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Perché la “casata” di Filone e quella di Erode hanno in comune Ioulios/Iulius?

Per una revisione del contesto  romano storico, politico -economico dell’epoca di Iesous  Christos Kurios

Nella mia ricerca sempre mi sono chiesto il motivo per cui Oniadi ed Erodiani abbiano in comune il nome Ioulios/Iulius.

Mi sono risposto  intorno agli anni settanta  quando scrivevo, sulla base della traduzione di Antichità Giudaica XIV, XV, XVI, XVII,(Trad. inedita) Antipatro padre di Erode ed Erode basileus, figlio di Antipatro, dove rilevavo  la presenza del  nome Ioulios per il padre e per il figlio (opere ancora inedite).

Poi, traducendo Filone,  mi accorgevo che il filosofo, oltre ad essere chiamato Ebreo o alessandrino, era detto anche Ioulios, così come suo fratello Alessandro Alabarca e l’ altro fratello il naukleros Lisimaco e suo nipote Giulio Tiberio Alessandro.

Comprendevo specie da Legatio ad Gaium e da In Faccum, oltre che da De Ioseph e de Opificio e Vita di Mosè, Vita contemplativa e Quod omnis probus, che esisteva una particolare figura di Methorios e che era presente un tipico politeuma (una specifica costituzione/politeia) in Alessandria con Senato e Sinedrio, e rilevavo l’attività trapezitaria  e il rapporto tra la domus antonia e l’alabarca epitropos, therapeuoon di Antonia, nonna di Caligola.

Con la ricerca mirata non solo su Filone ma anche su Flavio (Antichità Giudaica XVIII, XIX, XX, opere edite ) , oltre che sugli autori latini e greci  per scrivere Caligola il sublime, opera di revisione  storica, ho compreso il connubio tra la finanza giudaica sadducea templare e quella leontopolitana alessandrina  oniade, esteso ad un privilegiato rapporto con la domus giulio- claudia  tanto da  rilevare le connessioni finanziarie  tra  Augusto, Tiberio, Caligola e Claudio e i giudei filoromani ed ellenisti.

Nel contempo mi si manifestava  sia in Iudaea che in Egitto una cultura aramaica propria di una popolazione barbarica, collegata con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromana, tanto da poter rilevare la loro musar opposta alla paideia ellenistica.

Mi si presentavano due mondi opposti:  uno commerciale e scientifico  grazie al fattore imprenditoriale giudaico finanziario  methorios, innovatore,  ed uno agricolo mesopotamico, attardato, conservatore  tanto che Filone parlava di un mondo civile, ellenico,  kosmios, basato su Philanthropia e praooths  che si propagava universalmente in senso democratico  e liberale, grazie all‘armonia data dalla casa Giulio-claudia, che favoriva la crescita finanziaria ed economica dei popoli ed autorizzava  gradualmente l’integrazione di ciascuna etnia  nell’ordinato sistema  romano-ellenistico,  e di un altro barbarico, impostato nei valori contrari, in quanto illiberale, irrazionale, selvaggio, passionale, spietato nell’ira.

Filone divideva il kosmos in hllenes e in barbaroi e faceva l’apologia del commercio e della propagazione  di nomos,  eleos e charis, di dikaiosunh ebraica secondo l’antica forma di tzedaqah, evidenziando l’origine aramaico-mesopotamica  della stirpe  con la conseguente integrazione nel sistema ordinato razionale, naturale mediterraneo, tramite il filtro della cultura lagide alessandrina ellenistica

Filone celebrava perfino nell’impero romano, agli inizi dell’epoca caligoliana, un ritorno  di un’età saturnia…fiducioso in una nuova era  col figlio di Germanico, Neos sebastos /nuovo Augusto...

Questo benessere  era opera della famiglia Giulia, di cui erano parte integrante gli erodiani e gli oniadi, anche loro Ioulioi, gestori del potere economico, philantropoi, philhllenes, trapezitai, emporoi, naukleroi, già infiltrati  come methorioi tra le popolazioni barbariche come avanguardia della politica romana, svolgenti il compito di cambiavaluta al confine non solo tra l’impero romano e quello Partho ma anche tra quello partho e l’Arabia meridionale  e l’India, tra l’Egitto e l’Africa centrale,  tra il Ponto Eusino  e la pianura Sarmatica ...

Ora se consideriamo, fatta questa premessa,   che giuli sono i figli  e nipoti di Erode, Giuli l’alabarca e i suoi figli e tutti gli oniadi  possiamo  comprendere il reale valore di tale parentela con la casa regnante, per cui non   sorprende  che il connubio tra finanza  giudaica e potere imperiale diventa  sempre più stretto da Cesare fino a d Augusto e Tiberio e crei un progressivo aumento di capitale Giulio tanto che Caligola ridimensionando il senato per le gravi difficoltà dell’erario pubblico, rileva l’abnorme capitalismo ebraico e la  connessione tra Giudaismo (sia aramaico che ellenistico) con la Parthia, destinata ad entrare nell’orbita romana, e la centralità di Alessandria ai fini operativi sia economici che finanziari  e decide il trasferimento di Capitale.

I giuli erodiani, sadducei, e gli oniadi, seppure scismatici da Gerusalemme, in nome della propaganda romano-ellenistica, basata sulla razionalità  e naturalezza, sulla  liberalità,   risultano, comunque,  il motore economico- finanziario dell’impero romano per oltre un secolo, senza contare la  pericolosa frenata del periodo caligoliano,  sia in Occidente che in Oriente (più in Occidente  per la presenza di un mondo barbarico -ancora da organizzare integrare e  potenziare in senso liberale e democratico secondo le linee della paideia greca, nonostante le riluttanze del ceto druidico- che in Oriente dove è comune la formazione culturale con la basileia).

Il porto di Alessandria (sia quello sul Mediterraneo che quelli sul Nilo), quello di  Cesarea Marittima, di Efeso, di Corinto, di Dicearchia /Pozzuoli, di Marsiglia  sono dominati da  naukleroi/armatori e da trapezitai/banchieri ed emporoi/commercianti  giudaici che hanno una rete di addetti finanziari  coi loro banchi di cambiavaluta e che  prestano denaro ad usura a tassi diversi…

Più  mi inoltravo nella lettura dei testi filoniani  e negli studi tecnici specie su Giulio  Erode Agrippa, fratello di latte di Claudio   e sulla politica innovatrice di Caligola (neoteropoiia ed ektheosis)  più serrato  mi appariva il vinculum non solo tra gli erodiani e gli oniadi ma  mi si rivelava la centralità finanziaria ed economica di Antonia minor, figlia di Ottavia e di Antonio,  che con i suoi ministri finanziari- specie Pallante e Callisto  che poi faranno la fortuna di Claudio- dominava e l’Oriente e l’Occidente, imponendo la sua politica innovatrice giulia con sua nuora Agrippina e coi suoi nipoti maggiori Giulio Cesare e  Druso minore,  avendo mire espansionistiche in terra parthica

Si rilevava perfino un contrasto nella corte tra Tiberio, claudio, e i giuli, nella gestione economica e finanziaria con due politiche una conservatrice ed una innovatrice, una aristocratica ed una democratica popolare e militare  tendente ad aperture verso l’India  alla conquista di nuovi mercati, dopo aver saturato quelli pontici, sarmatici, cimmerici e caspici, in una ripresa dell’espansionismo  germanico da sud,  seppure frenato dalla morte di Druso Maggiore e dalla sconfitta di Varo, e  nella direzione orientale parthica con penetrazioni dal Ponto  lungo la linea danubiano- sarmatica secondo i piani di Germanico, bruscamente interrotti nel 19 d.C…

Era quello di Germanico un programma di ripresa dell’espansionismo militare, non conforme alla volontà di Augusto,  e con esso della penetrazione dell’economia giudaica verso l’Oceano indiano da una parte e verso le terre settentrionali afgane  e le steppe nel nord asiatico, inesplorato, da un’altra…

La politica di Germanico avrebbe decuplicato le entrate nel fisco imperiale e il patrimonio dei giuli erodiani e oniadi, che già avevano avviato la loro attività bancaria  sulla scia delle indicazioni programmatiche del padre di Caligola, che guidava tutto l’Oriente dal 17 d. C. dopo il trionfo sui Germani,  con tribunicia potestas  ed imperium proconsulare maius straordinario, in quanto erede ,  figlio adottivo  di Tiberio, successore designato per volontà di Augusto stesso, in quanto figlio  legittimo di Druso Maior, suo fratello.e di Antonia Minor…

Dopo la parentesi di  Seiano (26-31)  e di Macrone (31-37),  in un clima di stragi e di morti dalla parte Claudia e da quella Giulia, il giudaismo ellenistico compatto, in quanto giulio, era schierato con l’indirizzo giulio, in relazione alla sua ascesa politica e militare dal periodo della guerra Alessandrina (Cfr.   Antipatro padre di Erode  ed Erode Basileus ed altri articoli in Sito)…

Cesare, dictator romanus, imbottigliato nel pantano Alessandrino durante la guerra Alessandrina, subito dopo la morte di Pompeo, liberato da Antipatro padre di Erode, lo  ricompensava dopo la battaglia del Nilo   con la politeia/cvitas romana  col titolo di Ioulios per lui e perla sua stirpe nel 47  e dava anche  privilegi all’etnia giudaica  oniade  tanto da farla risultare superiore ai macedone-greci, alla aristocrazia lagide dominante fino ad allora in Egitto…

Cesare, nell’occasione,  aveva ricompensato  apparentemente allo stesso modo  i giuli erodiani e i giuli oniadi, ma in effetti  aveva dato agli uni un potere politico-militare, agli altri un potere, economico finanziario, connesso con la loro  funzione religiosa, in un certo senso, equiparata a quella  sacerdotale di Hircano…

Per il rapporto coi primi  rinviamo agli  studi  di Giudaismo romano,  mentre per la societas con gli oniadi mi sembra opportuno precisare che una cosa sarebbe un dare appalto di riscossione generale facendo una koinonia (koinonian poieomai  pros tina– faccio società con qualcuno)  ed una invece (sumballomai sunousian tini-entro in società commerciale con qualcuno).

Perciò, siccome non si conosce esattamente  con quali clausole abbia dato il nomen, si ritiene che Cesare abbia dato titolo per fare sunousia  con gli oniadi, già vincolati coi lagidi nella stessa funzione finanziaria…

Quindi , Cesare ricompensava,- dando il monopolio  delle banche, fino allora limitato al territorio del solo Egitto,  in tutto il Kosmos  romano, con protezione Giulia,dilatando la sfera di attività ebraica-  il nonno o il padre di Filone, di Alessandro alabarca e di Lisimaco . e tanti altri discendenti di Onia IV  che insieme ad Antipatro avevano aiutato Cesare nella difficile situazione in cui s era cacciato  facendo dubitare Svetonio sulla  sua prudentiain obeundis expeditionibus dubium cautior an audentior (Cesare LVIII).

Ora Cesare nel  ricompensare  i filoromani  puniva gli antiromani, quella pars aramaica  filoparthica , avendo oltre tutto intenzione di fare una  spedizione contro Fraate re di Parthia nella volontà di stroncare i legami e le connessioni  di sangue e di lingua con i giudei transeufrasici , che avevano determinato la sconfitta di Carre e vendicare il collega triumviro, attuando i suoi piani di invasione, dopo la sua elezione a Re in Roma…

Anche B.Brecht (Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi 1959) aveva intuito che la grande politica si faceva a Roma, in età cesariana  con i  debiti  (maggiori erano i debiti per grandi ideali e maggiore era l’impegno di tutti i creditori a realizzarli più del debitore stesso!)…

Da ciò derivava l’esistenza di una  pars  antiromana, di cultura aramaica integralista, -variamente punita da Erode prima e poi dai suoi figli e dai prefetti della Iudaea coordinati dagli epitropoi di  Siria -sempre più sferzata  e gravata dai pubblicani-  che era tesa al Malkuth ha shemaim ed attendeva l’arrivo di un Messia liberatore dal fisco imperiale dalla schiavitù romana, in quanto convinta di  aver come padrone solo Dio…

Con Caligola al potere la frattura tra la pars giudaica ellenistica e quella aramaica   era divenuta incolmabile perché il benessere degli ellenisti giudei sia  gerolosomitani (sadducei ed erodiani) che alessandrini  e cirenaici era così alto da stridere con quello del popolo (operai, agricoltori, allevatori di bestiame e piccolo e medio sacerdozio), incapace di sopravvivenza, data l’esosità romana: le differenze si notavano durante le feste nel periodo di convivenza, negli stessi luoghi templari, specie a Pasqua …

Caligola  intendendo livellare il giudaismo e limitare la supremazia dell’etnia ebraica in Alessandria, scelta come residenza imperiale e come  capitale per l’impero, volendo un’unità e centralità di potere   con la monarchia assoluta,  equiparava e  fondeva auctoritas e potestas e  si assimilava a Zeus, Basileus di uomini e dei,ed entrava in conflitto con gli ebrei romana con quelli alessandrini, giuli e con quelli sadducei ed erodiani, giuli, che, comunque,  davanti alla bia  facevano un formale ossequio con lo stesso socius e praetor, Giulio Erode Agrippa,  tetrarca di Gaulanitide, Batanea, Traconitide, Auranitide e di Galilea e Perea  ( Cfr. Caligola il Sublime)…

Dopo l’eccidio del 38 degli ebrei di  Alessandria (cfr In Flaccum) , dopo l’ektheosis, la neoteropoiia contemplava l’installazione del suo  Colosso nel tempio di Gerusalemme e il culto di latria per la sua deità  da parte di tutti e la guerra contro i Parthi, dopo il trasferimento di capitale in Alessandria e la riduzione della ricchezza ebraica a favore delle altre etnie…  Caligola probabilmente pensava solo ad un’atimia di breve corso, per tutta la durata dell spedizione parthica: per lui l’etnia ebraica aveva grandi meriti , come il suo maestro turannodidasklos Giulio Erode Agrippa, che era andato in prigione.sotto l’ultimo Tiberio per amor suo ,in sua difesa…. .

Caligola voleva solo  limitare, non annientare  la potenza finanziaria ed economica ebraica  prima di stabilire la sua residenza in Alessandria, da dove dirigere le operazioni militari contro la Parthia, avendo già pronti gli eserciti di invasione con i piani cesariani ed antoniani, cosciente di dover diffidare degli ebrei aramaici ben collegati con i fratelli di lingua e di religione, transeufrasici…

A questo punto, – non so se sono riuscito a spiegare bene quanto ho detto sugli Ebrei Giuli di Giudea e di Egitto, data l’equivocità dei termini -,  mi chiedo cosa i tanti accademici, studiosi dell’età imperiale e quelli di Storia del Cristianesimo possano dire sulla Domus Giulio- Claudia, sulla Costituzione del Cristianesimo, sulla figura umana di Iesous Christos kurios, sui Vangeli  e la loro scrittura, non avendo alcuna competenza su un dato così importante per la definizione del contesto storico!…

Eppure  li sento parlare in Tv, fare dibattiti e  seminari sull’argomento, seguiti da parenti ed amici che applaudono  e che normalmente disapprovano il mio pensiero, rifiutando  le mie risultanze storiche, pur ben documentate: sono attirati dallo spettacolo e dai nomi degli intervenuti che ripetono le solite cose, dicono sempre il solito rosario  di notizie vecchie e si beccano, scherzando tra loro,  sproloquiando su una storia-mito raccontata a bambini…

Anzi un amico, cristiano, colto,   è giunto al punto di bollare, bonariamente, me e i miei pochissimi alunni come “nu vranche d matt”  “un branco di matti”…

Personalmente mi sento molto coerente nella argomentazione  e nei procedimenti logico-discorsivi, nonostante la difficoltà dei temi e delle connessioni  e, perciò,  procedo seguendo la mia  strada -anche se  i miei cari, non comprendendo, non mi ascoltano né leggono-.    Eppure, nonostante tutto, da laico,  ho dubbi  dove sia la pazzia…

Una matassa aggrovigliatissima

Trovare il bandolo!

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando cantavo Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo. 
Capire  un Dio come quello del Vecchio Testamento, spietato, il dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe e poi di Mosè, della Legge, di David e dei suoi discendenti, divenuto poi Dio sacerdotale,  proprio del prescrittivismo di Nehemia e di Esdra e infine un Dio nazionalistico, costitutore di un messianismo escatologico,  sviluppatosi  in senso contraddittorio (asmoneo, romano-erodiano, antiromano e filopartho,  templare fino al 70 d.C. ed antiantonino) contrapposto quasi a quello Neotestamentario, è stato difficile.
Capire il piano salvifico (oikonomia della salvezza) di un Dio che inviò il figlio unigenito sulla Terra a farsi uccidere dai romani, nemici del suo popolo, prediletto,per riscattare col suo sangue  il genere umano  dal peccato, grazie alla sua resurrezione,  per me è stato sempre un assurdo, non un mysterion (come quello, Trinitario, e  come quello di una vergine – madre) specie dopo che ho appreso qualche lingua antica e ne ho fatto forse un buon uso.
Un assurdo!  un qualcosa che è non conforme a ragione e a logica!
Ho rinunciato a capire il fatto religioso in sé e non ho voluto pensare neppure ad idee sottese alla fede e  nemmeno ai temi generali sull’uomo e sulla natura: ho voluto ricostruire un uomo nuovo sul piano concreto e realistico ed  ho voluto vivere secondo natura e ragione, in modo classico, secondo  il lavoro, mettendo insieme la quotidianità prima del pensiero, prima dell’ideazione.
Mi sono tassativamente  precluso, inizialmente, ogni argomento e di Filosofia e di Teologia, desiderando fare un percorso terra terra, prima di razionalizzare, senza essere filosofo o teologo, temendo ambedue le posizioni, come sovrastrutture di pensiero: per me chi pensa non ha fede, chi ha fede non pensa e chi non pensa e non ha fede  lavora e costruisce realmente, mettendo un mattone dopo l’altro (mi si perdoni la metafora della costruzione) ordinatamente con continuità, con tenacia e secondo precise regole professionali e lascia un segno del suo passaggio (non importa quanto grande e quanto piccolo o se insignificante).
Ho voluto,  così vivendo, storicizzare effettivamente (historein) e comprendere il sistema di vita greco, quello romano, quello romano- ellenistico e con esso la politica, il diritto, il commercio, la societas, il mondo maschile e quello femminile e la funzione della religio classica.
Ho voluto capire la tipicità del popolo giudaico e la sua peculiarità religiosa e quindi studiare la classe elitaria sacerdotale e il sistema biblico, seguito nel corso dei secoli fino all’epoca romana e le necessarie e opportunistiche forme di adattamento, a seconda delle dominazioni, in un tentativo di conservare la legge patria e il suo monoteismo.
Da qui la necessità di rilevare le differenze e le diversità del sistema razionale e naturale, rispetto a quello giudaico palestinese ed aramaico, esclusivamente religioso, per penetrare nella cultura ellenistica del periodo del primo cristianesimo, dell’epoca giulio-claudia.
Così facendo, ho operato solo storicamente ed ho lavorato impegnandomi a tradurre autori classici, di norma citati dai compilatori di storia, ma effettivamente poco conosciuti come testo, dopo aver fatto critica testuale, avendo acquisito buone abilità di lettura,  non solo dei codici, ma anche dei messaggi: è stato questo un lungo esercizio, che ha autorizzato una nuova comunicazione e un nuovo rapporto con l’altro (dopo educazione e formazione paritaria).
Ed allora ho dovuto molto soffrire perché solo se rimanevo sul piano informativo avevo, pur con qualche equivoco di trasmissione, un regolare rapporto sulla base di una normalità di lessico e di una convenzionalità linguistica, al di là della personale cultura.
Non era possibile una reale comunicazione come trasmissione di pensiero e di idee in quanto l’altro capiva solo quello che voleva capire e non era in grado di leggere, dopo l’ascolto, correttamente l’enunciato altrui perché non educato sul piano lessicale  morfosintattico e semantico, anche se scolarizzato e perfino laureato e perché cadeva in equivoco, dopo pochi termini, fraintendendo subito, anche perché impegnato già nella risposta, ed essendo incapace di una decodificazione e di una precisa denotazione, tutto preso emotivamente nel suo personale pensiero. 
Ne derivava che non c’era un reale rapporto, cioè un scambio reciproco di munera doni (cum  e munus questa è l’etimo di comunicazione)  tra due elementi paritari (emittente e destinatario) che vogliono dirsi qualcosa di nuovo in una situazione determinata, in un preciso contesto, utilizzando la lingua ufficiale, senza disturbi palesi nel canale, volendo ambedue la soluzione di un problema comune.
In un’ Italia  dove il 71 % dei cittadini non sa leggere correttamente un articolo, un giornale e tanto meno un libro, non è possibile quindi comunicare qualcosa di nuovo sul piano storico ed è,  direi, impossibile fare un punto situazionale, in senso religioso o toccare un argomento religioso, in modo critico: tutto è fede, tutto è un credo intoccabile: per i cristiani, poi, anche se non praticanti, non bisogna parlare male dei santi e tanto meno toccare la figura di Cristo.
I cristiani sono come Pietro l‘Aretino (secondo l’epitafio di Paolo Giovio): di tutti disse male fuorché di Cristo, scusandosi col dire: “non lo conosco”.
Il cristiano cattolico non legge la Bibbia né i vangeli, ma li sente settimanalmente in Chiesa,  se ci va,  e crede ripetendo quanto ha appreso prima e dopo l’infanzia, senza razionalizzare.
Per lui pensare è credere, praticare la filosofia è una via per la Teologia, sottoporre la ragione al mysterion.
Neanche si pone il problema che essere filosofi esclude essere teologi.
Perciò, per anni, mi sono tenuto lontano e dai cristiani e dai filosofi e dai teologi: conscio di avere un lessico diverso e un’altra lingua, pur parlando la comune lingua nazionale, ho preferito, data la non conformità dei contenuti e dei referenti, non parlare affatto.
E se parlo,  ho colloquiato, rimanendo sul piano informativo anche con i componenti, pur laureati e professionisti, della mia famiglia e con i miei amici e paesani.
Solo in questi ultimi anni sto parlando con altri ma solo quando ho una risultanza sicura di lavoro e trasmetto le risultanze, dopo lunghe operazioni pratiche, tanto da poter dire che parlo solo se ho già fatto, se cioè ho costruito qualcosa e sulla base della costruzione, cerco di formulare tecnicamente  per poi spiegare quanto ho disposto in ordine con un preciso lessico ed ho selezionato come pensiero, passando dalla prassi alla teoria.
Ho operato allora solo su problemi concreti, di vita quotidiana e di lavoro umile e popolare oltre che di argomenti di politica e società romana e greca,  studiando attentamente gli usi e i costumi, il tipico modo di vivere di un pater familias,  l’economia di una domus, per definire il suo oikos, il sistema matrimoniale, le parentele, il sistema statale l’organizzazione civile e politica, il sistema viario romano, quello militare e portuale, quello dei pesi e delle misure e delle monete, il fisco e l’erario, il modo di costruire romano e romano-ellenistico e tutto il sistema medico, quello  poliorcetico, banausurgico scientifico senza trascurare le artes liberales  in un tentativo di comprensione della funzionalità delle singole strutture,  in un rilievo degli archontes e delle communitates: ho dato così referenza reale al mio pensiero che quindi non è rimasto solo sul piano significante–significato ma ha avuto concreti valori ideologici.
Non ho fatto spettacolo: per la trasmissione di pensiero è stato un male ma è stato un bene per la comprensione effettiva dei fatti storici: se avessi trasmesso tramite visione spettacolare tramite cinèmi segni in movimento visivo avrei dato immagini diverse dal reale proprio della teoria e dello spettacolo; se avesse cinematografato la storia non avrei fatto storia ma avrei dato l’immagine della  storia, la cui comprensione si è verificata avendo materializzato e referenziato ogni suo contenuto in modo anche operativo.
In altra sede è da fare questa precisazione,  per ora l’aver fatto confluire  in me, soggetto, studioso, la cultura  delle artes liberales, aristocratiche e quella delle artes sordidae, popolari, ha determinato una nuova acquisizione ed un’ humanitas propria, con un’altra lettura dei codici e della tradizione letteraria e culturale.
Insomma ho lavorato non solo in senso liberalis ma anche sordidus secondo le artes della nobiltà  e della manovalanza  in modo da cogliere il valore delle masse popolari  e con esse il significato reale delle mensae (trapezai- banche) degli operatori finanziari ed economici e i trasferimenti di capitali e le costituzioni di apoikiai/colonie nel Mediterraneo e il fermento reale dei porti, dei mercati e le differenze tra colonie fenicie, greche e giudaiche.
Ho così fatto emergere la vita di un popularis, vulgaris,  quella di un  eques o  di un patrizio, le  carriere  politiche  e contemporaneamente quelle dei militari  con gli stipendi, rilevando  la potestas di un pater familias, di un legatus, di un augure  di un aruspice di un pontifex maximus. Insomma ho cercato di vedere la realtà di una quotidianità di vita romano-ellenistica  per la comprensione dell’epoca imperiale e la diversità da quella aramaica dal confronto stesso delle lingue e dei loro significati in relazione a lemmi diversi, ma equivalenti o equipollenti, dello stesso periodo storico.
Nello stesso tempo ho voluto far vedere il sistema di vivere diverso di un giudeo aramaico e di un giudeo ellenista, facendo un preciso confronto di vita quotidiana, rilevando il sistema agricolo del primo, collegato col mondo partho e quello commerciale del secondo, connesso con il kosmos romano e con la domus augusta.
Il primo è fenomeno tipicamente palestinese e partho, mosaico, legalistico e sacerdotale, comunitario (Qehillà ed ‘Edah) secondo la lettura dei targumim (spiegazioni della Bibbia masoretica) propria della musar/cultura aramaica, l’altro è fenomeno ellenistico costituitosi in relazione alla potenza sacerdotale degli oniadi di Alessandria  (proseuchai e didaskaleia) e al politeuma giudaico alessandrino,.
Il primo è integralista e chiuso nel suo sistema legalistico, antiromano, in lotta perfino con gli stessi confratelli scismatici; il secondo è filantropico ed aperto alla novitas, e da esso è partita la colonizzazione di tutto il Mediterraneo in senso trapezitario e commerciale, conformato al sistema di vita ellenistico, in un tentativo di integrazione sociale metropolitano del giudaismo che, in lingua greca,  ha volgarizzato i concetti platonici fusi col Pentateuco, dopo la traduzione della Bibbia ad opera dei Settanta e dopo una strana sincresi culturale ad opera di dottori della legge, ellenizzati, anche se ligi alle regole della lettura biblica secondo i parametri comuni del  fariseismo, (interpretazione dia sumbulon-allegorica) in senso antisacerdotale gerosolomitano del sistema letterale sadduceo.
Ho così scritto i tre libri (due pubblicati ed uno lasciato incompleto) di Giudaismo romano, da cui è derivato il rilievo di una guerra  bisecolare tra il Kosmos romano, di cultura commerciale ellenica, e la società di cultura parthica barbarica, insomma di una lotta di un popolo di frontiera che ambiva essere partho invece che romano e che, in nome di una comune religione, credo e lingua, rivendicava la sua appartenenza alla Parthia.
Ho potuto constatare in questo lavoro la lotta di un integralismo aramaico, ricco di figure di maghi goetes,  di maestri sophistai,  di sette  (aireseis) anche armate,  tra cui gli zeloti ( e poi i sicarii) che  si opponevano a Roma mentre la pars dirigente (i capi protoi  sia in senso sadduceo che erodiano) erano favorevoli ai romani che avevano dato uno statuto ai giudei palestinesi, in una suddivisione  tale da essere meglio dominata, specie dopo l‘apographé  l’iscrizione e la apotìmesis (pagamento delle tasse cioè dopo il censimento.
Nel contempo ho rilevato l’adesione e la volontà di integrazione del giudaismo ellenistico col sistema romano imperiale a cominciare dalla guerra Egizia di Giulio Cesare per tutto il corso della storia della famiglia Giulio-claudia, salvo il particolare momento caligoliano.
Il giudaismo, di lingua greca, aveva una sua cultura sincretistica,  in cui aveva fuso un giudaismo farisaico tipico ed era servo di  due padroni, l’imperatore e Dio, mettendo insieme cultura tradizionale mosaica e Platone, leggendo la Bibbia dei Settanta in modo originale e commentandola  secondo linee, che oggi chiamiamo filoniane, cioè  proprie della teoria allegorica di Filone di Alessandria, un discendente di Onia IV,  capace di mettere insieme anche il commento ad Omero al fine di evidenziare la superiorità culturale mosaica e divina.
Ora i due gruppi di Giudei, quello aramaico e quelle ellenistico, avendo, dunque, due sistemi di vita opposti si evidenziavano  nella pratica di vita: i primi erano morti di fame  che vivevano di stenti e speravano in un capovolgimento totale della situazione che poteva verificarsi solo con la Venuta del Signore,  del Messia che avrebbe fatto grande Israel e avrebbe fatto risplendere Gerusalemme e perciò attendevano in armi  ed erano in continuo fermento, in una stasis/rivolta continua, appoggiati dai correligionari parthici;  i secondi invece ricchi e dominatori di ogni forma economica in quanto detenevano il potere portuale in ogni città specie in Alessandria ed erano l’élite  rispetto perfino ai greci e agli egizi. in ogni grande città orientale, dove costituivano l’elemento di innovazione e di progresso, ma erano odiati per la superiorità indiscussa della stirpe  anche perché avevano la protezione imperiale.
Il dominio delle banche e degli emporia, il potere assoluto dei naucleroi appaltatori navali di origine ebraica nei porti, l’esazione delle tasse  e per i romani e per il tempio, davano  agli alabarca oniadi una superiorità indiscussa non solo sui giudei ma anche su tutti gli abitanti delle coste del Mediterraneo.
Il giudaismo ellenistico avendo il sicuro favore della domus augusta  e quindi una civitas (politeia) tale da vivere come oggi  gli ebrei negli Stati Uniti, doveva subire anche l’odio e i rancori dei popolari aramaici, che sputavano al loro passaggio come se fossero  non ebrei  specie nel periodo delle feste gerosolomitane quando  entravano nelle loro sinagoghe, quando portavano le ceneri e le ossa dei loro morti nei terreni patri delle campagne circonvicine, quando ostentavano la ricchezza dei loro abiti o il lusso dei loro alberghi cittadini, quando facevano le elemosine o quando versavano mine nel gazophulakion e si pavoneggiavano nel recinto dei gentili: per gli aramaici tutto ciò che era ellenistico era male e la  ricchezza sterco di Belial; per loro gli alessandrini come anche i  cirenaici, i ciprioti e gli stessi antiocheni ed efesini e perfino tutti quegli ellenistici che avevano sinagoghe, xenodochia e cimiteri in città erano oggetto di odio al pari dei sadducei e degli erodiani che, da corrotti  filoromani, corrompevano i puri e i giusti.
Ho scritto allora il volume sul Cristianesimo come religio derivata dagli ellenisti, costituitasi ad Antiochia, come comunità scismatica ebraica mista con pagani,  staccata dai basileici, naziroi di Giacomo, che portava avanti il Regno dei Cieli,  inserita nel contesto pagano del I secolo, secondo una lezione filoniana poi paolina, sviluppatasi  prevalentemente in Asia minore e in Grecia, poi, dopo il periodo flavio in Alessandria e in Africa  nel II e III secolo, praticata  e corretta, in opposizione alle formule ereticali dell’adozionismo, del  docetismo e dello gnosticismo, del donatismo, nel contempo della pratica comune predominante di riti politeistici, e poi, come religio licita  dilacerata da skhismata e da erides, autorizzata in un sistema ancora pagano dominante ed infine come religio absoluta, trionfante, capace di imporre le sue leggi e il suo sistema religioso alle altre confessioni perseguitate e annientate (ebraismo, paganesimo ed arianesimo)  sulla base dei decreti di Teodosio I, di Arcadio e dei figli (Teodosio II  e Pulcheria) in epoca teodosiana prima e poi bizantina.
Dunque, il giudaismo ellenistico era parte inizialmente ben integrata nel  tessuto del corpo romano in senso politico e sociale, economico e finanziario grazie all’apporto degli oniadi di Alessandria che costituivano come un regno ebraico nel sistema romano, armoniosamente fuso con la politica romana cesariana, augustea e tiberiana,  da cui era stata favorita nella sua espansione commerciale in uno sviluppo della tzedaqah, intesa come caritas  cioè  atto di giustizia verso il fratello.
I giudei ellenisti, essendo di cultura del tutto opposta ai barbari aramaici, avevano però, nella propria cultura ellenica una contraddittoria posizione che, da una parte, li legava al sistema romano e, da un’altra,  alla madre patria, al tempio e a  Gerusalemme anche se erano scismatici ed avevano un proprio tempio a Leontopoli: il loro ebraismo era certamente superiore alla filoromanità, come dimostrano nell’epoca  di Caligola -che li inquisisce, li rende apolidi atimioi, e quindi inquilini, senza diritti civili, abbandonandoli alle rapine dei greci e degli egizi alessandrini nel 38 d. C. – e nella politica antipalestinese imperiale  della Neoteropoiia e dell’ Ectheosis. Siccome essi avevano il testo della Bibbia in Greco, avevano anche maestri/didaskaloi,  che leggevano in greco e che creavano un’altra legge mosaica come loro lettura simbolica della lettera del Testo e si opponevano alla Bibbia masoretica, la cui lettura ad opera dei sopherim/ dottori, dava risultanza diversa, di cui i targumim  erano forme prescrittive,  che si traducevano in opposizione agli ellenisti e al mondo romano, considerato intruso ed indegno di calpestare il suolo sacro di Sion.

Gerusalemme e il suo tempio erano, però, un immenso affare per Romani ed ellenisti che, quindi, cooperavano con i sommi sacerdoti e creavano le basi di una reale solidarietà, che, invece, venne rotta dagli aramaici e dai seguaci di Giacomo fratello di Gesù, considerati negativamente da Flavio (Lestai, zeloti, sicari).
Avendo tradotto Filone (opera omnia), Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche)  e Clemente Alessandrino (Stromateis I)  ho necessariamente fatto critica testuale e quindi ho operato sul testo greco sia filoniano che flaviano, che clementino, dopo aver lavorato sui diversi contesti ed epoche ed ho rilevato continue modifiche, aggiunzioni e interpolazioni varie, anche perché inizialmente ero alla ricerca del vero testo del Padre nostro di Matteo e di Luca (considerata la differente lunghezza testuale) e  dei termini esatti detti dal Signore, i Logia,  secondo quanto si diceva che Matteo avesse originariamente trascritto, come  tachigrafo, in aramaico, secondo Papia di Ierapolis e poi secondo la lezione tramandata da Panteno, che li aveva ritrovati integri in India.
Di questi  logia si hanno forse anche in Marco (10-15) delle  porzioni, teoriche,  unite ai fatti del viaggio a Gerusalemme di Gesù, della sua entrata in città, del possesso implicito del tempio e del Malkuth sotteso,  della reazione sadducea dopo forse 5 anni di predominio parthico,(18 ottobre 31- Pasqua 3) d.C.)  e del nuovo assetto politico cittadino e della passione e morte del maran- melek-Basileus, a seguito del ritorno del legittimo governo romano.
Il lavoro di critica testuale è sempre un gran busillis  ed è un’operazione complicata anche per una normale poesia e per la valutazione di un poeta o di uno scrittore, figuriamoci su un  testo sacro come Bibbia o come i Vangeli.
Fare critica testuale e fare lettura del sacro come  interpretare e fare esegesi  è un compito a cui bisogna prepararsi fin da ragazzi, avere perizia tecnico-formale e abilità semantica, conquistate dopo lungo esercizio, a cui bisogna essere educati e formati in modo specialistico ed avere plurime competenze, non solo quelle linguistiche e storiche, ma anche paleografiche ed epigrafiche in genere,  anche se non bisogna essere necessariamente doctores in sacra pagina ed aver superato gli esami di baccellierato secondo il sistema  esegetico medievale:  si può fare a meno   dell’ispirazione dello Spirito Santo,non ci vuole    la conoscenza dei Padri della Chiesa e neppure  la preghiera serafica( cfr. angelofilipponi.com  esegesi biblica).
Non è neanche il caso che mi addentri sul sistema semantico, centrato sul significato (collegato col referente) che è, comunque, un lavoro complesso di ricerca, prima sul testo e sulle epoche di scrittura e sui passaggi del sistema di tradizione, poi sul sistema specifico di scrittura sul piano grafico, non solo sull’ordo grafico delle lettere  (data anche la scarsa preparazione degli amanuensi specie occidentali (esempio  quelli di Vivarium di Cassiodoro)  rispetto a quelli dei didaskaleia di Alessandria e di Cesarea di Cappadocia: sto parlando di perizia tecnica di uno scriba nel servirsi di papiri o di pergamene, di  tipi di scritture  (onciale maiuscolo o minuscolo) di differenze sul sistema grammo- morfo-sintattico, diverso, a seconda delle epoche  di letterarietà delle scuole orientali, in senso paleografico.
Non si possono nemmeno paragonare le scuole orientali di trasmissione con  quelle occidentali  in epoca bizantina, come nel Medioevo non c’era paragone tra gli scriptoria arabi ed ebraici, quasi simili, e quelli cristiani ancora barbarici, sia  quelli benedettini che quelli di Cluny che di Citeaux, sul piano dell’espressione (una lettera di Bernardo a Pietro il Venerabile svela la chiara inferiorità culturale cristiana proprio nel rimprovero fatto al cluniacense di invitare elementi estranei, di superiore cultura pericolosi per la loro fede): Le operazioni sul codice dei primi sono di estrema fedeltà, quelle dei secondi di grande provvisorietà, per non dire, di massima infedeltà, considerato il dogmatismo religioso e il fanatismo barbarico integralista cristiano.
C’è un abisso culturale tra la civiltà araba ed ebraica, coesistenti e conviventi liberamente,  da una parte,  e quella cristiana, tetragona nelle sue certezze teologali, da un’altra, ancora nel XII secolo.
Insomma ritengo che in un lavoro testuale solo un’operazione unitaria, che tenga presente il piano espressivo e quello dei contenuti possa conseguire qualche risultanza tale da autorizzare un successivo lavoro condotto allo stesso modo in un sicuro padroneggiamento di quel codice, in cui il testo è scritto per dare quel significato reale, oggettivo, scientificamente tuzioristico, che è quel determinato messaggio veicolato con quel preciso lessico in quel particolare momento storico.
Eppure, nonostante gli sforzi , pur essendomi logorato nel corso della mia vita  non sono -devo confessarlo-  arrivato a qualcosa di effettivamente concreto e certo:  infatti ad una spiegazione probabile tecnica può seguire un’altra non meno probabile  anch’essa possibile e quindi facilmente contrastata da avversari: non ho in mano nulla , dunque, di certo anche perché  bisogna ricostruire la situazione di partenza di scrittura e quella di manipolazione, quindi rilevare attentamente e contemporaneamente due particolari momenti storici, con due diversi significati, sottesi al medesimo testo o al testo alterato (cosa non facile a farsi, dato il grado di preparazione  grafica dei copisti  diverso a seconda delle situazioni storiche vista a volte la professionalità dei copiatori e a volte la loro ignoranza congiunta a  malafede).
Di conseguenza sono stato sempre costretto a tenere presente un testo, ma a vederne anche un altro possibile, in una determinata situazione e poi a leggerne un altro in una situazione politica successiva,  in cui c’era stata la probabile aggiunta e interpolazione: con una certa  sicurezza:  comunque, si potrebbe dire che né la Bibbia né i Vangeli  sono ispirati dallo Spirito santo e che la figura di Jesous Christos Kurios è costruita  (cfr Christopoiia e Theopoiia di Gesù) sulla base di una reale esistenza di un uomo saggio/ anhr sophos, di professione  tecton,  non  rabbi, che fece azioni miracolose erga paradoksa e che fu denunciato e consegnato ai romani, dopo aver attuato per breve tempo il Malkuth, come maran  favorito dall’elemento partho, a seguito di una ribellione antiromana che distaccò in epoca tiberiana la regione dall’imperium.

Ed inoltre ritengo che a poco valga il parlare di ispirazione, sul testo originale, dello Spirito Santo (una Persona della Trinità da definire nella sua ousia/entità!) quando non si ha il testo originale, ma si hanno solo copie differenti, contrastanti, interpolate o rimaneggiate, espressione di precise umanità individuali di epoche diverse.
Dunque, non essendoci una certezza di  testo iniziale, non è facile neppure vedere la interpolazione o le differenze o le discrepanze  tra i testi evangelici che, comunque, sono tutti differenti e tipicamente umani  e, perciò,  rimandano a ben diversi momenti storici, a proprie culture e a specifici registri e non hanno alcuna comune valenza unitaria, se  non quella data da varie mani a cominciare dal II secolo, in una continuità di aggiunzioni e di soppressioni a seconda delle necessità culturali dell’epoca.
Dunque, il testo in epoca Flavia aveva un suo significato, in epoca Antonina un altro, in epoca Severiana un altro.
Inoltre l’interpolazione, la soppressione e l’aggiunzione erano diverse a seconda del periodo di vita cristiana in un habitat pagano e diverso era il rilievo in relazione alle correnti letterarie e culturali di una civiltà politeista in fermento e tesa verso un misticismo sincretistico: ogni cambio di termine era in funzione o ad eresie interne al giudaismo o al cristianesimo stesso,  in una difesa di una figura già santificata e idealizzata secondo i canoni paolini  cioè di un Christos venuto sulla terra, mandato dal padre per liberare l’uomo dal peccato originale, morto e risorto per la nostra stessa futura resurrezione, dopo il suo ritorno; il telos era quello di aver un modello da imitare e da seguire nel breve percorso terreno di vita, in attesa di un premio eterno dopo la resurrezione finale.
Perciò  mi sono sentito spesso inadeguato al lavoro e del tutto stupido a voler portare avanti un discorso  così complesso, così superiore alle forze umane, per di più  velato  ed oscurato nel corso di tanti secoli col concorso di tante migliaia di uomini (e donne) di fede  irrazionalistica e di asceti desiderosi di un premio eterno, promesso da un uomo-dio venuto sulla terra per la loro redenzione, offertosi come modello di virtù nel fare la volontà del Padre, somma perfezione.
Un lavoro continuato per secoli fatto da uomini –che, in buona fede, hanno operato per il bene della Chiesa, sacrificando la propria vita, cercando una santità di vita- diventa  un inaccessibile monte,  di cui le Meteore, l’Agion Oros,  il Vaticano sono  solo una manifestazione, con  un enigma mostruoso, non decifrabile.
Non è opera di un uomo poter districare il grande intreccio culturale e letterario di molti secoli; ci vorrebbe un’équipe di specialisti – associati ed operanti  insieme per generazioni –   che, ben coordinati,  potrebbero forse cavare  un ragno dal buco! ma sarebbe anche un’impresa pazzesca che potrebbe aver successo solo se ci fosse continuità di studi e di indirizzo (e di potere politico) per secoli!
Perciò, spesso mi sono definito pazzo nel mio lavoro e  ho considerato inutile la mia  competenza, sterile il mio tentativo, sprecata la mia fatica, come quando, facendo un muro di grandi dimensioni  non arrivo mai alla fine e vedo solo parziale realizzazione di un segmento operativo, pur avendo in mente il quadro di insieme: solo dopo anni vedo la realizzazione conforme, data la  continuità e la  tenacia costruttiva  nonostante la lentezza di costruzione, relativa all’unicità del mastro!(cfr. E.Boook Narcissus, Mastreià,2011).
Comunque, sono quasi certo che il Cristianesimo Primitivo era fenomeno insignificante e non registrabile nei confronti del giudaismo e della stessa corrente  basileica, naziroa,  giacomita, attiva in epoca neroniana fino alla fine della guerra 66-73: Sembra che la parabola del chicco di senapa e l’episodio del  fico senza frutto siano da leggere in relazione al ritorno del figlio dell’uomo quaranta anni dopo (- una generazione secondo la Bibbia-) (Mathete thn parabolhn  Mc., 11,12-14; e 13,28-32)  secondo l’interpretazione di Christianoi di epoca antonina.
A mio parere il cristianesimo antiocheno ha un suo elementare significato culturale iniziale e pochissimo rilievo nel quadro del giudaismo (che comprende la linea diretta dei naziroi basileici), ed è ancora poca cosa,  nonostante la predicazione scismatica di Paulus-Shaul, elemento di grave disturbo dottrinale, però, sotto controllo  da parte degli ellenisti giudaici e da parte di Giacomo e del giudaismo ortodosso, che, dopo richiami verbali e punizioni corporali e la stessa lapidazione, fallita, a Listra, accettano 40 uomini  congiurati per ucciderlo, disposti a sacrificare la propria vita.
Fino al 58 d.C.  Paolo e i christianoi erano strani timorati di Dio, che si congiungevano troppo con i gentili ed erano ancora accolti  nel Tempio, quindi erano considerati giudei ellenisti, ancora accettabili secondo la legge e quindi avevano in comune la sinagoga ebraica e, dopo la protezione romana ed erodiana e l’appello a Roma del cittadino romano tarsense, in Occidente, forse si attuò qualche cambio o innovazione rituale: solo dopo la distruzione del tempio, nel periodo di  Tito e Domiziano, si ha  una qualche novitas comunitaria,  tipica di christianoi, il cui pensiero è quello platonico filoniano, con la mediazione sincretistica paolina.
Si tenga presente che per di più il cristianesimo è suddiviso già in tante eresie in relazione alle località anatoliche in cui è attecchito o in alcune città portuali greche o ioniche, dove sono irrilevanti sia come numero che come entità sociale.
Due erano  le correnti  predominanti nel mare giudaico, alla fine del periodo flavio: quella basileica  intorno a Giacomo e  poi ai suoi discepoli (che portavano avanti il malkuth  ha shemaim in attesa del ritorno di Gesù e con questa speranza alimentavano odio e volontà di rivincita contro i romani  prima e dopo la distruzione del tempio  fino all’ insurrezione dell’epoca di Traiano e alla Galut ebraica al tempo  di Adriano) e quella paolina ed apostolica che, dopo essersi separata dalla sinagoga giudaica aveva sintetizzato superficialmente un pensiero filoniano, derivato dalla  lettura della Bibbia dei Settanta,c on l’aggiunta di una  Nuova Cena pasquale  e di un nuovo Sabato  nel giorno della Domenica, con riti misti ellenistici, in una rievocazione della morte e della resurrezione del fondatore Christos, uomo-dio risuscitato dai morti dal Padre.
Il giudeo aramaico nel periodo antonino, dopo Adriano, era scomparso come dissolto nell’impero, rimaneva solo di quanto era giudaico qualche nobile giudeo ellenistico  che non aveva  più  alcun rilievo anche se qualcuno aveva una sua personale auctoritas  (Jehudah ha Nasi)  nella corte antonina, ma ormai il mito commerciale oniade si era concluso, proprio quando cominciava la sua affermazione una sua radice cristiana, uscita con una certa sicurezza  dai contrasti interni ereticali, specie con lo gnosticismo, che venne subito perseguitata da Marco Aurelio.
L’azione di Marco Aurelio è chiara nel 177- 8 e fa i primi veri martiri a Lione,   nel Ponto ed altrove,  ma la motivazione è militare in quanto i cristiani (molto suddivisi) sono renitenti alla leva, professandosi elementi di un altro Regno a cui aspirano tornare subito, e cercano fanaticamente la morte, proprio in un momento di grave crisi economica e di attacchi barbarici ai confini danubiani. (cfr. Giudaismo romano III)
Perciò lavorando sul piano storico e sulla ricerca di fonti originarie non ho voluto leggere il messaggio di amore giudaico-cristiano poiché rilevavo sempre stragi guerre sedizioni  attacchi da una parte e, da un’altra, un’azione commerciale con volontà di kerdos, ophelos e soprattutto l’opportunismo ebraico,  in un sistema politico e militare di grande ferocia, barbarico, e mi sono impegnato in minimi lavori sul nome di Gesù, sugli uomini del suo tempo sia giudei che romani che partici,  sugli attrezzi del suo mestiere, sui luoghi dove era stato, dove aveva fatto le sue possibili costruzioni, sul gazophulakion, sulle trapezai ellenistiche, su sopherim,/sophistai, sulle monete dell’epoca sui guadagni degli operai, sulle comunità ebraiche.
E mi sono arrovellato a tradurre, a mettere note e a commentare per la comprensione di qualche secondario elemento della storia di quel periodo.
E per meglio operare ho ridotto il tempo o l’arco di tempo di indagine come se fosse quello centrale per l’uomo e mi sono documentato, come meglio ho potuto, con i mezzi a mia disposizione, scarsi,  per capire se era successo veramente qualcosa tra il 18 ottobre 31 e  la primavera dl 36 d. C.(cfr. Jehoshua o Jesous?, Maroni,2003)
Con  metodo ho letto la storia, non solo romana in latino e in greco ma anche quella giudaica e quella parthica servendomi di molti fonti e ho zumato sempre sullo stesso periodo facendo spostamenti tematici  a ritroso  verso il periodo augusteo e quello  repubblicano da una parte e  verso Caligola Claudio e Nerone, da un’altra segnando anche le vicende del regno parto e di quello Nabateo, rilevando contemporaneamente  tra i diversi giudaismi  due forme  operanti nel mondo romano, una transeufrasica in territorio partho, seguendo le varie comunità giudaiche e poi giudaico- cristiane e infine solo quelle cristiane nel corso dell’impero Flavio, antonino, severiano e della decadenza fino a Diocleziano e all’epoca dei costantiniani e poi dei teodosiani, .senza trascurare la nuova costituzione e le nuova forza dell’impero persiano dopo la fine di quello parto, come oppositore alla potenza romana.
Così facendo, ho rilevato nel Cristianesimo due Regni, di cui ho fatto la diversa storia uno il  Malkuth ha shemaim fino al 135 d.C., l’altro il Regno di Dio, per come si è configurato  in epoca gnostica,  e come si è formato in varie situazioni, in relazione alle direttive imperiali, a seconda delle persecuzioni del III secolo e di quella dei primi anni del IV secolo, come  avendo avuto fortuna di sopravvivere fino a Costantino, seppure suddiviso in molte e contrastanti  eresie, unificatosi  dopo la grave crisi ariana,  ha avuto pieno potere e quindi ha conseguito un suo status formale, dopo aver creato  Christos Theos, la Trinità e  migliorato le forme cultuali, grazie al favore imperiale e all’uso dei templi pagani cristianizzati e alla persecuzione e degli ebrei e degli eretici e soprattutto dei pagani.
Ma seguendo questo processo storico  è d’obbligo la lettura di apologisti e padri della chiesa: questi si copiano e si favoriscono a vicenda, creando un reticolo protettivo così perfetto che nessuno ormai può scalfirlo, e tentare di negare la storicità e il valore universale di tale religio costituitasi con il lavoro continuo di tante menti eccezionali  che hanno operato al fine della supremazia del credo cristiano, in una lenta e progressiva rilettura del Vecchio e Nuovo Testamento codificato e ricodificato  (se copia) a seconda della necessitas del momento, da cui dipendeva l’aggiunzione e o la soppressione al fine di chiarire o chiarirsi il problema testuale sorto.
Devo dire che la matassa  giudaico- cristiana è così intrigata ed aggrovigliata che più si tira un filo e più si stringono i nessi ed è certamente più grande di ogni matassa aggrovigliata da me vista da bambino.
E ne ho visto tante di matasse, anche quella matassa di lana di mia nonna che  noi bambini aggrovigliavamo volendo aiutarla a dipanare  nelle rigide sere accanto al fuoco, dopo che si era fatta la tosatura delle pecore e la filatura e che le matasse dormivano nelle ceste, ordinatamente.
La grande cesta con le tante ordinate matasse era una comoda poltrona per noi nipoti che ci giocavamo dentro e  tirando i fili ora di una matassa ora di un’altra creavamo un inestricabile intrico di nodi, un groviglio terrificante per la vecchia, al solo vederlo.
La nonna, dopo l’arrabbiatura iniziale, ci dava un paio di colpetti sulla gambe con la  verghetta, propria della vergara e ci cacciava dicendo ad ognuno severamente: va, bello di nonna,  da mamma tua e poi, dopo torna: troverò io il bandolo!
Allora prendeva uno sgabello e si sedeva davanti alla cesta e diceva fra sé: come le ho fatte, così le dipanerò.
Noi bambini, dopo qualche oretta, tornavamo davanti al cammino grande, centrale, della casa e vedevamo la nonna, soddisfatta a sedere  vicino al fuoco, che aveva “ricapato” tutte le matasse ed  le aveva disposto ordinatamente ed aveva fatto tanti  gomitoli  ben ordinati e aveva riposto tutto  nella grande cesta messa sotto la tavola della cucina comune, con una scritta Guai a chi tocca! sotto quel tavolo, dove mangiavano insieme cinque famiglie: Nonna  aveva riportato  dagli Sati Uniti  a Folignano, la terra di suo marito, le figlie che erano nate  a Weheling (West Virginia) ed aveva un qualcosa di pragmatico nel suo operare funzionale.
Ora io ho smesso di tirare i vari fili di una matassa aggrovigliata da bambini (tali sono tutti i dogmatici) per secoli che più tiravano acqua al loro mulino e più serravano i fili e  li aggrovigliavano, volendo dare spiegazioni tecniche nella loro non scientificità e nella volontà di scoprire la verità,  rivelata da Dio e siccome non avevano gli strumenti, più operavano e più  la nascondevano, non avendo, oltre tutto,  il testo originale ispirato.
Ora ho trovato (mi sembra, ma è Vero?) dopo oltre quaranta anni il bandolo della  matassa dopo tanta ricerca: è questo il  premio a tanta pazienza! Ho avuto fortuna come la nonna Angelina.
Ritengo che  la falsa  attribuzione  di  Sophistes a  Jesous Christos corrispondente a quella  di  Rabbi a Jehoshua Mashiah  anche se aggiustata in senso divino e  trinitario  ha in se stessa il bandolo della matassa da sbrogliare:  se si falsifica il termine Rabbi/sopisths/didaskalos  mediante accertamenti e studi, cadono tutti gli altri aggiustamenti e tutte le operazioni di supporto fatte, non servono più  tutte le aggiunzioni  e non hanno più valore neppure le soppressioni o il non detto, o il sotteso, nel corso dei secoli.
A nostro parere, essendo stati costretti in molte riprese  a fare aggiustamenti su grandi fronti,  sulla divinità di Gesù e poi sulla Trinità e sulla natura umana e divina, sulla  verginità della Madonna, sulla volontà umana e divina,  non hanno fatto attenzione al termine Rabbi/sophistes  fin dagli inizi e lo hanno lasciato in sospeso,  non corretto adeguatamente,  perché preoccupati di dare divinità a quel Gesù uomo, credendo che  con la divinizzazione si completa ogni cosa e tutto si può aggiustare:  i vari concili fatti erano in relazione al problema del momento e quindi anche essi non  hanno tenuto presente Rabbi : un Dio è rabbi, ma non in Giudea dove non può esserci un tale problema: JHWH è ed è ineffabile!
Non ho messo il soggetto dei vari enunciati, lasciato indeterminato come è stato indeterminato il tempo, il luogo e i tanti nomi di coloro che hanno operato, sofferto sacrificato la stessa vita  per il bene della Chiesa e ne hanno avuto onori gloria e riconoscimenti  nel corso della loro esistenza  e dopo morte la corona della santificazione come riconoscimento dell’ottenuto premio eterno paradisiaco!
A tanti beati, bambini, noi abbiamo opposto una razionalità adulta  mai convinta di sé, sempre incerta e dubbiosa.
Ora solo osiamo pensare di aver forse capito qualcosa e di aver forse sbrogliato la matassa aggrovigliatissima.
Noi insomma  riteniamo che, se si toglie al rabbi Gesù la qualifica indebita della professione di Rabbi come propria apposizione,  ed indichiamo la sua reale  professione  di mastro/tektoon /falegname/ architetto/ Kain su cui possiamo anche discutere, non si può dire niente di quello che abbiamo detto per secoli sul personaggio Gesù:  si sfilano i vari fili della doctrina cristiana, venendo meno i capisaldi della cristianità, crollando tutta l’impalcatura e la copertura fideistica mentre rimane  soltanto l’impostazione giudaico-ellenistica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

To gumnasion

Come era un ginnasio?

Gumnasion (to)  era una vasta area di ogni grande città greca ed ellenistica ( Atene, Alessandria Pergamo, Efeso, ecc)  affidata alla cura (epimeleia,  epitrope)  di un gumnasiarca, le cui funzioni già abbiamo precisato.
Esso, posto  di solito su una collina, era costituito da due quadrilateri, di cui l’uno era più in alto e  più piccolo e l’altro, più in basso, ma molto  più grande.
Il primo era di norma un quadrato,  il cui perimetro era di quattrocento metri circa, diverso a seconda della misura dello  stadio oscillante  da città e città.
Era costituito da un quadriportico, di cui solo il portico a nord  aveva una duplice fila di colonne  mentre gli altri tre  erano semplici, dove, però, c’erano sedili per filosofi maestri  letterati  che vi facevano scuola.
Nel portico doppio  c’era al centro l’ephebeion un’ampia sala con sedili, usata per la formazione fisico-militare ed anche intellettuale dei giovani di età tra i 18 e 20 anni. Alla sua destra  c’era  il corukeion  dove c ‘era il korucos (sacco contenente fichi o farina  o grani o arena, una specie di rustico  punching bag) con cui si esercitavano  i pancraziastai (atleti che lottavano e si colpivano  in un genere misto di combattimento di lotta e di  pugilato ) e puktai (pugili).
A fianco di questa stanza c’era il conisterion  dove i lottatori  già unti e spalmati  da allenatori si cospargevano di sabbia e polvere  in modo da asciugare il sudore senza avere conseguenze  come raffreddori, bronchiti ecc.  a fine gara, mentre nell’angolo estremo destro c’era il bagno.
A sinistra dell’ephebeion invece  c’era elaiothesion, un  ripostiglio dove si conservavano gli oli e gli unguenti per i massaggi fatti dai massaggiatori  aleiptai (che  potevano essere oltre che spalmatori anche allenatori  che, nel frattempo, facevano fare  esercizi preparatori).

Contiguo a questo era il bagno freddo da cui, mediante un corridoio si arrivava nell’ angolo estremo sinistro dove c’era il bagno caldo,  preceduto da un’ anticamera detta propnigeion,  che aveva davanti  una stufa.
Tutta l’area interna  del quadrilatero era adibita agli esercizi fisici, ma talora anche al gioco della palla.
Il secondo quadrilatero, di molto più spazioso, era costituito da tre portici e da uno stadio. La sua funzione era certamente per gli atleti  corridori, ma anche  per il passeggio in quanto era un’ area mista di pista, di aiuole  e di piante di conseguenza era adibito sia per gare atletiche che per il passeggio dei normali politai (cittadini).
Di norma un cordolo esterno, quello  vicino alle due parti parallele, era riservato ai cittadini che passeggiavano,  mentre  ad un livello più basso (circa  mezzo metro) c’era lo Csustòs (dromos)   porticato e colonnato  coperto con pavimento ben levigato, usato come pista. Internamente nei due portici laterali  c’erano  aiuole  per le passeggiate,  tra cui si stendeva  un parco formato di solito da platani,  attraversato da viali in cui v’erano sedili in muratura. Lo stadio vero e proprio era costituito dallo spazio  che si estendeva tra le aiuole e che accoglieva la folla desiderosa di vedere in azione gli atleti…

 

la storia lunga lunghissima di “Amen”

Il vangelo di Giovanni ed “amen amen lego umin”

Noi tutti, da cristiani, conosciamo il significato di Amen e lo traduciamo come così sia e  in verità: facciamo un’ operazione superficiale  e propria di uomini, che inconsciamente accolgono una tradizione e l’accettano, senza porsi il minimo problema della sua effettiva semantizzazione, in un momento storico, convinti della sacrosantità testuale biblica ed evangelica veterotestamentaria e neotestamentaria.
Neanche comprendiamo né discutiamo sul perché  di un amen aramaico rimasto isolato, in un contesto greco, latino e poi italiano (o lingue nazionali).
Lo usiamo in modo conclusivo, a fine di una preghiera, di una liturgia, di una serie di raccomandazioni, inviti o proibizioni, (perfino maledizioni), come adesione di un fedele, laico, a quanto precedentemente formulato recitato ordinato dal clero.
Rileviamo solo che in un rito la sua valenza arcaica aumenta il valore della comunicazione, del fatto, della memoria cristiana propria per quei segni linguistici misteriosi  che sottendono una cultura da una parte egizia e da un’altra aramaico-ebraico mishnica: questo alone arcaico è anche espressione e  manifestazione di autenticità e di attestazione di verità.
Noi da cristiani crediamo e in questo siamo rimasti  nella linea dei cristiani del  periodo di Giovanni, l’apostolo prediletto che scrisse il quarto Vangelo (crediamo!) come ultimo testimone evangelico, come ultimo inviato a bandire la buona novella della Venuta del Signore e ad attendere il ritorno, sicuri di essere stati riscattati col suo sangue, di risorgere con lui, come figli del Padre.
Noi abbiamo mostrato in altre parti della nostra opera la non storicità di questo vangelo ed abbiamo collocato il Vangelo di Giovanni discepolo prediletto in epoca antonina, dopo la morte di Adriano.
Rilevato che non ci sono  rapporti effettivi  tra questo vangelo e le sette lettere di Ignazio di  Antiochia (morto intorno al 110) colte le analogie con gli scritti di Giustino, di Policarpo, di Marcione, si è precisata  la zona di influenza nell’ area di Efeso, dopo aver rilevato la nuova struttura del porto,  sotto Antonino il Pio (138-161).
Il cristianesimo efesino di questa epoca  ( ed anche del periodo di Marco Aurelio e di Commodo) è molto diverso da quello paolino e giovanneo, essendo in lotta con le impostazioni di uno gnosticismo ormai dominante  ed essendo lacerato da dissidi interni e  confuso ideologicamente con tanti altri credi, eresie, scismi tra cui il docetismo: il cristianesimo già combatte una battaglia per la sua stessa esistenza e ne esce vittorioso, dopo accanito combattimento, come Grande Chiesa, rimanendo, comunque, all’interno di un mare pagano politeista dove ancora più acuta è la crisi del soggettivismo romano-ellenistico, di cui Luciano di Samosata è la massima espressione.
L’epoca antonina è piena di contraddizioni sul piano della libertà,  della democrazia, della politica del migliore in quanto  c’è la propaganda di una sincresi di valori quiritari ed ellenici   che unisce retorica arcaicizzante frontoniana  ed eguaglianza di tutti i cittadini dell’impero,  nominale,  anche se  viene opposta la reale classificazione in Honestiores ed humiliores .
Questa mostra, come in un censimento, due mondi  ben separati non solo  sul piano economico e finanziario in relazione al patrimonio, ma anche in senso culturale,  in quanto è bene conosciuto il tenore di vita  dei due gruppi,  da  cui vengono separati  nettamente i christianoi,  ben individuati rispetto agli gnostici e alle  eresie gnostiche e a quelle cristiane, in una persecuzione di tutta quell’area  religiosa di origine ebraica,  con particolari  e  crudelli interventi sui seguaci di Marcione e di Valentino.
La separazione dei cives  è ai fini di una reale comprensione dell’animus del civis imperiale del II secolo d.C. che deve essere libertario comunitario retorico  nazionalista nonostante la sua diversa collocazione in occidente o in oriente   nonostante le diverse gene di appartenenza, insomma la politica imperiale  vuole un prototipo di cittadino   che abbia come base la tradizione arcaica quiritaria su cui è innestato  il virgulto  nuovo romano-ellenistico,per un nuova romanitas  da opporre come forza alla barbaries.
Ora l’isolamento di tutta l’area ebraica prima e poi di quella cristiana  dell stessa matrice, comporta una cura ed una attenzione verso i problemi dati da questi seguaci di Christos, che professano di appartenere ad un altro mondo ad un altro regno e che sono peregrini nell’impero romano e che neanche vogliono radicarsi in esso…….
Inoltre  nonostante la predicata filosofia imperiale  umanitaria e il suo permissivismo  viene applicato  un differente diritto  che è secondo le interpretazioni giuridiche di Quinto Cervidio Scevola, uno dei  cavalieri honestiores.
La persecuzione dei Marcioniti e dei Valentiniani non favorisce i cristiani ortodossi che vengono anch ‘essi ricercati di ufficio e  puniti da locali prefetti che organizzano ludi gladiatori così da costringere ad una confessione pubblica i cristiani humiliores che devono  scegliere la vita e la morte, sulla base degli attestati ufficiali,   sull’arena  di fronte agli spettatori.
Gli storici di Historia Augusta non mostrano effettivamente i rapporti tra i sovrani antonini e il senato e neppure  tra i sovrani e col popolo , ma rilevano il formale ossequio verso i senatori e  parlano di disponibilità all’ egualitarismo  umanitario’ generico. per cui non si rileva il reale atteggiamento nei confronti dei christianoi  e le altre sette  che invece sono in un chiaro stato di disagio rispetto agli altri pagani  sia humiliores che honestiores, quasi non fossero dello stesso impero.
Le denunce degli apologisti sono comprovate dalla Tavola bronzea di Italica e dalle parole di Eusebio che sta facendo la storia di una religio ormai diventata licita e ne ricerca le radici,
Da queste fonti si rileva una persecuzione avvenuta dopo indagine seria di scoprire e di punire i cristiani quasi fossero renitenti alle leva o come non combattenti di fronte al pericolo barbarico.
Gli antonini avvertono il pericolo cristiano e d incolpano i cristiani di non essere veri cives  e quindi li tratta di conseguenza come  uomini senza diritti , come i colpiti da atimia, e li lascia in preda ai furori degli altri cives.

Proclamarsi christianoi significava non essere  cives del’impero romano ma di un altro regno,   essendo  peregrini  inquilini di passaggio nel territorio romano in quanto destinati  al regno eterno dove avrebbero avuto il tesoro eterno e la ricompensa divina del loro Dio imperatore.
Di fronte al grave pericolo delle invasioni di Quadi e di Marcomanni  il rifiuto della civitas romana comportava la pena di morte in quanto era un tradimento  nei confronti e del popolo romano e dell’imperatore.
Insomma i christianoi dal loro canto si erano autoesclusi dall’ impero romano come precedentermente gli ebrei: il giudaismo infatti si era macchiato di incredibili misfatti  nel seno dell’impero romano dopo che,  sotto il regno di Traiano e poi di Adriano,  vedeva  persa definitivamente  la propria organizzazione economica e trapezitaria, la tipica cultura oniade diocesana, collegata con la Tzedaqah  e la tarsha, e dopo che aveva tentato l’ultima offensiva integralista contro l’impero romano prima con la guerra di Kitos (grazie a Lukuas ed Atenione) e poi con la rivolta di Shimon bar Kokba.
La galuth (la cacciata)  dal sistema civile  romano  dei giudei come elementi perfidi, barbarici, indegni di una convivenza civile cosmopolita è l’extrema ratio di una politica, a cui giungono gli antonini .

Essi  perseguitano anche i seguaci di Christos   e da quel momento cominciano a esaminare attentamente i capi cristiani , della stessa radice giudaica, che non pagavano le tasse comunitarie, ma solo quelle individuali.
Il cristianesimo, mantenendo la struttura organizzativa giudaica, specie  il sistema veterotestamentario, credeva di poter mantenere inalterata anche la struttura oniade  trapezitaria amministrativa,  nonostante le opposizioni di Marcione (85-160), che voleva, dopo la separazione netta dall’ebraismo  con il rifiuto del Vecchio Testamento, una nuova costituzione cristiana, pura, basata su Dio buono che aveva inviato il suo unico figlio, dopo aver condannato il dio ebraico come cattivo.
Il rigidismo di Marcione sul piano del rituale,( nuovo  sabato e nuova Pasqua  e il suo pensiero sulla verginità),  la selezione epistolare  di Paolo e il suo kerugma evangelico (simile a quello lucano) influenzarono notevolmente il cristianesimo del Quarto secolo,  secondo il senso origeniano, senza pratica e per esempio di testimonianza, data nel corso delle persecuzioni  sotto Marco Aurelio, poi sotto Decio e infine sotto  Diocleziano secondo la tradizione di Eusebio e degli altri autori cristiani.
Ignazio, Policarpo, Giustino, Ireneo hanno esaltato  col martirio il loro pensiero ma sono uomini interessati al bene delle comunità, costrette a mantenere inalterata la loro organizzazione diocesana  amministrativa: c’è un contrasto tra il fisco imperiale e l’organizzazione della Chiesa che comincia a precisarsi come Grande Chiesa, a distinguersi dalle tanti comunità cristiane acefale anatoliche e mediterranee.
La morte degli episcopoi, amministratori, testimonia,comunque,  solo un’evasione fiscale non una persecuzione: la spettacolarizzazione e teatralità del martirio cristiano è una dimostrazione della dignità e dell’ onore della personalità del prelato che, in difesa della comunità, si immola secondo i processi tipici della cultura ancora giudaica: muoia uno per tutti gli altri.
Dopo la cancellazione del nome stesso di Gerusalemme, la lotta per la supremazia tra le comunità si restringe: Antiochia ed Alessandria sono le due metropoli orientali che si contendono il potere in senso cristiano e che rivendicano l’apostolicità delle loro sedi  dapprima nei confronti di Efeso  e poi di Roma , che ha perso anche la centralità amministrativa e politica  nel terzo secolo a favore di Milano e Treviri  e definitivamente nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, a favore di Ravenna.
La definizione di Tacito del popolo giudaico come gens taeterrima stigmatizza efficacemente  quanto di barbarico  fosse stato compiuto nel corpo comunitario ellenistico romano, nel corso  della II (116-117) e III guerra giudaica (134-36) ( cfr. Angelo Filipponi,Giudaismo romano III parte, in Sito angelofilipponi.com)….
Il nuovo uso semantico di Amen  é quello di un credente che legge il vangelo dello pseudo Giovanni  che fa parlare Gesù come figlio di Dio, la cui rivelazione della verità è ribadita due volte come amen amen, in un’ anadiplosi retorica di un termine che era della toledoth (storia)  giudaica, come manifestazione di una certa continuità  dalla matrice giudaica ma anche come un diverso integralismo in quanto i cristiani ribadiscono la spiritualità del loro regno e la divinità del Christos, generato dal  Paraclito e fuso in modo Trinitario con Padre e col  logos ( Verbum).
In questo modo si cela un uomo-dio sotto questa doppia affermazione del Christos (ora non più Messia con connotazione giudaica, rifiutata secondo la logica di Marcione,  ma come soter  dell’uomo universale -catholicos-, in quanto morto e risorto per la salvezza di tutti i viventi  come salito al cielo in attesa della ricongiunzione di tutti-oi polloi!- gli spirituali -pneumatici-) …
Questi sono solo quelli capaci di liberarsi dalla sarchia dalla ule dagli impulsi stessi della  psuché  terrena e di tornare al padre sull’esempio di Gesù, che ha indicato la via  mediante la sua stessa resurrezione e  che attende il fedele  per una vita eterna nel regno celeste.
Questo evangelion era nuovo, opposto a quello marcionita, non  quello degli altri tre evangelisti il cui kerugma era di stampo ancora terreno ed ancora legato al messaggio del christos ebraico aramaico, in senso escatologico e apocalittico (Cfr. Cosa sottende Malkuth?) finito miseramente con la cattura  e morte di Rab Aqivà e di Shimon bar Kokba.
Un’eco di questa amara conclusione delle speranze messianiche giudaiche si può  leggere nel Dialogo con  Trifone di Giustino e  la stessa apologia cristiana,  presente nelle due apologie giustiniane,  è segno di questa nuova impostazione di Amen amen.
La semantizzazione di amen in questo senso è quindi di stampo cristiano cattolico in epoca antonina, ma  come  termine che è stato trasformato  con un’altra interpretazione, l’ultima da noi conosciuta di una lunga fila di lezioni interpretative da rileggere e da capire, fatte nel corso dei secoli, a  seconda delle esperienze di vita, giudaiche…
Dunque in un clima di invasione barbarica, in una indagine sul sistema cristiano da parte degli antonino  il cristianesimo è perseguitato perché apolide perché estraneo alla comunitas dell’impero, non partecipe della sua vita, ma volto verso la speranza di un  altro mondo  un paradiso mentre  i capi non sono ottemperanti alla legge fiscale…
Esso aveva già una sua lunga lunghissima storia che  noi cerchiamo di rilevare.
La semantizzazione di Amen Amen e il pater matteano rivisto sono espressione di questa epoca,  antonina, di una netta separazione dall’ebraismo  del cristianesimo, che pur mantiene il VecchioTestamento come patrimonio comune.
Amen  Amen viene usato col valore di   Così sia  come conclusione di una verità o di un credo stabilito  sulla base di quanto dice Gesù ( in latino, amen amen dico vobis, in vertà in verità  vi dico), come risulta in Giovanni,3,11 (amen amen lego soi  oti o oidamen laloumen  kai o eorakamen marturoumen , kai thn marturian hmon ou lambanete  in verità in verità ti dico che  noi annunciamo – diciamo chiacchierando- quel che sappiamo e quel che abbiamo visto testimoniamo e non accogliete la nostra testimonianza).
In effetti in greco e in latino vi sono aggiunzioni  perché amen  (aleph con lineetta e punto e Min con due punti e Nun ) vale in verità e deriva da aman  sono saldo e quindi credo e diventa espressione di ‘met  (aleph men e tau) verità.
Il termine viene usato come acrostico,   inizio di tre termini –dio (el: aleph e lamed), regno (melek:men lamed e kaf finale) e  fedele (Naaman :nun aleph men nun lungo finale)– con valore di sono fedele  a Dio e al re.
Per me l’uso di questo termine in latino e in greco è un’ ulteriore dimostrazione della falsificazione del testo di Giovanni (che viene datato nel 135-50, in epoca gnostica ).
Il termine, comunque, pur essendo aramaico, potrebbe essere inizialmente una contaminazione del termine Amenhotep (Akenaton)   usato apocopato,  da elementi egizi fuggiti in Canaan dopo la persecuzione contro Amenofi IV  alla fine della XVIII dinastia e durante la prima fase della  XIX dinastia.
Al momento dell’esodo gli ebrei -egizi parlavano ancora egiziano: quasi  duecento anni dopo è attestato l’ebraico mishnico  a cui si sovrappongono  influenze linguistiche e lessicali del sanscrito e dell’aramaico  che probabilmente favoriscono il fenomeno dell’apocope (amenhotep/amenhophis -amen)… e dànno il significato di base aramaico…
Il successivo significato aramaico ( di derivazione aria) trasformatosi il valore iniziale del nome proprio, data la significatività nuova nella lingua degli aramei  ha la stessa valenza significativa  a lungo:  esso forse va  da David fino alla distruzione del I tempio, al ritorno  in patria dopo l’esilio, fino  alla venuta di Esdra e Neemia   e rimane inalterato sotto il dominio persiano e macedone ( sia sotto i Lagidi che sotto i Seleucidi).
Il cristianesimo e il mondo islamico, poi avendo ripreso il termine, gli hanno dato la valenza di credo (così sia) e di in  verità sulla base conciliare (nonostante le differenze fono-scrittorie iniziali lessicali di aramaico, sanscrito ed egizio, specie della lettera iniziale)
Amen si trasforma forse con gli Hasidim prendendo valore dall’acrostico, in epoca maccabaica , nel periodo della lotta contro Antioco Epiphanes…
Tre, comunque, nel corso dei secoli  sono gli  effettivi significati di amen:
a) uno  proprio del  Vecchio  Testamento, con due diverse valenze a seconda del periodo (una più antica  ed una postesilica, più moderna), con qualche eco nelle lettere di Paolo…
b) uno proprio  del Nuovo testamento  (Matteo-Marco )  riferito al I  secolo…
c) uno ancora del II secolo secondo il vangelo di Giovanni .
Noi cercheremo di seguire le diverse semantizzazioni di Amen  a seconda dei momenti storici  e cercheremo di dare un valenza significativa propria in relazione ad imprestiti culturali e a situazioni specifiche.
La semantizzazione per come è avvenuta è in relazione ai diversi significati e alla cultura dell ‘epoca.
a) Amen come apocope di Amenhotep (IV) aveva un iniziale valore di sigillo lasciapassare e veniva usato come amenotep   come partecipazione ed accettazione di fedeltà ad una promessa (è rilevabile in questo senso  in Deut.27,15-26 ; 1Re 1,36; Neh 5,13) ma entra anche nel senso  di approvazione di qualcosa e come espressione di sincerità (Numeri 5,22; Tobia 8,8) e risulta anche  espressione di fede nei confronti di Dio in senso liturgico (in Salmi 71,19, I Paralipomeni 16,36,Ne 8,6) ma anche  come accettazione di fede  in Dio (Romani 1,25, Galati,1,5;Fil. 4,20 anche se  ha già un’altra valenza in quanto il lessico deve essere ora solo ebraico,  perché l’aramaico è derivato dalla cultura  mesopotamica ed achemnide ed è  ad essa connesso).
b) Il termine avendo quei segni e quel valore  durò a lungo fino alla liberazione maccabaica in cui  esso assunse un altro senso, che poi divenne determinante nel periodo romano,  quasi una bandiera contro la romanitas, un segno di riconoscimento  fra zeloti, come poi per i cristiani JKHTHUS (J.esous, Ch.ristòs, Th.eou u.ios,S.other): zeloti e sicari comunicavano tra loro tramite questo simbolo nel corso della guerra antiromana  forse dal 63 a.C. fino al 135 d.C…
Il termine aveva probabilmente  valore di slogan, come acrostico,  il cui significato sarebbe stato quello di sii fedele a Dio ed al re ed era connesso con lo Shema (Shema, Israel,Adonai Elohenu, Edonai Echad) …
c)Terminata la guerra contro i romani Amen ebbe  nell’area efesina  il valore dato dallo pseudo Giovanni ,come abbiamo detto,  per una distinzione nel corso delle questioni gnostiche…

 

Paideia e gymnasiarca

Gymnasiarca

La paideia ellenistica si basava sul ginnasio (to gymnasion) come luogo per gli esercizi fisici e come scuola, di solito privata e, talora, municipale.
I gymnasia erano  in ogni città dell’impero romano, specie in Oriente, che, a seconda della grandezza ne aveva più di uno (Atene ne aveva tre famosi Lyceo, Academia e Kynosarges; Roma stessa ne aveva alcuni,  in cui oltre all’attività sportiva  si faceva attività letteraria e filosofica-Cicerone De div.,1.5,8- ).
Il Gymnasiarca  svolgeva la funzione di sovrintendente ai corsi di attività ginniche e presiedeva ai programmi, ne controllava lo svolgimento ad opera dei gymnastai (maestri).
La gymnosiarchia (come la choregia, lampadarchia, estiasis, architheoria e Trierarchia – in Atene-) era una leitourgia (un servizio) reso allo stato da politai (cittadini ) facoltosi.
Di norma la carica  del gymnasiarca era  politica  e  propria di un ricco cittadino, che finanziava il corso di studio dei giovani di una città, coordinava gli altri gymnasiarchi delle varie zone cittadine, in una grande città (come Alessandria, Efeso, Antiochia), sosteneva  le spese delle feste ed, a volte, si assumeva, perfino, l’onere del costruire parti  del Ginnasio o di ristrutturarlo, purché ogni cittadino  avente 5 talenti (circa 180.000 euro) lo aiutasse nelle spese di gestione  in proporzione del reddito.
Perfino Antonio,  il triumviro, era stato gymnasiarca  e, per amore di Cleopatra, aveva avuto il titolo (Dione Cassio, St. Rom, L,5).
La paideia  era in tre corsi: uno per i ragazzi da 7 a 14-5 anni; uno  per gli adolescenti (16-17 anni-), uno per l‘efebia (18-20) e dopo tale età, variabile da città a città, si diventava neoi.
Conseguito lo status giovanile,  si faceva  un vero e proprio addestramento militare prima dell’arruolamento.
Ogni corso aveva propri educatori e programmi, basati sulle arti liberali con attività  musicale nel primo stadio, poi in fasi diverse, iniziava l’addestramento atletico-militare, che si completava nel periodo giovanile.
Tale preparazione creava il polites, che prima subiva una valutazione con dokimasia  (in cui si verificavano  l’età e la condizione civile libera) poi  faceva  il giuramento  e quindi  veniva iscritto nel registro dei cittadini.
Dopo la morte di Alessandro si era polìtes non per il fatto di essere di stirpe greca,  ma per la spiritualità e mentalità greca (dianoia) in quanto partecipe della paideia, che significava  che il polites aveva una educazione civile (cioè aveva praotes mitezza e philanthropia  umanità) avendo cultura tale da reagire con razionalità ed autocontrollo ad ogni avversità e perciò aveva comportamenti moderati e risultava superiore al barbaros, che, invece, era crudele, sfrenato, facile all’ira.
Eratostene  (in un discorso In difesa di Alessandro) distingueva gli uomini non per stirpe ma solo per arete (virtù) o per kakia (malvagità) volendo significare  che  la paideia,  già di per se stessa, produce  giustizia, tensione al bene della propria comunità, in quanto  orienta  l’individuo alla socializzazione, con l’uso della parola, sottendendo, però,  il  giudizio di buono per il greco  e di cattivo per il barbaro.
Filone, da giudeo, pur dividendo  il mondo in due parti (quelli  appartenenti al kosmos  romano- ellenistico e  gli altri, barbari) resta nella stessa impostazione eratosteniana, anche se  allarga l’orizzonte  a quelli di lingua koiné, già unificati ed affratellati da Roma sotto una comune lex et iustitia.
Il filosofo giudaico è  convinto che la paideia  vada oltre il diritto di nascita  e formi uomini di  mentalità filantropica e liberale diversamente dall’ altra cultura, quella barbarica,  connotata da irrazionalità, disumanità, violenza  e quindi tende ad opporre  le due culture in relazione alla diversa formazione e, forse, fa distinzione  perfino tra mondo giudaico palestinese e mondo giudaico ellenistico, in una sottesa dimostrazione delle differenze culturali, implicite  nel giudaismo.
Filone, di stirpe  oniade, integrato nel sistema commerciale romano-ellenistico, fa parte del Kosmos ed è kosmios, diversamente dai giudei palestinesi, che, essendo di cultura agricola, parlano aramaico, hanno una cultura diversa in quanto mesopotamici,  anelanti alla ricongiunzione con i confratelli del regno di Partia, ostili alla Romanitas.
Se si capisce questo nodo e lo si legge correttamente, sono comprensibili l’antiromanità del giudaismo palestinese, che lotta per quasi duecento anni contro Roma (63 a.C.-136 d.C.) e la filoromanità degli oniadi, dei sadducei  e degli erodiani e di conseguenza i due diversi regni (H Basileia toon ouranoon/il regno dei Cieli e quello di Dio- H basileia tou theou-)e le due diverse figure di Giacomo, fratello di Gesù e Paolo di Tarso, espressione concreta di queste due opposte culture. (Cfr. Giacomo e Paolo).

 

Toccare il cielo con un dito  

Toccare il cielo con la testa

Noi tutti, uomini e donne,  abbiamo detto in momenti felici e specie in  particolari situazioni amorose,  di toccare il cielo con un dito per indicare un momento di estasi, di  beatitudine. Ma è proprio questa la frase  che era detta in Greco ? o era diverso il dativo strumentale  per definire la felicità ultraterrena dell’amore giovanile?

La frase è certamente  tipica del contesto mediterraneo e  specifica del mondo greco, specie insulare dell’Egeo.

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Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

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Un curioso spiritoso epigramma

Un antico Berlusconi

Siccome sto traducendo versi sparsi di Filodemo di Gadara (118-35  a.C.) ed alcuni epigrammi dell’Antologia Palatina,  siccome so che Costantino fece spese per oltre 1000 talenti per far venire a Nicea – nel 325 d-C-  i prelati con diaconi e consiglieri (forse il numero  da 250 cresce a 318) e li  ospitò  in una sala palatina di Nicea  dal 20 maggio 325 alla fine di luglio, ho calcolato di nuovo  il valore del  talento.

I cristiani  conoscono  e citano la parabola dei talenti  (Matteo,25. 14-30) ma non hanno nemmeno l’idea  del valore della moneta né di quella d’argento, né di quella d’oro.

Ad amici che mi chiedono spiegazioni rispondo, ridendo e scherzando che tutto nella vita è semplice, ma, se si vuole veramente capire, ci vuole  sempre techne. Infatti  il padrone dei servi, dovendo andare lontano,  convoca d’ urgenza  i migliori,  secondo la parabola di Gesù, ed assegna  denari, ma ben conosce  il sistema bancario perché ebreo,  che,  non avendo tempo di portare i talenti in banca, in deposito,  li affida ai propri  dipendenti, familiares.

Nell’epoca di Gesù, esiste un sistema trapezitario (banca in greco si dice Trapeza)  diffuso in ogni paese dell’impero romano e specificamente nei porti del bacino del Mediterraneo ,che permette ed  autorizza  una legale  circolazione di denaro e  favorisce una grande  attività commerciale grazie a nummularii  latini  e a trapezitai greco- alessandrini, oniadi.

Si sa che la vita quotidiana è rappresentata nell’epigramma  greco, nell’ epistolografia e perfino  nelle lettere erotiche  e perciò  non è raro trovare un epigrammatista o un epistolografo- specie quelli della seconda sofistica- che  legge con ironia  lo stesso messaggio erotico da lui formulato.

Di fatto l’osservazione arguta  delle situazioni sentimentali,   di  norma critiche, risulta un ridimensionamento  del malato di amore   e del suo inappagato impulso fisico.

Ora nell’epigramma greco e latino  e nelle lettere  erotiche  è facile trovare  il costo di una pornh prostituta o di un meirakion- adolescente  a seconda  dei gusti.

L’ epigrammatista e l’epistolografo riflettono  e sottendono  il modus vivendi di una epoca segnata  dalla insicurezza del domani, propria dell’animus pagano, che dà una risposta all‘horror vacui , ricorrendo all’arte,  per evidenziare  attimi della vita nell’eternità della forma,  ambendo però ad un senso assoluto del bello  tipico della giovinezza.

Qui, dunque, mentre viene mostrato il  mondo come metafora del forme belle in senso classico, in modo  naturale  ,si rifugge dal suo contrario, tipico della cultura cristiana, basato sul rifiuto del sesso,  sul male dell’amore, come conoscenza di sé e dell’altro: vengono fuori due concezioni di vita: una naturale  cromatica, solare, umana, sentimentale, esplosiva  nella sua  oggettiva ed assoluta libertà; l’altra  quella monacale  di rinuncia ai beni della vita e alla felicità terrena, ai fini della conquista, grazie al sacrificio e a dolore, di un premio eterno paradisiaco.

Qui, voglio , da una parte,  scherzare sulla cultura stessa e, da un’altra celebrarla, consapevole dell’ignoranza,  vigente  nel nostro  tempo,  e di una  comune ideologia dominante,   eccessivamente basata sul cameriere e sul cuoco, su ogni forma futile, apparente e mi servo dello  spoudaiogéloion, usando  cose leggere/ levia miste a cose serie/ gravia, per il gusto  puro dell’ironia, specie su me stesso.

Per contrasto, comunque desidero mettere in mostra e celebrare  personaggi  di cultura vera,  che hanno esaltato la vita  ed hanno vissuto in modo classico,  in una   tipica espressione,  il loro pensiero,   creando in modo differente, due paradigmi operativi.

Infatti mi piace ricordare  con grande affetto  un grande maestro di vita e  un umanista , come Alighiero MassimI, da poco scomparso ed Insieme con lui voglio onorare la memoria di  una brillante  ricercatrice. anche lei morta,  come Sara Cosi, pure lei una vera  artista, una studiosa, desiderosa di perfezione, una donna inadeguata ai compromessi della nostra falsa e fatua  società, che, nella sua breve vita, ha saputo  sublimare la sua stessa visione di vita, in un rifiuto netto dei valori contemporanei.

Celebrando persone care,  ricordando il loro lavoro, amo  precisare per amici il valore del talento, rileggendo l’opera  di Massimi e cogliendo il reale significato  del messaggio della  Cosi,  ben contestualizzato nell’epoca dei Severi (193- 235), rilevato grazie ad una tecnica valutativa dei temi epistolografici .

Così facendo,  usando  i termini  di Vittorio Norici,  mio amico, professore  di storia della filosofia al Liceo di Ascoli  Piceno, colgo l’opportunità di tessere il filo  di un’amicizia,  che il tempo è già impegnato a disperdere .

Ambedue ben conoscono il valore del talento, ignoto alla maggioranza dei cristiani e degli studiosi.

Massimi mostra l’  impresa  dell’ascolano P. Ventidio Basso  contro i Parthi ed evidenzia, sulla base della testimonianza di Plutarco (Antonio, 34 ), che il romano impone ad Antioco di Commagene  di pagare 1000 talenti  per togliere l’assedio a Samosata, e di obbedire al triumviro ( che,  fatto passare tempo prezioso, poi accetta solo 300 talenti).

Allora. facciamo i conti.

Il  talento  ( qui si  tratta solo di  quello argenteo non di quello aureoha il peso di 26,2 kg. di argento e vale 60 mine (436 g.).

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Lettera ad un accademico

Lettura di Caligola il sublime

Lettera ad un accademico italiano, mai inviata

Egregio dr.
Sono Angelo Filipponi, il professore di Andrea che le ha inviato in lettura Caligola il Sublime.
La ringrazio per la lettura, per i sottesi  riconoscimenti (impegnativo lavoro, lavoro di scavo e di meditazione delle fonti), per la cortesia e per la disponibilità al confronto (cosa rara tra studiosi).
Non comprendo, però,  le sue perplessità sulle conclusioni e sono sorpreso che non risultano persuasive le argomentazioni specie  quelle della pagina.182, che sarebbe per lei una valutazione d’ insieme. 
Strano!

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