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I Pelagiani e Girolamo

In memoria di Vittorio Verdecchia

 

Every child has a natural right to sentiments and feelings Ogni bambino ha naturale diritto a sentimenti e ad affetti: anche la nascita di un bambino autistico è, naturalmente, un dono, speciale, ma dono per tutti!

La natura  crea  ogni  cosa  e nel creare capitano errori, che, comunque, non turbano l’equilibrio tra  l’individuo e la specie e tra le species e  i genera, tra animalia ed inanimata, e tra le partes e il tutto: la natura è armonia! 

L’armonia è sovrana, anche se esistono  uccellini non canori,  lupi canariensi,  fiumi salati, nani e giganti,  uragani, una varietà di meraviglie apparentemente senza senso, in un tal ambiente e in un tale epoca, nel corso dei  secoli: sono anomalie che  non cambiano la sostanziale bontà naturale: l’armonia del creato resta intatta, se nasce un bambino autistico!

Niente cambia nell’armonia del  creato, in cui galleggia un corpo specialis ( Monogenhs), comunque,  consanguineo, congiunto, della stessa species, anche se differente,  ma ordinario pur nell’irregolarità, anche se ha una qualche straordinarietà! .

La non conformità ai parametri della regolarità e della  normalità, pur diversificando il novus  dagli altri viventi, minerali, aeriformi,  risulta secondo natura, come ogni altro essere, anche se bisognoso sempre di sostegno per il corso dell’esistenza, in quanto  dà alla comunità quel che può  e riceve  quel che riceve,  seppure muto ed insensibile spettatore, nella sua apatia, dei processi umani e sociali, inconsapevole forse dei fenomeni che accadono intorno, ma presente, comunque, senza essere l’ultimo, né anomalo o mostruoso ma solo un vivente elemento naturale che ha una sua funzione positiva nel complesso circolo vitale autonomo, un microcosmo autofunzionale, vivace, pur in modo anomalo,  nel macrocosmo universale.

Pur nel difetto di una struttura, quella della sindrome autistica, di inversione di circoli cerebrali, la natura resta perfetta anche con qualche neo nero su una pelle bianca…

Anche  se apparentemente estraneo al  circolo vitale armonioso  della communitas, il soggetto difforme  fa parte di un ‘altra armonia ed ha  suoni diversi  e perfino col silenzio manda messaggi,  significativi, semeia di felicità, pur nella disarmonia  apatica ed anaffettiva…

Egli sente, nel suo silenzio, il rumore degli altri esseri, senza distinguere le voci,  i  volti, i corpi che gli parano davanti, di altri  viventi, madre, padre, fratello,  nonni, assistenti, maestri, pur divergendo, immerso in un altra aria e dimensione!?  Vede  acqua  terra, cielo,   albero,  animale, pietra, astri, instaurando un altro rapporto!? lui solo sa  quel che sa, e  fa quel che fa: il suo pianto e la sua gioia, la sua piscia e e cacca, il suo vivere quotidiano  sono umani e naturali come  quelli di ogni  infante, eguali a quelli degli uomini primordiali come a quelli di homo sapiens sapiens, di un paleolitico  o di un neolitico, di un un sumero o di un assiro di un persiano  o di un greco o di un romano di un  germano o britanno, di un francese o di un italiano o australiano o canadese!…

Non importa cosa  realmente  veda, se ha occhi  che non sanno guardare, esaminare e circoscrivere l’ambito del suo soggiorno!? neppure  se non conosce né vuole conoscere i suoi simili !?

Non ha moto di affetto verso l’altro? Va bene così.

Se le sue mani sfarfallano  e non toccano le cose, che stanno non  viste, che sono non manipolate, che restano  intatte, giochi inutili  in disparte, sono sempre mani di uomo!? Non ha intenzione di nessun genere?! E’  sua volontà!? neanche questo sappiamo! .  Accettiamolo! Lui è lui, solo quello che è: cerchiamo di capire che  è un essere , vivente, naturale!   E’ un nato destinato a morire, uno che vive, ride, mangia e beve,  piange, soffre,  ama, a suo modo.

E’ un uomo mortale, una creatura naturale. una persona vera ed autentica, speciale.

La natura  come natura rerum o come phusis  è sempre  attiva e felix, nel suo parto, nei suoi aborti, nella abnorme  generazione,

Essa  crea in modo funzionale gli esseri viventi collocati  in ambienti adatti dando a tutti possibilità di vita, dotandoli di mezzi e di sopravvivenza, a qualsiasi altitudine e latitudine.

La natura crea  tra i tanti viventi  anche animali razionali che, evolvendosi, possono  migliorare il creato ma anche turbarlo, sconvolgerlo e danneggiarlo, portarlo  perfino alla fine, nella loro insipienza scientifica,  con la loro azione operosa, ed essendo dotati di una mano divina possono risolvere  parzialmente i falli di natura, per secoli rimasti  falli,  a seguito di continue prove e pazienti esperimenti  sbagliati!

L’uomo sa vivere, dovunque, sa adattarsi in ogni habitat, interagendo coi simili,  sa gestire al meglio i suoi talenti e sa fare la sua storia e quella del mondo con l’organizzazione sociale, dimostrando capacità divine, andando progressivamente verso mete  sempre migliori, verso obiettivi sempre maggiori,  lasciando orme storiche, in un crescendo progressivo, puntando al sublime,  all’ adrephbolon, nella coscienza  di superare perfino i propri limiti umani.

La natura, quindi,   crea  viventi che hanno nel  Dna segnato la loro via e  il loro tipico  percorso: ad ognuno è data una spinta verso l’alto naturale che lo contraddistingue e lo agita e  che lo porta a raggrupparsi,  ad essere se stesso in una ricerca  del bene personale ma sa adattarsi  cooperando al bene comune  superiore, per il benessere del suo stesso genere, senza trascurare il proprio utile,  in un cammino  sempre progressivo, nonostante le avversità naturali e i contrasti interni al gruppo e i condizionamenti  infantili  a seguito di panico collettivo davanti  a cataclismi e a fenomeni abnormi mortali,

Non la natura è male ma è  il vivente che prova, che lavora che sbaglia, che  si misura nella sua imitazione continua naturale, con la sua creazione artificialis, con la sua pretesa divinità innata, con la  tecnica, tipica di una scienza, che è tale proprio perché inventio continua in relazione agli esercizi e alle risultanze, comprovanti l’esperimento tentato e riuscito, catalogato come una tappa fondamentale,un punto fermo, anche se  non dogmatico,  di un iter euristico aperto, infinito.

Il pensiero cristiano, non scientifico ma religioso,  è paradossale  e falso: non si può verificare che una virgo partorisca, che gli ultimi siano i primi e che i morti risorgano!.

Se accade è la fine dell’umanità! Il capovolgimento totale non avviene mai in natura. Ogni formulazione è dogma di una catena dogmatica , segnata nel tempo per credenti  non razionali, già segnati dal male del peccato originale  di Adamo.

Certo, Marco, ci sono cose abnormi  e mostruose  in natura che  ancora sono impressionanti e catastrofiche, che producono eventi straordinari ed imprevedibili,  ma non per questo misteriosi e  segreti, opera di un dio  ignoto, invisibile, onnipotente, onnisciente secondo la definizione della creatura nei confronti di un demiurgo creatore, sognato come pater!.

Ci sono  cataclismi tali da provocare rovesciamenti, stravolgimenti radicali e avvicendamenti traumatici per cui il sopra diventa sotto e viceversa, per cui  il centrale diventa estremo e viceversa e l’ultimo e il primo coincidano, l’uno sopra l’altro, il puro e l’impuro  si  possono armonizzare, il semplice naturale può innestarsi col santo peccatore  e per gioco  tra i sumeri  i padroni servono  i propri  servi, tra gli ebrei e i romani ci sono feste che celebrano l’inversione dei ruoli  sociali…

In natura, quindi, ci sono casi mostruosi  di nascite strane, fenomeni    come terremoto,   vulcanesimo,  maremoto,  movimenti tettonici che possono far esplodere le forze centrifughe  attivando  quelle centripete, che senza più equilibri interni  ed esterni rompono l’uovo terrestre disperdendolo in frammenti nello spazio cosmico, producendo catastrofi universali  e distruzioni che coi secoli  nel corso di millenni  grazie  ai vortici astrali  riconnettono i frammenti che si raggruppano di nuovo e si ricongiungono per un nuovo mondo   secondo armonie  genetiche proprie del caos iniziale, in un circuito infinito ed eterno! Ogni forma di creazione antica  è opera di  divine forze antagoniste…. primordiali…

E’ solo un pensiero mazdaico, poi manicheo, infine cristiano che si  fa attuare ad opera di un Theos  che, a tempo debito, nel suo tempo  atemporale, realizza la sua imprevedibile oikonomia!

E’ il pensiero agostiniano che nel IV e V secolo domina contro quello di Pelagio che vede l’armonia universale  secondo principi  druidici, gaelici, non dissimili  da quelli vedici  e sumerici in cui la creatura  non è  turbata da peccato, di cui non si ha idea, come è ignota anche la morte, che è porzione del  vivere stesso: ogni senziente, animale  o vegetale  o dotato di vita e di sensazioni, anche se minime o grandiose,  sviluppa una sua logica  procedurale vitale  e vive  secondo un proprio arbitrio  che lo distingue  in situazione reale, continuamente ed episodicamente, sia come individuo che come ethnos, evidenziando un suo primordiale ethos, un sistema comportamentale chrestos  utile  in quel contesto  ed ambiente, quotidianamente.

In epoca teodosiana ci sono due ideologie, una dominante quella pelagiana, ed una  che sta sorgendo, quella agostiniana, che cuce il pensiero orientale e quello occidentale in difesa del cristianesimo divenuto da poco Religio triumfans  e della Ecclesia  di Roma e di Costantinopoli, sedi patriarcali  ritenute  centri di irradiazione della luce cristiana, fari cristiani.

Professore, secondo lei,  da sempre, dai primordi del mondo,  l’uomo coi suoi sentiments and feelings, coi suoi pathh/affectus, crea un sua rete di relazioni affettive  su base sensoriali e conosce il mondo  circostante   e si adatta secondo i propri parametri  di giudizio  connessi con la sua esplorazione, relativa alla sua acquisita competenza scientifica?.

Certo, Marco, la libertà dell’uomo/ Adamo, si sviluppa in relazione al movimento  e all’osservazione, personale, alla diversa angolazione visiva a seconda del punto  di lettura, nella sua posizione alta o media o bassa, dei fenomeni naturali ed antropici, che risultano superiori  per la violenza, da cui è spaventato.

Allora, professore, Bia e phobos  sono i colpevoli ma anche i motori della risposta umana intelligente, tipica di ogni singolo soggetto che si crea un proprio modus vivendi, pur coi condizionamenti di gruppo, il quale attiva un processo di sopravvivenza cooperativo, sempre più articolato.

E’ così! ma bisogna distinguere.

Nel De Divitiis, Pelagio, dialogando con un altro se stesso apostrofato con un  tu, generico,  ipotizza una società con un ‘equa distribuzione  di beni materiali, in cui non esistano poveri.

Pelagio non vuole eliminare la ricchezza, ma invita i ricchi latifondisti e militari,  la comunità ecclesiale romana  ed ogni altra struttura comunitaria  a non accumulare il superfluo, rilevando l’avidità del clero  impegnato già alla conquista del potere politico e con esso ad accaparrare i beni  sottratti ad ebrei e pagani, a seguito dei decreti teodosiani.

Per Pelagio, Marco, la ricchezza ha una connotazione di fortuna,  dovuta, comunque, alla violenza  della guerra o al raggiro di speculatori o a nascita, consapevole  che esiste  un’ ingiustizia sociale, su cui si basa la promessa disattesa di una giustizia imperiale e   di una religioso-sacerdotale, mentre  i bacaudae/ i bagaudi, riuniti in gruppi,  da oltre un secolo, si sollevano contro le pressioni fiscali romane e contro il latifondo dei cives .

Non si sa se la  sua  venuta a Roma sia  anche dovuta al desiderio di fuggire dalla instabilità e violenza della Britannia e della Gallia, in quegli anni teatro della rivolta di Magno Massimo- che tra 383 e 388 regna su Britannia, Gallie e Spagna, e che, nominato imperator dalle legioni di Britannia, finisce anche per un periodo ad occupare l’Italia settentrionale, costringendo Valentiniano II e Galla alla fuga in Oriente-.

Pelagio entra sicuramente  nella sfera della  Domus anicia e, come già abbiamo mostrato, ha rapporti con l’ anicia Demetriade e con  Pammachio,  predicando equità patrimoniale   e riforma burocratica e fiscale anche nella chiesa romana, con invito agli anici alla divisione delle ville e alla necessità di compartecipazione delle masse agricole, spingendo la comunità  romana ad una differenziazione più marcata degli interessi della chiesa latina da quella di lingua Greca  orientale: se l’Oriente si rivolge sempre di più a orizzonti metafisici, la Chiesa latina si trova impegnata sempre più nel dibattito sull’uomo e la salvezza, sul posto dell’uomo nel mondo, e ancor più, sui valori di quel mondo, sulla  reale esistenza  terrena in un miglioramento sociale della qualità di vita, alla ricerca del pane quotidiano.
Sempre più emerge la questione, resa drammatica da accadimenti storici ben più sconvolgenti che quelli del Mediterraneo orientale, intorno a quale sia il posto della Chiesa nella società e nelle città, la cui esistenza è continuamente minacciata, tra la gente sofferente e in balia degli avvenimenti della Storia e del destino.

Non si sbaglia, Marco,  se  si rileva in  Pelagio (e nei suoi discepoli) l’ispiratore della riforma burocratica del giovane e sfortunato imperatore Maggioriano  (420-461 ) che, nel corso del suo breve regno 457-461,  progetta di riformare lo stato con le sue Novelle.

Non conosco affatto, professore,  le sue riforme, me ne può indicare qualcuna?.

Certo.Marco . E’quella di Maggioriano un’epoca  difficile senza potere centrale, dominata da Barbari  e da generali come  Ezio e Recimero, in cui c’è anche un’invasione degli Unni e dei  Vandali mentre scarso  è il prestigio imperiale di Valentiniano III.

Il giovane imperatore,  militare di carriera,  preso il potere dopo Anicio Petronio Massimo ed Avito, vista la situazione generale agricola  dei latifondi,  cerca di limitare la burocrazia  occidentale gravante sui  servi della gleba  e  di arginare il potere della stessa chiesa romana – che  rivendica perfino il mandato sull’Illiria  nei confronti della chiesa costantinopolitana-  e per prima cosa ripristina  con una nuova configurazione la figura del Defensor civitatis/ékdikos  per difendere le plebi e  i curiales dagli esattori del fisco/ honorati e dai possessores padroni di ville.

Concedendo una giurisdizione nei piccoli processi , lo autorizza a svolgere, insieme al vescovo,  la sua funzione come pubblico ufficiale che  regola il diritto di alienazione dei beni  prediali,  fissando anche  le quote  per la remissione dei debiti dei fittavoli.   Ed infine  contro le mire della Chiesa stessa,  che tende ad inglobare i beni delle vedove e  delle giovani novizie, impedisce  la monacazione vedovile in età giovanile  e fissa l’età monacale con  la presa dei voti a 40 anni- età giudicata prossima alla fine delle mestruazioni  – in modo da  favorire il recupero dei beni  delle vergini e delle vedove  monacatesi, risuddividendoli  poi  tra  le aventi diritto e la comunità ecclesiastica e le famiglie stesse di provenienza, come nuovo deposito dotale.

Professore, grazie  per l’approfondimento sulle Novelle di Maggioriano. Sono, però, perplesso sul linguaggio semplice ed evangelico  di un dotto come Pelagio!

Marco, anche se il suo parlare, comunque, è  connesso col  parlare  biblico, sapienziale, sacerdotale, evangelico,  risulta efficace e demagogico, in relazione alla situazione di reale miseria occidentale in cui versano le masse britanniche, galliche, ispaniche ed italiche, in un quadro  apocalittico  decadente ,evidenziato  dalla  retorica romano-ellenistica: il sermo di  Pelagio è concreto e ha le connotazioni di semplicità  proprie dell’evangelista Marco, con un contenuto elementare  ottimistico, teso a migliorare le condizioni plebee sulla base di  un’equità distribuzionale dei beni: è uomo convinto  che in natura esiste un’ armonia   di cui l’uomo, in quanto figlio, è pars attiva e creativa, come ogni altro animale: ad ognuno il suo, cioè, quanto  basta per vivere bene senza accaparramento  delle sostanze a scapito dell’altro!

Pelagio,  non Agostino (e  con lui  Girolamo e le varie comunità cristiane ortodosse), ha inteso l’universale naturale armonia compresa quella dell’universo  umano, nonostante  le catastrofi  storiche, il formalismo retorico di  una chiesa di santi formata, comunque, da peccatori,   che crede di potersi purificare grazie al Christos,  vivente, esemplare in vita, in morte  e nella resurrezione!

Si segue la parola di Christos che, però, equivale a quella della  natura!

Senti, ora, Marco, come ragiona  Pelagio, secondo la logica evangelica in un capitolo  – VIII – del De Divitiis: chiedo a  chiunque pensa che le ricchezze gli sono state date da  Dio, perché mi risponda,  a chi ritiene che il Signore le dia, ai buoni o ai cattivi ? Se le concede ai buoni perché le hanno i cattivi?  Se le offre ai cattivi perché le possiedono i buoni? Se le dà ai buoni e ai cattivi, perché la maggior parte  dei buoni e di cattivi non le hanno? Se mi si dice che ai buoni le concede Dio e ai cattivi il Diavolo,  per prima cosa chiedo perché non tutti buoni godono del dono del Signore ed  aggiungo anche  che non sembra un gran dono  se Dio concede ai buoni ciò che il Diavolo può offrire ai malvagi !

Dunque, professore, Pelagio gioca retoricamente col proprio io credente, facendo scarti in continuazione e riporta tutto al  diritto naturale.

Così facendo,  innesca  un processo nuovo scientifico  sull’albero dogmatico  della gnosis cristiana  origeniana, di cui già rileva  errori e  deviazioni  (cfr Apokatastasis) in una condanna della  tradizione biblica della  creazione del mondo e  dell’uomo /Adamo.

Lo scontro diretto tra le due partes , quella pelagiana e quella agostiniana avviene, dopo varie condanne in Occidente, in Africa e a Roma,   nella sede del patriarcato di Gerusalemme, dove i pelagiani, numerosi,  hanno  avuto la protezione sicura fino ad allora del vescovo Giovanni.

Perché i pelagiani, eretici puri e naturali attaccano nel 419 d.C. Girolamo christianos   razionale  e  santo peccatore?! Cosa ha fatto l’eremita betlemita, fondatore di conventi col denaro delle matrone romane,  a Gerusalemme?

Si. Marco, a Gerusalemme, città christiana poliglotta – piena di uomini santi cristiani che hanno fondato con denaro romano chiesa e conventi per uomini e per donne, dove esiste un formalismo pietistico religioso, che trascura il contesto  ebraico e pagano ancora esistente, e colpisce solo gli eretici pelagiani, che mettono in mostra la pratica di una chiesa naturale, come  quella  dei donatisti- avviene lo scontro contro Girolamo, che ha assunto su di sé la responsabilità del credo  cattolico agostiniano dell’episcopato africano.

Non a Costantinopoli, patriarcato egemone, dunque,   ma  a Gerusalemme, sede minore ma patria del giudaismo e della setta giudaico-cristiana antiochena c’è una reazione di un corpuscolo agguerrito di Pelagiani, che risponde alla volontà  di  occidentali, persecutori, di  espellere i puri che, tendendo ad una comunità migliore naturale, rilevano continuamente la contraddizione proprio nella chiesa cattolica ortodossa  proclamata  santa, pur costituita da peccatori  (clero e laici), avida di potere,  politico, tesa alla ricchezza, non casta, ma avviata alla impudicizia  sessuale e al meretricio delle agapete!.  

La lotta  esplode nella comunità gerosolomitana e non in quella  a costantinopolitana,  dove il patriarca  Attico  ancora ha sotto controllo  i monaci  cittadini  e  il potente clero cortigiano e sa tenersi lontano dall’ambizione politica come poi il suo successore, Nestorio, uomo moralmente integro  che sa vivere  razionalmente e naturalmente,  non compromesso  e con la familia dei teodosiani né con l’esercito né con l’ambiente filantropico, devoto e   vincolato dalla devozione religiosa, indenne dai condizionamenti, in cui  qualche anno prima è incappato Giovanni Crisostomo.

Dunque, professore, il teatro è Gerusalemme?

Si, Marco. Una Gerusalemme  poliglotta dove  latini, siriaci, ebrei e greci  hanno rapporti equivoci   tra loro e si confrontano e dibattono, creando una comune cultura cristiana, nonostante le differenze teologiche e i diversi  valori dei termini usati, che generano confusione.

Girolamo è già in conflitto col Vescovo Giovanni (cfr.  Traduzione e Girolamo, De optimo genere  interpretandi ) ed ora  maggiore è la tensione per l’affaire Pelagio, che ha diviso la cristianità gerosolomitana e palestinese, dopo aver lacerato quella africana. Perciò, riflettendo su questo episodio per comprendere la situazione a Gerusalemme sotto il vescovo Giovanni filopelagiano, dopo l’accusa  ai pelagiani, assolti e poi  di nuovo accusati  sotto il suo successore Praulio (417-422), medito sulle parole di  Agostino  (De Gestis Pelagii, 35.66) che, sentiti da lontano i fatti,   informa: Si racconta che dopo questo processo gravi crimini furono commessi in Palestina con incredibile audacia da parte di non so quale crocchio di uomini sfrenati, che si fanno passare per partigiani di Pelagio e lo spalleggiano in maniera assai perversa. Accadde che i servi e le serve di Dio addetti alle cure del santo presbitero Girolamo furono vittime di uno scelleratissimo assalto, un diacono rimase ucciso, e edifici di monasteri furono incendiati. A mala pena lo stesso Girolamo per la misericordia di Dio fu protetto contro questa violenta incursione di gente empia da una torre meglio difesa delle altre.

Riporto anche  la sentenza del tribunale:  Poiché ora è stata data soddisfazione a noi con le spiegazioni del monaco Pelagio qui presente, il quale da una parte acconsente ai santi insegnamenti della Chiesa e dall’altra riprova e anatematizza le affermazioni contrarie alla fede della Chiesa, noi confessiamo che egli è nella comunione ecclesiastica e cattolica.

Girolamo ed Orosio, i due principali accusatori non si sono, dunque, arresi, professore, convinti delle loro idee antipelagiane, simili   a quelle agostiniane, africane, e fanno ricorso al Vescovo per fare condannare definitivamente  Pelagio.

Girolamo, accusato   dai Pelagiani di gestire la ricchezza romana  e di servirsi  specificamente degli averi di  Paola ( cfr. Capitali femminili e  Cristianesimo) avendo già fondato un monastero maschile e uno femminile, si difende leoninamente  con Adversus Pelagianos.

Certo, Marco, il fatto che  Pelagio risulti poi  vincitore e ne esca ingigantito proprio per la sua ritrattazione, a dimostrazione della sua theoria flessibile, tanto da potersi  discolpare anche dalle  pseudo deduzioni di  Celestio, fa incattivire il focoso  Girolamo che, nonostante il ricorso, è di nuovo vinto dalla precisa affermazione ortodossa  cattolica dell‘eretico, abile a sottolineare il proprio  pensiero, basato sulla libertà ed autonomia dell’arbitrio personale e a  rilevare perfino un’impostazione gnostica sull’Incarnazione del discepolo.

Alla persecuzione dei cattolici segue il fatto di  una violenta reazione da parte dei  pelagiani, che vedono i prelati  avversari come   incettatori di ricchezze, che  cercano di aver perfino gli averi di Demetriade, come già ha fatto Giovanni Crisostomo con i beni di Olimpiade e poi come faranno altri con quelli di  Giuliana Anicia a Costantinopoli verso la fine del V secolo e gli inizi del VI, al momento dell’elezione di Giustino I, dopo la morte di Anastasio I.  Nel tafferuglio c’è un  diacono morto !

Ormai la chiesa cattolica ha un suo potere politico ed economico, ma ha necessità di patrimoni  terrieri e di denaro liquido per assumere maggiore importanza rispetto alle altre forme oligarchiche dominanti, specie nell’impero orientale teodosiano  dovendo competere con il potere  del sovrano e della corte, accentratore col fisco della ricchezza erariale statale, di cui è regolatore con i suoi delegati provinciali, oltre che con l’apparato militare, bisognoso di denaro per le campagne contro i nemici esterni.

L’impero  occidentale e quello orientale  sono impegnati a creare uno stato oligarchico in cui poche famiglie, legate alla corte,  laiche e clericali, hanno il monopolio del territorio imperiale  e costituiscono neanche il 10 %  della popolazione romana, avviando  la restante  nona parte  già,  secondo  il processo di  incatenamento  alla terra,  ad essere serva della gleba e schiavizzata perché indebitata.

La chiesa cattolica è  già corrottissima anche per i lasciti testamentari,  per la circuizione dei vecchi e  dei minori,  sia a Roma che a Costantinopoli (cfr  Domus aniciaCapitali femminili  e  cristianesimo) per lo scandalo delle agapete  e clero,  per la competizione al patriarcato specie Romano, per l’omophobia  cristiana ( la corte è piena di eunuchi, funzionari statali ).

Professore, ora  capisco meglio  perché anche il papa  Francesco oggi parli del pericolo del pelagianesimo e dello gnosticismo in Evangelii gaudium e   nella lettera ai Vescovi  Deo Placuit . Penso, infatti, che  l’incarnazione di Christos in una  vergine risulti giustamente  inutile se non esiste il peccato originale. Pelagio non ha affatto parlato a vanvera, come anche gli gnostici E’ giusto? o Sbaglio?

Se papa Francesco non si pone problemi ma accenna solo alle tentazioni pelagiane e gnostiche ricorrenti, tu perché  dài per accertato che Pelagio non sbagli e che gli gnostici abbiano ragione affermando che non è necessaria la venuta del Christos con la sua incarnazione nel ventre di una vergine?

A me, ingegnere,  sembra oggi del tutto ovvio  e naturale che la concezione occidentale del faber  abbia anche una connotazione naturalistica pelagiana: la favola di Adamo può valere ancora  solo per la massa di credenti ignorantissimi cristiani!

Sappi che il problema è più complesso di quanto possa sembrare  a prima vista e non si tratta solo di un fenomeno  naturale-naturalistico  ma anche di uno  spirituale -metafisico e  di  uno religioso -teologico  anche per i pelagiani, che non sono unitari nella formulazione ideologica!

Infatti in un primo tempo Pelagio  acconsente totalmente  ai santi insegnamenti della Chiesa  e  solo in un secondo   dopo una personale deviazione  ideologica, riprova e anatematizza le affermazioni proprie  contrarie alla fede della Chiesa  tanto, comunque,  da essere  dichiarato “nella comunione ecclesiastica e cattolica “. Perciò, non si può giudicare oggettivamente, con criteri scientifici il pensiero di  Pelagio se non dopo aver visto e la situazione romana iniziale e quella africana e  quella  gerosolomitana, ultima, in cui vive e muore  il britanno.

Infatti Pelagio a Roma sotto Damaso predica solo il vangelo secondo una volontà riformistica con l’intento di fuggire la ricchezza  e cercare la fede spirituale e di  fare un cammino di perfezione   secondo la paideia christiana romano- ellenistica,  di lingua latina, seppure  in relazione ad una precedente formazione gaelica druidica, naturale, mentre poi nel secondo, nel  periodo africano  si scontra con la posizione integralista agostiniano- manichea,  e nell’ultimo nel clima di Gerusalemme sotto la protezione del vescovo  Giovanni, ben collegato con il patriarca  Attico di Costantinopoli, matura  un cristianesimo  moderato connesso col principio della libera volontà ed autonomia personale.

Dunque, professore, urge che noi comprendiamo i parametri di lettura pelagiani  secondo la  cultura gallica,  il sistema di insegnamento  proprio di un maestro occidentale.

Certo, Marco, altrimenti falsiamo il pensiamo pelagiano  confuso con quello della paideia orientale, di lingua greca  di  molto superiore culturalmente a quella occidentale.

Personalmente io penso ad un maestro  della tipologia  di  Decimo Magno Ausonio (314-395).

Il maestro di retorica di Ponzio  Anicio Meropio Paolino, di Paolino di Nola (345-431) ? L’autore di Mosella e di Ludus  septem sapientum e  di altre opere ?

Pelagio può aver seguito le lezioni di un maestro di tale genere  in patria  e può essersi formato  secondo i parametri dell’epoca  con cui si insegnava a seguire non solo  l’arte  ma anche il sistema di vita del precettore?( cfr. E. Paratore, la letteratura latina dell’età imperiale  1959)

Perciò Pelagio  potrebbe  basare tutto sulla volontà, intesa  come  studium et usus  in quanto esercitatio et imitatio  sul fondamento, però,  della doctrina evangelica christiana,  diffusasi nelle zone britanniche e in precise zone dell’Occidente: la sua predicazione di un ritorno ad un  primitivo vangelo, pauperistico,  ne sarebbe una prova!

La sua predicazione in Africa, in un clima donatista,  impostata sulla volontà, naturale,  in cui prevale non la razionalità ma l’ottimismo con  fiducia nell’uomo creativo pars dell natura stessa creatrice si scontra col pensiero episcopale basato sui limiti dell’uomo, principe della terra,  peccatore degenerato per colpa di Adamo: L’opposizione è fonte di accuse  tanto che Pelagio, condannato a Cartagine da un sinodo,  decide di ritirasi in Palestina.

Infine nell’ambiente di Gerusalemme si barcamena, lui occidentale di cultura latina, con un linguaggio  scarsamente  greco, di fronte alla critica orientale, superiore, favorevole alla theoria della grazia  e  della predestinazione agostiniana, facendo chiarezza con un formulario semplicistico e d evangelico sulla sua doctrina  quando già Nestorio  comincia  la propagazione del suo pensiero .

Professore, noi uomini siamo complessi e strani ed ancora di più siamo freddi  e calcolatori  in caso di appartenenza  al clero  che ha il dovere di essere esemplare imitatore del Christos, guida nel cammino di perfezione, pur conscio di essere materia e di essere quindi in natura, peccatori, anche se convinto di essere prediletto da  Dio, nostro padre.

Io, che sono pratico, scientifico, positivista  vicino più a quelli che  fanno le cose secondo natura e tendono a autocorreggersi in situazione, senza l’aiuto di nessuno,  che sono  vigili  su se stessi nel loro quotidiano cammino ascensionale, progressivo, mi stupisco del pensiero agostiniano di Tzevan Todorov (1939-2017)-che lei ben conosceva.

Il bulgaro-francese  in I nemici intimi della democrazia, (Garzanti 2012) rileva nell’individualismo  il male intimo della democrazia occidentale,e, dopo la fine dei totalitarismi, trova  nella radice pelagiana  l’eccesso di ottimismo  che, pervadendo  il sogno scientifico lo condiziona   e perciò gli contrappone la theoria pessimistica di Agostino che nell’ assistenza divina  e nei limiti dell’uomo coglie i valori umani individuali, contemperati con quelli comunitari.

La  formulazione conclusiva  di Todorov è  sul rinnovamento della democrazia, che deve ricercare  un  nuovo equilibrio tra autonomia individuale e  bene comunitario  che sono i pilastri di ogni forma democratica!

La nostra stessa società perTodorov  è  di fronte a questa alternativa: si è illusa di essere capace di trovare il senso e di affermare così la propria superiorità e ora deve fare i conti con i fallimenti di cui porta la responsabilità; assumere un punto di vista più pessimistico, ammettere che il male non stava fuori e lontano da noi, è forse un modo per verificare se sia possibile predisporsi al dono di ritrovare un senso del nostro cammino!

Per me  professore, il pensiero di Todorov contempla solo l’aspetto naturale ed umano, che viene condannato senza rilevare le potenzialità infinite umane, non diversamente da quanto denuncia Papa Francesco un  cristiano francescano -gesuita, un idealista italo-argentino, che sa rilevare le tendenze pelagiane e gnostiche nel nostro secolo, ma non ne comprende il reale potenziale valore.

Marco, non ti sembra di andare oltre il nostro stesso pensiero e le nostre comuni  attese euristiche?

Per me chi non sa emendare se stesso da solo non può emendare la natura: ora è tempo di processare  la  doctrina agostiniana, di fare una revisione storica dello gnosticismo e di rivalutare definitivamente  il pelagianesimo!.

Certo, Marco,  il pelagianesimo  avrebbe potuto agli inizi del V secolo avviare il cristianesimo  in una direzione unitaria positiva, antimanichea  secondo due linee critiche, quella di una  visione materialistica  meccanicistica  e quindi di un  progressivismo illuministico e  positivistico e quella di un’altra concezione  in relazione alla  interpretazione culturale lucreziana di  una degenerazione progressiva umana secondo le mitiche epoche passate  da quella dell’oro a quella del ferro,   a causa del male  originato dall’uomo stesso che  per la mancanza di Giustizia, non era in grado di costituirsi  in società  democratiche,  pervase da individualismo egotistico  e da  esplosioni comunitarie  irrazionali, dominate dal clero che, in nome di un Dio creatore, soggioga le masse,  credulone, impedendo il sorgere di forme unitarie democratiche, favorendo eccessi  tirannici o oligarchici.

La doctrina agostiniana della grazia e della  predestinazione, con l’equivoco peccato originale di Adamo, invece, proprio allora, dopo  la condanna del pelagianesimo,  avvia  il cristianesimo su linee elitarie, clericali, su base selettive  classiste in una volontà  di negazione della paritarietà umana  su cui poi la cultura medievale elabora un costituzione ,   basata  sul  diritto romano giustinianeo , sulla supremazia della Chiesa romana, vicaria del Christos vivente, la cui auctoritas con potestas è divina  tale da poter investire  dello stesso potere anche gli imperatori e i re, giusti finché soggetti  fedeli al Pontefice, diabolici  tiranni in caso diverso: Agostino crea un modello di vita terrena sulla Civitas dei, armoniosa sotto il  controllo di un Dio, monarca assoluto,  modello per  Imperatore e Pontefice,  sue  figure terrene – l’uno guida alla felicità terrena come amministratore di  iustitia e datore di pax  e l’altro guida  spirituale delle anime verso la gloria paradisiaca come  interprete della volontà divina,  biblica–  mentre  i  laboratores, oratores e bellatores diligentemente svolgono le loro funzioni ministeriali servili.

Quindi , professore, se ho ben capito,  non sbaglio a  dire quanto ho  detto e anche  se aggiungo che mi  risulta equivoco ed ambiguo lo stesso pensiero di Todorov.

Marco, tu sei un mio discepolo e forse il più caro, quello che dovrebbe diffondere il mio pensiero di un nuovo umanesimo razionalistico illuministico positivistico, che  non mi sembra  todoroviano!  La convinzione della superiorità della democrazia occidentale   sottende e comporta la ripresa di crociate volte a colpire il male, mentre  l’autonomia dell’economico, soggettiva, tende a rovesciarsi nel dominio dell’economia sui soggetti e, per altro verso, l’individualismo si afferma in modo quasi metafisico.

La radice di questi atteggiamenti può essere individuata  giustamente proprio nel Pelagianesimo,  capace di affermare il bene, secondo natura, con la propria ragione.

Il fatto che Todorov contrapponga il pessimista Agostino  al  positivista  Pelagio è dovuto alla sottesa accettazione della  visione  agostiniana del peccato come limite intrinseco della natura umana. Per me non esiste, però,  un mondo capace di collegare la politica  con l’illusione di una potenza senza limiti, portata  a moderarsi  e ad equilibrarsi tra autonomia individuale e bene assoluto. Perciò, anche se posso accettare con riserva  Todorov , non mi   pare sostenibile, oggi, la concezione agostiniana di papa Francesco.

Aggiungo, Marco. che un pontefice  ragiona con  la fede  di Agostino che  sa giustificare fede e ragione in un’Africa lacerata da Donato e   e da Pelagio  con la theoria naturale  in cui prevale non la razionalità ma l’ottimismo dell’uomo creativo, pars creativa della natura stessa. Agostino  tirando  dalla sua parte  con la sua doctrina anche Girolamo  – che si separa da Rufino e che nell’ambiente di Gerusalemme  si barcamena retoricamente  di fronte alla critica orientale, ostile alla chiesa romana- rende compatto, comunque,  il fronte antipelagiano  sulla comune base manichea del male, quando   già Nestorio inizia la propagazione del  suo pensiero. La condanna pelagiana da parte  del papato romano  è un ‘ulteriore pacificazione confessionale  col patriarcato costantinopolitano  in un’unità di intenti  contro il pelagianesimo.

Oggi, dopo secoli,   papa Francesco  condanna di nuovo Pelagio che  spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene, e sulla scia di Agostino aggiunge  che Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività.

La sua conclusione, agostiniana, è quella cristiana: solo in Christo c’è salvezza  dal peccato  che è fondamento della chiesa dei peccatori in quanto la dottrina cristiana non è un sistema chiuso, ma  è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

Al papa  sfugge che nel V secolo, proprio all’interno del dibattito dottrinale tra Pelagio e Agostino d’Ippona  si precisa  la dottrina della Chiesa e all’interno della lotta tra queste due fazioni  si forma il gruppo dirigente della Chiesa d’Occidente  che coi  suoi rapporti con la corte imperiale, con l’aristocrazia senatoriale e curiale, svolge anche  la sua funzione di avvocato  del popolo.

Su un piano più strettamente teologico, nei secoli successivi, le idee di Pelagio verranno più volte riscoperte e riconsiderate, per via della loro connessione con l’eterno problema che caratterizza la relazione tra volontà divina e libero arbitrio umano.

Professore, la sconfitta di Pelagio, che sancisce la vittoria in Oriente e in Occidente di Agostino, non ha mai  convinto unanimemente chi pensa che chi non sa emendare se stesso  non può emendare la natura! 

Marco, Marco!!

 

 

 

RITA LEVI MONTALCINI, AN ITALIAN, A WOMAN AND A JEW

RITA LEVI MONTALCINI, AN ITALIAN, A WOMAN AND A JEW

 

I would like to begin by quoting a sentence by Rita Levi Montalcini, which, using anadiplosis, underlines her steadfast faith in women’s ability to make anonymous, habitual sacrifices as compared to men’s so-called superiority: women have always had to fight twice as much. Women have always had to carry two loads, one of which is private and the other public.

The neurologist, concluding her thoughts, clearly endorses the principle of the central role carried out by women in the social context: women are the backbone of society.

For this reason, I would like to point out the resoluteness in the scientific research she carried out; it has been a model for many young, female researchers.

Together with her work, I would like to praise the hidden experiments carried out in La Jolla, San Diego by the Scripps Research Institute in the attempt to give concrete hope to many mothers of autistic children. I would like to wish those involved in this research the chance of being awarded the 2019 Nobel Prize together with Prof. Stuart Lipton, as Rita Levi Montalcini was in 1986 (rather belatedly) for having found a way to eradicate Autism. In the name of Rita Levi Montalcini, let me say that it is our duty to keep on fighting, every day, heroically, with all our strength, so that science frees Nature from its monstrous error! Every child has a natural right to sentiments and feelings.

 

Text of the old article: She is one hundred years old, but she is the youngest female Italian Jew, the youngest Italian woman, the youngest Israelian woman and the youngest woman in the world. She has the typical youthfulness of an idealist, who never grows old as s/he is always committed to eternal thoughts and immortal riches.

She was a Sephardic Jew, but was educated according to sexist principles. She defeated death because she was a rebel and had divergent views. She sought for her own personal authenticity, aspiring to a degree in medicine at a time in which women usually stayed at home to cook, bring up their children and be only a wife and mother. She wanted to follow in the footsteps of her master, Giuseppe Levi, her one desire being to be completely herself, free to be compos sui and to show that she was epimeletes eautou, to gignoskein eauton (know herself).

She defeated death, forced to emigrate to Belgium by the fascist regime, to work at home, to accept an invitation to work at the Institute of Neurology of Brussels University until 1940, to flee Belgium and return to the region of Asti in Italy in secret, and to do research in makeshift laboratories on the nervous system of chick embryos. This research led to her working on the specific formation mechanisms of the nervous system of vertebrates, an achievement of her classic autonomy and methodos associated with the Jewish musar (culture).

She defeated death with her passion for research, to which she dedicated the best years of her life, isolating herself and doing without the joys of life’s normality, of normal love and of maternity. She strove to attain new goals, to follow the sublime, adrepebolon, her eternal Israel, and to follow Jacob up an infinite, eternal ladder (Dio Upsistos, Shaddai). She sought real life in the hard, resolute challenge with herself, beginning with her education as a young girl until she attained the culture of adulthood and epistemic scientificity without growing old, leaping to the top with her work in the Department of Zoology at Washington University in Missouri.

She sought real life in thirty years of research, receiving no recognition, no support from anyone, no comfort at all and no salary. She became eternal in the solitude of that maniacal, obsessive, ideally prolific work, creating the armour of a militant, shaping the symbol of a hero, the emblem of an ageless martyr and research worker, invincible especially when, time after time, she was unsuccessful. She was able to find new stimuli thanks to her ability to start again and resume her work, to come up with new ideas, to be almost reborn after abandoning paths she had already explored, to finally acquire a new, personal method that was not only useful heuristically, but also served as a model for other researchers.

She was immortalised with this new kind of asceticism, of continual practice, which makes the personality of a worker unique and purifies it, not being influenced by any speculation, propaganda or political party. She became a life model for all those people who search and live for their work, whereas she was a harsh warning for layabouts, conmen and football virtuosos, as well as for the coquetry of beauty contest winners, and for rubbishy television programmes.

Her discovery of the nerve growth factor, known as NGF, in the differentiation of sensory and sympathetic nerve cells after research on the protein molecule and its mechanism of action, was only recognized in 1986, when she was 77 years old. Her research was no longer a young researcher’s dream, but a scientific reality: in fact, she, an Italian Jew, was awarded the Nobel Prize for Medicine together with the biochemist Stanley Cohen (USA) for the following motivation: The discovery of the NGF at the beginning of the fifties is a fascinating example of how a keen observer can extract valid hypotheses from apparent chaos. Previously, neurobiologists had no idea which processes were involved in the proper innervation of an organism’s organs and tissues. At last, at the age of 77, after a long journey, in which errors and hopes were fused in an ideal union derived from continual diacrisis and sugcrisis, from the combination of analysis and synthesis in a continuous, infinite creation, Levi Montalcini, a Jewish martyr and left-wing activist, sanctified by her work, received worldwide recognition. She is the true heroine of our times, a female symbol for everybody, an example of classic Christian Jew immortality, the greatest synthesis of platonic epistemology and Aristotelian-Christian ideals, as well as of universal culture. For 23 years, she continued her work at the Institute of Neurobiology of the Italian National Council of Research as if she were an ordinary woman, while also acting as President of the Institute of the Italian Encyclopaedia as well as member of the most important Italian, papal and American academies (Accademia Nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia, Accademia Nazionale delle Scienze dei XL, National Academy of Sciences, and the Royal Society). She was also elected Life Senator by President Ciampi.

Despite the honorary degrees (University of Uppsala, Sweden; Bocconi University, Milan; St. Mary’s College, USA; Weizmann-Rehovot University, Israel) and research awards (Saint Vincent; Feltrinelli; Albert Lasker), Rita Levi Montalcini was and still is a typical Italian researcher, and a leading figure for many unknown and young researchers. Thanks to her exceptional temperament as fighter and worker, starting off as an ordinary research worker to then become a researcher par excellence and the most prolific woman of Italy. All this was due to her being a scholar, spoudaia, and the propagator of a new tzedaqah.(trad. Inglese di SUE EERDMANS).

Pelagio

Vuole emendare la natura chi non sa emendare la propria vita.  Pelagio

 

Marco, oggi, vorrei  parlarti di Pelagio britanno ( 360-420 d.C.) di un eretico, la cui eresia, pur  condannata perché invalidante la figura umana di Christos e la sua funzione nell’Ecclesia, risulta, invece, una  parziale soluzione del  problema del volere e del libero arbitrio umano, irrisolto- anzi complicato – dalla  Theoria agostiniana della predestinazione e della grazia.

Pelagio è, dunque, uno speciale eretico che contribuisce alla formazione di una cultura laica circa la creazione  e la libertà dell’uomo, opposta al pensiero agostiniano, ancora venato dal manicheismo?

Certo, Marco, il britanno è  favorito dalla sua naturale formazione celtico – druidica, immune dalla cultura orientale mazdaica e poi manicheo-christiana!

Infatti  nella lettera a Demetriade ( cfr. Lettera a Demetriade a cura di D. Ogliari,  Città Nuova, 2010), Pelagio mostra il suo pensiero circa il volere e il libero arbitrio,   cosciente che non ci può essere una Chiesa santa, se i suoi membri, costituenti il corpo  mistico di Cristo, sono tutti peccatori, compresa l’élite sacerdotale.

Certo, professore,  come potrebbe esserci una chiesa cattolica, sposa e madre  di Cristo, quando tutto il suo corpo  è fatto di peccatori?

Marco, secondo teologi, come R. Hasseveld (Mistero della Chiesa, Edizioni Paoline, 1953 ) la chiesa, santa in virtù di Cristo, coi sacramenti, con la parola di Dio e col sacerdozio, purifica i peccatori, seppure li debba sopportare fino all’ultimo giorno.

Mentre Agostino  si dimostra  contraddittorio perché la Chiesa – che, in quanto  corpo di Cristo, ingloba anche peccatori non solo laici ma anche sacerdoti  che trasmettono i sacramenti  e guariscono i malati – si santifica in virtù di Christos – che è vero ed unico sacerdote  immune da ogni  colpa-, Pelagio, avendo una visione della creazione,  naturale,  non ha problemi nel periodo della lotta contro i Donatisti, dato il valore  della  natura, creatrice, e vista la reale funzione della struttura umana ed animale nel sistema kosmico materiale.

Forse, professore, ora,  mi dovrà dire qualche parola sui donatisti  e così forse capisco meglio tutto il problema della materia e della natura?

Certo, Marco, capire i donatisti è già un passo avanti per rilevare la funzione  elitaria della chiesa e la posizione integralista dello stesso Agostino nei confronti, poi, dei pelagiani!

I donatisti  sono i seguaci di Donato di Casae Nigrae ( 285?-355)  che in Africa, durante la persecuzione di Diocleziano condannano di nuovo  i cristiani cattolici  laici e specie i sacerdoti e vescovi che hanno consegnato libri sacri  in mano delle autorità pagane romane. Anche loro sono degli integralisti che hanno una volontà nazionalistica con un desiderio di  separazione da Roma, non solo religiosa anche  politica,  per cui interviene lo stesso Costantino  che li fa condannare ad Arles,  ad opera di Optato di Milevi, nel 315.

Essi sono in  connessione con le posizioni di Melezio di Nicopoli e riprendono le stesse idee rigide dei vescovi africani contrarie ai lapsi di Cipriano, convinti di non dovere accordare il perdono ai traditores, ai  vescovi che hanno defezionato davanti alla persecuzione  e che hanno battezzato  in stato di peccato.

Essi arrivano a creare la chiesa dei puri contro la chiesa dei traditori:   vinta la lotta coi traditori,  impongono come vescovo di Cartagine Maggiorino e poi lo stesso Donato, dividendo la chiesa africana  che ha già anche fremiti eversivi di rivolta  politica.

Pelagio, Marco, va oltre il problema donatista,  perché è convinto  che Dio,  pur avendolo creato debole e inerme esteriormente, creò l’uomo forte interiormente, facendogli dono della ragione e della saggezza, e non volle che fosse un cieco esecutore della sua volontà, ma che fosse libero nel compiere il bene o il male (Ibidem) .

Per Pelagio, quindi, professore, Dio, creatore, equivale alla phusis, onnipotente creatrice  delle creature, comprese uomini ed animali e vegetali, ordinatrice razionale di ogni cosa, perfetta nel sistema universale! Per Pelagio neanche  viene   creato Adamo, il primo uomo! Neanche  in una tale perfezione kosmica naturale è pensata la nascita  di un uomo che contamina il tutto col peccato e che origina una catena di male  che si propaga da padre in figlio come una tara ereditaria!   Per Pelagio l’uomo è naturalmente  immune dal peccato!

Dici bene, ma non è proprio così, Marco,! l’uomo, comunque,  non ha da scontare nessun  peccato originale e se  per caso i suoi progenitori avessero peccato,  ognuno personalmente risponde della propria colpa, che è individuale  e non si trasmette  da generazione a generazione: i traditores, però,  che hanno commesso peccato di consegnare le cose sacre ai pagani  non possono più svolgere la loro attività sacerdotale  perché non hanno più la funzione mediatrice tra Dio  e l’uomo, non essendo neanche più christianoi, essendo decaduti dalla dignità.

Pelagio, allora, mostra il valore della dignità umana: Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo, la condizione dell’uomo sia più alta e dignitosa, dove sembra e si crede invece più misera!(ibidem)

Ed infine rileva  il dono divino di saper distinguere il  bene dal male con la razionalità e dice che è un bene commettere il male in quanto è una possibilità che autorizza poi la scelta del bene: Nell’essere capace di distinguere la duplice via del bene e del male, nella libertà di scegliere l’una o l’altra sta il suo vanto di essere razionale. Non vi sarebbe alcun merito nel perseverare nel bene, se egli non avesse anche la possibilità di compiere il male. Per cui è un bene che possiamo commettere anche il male; perché ciò rende più bella la scelta di fare il bene.

Questa, Marco,  è la sua conclusione! Sembra che molti vogliano rimproverare il Signore per la sua opera, dicendo che avrebbe dovuto creare l’uomo incapace di fare il male: non sapendo emendare la loro vita, costoro vogliono emendare la natura! Invece la fondamentale bontà di questa natura è stata impressa in tutti, senza eccezioni, tanto che anche fra i pagani, che non conoscono il culto di Dio, essa affiora e non di rado si mostra palesemente. Di quanti filosofi, infatti, abbiamo sentito dire o visto con i nostri occhi che sono vissuti casti e astinenti, modesti, benevoli, sprezzanti degli onori del mondo e dei piaceri, amanti della giustizia? Di dove vennero loro queste virtù, se non dalla natura stessa?

Da qui l’invito a DemetriadeFa’ dunque che nessuno ti superi nella vita buona e virtuosa: tutto questo è in tuo potere e spetta a te sola, poiché non ti può venire dal di fuori, ma germina e sorge dal tuo cuore.

Chi è Pelagio, che pensa in modo  così naturale,  pur vivendo in un momento come quello donatista  tra il IV e il V secolo, dominati da personalità forti, capaci di  gestire potere religioso  e quello politico, abili retori demagogici, come  Ambrogio, Agostino, Rufino, Damaso, Gerolamo, i cappadoci e gli alessandrini Teofilo e Cirillo ?

E un Britanno, (forse irlandese? forse pitto?  o caledone ?) di stirpe celtica e di formazione druidica, naturalistica, di nome Morgan, di statura altissimo, mastodontico nell’andatura, albino di capelli, marino forse per il colore dei suoi occhi e per la provenienza oceanica.

Si conosce la sua formazione?

Poco o niente si sa della sua formazione in Britannia e neppure si conosce se è un monaco eremita  o se se monaco presbitero o laico.

Sembra che non sia  un religioso ( lettore,  diacono o suddiacono) , ma  forse  un monaco laico, non presbitero, seppure  buon oratore  che  a Roma predica il distacco dalle ricchezze, la povertà e la castità, quando vive insieme col sofista  Celestio, uomo lodato per qualche tempo  anche  da papa Damaso e da Gerolamo, che non sono certamente conformi al suo pensiero e alla dottrina del pelagianesimo, che diffonde  l’idea del Paradiso come premio per  buoni e dell ‘Inferno come castigo per i cattivi, su una concezione, comunque, diversa di peccato e di remunerazione.

Nella Roma della fine del IV secolo, dove c’è competizione per il papato, dove vale il formalismo e  prevale la ricchezza aristocratica  Pelagio  risulta un bastian contrario non solo per i Christianoi, che sono un terzo dell popolazione romana, ma anche per i pagani, ormai corrotti e decadenti nel loro comportamento.

Sembra che, dopo il sacco di Roma di Alarico,  Pelagio si rifugi ad Ippona e poi a Cartagine,  dove in effetti si diffonde davvero  il suo pensiero, che trova oppositori in Agostino e Paolo Orosio, che, poi,  nel sinodo di Gerusalemme  del  415, fanno condannare la theoria pelagiana anche da Gerolamo, nonostante l’opposizione   del vescovo  della città  Giovanni, fervente seguace.

Eppure  si è ancora nella lotta contro i donatisti a Cartagine, in cui  Pelagio propende  per la chiesa dei puri  ed è vicino al pensiero di  Ticonio Afro, autore di De septem regulis  e di un commentario all’Apocalisse, uomo euforico, monaco focoso, esegeta  entusiasta, portato all‘universalismo cattolico, nonostante l’apostasia,

Le relazioni, giunte  a Innocenzo (402-417 ), inducono il papa alla scomunica  che poi è  ratificata dall’imperatore Onorio, che ordina      esilio ed espulsione dall’impero occidentale di tutti pelagiani, nonostante la dimostrazione  successiva di ortodossia di Celestio a papa  Zosimo (417-18).

Si ha la definitiva condanna, comunque, nel Sinodo di Cartagine, poco prima della morte di Pelagio in Palestina.

Professore, mi può sintetizzare il pensiero di Pelagio   e metterlo in confronto con quello di Agostino?

Senti bene, Marco: mi chiedi una cosa non facile ma tenterò di darti delle indicazioni circa Agostino e circa Pelagio.

Pelagio ritiene che,  se non c’è un male di natura, significa che il problema del male è nel volere  e nella personalità umana  volendo far intendere  che le vie del bene e del male non preesistono  all’atto volontario, che è libero, immune dalle contaminazioni adamitiche.

Ora Agostino invece dice che ogni uomo ha un suo volere ed è libero e quindi come cosa creata tende a Dio  aderendo alla sua  bontà ma ha possibilità di torcersi lontano dal suo creatore, che pur concede grazia a chi deve salvarsi, a causa del peccato originale.

Sono due punti di partenza diversi , da cui derivano due diversi orientamenti con due sistemi di vita opposti : quello Pelagiano  che contempla uno stato puro naturale  senza peccato originale,non bisognoso di redenzione  e quindi della venuta di Dio figlio – inutile la sua morte come la resurrezione!-quello catholikos che  ha bisogno della redenzione dell’uomo gravato dal peccato originale e della missione salvifica del Christos, venuto, sempre presente  e vivo nel corpo della Chiesa e venturo!

Semplice è  la predicazione di Pelagio, conseguenziale nello sviluppo umano e naturale, socialmente  ed antropologicamente corretta! Agostino, invece,   non sapendo spiegarsi  l’esistenza della cattiva volontà  – che si piega con l’aversio, e si allontana da Dio- tergiversa e va verso soluzioni retoriche convinto che  non sia possibile  pretendere  di vedere le tenebre e di sentire il silenzio: infatti conclude che le  cose nesciendo sciuntur  ut sciendo  nesciantur (De civitate dei  XII, 7). Marco, nota  la finezza retorica di Agostino,  il doppio poliptoto, il chiasmo, le allitterazioni, segni del suo sforzo argomentativo!

Così facendo  resta  nella  theoria manichea dell’uomo, teatro della lotta  tra il principio trascendente di Haura Mazda e  quello di  Ariman  ed  evidenzia la negatività dialettica del male  e il processo della volontà  come peccato tanto da poter concludere che aversio  ab incomunicabili bono et conversio admutabilia bona, in una giustificazione dell’ascetismo cristiano,  idealizzato e sublimato, con una lacerazione della coscienza individuale in una lotta tra spirito, pars divina e corpo pars diabolica.

Strano ragionamento!   All’ aversio è abbinata la colpa del soggetto  con la pena, mentre alla conversio  è abbinato il bene col premio, anche se Agostino sa quanto sia falso   e meccanico il principio  della lotta  manichea, espresso in numerose opere ( cfr. Ad catholikos epistula contra Donatistas, Contra  Cresconium, De unico Baptismo contra Petilinianum ad Constantinum,  Contra epistulam  Parmeniani,  De  Baptismo  contra Donatistas-P. L ,43 -)  e con immagini  allegoriche  della trebbiatura e dell’arca, a dimostrazione dell’impossibilità di soluzione del problema del male.

La sua creazione del mondo  – cfr. De genesi ad litteram Imperfectus,15 –  PL 34,- è opera buona di Dio  come  manifestazione della  sua stessa armonia, tipica come opera di Amore e di Bontà  in cui, però, esiste il male, che non è, comunque,  nell’ordine della natura!.

Agostino, invano, contrappone al dualismo manicheo la negatività del male, nonostante la theoria della grazia e della predestinazione con la distribuzione armonica di ogni cosa in cui l’essere primo.  graduando nelle singole nature gli esseri,  forma  la struttura provvidenziale, l‘oikonomia divina,  col congenito vitium come deviazione  ed opposizione  dialettica della cattiva volontà  e degli oppositori  angelici celesti primordiali.

Agostino in De gestis Pelagii ad Aurelium liber unus, in modo molto confuso, cerca di esulare dalla cosmogonia il problema del male  immaginando un male originario metafisico  intrinseco alla struttura dell’universo  quasi creatura della volontà umana ed angelica, superba nei confronti di Dio, pur in una coscienza che la natura  resti non separata dal creatore,  ma sia   partecipe della bontà divina, creatrice.

Agostino, dovendo mantenere il peccato originale nella trattazione della volontà e dl libero arbitrio, si complica la vita col dovere  mediare  tra la necessità di far scomunicare i pelagiani  e la personale incertezza   tra buona azione meritoria e  il dono gratuito divino con privilegio per gli eletti.

Per lui la corruzione del corpo non è causa  del primo peccato ma pena  mentre per  Pelagio  la carne non rende l’anima peccatrice perché  il male  non  è sostanza ma nome privo di  sostanza: ogni uomo naturalmente è ricco  della possibilità di errare che è utile alla sua personale crescita progressiva.

Gli uomini, dunque, professore, per Pelagio  compiono azioni che nascono dalla  spontaneità dell’agente  che può fare bene o male  anche con la solidarietà con Adamo peccatore, la cui colpa con pena non  può essere  trasmessa per generazione: l’eretico afferma la libera volontà come criterio  dell’azione che risulta buona o cattiva  considerando inutile l’aiuto della  grazia divina  e la stessa mediazione continuata del Verbo.

Mentre Pelagio distingue l’atto in tre momenti,  potere, volere ed essere in cui solo il primo è divino in quanto proprio della natura divina creatrice e il secondo e il terzo sono  tipici dell’ individuo,  Agostino col suo personale libero arbitrio  considera divini tutti e tre i momenti sebbene comprenda  l’impossibilità di compresenza di prescienza divine ed atto libero umano, propugnando,  perciò, la predestinazione.

Il santo esclude ogni merito umano ed ogni lode naturale  rilevando in Dio  e nella sua grazia,  concessa  in un dono continuo ed assistenziale,  l’unica possibilità di salvezza dell’ individuo,  che, nell’atto, altrimenti, peccherebbe a causa dell’inclinazione peccaminosa, ereditata da Adamo.

Pelagio, invece,  sublima l’uomo peccatore e gli dà esclusivo merito con lode: per lui  il Dio che concede grazia  è la natura stessa creatrice  che dà libertà meritoria  all’uomo, il quale, in situazione, compie l’ atto volontario  autonomo ed è fabbro del suo destino.

Celestio forse va al di là del pensiero del maestro Pelagio : i bambini, che muoiono appena nati sono già in Paradiso  perché morti senza peccato originale; i saggi antichi meritano  premio perché senza peccato adamitico e senza fede hanno conquistato la virtù; non necessaria  risulta la venuta del Christos, Verbo incarnato, Dio redentore, come la sua morte e resurrezione perché l’uomo si salva naturalmente; nessuna funzione ha la Chiesa cattolica col suo clero  corrotto, circondato da agapete e da vedove, moralmente insano, avido di denaro e di potere, protetto dalla casata imperiale.

Forse, Marco,  nell’accesa polemica tra le due partes il pensiero  pelagiano arriva a conclusioni troppo radicali a causa della persecuzione  cattolica, dell’imperatore partigiano, che ha proclamato il cristianesimo religione ufficiale dell’impero!

Comunque, le conseguenze, tirate da Celestio, pesantissime,  diventano inaccettabili perché affondano la barca cristiana, che basa tutto su Christos : in difesa dell’Ecclesia, ora dominante a corte sia in Occidente che in Oriente, i patres  costantinopolitani, alessandrini, antiocheni e romano- africani insorgono, compatti contro il pelagianesimo che resiste, specie in Africa, fino alla conquista araba.

Le migliori  formulazioni sul peccato  originale e sulla costituzione e santità della Chiesa, sul  Verbo incarnato, sulla funzione onnipotente del Pater, su quella del Paraclito, sulla necessità del clero, mediatore come Christos, legge vivente,  tra cielo e terra,  sono di questo periodo come la fioritura di  grandi patriarchi, moralisti ed accaniti demagogici maestri di retorica.

Resta, però, la formulazione di Pelagio  ommes propria voluntate regi   che diventa emblema di una resistenza indomabile: tutti sono retti da una propria volontà.

E’ una verità naturale che nessuno riesce a sconfessare nonostante la doctrina agostiniana, le sue polemiche sulle ambiguitates  eretiche, le sue invenzioni morali teologiche, retoricamente perfette!

Che vera autoconfessione  avrebbe potuto fare Agostino  davanti alla luce dell novità pelagiana! Anche per G. De Ruggiero ( la Filosofia del Cristianesimo, II, Bari Laterza 1946) Il volere è schiavo se si ammette la colpa di Adamo  estesa  all’umanità,Improponibile ed innaturale la predestinazione,  impossibile l’assistenza continuata  storica ad opera di un Dio ancora ebraico, la cui ira è scatenata  spesso dalla colpa umana.

Perciò, professore,  posso concludere che  se non esiste il peccato originale di Adamo e  tutti siamo uomini  razionali,  naturali  elementi cioè in cui pulsa una vita naturale precaria  nonostante la perfezione organica  che comunque ha in se  il marchio di creatura, mortale, che è autonoma, pur in un sistema ordinato  di natura, non c’è bisogno di un apparato artificiale ecclesiastico,  di un organismo ecclesiale,  corpo di Cristo  mistico , quando non è necessaria la stessa figura sacerdotale e regale  di figlio di Dio, venuto a redimere l’umanità maligna.

Tu,  Marco, come Celestio, radicalizzi ogni formulazione e tendi a portarle ad estreme conseguenze: una  cosa è possibile dire! l’uomo è quello che è: vivendo, cerca di orientarsi, facendo del suo meglio, seguendo la sua natura, facendo un percorso sinuoso di conoscenza, come un torrente che va  al mare.

Mi piace, professore, l’idea di  essere una goccia di acqua torrentizia, che va al mare, naturalmente cosciente del suo corso di creatura  e di non essere sola nel  suo iter e nel suo annegare come torrente nella massa oceanica!

 

 

 

Barsanufio

 

 

Marco, non conosci Barsanufio?

E’ un monaco di  di Gaza, nato nel 460, famoso per la pratica di  amerimnia e di hesuchia,   morto intorno al  540!.E’ il santo patrono di Oria di Brindisi, protetta dai  bombardamenti nell’ultima guerra con una miracolosa sua apparizione  agli aviatori americani!

Professore, a Gaza, l’odierna città  palestinese, c’era un monastero?

Certo,  Marco, nei dintorni  della città, a sud, esisteva il monastero di  abba Seridos, dove vivevano, molti origenisti che discutevano sulla creazione del mondo,  sulla apokastasis  e sull’anima   (cfr.Origene e l’apokatastasis ), tra cui eccellevano per il sistema di vita santo e silenzioso  gli hgoumenoi Bersanufio e Giovanni il profeta e il loro discepolo Doroteo.

Questi erano chiamati esicasti, cioè uomini che, dopo avere rinunciato ai beni temporali e fatto voto di non preoccuparsi più di ogni cosa terrena (amerimnia)  si dedicavano alla ricerca dell’ hesuchia, concepita come assenza di ansia e  come atto puro  di tranquillità senza alcuna  preoccupazione,  come unica tensione  alla serenità intesa come calma pacifica e mitezza  con assoluto benessere spirituale,  conseguito con l’esercizio del silenzio e  con una lotta psico-fisica per la cessazione di ogni impulso sentimentale, considerato passionale,  e di ogni volizione.  in una totale abnegazione del proprio essere individuale.

Chi  è Barsanufio  e  chi sono gli altri,  che vivono praticando l’estinzione graduale della volizione, in un annullamento dell’intelligenza emotiva, la base creativa dell’uomo?

Marco, a te sembra che sopprimere lentamente la volizione e la  passione sia un male perché impedisce la formazione autonoma individuale e quindi neanche permette la comunicazione collegiale e comunitaria, in una società dove vige il principio monarchico assolutistico dell’abba.

I monaci di Gaza, invece, mortificando la carne, metonimia di corpo, credono di educare lo spirito, pneumatico, sollevandolo dalla passione diabolica, ilica e psichica,  seguendo l’esempio di  Pitagora  e di Origene, in un’obbedienza assoluta al superiore, che ha potere assoluto.

Cosa? professore   A lei risulta che Pitagora ed Origene abbiano praticato una tale via?!

No. Marco.

Pitagora, però,  aveva, pur regolando i suoi, col vincolo dell’obbedienza alla regola, tenuto  sotto  severo controllo il sesso, considerato  divoratore di quelle  energie  destinate a scopi intuitivi avendo cura della mente e del cuore, della razionalità emotiva.

Il sesso era  proclamato concorrente pericoloso per l’armonia, come ogni forma di ira /orgh,  era considerato  assassino dell’areth prothumos: perciò, Pitagora affermava con Omero Non ascoltare il canto omicida delle sirene!

Per Pitagora,  Professore, io so solo questo:  del sesso era meglio non sapere nulla fino ai venti anni e poi limitarlo dentro la vita matrimoniale. Per i suoi discepoli, invece, il filosofo imponeva il dovere di dare molta importanza  alla forza di volontà, che veniva messa alla prova ogni giorno col  dominare il ventre, con il graduale annullamento della lussuria, col controllo  del sonno.

Certo , Marco, Pitagora aveva dato anche l’esempio: andare via davanti ad un tavola imbandita  senza mangiare nulla, oppure  tenersi lontano dalla donna che piace, e considerarla sogno, da fuggire, amando il silenzio nella suo vasta area di  muta naturale elocuzione!

Pitagora, comunque, rispettava l’integrità fisica sessuale dell’uomo, perfetto microkosmo in un perfetto makrokosmo,  mentre Origene  christianos, seguace dei culti della Grande Madre, diventa eunuco per seguire il Christos (Matteo 19,12).

Comunque, Marco,  i tre monaci, specie Barsanufio,  hanno una loro vita  silenziosa  entro le mura del monastero in una località desertica, secondo la regola dell’umiltà e dell’obbedienza, propria dell’abba Seridos: annullare l’ humanitas per sublimarla con il continuo esercizio  psico-fisico, in un’ascesa verso la purificazione per conseguire  la perfezione, che consiste nell’ hesuchia,  virtù specifica dell ‘esicasta.

A  questo punto, professore, mi deve spiegare il termine esicasta e la figura stessa di Seridos.

Bene Marco! Ci provo.

Esicasta deriva da esukhasmos  (eesuchazoo significa  sto quieto in quanto  vivo in uno stato di riposo mentale/ hsuchia,  termine opposto a kinhsis/movimento)  e vale uomo che pratica l‘hesuchia, la saggia imperturbabilità, raggiunta mediante una scala di perfezione facendo scalini per giungere alla visione del Musterion dell’Unità e  Trinità  di Dio e dell’ Umanità incarnata del Figlio, Christos  Kurios, morto e risorto  per l’uomo peccatore.

Lei, in  altre opere,  ha parlato di hayot / scalini e di sulam scala   trattando della  qabbalah, la mistica giudaica.  I gazei , allora, si rifanno  come altri monaci e  come quelli di Mar Saba,  alla cultura ebraica?.

Marco, non lo posso dire, non avendo competenze,  anche se mi sembra possibile: i monaci gazei, forse più di quelli di mar Saba,  potrebbero conoscere il sistema  kabalistico dei masoreti di Tiberiade e perfino quello dei maestri di Sura e Pumbedita!

Una cosa è certa che Giovanni Climaco (569-649 d.C),  il teorizzatore del  secolo successivo  della Scala del paradiso, non risulta immune da influenze mistiche giudaiche,  anche se sembra seguire solo l’esempio di Christos. Infatti il monaco nella sua scala  fa  ricerca di pacificazione  e  di uno  stato esicastico  personale e cosmico in una consonanza  armonica del riposo individuale in quello cosmico del creato, in una tensione alla perfezione spirituale,  a seguito dell’annullamento delle forze fisiche, estenuate.

In effetti, secondo Giovanni Climaco, l’uomo, pneumatico,  deve procedere seguendo il ritmo del  respiro  dell’individuo, la cui vita, in miniatura,  è  quella stessa dell’universo: l’uomo,  vivendo nel silenzio per ascoltare Dio e se stesso circoscrive dentro il corporeo l’incorporeo!

Essere nudi per nuotare, essere accesi per infiammare, essere  chiusi per santificarsi   è la sua massima  espressione che racchiude in sintesi il suo pensiero, che è quello origeniano,  derivato da   Clemente alessandrino e da Filone  che hanno l’idea della Scala di Giacobbe , propria   della musar aramaica, che vede  nella veste sacerdotale il perfetto esemplare cosmico.

La stessa cosa sembra ancora oggi formulata, in modo differenziato, dai monaci del monte Athos che dicono:

 Posa il tuo mento sul petto, sii attento a te stesso con la tua intelligenza e i tuoi occhi sensibili. Trattieni il respiro il tempo necessario perché la tua intelligenza trovi il luogo del cuore e vi resti integralmente. All’inizio tutto ti sembrerà tenebroso e molto duro, ma col tempo e con l’esercizio quotidiano scoprirai in te una gioia continua.

C’è la stessa coscienza dell’esicasta che, nel silenzio, si sublima con la ripetizione quasi ininterrotta della preghiera a Cristo signore, nella coscienza di sé peccatore.

Kyrie Jesù Christé, Üié Theoù, eléisòn me tòn amartolòn.

Professore, nonostante la  sua spiegazione, mi sento confuso anche perché mi sembra che questi uomini siano integralisti della fede  cristiana, perfino perseguitati da Giustiniano, nomos empsuchos /legge vivente  e per di più imitatori del sistema mistico ebraico  dei masoreti – dei quali conosco ben poco – ed adoratori del nome di Dio  nella sola persona del  Figlio, Uios  logos incarnato !

Marco, forse non mi segui bene perché sei fermo alla I questione origeniana, quella  di Cirillo, e  non hai rivisto i testi origeniani della II questione del  periodo di Giustiniano, che ora ti rinfresco per poi parlarti un pò dei masoreti.

Nel VI secolo gli esicasti   tengono viva la cultura pura, christiana, sancita dai concili di Nicea e Costantinopoli e di Efeso e Calcedonia,  nonostante gli interventi  correttivi di Giustiniano, che,  con persecuzioni mirate, cerca di porre rimedio alla diatribe dottrinarie  e  agli scontri tra le posizioni opposte teologiche, più o meno derivate dalla impostazione di Origene, che propugnava una fine del mondo con un ritorno di tutti i peccatori a Dio senza distinzione, a seguito dell’ekpuroosis.

Questi e gli euchiti – chiamati  anche messaliani  dal termine aramaico  metzalìn/oranti –formano un insieme di uomini che pregano incessantemente  per liberare l’uomo dal peccato originale e dal demonio ed hanno una concezione panteistica, in opposizione al pensiero  dominante a corte fino al 547,  secondo l’interpretazione di   Nonno di Panopoli,– Commento a  Giovanni  evangelista–  e   di  Teodoro Askida, vescovo di Ancyra e di  Domiziano, vescovo di Cesarea di Cappadocia che sono uomini di Giustiniano (527-565).

Considera, Marco, la comunità di Gaza, origenista,  dilaniata dalle controversie  dal 514 d. C. ed  in contrasto con i monaci  dei monasteri del  deserto di Giuda e quindi con la chiesa di Gerusalemme ed anche con la scuola ebraica  di Tiberiade!.

Tieni presente, inoltre,  che i gazei sono famosi per l’educazione all’umiltà  e all’ obbedienza e per l’esercizio della preghiera/euchh, specie  del  Trisagion.

Perciò, essi appaiono divini nel loro rigore teologico,  come i contemplativi  filoniani, annientati in Alessandria da Teofilo e Cirillo, ma ancora esistenti in piccoli gruppi in Palestina  e in Perside come metzalim.

Pregare ed essere  silenziosi sono le due regole  di base di un monaco gazeo,  che, comunque, ha cura della salute dei confratelli mediante un esercizio medico,  curativo delle sofferenze, in un’infermeria, come quella costituita da Dorotheo, che, tra l’altro, raccoglie i tanti  biglietti,  foglietti di papiro, su cui scrivono i dotti saggi  del monastero, che hanno differenti posizioni cristologiche.

Il  collage fatto da Dorotheo di Gaza – che poi fonda un suo monastero non lontano da quello di Seridos,  costituisce un corpus letterario,   da cui si rileva il sistema  educativo con i differenti pensieri di Barsanufio, di Giovanni il profeta e dello stesso monaco, incaricato del lavoro di  raccoglitore, con i tanti equivoci comunicativi,  causati dal silenzio stesso, dalla diversa formazione di base dei comunicanti e dalla brevità e concisione testuale degli scritti.

Per lei, professore, gli 800 bigliettini sono spia di personalità che vivono insieme secondo la regole della tradizione efesina  e siriaco-palestinese, ma hanno concezione della loro specifica cultura egizia, in quanto elementi egizi  che  imitano l’ esempio dei masoreti, sui quali devo essere meglio informato.

Marco, ti ho parlato dell Scuola di di Yavne di Iohanan ben Zaccai e di Rab Aqiva,  dell’eccidio  perpetrato da Adriano e del  sorgere di una tradizione  ebraica impostata sulla masorah  cioè sulla suddivisione del testo biblico con note a margine (a fianco o   in alto) per fissare anche la  vocalizzazione del testo consonantico, con punti, puntini, orizzontali e verticali, lineette, per la  redazione di una serie di indicazioni come legame  (la masorah magna, la masorah parva e la masorah finalis) a commento del testo stesso.

I masoreti,  furono così gli inventori, tra il VI e il X secolo d.C., dei segni per indicare le vocali e gli accenti del testo ed altre forme grafiche utili per la determinazione dell’ortografia dei termini: essi creano un reale legame per l’esatta lettura  in quanto consolidano il testo tramandato  che risulta un vincolo reale, una guida certa  per la trasmissione testuale.

Questi segni furono posti sopra o sotto o all’interno delle consonanti, per lasciare intatta appunto la loro grafia consonantica. al fine di dare  il testo masoretico (abbreviato generalmente con la sigla TM) che è riprodotto oggi nelle diverse edizioni moderne della Bibbia ebraica.

Il codice di Aleppo è il manoscritto migliore tra i tanti tramandati tra il nono e decimo secolo  che contiene il testo così tràdito con le note ai margini.

Qualcosa ho capito!, professore,  ma Seridos  che ha nel suo monastero  due grandi esegeti e santi come Barsanufio e Giovanni il profeta, famosi come un tempo Ilarione,  dovrebbe essere un abba speciale, capace di guidare la comunità nella sua vita quotidiana settimanale,  mensile ed annuale in relazione alle stagioni  naturali e agli ordini imperiali,  al ritmo della preghiera, nel silenzio!

Certo. Marco. Il ruolo di   Seridos  è speciale anche in relazione al fondatore del monastero,  Ilarione  (Cfr.  Girolamo,Vita di  Paolo, Ilarione e Malco a cura di  Giuliana Lanata,  Adelphi 1975), un eremita nato nel 291 a Tawata (Tell Umm Amor), -13  km a sud di Gaza e dal suo porto- morto nel 371, che, a seguito di una vita di successi e di acclamazioni popolari,  aveva dato regole sui rigidi  digiuni, sulle diete a base di pane e vegetali senza condimenti.

Seridos, quindi, imita da una parte Ilarione e da un’altra ha venerazione per  Barsanufio e  Giovanni il Profeta di cui è in effetti segretario, obbediente alle norme da loro indicate per il suo  monastero, fa da mediatore tra i monaci e i due santi igumeni, svolgendo anche  la funzione di raccoglitore di pizzini insieme a  Doroteo di Gaza come interprete dottrinale, connesso con l’esterno.

I due, in tempi diversi, mostrano il sistema di vita  del monachesimo  gazeo, il modo semplice di mangiare pane ed erbe, il lavoro quotidiano di alcuni, la contemplazione con preghiera e studio di altri e la ricerca di pietre, radici di erbe  per fare ricette e  farmaci ,  essenze curative da parte di incaricati  che allestiscono  laboratori per una  rudimentale sperimentazione.

Dalle lettere,  tramandate da Dorotheo,  vien fuori anche un suo sistema educativo   con precise istruzioni  formative per Dositheo, un paggio capitato per caso  nel monastero, mentre svolgeva un suo compito  militare per un non nominato dux, al quale  sembra  legato da particolare affetto. 

Per te, Marco, uomo pratico, ingegnere, scientifico, all’avanguardia per computerizzazione, dinamico,  la vita contemplativa  di uomini -impostati sulla preghiera per 22 ore, appoggiati ad alte sedie, mangianti quasi niente, un tozzo di pane al giorno,  qualche frutto  alla settimana,  magrissimi,  filiformi, macerati dal digiuno e dalle astinenze, sostenuti talora da essenze di issopo, autorizzate mensilmente-  neanche è concepibile come esistenza  reale ma è vista  come surreale  suggestione psico-fisica  di vecchi-bambini incartapecoriti, in un delirio febbrile di mistica ascensione, demenziale!

Ma è così ? Marco. Non potrebbe esserci  un’altra dimensione esistenziale, che precede un’altra vita di diversa lettura e di altra forma? Un uomo grande, un vero monaco come Frére Luc  Brésard come avrebbe potuto vivere  e capire la spiritualità di Barsanufio  e di tanti altri monaci orientali ed occidentali e perfino accettare la regola cistercense?! La sua lettura di Barsanufio sembra sincera, reale e  risulta  vera inchiesta  circa le lettere del monaco ad elementi esterni, come ogni altro lavoro sul monachesimo  e sulla spiritualità monastica.

Sa préminence en sagesse, doctrine et sainteté, le fait surnommer : “Le grand Vieillard”. Il était né en Egypte vers 460. Il y avait d’abord embrassé la vie anachorétique, puis était venu se fixer comme reclus auprès du monastère de l’abbé Séridos. Reclus, il garde farouchement sa cellule, chargeant Séridos d’écrire sous sa dictée les lettres qu’il adressait à des personnes de l’extérieur. C’est au point que certains moines doutaient de son existence, pensant que Séridos avait imaginé ce personnage mystérieux et invisible pour asseoir plus solidement son autorité. Derrière les réponses un peu dures de Barsanuphe, on devine une grande humilité et une sensibilité défiante d’elle-même, ainsi qu’une grande charité.

Per te,Marco, non è possibile che una creatura possa giungere alla contemplazione e alla familiarità col creatore, vivendo in quelle condizioni, disumane!  e ,  secondo te, l‘hesuchia non è che un condizionamento  dovuto ad estenuazione  fisica,  alla volontà di eutanasia, a seguito di condizionamento e di  sfinimento fisico, il risultato di  uno  status apparente di  serenità come quello dell’asino abilitato a non mangiare sempre di meno  dal contadino, tirchio, desideroso di ridurre le spese.

Secondo te, Marco, essi  arrivano all’hesuchia perché conformati a tale regola  da piccoli  ed  abituati dal sistema a leggere secondo una scala paradisiaca,  suggestionati e condizionati da una sola visione concettuale e culturale, propagata da menti deliranti, imitanti alcuni santoni come  Ilarione e  Barsanufio, forti della loro resistenza e della loro lucidità mentale .

Tu, Marco, leggerai, quindi,  quanto io scrivo sull’educazione di Dositheo,   come un lento e graduale condizionamento, quasi un iter di santità, inculcato su una base di orientamento già radicato in altri, che ne sono esemplari testimoni. Tu penserai che dal gradino più basso fino a quello più alto della perfezione si possa procedere per imitazione,  in una gara infantile di ascesa verso il sublime!.

Io , però, non so dire niente di preciso, né pensare  qualcosa del fenomeno, che, comunque, resta un fatto, un quid  realmente vissuto  di cui ancora oggi ci sono  esemplari in ogni tipologia di religio, secondo proprie formule sacerdotali, selettive, per una vita diversificata  con rigide regole di cammino  rispetto all’iter secolare laico: ogni forma di clero ( indù, buddista confuciano, christianos) ha regole ferree per la formazione del neofita o catecumeno, novizio,  obbediente  e silenzioso!

Anche l’insegnamento di Dorotheo a Dositheo  rientra in questa logica fenomenale  formativa, che diventa  una novitas, un evento straordinario, come percorso di santità, degno di imitazione.

Dalle lettere di Dorotheo  e dal corpus letterario gazeo deriva un paradigma operativo cristiano, utilizzabile per secoli dai monaci orientali ed occidentali, che ritengono Dositheo come un esempio di condotta morale per obbedienza, umiltà, dedizione agli altri , simbolo stesso di purezza e di hesuchia : nei suoi cinque anni di monastero, docile all’insegnamento del maestro,  mostra i  segni/semeia del suo progressivo migliorarsi e purificarsi tanto da conseguire la teleioosis secondo i parametri monacali e il premio del paradiso per il suo  umano sacrificio,  riconosciuto dal santo vegliardo Barsanufio e da Giovanni il profeta.

Eppure il meirakion  non sembrava adatto al convento, considerata la sua costituzione e viste le abitudini del paggio e il suo precedente sistema di vita.

Doroteo, consigliato da Barsanufio, lo prende in consegna e lo studia  prima di iniziare un percorso  insieme, possibile per il giovane, che si mostra docile  ed attento.
Professore , Dositheo  vive accanto a Dorotheo, ed è suo concubilarius?

E’una domanda maliziosa a cui non so rispondere perché non ho dati certi.

Come procede,professore,  l’educazione del meirakion?

Prima, viene misurata la capacità del mangiare e la quantità di cibo necessaria  per il giovane, che  si dichiara sazio  giornalmente con un pane di circa 500 grammi  e mezzo  con  qualche verdura   e con un boccale di acqua.

Si è ancora, però ,in una fase in cui non si parla di noviziato : solo dopo il viaggio a Gerusalemme, la visita ai luoghi santi e al Getsemani- dove forse già esisteva la chiesa del Dominus Flevit – Dositheo  mostra segni di una volontà di monacarsi e di iniziare la scalata al Paradiso, dopo la visione di un quadro infernale,  dove le fiamme avvolgono le anime.

Dositheo, quindi,  impaurito, chiede cosa debba fare per  sfuggire alle pene infernali! E così professore?!. Viene posta da Dorotheo al suo discepolo, appositamente, la visione infernale per  vedere l’effetto sull’animo eccitato del meirakion?

Marco,   i fatti sono questi e non è possibile  fare insinuazioni: noi constatiamo che  Dositheo risponde, sollecitato dal phobos nel modo seguente che ora ti narro, seguendo  anche i documenti di Maria  Rosa  Parrinello (Comunità monastiche  a Gaza. Da  Isaia  a Dorotheo, Secoli IV-VI,  Roma  2010) ,   di Frère Luc Brésard (Histoire  du misticisme monastique,  cit) e di Gregorio Penco, (Il Monachesimo, Mondadori, Milano 2000),

Sappi, Marco, che i monaci di Gaza in questo periodo sono condannati  da Giustiniano e da papa Vigilio,  che è succube dell’imperatore a Costantinopoli,  tanto da condannare gli origenisti sia per l’apokatastasis  che per la creazione del mondo/cosmopoiia (Cfr Procopio di Cesarea, Guerra gotica a cura di  Elio Bartolini, Tea 1994).

Dunque, Marco, alla richiesta di Dositheo, una donna  paradisiaca,  in sogno, risponde: Digiuna, non mangiare carne,  prega continuamente !.

A l ritorno  nel monastero inizia il suo percorso di novizio seguendo l’ordine ricevuto  ed  è ligio agli ordini del suo maestro che gli affida la cura dei pazienti dell’infermeria.

Dositheo svolge  scrupolosamente il suo servizio,  digiuna, non mangia carne e prega in continuazione.

Nel frattempo Doroteo  inizia a limitare  la sua razione di pane, prima dimezzando la metà, poi  ridotta la porzione al solo pane  lo divide in parti  fino ad arrivare ad un   minimum di non oltre 150 grammi.

Il suo lavoro con i malati e i sofferenti è encomiabile nei cinque anni in quanto Dositheo è sempre al fianco  di chi soffre. Accade però che un giorno ha uno sbocco di sangue ed il meirakion rimane  a letto incapace di muoversi, essendo già avviato verso la morte, divorato dalla febbre e dalla tisi .

Barsanufio e Giovanni il profeta gli  prevedono l’imminente approdo in Dio e la gloria del Paradiso,  premio alla sua vita di sacrificio.

Professore, non mi piacciono questi  monaci orientali  contemplativi , preferisco quelli occidentali!I loro ideali , bizantini,  sono troppo alti sovrumani, vani,  irrispettosi della dignità umana, esempio di una tracotanza  greca simile a quella ebraica

Non posso amare Monaci silenziosi, che vogliono far sentire la loro voce e mostrare  la loro verità  da integralisti, sono simbolo   di un ellenismo ecumenico,  superbo, ancorato alla conquista universale di Alessandro Magno e all’ellenizzazione mediante la koinh, la lingua greca comunitaria, unico strumento  comunicativo

Non ammiro i greci, in continue diatribe filosofiche e teologiche, che vogliono scrivere anche  una loro storia  christiana e farsi modello per gli altri, convinti di essere divini, essere  superiori agli altri , santificati dalla sofferenza, strani personaggi, che non  hanno la vera umiltà, ma aspirano nel segreto del loro animo a rimanere eterni  nella  memoria popolare.

Ancora meno apprezzo i bizantini i che credono di volare in alto solo loro e di superare gli altri uomini  e popoli  sfavoriti dalla lingua stessa dalla loro tradizione barbarica, troppo inferiore rispetto alla loro cultura pitagorico-stoico platonico- aristotelica; disdegno la pretesa superiorità linguistica rispetto perfino alla lingua del  vincitore latino e a quella dei barbaroi occidentali ed orientali.

Marco sono sorpreso che  tu , che prediligi il piano critico, ora usi termini  di altro codice come piacere, non amare, ammirare,  disdegnare! Comunque tu, pur abbandonando il sistema critico- valutativo, resti su un piano  di pertinenza discorsiva e sostanzialmente non sbagli! Questa è la tradizione christiana   orientale, propria di un  sistema monacale gazeo, esicasta!. Hai compreso chiaramente l’alterigia degli intellettuali bizantini,  che  riprendono quella dei  greci del II secolo A.C. che, pur vinti  militarmente, mostrano  di essere vincitori, capaci di imporre la loro cultura,  anche se ammirano la costituzione/Politeia  democratica romana  con Polibio e Panezio e poi con Posidonio.

Marco, dopo la costituzione dell’Acaia, a seguito della distruzione di Corinto, aumenta progressivamente il valore della cultura greca, che si afferma decisamente con  la pretesa di riscrivere la storia romano-ellenistica secondo i parametri greci in un disdegno delle altre culture:  da  Dionigi di Alicarnasso e Cecilio di Calatte inizia una dittatura nel periodo sebastos/ augusto  che si  rileva  in Filone alessandrino e poi nelle scuole di Antiochia  e di Alessandria e in uomini di formazione  pitagorico-stoica  come Epitteto,  Musonio ,Apollonio, Plutarco e nella nuova sofistica,  fino ai Padri della chiesa cappadoci  che, con Gregorio di Nazianzo,  evidenziano il disgusto dell’orientale di lingua greca  verso il saggio occidentale di lingua latina,  incapace perfino di leggere e d’ interpretare il musterion trinitario!

Barsanufio e i gazei sono  davvero i degni discendenti di tale scuola greca!

E’ vergognoso come  essi esaltano la grecità e  l’ellenismo, in una coscienza di essere i depositari del sapere e di poter scrivere in termini greci la storia altrui  in una volontà di annullare la cultura e la tradizione sumerico- accadica ed assiro- babilonese, quella  indù e quella serica, per non parlare di quella egizia, ridotta  a stato servile rispetto a quella predominante greco-giudaica alessandrina.

E’ un monopolio  letterario e culturale, da cui ancora bisogna decondizionarsi : Manetone,  Ctesia e Beroso  poco possono fare rispetto alla millantata cultura greco-giudaico-ellenistica, protetta dal potere imperiale  perché utile per l’universalismo romano e per la progressiva integrazione dei popoli nell’armonia del kosmos .

 

 

 

Cenide e Vespasiano

 

A Tullia Binni  e Niceta Cosi, miei consuoceri, con immenso affetto

 

Non so  fare altro che insegnare, ma, prima di insegnare, ascolto in silenzio. Nell’ascolto silenzioso, valuto come orientare a fare, cosciente che, prima di insegnare,  conosco  la via da seguire per dare qualcosa all’altro.

 

 

Marco, tu non conosci Cenide?
Kainis /Caenis è’una donna  nativa  di Pola,  a cui  Tito imperatore  (79-81), figlio di Vespasiano (69-79), come segno di gratitudine, fa costruire, alla sua morte,  la Via Flavia (Aquileia-Tergeste – Pola – Fiume,  fino in Dalmazia )   e  fa ampliare l’ Anfiteatro, edificato in epoca augustea.

Doveva essere stata donna molto importante per avere una simile riconoscenza!

Certo, Marco, è un dono munifico, fatto ad una mamma/mater- anche se la vera madre naturale  è Domitilla-  a cui si deve la fortuna stessa della famiglia: senza Cenide non ci sarebbe stata la dinastia flavia!.

E’ una  liberta di Antonia minor (cfr. Caligola il Sublime), sua segretaria finanziaria, amica di Narcisus/Narciso,  altro liberto antoniano,  come i suoi due fratelli  Pallas /Pallante e Felix /Felice.

Tutti questi  sono agenti finanziari di Antonia minor e collegati con gli oniadi di Alessandria, che gestiscono l’oikos di Antonio triumviro per le due figlie Antonia Maior e Antonia minor. (Cfr. Alabarca).

La funzione di Antonia  minore, come domina di  trapezai  e referente di trapeziti, nummularii e argentarii,  è uno studio incompiuto da portare avanti,  mentre quella di tutrice  e  maestra sembra meglio evidenziata in quanto alla corte  di Ottaviano prima e di Tiberio poi sono riuniti  gli altri figli del padre  Antonio e di Cleopatra  e dopo la morte del marito Druso, il 9 av. C. anche  i suoi ( Germanico,  Livilla e Claudio) e quelli di Ottavia, sua madre,  in una comune formazione ed  educazione di  tutti  (figli, nipoti  e parenti e re ostaggi),  sotto la guida di filosofi e grammatici, precettori  come Didimo Arieo  ed altri come Dionigi di Alicarnasso e  Nicola di Damasco ( Cfr. Introduzione al I libro di Antichità giudaiche).

Cenide è tra i liberti di casa augusta  coi due  fratelli, che diventano sotto Caligola molto importanti, nel  momento in cui l’imperatore esautora il senato, dissipatore dell‘erario  pubblico e potenzia  il fisco  con gli agenti finanziari di sua nonna Antonia, dando loro un stipendio mensile, costituendo così una burocrazia  amministrativa  con liberti efficienti e funzionali, obbedienti, organizzata gerarchicamente in ministeria. 

Ricordati, Marco, che Caligola premia i liberti che hanno determinato la rovina di Elio Seiano e la sua morte il 18 ottobre del  31!.

Lei, professore, ha descritto l’episodio  chiaramente in Caligola il sublime  dove parla di Pallante – che, per Dione Cassio, denuncia Seiano – e di Cenide  che, secondo Giuseppe Flavio e Svetonio porta lettere a Tiberio,  che vive in modo inimitabile, a Capri, all’ oscuro della trame antimperiali del potente pretoriano.

Gli storici, nonostante la insicurezza sul nome, concordano sugli autori, i due liberti, per  di più fratelli,  che  coordinano la loro  azione ai fini della segretezza delle informazioni da recapitare  a Tiberio, solo  e direttamente.

Perciò, Caligola, sostituendo il senato con gli agenti finanziari della nonna.  capovolge il sistema e crea l’unico canale del  patronato imperiale, dell’unico dominus et deus (Cfr. neoteropoiia ed ekthheosis)  di  cui  tutta l’oligarchia romana  aristocratica  è  cliens,   che deve passare attraverso la burocrazia  libertina, facendone la fortuna.

Vespasiano, in questo periodo,  tra il 32 e 38,  iuvenis ( è nato il 9 d.C.) , diventa amante di Cenide e quindi  amico dei  suoi fratelli e di altri funzionari di corte ed è fermamente fautore di Gaio Cesare Caligola.

Eppure l’imperatore  ordina di farlo imbrattare da capo a piedi  e far mettere nelle pieghe della sua praetexta  ogni genere di rifiuto per non aver fatto il suo dovere di edile,  quello di tenere pulite le strade.

In senato Vespasiano fa  la proposta di celebrare con giochi straordinari la vittoria  in Germania  e  poi, dopo la morte, propone di non dare sepoltura ai corpi dei  congiurati  (Svetonio, Vespasiano, II)

Proprio allora Vespasiano inizia la sua fortuna  e il suo cursus honorum, dopo il servizio militare in Tracia, seguendo il consiglio della madre  Vespasia Polla, desiderosa di interrompere il mestiere  familiare di appaltatore di imposte.

Cenide è personaggio fondamentale per capire la carriera di Flavio Vespasiano, che è amico  già allora di Claudio e di Erode Agrippa I e  che sotto Tiberio,  frequenta la casa di Antonia Minor, in quanto  suo padre  Flavio Sabino è un argentarius o nummularius reatino,  come anche suo nonno  Flavio Petrone.

Nel frattempo Vespasiano  è questore a  Gortina capitale della provincia di Creta  e Cirenaica e decide  di sposare Flavia Domitilla che era stata la mantenuta /delicata di  Statilio Capella, un cavaliere romano di Sabrata e che in un primo tempo aveva soltanto la cittadinanza latina, poi, era diventata libera e cittadina romana, in seguito a giudizio recuperatorio /reciperatorio iudicio,  promosso da suo padre Flavio Liberale di Ferento, semplice scriba di un questore (Svetonio ibidem,III).

Cosa vuole dire, professore,  iudicium reciperatorium?

E’ un giudizio di riscatto, dato da recuperatores / reciperatores, che  formavano un collegio  di tre o cinque membri, che legiferavano  nelle controversie con gli stranieri   e sottoscrivevano un atto  liberatorio di riscatto.

Grazie, professore.

Domitilla, perciò,  in quanto  donna delicata /favorita di un dominus, civis  provincialis di Sabrata,  godente della civitas latina,  riscattata  dal padre. può sposarsi forse nel  38  con Vespasiano. da cui ha  nel 39 Tito, nel 45 Domitilla e nel 54 Domiziano.

Nel 41  grazie ad un intervento  congiunto di Pallante e di Narciso ora  Praepositus ab epistulis  ha  da Claudio l’incarico di Legatus  della legio II augusta  in Gallia Lugdunensis.

Viene poi trasferito in Britannia agli  ordini di Aulo Plauzio, legatus consularis,  e lì venne trenta volte a battaglia col nemico  costringendo alla resa due fortissime tribù e più di venti castelli , conquistando l’isola di Vette /Wight . Al ritorno ha gli ornamenti trionfali e in breve tempo due sacerdozi e infine il consolato (Ibidem IV )

La sua fortuna, però,  è legata a quella del suo protettore Narciso, che è odiato da Agrippina minore,  ora moglie di Claudio che favorisce Pallante.

Professore, Vespasiano  in quanto  cliens della domus Antonia,  collegata a quella giulio-claudia,  non ha forse conoscenze tra i liberti imperiali dominanti sotto Claudio, specie Narciso   e Pallante, divenuti avversari poi, nell’episodio della elezione della nuova imperatrice dopo la morte di Messalina?.

Certo, Marco.

Infatti Pallante è a favore di  Giulia Agrippina minor mentre Narciso di Lollia Paolina (Tacito, Annales, XII,1,2):  da qui secondo Cassio Dione  l’odio mortale di Agrippina  contro Narciso, che  muore subito dopo il funerale di Claudio, anche perché fautore di Britannico e non di Lucio  Domizio Enobarbo Nerone.

Alla morte di Narciso,  Pallante diventa il vero artefice della politica finanziaria tanto che  ha  la cura rerum, la totale  amministrazione finanziaria dell’impero per quasi un  decennio in stretta collaborazione  con Nerone,  favorito già precedentemente all’atto dell’adozione,  rispetto al legittimo figlio di Claudio.

Pallante  ha alla sua morte nel 62 un capitale di 300.000.000 di sesterzi (Tacito ibidem 14) ed è fatto morire con l’accusa di aver aspirato a novitates insieme a Cornelio Silla.

Il potente ministro, specie nel quinquennio felice  di Nerone (54-59), guidato da Afranio Burro e da Seneca, non ancora velenoso contro la politica della madre,  domina l’impero anche perché è amante di Agrippina, ed assegna incarichi e nomina  governatori di province come la Giudea, data  al fratello  Antonio Felice (52-60)  anche se liberto (Cfr.  A. F., Giudaismo romano II).

Questo quinquennio, grosso modo è, invece,il periodo più brutto della  vita di Vespasiano che,  avuto il proconsolato di Africa,  dove,   per Svetonio,  governa con grande integrità e con grande onore, se si eccettua il fatto che ad Adrumeto durante una manifestazione fu bersagliato col lancio di  rape mentre per Tacito  il suo governo è vergognoso.

Al ritorno  Vespasiano si trova povero perché non ha più appoggi a corte, essendo già morto Narciso e  essendo divenuto imperatore  Nerone e perché deve pagare per respingere le accuse  degli africani.

Per Svetonio aveva esaurito ogni credito e dovette dare in pegno al fratello  tutti i suoi poderi e si abbassò a commerciare in cavalli  per sostenere la spesa  del proprio rango senatorio e  per questo motivo venne soprannominato mulio/ mulattiere. Infine fu accusato di aver sottratto 200000 sesterzi ad  un giovane (ducenta sestertia expressisse iuveni ) a cui promise il laticlavio, (Svetonio ibidem IV)

Si parla dl Laticlavio, la striscia larga ornata di porpora della tunica senatoria. che  in epoca imperiale è ambita anche dai militari di ordine equestre e dai rampolli delle nobili famiglie ,che iniziavano la  carriera  politica?

Si. Forse Vespasiano indebitato e  privo di risorse finanziarie garantisce il suo appoggio a corte, confidando in Flavio Sabino, suo fratello,  ora praefectus urbi,  o in Cenide, che  ora vive a casa sua e  che gli ha ridato un certo credito grazie alla sua dote,  con le sue personali sostanze, beni e proprietà.

Tutto questo è noto a Roma a tutti e perciò Apollonio ed i suoi amici che vivono in città hanno piena coscienza della sua pusillanimità e viltà ( cfr. Filostrato, Vita di Apollonio, e cfr. Vespasiano e il Regno www.angelofilipponi.com ).

Ad Alessandria, in un  clima festoso di esaltazione e di euforia,  nell’estate -autunno del 69, per la proclamazione imperiale,   viene velato il sistema di vita di Vespasiano come suddito di Caligola Claudio e di di Nerone.

Comunque, il fatto che  Apollonio è costretto a fare l’apologia di Vespasiano contro l’accusa di viltà di Eufrate, è segno di una veridicità dei fatti e specie di quel particolare momento  subito dopo la morte di Narciso e dopo quella della moglie Domitilla, prima di riportare Cenide nella sua  casa sotto il Palatino – in seguito dimora di Giuseppe Flavio-.

La vita di Vespasiano cambia con l’arrivo di Cenide, che  a corte  ha l’appoggio sicuro del fratello Pallante  e quando vive Agrippina ed anche  dopo  la sua  morte nel 59.

Per Svetonio (Ibidem, III), infatti, alla morte di Domitilla, Vespasiano post uxoris decessum Caenidem, Antoniae libertam et a manu, dilectam qondam sibi revocavit  in contubernium  habuitque etiam imperator  paene iustae uxoris / si riprese  in casa Cenide, liberta e segretaria  di Antonia, che già prima aveva amato, e che anche dopo, come imperatore,  considerò quasi come legittima moglie.

Il fatto che  Tito  entra a corte e  diventa amico  di Britannico è segno della nuova condizione della famiglia di Vespasiano, dovuta a Cenide.

Secondo Svetonio (Tito, II)  i due facevano   gli stessi studi,  avendo  gli stessi maestri e il figlio di Vespasiano corse  il rischio di morire perché assaggiò la bevanda mortale  destinata a Britannico  e stette  male a lungo.

Svetonio riporta perfino un oroscopo: un metoposkopos/studioso dell’immagine,  facendo le carte a  Britannico in relazione ai tratti del viso  e alla sua figura fisica, non predice un futuro di imperatore a lui  ma a Tito, che è suo accompagnatore( Tito, Ibidem).

Vespasiano è fedele a Cenide  e, solo dopo la sua morte, accetta concubine nel suo letto.

Svetonio (Vespasiano, XXI) scrive parlando di una sua giornata: dopo avere sbrigato tutte le pratiche che gli si presentavano, faceva una passeggiata in lettiga e poi andava a riposare, facendosi sdraiare accanto una delle sue numerose concubine che, dopo la morte di Cenide, ne avevano preso il posto.

Dunque, professore, per lei la fortuna di Vespasiano si chiama Cenide?

Come  uomo fortunato Vespasiano ha una buona stella (cfr. Vespasiano e il Regno) che lo assiste in Italia, in Siria e in Egitto.

Sul piano finanziario ed amministrativo certamente Cenide rinnova e potenzia la domus di Vespasiano e la gestisce con estrema oculatezza  quando ancora il suo uomo segue Nerone in Acaia /Grecia , quando si addormenta  durante la recita e il canto dell’imperatore, che, offeso, gli intima di non farsi più vedere a corte e di non essere presente  durante le pubbliche udienze e quando  vive ritirato forse a Cotilia.

Professore, vorrebbe dire che senza Cenide non è pensabile la carriera di Vespasiano e di Tito a corte e che giustamente Eufrate nel V libro di Apollonio di Tiana,  lo chiama vile  e suddito  vissuto   all’ombra dei  Giulio-Claudi ?

E’così, Marco,  pur lasciando da parte i meriti militari di Vespasiano!.

Bisogna dire, però, che Vespasiano  è un normale legatus e non ha effettivi meriti militari, per lo meno  tali da autorizzare Nerone a  richiamarlo dal ritiro  e a dargli un esercito per la campagna giudaica, se non avesse avuto penuria di comandanti.

Infatti, secondo Svetonio (ibidem IV ) Vespasiano è scelto per domare la rivolta giudaica,  dopo che il governatore di Siria, Gaio  Cestio Gallo,  è ucciso e sconfitto: sia per le prove di valore,  già date in precedenza,  sia per l’umiltà del suo nome e delle sue origini che non facevano ombra a nessuno / et industriae expertae nec metuendus nullo modo ob humilitatem  generis ac nominis.

La figura di Vespasiano sembra quella di un civis suddito che deve adattarsi  e subire  le  situazioni  di tre cambi di sistemi di governo, quello tra Tiberio e Caligola, molto difficile e pericoloso, quello  di restaurazione augusta di Claudio e quello ancora più difficile tra Claudio e Nerone  che, inizialmente docile alla reggenza  della madre e dei precettori,  inverte totalmente la  rotta del suo governo, dopo la morte della  madre e di Pallante, cosciente di poter operare per conto proprio, senza l’aiuto di nessuno. Ho letto bene professore  il suo pensiero in questo lavoro su Cenide?.

Certo, Marco, hai ben capito che la fortuna  di Vespasiano è veramente Cenide, che consolida l’oikos con una precisa amministrazione specie in terra siriaca e giudaica ed ancora di più in Egitto, da dove torna  Roma, passando per l’Acaia, rapinata con le estorsioni pubblicane.

Cenide è veramente donna, come quella del mito, che, amata da Poseidone, chiede  il dono di diventare uomo: è una virago  che sicuramente ha influenzato le scelte soteriche di Vespasiano e determinato ogni azione finanziario-economica del suo uomo, un mediocre sabino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vespasiano e il Regno

 

A mio fratello Luciano

 

Anche il tacere è un discorso!

Marco,  tu sai che ad Alessandria  Flavio Vespasiano, dopo aver avuto l’adesione di Tiberio Alessandro e poi di Licinio Muciano e il loro riconoscimento  militare del suo Regno, libera Giuseppe ben Mattatia.?

Non precisamente! Comunque, ho piacere  di sentire  parlare esattamente di questo episodio, da me poco conosciuto. Permetta però, che  chieda in quali mesi del 69 d.C.  Vespasiano rimane in città.

In  Guerra Giudaica, IV,10.1-10 Giuseppe Flavio mostra il periodo in cui Vespasiano  è ad Alessandria e sa dell’elezione di Vitellio  ad imperatore, rilevando il suo furore personale e quello del suo esercito dapprima e poi evidenziando i discorsi dei soldati e l’ intenzione del dux di chiedere con lettere l’appoggio di Tiberio Alessandro, governatore di Egitto e quello di Licinio Muciano, governatore di Siria.

Perciò,  si può dedurre da Flavio – oltre che da Svetonio (Vita di Vespasiano e Vita di Vitellio ) e da Tacito (Historiae,II,III,IV) da Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana, V) e da Dione Cassio (Storia romana,LXIV ) ed altri – che resta in Alessandria dalla seconda metà di Giugno fino ai primi mesi del 70, in quanto i suoi eserciti si spostano, via terra, timorosi delle insidie del mare nella stagione autunnale,  mentre  lui riceve le delegazioni orientali,come imperator/autocrator,  pur facendo  nel frattempo qualche rapido trasferimento ispettivo verso la Giudea e la Siria.

Di questo si ha conferma da Tacito – Historiae  III e IV,- dove si parla dell’ arroganza di Primo Antonio e del  suo contrasto con Licinio Muciano e delle predizioni favorevoli a Vespasiano in attesa dei venti  favorevoli per la navigazione.

Vespasiano  già è visto come prediletto degli dei  in Historiae II ,78  a seguito degli auspici dell’astrologo Seleuco,  nel racconto del cipresso improvvisamente caduto e poi rialzatosi a notte, in tutta la sua maestosità, e specie per il miracolo del Carmelo in cui  Basilide,  sacerdote di un tempio del dio samaritano  a Vespasiano, che faceva sacrificio,  prediceva, dopo aver esaminato le viscere,  che sarebbe stato il padrone del mondo.

Ad Alessandria, poi, avvengono due fenomeni paradossali che Tacito descrive nel IV libro, 81,1: in quei mesi in cui Vespasiano attendeva ad Alessandria il ritorno periodico  dei venti estivi, che fanno sicura la navigazione,  avvennero molti prodigi.

Tacito  enumera due  casi di malati che si presentano a Vespasiano chiedendo la guarigione  per ordine di Serapide, a loro apparso  di notte: uno  è quello del cieco e l’altro  dello storpio di una mano.

L’autore mostra la prudentia del dux che chiede ai medici  se la cecità e l’infermità dell’arto siano guaribili con mezzi umani.

L’imperatore, avuto parere favorevole, in quanto nel primo la forza visiva non è distrutta e può tornare, e nel secondo una pressione col piede potrebbe guarire il  malato, pensò che alla sua fortuna si aprissero  tutte le strade  e che nei suoi riguardi non ci fosse più nulla di incredibile/ nec quicquam ultra incredibile,  fra l’attenzione della moltitudine eseguì con serena calma le prescrizioni. Subito la mano dello storpio riprese le sue funzioni e il cieco vide la luce.

Testimoni oculari, conclude Tacito, rammentano entrambi i fatti, anche ora che che non vi sarebbe più interesse a mentire.

Nel contesto di Alessandria, quindi, accadono prodigi incredibili e Tacito ne aggiunge un altro, quello dell’episodio di un altro  Basilide, cioè di  un venerabile sacerdote che compare improvvisamente mentre Vespasiano  visita il tempio di Serapide, pur essendo malato  e lontano dalla città 800 miglia.

Lo storico così chiude: l’apparizione fu considerata  un fatto sovrumano e dal nome di Basilide (Basileus-re ) comprese il senso del responso.

Anche Filostrato (170-249 d.C.) parlando di Apollonio di Tiana,  che allora era certamente il più famoso tra gli uomini per la filosofia e per la dottrina  pitagorica, scrive  di un ‘aura sacra in cui si trova  Vespasiano in quei mesi ad Alessandria (Vita di Apollonio di Tiana, V, 27-28).

Il tianeo sembra confermare quanto già preannunciato da Giuseppe Flavio (cfr Frontone e gli antonini)  che proprio allora viene liberato.

Vespasiano unendo i vari episodi e  le varie situazioni miracolose e prodigiose si sente veramente il sothr voluto dagli Dei  per redimere il mondo romano dalle sue colpe e  liberarlo dalla guerra civile.

Professore, Alessandria è, dunque,la città in cui si realizza il sogno di Vespasiano che decide di assumere il comando delle operazioni  militari, sulla base dei prodigi italici, di quelli ebraici ed  ora di quelli egizi?

Certo Marco, è un momento magico e incredibile, di una fortuna che si manifesta concretamente al dux, ora convinto di essere destinato all’impero per volontà degli Dei. Molti  uomini concorrono a dare a Vespasiano questa certezza  circa il  favore  divino, a seguito di sondaggi popolari  sul nuovo eletto e sull’ imperatore in carica dopo la morte di Nerone; tutti  osannavano per Vespasiano  e per la sua personalità  di moderato vir  e di civis austerus  contro l’esecrato    Vitellio, uomo degenerato e smodato.

Ci sembra, quindi,  che da una parte la fonte giudaica di Giuseppe e da una altra quella del gruppo pagano-pitagorico di Apollonio concorrano alla acclamazione  di Vespasiano ad imperator /autocrator come per una investitura divina, come un anticipo della elezione del migliore, tipica degli antonini, rispetto a Vitellio e a Nerone stesso, considerato degenere  giulio-claudio, espressione della vecchia monarchia seppure augusta.

Flavio, infatti, afferma che Vespasiano, essendo dalla sua parte la fortuna ( prochooroushs— ths tuchhs, Guerra giudaica, IV,10,7), non senza il volere di Dio, sale al principato e che un giusto destino lo fa signore del mondo.

Perciò,  lo scrittore aggiunge che l’imperatore,  in considerazione dei tanti prodigi avuti e in ricordo della  predizione  fattagli  quando ancora era imperatore Nerone,  ritenne opportuno convocare  Muciano e  il concilio dei legati e degli  amici, essendo turbato per non avere  ancora liberato il suo prigioniero Giuseppe dicendo: è una vergogna/  aischron estin…che chi mi predisse l’impero e fu ministro della voce di Dio sopporti ancora  la condizione di prigioniero e l’umiliazione di essere in catene. 

Vespasiano fa, perciò, togliere le catene e  lo licenzia con ricchi doni,  dando anche ai suoi generali la speranza di poter spartire la preda giudaica al momento opportuno.

Anche Tito, suo figlio,  approva la decisione del padre,  cosciente della nobiltà del personaggio, avendo già a  cuore la causa giudaica essendo iniziata la convivenza con Berenice, la sorella di Agrippa II.

Sembra che Vespasiano faccia ciò ad Alessandria poco prima di trasferirsi  per brevissimo tempo a Cesarea e poi ad  Antiochia  e dopo aver dato il mandato a Tito  di  assediare Gerusalemme, quando già Antonio Primo, partito dalla Mesia, comincia a temere  di essere attaccato da Cecina Alieno, vincitore vitelliano  della battaglia di Bediacro contro Otone. (ibidem,13,2),

Se Giuseppe  è il profeta ebraico, Apollonio, secondo Filostrato, è  quello pagano-pitagorico che  spinge l’imperatore  all’azione contro l’immorale e ghiottone Vitellio.

In effetti Filostrato dapprima mostra come Vespasiano sia incitato da Eufrate e da Dione, ma anche da Demetrio  ad accogliere tra la sua cerchia di filosofi che lo seguono, anche Apollonio.

Chi sono professore i tre che ha nominato?.

Il primo, Eufrate di Tiro, è filosofo stoico,  i cui  pochi frammenti non autorizzano una definizione precisa. E’attivo in Siria e in Roma  dove è in grande considerazione presso Plinio il Giovane, e muore suicida nel 119. E’ anche amico o uno delle cerchia di Apollonio ma ha con lui una rivalità e, secondo Filostrato, anche invidia tanto da intentargli un processo sotto Domiziano insieme ad un egizio. Il secondo è Dione di Prusa (40-120) in Bitinia detto Crisostomo/ Bocca d’oro  per la sua perizia nell’arte retorica, nel corso di un lungo magistero durato dal 70 a 110 d.C: è scrittore famoso che  ha lasciato 80 orazioni, di cui abbiamo parlato qualche volta in senso politico, specie circa la costituzione monarchica.  Del terzo, Demetrio di Corinto, il cinico, è famosa la sua affabilità con serenità  mai intaccata dagli amici romani, nonostante la franchezza nel dire  e l’attacco verso il potere  con Nerone e con  Vespasiano nel 71 che lo caccia in esilio e con Domiziano. Di lui  si conosce la sua stretta amicizia con Seneca- che ne traccia un profilo e come filosofo e come uomo in De Beneficiis VI,1,3 e De providentia VII 31; e V,5 –  e con Trasea Peto, assistito fino alla morte, oltre che  con Musonio e con  Apollonio con cui condivide alcune battaglie politiche specie, quella ultima  con Domiziano.

Sono questi, dunque, che consigliano Vespasiano a  conservare la costituzione /politeia  monarchica  per concludere la fase acuta delle guerre civili, iniziate con la rivolta di Vindice in Spagna?

In effetti  Eufrate e Dione parlano, uno  più a favore della democrazia  e l’altro più della monarchia,  secondo Filostrato, ma ambedue trattano della necessità di dare potere al popolo a cui far votare  la scelta tra democrazia e   monarchia – è chiaro che Demetrio sia dalla loro  parte e non da quella di  Apollonio che asseconda Vespasiano già disposto al regno  da altri segni e da altri suggeritori-.

Bisogna dire, Marco,   che la divergenza nel gruppo  è dovuta alla diversa lettura della storia e  della situazione e dello stesso animo umano.

I due, Eufrate e Dione, sembrano essere  simili a  Marco Agrippa che dà il consiglio di riportare alla libertà democratica repubblicana Ottaviano, mentre Mecenate consiglia Ottaviano di seguire l’esempio monarchico cesariano, in quanto consapevole  della necessità di un imperialismo difensivo  perché valuta pericolosa la politica aggressiva estera e in quanto ritiene il popolo, non più capace di gestirsi.  facile preda della demagogia tribunicia e il senato  ormai  irrimediabilmente corrotto.

Dione Cassio (St.Rom., LII,2-13 e LII,14-40)  scrive, a seguito del dibattito tra Agrippa e Mecenate:  da quando ci spingemmo fuori d’Italia, oltrepassammo continenti ed isole lontane e riempimmo tutti i mari e tutte le terre  del nostro nome e della nostra potenza non ci è toccato in sorte nulla di buono/oudenos chrhstou meteschhkamen: anzi cominciammo prima in casa  e dentro le mura con gli scontri tra fazioni avverse per poi portare in seguito, questo malanno fino alle legioni, a causa di questi avvenimenti, la nostra città come una grande nave  da trasporto carica di una moltitudine di diverse razze e senza un timoniere è ora in balia delle onde  e scuote molte generazioni agitandole qua e là come  se non avesse la chiglia.

L’autore del III secolo aggiunge per bocca di Mecenate una esortazione ad  Ottaviano: non permettere  che essa rimanga oltre alla mercé della tempesta…e non lasciare che vada a squassarsi contro uno scoglio -Ibidem 16,2-.

Professore, la metafora della  nave è antica ed è già in Erodoto  che fa discutere gli uccisori di Gaumata sulla  necessità di una nuova costituzione da dare alla Persia,  dopo la morte di Cambise?!.

Certo, Marco  la metafora della nave, esistente,  è  ripresa da Dione di Prusa che ha presente la situazione del 69  e tutto il periodo giulio-claudio, comunque, mal interpretato e letto come si rileva in Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana, V,27-41).

Al di là della questione sulla scelta  della forma di governo, Filostrato dedica all’analisi di Eufrate e Dione molte pagine circa la situazione del 69, vista, però, dall’Egitto e specificamente da Alessandria, la sede della filosofia, della scienza, della tecnica.

Infatti sembra che Vespasiano,  dopo una breve assenza  per un’acclamazione militare  a Cesarea e per una riunione speciale  a Berito, ed un’altra ad Antiochia, (cfr. Frontone e gli antonini )  rimanga stabilmente ad Alessandria,  da dove guida  i suoi uomini impegnati nella guerra civile contro Vitellio, specie quelli di Antonio Primo, giunto in Italia  dalla Pannonia con la legione tredicesima, a cui si aggiungono poi altre  come la settima galbiana  per un complesso di sei legioni (tre di Mesia, due di Pannonia ed una di Dalmazia).

Il  mandato,  comunque, non è rispettato da Antonio Primo: bisognava attendere a Verona l’arrivo di Licinio Muciano  prima di attaccare il nemico  (Cfr. Tacito. Hist. III,1-36), ed invece il legatus agisce prima di ricevere ordini, che sembrano sempre giungere tardivamente. Inoltre  da Alessandria il pericolo dei vitelliani è minimizzato, anche se Vitellio ha legati di grande  valore, seppure divisi da discordie e da invidie personali.

Perché Vitellio  non è stimato ed è, direi, sottovalutato  dagli storici, professore? Possibile solo per la sua immoralità?

Marco, c’è una reale  morale ragione che condanna universalmente il figlio di Lucio Vitellio,  che come legatus  tiberiano era stato impeccabile, funzionale ed abilissimo contro Artabano III.

Aulo Vitellio è uomo  spintria,  da giovane, con Tiberio nel periodo di  Capri ( cfr.Caligola il Sublime)  e così macchiato,  è bollato dal popolo come caprino, perciò immorale, spendaccione, dilapidatore di patrimonio, gaudente crapulone, degenere,  nonostante la fama di militare del padre Lucio che, avuto il governatorato di Siria, grazie al culetto del figlio,  è legatus fortunato ed abile a vincere il re dei re  e capace di imporre il trattato di Zeugma nel 36 d.C, espletando in pieno il mandato imperiale di riportare l’ordine in Provincia con l’aiuto di Albani e Sciti, dopo aver punito i socii alleati   dei parthi            ( Areta IV,  Jehoshua, Monobazo ed Izate). Il padre, poi,  in epoca caligoliana e claudiana diventa ricchissimo e potentissimo in quanto  è  persona che sa adulare  e riconoscere come divino l’imperatore, abituando patres, equites  e  il popolo romano alla proskunesis orientale, che diventa pratica cultuale poi  fino a  Nerone e alle sue statue: il figlio sulla scia del padre- che durante la guerra britannica  raggiunge il vertice del potere a Roma dove svolge le funzioni  stesse imperiali –  fa carriera, nonostante l’ambigua personalità sessuale e l’ingordigia nei banchetti.

L’invidia  verso  la domus dei  vitelli è grande, anzi grandissima, dati la ricchezza  e il potere, cresciuto sotto Claudio e Nerone!.

Per Svetonio  –  Vitellio,  XIII – l’imperatore pranzava tre e talora quattro volte al giorno facendo distinzione tra colazione, pranzo, cena ed orgia,  riuscendo a sopportare ogni eccesso per l’abitudine a vomitare .. ogni banchetto costava non meno di 400000 sesterzi.  La sua crudeltà è proverbiale: uccide chiunque  dopo averlo blandito, senza badare ai titoli a volte attirandoli con la promessa di associarli al’impero, facendo fuori usurai, pubblicani e creditori, se gli chiedono la restituzione di cifre.

Famosissimo è il banchetto, offertogli dal fratello, che gli mette in tavola duemila pesci della migliore qualità e  settemila uccelli, ma fa di meglio da solo con “lo scudo di Minerva”  che risulta una portata inimitabile  perché fa porre in un vassoio fegati di scari, cervella di pavoni e di fagiani, lingue di fenicotteri, lattigini di murene, portati per lui da ogni parte dell’impero, insaporiti col garum!

Divenuto governatore di Africa, non  demerita come amministratore  per due anni,  anche se si attira  per la sfacciata lascivia il disprezzo perfino di Galba che, comunque, lo fa governatore della Germania inferiore (Cfr. Svetonio, Vitellio).

E’ davvero un civis contaminato  dal potere ininterrotto con Tiberio, Caligola, Claudio  e  Nerone e  poi con Galba, sceso alla massima abiezione  morale  e perciò è esecrabile  rispetto  perfino a  Flavio  Vespasiano, che, pur essendo uomo  provinciale, taccagno,  sabino  conservatore, non  è certamente uomo onesto e  liberale,  anche se è civis che, comunque, si è barcamenato nell’amministrazione  pubblica perché si è tenuto lontano dalla corte e ha avuto potere militare senza effettivo merito, in un momento grave per Nerone,  che non  ha  elementi  di ricambio  fidati.

La celebrazione della fonte di Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana) che evidenzia le virtù  proprie d i Vespasiano quires  e pater familias  sessantenne, con buoni figli,  già militari efficienti, presenta molti punti oscuri  rilevati in controluce, comunque, dall’autore, per bocca del Tyaneo, che esamina con Dione di Prusa e con Eufrate, e l’uomo,  che deve regnare, e il modus regnandi da adottare!.

L’uomo, che  Apollonio ha di fronte ad Alessandria, secondo lo scrittore severiano  è un personaggio  mediocre,  che non ha la supremazia neanche in  famiglia  dove Flavio Sabino lo sovrasta in quanto buon governatore di Mesia per 7 anni  e prefetto di Roma per 12 anni, guida seria  di coorti di pretoriani e di vigiles, uomo  moderato e parco nel versare il sangue dei cittadini – Tacito, Hist. III,75 che afferma  ante  principatum Vespasiani decus domus penes Sabinum erat/  prima del principato di Vespasiano la dignità della casa era riposta nella persona di Sabino.

Ora invece tutto è cambiato a causa della alonatura della sorte: Vespasiano  è  quasi benedetto dalle moire e dalle necessitates, avendo già avuto una investitura ebraica  con una predizione  che si sta realizzando e concretizzando  con la definizione di  Messia,  di unto del signore destinato a pacificare il mondo romano: la liberazione di Giuseppe ben Mattatia e la sua assunzione del nome gentilizio Flavio sono prove  certe dell’attuazione dell’ amphibolon  khrugma giudaico

Sembra chiaro che Filostrato  nella scrittura del bios  sia influenzato, comunque,  da Dione di Prusa che tratta nella  I, II, III, e  IV  Orazione della Regalità e nella  LXII della Regalità e Tirannide (cfr.  Dione di Prusa, 0razioni I,II,III  Sulla regalità e Orazione LXII sulla Regalità e tirannide  di  Gustavo Vagnone, Accademia dei Lincei, Bollettino dei classici Supplemento, 2012).

Nella stessa epoca di Filostrato  anche   Dione Cassio,   scrivendo  il libro  LII, fa  un trattato  che verte sulle discussioni tra Agrippa, Mecenate ed Ottaviano, prima di diventare Augusto ed assumere il potere.

Forse, professore è un tema caro agli storici del III secolo perché  molti   hanno in mente i vari trattati sulla  monarchia Peri ths basileias, ellenistici, che si rifacevano a Erodoto, che nel libro III,80-84   faceva discutere sul principato, sulla democrazia e sulla oligarchia  Dario, Otane e Megabizo?

Certo, Marco,  sia gli scrittori flavi che  quelli antonini e severiani volendo denigrare la domus giulio-claudia non possono però fare a meno della figura augusta di Ottaviano, da cui hanno effettivo potere.

Comunque, mi può precisare il discorso di Apollonio e dei suoi amici  viventi e durante il regno Flavio e in quello antonino, per meglio capire il sistema severiano  per mia personale cultura?

Certo, Marco. Apollonio non è andato incontro a Vespasiano che entra ad Alessandria  con i sacerdoti e con le autorità di Egitto  a cui sono mescolati anche gli studiosi di ogni forma di sapienza e  i filosofi suoi amici.

L’imperatore, entrato da porta Sole,in città,  chiese allora: si trova qui l’uomo di Tiana? Si , fu la risposta  per renderci migliori.

E come si potrebbe incontrarlo?: Ho bisogno di lui. 

Lo troverai al tempio, rispose  Dione, così mi diceva, quando venni qui.

Andiamo, concluse il re,  per pregare gli dei e stare insieme ad un uomo di valore.

Apollonio il giorno dopo vede Vespasiano, che fa un sacrificio e che dà udienza ai notabili. Il sovrano, allora,  gli chiede, quasi in atto di preghiera: Fammi re.

E lui risponde : già l’ho fatto  quando supplicavo di aver un sovrano giusto e nobile e saggio,  adorno  di veneranda canizie  e padre di figli legittimi; appunto te invoco dagli dei.

Vespasiano è contentissimo di ciò e chiede: cosa pensavi dell’impero di Nerone?

Nerone certo sapeva accordare la cetra, ma disonorava l’impero  stringendo ed allentando troppo.

La risposta è interpretata da Vespasiano:

tu,  dunque, esorti il sovrano a tenere il mezzo?

Il tianeo aggiunge:

non io esorto,  ma il dio che ha fissato che l’equo coincida col mezzo.

A questo punto Apollonio  presenta i  suoi amici Eufrate e Dione  come ottimi consiglieri ed allora Vespasiano esclama : possa io regnare  su uomini sapienti e i sapienti su di me!.

In seguito Vespasiano prende Apollonio per mano e lo conduce a  palazzo a Lochias  e  confidandosi, mostra  la sua umana, semplicistica  condizione di privato che a 60 anni aspira al potere, desiderando spiegare le proprie ragioni: Certo ad alcuni parrà che io agisca in modo puerile assumendo l’impero a 60 anni  di età.  Esporrò, dunque, le mie ragioni a te  perché tu possa  ripeterle agli altri.

La sua esposizione verte : 1.sulla assenza di cupidigia  del denaro e sulla indifferenza o moderazione nella ricerca di onori e cariche;    2. sui rapporti con la divina  famiglia giulio-claudia accettata (e non criticata )  verso la quale non ha complottato neanche contro Nerone  avendo lui una dedizione per Claudio; 3. sulla perdonale  afflizione nella constatazione dello scadimento dell’impero  passato da Galba ad Otone e ora  a Vitellio, un crapulone, un amante di profumi, un avvinazzato, uno  schiavo delle meretrici.

Ed infine Vespasiano arriva  a  dire di appoggiarsi ad Apollonio perché gli dei lo aiutino nella sua impresa di combattere contro Vitellio: viene usata da Filostrato una frase del codice marinaresco ek sou.. peisma  ballomai / getto da te una gomena per indicare che l’imperatore vuole confidare in  chi più degli altri conosce il valore degli dei.(Ibidem 29).

E’ scaltro come un agricoltore sabino, professore! E’ uomo intelligente,  come Berlusconi, dedito al culto degli dei, che sa  accaparrarsi  i sapienti di Alessandria  e li sfrutta per farsi proclamare anche dalla cultura  autokrator: oltre all’investitura religiosa ha ora anche quella dei filosofi! E’un politikos di rango che  si serve dei Media e della Tv, dopo aver avuto il riconoscimento dei banchieri alessandrini ebraici : tradisce, poi,  sia gli uni che gli altri!. E’ furbo come un Salvini col rosario!

Esamina bene la situazione, che, però, è ancora più complicata, Marco, . Io sarei più cauto nel giudicare : io aspiro alla epochh/sospensione dal giudizio  e non approvo il mettere a confronto passato remoto e presente, improponibile in ogni caso!.

‘E’ vero professore: lei ragiona così. Comunque, seguiti a narrare del racconto di Filostrato

Apollonio, Marco,  in modo ispirato allora  dice ,facendo una doppia predizione:Zeus capitolino, poiché so che  tu sei arbitro della situazione,  conserva il tuo favore  a questo uomo  e lui a te stesso. Il tempio  che ieri empie mani  bruciarono  è destino che da costui ti sia ricostruito.

Da profeta Apollonio  vede  i fatti che poi accadranno al  fratello maggiore dell’imperatore, Sabino,  e a suo figlio Domiziano, l’incendio del tempio di Giove ad opera dei vitelliani e la morte di Vitellio spergiuro  e la successiva ricostruzione flavia del Tempio (Ibidem 30).

Perciò approva  che  Vespasiano sia adirato e rabbioso nei confronti del miserabile  ghiottone  Vitellio, che è entrato a Roma  a suon di tromba  indossando il paludamento e  con la spada al fianco, tra le insegne e i i vessilli, circondato dai suoi compagni in divisa e dai suoi  soldati con le armi snudate ( Svetonio Vitellio XI).

Il tianeo è  con Vespasiano quando  giungono le  notizie sul primo atto di Vitellio, quello  di assumere il pontificato massimo,  giudicato  anch’esso atto esecrando perché fatto nel giorno della sconfitta dell’Allia: approva la sua reazione quando conosce il secondo atto anche esso infausto,  quello di nominarsi console per dieci anni,come Cesare,  e il terzo,  quello ancora più vergognoso di  fare un sacrificio espiatorio ai Mani di Nerone, suo benefattore!

Il periodo di Alessandria  non è solo  un momento fortunato di consenso generale e di  acclamazione popolare, ma è anche  di attesa  con paura per la sua famiglia impegnata a Roma, con Domiziano figlio minore e col fratello Flavio Sabino  e della sorte dei suoi eserciti impegnati  in ogni parte del mondo romano, in Spagna come in Britannia, in Mesia come in Italia, oltre alla  guerra giudaica non conclusa.

Certo, dopo l’assunzione di potere, la guerra civile è un ludus  difficile  da giocare  anche con i suoi partigiani, con  uomini che come Antonio Primo sono ambiziosi e desiderosi di acquisire subito meriti  per essere sul carro del vincitore  con aureola,  anticipando i tempi e correndo rischi che un dux prudens avrebbe potuto  e dovuto evitare  essendo sicuro l’arrivo  delle truppe  siriache di Licinio Muciano.

Ad Alessandria, l’imperatore  attende l’esito della spedizione di Antonio Primo che, dopo una marcia, arriva nel suolo italico ed  è affrontato a Bedriaco presso Cremona dalle truppe di Vitellio che viene sconfitto e, data la distanza, non può impedire il saccheggio della città e  le stragi e la  distruzione.

La successiva marcia  verso Roma con l’entrata in  città dell’esercito vincitore quando ancora i nemici trattano la pace, risulta pericolosa per il figlio e per il fratello.   Vitellio è spergiuro per natura  ed è uomo senza onore:  lascia Sabino che ha fatto la proposta di conciliazione concedendo salva la vita a  patto di pagare cento milioni di sesterzi  alla presenza di una folla di soldati,  e rinvia la sua decisione di una notte, ancora desideroso di giocare le proprie carte.

A  sera, perciò,  vestito a lutto, si presenta ai rostri  per leggere la formula di abdicazione su un foglio scritto in modo da coinvolgere il popolo e i soldati, suoi fedeli, e al mattino ripete la stessa scena per avere  consensi, nonostante le rimostranze di Sabino che invia il primipilare Cornelio Marziale  per ricordargli l’impegno  giurato (Tacito ibidem,70).

Infatti poi  con l’aiuto popolare  fa assalire Sabino sul Campidoglio col nipote Domiziano  e dare alle fiamme il tempio di Giove Ottimo Massimo, mentre banchetta nella casa di Tiberio ( Svetonio  Vitellio, XV) ,

Nello scontro armato  del 21 dicembre muore Sabino,  mentre si salva a stento Domiziano.  L’arrivo delle truppe di Antonio  Primo, il giorno dopo, o il 23  a  Saxa Rubra ( Hist.III,79) volge la situazione a favore dei flaviani, che prendono ed uccidono  Vitellio, oltraggiato dal volgo da morto con la stessa viltà con cui l’aveva adulato da vivo/ vulgus  eadem pravitate insectabatur interfectum, qua foverat viventem  (Tacito Hist.III , 85,3) e  salutano col nome di Cesare  Domiziano (Ibidem,86,4).

In questa situazione  si trova anche il filosofo  Musonio Rufo (Hist., Ibidem,81) che, comunque,  risulta inopportuno, col suo sproloquio filosofico, in senso democratico,  a tutti  e per poco non ci rimette la vita! .

Il senato, ricevuta una lettera di Vespasiano   gli concede  con un  decreto tutte le prerogative abituali del  principe  come colui che sembrava aver purificato il mondo.

Vespasiano allora  parla di sé per lettera  come di un principe  moderato e dello stato e del senato  con rispetto, ed ottiene il consolato insieme al  figlio Tito, mentre a Domiziano è concessa la praetura  col consulare imperium.

 Il senato, dopo la morte di Vitellio,  onora con le insegne trionfali Licinio  Muciano, col privilegio consolare Antonio Primo, con quelle pretorie  Cornelio Fusco ed Arrio Varo  e Elvidio Prisco uomo esaltato per la saggezza  stoica, genero di Trasea Peto/ cunctis vitae officiis aequabilis,opum contemptor, recti pervicax,  constans adversus metus / coerente con se stesso  nella pratica di ogni dovere,  sprezzante delle ricchezze, assertore tenace del giusto,  inaccessibile alle intimidazioni -Hist.IV, 5.2-.

Messaggeri arrivano continuamente ad Alessandria per notificare quanto avviene in Italia e a Roma, mentre Vespasiano comincia a godere dei vantaggi del riconoscimento ufficiale del suo titolo imperiale in  Oriente e anche in Occidente.

Il  colloquio descritto da Filostrato tra Vespasiano  ed Eufrate   è proprio di questo fortunato momento, quando già la situazione è  in mano all’imperatore, riconosciuto  da tutti, compreso Giuseppe Flavio, libero.

Mi descrive professore  il colloquio di Vespasiano con i singoli personaggi  secondo la narrazione di Filostrato?

Subito, Marco.

Vespasiano ad Alessandria  è nel palazzo dei Tolomei, dove  ora già riceve i notabili, fa udienze, emana decreti, svolge le funzione di imperatore  come se fosse a Roma, convinto dai miracoli di essere il salvatore venuto dall’Oriente per riportare la pax in Occidente, turbato dalla guerra civile.

Eufrate e Dione col Tianeo  sono ricevuti a corte dall’imperatore, che dice di aver già esposto i suoi motivi  al nobile Apollonio, che già ha informato gli amici  del colloquio privato avuto.

I  tre  replicano che  ritengono  giuste le ragioni imperiali ed allora l’imperatore aggiunge: oggi discuteremo insieme sulle decisioni prese perché io possa agire  nel modo migliore e secondo il vantaggio dell’umanità, dopo aver mostrato come da Tiberio fino a  Vitellio l’impero sia stato in mani sbagliate  di  romani degeneri e di viri malati o immoderati.

La conclusione di Vespasiano è la seguente: vedendo, dunque, miei cari, in quale discredito sia caduto l’impero a causa di questi tiranni, vi scelgo come miei consiglieri perché mi sappiate indicare come restaurarlo riscattandolo dall’odio  che per esso prova l’umanità intera.

Vespasiano, dunque, è già pronto al restauro, convinto della sua missione divina di autokrator  e dell’utilità  pubblica della sua impresa?!

Certo. Marco. Aggiungo che crede perfino in una missione per il bene del mondo. Ascolta,  però, la risposta di Apollonio, che  si fa da parte per dare spazio alla critica pesante prima di Eufrate e poi a quella più moderata  di Dione, che attenua i toni  censori: un flautista dei migliori soleva mandare i suoi discepoli dai musicisti più scadenti perché apprendessero  come non si deve suonare. Tu, mio sovrano, hai appreso come  non si deve regnare  da coloro che regnarono  in modo scellerato: come si deve regnare sarà l’oggetto della nostra indagine.

Attento, Marco, Il tianeo è uomo divino che conosce passato, presente e futuro, conosce l’animo umano ma intende fare indagine sul come regnare. Per meglio farti entrare in merito alla situazione ti preciso, Marco, che il colloquio  con l’imperatore  avviene per Filostrato  poco prima della notizia  della morte di Vitellio, quando Sabino ha fatto già la sua  proposta di abdicazione  il 21 dicembre, data  probabile.

Grazie, professore, andiamo avanti!

Mi sembra, comunque, che Apollonio  col suo dire accetti  già il Regno Flavio e che vuole solo indicare come  regnare, dare cioè un’alternativa al regnum negativo dei Giulio-claudi e del tiranno Vitellio.

Marco, in seguito, vedrai perché il tianeo parla così. Per ora senti il discorso dei suoi amici.

 Lo stoico Eufrate  non accetta il fare di Vespasiano ossequioso verso il Tianeo, proprio  dei  postulanti da oracoli, e si mostra irritato.

La sua irritazione è  nei  confronti di Apollonio che fa spectaculum col suo dare oracoli e di Vespasiano stesso che, senza accertare se l’azione del regnare debba farsi, chiede circa i modi  della realizzazione, prima ancora del fatto, convinto di dover restaurare un impero scaduto,  certo  che il  destino gli ha concesso il Regnum.

A me, Marco, sembra  giusto il suo  rigido pensiero  generale  stoico (non si deve adulare gli istinti, né acconsentire sconsideratamente  a quanti agiscono senza freno, ma, se davvero siamo filosofi, abbiamo il dovere di richiamarli alla misura!) e  doveroso  e il richiamo alla misura   e il rimprovero filosofico  sull’oggettività della realizzazione senza  l’accertamento della necessità dell’azione  (Occorreva  stabilire se convenisse  questa azione: ma tu ora chiedi di dirti in che modo essa andrà realizzata, senza aver ancora accertato  se si tratti di un’azione  che si deve compiere).

Eufrate  è polemico prima coi filosofi e saggi, che accettano l’elezione ad imperatore già di Vespasiano, quando, invece,  prima, bisogna stabilire se abrogare la monarchia o  ripristinare la repubblica e poi  in caso di  accettazione della monarchia, nonostante lo scadimento verificato dell’istituzione, indicare i modi di regnare.

Eufrate, comunque, opportunamente precisa: io sono d’accordo che Vitellio va deposto poiché so che  è un uomo turpe ed intossicato da ogni infamia. Altrettanto so che tu sei un uomo di valore e che ti distingui per il tuo nobile animo, ma sostengo che non devi correggere la situazione  prodotta da Vitellio, senza sapere ancora quale sarà quella che intendi creare tu!.

E’ discorso stoico tipico di Posidonio di Apamea(135-50 a.C.) che, partendo dalla dignità morale  dell’uomo,  esprime il pensiero politico di un parrasiaths che, pur con cautela, dice la verità,  contro perfino i saggi  eterodossi come Apollonio,  come i profeti  del tipo dell’ebreo Giuseppe, o come gli opportunisti sofisti come Dione di Prusa.

Per Eufrate  non si può accettare l’idea di Regnum, senza essere stata vagliata: quanto è nella mens /nous del dux deve essere manifestato ed esaminato prima dell’accettazione e del consilium !

Eufrate è scomodo come Musonio, che,  in nome della vera filosofia, da bastian contrario, pensa che  bisogna stabilire – se si vuole veramente indagare – se conviene questa azione cioè il regnare, da precisare in ogni dettaglio, e che non si può  farla senza tale studio  preventivo circa la correzione, mentre Vespasiano  la considera scontata e corretta  e già passa alla fase successiva, al modo di realizzare il suo principato.

Per Eufrate il sovrano nella sua ambizione già ha messo il diadema  grazie alla predizione del sacerdote ebreo, che ha  rivelato l’oikonomia divina e la funzione soterica dell’imperatore, indicando la predilezione degli dei  per l’uomo destinato al potere imperiale, ormai accettato dal popolo e dall’ esercito, dopo aver avuto implicitamente   anche l’assenso del Tianeo.

Insomma Eufrate dice che  bisogna fugare questo equivoco di fondo  e  mettere  sul piatto della bilancia la necessità di far abdicare Vitellio e nello stesso tempo  il piano  che ha in mente Vespasiano circa il principato e poi decidere: non è possibile fare abdicare Vitelio senza conoscere le reali intenzioni di Vespasiano!

E’ sotteso anche un attacco ad Apollonio, che ne  alimenta  le  aspettative,  in quanto conoscitore del futuro  e succube  del destino della famiglia flavia, come se il  fatum   personale fosse immutabile e che vana sia l’opera umana.

Eufrate mostra che solo nel confronto delle personalità  di Vitellio e Vespasiano  è favorevole al secondo: lo stoico  ha infatti un giudizio non certamente positivo  sull’uomo  e sul dux, rilevato come ambizioso, come vecchio opportunista,  ma vile di animo, fin da giovane,  per non avere  avuto  coraggio  di fronte a Caligola, a  Claudio e  specie a Nerone e  per essere vissuto nel  compromesso,  come fallito nelle proprie aspirazioni!

La sua preferenza tra i due imperatores è solo per la migliore apparente figura morale di Vespasiano,  messo a confronto  con un  mostro di corruzione come Vitellio!

Eufrate  coglie esattamente il carattere  senile di Vespasiano  che sfrutta il momento fortunato, ma ne mostra  la pochezza di animo, tipica   di  suddito  che nel periodo giulio-claudio   giustifica la propria condotta  dando la colpa alla   fortuna   o al timore di competitori superiori.

Da qui l’aperta accusa di viltà – seppure mitigata da una  forma di moderazione – perché ha temuto Nerone, l’uomo più vile ed inetto di tutti.

La sua requisitoria è feroce contro Vespasiano: il tentativo che osò Vindice contro di lui, per Eracle, spettava a te  più che a  chiunque altro. Avevi infatti un esercito, le forze che conducevi contro i giudei erano più adatte a sconfiggere Nerone.

Il suo è anche un attacco contro il  genos giudaico, già considerato gens taeterrima!

Quelli da gran tempo erano in rivolta non solo contro il popolo romano ma contro l’intero genere umano. Un popolo, che ha scelto l’isolamento  totale, che non divide con il resto dell’umanità né la mensa né le libagioni, né le preghiere, né i sacrifici, è più distante da noi che da  Susa e Battra o gli Indiani  che vivono al di là di questi paesi!.

Giudica perfino negativamente la  azione di Vespasiano  antigiudaica: non aveva senso alcuno punire la loro rivolta, anzi era meglio non annetterli neppure!.

Aggiunge  che  tutti  gli uomini avrebbero voluto uccidere Nerone con le proprie mani  perché beveva il sangue degli uomini e cantava in mezzo alle stragi e afferma che lui tendendo le orecchie alle  sue imprese giudaiche rifletteva  quando gli dicevano che avevi ucciso 30.000 giudei in una battaglia e  50.000 in un ‘altra: cosa fa quest’uomo?. non c’è qualcosa di più importante?

Professore, sembra  che Eufrate  non consideri affatto una grande azione l’aver sconfitto gli ebrei che, d’altra parte, sono  una stirpe non integrata nel Kosmos romano ellenistico e ritiene   inutile  la stessa annessione.

Certo Marco. Devi, però,  considerare che i fatti storicamente  sono lontani e che Filostrato conosce  anche l’ annientamento del popolo giudaico ad opera di Adriano.

Comunque,  alla fine, attenuando la sua requisitoria, Eufrate dice: ben  hai  identificato in Vitellio  una copia di Nerone e muovi contro di lui;  fa quello che hai deciso  poiché è un’azione meritoria,  ma il  seguito deve essere questo.

Questo, Marco, è subito detto con franchezza:  i romani prediligono il regime democratico  ed hanno acquistato gran parte del loro potere   quando erano una repubblica. Metti fine  alla monarchia di cui hai detto tali cose. Rendi ai romani il governo del popolo  e a te la gloria  di aver iniziato  per loro un tempo di libertà….

Quindi, Eufrate,  indicata la preferenza dei romani, esorta Vespasiano a ridare la forma repubblicana  e con due imperativi  chiede, se vuole avere la gloria di essere i primo a ripristinare il sistema, di mettere fine alla monarchia degradata e  di rendere al popolo la libertà.

Apollonio nel frattempo che fa, nel corso della critica  di Eufrate?

Niente.  Sembra guardare Dione e lo  invita a dire il parere, sicuro di avere un qualche suo consenso, conscio della moderazione del sofista, che sa barcamenarsi davanti al potere  con la retorica, anche  se nota una certa adesione al pensiero dello stoico.

Infatti Dione, presa la parola,  sintetizza il suo pensiero politico e monarchico  in relazione alla sua opera, già nota,  essendo sostanzialmente  concorde  con Eufrate, anche se  ha qualche  frase di dissenso.

Insomma  Dione ragiona secondo un opportunismo politico  in quanto è cosciente che  Vespasiano è ormai il signore di Roma e nel contesto retorico alessandrino fa il suo trattato monarchico  su una base,comunque, di critica stoica.

Così  infatti esordisce: anch’io avrei suggerito  che era molto meglio  deporre Nerone,  anziché soggiogare i Giudei: tu invece davi l’impressione di adoperarti perché  mettendo rimedio ai guai della sua situazione se ne rinforzava il potere su tutte le vittime del malgoverno.

Sull’impresa contro Vitellio dice: approvo.. e giudico merito più grande  impedire il sorgere della tirannide che porre fine ad una già affermata…

E poi afferma: la democrazia mi piace; e invero questo regime è inferiore all’aristocrazia, ma per i sapienti è di gran lunga preferibile alle tirannidi e alle oligarchie.

Dione aggiunge: temo che  questa serie di tiranni abbia ormai corrotto i romani  al punto di rendere difficile  il mutamento e che essi non sappiano più essere liberi né sollevare lo sguardo alla democrazia al pari di coloro che dall’oscurità mirano verso la luce viva.

Perciò concorda con Eufrate  e dice che Vitellio deve essere cacciato dal potere e quanto prima,e che Vespasiano avrà la meglio facilmente in caso di guerra  e  dopo la vittoria  dovrà affidare  ai romani la scelta della loro costituzione e se dovessero scegliere la democrazia, il retore, deciso, dice: concedila!

Allora per il retore questa concessione darà più gloria  di molte tirannidi e di molte vittorie olimpiche tanto da avere dappertutto statue  di bronzo ed encomi quali non ebbero  Armodio ed Aristogitone ( i due tirannicidi di Ipparco!).

Questa è la sua conclusione: se dovessero preferire la monarchia a chi altro se  non a te tutti decreteranno il regno? A te più che ad un altro daranno ciò che già avevi.

I due consiglieri hanno dato nel complesso lo stesso  consiglio: dopo la vittoria  bisogna dare la possibilità di votare al popolo, che è il vero  padrone politico e giudice,  secondo l’etica  platonico-stoica!

Certo, Marco,  i due hanno inteso la loro funzione di consiglieri e il termine consiglio come se fossero in un sistema democratico e come se  si trovassero in un senato precesariano e non davanti ad un uomo che, avendo  già vinto,  ha il plauso militare e popolare, vuole sentire pareri ma cerca solo applausi  e fa la sceneggiata per avere ulteriore consenso.

Infatti  il loro pensiero è   quello della  vecchia theoria politica -specie quello di Eufrate- mentre il consilium  di Apollonio  è quello di una praxis politica.

I due teorizzano senza tener presente  l’effettiva situazione del  dicembre del 69, che è già in risoluzione,   secondo le leggi del militarismo, applicate da un nikeths/vincitore: la  loro via non è percorribile  come già dimostrato nel dopo Caligola quando Senzio Saturnino ed altri proclamano il ritorno alla repubblica ed inneggiano alla libertà democratica!. La ventilata costituzione repubblica dura neanche un giorno e crolla al momento dell’ acclamazione militare pretoriana di Claudio imperator, favorita anche dalle milizie giudaiche presenti  col re Agrippa I,  civis iulius, di rango pretorio.

Apollonio, invece,  che conosce  storia e  i fatti del presente e vede, da profeta, il futuro (non la cacciata dei Filosofi del 71!) ha un quadro più chiaro della situazione e  sa orientare dando consiglio in nome dell’utile comunitario, ingannato, comunque, dalla struttura fisica massiccia e dal collo taurino di flavi, capace di mascherare l’estrema determinazione al potere con la bonomia dell’aspetto.

Egli, perciò,  dissente dagli amici, -che non comprendono l’uomo, il duce, il padre, e neanche i  fedeli partigiani – vedendo in Vespasiano  l’eletto da Dio,  che si sente investito dal numen  e che crede in un destino radioso per lui e per la sua famiglia.

Senti, Marco,  come il tianeo entri  in empatia con Vespasiano, rimasto sconcertato davanti al consilium  di Eufrate  e di Dione, come se lui imperatore dovesse essere distolto dalla sua risoluzione proprio lui, che è tale ormai di nome e di fatto.

Il suo inizio è questo:  a me pare che siate in errore proponendo di voler sopprimere la monarchia  quando ormai le cose sono decise;   vi compiacete in chiacchiere puerili ed inadeguate alle circostanze.

Il tianeo fa un punto situazionale,  reale, immedesimandosi in Vespasiano-  già vincitore contro Vitellio, che ha un esercito a lui fedele e ha figli  indocili, come Domiziano, che si attendono di ereditare  l‘oikos paterno, il regno conquistato anche con il loro sacrificio e benefattore  dell’umanità- ed afferma che  il discorso di Eufrate e  di Dione potrebbe aver successo perché le sentenze dei filosofi  hanno effetto sugli ascoltatori, che sono dediti alla filosofia, ma in situazione reale contingente  diverso deve essere il consiglio, che è pratica non morale.

Così, infatti, sentenzia Apollonio, secondo Filostrato (ibidem35): se fossi io ad avere il potere che detiene questo uomo, e vi chiedessi in quale modo  fare del bene all’umanità e voi mi deste un tale vostro consiglio potrebbe aver successo.

 ll tianeo, poi, passa  dal piano privato a quello di un uomo pubblico ed afferma che essi  consigliano un magistrato , un console, un  uomo avvezzo a comandare,  sul quale incombe la morte  una volta che deponga il suo potere.

Apollonio da questa angolazione concreta politica, invita a non biasimare  se il console  non respinge i favori della sorte e li accetta quando vengono e chiede consiglio  sul modo di usare secondo saggezza ciò che possiede.

Calzante ed efficace è l’esempio dell’atleta: come se noi,  vedendo un atleta dall’animo gagliardo, di alta statura  e fisico possente,  che avanza verso Olimpia percorrendo l’Arcadia, ci presentassimo a lui per incitarlo contro i suoi avversari, ma  gli suggerissimo, una volta che abbia vinto le olimpiadi, di non lasciarsi proclamare vincitore né di porsi in capo la corona di oleastrodaremmo l’impressione di parlare a vanvera e di prenderci beffe delle fatiche altrui.

E poi  attualizza e concretizza il suo pensiero   facendo una considerazione parallela:  così considerando l’uomo che ci sta di fronte, le forze  di cui dispone e le bronzee armature che rifulgono nel suo esercito e la cavalleria che lo segue, e la sua stessa nobiltà e saggezza ed attitudine a  realizzare i  suoi propositi, accompagniamolo  nell’impresa a cui si è accinto con parole ben augurali e con garanzie più propizie di quelle che avete espresso.

Ed per concludere aggiunge  al fine di chiarire la situazione familiare del dux : voi non avete considerato che egli è padre di due figli già condottieri di eserciti.   Se non dovesse  trasmettere loro l’impero  diventerebbero i suoi più accaniti nemici  e cosa altro gli rimarrà allora se non la prospettiva di entrare in guerra con la propria famiglia?Accettando l’impero invece…sarà onorato da loro e si sosterrà su di loro ed essi a loro volta  su di lui, Saranno  le sue guardie del corpo, per Zeus,  non gente assoldata né costretta a forza  che simula lealtà solo sul volt , ma gli uomini  più affezionati a lui e cari.

Ed infine conclude il suo pensiero in modo personale: a me non importa  di alcuna forma di governo poiché vivo agli ordini degli dei, ma non voglio che l’umano gregge  perisca per mancanza di un pastore  giusto e saggio -Cfr.  A. Filipponi, Il politico o Giuseppe- : un solo uomo eminente per virtù trasforma la democrazia  nel governo del  migliore e così il potere del singolo, quando  sia in tutto rivolto verso l’utile comune, è governo popolare.

Apollonio  circa l’accusa di Viltà, rivolta a Vespasiano afferma che anche essi possono essere così definiti ed anche lui  che, però, in effetti ha sobillato Vindice- suicida, dopo il fallimento della sollevazione militare-  ed ha contrastato Ofonio Tigellino  e così conchiude: non pretenderò con questo  di aver abbattuto il tiranno né accuserà voi di debolezza riguardo all’ideale del filosofo  perché non aveva fatto nulla di simile.  L’uomo amante della sapienza  deve dire ciò che gli sta in mente , ma deve prestare attenzione a non parlare come uno stolto o un invasato.

Poi,  riprendendo il discorso dell’uomo politico, di un console che si propone di  abbattere il tiranno  in primo luogo deve disporre di piani precisi , onde iniziare di sorpresa l’azione  ed inoltre deve aver una motivazione atta ad evitare ogni accusa di spergiuro-  per scusare l’imperatore di non aver complottato contro Nerone- aggiunge: Se infatti vuole portare le armi contro l’uomo che gli ha dato il comando di un esercito, a cui  ha giurato di prestare il consiglio e l’azione nel modo migliore, occorre in primo luogo che si giudichi di fronte agli dei  dimostrando che, secondo giustizia,  viola il giuramento. Inoltre ha bisogno di molti amici  poiché a tali imprese  non si muove senza  ripari e fortificazioni e di grandissime ricchezze,  onde conquistare a sé  i potenti, per di più levandosi contro l’uomo che possiede tutto  quanto esiste sulla terra.

La sua conclusione definitiva è la seguente ed è basata  sulla differenza di ruoli tra un sapiente come loro e un  politico come Vespasiano: prendete come volete queste mie parole: non mettiamoci  a giudicare ciò che quest’uomo ha progettato, a quanto pare,  e la fortuna  gli ha  accordato prima che scendesse in lotta.

Perciò ribadisce la sua solidarietà all’imperatore e contrarietà ai suoi amici :  L’uomo che ieri regnava incoronato dalle città  nei templi  di questo paese , che mirabilmente  ed imparzialmente regge  lo stato secondo voi  oggi dovrebbe annunciare pubblicamente  che per il futuro  si ritirerà a vita privata e che ha preso il potere in un momento di follia? Portando a termine il suo progetto  avrà come fedelissima scorta  coloro in cui confidava quando lo concepì ,ma altrettanto rinunciando ad esso  troverà in loro l’ostilità di chi ha perduto ogni fiducia.

Qual è il comportamento di Vespasiano nel corso del discorso di Apollonio?

L’imperatore è molto soddisfatto perché vede che il tianeo era come uno che abitava la sua mente  e felicemente esprimeva il suo pensiero. 

Ed  afferma: io ti seguo perché quanto viene da te ritengo ispirato dalla divinità; dunque, insegnami ciò che deve fare il buon sovrano.

Professore, ora Vespasiano chiede forse ad un uomo divino, ispirato da dio, come deve comportarsi un buon sovrano e quindi  chiede un paradigma operativo concreto  per avere un modello nuovo di  Basileus,  di nomos empsuchos  secondo una connotazione culturale ellenistica  pitagorico-platonico stoica, basata sull ‘agathos in quanto chrestos?

La risposta di Apollonio è netta e non lascia spazio ad una lettura filosofica, ma autorizza solo un rapporto tra sovranità  umana e bontà divina, lasciando intuire l’impossibilità di tradurre l’ineffabilità divina perfino con la funzione imperiale,  secondo tutta la precettistica del III  secolo a.C, propria dell‘Inno a Zeus  di Callimaco.

Apollonio afferma che gli è chiesta cosa che non si può insegnare: la regalità è la cosa più grande che esista tra gli uomini, ma non si insegna!.

Comunque,  subito dopo, comincia a  dare  con un’impostazione  prescrittiva, un  eptalogo  sul  retto agire di buon re dopo aver affermato: ti esporrò tutto ciò che  a mio parere  devi fare per agire rettamente.

Me lo può indicare, professore?

1. Considera  ricchezza non i tesori che si usa riporre -sono sabbia- né il denaro che ti proviene da uomini che piangono sulle tasse- è oro falso e nero quello che viene dalle lacrime-. Userai delle tue ricchezze soccorrendo i bisognosi ed assicurando il possesso  dei propri beni ai ricchi.

2. Trema  di fronte al potere assoluto, di cui disponi, perché così ne farai un uso più moderato.

3. Non recidere -essendo ingiusta  la sentenza di Aristotele- le spighe più alte ed eminenti, elimina piuttosto il malvolere come il loglio dal grano.

4.Da chi cospira fatti temere non  perché punisci ma perché punirai.

5. La legge… regni pure su di te:  sarai più saggio legislatore, se non trasgredisci le leggi esistenti .

6 Onora gli dei più di quanto hai fatto finora: hai ricevuto da loro grandi favori e grandi favori invochi  nelle tue preghiere.

7.Tratta da re gli affari attinenti all’impero, ma da privato le cose del corpo.

Poi Il tianeo  tratta di precetti generali, dopo aver mostrato il dovere di  educare i figli – ne hai due  giudicati valenti!- mediante  l’  esercizio della propria autorità di pater familias  fino a minacciarli  di non lasciare loro l’impero  se non continueranno ad essere buoni ed onesti inculcando loro che l’impero non spetta di diritto come eredità, ma come premio della virtù.

Aggiunge,in questa precettistica, che  non c’è bisogno di dare consigli   a proposito del gioco,  del vino,  dell’amore  e della rinuncia di questi vizi, considerata la  moderata predisposizione personale.

Fa poi un punto situazionale sui piaceri che in Roma hanno cittadinanza che sono molti e vanno eliminati ed infine tratta  delle difficoltà di ridurre un popolo  a completa saggezza  occorrendo introdurre poco a poco  misura negli animi, ora correggendoli  scopertamente, ora  senza farsi notare.

In conclusione, colpisce la piaga del lusso e dell’insolenza  dei liberti e degli schiavi– la burocrazia congenita con lo stato-.

Filostrato usa il noi e il congiuntivo esortativo per indicare la  necessità di un’unitarietà di azione da fare dall’imperatore, dal senato e dalla famiglia e dai singoli  cives: mettiamo termine al lusso e all’insolenza dei liberti e dei servi ….avvezzandoli a pensieri tanto più umili, quanto più potente è il loro padrone.

Apollonio chiude il suo discorso col ricordo  personale- nel periodo in cui viveva nel Peloponneso – di un governatore della Grecia che reggeva la provincia senza sapere il greco, mentre i greci non comprendevano alcunché di quanto diceva.

Il risultato di tale prefettura fu: (il governatore) per lo più ingannava ed era ingannato; gli assessori e i membri del suo tribunale  facevano mercato delle sue sentenze abusando del governatore  come se fosse uno schiavo.

Di conseguenza fa la critica dei governatori per sorteggio  e dice : io sostengo che si debba mandare soltanto chi conviene  al paese toccatogli per sorte, per quanto lo consenta il sistema. Chi parla greco regga i popoli  di lingua greca, chi  parla latino  amministri i popoli che  parlano questa lingua e i loro affini.

Marco,  ora ho  finito il mio discorso su Vespasiano e il regno, ed ho fatto l’ esame  questa volta, non secondo Giuseppe Flavio, ma secondo Filostrato.

Grazie, professore. Io ho ancora, però,  qualche curiosità.

Chiedo come Apollonio si comporti poi con  gli amici e come Vespasiano si  comporti con Apollonio.

Secondo Filostrato, Apollonio, già adirato con Eufrate  prima della controversia circa il principato, si distacca sempre più dall’amico, che  arriva perfino ad alzare il bastone contro, anche  se placa la sua ira;  alla fine del regno di Domiziano  ci sono ancora tra loro  screzi e polemiche , utili ai fini dell’accusa contro il tianeo.

Con Dione la riappacificazione avviene tramite Vespasiano che, convinto dalle parole del sofista, ottiene di farli conversare di nuovo fra loro  e li premia entrambi. Con Demetrio  il rapporto rimane sempre stretto ed anche durante l’accusa e il processo  di fronte a  Domiziano.

Apollonio  (e gli altri ) e Vespasiano si lasciano molto cordialmente per  tra abbracci e doni: l’uno va  tra i Ginni di Africa e l’altro a Roma  Dopo la separazione  Filostrato  informa: né si incontrò più con lui ..sebbene l’imperatore lo invitasse e gli scrivesse ripetutamente a tale proposito.

Lo scrittore allora  parla delle ragioni per  cui  il tianeo  interrompe la comunicazione con l’imperatore.

La ragione è la Grecia, per Filostrato: Nerone aveva restituito la libertà alla Grecia con un atto di saggezza a lui insolito: le città erano così tornate  alle loro tradizioni doriche ed attiche  e tutto rifioriva grazie alla concordia. Ma Vespasiano, quando vi giunse (dall’Egitto!), annullò tutti questi provvedimenti con il pretesto delle rivolte  e di altri fatti. che non giustificano certo tanta ostilità.

Subito Apollonio gli scrisse tre lettere, una dietro l’altra:

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Hai asservito la Grecia e, a quanto si dice, ritieni di aver più potere di Serse: non ti accorgi di averne meno  di Nerone: Nerone,infatti, lo aveva e vi rinunciò. Sta bene.

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Se sei tanto ostile ai greci  da asservirli  togliendo  loro la libertà, che bisogno hai della mia compagnia? Sta bene.

Apollonio saluta Vespasiano imperator. Nerone per gioco liberò i greci, ma tu li  hai sul serio  ridotti in schiavitù. Sta bene.

Vespasiano non è, dunque, quello visto e considerato da Apollonio  ad Alessandria, se  subito dopo, Apollonio stesso rompe l’amicizia, si astiene dal collaborare e non vuole più incontrarlo?

Certo. Marco. Apollonio  vede oltre il presente, ma non  con la stessa intensità,  ora  dopo sei mesi, vede altro come la cacciata dei filosofi ne 71 e può  meglio comparare  il regno dei giulio-claudi con quello completo dei Flavi.

Professore, può davvero Apollonio vedere tanto ?!

Non lo so, Marco.

Potrebbe, comunque! Le sue doti sono di un anhr theios.

Niceta e il Te deum

 

A Niceta Cosi, mio caro consuocero, con grande affetto

 

 

Vieni dalla Terra, Vieni in Cielo, Vieni (Vita di Apollonio di Tyana, VIII, 30)

Chi è Niceta di Remesiana?

Non credo che tu lo conosca,  Marco. Te ne voglio parlare perché è un dardano,  di cultura  latina,  cattolico, un compositore di inni religiosi, un cristiano moderato.

Conosco i troiani come dardani: mi dica dove si trova la Dardania ?

La Dardania faceva parte della Mesia (in quanto  è zona balcanica posta tra Kosovo Albania e Macedonia)  poi con Diocleziano  diventa regione  dell’Illirico.

Una delle città di maggior rilievo è Naisso (Nis in Serbia), luogo dove  Claudio II, il gotico, annienta i Goti nel 268,  e dove nasce a Costanzo Cloro,  nel 274,  il figlio Costantino da Elena.

Perché mi vuole parlare di Niceta di Remesiana ?

Per molti  motivi, che restringo a tre: 1. per dimostrare che il Te deum è opera sua e non di Ambrogio; 2. per mostrare le tecniche dell’innografia nel IV secolo  in una zona  contesa  tra pars orientale e pars occidentale, diventata di lingua latina; 3. per evidenziare come l’innodia non sia sola una pratica privata ma pubblica, usata per la liturgia, specifica per la celebrazione dei martiri, di cui si riscoprono le ossa, all’atto della tumulazione o della consacrazione delle reliquie, cfr. Ambrogio, grates tibi, Iesu,novas per il ritrovamento dei resti di Gervasio e Protasio ( S. Ambrogio Inni, Fabbri editori  a cura di A. Bonato,1997).

Si è, dunque, in un clima teodosiano di affermazione del cristianesimo triumphans e della ricerca dei martiri cristiani per la consacrazione degli altari! Bene. Mi dica ora chi è Niceta?

E’ un civis romanus  di rilievo (335 -414) che ritiene che con l’innografia si possa  migliorare il credo cattolico – i cristiani del IV e V secolo si servono degli inni per la liturgia, ma vanno cercando forme e formule nuove innodiche, adattate  al ritmo, incuranti della prosodia,e della metrica  in un libero rimaneggiamento dei salmi e dei cantici  dell’Antico Testamento, in una ripresa degli spunti innografici del Nuovo testamento collegati col Magnificat/Megalunei  cfr Luca 1,46-55 di Maria, che esalta rendendo grande in cuor suo il Signore-in un servitium dei comunitario e privato.

E’ Niceta un uomo, provincialis, moderato nei confronti di pagani ed ebrei e   di ariani: conosce anche  Anicio Paolino, di Nola (355-431) -figlio del governatore di Aquitania, governatore anche lui per  acclamazione popolare  in Spagna,-  e sua moglie Therasia, il loro sistema di vita cenobitico-  Cfr.  Gens Anicia – e  ha  relazioni con Damaso e  Gerolamo,  con Ambrogio ed Agostino e perciò dovrebbe aver una carica ecclesiale.

Non è, dunque, uno sconosciuto cantore di inni, barbarico, anche se dimenticato da  Girolamo in  De viris illustribus?.

No . Sembra  perfino conoscere lo spagnolo Aquilino Giovenco, lodato anche da  Girolamo( vita 84) come capace di tradurre alla lettera i vangeli, anche se abbelliti dal suo estro poetico,  data la sua abilità nell’usare l’esametro e considerata  la ricerca dell’effetto retorico e  della facile esemplificazione dei detti, scritti per l’edificazione morale dei credenti.  

Niceta  dovrebbe essere, invece,  considerato come iniziatore dell’innodia  o come uno che è stato capace di innestare sugli inni omerici  l’inno cristiano, in  lingua latina,  in una zona connessa anche  ai luoghi  di un’area  pagana o  ariana.

Niceta appare già lontano dalla forma dei primi cristiani che seguono il principio paolino (Colossesi, 3,16) in quanto   ancora legati ai salmi ebraici,  rimasti  nella stessa concezione del dio giudaico da amare e temere,  proprio della scuola alessandrina che si è distinta col Protreptico   e col  Pedagogo di Clemente Alessandrino,  che ha una coscienza innica  lirica del canto secondo una linea  dossologica ed eucologica.

Sembra che Niceta  si distacchi dalla musica  sinagogale, comunque,    e mostri un legame con quella pagana  cfr E. Wellesz, la musica cristiana nei primi secoli dell’età volgare in Musica medievale fino al  Trecento  Milano 1963.

Il poeta,  insomma,  innova l’inno sacro  secondo una doppia lettura del termine,  mettendo insieme  Canto  ebraico e quello pagano, già fuso con l’innografia greco-ellenistica con l’inno latino- Carmen saeculare oraziano – a voci alternate, con chiusura corale  cfr .C. Magazzù, Dieci anni di studi di Paolino di Nola ( 1977-87) in Bollettino di studi latini 1988.

D’altra parte il termine umnos deriva da una doppia radice  quella di  umneoo/ canto  e quella   di uphainoo /tesso un canto,   da cui uphh tessuto: l’inno cristiano, quindi, risulta  un canto, tessuto, come una tela,   per un eroe (o  per un dio)  che viene celebrato  in ricorrenze del genetliaco o della morte, specie per i martures. 

Sembra che ambedue le derivazioni attestino  un preciso atto di religiosità e  un momento liturgico, misto di intreccio di canto e di tecnica aedica, accompagnato dal suono della cetra, che sottende una composizione tramata, fatta al telaio, da artisti professionisti, che sfruttando la coralità popolare del choros e  la voce di un solista , sanno servirsi della strofe e dell’antistrofe e di una chiusura corale.

Professore, mi vuole dire, cioè, che  nel IV secolo già l’innodia cristiana funziona perfettamente in quanto  si conoscono gli effetti retorico- ritmici dell’ anafora e dell’ anadiplosi,   del chiasmo  e del sistema del parallelismo  simmetrico, del poliptoto,  tipico dell’innografia greco -ellenistica e di quella pagano-latina?

Marco,  l’inno in quanto ha l’incipit tipico di una invocazione  con gli attributi del dio o eroe cantato, è già  nell’innografia pagana (negli inni omerici e in quelli di Callimaco –Artemin …umneomen, thi tocsa lagooboliai  te melontai … cantiamo Artemide a cui sono cari l’arco e la caccia delle lepri  . cfr  Callimaco, Umnoi III) e in quella cristiana con lo stesso Padre nostro/ Pater hmoon, o en tois ouranois  di Matteo, che, seguendo  i salmi- che sono tehillim Lodi/inni– sfrutta l’anafora di sou (agiastheto to onoma sou, eltheto h basileia sou/ genetheto to thelema sou ).

Ricorda, Marco,  che si è nell’area sacra, templare, e all’atto di una professione di fede,  nella preghiera/euchh di salvezza  dell’uomo creatura al Dio Creatore,  secondo due  direttive quella della l’esaltazione del nome di Dio e quella  del suo timore!.

I cristiani, avendo avuto esempi dalle sinagoghe ebraiche in cui inizialmente pregano, poi, staccandosene riprendono il testo del vangelo greco  di Luca con traduzione latina  col Magnificat  con  Benedictus, col  Gloria e Nunc dimittis , Alleluia ed altri  connessi con Paolo in lingua latina (Efesini 5, 16.9 ), ed iniziano- non si sa esattamente in quale sede – a cantare  e a salmodiare servendosi dell’accompagnamento musicale della  cetra.

Professore, da quanto dice c’è, dunque, un fenomeno innodico greco ed uno latino   e quindi  è propenso a credere che ciò sia tipico del periodo postdioclezianeo in una volontà di ringraziamento per la fine della persecuzione e l’avvento di una nuova era .

Certo, Marco  la salmodia greca  e l’innografia ellenica precedono le corrispettive forme  latine, che sono successive alla Tetrarchia, costituita da Diocleziano, che con la sua feroce persecuzione sembra annientare il primo cristianesimo, che, invece, torna a vivere, come risuscitando,  grazie al sangue dei suoi martiri, ora celebrati, con la nikh/vittoria  di Costantino.

Quando effettivamente  il canto latino, dunque, ha una sua fisionomia,  una forma propria  nella liturgia cristiana occidentale, divenendo una pratica di devozione non solo privata ma anche pubblica?

Per alcuni ( G, Del Ton, Gli inni di S, Ambrogio, Como 1940  e  J. Fontaine, Naissance de la poésie dans l’Occident Chretien. Esquisse d’une histoire de la poesie chretienne latine du III au VI siècle, Paris  1981) solo dopo Vittorino di Petovio  (250-304)  e specie dopo Ilario di Poitiers (310 -367) esiste  nell’inno  un pensiero teologico  cristiano, con un clero organizzato che  officia  pubblicamente e fa liturgie in Occidente secondo la regole  di Ireneo di Lione , entro cui si configura e si  struttura  la innografia latina.

Infatti dopo l’esilio in Oriente di Ilario, in mezzo agli ariani, ci sono prove  reali di innografia  in cui  c’è un  reale servitium fidei, che si esprime con inni e canti, cantori ed artisti,  in quanto il santo  è convinto nel  Trattato sui Salmi che qualunque cosa si legga nei salmi si riferisca a Christos e prefiguri significatamente  la sua venuta, la passione, il suo regno, adombrando anche  il mistero  del suo corpo/Chiesa.

Tutto questo diventa espressione di una  testimonianza  sicura e  chiara in Atanasio  (Vita di Antonio)- dove si legge che i monaci di Nitria usano cantare  i capisaldi della loro fede con salmi ed inni– che nel suo esilio in Occidente diffonde il sistema innodico greco nell’organizzazione sistemica ecclesiale, già propria del patriarcato alessandrino.

Il Te deum di Niceta diventa  così  un esemplare canto liturgico occidentale ben fuso con quello atanasiano,  in quanto attualizza il credo  atanasiano e la sua innografia  nel  contesto dardanico di confine tra le due partes dove le paure dell’ avvento del demonio, che si incarna  nei visigoti invasori, sono maggiormente sentite.

Da qui la preghiera-ringraziamento  a Dio  che si degni di  assistere la chiesa riunita in canti nella prova e di liberarla dalle forze demoniache.

Professore, io non conosco il testo del Te deum, me lo  può dire, visto che lei lo sa a memoria, da quando era chierichetto, e che lo ha cantato molte volte nei  cinque/ sei anni  negli anni cinquanta.

Subito, Marco! Ecco il Testo con semplicissima ed elementare traduzione e commento:

Te deum laudamus/ Te dio lodiamo

te dominum confitemur /Te dio confessiamo

te aeternum patrem omnis terra veneratur/ Te eterno padre tutta la terra venera

Nota la ripetizione di te  in sede princeps, che è tipica come anafora di se greco sia pagana che cristiana, in un’epoca monarchiana, di un dio uno,  signore e padre eterno come Zeus,  e sembra connessa con lo shemà israel, Adonai eloenu, Adonai echad.  Rileva che il  duplice te -anadiplosi- ha come soggetto noi, mentre il successivo te ha come soggetto omnis terra per evidenziare il concerto universale terreno alla lode del Signore, cantata dagli uomini.

Tibi omnes angeli /A te tutti gli angeli

tibi caeli et universae  potestates/ A te anche  tutte le potestà del cielo

tibi cherubim et seraphim incessabili voce proclamant: A te i cherubini  e i serafini cantano, standoti davanti,  con voce incessante

Il tibi anaforico simile a soi  è probabilmente antico  ed è ancora ebraico e rimanda ad un periodo in cui ci sono le connessioni con la sinagoga,  che inneggia a Dio, celebrato non solo in terra ma anche nei cieli  da tutte le gerarchie angeliche con voce incessante (cfr. Ezechiele e Matteo incipit  del padre  nostro con la benedizione del nome divino).

Sanctus sanctus  sanctus /Santo santo santo

Dominus deus sabaoth /Il  signore dio degli eserciti.

Anche il sanctus è  in relazione al trisagion, ma nell’Illirico ha ora una nuova funzione celebrativa,  connessa con la esaltazione divina di Costantino non più glischros viscido come  un verme trachala -epitome De Caesaribus 41,16- ma anhr theios, favorito dal dominus deus sebaoth, ora tredicesimo apostolo, dopo Nicea, ministro di un Dio militaristico, sempre nikeths Vincitore/ Sol invictus, Neos Theos .

Pleni sunt caeli et terra maiestati gloriae tuae/ I cieli e la terra sono pieni della maestà della tua gloria 

La visione del cielo e della terra pieni della maestà della divina gloria è il compendio del canto angelico, che esprime anche la manifestazione di Dio in ogni luogo terreno con la sottesa presenza  (Shekinah).

Te  gloriosus apostolorum  chorus/ Te il glorioso coro degli apostoli

Te prophetárum  laudábilis númerus/Te il numero lodevole dei profeti

 Te mártyrum candidátus  laudat exércitust/ Te il bianco esercito dei martiri loda. 

Te per orbem terrárum / Te per il mondo

sancta confitétur Ecclésia,/ la santa chiesa confessa 

Patrem imménsæ maiestátis; /come padre di immensa maestà

venerándum tuum verum  et únicum Fílium; come unico e tuo vero venerabile figlio 

Sanctum quoque Paráclitum Spíritum/ come anche santo paraclito spirito . 
Qui l’anafora (triplice ripetizione) di te  è usata prima per indicare  che il coro glorioso degli Apostoli e il numero lodevole dei Profeti  e  il bianco esercito  dei martiri che  lodano Dio, a cui viene aggiunto un altro te il cui soggetto è la santa chiesa,  che confessa per tutto il mondo romano  unificato da  Costantino  il Dio uno  e trino ( le persone-ipostaseis  sono viste nella potestà immensa del Padre, del venerabile  unico e vero  figlio  e dello spirito Santo Paraclito).

Marco, nota l’uso di Paraclito (paraklhtos ad -vocatus, chiamato vicino) ancora considerato protettore  come Upostasis  di Spirito  Santo inviato solo dal Padre!.

E’ un’affermazione della diffusione cristiana cattolica nel mondo di epoca teodosiana dopo il concilio Costantinopolitano del 381, secondo le formulazioni tipiche di Gregorio di Nazianzo, poi subito enunciate con un incipit  di strofa di Tu ripetuto per cinque volte con funzioni, però, diverse.

Tu rex glóriæ,  Christe. Tu,o Cristo, sei il re della gloria
Tu Patris  sempitérnus es Filius./ Tu sei il figlio sempiterno del Padre  

Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem,  Tu destinato a prendere il compito di liberare l’uomo

non horruísti Virginis úterum/ non hai avuto orrore dell’utero della Vergine. 

Tu, devícto mortis acúleo, / Tu  dopo aver v
into la spina della morte 
aperuísti credéntibus regna cælórum./hai aperto ai credenti i regni dei cieli

Tu ad déxteram Dei sedes,  in glória Patris/Tu siedi alla destra di Dio nella gloria del padre
Iudex créderis  esse ventúrus./ Tu  sei creduto destinato a tornare come giudice 

Se prima c’è la ripetizione quadruplice di Te ora la ripetizione con poliptoto di tu è quintupla  sul Christos Kurios  come re di gloria, come  figlio dl padre sempiterno, come dio venuto a liberare l’uomo, che non ha avuto timore e vergogna di entrare nell’utero di una vergine- si  sta preparando il clima che partorirà la definizione della theotochos ad Efeso 431!-   come chi ha aperto  il regno dei cieli dopo aver  vinto l’orrore della morte, come dio che siede alla destra del padre nella sua gloria in quanto creduto  giudice degno di venire  a giudicare i vivi e i morti alla fine dei tempi.

Insomma Marco, qui c’è tutta la formulazione del Credo  costantinopolitano di Gregorio di Nazianzo cfr. Amici cristiani perché  diciamo Credo?

Te ergo, quæsumus; tuis fámulis súbveni,/ Te,dunque preghiamo cantando; soccorri i tuoi servi, 

quos pretióso sánguine redemísti/ che hai redento col tuo prezioso sangue
ætérna fac cum sanctis tuis in glória numerári /e fa in modo che siamo iscritti nel numero dei tuoi santi nella eterna gloria.

Rileva, Marco, l’uso isolato  di te che è connesso idealmente in modo riassuntivo con il precedente pensiero e che è collegato con benedicimus te (tibi) , dopo altre quattro invocazioni.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine/ salva il tuo popolo, o signore,
et bénedic hereditáti tuæ/ benedici la tua eredità.  
Et rege eos,  et extólle illos usque in ætérnum/reggili ed innalzali in eterno . 
Per síngulos dies benedícimus te;/ Te benediciamo ogni giorno
et laudámus nomen tuum in sæculum /Lodiamo il tuo nome nei secoli ,  

et in sæculum sæculi/ nei secoli di secoli.

Dignáre, Dómine, die isto/ degnati o signore oggi   
sine peccáto nos custodíre / di custodire noi senza peccato
.

Il nucleo della richiesta  è  dignare, domine, die isto   Degnati imperativo di dignor, o signore, oggi, in questo giorno: si conclude la supplica   con la richiesta   di custodire noi preganti   di questa chiesa  dardanica senza peccato  con la supplica biblica  del miserere nostri in anadiplosi /Kyrie, eleison)

Miserére nostri, Dómine,  miserére nostri/ abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi.

Marco, rileva da una parte il parallelismo simmetrico  di verbo-pronome  con la ripetizione del sintagma in sede princeps  e sede extrema  e  la centralità di Domine, Kyrie-Adonai, da un’altra .

Le due ultime suppliche,  in congiuntivo esortativo, sono: sia fatta comunque, la tua misericordia intesa come volontà pietosa su di noi  perché  abbiamo sperato in te, nostra salvezza: è una conclusione oggettiva, come preghiera con supplica e ringraziamento comune.

La positio extrema di  in te,   di chiusura, sul piano di nos  plurale, di preghiera comunitaria,   autorizza a mettere in sede princeps  in te  che aumenta valore, ora,  per la ripetizione marcata,  all’istanza personale  dell’orante scrittore, espressa in prima persona sottintesa,  anche lui  pieno di speranza nel Signore  e nella sua misericordia ( poliptoto di miserere/ misericordia ) che chiede  di non essere confuso in eterno.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos/ Che sia fatta la tua misericordia su di noi 
quemádmodum sperávimus in te/e  perciò abbiamo sperato in te
In te, Dómine, sperávi:! In te ,o signore, ho sperato 

non confúndar in ætérnum /che io non sia confuso in eterno.

Dunque, professore , l’inno  ha valore comunitario e personale  ed è preghiera-ringraziamento a dio, scritto in uno specifico momento di phobos, quello del  passaggio dei goti invasori  e perciò non può essere di  Ambrogio, morto il 397.

E ‘ un inno da attribuire a Niceta , Marco: non è mia, comunque,  l’attribuzione allo scrittore dardano,  ma è vecchia di oltre un secolo  ( cfr S . Eward Burn, Niceta of Remesiana, His life  and books, Cambridge 1905).

Per me Ambrogio, tra l’altro,  è troppo velenoso con gli ebrei come si evince dall’episodio dell’incendio della  sinagoga di  Callinicum /al Raqqa sull’Eufrate: Il vescovo milanese scrive a Teodosio  di punire il governatore, che ha fatto ricostruire ai cristiani, a loro spese,  la sinagoga da loro distrutta nel 388!

Ambrogio  ha coscienza della vittoria cristiana e ne vuole godere da vincitore: non gli interessa la pacifica convivenza a differenza dell’imperatore!

Cosa avrebbe detto e  fatto davanti ad un Alarico distruttore ariano di comunità cattoliche, eletto  da Arcadio nel 398 magister militum in Illiricum, l’anno dopo la sua morte!.

Il suo odio per gli ariani è ancora più profondo di quello contro i giudei e i pagani ! E’ questa la realtà delle dioikeseis cristiane, ricche  ed ostili, ai pagani,  ai giudei e ai barbari cristiani ariani.

Professore, l’integralismo cristiano ortodosso  fa stragi in nome di Dio!

Sembrerebbe.

 

Michelangelo ed Ascanio Condivi

Michelangelo ed Ascanio Condivi

Ascanio Condivi (1525-1574) scrittore di La  Vita di Michelangelo (1475-1564).

Ascanio Condivi, nato a Ripatransone,  si trasferisce a venti anni  a Roma, sotto il pontificato di Paolo III (1534- 1549) e diventa discepolo di Michelangelo Buonarroti.

Vivendo per quasi  un ventennio accanto a Michelangelo,  impara il mestiere  di pittore e  di scultore, seguendolo anche negli spostamenti

Roma è città corrotta da secoli, ma dalla fine del Quattrocento è diventata  patria di prostitute che,  in quanto honestae, cioè educate  secondo le buone maniere, grazie alla nobiltà di famiglia o alla educazione ricevuta, sanno conversare piacevolmente,poetare,  danzare sobriamente, cantare, recitare  e stare alla pari delle dominae/signore,  rivaleggiando con loro nei salotti.

Esistono nella corte pontificia, cortigiane –   letterate,  poetesse, musiciste  pittrici di talento, che hanno al loro fianco amiche ed amici, (come Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, 1490-1547), che non disdegnano rapporti di qualsiasi genere – o vere prostitute  (come  Imperia  la divina, 1486-1512, la Venere  papale, innamorata del popolano Angelo del Bufalo e  protetta dal banchiere Agostino Chigi) che hanno ammiratori ed amanti cardinali come Iacopo Sadoleto e come Pietro Bembo  o il papa stesso, o artisti come Raffaello Sanzio (cfr.Amore e Psiche  Il trionfo di Galatea).

Lutero, venendo a Roma nel 1510,  rileva l’ immoralità della curia romana, gli illeciti commerci dei romani coi pellegrini,  la scadimento della religiosità perfino nelle messe, dette in fretta e furia, la simonia  cardinalizia.

Eppure  subito dopo i papi Medici ( Leone X e Clemente VII),  già con Papa Paolo  III  ci sono i primi segni di un riformismo  religioso – che si concluderà con  il concilio di Trento- e viene stabilita la Regola dei  Gesuiti e si ripropone l’Indice dei Libri proibiti.

Nei primi anni di pontificato di Papa Farnese, Michelangelo è a Firenze  ad eseguire ancora in obbedienza agli ordini di Clemente VII, mentre Ascanio Condivi, agli inizi, sembra turbato davanti a tanta corruzione in Roma!

L’immoralità, infatti, non cessa se, sotto  Paolo IV,  vi sono   casi di  preti, inquisiti come simoniaci e concubini,  e se il nepotismo raggiunge i vertici tanto che Pio IV  incrimina e condanna  a morte i nipoti di papa Carafa e deve subire una congiura contro la sua persona.

Papa Pio V, poi,  deve sopprimere ordini, sia maschili che femminili,  e regolare i costumi  depravati del clero,  col sostegno di  Ignazio di Loyola e di Roberto Bellarmino.

A Roma si vive in un clima di paura e di inquisizione, mentre  il vizio fiorentino  dell’omosessualità, avendo  contaminato  la corte e i ceti abbienti,   spaventa con la sifilide( il temuto morbo gallico)dell’amante .

Lo stesso Vasari  e il Tasso, infine, sono casi di coscienze turbate,  in crisi, che arrivano ad eccessi parossistici. Il  primo, uomo vicino a Michelangelo, temendo provvedimenti  a causa dello scandalo di una vita condotta con Maddalena Bacci, da cui ha  avuto due figli illegittimi,  si  sposa con  la sorella,una bambina   di undici anni,  per regolarizzare il suo stato! Il secondo, dopo palesi segni  di pazzia, muore in S. Onofrio sul Gianicolo, mentre attende di essere incoronato poeta per ordine di Clemente VIII!

In un contesto romano  così malato, Michelangelo, il grande artista, ormai settantenne,   tornato  da poco  da Firenze – dove ha ripristinato e riorganizzato il disegno della Biblioteca Laurenziana  per ordine mediceo –  lavora, avendo commissioni da Paolo IV  ed anche da Pio IV, pur dovendo ancora  completare la tomba di Giulio II   Della Rovere, per il quale aveva dipinto la Cappella Sistina.

 Ascanio segue  il maestro, che ha abbandonato la pittura e la scultura, avendo  avuto l’incarico dal papa  di sistemare architettonicamente  la facciata di Palazzo Farnese e la fabbrica della Basilica di  S. Pietro, dopo la morte di Antonio Sangallo . 

Dopo la morte di Vittoria Colonna e del suo amico Luigi Del Riccio  e del fratello,  si stringe ancora di più l’amicizia dello scultore col discepolo ripano, col qual revisiona il gruppo del Cristo con la Vergine e con Nicodemo (suo autoritratto).

Michelangelo sfrutta anche la  perizia letteraria del discepolo   nel mettere in ordine le sue poesie, già ben valutate  dal  Domenico Varchi.

In occasione  dell’ uscita di Vite dei più eccellenti pittori scultori  ed architettori da Cimabue insino ai nostri giorni di Giorgio Vasari nel 1550, Michelangelo non apprezza la  descrizione di alcuni episodi    della sua biografia, considerati inesatti a causa  dei  maneggi dei  nipoti di Giulio II e  della polemica sulla Tomba del papa, in relazione alla  doppia commissione e per altre questioni, ed incarica Ascanio di scrivere la sua  Biografia ufficiale, che viene pubblicata  nel 1553.

Il ripano, avendo le carte del grande artista, seguendo il suo stesso pensiero,  scrive la sua opera  con sommo gradimento di Michelangelo.

Lo stesso Vasari, nel 1566,  riscrivendo la sua opera,  si attiene a quanto scritto da Ascanio Condivi e la pubblica con Giunti editore.

Morto Michelangelo, Ascanio torna a Ripatransone, dove si sposa con Porzia,  figlia di Giovanni, una nipote di Annibale Caro, traduttore dell‘Eneide, anche lui piceno (Civitanova).

Non si sa se Ascanio, vissuto accanto a toscani, a Roma, conosca Giulio, il figlio naturale di Alessandro il Moro, duca di Firenze che, dato in adozione ad una famiglia picena, ha fatto carriera religiosa  tra i Francescani ed  è  noto come Padre Gesualdo, il quaresimalista,  che vive in un monastero a Ripatransone ed è confessore, sembra,  presso un ordine femminile agostiniano, poi  inquisito e soppresso.

A Ripatransone ci sono molti sacerdoti e frati che trovano in Ascanio  il personaggio che può portare avanti  con successo   la richiesta alla Curia romana di avere il titolo di Diocesi (cfr. Alfredo Rossi, Vicende Ripane, 2002).

Infatti,  alla città di Ripatransone viene  concessa la diocesi, istituita ufficialmente da Pio  V nel 1571, grazie anche alla intercessione  del cardinale Felice Peretti (divenuto, poi, papa Sisto V nel 1595), molto stimato all’ epoca  anche dal Cardinale  Ugo Boncompagni (poi Gregorio XIII, suo predecessore nel papato), che sottoscrive la petizione.

La morte di Ascanio a 49 anni avviene per un disgraziato incidente alla ruota del suo calesse, nel corso dell’attraversamento  del torrente Menocchia, in piena, ingrossato dalle piogge.

E’ il 10 dicembre del 1574.

 

 

 

 

Egesippo

 

In memoria di Frére Luc Brésard, un grande studioso, un vero monaco 

 

Gerolamo così  descrive Egesippo in De viris illustribus,22 ( Cfr. Gli uomini illustri a cura di Aldo Ceresa-Gastaldo, EDB 2014):

22.1 Egesippo, vicino al tempo degli apostoli, scrivendo tutta la storia degli avvenimenti della Chiesa, dalla passione del Signore fino alla sua epoca, e  raccogliendo, da ogni parte, molte  notizie  miranti all’utilità dei lettori, compose cinque libri con stile semplice così da rendere anche il modo di dire di coloro di cui seguiva la vita,

Professore è vera questa affermazione del Santo sulla composizione di un  libro in 5 volumi e sulle notizie  raccolte per l’utile dei lettori cristiani ?

Certo, Marco, Gerolamo sa da Eusebio (St. Eccl. IV,22,3). che Egesippo da Corinto va  a Roma, dove sotto Aniceto, scrive  le  memorieupomnhmata, di cui non si sa bene se sono sue testimonianze o notizie tratte da Bellum Iudaicum di Flavio, con aggiunzioni personali.

Mi può dire qualcosa sul personaggio Egesippo?

Marco, si sa poco di Egesippo, la cui opera non ci è giunta se non tramite allusioni o  citazioni o trascrizioni di altri autori  specie da parte di Eusebio, che lo segue  preferendolo a Papia di Ierapolis.

E’ un giudeo,  nato forse intorno al 110, in una località  giudaica non precisata,  cresce in ambiente giudaico ed è incerto- è da escludere se è già Christhianos!- se partecipa alla impresa di Shimon bar Kokba, il messia secondo rab Aqivà: è probabile che come cristiano si sia tenuto lontano dal conflitto!.

Dopo la Galuth adrianea- che risulta non solo  cacciata definitiva dall’impero romano del giudaismo ma  una quasi totale eliminazione popolare   (oltre 850. 000 furono i morti), con la cessazione del nome stesso di Gerusalemme ora chiamata Helia Capitolina e con la cancellazione dalla cartina geografica di Iudaea, sostituita con Palestina- Egesippo (Hegesippus -Iooshpos greco-Iosippus latino, attestato anche come Yosippon nel X sec. in una parafrasi di Bellum Iudaicum, da cui derivano, oltre ad  una duplice versione armena, una versione araba e una forse slava cfr. Eisler) sembra vivere  per qualche tempo  a Corinto.

Mentre la Palestina  ha nuovi cives stanziati  al posto dei giudei, uccisi o profughi,  e nuovi vescovi a Gerusalemme,  non più uomini  della famiglia del Signore,  che erano stati sicuramente ostili ai romani ( cfr. Giustino apologista, Apologia I ed  Eusebio che indica i   nuovi vescovi gerosolomitani ), Egesippo, come cristiano, evita  la strage, a seguito di una guerra durata 200 anni tra Romani e giudei, iniziata con la presa di Gerusalemme nel 63 a. C. da Pompeo  e finita con la morte di Shimon e di Aqiva, dopo la sconfitta  di Bethar nel 135.

Ma, allora, professore il materiale  di  5 libri  come parafrasi del bellum civile in  Codex Ambrosianus C 105 o  in quello Cassedianus  del VI-VII secolo  in latino,  perché è riconducibile a Iosippus  o  alla mano perfino di Ambrogio?

Io seguo V. Ussani (critica di Hegesippus, Bellum Judaicum, in Corpus ScriptEcclesLatin., Vol.LXVI, Vienna 1932)  che  ne ha contestato l’attribuzione. Comunque, ancora oggi, si dice che sia di Iosippus, sulla base di indicazioni di Gerolamo di Stridone, (331-420) uomo occidentale per cultura, che segue la via tracciata da Eusebio, nonostante il sodalizio con  Evagrio  e la sua esperienza eremitica in Calcide e il suo perfezionamento in  lingua greca  ed ebraica. Infatti egli conserva intatto l’ interesse alla cultura latina  insieme a Damaso e a Rufino  e a Pammachio, essendo legati tutti alla corte di Treviri e  connessi col vescovo di Aquilea.

Lo studio di Eusebio   e i commenti alle Homeliae in Hieremiam e quelle  in Ezechielem di Origene sono indice ancora di un costante interesse latino  da parte di Gerolamo anche quando è in sede costantinopolitana  nel periodo del concilio  di Costantinopoli, a cui la sua partecipazione risulta stranamente  insignificante rispetto a quella di Gregorio di Nazianzo, suo maestro. Le notizie  geronomiane su Panteno Vita36, su Clemente,38 e su Origene 54, congiunte con le informazioni di Eusebio  dànno un ‘idea dell’origenismo  come  pietra di inciampo nel primo cristianesimo, come eresia da confutare- Eppure  Origene dovette avere rapporto e forse qualche legame con Iosyppus  nel periodo, pur breve, trascorso  a Roma sotto il pontificato di Zefferino…

Lo stretto sodalizio di Gerolamo con le donne romane, la morte di Damaso e il suo iter verso la Terra Santa con la sua stabilizzazione in Palestina dopo un viaggio  d’istruzione in Egitto, sono solo  occasioni di conoscenza non di  una svolta culturale:  non per nulla non è visto con rispetto dagli orientali e  neppure dal vescovo di Gerusalemme Giovanni,  suo superiore, e neppure da Palladio( la storia Lausiaca, cit) …

Cosa è capitato, Professore, nel 393, che fa orientare Gerolamo in modo contrario ad Iosippus  e contro il suo vescovo Giovanni, antiorigeniano, tanto da farlo  abiurare all’origenismo  a cui fino ad allora era stato legato?

Non è facile spiegare quello che succede.

Si sa solo che tutto inizia con la denuncia al vescovo Giovanni di Epifanio di Salamina (Cfr Ep. 51 ed ep.57) che invia la traduzione della lettera geronominiana  con la sintesi delle accuse mosse ad Origene.

Si ritiene che Origene sia un pericolo per la teologia cristiana per la sua cultura greca , che non è traducibile in lingua latina. Da qui  l’ordine di Giovanni a Rufino e a Gerolamo, occidentali di schierarsi in un senso o nell’altro di  abiurare o di acconsentire  all’origenismo.

Rufino rifiuta,  Gerolamo acconsente e perciò si formano due Partes che si contrastano  in nome di Origene  e della tradizione poi  origeniana latina, sostenuta da  Rufino e da Giovanni gerosolomitano.

In effetti già da tempo in Egitto si lotta  per la fides al pensiero di Origene e ci sono scissioni tra i  i monaci di Nitria  che ne sono entusiasti mentre quelli  di Scete sono ostili specie per quanto riguarda la theoria   della natura del Logos,  della eternità della creazione  la preesistenza delle anime e l’apokatastasis.

Che cosa,  professore suscita alla fine del IV  sec. la prima crisi  origeniana. Lei ne parla in molte parti della sua opera (Cirillo e Nestorio , Cirillo e Porfirio, ed Apokatastasis ed Origene) ma non ne ha fatto mai la reale situazione. Lo potrebbe fare in questa sede?

Marco, è un questione complessa che riguarda il primo cristianesimo al  momento della sua vittoria e del trionfo teodosiano  e perdura per oltre un trentennio investendo le chiese di Alessandria, di Gerusalemme,  di Salamina, quella di Costantinopoli, di Antiochia  toccando anche la sede romana, marginalmente.

Tutta la Pentarchia è lacerata dal fenomeno improvviso della prima crisi origeniana, accesa dal vescovo  di Salamina, nel momento del trionfo cristiano, di confisca dei beni pagani ed ebraici con basiliche e sinagoghe  cristianizzate come chiese, di esaltazione dei martiri cristiani con ricerca delle loro reliquie…

In tale  situazione  trionfalistica l’integralismo domina, specie quello alessandrino e molti cambiano di schieramento e lo fanno anche improvvisamente. Gerolamo e Teofilo di Alessandria ne sono due esempi.

Epifanio di Salamina, innescata la miccia,  chiede, come ricompensa  una formale abiura da Origene a Gerolamo, il cui fratello Paoliniano è stato eletto  sacerdote dal prelato in una zona palestinese sotto il potere di Giovanni di Gerusalemme, non di sua spettanza.

Perciò, Gerolamo si inimica con Rufino, da sempre amico- che resta origeniano ( quando ancora  vive nel Getsemani mentre lui è a Betlem, accusati entrambi  dal monaco egizio  Aterbio di origenismo), e poi, tornato a Roma traduce Peri archoon i principi in latino- e si schiera con Epifanio, antiorigenista.

Il contra Iohannem Hieroslomitanum è  un testo utile per la comprensione  della sua posizione  dottrinale  di Gerolamo e per lo scontro con Rufino  che insieme ad Apologia in Hieronimum dà una reale visione dei fatti: viene mostrata  non solo la posizione dottrinale di Gerolamo ma anche quella del patriarca di Alessandria, Teofilo.

Questi è un noto origenista  che coi suoi monaci di Nitria propaganda il pensiero di Origene  ed invia alcuni Lunghi fratelli da Giovanni di Gerusalemme per aiutarlo contro Epifanio, denunciato perfino al papa romano Sisinnio. Improvvisamente c’è un voltafaccia di Teofilo che diventa antiorigenista:  sembra che il patriarca sia costretto ad una palinodia pubblica cioè ad una ritrattazione  (cfr. Palinodia in Filone), a seguito di accuse di avidità finanziaria, di stragi di ebrei, di  mal conduzione del patrimonio episcopale da parte di monaci di Scete che lo tengono perfino prigioniero e  lo torturano.

L’arrivo dei Lunghi fratelli – i monaci di Nitria perseguitati ora da Teofilo- in Costantinopoli alla corte di Arcadio e l’accoglienza da parte del patriarca Giovanni Crisostomo.  che è protetto dalla regina Eudossia,  sono segno dell’origenismo imperante a corte. Teofilo va, allora,  anche lui a Costantinopoli e briga con Eutropio e con il sovrano, servendosi di una munificenza regale,   corrompendo i cortigiani  tanto da far mandare in esilio Giovanni Crisostomo  e far vincere l’antiorigenismo.

Tornato in patria non insiste nella sua posizione integralista  e lascia che  il dissidio origeniano svanisca da solo. Alla sua morte, infatti, a distanza di quasi nove anni dal sinodo della Quercia  costantinopolitano, la questione  sembra dissolta durante già i primi atti del patriarcato del nipote Cirillo.

Da quanto  detto, professore, si può dedurre che la linea iosippiana occidentale è in relazione con la crisi origeniana?Forse che  Teofilo, Epifanio e Gerolamo nelle loro  opere mostrano  col loro antiorigenismo,  svanito dopo il sinodo ad quercum del 403, un pensiero teso alla difesa dell’apostolicità delle sedi patriarcali  e quindi accettano la linea  storica di Eusebio e la sua scelta di Iosippus, al posto di Papia?

Marco, mi è difficile rispondere: Epifanio ha mostrato in Panarion le eresie del primo cristianesimo, Teofilo ha fatto il carnefice dei pagani e degli ebrei per potenziare la sede papale di Alessandria ed ha vinto perfino su quella di Costantinopoli,  oscurando la voce stessa di Innocenzo I papa romano (401-417),  pur riconosciuto alla pari del patriarca di Costantinopoli  da Teodosio I; Gerolamo ha la gloria della Vulgata e risulta il paladino degli oppressi, mostrando l’aspetto mistico. Sono uomini che hanno, dopo il loro antiorigenismo,  una funzione grande nella chiesa cattolica  ed hanno tramandato il loro pensiero  con la scaltrezza della retorica frontoniana!.

Il fatto, però, che il papato romano non abbia voce nel sinodo della quercia lascia perplessi sul valore della chiesa romana e sul rispetto verso Rufino  e la chiesa di Aquileia allora potente, connessa anch’essa al nome dell’ecista  Marco evangelista.

Comunque,  Marco,  si può dire che  poi col patriarcato di Cirillo inizia ad Alessandria un momento magico di euforia e di supremazia sulla cultura orientale, a cui è legata anche Roma, che  già dal periodo Atanasiano, risulta  alquanto dipendente dal pensiero alessandrino cristiano, anche se  con Teodosio è diventata   principale sede occidentale.

E’chiaro, Marco, che Iosippus,  essendo garanzia di apostolicità anche per Roma Petrina, resti autore  importante per la sede romana rispetto alle sedi episcopali  orientali,  riconosciute come apostoliche.

Gerolamo infatti scrive 22,2 : Egli afferma di essere andato a Roma sotto Aniceto che fu il decimo papa, dopo Pietro  e di essersi  essersi fermato fino ad Eleutero, vescovo della medesima città il quale a suo tempo era stato diacono di Aniceto.

Ed aggiunge 22.3 :inoltre disputando contro gli idoli  per mostrare da quale errore si iniziarono a svilupparsi compose una storia in base alla quale rivela in che epoca egli fiorì.

Sembra che  per Gerolamo Iosippus fiorisca al tempo di Adriano, che è  imperatore innamorato di Antinoo,  che è indicato  come deliciae e cura cioè  favorito (22,4-5).

Si sa che Antinoo muore in Egitto e che ha un culto divino con giochi e  sacerdoti  oltre  alla fondazione in suo onore di una città Antinopoli non lontano da Ermopoli. Sorprende che proprio in questo lasso di tempo Adriano, mentre potenzia il culto di latria per Antinoo, assimilandolo anche a Dioniso ed a Hermes,   sconfigge i Giudei e li stermina.

Il tacere di un tale fatto eclatante  è per me equivoco ed ambiguo per un cristiano del IV secolo che vive  proprio in una località palestinese in uno stato romano ufficialmente cristiano: è comprensibile, però,che  Gerolamo betlemita  non indichi i segni ancora presenti nella zona. Parla, invece, diffusamente della Roma Cristiana petrina, inficiata da  gnosticismo,   di  Aniceto (155-166) e di Eleutero(,175-189) due papi  di scarso valore , orientali, come Sotero (166-175), omesso dal santo,  per indicare il lungo tempo di fermata nella città eterna di Iosippus (oltre un trentennio!).

Anche per me, professore,  la voce di Gerolamo  non suona come reale memoria, perché condizionata da auctoritas esterna sia ecclesiale che imperiale!

Professore, la storia è scritta dai vincitori!I christianoi vincitori hanno scritto la loro storia! In nome di Christos, uomo- dio, nato, morto  e risorto!

 

Praefatio di Samuel Adrianus Naber

Praefatio di Samuel Adrianus Naber

Nel dover recensire Antichità di Giuseppe bisogna dire separatamente sui dieci primi libri,  dei quali i migliori codici sono quelli che seguono/ De Iosephi Antiquitatibus recensendis separatim dicendum est de decem prioribus libris, quorum optimi codices  sunt qui sequuntur:

Codex Parisinus Gr. 1421 saec. XIV (R).

Codex Bodleianus  miscell. Gr. 186 saec. XV (O).

Codex Marcianus Gr. 381 saec.XIII (M).

Codex Vindobonensis  Histor. Grec.2 saec.XI (S).

Codex Parisinus  Gr. 1419 saec .XI (P).

Codex Laurentianus  plut. 69,20 saec.XIV (L).

Est praeterea epitome (E)quam Zonaras (Zon.) sequitur, quae sola nunnumquam veram scripturam servavit. Interdum  versionis  quoque latinae (Lat) aliquis usus est/. C’è inoltre il compendio seguito da Zonara,  che solo talora conserva la vera scrittura, Qualche volta c’è un qualche uso anche della versione latina. 

Professore, vedo che Naber cita  i codici, Zonara e perfino fa un qualche uso di una  Versione latina, imprecisata.

Per versione latina Naber intende,Marco,   quella di Cassiodoro – incerta, anche se sembra impossibile la scrittura di Cronica e di Historia gothorum senza Antichità giudaiche –  su cui sembra sia stata fatta la traduzione da parte di J. Schluessler nel 1470 ad Augsbourg,  poi in lingua italiana, francese ed inglese rispettivamente da Lauro Modenese,1549 da Arnaud d’Handilly 1675 e da  William Winston 1736, mentre i commentari attuali sono sulla base critica testuale di Benedikt Niese e di S. Adrianus Naber  e di Tackeray (Loeb) in inglese,  Reinach in Francese e  et Shalit in ebraico. (cfr. Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, I, Narcissus, Novembre 2011).

Ma, professore, chi è Naber?

Marco,  Samuel Adrianus Naber (1828-1913) è un olandese, grecista, discepolo di Caret Gabriel Cobet,  con cui discute la Tesi su Antocide, fondatore di Mnemoyne. E’ professore dell’Università di Amsterdam (1871-1898), assertore della theoria di critica testuale, secondo cui un testo classico deve rimanere nella forma in cui è stato trasmesso, anche se ammette di poter fare adnotationes  sulla base filologica.

Credo che lei lo abbia scelto per questo motivo, dopo aver visto ed esaminato le  pagine  VII -XXV di adnotationes .

Certo, Marco.  Uno che fa critica testuale  su Omero ( Quaestiones Homericae 1877)  e su Frontone (1867) e sul Nuovo Testamento considerato constitutio lacera   e ritiene  le Lettere di S Paolo molto mutile, mi dà più affidamento di altri, che  accettano supinamente il testo senza adnotationes. Per di più non mi sembra che Naber abbia  una particolare tecnica  o cura formale  circa la perizia attica  e, perciò, è considerato da me buon trasmettitore del testo di Giuseppe  Flavio, di cui io ho copia di Antiquitates Iudaicae (XX libri) e Bios  anche se  manco di Contra Apionem  e Storia Giudaica (VII libri).

De hisce omnibus, uti et de  reliquis emendandi subsidiis, qui plura cupit, is  Niesium adire debebit, cuius praefactionem doctissimam et bonis observationibus refertam  cum fructu cognoscet/Su tutti questi chi desidera di più,  dovrà avvicinarsi e familiarizzare con  Niese, e servirsene sugli altri sussidi di emendazione, di cui conoscerà fruttuosamente la dottissima prefazione, piena zeppa  di buone osservazioni.  

Cosa Naber intende per Sussidia emendandi ?

Naber desidera emendare senza correggere e  senza cercare altri mezzi sussidiari  di riserva, utili per rendere il testo tràdito migliore  a chi lo deve leggere, pur riconoscendo  i meriti di Niese.

Inter libros manuscriptos  primum locum occupat R, quocum O  plerumque conspirat. Ab his duobus  discrepant reliqui omnes , qui inter se  satis similes sunt, sed originem produnt ab illis diversam/ fra i libri Manoscritti  ha il primo posto R, con cui concorda per lo più O. Da questi due  discordano  (stonando) tutti gli altri , che fra loro sono abbastanza simili, ma hanno origine diversa da  quelli.

Dunque, Professore, per Naber,  è attendibile solo R  il Codex Parisinus, che concorda  plerumque con O il Codex Bodleianus, che comunque, è  miscellanaeus cioè che raccoglie testi diversi.

Itaque Neisio, desertis vestigiis superiorum editorum, prae ceteris Regium illum codicem, sequi placuit, etamsi  ipse ultro concedat, quod ante  pedes  positum est, saepe veriores  lectiones in altera librorum familia  servatas esse/ Perciò a Niese, abbandonate le tracce delle precedenti edizioni, piacque  quel famoso Codice Regio preferendolo a tutti gli altri, anche se concede ulteriormente – cosa che  è stato posto davanti ai piedi-  che spesso furono conservati in altra famiglia di libri lectiones veriores / testi più attendibili

Cosa significa  Regium illum Codicem?

Naber intende Il codex Regius Parisiensis Bn gr.1421 che contiene A.J. 1:13-10:274 con un lacuna 1:66-92.  e lo indica come R. ma conosce anche O. Oxoniensis cioè Bodleianus miscellanaeus, M. Marcianus, S. Vindebonensis, P. Parisinus Bn grec. 14 19, cioè testo con sommari. L. Laurentianus , V. Vaticanus, A. Ambrosianus – che è un’ editio princeps  del Frobenius del 1544 su un manoscritto Escolariensis  304,  di cui lo steso Niese dice che  è un figlio di M ed è contaminato da edizioni latine anteriori  ed anche da excerpta   bizantine di Costantino Porfirogenito (Excerpta Peiresciana ) oltre che da allusioni e  citazioni patristiche. Bisogna aggiungere che, oltre al Codice  Vaticano latino 1922 (IX sec) e al codice Berol. lat 1926  (XII),  c’è una traduzione  del Bellum Iudaicum di Rufino di Aquileia del IV secolo, non unanimemente accettata. Ma ci sono anche  alcuni codici  greci attribuiti ad Egesippo- Heg- (Codex Ambrosianus 5 e Codex Cassedianus  del VI  sec.)  da cui deriva una traduzione latina  falsamente attribuita ad Ambrogio. Ci sono inoltre, sempre derivate da Egesippo greco, una traduzione siriaca del Sesto libro di  Bellum  e un traduzione siriaca  di un libro, detto V libro dei Maccabei, in cui  sembra che si dica che Flavio abbia scritto il Bellum prima in aramaico e poi in greco.

Quantum video, in ea re Niesius frustra fuit et in adnotatione critica breviter ostendi, me infinitis locis rediisse ad vulgatas reliquorum librorum scripturas, quas longe  duco praeferendas/.Quanto vedo-  in quella occasione Niese  risulta vano e nell’ annotazione critica lo mostro brevemente- che io sono ritornato in molti passi  alle vulgate scritture dei  rimanenti libri, che io considero di gran lunga preferibili.

Est varia lectio Antiq.IX 284, qua Niesius  inprimis confidit,sed aut fallor aut falsa specie se decipi passus est, qua de  re dicam sicubi ad illum locum pervenero/  E’ varia la lettura testuale di  Antichità IX,284, in cui Niese specie confida , ma o io mi inganno o lui ha sopportato di  essersi ingannato sotto falso aspetto, su questa cosa io dirò come  giungerò  a quel locus/passo.

Codex R perite tractatus  saepe proderit, sed scatet (scaturire, essere fuori in copia, brulicare)   vitiosis lectionibus  et lacunis, quae sine reliquis libris sanari non possunr.  Est praeterea sciendum, codicem  M medium  quendam locum  tenere saepeque proxime abesse a bonitate codicis Regii/.Il codice R,  se trattato con perizia, spesso sarà giovevole(utile) ma sarà pieno(brulicherà) di testi difettosi e di lacune, che non possono essere risanate senza gli altri libri. Inoltre bisogna sapere che il codice M occupa  un posto intermedio e spesso risulta di pochissimo distante  dalla bontà del Codice  Regio.

Dunque, per Naber,  si può utilizzare con cautela  R, ma si deve tenere presente anche M?

In effetti Marco,  Naber utilizza anche altri. cfr. Adnotationes

Ex brevi adnotatione, quae mihi sola concessa  fuit, lectores  non plenissime  efficere poterunt, in hoc meo cum Niesio dissensu  uter rectius viderit, sed curavi tamen ut locos indicarem, quorum est imprimis in ea quaestione habenda ratio. Ceterum quoties  nihil referebat vel plane incerta erat  vera scriptura, a Bekkero non recedendum censui/ Dalla breve annotazione  che  a me solo fu concessa i lettori non potranno a pieno  far tesoro  in questo mio dissenso con Niese per comprendere   chi dei due  più ha visto  rettamente, ma io tuttavia mi son preoccupato di indicare i passi,  di cui bisogna rendere conto  specialmente in tale questione. D’altra parte tutte le volte  che niente veniva- si non si aveva risultato- o  la vera scrittura risultava davvero incerta, mai  ho pensato  di dover recedere da Bekker.

Si tratta di Flavii Iosephi  opera omnia  ab Immanuele Bekkero   recognita Lipsia 1855-6 ?

Certo, Marco. Naber  ha come punto fermo critico filologico  Bekker, il quale   ha presente il pensiero di  critici testuali cinquecentisti  come A. P. Arlenis  e di  S. Gelenius.

Scribit Benselerus ad calcem  operis de hiatu: “libri De bello iudaico De vita sua  et contra Apionem scripti, diligentius, libri quibus Antiquitates Iudaeorum descripsit, negligentius, et libri ad Maccabaeos et de mundo universo falso ei adscripti negligentissime hac in re compositi” . Scrive  Benselerus ( Gustav Eduard Benseler1806-1868) a fine d’opera sulla frattura: I libri De bello Iudaico, De vita sua e Contro Apione sono scritti piuttosto diligentemente, i libri in cui scrisse le Antichità Giudaiche sono scritti piuttosto negligentemente, I libri per i Maccabei e  su Tutto il mondo, a lui falsamente ascritti,  furono composti in questa circostanza molto negligentemente. 

Il giudizio critico riportato di Benseler è conforme e a quello di C, G. Cobet (Flavius Iosephus  in Mnemosyne IV 1876)  e a Bekker?

Si, Marco , ma sono tenuti presenti altri come Fr. Krebsius, che è raffinato lessicologo (cfr. Thrhskeia), abile emendatore correttore ed esplicatore dei testi dei Vangeli di Matteo e di Marco, oltre che di quello di Luca e Giovanni   e perfino della Retorica di Aristotele.

Comparuit mihi  in hisce utique decem prioribus  libris hiatus  ab Iosepho satis  diligenter vitatos esse eandemque sententiam tuetur  fr. Krebsius in Der Wochenschrift fuer Klassische 1886 p.1094 itaque  feci quod debui, ut ne vocales indecore concurrerent, sed facile  potest fieri,ut in pusilla re  quaedam me fugerint/ a me si mostrò chiaramente in questi libri e per lo meno nei dieci primi libri  che le  fratture erano state evitate abbastanza diligentemente da Giuseppe  e  sembra essere dello stesso parere Fr. Krebsius  in Der Wochenscrift fuer Klassische  Philologie 1886 p.1094. Pertanto io ho fatto quanto ho dovuto affinché non concorressero indecorosamente termini significativi, ma può accadere facilmente che  in una secondaria ed insignificante situazione, mi siano sfuggite.

Comunque, Marco, Naber è sollecitato ad una maggiore attenzione e diligenza da altri  che lo hanno preceduto nel lavoro, di cui riporta i Nomi.

Ad maiorem diligentiam  me Dindorfius provocavit, qui in Fleckseinii Annalibus  vol 99 p.821 sqq,suscepit probare, Iosephum, quantumvis esset alienus ab Attica elegantia, tamen  satis accurate  cavisse  ne peccaret  in nominum et verborum formas itaque ducem  secutus sum, Niesio  ultra quam decuit neglectum/ ad una maggiore diligenz mi invita stimolandomi .Dindorf che in Fleckseinii Annalibus intraprese a comprovare che Giuseppe, sebbene  fosse estraneo alla eleganza attica , tuttavia s’ingegnò abbastanza   accuratamente a non commettere errori nelle forme dei nomi e dei verbi,  perciò io lo seguo come guida, anche se trascurato da Niese.  più di quanto meritatamente si debba .

Ha molta stima di Dindorf ( Gugliemus Dindorfius)- che scrisse Flavii Iospehi opera, graece et latine, recognovit  Guglielmus Dindorfius  Paris 1845-6,- diversamente da Niese.

Quod  in Relationibus Teubnerianis  significavi, vir doctissimus  A. E. I Holwerda mihi concredidit inexaustam gazam observationum in Iosephum. quas  pater reliquerat qui nuper hoc est ante triennum, exacta aetate senex octogenarius  obiit. Hic  ante quinquaginta annos  fecit adnotandi initium, quo tempore  nondum prodierat  Parisina Dindorfiii Editio indeque factum est quod necesse fuit. quum uterque excuteret Havercampianas copias  ipsi Havercampio non usurpatas, millies uterque incidit in eandas correctiones, quae nunc prostant  in Dindorfii  recensione inde hinc fluxerunt in Editionem  Bekkeri./ciò che io ho mostrato significatamente in Relationes Teubnerianae, un uomo dottissimo A.E. I. Holwerda ha condiviso, credendo, con me l’inesausto tesoro  delle osservazioni  in Giuseppe, che il padre  aveva lasciato, il quale è morto  circa tre anni fa, vecchio di veneranda età, ottuagenario. Questi iniziò le adnotationes cinquanta anni fa , in un tempo in cui non ancora era uscita  l’edizione parigina di Dindorf  e da qui fu fatto ciò che era necessario, ambedue,   stampando le copie Havercampiane  dallo stesso Havercamp non usate illecitamente, fecero mille volle le stesse correzioni che ora sono nella recensione di Dindorf  e da lì fluirono nell’edizione di Bekker.

Dalla sua traduzione capisco professore che  Holwerda figlio  è d’accordo con Naber  circa la lezione del padre (Emendationum flavianarum specimen scripsit et de novae operum Josephi editionis consilio disseruit G. H. Holwerda, Gotinschemi 1847) .

Bisogna aggiungere, Marco, che per Naber sia  Dindorf che Holwerda seguono la lezione di Havercamp (Flavii Josephi , qui reperiri  potuerunt opera omnia  graece et latine… recensuit  Sigebertus Havercampus, Amsterdam, 1726) arricchita dal  contributo sembra di Spanheim (E. Spanhemius, app.II).

Sed eliminatis iis quorum alter antevertendo honorem praecerpsit (colse prima del tempo per sfruttare il vantaggio, facendo estratti) ,haud pauca supersunt egregie observata et correcta , quae nunc primum in lucem prodibunt, quum tempora olim  rei laudem non concesserint/Ma eliminate quelli, dei quali l’uno facendo versioni per primo colse prima del tempo per sfruttare il vantaggio facendo estratti. restano non pochi egregiamente esaminati e corretti, che ora dapprima verranno alla luce , non avendo concesso i tempi, una volta, la lode della impresa.

Quodsi  quis autem in hoc primo volumine Holwerdae  inedita  expectatione pauciora invenerit, scito venerabilem senem  anno 1847 edidisse Emendationum Flavianarum specimen, in quo quum procedente opere semper pauciora  ex commentariis  excerpserit, non mirandum est.in operis introitu rarescere et editorum numero superari/ e che se qualcuno in questo primo volume di Holwerda troverà poche cose inedite minori di quanto si pensasse, sappia  che il venerabile vecchio fece uscire uno specimen una prova esemplare  di emendazioni flaviane, in cui..avendo fatto excerpta  sempre di minor numero dai commentari , non biosgna meravigliarsi  che nel prologo dell’opera sono rari e superati dal numero di editori.

Uncinis quadratis inclusi novos paragraphorum  numeros, qui Niesio debentur itemque eius exemplum imitatus indicavi Sacri codicis locos ,qui Iosepho inter scribendum  ante oculos fuerunt / ho incluso in parentesi uncinate i numeri nuovi dei paragrafi che sono dovuti a Niese  e similmente, imitando il suo esempio,  ho indicato i passi del codice sacro, che Giuseppe ebbe nello scrivere sotto gli occhi  (TM o Septuaginta?) .

Ut breviter indicarem, virorum  doctorum probabiles coniecturas , his siglis usus sum /Per indicare brevemente le congetture dei vari dottori  mi sono servito di queste sigle:

Bk. indicat nomen Bekkeri.

Cocc. indicat  nome  Cocceii.

Df. indicat nomen Dindorfii

Ern. indicat nomen Ernesti.

Hw. indicat nomen Holwerdae

Ns. indicat nme Niesii.

Nr.indicat meum ipsius

Amstelodami , m. Maio 1888

S.A.N.

Per ultimo, professore, vorrei chiederE due cose per meglio capire: 1. il testo biblico che Giuseppe ha davanti  agli occhi è quello di TM o di LXX?  2. perché  per Biblioteca Latina  Naber riprende  il testo di G. A. Ernesti Lipsia 1773-4 e non quello  precedente di J A.Fabricius , suocero di Reimarus?

Non è certo quale  testo della Bibbia abbia Flavio davanti, se abbia il Testo masoretico o la Bibbia dei LXX: la questione all’epoca di Naber era molto controversa  a causa della propensione di Fabricius e di Reimarus per la seconda ipotesi. Forse per questo Naber si rifà più a Biblioteca latina rivista da  Ernesti che a quella originaria di Fabricius.  Marco, è, comunque, solo una supposizione!