleno,  ma, invece di tornare, si getta dal tetto, ma cade in piedi e rimane viva, anche se stordita. Flavio interpreta il fatto come volontà di dio che vuole punire Antipatro!.

Erode, secondo la narrazione, congiunta, delle due opere  di Flavio, la fa rinvenire e le chiede perché abbia fatto quel gesto e gli giura che  se avesse detto la verità,  le avrebbe condonato ogni pena, ma se avesse di mentire  le avrebbe fatto sbriciolare il corpo  sotto i supplizi  senza fare restare nulla per la sepoltura -ibidem, 594-.

La donna  dice  che, essendo morto Ferora,  non ha  più alcuna   ragione  per salvare Antipatro, che è stato rovina /apolesanta per loro tutti- ibidem-.

Ecco, Marco, la confessione della moglie di Ferora, che inizia solennemente  con uno Shema’/ akoue ascolta o re, ed insieme a te mi ascolti  Dio che è testimone  della  verità e non può essere ingannato: Qunado tu,o re , sedevi  piangendo accanto  a Ferra morente, questi mi chiamò e mi disse. grandemente mi sono sbagliato , o donna, circa i sentimenti di mi fratello verso di me, sì che l’odiavo mentre lui mi vuole tanto bene e mi proponevo di ucciderlo mentre  lui è così afflitto per me  prima ancora che io sia morto. Ora io pago il fio della mia empietà, ma tu portami subito  il veleno che conservo, quello che ricevesti da Antipatro per ucciderlo e distruggilo subito davanti ai miei occhi perché io non mi porti dietro nell’Ade il demone vendicatore. Al suo ordine io glielo portai  e la maggior parte la gettai nel fuoco in sua presenza, ma una piccola parte io la conservai per me. per i casi incerti e  per il terrore, che tu mi ispiravi.

La donna, detto questo, trae un bossolo col veleno, una minima parte,  per testimoniare la verità di quanto riferito, cosa, d’altra parte,  confermata dalla madre e da un fratello di Antifilo, torturati,  che affermarono che Antifilo aveva portato la scatola dall’Egitto e  che aveva ritirato il veleno da un fratello, che faceva il medico  in Alessandria.

La notizia si diffonde a corte, Professore, e certamente  ci sono reazioni!

Flavio parla di una reggia che, a causa delle ombre di Alessandro e di Aristobulo, svela i segreti  trascinando  alla condanna persone lontanissime dall’essere sospettate!: Mariamne, la figlia del sommo sacerdote  era partecipe della congiura!  lo svelarono, infatti, i suoi fratelli  sottoposti a tortura. Della colpa materna – in effetti si tratta di   tolma/azione audace più che malvagia -il re punì il figlio, Erode, cancellandolo dal  testamento Erode, dove vi era nominato come  successore di Antipatro.

E’probabile, professore, che Antipatro,  fatta giurare Mariamne di non parlare circa il veleno venuto da Alessandria,  le abbia  promesso di far scrivere al marito il codicillo  circa il figlio  diadokos?

Solo compromettendola, può aver comprato il silenzio  di una donna di provenienza alessandrina!. Le opere flavie non parlano di un odio alessandrino per Erode  (e la sua  famiglia antipatride)  che  risulta rispettato ed amato in Egitto dagli etnarchi ed alabarchi  giudaici, a causa della  fortuna e della sua amicizia con Marco Agrippa e con Augusto stesso.  Non si conoscono le relazioni tra i sacerdozio leontopolitano e quello  gerosolomitano  in questo periodo: è arguibile che la bestiale tirannia degli ultimi anni di Erode sia stata condannata dal sacerdozio oniade, che, perciò, può  aver favorito le aspirazioni dell’ingrato figlio. D’altra parte in un momento di grave riprovazione del sistema autoritario e crudele di Erode, dopo l’uccisione di Alessandro e di  Aristobulo   non è neanche pensabile che vi sia un giudeo filoerodiano, se non i cortigiani gerosolomitani.

Flavio aggiunge che la conferma ulteriore  per Erode  delle mene di Antipatro viene da Roma.

Da Roma?

Antipatro, non avendo notizia dell’andamento della sua trama, preoccupato,  decide di inviare un suo  liberto, di nome Batillo, con un altro veleno,  un’altra pozione mortifera, composta di veleno di vipere  e di secrezioni di altri serpenti, sì che, se non facesse  effetto il primo veleno, Ferora e la moglie potessero servirsi di questo altro veleno contro il re.

Batillo ha un altro compito da portare a termine, quello di denigrare il comportamento dei due giovani figli di Erode, quello di Maltace,  Archelao, e  quello di Cleopatra, Filippo, che stavano a Roma a studiare ed erano già grandicelli e pieni di senno. Essi davano ombra alle sue speranze ed Antipatro, cercando di liberarsene, falsificò alcune lettere a nome degli amici di Roma, mentre da altri amici, corrotti con denaro,  fece scrivere che i due giovani parlavano sempre male del padre, che compiangevano apertamente Alessandro ed Aristobulo e che non erano contenti di  rientrare in patria.

Batillo, porta ad Erode le  lettere falsificate contro Archelao e Filippo, che sono richiamati dal padre  ed Antipatro è preoccupato e turbato per questo, non conoscendo le intenzioni del padre su di loro

Già, prima della sua partenza, per Roma, infatti, Antipatro, quando era in Giudea, secondo Flavio, a pagamento ottenne che da Roma  venissero inviate simili lettere contro i due giovani  e, per evitare sospetti, si  recava dal padre  a difendere i fratelli dicendo ora che  alcune delle cose scritte erano false,  ora che  si trattava di intemperanze giovanili.

Comunque, il richiamo dei fratelli gli sembra strano anche perché deve rendere conto dell’ amministrazione di trecento talenti; da qui l’invio di Batillo con le lettere e con un rendiconto delle spese sostenute, anche per gli amici romani,  a lui favorevoli, ricompensati  con vesti assai  costose, tappeti variopinti, coppe di argento ed oro  e molti oggetti di valore e denaro,  in modo da includerle nel costo del viaggio e del soggiorno a Roma, con l’aggiunta delle spese per la causa di Silleo, compreso l’acquisto di un magnifico immobile, romano.

Alla venuta di Batillo già le indagini sono finite e  a corte circolano le voci  di parricidio di Antipatro e della sua volontà di  fare un nuovo fratricidio, per cui si coagulano le forze a lui ostili delle due mogli di Erode, aumentando  l’odio per il diadokos, richiamato anche lui  dal padre, che ha le prove contro il figlio.

Nella corte di Gerusalemme la situazione è di massimo silenzio: tutti tacciono e nessuno  è tanto amico di Antipatro da mettere in pericolo la propria vita per la salvezza di uno, che non sa niente della reale situazione e del controllo imposto sulle  strade dal re: la stessa notizia del suo ritorno, annunziato come prossimo, aumenta il silenzio, anche se si vocifera che la sua missione romana è stata conclusa nel migliore dei modi, tanto da essere elogiato da Augusto.

Eppure, professore,  tra l’inizio dell’indagine  e il ritorno di Antipatro passano sette  mesi e in questo lungo periodo nessuno scrive, nessuno trova una via di comunicazione  con il capo ormai riconosciuto di un gruppo, cementato dall’amore farisaico! Possibile che Erode abbia neutralizzato ogni spia, controllato  ogni strada, bloccati i piccioni viaggiatori e perfino   le voci dei marinai  del porto di  Cesarea che,  alla partenza,  hanno  assistito alla fastosa pompa del diadokos  e visto il numeroso corteo di accompagnamento!  Possibile un vecchio malato e rincoglionito, da solo,  ha paralizzato con le torture  uomini di fede farisaica, asmonei  aramaici, guerrieri!

Flavio spiega  il fatto come un intervento di Dio  che sembra favorire Erode, facendo aggirare nella reggia l’ombra dei due fratellastri uccisi  che blocca chi vuole parlare e tiene lontano da Antipatro, parricida e fratricida,  tutti, follemente  intimoriti da Erode!. E’ troppo strano e impensabile che si sia verificata una situazione del genere: sotto le lettere greche di Flavio c’è un’altra realtà che non sappiamo leggere, perché volutamente sottesa o perché occultata da  scrittori manipolatori e falsificatori!

Comunque, ad Antipatro che annuncia il suo ritorno ed informa di essersi congedato  da Cesare con tutti gli onori, Erode – Ant.giud. XVII, 83.- dissimula  scaltramente il suo sdegno e risponde ordinandogli di non ritardare affinché  durante la sua assenza non gli capitasse qualcosa di sinistro; si lamentò un pochettino di sua madre, promettendo che avrebbe  esaminato con lui  queste lagnanze, al suo arrivo.

In effetti Erode gli mostra benevolenza perché teme che il figlio sospetti qualcosa e invece di tornare in patria differisse  la sua permanenza  a Roma  e nel fare questo potesse fargli danno  organizzando un complotto a Roma – ibidem 84-.

Antipatro,  secondo Flavio, dopo la notizia della morte di Ferora  e del ripudio della madre, addolorato, non accetta il consiglio di amici  di fermarsi in qualche luogo vicino,  e di aspettare di vedere ciò che poteva accadere e, mentre accoglie quello di amici che dicevano che col suo ritorno  avrebbe dissolto  ogni accusa contro di sé in quanto l’unica forza  di cui disponevano i suoi accusatori, era la sua assenza.-ibidem 86-.

Perciò, Flavio dice -ibidem, 87: persuaso da questi argomenti  proseguì la navigazione  e attraccò al porto di Cesarea…. allora Antipatro aprì gli occhi e riconobbe le disgrazie  che gli si preparavano perché nessuno gli si avvicinò,  nessuno gli rivolse  parole di saluto e gentili espressioni  di augurio, come era avvenuto alla partenza; al contrario vi era chi non si astenne dall’accoglierlo con maledizioni pensando che quello era là per scontare le pene che gli spettavano per i crimini contro i fratelli.

Guerra giudaica è dello stesso avviso?

Si dicono le stesse cose, rivelando la completa solitudine di Antipatro; si  discute sul non consegnarsi o consegnarsi al padre  se non dopo  aver appurato le ragioni del ripudio della madre, ma con la certezza di doversi affrettare: bisognava, comunque, non indugiare,   togliere i sospetti al padre  e non dare  un’arma in mano ai suoi avversari che, per la sua  assenza, si erano  mossi,  facendo vacillare il suo regno!

Guerra giudaica rileva pollh erhma/la grande solitudine dell’approdo a Cesarea, di Antipatro, avvicinato da nessuno, evitato da tutti, maledetto dai presenti!.

Antipatro capisce subito che non c’era più via di scampo o maniera di sottrarsi  ai pericoli incombenti … di cui  nessuno lo aveva informato esattamente  per paura delle minacce  del re; restava poi una speranza piuttosto  lieta, che cioè nulla fosse stato scoperto oppure se qualcosa  si fosse scoperta,  di potervi mettere riparo con la sfrontatezza e con gli inganni,  gli unici mezzi di salvezza che gli erano rimasti.

L’arrivo alla reggia è ancora più traumatico:  gli amici bloccati al primo portone in malo modo, Varo, il governatore di Siria,  nel palazzo; il padre in lontananza!

Flavio dice che Antipatro  entra con le armi degli inganni e della sfrontatezza e si dirige verso il padre, audacemente  e coraggiosamente gli si avvicina per baciarlo e poi descrive Erode che grida  con le braccia protese e il capo ricolto dalla parte oppostaanche questo si addice ad un parricida, il volermi abbracciare, mentre è schiacciato da simili accuse! va in malora, scelleratissimo uomo, e non toccarmi prima di esserti purgato dalle accuse!. Ti assegno un tribunale e come giudice Varo, che opportunamente è qui  fra noi. Va e preparati a  difenderti per domani, concedo, infatti, un respiro per i tuoi artifici.

Antipatro, all’arrivo,  trova, dunque,  pronto il  tribunale  e  il giudice: Erode ha avuto tempo per preparare  il giudizio e le accuse ed ora concede  un giorno per la preparazione della difesa del  figlio, che non conosce nemmeno i punti delle accuse, formulate.

Flavio in Guerra giudaica I,619 avverte che  Antipatro, senza fiatare  per lo sbalordimento /ekplhcsis, si ritira: fu raggiunto, allora, dalla madre e dalla sorella, che gli svelarono tutte le prove emerse  a suo carico; si fece animo e si diede a cercare argomenti per la difesa.

Marco, nota che Antichità giudaiche  corregge sorella con moglie di Antipatro, un’asmonea, figlia di Antigono, che,  in un certo senso, spiega l’avvicinamento del diadokos alla pars asmonea e farisaica!.

Le  accuse sono  le stesse nelle due opere?

Marco, in Guerra giudaica si  parla di 4 accuse:  di un primo fratricidio,  di  un tentativo di secondo  fratricidiodi un complotto con avvelenamento del  padre, e di  una cospirazione successiva  contro Salome, scoperta dopo la partenza di Varo per Antiochia.

In Antichità  giudaiche, invece,  si mostra Varo, chiamato appositamente come consigliere/ sumbouleuths, che, però, è fatto giudice/dikasths,  in quella occasione particolare,  in una specifica situazione, in cui il re, già malato, accusa,  adirato e in preda a fortissime emozioni, il figlio di parricidio e di cospirazione, desideroso di eliminarlo col veleno, rilevando lo stordimento e lo sbalordimento di un figlio,  vestito di porpora, venuto a salutare, dopo un lungo viaggio  di terra e di mare, il proprio re  padre, che, rifiutando bacio ed abbraccio,  lo incrimina,  imponendogli il giudizio per il giorno dopo, davanti ad una corte di parenti e di amici, riunita in assemblea!.

La fase iniziale dl processo è dramatopoiia,  atto teatrale di un protagonista re, turannos,  di un padre, inquisitore, che ricorda i benefici, gli onori, il poter condiviso, il denaro dato  per il viaggio a Roma,  a cui  è contrapposto l’antagonista, un figlio degenere, che vuole uccidere il padre, volendo la sua morte prima del tempo, dato dalla natura, e che ha congiurato, essendo una bestia ingrata, un malfattore abile, comunque, a dissimulare, perverso e capace di ingannare tanto da far impietosire la corte, da attore tragico.   

Professore, sono due diverse trattazioni,  organizzate per fini diversi  di un processo già fatto in contumacia, prima dell’arrivo, ora ripetuto davanti al giudice governatore romano, che deve relazionare ad Augusto ed emettere sentenza  davanti al  presunto colpevole, da condannare, più per il fratricidio di Alessandro e di Aristobulo che per il reale veneficio del padre!

Certo, Marco, tutto è già fatto, manca solo la ratifica del governatore di Siria che, fatta fare la prova del condannato a morte- che, bevuta la pozione avvelenata, muore all’istante- avuto il colloquio segreto con Erode,  scritto il rapporto  segreto per Augusto sul processo,  il giorno dopo, parte, mentre Erode fa gettare in catene  Antipatro, dopo aver inviato un’ambasceria ad Augusto, per informarlo della sua personale disgrazia.

Professore, noto che non c’è verdetto, anche se la pars accusatoria  e la pars difensiva si sono misurate e confrontate?

Marco, vero !. Nelle due opere non c’è sentenza   del giudice /krisis o katakrisis/condanna!. ma c’ è  un dato comune :tutto era stato preparato per il processo di Antipatro davanti al tribunale dei parenti e degli amici / sunedrion toon suggenoon kai philoon, con lo stesso  Varo presidente: il re  fece introdurre  tutti i delatori / tous mhnutas pantas e tutti gli altri che dovevano denunciare le trame segrete, quanti erano stati torturati, ed anche alcuni schiavi della madre di Antipatro, arrestati poco prima del suo arrivo. Essi infatti recavano una lettera, il cui contenuto era in sintesi questo: non ritornare a casa perché tuo padre è al corrente di tutte le trame ! Il tuo unico rifugio è Cesare,  se non vuoi cadere nelle sue mani!

Inoltre, Marco,  ci sono le parti più o meno estese della pars accusatoria  di Nicola e quella difensiva dell’accusato Antipatro.

Dunque, professore, Erode  più che giudicare il figlio vuole giustificare davanti ad un familiare dell’imperatore  l’arresto di Antipatro,  chiamato da Augusto, Philopatoor, e dimostrare la sua perfidia nel caso precedente della morte dei due figli asmonei e il suo agire tortuoso  di corruttore degli  amici romani e perfino  di personaggi della corte di Livia? Non si vuole la condanna per Antipatro per i reati commessi contro di Lui, ma la punizione per Antipatro, che ha fatto uccidere i suoi fratelli, col suo  aiuto, desideroso ora di  rettificare il precedente errore giudiziario e di evidenziare la  buonafede di un re, raggirato dal figlio, maligno corruttore,  di cui  lui stesso è stato vittima incolpevole!

Certo, Marco!  questo sembra essere  il nucleo di questo  processo ma questo  è a favore di Antipatro, contro cui, in sua assenza,  hanno  operato i suoi  avversari, turbati dalla predizione farisaica della fine del regno di Erode e della possibilità di un passaggio alla  stirpe di  Ferora, e dall’avvenuta corruzione dell’eunuco Bagoa – destinato ad essere padre e benefattore  di un  re di un regno  venturo – e di  Caro, un amasio di eccezionale bellezza, dal re  sommamente amato.

Non conosco Bagoa! può dirmi qualcosa di uno che sembra un miracolato a seguito di un presunto cambiamento di dinastia? Flavio – Ant. giud.XVII,45- parla di uccisioni  di domestici, fatte, a causa dei farisei  che predicano di un Bagoa  elevato a grandi speranze, profetizzato come futuro padre e benefattore  di chi un giorno sarebbe stato  posto sopra  il popolo col nome di re, che avrebbe avuto il potere di dare  a lui,  eunuco,  la facoltà di sposarsi e di  generare figli  veramente suoi!

Una predizione strana, professore,  che a me  ora  fa pensare alla venuta di un qualcuno, che ha un  potere miracoloso, per cui un eunuco possa essere padre di figli!  A Dio tutto è possibile!

Marco, non scherzare! io non posso dirti quello che non so e non cercare di stimolarmi in certe direzioni che  ritengo attualmente proibitive! Antipatro, comunque, appare ora maggiormente legato ai farisei e agli asmonei, vinto, però, dalla cospirazione di Salome che, avendo potere sul fratello, insieme ad amici romani e col favore di Livia, ha tramato  contro il diadokos, facendo emergere una pars  filoromana- ostile al  figlio di  Erode,  anche se congiunto con  asmonei, farisei,  popolo, il piccolo e medio sacerdozio, contadini e  artigiani e capi dell’esercito  – riuscendo con Alexas ed altri a  far moralmente condannare, inopinatamente,  il solo Antipatro, come unico colpevole.

Essendo ormai tutto contro di lui- cfr. Guerra Giud.I, 614 – Antipatro,  fatto entrare dopo la folla degli accusatori,  in un clima  del tutto a lui ostile, si prostrò ai piedi del padre e disseti scongiuro, o padre,  di non condannarmi in anticipo  ma di porgere  l’orecchio alla mia difesa, senza essere prevenuto, se tu vorrai, dimostrerò la mia innocenza! Ibidem 621.

Secondo Flavio, Erode, invece,  rivolto a Varo  gridò al figlio di tacere e disse:  io son certo che tu, o Varo, ed ogni giudice dabbene giudicherete  Antipatro un uomo perduto/ecsoolh perditum abominevole,- un male esiziale – .io temo che tu possa disprezzare la mia sorte  e considerarmi degno  di qualsiasi sventura  per aver generato figli di tale specie!.

Il tono è quello di chi, vecchio, vuole compassione perché lui è stato padre molto amoroso/pathr philostorgatos, che vuole raccontare il suo rapporto coi figli e far sentire la sua storia, prima del giudizio.

Secondo Ant giud. XVII, 94,  Erode  iniziò a commiserare  se stesso per aver avuto  figli  che gli provocavano disgrazie  intendendo dimostrare che   tutto  è iniziato con la venuta di Antipatro a corte, fatto venire come suo custode  ed invece divenuto  responsabile  della  disgrazia della   morte dei figli, nati da una regina ed ora colpevole di attentare alla sua vita: eppure lui  è stato bravo ad educarli ed ammaestrarli  e a fare grandi spese  in ogni tempo per  soddisfare i loro desideri!  nessuno di tali  benefici era valso ad assicurargli la vita allorché  complottarono contro di lui  per toglierli empiamente il potere regio prima che il loro padre lasciasse per legge naturale e lo consentisse il suo volere e giustizia. E di Antipatro disse che non riusciva a capire  quale speranza l’avesse gonfiato da renderlo così audace da giungere a tanto: aveva designato per scritto a succedergli  sul trono in pubbliche  scritture; anzi, essendo lui in vita, Antipatro non gli era in niente inferiore, gli mancava di dargli lo scettro!

Professore, la fase iniziale del processo è in effetti una dramatopoiia  come quella del processo romano dei due asmonei, con un padre miserevole che accusa un figlio che nemmeno ha vera possibilità di difesa  tanto  che alla fine, non avendo ascolto, nel tumulto delle voci dissidenti,  giunge a chiedere di  essere torturato dopo che ha implorato Dio, come suo difensore, che lo ha protetto nel viaggio di ritorno per terra e per mare!

Hai ragione Marco, i due, accusatore ed accusato  sono figure drammatiche  di padre e  di figlio  in un conflitto non solo familiare e morale, ma anche politico e sociale,  sotto cui si cela  un complotto eversivo  interno ed esterno, giudaico e romano-ellenistico: non Erode ed Antipatro, un filoromano e un filoparthico, si contrastano  ma  c’è in gioco anche la sorte di un regno nel quadro del Kosmos romano.

Erode  si dimostra un padre emotivo che, avviate le accuse, non riesce più parlare  e piange come un bambino per la commozione, lasciando al suo patronus il compito dell’accusatore,  che argomenta sui fatti e prova le colpe dell’accusato, ma in cuore suo si augura che suo figlio sia innocente  davanti a lui e alla famiglia e  non si  sia  macchiato come stasipoioon, come sobillatore di rivolte,  davanti ai romani: gli ripugna l’idea di un figlio che voglia immolare  il padre sopra i suoi fratelli morti, che al  primo delitto faccia seguire un secondo delitto ancora maggiore!

Professore, mi piacerebbe capire  come Nicola di Damasco sviluppi il pensiero accusatorio  in modo professionale,  certamente retorico, dopo aver sentito i testimoni,  così da  provare le colpe del diadokos?

Marco, il patronus attacca  Antipatro, riprendendo le stesse parole del re, ripetendo in sintesi le  accuse  riassunte per concludere con la peroratio producendo le risultanze, derivate dalle torture e  dalle deposizioni dei testimoni, dopo essersi diffuso a lungo sulle benemerenze  del padre, sull’ingratitudine dei figli asmonei desiderosi giovanilmente di regno-  dei quali  non si meravigliava – – e  specie del figlio diadokos, di cui si stupisce perché, non si lascia  raddolcire dai benefici paterni  e si  comporta come uno dei serpenti più velenosi, imitando proprio  il loro  esempio, da lui stesso punito.

Il suo epilogos/perorazione è Il seguente: eppure tu,  Antipatro fosti tra quelli che denunziarono i fratelli  per la loro condotta temeraria, tu hai indagato sulle prove,  tu li hai puniti, una volta trovate.Noi quindi non condanniamo lo sdegno col qual tu non lasciasti impunito  il loro crimine, ma ci stupisce la temerarietà con cui hai imitato la loro condotta.  Noi non troviamo le tue azioni dirette a liberare il padre dal pericolo ma  a rovinare i tuoi fratelli in una dimostrazione  di odio per la loro malvagità  e in una attestazione di te, come figlio affettuoso  in modo da essere in una condizione elevata per agire contro il padre con la più grande iniquità… tu hai indicato i loro complici facendoti vedere come accusatore  dopo aver stretto un patto coi complici  contro tuo padre,  avendo bisogno del loro complotto parricida  per essere il solo a giovarne in modo da avere un doppio vantaggio per te,. eliminare i fratelli  e progettare un piano segreto contro tuo padre. Ant giud.XVII;113. Nicola si spiega meglio: tu hai fatto la prima  azione perché i fratelli vantavano diritti maggiori alla  successione, ma non era necessario complottare contro il padre, hai complottato facendo la seconda azione perché  stasipoioon/ istigatore di rivolta.

Da una volontà eversiva statale  deriva, quindi, l’accusa di Parricidio, sottintendendo in padre  la patria ?

Sembra che Nicola, metta insieme il crimen  verso la patria e quello verso il padre in un’accusa unitaria, dopo aver sviluppato il pensiero circa l’avversione verso i fratelli  l’odio contro il padre  cadendo nello stesso loro delitto contro natura , coinvolgendo il padre infelice nella loro stessa sorte,  per un proprio vantaggio, facendo un parricidio non comune, progettato in segreto,  ma di un genere mai menzionato nella storia -ibidem.

Antipatro, secondo il pensiero espresso da Nicola,  ha voluto spogliare il padre che l’ ha accontentato in tutto, facendolo socio successore,  mettendo per iscritto il tuo diritto di diadokos, mentre lui  di fatto  ha complottato, pur dicendo a parole di volerlo salvare,  invasando sua madre  coi suoi disegni, rompendo i vincoli familiari e filialichiamando bestia il padre, lui serpente contro il benefattorevecchio, lui giovane , avendo l’aiuto di guardie, usando trucchi   favorito, oltre tutto, da uomini e donne, in un desiderio di sfogare l’odio contro l’amore paterno, osando perfino, come sfida,chiedere la prova della tortura, come dimostrazione  di non avere la volontà di episphattein  ton patera tois adelphois/ di immolare il padre ai propri fratelli (morti). 

La sua conclusione  è questa: Non puoi certo contraddire la verità: tu  sei veramente  preparato ad eliminare tuo padre, pronto anche  ad annullare la legge scritta  contro di te,  la rettitudine di Varo e la stessa natura della giustizia!.

E   Quintilio Varo cosa decide ?

Varo, di cui tu conosci il giudizio di avidità –Tacito  Hist.,V,6- uomo mite per indole, di abitudini tranquille, alquanto greve di corpo e di animo, abituato ad una vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerriera, da praefectus  non certamente spregiatore di denaro – Velleio Patercolo, Storie II, 117,2, appare giudice accomodante, pagato prima da Antipatro e poi ancora di più da Erode,che svolge le sue funzioni secondo prassi. Infatti  fa la prova  sullo schiavo, condannato  a morte,  che muore all’istante, per accertare l’efficacia del veleno, autorizza Antipatro a  difendersi  e dice: io mi auguro,  e so per certo che anche tuo padre si augura in cuor suo, che tu dimostri di non essere colpevole  di alcuna infrazione /eukhesthaikai ton patera eidenai toon omoioon  eukhomenon, mhden  auton adikounta phooran.

Professore, sembra chiaro che il giudice è benevolo, addomesticato, e che  desidera accontentare e Augusto suo imperatore ed Erode  così da avere ricompense successive anche dall’accusato, destinato alla successione, anche se sorpreso in fallo come un ladro (phooran)   in  quanto stasipoioon?

Per Varo, Marco, Antipatro è innocente di stasis, cioè non può essere un rivoluzionario, perché nominato diadokos da Augusto stesso, può essere solo un  figlio che non sopporta più l’invadenza del potere di un padre malato, bisognoso di cure e rincoglionito e che sta cercando vie moderate di mediazione proprie di un  diallakths/un riconciliatore,  seppure contestato per la sua scelta di  nuove forze, pericolose, ma  non colpevole: per l’epitropos le parole di Nicola sono solo retorica   e  tautologia orientale!  l’ambiente è quello gerosolomitano sadduceo, ora  contrario al figlio di Erode farisaico! non c’è necessità nemmeno di un verdetto: basta la sua gnoomh! Perciò convoca in segreto il re, dopo aver sciolto il consiglio, decide con lui in merito all’indagato, non colpevole, da tenere, comunque,  sorvegliato ai domiciliari  e riparte per Antiochia, il giorno dopo.

Professore, per lei, Varo non ha neanche sentito le parole di Nicola -Ant giud .XVII,116 – né la  difesa dell’indagato che lui conosce dalle parole  scritte dei suoi amici romani ?

Marco, le affermazioni del  patronus, che indulge perfino a  ripetere i pettegolezzi di corte,  sono  un gioco di parole!.   tu non eri giudice delle cose per la clemenza di Erode, ma per la tua volontà e scelleratezza; consideravi le opere del padre, volendo, che, essendo il padre obbediente, tu potessi occupare la sua parte: fingevi allora di volerlo conservare a parole, ma in opere ti sforzavi di ucciderlo, immolando lui sopra i fratelli morti, tu  che sei  stasipoioon , istigatore di  rivolte ed  hai coinvolto tutti i fratelli e tua madre ?!. Nicola,  come i cristiani poi, accusa il fariseo  di non fare corrispondere parole e fatti: per lui Antipatro  una cosa dice e una cosa fa!

 Marco, ogni parola di Antipatro in quella situazione è inutile,  in un clima a lui ostile, secondo Antichità Giudaiche, per cui il diadokos si  affida  a Dio, da buon fariseo, scongiurando gli astanti che lui non è colpevole di niente. In Guerra giudaica I,619-633, Antipatro, invece,  pur sentendosi già condannato, grida, tra gemiti e lacrime, la sua verità, muovendo tutti a compassione, prima col dire che il padre stesso con le sue parole ha fatto la sua difesa, poi col compiangere pigra apodhmia / l’amara lontananza,  di cui hanno approfittato gli invidiosi, ed infine col chiamare a testimoni Roma ed Augusto, dopo aver dichiarato di essere disposto a  subire la tortura: Romh moi martus ths eusebeias kai o ths oikoumenhs prostaths Kaisar o philopàtora pollakis me eipoon/ Roma e Cesare, il padrone dell’universoche mi ha spesso chiamato Filopatore, sono per me testimoni del mio amore filiale. 

Comunque, Varo, fatta la prova del veleno,  non può fare altro che sciogliere il consiglio  e il giorno dopo andarsene,  ben sapendo delle discussioni circa il suo comportamento dalla pars sadducea e filoerodiana e da quella farisaica e popolare, asmonea, globalmente ed indistintamente  considerata  unitaria come oi polloiibidem  132-

Flavio, che è dalla parte  sadducea  della colpevolezza e della necessitas di un intervento punitivo  divino -ibidem  127-12, comunque,  scrive- Ibidem133: Erode, allora, mise suo figlio in prigione ma i più non sapevano che cosa gli avesse detto Varo sul caso, né che cosa avesse detto alla partenza. I più,  tuttavia, supponevano che quanto Erode aveva fatto ad Antipatro era per suggerimento di Varo / gnoomhi  ekeinou.

Professore, che succede dopo la partenza  di Varo?

Compare una nuova prova contro Antipatro, che aggrava la sua situazione di prigioniero, quando Erode ha già inviata una lettera ad Augusto e un’ambasceria per informarlo della generica  malvagità di Antipatro,/ thn kakian. Viene intercettata una lettera di Antifilo ad Antipatro, prigioniero, che viene letta: ti ho inviato  la lettera di Acme , senza pensare al rischio della  mia vita – era in  Egitto al momento- perché tu ben sai che sarei in pericolo da parte di due famiglie. La fortuna intanto ti sia favorevole in questo affare!. Erode si mette subito alla ricerca dell’altra  lettera,  che  trova  in una toppa di una seconda tunica del latore, scoperta da un servo.

Che circolazione di lettere! professore?  Erode ha certamente uno scriptorium di eccellenza?!.

Certo Marco. Ti  preciso che lo scriptorium erodiano è in grado di scrivere grammata ed antigrapha toon epistoloon, cioè scrivere lettere di servizio a re e all’imperatore come corrispondenza ordinaria, fatta da grammateis  anche a privati cives, specie agli amici romani,  ma  ha una settore di scribae  che fa  copie Antigraphh, che  vale rescritto o memoria del difensore che, di norma,  è in archivio, in un ufficio speciale, antigrapheion, con la dicitura antigraphon (pl. antigrapha)  con specifico  significato  di copia, dopo  che è stato  archiviato lo scritto originale dall’antigrapheus, che  risulta  un sottocontrollore dell’amministrazione (dioikhsis), una specie di  revisore. Aggiungo che si conoscono molti contraffattori e falsificatori  del tipo di Diofanto, chiamati calomosphactai  da Filone cioè uomini che cambiando i termini delle copie  uccidono e fanno perdere le cause. Nelle lettere inviate, Antipatro -lo ripetiamo- fa accusare con questo sistema Archelao e Filippo, il primo figlio di Maltace samaritana e il secondo di Cleopatra gerosolomitana!

Anche la scrittura di un testamento  rientra nei compiti / munera di uno scriptorium, come quello erodiano, in cui, secondo consuetudine,  un re ha come primo beneficiario l’autokratoor e nel nostro caso Erode  lascia ad Augusto 1000 talenti cioè 10.000.000 di dracme e alla sua  domus/oikos altri 500. Un talento vale 10.000 dracme  cfr. Uno spiritoso  epigramma  in www.angelofilipponi.com

Erode, dunque, intercettata la lettera e, conosciutone il contenuto, ha il sospetto che Antipatro abbia fatto la stessa cosa con le lettere di Alessandro e che, grazie  alla sua abilità di falsificazione,  abbia ottenuto  da lui l’ordine di fare uccidere i fratelli  Guer.Giud.I 645!  Rattristato,  ha l’impulso  di far uccidere Antipatro come kukhton  fomentatore, mestatore ed orditore di gravi fatti non solo contro di lui e la sorella, ma anche  contro la famiglia imperiale, da lui contaminata col suo denaro, dato ad Acme, una giudea schiava di Livia moglie di Augusto: il figlio  l’aveva incaricata di scrivere al re una lettera per compromettere Salome ed una a lui, per conoscenza: Acme ad Antipatro. Ho scritto a tuo padre la lettera che desideravi ed ho fatto una copia  della lettera di Salome alla mia padrona, da me composta. e so che lui, appena l’avrà letta, punirà  Salome  come epiboulon/ cospiratrice contro di lui.

Erode, trovata anche la lettera  a lui destinata e lettala ( Acme al re Erode. Mi sta a cuore moltissimo che tu sia al corrente  delle cose che si stanno facendo contro di te.  Venutami, dunque, in mano  una lettera, spedita da Salome alla mia padrona, io la copiai e te la inviai. Per me questo è pericoloso ma è per il tuo bene. Questa lettera fu scritta da Salome  perché voleva sposare Silleo. Ora straccia questa lettera affinché anche io non sia in pericolo  di perdere al vita),  decide di inviare  Antipatro da Augusto per farlo partecipe delle macchinazioni ordite contro di lui.

Erode, poi,  ci ripensa,  temendo che il figlio,  con l’aiuto degli amici romani,  possa trovare una via per sfuggire  al pericolo  e lo trattiene in prigione ed invia l’ambasceria in relazione e al processo e  all’episodio di Acme.

Siccome la sua  malattia peggiora, col consenso dei medici, decide di svernare a Gerico, nei cui dintorni  ci sono  terme  famose, utilizzate anche nel periodo invernale, dato il calore dalle acque (da 40 a 60-63 gradi!), accanto ad altre freddissime,  in seguito note anche a Plinio il vecchio  -St.Nat. V,15:   Prospicit eum ab oriente Arabia Nomadum, a meridie Macherus, secunda quondam arx Iudaeae ab Hierosolymis. Eodem latere est calidus fons  medicae salubritatis  Callirhoe, aquarum gloriam ipso nomine praeferens/ Vi si affacciano ad oriente  l’Arabia dei Nomadi, a sud Macheronte, un tempo seconda fortezza di Giudea dopo Gerusalemme.  Dalla stessa parte  c’è una fonte di acqua calda e curativa, Calliroe, che col nome stesso  proclama l’eccellenza delle sue acque.

Lei pensa che Erode porti anche Antipatro a svernare con sé a Gerico, nello stesso periodo in cui invia l’ambasceria a Roma per segnalare le nuove malefatte del figlio, quando la malattia è già devastante? e di che  malattia soffre Erode? Si sa oggi ?

Non so dire quando effettivamente manda l’ambasceria, anche se ipotizzo che il re abbia urgenza di comunicare il nuovo fatto, che potrebbe segnalarlo con messaggi affidati a piccioni viaggiatori o con altri mezzi  tramite latori di lettere imbarcati su navi mercantili che fanno viaggi anche a mare chiuso! Comunque, sempre alla fine dell’anno  5 a.C. prima di partire per Gerico, per le cure termali!. Molti hanno studiato la malattia mortale di Erode ed hanno parlato di gonorrea,  ma solo alcuni medici americani sono riusciti a definirla sulla base della sintomatologia. Sembra, Marco, che Erode da tempo soffrisse  di una malattia cronica renale, curata  – Erode è amico di Augusto  valetudinario, salvato, durante una durissima malattia, in extremis dal  suo medico personale, che, poco dopo, non salva il giovane Marcello, erede al trono! – complicata negli ultimi anni da una cancrena ai genitali, che lo costringe a letto e  all’immobilità, pur rimanendo sveglio di mente, compatibilmente ad un uomo vicino alla  settantina di anni !.  A dire il vero lo studio viene fatto sulla base del prurito continuo  più significativo  per i problemi intestinali, specie se connesso alla mancanza di fiato  e alle convulsioni.

Dunque, si può dire che  Erode  secondo  i medici di università  americane, muore per una malattia cronica dei reni, complicata da una cancrena ai genitali?

Flavio afferma che, in questa condizione di salute,  Erode, avendo perso la speranza di guarire -aveva l’età di settanta anni- divenne selvaggiamente  imbestialito  e trattava tutti  in maniera incontrollata  con rabbia  e durezza, convinto di essere stato abbandonato da tutti  e che la nazione fosse lieta delle  sue sventure, specie quando alcune figure popolari gli si alzarono contro -Ibidem 148- 

Chi gli si alza contro?, professore

I farisei, già colpiti per non aver voluto giurare col popolo!.

I  farisei  predicano, in quei mesi invernali, a Gerusalemme – non si sa se ciò avviene per una qualche macchinazione di Antipatro e dei suoi amici asmonei,  concordata,  o per un debito di riconoscenza verso di lui, che ha certamente  ben meritato! –  che la malattia  del re  sia opera di Dio: anche Flavio pensa così – Ant. giud. XVII,168 e sg -, convinto che questa è la giusta punizione per la sua empietà!.

Secondo Flavio, a causa della terribile malattia/ nosooi khalephi  Guer. giud. 645-  il re si trattiene  dal punire la sorella – che fa le solite sceneggiate  di  battersi il petto, strapparsi i capelli ecc- –  per le insinuazioni, ritenute false, come le lettere di Antipatro che, alla fine, convocato per discolparsi, rimane  muto  e, pur restio a dire i nomi dei suoi complici,  rovescia infine tutta la  colpa sul solo Antifilo  (che era in Egitto, lontano!). Comunque, Erode  porta con sé il figlio, prigioniero,  a Gerico, e nomina Erode Antipa  reggente in Gerusalemme,  lasciando da parte Archelao e Filippo  Ant Giud. XVII,143.

Si conoscono i sintomi – non dissimili nelle due opere-  della malattia, che diventa sempre più acuta, pur controllata da dottori, che lo curano:  la febbre era leggera, e solo al tocco rivelava i sintomi  di una interna  infiammazione maligna;  il re aveva un bisogno assoluto di grattarsi  e non si poteva non assecondarlo;  aveva ulcerazioni  delle viscere e sofferenze intestinali particolarmente acute e suppurazioni ai piedi visibili. Soffriva di disturbi addominali  e le sue parti intime producevano vermi; avendo, inoltre, una grande difficoltà di respiro, a causa del dolore, emetteva un’ esalazione sgradevole del fiato e per l’affanno aveva una continua  e cospicua palpitazione; aveva,infine,   spasmi in  ogni parte, di una gravità insopportabile – ibidem,168/9-.Secondo Guer. giud.I,656.: aveva  una febbre non violenta, un prurito insopportabile  su tutta la pelle e continui dolori intestinali, gonfiori ai piedi come per idropisia, infiammazione all’addome, e cancrena dei genitali con formazione di vermi ed inoltre difficoltà  a respirare se non in posizione eretta  e spasmi  di tutte le membra. 

Lo scrittore aggiunge che,  anche se straziato dai dolori, nella speranza di guarire, si fidava dei medici e dei rimedi che suggerivano  e che mai ricusava. Perciò, passato il Giordano,  si bagnò nelle sorgenti calde di Calliroe, che sono anche acque potabili,  aventi  proprietà contro ogni male: sono  acque che sfociano nel lago Asfaltite (Mar Morto). Ibidem 171.

Esiste una scuola medica, anche in Iudaea, Professore? Non credo in Giudea ma altrove ci sono grandi  scuole. All’epoca sono due le maggiori n Oriente:  quella  di Pergamo che ha un grande Asclepeion, specializzato in elioterapia , thalassoterapia e in haloterapia, idroperapia,  oltre che  in cure  specifiche degli occhi, famoso nel II e III secolo d.C.,  e  quella di Alessandria, potenziata dal triumviro Antonio, a cui forse appartiene anche Antonio Musa, divenuto medico personale di Ottaviano, dopo Azio, che lo cura salvandogli la vita secondo  Cassio Dione. St.Rom.  LIII e ).Svetonio Augusto 59 ( Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapi statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio)

Erode, avendo rapporti con Cleopatra e con Antonio, sicuramente ha molti medici alessandrini, della famiglia Antonia!.

Sono questi medici  che fanno tentativi per curarlo come quello di immergere il suo corpo in una tinozza di olio caldo  per scaldarlo, tanto che  svenne, e  sembrava che fosse morto da far pensare al peggio agli astanti che  elevarono alte grida, prima di riaversi e di riprendersi.   Probabilmente, essendo a Gerico , ha molte di queste crisi  e in Gerico e nelle terme di  Callirhoe, durante l’invernata, prima di morire il 23 marzo del 4.a.C

E’ certa la data di morte?

No. Marco

E’ una mia personale supposizione in relazione a studi astronomici di scuole americane,  che hanno esaminato le  eclissi di luna  negli ultimi dieci anni prima della nascita di Cristo  – ce ne sono tre: una nel 5 a.C. una nel 4a.C e una nell’1 a.C.!- : sulla base di  teorie ottocentesche riprese da  E. Schuerer,  Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo (175 a.C.-135 d.C.)   I. II , edizione rivista, Brescia 1985-87 , scartando le ipotesi e  i calcoli di W.E. Filmer, The Chronology of the Reign  of Herod Great “J.Th.S.”XVI,1966  e di altri – grosso modo ,  mi sono orientato per la datazione verso la fine del mese  come fa G. Vitucci (La guerra giudaica, Mondadori 1974) che indica genericamente la morte del re in Aprile, poco prima di  Pasqua (XVII, 213), seguendo anche le precise indicazioni astronomiche  di G. Veneziano (Eclisse di Erode, XVII Seminario d’archeoastronomia, Osservatorio Astronomico, Genova 28-29 marzo 2015), che fissa l’eclissi nella notte del 12-13 Marzo e  la Pasqua il 12 Aprile.

Grazie  per la sua spiegazione circa la data di morte del re giudaico. Callirhoe, Professore,  all’epoca,  non è famosa come poi in epoca Flavia?

E’ meno famosa, ma già conosciuta. Penso che la cura di Erode  sia stata propagandata  e le acque,  essendo curative,  diventano famose in epoca tiberiana   e risultano frequentate  dai cives,  anche per bagni all’aria aperta,  se a Madaba (30 km da Callirhoe) nel pavimento della chiesa bizantina di  S. Giorgio,  c’è una mappa col nome della località termale, comunque,  mai ritrovata  esattamente  da archeologi: più di venti anni fa,  provenendo dal Monte Nebo, su indicazioni   di  padre Michele  Piccirillo, trovai  la Gola di  Zarca  Ma’in  e  stupito, ammirai, incantato, e fotografai  un  centinaio di rivoli di acqua più o meno grandi, formanti  cascate e cascatelle di acque caldissime  di varia altezza, nella  zona termale di Hammamat Ma’im, accanto ad altre calde, fredde e freddissime,   poi  fluenti a valle, verso il Mar Morto. Sembra, se ricordo bene,  che   Ain al Zara sia a circa un chilometro e mezzo  dalla gola, dello Zarka dove si  dovrebbe trovare il  sito  dell’antica Callirhoe.

Vogliamo riprendere il discorso su Antipatro ed Erode?   Subito.  Ti faccio, comunque, riflettere:  le notizie sulla salute di Erode, dopo ore o giorni, arrivano a Gerusalemme, deformate dalle dicerie  e spesso comunicate volutamente posticipate, come la morte. E’ un fattore importante  per la comprensione del testo!.Per questo  Flavio dice   che Erode,  in questa situazione,  essendo lontano a curarsi e avendo un giovane coregnante, certamente assistito dal suo consilium,  temendo tumulti  ad opera dei farisei, per la Pasqua imminente,  convinto che essi sono favorevoli a suo figlio, di cui  controlla le sue azioni, fa donativi ai soldati,concedendo  cinquanta dracme ad ogni soldato e considerevoli somme per gli ufficiali e gli amici.   Pagare profumatamente l’esercito è  garanzia di regno per un tiranno, come Erode vecchio  che,  sottoposto ai Romani deve ostentare i simboli del potere imperiale, pur temendo  il figlio e i farisei integralisti,  che ora predicano che Dio vuole la sua morte per la sua empietà, dopo l’anathema  di uomo di menzogna!.

Flavio aggiunge che  a Gerico  fu preso  da una nera melanconia/melaina te kholh, che lo inasprì contro tutti e  decise di fare un piano tale che la nazione intera lo piangesse, convinto che nessuno  desiderasse  che vivesse e che tutti  aspettassero  con gioia la sua morte-ibidem 173-.

Lei,  professore, parla del palazzo di Gerico,  asmoneo -di  cui  ci sono ancora resti-  in cui fu ucciso Aristobulo III, il sommo sacerdote  fratello di  Mariamne?

Si.  E’ da lì che Erode, malato, depresso,  governa.  E’ lì che  dà l’ordine di rinchiudere i protoi del suo regno nell’ippodromo, che ordina che suo figlio muoia, dopo l’incidente del suo suicidio, sventato,   e  che  comanda che siano uccisi i due maestri farisei, che hanno aizzato i giovani a togliere dal  tempio l’aquila romana, da lui fatta porre come segno della divinità di Roma  e di Augusto. Sono gli ultimi tre atti della vita di Erode, ma non  si riesce a  metterli in ordine in relazione  ai fatti, difficili da datare esattamente e  perfino da disporre secondo ordine in una precisa logica funzionale, temporale.

Flavio li scrive  in questo ordine da noi  segnalato; noi,  siamo incerti  sui tempi in cui  Erode, essendo a Gerico, entra in depressione acuta e non sappiano determinare i vari momenti.

Infatti scrive della stasis farisaica ibidem 149-167 :  erano Giuda  figlio di Sarifeo e Mattia di Margaloto molto istruiti /logiootatoi, esegeti delle leggi/ecshghtai vomoon, molto cari anche al popolo/kai dhmooi prosphileis, perché educavano alla musar i giovani/dià paideian  toon neooteroon (infatti  ogni giorno tutti  passavano la giornata con loro dai quali veniva coltivata la volontà pretenziosa  della ricerca della virtù/ oshmerai gar dihmereuon autois pantes  ois prospoihsis epethdeuto

Professore, lei ha parlato molte volte di questo fatto e dei  due maestri della  Legge  in Il martire giudaico ww.angelofilipponi.com ma io ho da chiedere su questo argomento molte spiegazioni e desidero conoscere bene il suo parere sul fenomeno  dei neooteroi  farisaici, collegati con quelli alessandrini, da decenni?.

Il termine  neooteros è comparativo di neos che ha tre significati di base: nuovo; insolito; giovane opposto a palaios;  Flavio lo usa  per indicare una corrente rivoluzionaria giovanile, che tende a novità politiche per mostrare l’integralismo religioso giudaico templare, fedelissimo alla tradizione dei padri  e specie alla legge  di Mosé, come pratica di vita, insegnata da maestri  di cultura mesopotamica, Musar, prescrittivi e  legalisti, allora ben collegati con quelli, seppure scismatici di Alessandria, nonostante la differenza ideologica  politica,  essendo gli uni  antiromani e filoromani gli altri, essendo ancorati al Tempio (la sede del Dio vivente ed unico di Israel) e  tesi all’autonomia nazionalistica i primi,  al cosmopolitismo imperiale i secondi.

Bene. professore,  il termine mi fa ricordare anche  i poetae  novi a Roma come Catullo,  Cinna , Calvo ed altri. C’è qualche attinenza ?

Marco,   a Roma  si tratta di un poetica letteraria e di poeti d’amore  giovani che subiscono l’influsso di Partenio di Nicea, che è un liberto del padre di Elvio Cinna e che hanno come modello di scrittura tecnica e di erudizione Callimaco,  e che, denigrati da Cicerone-  che li definisce cantores Euforionis,   cioè uomini che lodano e celebrano Euforione di Calcide per la ricercatezza di stile – come novi  si oppongono ai veteres poetae come Ennio, con un desiderio sotteso   di cambiare con lo stile  politico anche la pratica di vita.  La novitàs è letteraria  anche se  proclama di dovere  di operare solo su temi di argumenta levia, amorosi, e di  rifiutare quelli gravia, politici!  Comunque, non si può mettere in relazione chi muore per la  patria e per la Legge e chi si ribella ad una tradizione letteraria arcaica in nome di una ricerca di perfezione metrica e di stile elaborato e tecnico,  connesso con l’erudizione  alessandrina!. Non mi sembra opportuno continuare  a  parlare di una poetica letteraria spiccatamente amorosa, mentre siamo immersi in un problema religioso -politico, in cui il termine vale soprattutto fare una rivoluzione, in una società giudaica, aramaica di lingua, intollerante della romanitas, che considera cultura  solo lo studium della Bibbia e della Legge,  in un un rifiuto netto della stessa lingua greca, corruttrice della propria  purezza.   E tanto meno ora che  sto cercando di mettere ordine nelle varie sequenze della dihghsis narrativa di Flavio, essendo giunto all’ultimo decreto erodiano contro i farisei  e poi contro i giudei che non piangono per la sua morte.

Erode, vecchio e malato, si sente  solo di fronte alla morte, ancora convinto di essere  stato un grande re,  e crede di aver diritto  ad un corale  lamento funebre.Nella sua mente svanita,  rimasta, comunque,  megalomene,  convoca come sua estrema volontà i protoi ths basileias  e li raduna  nell’ippodromo  dando  a Salome ed Alexas  l’ordine di ucciderli: il popolo, suo nemico, costretto a piangere i propri  morti,  piangerà, così,  la sua morte!

 Ho capito, Professore, e  ringrazio per la breve trattazione sui neoteroi, Mi dica ora  cosa succede  ai farisei rivoltosi: non la disturbo  nel suo  prefissato lavoro!.

Marco, non ti offendere!.  Non mi ha dato fastidio  parlarti  dei neoteroi latini! Comunque,  io seguito nel lavoro.

I  due maestri, dunque, Marco,  conosciuta la malattia di Erode, inguaribile, saputo della sua falsa morte, sollevarono la gioventù affermando che si potevano  distruggere le opere  che il re aveva edificato  contro le leggi dei padri,  ed ottenere così dalla Legge le ricompense delle loro opere. – ibidem 150-.

Essi esortano i giovani ad essere audaci perché Dio è con loro in quanto Erode è  sotto anathema  e quindi destinato a  subire  la vendetta di Dio, meritata  per le sue opere  del  tutto contrarie alla Legge.

Non ci sono cenni   ad Antipatro,  ma è sotteso che l’azione farisaica  è congiunta con quella dei  seguaci di Antipatro e Ferora e delle loro donne farisaiche idumee ed asmonee, convinti  della fine  della basileia erodiana romana  e dell’ avvento di un regno nuovo!.

I due accusano il re di aver posto sulla porta maggiore del Tempio  una grande aquila d’oro di notevole valore. -ibidem151-: per loro Erode, spergiuro e bugiardo, ha tradito la torah  con l’elevazione   del simbolo della potenza romana, come manifestazione del potere  diretto imperiale  sul tempio e come diritto alla  partecipazione agli utili  del gazophulakion/ il tesoro templare,  ben conscio di profanare tutta l’ area sacra di  Sion, dove c’è il  respiro di JHWH: nessuno può innalzare  simulacri o immagini viventi di qualsiasi creatura nel tempio di Dio! Di conseguenza, secondo Flavio-  ibidem152 –quei maestri ordinarono  di gettare giù l’aquila,  anche se, così facendo,  avrebbero messo gli altri in pericolo di morte, perché bisognava  preservare il proprio sistema di vita, tramandato dai padri a prezzo della loro vita . Era molto più vantaggioso morire che  amare la vita  in modo da guadagnare la gloria per sé, in quanto sarebbero poi stai lodati ed  avrebbero lasciato un ricordo  imperituro del loro  sacrificio  alle generazioni future.

I due dicono che questo è ora il loro destino: la morte! essa  è molto più bella e gloriosa, se corriamo dietro ai pericoli per uomini e donne, figli parenti ed amici  per una nobile causa! Il fatto sembra avvenire a mezzogiorno, di un giorno imprecisato dei primi di  marzo, quando serpeggia  tra la folla la notizia della morte di Erode. Secondo Flavio, allora, i giovani  salirono sul tetto del tempio, gettarono giù l’aquila e la frantumarono con le asce, davanti alla folla radunata di fronte al  tempio, probabilmente nell’atrio dei gentili,  gremito e da gerosolomitani e da ebrei di Iudaea, di  Galilea e Perea  e di molti csenoi   giudei ellenistici e parthici, già giunti per la festività imminente della Pasqua, come sfida a Roma e all’imperatore.

Professore, il tempio non ha  uno strategos con militari, oltre a  un tamias e ad un archiereus, che può impedire  l’azione eversiva e  la rivolta popolare?

E’ una stasis in atto con volontà di un cambiamento totale  sia contro Erode che contro i romani e probabilmente  i funzionari del tempio sono fermi perché solidali con i giovani, destinati al martirio, noti, essendo coinvolti anche loro nell’impresa, specie dopo la  (falsa) notizia della morte  di Erode.

Oltre ai funzionari del tempio c’è la guarnigione romana della torre Antonia- che è attiva forse  anche sotto Erode, il quale ha  anche un nutrito esercito di Sebasteni in Samaria, che convivono con contingenti romani specie a Cesarea Marittima-  con tutte forze che ora sono coordinate dal giovane Erode Antipa, il quale, però, può  agire, dietro  autorizzazione  del padre, che è a Gerico, e dei romani subordinati all’ epitropos  di Siria, lontano!.

Secondo Flavio,ibidem 156  l’ufficiale del  re,  al quale questo fu riferito,  pensando che ci fosse implicato  qualcosa di più serio  di quanto era stato fatto, salì con forze sufficienti  per affrontare la folla di persone  intente ad abbattere l’immagine,  quella che era stata  innalzata.

A  mio parere, Marco,  probabilmente i romani della torre Antonia con i sebasteni associati  non  si muovono perché  è proprio dello strategos il compito della salvaguardia del Tempio,  poi dei soldati regi: questa incertezza  dà  al  popolo il tempo di completare la sua azione distruttiva dell’aquiIa. L’ufficiale – forse inviato da Erode Antipa, che ha dovuto informare Erode ed avere la risposta prima di agire-   fa un intervento tardivo ma efficace! Flavio scrive:  comunque,  si gettò su di loro  diversamente da come si suole fare con la folla, in quanto considerava il gesto audace proprio di un folle capriccio e marciò contro  tutti gli astanti,  compresi i  giudei stranieri  e giovani rivoluzionari, facendo l’irruzione senza pensare ad una via di uscita.

Per Flavio- un sacerdote ma anche  militare (ricordati che fu inviato in Galilea come governatore prima dell’arrivo di Vespasiano!)-l’impresa, rischiosa ed imprudente , comunque, raggiunge l’obiettivo di sedare la rivolta e non farla  degenerare. Infatti  furono  presi non meno di 40 giovani, che avevano aspettato il suo attacco  con coraggio,  mentre il  resto della  moltitudine  fuggì… Catturò Giuda e Mattia, i due istigatori dell’impresa temeraria, i maestri che insegnavano che fuggire era azione ingloriosa.

Fatto questo, l’ufficiale porta i due dal re – cioè dal coregnante   Erode Antipa-   che chiede la ragione della  temeraria azione  ed ha  la seguente risposta:  i pensieri da noi avuti e le  imprese da noi  compiute sono proprie di una virtù eccellente umana/ met’areths andrasi prepoodestaths,  voluta da Dio,  che ha insegnato, tramite Mosè  che  obbedire alla legge è dovere sacro e venerando. Il carattere sacro e patriottico e la volontà di martirio sono  chiari in questa affermazione finale, unanime: noi sosterremo la morte  con gioia  e qualsiasi altra pena  tu vorrai infliggerci, coscienti  che la morte  non cammina con noi per qualche nostro misfatto, ma con  la nostra pia devozione -Ibidem 159-.

Erode Antipa ordina  che tutti i prigionieri siano condotti da suo padre a Gerico, legati!

Erode  li riceve e convoca gli ufficiali giudei al completo nell’anfiteatro, dove è portato con una lettiga, in quanto non si può muovere, mentre vengono condotti anche i prigionieri e i due maestri e forse anche Antipatro.

Erode ha un carattere teatrale e cerca lo spectaculum  grandioso, ama la folla  e il plauso popolare come un attore, desideroso di mostrare il meglio di sé in ogni occasione, megalomane nella sceneggiata,  desideroso  di dimostrare il suo ben regnare, da filoromano, antiasmoneo,  di fronte all’esercito  schierato e davanti ai suoi avversari politici.

Secondo Flavio – ibidem 161- il re iniziò a narrare  tutti gli sforzi compiuti a favore  di loro  e parlò  delle grandi spese, sostenute  per la costruzione del tempio, mentre gli asmonei non erano stati capaci di costruire qualcosa di così grande  per l’onore di Dio nei 125 anni  del  loro regno ed aggiunse che aveva  ornato il tempio di offerte di grande valore,  in quanto nutriva speranza  che anche, dopo morto,  avrebbe lasciato una buona memoria di sé  e un nome illustre.

E’ possibile che Erode voglia mostrare davanti al popolo, all’esercito e ai farisei,  la giustizia della sua  buona condotta,  da filoromano ed evidenziare l’ottusità farisaica antiromana, rovesciando i valori in una  condanna dell’integralismo  nazionalistico patriottico aramaico e in un’esaltazione del Cosmopolitismo romano?

Marco, qualcosa del genere sembra  che, in modo sotteso,  sia detto!

Leggiamo insieme il pensiero di Flavio,  che tiene presente che Erode si sente offeso dalla stasis dei farisei, fatta in pieno giorno, e davanti ai giudei provenienti da ogni parte del  mondo, perché ritiene che il suo nome di philhllen sia così infangato, in quanto è stata oltraggiata la sua opera, emblema del potere di Roma e di Augusto.

Professore, il sacerdote Giuseppe ben Mattatia, prigioniero ad Iotapata, divenuto civis e storico ufficiale  di Vespasiano, un traditore del giudaismo,  è forse  più vicino al pensiero di Erode che a quello farisaico, anche in Antichità Giudaiche, con tutte  le sue contraddizioni?

Marco, mi sembra che  ti avvicini al mio stesso pensiero e rilevi  una logica erodiana  di repressione del  neoterismo rivoluzionario, necessaria in quel momento, come forse vede lo storico nel suo tempo.

infatti Flavio dice:  essi (popolo ed esercito) temendo  la sua crudeltà,  paurosi che la sua collera si inasprisse  contro le loro persone  e li punisse, protestarono  che queste azioni erano avvenute senza la loro approvazione  e ritenevano che gli esecutori non dovevano rimanere impuniti – Ibidem 164-.Flavio informa che Erode, contento che gli sono favorevoli i militari  ( e il popolo), depone il sommo sacerdote  Mattia dal suo ufficio sacerdotale per non aver impedito l’azione  sacrilega dei farisei, ritenendolo corresponsabile dell’accaduto   lo  sostituisce con Iozar, fratello della moglie, dopo aver preso un duro provvedimento verso l’altro Mattia quello che sollevò la sedizione.

 Secondo Antichità giudaiche, ibidem 167:  lo bruciò vivo insieme ad alcuni suoi seguaci  e la stessa notte ci fu un eclissi di luna / H selhnh de thi authi nukti ecselipen 

Flavio, in Guerra giudaica -ibidem 655 – invece,  mostra i giovani intrepidi che rispondono di avere fatto ciò per ordine della Legge  (e non di persone), accusati dal re come sacrileghi ed empi  e puniti  col consenso del  popolo, che teme  un allargamento dell’inquisizione, senza accennare all’eclissi di luna. Infatti  si legge: quelli che si erano calati giù con le corde  li fece bruciare vivi  insieme coi dottori e consegnò gli altri arrestati  agli addetti all’esecuzione.

Ha importanza il dato dell’eclissi di luna?

Per me, storico, che sono alla ricerca di una datazione certa sulla morte di Erode, per molte ragioni diventa basilare, come la cometa per la nascita di Gesù, di qualche anno prima: tre dati certi  (eclissi  12-13 marzo, morte di Antipatro 18 marzo e Pasqua 12 Aprile) mi permettono di fare una indubbia  argomentazione sul problema, autorizzandomi a  giostrare su vari campi.

Allora possiamo procedere per comprendere  come Erode arrivi alla condanna a morte del figlio?

Marco, sembra che  ad Erode  giunga il 18 marzo la notizia di una lettera di Augusto,  che lo avverte di aver punito Acme  per aver aiutato Antipatro nelle sue azioni criminali e che gli concede ampia libertà di azione sul figlio: a sua discrezione il re può agire con potestas regia e paterna contro Antipatro e può, a suo arbitrio, esiliarlo o ucciderlo.

Alla notizia Erode si rallegra  e sembra tirarsi su dalla depressione..

Da Antichità Giudaiche -ibidem  184-  si sa  che è servito regolarmente dalla servitù, che, vedendolo non agitato, nonostante il riacutizzarsi dei dolori addominali,  accondiscende a dare il coltello per il taglio della mela consueta, a pezzettini,  Allora Erode, quando ebbe il coltello, si guardò intorno con l’intenzione di uccidersi  e l’avrebbe fatto  se il cugino Achiab non gli avesse trattenuto la mano destra. Achiab elevò un grido, il cui suono di lamento riempi il palazzo e ci fu una costernazione grande, come se il re fosse morto!-ibidem-

Professore, lei ritiene importante anche questo fatto, avendo ragioni  solo per una definizione temporale ma anche, date le discrepanze e le contraddizioni testuali, per la precisazione dei fatti  e della loro durata.

Certo. I farisei possono aver compiuto il gesto  provocatorio dell’abbattimento dell’aquila  in pieno giorno suscitando la   stasis/rivolta  in armonia col loro pensiero politico  e socio-religioso, antiromano – come vendetta  della  precedente strage fatta da Erode  e  del  pagamento pecuniario  con l’aiuto della famiglia di Ferora  (e di Antipatro!? ) antierodiano ed  antiromano, subito dopo  qualche giorno  della  partenza di Erode per Gerico col figlio prigioniero -( almeno una decina di giorni  prima della notte 12-13 Marzo, data  dell’eclissi di luna del 4 a.C. per gli istituti americani astronomici).

I  Farisei,  professore, dopo la notizia  dell’imprigionamento  di Antipatro   e del suo trasferimento a Gerico potrebbero aver iniziato le riunioni coi giovani neoteropoioi  e stasipoioi  e le contestazioni  davanti al tempio, come prove, anche  in presenza dei militari di servizio, prima di  fare l’impresa antiromana?.

Marco, a questo  ovvio ragionamento aggiungo che l’ambasceria erodiana possa aver fatto un rapido viaggio e anche il corriere possa essere  stato veloce. Si è nella norma di una mesata circa.  Si sa che si può  arrivare a Roma  con nave in una ventina di giorni e che un tabellarius, informato tramite specchi e segnali di fumo, può percorrere  con meno giorni  la stessa distanza, magari, partendo dall’Acaia.  Non si sbaglia di molto se pensiamo che la  stasis  avvenga ai primi di  marzo, calcolando i tempi della partenza dell’ambasceria  da  Cesarea  prima della metà di Febbraio  e del ritorno di un corriere ( o di un piccione!) con le risposte di Augusto. 

 Bene professore. Quindi, il suicidio, non riuscito,  si potrebbe datare il giorno 18 marzo, qualche giorno dopo la  sfilata dei prigionieri davanti al popolo e all’esercito  nell’anfiteatro di Gerico, avvenuta dopo  l’abbattimento dell’aquila,   la cattura  dei stasipoioi e il loro trasporto da Gerusalemme a Gerico  per comparire davanti al re!

Ma cosa fa Antipatro, per essere condannato a morte, quando è ancora prigioniero?

Antipatro,  informatosi dell’ accaduto, probabilmente gioisce per la morte del padre  e crede giunto il giorno sospirato dell’inizio del suo regno! si lascia prendere dall’euforia e dall’entusiasmo  e comincia  a parlare da re!

Il figlio è  incauto a volere assumere il potere nel palazzo, nonostante la consapevolezza della fedeltà delle guardie del corpo del padre, ben pagate, non facili ad essere  comprate con promesse di futuri doni!.

Flavio –Ibidem 153-54 – scrive:  Antipatro, credendo che la vita di suo padre era realmente alla fine, cominciò ad assumere un tono e un  fare imperioso come se fosse sicuro e libero  da qualsiasi legame  e potesse prendere il trono, senza contrasto: prese  a trattare  la questione della sua liberazione, promettendo ricche ricompense  per il presente e per il futuro come se per lui ormai fosse giunto il tempo della successione.

Antipatro, forse riesce a corrompere qualche guardia  e  si comporta come diadokos, ma il carceriere secondo Flavio. non solo rifiutò di assecondare Antipatro, ma manifestò le sue intenzioni al re, aggiungendo   molti particolari di sua iniziativa.

Secondo Flavio- ibidem 187-   Saputo questo,  il re gridò, picchiò la testa sebbene fosse sul punto di morte,  si alzò sulle braccia,  chiamò una delle guardie del corpo e gli ordinò di andare senza indugio ad uccidere Antipatro e, subito, a seppellirlo in Hircania, senza alcuna cerimonia!.

Possibile che un semplice carceriere, anche se ben pagato  non accetti  le condizioni di un uomo come Antipatro?

Il carceriere  è lo stesso  Achiab, cugino del re (forse nipote!)  un militare familiare, o hgemoon  ( Guerra Giudaica, I,663) un uomo di massima fiducia e confidenza, il comandante delle  guardie  del corpo, fedelissimo ad Erode  e ai romani, come poi dimostra in seguito, anche con Archelao: lui, salvando il re,  ed aizzandolo in quel particolare momento è persona certamente ostile al figlio di Doris, di cui  determina la morte. Peccato che non si conoscano le ragioni di una feroce  avversione  tra i due!: sarebbe bastato poco per favorire  Antipatro, risultando ormai spacciato Erode! Penso, Marco, a Tiberio in fine di vita,  sempre collassato, capace, comunque,  di riaprire per qualche istante gli occhi e di comandare, nel marzo del 37 d.C.alla presenza di Macrone e di Gaio Cesare Caligola!Il capo pretoriano abbandona il sole che tramonta e sceglie il sole che sorge!

Caligola è fortunato,  Antipatro no!

La notizia della  morte di Antipatro  e del trasporto della salma ad Hircania-  Kirbet Mird, ad oriente di Gerusalemme, confonde gli animi di cortigiani di Gerusalemme, in attesa della morte di Erode, e  si propaga  davanti al tempio, dove ancora qualche maestro arringa le folle per prepararsi coi propri discepoli  ad una nuova stasis contro Erode nel periodo pasquale,.

Non solo i farisei ma anche altri, asmonei  e popolo , per commemorare il loro protettore Antipatro e vendicare  Giuda e Mattia,  si agitano davanti al tempio!.

Dunque, professore  dopo la morte di Antipatro, essendo già vicina la Pasqua,  Erode,  avendo meditato  una sua personale vendetta contro il  popolo infedele,  avendo già convocato con un decreto ogni capofamiglia della nazione giudaica del suo regno,  li fa radunare dal suo esercito, in attesa delle sue estreme volontà,  nell’ippodromo di Gerico? .

Si. E’ questo l’ultimo atto ufficiale/prostagma , dopo quello del cambio di testamento (modificò di nuovo il suo testamento nominando successore Archelao, il più grande dei figli,  che era fratello di Antipa  che nominò tetrarca-Ibidem  66-. E’  l’epilogo,il suggello  della  sua senile  mente malata e megalomene!

Prima di leggere insieme Flavio –  Antic.Giud. XVII 174-181, devo dirti che  per la realizzazione del  piano, ha bisogno della collaborazione di Salome  e di Alexas, chiamati a Gerico per comunicare che tra breve  sarebbe morto poiché le pene e il dolore lo affliggevano in ogni parte del corpo.

Leggiamo attentamente: i giudei si recarono da lui da ogni parte  del regno perché era stata convocata la nazione intera/pantos tou ethnous  e tutti avevano obbedito a questo ordine poiché altrimenti sarebbero stati uccisi in caso di inadempienza del decreto scritto; il re, furioso in egual modo con tutti, innocenti e colpevoli, li fece rinchiudere tutti nell’ippodromo -ibidem 174-

Probabilmente ha già convinto la coppia malefica (la sorella e il figlio di Alexas- il nemico di Ottaviano, ucciso  da lui, omonimo-) ad adottare quel piano folle, con pianti e promesse, a fargli un funerale quale non ebbe mai nessun re. (vi sarebbe stato cordoglio  per tutta la nazione, corrispondente al lamento che veramente si sprigionava dall’animo e dal cuore, non una presa in giro, non un contegno irriverente verso di lui!) ibidem 177.

Erode, in lacrime, li  aveva implorati di agire secondo le sue disposizioni, si appellava  all’amore della famiglia  e alla  fede in Dio. Ed essi  si presero l’incarico di non lasciarlo privo di onore e promisero di non lasciare inattesi i suoi voleri. ibidem 179 

Per lui era penoso andarsene  senza lamentazioni  e compianto degni della morte di un re! 175

E’ un ordine di uno che delira, moribondo!

Seguitiamo a leggere: quando si sarebbero accorti  del suo ultimo respiro, avrebbero dovuto far circondare l’ippodromo di soldati, ignari della sua morte (infatti  non si doveva rendere pubblica prima di ordinare di abbattere  tutti quelli che vi erano dentro); se così avessero fatto,  lui sarebbe stato felice per due motivi, uno  che le sue istruzioni erano state eseguite, l’altro  che era stato onorato in punto di morte con un cordoglio pubblico!

Un progetto folle,  fatto da chi non ha avuto un corso di vita naturale ed umano, ma è stato un superuomo, sovrumano, anche se dice che la morte è in se sopportabile e sperimentabile  da tutti, anche da re, una livellatrice inesorabile !

Professore, fa un commento Flavio,  come sacerdote come asmoneo e come militare?

Ecco il suo commento finale. A te il  giudizio!

Questa conclusione è inevitabile se,  al momento di lasciare questo mondo, si prese cura / eikhen pronoian/ di abbandonare la nazione tutta intera ,  in uno stato di completo cordoglio per la perdita dei propri cari, dando l’ordine di eliminare un membro per ogni famiglia, che pur non aveva fatto alcun male, né recato alcuna offesa, né  era accusato di nessun crimine! In un istante come quello della morte, anche l’uomo che non ha alcun amore per la virtù, dimentica ogni odio anche per quelli, che  sono davvero nemici.

Erode! Una bestiaccia! anche per Flavio!  professore.

Flavio in Antichità giudaiche, -ibidem 192 -chiudendo, scrive: fu uomo egualmente crudele verso tutti, facile all’ira,  incurante della giustizia., favorito dalla fortuna  più di ogni altro uomo: da privato divenne re  passando per ogni sorta di pericoli, superandoli tutti e visse fino ad età avanzata.

Anche se  Flavio lo considera fortunato eutukhs come  soggetto politico e come re cliente di  Cassio,  di Antonio ed infine di Ottaviano, come vir favorito dai romani tanto da diventare il terzo  uomo dell’imperium dopo Augusto e Marco Agrippa, osannato dai greci e dagli ellenisti come presidente dei giochi olimpici da lui ripristinati, celebrato per le sue costruzioni  monumentali e specialmente per la ristrutturazione di tutta l’area templare e del tempio stesso- una opera magnifica-  lo giudica  atukestaton  in famiglia (Guerra Giud, 666),  panu dustukhhs,(Ant.Giud. XVII,192)  in quanto non pianto, né compianto dalla famiglia ed esecrato dall’intera nazione, che lo valuta secondo il pensiero morale farisaico: uomo di menzogna, contrario alla virtù e alla Legge, filoromano corrotto dalla Romanitas  anche nei costumi, non certamente  giudeo, ma solo  mezzo idumeo e nabateo!

Professore, non mi ha detto, però,  se Salome ed Alexas mantengono la promessa ad Erode morente?

No. Non la mantengono. Non hanno il coraggio di eseguire la volontà del re! La strage avrebbe avuto ripercussioni  pericolose a Roma e a Gerusalemme dove la stasis già è pronta per la Pasqua.

I due neanche la morte di  Erode manifestano al popolo e si presentano all’ippodromo  dicendo che il re ha deciso di liberare i prigionieri e di rimandarli  a casa, poi convocano un’assemblea/ecclesia  con alcuni popolari  e coi capi dell’esercito nell’anfiteatro di Gerico.

Qui, data la notizia ufficiale della  morte del re, secondo Flavio Guerra giud.I,667, Tolomeo – al quale era stato affidato l’anello col sigillo – glorificò il re, rivolse un’esortazione al popolo e lesse la lettera  lasciata da Erode  in cui  invitava insistentemente alla fedeltà verso il successore. Dopo la lettera  aprì e lesse i codicilli,  in cui Filippo era nominato tetrarca  della Traconitide  e delle terre confinanti, Antipa tetrarca di Galilea e Perea  ed Archelao re.

Bene. Grazie. Professore.

Possiamo  per  una valutazione generale di Erode mantenere il giudizio da lei dato anni fa, in Erode il Grande filelleno, www.angelofilipponi.com?

Marco, penso che, dopo aver scritto Antipatro, padre di Erode, Erode basileus, Alessandra la suocera di ErodeArchelao  figlio di Erode, il falso Alessandro ed Augusto, Antipatro e i figli innocenti di Mariamne e La morte degli “innocenti” ed il “regno” Antipatro, posso mantenere lo stesso giudizio su Erode, un mezzo idumeo-nabateo, civis ioulios ben integrato nel kosmos romano-ellenistico, un uomo katholikos, un grande re e abile statista a lungo, distrutto alla fine dalla famiglia, dalla malattia e dalla vecchiaia, un  militare celebrato dai giovani  giudei ellenisti, un  dioikeths,   methorios e liberale, un amante di Roma, dell’imperium,  della paideia romano-ellenistica, un magnifico costruttore, capace di rivaleggiare con Marco Agrippa e con Augusto- che hanno mezzi infinitamente superiori-    grazie alle tecniche dei qainiti giudaici.

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Archelao, figlio di Erode

Archelao, figlio di Erode

Giuseppe Flavio  parla  di Archelao per la prima volta quando il giovane è a Roma col fratello  Erode Antipa e coi fratellastri per motivo di studio (Ant.Giud., XVII,79-80) e poi alla morte del padre (Ibidem,188-199) ed infine,  lo segue dagli inizi del suo  regno fino all’esilio (Ibidem,200-355). Venti anni prima, invece, in Guerra giudaica, ne aveva parlato-alla fine del I libro  per mostrare la situazione della Giudea  subito dopo l’uccisione di Antipatro –  nuovo testamento,  morte  successiva  di Erode e  successione di Archelao  ton presbubaton uion  (663-673)- dopo  la liberazione da parte di  Alexas e Salome  dei prigionieri dell’ippodromo, dopo la convocazione di un ‘assemblea plenaria nell’anfiteatro di Gerico   ad opera del curatore del regno Tolomeo, che, avendo  l’anello col sigillo ton sementhera daktulion, glorifica il re morto, rivolge esortazione al popolo, legge  la lettera per i soldati invitati alla fedeltà al successore, apre le epidiathkai  i codicili testamentari e proclama la elezione di Archelao,  a cui affida l’anello e  gli atti amministrativi del regno  da consegnare,  in un plico sigillato, a Cesare, destinato a convalidare le volontà erodiane e a dare legittimo potere al nominale eletto.

Professore, lei ha fatto una rapida sintesi, situazionale,  per mostrare i fatti subito dopo la morte di Erode e le sue volontà testamentarie a favore del figlio maggiore  Archelao. Ha posto, però, il problema di due visioni della figura di Archelao, in relazione al telos/fine  delle due opere, diverso a seconda del particolare momento di scrittura.    Certamente mi vuole mandare un messaggio sotteso rispetto all’unicità sostanziale dello stesso racconto. Quale?

Marco, la sostanza  del racconto del Regno di Archelao  sembra la stessa nelle due opere, ma i particolari  sono spia di due diverse intenzioni, sottese,  dell’autore. Non c’è dubbio che la parte finale del I libro (33.8-9) e quella iniziale del II libro di Guerra giudaica (II.1-7) siano migliori,  e per forma  e per vivacità narrativa, della trattazione fatta in Antichità  Giudaiche XVII. Mi piace  rilevare questo inizio di regno di Archelao  con le parole testuali dell’autore: si levò un grido di giubilo per Archelao e venendogli incontro a schiere insieme con la folla, i soldati gli promisero il loro sostegno. e glielo invocarono anche da parte di Dio.

Dopo l’acclamazione militare, professore, so dalle due opere di Flavio  che Archelao si occupa dei funerali del padre. Quale differenza nota nella narrazione  dello stesso episodio? Apparentemente nessuna, ma ognuna ha una visione propria, in relazione al telos  generale.

 Flavio, mostrato il letto tutto d’oro tempestato di pietre preziose, la coltre di porpora  variopinta, il corpo avvolto in  vesti purpuree col diadema sul capo e con sopra un’altra corona  d’oro e con lo scettro nella destra, dice chiaramente : Archelao non trascurò nulla per la loro magnificenza, ma fece portare fuori  tutti i tesori del re  come accompagnamento del defunto….aggiunge che  intorno al letto c’erano i figli  e  la folla dei parenti  e la sua guardia del corpo costituita da Traci,  Germani  e Galli; seguivano i comandanti e subalterni  e 500 schiavi e liberti che portavano incensi  formanti una processione che avanzava ordinatamente per 200 stadi fino ad Erodion, il luogo  di sepoltura. e poi   e conclude informando  che Archelao ha apodhmias anangkh/  necessità di vita, fuori della patria, cioè di un allontanamento dal suo popolo, subito dopo i sette giorni di lutto.

L’autore sembra dire la stessa cosa nelle due opere, professore, ma lei mi marca, per la definizione dell’esatta figura di Archelao, che tutto dipende da questa necessità di recarsi a  Roma per avere l’investitura da parte di Augusto, compresi i  nuovi disordini /neoi thoruboi! Mi vuole far notare che i suoi successivi atti (offerta al popolo di un sontuoso banchetto- dopo aver indossato la veste bianca- l’ingresso al tempio  acclamato dalla folla, il saluto e il ringraziamento ai molti  per aver partecipato al funerale del padre  e per l’omaggio a lui reso, anche se non ancora re legittimo)  e le sue stesse dichiarazioni di astensione dal potere, finché non c’è la ratifica romana,  comprovata dalla non accettazione del diadema da parte dei militari a Gerico,  sono  atti equivoci e tipici di un erodiano, ambiguo nella politica filoromana, come lo stesso autore, all’epoca della scrittura  che, da apostata e da traditore, serve il vincitore e fa lo storico ufficiale di chi  ha distrutto il Tempio?!.

Certo, Marco.  io rilevo in una visione globale  storica una precisa funzione in Archelao e in Flavio stesso, che sono paradigmi in una oikonomia tou theou.  Considera che Archelao  si pone come un basileus/re   su un upselon bhma  un tribunale e che annuisce alle richieste popolari, ben conscio della presenza di farisei ed esseni  rivoluzionari, disposti a vendicare  i martiri, uccisi da Erode per aver distrutta l’aquila  davanti al Tempio: anche se giovane immaturo, i suoi atti sono studiati perché guidati da un consilium regis,  sadduceo che opera  in  relazione alla situazione giudaica, consapevole che il regno erodiano è pars dell’imperium romano, che è, comunque, sotto la protezione di un Dio padre.

Capisco, professore, che Archelao pronto per la partenza, non volendo  disordini, accoglie le richieste popolari  (ridurre le imposte epikourizein tas diasphoras ed abolire le tasse/anairein ta telh  rimettere in libertà i prigionieri ) ed  è,  suo malgrado, consenziente a quanto succederà secondo la volontà di Dio. Non mi è chiaro, però, perché lei rilevi che la  personalità di Archelao è letta da Flavio in modo diverso a seconda del momento  della scrittura delle due opere e dell’indirizzo  specifico dello scriptorium, operante all’epoca?

Mi dispiace  per il difetto di comunicazione! spero di correggermi e  di spiegarmi meglio. Marco,  seguimi bene  nel  ragionamento.   Guerra giudaica e  Antichità Giudaiche  sono frutto di uno studio non di un singolo scrittore,   sacerdote di cultura aramaica, un  sadduceo che segue l’airesis farisaica – e quindi già è contraddittorio in se stesso-  ma di un giudeo  e di  un gruppo di letterati che traducono il pensiero scritto in aramaico, inizialmente,  con una precisa ideologia in un’ altra lingua,  greco, che sottende la cultura  implicita  della paideia ellenistica,  che contrasta con la musar ebraica. Ora lo scriptorium, con uomini di diversa cultura, ha una sua funzione a seconda del momento storico. Perciò, anche la figura di  Archelao, come basileus re  che si siede su un trono d’oro  e si comporta come sovrano /oos pros bebaion hdh basiléa ha funzione diversa, a seconda dello scriptorium.

Professore, dico quello che ho compreso finora:  lei mi vuole comunicare che Flavio nel 74 d.C., anno della pubblicazione di Guerra Giudaica invia un messaggio all’intero kosmos romano, della venuta dall’ Oriente di un soothr, Vespasiano,  che porta pace e giustizia, dopo l’ anno terribile 69,  a seguito della morte di Nerone e che  dal male della  guerra giudaica e della guerra civile  Dio fa sorgere un  bene anche per Occidente  inviando il salvatore, che forma una nuova dinastia di euergetai: questo è il messaggio del gruppo di  scrittori riunito intorno al sacerdote ebraico, Giuseppe ben  Mattatia,  che ha l’ordine imperiale di scrivere la  Storia della Iudaea capta  sulla base dei suoi appunti aramaici, coordinando il lavoro per evidenziare e propagandare  la missione  di Roma  aeterna, la sua funzione civilizzatrice  e lo specifico mandato divino per il nuovo imperatore  e la sua casata  degna di regnare e di succedere alla domus aristocratica gulio-claudia, per il bene dell’umanità,   seguendo le linee della storiografia romano-ellenistica, anche in senso giuridico.

Benissimo. Marco! Questo è l’intento dello scriptorium, guidato dallo storico ufficiale giudaico nel  74, mentre  per  Antichità giudaiche c’è un’altro scriptorium,  in altra epoca, che  scrive sempre in greco  non la storia  soterica di salvezza universale  ma la storia di un popolo, prediletto da Dio suo padre, che ha cura del figlio prediletto seguendone la toledoth/le varie generazioni nel kosmos  romano ellenistico, in cui vive  come pars di un imperium, alla pari, simile agli altri popoli che seguono la giustizia  con un propria funzione,  al momento, non riconosciuta, data la particolare pietas  giudaica, che impedisce l’effettiva amalgama con gli altri. Comunque, Marco,  procediamo con ordine anche per ricostruire la reale figura di Archelao,  che per disposizione testamentarie  è erede di Erode, che siede sul trono del  padre secondo giustizia. Dunque, Archelao,  accogliendo le richieste popolari scatena una rivoluzione  e  Filippo,  suo fratellastro che lo sostituisce, non può mantenere le promesse di essere migliore del padre tou patros ameinoon e tanto meno può liberare  i prigionieri/ apoluein tous desmotous. In una tale situazione il giovane  di 19 anni, che  promette  e parte, lasciando il reggente nei guai  è menzognero! Archelao, inoltre, mentre si dirige verso Cesarea Marittima,  incrocia  Tizio Sabino, il  quaestor ad census accipiendos, incaricato  di mettere sotto sequestro i beni erodiani e controllare  le proprietà terriere imperiali di Traconitide e quindi non dovrebbe più  aver fretta di partire!  Avrebbe dovuto  almeno attendere per vedere cosa  sarebbe successo, dopo aver sentito le ultime disposizioni imperiali! Avrebbe dovuto affrontare la folla ed impedire ogni azione preliminare all’apotimhsis /al pagamento,  opponendosi al volere di Sabino, sapendo che, altrimenti, si  sarebbe scatenata la neoteroopoiia e ci sarebbe stato l’intervento repressivo da parte dell’esercito del governatore di Siria, Quintilio Varo imparentato con la domus Augusta, di cui ovviamente conosce i mandata / piani ! Archelao,  invece, ringraziata la folla, va  con gli amici a banchettare dopo aver fatto il sacrificio rituale, mentre già i facinorosi iniziano il compianto dei propri morti reclamando  la punizione dei favoriti di Erode e  la  deposizione del sommo sacerdote  Jhozar, desiderosi di creare pontefice un uomo più puro e pio,  cosa arbitraria, non possibile per Legge!. Il re, non ancora re legittimato da Roma, ha fretta di partire per ottenere l’agognato regno, e, forse, mal consigliato,  invia un comandante militare con pochi uomini per far desistere  il popolo che, numeroso, è nel tempio, costituito da fedeli non solo aramaici  del regno giudaico, ma anche forestieri ellenistici e parthici, giudei anche loro, venuti  per la festa  di Pasqua per fare sacrifici e riti! Per la folla di fedeli l’arrivo del comandante militare, che pur è sollecito a trasmettere  l’ordine Archelao  a desistere  da ogni rivolta, è una provocazione  e suona come invito alla neoteropoiia.

Professore,  devo capire che la folla non solo non recepisce il messaggio del re, ma comprende che il figlio come il padre reprime la volontà popolare e che, essendo menzognero, promette ma non può mantenere! la reazione popolare è, infatti,  la lapidazione dei militari, i quali  subito  vendicano  i compagni, quando Archelao, temendo di non poter tenere a freno il popolo, senza spargimento di sangue, fa intervenire thn  de stratian …olhn/l’esercito al completo.

Lei mi vuole dire, che Archelao, che sta arrivando al porto, nonostante le promesse, inviando l’esercito è conforme alla logica romana di repressione ed ha un atteggiamento  simile a  quello  attuato  poco tempo prima  da Erode su  Mattia di Margalotho e su Giuda Safireo?  A parole  dice una cosa,  a fatti ne fa un’altra!.

Marco, Flavio  su questo episodio fa discutere a Roma  a lungo i fautori di Archelao e  i loro oppositori, ed è quindi un conoscitore dei fatti, avendo fatto accurate ricerche lui  sadduceo per nascita e per scelta fariseo,  pur con le contraddizioni di un ellenizzato e romanizzato,  ha orrore nel descrivere da una parte la fanteria  che opera all’interno della  città  a ranghi serrati e la cavalleria che  rastrella  e massacra  nella piana del Cedron, disperdendo i  fedeli verso il Monte degli Ulivi  e dall’altra  i vari gruppi di uomini che attendono alle cerimonie sacrificali,  su cui piombano i militari! 3000  sono i morti! Archelao si presenterà  all’imperatore con questa carta vincente, stile Erode!

Quindi, professore,  devo comprendere che Flavio vede la figura di Archelao  in Guerra giudaica come suo padre, come un erodiano che, nonostante la necessità di un viaggio a Roma,  segue i mandata  imperiali anche in Gerusalemme  e la politica romana di repressione, anche nel  momento del censimento nelle sue due fasi  di apographe e di apotimhsis, che sono un preludio alla cosiddetta pacificazione della regione  per i romani?

Marco, a mio parere,  circa la vicenda, dobbiamo, perciò, esaminare in Flavio i telh /i fini dei due scriptoria,   uno tipico del periodo  di circa quattro anni tra la distruzione del tempio e la successiva presa di Masada con  la pacificazione di tutta la zona ad opera del legatus Lucio Flavio Silva, un altro del periodo di Domiziano assolutistico, nuovo Caligola, che è dominus et deus.  Devi considerare nel primo il compito di  uno scrittore, pubblico, ufficiale storico di corte, che scrive un‘upourgia per la domus regnante  e quindi  inneggia e omaggia come soterica la famiglia dei Flavi, cui appartiene, in senso romano ellenistico universale;   nel secondo, invece,  devi vedere un altro Flavio, privato, con i suoi scribi personali,  che ha  una propria visione privata, non essendo più uomo di corte, ma ebreo vicino al suo popolo, per il quale  mostra la toledoth, le sue Antichità e ne fa l’apologia in mezzo agli altri popoli che  fanno parte  del kosmos imperiale al fine di evidenziare la sua contestata reale integrazione  con un falso messaggio, presente anche in Bios, in quanto sottende una impossibile conciliazione tra il sistema romano ellenistico innovatore e l‘animus aramaico conservatore di cultura mesopotamica, ora dominante anche tra gli ebrei ellenisti, rovinati finanziariamente ed  economicamente dall’impostazione quiritaria flavia italico- occidentale. Flavio, nonostante la dimostrazione  giuridica con decreti imperiali – a  cominciare da Giulio Cesare- incisi nelle tavole di bronzo in Campidoglio e scritti su tavola di bronzo per i Giudei di Alessandria-(cfr.J.Juster, Les Juifs dans l’empire romain,Paris 1914  e il corpus Papyrorum romanorum  di V.A. Tscherikover-A.Fuks,  Harvard U,P., 1957-1964 ) alle altre nazioni, al fine di far riconoscere che i re  dell’Asia e dell’Europa hanno avuto stima di noi  ed hanno ammirato il nostro valore  e la nostra lealtà, comprovata anche dall’ alleanza stretta  con I romani  e con i loro imperatori (Ant,Giud.,XIV,186), non risulta convincente dato  il reciproco sospetto tra le due parti antagoniste   alla fine del I secolo d.C!. 

Professore,  quindi, se non  comprendo il diverso  telos delle due opere neanche posso comprendere  il rilievo della  figura di Archelao un erodiano filoromano controverso,  come quella dello  stesso nipote e cognato  Erode Agrippa, uscita fuori dallo scriptorium  di uno storico ufficiale  e tanto meno posso intendere la distinzione con quello  di un privato civis che scrive, come Luca, il quale , anche lui,  fa  ricerca accurata per il bios di Christos  come memoria generazionale, come parte di  antichità giudaica.

Lei, quindi, vede il secondo Flavio col secondo scrittorio molto vicino al medico Luca e al suo serio  fare storia vera?

Marco ho dimostrato in tante altri miei lavori  che Luca è discepolo – non so come!- dell’autore di Antichità giudaiche e non è il caso di insistere cfr. Upourgia e Vangelo di Marco www.angelofilipponi.com

Professore, lei lì parlava del Vangelo di Marco?

Vero, ma sottendevo anche quello di Luca cfr. Qual è il sondergut di Luca, e quale quello di Matteo? ibidem ! Per meglio chiarirti il problema ti aggiungo, in conclusione a questo argomento, che lo scriptorium del 74  è legato alla corte flavia,  che, intenta a debellare  il male giudaico aramaico, sta concludendo la sistemazione di quell’area in relazione alla Nabatea  e alla Siria,  mentre quello del 94,  sottende che   sono  iniziate nuove staseis giudaiche, che ora  coinvolgono il giudaismo ellenistico del Mediterraneo orientale, specie alessandrino,  che si congiunge con le forze  rivoluzionarie, rimaste in patria, che piangono ancora sul Tempio distrutto,  riorganizzate clandestinamente in senso militare nei consueti luoghi  montani e desertici  con nuovo goetes e con lhisteria/ Bande armate  zelotiche, coperte  protette e dai  parthi e  dai nabatei.

Mi sembra di aver  finalmente capito  e penso di avere  chiara  la sostanziale figura unitaria di Archelao,  la cui  strutturazione  è da vedere come personaggio, nonostante la sperimentazione decennale provvisoria augustea,  inadeguato  agli scopoi  romani e perciò soggetto da ridurre allo stato privato di civis  e da esiliare, in Occidente. Aggiungo che posso dire di aver più chiaro il ricordo che ha  Gesù, nel vangelo lucano,  di Archelao, un re che deve  fare un  lungo  viaggio e  che lascia i suoi tesori agli amministratori  con l’ordine di gestirli in sua assenza e che tornato, chiede il rendiconto, sulla base dei risultati e del profitto!.

Bene. Marco, sono contento!.  Perciò voglio chiudere questo discorso iniziale su Archelao  e farti notare che  In antichità giudaiche XVI,174-78  Flavio mostra il suo telos  specifico per questa opera che è apologetica  in quanto cerca  consenso tra i popoli che  fanno parte dell’imperium romano e  che si sono perfettamente integrati e  sono regolati dalle  stesse leggi, avendo una comunione di valori  e una comune Giustizia/Dike,  che regna  e rende tutti, compresi  gli ebrei che  la osservano, come gli altri,  benevoli ed amici tra loro. Il sacerdote giudaico,  spiegando  to allotrion /la discordante diversità  en th diaphorài/ nella differenza toon epitedeumatoon /delle usanze,  esorta tutti ad aver un comportamento conveniente alla magnanimità e disponibilità alla kalokagathia.  Flavio  sembra anticipare,   come propheths i tempi  iniziali dell’epoca traianea  quando comincia una guerra ideologica contro i Giudei, ritenuti proprio non disponibili alla kalokagathia  e lui,  uomo ancorato al periodo Flavio – in cui ancora sono presenti gli effetti della legislazione giulio/claudia che aveva protetto il commercio  e la  funzione giudaica nell’imperium-  e che perciò ora ricorda leggi e magistrati  come difesa dall’ atto anche giuridico,  come  volontà di mostrare oltre la propria integrazione di differente  ma di comune cittadino romano  anche quella  del suo popolo, anche se odiato ed emarginato, per il suo elitarismo clericale, come incapace di accettare l’ ideologia del principato,  sintesi di quiritarismo ed ellenismo.

Flavio, dunque,  nel momento domizianeo, sente l’urgenza di difendere il giudaismo internazionale ellenistico mostrando leggi e i decreti del periodo repubblicano in XIV,19 e  in XVI,6 , le leggi di Augusto e di Agrippa, poi riconfermate da Tiberio, nonostante al cacciata dei giudei del 17 d.c. e la persecuzione di Seiano.

Secondo me, professore è giusta la  sua  indagine  e quindi nel primo bisogna rilevare  Archelao nel quadro di una politica romana, ormai tesa a cambiare strategia operativa e dare un’autonomia  dopo l’annessione della Iudaea alla Siria, come tipico esempio di transizione  per l’attuazione del censimento e della pacificazione dopo la stasis successiva alla morte di Erode e a quella dell’esautorazione di Archelao, mentre nel secondo il regno di Archelao è un tipico momento di lotte e di provocazione romana  che anticipa la politica di estirpazione da parte giulio-claudia del cancro giudaico  con l’invio di Flavio Vespasiano col mandato militare  di effettuarlo.

Marco, mi piace  e la tua ricostruzione e il tuo acume storico, ma ora il nostro discorso-  che verte sulla presenza degli erodiani a Roma   e sul loro peso nella comunità romana – deve  essere  portato avanti. Torniamo, perciò, dopo questa lunga digressione,   al giovane Archelao che si sta formando a Roma  coi suoi fratelli.

Per mia personale utilità, professore, desidero  sapere quanti figli di Erode  sono a  Roma all’epoca,  e quanti e quali famigliari hanno un maggior peso  e in special modo   quanti  potrebbero far  parte del gruppo di 8’000 giudei romani  che, insieme  ai cinquanta ambasciatori,  autorizzati da Varo, nel corso stesso della neoteropoiia   chiedono all’imperatore  l’autonomia per la Giudea?

Marco,  mi fai una domanda complessa, a cui mi è difficile rispondere anche se con esattezza posso solo dire che  di una popolazione giudaica romana di  50.000 elementi, la maggior parte è un’ élite sacerdotale  dissidente dal pensiero di Erode  e dai sadducei filoromani, connessa con elementi  principeschi asmonei, esiliati  da tempo, costretti a vivere accanto ai numerosi figli di Erode, avuti di varie mogli, che studiano presso  famiglie nobiliari  romane, come quella di  Asinio Pollione o di  Valerio Messalla, che hanno un tenore di vita alto coi sesterzii paterni, amministrati da dioichetai  e da trapezitai romano-giudaici.

Si tratta, dunque, di un’apoikia /colonia  giudaica romana, costituitasi  inizialmente con pochi elementi nel II secolo a.C., dopo le prime apparizioni folcloristiche di ambasciatori  ebraici  con vesti sacerdotali  che riescono ad avere un foedus con Roma nella lotta contro Antioco IV Epiphanhs,  e poi divenuta consistente per l ‘esilio di sacerdoti che, come Onia IV,  hanno la possibilità di rifugiarsi o a d Alessandria o a Roma  sotto la protezione lagide o sotto quella romana, infine  diventata numerosa per l’arrivo di giudei alessandrini e antiocheni, oltre ad un gruppo gerosolomitano, trasmigrato nel periodo delle lotte tra Hircano ed Aristobulo, prima e dopo l’intervento di Pompeo e la presa della città santa?.

E’  andata  proprio così, Marco.  La colonizzazione è quella  di cui ho parlato in Giudaismo romano I ( e.book Narcissus 2012), anche se bisogna dire che la colonia si raddoppia solo nel periodo tra le due guerre civili quella a seguito deI I triumvirato  e quella  dopo il secondo triumvirato, quando gli eserciti romani  spadroneggiano nella terra  santa giudaica con i legati o cesariani o pompeiani in lotta fra loro che, bisognosi di viveri e  denarii,  depauperano il territorio occupato  ed ancora  di più  dopo la morte di  Pompeo, il trionfo di Cesare e sua uccisione, con la conseguente guerra tra i cesaricidi e Antonio ed Ottaviano: i trapeziti ebraici  si  sentono più sicuri a Roma che  in Giudea da dove possono finanziare  chi  chiede il loro denaro senza correre i pericoli della rappresaglia militare, potendo apprezzare lo ius romano, senatorio, direttamente, che funziona  molto diversamente in Oriente,  dove è applicato con la forza  da pubblicani e da cives e da legati affiancati dall’esercito!

Dalla colonia romana ebraica, allora, professore, potrebbe venire la richiesta di  autonomia giudaica  da parte di ebrei che apprezzano  la giustizia romana in un clima pacifico, ordinato, prima  dal senato ed ora  da Augusto, che impone le regole, secondo equità fiscale, nelle province imperiali?.e specie nel caotico anno della successione  di Archelao?

E’ possibile, Marco! il giudeo, essendo un banchiere methorios, conosce bene il diverso funzionamento provinciale tra quello rapace delle province senatorie e quello più equo delle province imperiali e sa che  i governatori  delle prime  inviano tributi e tasse  all’erario e delle seconde al fisco!. Non ho, comunque,  fonti per poter rispondere esattamente a questa ultima domanda  anche se penso che, secondo logica,   H autonomia patria ancora è prematura non essendo del tutto pacificata la regione, a causa dell’ apographh incompiuta  ( cfr. La nascita di Gesù  In Jehoshua o Iesous? op cit). Invece per quanto riguarda Archelao ritengo che la mia risposta possa essere la seguente. La causa, intentatagli dai parenti circa il suo diritto al governo del Regno paterno  avviene perché Erode, prima di morire quando era sano di mente  ed aveva imprigionato suo figlio Antipatro, reo di avvelenamento, che aveva governato come supplente, aveva cancellato  il precedente  testamento stilato  a favore di Erode Filippo, figlio di Mariamne di Boetho, inizialmente per darlo al figlio di Doris. In seguito, essendo quest’ultimo in carcere,  aveva fatto un nuovo testamento a favore di Erode Antipa il figlio minore di Maltace,  per le chiacchiere fatte da Archelao a Roma riferite al re, ingrandite dai cortigiani. Dopo la morte di Antipatro, nei quattro giorni successivi, essendo lo stato mentale di Erode  compromesso e dal dolore fisico,  dalla  demenza senile  e dai rimorsi per l’ultimo tragico atto compiuto contro il figlio primogenito,  scrisse dei codicilli  con cui designò Archelao come successore.

Certamente professore, il testamento è facilmente impugnabile  già per i due termini usati  a Roma, davanti al tribunale di Augusto dove  le due parti avverse  si fronteggiano con due avvocati di valore: per Erode Antipa  c’è Antipatro di  Salome (che,  data la sua figura di intrigante  fa da  ago della  bilancia  tra i due fratelli  facendo pendere la giustizia  inizialmente a  favore di Erode Antipa), per Archelao Nicola di Damasco, che vince la causa.

A Roma, comunque, il potere di  Salome è grande  da tempo:  la donna avendo seguito suo fratello Erode nei suoi viaggi romani  aveva conosciuto di persona Giulia Livilla  la moglie di Ottaviano e sua sorella Ottavia, oltre alla nuora  Antonia Minor. Inoltre si crede che, scaltra faccendiera com’era, aveva  mantenuto le sue amicizie coltivandole, nella lotta  contro le nemiche asmonee, Alessandra e Mariamne, legate a Cleopatra, inviando lettere e doni  profumi e balsami, vesti damascene. E’probabile che  suo figlio maschio, come quelli di Erode abbia fatto gli studi per una normale educazione e formazione romano-ellenistica, chiara nel suo discorso contro Archelao. Suo figlio maggiore  Antipatro IV,- sposato con  Cipro II, figlia di Mariamne Asmonea,-  dovrebbe vivere a Roma da qualche anno  raggiunto   dalla sorella Berenice,   che, rimasta vedova di Aristobulo IV  con i suoi cinque figli, dopo una sosta ad Antedone di breve tempo, si mette sotto la protezione di Augusto, mentre la madre Salome, dopo la morte di Giuseppe, prima, e di Costubar, poi,  si risposa con Alexas, dopo il chiacchierato rapporto con il principe nabateo Silleo.

Professore, la situazione a corte, presso l’imperatore, al momento dell’ arrivo di Berenice è, a dir poco, funerea? Certo, Marco,  i lutti  si sono succeduti  a breve distanza,  23 a.C.  Marcello,  nel 12  Marco Agrippa, nel  11  Ottavia nel 9  Druso maior. Le  vedove,  Giulia ed Antonia  hanno bisogno di consolationes e  accolgono con solidarietà femminilE  la sfortunata Berenice.

Il matrimonio di Berenice con Teudione, fratello di Doris, prima moglie di Erode,   e quello di Giulia con Tiberio, devono essere dello stesso periodo, ma in luoghi diversi,  forse l’uno avvenuto ad Antedone per volontà del re  e l’altro a Roma,  voluto da Augusto che pensa a proteggere  Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa,  ora membri della famiglia Giulia, destinati alla successione.

La venuta a Roma di Berenice coi figli  forse lo stesso  7 a.C. ,anno della  morte del marito  Aristobulo e di suo fratello Alessandro,   è patrocinata  certamente  da Livia, da Giulia Maior e da  Antonia Minor, sollecitate da lettere di Salome, che è legata  alle romane.

Professore, lei parla di un’amicizia di Salome  anche con Ottavia, la  sorella di Ottaviano, il cui figlio  Claudio Marcello fu marito di  Giulia Maior figlia di Ottaviano, che morì giovane, per cui Virgilio scrisse versi  nell’Eneide?

Certo. Marco! Virgilio  scrive di Claudio Marcello, nato a Roma nel 42 ,  morto a Baia nel 23, quando aveva iniziato la sua carriera politica come edile ed aveva fatto relegare in Oriente Marco Agrippa, seppure con comando straordinario  perché insofferente a stare in ombra ai comandi di un giovane diciannovenne. Si. E’ quel Marcello, di cui Virgilio  celebra nel VI libro vv. 883-884  il suo tragico destino, anticipato profeticamente da Anchise a suo figlio Enea, che lo vede tra i suoi discendenti: Heu miserande puer, si qua fata aspera rumpas/ tu Marcellus eris, Manibus date lilia plenis/purpureos spargam flores animamque nepotis / his saltem accumullem donis et fungar inani/ munere.-ahi! miserevole fanciullo, se mai tu potessi spezzare  gli acerbi fati, tu sarai Marcello., datemi gigli a piene mani  che gli abbaglianti fiori io sparga e all’anima del mio nipote così almeno accumuli  doni e compia un vano dovere.

E’vero, professore, che Ottavia fece doni grandiosi per quei pochi versi?

A quei tempi i poeti di corte e i letterati hanno doni regali, ville grandi come province, masserie di migliaia di ettari!.Allora, Marco, i poeti aulici,  come il parthenias  Virgilio,   sono ricoperti d’oro come fa la tv con attori, sceneggiatori, conduttori, veline, come faceva Berlusconi con le  escorts e Ruby! .Non devi meravigliarti se Ottavia, presa da commozione tanto da svenire e da avere difficoltà  a riaversi,   diede 20.000  sesterzii per quattro esametri completi e un dattilo iniziale di stikos, recitati, però, al  momento opportuno davanti al principe e a sua sorella in lutto  (cfr.Donato, Vita,32)!. Era davvero una grande somma?

Potrebbe essere eccessiva per un vecchio professore che non ha guadagnato una lira dal suo lavoro di  ricerca  e che fa i conti per campare con la pensione!. Comunque, giudica tu! io sono abile in matematica come un mastro muratore.

Con mezzo sesterzio – due assi-  si comprava 1 kg, di pane (3 Euro circa);  con un sesterzio -4 assi- un popolare si scopava una prostituta al lupanare ! Puoi capire, quindi,  che, se con 1 sesterzio si possono comprare  2 kg di pane (6 euro attuali), la cifra,  presa da Virgilio, cioè 120.000 euro,  è notevole. Se pensi che si tratta solo di 28 lemmi significativi ,  comprendi che il poeta ebbe  per ogni termine 715 sesterzii, quasi la paga annuale di  un  legionario e mezzo (500 sesterzii), e complessivamente la paga annuale di 42 legionari (o la paga annuale per 28 anni per un legionario e mezzo)!.

Andiamo  avanti, professore!, Lei parla anche  di Antonia minor, la nonna di Caligola?

Si. Parlo di Antonia Minor,  che è donna  di costumi quiritari, una nuova Cornelia, che rifiuta un secondo matrimonio, una vera antica domina, solidale  con Berenice, che fa da nutrice anche a Claudio, dandogli il suo stesso latte!Dunque, Marco, i giudei a Roma erano molti e vivevano come tutti quelli delle colonie  con lo sguardo fisso agli avvenimenti della loro patria,  rivolgendosi nella triplice preghiera giornaliera, verso il tempio di  Gerusalemme e si relazionavano con gli altri pagani mediante una speciale  forma di separazione ameicsia  (Cfr. Ameicsia  www.angelofilipponi.com) che permetteva loro di non confondersi e mescolarsi. Gli erodiani, a Roma,  erano, quindi, uomini  rispettati perché la casa regnante   era loro amica. Alcuni erano educati coi figli delle famiglie più nobili ed erano romanizzati ed ellenizzati  ed avevano contatti minori con le sinagoghe e parlavano, comunque, Aramaico, Greco, Latino e recitavano le preghiere rituali  in ebraico mishnico, mangiavano Kasher, santificavano come gli altri il sabato  e le feste comandate   e si separavano dagli altri all’occorrenza  partecipando alla vita cittadina, quando possibile,   con le restrizioni tipiche ebraiche, coscienti di essere figli di Dio, come progenie divina,  e di portarne  nel proprio corpo il segno stesso perché  la circoncisione valeva come  sigillo divino. Ancora di più doveva essere impegnativo in senso ebraico, la presenza di scribi, dottori della torah,  al  fianco, dei figli maschi di Berenice, che erano sotto la tutela di Antonia, dopo la morte della madre,   protetti e dalla domus Antonia e da quella  Giulia al pari dei figli di Antonio, prima, educati da Ottavia – che    si era preso  cura anche degli altri figli della casata e perfino dei figli dei re socii  ed alleati  del popolo romano- ed ora  dalla figlia. Di un particolare privilegio godeva Berenice per la  stretta amicizia con Antonia: i loro figli maschi vivevano   e crescevano insieme, specie Claudio ed Agrippa  e le femmine  avevano una comune educazione secondo la tradizione romana e quella ebraica congiunta, dopo la riforma dei costumi fatta dall’imperatore, augure e sommo pontefice.  La figura femminile di Cornelia, di Giulia moglie di Pompeo,  e di Ottavia, di Livia e di Antonia quella di donne ebraiche celebrate dalla tradizione,  erano esempio di una nuova femminilità romana più austera, dopo gli  eccessi  e le scostumatezze di Precia, di Clodia e di Fulvia, in epoca repubblicana.

Professore, nel 4  a.C. sono tutti bambini nepioi, i romani Germanico, Claudio,  Druso minore, figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina,  che seguono i maestri, ellenistici, ed apprendono la loro storia, e  quelli giudaici, Erode di Calcide ed Erode Agrippa, hanno come ebrei, erodiani, una doppia educazione come quella alessandrina ed una doppia patria quella romana e quella gerosolomitana?

Certo.  In particolare modo quelli che da tempo  vivono a Roma come  Erode Filippo  figlio di Mariamne di Boeto sommo sacerdote, divenuto marito di Erodiade, da  cui  nascerà intorno al 10 d.C  Salome, la danzatrice che farà mozzare la testa di Giovanni Battista, o come i figli di Maltace gerosolomitana,  i cui figli  Archelao ed Erode Agrippa, erano stati educati a Roma ed erano tornati in patria un anno prima della morte di Erode, al momento dell’arresto di Antipatro,   dopo il verdetto  imperiale ( cfr. Ant. Giudaiche, XVII,52-148 e Guerra giudaica I,32-33):  sotto il regno di Archelao, avviene il matrimonio di Erode Antipa con Dasha nabatea, figlia di Areta IV e quello fastoso del sovrano di Iudaea con l’altra figlia di Berenice  Mariamne, come una pacificazione tra due stati socii , il primo, in quanto   garanzia di pacifici rapporti tra il tetrarca di Galilea e Perea e il re Nabateo , con estensione a tutto l’ex regno erodiano  e il secondo  come rinnovato vincolo  familiare interno.

Professore,   tutti questi giovani viventi accanto a tanti giudei dissidenti hanno loro idee, di autonomia nazionale, come quelle di Archelao ed Erode Antipa  accusati da lettere di amici di Erode, istigati da Antipatro, a  scrivere che i figli di Maltace sparlano di lui  ritenendolo assassino dei due fratellastri Alessandro e Aristobulo e che  si commiserano compiangendosi perché il loro richiamo in patria equivale ad  una condanna a morte!

Tutti, Marco,  hanno una loro politica in reazione alla educazione ricevuta e perciò considerano bestiale il governo del padre ( Ant. giud, XVII,309 ) che ha abbellito ed arricchito con la sua munificenza le nazioni straniere e che ha reso povera la Iudaea, e che ha favorito una burocrazia  corrotta,  placabile solo con le mance ed ha fomentato  con le innovazioni arbitrarie da philhllhn,  non conformi alle leggi,  la costituzione di bande armate di ladroni/ lhisteiria rendendo il paese invivibile.

Dunque, professore,  i figli educati a Roma ritornano  a corte con idee eversive  di neoteroopoiia, antierodiane,  in senso di autonomia patria, che coincide,  da una parte, con la volontà aramaica, di cambiamento con la possibilità di tornare  sotto la stirpe asmonea, secondo la predicazione  farisaica ed essenica, che propendeva, dall’altra,  ad avvicinarsi e  a  fondersi coi confratelli di Parthia, parenti per lingua e per religione.   Inoltre, quali sono le ultime volontà di Erode? quelle del testamento in cui è eletto re Erode Antipa e quelle dei codicilli ultimi dettati dopo la morte di Antipatro, da una mente malata in un corpo  disfatto?

A me sembra, Marco,  che  l’atto di  scrittura testamentaria/ diathhkh (Ant,Giud., XVII. 224)  sia di un momento migliore di salute  del re, mentre quello dei codicilli  d’epidiathhkh /nuova disposizione di un testamento già fatto (ibidem, 226) è proprio di un uomo delirante e rantolante, incapace di connettere!.

Comunque, il suo avvocato Nicola di Damasco, pur nel dissenso generale,  è abile sia nel primo processo che nel secondo a dimostrare, da una parte, la lucidità di Erode fino alla fine della  vita e, da un’altra,  a rilevare la non colpevolezza di Archelao, pur esaminato nel suo preoccupato comportamento iniziale  di fronte ai sediziosi, colpevoli di aver ucciso  uomini che facevano il loro servizio e cacciato il tribuno intervenuto per pacificarli. Lo stesso incidente della morte di 3000 fedeli  in Gerusalemme  è accaduto per la violenza degli oppositori che lottano, animati da neoteroopoiia,  essendo rivoluzionari che combattono anche contro l’esercito schierato, costretto a difendersi dagli attacchi di forsennati: la morte dei fedeli è dovuta al loro  stesso intransigente zelo  rivoluzionario!

Professore, il verdetto di Ottaviano nel 4 a.C., conforme a quanto deliberato da Erode,  è in linea con quanto decretato nel 6. a.C., dopo che Antipatro aveva vinto al causa  con Silleo?

Augusto in quella occasione riabilita Erode come amico, per qualche tempo ignorato e  tenuto a distanza, avendo scoperto la  falsità di Silleo  e quella di Areta IV, non ancora nominato re,  avendo capito che gli arabi avevano creato appositamente l’incidente di Repta per accusare di abuso di potere  il re giudaico, che, non come sovrano belligerante,   aveva attaccato un regno anch’esso consociato coi romani,  senza averne l’autorizzazione, ma  come riscossore di un debito, dovuto e a lui e ai romani, con un contingente  di guardie del corpo e di soldati stazionanti al confine, era entrato  entro i confini altrui: gli avvocati avevano dimostrato  che non era un  casus belli, ma solo riscossione di denaro dovuto, confermato poi dalla confessione di Silleo che ritira anche le accuse dei morti (25 e non 250 come diceva la propaganda araba!).

Il caso di Repta si risolse, quindi,  in un nuovo e più fraterno abbraccio di Augusto con il re giudaico non ancora malato, che aveva però, diseredato il figlio di Mariamne di Boetho  ed aveva nominato successore Antipatro che, allora reggeva il regno come vicario.

Infatti tutti i giovani  erodiani ed asmonei che erano a Roma  nel 6 a.C.avevano fatto omaggio al reggente andando a riverirlo  nel tempo di attesa, necessario per aver un incontro con l’imperatore! .

Dunque, professore, nel 4 a.C. il testamento migliore non era quello dei codicilli,  ma, comunque, Ottaviano elegge etnarca  Archelao -che, prima di essere riconosciuto re  dai romani incappò in una rivoluzione religiosa appositamente fatta sorgere dai seguaci di  due dottori della morti con i loro  40 discepoli per aver distrutto l’aquila posta da Erode davanti al Tempio-  perché riconosce che nel periodo di  sua assenza  si  verifica la neoteroopoiia poi sedata  a fatica da Varo a causa dell‘apographh di Sabino.

Archelao,  non sembra  uomo fortunato/eutuchhs, come il padre, ma, comunque, riesce a regnare?

Certo, Marco, ma  il suo regno è  di solo  10 anni,  e  non è mai una basileia vera perché,  secondo Flavio, rimane sotto inquisizione di Ottaviano che già sta, col suo gruppo di esperti orientali e giudaici, tra i quali Saturnino e Quirinio, elaborando il piano di annessione della Iudaea  alla Siria. Inoltre il giovane etnarca non  è accolto bene  al suo ritorno col titolo riconosciuto dai sudditi, che gli imputano colpe anche non sue: Farisei ed esseni  soffiano sul fuoco  quando ancora ci sono focolai di insorti lungo il Giordano. Archelao, poi, sembra avere un  problema con gli esseni, anche se Flavio non ne parla esplicitamente. Il re, infatti,  tornato in patria i primi  giorni  dell’ autunno  con poteri limitati, in quanto Augusto  ha imposto moderazione ed equità non solo nella repressione di Atrongeo, che  ha la sua maggiore azione offensiva lungo il Giordano, ma anche con i sudditi e con  gli oppositori religiosi  interni, come i farisei e gli esseni.

Non gli è facile regnare, Professore?

In Iudaea secondo Flavio non c’è potere che conta perché   le tante contraddizioni  religiose, sociali e politiche, sommate insieme impediscono una normalità  amministrativa in Gerusalemme, metropoli  sacra per ogni ebreo anche parthico ed ellenistico, considerata la santità del  Tempio e  la  ricchezza del suo tesoro/ gazophulakion.!

Comunque, vinto Atrongeo, un pastore notevole per  statura e per forza  di braccia, che si era incoronato re  ed aveva formato un suo consiglio senatorio, dapprima grazie agli aiuti dei sebasteni di Grato e di  Tolomeo di Iacimo, poi, con le sue stesse truppe, Archelao gli promette salva la vita,  dopo aver giurato garanzia sulla sua fede in Dio e  avutone  la resa, ottiene  la pacificazione di tutta la zona cisgiordanica e transgiordanica (Ant. Giud.XVII,284), nonostante l’opposizione religiosa degli esseni.

Questi erano stati autorizzati a ricostruire – non si sa esattamente l’anno  –  e   a rifondare il loro monasterion  utilizzando le parti  meno compromesse dal terremoto del  31 a.C, compreso lo scriptorium, e lo avevano ripopolato con circa 4000 uomini. Essi, però, non erano contenti della diminuizione delle acque,  necessarie per i  loro riti purificatori  e per l’irrigazione  dei campi, avendo un sistema solo agricolo, non commerciale, di sopravvivenza.

Perché Archelao  non concede acqua a sufficienza ad uomini  santi, agricoltori?

Non ne so il motivo, anzi ti aggiungo che  non so neanche se la cosa è così!. So solo che  vuole tentare di fare una masseria agricola a scopo commerciale   come quella di  altri cives romani  attivi nella zona del Giordano. Sembra che la voglia fare non lontano dalla sorgente  oggi detta di Eyr Pug, poco a nord della zona essenica  dell’odierno Qumran e che intenda irrigare la Piana del Neara   dopo aver ricostruito il palazzo  asmoneo  di  Gerico, dopo la fondazione di una città,  chiamata Archelaide,  oggi Kirbet Auga el Tahtani.

Mentre sorge Archelaide ed è  avviata la coltivazione di palme, secondo i voleri di Archelao, sembra(?) che l’etnarca decreti di accogliere la richiesta di  ritorno nelle sedi orìginarie  fatta dagli esseni, domiciliati nelle città  vicine e in Gerusalemme, dove hanno rotto il giuramento di essere celibi e dove vivono come sposati. Nel corso del trasferimento e durante il periodo di riconversione e di ristrutturazione e delle  mura  degli edifici e della regola primitiva  sembra cominciare l’attrito con l’etnarca, che poi si acuisce per la faccenda della scarsità di acqua fornita.

Professore, io conosco la sua etimologia di rivale– da rivus–  da lei fatta nel corso del  liceo, quando parlava di ruscello  deviato da contadini a monte, minacciati ed odiati da quelli più in basso, per portare l ‘acqua  incanalata verso i loro campi e faceva l’esempio  di agricoltori  sotto la montagna la Montagna dei Fiori, che dovevano  fronteggiare la reazione di  chi  aveva terra  sottostante.  Gli esseni essendo più in basso, non avendo acqua o avendola razionata avrebbero potuto reagire al sovrano anche  a ragione dell’acqua   quando già lo odiavano perché erodiano e menzognero, essendo nostalgici del regno asmoneo e/ o desiderosi di autonomia (cfr. Ant Giud., .XVIII,32. dove Archelaide è ricordata per l’eccellenza dei datteri  in epoca in cui governa la Iudaea  Marco Ambivolo -9/12 d.C-). Eppure, nonostante il dissidio, Archelao chiama un esseno a spiegare il sogno delle nove/ dieci spighe.?

Marco, a dire il vero Archelao secondo Antichità Giudaiche  interpella altri, prima di lui, e poi, non avendo una risposta significativa univoca date le tante interpretazioni,  fa venire  Simone esseno,  mentre in Guerra giudaica  sono chiamati indovini  ed alcuni Caldei per l’interpretazione, ma siccome danno differenti letture, il re ha la spiegazione esatta da Simone, esseno di stirpe. Ti aggiungo che, secondo me, Archelao non può chiamare gli esseni perché sono suoi nemici, anche se ha loro concesso il ritorno nelle sedi originarie avendo  già contestato  il suo matrimonio con Glafira. Se, infatti,  Archelao fosse stato in buoni rapporti con gli esseni ovviamente li avrebbe consultati per primi  perché essi come profeti e interpreti dei sogni leggono in Dio  ogni cosa, che accade sulla terra  vedendone l’oikonomiail  piano  eterno   e sui privati,  sui re,  sull’ecumene.

Infatti  anche Flavio, sacerdote e storico,  rivendica per se stesso la stessa funzione essenica di leggere, oltre i fatti terreni  e le vicende umane  (Cfr. Vespasiano e il Regno  in www.angelofilipponi.com ) anche  altro, secondo l‘oikonomia tou teou. Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopeia perieilophotos  di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane)  dà l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10): la sua storia in Antichità giudaica è lettura sacerdotale della  pronoia di Dio padre su Israel eterno!

Per lei, professore, quindi, Archelao, avendo avuto la scomunica per il matrimonio con Glafira deve forzare  un esseno a  rivelargli il significato del sogno dell 9/10 spighe mangiate dai buoi?

Per un esseno che applica le regole sul levirato il matrimonio tra Archelao e Galfira non è possibile per tre motivi: I. non è valido il ripudio di Mariamne, per la motivazione della sola infecondità in quanto donna onesta ed ancora giovinetta;   II.  Glafira  non può per la terza volta risposarsi, se vedova, dopo il secondo matrimonio per di più contratto con un pagano anche se re di Mauritania, III. è stata moglie  di un fratello da cui ha avuto due figli. Si ricordi che in caso di effettuazione di un  matrimonio contro legge segue l’anathema con la maledizione che significa che ogni contribulo, zelante,  deve  o tenersi alla larga o uccidere l’inadempiente alle prescrizioni della torah.   Infatti sembra che Flavio nelle due opere mostri che il marito defunto si arroghi il diritto di far morire la moglie, Glafira: secondo il racconto di Antichità Giudaiche (XVII,353) la donna   sogna Alessandro  che gli compare dicendo: tu confermi il detto  che non bisogna prestare fede alle donne..e siccome  vergine  fosti  a me promessa  e a me sposata,  e quando ci nacquero i figli dimenticasti il mio amore per il desiderio di sposarti di nuovo,e  non soddisfatta di questo oltraggio  hai avuto la temerità  di prendere ancora  un terzo sposo  e in maniera indecente e vergognosa, tu, membro della mia famiglia  col matrimonio sei entrata nella famiglia di Archelao, tuo cognato e mio fratello, io non dimenticherò mai il mio affetto per te, ma ti  libererò da ogni disonore  facendoti mia  come tu eri.

E pochi giorni dopo Glafira  muore: Alessandro morto la fa sua!?.

L’apparizione di Alessandro che rimprovera  e  castiga la donna  è paradigma di un’altra verità, tipica della mentalità giudaica sacerdotale che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale. Lo stesso Archelao diventa  esemplare in una storia dominata da Dio e dalla sua oikonomia , paterna e giusta nei confronti  del  singolo  (Erode, Erode Archelao, Erode Agrippa) e del popolo ebraico, figlio prediletto.

Professore,  dunque, in Guerra Giudaica II,112.  Ant. giudaiche XVII;345-348  si parla di Simone che  spiega il significato del sogno delle nove/ dieci spighe -il numero è i relazione all’inizio del computo degli anni reali di Regno- pronosticando un mutamento  di situazione per Archelao non certamente favorevole?

Marco, l’esseno gli dice che il sogno non gli è propizio  e gli spiega che i buoi  indicano sofferenza essendo animali soggetti a molte fatiche e sono segno di cambiamento di situazione perché lavorano la terra e e la rigirano: le 9/10 spighe mangiate  sono in relazione  al corso degli anni di raccolta  ed indicano il numero di anni del suo regno, ormai finito. Certamente gli esseni sono contenti! Flavio, comunque aggiunge, che la sua storia non è upourgia , scritta per Archealo, ma è storia morale in quanto fornisce paradeigmata/ esempi  connessi con l’immortalità dell’anima e con l’oikonomia tou theiou (ibidem 354) e conclude che se a qualcuno simili cose sembrano  incredibili  rimanga pure  nella sua opinioni senza interferire però con chi le evidenzia per virtù.

Una domanda, professore. Glafira non potrebbe essere rimasta pagana?

Per me è improbabile, dato il clima di una corte dominata da sacerdoti sadducei. Comunque, Glafira   è rimasta a lungo in Iudaea e potrebbe aver accettato il  monoteismo ebraico, pur restando nel cuore  goy/gentile. La donna, infatti, ha avuto un’educazione specifica cappadoce  (anche suo padre Archelao  è figlio  di sommi sacerdoti del tempio di Bellona,  a Comana,  e lui stesso sommo sacerdote officiante!)ed ha un caratterino pepato, a cui  non interessano le critiche e le condanne esseniche, dovute all’essere cognata dello sposo  che essendo  levir /Fratello del marito non può congiungersi con chi ha avuto figli (Alessandro e Tigrane), ancora in casa erodiana. La donna, è condannata  specialmente perché il divorzio di Archelao da Mariamne  appariva un capriccio di un despota, sedotto,  che si considera nomos empsuchos/legge vivente come un re assoluto ellenistico!.

Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopina perieilophotos / di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane),   considera legittimo  l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10).  L’apparizione di Alessandro e il rimprovero del marito defunto  sono segni della mentalità giudaica sacerdotale di Flavio  che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale.

Professore,  si sa come visse Archelao in Gallia? certamente come un protos/notabile  che vive in esilio dalla patria. Siccome gli ebrei da decenni sono attestati in Hispania (Empuriabrava frazione di Castello Empùryes – Catalogna-) e in   Gallia( Marsiglia a Lugdnum e in modo particolare nella vallata del Rodano,   a Vienne)   dobbiamo pensare che Archelao visse l’ultimo dodicennio di vita  in comunità  ebraica, amato e riverito dai giudei, che in lui vedevano la regalità erodiana,  congiunta con quella di  Salome, di Filippo  e di  Erode antipa, ancora regnanti in Patria: non gli mancarono né talenti né amicizie, né  proprietà fondiarie, né trapezai!

A distanza di 20  anni dalla morte di Archelao, forse Mariamne potrà vedere il trionfo di suo fratello Erode Agrippa, pur accogliendo fraternamente  in terra gallica suo cognato zio Erode Antipa  e sua sorella Erodiade!

La nascita di Gesù

La nascita di Gesù è un capitolo di Jehoshua o Jesous? (Maroni, 2003). Alcuni amici mi hanno chiesto di scriverlo come articolo in www.angelofilipponi.com  per un sereno dibattito storico-religioso con altri, interessati alla figura umana di Gesù ,ed io ho soddisfatto la loro richiesta.

La nascita di Gesù

 Sappiamo dai Vangeli di una nascita betlemita, di un censimento nell’epoca di Augusto, di una stella che aveva condotto a Gerusalemme tre re magi- che avevano visto un astro nel cielo- per onorare il nato bambino, fuggito, poi, in Egitto per timore dell’odio di Erode, che fece la strage degli innocenti. 1.

Le stesse notizie, anche se romanzate, le troviamo nei Vangeli apocrifi in varie forme e secondo altre angolazioni: il Protovangelo di Giacomo, quello dello pseudo – Matteo, quello dell’infanzia arabo siriaco, quello dell’infanzia armeno, la storia di Giuseppe il falegname, quasi tutti, concordi, parlano della nascita a Betlemme, di una stella e della fuga in Egitto: alcuni marcano un fatto, altri un altro, ma tutti sostanzialmente riportano gli stessi dati. 2.

La vera fonte, canonica, però, è Luca, perché in effetti Marco non ne parla affatto e Matteo dà come scontata la nascita a Betlemme e marca l’episodio dei re magi.

Esaminiamo il testo di Luca (2. I-9)  e Matteo ( 2.1-5) e cerchiamo di comprendere.

Luca 3 parla della nascita di Gesù sotto l’impero di Augusto (27-a. C. – 14 d. c.,) che aveva ordinato a P. Sulpicio Quirinio, governatore di Siria, dal 6 d. C., di fare il censimento in Giudea, mentre Matteo tratta della concezione verginale di Gesù (1.18-25) e poi della visita dei Magi (2.1-12) e della fuga in Egitto (2.13-18), in modo impreciso e vago, tralasciando la nascita con la datazione. 4.

Quindi solo Luca da notizie storico-geografiche circa la nascita di Gesù.

Cerchiamo di capire, spiegando i termini greci  mediante referenze sia greche che latine e dove possibile aramaico- ebraiche

Fare il censimento” si dice in latino habere censum hominum e in greco apographesthai ten oikoumenen (o anche aute apographe prote) o tas apographas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate, 20)5.o pases somatikes choras anagraphenai (Filone,De migr. Abraham 16): consisteva nella registrazione di ogni capo famiglia al proprio distretto, nella propria toparchia, per agevolare il servizio di pagamento delle tasse agli esattori e constava di una prima fase d’iscrizione, in cui si registrava il soggetto che doveva pagare e di una fase attuativa successiva, in cui il soggetto pagava effettivamente quanto prescritto per legge. 6.

Era un normale sistema romano, che scattava quando uno stato veniva inglobato e posto sotto il diretto potere romano: ciò si verificava quando la zona era militarmente considerata vinta e pacificata.

Nel caso della Giudea, questa probabilmente, come l’Egitto, rientrava sotto il fisco imperiale (era cioè un possesso dell’imperatore) non nell’ erario, vista la nomina di Coponio, suo primo procuratore e considerata la dipendenza diretta dal governatore di Siria, di nomina imperiale.

Coponio e Quirinio sono uomini di massima fiducia di Augusto (Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giudaiche, XVIII, I, 1)7.

D’altra parte la centralità della Giudea nella Palestina e quella di Gerusalemme e il valore morale del tempio, per tutti gli ebrei della Diaspora (più di tre milioni e mezzo, sparsi oltre che nell’impero romano anche in quello parthico), determinano l’intervento diretto della casata imperiale: bisogna considerare che il controllo del tempio di Gerusalemme comporta una notevole entrata nelle casse imperiali, annualmente, in relazione alle decime, alle feste e al pagamento dovuto al tempio di mezzo siclo (o 2 dracme) da ogni circonciso maschio di età adulta, obbligato a partecipare alle feste gerosolomitane. 8.

Inoltre chi controlla Gerusalemme controlla il popolo giudaico, di qualsiasi nazionalità: da qui la necessità da parte dell’imperatore di censire la popolazione all’atto dell’esautorazione di Archelao,9. figlio di Erode il Grande, che aveva mal amministrato la sua etnarchia, avuta alla morte del padre col titolo di re nel 4 a. c.

Era accaduto che Augusto aveva accolto le accuse dei samaritani,e chiamato a Roma Archelao, lo aveva  deposto nel 6 .d.c rilegandolo a Vienne in Gallia 10 ed aveva incamerato nel fisco il suo patrimonio. 11.

In questa situazione il galileo Giuda spinse alla ribellione la Galilea, ingiuriando i suoi connazionali se non lo seguivano: egli era un dottore, figlio di Ezechias, che predicava di non pagare il tributo ai romani e di aver non padroni, mortali , ma solo Dio. 12

Il governatore di Siria che presiedeva a tutta l’area antipartica, amico fedelissimo di Ottaviano, con Coponio che  era un praefectus cum iure gladii, fece il censimento sulla base delle toparchie, che funzionavano allo stesso modo , dal periodo dei Lagidi e quindi esigeva il pagamento 13.

La figura di Cirino  evangelico, di P. Sulpicio Quirinio , è notissima sia per la citazione di Luca che per quella dello Pseudo Matteo e di Tacito negli Annales,.che per le notizie di Giuseppe Flavio   che per quelle di Dione Cassio e di Anneo Floro 14

Da Tacito sappiamo che era intimo di Tiberio, ma che aveva fatto carriera sotto Augusto, in quanto era stato console nel 12 a. C., anno della morte di Marco Agrippa, genero di Augusto, governatore ed organizzatore della Siria e di tutto lo scacchiere orientale.15.

Inoltre da lui conosciamo che poi era stato governatore in Asia e in Siria e  che morì nel 21.

Di lui parla espressamente in tre occasioni: in una causa del 16 d. C. contro Marco Scribonio Libone Druso16., condannato per lesa maestà  e suicida,che gli affidò, come parente, le suppliche per l’imperatore ; in una seconda per il ripudio di Lepida nel 20 d. C., che aveva simulato un parto da lui ,17. ( la stessa notizia su P. Quirinio, definito consolare ricco e senza figli è riportata da Svetonio ) 18. che era accusata di adulterio e di avvelenamento 19. di consulti sulla sorte della casa imperiale, tenuti con astrologi caldei; e una terza volta, quando Tiberio stesso, in occasione della sua morte, chiede al senato di onorare, a pubbliche spese, col funerale, l’amico.

In questo ultimo punto sembra che Tacito riferisca parte dell’elogio funebre e lo metta in bocca allo stesso imperatore: la nascita a Lanuvio, il valore militare ed azioni di rilievo che gli fruttarono il consolato sotto Augusto, una funzione svolta  in modo energico in Oriente, il trionfo per aver espugnato le fortezze degli Omonadesi in Cilicia con l’onore delle insegne trionfali, vengono enfaticamente ricordate.

Tiberio, inoltre, aveva ricordato che era stato affiancato, dopo la fine di M.Lollio,( Cfr Velleio. Storie,II,1O1,3;Svetonio, Tiberio 12. 2-3; Tacito, Ann. IV,1,2) come rector, (consigliere militare ) a C. Giulio Cesare, figlio di Marco Agrippa che, inviato in Siria, ventenne, giovane sposo di Giulia Livilla ( figlia di Antonia e di Druso ) aveva avuto il mandato di negoziare la pax con i parthi, e che quindi era stato presente al trattato di Zeugma del 2 d. C. 20.

E l’imperatore ricorda che Quirinio in quell’occasione andò a Rodi, dove lui viveva in esilio, dopo il rifiuto di convivere con Giulia, ex moglie di Agrippa, a dimostrazione della venerazione e della devozione del consolare: erano quelli gli anni dell’esilio 21. in cui Tiberio si era ritirato dopo che Augusto aveva data la potestas tribunicia a Gaio Cesare e per sette anni era rimasto lontano da Roma, fino al 3 d c.

Tacito, dunque, ci mostra Quirinio come uomo legato ad Augusto e a Tiberio, che svolge incarichi per la famiglia imperiale nel settore orientale dell’impero, anche se conosciamo da Floro una sua azione militare in Africa , dove avrebbe potuto conseguire il titolo di Marmarico se lo avesse voluto per le vittorie come Gneo Cornelio Lentulo Cosso 22.

Comunque non conosciamo bene la sua vita dal 12 a. C. al 2 d. C. anno in cui fu affiancato come rector a C. Giulio Cesare, incarico di immenso prestigio perché assisteva il futuro imperatore, dato certamente ad un uomo di fiducia, ma anche di grande perizia militare ed amministrativa.

Chiaramente tali doti le aveva già mostrate in precedenti incarichi, adombrati da Tacito, ma non specificati.

Sappiamo di un suo proconsolato in Asia e di una sua spedizione militare in Cilicia e conosciamo che Erode il grande aveva una specie di protettorato sulla Cilicia (precedente che nel 41 d. C. spinse Claudio a dare temporaneamente la regione sotto il potere di Agrippa I, nominato re di Giudea).

Tra il 9 e il 6 a. C. è governatore di Siria Senzio Saturnino,23. console nel 19 a. c., sicuramente un tiberiano, perché, dopo tale incarico rimane in ombra fino al ritorno a Roma del figlio di Livia, col quale è console nel 4 d. c., poi è comandante in Germania contro Maroboduo fino al 6 d. C.

E’ questo un abile militare, opposto a Varo suo successore in Germania, come lo era stato in Giudea, però, nel 6 a C.: le notizie sono confermate da Giuseppe Flavio 24.

Mentre Quirinio è in Cilicia e Saturnino in Siria (Ant. Giud.XVI ,12 processo di Alessandro ed Aristobulo davanti al governatore ) il regno di Erode il grande è entrato in una grave crisi dinastica, in cui il vecchio re, già malato di cancro alla prostata, che va a curarsi a Calliroe nel Mar Morto, non sembra in grado di soluzioni.

Augusto, informato della situazione,  sembra staccarsi dall’amicizia con il re giudaico, col quale era legato da un trentennio: a detta di Giuseppe Flavio, Erode era il primo dopo Agrippa (specie dopo la sua morte nel I2 a. C.) , nel cuore di Ottaviano.25. L’uccisione di Aristobulo e di Alessandro, i figli di Mariamne di  alessandro , nipote di Hircano, è determinante per Augusto che ebbe a dire “ meglio essere un porco che un figlio di Erode”, collocata intorno all’8/7 (Ibidem, Ant. Giud. XV, 7,8): l’imperatore vuole esautorare il vecchio re e  annettersi direttamente la Iudaea, ma dopo un po’ di tempo si riconcilia (Ibidem ,XVI 12).26.

In quella particolare situazione di “gelo diplomatico” tra le due corti ,il compito militare è di Saturnino, quello amministrativo censitario dovrebbe essere di Quirinio, in un quadro di previsione di annessione del regno giudaico nell’impero.

I due forse dovevano svolgere l’azione preliminare di iscrizione censitaria, che poi sarebbe stata seguitata e svolta direttamente da Quintilio Varo, il nuovo governatore della Siria, successore di Saturnino e da Tizio Sabino, legatus ad census accipiendos, che forse sostituiva Quirinio.

Questi vennero a trovarsi in una vera e propria rivoluzione a seguito della ventilata esautorazione di Erode, d’altra parte insidiato da suo figlio Antipatro, natogli da Doris, pur nominato erede ufficiale. 27.

Quirinio dunque è forse un legatus come Sabino operante in Giudea nel periodo di Saturnino, come uomo di fiducia della famiglia imperiale. 28.

L’azione, perciò, successiva di Quintilio Varo, imparentato con Ottaviano già proconsole d’Africa eletto nel 6 a. C. governatore di Siria, giudicato negativamente da Velleio Patercolo e positivamente da Tacito è fatta con il legatus in conformità a quanto compiuto dai due predecessori.

Sappiamo da notizie tratte da Tacito, congiunte con altre di Flavio e di Dione  che Varo in effetti, in quanto membro della famiglia augustea, avrebbe dovuto sostituire, come consigliere militare, Agrippa e che, quindi, Quirinio, svolse una sua azione militare in Cilicia e poi in Giudea ,una specie di organizzazione delle imposte, in un momento delicato della monarchia giudaica di Erode il grande: peccato che non conosciamo i maneggi di Antipatro a Roma nei mesi trascorsi nella capitale, dove certamente si discuteva sull’annessione del Regno nell’imperium, a seguito della relazione di C. Senzio Saturnino, governatore di Siria. 29.

La funzione di Quirinio, legatus ad census accipiendos è possibile perché è uomo caro e ad Augusto e a Varo, 30.

La successiva funzione di rector con Gaio Giulio Cesare  autorizza ancora di più questa interpretazione e dimostra il prestigio di Quirinio prima e dopo la morte di Erode.

Inoltre la sua elezione a governatore di Siria dal 6 d. C. indica chiaramente la fiducia di Ottaviano nei confronti di Quirinio che doveva essere una delle personalità militari di maggior rilievo dell’epoca, per riorganizzare quel settore.

L’ etnarchia di Archelao era importante per l’imperium: da tempo, da almeno un decennio Augusto aveva pensato di inglobare la Iudaea nell’imperium, onde servirsi dei banchieri e finanziatori giudei ellenisti e rimpinguare il fisco, oltre che per iniziare una svolta politica in senso espansionistico, considerata la critica situazione dei Parthi e la presenza nel loro territorio di una grossa comunità di giudei transeufrasici, che avrebbero potuto favorire tale politica: solo la sconfitta di Varo sul fronte germanico, con le ripercussioni morali sull’ esercito romano e sul nazionalismo parthico, determinò un ritorno alla politica conservatrice, mantenuta poi da Tiberio .

Comunque la Iudaea restava una piccola provincia, essenziale, però, per il fisco imperiale, anche se pericolosa per la potenza finanziaria dei giudei-ellenisti e per il fanatismo religioso dei giudei di Palestina

E Quirinio era certamente l’uomo migliore che doveva garantire l’ordine in una zona esplosiva, data l’ostilità di Giudei, Samaritani e Idumei, che, governati da Roma  tramite Coponio (un praefectus, d’ordine equestre, subordinato al governatore di Siria, sempre uomo fedelissimo della famiglia imperiale), già iscritti nelle toparchie e quindi soggetti al pagamento, ora dovevano pagare le tasse. 31.

Infatti le due azioni di apographè– iscrizione in un registro e di apotimesiscensimento sarebbero state compiute in due momenti differenti da Quirinio, che in precedenza aveva fatto iscrivere tutti gli abitanti della Iudaea, che comprendeva La Giudea, Samaria ed Idumea, divisi in 10/11 toparchie sulla base delle precedenti divisioni e poi li aveva tassati secondo le liste di iscrizione fatte. 32.

Quirinio,perciò, è detto da Luca come quello che aveva fatto il censimento sotto ordine di Ottaviano  ma l’evangelista può riferirsi anche agli anni 8-6 a. C, in cui il romano svolge la funzione amministrativa in Giudea, sotto Senzio Saturnino.

Egli avrebbe svolto una funzione simile a quella svolta da Tizio Sabino, legatus di Quintilio Varo (6-4 a. C. ), esecutore della politica augustea in Palestina nel delicato momento della successione,(specie dopo la morte di Antipatro, erede designato, ucciso dal padre cinque giorni prima di morire) in un clima convulso di guerriglia  in Galilea e di rivoluzione in Giudea, Idumea e Perea.33.

Quirinio fu, dunque, un esperto di cose giudaiche e siriache , orientali in genere e rivestì compiti così importanti sotto Augusto, affidati, dopo Marco Agrippa, solo a Varo, marito di sua pronipote Claudia Pulcra, figlia di Claudia Marcella minore (Cfr. Tacito, Ann. IV , 52,66).34.

Comunque, non sappiamo esattamente quale effettivamente fu la sua azione, ma è certo che Varo insieme a Sabino represse la rivoluzione sorta per l’apographè, da Quirinio forse indetta.35.

Varo è descritto male da una fonte tiberiana ,”là arrivò povero e da là tornò ricchissimo, lasciando povera la provincia .36.

Tizio Sabino, un cavaliere con compiti fiscali, conosciuto da Tacito 37., ha forse le stesse funzioni di  Quirinio : infatti cerca di inglobare i beni regali 38. in un momento di gravi insurrezioni e di tumulti,  a seguito delle stragi perpetrate da Archelao ancora non riconosciuto re, e di incamerarli nel fisco. 39.

Si può congetturare che tale azione, poi annullata, fu suggerita da Quirinio, che aveva fatto fare l‘apographè e che poco fidava in Archelao, e perciò propendeva per l’annessione della Giudea nell’imperium.

Sabino, protetto dalle tre legioni di Varo, (che era andato a Gerusalemme per impedire i tumulti e poi era tornato ad Antiochia), aveva  favorito  disordini, costringendo le guarnigioni a consegnare le piazzeforti, sottoponendo a rigoroso controllo i beni regi, servendosi non solo dei soldati di Varo, ma anche dei suoi schiavi privati armati.40.

Le popolazioni di Galilea, di Idumea, di Gerico, della Perea il giorno della Pentecoste, si divisero in tre raggruppamenti e si accamparono in tre punti diversi (a settentrione del tempio, presso l’ippodromo, a occidente della reggia ) ed assediarono i romani.

Sabino, dopo aver inviato messaggeri a Varo, salì sulla fortezza Fasael e diede l’ordine di attacco contro i giudei, che furono costretti inizialmente alla fuga e poi riordinatisi, ripresero le ostilità.

Sabino fece bruciare i portici, dove erano asserragliati i nemici ed uccise quelli che si salvavano dalle fiamme: i soldati penetrarono nel tesoro del dio e fecero un bottino di quattrocento talenti, di cui “Sabino raccolse quanto non venne trafugato” .41

Con Sabino si erano schierati gli erodiani, i soldati regi e i tremila sebasteni di Rufo e Grato, comandanti della fanteria regia e della cavalleria contro la massa di Giudei che, ora ostile ai romani per la rovina degli edifici e la perdita di tante vite umane, voleva massacrarli.

In effetti il tumulto divenne insurrezione con intenti nazionalistici in quanto i giudei aspiranti alla indipendenza (tèn patrion autonomian) invitavano Sabino a ritirarsi, che invece resistette perché sperava nell’arrivo degli aiuti di Varo.

La rivoluzione si estese anche nel contado ed in Idumea Achiab, cugino di Erode era attaccato da duemila veterani, ostili agli erodiani; a Sepphoris, capitale della Galilea, Giuda raccolse una banda, fece irruzione negli arsenali regi e, così rifornito, attaccava gli altri  aspiranti al potere, oltre che i romani.42

Bande di peraiti avevano attaccato la reggia di Gerico e avevano eletto re un certo Simone, dandogli la corona regale .43

Altri gruppi avevano preso Batheramatha, dove c’era un’altra reggia, presso il Giordano: la sedizione in Perea fu vinta da Grato, la cui azione era coordinata da Varo, che prese e fece uccidere Simone.

Perfino il pastore Atrongeo con i suoi quattro fratelli aspirò alla corona e se la cinse: egli uccideva i romani e i soldati regi, ma anche i ricchi giudei: Tre fratelli furono presi da Grato e gli altri in seguito si arresero e patteggiarono con Archelao. 44.

Varo subito intervenne con due legioni e con quattro turmae di cavalleria e riunì a Tolemaide anche le truppe ausiliarie dei re alleati e dei dinasti vicini: perfino Areta accorse per vendicare le offese ricevute da Erode ed arrivarono anche 1500 opliti di Berito.45.

Varo, dopo aver fatto un piano di attacco, inviò un certo Gaio, di difficile identificazione, (suggestiva sarebbe quella con Gaio Cesare!) suo amico contro la Galilea, il quale in breve prese Sepphoris e la incendiò. 46.

Fatti prigionieri i suoi cittadini, il legatus scese verso la Samaria, che non era insorta, ma ne incendiò alcuni paesi per volontà di Areta, assetato di vendetta contro Erode, ed infine distrusse la toparchia di Emmaus e mosse su Gerusalemme.

All’apparire di Varo, riunitosi con Gaio, gli assedianti fuggirono mentre gli abitanti di Gerusalemme, pur di salvarsi, li accolsero trionfalmente, dimostrando di non essere stati partecipi alla rivolta e Giuseppe, cugino di Archelao, Grato e Rufo si unirono a Varo: solo Tizio Sabino non si presentò nemmeno e si diresse verso la costa.

Il governatore poi fece crocifiggere duemila uomini, gettò in prigione altrettanti, come responsabili della rivolta e lasciò liberi gli altri.

Poi si dirisse contro l’ Idumea, dove resistevano ancora 10.000 uomini in armi, senza gli uomini di Areta, considerato troppo ostile ai Giudei, ritenuto del tutto inutile in una situazione così caotica. 47.

Gli Idumei, per consiglio di Achiab, si arresero e Varo li rimandò a casa ma trattenne solo quelli che pur essendo della stessa famiglia di Erode, si erano ribellati e li inviò da Augusto perché fossero giudicati e puniti per aver preso le armi contro i loro stessi parenti.

Sistemate le cose, Varo tornò ad Antiochia, dopo avere licenziato l’esercito alleato e aver lasciato la legione, stanziata a Gerusalemme.

Mentre in Palestina avveniva questa insurrezione, a Roma si discuteva sulla indipendenza nazionale ad opera di 50 giudei, appoggiati da 8000 giudei romani che reclamavano il diritto di governarsi democraticamente e rifiutavano gli eredi di Erode, come sovrani e in modo particolare Archelao, che aveva fatto uccidere 3000 giudei nel tempio, ed aveva mostrato subito la crudeltà stessa paterna.48.

Flavio mostra da una parte i Giudei “democratici” indipendentisti e da un’altra Archelao, i suoi amici e parenti, tra i quali anche Filippo, figlio di Erode e di Cleopatra,inviato da Varo stesso, che stava, però, in disparte. 49.

Ottaviano aveva riunito il suo consiglio personale, costituito da Magistrati (oi en telei romaioi) e da amici ( oi philoi)  nel tempio di Apollo sul Palatino, in un clima di festa e di un contesto di  straordinaria magnificenza. 50.

Lo storico in questo modo manda precisi segnali per evidenziare la volontà di indipendenza del popolo giudaico, subito dopo la morte di Erode il grande, considerato re illegittimo,in quanto usurpatore del trono Asmoneo, fautore di una politica servile nei confronti della romanità, un idumeo empio ed ellenizzato, giudeo di nome, responsabile della corruzione del tempio, pur dovuta ai sadducei.

Sottesa è l’interpretazione di una volontà di regalità nazionale legittima con un sacerdozio meno ellenizzato e di stirpe sadoqita.

Qualunque sia il messaggio di Flavio, nascosto sotto il pensiero dei 50 membri giudaici, quali rappresentanti di tutta la nazione, ai fini del nostro lavoro, possiamo solo rilevare che negli ultimi anni del regno di Erode. Augusto va preparando l’annessione della Giudea all’impero: la presenza di Quirinio sotto Saturnino e quella di Sabino sotto Varo, sono segni di un’organizzazione fiscale in atto: da qui la rivoluzione, iniziata forse col primo e domata poi dal secondo.

Nel quadro della rivoluzione di Simone, di cui parla Tacito,in cui si attua l’apographè con Quirinio, che potrebbe essere rimasto anche sotto Varo, si potrebbe collocare la nascita di Gesù .

Luca, però, col suo riferimento diretto a Quirinio ci induce a pensare al 6 d. c., cioè a circa 10 anni dopo, alla fine del regno di Archelao, deposto da Augusto, quando inizia una nuova guerriglia minore di quella precedente, per l’effettiva entrata della Giudea nel fisco imperiale e del relativo pagamento delle tasse.

Ora la situazione in Giudea è mutata ed ancora di più nell’impero. Augusto ha perso i suoi eredi Gaio e Lucio Cesare, scomparsi nel 2 e 3 d. c. dopo brevi illusioni militari, ha richiamato Tiberio, lo ha investito di tribunicia potestas e lo ha inviato in Germania, dove svolgeva la sua azione di comandante militare Senzio Saturnino, amico di Tiberio, che con lui ha vinto e pacificato la zona,pur con un ruolo secondario.51.

Saturnino dopo un nuovo consolato nel 4 d. C., aveva assolto il suo compito militare brillantemente contro Maroboduo 52.ed era sostituito, forse per età ,da Sulpicio Varo con compiti non propri militari, ma con la funzione simile a quella di praetorper placare con le leggi chi non si era potuto placare con la spada” (“quique gladiis domari non poterant posse iure mulceri.) 53.

E Varo andrà incontro alla sconfitta di Teutoburgo e alla morte nel 9 d.c. ad opera di Arminio, mentre forse cerca di preparare una soluzione giuridica per la sistemazione della Germania, come base di ulteriori conquiste verso l’Elba.54.

Quirinio, invece, nel settore orientale viene a trovarsi di nuovo di fronte ad una rivoluzione, non in Giudea, controllata da Coponio, ma in Galilea, dove Erode Antipa deve svolgere la sua azione regale repressiva, sempre coordinata dal governatore di Siria.

La Giudea era rimasta ferma, al momento della deposizione di Archelao, grazie al sommo sacerdote Iohzhar, che mantenne calmo il popolo.

In Galilea, Giuda di Gamala e Sadok, un fariseo, si erano ribellati, seguiti da una masnada di fanatici integralisti, che andavano dicendo “che se essi erano valutati e registrati  non erano altro che schiavi” e che “essi non avevano altri padroni che Dio” .55.

Era sorta una   nuova guerra civile prima e poi ci fu una feroce repressione probabilmente con le forze erodiane, congiunte con quelle dei romani.

Da quanto detto, possiamo concludere che la situazione, al momento della nascita di Gesù, è sempre di guerriglia (nell’8/6 a.c.,che perdura per un quattrennio) e che è in atto una rivoluzione effettiva, mentre nel 6 d.c. scoppia una sedizione limitata alla Galilea e che Quirinio è personaggio sempre presente.

Dunque, Gesù può essere nato o tra il 8/6 e il 6/4 a. c durante le varie fasi della rivoluzione o il 6 d. C. epoca della deposizione di Archelao.

Nel primo caso calza perfettamente la nascita prima della morte di Erode (morto il 4 a. C) dato necessario perché i magi vanno da lui ancora vivo, anche se non c’è il censimento effettivo ma solo un tentativo di organizzazione censitaria, fatto da Quirinio come semplice registrazione degli adulti (dopo il venticinquesimo anno), applicata, poi, come riscossione, senza successo,da Sabino, che determina il movimento insurrezionale.

Inoltre c’è la famosa stella, che sembra sia stata vista il 6 a. C.: quindi Gesù potrebbe essere nato in un’epoca di torbidi in cui la Galilea fu invasa, devastata, decimata.

Nel secondo caso c’è un censimento effettivo, probabile, ma Erode è morto già e quindi non c’è possibilità di far combaciare la nascita betlemita, la presenza della stella e tutte le altre leggende erodiane.

Si potrebbe allora accettare la soluzione della nascita non di una persona, ma di due: di Gesù nato a Nazareth sotto il periodo di Quirinio che fa il precensimento, e  di Giacomo a Bethlem durante la prefettura di Quirinio in Siria o viceversa.

Quando il cristianesimo antiocheno si afferma, le due nascite, si fondono in una, subito dopo la morte di Giacomo nel 62 d.c. o dopo la distruzione del tempio.56.

Oppure bisogna credere nella nascita di Gesù a Bethlem sotto Quirinio, come addetto al censo per la Iudaea nel 7-6, confuso poi con lo stesso consolare, divenuto governatore di Siria, che fece pagare per primo le tasse ai Giudei, insieme con Coponio.

La datazione, comunque, della nascita di Gesù non può andare oltre il 7 a. C. e non dopo il 4 a. C. anno della morte di Erode il Grande (d’altra parte è noto l’errore di Dionigi il Piccolo -V-VI d. C- che aveva iniziato a computare l’era cristiana): è circa un triennio che dovrebbe essere meglio studiato, dando maggiore credito alle fonti ebraiche e specificamente a Giuseppe Flavio, che conosce il periodo di governatorato della Siria di Senzio Saturnino e quello di Varo e sembra sottendere la presenza di incaricati del fisco, che già andavano predisponendo la regione, destinata ad entrare  sotto il controllo diretto dell’imperium.

Gli ultimi anni di Erode il grande, (subito dopo la morte di Alessandro e di Aristobulo) il tentativo di avvelenamento fatto da Antipatro, il suo viaggio a Roma, le sue amicizie romane, il  ritorno, la condanna, l’imprigionamento, la morte, il testamento regio nuovo, la disputa tra Archelao ed Antipa per il principato, il ruolo di Maltace, la funzione di Varo e di Sabino nel quadro di rivoluzione nazionale, potrebbero squarciare qualche velo e mostrare qualche altro dettaglio utile, per conoscere , esattamente, la nascita di Gesù.

Note

 

  1. Da Matteo (2.1-4) sappiamo, oltre alla nascita, anche di una stella che illumina la strada ai re Magi, venuti per adorare il nato bambino e della persecuzione di Erode, che fece uccidere tutti i neonati dei dintorni di Betlemme: P. Schnabel, Der jungste datierbare Keilschrifttext in Z.f. Assyriologie 36 (1925) pp.66 sgg, trovò una tavola di terracotta in caratteri cuneiformi, scoperta a Sippar, in cui c’era un calendario stellare e da esso derivò la determinazione del 7 a.C., anno in cui ci fu la coniunctio magna di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci., anno 746 ab urbe condita, 3753 del calendario ebraico.
  2. Per il Protovangelo di Giacomo, per il Vangelo dello Pseudo- Matteo, per quello dell’infanzia arabo-siriaco, per quello dell’infanzia armeno, per la storia di Giuseppe il Falegname cfr. Vangeli Apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi,1969.

3.Il fatto che Matteo dica solo “Nato Gesù  in Betlemme di Giudea al tempo di re Erode, alcuni magi dall’0riente giunsero a Gerusalemme chiedendo..”, unito alla mancanza di notizie da parte di Marco, autorizza solo una congettura sulla purezza della stirpe di Giuseppe e sul suo stato sacerdotale, ma evidenzia una volontà di nascondere (o dare per scontato ) una nascita pericolosa, data l’avversione del re, che però mal si cuce con la venuta dei Magi, che vanno direttamente a Gerusalemme e che contrasta con quella lucana, celebrata da angeli e festeggiata da pastori. Inoltre mi sembra strano che non lo sapesse Erode che aveva rapporti con i principi mesopotamici e che aveva contatti con giudei mesopotamici. Comunque ancora più strano è che un mago come Tiberio, circondato da astronomi caldei e sempre seguito da Trasillo, mentre era tutor dei due figli di Agrippa, in quanto patrigno, marito di Giulia ed equiparato per autorità ad Augusto per la tribunicia potestas nel I dicembre del 7 a.c., non abbia saputo quanto sappiamo noi di una coincidenza astrale di Saturno (stella di Israel) con Giove (segno di potere) nella costellazione dei Pesci (segni di novità e di nascita straordinaria). Ancora più strano che quei magi della sua corte non abbiamo visto ciò  che gli altri zoatar videro: la nascita del Re salvatore di Giudea a Bethlemme, d’altra parte vaticinata da profeti da secoli. L’astronomia è la disciplina principe nel periodo di Augusto e di Tiberio, come la medicina e le altre scienze tecniche: quindi Erode , Augusto e Tiberio sapevano tutto ciò che avveniva in Giudea, anche dei miracoli di Jehoshua……(cfr.Paradosis di Pilato e morte  di Pilato, in Vangeli Apocrifi, M. Craveri,cit,)

  1. La nascita insomma è descritta in modo poco chiaro e poco proporzionato da Matteo che accenna brevemente alla nascita dopo aver trattato diffusamente la concezione verginale di Gesù(1.18-25), per parlare della visita dei magi (2.1-12)e della fuga in Egitto(2.13-18); in modo ancor più confuso da Luca, che tratta diffusamente della Nascita di Gesù (“.1-7), dell’annuncio ai pastori, dell’ adorazione dei pastori (2. 8-20), poi della circoncisione e della presentazione al tempio ,con l’incontro di Simeone e della profetessa Anna (2.21-36) senza neanche accennare alla visita dei magi e alla fuga in Egitto, per parlare poi della vita nascosta a Nazareth e di un viaggio, da ragazzo, a Gerusalemme.
  2. Vari sono i modi di dire in greco fare censimento, ma tas apografas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate,20) sottende semanticamente oltre la registrazione (apografè) anche il censimento come pagamento (apotimesis) da parte dei provinciali e riscossione da parte di pubblicani (telones) Cfr Tacito I, 31..Regimen summae rei penes Germanicum agendo Galliarum censui tum intentum (intento a regolare i tributi della Gallie). Ogni gallo pagava dalla conquista di Cesare un tributo in denaro, ripartito secondo le ricchezze e le proprietà dichiarate: periodicamente un magistrato rifaceva il censimento dei beni e delle persone: il primo era stata fatto nel 27 e poi fu ripetuto nel 12 a.c.
  3. Circa la condizione della Giudea di provincia imperiale, sotto procuratori, di ordine equestre (cfr. Giuseppe Flavio, Guer. Giud: II, 8. 1 e Ant. Giud. VIII,1)
  4. Su Archelao e la sua destituzione cfr. Giuseppe Flavio, Ant,.Giud. ,XVII, 13-17, e Guer. Giud. II, 6,3 e cfr Dione Cassio, LV, 4 ;Tacito, II, 42 e Svetonio, Tiberio.
  5. Per pagare la tassa annuale del tempio l’ebreo doveva cambiare la moneta romana in siclo (Mt.XVII,24-6; Lc II,22-8. Per quanto riguarda la setssa cena forse Gesù mangiò l’agnello macellato nel tempio Cfr V. Epstein, The Historicity of the Gospel Account of the Cleansing of the Temple Z,N, T.W. 55 (1964) pp.43,45. Il controllo del tempio era un grande affare per i Romani e per i sacerdoti Cfr A. F.Il primissimo cristianesimo ed Erode Agrippa)
  6. cfr. Ant, Giud XVII, 13-17. e Guer. Giud .II,6.3 e cfr. Dione Cassio, LV, 4
  7. cfr.Ant. Giud. XVII,19;Guer. Giud.II, 7,3
  8. Cfr Dione Cassio, LV,4 circa la salute di Ottaviano e la nomina di una commissione di tre membri di dignità consolare che doveva sentire le ambascerie, valutarle e decidere interventi ,nella abitazione stessa dell’imperatore sul Palatino.
  9. Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giud. XVIII,I
  10. Guer. Giud. II,8.1 e Ant. Giud. XVIII,1 e Velleio Patercolo, II, 83,3
  11. Per le notizie su Quirinio di Floro cfr .II.XXXI,12 incarico contro i Getuli dopo il governatorato in Siria, e specificamente contro i Marmarici e i Garamanti; di Giuseppe Flavio cfr. Guerra Giudaica (II, 8.1)e in Antichità Giudaiche(XVIII,1); di Dione Cassio cfr LIV, 4.
  12. Tacito Ann II, 31
  13. Tacito Ann. II,31 e Velleio Patercolo II, I29
  14. Tacito,Ann. i III 22
  15. Svetonio, Tiberio ,6
  16. Tacito Ann. III,23
  17. Sulla presenza di Quirinio a Zeugma cfr ,Cassio Dione LV, 2 e Tacito II, 42.2;II,4.1; III,48, 1
  18. Ann. III,48,1

22 cfr. Epitome, Bellum Getulicum, II,31

  1. Su Senzio Saturnino e la sua attività in Giudea e in Germania cfr. Velleio Patercolo, Storie, II, 77,3; 92,2; 102, 2-3;109,5 .
  2. Ant. Giud. XVII,I,5,6,7

25 Ant. Giud. XV, 7,8

26,Cfr. sull ‘amicizia tra Erode ed Agrippa ed Augusto G. Flavio Ant. Giud. XVI 13 e sui rapporti tra Augusto e l’ultimo Erode cfr Ant. Giud, XVI,12.

27.  Ant. Giud. 1, 3 ,5, 6,7. 28.Su Qurinio legatus cfr Ant. Giud. XVII, 12. 29. sulla discussione circa l’annessione  della Giudea cfr. Guer, Giud.I, 27. 6 e Antich. Giud.XVI, 4,5, 11,12,13 ). 30. sulla funzione di Quirnio legatus ad census accipiendos cfr Ant. Giud. XVII, 1,5,6,7 31. Quirinio doveva essere, dunque, nel periodo di Saturnino, legatus come Coponio . 32.Sul doppio sistema di anagraphé  come iscrizione e pagamento effettivo cfr. Plutarco, Crasso, 13 e Flavio, Ant. Giud. XVIII, 2.1. 33. Su Varo e la repressione giudaica Cfr , Tacito Hist. V,6. 34.Cfr. Ant. Giud.XVIII, 1. 35. cfr. Ant. Giud. XVII, 12-16.36 Velleio Patercolo, Storie, II, 117,2 lo definisce uomo di indole mite, di abitudini tranquille, alquanto grave di corpo e di animo, aduso alla vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerresca. Che non fosse uno spregiatore del denaro lo aveva provato la Siria, sottoposta al suo governo, ricca provincia. 37. Cfr.Ann. IV 18, 19, 20 Sabino è uomo della cohors di Varo, rimasto legato all famiglia Giulia , a Claudia Pulcra ed a Agrippina, tanto da essere condannato a morte da Tiberio) 38.Guer. Giudaica II,6. 39. Ant. Giud., XVII,12-16. 40.Ibidem

  1. cfr.Ant. Giud. XVII, 14,15,16.  42.Ibidem. 43. Cfr Tacito,Hist. V, 6 “Post mortem Herodis nihil exspectato Caesare Simo quidam regium nomen invaserat. Is a Quintilio Varo obtinente Syria, punitus…)Dopo la fine di Erode e di Archelao la costituzione divenne aristocratica e i sommi sacerdoti furono investiti della guida della nazione (G .Flavio Ant. Giud. XX,251)metà de ten touron teleuten aristokratia men en e politeia , ten de prostasian tou ethnous oi archiereis epepisteunto. 44. G. Flavio, Ant. Giud.  Guer. Giud. II,6. 45. Ibidem. 46. Ibidem. 47. Guer. Giud. II, 5.3. 48. G. Flavio, Ant. Giud. XVII, 13,14,15
  1. Ant. Giud XVII,16
  2. Atnt. Giud. XVII,17
  3. Velleio Patercolo, St. II, 109,5. 52. Ibidem. 53. Pertanto Varo  Quo proposito mediam ingressus Germaniam velut inter viros pacis gaudentes dulcedine iurisdictionibus agendoque pro tribunali ordine trahebat aestiva… ut se praetorem urbanum in foro ius dicere , non in mediis Germaniae finibus exercitui praeesse crederet”( Velleio Patercolo , Ibidem). 54. Velleio Patercolo ibidem. 55. Ant. Giud, XVIII, 1 e Guer. Giud. II,8. 56. Cfr. Eusebio, Hist. Eccl, II