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Melania iunior e i pelagiani

 

Se un uomo parte con delle certezze, finirà con dei dubbi;  se invece 
si accontenta di iniziare con qualche dubbio, arriverà alla fine a qualche certezzaF. Bacone

 

Melania Junior (383-439)  amica di Agostino, di Girolamo  e di Pelagio,  è figlia di Albina  Ceionia  e di Valerio Publicola,  figlio di  Melania senior (350-411).

A 13 anni  si sposa col cugino Piniano, figlio di Severo, prefetto di Roma,  diciassettenne, con cui  stabilisce  il patto  di rimanere vergine (Palladio, La Vita Lausiaca, a cura di G.J.M Bartelink,  Fondazione Valla Arnoldo Mondadori,1974 ).

Piniano, invece, è giovane e desidera  possedere sessualmente la moglie, amata, e per di più è  sollecitato dallo zio a  deflorarla e a godere del sesso con la sua donna, secondo la morale pagana al fine di aver figli e lasciare loro l’ingente patrimonio familiare.

La  domus Valeria, imparentata con quella Ceionia ed Anicia ed altre,  ha ricchezze liquide a Roma  e in depositi bancari sparsi in tutte le  maggiori città dell’impero romano,  gioielli, palazzi   ed horti urbani e  suburbani, emporia ,  un latifondo, costituito  da villae con appezzamenti di terreni, grandi come province attuali, e con un esercito di schiavi in Campania e in Sicilia  in Africa, in Gallia e oltre che in Oriente,  gestito da curatores latini e da epitropoi alessandrini,  antiocheni e costantinopolitani, dato il rapporto sia con la corte di Onorio a Milano e a Ravenna,  che con quella  di Arcadio, a Costantinopoli.

Palladio (La storia lausiaca,cit.) informando sulla  ricchezza della donna, dice della sua decisione di dare tutto ai poveri e di seguire l’esempio della nonna, col consenso del marito: se tu scegli di unirti a me  nell’ascesi / airhsai sunaskhthhnai, secondo la parola della saggezza, io ti riconosco padrone e signore della mia vita; se questo impegno ti appare  pesante per la tua giovinezza, prenditi tutti i miei beni e rendi libera la mia perdona affinché io possa adempiere il mio desiderio,che è rivolto a Dio, divenendo erede dell’amore divino di mia nonna, di cui appunto reco il nome. Se Dio, infatti, avesse voluto che noi procreassimo figli non mi avrebbe preso anzitempo quelli che ho partorito (ibidem, 62,2).

Melania iunior, dunque, professore,  dopo essere vissuta sette anni col marito, persi i due figli,  traumatizzata,  lascia il mondo, in cerca di ascesi ?

Si, Marco, all’età di 20 anni  dopo aver donato agli altri  serikà hmiphoria le pellegrine di setae i rimanenti drappi di seta li tagliò e ne fece arredi per le chiese;  affidò oro ed argento ad un presbitero, Paolo, monaco della Dalmazia, mandò in Oriente, per via mare, in Egitto e in Tebaide  10 000 denarii,  ad Antiochia e regioni dipendenti 10000, in Palestina 15000, 10000 alle chiese delle isole e agli esiliati nello loro sedi di relegazione, alle chiese di Occidente diede direttamente eguale somma e tutte queste ricchezze e il quadruplo di queste ella riuscì a  strapparle – si può dire davanti a Dio- dalla bocca del leone Alarico,  grazie alla sua fede.

Perché Palladio  usa nomismata muria per indicare  un monetazione in denarius  che è unità di conto teorico  non  più esistente  in quanto  sostituito prima dall’antoninianus, poi dal solidus,  nummus , fellis,  siliqua,  semisse, emessi da varie zecche  occidentali ed orientali ?

Palladio, Marco,  non fa distinzioni di termine ma parla genericamente di monete, anche se conosce la monetazione corrente.

Sappiamo sempre da Palladio che tutta questa ricchezza in denarii (220.000?) si salva quando dal 24 al 27 agosto del 410 Alarico saccheggia Roma, ma non è detto che Roma non è più capitale, spostata prima a Milano e poi nel 402 a Ravenna da Stilicone. Né si dice che le migliori famiglie hanno seguito l’imperatore nella nuova capitale e che  a Roma sono rimasti i monumenti, le chiese col clero e  le famiglie di secondaria importanza, che non hanno avuto il tempo di scappare. Né si precisa che Alarico  aspira solo al titolo di comes militum per l’Italia e che il sacco è un incidente per il  mancato pagamento del senato ai suoi uomini, che sono sobillati dal clero ariano, povero (Cfr. Zosimo, Storia Nuova, V, 6 e VI 5-6; Sozomeno, Storia ecclesiastica, IX,42).

Si sa che il capo visigoto non riesce a contenere la voglia di saccheggiare Roma degli uomini non pagati  e del clero ariano, desideroso di impadronirsi dei beni della Chiesa romana cattolica.

Si sa anche che Melania  senior, in Palestina ha saputo qualcosa  dagli amici di corte a Costantinopoli  circa il piano di Alarico ed ha intuito nelle  sue lunghe vigilie  la fine del mondo, che coinciderà il ritorno del Christos,   rilevando l‘oikonomia divina  apocalittica, prossima.

Conosciuta, tramite lettere, la situazione della nipote, decise di imbarcarsi da Cesarea Marittima per l’italia per timore che gli sposi soccombessero all’influsso  di un cattivo insegnamento o di un’eresia o di una vita sregolata.  A  60  anni, giunse dopo 20 giorni di navigazione a Roma. 

Convertito Aproniano, consolare, e sua moglie  Avita, sua cugina,  catechizzata la nuora Albina,   li convince a ritirarsi in campagna,  per sfuggire ai barbari, dopo aver ceduto i loro rispettivi beni.

La donna predica: echasth oora esti/  l’ultima ora è venuta !

Melania senior, come   profetessa del signore, suggestiona e  convince Melania iunior, Piniano ed Albina a fare le  dovute operazioni finanziarie, nonostante  la reazione del senato e delle altre  matrone che sanno che con molto meno si può pagare Alarico, accontentandolo,inoltre, del titolo di   comes militum  delle truppe romane, come inizio di carriera nell’imperium occidentale,  in quanto il condottiero goto  ha l’esempio del vandalo Stilicone.

Palladio dice che  Melania si trovò ad affrontare tutti i membri dell’ordine senatorio e le loro mogli  che lottavano come belve   per impedire di allontanare dal mondo ciò che restava del suo casato.

La vecchia zelante di fede, se ne liberò e condusse alla vita monacale la nipote, sua madre e suo nipote in Sicilia, dopo aver catechizzato il figlio minore Publicola. Vendute tutte le proprietà che le rimanevano e col denaro ricevuto come prezzo, distribuì i suoi averi e dopo quaranta giorni raggiunse il suo riposo e visse  in nobile vecchiezza  e profondissima mansuetudine, lasciando  a Gerusalemme anche un monastero e le rendite  che ne coprivano le spese.

Palladio, che è uno che ha beneficiato dell’aiuto di Melania  e ne è grato afferma:  quanti beni materiali ella  abbia prodigato  nello zelo divino, avvampando come per fuoco, narrare non è cosa per me ma per quelli che abitano la Persia.  Della sua opera di benefattrice/ eupoiia nessuno ha mancato di profittare, non l’oriente, non l’occidente, non il settentrione non il meridione. Nei 37 anni che visse separata dal mondo aiutò coi propri beni le chiese i monasteri  gli stranieri i prigionieri; i mezzi per questo le erano forniti  dai parenti, dal figlio  in persona, e dai suoi epitropoi / amministratori.

A parte la frase  circa i narratori persiani, sconosciuti, per Palladio lei non tiene  neanche spithamhn ghs un palmo di terra né si serve di rheda nei viaggi, ma giunge al più sublime grado di  ascesi, senza  vincoli umani e terreni: il monaco la santifica già in vita rilevando  un theios zelos –da cui è bruciata/puri phlecsasa-  e la sua volontà di dare tutto  in beneficenza.

Anche Girolamo/Ieroonumos, chiacchierato  presbitero  per baskania/gelosia verso Paola, (ibidem 36,6 e 41,2) -altra nobildonna che fa turismo culturale e religioso, anche se spinta  da volontà di ascesi –  sebbene stimato  dai monaci per la bravura nelle lettere latine e per il talento naturale, parla della grandezza morale di Melania Senior  in La lettera a Paola, in cui  mostra come  la donna ventitreenne, vedova,  va d’inverno con una nave da Roma  a Gerusalemme, senza esitazione e rimpianti, senza paura.

Il santo conosce il costo di un viaggio marittimo a mare chiuso  essendo il nauarchos, il timoniere e i marinai  riottosi ad affrontare le tempeste! Conosce il pericolo della navigazione lunga, anche se costa costa, e dice: Ma perché rimuginare vecchie storie? Siano dunque gli esempi, attuali: guardate santa Melania, autentica nobiltà dei cristiani della nostra epoca… Il cadavere del marito era ancora caldo, non era ancora stato inumato che lei perse anche due figli. Io vi racconterò un fatto incredibile ma non per questo falso, me ne è testimone il signore! In tale situazione, non l’avreste immaginata fuori di sé, i capelli sparsi, stracciarsi le vesti e lacerarsi il petto con frenesia? Non una lacrima scese!. Ella tenne duro senza lamentarsi … dopo aver ceduto tutti i beni che possedeva all’unico figlio rimastole e, nonostante fosse già l’inizio dell’inverno, s’imbarcò  per Gerusalemme!

Professore, la fuga dal mondo intesa come misein odiare  la famiglia (padre madre fratelli e sorelle)-Luca,14,25/33- donare i propri beni patrimoniali (oikos)monacarsi, in una proiezione  futura per ottenere il premio eterno del Paradiso  è un fenomeno, proprio  del III e del IV,  ed è segno di un imbarbarimento del costume quiritario e di una crisi  di identità personale umana, civile e  sociale : uomini e donne  di  nobile  e ricca famiglia, che si monacano  rinunciando al nomen,  tradiscono tutti i valori di Roma  che ha costituto l‘imperium prima in senso repubblicano poi imperiale sulla base  del negotium, della politica, della civitas/ politeia, della philantropia e koinonia, dell‘humanitas espressa nelle virtutes quiritarie ed ellenistiche praticate quotidianamente per il bene comune  del consorzio umano, come bonum  in quanto agathon e chreston.

Non è una donna eccezionale Melania senior, anche se  alonata dai contemporanei, professore, come non  lo è Paola,  che imita il modello di  Marcella, una che  è portata in chiesa da schiavi in lettiga, ed è circondata da ancelle premurose!

Per me  Melania è donna che, come domina romano-ellenistica, giunta  alla massima depravazione, pagana,  trova nel cristianesimo il senso di vita come theoria del non vivere nel presente, visto ormai in sfacelo e come rinuncia della storia  propria familiare e nazionale ( kosmia, e katholikh) rinnegata, perché  militaristica e schiavistica,  ha sete e piacere decadente  di macerarsi, al fine di crearsi un tesoro in un  Eden giudaico -cristiano, luogo di riposo per chi  si è rinnegato  ed ha conseguito, soffrendo, l’ adrhpebolon, puntando per quanto possibile al sublime della teleioosis!. 

Risulta la theoria delle due Melanie, perciò, – a seguito di un lungo studio – una forma di vita eccentrica, snobistica, al di là del fenomeno pietistico religioso, come quella della nobiltà inglese francese ed italiana della  seconda metà dell’ottocento: è decadenza tipica di aristocratici, superomistici che  si segnalano per  traviamento morale,solipsismo, desiderosi  puerilmente di apparire, stravaganti dandy,  in una emulazione  di gesti  eclatanti, pur di essere esempi clarissimi,  notabili  pur nel paradosso cristiano.

Per i pagani è una vergognosa catena di  viri pervertiti  e di dominae – Circe , alla ricerca di una vita spirituale,  tramite l’annullamento dei valori naturali e  razionali, così da  crearsi un tesoro  nei cieli (Luca 12,32-34)! 

Io, professore, penso ad altro quando leggo la vita dei santi ( cfr Vita di Antonio di  Atanasio e Vita di Malco, Paolo ed Ilarione di Girolamo) uomini celebrati nella loro  straordinarietà esistenziale, viventi in  un’altra dimensione e con logiche diverse da quelle  di esseri comuni normali, che li acclamano e li venerano  proprio perché diversi, ouranoi, resi andres theioi dal loro sacrificio e dall’eremitismo e dai kharismata cristiani: ogni religione ha i suoi terapeuti, esseni, marabutti, sufi, bonzi, mistici, asceti da santificare!.

Il rispetto con venerazione e timore sacro  per chi vive in modo opposto dalla propria vita  si radica col tempo nell’uomo comune  che, concretamente vive la realtà di vita, fatta di lavoro, di sesso, di qualsiasi tipo e natura, di sacrifici, di bevute e di pranzi, di rapporti e relazioni sociali, di scontri col prossimo che ha gli stessi appetiti  quotidiani  e volgari, pagani.  Forse sbaglio, ma comparando la vita monacale  cristiana  a quella civile e sociale di un cittadino normale romano  o pagano o cristiano laico, noto una differenza netta tra il fenomeno di fuga del monachesimo, elitario,  e il  sistema sociale, ordinario, regolare, del privato civis, impegnato a lottare nella caotica frantumazione dei valori del kosmos imperiale romano, capace  di accettare il diverso, di accogliere il barbaro sia pagano che ariano, entro i confini dell’impero e poi determinato, per un adeguato adattamento, ad averlo come vicino affamato e desideroso di integrarsi, per una comune  sopravvivenza, al di là del credo religioso.

Noto, perciò,  una perversione morale, selettiva, spirituale,integralistica,  propria di obiettori di coscienza sessantottini, borghesi benestanti, congiunta a  desiderio, da hippy, turistico religioso culturale e ad una volontà di autodistruzione fisica in nome del Christos crocifisso  da monaco, depresso e rinunciatario, mentre  rilevo una normalità di vita e una intelligente  adattabilità nel  normale civis,  sebbene poco attivo, non più motivato politicamente, impossibilitato in situazione a causa dell’assenza di coordinazione  dei mandata imperiali  per la penuria  dei funzionari  e burocrati  locali, pur nelle differenti distinzioni di classe del IV e V  secolo.

Rilevo, infine, un malessere profondo nel  monachesimo femminile di nobildonne ricche,  viziate e corrotte, adulate,  circondate sempre da servi e serve, che  pur cambiando sistema di vita, pur passando  dal sistema cittadino a quello eremitico, pur fuggendo la mondanità formale, mantengono lo status  civile con privilegi di nascita in ogni parte dell’impero romano, proprio nell’assumere una responsabilità virile, con l’evergetismo caritatevole!  Restano sempre sotto la protezione dei governatori romani  solleciti nei loro riguardi  specie con Paola che esplora Palestina ed Egitto con guide come Girolamo e Rufino. Mica  vanno  oltre l’Eufrate  a fare le monache, filanthropiche ed evergetiche in zone dove il loro nomen è sconosciuto!

Mentre Melania e compagne  vivono  con lo stesso tenore di vita simile a quello di un centesimo  della popolazione  romano-ellenistica, la maggioranza  dei cives vive  a seconda della professione, una vita di stenti e di povertà più in città che in campagna  in quanto non esiste lavoro  stipendiato, in quanto vige il sistema schiavistico. Le popolazioni italiche, galliche  ed ispaniche solo nelle ville – già  regolate secondo i criteri dioclezianei- hanno un certo decoroso sistema di vita come  liberi che gravitano intorno al fattore Villicus e alla fattoressa, che guidano la villa, la quale  ha un suo funzionamento agricolo secolare mentre tutto il resto è manodopera servile  schiava. Anche i barbari, che  abitano vicino al confine  renano  e danubiano, vivono miseramente e chiedono di poter entrare  entro i confini e lo ottengono solo dopo la dediticio e la promessa di arruolarsi come milites col loro re, da ausiliarii : inizia un  processo di imbarbarimento nell’esercito che autorizza una vita migliore  favorendo lentamente l’ entrata di parenti rimasti fuori dall’impero romano, che vivono ancor di più miseramente. Dalla congiunzione delle popolazioni già viventi nel territorio romano e di  quelle fuori dei confini comincia  una penetrazione  non armata ma domestica cioè di assoggettazione per bisogni primari ai governatori  locali di stirpi barbariche affini che convivono con i parenti già romanizzati: Gainas -un goto al servizio di Roma – e Alarico combattono per Teodosio  al Frigido e vincono!

Non sapendo né allevare bestiame né fare agricoltura,né possedere ville senza conduttori  romani, i goti cominciano a razziare i territori vicini spopolati e penetrano  sempre di più nell’interno dell’ impero romano, divenendo un pericolo per i cives  ai confini di norma ex militari abituati ad opporsi e un graduale perturbamento per le pacifiche popolazioni già romanizzate ed ellenizzate . Iniziano quindi spostamenti  lungo i territori ai confini germanici e danubiani  turbando il kosmos romano prima orientale quando  dipendono da Arcadio che nomina Alarico comes militum per l’IIlirico e poi occidentale per servire  Stilicone, (ed Onorio), desideroso di carriera, in quanto già romanizzato ed ambizioso cosciente di  aver meritato  un  servitium  maggiore.

I visigoti ariani, che hanno un clero intelligente  ma  povero, ben organizzato da Ulfila (311-388) secondo il sistema  romano cattolico, sono incitati  a combattere e  a depredare la ricchezza delle chiese  comandando di non  spargere  sangue: da decenni essi premono ai confini e dopo che si sono stanziati,  reclamano i diritti militari  e  le paghe come gli  altri milites, specie gli auxilia di veterani  con lo stesso Alarico, che serve i teodosiani da quasi un ventennio

Il leone Alarico non è poi una belva antichristiana, ma è un christianos ariano, educato a Costantinopoli,  il cui credo è quello di  Eusebio di Nicomedia, che ha nominato Ulfila  e lo ha incitato alla traduzione in gotico della Bibbia e di Vangeli, prima che Damaso incarichi Girolamo della Vulgata!

Dunque, professore, faccio due domande, dopo questa lunga premessa: i goti ed Alarico, cristiani, non sono  del tutto barbaroi, ma solo scismatici  ellenizzati e romanizzati da oltre trenta anni,  vicini di casa?!. E  gli strappati alle fauci del leone dove e come vivono?

Per la prima  rispondo che ormai conosci bene la situazione reale storica visigotica e sei quasi un maestro!

Per la seconda  posso dire  che la  vita delle due donne  si svolge  nel Meridione  sotto la protezione di un esercito privato e  della flotta romana, nelle ville, en agrois , ora in  Campania ora in Sicilia  in compagnia di 15 eunuchi, di 60 vergini e libere e schiave; quella di Piniano è  simile a quella della moglie e di Albina   con trenta monaci, impegnato nella lettura e dedito al giardino e ad incontri di nobile spiritualità (ibidem,61):  i tre  insomma vivono in Otium, nella pace dei campi,  secondo il Kosmos romano, mentre nel settentrione infuria il pericolo gotico a causa del ritorno in Aquitania di Ataulfo, dopo la morte del fratello.! Hanno, comunque, cominciato l‘iter da catecumeni  secondo le regole dell’iniziazione cristiana, regolata dalla preghiera e dai sacrifici giornalieri, nonostante la presenza  e l’assistenza di trapezitai e dioichetai ! 

Professore,   Melania senior e iunior, Paola e le altre  possono definirsi donne libere,  che, avendo denaro e mezzi, hanno una libertas uxoria tanto da poter fare  turismo religioso, in una rottura dei vincoli familiari, ancora basati sulla patria potestas?

E’ una domanda difficile per me letterato, ma posso dire che  la  moglie ha pari auctoritas e potestas  in un sistema cristiano più libero dalla potestas  paterna   e maritale, scaduta a favore di quella sacerdotale! Comunque nella communitas  cristiana  prevale l’ingenium individuale  di virago, propria di Melania senior e poi di sua nipote, che decidono  autonomamente del  patrimonio familiare /oikos, a favore della gerarchia ecclesiastica, abile a sfruttare la pietas come caritas!.

A me sembra una decisione  condizionata dal ministerium episcopale, in cui il libero arbitrio  femminile subisce il fascino  magico-sacerdotale !

Comunque, apparentemente  le donne (specie Melania iunior) fanno viaggi mirati con precisi itinerari,  alla ricerca di luoghi sacri e di reliquie, visitando  le dimore di santi, insediamenti monacali e facendo elargizioni di denaro, anche se vogliono vivere  da sole o come eegemones di  gruppi di donne, seguendo l’esempio maschile,  a Betlemme o a Gerusalemme  per vedere i luoghi  della nascita e della morte del Signore, presso cui vogliono abitare con le consorelle. Imitano il pio comportamento di  Melania  Senior  che, insieme a Rufino, aveva visitato  Alessandria, aveva  convertito il suo denaro in  monete d’oro e da lì era arrivata fino al monte di Nitria dove aveva incontrato uomini come Serapione, trattenendosi con loro per sei mesi ed andando a visitare nel deserto i monaci definiti santi, portando loro  doni, indossando un cappuccio da servo.

La nipote ha  comportamenti simili,  da vir, da civis romano che congiunti con quello proprio di una clarissima,   le permettono di contrapporsi  anche alle autorità locali con successo, sull’esempio vincente della nonna.

Melania senior combatte  una sua personale battaglia  giuridica col prefetto di Alessandria contestando  la prigionia di  monaci come Ammonio Parote e di dodici vescovi  e presbiteri che  sono da lei beneficati e protetti, considerati come clientes della sua domus.

Con quello di Palestina, avido e desideroso del suo denaro, che non conoscendola, la getta in prigione,   la vecchia si inalbera e  lo apostrofa da clarissima. Dimessi gli abiti di umile cristiana altezzosamente afferma: io sono figlia di uno e moglie di un altro, anche se  serva di Christos! non disprezzare la meschinità della mia  apparenza  perché, se voglio/ ean theloo, posso innalzarmi e in questo tu non hai modo alcuno di prendere niente  che mi appartenga!. Marco, nota la protasi  di secondo tipo e rileva la superbia sottesa della  Clarissima christiana! Senti,Marco la conclusione  dell‘umile vecchia cristianaedei  kata toon anaisthhtoon kathaper ieraki tooi tuphooi kekhrhsthai/ contro gli insensati bisognava usare l’orgoglio  come sparviero  (Palladio, ibidem,46,4)!

Non solo donne ma anche monaci come Filoromo  decidono di fare viaggi a scopo religioso, nonostante espliciti divieti dell’imperator /autokratoor  che impone ai monaci di restare la dove sono e di non andare in città:  lui va ad Alessandria sulla tomba  di Marco e poi a Roma  sulla tomba di Pietro,  a piedi pezhi thi poreiai ( ibidem 45,4)!

Professore,  da Nitria ad Alessandria   può  essere, ma da Alessandria a  Roma, forse  ci vuole  anche un viaggio marittimo, altrimenti ancora Filoromo  cammina!

Marco, vuoi prendere in giro le parole di Palladio su Filòroomos e sulla sua venerazione delle reliquie di Marco ( ora  a Venezia!)  e quelle di Pietro (ora  sotto la chiesa di Domus Flevit  al Getsemani)?! E’ un vescovo, un’eccellenza anche lui ! Lascia perdere!.

La comitiva di Melania iunior è seguita, dovunque,  da moltitudini di uomini e donne ed è autorizzata nei vari passaggi da governatori che normalmente si prodigano come i paroikoi  delle stazioni di servizio, per provvedere ai bisogni degli illustri ospiti di passaggio:  devono dare sale ed alloggio, riparo dei carri,  cambio di cavalli ecc.

Tutti sono impegnati nell’accoglienza, anche se la domina ha già incaricati addetti a tale servitium ( nummularii argentarii, trapezitai , curatores, procuratores, muliones , fabri,  aurighi,  che hanno la funzione di organizzare l’iter, fissare le  tappe e stabilire le fermate con precisi punti di riferimento) oltre a  propri tabellarii che preavvertono la cittadinanza dell’arrivo della clarissima,  che, a volte, decide di far di testa propria  e sovverte ogni  precedente  accordo.

Si sa che prima di  arrivare in Palestina la nave si ferma ad Alessandria dove, effettuato lo sbarco, il gruppo è accompagnato in gran pompa da Didimo il cieco,  a cui vengono fatte elargizioni in denaro e mentre i tre  restano ad ascoltare le lezioni  di esegesi biblica  vengono dati regali al clero alessandrino,  vengono  impartite disposizioni  per inviare somme di denaro ai monaci del deserto ad  epitropoi, destinati alle divisioni.

Professore, se hanno migliaia di rematori e  un numero alto di navi, per loro non è un problema reperire carri per  portare viveri e denaro ai monaci di Nitria e di Celle?

Certo, Marco,  il gruppo porta già viveri imbarcati nelle stive delle navi onerarie a  Cartagine  e mezzi per sbarcare, oltre che servi  e serve, dame di compagnie, filosofi  arguti e letterati che rallegrano le serate a bordo  e poi  in città cenano nelle ville a Canopos  o  nella reggia di Lochias, presso il prefetto e la casa del patriarca Teofilo.

Il gruppo, data la ricchezza portata, e considerati gli epitropoi fiscali e gli agenti finanziari a loro servizio,  gestisce il traffico navale  e il commercio tra la Numidia e la Libia e tra la Cerenaica e l’Egitto  avendo il controllo delle  vie interne terrestri,  grazie ai milites  di scorta, ai carri usati per i trasporti  in modo da essere sicure dagli assalti di predoni, che sono numerosi, a detta del vescovo Sinesio (cfr. www.angelofilipponi.com  Il vescovo Sinesio).

Una cosa è certa, Marco: hanno sempre merci  da inviare  anche via terra oltre che  navi da trasporto a disposizione.

Viaggiando per la  Sicilia Melania iunior incappa in una tempesta ma si salva a Lipari con Piniano e la madre  dove gli abitanti, vessati  da pirati, sono liberati con somme ingenti di denaro. Da li i tre vanno in Africa e si stanziano prima a Tagaste dove conoscono Agostino vivendo non lontano dal vescovo Alipio,  che è andato loro incontro con il popolo ad onorarli e poi a Cartagine, dove il clero, benevolo verso di loro esagera nell’accoglienza.  Piniano  è costretto a diventare  diacono, in modo da avere la carica per fare da paciere tra i cristiani e  i donatisti e poi  concordare coi   pelagiani  lettere da portare da parte di Agostino e  dei suoi discepoli a Girolamo in Palestina, destinazione finale della comitiva.

La comitiva approda in Palestina a Cesarea Marittima forse  nella primavera del  413 , attesa da una folla di cristiani, pagani, ed ebrei, desiderosa di provare l’eupoiia di Melania iunior.

Da lì, le donne e Piniano  sono scortati  con tutti gli onori fino a Gerusalemme  per un centinaio di km, un tragitto, diviso in 5 giorni di cammino con fermate serali in località predisposte all’accoglienza per la clarissima, che naturalmente lascia segni del suo passaggio munifico.

Dopo le necessarie fermate, al quinto giorno arrivano a  Gerusalemme accolti come euergetai da  una folla che li ha  incontrati  a sette stadi dalla città  che unanimemente  festeggia i nuovi arrivati.

Non solo cristiani  cattolici o eretici (origenisti, donatisti,  pelagiani) ma anche pagani siriaci ed ebrei  li accolgono con le autorità politiche e religiose.

A  Gerusalemme  e dintorni vivono la loro vecchiaia  due uomini diversi per carattere, per formazione e per credo,  Girolamo e Pelagio, i destinatari delle lettere di Agostino portate da  Melania iunior, che dovrebbe fare da paciere col marito, tra le opposte fazioni. Melania è solo latrice di messaggi ? o ha compiti di placare l’uno e di invitare l’altro  già moderato, amico del patriarca  Giovanni,  ad accettare le  formulazioni degli avversari?!

Il primo  è irascibile,  intrattabile e polemico anche perché malandato in salute e  instabile di umore  per i dolori alle anche e ai fianchi, ma  è stimato, idolatrato  per la sua  sapienza di letterato e per la sua abilità  di traduttore oltre che  per l’acutezza nell’esegesi scritturistica.

il secondo è un monumento, un pitto gigante che torreggia  sugli altri,  pacifico nella sua solennità e moderato nei modi,  laico ed accomodante di  pensiero, che è semplice ed elementare: l‘uomo è peccatore ma non è segnato dal peccato originale di Adamo  con le conseguenze di una non necessaria venuta del Christos  e  di una natura, perfetta creatura di un Dio padre creatore.

Cosa può capire la giovane Melania di theologia in uno scontro  verbale tra Girolamo e Pelagio  e di fronte al patriarca  Giovanni  pelagiano? che può dire della situazione delicata in cui gli scontri, anche fisici,  si succedono tra le due partes antagoniste ?  cosa può fare se non mostrare i doni portati!   i banchi dei trapezitai  allestiti  con i  methorioi, che distribuiscono solidi, nummi  silique! o  l  viveri arrivati su carri, da distribuire ai bisognosi !?

Si sa che la sua azione non ha effetti perché poi  segue l’incriminazione di Pelagio, dopo poche settimane, che, però, si difende bene e  grazie alla sua moderazione non viene anatemizzato ma  viene considerato  christianos ortodosso  in quanto sembra accettare la theoria della grazia e del libero arbitrio  agostiniano,   nonostante la  recisa negazione del peccato biblico di Adamo.

Pelagio può perfino sintetizzare i  tre punti cardini del suo pensiero, dopo l’assoluzione del Patriarca : 1. bisogna lodare Dio che ha creato l’uomo e il suo libero arbitrio; 2. bisogna ritenere il matrimonio cosa santa perché gli appetiti sessuali sono  dono di Dio che, quindi, benedice la procreazione di esseri che non sono  certamente  contaminati dal peccato ad opera di genitori non trasmettitori di peccato originale; 3.  bisogna seguire la legge mosaica e gli insegnamenti del Vangelo, che  sono positivi.

Professore, so che Melania iunior  rimane per 22 anni a Gerusalemme e che alla fine della   vita incontra nel 438 anche Athenais Eudocia, la moglie di Teodosio II, che  va anche lei  alla ricerca delle reliquie di S Stefano e delle catene di S. Pietro, fratello di S. Andrea,  fondatore della chiesa di Costantinopoli.  Mi può meglio mostrare la situazione generale dell’impero nei primi decenni del  400  da me poco conosciuti, per potermi orientare non solo nei problemi cristiani ma anche in quelli politici e storico-socio-economici?

Aggiungo che so, comunque, che nei primi del 400 molti cives  fuggono sotto la pressione della invasione dell’ostrogoto Radagaiso  e poi di Alarico,   da Roma,   verso le coste campane prima e poi verso la Sicilia   e verso l’Africa ed infine verso la Palestina, come poi  fanno Piniano e le due donne ed ora cedo la parola a lei: sono tutto orecchie!

Ho , comunque, ancora un dubbio, professore: come una clarissima,  un’ambiziosa romana  possa da christiana umiliarsi  come già sua nonna Melania senior,  contendere  ed impelagarsi nelle questioni dottrinarie e nelle beghe  tra eretici ed ortodossi ed opporsi  ai pagani e agli ebrei,  tutti bisognosi della sua assistenza economico- finanziaria, compresi la chiesa romana, africana, gerosolomitana e lo stesso senato, in un momento come quello precedente e posteriore il Sacco di Roma?

Marco,  ti rispondo prima per chiarirti il dubbio  e poi ti faccio una sintesi storica :  la clarissima inquadrata da abati diventa discepola diligente, obbediente agli ordini,  regolata  dalla preghiera, fa digiuni, si sottopone ad esercizi di meditazione e di silenzio: solo a tempo debito , nell’ora stabilità può esprimere il suo parere, che si annulla di fronte all’esegesi dei padri,  che portano gli esempi e parabole di  un  Christos magister, da imitare  come modello inimitabile. Il passaggio  dallo stato  laico a quello eremitico e monacale,  specie per Melania unior, è segnato da tappe già durante  la fuga e nel viaggio  marittino e in quello terrestre: la donna è  ormai succube dei suoi confessori abati, che la catechizzano inquadrandola in un gioco retorico testuale incomprensibile,  nonostante la formazione enciclica  classica, per  inculcarle la necedsità di una ricerca spirituale della perfezione, come tipica del monaco: le sue parole sono versetti biblici imparati a memoria, ripetuti !il suo linguaggio è unicamente biblico!  E’ in questa  fase di apprendistato cristiano  elementare che i trapeziti e i curatori fanno le operazioni di passaggio a seguito di una scrittura firmata e sigillata dalla donna, controfirmata dal vescovo  che in nome della Chiesa ingloba i  beni privati al fine  di una prossima distribuzione  come se facesse uso di  un continuo testamento a seconda dei luoghi dove si trova Melania  in relazione ai possedimenti specifici della  domus Valeria.

Professore, lei ha accennato in varie opere ai tentativi della Chiesa romana di  impossessarsi dei capitali femminili e vedovili, ora con Melania Iunior abbiamo un tipico esempio,  proprio  negli anni precedenti e in quelli della presa di Roma da parte di Alarico, anche lui bisognoso di denaro, non essendo stato pagato per il servizio militare  dei visigoti prestato al senato romano né ricompensato con terre, entro i confini dell’impero, ma è ora che lei mi faccia chiaro il quadro del I decennio del quattrocento  e la politica di  Flavio Stilicone (360-408) e di suo genero Onorio (384-423)

Ti faccio una breve sintesi.

Dopo la battaglia del  Frigido  nel 394  contro Eugenio ed Arbagaste, Teodosio riunisce l’impero e, alla sua morte nel 395,  affida  l’Occidente con capitale Milano  ad Onorio, sotto la reggenza di  Flavio Stilicone,  un militare,  vandalo, nato in Germania da una donna romana, marito di Serena – sua nipote,  figlia di suo fratello Onorio- e l’Oriente con capitale Costantinopoli  ad Arcadio (377-408) sotto la guida di Flavio Rufino.

Per tredici anni la reggenza di Stilicone è positiva prima militarmente  per le vittorie su usurpatori come Gildone in Africa,  per il contenimento delle rivolte di bagaudi in Gallia, per le sconfitte inflitte  ai sobillatori in Aquitania e ai visigoti, già sbaragliati  e  confinati, dopo averli opposti  agli  alani e vandali.

La scelta oculata  poi  di  magistri militum come Costanzo – che dopo la sua morte sarà il rector  della Gallia  contro i Visigoti  e le altre popolazione  barbare, intenzionate a stanziarsi nel territorio romano- e di abili  tribuni militari è determinante per il mantenimento dell’ordine  anche in Britannia,  in Germania  e in Spagna.

Inoltre la politica di integrazione  barbarica  risulta proficua e  autorizza federazioni tra  alani e vandali, ed isola Visigoti ed Ostrogoti, ariani .

Infine il trasferimento della capitale da Mediolanum a Ravenna, permette una migliore difesa alla corte, che usufruisce della marina militare, del porto,  della difesa naturale settentrionale per gli acquitrini  del Po e della laguna veneta, nonostante  l’opposizione della classe senatoria romana, guidata da Olimpio  magister officiorum, che determinerà la sua sua stessa fine,  quando avrà l’appoggio del giovane Onorio, smanioso di gestire il potere assoluto.

Eppure Stilicone ha grandi meriti  per la sagacia di interventi militari prima contro Alarico sconfitto a Pollenzo e Verona, poi contro l’ostrogoto Ragagaiso ed infine  di nuovo contro lo stesso Alarico  salvatosi a stento nella guerra del Peloponneso, grazie all’intervento di Arcadio e  di Antemio-  ministro successore di Eutropio-  che  limitano il potenziale offensivo delle legioni romane occidentali reclamando il diritto orientale   di difesa della zona Greca in quanto pars constantinopolitana.

La fine di Stilicone e di Serena  determina  la  conclusione di trattati tra i barbari, che si accordano tra loro ed autorizzano la penetrazione in Italia di Alarico. Questi, insoddisfatto per la mancanza di pagamento di somme   richieste, avanza  e scende fino a Roma, la saccheggia e  prende come ostaggio la sorella di Onorio nel 410 Galla Placidia, poi data in moglie al fratello Ataulfo.

Costanzo inizialmente è sorpreso dai nuovi trattati barbarici e dalla situazione, creatasi in Gallia e in Spagna, poi controlla il ritorno di Ataulfo, dopo la morte di Alarico,  e la migrazione visigotica verso la Spagna e le lotte per il potere tra i visigoti che, con Vallia,  stabiliscono di riconsegnare l’ostaggio Gallia Placidia in territorio romano, avendo subito numerose sconfitte grazie agli auxilia dei Vandali, ora federati  coi romani: Onorio, allora, decreta di concedere la sorella come moglie  a Costanzo, che diventa imperatore ed ha come figlio Valentiniano III (419-455). Questi regna mentre hanno la reggenza Aspar e la madre Galla Placidia  e poi divenuto maggiorenne è sotto la tutela di  Flavio Ezio (390-454 ), il vincitore di Attila ai Campi catalaunici.

Professore, la ringrazio per il conciso quadro della  situazione  circa l’impero di Occidente, ma ho bisogno di capire anche quello di Oriente senza il  quale non posso seguire  le vicende di Melania iunior.

Ti accontento subito, Marco. Tu conosci bene la mia memoria!.

Arcadio  è un imperatore inetto, religioso e  pio, direi  bigotto,  secondo l’educazione ricevuta  da Arsenio (354.-450), contestato, ma  imposto con la forza  dal padre. Il piccolo, già imperatore, ha come precettore il diacono Arsenio suggerito a Teodosio da papa Damaso perché discepolo di Girolamo e studioso di Agostino, ottimo conoscitore della lingua greca. A Costantinopoli, Arsenio diventa senatore e consigliere dell’imperatore che spesso interviene durante la lezione del precettore che non tiene a freno il discepolo, punito dal padre spesso per le intemperanze, tanto da togliergli le insegne imperiali. Arcadio, condizionato dal rigore paterno e dalla pietas del maestro, sorvegliato da servi,  risulta un soggetto, incapace di decidere e senza auctoritas, fatalista, depresso  continuamente, succube delle donne del palazzo imperiale, una canna al vento! Lo stesso Arsenio, nauseato dagli intrighi di corte  abbandona averi e famiglia e gloria per rifugiarsi  in Egitto nel monastero di  Scete dove rimane per  oltre 40 anni.

Alla morte del padre, Arcadio ha come magister equitum Flavio Rufino e poi  il praepositus  sacri cubicularii  Eutropio, eunuco,  che gli impone come moglie Eudossia figlia del generale barbarico Bautone  amico di Gainas e regola a suo arbitrio gli affari di stato. Divenuto console nel 399  fa politica contro Stilicone  favorendo in Africa l’usurpatore Gildone per staccarla dall’Occidente, facendo incetta di ricchezze e di villae romane, aizzando i visigoti  a reclamare terre aquitane o  italiche.  Alla sua fine voluta da Eudossia e Gainas, forse favorito da Stilicone, intenzionato a  assoggettare la corte orientale,   Arcadio è dominato dalla personalità di Antemio, magister officiorum  per un decennio, che diventa console con Stilicone nel 405 con cui contrasta nella guerra del Peloponneso circa le zone di influenza  dei due imperi  ed è tanto potente da cacciare da Costantinopoli il patriarca Giovanni Crisostomo e da confiscare i beni agli ebrei e ai pagani.

Professore, la società romana di questi anni è in crisi sociale ed economica    e perciò i protoi  fuggono  dalle città,   dalla corte e da ogni centro, dove esiste la competizione, dove è possibile il saccheggio sia da parte di bande armate che da barbari,

La fuga di clarissimi comporta , Marco, uno spostamento  non solo di uomini ma anche di capitali mobili, oggetti, statue,  masserizie e di viveri  e di una moltitudine di  schiavi che seguono i loro padroni con ogni mezzo. A volte ha i contorni di un esodo, specie per le diverse funzioni degli schiavi, di  accompagnatori con titoli differenti,   a seconda delle mansioni svolte e delle professioni, anche di liberi  che con il loro patrimonio   seguono come pedissequi  perché  hanno protezione dai domini che viaggiano sotto scorta, avendo milites ed equites  che sono anche etairoi per i maschi.

Le donne con le carrozze, che  hanno con loro dame di compagnia   libere e   schiave,  sono al centro del corteo.

Per le merci di solito si usano i plaustra e  i sarraca  o  il carrus   trasportati da buoi  con due ruote a disco  e cerchioni di ferro, mentre le dame  vanno  con redhae e carrucae.

viatores liberi  di norma  sono alla fine  del corteo  e sono  seduti su panche  collocate l’una dietro l’altra con cuscini e  coperte dai pelle o  di lino.

I carri- essedum e capentum, specie il Cisium, che è un gioiello – dei patrizi sono di lusso ed  hanno decorazioni con bassorilievi  di bronzo o di argento, con sospensioni ad archetti di metallo e  con cinghie di cuoio, lodate da Plinio il Giovane e da Ammiano Marcellino nelle loro opere.

I carri , quasi tutti, hanno  un mulio, il vetturino  conduttore, e in caso di lunghi viaggi  i vetturini sono molti e devono  essere cauti e prudenti   e perciò procedono  lentamente ed arrivano dopo molto tempo e si rifocillano a spese dei clarissimi nelle taberne di servizio statali lungo le strade consolari se  ancora esistono. altrimenti hanno ognuno una sportula consegnata  dagli amministratori delle domus, alla partenza. Si conoscono muliones divenuti generali e consoli come Ventidio Basso o perfino  imperatori come Vespasiano.

Professore, in una tale società in cui i migliori hanno problemi di coscienza e sono obiettori  e si rifugiano nel deserto, i cacciatori di testamenti sono una piaga nel mondo latino, esecrata da scrittori di satira come Giovenale, ora sono  ancora di più accaniti  e  il clero della chiesa  cattolica ortodossa non è da meno.

Certo , Marco,  ora tutti i liberi, di modesta condizione finanziario-economica, già parassiti,  seguono i padroni in fuga  decadenti, malati. L’episodio del clero di  Cartagine con Piniano fatto diacono è eloquente: la stessa Albina  si adira non solo perché ancora spera che la coppia abbia un figlio come erede, ma anche perché nota l’avidità dei presbiteri  per il denaro liquido.

Quando poi Piniano decide di liberare – non si sa se in Sicilia o in Africa-  8000 schiavi  e- sappi che  solo un quarto di loro  accetta la manumissio perché gli altri preferiscono, data la situazione,  rimanere schiavi per godere dei vantaggi certi  della protezione dei Valeri domini, e restare nelle terre dove sono sicuri dalle rapine, specie in Italia e in Sicilia – sorgono molti problemi, non solo testamentari ma anche  di legittimità dei praedia, assegnati in relazione al lavoro  precedente nelle villae,  perché private di manodopera servile o perché risuddivise in porzioni più piccole per dare lavoro alle singole famiglie  di ex dipendenti, lasciate alla mercé degli amministratori dioichetai  che hanno fatte le assegnazioni.

Immagina gli screzi   e le lotte per i confini tra i nuovi  padroni di terre  sottratte al latifondo, assegnatari, che ora devono fare ogni cosa per conto proprio  e provvedere perfino alla difesa dell’ ager !

Non è uno scherzo liberare contemporaneamente e fare l’affrancamento di 8. 000 schiavi.

Ci sono precisi rituali da  seguire, leggi a cui sottoporsi, tributi da pagare  prima di affrancare uno schiavo: c’è una fila di burocrati avidi che vogliono denaro.

Bisogna che ogni schiavo, specie se verna, uno nato in casa del padrone,   vivente col suo nucleo familiare, abbia una sicura dimora  e  sufficiente vitto e denaro  per sopravvivere inizialmente e  un rapporti con altri, che devono fare da  tutori.

Per gli amministratori   il caso di evergetismo e  di  liberazione collettiva è  un’azione statale e  quindi già  predisposta nei minimi particolari, ma, ora,  siccome si tratta di un’ opera di una singola famiglia l’incarico è del magistrato superiore della zona, in cui si trova l’esecutore  dominicale e diventa una prova di efficienza operativa  di lunga durata, di cui ogni  dioicheths sottoposto  deve rispondere  alla civitas di appartenenza. Si procede, comunque, come in una fase testamentaria :Infatti ci sono tre forme di manumissio- vindicta , testamento, censu -( cfr M . Marrone,Manuale di diritto privato romano, Torino 2004).

Tutte  e tre  le forme  sottendono la presenza di  un magistrato, (praetor propraetor , consul,  proconsul  o delegati), che con una virga  ( o lui o un suo littor)  colpisce lo schiavo da liberare . Segue  una lunga cerimonia  che avviene, come in caso di un dominus defunto, che ha  nominato erede  nel testamento  l’uomo  che, oltre alla libertas, avendo   nomen e fondo terriero,  è iscritto  tra i cives che devono  pagare  –apographh  iscirizione-   come contribuente censito  (apotimhsis ).

Marco ,  ti consiglio di  rileggere alcuni miei lavori  sul censimento  (la nascita di Gesù Cristo in Jehoshua o Iesous?  Maroni 2003) e sulla liberazione di schiavi da parte di dominae  lo  studio di   Fela Consolino ( Il monachesimo femminile nella tarda antichità, in Segundo Seminario sobre el monacato. Monacato y sociedad, Aguilar de Campo 1989, pp. 33-45.) oltre a  quello di Sante o patrone? Le aristocratiche tardo antiche e il potere della carità(, «Studi storici» XXX 1989, pp. 969-991).

Grazie professore, lo farò.  Ma, sentendola parlare ho pensato quanto sia difficile parlare  di verità.   Le chiedo un parere su quanto   dice  Paolo Mieli  in un suo libro  in cui  tratta di verità indicibili, verità negate  e verità capovolte.

Noi,  Marco,  in effetti, possiamo dire la  stessa cosa per quanto riguarda la storia del  monachesimo e di tutto il primo cristianesimo. Inoltre abbiamo sempre detto  che non esiste verità assoluta ma vediamo solo porzioni  di essa ed abbiamo rilevato il paradosso, opponendo – non negando -le risultanze  storiche  al dogma  conciliare, e a  volte abbiamo perfino capovolto la parola di Dio in quanto non supportata da documenti ma solo dalla fides del credente, che crede senza ragionare.

Comunque, le nostre verifiche ci dànno risultanze diverse e differenti  da quelle cristiane: non possiamo nemmeno dare criteri nuovi  di lettura critica  e valutazione, ma solo arrivare ad una scettica  sospensione di giudizio, in attesa di prove probanti  numismatiche, archeologiche, epigrafiche, convinti di dover fare un imponente lavoro, con selezioni e aperture verso altre fonti, di ricerca e di studio su  Evagrio, Rufino e Palladio, Ambrogio, Girolamo, Agostino  Paolo Orosio, Giovanni Crisostomo,  Pelagio, Nestorio   e altri in modo da chiarire  ogni parola del loro pensiero, senza preconcetti religiosi,   strettamente legato ad un  definito contesto,  in quel  preciso cotesto,  relativo ad una situazione ed a un episodio  reale storicizzato.

Noi, desolati e sconfitti,  abbiamo concluso   che ci troviamo a cercare un ago nel pagliaio!.

La storia cristiana non è storia, ma una sorta di toledot ebraica una sequela di generazioni di santi uomini e sante donne che hanno operato per il bene della comunità ecclesiastica in opere e pensiero divenendo maestri e modelli di vita, in quanto conformi al credo dogmatizzato nei concili di Nicea e di  Costantinopoli,secondo il sistema ebraico di giustizia e di oikonomia divina.

Le sono grato per la spiegazione e la prego di vedere con me  un altro esempio di fuga. quello di Rutilio Namaziano, che permette di leggere il sacco di Roma da altra  angolazione, quella  pagana.

In questo modo il saccheggio di Roma di Alarico, non è punizione di Dio,  la fine del mondo  come dicono  i cristiani che attendono  il ritorno del Christos. Diverso è invece il commento di Rutilio Namaziano un pagano di Tolosa ex prefectus urbi che nel 414 decide di tornare a casa in Gallia e fa un viaggio  per via terrestre e marittima e si accorge della rovina del’impero  non solo per la presenza barbarica ormai normale nel  kosmos romano,  anche per il cambiamento straordinario  di morale dei cives, non più quirites,  impegnati nel negotium, a conservare il diritto e il tradizionale  sistema di impostato sulla familia, sulla civitas,  sulla pietas  degli dei  e quindi  sui principi del pater familias, di matrimonium, di concordia, societas,  pax , sulle virtutes cardinali  (giustizia fortezza prudenza e temperanza).

La fuga dalla famiglia e dalla civitas  è una necessitas ma non la fine del mondo pagano e  della suoi valori:  il cristianesimo è barbaries, perché nega la vita stessa, la  dimora consociata terrena, la  comunicazione umana.

Professore, Rutilio è lo scrittore  di   urbem fecisti quod prius orbis erat?
Certo, Marco è lo scrittore che  rileva il valore dell’individuo  faber della propria fortuna  e che  celebra la sua creativa forza seppure di  creatura mortale, che opera per l’eternità di Roma  e che  vede esattamente la funzione civilizzatrice  della Romanitas , capace  di creare  di tanti popoli un solo popolo, di dare unicuique suum, di rilevare il sole  del paganesimo, inteso nella sua vitalità di  sesso ragione e natura, opposto alla tenebra del cristianesimo come  ritorno alle grotte, come  fenomeno non filantropico, fatto  in nome di una promessa futura di un Paradiso celeste,  da un Dio padre che ha mandato il figlio sulla terra per essere ucciso e  per redimere col suo sangue l’uomo da una colpa di un progenitore. Alla condanna  dei cristiani accomuna la stirpe dei  giudei  che sono  persone  che accorciano i loro genitali  avendo un dio molle e sfinito,  e che dedicano il sabato al letargo e all’ozio: secondo lui  Fortunatamente, però, grazie a Pompeo e Tito, i giudei sono stati sottomessi, ma adesso il popolo vinto opprime i vincitori!

La rabies  è in adesso  cioè per il  momento di  crisi di cui approfittano giudei e cristiani  per opprimere i vincitori!

Tutto questo sottende l’invettiva contro i monaci di  Capraia e di Gorgona ( De reditu suo  I, 439-452 )  in cui  dopo aver mostrato l’isola – piena di uomini  che  si dicono in lingua greca monaci- squallida per la presenza di viri che, temendo i beni della fortuna, ne paventano i danni , risultando esseri infelici  di propria volontà per non essere infelici.

Squalet lucifugis insula plaena viris /ipsi  se monachis  graeco cognomine  dicunt/ munera fortunae metuunt, dum damna verentur/  quisnam  sponte miser, ne miser esse queat?

C’è la rabies del pagano che cerca di essere felix ogni ora e giorno della propria esistenza ,che deve constatare  la presenza di uomini che, avendo un cervello perverso, rifiutano la fortuna e  fuggono la luce  come se fossero ergastolani destinati a scontare le proprie malefatte.

Un giudizio cosi anticristiano  acuto e reale, sottende non solo la condanna morale del christianos, ma  anche la sua indegnità di  civis romano, simbolo del kosmos, pars dell ‘armonia universale.

Ho letto solo in alcune pagine dell ‘opera dell’imperatore Giuliano, bollato come apostata, una così radicale negativa valutazione  del cristianesimo, del clero e della ecclesia. 

Rutilio  nel vedere la rovina di monumenti  e dell mura cittadine, l’incuria delle vie consolari e l’abbandono del servitium nelle  paroichie , l’impraticabilità delle stesse vie marittime per l’assenza della flotta nel Tirreno,  non può non dire della sua rabies nel suo ritorno in Patria,  mentre ancora i milites di Ataulfo razziano le contrade   tosco-liguri, devastando levia  regioni percorse dalle vie Aurelia e  Cassia.

Il cristianesimo per lui  ha  la magia di Circe ma  è peggiore della  maga che  cambia uomini in bestie perché cambia e stravolge l’animo umano!

La fuga e la vita nuova da  santa di  Melania maior  e minor, se lette dall’angolazione dello scrittore pagano,   potrebbero essere rovesciate  e capovolte ed avere un altro significato come di dominae lucifugae e Piniano, come  animale selvatico che si rintana nelle grotte, un miserabile civis attardato  e retrogrado, vile vir degenere!  il pagano tolosano  ex prafectus urbi  del 414, seppure in fuga, un  gallo,  ha integri i valori eterni di Roma  ed è autentico vir romanus, che condanna i christianoi come responsabili e  corresponsabili della rovina dell’impero, insieme ai barbari, che scorrazzano impuniti in territorio romano!

La voce di Claudio Claudiano 370-404) un alessandrino venuto a Roma , un poliths/civis integrato, bilingue, amico degli anici, legato alla corte   occidentale  di Onorio e di Stilicone  è espressione invece del sistema cristiano retorico più avanzato.

Infatti Claudiano celebra  con panegirici encomi e ipotalami i membri dell corte , indifferentemente Onorio  e Stilicone (moglie figlie) ommaggiando tutti , nonostante le lotte interne,l i capricci delle donne , gli scontri tra il reggente e il giovane imperatore, gli intrighi dei protoi,  le contraddizioni e le ambiguità del discorso cortigiano in cui i prelati   christianoi sguazzano  con la loro bizantina perfidia, coordinata da Roma,dal senato e dal pontefice che hanno loro rappresentanti (spie)a Ravenna.

C’è lode per Stilicone e la sua politica e  per le sue imprese; c’è esaltazione del  giovane imperatore; c’è elogio di Serena   e delle sue figlie ; non c’è nemmeno l’ombra di una controversia tra genero e Suocero, neanche di un possibile litigio tra genero e suocera, Questa  è arte alessandrina, secolare! Espressione concreta sono  De bello Gildonico,  De nuptiis Honorii et Mariae  e Laus Serenae!Questo è Claudio Claudiano!

Anche Palladio uomo di corte a Costantinopoli non è dissimile da Claudiano .

il cortigiano ha eguale linguaggio, dovunque c’è una corte !Palladio, discepolo di Giovanni Crisostomo funzionario di  Teodosio II e  vescovo di Elenopoli, dopo il periodo monacale passato in Egitto con Evagrio, è  espressione tipica del clero costantinopolitano Cristiano integralista  anti-pagano e specie anti- ebraico come il suo maestro!

Senti, Marco, come Palladio racconta l’invasione dei Goti paragonandola ad una tempesta barbarica /thuella tis barbarichh : il monaco mostra che la provvidenza rovescia  l’ordine dello cose volendo  persuadere gli increduli e tutte le  altre famiglie che, cadute in  prigionia, si salvano solo  per lo slancio di Melania  perché si erano offerte in olocausto al signore  (olokautoomata ginomenoi  tooi kuriooi). 

Nota bene, Marco, la ricompensa del signore a Melania : salvare solo chi ha bruciato se stesso e le sue sostanze come vittime consacrate per il totale annullamento (ibidem 54,7).

Quindi, professore, secondo lei il monachesimo vuole l’olocausto, desidera che brucino l’uomo e il mondo,  come se attendesse l’ekpuroosis  origeniana  (cfr www.angelofiliponi Apokatastasis ). Ora, però, prima di concludere il nostro discorso aggiungo che  mi sembra di aver compreso qualcosa  sul contesto ravvennate  e  romano ma non capisco come viene coinvolta Serena la moglie di Stilicone nella fuga di Melania e nella spartizione del patrimonio dei Valeri.

Marco, siccome il senato romano  si oppone alla alla vendita dei beni e alla elargizione alla chiesa romana  avendo preoccupazioni per le richieste di denaro di Alarico, Melania iunior invia a Ravenna  lettera ed amici  a Serena  moglie di Stilicone e  chiede il suo intervento tramite il marito e l’imperatore stesso .

E’una commendatio ,Marco, con richiesta di lasciare integra la potestas  al pater familias cioè a   Piniano  che ha anche la dote di Melania!.

La patrona  Serena (370-408) interviene con un’interpellanza giuridica al senato  che non ostacola più il pater familias nella gestione del proprio oikos, nonostante le lamentele di alcuni senatori le cui mogli sono parenti di Melania.

Sappi che Serena è donna imparentata con Teodosio I in quanto figlia di suo fratello Onorio,  allevata dall’imperatore fin da bambina  a corte, come figlia.

La donna è altezzosa  anche se cristiana, bigotta, formale, tanto da desiderare  di essere sempre la prima in mezzo alle altre dominae. Col matrimonio voluto dall’imperatore  con Flavio Stilicone, capo del pretorio,  assegnato come difensore dell’occidente al figlio Onorio, minorenne,  la donna diventa  reggente dell’impero  col marito ed è avida di ricchezze, di brillanti e gemme. di pelli, pellicce, porpora

Serena, pur celebrata anche da Claudio Claudiano  in una Laus  è cristiana egoista, intrigante e permalosa, anche se è alonata da maestà imperiale specie dopo il matrimonio di Maria con Onorio. Non è  matrona, tipo Cornelia figlia di Scipione, che  mostra alle amiche i  figli come suoi gioielli !

Zosimo in Storia nuova V,28 , la descrive come  empia e sacrilega:  entrata nel tempio di Vesta, vista una collana  appesa al collo della dea gliela tolse e se la mise. Una vestale anziana  l’accusò d empietà  ma lei subito la insultò e la  fece cacciare dal suo seguito La vestale le a  pronunciò terribili maledizioni contro Serena, suo marito  e i loro figli.

Lo scrittore scrive che la maledizione si realizza compiutamente e su Stilicone e su Serena e sui tre figli (Eucherio, Maria e Termuzia).

La donna  infatti per ordine  del Senato è giustiziata come traditrice di Roma e  suoi beni confiscati risultano  smisurati:  La vendita di proprietà è  messa in relazione  ad un parziale incremento, seppure momentaneo,  dell’economia  dell’impero d’Occidente, in un momento critico finanziario, in cui  il senato ha necessità di risorse monetarie per finanziare gli eserciti e combattere i Goti, di Alarico. che fa il sacco di Roma.

Sembrar infatti che  sSerena  per al sua raccomandazione  prenda una  percentuale  da Piniano che la paga agli epimeletai imperiaIi ,di cui non si conosce l’entità ma non si dbaglia di molto se si indica il  10% sull’intero capitale  dei Valeri venduto: il senato, comunque, dopo lo sterminio della familia  di Stilicone, recupera il denaro  in quanto la donna è rea di  tradimento.

Melania conosce la tragedia della famiglia di Stilicone, ma già essendo in  fuga.  non sembra mostrare alcuna compassione né per  Serena né  per i figli, suoi amici: è una cristiana apatica  verso il prossimo, tesa solo più alta spiritualità,  alla teleioosis!

Nei tre anni di fuga  408-411 sembra sotto l’influsso di Tirannio Rufino che  la segue fino alla morte in Sicilia nel 411 godendo dei vantaggi della  protezione di una  munifica clarissima, che passa da una villa ad un’altra e fa brevi tragitti marittimi lungo costa .

Professore ,mi può brevemente dire qualcosa di Rufino di Aquileia   personaggio, discusso,  amico a lungo di Girolamo separatosi poi solo per la questione origeniana ed inimicatosi  per il colpa del pelagianesimo. E’ davvero un buon  traduttore del pensiero origeniano ? Io ho letto i Principi (cfr I Principi a cura di M simonetti, Utet 2010)e devo dire che la traduzione di Rufino del  Peri archon è certamente   letterale e riproduce il pensiero di Origene  anche se tende  più a leggerlo che ad interpretarlo,avendo sacro il compito difficile del tradurre

Preciso che non o ho fatto  mai un lavoro  specifico su di lui che comunque ritengo uomo serio,certamente scaltro come ogni ecclesiastico, abile perciò a mantenere stretti i legami coi protoi coi quali  sa  vivere mantenendo la propria dignità.

Concludo dicendo  che un donna semplice come Melania  non può non essere suggestionata e presa dal fascino ascetico  di Rufino, tanto abile da farsi rispettare anche da Girolamo e da Damaso! anni fa ho scritto sul rapporto stretto di Olimpiade con Gregorio di Nazianzo e  su quello ancor più profondo e misterioso con Giovanni Crisostomo , cosa può opporre una giovane  a theologoi   di tanta cultura, capaci di essere i  pilastri  del pensiero cristiano  e di esserne quasi i padri ?

Allora professore, possiamo dire che nulla le sante cristiane possono  di fronte alla theologia e alla cultura  di uomini superiori, specie in momenti di  crisi politica  militare  oltre che economico-finanziaria, se non  seguire i comandi della Chiesa e lasciare inglobare il loro patrimonio.

Di questa politica di inglobamento delle ricchezze d femminili  e del plagio di coscienze  giovanili  c’è  condanna da parte del gruppo di pelagiani  che con  Celestio, con  Cassiano e con Giuliano di Eclano avrà successo  in Gerusalemme e poi  a  Costantinopoli, dove  ci sarà anche  l’appoggio di Nestorio stesso.

Sono tutti uomini che vogliono una chiesa povera  in cui il sacerdozio non abbia quella  preminenza sui laici   che deriva  dall’organizzazione verticistica e in nome di Dio e dell’imperatore

 

 

Luca e il vissuto reale di Gesù

Marco, secondo te, Luca,14,25-33, scrivendo dopo oltre 40 anni dalla morte di Gesù, può darci col suo Vangelo segni della sua professione e della sua regalità, riportando paradigmi, come esempi di un maestro morto in croce, che chiede  di essere seguito dopo aver  espressamente  detto di odiare/misein la madre, il padre, la moglie i fratelli e sorelle e perfino la propria vita?

Non è facile rispondere.  Comunque, ognuno di noi, scrivendo dopo anni  dall’ evento,  può immettere nel discorso  il proprio vissuto  per convalidare un’idea come richiesta di un amore sublime,  straordinario, in modo da concretizzare il proprio pensiero, specie se connesso con un evento doloroso e traumatico come una crocifissione .

Lei direbbe che ciascuno  referenzia  a seconda dell’esperienza fatta.

Dunque, Marco, l’invito ad amare  può avere maggiore rilievo se accostato all’ accettazione del cristiano  di  prendere la propria croce  come discepolo del Christos,  già  cambiato in Rabbi,  e di conseguenza  può provocare una memoria del passato con rievocazione del proprio reale vissuto e la decisione di lasciare il mondo e i beni terreni, per iniziare un cammino di perfezione?

Per me è possibile e probabile. E’ possibile  perché il  discepolo ha preso la croce, come simbolo, che all’epoca  ancora era espressione  di morte dolorosa,  come lei ha ben spiegato in Crucis ofla /pendaglio da forca  ed ha lasciato famiglia e il patrimonio familiare, facendo scelte  decisive; è probabile che Luca nella sua scelta Christiana  abbia riferito le parabole  proprie del mestiere di Tekton- connesso con l‘oikonomia  gestita da un capofamiglia  – e di un Basileus /Maran con la sua politica militare. Si aggiunga che  Luca scrive riprendendo Marco e  Matteo, i quali con Paolo hanno creato il mito della croce e del crocifisso, tipico del christianos antiocheno, discepolo  del Christos, figlio del Padre, redentore  del peccato originale dell’uomo, ora rabbi, esempio di perfezione  da seguire nella rinuncia  alla famiglia  e agli averi  come sciolto dai vincoli terreni per cercare la vita nella Contemplazione.

Quindi, anche tu, Marco, ritieni che Luca abbia nel suo sondergut, oltre al materiale  della sua tipica  formazione anche  il ricordo di un Gesù kain/tekton  e di un Gesù maran/basileus?

Lei si riferisce al suo articolo Qual è il “sondergut” di Luca e quale quello di Matteo?

Si.

Penso che il Gesù maestro rabbi di  Luca sia figura costruita, sotto cui  c’è la vita di un reale personaggio aramaico  che ha svolto un mestiere e che è stato re per cui  talora nei suoi logia compare qualche elemento del prototipo originario.

Nel tentativo di  spiegazione si  sottende  nella parabola il reale pensiero di un uomo che porta la propria esperienza: i due  esempi  propri di un  mastro e  di un re potrebbero rivelare due aspetti della vita di Gesù.

Infatti il rabbi lucano chiude il suo discorso dicendo: chiunque di voi non rinuncia  a tutti suoi averi, non può essere mio discepolo ed aggiunge  come paradigmi  la parabola della torre  e quella della guerra  (ed infine quella  del sale , di cui ho giù parlato altrove).

Professore, non ho presente il testo, me lo può  citare? per lei non è uno sforzo!

I parabola: chi di voi volendo costruire una torre  oikodomhsai purgon non si siede e  fa il preventivo della  spesa/ bastazein dapanhn  per vedere se ha abbastanza  per portarla  a termine/ektelhsai- un apacs legomenos lucano-? gli potrebbe succedere che non potendola finire, i vicini lo deridano dicendo: ha cominciato ma non gliel’ha fatto a finire

Professore, il fatto che lei mi ha messo la traduzione dei termini significa che io mediti sui due sintagmi ( quello sull’oiKodomia  purgou e quello su bastagh dapanhs/ onere di spesa) per capire il pensiero di chi costruisce  e quello  del datore di lavoro-  che prima di iniziare calcola ogni cosa, timoroso  di  essere deriso e dagli okoidomoi e dalla gente comune se deve interrompere l’opera per mancanza di denaro-. Pur meditando e pur comprendendo i termini  non riesco, comunque,  a capire completamente il motivo reale di tale puntualizzazione. Vuole dire che Gesù, essendo un mastro, sa bene che prima di impegnare i suoi uomini nel lavoro, deve avere la sicurezza del pagamento!? Non si può spostare una massa di uomini  se il committente non è affidabile! Sembra che lei vede più dall’angolazione dell’imprenditore edile che da quella  del committente. In epoca romano-ellenistica, le grandi opere sono statali – così ci ha sempre detto- specie in Giudea dove Erode e i figli e nipoti sono committenti, che si servono di manodopera  locale, qainita. Perciò  la costruzione di un purgos rientra in questa logica: il pagamento è sicuro!

Marco, mi  basta che tu abbia meditato, anche se ci sono altri elementi come puoi rilevare nella II parabola, che ti  preciso:

O quale re / basileus  che sta sul  punto di partire  in guerra contro un altro, non siede prima per studiare se con 10.000 uomini è possibile fronteggiare uno che gli viene contro con 20.000 uomini. In caso contrario, quando l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria/ presbeia per chiedere le condizioni di pace.

Professore, lei  da quanto detto  vorrebbe pensare che Gesù, essendo un maran federato con la confederazione parthica, antiromana,  potrebbe aver  meditato sull’impresa di Lucio Vitellio, inviato nel 35 da Tiberio  a punire Artabano III e i suoi alleati   ed aver deciso, vista la preponderanza delle forze nemiche, di inviare una ambasceria  al legatus,  che subito dopo  fa il trattato a Zeugma  con re dei re,  avendo già  predisposto un esercito per l’assedio di Gerusalemme?

il Gesù maran davvero professore potrebbe aver fatto questi ragionamenti per evitare  che la città fosse presa per la terza volta in un secolo?

Marco non posso dire niente. Questa stessa lettura è già una interpretazione su supposizioni: non ci sono prove di nessun genere. La storia romana e cristiana  ha tràdito  questa lettura, di secolo in secolo, vera e alonata, santificata  dal tempo stesso. Chi crede in Gesù figlio di Dio, redentore,  morto per i nostri peccati e risuscitato,  spera in un premio eterno e non deve meditare e riflettere: è spirito innocente, che segue la tradizione secolare della Chiesa e la parola di Dio – Spirito Santo- dei Vangeli canonici.

Siamo noi storici non credenti che dobbiamo ricercare, studiare, portare prove  per dimostrare la non storicità dei fatti, l’inesistenza delle parole di Dio/logia, la falsificazione di un quinquennio  32-36 con la cancellazione di un Malkuth: un lavoro impossibile  per un uomo rispetto alla straordinarietà e continuità di operazioni fatte da una communitas ecclesiale  col contributo, col sacrificio, con la tradizione di un’intera esistenza  di tanti uomini e donne,  menti sublimi christiane, votate a migliorare e a potenziare  il pensiero  di base apostolico, apologetico, dottorale, patristico  della  Chiesa Santa  Apostolica Romana,  una costruzione romano-ellenistica imperiale, collegata con l’imperium romano occidentale ed orientale, costituitasi come imago di  civitas dei con auctoritas e potestas   divina, superiore ad ogni autorità terrena,  grazie alla presenza del pontefice, legittimo rappresentante del Christos,  nomos empsuchos.  

Troppi santi martiri e confessori ha la  Chiesa!professore,quanti papi e re, conti e e vescovi  sacerdoti e laici!  e quanti monaci!

Il nostro lavoro è vano, vanissimo: la ricerca di un ago in un pagliaio...immenso !.

GAIO VIBIO MARSO

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Prospectare iam se acrius servitium, eoque fugere simul acta et instantia/ già prevedeva un duro servaggio  e perciò fuggiva i mali passati ed insieme i futuri.

Professore, per anni lei ha parlato e discusso con me su vari argomenti e  problemi  ed insieme abbiamo tirato delle conclusioni. Ora, invece, vorrei io fare domande,  come per una intervista infinita,   a lei, per me, un grande storico e linguista.

Marco, tu sei come un figlio e, perciò, mi  vuoi bene e stimi  me storico (e perfino grande!) e mi giudichi un linguista; sappi che non ho mai avuto alcun riconoscimento ufficiale di nessun genere  e non ho titoli specifici  accademici,  lascia stare  ogni tipo di definizione!. Comunque, la tua idea d’intervistarmi mi piace e solletica  il mio orgoglio di vecchio-bambino.

Sono anche io felice  e comincio.

Vorrei iniziare la mia intervista a lei, esperto di storia giudaico-romano-ellenistica  con una domanda sul rapporto tra il re Giulio Erode Agrippa I e il governatore di Siria  Gaio Vibio Marso per sapere  se un magistrato romano vale più di un re locale, socio dell’impero romano.

Mai mi sarei aspettato una domanda di tal genere! Comunque,rispondo

In epoca repubblicana, certamente, non c’è paragone tra il potere di un magistrato romano  come Popilio Lenate che  può intimare al re seleucide Antioco IV di Siria, uno stato indipendente, intenzionato ad invadere l’Egitto senza autorizzazione senatoria,  di decidere prima di uscire dal cerchio, da lui fatto intorno alla sua persona.  Che dire poi di  un uomo del  tipo  di Ventidio Basso, un ex mulio piceno,  un legatus  col mandato di riordinare il confine orientale eufrasico  per conto del triumviro Antonio,   che è  guida arrogante  e che  impone tributi  e chiede  viveri a re  come Giulio Erode, legittimamente nominato da Roma?. Uno che comanda su un territorio di quasi un milione di km quadrati ed ha un esercito di oltre 120.000 uomini  ha sotto di sé re e reguli, despoti e signori,  che obbediscono come tribuni  militari con il loro piccolo contingente militare, poiché ha un potere straordinario!.

In un  periodo di pace non solo i governatori romani ma anche i cives di prestigio, di passaggio, hanno diritti maggiori di quelli regali locali.

In epoca imperiale  i magistrati sono funzionari statali  di nomina senatoria  o imperiale: quelli, nominati dall’imperatore in regioni chiave come Siria ed Egitto e Giudea sono elementi fedelissimi  e rappresentano l’autorità centrale e hanno potere  di vita e di morte (propraetor  /proconsul cum iure gladii) – cfr.  A.F. ,Un prefetto tiberiano -.

Dunque, nella contesa tra Agrippa e Marso, giuridicamente ha ragione il governatore.

Infatti  Marso  può pretendere che  Giulio Erode Agrippa vada ad incontrarlo a 7 stadi dalla città  e che non si può essere seduti, anche se il re sta  emettendo giudizio in tribunale davanti ad un pubblico, anch’esso seduto!. Cfr. Flavio, Ant. Giud., XIX,340.

Marco, l’imperatore considera il governatore di Siria come il garante della zona eufrasica e di  tutte le regioni  limitrofe insieme ai re filoromani, che, comunque, pur autonomi, devono essere  sorvegliati.

Perciò, Marso ha anche funzioni ispettive,  anche se Agrippa è considerato da Claudio un fedele  re,  civis iulius, fratello di latte, praetor, confederato con Roma.

Si può , quindi, dire che  c’è un diverbio giuridico da cui poi deriva inimicizia tra i due protagonisti!. Mi può parlare, ora, della figura   e della carriera del  magistrato Marso,  che io mi immagino  come politico serio,  teso al bene dell’impero, scrupoloso  e fedele servitore dello stato e di Claudio?.

Certo. Ti dirò quel che so.

Si  ritiene che Vibio Marso  sia un romano, degno di onore, plebeo: non si sa se la sua familia derivi da  Gaio Vibio Postumo, proveniente da Larino,  – che è consul suffectus  nel 5 d. C. , proconsul in Dalmazia e poi in Asia, morto forse nel 20 d.C ( cfr.  Velleio Patercolo II,116,2) -o da altri  ceppi di Vibii, quello di Vibio Pansa – la  stirpe nel I secolo av. C. già ha notevoli personaggi e poi nel III secolo d.C. avrà due imperatori!-.

DI Marso si sa che segue in Germania nel 15 d.C.  Giulio Cesare Germanico e che dopo il suo trionfo nel 17, fa parte della cohors praetoria del dux che ha l’imperium proconsulare maius  col mandato di  ripristinare l’ordine turbato da  Artabano III, re  dei re dei parthi, che, facendo una politica messianica,   a seguito della morte  di  Archelao di Cappadocia, di Antioco di Commagene  e di Filopatore di Cilicia,  pensa di poter unire nel nome del Christos le varie popolazioni aramaiche  ebraiche, legate tra loro da vincoli di sangue e da religio con quelle transeufrasiche mesopotamiche della stessa lingua.

Probabilmente Marso segue il dux  in Armenia, dove  Germanico elegge re, ad Artaxata,  Zenone, pacificando l’Armenia minor dopo aver concluso  un trattato con lo stesso Artabano.

E’ al suo seguito quando annette all’ imperium romano la Cappadocia  e congiunge la Cilicia alla Siria,  di cui è  governatore  Gneo Calpurnio  Pisone, uomo di fiducia di Tiberio, ostile a Germanico.

Forse non sverna col dux in Egitto, dati i divieti augustei per i senatori romani, e rimasto ad Antiochia, rileva la politica  di Pisone  contraria a quella di Germanico e lo accusa di veneficio.

Morto Germanico il 10 ottobre del 19, dopo la decisione unanime di cives e dunatoi/potenti di Siria, concordi con la vedova e la famiglia,  di riportare le ceneri del dux in patria, sorge la questione  della reggenza provvisoria della provincia di Siria, dopo la fuga di Pisone a  Roma, richiamato da Tiberio per l’accusa di veneficio.

Marso,  pur avendo  diritti  pari alla successione al titolo di Ths Surias  epitropos  come Senzio Saturnino, comunque, cede  all’insistenza  del collega, solo per anzianità di servizio. Tacito  ne parla in  Annales,II, 74 : et ceteris modice nisis inter Vibium Marsum et  Gn. Sentium  diu quaesitum; dein Marsus  seniori et acrius tendenti Sentio concessit.

Mi complimento per la memoria e chiedo di seguitare: è un piacere sentirla!.

Dunque, Marco, sembra che  Marso sia nominato proconsole di Africa dal 27 al 30, in epoca seianea e quindi dovrebbe essere considerato un tiberiano, di pars Claudia, contrario ora ai figli maggiori di Germanico,   Cesare Nerone  e Druso,  e alla moglie Agrippina, che sono a capo della pars Iulia, perseguitata.

E’ questo, professore, un momento durissimo  per il partito Giulio quando Seiano ha potere assoluto e  fa condannare i suoi nemici, cosa che lei ho mostrato in Caligola il sublime.

Certo, Marco. A Roma, assente Tiberio che  vive a Capri, le due partes si scontrano e  prevale la pars seianea con uccisioni, confische di beni e col giovanissimo Caligola  che corre il pericolo di vita. Marso, essendo  nominato da Seiano, ne è anche un partigiano.

Tacito  parla   di Marso ancora in  Annales VI, 48  riferendosi,  però, all’anno 37 poco prima della morte di Tiberio, quando allora domina  Macrone – il pretoriano che ha  determinato la fine di Seiano- e tratta dell’ accusa di Albucilla, moglie di Satrio Secondo, un cliens di Seiano che aveva incriminato Cremuzio Cordo come reo di aver lodato Bruto e definito Cassio l’ultimo dei romani (cfr. Annales,IV 34).

La donna, già amante di Gneo Domizio, Vibio Marso e Lucio Arrunzio, li incrimina  davanti a Macrone allora ministro onnipotente che, legato a Caligola, già nominato successore con Tiberio Iunior,   chiude  un occhio sulla relazione del principe  con la moglie Trasilla.

Una bella tresca!  e chi sono Gneo Domizio e Lucio Arrunzio?

Il primo, Marco, è uomo di stirpe imperiale – in quanto figlio di Domizio Enobarbo e di Antonia maior, figlia di Ottavia, la sorella di Augusto-  console nel 32  e marito di Agrippina minor da cui nasce Nerone cioè Domizio Enobarbo proprio nel 37.  Il secondo è console nel 6 d C., citato varie volte da Tacito, che ne fa un eroe  e un profeta in Annales VI.48,2  per aver preferito morire piuttosto che vivere pazientando  ed aspettando tempi nuovi come fanno Domizio e Marso, che  riescono a sopravvivere.

Senti il nobile discorso, che  ti sintetizzo: non tutti sentono l’onore allo stesso modo: Io sono vissuto abbastanza e non sopporto più di servire   Macrone, anche se prima ho sopportato Tiberio e Seiano!.  Certamente posso attendere la morte di Tiberio imminente, ma non so come  fare a  subire il suo successore, un giovane inesperto di tutto  e nutrito di pessimi esempi e sotto la guida di Macrone,  peggiore di Seiano  coi suoi delitti? Perciò, siccome  prevedo un duro servaggio, preferisco fuggire i mali passati ed insieme i futuri.

Della carriera di Marso in Siria ne parla solo Giuseppe Flavio?

Si, Marco .

Flavio nel XIX di Antichità giudaiche esalta il principe giudaico,  il modo di vivere,  la regalità e  la nobiltà di animo, la liberalità anche verso gli elleni, la grandiosità delle sue costruzioni.

Lo scrittore ebraico,  rivelando che per denuncia di Marso il re deve cessare la sua attività  costruttiva a Gerusalemme, in Antichità giudaiche XIX,326 scrive: Fortificò a  pubbliche spese le mura di Gerusalemme dalla parte della città Nuova (Bezetha) aumentando  la larghezza e l’altezza: l’opera sarebbe risultata inespugnabile  per ogni umana potenza, se Marso, governatore di Siria per lettera non avesse informato Claudio di quanto si stava facendo.

Marso sostituisce Petronio nel 42 e subito denuncia l’irregolarità del Re Agrippa, che sospende l’iniziativa, giudicata dall’imperatore neooterismos/ atto  rivoluzionario.

E’ vero, professore?

Marco, io ho avuto molti dubbi sulla politica filoromana di Erode Agrippa, che, una volta divenuto re, si mostra troppo pietoso nel tempio, troppo zelante di fede con i sacrifici fatti  a Dio e all’imperatore , come se fosse un puro aramaico, specie dopo avere  suddiviso il sacerdozio in sadduceo ed essenico, a seconda dei riti   da celebrare, secondo una  computazione con calendario lunare o solare, in date diverse.  Inoltre la condotta di Marso non può essere dettata da invidia personale e da ripicche di cerimoniale!

Marso giudica anche neoterismos il fatto che Agrippa riunisca  re limitrofi  attirandoli con le  festività o con giochi gladiatori  e talora  interviene di persona  facendo interrompere il sunodos  e rinviando i singoli re nelle loro  circoscrizioni: i romani non vogliono koinonia tra i barbaroi!. Marso  e’ un fedele magistrato, che spia anche le azioni di un re socio, diffidando giustamente del pius Agrippa, troppo liberale con i greci, eccessivamente protagonista  in quanto ambizioso e desideroso di essere il referente  tra i re della zona,  emulo di  suo nonno Giulio Erode il Grande.

Flavio,infatti, scrive  circa la riunione a Tiberiade di  Agrippa con alcuni re -Ant. Giud. XIX,  338. Venne a visitarlo Antioco, re di Commagene, Sampsigeramo di Emesa, Kotis re della piccola Armenia, Polemone signore del Ponto e Erode di  Calcide suo fratello… Quando ancora si tratteneva con loro, si presentò Marso, governatore di Siria.

Si è probabilmente agli inizi dell’estate del 44 ed Agrippa si mostra  ligio al dovere  di andare incontro al governatore a sette stadi dalla città, ma ci va non a piedi, in processione, insieme al popolo, che in  festa lo segue,  ma sul cocchio e con gli altri re, anche loro su cocchi.

Agrippa, malato di cuore, potrebbe aver fatto ciò per  timore di affaticamento ! comunque, il gesto sembra sfida ai romani e vale per gli integralisti zeloti un’adesione al loro pensiero: il re sa che in terra galilaica  non comanda Roma e  che  esiste solo un solo padrone, JHWH.

Flavio accenna ancora a Marso, a seguito della narrazione della morte di Giulio Erode Agrippa, quando tratta del comportamento ostile del popolo  di Cesarea e di Sebaste, dimentico dei benefici ricevuti (Ant giud. XIX,357), delle offese alla memoria del re e all’onore delle figlie  fatte dai soldati che portano le  loro statue  al lupanare (ibidem) e della nuova costituzione data alla Giudea da Claudio.

Siccome Agrippa II  è un diciassettenne e non dà affidamento per mantenere il regno del padre, si crea la nuova provincia e viene nominato  governatore  Cuspio Fado, il cui potere,  però, è in dipendenza dal  nuovo governatore di Siria  Cassio  Longino che sostituisce Marso, nella primavera del 45.

Sembra che Marso,  conosciuto l’oltraggio alla famiglia regale e alla memoria di Agrippa, per lettera, chieda  il trasferimento dei milites della  legione, in altra sede: l’  ordine  è prima accordato  e poi revocato ed abrogato.

Comunque, Flavio mostra che Claudio volendo onorare il fratello  di latte, suo elettore al trono, impedisce che Marso entri in città non permettendo ad un avversario del re  di coordinare le sue onoranze funebri  affidate, invece, al nuovo governatore.

Dunque, concludendo, professore, posso dire che  Marso è un  bravo funzionario romano, che  svolge i suoi compiti secondo il mandato ricevuto dall’imperatore.

Certo. E’ un esemplare  epitropos che applica sempre  il diritto romano!

Grazie, professore, alla prossima!.

La scrittura del Peri Upsous può essere opera di un autore del I secolo?.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, Filone sa di un’impresa di Gesù Messia ?

 

In memoria di Tilde Orazi, moglie di Giuseppe Lupi

Professore, da anni la seguo e solo ora chiedo se veramente Filone sa della punizione inflitta/ Epecseleusis,  dopo ispezione, da Tiberio ad un ebreo o ad ebrei  nel periodo post seianeo. Uno come lei non può, dopo tanto studio, non essere giunto ad una conclusione pertinente. tuzioristica, anche se personale. Mi può rispondere sinceramente e dirmi cosa pensa a proposito ?

Marco, ad ottanta anni, devo dire che con sicurezza non posso fare alcuna affermazione certa, anche se posso dirti  di poter tirare una conclusione su  fatti antigiudaici, avvenuti  sotto Seiano,  che inducono  Tiberio -accortosi di essere stato tradito- ad inquisire e a   punire alcuni giudei e a mantenere, comunque,  lo stesso statuto per l’ethnos  giudaico  ma, solo dopo la scoperta  di eventi nuovi, a seguito dell’inchiesta sulla pars seianea,  successiva la morte del potente pretoriano il 18 ottobre del 31 d.C.

Dunque, professore, ha qualcosa di certo su cui poggiare la sua theoria su Gesù Messia  e il suo crimen di lesa maestà?

Poca cosa.  Marco. Tu sai che mi baso sui fatti e non sulle parole: e qui si tratta solo di termini, da capire!. Sai quanto mi dà fastidio fare l’interprete, l’esegeta!. Epecseleusis ne è uno che indica  l’azione d’ispezionare  (da epecserchomai) mediante episcopoi  che dopo inquisizione  possono  riferire  e dare giudizio di atimoosis (privazione dei diritti civili  colpendo di atimia il cittadino, reo,  che viene proscritto  come apolide) e quindi affidare  i rei al carnefice; un altro è metanastasis  (metanisthmi) con cui un kriths /giudice, condanna  in esilio un civis proscritto, come phugas/exul o profugus.

Chiaro?

Seguiti , professore,  io ascolto.

Marco, come vedi, posso  lavorare su termini  e posso mostrarti l’incipit di In Flaccum, a dimostrazione e sostegno di  una persecuzione antigiudaica nel II anno di regno di Caligola, come completamento  e chiusura  dell’ispezione tiberiana e della fortunata  guerra antiparthica contro Artabano III.

 ..Secondo, dopo Seiano, Avillio Flacco iniziò a tendere insidie ai Giudei e, anche se non potè, come il suo predecessore, compiere ingiustizie contro tutta la popolazione – aveva infatti, rispetto a quello, minori risorse – attaccò procurando mali incurabili a  tutti gli ebrei, che sorprendeva riuniti. Ciò nonostante, non accontentandosi di danneggiare solo una parte di loro, cercò di assalire  tutti i Giudei, che vivevano in ogni parte del mondo, sfruttando più l’astuzia che la forza: infatti chi, di natura tirannica, non ha forza, sa nuocere con le astuzie.

Ti spiego meglio.  L’inizio di In Flaccum non sembra possa essere questo: alcuni hanno pensato che l’opera sia mutila e che prima di questa iniziale  frase ce ne sono altre che sono state tagliate. Io ho sempre pensato fin dalla prima traduzione dell’opera, e poi all’atto della pubblicazione e.book insieme con Andrea,  che gli alessandrini sono connessi con lo zelotismo palestinese  e che Elio  Seiano, perciò, da tempo  ha risentimento contro i giudei di quella città. Inoltre la vicenda di Avillio  Flacco  e la persecuzione  specifica degli ebrei di Alessandria  e non contro tutto l’ethnos , nell’ultimo anno di procura,  avrebbe una sua spiegazione logica, se ci fossero, all’inizio, il riferimento ad un avvenimento, quale la regalità di  Gesù Christos, iniziata nella Pasqua del 32, finita proprio nel 36, e  il collegamento in qualche modo  degli aramaici  sconfitti da Lucio Vitellio con  gli ellenisti ebraici che sono sotto la giurisdizione  del governatore di Egitto.  Noi vediamo  un’analogia tra i fatti del 73 dopo  la conquista di Masada (Flavio,  Guer. Giud.,VII,10 , 408-425) e   l’intervento del  senato alessandrino che condanna gli zeloti e i sicari venuti in città, accolti dai parenti e la  stessa situazione alessandrina  sotto Flacco, del dopo Jehoshua e la sua crocifissione gerosolomitana (cfr.  www.angelofilipponi.com).

Se ho ben capito lei vede da una parte  il malkut ha shemaim /32-36 a   Gerusalemme, finito dopo l’impresa di Lucio Vitellio  e connessioni economico-finanziarie e militari con gli ebrei di Alessandria, poi inquisiti dal governatore Avillio Flacco, colpiti da atimia  cioè privati dei diritti civili   e dati con le ricchezze e la stessa vita  in pasto ai  greci ed egizi  pagani, mentre da un’altra rileva la connessione tra la  distruzione del Tempio ad opera di Tito con la  successiva presa di Masada  e fuga dalla Giudea di sicari e zeloti, accolti in Alessandria tanto che il sinedrio è costretto a denunziarli, per salvarsi, e a  farli condannare a morte dopo il trionfo romano sulla Iudaea  di Vespasiano.

Certo. Marco, proprio così. Aggiungo che Filone mostra  la differenza di potenza tra  Seiano e Avillio Flacco e poi tra il pretoriano e l’imperatore e lo fa evidenziando  il termine Aphormé  -che significa base di operazioni militari (da aphormaomuovo)  e vale aiuto, risorsa, mezzi di uomini, navi, denari,  per mostrare indicativamente  la possibilità  di Flacco di nuocere ai Giudei in relazione al suo grado di governatore,   certamente inferiore rispetto  a quella di Seiano, data la sua auctoritas in tutto l’ecumene,  che ha mezzi di distruzione di massa sconfinati. Infatti  l’uno è governatore di Egitto, la carica più grande dopo quella di capo del prefetto del pretorio, per un eques; l’altro, oltre ad essere capo dei pretoriani,  ha avuto, però,  molti incarichi da Tiberio dal 26 al 31 (18 ottobre) tanto da essere equiparato all’imperatore: oltre ad avere la tribunicia potestas sembra che abbia avuto anche l’imperium proconsulare maius per l’Oriente, gestendo la politica orientale specie siriana.  A Roma, infatti,  il popolo ironizza dicendo  che Tiberio è principe di un isolotto (Capri) e Seiano del mondo. Questo spiega il potere di perseguitare tutta la stirpe (sumpanto ethnos) in ogni parte del mondo, purché sotto il dominio romano.

Probabilmente Flacco, avendo già abolito il sabato e sorvegliato l’attività sinagogale, come già nel periodo di Seiano,  escogita un’altra accusa che Filone  puntualizza in  in Flaccum 86-88

Venne escogitata una seconda rovina, volendo aizzare l’esercito contro di noi sulla base una nuova calunnia: che  gli Giudei avevano armi nelle case.

Tieni presente, Marco, che la guerra contro Artabano III  e socii è finita,  dopo il trattato di pace di Zeugma nei primi mesi del 36 e che  Vitellio entra in Gerusalemme, che in festa lo accoglie con uno nuovo  sinedrio filoromano sadduceo, che consegna il Messia Maran cfr. Paradosis  ed Endeicìsis  in  www.angelofilipponi.com .

Seguiti, professore.

Filone aggiunge:

Dunque, fece venire il più fedele dei centurioni di nome Casto e gli ordinò di prendere i soldati più audaci della sua coorte, di affrettarsi e di sopraggiungere senza preavviso nelle case dei Giudei per scoprire se lì ci fossero delle armi: e quello, sollecito e determinato, si affrettò ad eseguire il mandato. I giudei, invece, non conoscendo il piano, rimasero attoniti per lo spavento, mentre  mogli e figli si avvinghiavano a loro  e  versavano  lacrime per la paura della prigionia: infatti  aspettavano  timorosi più questa che  il resto della rovinaE quando sentirono da uno di quelli che frugavano: “Dove tenete le armi?”, si riebbero un po’ e venne mostrato tutto ciò che era stato stipato nei luoghi più interni della casa.

Professore, i romani trovano armi ?

No. Marco,  Filone   parla con retorica e mostra (in Flaccum, 90) che, fatta un’accurata perquisizione, non si trovano armi, ma lascia dubbi: il suo modo di dire mi lascia dubbioso, sentilo: quanti armi difensive furono trovate? vennero tratte fuori forse elmi,corazze scudi pugnali e aste  faretre e in una parte  forse baliste, fionde archi dardi? No.Niente di tutto questo.Neppure i coltelli  adatti agli usi quotidiani  di cucina!.

Dice la  verità  Filone? Per me no.

La situazione del 38 per i  500.000 giudei di Alessandria sottende una condanna  in atto e rivela una  condizione funesta dopo  quasi due secoli di benessere dell’etnia giudaica, integrata perfettamente  nel tessuto ellenistico, nel periodo lagide,  divenuta  progressivamente da Cesare a Tiberio,  quella migliore e dominante  tanto da suscitare invidia nei greci   e negli egizi. Alessandria è già città destinata ad essere la capitale dell’impero e sede degli uffici amministrativi, mentre fervono  i preparativi  antiparthici  per una nuova guerra definitiva contro Artabano III. L’episodio di Giulio Erode Agrippa – eletto tetrarca di Gaulanitide, Traconitide e di altre regioni di confine sull ‘Eufrate, inviato  a prendere possesso del suo regno, incaricato dall’imperatore di verificare la reale situazione alessandrina  –  riportato da Filone, è indicativo circa il contesto esplosivo alessandrino : un re che arriva in città, alla chetichella,   amico e maestro, familiare di Caligola, che  non è rispettato, ma è  preso in giro (episodio di Carabas), che  non è protetto dal governatore-  che fa finta di non vedere, e seguita ad infierire crudelmente ed illegalmente  sugli ebrei- è segno  di un’anomalia amministrativa e politica!

Filone sa, ma non dice la verità su  Avillio Flacco , già condannato da Caligola  che si vendica della  delazione contro sua madre Agrippina fatta dal governatore di Egitto, reo anche di essere un filoclaudio favorevole a Tiberio Iunior, legato a Macrone e all’ex suocero dell’imperatore, Silano, nel periodo della malattia.

Filone, parlando di Flacco e della sua politica  come ultimo  tentativo di salvarsi, dice che  favorisce elementi popolari  greci antigiudaici, ben connessi con altri alessandrini dominanti a corte, a Roma! Non dice altro : la sua reticenza è sospetta! Tutti quelli citati da Filone saranno condannati!

Come si comporta  Filone, così  fa  Giuseppe Favio, un cinquantennio dopo, in epoca domizianea, quando i  meriti amministrativi  economici  flavi sono vanificati dal principe tirannico, non più soothr, sotto la  spinta  culturale democratica senatoria, all’atto della scrittura del XVIII libro di Antichità giudaica ( dopo il 94); la sua testimonianza su Gesù è solo uno sbiadito ricordo di un’ impresa di un  sophos/saggio, di cui ci sono ancora testimoni, fatto uccidere dai capi gerosolomitani!

Filone ha maggiori attenuanti perché scrive  nel momento dopo la  fine del Meshiah aramaico,  a seguito della sconfitta  militare  parthica  e  della crudele tragedia degli ebrei alessandrini, decimati dai greci e dagli egizi e dalle  altre popolazioni,  favoriti ed aiutati dai romani, nel saccheggio dei beni, nella distruzione delle case, nelle stragi, nelle crocifissioni, ma non dichiara che i giudei filoparthici  sono puniti perché pericolosi in quanto agenti, spie, fautori, finanziatori  collusi coi Parthi, che sono della stessa lingua e religio.

Filone non  lo può dire  in una situazione in cui si sta facendo l’annientamento di una comunità ebraica, numerosa,come quella alessandrina  già inquisita sotto Tiberio e salvatasi a stento !: l’avrebbe potuto dire più tardi dopo  La lettera di Claudio agli alessandrini, non all’epoca dell’indagine di Flacco e tanto meno due anni, dopo quando Caligola impone di mettere la sua statua dentro al tempio di Gerusalemme  dichiarando guerra a tutta l’etnia giudaica,  comandando perfino  al governatore di Siria di deportare tutta la popolazione o sterminarla in caso di resistenza  (Cfr. Giudaismo romano I e II , Caligola il sublime e Traduzione del XIX libro di Antichità giudaica e Legatio ad Gaium ).

Dunque, professore,  Filone  copre la verità ma lascia spiragli per la decifrazione  degli intrigati rapporti tra i giudei aramaici e quelli ellenistici e quelli gerosolomitani, le  cui  tre diverse risposte non suonano favorevoli  alla romanitas, né quella degli erodiani  e sadducei, pur filoromani, né quella  degli infidi collaborazionisti, ambigui  tra dire e fare  ellenistici, arrivisti  ed opportunisti, né quella dei predicatori farisei ed esseni,  ostili ai romani, convinti che Dio sia loro unico padrone, partigiani, da sempre  legati ai Parthi. E’ chiaro che Tiberio e poi Caligola ed infine Claudio  sono decisi ad estirpare il cancro giudaico aramaico che contamina anche i filoromani templari e quelli ellenistici- una massa di popolo di oltre 3.000.000 di seri professionisti ed imprenditori edili e navali,   da consolare e da proteggere,  in quanto utili alla economia romana, data la loro attività commerciale e portuale e finanziaria-.

Marco, complimenti,  sei proprio Bravo!  Ti aggiungo che, perciò, Tiberio  indaga  a lungo sul dopo Seiano, sulla sua politica in Siria e in Iudaea e poi sul vuoto di potere degli anni 32-35 e non è affatto soddisfatto della relazione né prefettizia siriaca  di Pomponio Flacco né di quella giudaica di Pilato, né tanto meno di quella di Erode Agrippa, inizialmente cacciato dal suo cospetto e poi accolto anche  a  Capri per intercessione di  Antonia, sua cognata, che ha pagato il suo debito all’erario,  ottenendo perfino  per lui la carica di precettore di Tiberio Iunior. Noi  abbiamo sempre pensato che Erode Agrippa  sia imprigionato per essere passato dal servizio a Tiberio iunior a quello di Caligola,  ma ora pensiamo che Tiberio  lo punisca per la sua imperfetta relazione  sulla situazione gerosolomitana, precedente la venuta di Lucio Vitellio, e che l’imperatore seguitando la sua indagine  alla fine della sua inquisizione e dopo la vittoria del legatus sui Parthi,  colpisca  il principe facendolo improvvisamente  passare dalla porpora alle catene, senza preavviso, a Tuscolo, vestito come un cortigiano  al seguito dell’imperatore, venuto da  Capri.

Professore, solo allora  Tiberio, conosciuta la verità sul periodo post seianeo gerolomitano,  ha notizie concrete circa  la figura di Erode  Agrippa e dei suoi amici aramaici ( Jehoshua? l’architetto inventore? altri?) a Gerusalemme, a seguito delle relazioni di Vitellio,  proconsole in Siria, cioè, dopo la presunta  deposizione del re aramaico, il Messia,  al servizio di Artabano, ad opera di un corpuscolo di sadducei ed erodiani, filoromani, favoriti dai rumores dell’esercito romano in marcia verso i confini parthici, che  forse per primo parla di  una controrivoluzione nella città santa  che  fa finire il malkuth ha shemaim  e depone il maran, come reo di novitates  incriminato per lesa maestà.

Marco, questo è davvero il mio pensiero su Agrippa  (e su Gesù!) che risulta una ricostruzione possibile di una probabile  relazione di Vitellio al suo imperatore: che fine ha fatto lo scritto sulle Memorie di Lucio Vitellio ?!

Aggiungo  per te, alunno ed amico, (come una confidenza!) che Tiberio  è un goes,  mago lui stesso, ed ha Trasilllo come suggeritore, che vede il futuro.

Infatti, a mio parere, l’imperatore  vede la non  romanitas di  giudeo, di  Erode  Agrippa civis, iulius, e  poi  praetor, non fidus  né  di Caligola e  né di Claudio, coi quali il re giudaico   fa carriera e raggiunge l’apice della sua potenza, sfruttando da opportunista  la sua abilità diplomatica, la capacità oratoria e politica, grazie anche al credito che ha tra i senatori,  esautorati: infatti Tiberio lo imprigiona, accogliendo le accuse di Eutiche, ignorando perfino i consigli di Macrone,  allora onnipotente, e la petizione di Antonia.

Per lui Agrippa è infidus, perché di razza sommosacedotale, perfidus perché integralista aramaico,  eukairos come ogni erodiano: sa, infatti, saltare sempre sul carro del vincitore   passando da filoclaudio a filogiulio, seguendo l’astro nascente ed abbandonando quello tramontante; vede, inoltre, il tradimento dell’ebreo, congiurato  nei  confronti di Caligola, ucciso da Cassio Cherea e da altri  perché non paga loro la liquidazione e  se ne va ad Alessandria, nuova capitale, dopo aver sostituito il corpo dei pretoriani coi germani; vede anche  l’elezione ad imperatore di Claudio  su suggerimento  dell’astuto giudeo, che pur conosce  il  giudizio unanime  negativo della famiglia e il suo personale sul nipotevede infine la controversia con  Gaio Vibio Marso, governatore di Siria, che rileva la politica di potenza e il  neooterismos del re giudaico, compromesso coi Parthi e  con gli adiabeni (cfr. Flavio, Ant. Giud., XIX,326) .

Perciò,  Marco, ti invito a lavorare e scavare su Erode Agrippa I e forse riuscirai a  trovare la vera identità di Gesù  un anthropos sophos,  kain, maran e meshiah.

Allora  forse anche  scoprirai le ragioni per cui Filone non può parlare male  di Agrippa a causa della  sua parentela  col re ( suo nipote Marco, figlio di Alessandro alabarca,  è  promesso sposo di Berenice!)  e che le stesse diabolai di  Seiano non sono calunnie inventate, ma azioni ebraiche  politicamente antiromane.

Marco,  Tiberio è un grande imperatore, aristocratico, prudente e saggio che ha una  chiara visione del pericolo aramaico  per le connessioni tra gli aramaici antiromani che hanno fatto il Malkuth sulla base del messianesimo  mesopotamico, proclamato da Artabano, unificante tutta la federazione dei re parthici ( e che qualcuno in Gerusalemme  ha  sostenuto  un proprio elemento . -chiamiamolo pure  Gesù-   legando insieme, in suo nome,  le popolazioni  antiromane lungo l’Eufrate dell’ impero romano e lungo quello della Mesopotamia) .

Tiberio sa bene che non può abbandonare  e condannare tutto l’ebraismo  facendo di ogni erba giudaica un fascio da bruciare  poiché ha agenti  finanziari alessandrini che lavorano come epitropoi per il bene di Roma,  della domus augusta,  uomini  preziosi come i methoroi, i  trapeziti  giudaici  di gran lunga superiori ai nummularii ed argentarii latini,  emporoi che aprono nuove vie commerciali, nauarchoi che  creano continuamente  apoikiai  colonie non solo nel Mediterraneo,ma anche verso l’India e la  Seria

Tiberio sa bene che  i giudei ellenisti sono giudei che mandano regolarmente- nonostante lo scisma- al tempio di Gerusalemme la  doppia dracma, come i loro confratelli transeufrasici e che  in caso di guerra aiutano finanziariamente  i  fratelli  aramaici parthici!, e Filone (Legatio ad Gaium, 216),  parlando di Petronio, il governatore di Siria che, qualche anno dopo,   deve porre la statua di Caligola nel Tempio,  rende testimonianza di ciò,  mostrando i  timori dell‘epitropos nel  caso di riunione di tutti gli ebrei,  numerosi,  viventi in ogni parte del mondo e specie in Mesopotamia, a giudicare dalla massa di denaro inviata a Gerusalemme:  Babilonia e molte altre satrapie erano abitate da Giudei, non solo per sentito dire ma anche per averlo provato poiché da lì venivano inviati messi per il sacro denaro, ogni anno, sotto forma di primizie portanti gran quantità di oro e argento, riunita dai capi, al tempio, facendo cammini impervi accidentati ed aspri, che loro ritengono vie regie perché sembrano guidarli al culto religioso.

Non posso dire altro,  Marco, anche se giovanilmente, alla tua età, ho  cavalcato l’idea di un Jehoshua maran,  dicendo, comunque, sempre  di non avere prove, scrivendo, però,  un romanzo L‘eterno e il regno  per  volgarizzare il mio pensiero storico.

Questo è quanto  posso dire alla luce della mia cinquantennale ricerca!

Professore, le  son grato, infinitamente grato,  per quanto mi ha detto e  confidato, spero di poter avere un pò di fortuna di più, rispetto a lei.

Te lo auguro, Marco.

 

I Pelagiani e Girolamo

In memoria di Vittorio Verdecchia

 

Every child has a natural right to sentiments and feelings Ogni bambino ha naturale diritto a sentimenti e ad affetti: anche la nascita di un bambino autistico è, naturalmente, un dono, speciale, ma dono per tutti!

La natura  crea  ogni  cosa  e nel creare capitano errori, che, comunque, non turbano l’equilibrio tra  l’individuo e la specie e tra le species e  i genera, tra animalia ed inanimata, e tra le partes e il tutto: la natura è armonia! 

L’armonia è sovrana, anche se esistono  uccellini non canori,  lupi canariensi,  fiumi salati, nani e giganti,  uragani, una varietà di meraviglie apparentemente senza senso, in un tal ambiente e in un tale epoca, nel corso dei  secoli: sono anomalie che  non cambiano la sostanziale bontà naturale: l’armonia del creato resta intatta, se nasce un bambino autistico!

Niente cambia nell’armonia del  creato, in cui galleggia un corpo specialis ( Monogenhs), comunque,  consanguineo, congiunto, della stessa species, anche se differente,  ma ordinario pur nell’irregolarità, anche se ha una qualche straordinarietà! .

La non conformità ai parametri della regolarità e della  normalità, pur diversificando il novus  dagli altri viventi, minerali, aeriformi,  risulta secondo natura, come ogni altro essere, anche se bisognoso sempre di sostegno per il corso dell’esistenza, in quanto  dà alla comunità quel che può  e riceve  quel che riceve,  seppure muto ed insensibile spettatore, nella sua apatia, dei processi umani e sociali, inconsapevole forse dei fenomeni che accadono intorno, ma presente, comunque, senza essere l’ultimo, né anomalo o mostruoso ma solo un vivente elemento naturale che ha una sua funzione positiva nel complesso circolo vitale autonomo, un microcosmo autofunzionale, vivace, pur in modo anomalo,  nel macrocosmo universale.

Pur nel difetto di una struttura, quella della sindrome autistica, di inversione di circoli cerebrali, la natura resta perfetta anche con qualche neo nero su una pelle bianca…

Anche  se apparentemente estraneo al  circolo vitale armonioso  della communitas, il soggetto difforme  fa parte di un ‘altra armonia ed ha  suoni diversi  e perfino col silenzio manda messaggi,  significativi, semeia di felicità, pur nella disarmonia  apatica ed anaffettiva…

Egli sente, nel suo silenzio, il rumore degli altri esseri, senza distinguere le voci,  i  volti, i corpi che gli parano davanti, di altri  viventi, madre, padre, fratello,  nonni, assistenti, maestri, pur divergendo, immerso in un altra aria e dimensione!?  Vede  acqua  terra, cielo,   albero,  animale, pietra, astri, instaurando un altro rapporto!? lui solo sa  quel che sa, e  fa quel che fa: il suo pianto e la sua gioia, la sua piscia e e cacca, il suo vivere quotidiano  sono umani e naturali come  quelli di ogni  infante, eguali a quelli degli uomini primordiali come a quelli di homo sapiens sapiens, di un paleolitico  o di un neolitico, di un un sumero o di un assiro di un persiano  o di un greco o di un romano di un  germano o britanno, di un francese o di un italiano o australiano o canadese!…

Non importa cosa  realmente  veda, se ha occhi  che non sanno guardare, esaminare e circoscrivere l’ambito del suo soggiorno!? neppure  se non conosce né vuole conoscere i suoi simili !?

Non ha moto di affetto verso l’altro? Va bene così.

Se le sue mani sfarfallano  e non toccano le cose, che stanno non  viste, che sono non manipolate, che restano  intatte, giochi inutili  in disparte, sono sempre mani di uomo!? Non ha intenzione di nessun genere?! E’  sua volontà!? neanche questo sappiamo! .  Accettiamolo! Lui è lui, solo quello che è: cerchiamo di capire che  è un essere , vivente, naturale!   E’ un nato destinato a morire, uno che vive, ride, mangia e beve,  piange, soffre,  ama, a suo modo.

E’ un uomo mortale, una creatura naturale. una persona vera ed autentica, speciale.

La natura  come natura rerum o come phusis  è sempre  attiva e felix, nel suo parto, nei suoi aborti, nella abnorme  generazione,

Essa  crea in modo funzionale gli esseri viventi collocati  in ambienti adatti dando a tutti possibilità di vita, dotandoli di mezzi e di sopravvivenza, a qualsiasi altitudine e latitudine.

La natura crea  tra i tanti viventi  anche animali razionali che, evolvendosi, possono  migliorare il creato ma anche turbarlo, sconvolgerlo e danneggiarlo, portarlo  perfino alla fine, nella loro insipienza scientifica,  con la loro azione operosa, ed essendo dotati di una mano divina possono risolvere  parzialmente i falli di natura, per secoli rimasti  falli,  a seguito di continue prove e pazienti esperimenti  sbagliati!

L’uomo sa vivere, dovunque, sa adattarsi in ogni habitat, interagendo coi simili,  sa gestire al meglio i suoi talenti e sa fare la sua storia e quella del mondo con l’organizzazione sociale, dimostrando capacità divine, andando progressivamente verso mete  sempre migliori, verso obiettivi sempre maggiori,  lasciando orme storiche, in un crescendo progressivo, puntando al sublime,  all’ adrephbolon, nella coscienza  di superare perfino i propri limiti umani.

La natura, quindi,   crea  viventi che hanno nel  Dna segnato la loro via e  il loro tipico  percorso: ad ognuno è data una spinta verso l’alto naturale che lo contraddistingue e lo agita e  che lo porta a raggrupparsi,  ad essere se stesso in una ricerca  del bene personale ma sa adattarsi  cooperando al bene comune  superiore, per il benessere del suo stesso genere, senza trascurare il proprio utile,  in un cammino  sempre progressivo, nonostante le avversità naturali e i contrasti interni al gruppo e i condizionamenti  infantili  a seguito di panico collettivo davanti  a cataclismi e a fenomeni abnormi mortali,

Non la natura è male ma è  il vivente che prova, che lavora che sbaglia, che  si misura nella sua imitazione continua naturale, con la sua creazione artificialis, con la sua pretesa divinità innata, con la  tecnica, tipica di una scienza, che è tale proprio perché inventio continua in relazione agli esercizi e alle risultanze, comprovanti l’esperimento tentato e riuscito, catalogato come una tappa fondamentale,un punto fermo, anche se  non dogmatico,  di un iter euristico aperto, infinito.

Il pensiero cristiano, non scientifico ma religioso,  è paradossale  e falso: non si può verificare che una virgo partorisca, che gli ultimi siano i primi e che i morti risorgano!.

Se accade è la fine dell’umanità! Il capovolgimento totale non avviene mai in natura. Ogni formulazione è dogma di una catena dogmatica , segnata nel tempo per credenti  non razionali, già segnati dal male del peccato originale  di Adamo.

Certo, Marco, ci sono cose abnormi  e mostruose  in natura che  ancora sono impressionanti e catastrofiche, che producono eventi straordinari ed imprevedibili,  ma non per questo misteriosi e  segreti, opera di un dio  ignoto, invisibile, onnipotente, onnisciente secondo la definizione della creatura nei confronti di un demiurgo creatore, sognato come pater!.

Ci sono  cataclismi tali da provocare rovesciamenti, stravolgimenti radicali e avvicendamenti traumatici per cui il sopra diventa sotto e viceversa, per cui  il centrale diventa estremo e viceversa e l’ultimo e il primo coincidano, l’uno sopra l’altro, il puro e l’impuro  si  possono armonizzare, il semplice naturale può innestarsi col santo peccatore  e per gioco  tra i sumeri  i padroni servono  i propri  servi, tra gli ebrei e i romani ci sono feste che celebrano l’inversione dei ruoli  sociali…

In natura, quindi, ci sono casi mostruosi  di nascite strane, fenomeni    come terremoto,   vulcanesimo,  maremoto,  movimenti tettonici che possono far esplodere le forze centrifughe  attivando  quelle centripete, che senza più equilibri interni  ed esterni rompono l’uovo terrestre disperdendolo in frammenti nello spazio cosmico, producendo catastrofi universali  e distruzioni che coi secoli  nel corso di millenni  grazie  ai vortici astrali  riconnettono i frammenti che si raggruppano di nuovo e si ricongiungono per un nuovo mondo   secondo armonie  genetiche proprie del caos iniziale, in un circuito infinito ed eterno! Ogni forma di creazione antica  è opera di  divine forze antagoniste…. primordiali…

E’ solo un pensiero mazdaico, poi manicheo, infine cristiano che si  fa attuare ad opera di un Theos  che, a tempo debito, nel suo tempo  atemporale, realizza la sua imprevedibile oikonomia!

E’ il pensiero agostiniano che nel IV e V secolo domina contro quello di Pelagio che vede l’armonia universale  secondo principi  druidici, gaelici, non dissimili  da quelli vedici  e sumerici in cui la creatura  non è  turbata da peccato, di cui non si ha idea, come è ignota anche la morte, che è porzione del  vivere stesso: ogni senziente, animale  o vegetale  o dotato di vita e di sensazioni, anche se minime o grandiose,  sviluppa una sua logica  procedurale vitale  e vive  secondo un proprio arbitrio  che lo distingue  in situazione reale, continuamente ed episodicamente, sia come individuo che come ethnos, evidenziando un suo primordiale ethos, un sistema comportamentale chrestos  utile  in quel contesto  ed ambiente, quotidianamente.

In epoca teodosiana ci sono due ideologie, una dominante quella pelagiana, ed una  che sta sorgendo, quella agostiniana, che cuce il pensiero orientale e quello occidentale in difesa del cristianesimo divenuto da poco Religio triumfans  e della Ecclesia  di Roma e di Costantinopoli, sedi patriarcali  ritenute  centri di irradiazione della luce cristiana, fari cristiani.

Professore, secondo lei,  da sempre, dai primordi del mondo,  l’uomo coi suoi sentiments and feelings, coi suoi pathh/affectus, crea un sua rete di relazioni affettive  su base sensoriali e conosce il mondo  circostante   e si adatta secondo i propri parametri  di giudizio  connessi con la sua esplorazione, relativa alla sua acquisita competenza scientifica?.

Certo, Marco, la libertà dell’uomo/ Adamo, si sviluppa in relazione al movimento  e all’osservazione, personale, alla diversa angolazione visiva a seconda del punto  di lettura, nella sua posizione alta o media o bassa, dei fenomeni naturali ed antropici, che risultano superiori  per la violenza, da cui è spaventato.

Allora, professore, Bia e phobos  sono i colpevoli ma anche i motori della risposta umana intelligente, tipica di ogni singolo soggetto che si crea un proprio modus vivendi, pur coi condizionamenti di gruppo, il quale attiva un processo di sopravvivenza cooperativo, sempre più articolato.

E’ così! ma bisogna distinguere.

Nel De Divitiis, Pelagio, dialogando con un altro se stesso apostrofato con un  tu, generico,  ipotizza una società con un ‘equa distribuzione  di beni materiali, in cui non esistano poveri.

Pelagio non vuole eliminare la ricchezza, ma invita i ricchi latifondisti e militari,  la comunità ecclesiale romana  ed ogni altra struttura comunitaria  a non accumulare il superfluo, rilevando l’avidità del clero  impegnato già alla conquista del potere politico e con esso ad accaparrare i beni  sottratti ad ebrei e pagani, a seguito dei decreti teodosiani.

Per Pelagio, Marco, la ricchezza ha una connotazione di fortuna,  dovuta, comunque, alla violenza  della guerra o al raggiro di speculatori o a nascita, consapevole  che esiste  un’ ingiustizia sociale, su cui si basa la promessa disattesa di una giustizia imperiale e   di una religioso-sacerdotale, mentre  i bacaudae/ i bagaudi, riuniti in gruppi,  da oltre un secolo, si sollevano contro le pressioni fiscali romane e contro il latifondo dei cives .

Non si sa se la  sua  venuta a Roma sia  anche dovuta al desiderio di fuggire dalla instabilità e violenza della Britannia e della Gallia, in quegli anni teatro della rivolta di Magno Massimo- che tra 383 e 388 regna su Britannia, Gallie e Spagna, e che, nominato imperator dalle legioni di Britannia, finisce anche per un periodo ad occupare l’Italia settentrionale, costringendo Valentiniano II e Galla alla fuga in Oriente-.

Pelagio entra sicuramente  nella sfera della  Domus anicia e, come già abbiamo mostrato, ha rapporti con l’ anicia Demetriade e con  Pammachio,  predicando equità patrimoniale   e riforma burocratica e fiscale anche nella chiesa romana, con invito agli anici alla divisione delle ville e alla necessità di compartecipazione delle masse agricole, spingendo la comunità  romana ad una differenziazione più marcata degli interessi della chiesa latina da quella di lingua Greca  orientale: se l’Oriente si rivolge sempre di più a orizzonti metafisici, la Chiesa latina si trova impegnata sempre più nel dibattito sull’uomo e la salvezza, sul posto dell’uomo nel mondo, e ancor più, sui valori di quel mondo, sulla  reale esistenza  terrena in un miglioramento sociale della qualità di vita, alla ricerca del pane quotidiano.
Sempre più emerge la questione, resa drammatica da accadimenti storici ben più sconvolgenti che quelli del Mediterraneo orientale, intorno a quale sia il posto della Chiesa nella società e nelle città, la cui esistenza è continuamente minacciata, tra la gente sofferente e in balia degli avvenimenti della Storia e del destino.

Non si sbaglia, Marco,  se  si rileva in  Pelagio (e nei suoi discepoli) l’ispiratore della riforma burocratica del giovane e sfortunato imperatore Maggioriano  (420-461 ) che, nel corso del suo breve regno 457-461,  progetta di riformare lo stato con le sue Novelle.

Non conosco affatto, professore,  le sue riforme, me ne può indicare qualcuna?.

Certo.Marco . E’quella di Maggioriano un’epoca  difficile senza potere centrale, dominata da Barbari  e da generali come  Ezio e Recimero, in cui c’è anche un’invasione degli Unni e dei  Vandali mentre scarso  è il prestigio imperiale di Valentiniano III.

Il giovane imperatore,  militare di carriera,  preso il potere dopo Anicio Petronio Massimo ed Avito, vista la situazione generale agricola  dei latifondi,  cerca di limitare la burocrazia  occidentale gravante sui  servi della gleba  e  di arginare il potere della stessa chiesa romana – che  rivendica perfino il mandato sull’Illiria  nei confronti della chiesa costantinopolitana-  e per prima cosa ripristina  con una nuova configurazione la figura del Defensor civitatis/ékdikos  per difendere le plebi e  i curiales dagli esattori del fisco/ honorati e dai possessores padroni di ville.

Concedendo una giurisdizione nei piccoli processi , lo autorizza a svolgere, insieme al vescovo,  la sua funzione come pubblico ufficiale che  regola il diritto di alienazione dei beni  prediali,  fissando anche  le quote  per la remissione dei debiti dei fittavoli.   Ed infine  contro le mire della Chiesa stessa,  che tende ad inglobare i beni delle vedove e  delle giovani novizie, impedisce  la monacazione vedovile in età giovanile  e fissa l’età monacale con  la presa dei voti a 40 anni- età giudicata prossima alla fine delle mestruazioni  – in modo da  favorire il recupero dei beni  delle vergini e delle vedove  monacatesi, risuddividendoli  poi  tra  le aventi diritto e la comunità ecclesiastica e le famiglie stesse di provenienza, come nuovo deposito dotale.

Professore, grazie  per l’approfondimento sulle Novelle di Maggioriano. Sono, però, perplesso sul linguaggio semplice ed evangelico  di un dotto come Pelagio!

Marco, anche se il suo parlare, comunque, è  connesso col  parlare  biblico, sapienziale, sacerdotale, evangelico,  risulta efficace e demagogico, in relazione alla situazione di reale miseria occidentale in cui versano le masse britanniche, galliche, ispaniche ed italiche, in un quadro  apocalittico  decadente ,evidenziato  dalla  retorica romano-ellenistica: il sermo di  Pelagio è concreto e ha le connotazioni di semplicità  proprie dell’evangelista Marco, con un contenuto elementare  ottimistico, teso a migliorare le condizioni plebee sulla base di  un’equità distribuzionale dei beni: è uomo convinto  che in natura esiste un’ armonia   di cui l’uomo, in quanto figlio, è pars attiva e creativa, come ogni altro animale: ad ognuno il suo, cioè, quanto  basta per vivere bene senza accaparramento  delle sostanze a scapito dell’altro!

Pelagio,  non Agostino (e  con lui  Girolamo e le varie comunità cristiane ortodosse), ha inteso l’universale naturale armonia compresa quella dell’universo  umano, nonostante  le catastrofi  storiche, il formalismo retorico di  una chiesa di santi formata, comunque, da peccatori,   che crede di potersi purificare grazie al Christos,  vivente, esemplare in vita, in morte  e nella resurrezione!

Si segue la parola di Christos che, però, equivale a quella della  natura!

Senti, ora, Marco, come ragiona  Pelagio, secondo la logica evangelica in un capitolo  – VIII – del De Divitiis: chiedo a  chiunque pensa che le ricchezze gli sono state date da  Dio, perché mi risponda,  a chi ritiene che il Signore le dia, ai buoni o ai cattivi ? Se le concede ai buoni perché le hanno i cattivi?  Se le offre ai cattivi perché le possiedono i buoni? Se le dà ai buoni e ai cattivi, perché la maggior parte  dei buoni e di cattivi non le hanno? Se mi si dice che ai buoni le concede Dio e ai cattivi il Diavolo,  per prima cosa chiedo perché non tutti buoni godono del dono del Signore ed  aggiungo anche  che non sembra un gran dono  se Dio concede ai buoni ciò che il Diavolo può offrire ai malvagi !

Dunque, professore, Pelagio gioca retoricamente col proprio io credente, facendo scarti in continuazione e riporta tutto al  diritto naturale.

Così facendo,  innesca  un processo nuovo scientifico  sull’albero dogmatico  della gnosis cristiana  origeniana, di cui già rileva  errori e  deviazioni  (cfr Apokatastasis) in una condanna della  tradizione biblica della  creazione del mondo e  dell’uomo /Adamo.

Lo scontro diretto tra le due partes , quella pelagiana e quella agostiniana avviene, dopo varie condanne in Occidente, in Africa e a Roma,   nella sede del patriarcato di Gerusalemme, dove i pelagiani, numerosi,  hanno  avuto la protezione sicura fino ad allora del vescovo Giovanni.

Perché i pelagiani, eretici puri e naturali attaccano nel 419 d.C. Girolamo christianos   razionale  e  santo peccatore?! Cosa ha fatto l’eremita betlemita, fondatore di conventi col denaro delle matrone romane,  a Gerusalemme?

Si. Marco, a Gerusalemme, città christiana poliglotta – piena di uomini santi cristiani che hanno fondato con denaro romano chiesa e conventi per uomini e per donne, dove esiste un formalismo pietistico religioso, che trascura il contesto  ebraico e pagano ancora esistente, e colpisce solo gli eretici pelagiani, che mettono in mostra la pratica di una chiesa naturale, come  quella  dei donatisti- avviene lo scontro contro Girolamo, che ha assunto su di sé la responsabilità del credo  cattolico agostiniano dell’episcopato africano.

Non a Costantinopoli, patriarcato egemone, dunque,   ma  a Gerusalemme, sede minore ma patria del giudaismo e della setta giudaico-cristiana antiochena c’è una reazione di un corpuscolo agguerrito di Pelagiani, che risponde alla volontà  di  occidentali, persecutori, di  espellere i puri che, tendendo ad una comunità migliore naturale, rilevano continuamente la contraddizione proprio nella chiesa cattolica ortodossa  proclamata  santa, pur costituita da peccatori  (clero e laici), avida di potere,  politico, tesa alla ricchezza, non casta, ma avviata alla impudicizia  sessuale e al meretricio delle agapete!.  

La lotta  esplode nella comunità gerosolomitana e non in quella  a costantinopolitana,  dove il patriarca  Attico  ancora ha sotto controllo  i monaci  cittadini  e  il potente clero cortigiano e sa tenersi lontano dall’ambizione politica come poi il suo successore, Nestorio, uomo moralmente integro  che sa vivere  razionalmente e naturalmente,  non compromesso  e con la familia dei teodosiani né con l’esercito né con l’ambiente filantropico, devoto e   vincolato dalla devozione religiosa, indenne dai condizionamenti, in cui  qualche anno prima è incappato Giovanni Crisostomo.

Dunque, professore, il teatro è Gerusalemme?

Si, Marco. Una Gerusalemme  poliglotta dove  latini, siriaci, ebrei e greci  hanno rapporti equivoci   tra loro e si confrontano e dibattono, creando una comune cultura cristiana, nonostante le differenze teologiche e i diversi  valori dei termini usati, che generano confusione.

Girolamo è già in conflitto col Vescovo Giovanni (cfr.  Traduzione e Girolamo, De optimo genere  interpretandi ) ed ora  maggiore è la tensione per l’affaire Pelagio, che ha diviso la cristianità gerosolomitana e palestinese, dopo aver lacerato quella africana. Perciò, riflettendo su questo episodio per comprendere la situazione a Gerusalemme sotto il vescovo Giovanni filopelagiano, dopo l’accusa  ai pelagiani, assolti e poi  di nuovo accusati  sotto il suo successore Praulio (417-422), medito sulle parole di  Agostino  (De Gestis Pelagii, 35.66) che, sentiti da lontano i fatti,   informa: Si racconta che dopo questo processo gravi crimini furono commessi in Palestina con incredibile audacia da parte di non so quale crocchio di uomini sfrenati, che si fanno passare per partigiani di Pelagio e lo spalleggiano in maniera assai perversa. Accadde che i servi e le serve di Dio addetti alle cure del santo presbitero Girolamo furono vittime di uno scelleratissimo assalto, un diacono rimase ucciso, e edifici di monasteri furono incendiati. A mala pena lo stesso Girolamo per la misericordia di Dio fu protetto contro questa violenta incursione di gente empia da una torre meglio difesa delle altre.

Riporto anche  la sentenza del tribunale:  Poiché ora è stata data soddisfazione a noi con le spiegazioni del monaco Pelagio qui presente, il quale da una parte acconsente ai santi insegnamenti della Chiesa e dall’altra riprova e anatematizza le affermazioni contrarie alla fede della Chiesa, noi confessiamo che egli è nella comunione ecclesiastica e cattolica.

Girolamo ed Orosio, i due principali accusatori non si sono, dunque, arresi, professore, convinti delle loro idee antipelagiane, simili   a quelle agostiniane, africane, e fanno ricorso al Vescovo per fare condannare definitivamente  Pelagio.

Girolamo, accusato   dai Pelagiani di gestire la ricchezza romana  e di servirsi  specificamente degli averi di  Paola ( cfr. Capitali femminili e  Cristianesimo) avendo già fondato un monastero maschile e uno femminile, si difende leoninamente  con Adversus Pelagianos.

Certo, Marco, il fatto che  Pelagio risulti poi  vincitore e ne esca ingigantito proprio per la sua ritrattazione, a dimostrazione della sua theoria flessibile, tanto da potersi  discolpare anche dalle  pseudo deduzioni di  Celestio, fa incattivire il focoso  Girolamo che, nonostante il ricorso, è di nuovo vinto dalla precisa affermazione ortodossa  cattolica dell‘eretico, abile a sottolineare il proprio  pensiero, basato sulla libertà ed autonomia dell’arbitrio personale e a  rilevare perfino un’impostazione gnostica sull’Incarnazione del discepolo.

Alla persecuzione dei cattolici segue il fatto di  una violenta reazione da parte dei  pelagiani, che vedono i prelati  avversari come   incettatori di ricchezze, che  cercano di aver perfino gli averi di Demetriade, come già ha fatto Giovanni Crisostomo con i beni di Olimpiade e poi come faranno altri con quelli di  Giuliana Anicia a Costantinopoli verso la fine del V secolo e gli inizi del VI, al momento dell’elezione di Giustino I, dopo la morte di Anastasio I.  Nel tafferuglio c’è un  diacono morto !

Ormai la chiesa cattolica ha un suo potere politico ed economico, ma ha necessità di patrimoni  terrieri e di denaro liquido per assumere maggiore importanza rispetto alle altre forme oligarchiche dominanti, specie nell’impero orientale teodosiano  dovendo competere con il potere  del sovrano e della corte, accentratore col fisco della ricchezza erariale statale, di cui è regolatore con i suoi delegati provinciali, oltre che con l’apparato militare, bisognoso di denaro per le campagne contro i nemici esterni.

L’impero  occidentale e quello orientale  sono impegnati a creare uno stato oligarchico in cui poche famiglie, legate alla corte,  laiche e clericali, hanno il monopolio del territorio imperiale  e costituiscono neanche il 10 %  della popolazione romana, avviando  la restante  nona parte  già,  secondo  il processo di  incatenamento  alla terra,  ad essere serva della gleba e schiavizzata perché indebitata.

La chiesa cattolica è  già corrottissima anche per i lasciti testamentari,  per la circuizione dei vecchi e  dei minori,  sia a Roma che a Costantinopoli (cfr  Domus aniciaCapitali femminili  e  cristianesimo) per lo scandalo delle agapete  e clero,  per la competizione al patriarcato specie Romano, per l’omophobia  cristiana ( la corte è piena di eunuchi, funzionari statali ).

Professore, ora  capisco meglio  perché anche il papa  Francesco oggi parli del pericolo del pelagianesimo e dello gnosticismo in Evangelii gaudium e   nella lettera ai Vescovi  Deo Placuit . Penso, infatti, che  l’incarnazione di Christos in una  vergine risulti giustamente  inutile se non esiste il peccato originale. Pelagio non ha affatto parlato a vanvera, come anche gli gnostici E’ giusto? o Sbaglio?

Se papa Francesco non si pone problemi ma accenna solo alle tentazioni pelagiane e gnostiche ricorrenti, tu perché  dài per accertato che Pelagio non sbagli e che gli gnostici abbiano ragione affermando che non è necessaria la venuta del Christos con la sua incarnazione nel ventre di una vergine?

A me, ingegnere,  sembra oggi del tutto ovvio  e naturale che la concezione occidentale del faber  abbia anche una connotazione naturalistica pelagiana: la favola di Adamo può valere ancora  solo per la massa di credenti ignorantissimi cristiani!

Sappi che il problema è più complesso di quanto possa sembrare  a prima vista e non si tratta solo di un fenomeno  naturale-naturalistico  ma anche di uno  spirituale -metafisico e  di  uno religioso -teologico  anche per i pelagiani, che non sono unitari nella formulazione ideologica!

Infatti in un primo tempo Pelagio  acconsente totalmente  ai santi insegnamenti della Chiesa  e  solo in un secondo   dopo una personale deviazione  ideologica, riprova e anatematizza le affermazioni proprie  contrarie alla fede della Chiesa  tanto, comunque,  da essere  dichiarato “nella comunione ecclesiastica e cattolica “. Perciò, non si può giudicare oggettivamente, con criteri scientifici il pensiero di  Pelagio se non dopo aver visto e la situazione romana iniziale e quella africana e  quella  gerosolomitana, ultima, in cui vive e muore  il britanno.

Infatti Pelagio a Roma sotto Damaso predica solo il vangelo secondo una volontà riformistica con l’intento di fuggire la ricchezza  e cercare la fede spirituale e di  fare un cammino di perfezione   secondo la paideia christiana romano- ellenistica,  di lingua latina, seppure  in relazione ad una precedente formazione gaelica druidica, naturale, mentre poi nel secondo, nel  periodo africano  si scontra con la posizione integralista agostiniano- manichea,  e nell’ultimo nel clima di Gerusalemme sotto la protezione del vescovo  Giovanni, ben collegato con il patriarca  Attico di Costantinopoli, matura  un cristianesimo  moderato connesso col principio della libera volontà ed autonomia personale.

Dunque, professore, urge che noi comprendiamo i parametri di lettura pelagiani  secondo la  cultura gallica,  il sistema di insegnamento  proprio di un maestro occidentale.

Certo, Marco, altrimenti falsiamo il pensiamo pelagiano  confuso con quello della paideia orientale, di lingua greca  di  molto superiore culturalmente a quella occidentale.

Personalmente io penso ad un maestro  della tipologia  di  Decimo Magno Ausonio (314-395).

Il maestro di retorica di Ponzio  Anicio Meropio Paolino, di Paolino di Nola (345-431) ? L’autore di Mosella e di Ludus  septem sapientum e  di altre opere ?

Pelagio può aver seguito le lezioni di un maestro di tale genere  in patria  e può essersi formato  secondo i parametri dell’epoca  con cui si insegnava a seguire non solo  l’arte  ma anche il sistema di vita del precettore?( cfr. E. Paratore, la letteratura latina dell’età imperiale  1959)

Perciò Pelagio  potrebbe  basare tutto sulla volontà, intesa  come  studium et usus  in quanto esercitatio et imitatio  sul fondamento, però,  della doctrina evangelica christiana,  diffusasi nelle zone britanniche e in precise zone dell’Occidente: la sua predicazione di un ritorno ad un  primitivo vangelo, pauperistico,  ne sarebbe una prova!

La sua predicazione in Africa, in un clima donatista,  impostata sulla volontà, naturale,  in cui prevale non la razionalità ma l’ottimismo con  fiducia nell’uomo creativo pars dell natura stessa creatrice si scontra col pensiero episcopale basato sui limiti dell’uomo, principe della terra,  peccatore degenerato per colpa di Adamo: L’opposizione è fonte di accuse  tanto che Pelagio, condannato a Cartagine da un sinodo,  decide di ritirasi in Palestina.

Infine nell’ambiente di Gerusalemme si barcamena, lui occidentale di cultura latina, con un linguaggio  scarsamente  greco, di fronte alla critica orientale, superiore, favorevole alla theoria della grazia  e  della predestinazione agostiniana, facendo chiarezza con un formulario semplicistico e d evangelico sulla sua doctrina  quando già Nestorio  comincia  la propagazione del suo pensiero .

Professore, noi uomini siamo complessi e strani ed ancora di più siamo freddi  e calcolatori  in caso di appartenenza  al clero  che ha il dovere di essere esemplare imitatore del Christos, guida nel cammino di perfezione, pur conscio di essere materia e di essere quindi in natura, peccatori, anche se convinto di essere prediletto da  Dio, nostro padre.

Io, che sono pratico, scientifico, positivista  vicino più a quelli che  fanno le cose secondo natura e tendono a autocorreggersi in situazione, senza l’aiuto di nessuno,  che sono  vigili  su se stessi nel loro quotidiano cammino ascensionale, progressivo, mi stupisco del pensiero agostiniano di Tzevan Todorov (1939-2017)-che lei ben conosceva.

Il bulgaro-francese  in I nemici intimi della democrazia, (Garzanti 2012) rileva nell’individualismo  il male intimo della democrazia occidentale,e, dopo la fine dei totalitarismi, trova  nella radice pelagiana  l’eccesso di ottimismo  che, pervadendo  il sogno scientifico lo condiziona   e perciò gli contrappone la theoria pessimistica di Agostino che nell’ assistenza divina  e nei limiti dell’uomo coglie i valori umani individuali, contemperati con quelli comunitari.

La  formulazione conclusiva  di Todorov è  sul rinnovamento della democrazia, che deve ricercare  un  nuovo equilibrio tra autonomia individuale e  bene comunitario  che sono i pilastri di ogni forma democratica!

La nostra stessa società perTodorov  è  di fronte a questa alternativa: si è illusa di essere capace di trovare il senso e di affermare così la propria superiorità e ora deve fare i conti con i fallimenti di cui porta la responsabilità; assumere un punto di vista più pessimistico, ammettere che il male non stava fuori e lontano da noi, è forse un modo per verificare se sia possibile predisporsi al dono di ritrovare un senso del nostro cammino!

Per me  professore, il pensiero di Todorov contempla solo l’aspetto naturale ed umano, che viene condannato senza rilevare le potenzialità infinite umane, non diversamente da quanto denuncia Papa Francesco un  cristiano francescano -gesuita, un idealista italo-argentino, che sa rilevare le tendenze pelagiane e gnostiche nel nostro secolo, ma non ne comprende il reale potenziale valore.

Marco, non ti sembra di andare oltre il nostro stesso pensiero e le nostre comuni  attese euristiche?

Per me chi non sa emendare se stesso da solo non può emendare la natura: ora è tempo di processare  la  doctrina agostiniana, di fare una revisione storica dello gnosticismo e di rivalutare definitivamente  il pelagianesimo!.

Certo, Marco,  il pelagianesimo  avrebbe potuto agli inizi del V secolo avviare il cristianesimo  in una direzione unitaria positiva, antimanichea  secondo due linee critiche, quella di una  visione materialistica  meccanicistica  e quindi di un  progressivismo illuministico e  positivistico e quella di un’altra concezione  in relazione alla  interpretazione culturale lucreziana di  una degenerazione progressiva umana secondo le mitiche epoche passate  da quella dell’oro a quella del ferro,   a causa del male  originato dall’uomo stesso che  per la mancanza di Giustizia, non era in grado di costituirsi  in società  democratiche,  pervase da individualismo egotistico  e da  esplosioni comunitarie  irrazionali, dominate dal clero che, in nome di un Dio creatore, soggioga le masse,  credulone, impedendo il sorgere di forme unitarie democratiche, favorendo eccessi  tirannici o oligarchici.

La doctrina agostiniana della grazia e della  predestinazione, con l’equivoco peccato originale di Adamo, invece, proprio allora, dopo  la condanna del pelagianesimo,  avvia  il cristianesimo su linee elitarie, clericali, su base selettive  classiste in una volontà  di negazione della paritarietà umana  su cui poi la cultura medievale elabora un costituzione ,   basata  sul  diritto romano giustinianeo , sulla supremazia della Chiesa romana, vicaria del Christos vivente, la cui auctoritas con potestas è divina  tale da poter investire  dello stesso potere anche gli imperatori e i re, giusti finché soggetti  fedeli al Pontefice, diabolici  tiranni in caso diverso: Agostino crea un modello di vita terrena sulla Civitas dei, armoniosa sotto il  controllo di un Dio, monarca assoluto,  modello per  Imperatore e Pontefice,  sue  figure terrene – l’uno guida alla felicità terrena come amministratore di  iustitia e datore di pax  e l’altro guida  spirituale delle anime verso la gloria paradisiaca come  interprete della volontà divina,  biblica–  mentre  i  laboratores, oratores e bellatores diligentemente svolgono le loro funzioni ministeriali servili.

Quindi , professore, se ho ben capito,  non sbaglio a  dire quanto ho  detto e anche  se aggiungo che mi  risulta equivoco ed ambiguo lo stesso pensiero di Todorov.

Marco, tu sei un mio discepolo e forse il più caro, quello che dovrebbe diffondere il mio pensiero di un nuovo umanesimo razionalistico illuministico positivistico, che  non mi sembra  todoroviano!  La convinzione della superiorità della democrazia occidentale   sottende e comporta la ripresa di crociate volte a colpire il male, mentre  l’autonomia dell’economico, soggettiva, tende a rovesciarsi nel dominio dell’economia sui soggetti e, per altro verso, l’individualismo si afferma in modo quasi metafisico.

La radice di questi atteggiamenti può essere individuata  giustamente proprio nel Pelagianesimo,  capace di affermare il bene, secondo natura, con la propria ragione.

Il fatto che Todorov contrapponga il pessimista Agostino  al  positivista  Pelagio è dovuto alla sottesa accettazione della  visione  agostiniana del peccato come limite intrinseco della natura umana. Per me non esiste, però,  un mondo capace di collegare la politica  con l’illusione di una potenza senza limiti, portata  a moderarsi  e ad equilibrarsi tra autonomia individuale e bene assoluto. Perciò, anche se posso accettare con riserva  Todorov , non mi   pare sostenibile, oggi, la concezione agostiniana di papa Francesco.

Aggiungo, Marco. che un pontefice  ragiona con  la fede  di Agostino che  sa giustificare fede e ragione in un’Africa lacerata da Donato e   e da Pelagio  con la theoria naturale  in cui prevale non la razionalità ma l’ottimismo dell’uomo creativo, pars creativa della natura stessa. Agostino  tirando  dalla sua parte  con la sua doctrina anche Girolamo  – che si separa da Rufino e che nell’ambiente di Gerusalemme  si barcamena retoricamente  di fronte alla critica orientale, ostile alla chiesa romana- rende compatto, comunque,  il fronte antipelagiano  sulla comune base manichea del male, quando   già Nestorio inizia la propagazione del  suo pensiero. La condanna pelagiana da parte  del papato romano  è un ‘ulteriore pacificazione confessionale  col patriarcato costantinopolitano  in un’unità di intenti  contro il pelagianesimo.

Oggi, dopo secoli,   papa Francesco  condanna di nuovo Pelagio che  spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene, e sulla scia di Agostino aggiunge  che Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività.

La sua conclusione, agostiniana, è quella cristiana: solo in Christo c’è salvezza  dal peccato  che è fondamento della chiesa dei peccatori in quanto la dottrina cristiana non è un sistema chiuso, ma  è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

Al papa  sfugge che nel V secolo, proprio all’interno del dibattito dottrinale tra Pelagio e Agostino d’Ippona  si precisa  la dottrina della Chiesa e all’interno della lotta tra queste due fazioni  si forma il gruppo dirigente della Chiesa d’Occidente  che coi  suoi rapporti con la corte imperiale, con l’aristocrazia senatoriale e curiale, svolge anche  la sua funzione di avvocato  del popolo.

Su un piano più strettamente teologico, nei secoli successivi, le idee di Pelagio verranno più volte riscoperte e riconsiderate, per via della loro connessione con l’eterno problema che caratterizza la relazione tra volontà divina e libero arbitrio umano.

Professore, la sconfitta di Pelagio, che sancisce la vittoria in Oriente e in Occidente di Agostino, non ha mai  convinto unanimemente chi pensa che chi non sa emendare se stesso  non può emendare la natura! 

Marco, Marco!!

 

 

 

RITA LEVI MONTALCINI, AN ITALIAN, A WOMAN AND A JEW

RITA LEVI MONTALCINI, AN ITALIAN, A WOMAN AND A JEW

 

I would like to begin by quoting a sentence by Rita Levi Montalcini, which, using anadiplosis, underlines her steadfast faith in women’s ability to make anonymous, habitual sacrifices as compared to men’s so-called superiority: women have always had to fight twice as much. Women have always had to carry two loads, one of which is private and the other public.

The neurologist, concluding her thoughts, clearly endorses the principle of the central role carried out by women in the social context: women are the backbone of society.

For this reason, I would like to point out the resoluteness in the scientific research she carried out; it has been a model for many young, female researchers.

Together with her work, I would like to praise the hidden experiments carried out in La Jolla, San Diego by the Scripps Research Institute in the attempt to give concrete hope to many mothers of autistic children. I would like to wish those involved in this research the chance of being awarded the 2019 Nobel Prize together with Prof. Stuart Lipton, as Rita Levi Montalcini was in 1986 (rather belatedly) for having found a way to eradicate Autism. In the name of Rita Levi Montalcini, let me say that it is our duty to keep on fighting, every day, heroically, with all our strength, so that science frees Nature from its monstrous error! Every child has a natural right to sentiments and feelings.

 

Text of the old article: She is one hundred years old, but she is the youngest female Italian Jew, the youngest Italian woman, the youngest Israelian woman and the youngest woman in the world. She has the typical youthfulness of an idealist, who never grows old as s/he is always committed to eternal thoughts and immortal riches.

She was a Sephardic Jew, but was educated according to sexist principles. She defeated death because she was a rebel and had divergent views. She sought for her own personal authenticity, aspiring to a degree in medicine at a time in which women usually stayed at home to cook, bring up their children and be only a wife and mother. She wanted to follow in the footsteps of her master, Giuseppe Levi, her one desire being to be completely herself, free to be compos sui and to show that she was epimeletes eautou, to gignoskein eauton (know herself).

She defeated death, forced to emigrate to Belgium by the fascist regime, to work at home, to accept an invitation to work at the Institute of Neurology of Brussels University until 1940, to flee Belgium and return to the region of Asti in Italy in secret, and to do research in makeshift laboratories on the nervous system of chick embryos. This research led to her working on the specific formation mechanisms of the nervous system of vertebrates, an achievement of her classic autonomy and methodos associated with the Jewish musar (culture).

She defeated death with her passion for research, to which she dedicated the best years of her life, isolating herself and doing without the joys of life’s normality, of normal love and of maternity. She strove to attain new goals, to follow the sublime, adrepebolon, her eternal Israel, and to follow Jacob up an infinite, eternal ladder (Dio Upsistos, Shaddai). She sought real life in the hard, resolute challenge with herself, beginning with her education as a young girl until she attained the culture of adulthood and epistemic scientificity without growing old, leaping to the top with her work in the Department of Zoology at Washington University in Missouri.

She sought real life in thirty years of research, receiving no recognition, no support from anyone, no comfort at all and no salary. She became eternal in the solitude of that maniacal, obsessive, ideally prolific work, creating the armour of a militant, shaping the symbol of a hero, the emblem of an ageless martyr and research worker, invincible especially when, time after time, she was unsuccessful. She was able to find new stimuli thanks to her ability to start again and resume her work, to come up with new ideas, to be almost reborn after abandoning paths she had already explored, to finally acquire a new, personal method that was not only useful heuristically, but also served as a model for other researchers.

She was immortalised with this new kind of asceticism, of continual practice, which makes the personality of a worker unique and purifies it, not being influenced by any speculation, propaganda or political party. She became a life model for all those people who search and live for their work, whereas she was a harsh warning for layabouts, conmen and football virtuosos, as well as for the coquetry of beauty contest winners, and for rubbishy television programmes.

Her discovery of the nerve growth factor, known as NGF, in the differentiation of sensory and sympathetic nerve cells after research on the protein molecule and its mechanism of action, was only recognized in 1986, when she was 77 years old. Her research was no longer a young researcher’s dream, but a scientific reality: in fact, she, an Italian Jew, was awarded the Nobel Prize for Medicine together with the biochemist Stanley Cohen (USA) for the following motivation: The discovery of the NGF at the beginning of the fifties is a fascinating example of how a keen observer can extract valid hypotheses from apparent chaos. Previously, neurobiologists had no idea which processes were involved in the proper innervation of an organism’s organs and tissues. At last, at the age of 77, after a long journey, in which errors and hopes were fused in an ideal union derived from continual diacrisis and sugcrisis, from the combination of analysis and synthesis in a continuous, infinite creation, Levi Montalcini, a Jewish martyr and left-wing activist, sanctified by her work, received worldwide recognition. She is the true heroine of our times, a female symbol for everybody, an example of classic Christian Jew immortality, the greatest synthesis of platonic epistemology and Aristotelian-Christian ideals, as well as of universal culture. For 23 years, she continued her work at the Institute of Neurobiology of the Italian National Council of Research as if she were an ordinary woman, while also acting as President of the Institute of the Italian Encyclopaedia as well as member of the most important Italian, papal and American academies (Accademia Nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia, Accademia Nazionale delle Scienze dei XL, National Academy of Sciences, and the Royal Society). She was also elected Life Senator by President Ciampi.

Despite the honorary degrees (University of Uppsala, Sweden; Bocconi University, Milan; St. Mary’s College, USA; Weizmann-Rehovot University, Israel) and research awards (Saint Vincent; Feltrinelli; Albert Lasker), Rita Levi Montalcini was and still is a typical Italian researcher, and a leading figure for many unknown and young researchers. Thanks to her exceptional temperament as fighter and worker, starting off as an ordinary research worker to then become a researcher par excellence and the most prolific woman of Italy. All this was due to her being a scholar, spoudaia, and the propagator of a new tzedaqah.(trad. Inglese di SUE EERDMANS).

Pelagio

Vuole emendare la natura chi non sa emendare la propria vita.  Pelagio

 

Marco, oggi, vorrei  parlarti di Pelagio britanno ( 360-420 d.C.) di un eretico, la cui eresia, pur  condannata perché invalidante la figura umana di Christos e la sua funzione nell’Ecclesia, risulta, invece, una  parziale soluzione del  problema del volere e del libero arbitrio umano, irrisolto- anzi complicato – dalla  Theoria agostiniana della predestinazione e della grazia.

Pelagio è, dunque, uno speciale eretico che contribuisce alla formazione di una cultura laica circa la creazione  e la libertà dell’uomo, opposta al pensiero agostiniano, ancora venato dal manicheismo?

Certo, Marco, il britanno è  favorito dalla sua naturale formazione celtico – druidica, immune dalla cultura orientale mazdaica e poi manicheo-christiana!

Infatti  nella lettera a Demetriade ( cfr. Lettera a Demetriade a cura di D. Ogliari,  Città Nuova, 2010), Pelagio mostra il suo pensiero circa il volere e il libero arbitrio,   cosciente che non ci può essere una Chiesa santa, se i suoi membri, costituenti il corpo  mistico di Cristo, sono tutti peccatori, compresa l’élite sacerdotale.

Certo, professore,  come potrebbe esserci una chiesa cattolica, sposa e madre  di Cristo, quando tutto il suo corpo  è fatto di peccatori?

Marco, secondo teologi, come R. Hasseveld (Mistero della Chiesa, Edizioni Paoline, 1953 ) la chiesa, santa in virtù di Cristo, coi sacramenti, con la parola di Dio e col sacerdozio, purifica i peccatori, seppure li debba sopportare fino all’ultimo giorno.

Mentre Agostino  si dimostra  contraddittorio perché la Chiesa – che, in quanto  corpo di Cristo, ingloba anche peccatori non solo laici ma anche sacerdoti  che trasmettono i sacramenti  e guariscono i malati – si santifica in virtù di Christos – che è vero ed unico sacerdote  immune da ogni  colpa-, Pelagio, avendo una visione della creazione,  naturale,  non ha problemi nel periodo della lotta contro i Donatisti, dato il valore  della  natura, creatrice, e vista la reale funzione della struttura umana ed animale nel sistema kosmico materiale.

Forse, professore, ora,  mi dovrà dire qualche parola sui donatisti  e così forse capisco meglio tutto il problema della materia e della natura?

Certo, Marco, capire i donatisti è già un passo avanti per rilevare la funzione  elitaria della chiesa e la posizione integralista dello stesso Agostino nei confronti, poi, dei pelagiani!

I donatisti  sono i seguaci di Donato di Casae Nigrae ( 285?-355)  che in Africa, durante la persecuzione di Diocleziano condannano di nuovo  i cristiani cattolici  laici e specie i sacerdoti e vescovi che hanno consegnato libri sacri  in mano delle autorità pagane romane. Anche loro sono degli integralisti che hanno una volontà nazionalistica con un desiderio di  separazione da Roma, non solo religiosa anche  politica,  per cui interviene lo stesso Costantino  che li fa condannare ad Arles,  ad opera di Optato di Milevi, nel 315.

Essi sono in  connessione con le posizioni di Melezio di Nicopoli e riprendono le stesse idee rigide dei vescovi africani contrarie ai lapsi di Cipriano, convinti di non dovere accordare il perdono ai traditores, ai  vescovi che hanno defezionato davanti alla persecuzione  e che hanno battezzato  in stato di peccato.

Essi arrivano a creare la chiesa dei puri contro la chiesa dei traditori:   vinta la lotta coi traditori,  impongono come vescovo di Cartagine Maggiorino e poi lo stesso Donato, dividendo la chiesa africana  che ha già anche fremiti eversivi di rivolta  politica.

Pelagio, Marco, va oltre il problema donatista,  perché è convinto  che Dio,  pur avendolo creato debole e inerme esteriormente, creò l’uomo forte interiormente, facendogli dono della ragione e della saggezza, e non volle che fosse un cieco esecutore della sua volontà, ma che fosse libero nel compiere il bene o il male (Ibidem) .

Per Pelagio, quindi, professore, Dio, creatore, equivale alla phusis, onnipotente creatrice  delle creature, comprese uomini ed animali e vegetali, ordinatrice razionale di ogni cosa, perfetta nel sistema universale! Per Pelagio neanche  viene   creato Adamo, il primo uomo! Neanche  in una tale perfezione kosmica naturale è pensata la nascita  di un uomo che contamina il tutto col peccato e che origina una catena di male  che si propaga da padre in figlio come una tara ereditaria!   Per Pelagio l’uomo è naturalmente  immune dal peccato!

Dici bene, ma non è proprio così, Marco,! l’uomo, comunque,  non ha da scontare nessun  peccato originale e se  per caso i suoi progenitori avessero peccato,  ognuno personalmente risponde della propria colpa, che è individuale  e non si trasmette  da generazione a generazione: i traditores, però,  che hanno commesso peccato di consegnare le cose sacre ai pagani  non possono più svolgere la loro attività sacerdotale  perché non hanno più la funzione mediatrice tra Dio  e l’uomo, non essendo neanche più christianoi, essendo decaduti dalla dignità.

Pelagio, allora, mostra il valore della dignità umana: Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo, la condizione dell’uomo sia più alta e dignitosa, dove sembra e si crede invece più misera!(ibidem)

Ed infine rileva  il dono divino di saper distinguere il  bene dal male con la razionalità e dice che è un bene commettere il male in quanto è una possibilità che autorizza poi la scelta del bene: Nell’essere capace di distinguere la duplice via del bene e del male, nella libertà di scegliere l’una o l’altra sta il suo vanto di essere razionale. Non vi sarebbe alcun merito nel perseverare nel bene, se egli non avesse anche la possibilità di compiere il male. Per cui è un bene che possiamo commettere anche il male; perché ciò rende più bella la scelta di fare il bene.

Questa, Marco,  è la sua conclusione! Sembra che molti vogliano rimproverare il Signore per la sua opera, dicendo che avrebbe dovuto creare l’uomo incapace di fare il male: non sapendo emendare la loro vita, costoro vogliono emendare la natura! Invece la fondamentale bontà di questa natura è stata impressa in tutti, senza eccezioni, tanto che anche fra i pagani, che non conoscono il culto di Dio, essa affiora e non di rado si mostra palesemente. Di quanti filosofi, infatti, abbiamo sentito dire o visto con i nostri occhi che sono vissuti casti e astinenti, modesti, benevoli, sprezzanti degli onori del mondo e dei piaceri, amanti della giustizia? Di dove vennero loro queste virtù, se non dalla natura stessa?

Da qui l’invito a DemetriadeFa’ dunque che nessuno ti superi nella vita buona e virtuosa: tutto questo è in tuo potere e spetta a te sola, poiché non ti può venire dal di fuori, ma germina e sorge dal tuo cuore.

Chi è Pelagio, che pensa in modo  così naturale,  pur vivendo in un momento come quello donatista  tra il IV e il V secolo, dominati da personalità forti, capaci di  gestire potere religioso  e quello politico, abili retori demagogici, come  Ambrogio, Agostino, Rufino, Damaso, Gerolamo, i cappadoci e gli alessandrini Teofilo e Cirillo ?

E un Britanno, (forse irlandese? forse pitto?  o caledone ?) di stirpe celtica e di formazione druidica, naturalistica, di nome Morgan, di statura altissimo, mastodontico nell’andatura, albino di capelli, marino forse per il colore dei suoi occhi e per la provenienza oceanica.

Si conosce la sua formazione?

Poco o niente si sa della sua formazione in Britannia e neppure si conosce se è un monaco eremita  o se se monaco presbitero o laico.

Sembra che non sia  un religioso ( lettore,  diacono o suddiacono) , ma  forse  un monaco laico, non presbitero, seppure  buon oratore  che  a Roma predica il distacco dalle ricchezze, la povertà e la castità, quando vive insieme col sofista  Celestio, uomo lodato per qualche tempo  anche  da papa Damaso e da Gerolamo, che non sono certamente conformi al suo pensiero e alla dottrina del pelagianesimo, che diffonde  l’idea del Paradiso come premio per  buoni e dell ‘Inferno come castigo per i cattivi, su una concezione, comunque, diversa di peccato e di remunerazione.

Nella Roma della fine del IV secolo, dove c’è competizione per il papato, dove vale il formalismo e  prevale la ricchezza aristocratica  Pelagio  risulta un bastian contrario non solo per i Christianoi, che sono un terzo dell popolazione romana, ma anche per i pagani, ormai corrotti e decadenti nel loro comportamento.

Sembra che, dopo il sacco di Roma di Alarico,  Pelagio si rifugi ad Ippona e poi a Cartagine,  dove in effetti si diffonde davvero  il suo pensiero, che trova oppositori in Agostino e Paolo Orosio, che, poi,  nel sinodo di Gerusalemme  del  415, fanno condannare la theoria pelagiana anche da Gerolamo, nonostante l’opposizione   del vescovo  della città  Giovanni, fervente seguace.

Eppure  si è ancora nella lotta contro i donatisti a Cartagine, in cui  Pelagio propende  per la chiesa dei puri  ed è vicino al pensiero di  Ticonio Afro, autore di De septem regulis  e di un commentario all’Apocalisse, uomo euforico, monaco focoso, esegeta  entusiasta, portato all‘universalismo cattolico, nonostante l’apostasia,

Le relazioni, giunte  a Innocenzo (402-417 ), inducono il papa alla scomunica  che poi è  ratificata dall’imperatore Onorio, che ordina      esilio ed espulsione dall’impero occidentale di tutti pelagiani, nonostante la dimostrazione  successiva di ortodossia di Celestio a papa  Zosimo (417-18).

Si ha la definitiva condanna, comunque, nel Sinodo di Cartagine, poco prima della morte di Pelagio in Palestina.

Professore, mi può sintetizzare il pensiero di Pelagio   e metterlo in confronto con quello di Agostino?

Senti bene, Marco: mi chiedi una cosa non facile ma tenterò di darti delle indicazioni circa Agostino e circa Pelagio.

Pelagio ritiene che,  se non c’è un male di natura, significa che il problema del male è nel volere  e nella personalità umana  volendo far intendere  che le vie del bene e del male non preesistono  all’atto volontario, che è libero, immune dalle contaminazioni adamitiche.

Ora Agostino invece dice che ogni uomo ha un suo volere ed è libero e quindi come cosa creata tende a Dio  aderendo alla sua  bontà ma ha possibilità di torcersi lontano dal suo creatore, che pur concede grazia a chi deve salvarsi, a causa del peccato originale.

Sono due punti di partenza diversi , da cui derivano due diversi orientamenti con due sistemi di vita opposti : quello Pelagiano  che contempla uno stato puro naturale  senza peccato originale,non bisognoso di redenzione  e quindi della venuta di Dio figlio – inutile la sua morte come la resurrezione!-quello catholikos che  ha bisogno della redenzione dell’uomo gravato dal peccato originale e della missione salvifica del Christos, venuto, sempre presente  e vivo nel corpo della Chiesa e venturo!

Semplice è  la predicazione di Pelagio, conseguenziale nello sviluppo umano e naturale, socialmente  ed antropologicamente corretta! Agostino, invece,   non sapendo spiegarsi  l’esistenza della cattiva volontà  – che si piega con l’aversio, e si allontana da Dio- tergiversa e va verso soluzioni retoriche convinto che  non sia possibile  pretendere  di vedere le tenebre e di sentire il silenzio: infatti conclude che le  cose nesciendo sciuntur  ut sciendo  nesciantur (De civitate dei  XII, 7). Marco, nota  la finezza retorica di Agostino,  il doppio poliptoto, il chiasmo, le allitterazioni, segni del suo sforzo argomentativo!

Così facendo  resta  nella  theoria manichea dell’uomo, teatro della lotta  tra il principio trascendente di Haura Mazda e  quello di  Ariman  ed  evidenzia la negatività dialettica del male  e il processo della volontà  come peccato tanto da poter concludere che aversio  ab incomunicabili bono et conversio admutabilia bona, in una giustificazione dell’ascetismo cristiano,  idealizzato e sublimato, con una lacerazione della coscienza individuale in una lotta tra spirito, pars divina e corpo pars diabolica.

Strano ragionamento!   All’ aversio è abbinata la colpa del soggetto  con la pena, mentre alla conversio  è abbinato il bene col premio, anche se Agostino sa quanto sia falso   e meccanico il principio  della lotta  manichea, espresso in numerose opere ( cfr. Ad catholikos epistula contra Donatistas, Contra  Cresconium, De unico Baptismo contra Petilinianum ad Constantinum,  Contra epistulam  Parmeniani,  De  Baptismo  contra Donatistas-P. L ,43 -)  e con immagini  allegoriche  della trebbiatura e dell’arca, a dimostrazione dell’impossibilità di soluzione del problema del male.

La sua creazione del mondo  – cfr. De genesi ad litteram Imperfectus,15 –  PL 34,- è opera buona di Dio  come  manifestazione della  sua stessa armonia, tipica come opera di Amore e di Bontà  in cui, però, esiste il male, che non è, comunque,  nell’ordine della natura!.

Agostino, invano, contrappone al dualismo manicheo la negatività del male, nonostante la theoria della grazia e della predestinazione con la distribuzione armonica di ogni cosa in cui l’essere primo.  graduando nelle singole nature gli esseri,  forma  la struttura provvidenziale, l‘oikonomia divina,  col congenito vitium come deviazione  ed opposizione  dialettica della cattiva volontà  e degli oppositori  angelici celesti primordiali.

Agostino in De gestis Pelagii ad Aurelium liber unus, in modo molto confuso, cerca di esulare dalla cosmogonia il problema del male  immaginando un male originario metafisico  intrinseco alla struttura dell’universo  quasi creatura della volontà umana ed angelica, superba nei confronti di Dio, pur in una coscienza che la natura  resti non separata dal creatore,  ma sia   partecipe della bontà divina, creatrice.

Agostino, dovendo mantenere il peccato originale nella trattazione della volontà e dl libero arbitrio, si complica la vita col dovere  mediare  tra la necessità di far scomunicare i pelagiani  e la personale incertezza   tra buona azione meritoria e  il dono gratuito divino con privilegio per gli eletti.

Per lui la corruzione del corpo non è causa  del primo peccato ma pena  mentre per  Pelagio  la carne non rende l’anima peccatrice perché  il male  non  è sostanza ma nome privo di  sostanza: ogni uomo naturalmente è ricco  della possibilità di errare che è utile alla sua personale crescita progressiva.

Gli uomini, dunque, professore, per Pelagio  compiono azioni che nascono dalla  spontaneità dell’agente  che può fare bene o male  anche con la solidarietà con Adamo peccatore, la cui colpa con pena non  può essere  trasmessa per generazione: l’eretico afferma la libera volontà come criterio  dell’azione che risulta buona o cattiva  considerando inutile l’aiuto della  grazia divina  e la stessa mediazione continuata del Verbo.

Mentre Pelagio distingue l’atto in tre momenti,  potere, volere ed essere in cui solo il primo è divino in quanto proprio della natura divina creatrice e il secondo e il terzo sono  tipici dell’ individuo,  Agostino col suo personale libero arbitrio  considera divini tutti e tre i momenti sebbene comprenda  l’impossibilità di compresenza di prescienza divine ed atto libero umano, propugnando,  perciò, la predestinazione.

Il santo esclude ogni merito umano ed ogni lode naturale  rilevando in Dio  e nella sua grazia,  concessa  in un dono continuo ed assistenziale,  l’unica possibilità di salvezza dell’ individuo,  che, nell’atto, altrimenti, peccherebbe a causa dell’inclinazione peccaminosa, ereditata da Adamo.

Pelagio, invece,  sublima l’uomo peccatore e gli dà esclusivo merito con lode: per lui  il Dio che concede grazia  è la natura stessa creatrice  che dà libertà meritoria  all’uomo, il quale, in situazione, compie l’ atto volontario  autonomo ed è fabbro del suo destino.

Celestio forse va al di là del pensiero del maestro Pelagio : i bambini, che muoiono appena nati sono già in Paradiso  perché morti senza peccato originale; i saggi antichi meritano  premio perché senza peccato adamitico e senza fede hanno conquistato la virtù; non necessaria  risulta la venuta del Christos, Verbo incarnato, Dio redentore, come la sua morte e resurrezione perché l’uomo si salva naturalmente; nessuna funzione ha la Chiesa cattolica col suo clero  corrotto, circondato da agapete e da vedove, moralmente insano, avido di denaro e di potere, protetto dalla casata imperiale.

Forse, Marco,  nell’accesa polemica tra le due partes il pensiero  pelagiano arriva a conclusioni troppo radicali a causa della persecuzione  cattolica, dell’imperatore partigiano, che ha proclamato il cristianesimo religione ufficiale dell’impero!

Comunque, le conseguenze, tirate da Celestio, pesantissime,  diventano inaccettabili perché affondano la barca cristiana, che basa tutto su Christos : in difesa dell’Ecclesia, ora dominante a corte sia in Occidente che in Oriente, i patres  costantinopolitani, alessandrini, antiocheni e romano- africani insorgono, compatti contro il pelagianesimo che resiste, specie in Africa, fino alla conquista araba.

Le migliori  formulazioni sul peccato  originale e sulla costituzione e santità della Chiesa, sul  Verbo incarnato, sulla funzione onnipotente del Pater, su quella del Paraclito, sulla necessità del clero, mediatore come Christos, legge vivente,  tra cielo e terra,  sono di questo periodo come la fioritura di  grandi patriarchi, moralisti ed accaniti demagogici maestri di retorica.

Resta, però, la formulazione di Pelagio  ommes propria voluntate regi   che diventa emblema di una resistenza indomabile: tutti sono retti da una propria volontà.

E’ una verità naturale che nessuno riesce a sconfessare nonostante la doctrina agostiniana, le sue polemiche sulle ambiguitates  eretiche, le sue invenzioni morali teologiche, retoricamente perfette!

Che vera autoconfessione  avrebbe potuto fare Agostino  davanti alla luce dell novità pelagiana! Anche per G. De Ruggiero ( la Filosofia del Cristianesimo, II, Bari Laterza 1946) Il volere è schiavo se si ammette la colpa di Adamo  estesa  all’umanità,Improponibile ed innaturale la predestinazione,  impossibile l’assistenza continuata  storica ad opera di un Dio ancora ebraico, la cui ira è scatenata  spesso dalla colpa umana.

Perciò, professore,  posso concludere che  se non esiste il peccato originale di Adamo e  tutti siamo uomini  razionali,  naturali  elementi cioè in cui pulsa una vita naturale precaria  nonostante la perfezione organica  che comunque ha in se  il marchio di creatura, mortale, che è autonoma, pur in un sistema ordinato  di natura, non c’è bisogno di un apparato artificiale ecclesiastico,  di un organismo ecclesiale,  corpo di Cristo  mistico , quando non è necessaria la stessa figura sacerdotale e regale  di figlio di Dio, venuto a redimere l’umanità maligna.

Tu,  Marco, come Celestio, radicalizzi ogni formulazione e tendi a portarle ad estreme conseguenze: una  cosa è possibile dire! l’uomo è quello che è: vivendo, cerca di orientarsi, facendo del suo meglio, seguendo la sua natura, facendo un percorso sinuoso di conoscenza, come un torrente che va  al mare.

Mi piace, professore, l’idea di  essere una goccia di acqua torrentizia, che va al mare, naturalmente cosciente del suo corso di creatura  e di non essere sola nel  suo iter e nel suo annegare come torrente nella massa oceanica!

 

 

 

Barsanufio

 

 

Marco, non conosci Barsanufio?

E’ un monaco di  di Gaza, nato nel 460, famoso per la pratica di  amerimnia e di hesuchia,   morto intorno al  540!.E’ il santo patrono di Oria di Brindisi, protetta dai  bombardamenti nell’ultima guerra con una miracolosa sua apparizione  agli aviatori americani!

Professore, a Gaza, l’odierna città  palestinese, c’era un monastero?

Certo,  Marco, nei dintorni  della città, a sud, esisteva il monastero di  abba Seridos, dove vivevano, molti origenisti che discutevano sulla creazione del mondo,  sulla apokastasis  e sull’anima   (cfr.Origene e l’apokatastasis ), tra cui eccellevano per il sistema di vita santo e silenzioso  gli hgoumenoi Bersanufio e Giovanni il profeta e il loro discepolo Doroteo.

Questi erano chiamati esicasti, cioè uomini che, dopo avere rinunciato ai beni temporali e fatto voto di non preoccuparsi più di ogni cosa terrena (amerimnia)  si dedicavano alla ricerca dell’ hesuchia, concepita come assenza di ansia e  come atto puro  di tranquillità senza alcuna  preoccupazione,  come unica tensione  alla serenità intesa come calma pacifica e mitezza  con assoluto benessere spirituale,  conseguito con l’esercizio del silenzio e  con una lotta psico-fisica per la cessazione di ogni impulso sentimentale, considerato passionale,  e di ogni volizione.  in una totale abnegazione del proprio essere individuale.

Chi  è Barsanufio  e  chi sono gli altri,  che vivono praticando l’estinzione graduale della volizione, in un annullamento dell’intelligenza emotiva, la base creativa dell’uomo?

Marco, a te sembra che sopprimere lentamente la volizione e la  passione sia un male perché impedisce la formazione autonoma individuale e quindi neanche permette la comunicazione collegiale e comunitaria, in una società dove vige il principio monarchico assolutistico dell’abba.

I monaci di Gaza, invece, mortificando la carne, metonimia di corpo, credono di educare lo spirito, pneumatico, sollevandolo dalla passione diabolica, ilica e psichica,  seguendo l’esempio di  Pitagora  e di Origene, in un’obbedienza assoluta al superiore, che ha potere assoluto.

Cosa? professore   A lei risulta che Pitagora ed Origene abbiano praticato una tale via?!

No. Marco.

Pitagora, però,  aveva, pur regolando i suoi, col vincolo dell’obbedienza alla regola, tenuto  sotto  severo controllo il sesso, considerato  divoratore di quelle  energie  destinate a scopi intuitivi avendo cura della mente e del cuore, della razionalità emotiva.

Il sesso era  proclamato concorrente pericoloso per l’armonia, come ogni forma di ira /orgh,  era considerato  assassino dell’areth prothumos: perciò, Pitagora affermava con Omero Non ascoltare il canto omicida delle sirene!

Per Pitagora,  Professore, io so solo questo:  del sesso era meglio non sapere nulla fino ai venti anni e poi limitarlo dentro la vita matrimoniale. Per i suoi discepoli, invece, il filosofo imponeva il dovere di dare molta importanza  alla forza di volontà, che veniva messa alla prova ogni giorno col  dominare il ventre, con il graduale annullamento della lussuria, col controllo  del sonno.

Certo , Marco, Pitagora aveva dato anche l’esempio: andare via davanti ad un tavola imbandita  senza mangiare nulla, oppure  tenersi lontano dalla donna che piace, e considerarla sogno, da fuggire, amando il silenzio nella suo vasta area di  muta naturale elocuzione!

Pitagora, comunque, rispettava l’integrità fisica sessuale dell’uomo, perfetto microkosmo in un perfetto makrokosmo,  mentre Origene  christianos, seguace dei culti della Grande Madre, diventa eunuco per seguire il Christos (Matteo 19,12).

Comunque, Marco,  i tre monaci, specie Barsanufio,  hanno una loro vita  silenziosa  entro le mura del monastero in una località desertica, secondo la regola dell’umiltà e dell’obbedienza, propria dell’abba Seridos: annullare l’ humanitas per sublimarla con il continuo esercizio  psico-fisico, in un’ascesa verso la purificazione per conseguire  la perfezione, che consiste nell’ hesuchia,  virtù specifica dell ‘esicasta.

A  questo punto, professore, mi deve spiegare il termine esicasta e la figura stessa di Seridos.

Bene Marco! Ci provo.

Esicasta deriva da esukhasmos  (eesuchazoo significa  sto quieto in quanto  vivo in uno stato di riposo mentale/ hsuchia,  termine opposto a kinhsis/movimento)  e vale uomo che pratica l‘hesuchia, la saggia imperturbabilità, raggiunta mediante una scala di perfezione facendo scalini per giungere alla visione del Musterion dell’Unità e  Trinità  di Dio e dell’ Umanità incarnata del Figlio, Christos  Kurios, morto e risorto  per l’uomo peccatore.

Lei, in  altre opere,  ha parlato di hayot / scalini e di sulam scala   trattando della  qabbalah, la mistica giudaica.  I gazei , allora, si rifanno  come altri monaci e  come quelli di Mar Saba,  alla cultura ebraica?.

Marco, non lo posso dire, non avendo competenze,  anche se mi sembra possibile: i monaci gazei, forse più di quelli di mar Saba,  potrebbero conoscere il sistema  kabalistico dei masoreti di Tiberiade e perfino quello dei maestri di Sura e Pumbedita!

Una cosa è certa che Giovanni Climaco (569-649 d.C),  il teorizzatore del  secolo successivo  della Scala del paradiso, non risulta immune da influenze mistiche giudaiche,  anche se sembra seguire solo l’esempio di Christos. Infatti il monaco nella sua scala  fa  ricerca di pacificazione  e  di uno  stato esicastico  personale e cosmico in una consonanza  armonica del riposo individuale in quello cosmico del creato, in una tensione alla perfezione spirituale,  a seguito dell’annullamento delle forze fisiche, estenuate.

In effetti, secondo Giovanni Climaco, l’uomo, pneumatico,  deve procedere seguendo il ritmo del  respiro  dell’individuo, la cui vita, in miniatura,  è  quella stessa dell’universo: l’uomo,  vivendo nel silenzio per ascoltare Dio e se stesso circoscrive dentro il corporeo l’incorporeo!

Essere nudi per nuotare, essere accesi per infiammare, essere  chiusi per santificarsi   è la sua massima  espressione che racchiude in sintesi il suo pensiero, che è quello origeniano,  derivato da   Clemente alessandrino e da Filone  che hanno l’idea della Scala di Giacobbe , propria   della musar aramaica, che vede  nella veste sacerdotale il perfetto esemplare cosmico.

La stessa cosa sembra ancora oggi formulata, in modo differenziato, dai monaci del monte Athos che dicono:

 Posa il tuo mento sul petto, sii attento a te stesso con la tua intelligenza e i tuoi occhi sensibili. Trattieni il respiro il tempo necessario perché la tua intelligenza trovi il luogo del cuore e vi resti integralmente. All’inizio tutto ti sembrerà tenebroso e molto duro, ma col tempo e con l’esercizio quotidiano scoprirai in te una gioia continua.

C’è la stessa coscienza dell’esicasta che, nel silenzio, si sublima con la ripetizione quasi ininterrotta della preghiera a Cristo signore, nella coscienza di sé peccatore.

Kyrie Jesù Christé, Üié Theoù, eléisòn me tòn amartolòn.

Professore, nonostante la  sua spiegazione, mi sento confuso anche perché mi sembra che questi uomini siano integralisti della fede  cristiana, perfino perseguitati da Giustiniano, nomos empsuchos /legge vivente  e per di più imitatori del sistema mistico ebraico  dei masoreti – dei quali conosco ben poco – ed adoratori del nome di Dio  nella sola persona del  Figlio, Uios  logos incarnato !

Marco, forse non mi segui bene perché sei fermo alla I questione origeniana, quella  di Cirillo, e  non hai rivisto i testi origeniani della II questione del  periodo di Giustiniano, che ora ti rinfresco per poi parlarti un pò dei masoreti.

Nel VI secolo gli esicasti   tengono viva la cultura pura, christiana, sancita dai concili di Nicea e Costantinopoli e di Efeso e Calcedonia,  nonostante gli interventi  correttivi di Giustiniano, che,  con persecuzioni mirate, cerca di porre rimedio alla diatribe dottrinarie  e  agli scontri tra le posizioni opposte teologiche, più o meno derivate dalla impostazione di Origene, che propugnava una fine del mondo con un ritorno di tutti i peccatori a Dio senza distinzione, a seguito dell’ekpuroosis.

Questi e gli euchiti – chiamati  anche messaliani  dal termine aramaico  metzalìn/oranti –formano un insieme di uomini che pregano incessantemente  per liberare l’uomo dal peccato originale e dal demonio ed hanno una concezione panteistica, in opposizione al pensiero  dominante a corte fino al 547,  secondo l’interpretazione di   Nonno di Panopoli,– Commento a  Giovanni  evangelista–  e   di  Teodoro Askida, vescovo di Ancyra e di  Domiziano, vescovo di Cesarea di Cappadocia che sono uomini di Giustiniano (527-565).

Considera, Marco, la comunità di Gaza, origenista,  dilaniata dalle controversie  dal 514 d. C. ed  in contrasto con i monaci  dei monasteri del  deserto di Giuda e quindi con la chiesa di Gerusalemme ed anche con la scuola ebraica  di Tiberiade!.

Tieni presente, inoltre,  che i gazei sono famosi per l’educazione all’umiltà  e all’ obbedienza e per l’esercizio della preghiera/euchh, specie  del  Trisagion.

Perciò, essi appaiono divini nel loro rigore teologico,  come i contemplativi  filoniani, annientati in Alessandria da Teofilo e Cirillo, ma ancora esistenti in piccoli gruppi in Palestina  e in Perside come metzalim.

Pregare ed essere  silenziosi sono le due regole  di base di un monaco gazeo,  che, comunque, ha cura della salute dei confratelli mediante un esercizio medico,  curativo delle sofferenze, in un’infermeria, come quella costituita da Dorotheo, che, tra l’altro, raccoglie i tanti  biglietti,  foglietti di papiro, su cui scrivono i dotti saggi  del monastero, che hanno differenti posizioni cristologiche.

Il  collage fatto da Dorotheo di Gaza – che poi fonda un suo monastero non lontano da quello di Seridos,  costituisce un corpus letterario,   da cui si rileva il sistema  educativo con i differenti pensieri di Barsanufio, di Giovanni il profeta e dello stesso monaco, incaricato del lavoro di  raccoglitore, con i tanti equivoci comunicativi,  causati dal silenzio stesso, dalla diversa formazione di base dei comunicanti e dalla brevità e concisione testuale degli scritti.

Per lei, professore, gli 800 bigliettini sono spia di personalità che vivono insieme secondo la regole della tradizione efesina  e siriaco-palestinese, ma hanno concezione della loro specifica cultura egizia, in quanto elementi egizi  che  imitano l’ esempio dei masoreti, sui quali devo essere meglio informato.

Marco, ti ho parlato dell Scuola di di Yavne di Iohanan ben Zaccai e di Rab Aqiva,  dell’eccidio  perpetrato da Adriano e del  sorgere di una tradizione  ebraica impostata sulla masorah  cioè sulla suddivisione del testo biblico con note a margine (a fianco o   in alto) per fissare anche la  vocalizzazione del testo consonantico, con punti, puntini, orizzontali e verticali, lineette, per la  redazione di una serie di indicazioni come legame  (la masorah magna, la masorah parva e la masorah finalis) a commento del testo stesso.

I masoreti,  furono così gli inventori, tra il VI e il X secolo d.C., dei segni per indicare le vocali e gli accenti del testo ed altre forme grafiche utili per la determinazione dell’ortografia dei termini: essi creano un reale legame per l’esatta lettura  in quanto consolidano il testo tramandato  che risulta un vincolo reale, una guida certa  per la trasmissione testuale.

Questi segni furono posti sopra o sotto o all’interno delle consonanti, per lasciare intatta appunto la loro grafia consonantica. al fine di dare  il testo masoretico (abbreviato generalmente con la sigla TM) che è riprodotto oggi nelle diverse edizioni moderne della Bibbia ebraica.

Il codice di Aleppo è il manoscritto migliore tra i tanti tramandati tra il nono e decimo secolo  che contiene il testo così tràdito con le note ai margini.

Qualcosa ho capito!, professore,  ma Seridos  che ha nel suo monastero  due grandi esegeti e santi come Barsanufio e Giovanni il profeta, famosi come un tempo Ilarione,  dovrebbe essere un abba speciale, capace di guidare la comunità nella sua vita quotidiana settimanale,  mensile ed annuale in relazione alle stagioni  naturali e agli ordini imperiali,  al ritmo della preghiera, nel silenzio!

Certo. Marco. Il ruolo di   Seridos  è speciale anche in relazione al fondatore del monastero,  Ilarione  (Cfr.  Girolamo,Vita di  Paolo, Ilarione e Malco a cura di  Giuliana Lanata,  Adelphi 1975), un eremita nato nel 291 a Tawata (Tell Umm Amor), -13  km a sud di Gaza e dal suo porto- morto nel 371, che, a seguito di una vita di successi e di acclamazioni popolari,  aveva dato regole sui rigidi  digiuni, sulle diete a base di pane e vegetali senza condimenti.

Seridos, quindi, imita da una parte Ilarione e da un’altra ha venerazione per  Barsanufio e  Giovanni il Profeta di cui è in effetti segretario, obbediente alle norme da loro indicate per il suo  monastero, fa da mediatore tra i monaci e i due santi igumeni, svolgendo anche  la funzione di raccoglitore di pizzini insieme a  Doroteo di Gaza come interprete dottrinale, connesso con l’esterno.

I due, in tempi diversi, mostrano il sistema di vita  del monachesimo  gazeo, il modo semplice di mangiare pane ed erbe, il lavoro quotidiano di alcuni, la contemplazione con preghiera e studio di altri e la ricerca di pietre, radici di erbe  per fare ricette e  farmaci ,  essenze curative da parte di incaricati  che allestiscono  laboratori per una  rudimentale sperimentazione.

Dalle lettere,  tramandate da Dorotheo,  vien fuori anche un suo sistema educativo   con precise istruzioni  formative per Dositheo, un paggio capitato per caso  nel monastero, mentre svolgeva un suo compito  militare per un non nominato dux, al quale  sembra  legato da particolare affetto. 

Per te, Marco, uomo pratico, ingegnere, scientifico, all’avanguardia per computerizzazione, dinamico,  la vita contemplativa  di uomini -impostati sulla preghiera per 22 ore, appoggiati ad alte sedie, mangianti quasi niente, un tozzo di pane al giorno,  qualche frutto  alla settimana,  magrissimi,  filiformi, macerati dal digiuno e dalle astinenze, sostenuti talora da essenze di issopo, autorizzate mensilmente-  neanche è concepibile come esistenza  reale ma è vista  come surreale  suggestione psico-fisica  di vecchi-bambini incartapecoriti, in un delirio febbrile di mistica ascensione, demenziale!

Ma è così ? Marco. Non potrebbe esserci  un’altra dimensione esistenziale, che precede un’altra vita di diversa lettura e di altra forma? Un uomo grande, un vero monaco come Frére Luc  Brésard come avrebbe potuto vivere  e capire la spiritualità di Barsanufio  e di tanti altri monaci orientali ed occidentali e perfino accettare la regola cistercense?! La sua lettura di Barsanufio sembra sincera, reale e  risulta  vera inchiesta  circa le lettere del monaco ad elementi esterni, come ogni altro lavoro sul monachesimo  e sulla spiritualità monastica.

Sa préminence en sagesse, doctrine et sainteté, le fait surnommer : “Le grand Vieillard”. Il était né en Egypte vers 460. Il y avait d’abord embrassé la vie anachorétique, puis était venu se fixer comme reclus auprès du monastère de l’abbé Séridos. Reclus, il garde farouchement sa cellule, chargeant Séridos d’écrire sous sa dictée les lettres qu’il adressait à des personnes de l’extérieur. C’est au point que certains moines doutaient de son existence, pensant que Séridos avait imaginé ce personnage mystérieux et invisible pour asseoir plus solidement son autorité. Derrière les réponses un peu dures de Barsanuphe, on devine une grande humilité et une sensibilité défiante d’elle-même, ainsi qu’une grande charité.

Per te,Marco, non è possibile che una creatura possa giungere alla contemplazione e alla familiarità col creatore, vivendo in quelle condizioni, disumane!  e ,  secondo te, l‘hesuchia non è che un condizionamento  dovuto ad estenuazione  fisica,  alla volontà di eutanasia, a seguito di condizionamento e di  sfinimento fisico, il risultato di  uno  status apparente di  serenità come quello dell’asino abilitato a non mangiare sempre di meno  dal contadino, tirchio, desideroso di ridurre le spese.

Secondo te, Marco, essi  arrivano all’hesuchia perché conformati a tale regola  da piccoli  ed  abituati dal sistema a leggere secondo una scala paradisiaca,  suggestionati e condizionati da una sola visione concettuale e culturale, propagata da menti deliranti, imitanti alcuni santoni come  Ilarione e  Barsanufio, forti della loro resistenza e della loro lucidità mentale .

Tu, Marco, leggerai, quindi,  quanto io scrivo sull’educazione di Dositheo,   come un lento e graduale condizionamento, quasi un iter di santità, inculcato su una base di orientamento già radicato in altri, che ne sono esemplari testimoni. Tu penserai che dal gradino più basso fino a quello più alto della perfezione si possa procedere per imitazione,  in una gara infantile di ascesa verso il sublime!.

Io , però, non so dire niente di preciso, né pensare  qualcosa del fenomeno, che, comunque, resta un fatto, un quid  realmente vissuto  di cui ancora oggi ci sono  esemplari in ogni tipologia di religio, secondo proprie formule sacerdotali, selettive, per una vita diversificata  con rigide regole di cammino  rispetto all’iter secolare laico: ogni forma di clero ( indù, buddista confuciano, christianos) ha regole ferree per la formazione del neofita o catecumeno, novizio,  obbediente  e silenzioso!

Anche l’insegnamento di Dorotheo a Dositheo  rientra in questa logica fenomenale  formativa, che diventa  una novitas, un evento straordinario, come percorso di santità, degno di imitazione.

Dalle lettere di Dorotheo  e dal corpus letterario gazeo deriva un paradigma operativo cristiano, utilizzabile per secoli dai monaci orientali ed occidentali, che ritengono Dositheo come un esempio di condotta morale per obbedienza, umiltà, dedizione agli altri , simbolo stesso di purezza e di hesuchia : nei suoi cinque anni di monastero, docile all’insegnamento del maestro,  mostra i  segni/semeia del suo progressivo migliorarsi e purificarsi tanto da conseguire la teleioosis secondo i parametri monacali e il premio del paradiso per il suo  umano sacrificio,  riconosciuto dal santo vegliardo Barsanufio e da Giovanni il profeta.

Eppure il meirakion  non sembrava adatto al convento, considerata la sua costituzione e viste le abitudini del paggio e il suo precedente sistema di vita.

Doroteo, consigliato da Barsanufio, lo prende in consegna e lo studia  prima di iniziare un percorso  insieme, possibile per il giovane, che si mostra docile  ed attento.
Professore , Dositheo  vive accanto a Dorotheo, ed è suo concubilarius?

E’una domanda maliziosa a cui non so rispondere perché non ho dati certi.

Come procede,professore,  l’educazione del meirakion?

Prima, viene misurata la capacità del mangiare e la quantità di cibo necessaria  per il giovane, che  si dichiara sazio  giornalmente con un pane di circa 500 grammi  e mezzo  con  qualche verdura   e con un boccale di acqua.

Si è ancora, però ,in una fase in cui non si parla di noviziato : solo dopo il viaggio a Gerusalemme, la visita ai luoghi santi e al Getsemani- dove forse già esisteva la chiesa del Dominus Flevit – Dositheo  mostra segni di una volontà di monacarsi e di iniziare la scalata al Paradiso, dopo la visione di un quadro infernale,  dove le fiamme avvolgono le anime.

Dositheo, quindi,  impaurito, chiede cosa debba fare per  sfuggire alle pene infernali! E così professore?!. Viene posta da Dorotheo al suo discepolo, appositamente, la visione infernale per  vedere l’effetto sull’animo eccitato del meirakion?

Marco,   i fatti sono questi e non è possibile  fare insinuazioni: noi constatiamo che  Dositheo risponde, sollecitato dal phobos nel modo seguente che ora ti narro, seguendo  anche i documenti di Maria  Rosa  Parrinello (Comunità monastiche  a Gaza. Da  Isaia  a Dorotheo, Secoli IV-VI,  Roma  2010) ,   di Frère Luc Brésard (Histoire  du misticisme monastique,  cit) e di Gregorio Penco, (Il Monachesimo, Mondadori, Milano 2000),

Sappi, Marco, che i monaci di Gaza in questo periodo sono condannati  da Giustiniano e da papa Vigilio,  che è succube dell’imperatore a Costantinopoli,  tanto da condannare gli origenisti sia per l’apokatastasis  che per la creazione del mondo/cosmopoiia (Cfr Procopio di Cesarea, Guerra gotica a cura di  Elio Bartolini, Tea 1994).

Dunque, Marco, alla richiesta di Dositheo, una donna  paradisiaca,  in sogno, risponde: Digiuna, non mangiare carne,  prega continuamente !.

A l ritorno  nel monastero inizia il suo percorso di novizio seguendo l’ordine ricevuto  ed  è ligio agli ordini del suo maestro che gli affida la cura dei pazienti dell’infermeria.

Dositheo svolge  scrupolosamente il suo servizio,  digiuna, non mangia carne e prega in continuazione.

Nel frattempo Doroteo  inizia a limitare  la sua razione di pane, prima dimezzando la metà, poi  ridotta la porzione al solo pane  lo divide in parti  fino ad arrivare ad un   minimum di non oltre 150 grammi.

Il suo lavoro con i malati e i sofferenti è encomiabile nei cinque anni in quanto Dositheo è sempre al fianco  di chi soffre. Accade però che un giorno ha uno sbocco di sangue ed il meirakion rimane  a letto incapace di muoversi, essendo già avviato verso la morte, divorato dalla febbre e dalla tisi .

Barsanufio e Giovanni il profeta gli  prevedono l’imminente approdo in Dio e la gloria del Paradiso,  premio alla sua vita di sacrificio.

Professore, non mi piacciono questi  monaci orientali  contemplativi , preferisco quelli occidentali!I loro ideali , bizantini,  sono troppo alti sovrumani, vani,  irrispettosi della dignità umana, esempio di una tracotanza  greca simile a quella ebraica

Non posso amare Monaci silenziosi, che vogliono far sentire la loro voce e mostrare  la loro verità  da integralisti, sono simbolo   di un ellenismo ecumenico,  superbo, ancorato alla conquista universale di Alessandro Magno e all’ellenizzazione mediante la koinh, la lingua greca comunitaria, unico strumento  comunicativo

Non ammiro i greci, in continue diatribe filosofiche e teologiche, che vogliono scrivere anche  una loro storia  christiana e farsi modello per gli altri, convinti di essere divini, essere  superiori agli altri , santificati dalla sofferenza, strani personaggi, che non  hanno la vera umiltà, ma aspirano nel segreto del loro animo a rimanere eterni  nella  memoria popolare.

Ancora meno apprezzo i bizantini i che credono di volare in alto solo loro e di superare gli altri uomini  e popoli  sfavoriti dalla lingua stessa dalla loro tradizione barbarica, troppo inferiore rispetto alla loro cultura pitagorico-stoico platonico- aristotelica; disdegno la pretesa superiorità linguistica rispetto perfino alla lingua del  vincitore latino e a quella dei barbaroi occidentali ed orientali.

Marco sono sorpreso che  tu , che prediligi il piano critico, ora usi termini  di altro codice come piacere, non amare, ammirare,  disdegnare! Comunque tu, pur abbandonando il sistema critico- valutativo, resti su un piano  di pertinenza discorsiva e sostanzialmente non sbagli! Questa è la tradizione christiana   orientale, propria di un  sistema monacale gazeo, esicasta!. Hai compreso chiaramente l’alterigia degli intellettuali bizantini,  che  riprendono quella dei  greci del II secolo A.C. che, pur vinti  militarmente, mostrano  di essere vincitori, capaci di imporre la loro cultura,  anche se ammirano la costituzione/Politeia  democratica romana  con Polibio e Panezio e poi con Posidonio.

Marco, dopo la costituzione dell’Acaia, a seguito della distruzione di Corinto, aumenta progressivamente il valore della cultura greca, che si afferma decisamente con  la pretesa di riscrivere la storia romano-ellenistica secondo i parametri greci in un disdegno delle altre culture:  da  Dionigi di Alicarnasso e Cecilio di Calatte inizia una dittatura nel periodo sebastos/ augusto  che si  rileva  in Filone alessandrino e poi nelle scuole di Antiochia  e di Alessandria e in uomini di formazione  pitagorico-stoica  come Epitteto,  Musonio ,Apollonio, Plutarco e nella nuova sofistica,  fino ai Padri della chiesa cappadoci  che, con Gregorio di Nazianzo,  evidenziano il disgusto dell’orientale di lingua greca  verso il saggio occidentale di lingua latina,  incapace perfino di leggere e d’ interpretare il musterion trinitario!

Barsanufio e i gazei sono  davvero i degni discendenti di tale scuola greca!

E’ vergognoso come  essi esaltano la grecità e  l’ellenismo, in una coscienza di essere i depositari del sapere e di poter scrivere in termini greci la storia altrui  in una volontà di annullare la cultura e la tradizione sumerico- accadica ed assiro- babilonese, quella  indù e quella serica, per non parlare di quella egizia, ridotta  a stato servile rispetto a quella predominante greco-giudaica alessandrina.

E’ un monopolio  letterario e culturale, da cui ancora bisogna decondizionarsi : Manetone,  Ctesia e Beroso  poco possono fare rispetto alla millantata cultura greco-giudaico-ellenistica, protetta dal potere imperiale  perché utile per l’universalismo romano e per la progressiva integrazione dei popoli nell’armonia del kosmos .

 

 

 

Cenide e Vespasiano

 

A Tullia Binni  e Niceta Cosi, miei consuoceri, con immenso affetto

 

Non so  fare altro che insegnare, ma, prima di insegnare, ascolto in silenzio. Nell’ascolto silenzioso, valuto come orientare a fare, cosciente che, prima di insegnare,  conosco  la via da seguire per dare qualcosa all’altro.

 

 

Marco, tu non conosci Cenide?
Kainis /Caenis è’una donna  nativa  di Pola,  a cui  Tito imperatore  (79-81), figlio di Vespasiano (69-79), come segno di gratitudine, fa costruire, alla sua morte,  la Via Flavia (Aquileia-Tergeste – Pola – Fiume,  fino in Dalmazia )   e  fa ampliare l’ Anfiteatro, edificato in epoca augustea.

Doveva essere stata donna molto importante per avere una simile riconoscenza!

Certo, Marco, è un dono munifico, fatto ad una mamma/mater- anche se la vera madre naturale  è Domitilla-  a cui si deve la fortuna stessa della famiglia: senza Cenide non ci sarebbe stata la dinastia flavia!.

E’ una  liberta di Antonia minor (cfr. Caligola il Sublime), sua segretaria finanziaria, amica di Narcisus/Narciso,  altro liberto antoniano,  come i suoi due fratelli  Pallas /Pallante e Felix /Felice.

Tutti questi  sono agenti finanziari di Antonia minor e collegati con gli oniadi di Alessandria, che gestiscono l’oikos di Antonio triumviro per le due figlie Antonia Maior e Antonia minor. (Cfr. Alabarca).

La funzione di Antonia  minore, come domina di  trapezai  e referente di trapeziti, nummularii e argentarii,  è uno studio incompiuto da portare avanti,  mentre quella di tutrice  e  maestra sembra meglio evidenziata in quanto alla corte  di Ottaviano prima e di Tiberio poi sono riuniti  gli altri figli del padre  Antonio e di Cleopatra  e dopo la morte del marito Druso, il 9 av. C. anche  i suoi ( Germanico,  Livilla e Claudio) e quelli di Ottavia, sua madre,  in una comune formazione ed  educazione di  tutti  (figli, nipoti  e parenti e re ostaggi),  sotto la guida di filosofi e grammatici, precettori  come Didimo Arieo  ed altri come Dionigi di Alicarnasso e  Nicola di Damasco ( Cfr. Introduzione al I libro di Antichità giudaiche).

Cenide è tra i liberti di casa augusta  coi due  fratelli, che diventano sotto Caligola molto importanti, nel  momento in cui l’imperatore esautora il senato, dissipatore dell‘erario  pubblico e potenzia  il fisco  con gli agenti finanziari di sua nonna Antonia, dando loro un stipendio mensile, costituendo così una burocrazia  amministrativa  con liberti efficienti e funzionali, obbedienti, organizzata gerarchicamente in ministeria. 

Ricordati, Marco, che Caligola premia i liberti che hanno determinato la rovina di Elio Seiano e la sua morte il 18 ottobre del  31!.

Lei, professore, ha descritto l’episodio  chiaramente in Caligola il sublime  dove parla di Pallante – che, per Dione Cassio, denuncia Seiano – e di Cenide  che, secondo Giuseppe Flavio e Svetonio porta lettere a Tiberio,  che vive in modo inimitabile, a Capri, all’ oscuro della trame antimperiali del potente pretoriano.

Gli storici, nonostante la insicurezza sul nome, concordano sugli autori, i due liberti, per  di più fratelli,  che  coordinano la loro  azione ai fini della segretezza delle informazioni da recapitare  a Tiberio, solo  e direttamente.

Perciò, Caligola, sostituendo il senato con gli agenti finanziari della nonna.  capovolge il sistema e crea l’unico canale del  patronato imperiale, dell’unico dominus et deus (Cfr. neoteropoiia ed ekthheosis)  di  cui  tutta l’oligarchia romana  aristocratica  è  cliens,   che deve passare attraverso la burocrazia  libertina, facendone la fortuna.

Vespasiano, in questo periodo,  tra il 32 e 38,  iuvenis ( è nato il 9 d.C.) , diventa amante di Cenide e quindi  amico dei  suoi fratelli e di altri funzionari di corte ed è fermamente fautore di Gaio Cesare Caligola.

Eppure l’imperatore  ordina di farlo imbrattare da capo a piedi  e far mettere nelle pieghe della sua praetexta  ogni genere di rifiuto per non aver fatto il suo dovere di edile,  quello di tenere pulite le strade.

In senato Vespasiano fa  la proposta di celebrare con giochi straordinari la vittoria  in Germania  e  poi, dopo la morte, propone di non dare sepoltura ai corpi dei  congiurati  (Svetonio, Vespasiano, II)

Proprio allora Vespasiano inizia la sua fortuna  e il suo cursus honorum, dopo il servizio militare in Tracia, seguendo il consiglio della madre  Vespasia Polla, desiderosa di interrompere il mestiere  familiare di appaltatore di imposte.

Cenide è personaggio fondamentale per capire la carriera di Flavio Vespasiano, che è amico  già allora di Claudio e di Erode Agrippa I e  che sotto Tiberio,  frequenta la casa di Antonia Minor, in quanto  suo padre  Flavio Sabino è un argentarius o nummularius reatino,  come anche suo nonno  Flavio Petrone.

Nel frattempo Vespasiano  è questore a  Gortina capitale della provincia di Creta  e Cirenaica e decide  di sposare Flavia Domitilla che era stata la mantenuta /delicata di  Statilio Capella, un cavaliere romano di Sabrata e che in un primo tempo aveva soltanto la cittadinanza latina, poi, era diventata libera e cittadina romana, in seguito a giudizio recuperatorio /reciperatorio iudicio,  promosso da suo padre Flavio Liberale di Ferento, semplice scriba di un questore (Svetonio ibidem,III).

Cosa vuole dire, professore,  iudicium reciperatorium?

E’ un giudizio di riscatto, dato da recuperatores / reciperatores, che  formavano un collegio  di tre o cinque membri, che legiferavano  nelle controversie con gli stranieri   e sottoscrivevano un atto  liberatorio di riscatto.

Grazie, professore.

Domitilla, perciò,  in quanto  donna delicata /favorita di un dominus, civis  provincialis di Sabrata,  godente della civitas latina,  riscattata  dal padre. può sposarsi forse nel  38  con Vespasiano. da cui ha  nel 39 Tito, nel 45 Domitilla e nel 54 Domiziano.

Nel 41  grazie ad un intervento  congiunto di Pallante e di Narciso ora  Praepositus ab epistulis  ha  da Claudio l’incarico di Legatus  della legio II augusta  in Gallia Lugdunensis.

Viene poi trasferito in Britannia agli  ordini di Aulo Plauzio, legatus consularis,  e lì venne trenta volte a battaglia col nemico  costringendo alla resa due fortissime tribù e più di venti castelli , conquistando l’isola di Vette /Wight . Al ritorno ha gli ornamenti trionfali e in breve tempo due sacerdozi e infine il consolato (Ibidem IV )

La sua fortuna, però,  è legata a quella del suo protettore Narciso, che è odiato da Agrippina minore,  ora moglie di Claudio che favorisce Pallante.

Professore, Vespasiano  in quanto  cliens della domus Antonia,  collegata a quella giulio-claudia,  non ha forse conoscenze tra i liberti imperiali dominanti sotto Claudio, specie Narciso   e Pallante, divenuti avversari poi, nell’episodio della elezione della nuova imperatrice dopo la morte di Messalina?.

Certo, Marco.

Infatti Pallante è a favore di  Giulia Agrippina minor mentre Narciso di Lollia Paolina (Tacito, Annales, XII,1,2):  da qui secondo Cassio Dione  l’odio mortale di Agrippina  contro Narciso, che  muore subito dopo il funerale di Claudio, anche perché fautore di Britannico e non di Lucio  Domizio Enobarbo Nerone.

Alla morte di Narciso,  Pallante diventa il vero artefice della politica finanziaria tanto che  ha  la cura rerum, la totale  amministrazione finanziaria dell’impero per quasi un  decennio in stretta collaborazione  con Nerone,  favorito già precedentemente all’atto dell’adozione,  rispetto al legittimo figlio di Claudio.

Pallante  ha alla sua morte nel 62 un capitale di 300.000.000 di sesterzi (Tacito ibidem 14) ed è fatto morire con l’accusa di aver aspirato a novitates insieme a Cornelio Silla.

Il potente ministro, specie nel quinquennio felice  di Nerone (54-59), guidato da Afranio Burro e da Seneca, non ancora velenoso contro la politica della madre,  domina l’impero anche perché è amante di Agrippina, ed assegna incarichi e nomina  governatori di province come la Giudea, data  al fratello  Antonio Felice (52-60)  anche se liberto (Cfr.  A. F., Giudaismo romano II).

Questo quinquennio, grosso modo è, invece,il periodo più brutto della  vita di Vespasiano che,  avuto il proconsolato di Africa,  dove,   per Svetonio,  governa con grande integrità e con grande onore, se si eccettua il fatto che ad Adrumeto durante una manifestazione fu bersagliato col lancio di  rape mentre per Tacito  il suo governo è vergognoso.

Al ritorno  Vespasiano si trova povero perché non ha più appoggi a corte, essendo già morto Narciso e  essendo divenuto imperatore  Nerone e perché deve pagare per respingere le accuse  degli africani.

Per Svetonio aveva esaurito ogni credito e dovette dare in pegno al fratello  tutti i suoi poderi e si abbassò a commerciare in cavalli  per sostenere la spesa  del proprio rango senatorio e  per questo motivo venne soprannominato mulio/ mulattiere. Infine fu accusato di aver sottratto 200000 sesterzi ad  un giovane (ducenta sestertia expressisse iuveni ) a cui promise il laticlavio, (Svetonio ibidem IV)

Si parla dl Laticlavio, la striscia larga ornata di porpora della tunica senatoria. che  in epoca imperiale è ambita anche dai militari di ordine equestre e dai rampolli delle nobili famiglie ,che iniziavano la  carriera  politica?

Si. Forse Vespasiano indebitato e  privo di risorse finanziarie garantisce il suo appoggio a corte, confidando in Flavio Sabino, suo fratello,  ora praefectus urbi,  o in Cenide, che  ora vive a casa sua e  che gli ha ridato un certo credito grazie alla sua dote,  con le sue personali sostanze, beni e proprietà.

Tutto questo è noto a Roma a tutti e perciò Apollonio ed i suoi amici che vivono in città hanno piena coscienza della sua pusillanimità e viltà ( cfr. Filostrato, Vita di Apollonio, e cfr. Vespasiano e il Regno www.angelofilipponi.com ).

Ad Alessandria, in un  clima festoso di esaltazione e di euforia,  nell’estate -autunno del 69, per la proclamazione imperiale,   viene velato il sistema di vita di Vespasiano come suddito di Caligola Claudio e di di Nerone.

Comunque, il fatto che  Apollonio è costretto a fare l’apologia di Vespasiano contro l’accusa di viltà di Eufrate, è segno di una veridicità dei fatti e specie di quel particolare momento  subito dopo la morte di Narciso e dopo quella della moglie Domitilla, prima di riportare Cenide nella sua  casa sotto il Palatino – in seguito dimora di Giuseppe Flavio-.

La vita di Vespasiano cambia con l’arrivo di Cenide, che  a corte  ha l’appoggio sicuro del fratello Pallante  e quando vive Agrippina ed anche  dopo  la sua  morte nel 59.

Per Svetonio (Ibidem, III), infatti, alla morte di Domitilla, Vespasiano post uxoris decessum Caenidem, Antoniae libertam et a manu, dilectam qondam sibi revocavit  in contubernium  habuitque etiam imperator  paene iustae uxoris / si riprese  in casa Cenide, liberta e segretaria  di Antonia, che già prima aveva amato, e che anche dopo, come imperatore,  considerò quasi come legittima moglie.

Il fatto che  Tito  entra a corte e  diventa amico  di Britannico è segno della nuova condizione della famiglia di Vespasiano, dovuta a Cenide.

Secondo Svetonio (Tito, II)  i due facevano   gli stessi studi,  avendo  gli stessi maestri e il figlio di Vespasiano corse  il rischio di morire perché assaggiò la bevanda mortale  destinata a Britannico  e stette  male a lungo.

Svetonio riporta perfino un oroscopo: un metoposkopos/studioso dell’immagine,  facendo le carte a  Britannico in relazione ai tratti del viso  e alla sua figura fisica, non predice un futuro di imperatore a lui  ma a Tito, che è suo accompagnatore( Tito, Ibidem).

Vespasiano è fedele a Cenide  e, solo dopo la sua morte, accetta concubine nel suo letto.

Svetonio (Vespasiano, XXI) scrive parlando di una sua giornata: dopo avere sbrigato tutte le pratiche che gli si presentavano, faceva una passeggiata in lettiga e poi andava a riposare, facendosi sdraiare accanto una delle sue numerose concubine che, dopo la morte di Cenide, ne avevano preso il posto.

Dunque, professore, per lei la fortuna di Vespasiano si chiama Cenide?

Come  uomo fortunato Vespasiano ha una buona stella (cfr. Vespasiano e il Regno) che lo assiste in Italia, in Siria e in Egitto.

Sul piano finanziario ed amministrativo certamente Cenide rinnova e potenzia la domus di Vespasiano e la gestisce con estrema oculatezza  quando ancora il suo uomo segue Nerone in Acaia /Grecia , quando si addormenta  durante la recita e il canto dell’imperatore, che, offeso, gli intima di non farsi più vedere a corte e di non essere presente  durante le pubbliche udienze e quando  vive ritirato forse a Cotilia.

Professore, vorrebbe dire che senza Cenide non è pensabile la carriera di Vespasiano e di Tito a corte e che giustamente Eufrate nel V libro di Apollonio di Tiana,  lo chiama vile  e suddito  vissuto   all’ombra dei  Giulio-Claudi ?

E’così, Marco,  pur lasciando da parte i meriti militari di Vespasiano!.

Bisogna dire, però, che Vespasiano  è un normale legatus e non ha effettivi meriti militari, per lo meno  tali da autorizzare Nerone a  richiamarlo dal ritiro  e a dargli un esercito per la campagna giudaica, se non avesse avuto penuria di comandanti.

Infatti, secondo Svetonio (ibidem IV ) Vespasiano è scelto per domare la rivolta giudaica,  dopo che il governatore di Siria, Gaio  Cestio Gallo,  è ucciso e sconfitto: sia per le prove di valore,  già date in precedenza,  sia per l’umiltà del suo nome e delle sue origini che non facevano ombra a nessuno / et industriae expertae nec metuendus nullo modo ob humilitatem  generis ac nominis.

La figura di Vespasiano sembra quella di un civis suddito che deve adattarsi  e subire  le  situazioni  di tre cambi di sistemi di governo, quello tra Tiberio e Caligola, molto difficile e pericoloso, quello  di restaurazione augusta di Claudio e quello ancora più difficile tra Claudio e Nerone  che, inizialmente docile alla reggenza  della madre e dei precettori,  inverte totalmente la  rotta del suo governo, dopo la morte della  madre e di Pallante, cosciente di poter operare per conto proprio, senza l’aiuto di nessuno. Ho letto bene professore  il suo pensiero in questo lavoro su Cenide?.

Certo, Marco, hai ben capito che la fortuna  di Vespasiano è veramente Cenide, che consolida l’oikos con una precisa amministrazione specie in terra siriaca e giudaica ed ancora di più in Egitto, da dove torna  Roma, passando per l’Acaia, rapinata con le estorsioni pubblicane.

Cenide è veramente donna, come quella del mito, che, amata da Poseidone, chiede  il dono di diventare uomo: è una virago  che sicuramente ha influenzato le scelte soteriche di Vespasiano e determinato ogni azione finanziario-economica del suo uomo, un mediocre sabino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vespasiano e il Regno

 

A mio fratello Luciano

 

Anche il tacere è un discorso!

Marco,  tu sai che ad Alessandria  Flavio Vespasiano, dopo aver avuto l’adesione di Tiberio Alessandro e poi di Licinio Muciano e il loro riconoscimento  militare del suo Regno, libera Giuseppe ben Mattatia.?

Non precisamente! Comunque, ho piacere  di sentire  parlare esattamente di questo episodio, da me poco conosciuto. Permetta però, che  chieda in quali mesi del 69 d.C.  Vespasiano rimane in città.

In  Guerra Giudaica, IV,10.1-10 Giuseppe Flavio mostra il periodo in cui Vespasiano  è ad Alessandria e sa dell’elezione di Vitellio  ad imperatore, rilevando il suo furore personale e quello del suo esercito dapprima e poi evidenziando i discorsi dei soldati e l’ intenzione del dux di chiedere con lettere l’appoggio di Tiberio Alessandro, governatore di Egitto e quello di Licinio Muciano, governatore di Siria.

Perciò,  si può dedurre da Flavio – oltre che da Svetonio (Vita di Vespasiano e Vita di Vitellio ) e da Tacito (Historiae,II,III,IV) da Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana, V) e da Dione Cassio (Storia romana,LXIV ) ed altri – che resta in Alessandria dalla seconda metà di Giugno fino ai primi mesi del 70, in quanto i suoi eserciti si spostano, via terra, timorosi delle insidie del mare nella stagione autunnale,  mentre  lui riceve le delegazioni orientali,come imperator/autocrator,  pur facendo  nel frattempo qualche rapido trasferimento ispettivo verso la Giudea e la Siria.

Di questo si ha conferma da Tacito – Historiae  III e IV,- dove si parla dell’ arroganza di Primo Antonio e del  suo contrasto con Licinio Muciano e delle predizioni favorevoli a Vespasiano in attesa dei venti  favorevoli per la navigazione.

Vespasiano  già è visto come prediletto degli dei  in Historiae II ,78  a seguito degli auspici dell’astrologo Seleuco,  nel racconto del cipresso improvvisamente caduto e poi rialzatosi a notte, in tutta la sua maestosità, e specie per il miracolo del Carmelo in cui  Basilide,  sacerdote di un tempio del dio samaritano  a Vespasiano, che faceva sacrificio,  prediceva, dopo aver esaminato le viscere,  che sarebbe stato il padrone del mondo.

Ad Alessandria, poi, avvengono due fenomeni paradossali che Tacito descrive nel IV libro, 81,1: in quei mesi in cui Vespasiano attendeva ad Alessandria il ritorno periodico  dei venti estivi, che fanno sicura la navigazione,  avvennero molti prodigi.

Tacito  enumera due  casi di malati che si presentano a Vespasiano chiedendo la guarigione  per ordine di Serapide, a loro apparso  di notte: uno  è quello del cieco e l’altro  dello storpio di una mano.

L’autore mostra la prudentia del dux che chiede ai medici  se la cecità e l’infermità dell’arto siano guaribili con mezzi umani.

L’imperatore, avuto parere favorevole, in quanto nel primo la forza visiva non è distrutta e può tornare, e nel secondo una pressione col piede potrebbe guarire il  malato, pensò che alla sua fortuna si aprissero  tutte le strade  e che nei suoi riguardi non ci fosse più nulla di incredibile/ nec quicquam ultra incredibile,  fra l’attenzione della moltitudine eseguì con serena calma le prescrizioni. Subito la mano dello storpio riprese le sue funzioni e il cieco vide la luce.

Testimoni oculari, conclude Tacito, rammentano entrambi i fatti, anche ora che che non vi sarebbe più interesse a mentire.

Nel contesto di Alessandria, quindi, accadono prodigi incredibili e Tacito ne aggiunge un altro, quello dell’episodio di un altro  Basilide, cioè di  un venerabile sacerdote che compare improvvisamente mentre Vespasiano  visita il tempio di Serapide, pur essendo malato  e lontano dalla città 800 miglia.

Lo storico così chiude: l’apparizione fu considerata  un fatto sovrumano e dal nome di Basilide (Basileus-re ) comprese il senso del responso.

Anche Filostrato (170-249 d.C.) parlando di Apollonio di Tiana,  che allora era certamente il più famoso tra gli uomini per la filosofia e per la dottrina  pitagorica, scrive  di un ‘aura sacra in cui si trova  Vespasiano in quei mesi ad Alessandria (Vita di Apollonio di Tiana, V, 27-28).

Il tianeo sembra confermare quanto già preannunciato da Giuseppe Flavio (cfr Frontone e gli antonini)  che proprio allora viene liberato.

Vespasiano unendo i vari episodi e  le varie situazioni miracolose e prodigiose si sente veramente il sothr voluto dagli Dei  per redimere il mondo romano dalle sue colpe e  liberarlo dalla guerra civile.

Professore, Alessandria è, dunque,la città in cui si realizza il sogno di Vespasiano che decide di assumere il comando delle operazioni  militari, sulla base dei prodigi italici, di quelli ebraici ed  ora di quelli egizi?

Certo Marco, è un momento magico e incredibile, di una fortuna che si manifesta concretamente al dux, ora convinto di essere destinato all’impero per volontà degli Dei. Molti  uomini concorrono a dare a Vespasiano questa certezza  circa il  favore  divino, a seguito di sondaggi popolari  sul nuovo eletto e sull’ imperatore in carica dopo la morte di Nerone; tutti  osannavano per Vespasiano  e per la sua personalità  di moderato vir  e di civis austerus  contro l’esecrato    Vitellio, uomo degenerato e smodato.

Ci sembra, quindi,  che da una parte la fonte giudaica di Giuseppe e da una altra quella del gruppo pagano-pitagorico di Apollonio concorrano alla acclamazione  di Vespasiano ad imperator /autocrator come per una investitura divina, come un anticipo della elezione del migliore, tipica degli antonini, rispetto a Vitellio e a Nerone stesso, considerato degenere  giulio-claudio, espressione della vecchia monarchia seppure augusta.

Flavio, infatti, afferma che Vespasiano, essendo dalla sua parte la fortuna ( prochooroushs— ths tuchhs, Guerra giudaica, IV,10,7), non senza il volere di Dio, sale al principato e che un giusto destino lo fa signore del mondo.

Perciò,  lo scrittore aggiunge che l’imperatore,  in considerazione dei tanti prodigi avuti e in ricordo della  predizione  fattagli  quando ancora era imperatore Nerone,  ritenne opportuno convocare  Muciano e  il concilio dei legati e degli  amici, essendo turbato per non avere  ancora liberato il suo prigioniero Giuseppe dicendo: è una vergogna/  aischron estin…che chi mi predisse l’impero e fu ministro della voce di Dio sopporti ancora  la condizione di prigioniero e l’umiliazione di essere in catene. 

Vespasiano fa, perciò, togliere le catene e  lo licenzia con ricchi doni,  dando anche ai suoi generali la speranza di poter spartire la preda giudaica al momento opportuno.

Anche Tito, suo figlio,  approva la decisione del padre,  cosciente della nobiltà del personaggio, avendo già a  cuore la causa giudaica essendo iniziata la convivenza con Berenice, la sorella di Agrippa II.

Sembra che Vespasiano faccia ciò ad Alessandria poco prima di trasferirsi  per brevissimo tempo a Cesarea e poi ad  Antiochia  e dopo aver dato il mandato a Tito  di  assediare Gerusalemme, quando già Antonio Primo, partito dalla Mesia, comincia a temere  di essere attaccato da Cecina Alieno, vincitore vitelliano  della battaglia di Bediacro contro Otone. (ibidem,13,2),

Se Giuseppe  è il profeta ebraico, Apollonio, secondo Filostrato, è  quello pagano-pitagorico che  spinge l’imperatore  all’azione contro l’immorale e ghiottone Vitellio.

In effetti Filostrato dapprima mostra come Vespasiano sia incitato da Eufrate e da Dione, ma anche da Demetrio  ad accogliere tra la sua cerchia di filosofi che lo seguono, anche Apollonio.

Chi sono professore i tre che ha nominato?.

Il primo, Eufrate di Tiro, è filosofo stoico,  i cui  pochi frammenti non autorizzano una definizione precisa. E’attivo in Siria e in Roma  dove è in grande considerazione presso Plinio il Giovane, e muore suicida nel 119. E’ anche amico o uno delle cerchia di Apollonio ma ha con lui una rivalità e, secondo Filostrato, anche invidia tanto da intentargli un processo sotto Domiziano insieme ad un egizio. Il secondo è Dione di Prusa (40-120) in Bitinia detto Crisostomo/ Bocca d’oro  per la sua perizia nell’arte retorica, nel corso di un lungo magistero durato dal 70 a 110 d.C: è scrittore famoso che  ha lasciato 80 orazioni, di cui abbiamo parlato qualche volta in senso politico, specie circa la costituzione monarchica.  Del terzo, Demetrio di Corinto, il cinico, è famosa la sua affabilità con serenità  mai intaccata dagli amici romani, nonostante la franchezza nel dire  e l’attacco verso il potere  con Nerone e con  Vespasiano nel 71 che lo caccia in esilio e con Domiziano. Di lui  si conosce la sua stretta amicizia con Seneca- che ne traccia un profilo e come filosofo e come uomo in De Beneficiis VI,1,3 e De providentia VII 31; e V,5 –  e con Trasea Peto, assistito fino alla morte, oltre che  con Musonio e con  Apollonio con cui condivide alcune battaglie politiche specie, quella ultima  con Domiziano.

Sono questi, dunque, che consigliano Vespasiano a  conservare la costituzione /politeia  monarchica  per concludere la fase acuta delle guerre civili, iniziate con la rivolta di Vindice in Spagna?

In effetti  Eufrate e Dione parlano, uno  più a favore della democrazia  e l’altro più della monarchia,  secondo Filostrato, ma ambedue trattano della necessità di dare potere al popolo a cui far votare  la scelta tra democrazia e   monarchia – è chiaro che Demetrio sia dalla loro  parte e non da quella di  Apollonio che asseconda Vespasiano già disposto al regno  da altri segni e da altri suggeritori-.

Bisogna dire, Marco,   che la divergenza nel gruppo  è dovuta alla diversa lettura della storia e  della situazione e dello stesso animo umano.

I due, Eufrate e Dione, sembrano essere  simili a  Marco Agrippa che dà il consiglio di riportare alla libertà democratica repubblicana Ottaviano, mentre Mecenate consiglia Ottaviano di seguire l’esempio monarchico cesariano, in quanto consapevole  della necessità di un imperialismo difensivo  perché valuta pericolosa la politica aggressiva estera e in quanto ritiene il popolo, non più capace di gestirsi.  facile preda della demagogia tribunicia e il senato  ormai  irrimediabilmente corrotto.

Dione Cassio (St.Rom., LII,2-13 e LII,14-40)  scrive, a seguito del dibattito tra Agrippa e Mecenate:  da quando ci spingemmo fuori d’Italia, oltrepassammo continenti ed isole lontane e riempimmo tutti i mari e tutte le terre  del nostro nome e della nostra potenza non ci è toccato in sorte nulla di buono/oudenos chrhstou meteschhkamen: anzi cominciammo prima in casa  e dentro le mura con gli scontri tra fazioni avverse per poi portare in seguito, questo malanno fino alle legioni, a causa di questi avvenimenti, la nostra città come una grande nave  da trasporto carica di una moltitudine di diverse razze e senza un timoniere è ora in balia delle onde  e scuote molte generazioni agitandole qua e là come  se non avesse la chiglia.

L’autore del III secolo aggiunge per bocca di Mecenate una esortazione ad  Ottaviano: non permettere  che essa rimanga oltre alla mercé della tempesta…e non lasciare che vada a squassarsi contro uno scoglio -Ibidem 16,2-.

Professore, la metafora della  nave è antica ed è già in Erodoto  che fa discutere gli uccisori di Gaumata sulla  necessità di una nuova costituzione da dare alla Persia,  dopo la morte di Cambise?!.

Certo, Marco  la metafora della nave, esistente,  è  ripresa da Dione di Prusa che ha presente la situazione del 69  e tutto il periodo giulio-claudio, comunque, mal interpretato e letto come si rileva in Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana, V,27-41).

Al di là della questione sulla scelta  della forma di governo, Filostrato dedica all’analisi di Eufrate e Dione molte pagine circa la situazione del 69, vista, però, dall’Egitto e specificamente da Alessandria, la sede della filosofia, della scienza, della tecnica.

Infatti sembra che Vespasiano,  dopo una breve assenza  per un’acclamazione militare  a Cesarea e per una riunione speciale  a Berito, ed un’altra ad Antiochia, (cfr. Frontone e gli antonini )  rimanga stabilmente ad Alessandria,  da dove guida  i suoi uomini impegnati nella guerra civile contro Vitellio, specie quelli di Antonio Primo, giunto in Italia  dalla Pannonia con la legione tredicesima, a cui si aggiungono poi altre  come la settima galbiana  per un complesso di sei legioni (tre di Mesia, due di Pannonia ed una di Dalmazia).

Il  mandato,  comunque, non è rispettato da Antonio Primo: bisognava attendere a Verona l’arrivo di Licinio Muciano  prima di attaccare il nemico  (Cfr. Tacito. Hist. III,1-36), ed invece il legatus agisce prima di ricevere ordini, che sembrano sempre giungere tardivamente. Inoltre  da Alessandria il pericolo dei vitelliani è minimizzato, anche se Vitellio ha legati di grande  valore, seppure divisi da discordie e da invidie personali.

Perché Vitellio  non è stimato ed è, direi, sottovalutato  dagli storici, professore? Possibile solo per la sua immoralità?

Marco, c’è una reale  morale ragione che condanna universalmente il figlio di Lucio Vitellio,  che come legatus  tiberiano era stato impeccabile, funzionale ed abilissimo contro Artabano III.

Aulo Vitellio è uomo  spintria,  da giovane, con Tiberio nel periodo di  Capri ( cfr.Caligola il Sublime)  e così macchiato,  è bollato dal popolo come caprino, perciò immorale, spendaccione, dilapidatore di patrimonio, gaudente crapulone, degenere,  nonostante la fama di militare del padre Lucio che, avuto il governatorato di Siria, grazie al culetto del figlio,  è legatus fortunato ed abile a vincere il re dei re  e capace di imporre il trattato di Zeugma nel 36 d.C, espletando in pieno il mandato imperiale di riportare l’ordine in Provincia con l’aiuto di Albani e Sciti, dopo aver punito i socii alleati   dei parthi            ( Areta IV,  Jehoshua, Monobazo ed Izate). Il padre, poi,  in epoca caligoliana e claudiana diventa ricchissimo e potentissimo in quanto  è  persona che sa adulare  e riconoscere come divino l’imperatore, abituando patres, equites  e  il popolo romano alla proskunesis orientale, che diventa pratica cultuale poi  fino a  Nerone e alle sue statue: il figlio sulla scia del padre- che durante la guerra britannica  raggiunge il vertice del potere a Roma dove svolge le funzioni  stesse imperiali –  fa carriera, nonostante l’ambigua personalità sessuale e l’ingordigia nei banchetti.

L’invidia  verso  la domus dei  vitelli è grande, anzi grandissima, dati la ricchezza  e il potere, cresciuto sotto Claudio e Nerone!.

Per Svetonio  –  Vitellio,  XIII – l’imperatore pranzava tre e talora quattro volte al giorno facendo distinzione tra colazione, pranzo, cena ed orgia,  riuscendo a sopportare ogni eccesso per l’abitudine a vomitare .. ogni banchetto costava non meno di 400000 sesterzi.  La sua crudeltà è proverbiale: uccide chiunque  dopo averlo blandito, senza badare ai titoli a volte attirandoli con la promessa di associarli al’impero, facendo fuori usurai, pubblicani e creditori, se gli chiedono la restituzione di cifre.

Famosissimo è il banchetto, offertogli dal fratello, che gli mette in tavola duemila pesci della migliore qualità e  settemila uccelli, ma fa di meglio da solo con “lo scudo di Minerva”  che risulta una portata inimitabile  perché fa porre in un vassoio fegati di scari, cervella di pavoni e di fagiani, lingue di fenicotteri, lattigini di murene, portati per lui da ogni parte dell’impero, insaporiti col garum!

Divenuto governatore di Africa, non  demerita come amministratore  per due anni,  anche se si attira  per la sfacciata lascivia il disprezzo perfino di Galba che, comunque, lo fa governatore della Germania inferiore (Cfr. Svetonio, Vitellio).

E’ davvero un civis contaminato  dal potere ininterrotto con Tiberio, Caligola, Claudio  e  Nerone e  poi con Galba, sceso alla massima abiezione  morale  e perciò è esecrabile  rispetto  perfino a  Flavio  Vespasiano, che, pur essendo uomo  provinciale, taccagno,  sabino  conservatore, non  è certamente uomo onesto e  liberale,  anche se è civis che, comunque, si è barcamenato nell’amministrazione  pubblica perché si è tenuto lontano dalla corte e ha avuto potere militare senza effettivo merito, in un momento grave per Nerone,  che non  ha  elementi  di ricambio  fidati.

La celebrazione della fonte di Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana) che evidenzia le virtù  proprie d i Vespasiano quires  e pater familias  sessantenne, con buoni figli,  già militari efficienti, presenta molti punti oscuri  rilevati in controluce, comunque, dall’autore, per bocca del Tyaneo, che esamina con Dione di Prusa e con Eufrate, e l’uomo,  che deve regnare, e il modus regnandi da adottare!.

L’uomo, che  Apollonio ha di fronte ad Alessandria, secondo lo scrittore severiano  è un personaggio  mediocre,  che non ha la supremazia neanche in  famiglia  dove Flavio Sabino lo sovrasta in quanto buon governatore di Mesia per 7 anni  e prefetto di Roma per 12 anni, guida seria  di coorti di pretoriani e di vigiles, uomo  moderato e parco nel versare il sangue dei cittadini – Tacito, Hist. III,75 che afferma  ante  principatum Vespasiani decus domus penes Sabinum erat/  prima del principato di Vespasiano la dignità della casa era riposta nella persona di Sabino.

Ora invece tutto è cambiato a causa della alonatura della sorte: Vespasiano  è  quasi benedetto dalle moire e dalle necessitates, avendo già avuto una investitura ebraica  con una predizione  che si sta realizzando e concretizzando  con la definizione di  Messia,  di unto del signore destinato a pacificare il mondo romano: la liberazione di Giuseppe ben Mattatia e la sua assunzione del nome gentilizio Flavio sono prove  certe dell’attuazione dell’ amphibolon  khrugma giudaico

Sembra chiaro che Filostrato  nella scrittura del bios  sia influenzato, comunque,  da Dione di Prusa che tratta nella  I, II, III, e  IV  Orazione della Regalità e nella  LXII della Regalità e Tirannide (cfr.  Dione di Prusa, 0razioni I,II,III  Sulla regalità e Orazione LXII sulla Regalità e tirannide  di  Gustavo Vagnone, Accademia dei Lincei, Bollettino dei classici Supplemento, 2012).

Nella stessa epoca di Filostrato  anche   Dione Cassio,   scrivendo  il libro  LII, fa  un trattato  che verte sulle discussioni tra Agrippa, Mecenate ed Ottaviano, prima di diventare Augusto ed assumere il potere.

Forse, professore è un tema caro agli storici del III secolo perché  molti   hanno in mente i vari trattati sulla  monarchia Peri ths basileias, ellenistici, che si rifacevano a Erodoto, che nel libro III,80-84   faceva discutere sul principato, sulla democrazia e sulla oligarchia  Dario, Otane e Megabizo?

Certo, Marco,  sia gli scrittori flavi che  quelli antonini e severiani volendo denigrare la domus giulio-claudia non possono però fare a meno della figura augusta di Ottaviano, da cui hanno effettivo potere.

Comunque, mi può precisare il discorso di Apollonio e dei suoi amici  viventi e durante il regno Flavio e in quello antonino, per meglio capire il sistema severiano  per mia personale cultura?

Certo, Marco. Apollonio non è andato incontro a Vespasiano che entra ad Alessandria  con i sacerdoti e con le autorità di Egitto  a cui sono mescolati anche gli studiosi di ogni forma di sapienza e  i filosofi suoi amici.

L’imperatore, entrato da porta Sole,in città,  chiese allora: si trova qui l’uomo di Tiana? Si , fu la risposta  per renderci migliori.

E come si potrebbe incontrarlo?: Ho bisogno di lui. 

Lo troverai al tempio, rispose  Dione, così mi diceva, quando venni qui.

Andiamo, concluse il re,  per pregare gli dei e stare insieme ad un uomo di valore.

Apollonio il giorno dopo vede Vespasiano, che fa un sacrificio e che dà udienza ai notabili. Il sovrano, allora,  gli chiede, quasi in atto di preghiera: Fammi re.

E lui risponde : già l’ho fatto  quando supplicavo di aver un sovrano giusto e nobile e saggio,  adorno  di veneranda canizie  e padre di figli legittimi; appunto te invoco dagli dei.

Vespasiano è contentissimo di ciò e chiede: cosa pensavi dell’impero di Nerone?

Nerone certo sapeva accordare la cetra, ma disonorava l’impero  stringendo ed allentando troppo.

La risposta è interpretata da Vespasiano:

tu,  dunque, esorti il sovrano a tenere il mezzo?

Il tianeo aggiunge:

non io esorto,  ma il dio che ha fissato che l’equo coincida col mezzo.

A questo punto Apollonio  presenta i  suoi amici Eufrate e Dione  come ottimi consiglieri ed allora Vespasiano esclama : possa io regnare  su uomini sapienti e i sapienti su di me!.

In seguito Vespasiano prende Apollonio per mano e lo conduce a  palazzo a Lochias  e  confidandosi, mostra  la sua umana, semplicistica  condizione di privato che a 60 anni aspira al potere, desiderando spiegare le proprie ragioni: Certo ad alcuni parrà che io agisca in modo puerile assumendo l’impero a 60 anni  di età.  Esporrò, dunque, le mie ragioni a te  perché tu possa  ripeterle agli altri.

La sua esposizione verte : 1.sulla assenza di cupidigia  del denaro e sulla indifferenza o moderazione nella ricerca di onori e cariche;    2. sui rapporti con la divina  famiglia giulio-claudia accettata (e non criticata )  verso la quale non ha complottato neanche contro Nerone  avendo lui una dedizione per Claudio; 3. sulla perdonale  afflizione nella constatazione dello scadimento dell’impero  passato da Galba ad Otone e ora  a Vitellio, un crapulone, un amante di profumi, un avvinazzato, uno  schiavo delle meretrici.

Ed infine Vespasiano arriva  a  dire di appoggiarsi ad Apollonio perché gli dei lo aiutino nella sua impresa di combattere contro Vitellio: viene usata da Filostrato una frase del codice marinaresco ek sou.. peisma  ballomai / getto da te una gomena per indicare che l’imperatore vuole confidare in  chi più degli altri conosce il valore degli dei.(Ibidem 29).

E’ scaltro come un agricoltore sabino, professore! E’ uomo intelligente,  come Berlusconi, dedito al culto degli dei, che sa  accaparrarsi  i sapienti di Alessandria  e li sfrutta per farsi proclamare anche dalla cultura  autokrator: oltre all’investitura religiosa ha ora anche quella dei filosofi! E’un politikos di rango che  si serve dei Media e della Tv, dopo aver avuto il riconoscimento dei banchieri alessandrini ebraici : tradisce, poi,  sia gli uni che gli altri!. E’ furbo come un Salvini col rosario!

Esamina bene la situazione, che, però, è ancora più complicata, Marco, . Io sarei più cauto nel giudicare : io aspiro alla epochh/sospensione dal giudizio  e non approvo il mettere a confronto passato remoto e presente, improponibile in ogni caso!.

‘E’ vero professore: lei ragiona così. Comunque, seguiti a narrare del racconto di Filostrato

Apollonio, Marco,  in modo ispirato allora  dice ,facendo una doppia predizione:Zeus capitolino, poiché so che  tu sei arbitro della situazione,  conserva il tuo favore  a questo uomo  e lui a te stesso. Il tempio  che ieri empie mani  bruciarono  è destino che da costui ti sia ricostruito.

Da profeta Apollonio  vede  i fatti che poi accadranno al  fratello maggiore dell’imperatore, Sabino,  e a suo figlio Domiziano, l’incendio del tempio di Giove ad opera dei vitelliani e la morte di Vitellio spergiuro  e la successiva ricostruzione flavia del Tempio (Ibidem 30).

Perciò approva  che  Vespasiano sia adirato e rabbioso nei confronti del miserabile  ghiottone  Vitellio, che è entrato a Roma  a suon di tromba  indossando il paludamento e  con la spada al fianco, tra le insegne e i i vessilli, circondato dai suoi compagni in divisa e dai suoi  soldati con le armi snudate ( Svetonio Vitellio XI).

Il tianeo è  con Vespasiano quando  giungono le  notizie sul primo atto di Vitellio, quello  di assumere il pontificato massimo,  giudicato  anch’esso atto esecrando perché fatto nel giorno della sconfitta dell’Allia: approva la sua reazione quando conosce il secondo atto anche esso infausto,  quello di nominarsi console per dieci anni,come Cesare,  e il terzo,  quello ancora più vergognoso di  fare un sacrificio espiatorio ai Mani di Nerone, suo benefattore!

Il periodo di Alessandria  non è solo  un momento fortunato di consenso generale e di  acclamazione popolare, ma è anche  di attesa  con paura per la sua famiglia impegnata a Roma, con Domiziano figlio minore e col fratello Flavio Sabino  e della sorte dei suoi eserciti impegnati  in ogni parte del mondo romano, in Spagna come in Britannia, in Mesia come in Italia, oltre alla  guerra giudaica non conclusa.

Certo, dopo l’assunzione di potere, la guerra civile è un ludus  difficile  da giocare  anche con i suoi partigiani, con  uomini che come Antonio Primo sono ambiziosi e desiderosi di acquisire subito meriti  per essere sul carro del vincitore  con aureola,  anticipando i tempi e correndo rischi che un dux prudens avrebbe potuto  e dovuto evitare  essendo sicuro l’arrivo  delle truppe  siriache di Licinio Muciano.

Ad Alessandria, l’imperatore  attende l’esito della spedizione di Antonio Primo che, dopo una marcia, arriva nel suolo italico ed  è affrontato a Bedriaco presso Cremona dalle truppe di Vitellio che viene sconfitto e, data la distanza, non può impedire il saccheggio della città e  le stragi e la  distruzione.

La successiva marcia  verso Roma con l’entrata in  città dell’esercito vincitore quando ancora i nemici trattano la pace, risulta pericolosa per il figlio e per il fratello.   Vitellio è spergiuro per natura  ed è uomo senza onore:  lascia Sabino che ha fatto la proposta di conciliazione concedendo salva la vita a  patto di pagare cento milioni di sesterzi  alla presenza di una folla di soldati,  e rinvia la sua decisione di una notte, ancora desideroso di giocare le proprie carte.

A  sera, perciò,  vestito a lutto, si presenta ai rostri  per leggere la formula di abdicazione su un foglio scritto in modo da coinvolgere il popolo e i soldati, suoi fedeli, e al mattino ripete la stessa scena per avere  consensi, nonostante le rimostranze di Sabino che invia il primipilare Cornelio Marziale  per ricordargli l’impegno  giurato (Tacito ibidem,70).

Infatti poi  con l’aiuto popolare  fa assalire Sabino sul Campidoglio col nipote Domiziano  e dare alle fiamme il tempio di Giove Ottimo Massimo, mentre banchetta nella casa di Tiberio ( Svetonio  Vitellio, XV) ,

Nello scontro armato  del 21 dicembre muore Sabino,  mentre si salva a stento Domiziano.  L’arrivo delle truppe di Antonio  Primo, il giorno dopo, o il 23  a  Saxa Rubra ( Hist.III,79) volge la situazione a favore dei flaviani, che prendono ed uccidono  Vitellio, oltraggiato dal volgo da morto con la stessa viltà con cui l’aveva adulato da vivo/ vulgus  eadem pravitate insectabatur interfectum, qua foverat viventem  (Tacito Hist.III , 85,3) e  salutano col nome di Cesare  Domiziano (Ibidem,86,4).

In questa situazione  si trova anche il filosofo  Musonio Rufo (Hist., Ibidem,81) che, comunque,  risulta inopportuno, col suo sproloquio filosofico, in senso democratico,  a tutti  e per poco non ci rimette la vita! .

Il senato, ricevuta una lettera di Vespasiano   gli concede  con un  decreto tutte le prerogative abituali del  principe  come colui che sembrava aver purificato il mondo.

Vespasiano allora  parla di sé per lettera  come di un principe  moderato e dello stato e del senato  con rispetto, ed ottiene il consolato insieme al  figlio Tito, mentre a Domiziano è concessa la praetura  col consulare imperium.

 Il senato, dopo la morte di Vitellio,  onora con le insegne trionfali Licinio  Muciano, col privilegio consolare Antonio Primo, con quelle pretorie  Cornelio Fusco ed Arrio Varo  e Elvidio Prisco uomo esaltato per la saggezza  stoica, genero di Trasea Peto/ cunctis vitae officiis aequabilis,opum contemptor, recti pervicax,  constans adversus metus / coerente con se stesso  nella pratica di ogni dovere,  sprezzante delle ricchezze, assertore tenace del giusto,  inaccessibile alle intimidazioni -Hist.IV, 5.2-.

Messaggeri arrivano continuamente ad Alessandria per notificare quanto avviene in Italia e a Roma, mentre Vespasiano comincia a godere dei vantaggi del riconoscimento ufficiale del suo titolo imperiale in  Oriente e anche in Occidente.

Il  colloquio descritto da Filostrato tra Vespasiano  ed Eufrate   è proprio di questo fortunato momento, quando già la situazione è  in mano all’imperatore, riconosciuto  da tutti, compreso Giuseppe Flavio, libero.

Mi descrive professore  il colloquio di Vespasiano con i singoli personaggi  secondo la narrazione di Filostrato?

Subito, Marco.

Vespasiano ad Alessandria  è nel palazzo dei Tolomei, dove  ora già riceve i notabili, fa udienze, emana decreti, svolge le funzione di imperatore  come se fosse a Roma, convinto dai miracoli di essere il salvatore venuto dall’Oriente per riportare la pax in Occidente, turbato dalla guerra civile.

Eufrate e Dione col Tianeo  sono ricevuti a corte dall’imperatore, che dice di aver già esposto i suoi motivi  al nobile Apollonio, che già ha informato gli amici  del colloquio privato avuto.

I  tre  replicano che  ritengono  giuste le ragioni imperiali ed allora l’imperatore aggiunge: oggi discuteremo insieme sulle decisioni prese perché io possa agire  nel modo migliore e secondo il vantaggio dell’umanità, dopo aver mostrato come da Tiberio fino a  Vitellio l’impero sia stato in mani sbagliate  di  romani degeneri e di viri malati o immoderati.

La conclusione di Vespasiano è la seguente: vedendo, dunque, miei cari, in quale discredito sia caduto l’impero a causa di questi tiranni, vi scelgo come miei consiglieri perché mi sappiate indicare come restaurarlo riscattandolo dall’odio  che per esso prova l’umanità intera.

Vespasiano, dunque, è già pronto al restauro, convinto della sua missione divina di autokrator  e dell’utilità  pubblica della sua impresa?!

Certo. Marco. Aggiungo che crede perfino in una missione per il bene del mondo. Ascolta,  però, la risposta di Apollonio, che  si fa da parte per dare spazio alla critica pesante prima di Eufrate e poi a quella più moderata  di Dione, che attenua i toni  censori: un flautista dei migliori soleva mandare i suoi discepoli dai musicisti più scadenti perché apprendessero  come non si deve suonare. Tu, mio sovrano, hai appreso come  non si deve regnare  da coloro che regnarono  in modo scellerato: come si deve regnare sarà l’oggetto della nostra indagine.

Attento, Marco, Il tianeo è uomo divino che conosce passato, presente e futuro, conosce l’animo umano ma intende fare indagine sul come regnare. Per meglio farti entrare in merito alla situazione ti preciso, Marco, che il colloquio  con l’imperatore  avviene per Filostrato  poco prima della notizia  della morte di Vitellio, quando Sabino ha fatto già la sua  proposta di abdicazione  il 21 dicembre, data  probabile.

Grazie, professore, andiamo avanti!

Mi sembra, comunque, che Apollonio  col suo dire accetti  già il Regno Flavio e che vuole solo indicare come  regnare, dare cioè un’alternativa al regnum negativo dei Giulio-claudi e del tiranno Vitellio.

Marco, in seguito, vedrai perché il tianeo parla così. Per ora senti il discorso dei suoi amici.

 Lo stoico Eufrate  non accetta il fare di Vespasiano ossequioso verso il Tianeo, proprio  dei  postulanti da oracoli, e si mostra irritato.

La sua irritazione è  nei  confronti di Apollonio che fa spectaculum col suo dare oracoli e di Vespasiano stesso che, senza accertare se l’azione del regnare debba farsi, chiede circa i modi  della realizzazione, prima ancora del fatto, convinto di dover restaurare un impero scaduto,  certo  che il  destino gli ha concesso il Regnum.

A me, Marco, sembra  giusto il suo  rigido pensiero  generale  stoico (non si deve adulare gli istinti, né acconsentire sconsideratamente  a quanti agiscono senza freno, ma, se davvero siamo filosofi, abbiamo il dovere di richiamarli alla misura!) e  doveroso  e il richiamo alla misura   e il rimprovero filosofico  sull’oggettività della realizzazione senza  l’accertamento della necessità dell’azione  (Occorreva  stabilire se convenisse  questa azione: ma tu ora chiedi di dirti in che modo essa andrà realizzata, senza aver ancora accertato  se si tratti di un’azione  che si deve compiere).

Eufrate  è polemico prima coi filosofi e saggi, che accettano l’elezione ad imperatore già di Vespasiano, quando, invece,  prima, bisogna stabilire se abrogare la monarchia o  ripristinare la repubblica e poi  in caso di  accettazione della monarchia, nonostante lo scadimento verificato dell’istituzione, indicare i modi di regnare.

Eufrate, comunque, opportunamente precisa: io sono d’accordo che Vitellio va deposto poiché so che  è un uomo turpe ed intossicato da ogni infamia. Altrettanto so che tu sei un uomo di valore e che ti distingui per il tuo nobile animo, ma sostengo che non devi correggere la situazione  prodotta da Vitellio, senza sapere ancora quale sarà quella che intendi creare tu!.

E’ discorso stoico tipico di Posidonio di Apamea(135-50 a.C.) che, partendo dalla dignità morale  dell’uomo,  esprime il pensiero politico di un parrasiaths che, pur con cautela, dice la verità,  contro perfino i saggi  eterodossi come Apollonio,  come i profeti  del tipo dell’ebreo Giuseppe, o come gli opportunisti sofisti come Dione di Prusa.

Per Eufrate  non si può accettare l’idea di Regnum, senza essere stata vagliata: quanto è nella mens /nous del dux deve essere manifestato ed esaminato prima dell’accettazione e del consilium !

Eufrate è scomodo come Musonio, che,  in nome della vera filosofia, da bastian contrario, pensa che  bisogna stabilire – se si vuole veramente indagare – se conviene questa azione cioè il regnare, da precisare in ogni dettaglio, e che non si può  farla senza tale studio  preventivo circa la correzione, mentre Vespasiano  la considera scontata e corretta  e già passa alla fase successiva, al modo di realizzare il suo principato.

Per Eufrate il sovrano nella sua ambizione già ha messo il diadema  grazie alla predizione del sacerdote ebreo, che ha  rivelato l’oikonomia divina e la funzione soterica dell’imperatore, indicando la predilezione degli dei  per l’uomo destinato al potere imperiale, ormai accettato dal popolo e dall’ esercito, dopo aver avuto implicitamente   anche l’assenso del Tianeo.

Insomma Eufrate dice che  bisogna fugare questo equivoco di fondo  e  mettere  sul piatto della bilancia la necessità di far abdicare Vitellio e nello stesso tempo  il piano  che ha in mente Vespasiano circa il principato e poi decidere: non è possibile fare abdicare Vitelio senza conoscere le reali intenzioni di Vespasiano!

E’ sotteso anche un attacco ad Apollonio, che ne  alimenta  le  aspettative,  in quanto conoscitore del futuro  e succube  del destino della famiglia flavia, come se il  fatum   personale fosse immutabile e che vana sia l’opera umana.

Eufrate mostra che solo nel confronto delle personalità  di Vitellio e Vespasiano  è favorevole al secondo: lo stoico  ha infatti un giudizio non certamente positivo  sull’uomo  e sul dux, rilevato come ambizioso, come vecchio opportunista,  ma vile di animo, fin da giovane,  per non avere  avuto  coraggio  di fronte a Caligola, a  Claudio e  specie a Nerone e  per essere vissuto nel  compromesso,  come fallito nelle proprie aspirazioni!

La sua preferenza tra i due imperatores è solo per la migliore apparente figura morale di Vespasiano,  messo a confronto  con un  mostro di corruzione come Vitellio!

Eufrate  coglie esattamente il carattere  senile di Vespasiano  che sfrutta il momento fortunato, ma ne mostra  la pochezza di animo, tipica   di  suddito  che nel periodo giulio-claudio   giustifica la propria condotta  dando la colpa alla   fortuna   o al timore di competitori superiori.

Da qui l’aperta accusa di viltà – seppure mitigata da una  forma di moderazione – perché ha temuto Nerone, l’uomo più vile ed inetto di tutti.

La sua requisitoria è feroce contro Vespasiano: il tentativo che osò Vindice contro di lui, per Eracle, spettava a te  più che a  chiunque altro. Avevi infatti un esercito, le forze che conducevi contro i giudei erano più adatte a sconfiggere Nerone.

Il suo è anche un attacco contro il  genos giudaico, già considerato gens taeterrima!

Quelli da gran tempo erano in rivolta non solo contro il popolo romano ma contro l’intero genere umano. Un popolo, che ha scelto l’isolamento  totale, che non divide con il resto dell’umanità né la mensa né le libagioni, né le preghiere, né i sacrifici, è più distante da noi che da  Susa e Battra o gli Indiani  che vivono al di là di questi paesi!.

Giudica perfino negativamente la  azione di Vespasiano  antigiudaica: non aveva senso alcuno punire la loro rivolta, anzi era meglio non annetterli neppure!.

Aggiunge  che  tutti  gli uomini avrebbero voluto uccidere Nerone con le proprie mani  perché beveva il sangue degli uomini e cantava in mezzo alle stragi e afferma che lui tendendo le orecchie alle  sue imprese giudaiche rifletteva  quando gli dicevano che avevi ucciso 30.000 giudei in una battaglia e  50.000 in un ‘altra: cosa fa quest’uomo?. non c’è qualcosa di più importante?

Professore, sembra  che Eufrate  non consideri affatto una grande azione l’aver sconfitto gli ebrei che, d’altra parte, sono  una stirpe non integrata nel Kosmos romano ellenistico e ritiene   inutile  la stessa annessione.

Certo Marco. Devi, però,  considerare che i fatti storicamente  sono lontani e che Filostrato conosce  anche l’ annientamento del popolo giudaico ad opera di Adriano.

Comunque,  alla fine, attenuando la sua requisitoria, Eufrate dice: ben  hai  identificato in Vitellio  una copia di Nerone e muovi contro di lui;  fa quello che hai deciso  poiché è un’azione meritoria,  ma il  seguito deve essere questo.

Questo, Marco, è subito detto con franchezza:  i romani prediligono il regime democratico  ed hanno acquistato gran parte del loro potere   quando erano una repubblica. Metti fine  alla monarchia di cui hai detto tali cose. Rendi ai romani il governo del popolo  e a te la gloria  di aver iniziato  per loro un tempo di libertà….

Quindi, Eufrate,  indicata la preferenza dei romani, esorta Vespasiano a ridare la forma repubblicana  e con due imperativi  chiede, se vuole avere la gloria di essere i primo a ripristinare il sistema, di mettere fine alla monarchia degradata e  di rendere al popolo la libertà.

Apollonio nel frattempo che fa, nel corso della critica  di Eufrate?

Niente.  Sembra guardare Dione e lo  invita a dire il parere, sicuro di avere un qualche suo consenso, conscio della moderazione del sofista, che sa barcamenarsi davanti al potere  con la retorica, anche  se nota una certa adesione al pensiero dello stoico.

Infatti Dione, presa la parola,  sintetizza il suo pensiero politico e monarchico  in relazione alla sua opera, già nota,  essendo sostanzialmente  concorde  con Eufrate, anche se  ha qualche  frase di dissenso.

Insomma  Dione ragiona secondo un opportunismo politico  in quanto è cosciente che  Vespasiano è ormai il signore di Roma e nel contesto retorico alessandrino fa il suo trattato monarchico  su una base,comunque, di critica stoica.

Così  infatti esordisce: anch’io avrei suggerito  che era molto meglio  deporre Nerone,  anziché soggiogare i Giudei: tu invece davi l’impressione di adoperarti perché  mettendo rimedio ai guai della sua situazione se ne rinforzava il potere su tutte le vittime del malgoverno.

Sull’impresa contro Vitellio dice: approvo.. e giudico merito più grande  impedire il sorgere della tirannide che porre fine ad una già affermata…

E poi afferma: la democrazia mi piace; e invero questo regime è inferiore all’aristocrazia, ma per i sapienti è di gran lunga preferibile alle tirannidi e alle oligarchie.

Dione aggiunge: temo che  questa serie di tiranni abbia ormai corrotto i romani  al punto di rendere difficile  il mutamento e che essi non sappiano più essere liberi né sollevare lo sguardo alla democrazia al pari di coloro che dall’oscurità mirano verso la luce viva.

Perciò concorda con Eufrate  e dice che Vitellio deve essere cacciato dal potere e quanto prima,e che Vespasiano avrà la meglio facilmente in caso di guerra  e  dopo la vittoria  dovrà affidare  ai romani la scelta della loro costituzione e se dovessero scegliere la democrazia, il retore, deciso, dice: concedila!

Allora per il retore questa concessione darà più gloria  di molte tirannidi e di molte vittorie olimpiche tanto da avere dappertutto statue  di bronzo ed encomi quali non ebbero  Armodio ed Aristogitone ( i due tirannicidi di Ipparco!).

Questa è la sua conclusione: se dovessero preferire la monarchia a chi altro se  non a te tutti decreteranno il regno? A te più che ad un altro daranno ciò che già avevi.

I due consiglieri hanno dato nel complesso lo stesso  consiglio: dopo la vittoria  bisogna dare la possibilità di votare al popolo, che è il vero  padrone politico e giudice,  secondo l’etica  platonico-stoica!

Certo, Marco,  i due hanno inteso la loro funzione di consiglieri e il termine consiglio come se fossero in un sistema democratico e come se  si trovassero in un senato precesariano e non davanti ad un uomo che, avendo  già vinto,  ha il plauso militare e popolare, vuole sentire pareri ma cerca solo applausi  e fa la sceneggiata per avere ulteriore consenso.

Infatti  il loro pensiero è   quello della  vecchia theoria politica -specie quello di Eufrate- mentre il consilium  di Apollonio  è quello di una praxis politica.

I due teorizzano senza tener presente  l’effettiva situazione del  dicembre del 69, che è già in risoluzione,   secondo le leggi del militarismo, applicate da un nikeths/vincitore: la  loro via non è percorribile  come già dimostrato nel dopo Caligola quando Senzio Saturnino ed altri proclamano il ritorno alla repubblica ed inneggiano alla libertà democratica!. La ventilata costituzione repubblica dura neanche un giorno e crolla al momento dell’ acclamazione militare pretoriana di Claudio imperator, favorita anche dalle milizie giudaiche presenti  col re Agrippa I,  civis iulius, di rango pretorio.

Apollonio, invece,  che conosce  storia e  i fatti del presente e vede, da profeta, il futuro (non la cacciata dei Filosofi del 71!) ha un quadro più chiaro della situazione e  sa orientare dando consiglio in nome dell’utile comunitario, ingannato, comunque, dalla struttura fisica massiccia e dal collo taurino di flavi, capace di mascherare l’estrema determinazione al potere con la bonomia dell’aspetto.

Egli, perciò,  dissente dagli amici, -che non comprendono l’uomo, il duce, il padre, e neanche i  fedeli partigiani – vedendo in Vespasiano  l’eletto da Dio,  che si sente investito dal numen  e che crede in un destino radioso per lui e per la sua famiglia.

Senti, Marco,  come il tianeo entri  in empatia con Vespasiano, rimasto sconcertato davanti al consilium  di Eufrate  e di Dione, come se lui imperatore dovesse essere distolto dalla sua risoluzione proprio lui, che è tale ormai di nome e di fatto.

Il suo inizio è questo:  a me pare che siate in errore proponendo di voler sopprimere la monarchia  quando ormai le cose sono decise;   vi compiacete in chiacchiere puerili ed inadeguate alle circostanze.

Il tianeo fa un punto situazionale,  reale, immedesimandosi in Vespasiano-  già vincitore contro Vitellio, che ha un esercito a lui fedele e ha figli  indocili, come Domiziano, che si attendono di ereditare  l‘oikos paterno, il regno conquistato anche con il loro sacrificio e benefattore  dell’umanità- ed afferma che  il discorso di Eufrate e  di Dione potrebbe aver successo perché le sentenze dei filosofi  hanno effetto sugli ascoltatori, che sono dediti alla filosofia, ma in situazione reale contingente  diverso deve essere il consiglio, che è pratica non morale.

Così, infatti, sentenzia Apollonio, secondo Filostrato (ibidem35): se fossi io ad avere il potere che detiene questo uomo, e vi chiedessi in quale modo  fare del bene all’umanità e voi mi deste un tale vostro consiglio potrebbe aver successo.

 ll tianeo, poi, passa  dal piano privato a quello di un uomo pubblico ed afferma che essi  consigliano un magistrato , un console, un  uomo avvezzo a comandare,  sul quale incombe la morte  una volta che deponga il suo potere.

Apollonio da questa angolazione concreta politica, invita a non biasimare  se il console  non respinge i favori della sorte e li accetta quando vengono e chiede consiglio  sul modo di usare secondo saggezza ciò che possiede.

Calzante ed efficace è l’esempio dell’atleta: come se noi,  vedendo un atleta dall’animo gagliardo, di alta statura  e fisico possente,  che avanza verso Olimpia percorrendo l’Arcadia, ci presentassimo a lui per incitarlo contro i suoi avversari, ma  gli suggerissimo, una volta che abbia vinto le olimpiadi, di non lasciarsi proclamare vincitore né di porsi in capo la corona di oleastrodaremmo l’impressione di parlare a vanvera e di prenderci beffe delle fatiche altrui.

E poi  attualizza e concretizza il suo pensiero   facendo una considerazione parallela:  così considerando l’uomo che ci sta di fronte, le forze  di cui dispone e le bronzee armature che rifulgono nel suo esercito e la cavalleria che lo segue, e la sua stessa nobiltà e saggezza ed attitudine a  realizzare i  suoi propositi, accompagniamolo  nell’impresa a cui si è accinto con parole ben augurali e con garanzie più propizie di quelle che avete espresso.

Ed per concludere aggiunge  al fine di chiarire la situazione familiare del dux : voi non avete considerato che egli è padre di due figli già condottieri di eserciti.   Se non dovesse  trasmettere loro l’impero  diventerebbero i suoi più accaniti nemici  e cosa altro gli rimarrà allora se non la prospettiva di entrare in guerra con la propria famiglia?Accettando l’impero invece…sarà onorato da loro e si sosterrà su di loro ed essi a loro volta  su di lui, Saranno  le sue guardie del corpo, per Zeus,  non gente assoldata né costretta a forza  che simula lealtà solo sul volt , ma gli uomini  più affezionati a lui e cari.

Ed infine conclude il suo pensiero in modo personale: a me non importa  di alcuna forma di governo poiché vivo agli ordini degli dei, ma non voglio che l’umano gregge  perisca per mancanza di un pastore  giusto e saggio -Cfr.  A. Filipponi, Il politico o Giuseppe- : un solo uomo eminente per virtù trasforma la democrazia  nel governo del  migliore e così il potere del singolo, quando  sia in tutto rivolto verso l’utile comune, è governo popolare.

Apollonio  circa l’accusa di Viltà, rivolta a Vespasiano afferma che anche essi possono essere così definiti ed anche lui  che, però, in effetti ha sobillato Vindice- suicida, dopo il fallimento della sollevazione militare-  ed ha contrastato Ofonio Tigellino  e così conchiude: non pretenderò con questo  di aver abbattuto il tiranno né accuserà voi di debolezza riguardo all’ideale del filosofo  perché non aveva fatto nulla di simile.  L’uomo amante della sapienza  deve dire ciò che gli sta in mente , ma deve prestare attenzione a non parlare come uno stolto o un invasato.

Poi,  riprendendo il discorso dell’uomo politico, di un console che si propone di  abbattere il tiranno  in primo luogo deve disporre di piani precisi , onde iniziare di sorpresa l’azione  ed inoltre deve aver una motivazione atta ad evitare ogni accusa di spergiuro-  per scusare l’imperatore di non aver complottato contro Nerone- aggiunge: Se infatti vuole portare le armi contro l’uomo che gli ha dato il comando di un esercito, a cui  ha giurato di prestare il consiglio e l’azione nel modo migliore, occorre in primo luogo che si giudichi di fronte agli dei  dimostrando che, secondo giustizia,  viola il giuramento. Inoltre ha bisogno di molti amici  poiché a tali imprese  non si muove senza  ripari e fortificazioni e di grandissime ricchezze,  onde conquistare a sé  i potenti, per di più levandosi contro l’uomo che possiede tutto  quanto esiste sulla terra.

La sua conclusione definitiva è la seguente ed è basata  sulla differenza di ruoli tra un sapiente come loro e un  politico come Vespasiano: prendete come volete queste mie parole: non mettiamoci  a giudicare ciò che quest’uomo ha progettato, a quanto pare,  e la fortuna  gli ha  accordato prima che scendesse in lotta.

Perciò ribadisce la sua solidarietà all’imperatore e contrarietà ai suoi amici :  L’uomo che ieri regnava incoronato dalle città  nei templi  di questo paese , che mirabilmente  ed imparzialmente regge  lo stato secondo voi  oggi dovrebbe annunciare pubblicamente  che per il futuro  si ritirerà a vita privata e che ha preso il potere in un momento di follia? Portando a termine il suo progetto  avrà come fedelissima scorta  coloro in cui confidava quando lo concepì ,ma altrettanto rinunciando ad esso  troverà in loro l’ostilità di chi ha perduto ogni fiducia.

Qual è il comportamento di Vespasiano nel corso del discorso di Apollonio?

L’imperatore è molto soddisfatto perché vede che il tianeo era come uno che abitava la sua mente  e felicemente esprimeva il suo pensiero. 

Ed  afferma: io ti seguo perché quanto viene da te ritengo ispirato dalla divinità; dunque, insegnami ciò che deve fare il buon sovrano.

Professore, ora Vespasiano chiede forse ad un uomo divino, ispirato da dio, come deve comportarsi un buon sovrano e quindi  chiede un paradigma operativo concreto  per avere un modello nuovo di  Basileus,  di nomos empsuchos  secondo una connotazione culturale ellenistica  pitagorico-platonico stoica, basata sull ‘agathos in quanto chrestos?

La risposta di Apollonio è netta e non lascia spazio ad una lettura filosofica, ma autorizza solo un rapporto tra sovranità  umana e bontà divina, lasciando intuire l’impossibilità di tradurre l’ineffabilità divina perfino con la funzione imperiale,  secondo tutta la precettistica del III  secolo a.C, propria dell‘Inno a Zeus  di Callimaco.

Apollonio afferma che gli è chiesta cosa che non si può insegnare: la regalità è la cosa più grande che esista tra gli uomini, ma non si insegna!.

Comunque,  subito dopo, comincia a  dare  con un’impostazione  prescrittiva, un  eptalogo  sul  retto agire di buon re dopo aver affermato: ti esporrò tutto ciò che  a mio parere  devi fare per agire rettamente.

Me lo può indicare, professore?

1. Considera  ricchezza non i tesori che si usa riporre -sono sabbia- né il denaro che ti proviene da uomini che piangono sulle tasse- è oro falso e nero quello che viene dalle lacrime-. Userai delle tue ricchezze soccorrendo i bisognosi ed assicurando il possesso  dei propri beni ai ricchi.

2. Trema  di fronte al potere assoluto, di cui disponi, perché così ne farai un uso più moderato.

3. Non recidere -essendo ingiusta  la sentenza di Aristotele- le spighe più alte ed eminenti, elimina piuttosto il malvolere come il loglio dal grano.

4.Da chi cospira fatti temere non  perché punisci ma perché punirai.

5. La legge… regni pure su di te:  sarai più saggio legislatore, se non trasgredisci le leggi esistenti .

6 Onora gli dei più di quanto hai fatto finora: hai ricevuto da loro grandi favori e grandi favori invochi  nelle tue preghiere.

7.Tratta da re gli affari attinenti all’impero, ma da privato le cose del corpo.

Poi Il tianeo  tratta di precetti generali, dopo aver mostrato il dovere di  educare i figli – ne hai due  giudicati valenti!- mediante  l’  esercizio della propria autorità di pater familias  fino a minacciarli  di non lasciare loro l’impero  se non continueranno ad essere buoni ed onesti inculcando loro che l’impero non spetta di diritto come eredità, ma come premio della virtù.

Aggiunge,in questa precettistica, che  non c’è bisogno di dare consigli   a proposito del gioco,  del vino,  dell’amore  e della rinuncia di questi vizi, considerata la  moderata predisposizione personale.

Fa poi un punto situazionale sui piaceri che in Roma hanno cittadinanza che sono molti e vanno eliminati ed infine tratta  delle difficoltà di ridurre un popolo  a completa saggezza  occorrendo introdurre poco a poco  misura negli animi, ora correggendoli  scopertamente, ora  senza farsi notare.

In conclusione, colpisce la piaga del lusso e dell’insolenza  dei liberti e degli schiavi– la burocrazia congenita con lo stato-.

Filostrato usa il noi e il congiuntivo esortativo per indicare la  necessità di un’unitarietà di azione da fare dall’imperatore, dal senato e dalla famiglia e dai singoli  cives: mettiamo termine al lusso e all’insolenza dei liberti e dei servi ….avvezzandoli a pensieri tanto più umili, quanto più potente è il loro padrone.

Apollonio chiude il suo discorso col ricordo  personale- nel periodo in cui viveva nel Peloponneso – di un governatore della Grecia che reggeva la provincia senza sapere il greco, mentre i greci non comprendevano alcunché di quanto diceva.

Il risultato di tale prefettura fu: (il governatore) per lo più ingannava ed era ingannato; gli assessori e i membri del suo tribunale  facevano mercato delle sue sentenze abusando del governatore  come se fosse uno schiavo.

Di conseguenza fa la critica dei governatori per sorteggio  e dice : io sostengo che si debba mandare soltanto chi conviene  al paese toccatogli per sorte, per quanto lo consenta il sistema. Chi parla greco regga i popoli  di lingua greca, chi  parla latino  amministri i popoli che  parlano questa lingua e i loro affini.

Marco,  ora ho  finito il mio discorso su Vespasiano e il regno, ed ho fatto l’ esame  questa volta, non secondo Giuseppe Flavio, ma secondo Filostrato.

Grazie, professore. Io ho ancora, però,  qualche curiosità.

Chiedo come Apollonio si comporti poi con  gli amici e come Vespasiano si  comporti con Apollonio.

Secondo Filostrato, Apollonio, già adirato con Eufrate  prima della controversia circa il principato, si distacca sempre più dall’amico, che  arriva perfino ad alzare il bastone contro, anche  se placa la sua ira;  alla fine del regno di Domiziano  ci sono ancora tra loro  screzi e polemiche , utili ai fini dell’accusa contro il tianeo.

Con Dione la riappacificazione avviene tramite Vespasiano che, convinto dalle parole del sofista, ottiene di farli conversare di nuovo fra loro  e li premia entrambi. Con Demetrio  il rapporto rimane sempre stretto ed anche durante l’accusa e il processo  di fronte a  Domiziano.

Apollonio  (e gli altri ) e Vespasiano si lasciano molto cordialmente per  tra abbracci e doni: l’uno va  tra i Ginni di Africa e l’altro a Roma  Dopo la separazione  Filostrato  informa: né si incontrò più con lui ..sebbene l’imperatore lo invitasse e gli scrivesse ripetutamente a tale proposito.

Lo scrittore allora  parla delle ragioni per  cui  il tianeo  interrompe la comunicazione con l’imperatore.

La ragione è la Grecia, per Filostrato: Nerone aveva restituito la libertà alla Grecia con un atto di saggezza a lui insolito: le città erano così tornate  alle loro tradizioni doriche ed attiche  e tutto rifioriva grazie alla concordia. Ma Vespasiano, quando vi giunse (dall’Egitto!), annullò tutti questi provvedimenti con il pretesto delle rivolte  e di altri fatti. che non giustificano certo tanta ostilità.

Subito Apollonio gli scrisse tre lettere, una dietro l’altra:

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Hai asservito la Grecia e, a quanto si dice, ritieni di aver più potere di Serse: non ti accorgi di averne meno  di Nerone: Nerone,infatti, lo aveva e vi rinunciò. Sta bene.

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Se sei tanto ostile ai greci  da asservirli  togliendo  loro la libertà, che bisogno hai della mia compagnia? Sta bene.

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Nerone per gioco liberò i greci, ma tu li  hai sul serio  ridotti in schiavitù. Sta bene.

Vespasiano non è, dunque, quello visto e considerato da Apollonio  ad Alessandria, se  subito dopo, Apollonio stesso rompe l’amicizia, si astiene dal collaborare e non vuole più incontrarlo?

Certo. Marco. Apollonio  vede oltre il presente, ma non  con la stessa intensità,  ora  dopo sei mesi, vede altro come la cacciata dei filosofi ne 71 e può  meglio comparare  il regno dei giulio-claudi con quello completo dei Flavi.

Professore, può davvero Apollonio vedere tanto ?!

Non lo so, Marco.

Potrebbe, comunque! Le sue doti sono di un anhr theios.