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La seta e Giustiniano

Procopio in Guerra Gotica , IV, 17 dice: alcuni monaci vennero dall’India. Essi avevano saputo che Giustiniano aveva a cuore di fare in modo che i Romani non comprassero più la seta dai persiani.

Molti critici, tra cui Stefen Runciman ( La civiltà bizantina, Sansoni, Firenze 1960),  credono   che Procopio voglia indicare come monaci  alcuni nestoriani- che noi abbiamo detto  che erano   fuggiti in India e si erano sparsi in Arabia ed anche in Seria, dopo la morte di Nestorio ad Euprepio ( cfr. Angelo Filipponi,  Nestorio e Cirillo)-.

Per anni ho cercato di capire dove effettivamente si fossero diretti i nestoriani  durante il regno di Marciano e   di Pulcheria, sua moglie, a seguito della condanna del concilio di Calcedonia…

Non sono stato in grado di seguire l’iter degli spostamenti dei nestoriani, né dei monofisiti con cui convivono,  e neppure di individuare esattamente la località  in cui riescono  non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare, rimanendo legati al  sogno di un possibile ritorno in patria…

Si sa solo che dalla Perside si erano trasferiti in Seria ed anche in India…

Procopio, dopo un secolo circa, ci indica la località di Serinda  (da Shr, seros  baco ed Indos Indo).

Il fiume Indo,  nato in Tibet, scorre dalla Battriana  verso il Kasmir  e diventa navigabile alla confluenza col Kabul, fiume afgano, attraversa tutto il  Pakistan e  sfocia nel mare Arabico,  a sud est di Karachi odierna.

Quindi bisogna pensare che Serinda forse è  una città lungo il fiume Indo  nella parte settentrionale  del suo corso …

Comunque, Procopio intorno al 552 circa, nel venticinquesimo anno di regno di Giustiniano, ci riporta la notizia dell’arrivo di monaci,  provenienti da Serinda, che chiedono di essere ricevuti dall’imperatore  per trattare della seta.

Non si sa se questi sono sudditi di Kosroe ( 541-579 ),  a cui Giustiniano paga un pesante tributo per avere la pace … in un momento di una tregua di cinque anni, durante i quali  ci sono cordiali rapporti col re dei re sasanide, che gli chiede perfino il medico personale. Cfr  A. Gariboldi, Il regno di Xusraw dall’ anima immortale: riforme economiche e rivolte sociali  nel VI secolo  Mimesis  Milano 2006)…

I monaci si presentano all’imperatore e promettono di  fare in modo che i romani non abbiano  più  bisogno di procurarsi la seta  dai loro nemici persiani.

E’ chiaro che essi sono discendenti dei nestoriani  romani, fuggiti,  e che hanno seguitato ad avere  rapporti ancora con i confratelli  di stirpe  romana, pur essendosi da tempo  trasferiti in terre straniere.

Noi non conosciamo le vie segrete della relazioni  tra gli esiliati e  neppure le loro ramificazioni  con altri eretici  cristiani espulsi  dall’impero romano in vari momenti nel V secolo….

Essi, comunque, assicurano l’imperatore che hanno appreso bene come fare la seta,  avendo trascorso molto tempo nel paese chiamato Serinda, posto al di là di molte popolazioni dell’India: garantiscono  che ora l’imperatore non deve più acquistare tale merce dai nemici persiani. 

I monaci sono interrogati dall’imperatore, che chiede se davvero si possa  fare una tale impresa in territorio romano.

Essi rispondono spiegando : la seta è prodotta da certi bachi , ai quali la natura, essendo maestra, impone l’obbligo di  fare incessantemente tale lavoro.

AggiungonoSarebbe impossibile, comunque,  trasportare  i bachi, ma  è facile trasportare e in modo rapido la loro semenza. Infatti essi depongono innumerevoli uova, che molto dopo la loro nascita, vengono ricoperte di letame e così riscaldate  per un tempo sufficiente, producono animali.

Allora, secondo Procopio, l’imperatore fa loro molte promesse di doni e li incita a passare dalle parole all’opera.

I monaci tornano in Serinda e poi ritornano a Bisanzio con  le uova,   e fattele tramutare in bachi, che vengono nutriti con foglie di gelso  e quindi, per opera loro, comincia  la produzione della seta nell’impero romano.

Da allora l’allevamento del baco da seta  diviene un’arte  comune in  Oriente  e  molto più tardi diventa attività in Occidente …

In effetti  Procopio non dice,  comunque, che la  produzione dei manufatti della seta  diventa un monopolio di Stato già con Giustiniano, che crea laboratori  a corte, gestiti esclusivamente dalle concubine e dagli eunuchi.

La scoperta, perciò, risulta come un segreto di Stato specie per quanto riguarda il confezionamento degli abiti, degli arazzi e dei tappeti di seta.

Secondo St. Runciman ( Teocrazia bizantina,  Sansoni Firenze 1988): la reggia era la più ricca casa commerciale dell’impero:il commercio della seta era un monopolio di stato e nel gineceo, nella zona riservata alle  donne, c’erano innumerevoli telai  coi quali venivano tessute le più ricche sete del mondo…

Le concubine imperiali coi loro eunuchi fornivano, dunque, non solo piacere ma creavano una ricchezza col loro lavoro grazie alla seta!

La Verna: il mito di Francesco

Basta coi miti!

Ricercatori,  date le vostre risultanze!

Rifondiamo e facciamo cultura su basi tuzioristiche storiche per orientare i nostri figli e nipoti  e  per dare loro un futuro!

 

Il Mito di Francesco

Il simbolo del serafino e le stimmate creano la legenda aurea  di Francesco.

Nel 1224 Francesco si ritira a La Verna,  un monte in provincia di Arezzo, dove chiede a Dio  di poter essere partecipe della passione di Cristo, vivendo in condizioni  di spaventosa povertà in un clima inclemente, abitando in un’umida, stretta, spelonca, vivendo in preghiera.

La legenda maior di Bonaventura dice che appare a Francesco un serafino con sei ali, a forma di Cristo crocifisso  e che poi il santo ha le stimmate tanto da essere alter Christus.

Non solo Tommaso da Celano, ma anche altri mostrano, come Bonaventura,  Francesco  imitatore di Cristo  alla pari di Dante   che nel Paradiso XI, 106108, afferma: nel crudo sasso intra Tevere ed Arno, / da Cristo prese  l’ultimo sigillo / che sue membra  due anni portarno.

Per me il mythos di Francesco inizia quando  la letteratura francescana propaganda Francesco alter Christus  dopo il processo breve di agiografia orale, durato poco più di un venticinquennio.

Il popolo in questo periodo ha ricordi propri di Francesco, che sono discordanti e  e non hanno un reale valore di racconto univoco: bisogna costruire una  legenda, letterariamente, quasi visiva  per dare suggestioni pittoriche e creare modelli per la massa analfabeta.

Dopo questo periodo appare necessaria  la formazione di una commissione di  francescani, già divisi tra loro  in Conventuali e Spirituali, in uomini che vogliono  da una parte seguire la regola del fondatore  addolcendo il rigore,  e in altri che pretendono di inasprire e rendere ancora più dura la precettistica  del maestro secondo il rigido insegnamento del Vangelo.

Da qui la necessità di dare un’unica immagine di Francesco  con un’unica lex francescana.

A chi il compito di una  tale missione,se non al capo generale del movimento francescano, quel Bonaventura di Bagnoregio abile nel narrare, capace di  fare  la theoria  di Un Itinerario della mente in Dio/Itinerarium mentis in Deum, un magister theologiae passato attraverso tutti i gradi della formazione di baccalaureus (biblicus, sententIarius, formatus), dopo aver conseguito il titolo di base di magister artium ( laurea in lettere)?

E Bonaventura fa un’ora degna di un Magister artium e magister Theologiae e crea il mythos di Francesco!

Quanto vero ci può essere in un racconto  di un seguace che deve  elogiare uno già santificato dalla Chiesa Romana, sollecita a riconoscere i meriti del poverello di Assisi, che ha rinunciato al suo stato  e si  è denudato coram populo et episcopo, rigettando l’eredità paterna?!

Dal 1257 al 1260 Bonaventura, esaminate le versioni sulla vita di Francesco ,  contrastanti e contraddittorie, secondo il Capitolo generale francescano,  a Narbona, ne decide la eliminazione,  ut de omnibus bona compiletur.

Cosa significhi  de omnibus bona, lo lascio dire a te, Marco.

La traduzione  per me è questa: fra le tante numerose versioni  compilarne una nuova, buona che riassuma tutte le altre.

Marco, accetto la tua traduzione se hai chiara l’idea di compilare (da compilo  spoglio, saccheggio faccio bottino) che sottende l’azione  di saccheggiare e  sfruttare il lavoro precedente altrui, connessa con bona che vale chresth/utile , associata al bene morale.

Bonaventura  cioè ha già chiaro il principio utilitaristico  di Aristotele,  sostenuto a Parigi nel contrasto  coi domenicani circa la necessità di sfruttare  la conoscenza del pensiero aristotelico anche tradotto dagli arabi!

Al di là, comunque  della beatificazione dell’uomo e della Regula bullata maior bonaventuriana,  dell’opera di  Tommaso da Celano (Vita prima,  Legenda trium sociorum,  Legenda perusina)  il mito di Francesco si stabilizza dopo l’Itinerium mentis ad deum di Bonaventura  e dopo l’elezione di Niccolò IV  Girolamo Masci di Lisciano (Ascoli Piceno).

Esso diventa una cosa sola con il fenomeno spirituale di Jacopone da Todi e di Ubertino di Casale, opposto a  quello conventuale di Matteo di Acquasparta.

Col mito di Francesco  risulta vincitrice la pars integralista evangelica  francescana, poi cancellata dalla storia con l’anathema del movimento spirituale nel 1318 ad opera di Giovanni XXII.

Infatti sia Dante che Iacopone creano l’immagine di  Francesco fortemente mistico, secondo linee oltranzistiche, che rappresentano un imitatore di Cristo,  alter Christus, un Cristo novo piagato.

La lauda  LXI, iacoponiana, dice a proposito: L‘amore divino altissimo / con Christo l’abbracciao/  l’affetto suo ardentissimo sì lo ce ‘ncorporao/ lo cor li stemperao como cera a suggello.

Il suo  mito, quindi, si afferma con l’opera di Bonaventura  nell’ambiente parigino come un altro Compendium  theologicae veritatis, impostato sulla pace e dilaga con Niccolò  IV nel mondo cristiano per l’elezione del primo papa francescano, mentre parallelamente cresce  anche il mito di Domenico di Guzman, per la costituzione di due ruote del carro della Chiesa.

C’è già un esempio, quello di Bernardo di Clairveaux, che però anche da vivo   ha la fortuna di veder papa un suo discepolo, cistercense, Eugenio III…

Al di là dell’esempio bernardiano del XII secolo, nel XIII, per Bonaventura la mente, lo spirito, il composto tra animus e mens destinato a sopravvivere, ha un suo itinerarium verso Dio, alla ricerca della perfezione.

Certamente  per il francescano si parte dalla conoscenza umana e si coglie l’ispirazione mistica,  in una tensione di innalzamento  graduale della filosofia alla teologia, su una base  generale di pace  ed una, specifica, del segno della croce , come  augurio di pace, secondo il  monito di Francesco, che salutava il popolo col dire  il signore vi dia la pace , in un preciso impegno di liberarsi dal possesso di denaro, dal potere politico e dal proprio io.

Tutto sembra  realizzarsi nel contesto di La Verna, dove Francesco  in penitenza, in condizioni disumane di povertà e di sacrificio, consegue  la congiunzione con  Christus e  diventa alter Christus.

E’ una reale epiphaneia o la suggestione di una mente debilitata dal freddo e dalle intemperie, divorato da  un eccesso di febbre, preso dai morsi della fame, rannicchiato sul suo misero saio/sacco ?

L’apparizione del serafino  è un  segno  premonitore delle stimmate,  come sigillo del passaggio della sofferenza umana  carnale sull’uomo divino Francesco .

Si stabilisce il modello francescano di nuova santità cristiana, come perfetta  assimilazione, simile a  quella Paolina ( cfr. Lettera  I  ai Corinzi, 18 e  lettera ai Galati 2, 21 )

Dapprima, dunque,  mi sembra opportuno  trattare di Bonaventura e del francescanesimo serafico come   dimostrazione del trionfo dell’ordine, poi  di accennare alla propaganda culturale domenicana che trova in Alberto  Magno e in Tommaso  d’Aquino, le massime espressioni parigine  da cui si ha  eco in Dante e  nella sua visione unitaria della funzione dell Chiesa, palese nell’ XI e XII canto del Paradiso.

Il suo intento celebrativo proprio di uno spirituale, non disgiunto dalle influenze ebraiche, è quello di una celebrazione comune dei due ordini mendicanti- i cui fondatori sono l’uno serafico  e cherubico l’altro-   per fare  della Chiesa la  sposa povera, derelitta, di Christos, secondo l’exemplum evangelico.

Dante è nel periodo trevigiano molto accomodante ed apparentemente sereno tanto da appianare le divergenze dottrinali e culturali tra i due ordini: Tommaso, domenicano parla a fine canto XI, secondo caritas,  del traviamento dell’ordine francescano, mentre Bonaventura francescano  parla a fine canto XII,  sempre secondo Caritas, di quello dell’ordine domenicano!.

Si tenga presente, però, che la sagacia dottrinale di Tommaso viene evidenziata in Dante in quanto il problema, espresso nel  canto  X , è quello di una differente risposta  da dare alla Chiesa. sullelquaestiones I  U  ben s’impingua (V.96) e II Non surse il secondo (v 116)…

I termini  di serafico/Francesco  e  di cherubico/Domenico, comunque, riportano all ‘angelologia ebraica e quindi alle visioni, ma hanno una connotazione  giudaica , di recente acquisizione grazie ai contributi ebraici di Abulafia e di  altri cabalisti attivi nel trevigiano, come Hillel di Verona,  negli anni del rapporto tra il poeta e Cangrande della Scala…

Di Serafim, plurale di Seraf, parola di fuoco,  esseri angelici vicini a Dio, sua parola stessa, di fuoco, ho già trattato, mentre di Cherubim ho sempre trascurato l’etimo kerub/v contrapposto o opposto a  seraf.

I due termini hanno in comune il fuoco e l’incandescenza e sembrano derivare da una matrice accadica (più il secondo che il primo -una certa conferma è in Beroso-) in quanto valgono simbolo di perfetta custodia del trono infuocato.

La  figura  del Cherubino è varia a seconda  del periodo di scrittura del Vecchio Testamento.

Lo scrittore di Genesi ( 3,24) parla di esseri angelici protettori, con la spada sguainata, fiammeggiante, dell’albero della Vita – come quello di Esodo (25,18-22) e di I re (6,24) -in un’unica raffigurazione di essere umano con due ali.

Ezechiele  (1,6-11), invece, raffigura il cherubino come un essere quadruplice con quattro ali e quattro facce (uomo,  vitello, leone ed aquila -divenuti poi simboli di quattro evangelisti-)…  Come vedi, Marco,tutto è provvisorio,niente è esatto!

E’ un sistema dove vige il vago,  il superficiale l’impreciso il nebuloso  e ognuno dice quanto sente dire.

Nel 1213 Francesco si incontra con Orlando Catani, un  conte, proprietario tra l’altro, di Chiusi La Verna , che fa promessa  in un’ indeterminata località del Montefeltro, di  regalare un monte dirupato coperto di vegetazione ai francescani.

Non c’è atto di cessione tra le parti,  né di possesso della zona delimitata  specificamente; né si conosce l’anno in cui i francescani hanno il possesso del luogo tra il 1215 e il 1223, probabilmente , se Francesco ci sta saltuariamente tra il 1224 e 1225 (date le condizioni climatiche avverse, considerato lo stato di salute cagionevole del Santo  e vista la difficoltà per arrivare in vetta ): lo stesso Dante visita La Verna, quando già c’è  in loco stabilmente una confraternità francescana, ottanta anni dopo circa.

Al  di là della esperienza  di vita   francescana e della poesia stessa dantesca,…  Bonaventura, generale del suo ordine,  riceve l’approvazione della sua scrittura della vita di Francesco,  da Parigi  dopo  oltre quaranta anni di distanza  dalla morte del  santo.!

Secondo molti critici,  che si rifanno ad Isidoro, il termine repetitor  colui che ripete ( in quanto chiede  ripetutamente ridomandando), bonaventuriano, designa Francesco, esaminato  analogicamente come nuovo Christus, che aspira all’assimilazione col Christos ebraico.

Per Bonaventura, dunque, Marco, avere in  mente l’analogia tra Francesco e Gesù  significa  creare una rete di rapporti e di comunicazione interna tra Ordine francescano e Chiesa, nella coscienza  che il bene dell’uno è quello dell’altra, in reciprocità.

Esistono, amico mio,  uomini come Bonaventura che mentono a se stessi come autodifesa della propria condotta morale e della propria coscienza di santità,  e nascondono,  velando, la realtà storica, avendo di mira la legenda del fondatore dell’Ordine e il bene sommo dell’Ecclesia Romana: la falsificazione  ricompensa in modo diale, concedendo da una parte  lustro/ nomen glorificato, tra i confratelli e  fama nell’Ordine e  da un’altra santità  nell’Ecclesia  e retribuzione  centuplicata nel Paradiso, post mortem.

Bernardo e Gregorio VII sono esemplari maestri di tale falso sistema di vita: sono scissi nel loro animo formale, hanno una doppia personalità secondo apparenza e secondo funzione: seguono moralmente due itinerari, non compatibili tra loro! l‘ambizione personale scompare e si assimila, celandosi, sotto  quella  della  necessitas  della comunitas ecclesiale!

Marco, Leggiamo insieme la legenda maior  13,3 ed ammiriamo la visione del serafino Christos: un mattino, all’appressarsi della festa  della Santa Croce,  mentre pregava  sul fianco del monte,  vide la figura , come di un serafino, con sei ali tanto luminose  quanto infuocate, discendere  dalla sublimità dei cieli: esso con rapidissimo volo e tenendosi librato, nell’aria giunse vicino all’uomo di Dio.  Ed allora apparve  fra le ali l’effigie  di un uomo crocifisso che aveva mani  e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali  si alzavano sopra il capo, due si stendevano a volare  e due velavano tutto il corpo.

Ora, Marco, capisci quanto possa essere reale tale epiphaneia paradossale sia da  parte di chi scrive,  preso nel suo compito di sacro   narratore che da parte di chi, malato, paralizzato dal freddo, in delirio,  subisce la visione!

Vuoi vedere, Marco, ora, l’incipit del capitolo  sui gradi dell’ascesa  a Dio e sulla conoscenza di Dio tramite le tracce dell’universo,  riprese, oltre tutto,  da Dionisius Aeropagita nel libro de Mystica Theologia, esaminate dopo una preghiera?.

Naturalmente quanto detto dallo Pseudoaeropagita è sacro,  è pietra  angolare nel camino ascetico,  anche se conosce sicuramente la mistica ebraica di Girona,  Abulaphia, il sistema sofirotico!

Bonaventura inizia col salmo  83, 6-7  Beatus vir, cuius est auxilum abs te , ascensiones in corde suo disposuit in valle lacrumarum,  in loco, quem posuit/ Beato l’uomo che ha la tua protezione in questa valle di lacrime egli dispose nel suo cuore i gradi per salire al luogo desiderato .

Spiega che Beatitudo nihil aliud est  quam summi boni fruitio  e precisa che  summum bonum est supra nos e che nullus potest  effici beatus , nisi supra semetispsum  ascendat, non ascensu corporali, sed  cordiali/nessuno può diventare beato se non ascende al di là di se stesso, non col corpo, ma col cuore.

Non ti sfugga Marco la distinzione tra corporalis e cordialis poichè il santo vuole indicare un percorso non col corpo ma col cuore

Cosa vuole dire?

Dice, Marco, che noi non possiamo essere sollevati al di là di noi stessi se non da una forma  superiore, senza la quale,  nonostante la nostra perfetta inclinazione, nulla accade se non c’è intervento divino a  cui noi partecipiamo col cuore .

Per Bonaventura solo quelli che vivono  in questa valle di lacrime e fanno richiesta pregando  un tale aiuto con un cuore umile  e devoto  lo ottengono grazie alla preghiera, fonte e  madre  della capacità di ascendere al di sopra di noi stessi.

Solo allora saremo capaci di ascendere per i sei gradi per salire fino a Dio, dopo la conoscenza terrena delle cose.

Della totalità delle cose,  alcune sono vestigium /traccia; altre imago /immagine ;   altre corporali/corporalia, altre spiritualia/ spirituali , cioè  alcune sono fuori di noi,  altre dentro di noi.

Quindi, per Bonaventura  per giungere  al primo principio che è spiritualissimo,   eterno e  al di sopra di noi, oportet  nos transire  per vestigium, quod est corporale et temporale et extra nos, cosa che comporta essere guidati  sulla strada per giungere a Dio.

Dunque, professore, prima bisogna entrare nella nostra mente  che è immagine imperitura  spirituale ed interiore di Dio, poi penetrare nella verità di Dio.

Così si arriva alla veritas theologica!, Marco.

Viene ipotizzato analogicamente  un cammino di tre giorni in solitudine, in relazione alla triplice luce di ogni singolo giorno:  la prima è tramonto, la seconda  mattino e la terza mezzogiorno in quanto vi si  riflette il triplice modo dell’esistenza delle cose  nella materia, nella conoscenza e nella  scienza divina.

Dunque, professore, al di là del cammino triplice,  le tappe sono sei  perché Dio costruì il macrokosmo in sei giorni e allo stesso modo  il microkosmo è condotto  ordinatamente alla quiete della contemplazione mediante  i sei gradi di illuminazione, di cui sono simbolo i sei gradini per mezzo dei quali si saliva  al trono di Salomone?

Certo, Marco, tieni presente, però,   anche le sei ali dei Serafini e anche i sei giorni  trascorsi prima che Dio chiamasse Mosè  dal mezzo della nube e considera pure i sei giorni intercorsi secondo Matteo,  fra il momento in cui Christos condusse i discepoli al monte  e quello in cui si trasfigurò.

Aggiungi, Marco, che Bonaventura  ritiene che ai sei  gradi dell’ascesa corrispondono i sei gradi delle facoltà dell’anima (sensus, imaginatio, ratio, intellectus, intelligentia  et apex mentis  seu sinderesis /scintilla). (Cfr. Itinerario della mente in Dio  introduzione e traduzione e note di Massimo Parodi e Marco Rossini BUR 1994).

Cosa è Synderesis ?  non è facile la sua etimologia, che può rimandare a sun e deroo,  con un significato di  scuoio maltratto  tormento insieme,  da collegare con favilla/scintilla di  fuoco,  ma anche ad apex mentis, cioè alla vetta della mente . Perciò l’insieme sembra valere  naturale disposizione della volontà al bene come apice della mente,   in senso razionale, rispetto al naturale iudicatorium,  proprio della coscienza morale.

Ora, Marco, comunque, lasciando da parte il trattato bonaventuriano e seguendo il nostro  discorso sul mito di Francesco, bisogna dire che  la leggenda francescana, mista al mito del Christos diventa mythos di Francesco di Assisi/ alter Christus sotto il pontificato del francescano ascolano,  Gerolamo Masci,  che è il nuovo generale dell’ordine già nel  1274 -poco  prima della morte di Bonaventura, avvenuta nel luglio – al Concilio di Lione.

La carriera legatizia di Gerolamo Masci  sotto Innocenzo V ( da cui è inviato all’imperatore  per la definizione delle questioni liturgiche  e dottrinali  col Patriarca  Giovanni XI Bekkos ),  la nomina a cardinale ad opera di Niccolo III  Orsini    e poi quella di cardinale vescovo di Palestrina , oltre alla fama di  Magister theologiae contrassegnano la progressiva sua ascesa verso il trono di S. Pietro di un francescano, celebrato anche per le sue qualità morali.

Inoltre   da una parte  Niccolò IV si protegge a Roma  dalle pretese orsiniane  così da avere una gestione interna tranquilla  e da un’altra ha già messo in atto la pacificazione col mondo orientale da quando  inviato in Dalmazia, ha avuto incarichi di contattare i greci  per  sanare la piaga dello scisma, avendo ottenuto anche  l’assenso di  Michele VIII Paleologo.

Niccolo IV dopo la morte di Onorio IV,  specie  a seguito della presa di Tolemaide e di S. Giovanni d’ Acli nel 1291  ha,  in una propaganda della  evangelizzazione cristiana francescana, di mira l’ assoluta pace con l’oriente bizantino e la guerra contro i saraceni  e perciò raccoglie tutte le forze cristiane, romane.

ll mito di Francesco è alla base di tutta la sua propaganda, che si sintetizza nel simbolo della croce,  datrice di pax universale, e luce di salvezza  per gli uomini  secondo la predicazione francescana .

Ciò  comunque è  contemporaneo  con la nuova politica  verso  i D’Angiò di Francia e verso il regno di Sicilia, utile trampolino per la guerra contro i musulmani, ad uso dei crociati,   specie dopo l’incoronazione a Rieti di Carlo II di Angiò nel1289.

La propaganda papale  sia in Occidente che in Oriente  è da una parte nuovo evangelion francescano e da un’ altra  è segno di una volontà  di  creare un nuovo legatus  romanus  ecclesiastico  che  abbia l’ufficio eversivo di  sradicare, distruggere  dissipare, disperdere,  i nemici ma ha anche il munus  beneficum  di  edificare, piantare,  fare qualsiasi cosa  ad honorem Dei et prosperum statum Ecclesiae.

Noi, quindi, oggi, professore, viviamo  venerando due miti, quello di Cristo e  quello di Francesco?  Marco noi veneriamo tanti miti  cristiani e non.

A me, Marco, risulta  che una cosa è il mito una cosa è la realtà storica: forse non lo so  dimostrare, non avendo mai  avuto il tempo necessario per approfondire la ricerca e  per meglio evidenziare i signa di tale tracciato  e nemmeno i mezzi per poter indagare più a fondo.

Il mito nasce a seguito del Phobos, dopo episodi e situazioni  catastrofiche, che incutono panico alle masse irrazionali, accalcate bestialmente,   quando magi e preti  dànno speranze nell’infuriare delle  calamità naturali o nel corso di spaventose guerre o di carestie  o di pestilenze, quando manca un’organizzazione statale.

Io non se se  si può dire quanto scrive Amartya Sen: nella  terribile storia delle carestie  mondiali  è difficile trovare un caso  in cui si sia verificata un carestia in un paese che avesse  stampa libera ed un’opposizione attiva  entro un quadro  istitutorio  democratico.

So, comunque,  che là dove  non c’è libertà di stampa, né opposizione politica, né un quadro democratico istituzionale ma solo  sovranità  assoluta  con i paladini del  clero e della  nobiltà  si creano due  sistemi  che si avvinghiano, attorcigliandosi al potere centrale  (Grande è l’insegnamento in tale senso di Giannone!)  impedendo ogni crescita popolare, mantenendo  l’ignoranza  dei molti che, condizionati dai miti religiosi e dall’epica di vincitori , obbediscono ciecamente alle direttive religiose e politiche vedendo punita ogni mente critica,   costretti oltre tutto  al sacrificio, in nome di un  Dio, che si fa perfino uomo  e diventa modello di vita e di resurrezione  per dare  un premio eterno come retribuzione ad una vita  di sacrificio terrena, pazientemente sopportata.

Perciò, Marco,  al di là del mito di  Cristo, di Pietro e di  Francesco,  gli oltranzisti vendono col Muthos  il sangue dei popoli  soggiogati dalla speranza futura di un  premio eterno.

Così potere politico e religioso hanno conquistato le Americhe, imponendo  gli hidalgo spagnoli  agli amerindi povertà e sacrifici; francesi ed inglesi  e poi anglosassoni statunitensi  hanno sottomesso,  massacrando,  le tribù libere indiane in nome di Dio, colonizzando  secondo Bibbia e Vangelo, letti ed interpretati secondo l‘ottica bianca della superiorità di razza rispetto alle altre.

Che  valore  può avere, professore, la parola del papa che chiede  all’Onu una nuova distribuzione di beni sulla terra, quando già anche dopo la decolonizzazione  si sono resi schiavi  i popoli africani, ed ancora si cerca di mettere la museruola  secondo la Christiana etica romano-americana ed  ora  bizantino-russa, ad ogni popolazione dissidente, gialla, meticcia, o indoeuropea,  con la superiorità delle armi e con le sanzioni economiche?

Nessuna parola, Marco, di papa Francesco  è credibile, se rimane sovrano assoluto.

Rovesciamo, dunque,  l’etica del bianco europeo  principe della terra! Sovvertiamo l’oikonomia di stampo ebraico! Annulliamo il potere religioso  di qualsiasi credo, lasciando solo una funzione  di pietas e di normalità rituale ai fedeli, senza clero!

Smettiamo di agitare la bandiera della croce  e di nascondersi dietro il nome di Dio!

Possibile che nel 2018 bisogna ancora dare illusioni all’uomo?

Non sarà bene che ogni ricercatore di qualsiasi disciplina, senza vendersi al migliore offerente,  metta in comune le risultanze del proprio lavoro  ed indichi una sua via, tra le altre percorribili, in relazione al suo studio per un reale orientamento?!

Possa questo duecentesimo articolo essere il primo di una denuncia  sociale, politica e religiosa,  che  sia esemplare per chi voglia essere  utile all’uomo – una creatura di  pari dignità e valore, simile in tutto ad ogni altra creatura del Kosmos, non certamente  somigliante al Padre,  onnipotente creatore-!

Un sistema economico-finanziario: Tzedaqah!

Oikoinomia ebraica alessandrina

Noi Cristiani, Marco, abbiamo radicato nella nostra mente l’idea di ordine  e di armonia  di un universo come realtà  esterna collettiva  o quella  di persona, perfetta, – come mikrokosmos, al pari del makrokosmos, – voluta da  un Dio  padre onnipotente, provvidente.

E’ questa  una concezione ebraico- christiana alessandrina- che è propria di una tradizione agricola  arcaica,  accadica  ed egizia semplificata nel mondo mediterraneo dal pitagorismo e dal platonismo –  per cui una creatura, fiduciosa nel suo creatore. si affida al suo Dio che, onnipotente e  benefico, regola il flusso astrale e naturale grandioso ed anche il suo breve tragitto umano, la sua vita, il corso della sua storia, conformemente al suo imperscrutabile disegno segreto.

Il sintagma oikonomia tou theou diventa  una base religiosa per un sacerdozio sia pagano che ebraico-christiano in epoca  cesariana e poi augustea, e sottende  una  organizzazione, politica ed economica su base religiosa  ellenistica, connessa con le strutture tolemaiche  della cultura alessandrina, di cui sono espressioni gli oniadi, la stirpe sacerdotale  di Onia III e della sua discendenza sommosacerdotale gerosolomitana insediata ad Alessandria  dal 146 a C.  con un un tipico politeuma, riconosciuto dai Lagidi

Per capirmi, Marco, devi seguire il mio ragionamento che si basa sul genitivo soggettivo  di tou theou del sintagma h tou theou oikonomia  che vale cioè O theos oikonomei

Noi, Marco, dobbiamo operare su Dio oikonomos, se vogliamo capire  il valore del sintagma ebraico  prima in epoca  Giulio-claudio  e flavio  e poi cristiano in epoca antonina e severiana nella sua applicazione iniziale oniade.

Non ti sto a ripetere quanto detto e scritto sul dioikeths alessandrino e sull’alabarca (cfr. Alabarca)e tanto meno  sul sistema economico  (di cui tratto in Caligola il sublime , in L’ eterno e il regno -II capitolo-  e in tanti articoli sull’Ellenismo e sul Pathr).

Professore, può procedere, seguo bene.

Dunque, Marco, il sintagma vale  economia divina  in quanto  tou Theou è genitivo soggettivo perché o Theos  è colui che regola l’oikos  familiare,  il patrimonio universale, cioè natura e storia  delle creature, in quanto è il kosmopoiios, colui che ha creato il sistema Kosmos.

Il theos come pathr euergeths, fonte di bene,  ha un  suo piano   non leggibile dall’uomo, che pur è creatura privilegiata,  eletta rispetto agli altri esseri viventi  senzienti e muti,  vegetali ed inanimati ed ha fatto un patto di alleanza con un genos sacerdotale,  a cui impone fedeltà di comportamento che deve essere espressione di obbedienza  illimitata,  connessa con amore e timore,  e vive nel Tempio di Gerusalemme, avendo al suo servizio  22.000 uomini.

Da qui, Marco, l’dea di un  Dio che ha costruito il mondo per l’uomo e lo sostiene e ne fa la storia  secondo la sua conduzione  pianificata sulle collettività, sui singoli in una  tensione paterna verso i  singoli, verso il gruppo, secondo una visione  di funzionalità makrokosmica ed una mikrokosmica.

E’ la visione platonico – ellenistica  poi  neoplatonica ed infine sarà idealistica, romantica,  connessa col classicismo letterario, che dà una concezione di ordine e di armonia non solo universale, naturale,  ma anche  anthropica privata e soggettiva  secondo schemi religiosi cristiani  in cui l ‘uomo con  la fede  vive in Dio,  seguendolo perfino  nel farsi della storia  imposta, composto ,come se fosse un bambino nell’utero materno di una natura generante  divina.

E’ un’idea perfetta  espressa da mens sacerdotale,  già all’epoca di Ezra, applicata in vari momenti  ebraicamente e poi rivista dai  christianoi  didaskaloi alessandrini  e dai cappadoci  orientali e  riselezionata  e rivista in Occidente  sulla base del sistema  di pensiero di Agostino ed applicata, in epoca barbarica  da  Cassiodoro, dal venerabile Beda  e dai monasteri benedettini eredi del sistema  agricolo di villae romane   prima e poi,  in epoca carolina,  da Alcuino  e dai tanti abati palatini ( Novalesa Farfa, Bobbio).

Marco, per secoli l’idea dell’oikonomia di Dio  si fissa nelle menti dl popolazioni sia orientali che  occidentali anche se le prime ancora sotto il legittimo Basileus bizantino  e le seconde   sotto un illegittimo potere barbarico, dominato da un’ Ecclesia romana, – che si consolida a scapito di quella  costantinopolitana dominata dal sovrano, incapace di mantenere saldo  l’imperium sull’Esarcato e sui domini italici-  che si  fonde con quello pure illegittimo di Potestas  carolina, in una usurpazione  del nomen romanum!.

Sotto questa etichetta i sistemi  religiosi  e politici occidentali  convinti di  avere la stesso funzione ebraica, grazie alla sede romana,  del tempio gerosolomitano,  sviluppano una comunicazione  diretta tra  Theos ed  anthropos, tra creatore e  creatura,  per cui  possiamo dire cristianamente  che ci si conforma alla volontà divina, accettando il  destino umano in una fiducia  nella  oikonomia /economia del Creatore, padre ed onnipotente.

Professore, lei ha dato il  titolo all’articolo di Tzedaqah ,che per quanto ne so io, significa  comportarsi da Tzadik, da giusto, di un uomo che  applica sulla terra la  giustizia , che cioè sa vivere giustamente  tra  terra e cielo, amando  il prossimo, per cui opera, e temendo e amando il theos, di cui  asseconda  l’oikonomia divina.

Perciò chiedo,- se ho capito bene!- come può cucirsi l’idea di giustizia con l‘oikonomia divina?

Marco, molte volte ho spiegato che essere giusti significa in Iudaea al tempo di Cristo,   donare,  dare cioè metà del suo patrimonio al fratello.

Ho mostrato il sistema trapezitario come  centrale in questa visione economica ebraica  e l’ho puntualizzato poi con Il politico o Giuseppe : forse qualcosa ti è sfuggito, anche se vedo la tua completa generale  visione del problema.

Ho letto attentamente  quanto ha scritto ed ho capito che   quando la Trapeza  è stracolma (talenti mine dracme ) deve sdoppiarsi  e il trapezita della  trapeza   madre   alessandrina deve  inviare un gruppo  con un fiduciario in modo da  stabilirsi in altra località con una metà del fondo bancario, trasferendo lì la metà della  moneta liquida, scortata da milites armati o su navi.

Bene Marco!E  sai pure che quanto resta cioè la metà  col surplus resta in sede!

Dunque, la trapeza madre lascia tutta l’amministrazione dioikhsis  ad un altro  che come Dioikeths  opera in modo autonomo applicando tassi in relazione alla situazione  commerciale  in cui si trova la nuova sede  e  crea un colonia ebraica, che vive separata dagli altri, pagani, secondo un proprio sistema di vita, garantito dalle autorità locali  secondo editti non solo lagidi ma anche dell’imperium romano.

Filone e Flavio nelle loro opere evidenziano la stretta connessione col potere romano delle trapezai ebraiche che  si decuplicano nel periodo giulio-claudio, nonostante un episodio persecutorio di Caligola (cfr. In Flaccum).

Filone, il filosofo neoplatonico, fratello dell’ alabarca,  ha grande competenza  commerciale ed economica,  sembra indicare una precisa direzione non solo  emporica  specie nelle città   con porto, ma anche nell’entroterra  sia africano che asiatico, mostrando una rete di uomini che operano come  impiegati nel lavoro bancario ( Cfr.  Alabarca)

Filone parla  di oikonomia giudaica  continuamente nella sua opera ed anticipa  Paolo,  Apollo, Plotino.  Clemente ed Origene.

Oikonomia deriva  da Oikonomeoo amministro la casa in quanto ho  diritto secondo una consuetudine patriarcale di guida  del clan familiare e del patrimonio/oikos.

Si tratta, quindi, di un’ azione di un pathr, che amministra l’oikos familiare e  che regola  in quanto legifera avendo diritto  poiché padrone assoluto come il theos creatore della phusis natura e   delle sue creature.

Al termine oikonomia che vale nomos  oikou cioè la legge del l’oikos del patrimonio familiare, cioè legge del padre,  Filone -che  ha impero economico  familiare in Alessandria coi fratelli, da oltre un secolo, basato sul plerooma / quello che si riempie di qualcosa, sulla pienezza di denaro che avanza e trabocca- ha necessità  di smistare, di dividere, creare filiali, succursali e di dipanare la rete trapezitaria in tutta l’ oikoumenh,  mediante  una schiera di agenti commerciali, di addetti al cambio di valuta , methorioi,  guidati da un  membro della famiglia oniade,  che fa da congiunzione con la casa madre  e che tiene costantemente i rapporti, nonostante le distanze e l’autonomia della cellula, capace di generare col tokos /interesse, a sua volta, surplus.

C’è uno smisurato sistema bancario, i cui vertici  sono legati con i governatori provinciali dell’impero romano e con la corte imperiale giulio-claudia  in quanto solo tutti iulioi /iuliifamiliares dei Cesari, degli imperatori che portano il nomen/onoma di  Iulios/Iulius!

Anzi l ‘alabarca è epitropos / epimeleths/ therapeuoon /Curator della domus  di Antonia Minor, nonna di Caligola, che è  in concorrenza con quella della suocera   Giulia Livia e di Tiberio, legata ad Argentarii e nummularii latini!

Ii sistema finanziario-commerciale-economico è così complesso tanto che invade  progressivamente il mondo romano e quello parthico raggiungendo anche il  mondo barbarico germanico, lungo la via danubiana e il Ponto Cimmerico  e giunge fino a colonizzare l’India, l’isole indiane , l’Indonesia e perfino la Seria/ Cina.

Ad un tale  colosso economico  conviene una  decentrazione, nonostante la centralità alessandrina: gruppi di addetti  ai banchi, emporoi, naucleroi,  agenti di cambi  girano da una regione ad un’altra e tengono bassi i tassi, formano un esercito di operatori commerciali,  che, in concorrenza coi pubblicani  romano-latini  hanno il monopolio dei trasporti e delle merci da esportare, imponendo il cambio   delle monete  a loro esclusivo vantaggio, sempre  tesi ad una moltiplicazione delle trapezai, specie nel Mediterraneo  (cfr. Methorios).

Professore, ho capito che, secondo lei, l‘oikonomia ebraica è una catena di S. Antonio che autorizza  ogni dioicheths a svolgere una propria libera azione  a seconda della  propria funzione e professionalità  a seconda anche della distanza  da Leontopoli, sede templare dell’alabarca, che guida da  Alessandria ,sede della banca centrale insieme ai funzionari templari.

E risulta anche una ragnatela di trapeziti e di emporoi che dominano ogni settore della vita romana, soffocando  il commercio greco e quello romano-italico gallico!

Più c’è diffusione delle sedi in regioni lontane  e più cresce l’economia ebraica, basata sul  fare un atto di Giustizia per il fratello.

Professore, vanno di pari passo  proselitismo,  economia giudaica e  distribuzione della ricchezza?  Certo.

La colonizzazione ebraica sottende, perciò, un  arricchimento per la regione con trapezai giudaiche non solo per i giudei ma anche per  i pagani, specie se  chiedono di essere circoncisi?

E’ così la ricchezza si ridistribuisce  tra i pagani circoncisi che  diventano  elementi attivi nella conduzione di un magazzino/emporion, di un  arsenale navale, di un’attività commerciale,  connessa con la trapeza giudaica.

C’è una ricaduta positiva sul territorio in cui c’è apoikia?

Sicuro.

Il  giudeo non è  allora,  separato dagli altri farisaicamente, ma partecipa con i pagani, timorati di Dio, all’attività commerciale e  dà al nuovo fratello la stessa possibilità economica  che concede al contribulo.

L’ebreo non può  far la caritas christiana, che diventa  elemosina,  deve invece dividere il suo oikos  per  essere veramente fratello e tzadik!

 Dunque, Marco,  la bontà paterna, che è fonte del dare , sottende tzedaqah, cioè  agaph, che risulta in Oriente fonte amorosa e ha connotazioni figurali paterne, mentre  in occidente diventa  caritas di stampo paolino.

Ho cercato di far comprendere ai profani nello studio su Giuseppe o il politico, l’oikonomia ebraica, ma invano: mi sembra che solo un accademico, uno  studioso di Paderborn, abbia capito qualcosa.

Ora  dopo molti anni ci riprovo  cercando col tuo aiuto di dare indicazioni migliori in modo  da mostrare  l’epopea commerciale e mercantilistica dei giudei in  epoca romana  da fare vedere le  connessioni religiose ,economiche  e sociali e politiche così  da rilevare le strutture oniadi ancora oggi presenti nella Chiesa Romana.

Tzedaqqah ebraica , Marco, funziona dall’epoca babilonese ed è un sistema economico templare che  fa la differenza tra le economie templari acheminidi, prima, e greco- romane poi, con il trasferimento dell‘oikos  del tempio, che diventa anche un scissione religiosa  con una forma ereticale,  quando Onia III  chiede asilo ai Lagidi, ed ottenutolo, ha la possibilità di creare il Tempio di Leontopoli, che concorre per la riscossione della doppia dracma con quello gerosolomitano.

Marco, ti è chiara dunque la mia  lettura di Tzedaqah ?

Certo. professore: l’essere figlio di Padre, comporta fratellanza e comune sistema di vita, in quanto l’azione del padre che amministra è  benevola in modo eguale verso i propri figli anche se il cleros è del figlio primogenito.

Il padre  è colmo di amore come anche il primogenito verso i fratelli  nella suddivisione dei beni familiari,sufficienti a vivere dignitosamente, se spartiti equamente.

Mi sembra che hai capito, Marco ma non so se ti è chiaro il fatto che  la possibilità di equa ripartizione dei beni è in rapporto al plhrooma, alla fonte di bene iniziale.

Ho capito bene, professore,  Dio padre essendo colmo, trabocca in quanto sorgente e genera  altri se stesso in una continua emanazione: l’applicazione mercantilistica e trapezitaria  ne è un chiaro esempio come quella plotinica  e gnostica.

Tu fai di me , caro Marco, un uomo felice perché  ormai disperavo di riuscire a far capire il mio pensiero!

Un Theos plhrooma fonte  in  effusione e traboccamento, nella sua emanazione continuata  crea la varietà delle forme di vita, comprese quelle intermedie  ed è in relazione più o meno diretta dai figli, vincolati dall’oikos comune…

Professore , a questo punto, non so più valutare l’apporto culturale di Amartya Sen, premio  Nobel nel 1998,  che,  a mio parere aveva indicato nuove forme  di distribuzione economica  auspicandosi una  revisione  economica su differenti basi.

E perciò le chiedo: ha qualcosa di ebraico  la sua impostazione economica?.

Non posso  valutare, non avendo competenza tecnica, settoriale anche se stimo moltissimo l’opera di un grande studioso,  figlio e nipote di  uomini di cultura Sanscrita, gran lavoratore ed abile nelle teorie commerciali, aperto ad una comunicazione plurima, pur privilegiando quella ebraica.

Tu, ingegnere, meglio di me, potresti  arrivare ad una conclusione pertinente su Amartya Sen , i cui tre matrimoni sono stati importanti  ai fine della sua carriera accademica: il II matrimonio nel 1971 con Eva Colorni, compagna amata e fedele per un ventennio e quello con Emma Giorgina Rothschild, sposata nel 1993, potrebbero  aver indirizzato il suo corso di studio  in  una lettura  comunistica dell’economia secondo parametri giudaici, senza, comunque, intaccare la sua originale ricerca…

Neanche io, da ingegnere, posso dire qualcosa di preciso  su una ricerca così originale come quella di Amartya Sen!.

UN GIORNALISTA legge Caligola il Sublime

Caligola il Sublime è un’opera di revisione storica  che, insieme alla traduzione di  Antichità  Giudaiche di Giuseppe Flavio (XVIII,XIX, XX) e  di In Flaccum e di Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino, rileva un‘altra storia giulio-claudia e ne coglie le connessioni  politiche ed economiche con quella giudaica, specie erodiana ( Cfr. Giudaismo romano I,II  e Il politico o Giuseppe). 

Paolo Di Mizio, mio alunno al Liceo Classico,  anno scolastico 1967-1968,   richiesto del suo parere, con  stima, non disgiunta da onestà e lealtà,  espresse, poco dopo la pubblicazione,  il suo giudizio, utile ai fini del successivo lavoro dell’autore, rimasto sempre ai margini della cultura ufficiale, nonostante i suoi meriti di ricercatore (cfr. Una vecchia questione).

Dopo nove anni il professore pubblica la lettera del  Giornalista e lo ringrazia per la precisa valutazione di Caligola il Sublime, riconoscendone la sagacia di giudizio,  segno della sua professionalità.

 

 

Sabaudia, 28-7-2009

 

Carissimo Angelo,

scusami innanzitutto per il ritardo con cui ti rispondo, ma è un ritardo che dipende in parte anche dal fatto che ho preso molto sul serio le quattro righe con cui mi chiedi un parere, dal quale sembra dipendere anche una tua decisione futura, e con ciò mi investi di una responsabilità non indifferente.

Ho per questo aspettato di avere il tempo di riprendere in mano il libro di Caligola e approfondirne la lettura.

Adesso, pur non avendo ancora del tutto terminato di leggerlo, penso di essermi formato un’idea definitiva.

Comincio col dirti che non sono uno storico: sono un giornalista e, al massimo, uno scrittore, che è , comunque, cosa molto diversa dallo storico, e, come tale, posso giudicare.

Io mi sono appassionato alla lettura del libro. Come già ti ho detto, è pieno di stimoli che spingono la curiosità intellettuale del lettore.

Da quello che posso capire, le tue analisi del protagonista, dei personaggi collaterali e del quadro storico sono molto originali, e i tuoi punti di vista mi sembrano sempre non conformisti: su ogni cosa applichi il metodo cartesiano del dubbio e cioè del non dare alcuna verità per scontata.

Inoltre, nel substrato del libro si legge una tua spinta etica, una tua lettura “morale” della storia, che io trovo appassionata e appassionante. Apprezzo molto il rigore appunto etico: anche per me la Storia o è “morale” o non è Storia.

Sono inoltre costernato dalla tua immensa erudizione sul mondo classico (sui banchi di scuola, invece, ti conobbi come analista di Foscolo!). E apprezzo infine il modo dettagliato con cui riporti le fonti e il fatto che riproduci brani in lingua originale (latino, greco…) e poi le traduci.

Tuttavia, quasi per gli stessi motivi che ho qui elencato, devo notare, dal punto di vista del lettore non specialista, che il libro costituisce una lettura difficile.

Innanzitutto, come dicevo, per la prosa, per lo stile espositivo, che a me piace molto, ma è indubbiamente aspro, molto denso, così fitto di citazioni (e questo va bene per lo storico, ma non agevola il lettore meno colto), così irto di riferimenti culturali e di rimandi che non sono alla portata di chiunque.

In secondo luogo, a rendere “difficile” la lettura, secondo me, contribuisce anche la costruzione, la “scaletta”, del libro, la quale presuppone un lettore già dotato di una conoscenza aprioristica dei fatti storici salienti.

Per esempio, ti faccio notare che praticamente non si trova un rigo sulla biografia di Caligola fino a pagina 27, dove comincia un capitolo che in realtà è più dedicato a Germanico che a Caligola stesso. Per le prime 26 dense pagine affronti preliminarmente i temi di fondo e di giudizio sul personaggio storico, con tesi di molto spessore e molto ben argomentate, ma esposte quando ancora il lettore (non specialista) non conosce nulla del personaggio e perciò non sa se partecipare e come partecipare al tuo giudizio. Per le prime notizie su Caligola bisogna aspettare pagina 76 (Caligola a Capri).

In due parole, quello che sto cercando di dire è che io ho preso in mano il tuo libro come fosse un libro divulgativo e invece ho scoperto che non è esattamente divulgativo, cioè adatto al “volgo” non specialista di storia. Se voleva esserlo, sappi dunque che, a mio giudizio, non lo è.

Dico questo perché voglio arrivare al dunque. Io non so – e non voglio – consigliarti se pubblicare o non pubblicare i cinque volumi sul Giudaismo Romano (tra l’altro non ti consiglio neppure di mandarlo in lettura a qualcuno della comunità ebraica italiana, perché sono sicuro che sarà un libro pieno di rose ma anche di spine, insomma non apologetico sul giudaismo).

Però penso che tu debba valutare due diversi elementi per decidere se affrontare la spesa della pubblicazione:

 

  • il primo elemento è, come ti ho detto, che il tuo modo di costruire il racconto storico non è di facile lettura e di facile divulgazione. Non lo è per il libro di Caligola e immagino lo sia ancor meno per l’altro lavoro. Per questo motivo, e per l’argomento stesso del lavoro, non credo si possa immaginare che cinque volumi sul giudaismo romano possano diventare un caso commerciale-editoriale, un best-seller nelle librerie.
  • Il secondo elemento è che i libri non si pubblicano solo per essere venduti ma anche per essere giudicati. Ma giudicati da chi? E perché? E qui veramente le risposte devi dartele da solo.

Da parte mia faccio un’amara riflessione: immagino che il mondo degli storici sia, come ogni altro ambiente culturale, sostanzialmente un circolo chiuso, una conventicola, una rete di cattedratici universitari, un sistema di potere autoreferente, una setta iniziatica, dove i non iniziati non hanno accesso, anzi vengono in ogni modo emarginati: anche con il silenzio, che è la peggiore delle critiche.

Ora, non credo tu faccia parte del sistema, dell’establishment culturale-storico (anzi per tua natura credo caso mai il contrario, che tu sia un ribelle e un anarchico). Questo significa che non credo tu possa sperare di essere “scoperto” e consacrato come grande storico da un critico autorevole e disinteressato, il cui giudizio ti ponga immediatamente al centro dell’attenzione e del dibattito storico. Tutto è possibile, ma  è anche molto improbabile.

Detto questo, aggiungo che la pubblicazione di un lavoro costato anni di lavoro e perigliose circumnavigazioni nel tempo e immensi viaggi del pensiero, costituirebbe certamente una soddisfazione personale, un momento di felicità come pochi, un piacere che può valere anche tutta una vita e che può essere un lascito per chi ci ha amati e ci sopravvive.

Un lavoro così, dovrebbe, se ci fosse giustizia al mondo, essere pubblicato “automaticamente”, per ordine divino –et sine conditio(ne)-.

Ecco, ti ho detto tutto quello che penso, come mi hai chiesto. Ho cercato di essere onesto. Spero di esserti stato un poco utile. Perdonami la lunghezza.

 

Tienimi informato delle tue riflessioni e decisioni.

 

Ti abbraccio, con grande stima

 

Paolo

Dove andiamo?

Dove va l’Italia repubblicana con Salvini e Di Maio?

Ci stacchiamo dall’Europa ?!  Diventiamo un’altra Grecia? !

Conosciamo quanto hanno sofferto i Greci in questi ultimi anni?

I nostri figli e nipoti sanno soffrire?

Sono interrogativi che ci poniamo noi vecchi ; noi non sappiamo rispondere perché abbiamo fatto qualcosa, senza parlare, ed ora vecchi-bambini forse vaneggiamo, di fronte  al cumulo  di mali di un’Italia, una barca  senza governo.

 

Alla fine di Quale futuro ci attende, Angelo Filipponi scrisse nel 1995:

 Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’ adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti, camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico di nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’ autonomia personale, (familiare e statale ) perché fiduciosi nel progresso- ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e  degradare i politici,  uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice, incapaci di soluzioni, inutili come amministratori pubblici, data la marea di  burocrati, autosufficienti, considerato il potere occulto senatorio.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico, demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano – uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia -.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano ,inserito in un  Europa, da configurare,  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere da solianarchicamente,   senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente,  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio,  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora, la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

Oggi, dopo 23 anni, l’italiano medio dovrebbe aver capito qualcosa di politica, di democrazia, di repubblica, di religione… dovrebbe votare … secondo ragione personale… valutare  la situazione e fare un punto situazionale concreto…avere abilità e capacità di lettura, almeno, rispetto ai padri ,  educati  secondo fascismo o socialismo, ancora condizionato dal mito religioso.

Filioque e Leone III

Sono veramente storici  gli accademici italiani!

Filioque e Leone III

Abbiamo già scritto in Filioque e il concilio di Toledo www.angelofilipponi.com che nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla, in epoca antonina, dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo.

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana, secondo emanazione.

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea,  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del Concilio  di Costantinopoli  Cfr E Book Amici cristiani, Perché diciamo Credo? che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo/procedo.

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio.

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo, in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazionecome marcia di un popolo che precede  un personaggio importante (di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece  la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano).

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi, che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità, sulla base di un unico principio divino.

Ora  quanto detto  vale  ancora di più dopo la conversione dall’arianesimo  del re visigoto  e del suo popolo in Spagna.

In seguito  in Francia e in Italia ed anche  nelle Chiese balcaniche, insieme al rito Eucaristico si tollera la formulazione del Credo  con l’aggiunzione di Filioque, che diventa usuale in Occidente  per quasi due  secoli, in cui si accentua il distacco dell’Italia e del papato dal bizantinismo, come abbiamo mostrato in Bonifacio IV e Foca e in  Eutichio e d Astolfo. 

Ora,  inoltre, ci poniamo il problema di quando e di chi lo ratifica nella sede romana papale, a seguito dell’usurpazione  da parte di Carlo Magno,  che avrebbe dovuto  assumere, secondo Leone III e la curia romana, il titolo di autokratoor toon romaioon  ora tenuto illegittimamente da Irene di Atene, che ha avvelenato  suo marito Leone IV.

Sembra che una “certa”  ratifica ufficiale avvenga  nell’anno del  signore 809  ad opera di Leone III, quel papa che nel Natale dell’800 incorona Carlo Magno imperatore del Sacro romano Impero…

Prima di quel Natale ci sono trattative  tra Leone e Carlo  che portano alla consacrazione imperiale del re dei Franchi e dei Longobardi  già considerato defensor fidei  in quanto patricius romanorum.

Il vero direttore delle trattative  però, specie di  quelle di  Paderbon,  è certamente Alcuino di York, che  ha  un punto  fermo nella sua politica : il papa non può essere giudicato da un’autorità umana,  ma solo da Dio, in quanto è suo vicario sulla terra e  legge vivente secondo le scritture.

La sua formulazione autentica è: prima sedes  a nemine iudicatur.

Questa formulazione  sarà la base per il Dictatus papae di Grgeorio VII,  che  legge prima sedes “romana” e a nemine  come a nullo homine.

Infatti il pontefice  afferma quod unicum est nomen in mundo, quod a nemine ipse iudicari debeat, quod Romanus Pontifex  si canonice ordinatus, meritis beati Petri indubitabiter efficitur sanctus/ che  unico è il nome nel mondo e che il pontefice romano se ordinato canonicamente, senza dubbio è reso Santo dai meriti del beato Pietro e che non debba essere giudicato da nessuno. 

Al di là della lettura gregoriana  (cfr. Filone e Gregorio VII ), a noi preme in questa sede mostrare la vicenda  di Leone III (795-816), successore di   Adriano I(772-795), che è riuscito in vario modo ad imporsi a Carlo figlio di Pipino e  a completare astutamente  l’opera dei suoi predecessori ottenendo  le terre bizantine, quasi al completo, dell’ex esarcato di Ravenna come donazione, come si rileva dal suo epistolario  con la curia di Aquisgrana ( Cfr. Eutichio ed Astolfo).

Leone III, eletto appena inumato il suo predecessore,  non è uno stinco di santo ed è accusato dal nipote di   Adriano e da Campolo, sacellarius,   che iniziano un’opposizione , che sfocia nel 799 in un attentato  e in un allontanamento dalla sede papale.

Il papa,  scampato  grazie alla protezione del duca di Spoleto,  fa propagandare la sua fuga come quella di un abbacinato e  ferito mortalmente, capace, comunque, di fare un lungo viaggio con un seguito di quasi 200   presbiteri e diaconi  fino a Paderbon in Westfalia, dove ha la residenza estiva Carlo.

Non si hanno notizie circa  questo incontro tra Leone III fuggiasco- uomo  astuto, senza  blasone e senza reale credito, anche se  attorniato da una curia itinerante   accusato di innumerevoli crimini dalla pars avversa – e il re dei Franchi e Longobardi…

Secondo me , la curia franca dominata da Alcuino, seppure non allineata con Leone III, ha già delineato la propria politica nei confronti del papato romano,  in relazione alle direttive del concilio di Francoforte del 798, in cui si è stabilita da una parte la confutazione dell’ adozionismo e da un’altra  la strategia operativa del patricius romanorum, fedele scudiero del papa, massima potestas temporale rispetto all’auctoritas divina del vicario di Cristo.

Di tale trattativa non ci sono tracce né di dialoghi né di formulazioni, quasi ci fosse stato un incontro privato  senza la presenza di scribae curiales e quindi non ci sono documenti  comprovanti l’intesa,  che poi si manifesta con la venuta in Italia e a Roma di Carlo  e col reinsediamento del pontefice.

Infatti l’elezione di Carlo ad autokratoor toon Romaioon, a Roma, ad  opera di Leone III,  non è il risultato di un’improvvisazione politica, ma è un atto che conclude un accordo in relazione alla mutata situazione politica  orientale, a Costantinopoli.

Leone III, al momento della sua elezione papale, ha  già inviato  le chiavi del sepolcro di S Pietro, come  testimonianza di fiducia  e segno del potere  di Carlo patricius romanus, suo scudiero  temporale.

A Carlo  il papa ha, poi, notificato la notizia  dell’usurpazione imperiale di Irene di Atene, macchiatasi dell’avvelenamento del marito Leone IV  e del suo governo illegittimo con suo figlio Costantino VI.

Il papato romano, prima sedes occidentale, e quello costantinopolitano, prima sedes orientale, secondo Teodosio I, sono concordi nel dichiarare usurpatrice del titolo imperiale Irene!

Bisogna pensare che l’acclamazione popolare romana  sia atto  accettato  anche da Costantinopoli, con cui  Leone III ha anche una comune professione di Fede circa ekporeusis.

A Carlo, pur salutato augusto, grande e  pacifico imperatore dei romani, sembra, comunque,   non piacere l’acclamazione in quanto nel Natale dell’800 ha già intavolato trattative con Irene per un matrimonio tra sua figlia Rotrude  e Costantino VI ( Eginardo, Vita Karoli).

Solo dopo la morte di  Costantino VI e   poi  quella di Irene e la successione di Niceforo  sul trono, la curia papale e quella  palatina di Aquisgrana iniziano di comune accordo a propagandare il sacro romano impero,  esaltando l’elezione papale romana di Carlo (Cfr. Annales regni Francorum e Liber pontificalis ).

Comunque, nel Natale dell’800  la vacantia  del titolo di Basileus  catholikos  permette al pontefice la nomina  imperiale al patricius romanorum difensore dei diritti del nuovo papa , dopo il giudizio sui suoi persecutori, condannati a morte, ma graziati da Leone III e confinati.

Ciò, comunque, non sottende la scadimento della  prima sedes orientale, soggetta all’autokratoor legittimo costantinopolitano, appena ripristinato secondo diritto.

Ciò neppure può implicare legittimità alla novitas del rito di investitura da parte della prima sedes romana del patricius romanorum, illegittima!

Non si tratta, dunque, della fondazione di  un Sacro romano impero– un altro falso storico, non proponibile all’epoca-  ma di un’usurpazione di  successione imperiale come una restitutio imperii alla pars Occidentale , come se mai ci fosse stato l’atto ufficiale  di Odoacre di consegna delle insegne imperiali  valentiniane nel 476 a Zenone, che gli concede il titolo di patricius romanorum, proprio di un funzionario imperiale…

Niceforo,il Logoteta (802-811)  infatti , il successore di  Irene, convinto assertore dell’unicità dell’imperium romano e della sua  unica consacrazione, pur   riconoscendo nominalmente  a Carlo l’elezione imperiale,  ad opera del papato,  propria di un usurpatore,  lo obbliga  a riconsegnare il territorio del Veneto, l’Istria e la Dalmazia, a riconoscere perfino un trattato  del  duca beneventano Arechi  con Costantinopoli,   a legittimare   il principe bizantino di Napoli,  Stefano, e  quello del  governatore di  Sicilia.

Carlo, convinto della supremazia imperiale bizantina, accetta le condizioni del basileus orientale e ne ha un parziale e momentaneo riconoscimento di  potere imperiale in Occidente.

L’imperatore bizantino, infine, impone che la prima sedes  costantinopolitana e quella romana  abbiano un comune credo secondo la tradizione  niceno – costantinopolitana circa l’ekporeusis dell’Agion pneuma.

Ne deriva  che  Carlo, richiesto del suo parere come defensor fidei, dalla prima sedes romana, pur desideroso di non disattendere le  attese dell’imperatore bizantino in materia di fede , deve necessariamente cedere alle richieste dei  membri della chiesa gallicana riunita  ad Aquisgrana circa il filioque isidoreo, avendo già risolto la questione  circa l’adozionismo con Alcuino che, al concilio di Francoforte prima e poi ad Aquisgrana  ha confutato le proposizioni  adozioniste di Felice di Urgell.

Ora, dunque  Carlo.  per favorire la concordia religiosa tra i franchi accetta il filioque e si oppone  anche a Papa Leone III   che è legato da tempo alle formulazioni bizantine.

Il filioque è  parte integrante del Credo recitato durante la messa  in tutto l’Occidente  meno che in alcune parti del suolo italico e a Roma.

Il filioque,  ormai entrato nel rito consueto in Occidente da oltre 2 secoli,  è diventato una quaestio aperta per oltre due secoli tra la chiesa gallicana e quella romana fino ai tempi di Silvestro II il precettore di Ottone III  (999-1003)  quando a seguito dell’incremento dato alla riforma cluniacense,  si chiude con l’accettazione  della processio dello Spirito santo e dal Padre e dal Figlio, anche a Roma.

Il papa Leone III, infatti, rimane nella sua fides costantinopolitana anche dopo il concilio di Aquisgrana e la risposta  autoritaria di Carlo, e  sembra ribadire le sue  certezze conformemente  al credo atanasiano.

Il papa, fin dagli inizi  del suo pontificato  è distante dal filioque   di Isidoro e segue l’indirizzo costantinopolitano e poi si oppone a Carlo,  che per calcolo politico accetta le formulazioni di Aquisgrana e le convalida.

L’imperatore anzi   stabilisce  di accettare  la tradizione già secolare occidentale,  imponendo anche  la recita del credo  durante la Messa.

Papa Leone, rifiutando di sottoscrivere quanto decretato dalla chiesa gallicana, si separa dalla cattolicità in nome dell’ortodossia. 

Leone è un papa tosto, che ha una sua politica  ancora da funzionario  bizantino, nonostante i cedimenti al re dei Franchi e dei longobardi, militarmente i superiore!.

Il papa -ripeto- resta fedele al suo pensiero sulla processio/ ekporeusis  e mantiene la sua parola alla comune affermazione  di fede  col patriarca di Oriente, chiamato ( anche lui come l’imperatore )  Niceforo.

Solo  un cinquantennio dopo papa Silvestro II e la fine della divisione tra la Chiesa gallicana e quella romana per il filioque, ci sarà nel 1054 lo scisma tra i cattolici e gli ortodossi.

E’ una vittoria della fede o della politica!

La theologia mostra la sua forza?!

De autore Operis censura

De autore operis censura.

Senti, Marco, come nel  1575 si applica la Censura  su  Compedium Theologicae Veritatis.

Si tratta cioè  di una censura di un’opera, che non indica l’ufficio di censore ma solo un giudizio critico su un testo  di cui non si conosce  l’esatto nome dello scrittore e  si cerca l’autentica paternità…

Tanti sono i nomi di quelli che hanno scritto Compendia theologicae veritatis nel Duecento!…

Per prima cosa si nega che  ci sia una sola sententia circa l’autore e quindi ci sono molteplici attribuzioni  e diverse opinioni  quis aurei huius libelli autor exstiterit,  non una est sententia.

Solo in epoca recente si è fatta l’ esatta attribuzione con identificazione di Hugues  Repelin de Strasbourg (Hugo Ripilinus Argentoratensis…, ma questa è un’altra quaestio (cfr. L.Pfleger, Der Dominikaner Hugo von Strassburg und das Compendium theologicae veritatis, Zeitschrift für Katholische Theologie 28 -1904-, pp. 429-440 e Cfr. Georg Steer, Hugo Ripelin, von Strassburg: zur Rezeptions, und Wirkungsgeschichte des Compendium theologicae veritatis im deutschen Spätmittelalter, Tübingen, M. Niemeyer, 1981)…

Poi  loannes de Combis  aggiunge che quidam ….autumant  e si serve del verbo autumo, la cui incerta etimologia fa pensare ad autem dico, come avviene per nego  -nec dico -. in modo da indicare un’ affermazione ben sostenuta secondo Gellio, Noctes Acticae, 15,3,6 (autumo non id solum significat aestumo, sed et  dico et opinor et censeo). Infatti secondo lo scrittore cinquecentesco  quidam Albertum re ac nomine magnum eius autorem autumant cioè alcuni ritengono giustamente autore Alberto Magno, anche se molti affermano che altri hanno scritto il libro.

Infatti dice: nunnulli  Aegidium Roma(num), alii  D. Tho Aquinatem, quem  plures  Seraphicum Bonaventuram  contendunt ( a cui molti  oppongono, in gara , nel tentativo di attribuirne  in modo tendenzioso la paternità  al Serafico Bonaventura).

Ad Egidio Colonna romano (1245-1316) agostiniano, che rileva i contrasti tra platonismo ed aristotelismo, non è possibile l’attribuzione del Compendium…per molte ragioni, vista poi la formulazione pratica ed emporica del I Giubileo della storia con Bonifacio VIII…

A suo parere  lo scrittore cinquecentesco ritiene  che  questi  si avvicinano di più  alla realtà (qui et rem propius, meo quidem iudicio,  attingere videntur), ed aggiunge che in essi, comunque,  si leggono haec  eadem ad verbum, paucis mutatis, paucioribusque additis,  in quanto si può vedere nei libri anche di Tommaso (in eius Opuscolis) maestro del Colonna.

Infine  attribuisce il libro a  Pietro Tarantasio sostenendo con molta cautela  l’attribuzione.  Nec desunt tandem qui Petro tarantasio inter sacrae thelogia professores  non obscuro, id tribuunt.

Eppure Petrus di Tarantasia- 1225-1276-  (Valle di Isère) è un grande studioso, abilissimo nella lettura theologica,  divenuto anche papa con nome di Innocenzo V, beatificato dalla Chiesa…

Lo scrittore cinquecentesco si rivolge poi al candido lettore (candide Lector) apostrofandolo con  un tu, in una ricerca di empatheia, impossibile tra il doctor fanaticus ed un lettore profano invitato ad abbracciare  la causa sine dolo (sedulo) diligentemente.

E’ un tentativo di passare dalla funzione emotiva di un dotto scrivente  a quella conativa di un ricevente, dilettante, capace, però, di attivarsi, in quanto  discipulus  spoudaios/sedulus.

Chi scrive cerca  un lettore, comunque sia,  che partecipi alla sua impresa!

E’ possibile forse fra te,  Marco,  e me, oggi nel 2018, non tra  Joannes de Combis in epoca tridentina con un suo lettore candidus, confratello puro e schietto nella sua fides, cieca, secondo le theorie dei commentatori dell’Ars Poetica di Orazio,  propria   del Cardinale vescovo di Ugento , Sebastiano Minturno,  abile a miscere delectare et docere, dulce et utile, cioè platonismo ed aristotelismo!

Eppure l’autore cinquecentesco pensa di poter attirare  in qualche modo con il divertimento e il piacere della ricerca del  nomen autoris (autoris nomine parum oblectatus) il lettore, un uomo che parla  il volgare italiano, ma educato in lingua latina e greca.

Perciò aggiunge: Habes enim unde purissimos Theologiae latices extremis (ut aiunt) labiis delibes/ tu hai infatti dove poter gustare le purissime sorgenti di Theologia  a fior di labbra. 

Al discepolo, si aprirà allora un facilis aditus , un facile passaggio senza dover subire il gorgo fragoroso dell’onda.

L’autore incita  con un orsù/ age, – perché, a detta di Aristotele, agli antichi furono attribuite plurimae gratiae/moltissime attrattive,  ma non   perfecerunt, invenerunt tamen  facile- ad osare,  che è proprio dei chi inizia.

Questa è la sua conclusione, in forma interrogativa, tipica del  periodo controriformistico, propria del Piccolomini e del Varchi ( cfr. L’altra lingua l’altra storia,cit. ): cur non eadem iis, qui  multa paucis et apte quidem absolverunt, nixi sunt, quando ars brevis, vita longa.?/ perché non affidarono le medesime cose a quei pochi che  compirono  del tutto e bene molte cose, dato che l’arte è breve e la vita lunga?

Caro Marco, l’opera in questione è oggi da tutti ( quasi) creduta di Hugues de Strasbourg ma per  secoli i critici si sono orientati  e sbizzarriti in  varie attribuzioni, a volte anche risibili

Ho rivisto dopo molti anni queste pagine, lasciate in sospeso e senza pubblicazione  ed ora le ho riportate alla luce  come in una conversazione  con te,  sulla cultura  medievale, ripresa dai commentatori  di Orazio  dopo il concilio di Trento.

Perché ?, professore.

Mi sembra di capire che  ora non debba più scrivere e che debba ormai decidere di non pubblicare più.

A chi serve il  mio pensiero, oggi?

In una Italia formale e commerciale la mia pagina è inutile.   

Non mi sento più tranquillo,inoltre, neanche quando ricopio i miei quaderni  scritti  a mano:  dovunque mi sento come spiato  nello scrivere:  il mio sito  non è più mio!.

Ora tutti copiano  e scrivono banalità, piacevoli, vestendosi dei panni altrui, mentre io ricopio il frutto di un lavoro certosino, di studi fatti in solitudine, abbandonati da anni,  specie  quello della lettura dell’Epistolario di Bernardo di Clairveaux…

Seguiti a scrivere! – mi suggerisce Giovanni, -lei ha orientato tanti di noi, ed ha lasciato una bava di lumaca argentata…

Io so bene di non avere una funzione  e di non aver alcuna verità da proporre,di essere un saggio che non conosce la via, ma la cerca procedendo secondo natura e ragione ,,, 

In epoca tridentina, invece , Marco, uno scrittore, come De Combis, in obbedienza alle norme del Concilio, anche se in latino, ha un intento formativo, sentendo di avere  la missione di edificare moralmente  il  lettore candido, semplice,  bambino e  superficiale, docile, comunque,  alla parola del docente.

L’autore tridentino raccoglie, raduna, riunisce ( Collatum da confero  sottende un operazione accurata di raccolta) i  compendia theologicae veritatis, di scrittori domenicani e francescani del Duecento, ispirati dallo Spirito Santo, esemplari maestri da opporre ai fautori della Riforma luterana.

Anche gli intellettuali in volgare fanno la stessa cosa, come Tasso,    che dà al fanciullo egro /malato la medicina amara, mista al dolce, al fine della guarigione.

All’umanità viene dato per  secoli il vero storico, cattolico, condito in molli versi: La Gerusalemme liberata è esempio di un grande ufficio e pio  per un’epica classica cristianamente rinnovata! 

COMPENDIUM THEOLOGICAE VERITATIS

Hugo Ripelinus Argentoratensis cioè Hugues de Strasbourg
1200-1268  sembra abbia scritto  un Compendium theologicae veritatis  che è stato testo di Teologia a Parigi  per Dante stesso…

Il testo in mio possesso è del 1575, pubblicato  Venetiis apud Dehuchinum, opera di un certo fr.Joannes de Combis ord. min.,con l’aggiunta di utiles annotationes  oltre che di  terminorum Thelogalium declaratio divi Bonaventurae, antea nunquan in hoc volumine edita. 

C’ è una prefazione a tutta l’opera  dell’autore che de magnorum theologorum scriptis  fece una collectio  con un breve  Compendium, nunc demum ad vetera esemplaria collatum et editum.

L’autore cinquecentesco, riprendendo il testo di Hughes Argentoratensis, inneggia alla veritatis theologicae sublimitas  in quanto  superni splendoris radius  illuminans intellectum et regalium deliciarum convivium, reficiens affectum.

Premette che così evitetur mater fastidii prolixitas, tamen ad investiganda  plurima, via detur occasio sapienti

Ribadisce solennemente che Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina. cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur precisando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem, Perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur.

Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia.

Per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus , non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

Perciò, conclude dicendo che nostra Philosophia scilicet Veritas theologica haec omnia operatur….haec est divinorum pigmentorum apotheca dilectabile super mel et favum ; haec quoque est thesaurus  est desiderabilis super aurum ac lapidem pretiosam multum: Haec est  fons  de loco voluptatis egrediens, ecclesiae militantis irrigans paradisum.

L’ autore cinquecentesco, posttridentino, (Il concilio di Trento aperto nel 1545  finisce nel 1563) tratta della filosofia  retoricamente (si veda l’anafora di Haec)  riprendendo  i Salmi 19,11 e  Genesi ,2, seguendo  perfino quanto dice Giuseppe Flavio Ant. Giud.,  XX , 264 (Presso di noi giudei ha valore solo la sapienza, la conoscenza della legge  e la capacità di interpretare il significato della sacra lettera).

La divisione dell’opera in septem libellos è quella di Ripelinus  argentoratensis,  immutabile come compendium in quanto testo   reso sacro dallo studio di tanti uomini, come  Alberto Magno e Bonaventura, Tommaso di Aquino per citare solo uomini del XIII secolo e di Dante discepolo dello studio, seppure per  breve tempo, di Parigi,  prima del 1290.

E’ questo il testo integro di Hugo Ripelinus? …quali sono vetera exemplaria?  Quello di Alberto Magno o di altri ?…

Noi, comunque, elenchiamo  gli argomenti dei sette libri secondo la spiegazione rubricis propris  delle singole  materie di ogni libro.

Primus est de natura deitatis

Secundus  de operibus conditoris

Tertius de corruptela peccati

Quartus de humanitate Christi

Quintus de  sanctificatione gratiarum

Sestus de virtute sacramentorum

Septimus de ultimis temporibus et de penis malorum ac praemiis bonorum.

In questo testo  è applicato il  sistema dell’ars dictaminis (Cfr.A.Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)  col cursus tardus, planus e velox  a fine di ogni enunciato.

L’autore  chiude  la prefazione con la tecnica formale grafica  del trapezio rovesciato  cioè  scala a destra e a sinistra  della pagina  diminuendo una lettera per 12 volte (3 x 4 simboleggia la  trias e la tetarth) fino alle ultime due righe decrescenti con due parole di nove lettere e quattro sillabe  ciascuna (rerum-& beatissimae/ matris eius presens /opusculum /compilavi).

A noi non interessa lo studio di  Dante  ( che   segue da una parte   specie nella struttura  generale theologica del Paradiso, lo scrittore del Compendium, sfruttato anche nei quattro trattati del Convivio     specificamente nell’amore perla filosofia donna gentile che sottende la conoscenza dell’Etica Nikomachea di  Aristotele, quella di Posidonio attualizzata da Cicerone, secondo la visione a noi nota come tomistica  sulla distinzione averroistica  della concezione dell’uomo e  sulla creazione del mondo…

Ne abbiamo parlato in altre parti della nostra opera…

A noi qui interessa vedere l’umanità di Christos come propagandata  a Parigi  quando si scrive un testo scolastico per i clerici di formazione scolastica …

Dallo studio sulla composizione de quarto libro e  dei  25 capita  inclusi in 224-278.  posso solo dire che l’autore   procede secondo quanto stabilito nei concili,  compreso quello di Toledo ( in  relazione al pensiero di Leandro ed Isidoro sul filioque) e l’utimo lateranense  di  Innocenzo III e  perfino c’è eco del Corpus domini (formulazioni di Tommaso di Aquino).

L’autore conosce  bene  Paolo, Filone e gli alessandrini (Clemente ed  Origene,  Atanasio,  Teofilo e Cirillo)  e i Cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa)…

La dimostrazione di Ripelinus si basa su Dio principium effectivum in creatione, che  è poi  refectivum in redemptione  e perfectivum in retributione.

Cosa significa, Marco?

Secondo me vuol dire che se Dio ha creato il mondo,come pater,  lo conserva con la redenzione, come Figlio-verbo e  lo rende sempre migliore, come Spirito santo con la retribuzione.

Bravo, Marco!. 

Infatti  l’autore spiega che  sicut pater omnia  creavit per verbum increatum sicut oia recreavit  et renovavit per verbum incarnatum.

Ora, Marco, il principium  effectivum, quello  refectivum e quello  perfectivum sono tre momenti della Chiesa e della sua storia…

In   questa  storia il rilievo dell’ incarnazione nel ventre della vergine Maria Deipara, Theotokos e ChristotoKos  è  visto come centrale nell’oikonomia divina.

Segui,  Marco, come  ragiona il doctor  di Argentoratum ( Strasburgo)  l’argentoratensis, secondo le  tecniche avanzate della scolastica …

Circa incarnationem Christi talis fuit ordo: salutatio angelica,responsio virginis, sanctificatio materna, conceptio divina .

Lo scrittore caro Marco procede per ordinem, secondo la disputatio e la quaestio doctorum .

Segui come il doctor intende agire ordinatamente (nunc per ordinem agendum est ).

Ti risparmio il racconto totale ma ti mostro in modo esemplare il sistema di questionare… circa l’invio di Gabriel.

Attento alla formulazione iniziale .

Missus est angelus Gabriel, qui est  de ordine archangelicorum ad beatam Virginem, cui adsensum apparuit visione corporali, quamvis ei loqueretur locutione spirituali.

Spiega che ad illud nobile sacramentum nuntius debuit esse angelus propter tria e subito elenca le motivazioni: primo propter cognationem (parentela) virginitatis  ad naturam angelicam; secundo  propter ordinem perditionis humanae quia sicut ibi venit diabolus in serpente ad mulierem,ita hic deus venit per Angelum ad Virginem. ut sic opposito medicina morbo ac reparatio lapsui et remedium nocumento; tertio quia sicut illa gratia fuit reparatio naturae humanae, sic fuit et ruinae angelicae: unde communi beneficio utraque natura communiter debuit ministrare ,angelica f.amilia ac humana.

Caro Marco, così si distingue, si divide e si interpreta: dividitur autem salutatio beatae virginis in tres partes : primam partem incipit angelus  cum dicit ave gratia plena ì, dominis tecum, benedicta tu in mulieribus. Secundum    ìsubiumxit Elisabeth cum ait benedictus fructus ventris tui. Tertiam apposuit ecclesia ut in reverentia nomen Mariae haberetur: nam Maria non est de testu…

Marco, ti interessa il modo di procedere e vuoi il  seguito della divisione di ogni singola parte del racconto?

Ti basta?

Così scrive il doctor, così argomenta, seguendo la tradizione evangelica come se fosse vera, citando i tanti padri della chiesa   venerati come santi, conservando non solo le parole ma anche le ossa  e le tombe, mediante un culto, idolatrico, nonostante l’iconoclastia …

E Dante e il suo Convivio?

Sai ben come la penso!?:  è un ignorante clericus, un tapino non invitato alla mensa dei dotti, come me, (certamente meno ignorante dell’Alighieri,  mai, comunque,  chiamato ai meeting cristiani degli accademici) che raccoglie le briciole dei banchettanti che vorrebbe, illuso come me,  far partecipare chi  è  profano.

Una cosa è essere fanatico, un’altra essere profano: chi è nel tempio, dentro  al recinto sacro  ha (dovrebbe!) dogmatismo e doctrina  certa; chi è davanti e guarda da fuori  segue le cerimonie, ammirato e stupito di fronte  alla sontuosità sacrale, ed è preso nel mysterium!

 

 

Bonifacio IV e l’imperatore Foca

La colonna di Foca è inaugurata il 1 agosto del 608 a Roma da Smaragdo, esarca di Ravenna, che vi pone sopra la statua dell’imperatore e vi appone, alla base, una iscrizione lapidea…

E’ un evento importante,  da ricordare, da esaminare e da studiare!

Perché? mi chiede Marco

E’ un atto imperiale che  è segno della dipendenza di Roma da  Costantinopoli, meglio da Ravenna, da un esarca, al pari di altri funzionari bizantini,  anche quando già  in Italia da un quarantennio funziona l’amministrazione del regno  longobardico  e dei due ducati di Spoleto e di Benevento.

Il papato romano, schiacciato da Antiochia, da Alessandria, da Gerusalemme e dalla nascente Costantinopoli, aveva avuto solo alla fine del  IV secolo  un  magico momento di fulgore  e un riconoscimento, dopo quasi tre secoli e mezzo dalla morte di Cristo, quando con Teodosio  diventava il secondo patriarcato dopo quello costantinopolitano, a seguito di un  declassamento della  sede primaria  papale di Alessandria, punita col suo papas Teofilo…

Bisogna quindi- dice Marco-  pensare che Roma  in epoca teodosiana  è già considerata sede apostolica e che già si è costituito il muthos della venuta e della morte di Pietro (di Paolo)?

Certo, il gioco è già fatto,ora serve solo la dimostrazione con la verifica della propria auctoritas!

Ora con  papa Damaso, in epoca teodosiana, bisogna solo dimostrare la legittimità della funzione  del Primato di Pietro, opera ancora da svolgersi e da organizzare, proprio  quando i valentiniani già spostano la capitale dell’impero di Occidente a Ravenna e già con Ambrogio l’amministrazione occidentale è passata da Treviri a Milano con  l’ariana Giustina  e suo figlio Valentiniano II…

Quindi, bisogna precisare che non porta fortuna la titolatura imperiale di Teodosio a Roma, che comincia, proprio allora,  il suo decadimento, proprio con il trionfo del cristianesimo e con la fine del pagano pontifex maximus …

Gli atti di un progressivo decadimento in quasi due secoli e mezzo sono tali  che la popolazione romana passa da 1.500.000 di abitanti ad una  cinquantina di mila persone agli inizi del settimo secolo, per crollare  a 20.000 alla fine dell’ottavo…

Già la città  si dimezza nel periodo di regno dell’ostrogoto Teodorico perché in Ravenna ci sono già le sedi amministrative  e politiche del nuovo regno e perché il porto con la flotta dà garanzie di difesa  e perché da lì inoltre ci sono  possibilità di scambi economici  e commerciali con tutta l’area veneta orientale e con le zone settentrionali, dove ancora coloni romani sono attivi..

Eppure Teodorico  inizialmente non trascura Roma, che non conta  più sui rifornimenti africani  ora, alla fine del V secolo,  sotto il controllo dei Vandali e quindi,  avvia progetti di bonifica per recuperare all’agricoltura le terre abbandonate,  ripristinando così la centralità della Capitale  e favorendo  i commerci e facendo talora  distribuzioni di grano,  anche se  impone una  esosa  politica fiscale, dando rilevo ad amministratori romani, riservando la difesa territoriale ai goti.

Inoltre fa coniare monete con la sua immagine, organizza giochi nel Circo, ma autorizza con l’applicazione  di una lex arimannica l’uccisione dei proprietari  terrieri – crudeli a causa della necessitas di pagare  il fisco –  da parte dei servi, per poi incamerare o far incamerare i latifondi senza proprietari legittimi, favorendo gli aristocratici ostrogoti  che non  sono  dediti all’agricoltura.

A causa  della confisca di tante ville romane, l’agricoltura dell’Italia centrale decade vistosamente,  visto la noncuranza delle terre  da parte dei nobili goti, dediti solo alla caccia.

Da qui la volontà di Teodorico di rivalutare  Ravenna, – anch’essa decaduta, nel periodo di Oreste, Romolo Augustolo e poi di Odoacre  per il difficile iter  tra gli acquitrini e  per le  inondazioni  a causa delle mareggiate e dell’essiccamento ed insabbiatura delle pinete  marittime – sull’esempio di Galla Placidia, desideroso di stabilire la corte nel suo Palazzo ravennate …

Stabilita la nuova capitale a Ravenna,  dove  confluisce il flusso di ogni occupazione  agricola  della valle del Po, dove sono lasciate integre le ville romane, allo scopo di rifornire  di derrate alimentari la corte stessa, nonostante la presenza di Christianoi cattolici, minore comunque, rispetto a quella dell’Italia centrale, su cui vige ancora  l’applicazione dell’episcopale iudicium costantiniano, da lui ben conosciuto nel ventennale periodo  vissuto a Costantinopoli, come  ostaggio.

Roma, quindi, seguita a  perdere di popolazione  per tutto il periodo di dominio ostrogotico   e poi, dopo la Restitutio imperii di Giustiniano del 553,  mentre   si ridimensiona l ‘auctoritas religiosa, quasi  pareggiata a quella di altri episkopoi, allineati sotto una monarchia  fondamentalmente rimasta ariana, nonostante il partito di Amalasunta…

Il passo è breve  verso il massimo declino  quando il papa diventa un funzionario bizantino di secondo grado rispetto al potere dell’esarca di Ravenna,  rappresentante in Italia  dell’Impero orientale, anche dopo la conquista di Alboino dell’Italia.

Nella riorganizzazione occidentale bizantina viene sancito ora il Primato di Costantinopoli, la nuova Roma,  sugli altri patriarcati orientali e specie sulla sede Romana, ancora di più ridimensionata e scaduta come sede apostolica.

Viene annullato il beneficio valentiniano e teodosiano  del IV secolo, utile solo ai fini di un’unità imperiale  su una comune base  religiosa   catholikh/universale  per quell’epoca e per una migliore  conduzione del sistema  di villae agricolo occidentale in mano ad episkopoi di credo niceno-costantinopolitani.

Infatti nel periodo del potere   ostrogotico  e poi con la nuova situazione bizantina in  Italia con  la venuta dei Longobardi c’è  uno stravolgimento politico, economico e  sociale con una nuova organizzazione del territorio, suddiviso in una pars longobardica che occupa la sezione alpina ed appenninica  italica con un Regno e con due ducati, in una la pars marittima adriatica e parzialmente quella tirrenica, appartenente ai bizantini.

Il papato del VI secolo deve adeguarsi a tale nuova situazione ed è già ben organizzato  in quanto i vertici sono quasi sempre quelli della famiglia anicia, che  è rimasta integra, grazie alla sapienza amministrativa dimostrata sotto il dominio gotico ( cfr. La domus Anicia).

Ora siccome da oltre un secolo e mezzo Roma è appannaggio  degli anici, che reclamano le terre romane  del  vecchio impero, avendo comunque cartulae,  nei  confronti dell’impero bizantino, ed ora anche nei confronti dei longobardi, come se fossero gli eredi diretti di Roma imperiale congiunta ( quella occidentale  quella orientale), c’è in Italia , in Europa e in Africa un territorio a macchie, ancora romano, considerato inalienabile , non toccabile come per un sacro terrore popolare …

Da qui la figura di Gregorio Magno e la sua propensione ad un universalismo cattolico quando non ha neanche il controllo  totale del  suo territorio romano e dipende dall’esarca ed è in soggezione al duca di Spoleto  e al re longobardo, che lo premono da nord e da sud ….

Il papato romano anicio funge, dunque,  da duca  bizantino con caratteri religiosi  ed  è autorità secondaria, che segue ordini  ricevuti  dall’esarca e dall’imperatore e dai duchi e re longobardi, ma ha coscienza di un universalismo  territoriale  secondo una concezione astratta mitico-popolare  …

Fatta questa breve premessa, preciso che  sono interessato a un tale episodio e alla situazione dell’esarcato  per la definizione della figura  reale del papa  romano in circa duecento anni dalla  fine della guerra gotica  nel 535- 553 e  (poco meno) dalla venuta dei Longobardi nel 568  d.C.

L’iscrizione  di Foca, imperatore bizantino,  è da mettere in relazione con quella di Valentiniano III, imperatore occidentale  anche se sono di due epoche diverse.?

Certo, Marco.

L’Editto di Valentiniano III del 28 giugno del 445 è  a favore di Leone I, del quale  sostanzialmente si riconosce la dignità sacerdotale connessa con lo episcopale iudicium costantiniano.

C’è il riconoscimento del primato del vescovo di Roma, teodosiano,  basato sui meriti di Pietro, sulla dignità della città e sul Credo di Nicea con una sanzione verso ogni oppositore.

Infatti  si legifera  che ogni opposizione alle  decisioni imperiali,  che hanno forza di legge, deve essere trattata come tradimento e che chiunque si  rifiuti di rispondere agli avvertimenti di Roma  deve essere ivi estradato da parte dei governatori provinciali.
E’ questo  il primo vero tassello di un’autorità romana papale?

Mi sembra.

E’ l’editto  connesso con quello di Valentiniano I ? Forse.

Può esso risultare congiunto con quanto scritto nell’iscrizione di Foca ?

Credo di si

L’impero di Occidente e  quello di Oriente nella coscienza popolare  formano un unicum, cristiano,  dall’epoca  valentiniana, post costantiniana e preteodosiana con cui si connette.

Certamente i popoli occidentali pensano di vivere anocra in territori romani anche ci sono dominatori  estranei, comunque,  romanizzati, anche se ariani.

Per me sono due atti che, anche se distanti storicamente, testimoniano una volontà  di un imperatore, che opera, comunque, in una precisa situazione in reazione a nuove condizioni economiche e sociali, politiche.

Infatti bisogna precisare le differenti situazioni in cui versa Roma nel   V secolo e  nel VI e VII secolo per comprendere il costituirsi di un primato come quello della chiesa romana, esistente a parola, seppure testimoniata dalla carta, non di  fatto.

La theoria esiste, ma ancora deve essere tradotta in pracsis.

Allude, professore, alla falsa Donazione di Costantino? 

Anche ad altro!. 

Comunque, ora agli inizi del VII, bisogna precisare che Roma  non è più caput mundi, né  capitale dell’Italia né  dell’esarcato, ma è scaduta  come città, essendo nel VI secolo  più un paesone che un’urbs, specie dopo la guerra,  le  carestie  e le pestilenze e le continue inondazioni  del Tevere.

Pavia, Spoleto e Benevento, città  Longobardiche, Comacchio e Venezia,Otranto, Bari, Messina,  Napoli,   Salerno, Palermo, poleis  bizantine oltre a Ravenna, capitale, hanno un numero di abitanti notevolmente superiore rispetto a quello di Roma, ormai decaduta a livello di villaggio, agli inizi del VII secolo.

La  domus Anicia, nonostante l’impegno  economico ed amministrativo iniziale  e la sua connessione con l’amministrazione  periferica e con la corte bizantina, non ha  più possibilità di creare condizioni di vita migliori in città, anche per il sorgere di partiti e la nascita della potenza di altre famiglie concorrenti  di origine popolare, che si collegano o con i bizantini o con i longobardi, che neanche risiedono in città ma nei castella limitrofi ed hanno proprietà terriere …

I documenti  dell’epoca non esistono:  c’è solo la colonna di Foca: poca cosa per affermare il principio del primato di Pietro, sulle terre coltivate  nei dintorni laziali e campani,  nella fascia  appenninica tosco-umbro marchigiano-romagnola, comprese tra il Regno di Pavia longobardico e il ducato di Spoleto, unite alla zona paludosa del Veneto alla foce del Po,  insieme all’Istria e alla  Dalmazia, adriatica orientale,  e  a quella occidentale litoranea  tirrenica  con l ‘Elba, la Sardegna (con a  sud-ovest la Sicilia  e  la Corsica, a nord) .

Quando  è vescovo di Roma Bonifacio IV (608-615)  neanche è possibile parlare di primato di Pietro e Paolo  e si parla  solo di zone  periferiche dell’impero bizantino, i cui domini  sono intatti  nelle terre dove non c’è la Longobardia ( pavese,  spoletana e beneventana).

Nemmeno sotto Adeodato (615-618 e Bonifacio V (618-625) ed Onorio I (625-640) si può parlarne,  date le specifiche situazioni dei papi.

Eppure il primo crea illegittimamente la novitas delle bullae in piombo (le bolle papali ) ed ha una tale possibilità  col consenso dell’esarca, per il suo esercizio spirituale, nei limiti  territoriali  e poi in un progressivo ampliamento  di competenze  e di usurpazioni di diritto in senso di evangelizzazione verso regioni barbariche non italiche  ( gli Angli)  e di propagazione della caritas christiana in zone straniere, previa autorizzazione del patriarca costantinopolitano, che coinvolge il papato romano nell’eresia monotelita.

Onorio I,  infatti,  seguendo l’esempio dei predecessori, trasforma, senza averne autorizzazione, la Curia Giulia in Chiesa  -S Adriano al Foro- illegittimamente, e poi s’ impelaga nella questione del monotelismo in quanto è succube  di Eraclio, che nel 638 formula l’ekthesis (Mansi X,994-995) cioè il pensiero  che in Cristo c’è una sola volontà (thelema)  escludendo ogni  discussione sulla  energeia operativa.

E’ la formulazione tipica del Patriarca Sergio di Costantinopoli (Mansi,X, 530-532 ): Abbiamo ritenuto necessario che in futuro a nessuno sia permesso di affermare due operazioni in Cristo, nostro Dio, ma piuttosto si affermi, come insegnano i santi ed universali Concili, che l’unico e medesimo Figlio unigenito, il Signore nostro Gesù Cristo vero Dio, ha compiuto sia atti divini sia umani che … procedono da un solo e medesimo logos/verbum incarnato.

Il papa romano deve adottare  la  formulazione del patriarca bizantino e dell’imperatore in quanto subalterno: Affermiamo che la volontà del Signore nostro Gesù Cristo era soltanto una (unam voluntatem fatemur /affermiamo una sola volontà), per il fatto che la nostra natura umana è stata assunta dalla divinità. …

Il papa romano, non essendo in pericolo la verità evangelica, trascura il problema religioso e lo considera una questione filologica, un  semplice contrasto su termini proprio di grammatici: Il Figlio e Verbo di Dio fu egli stesso operatore della divinità e dell’umanità. Se a motivo di queste duplici operazioni, umane e divine, si debbano riconoscere una o due operazioni, questo non sta a noi, ma lo lasciamo ai grammatici, che sono soliti esibire parole ricercate ricavandole da minuzie.

Anche  in Egitto il patriarca Ciro, pur dissentendo dall’imperatore comunque, sebbene con parole alquanto differenti,   ribadisce  che  Cristo agisce mia theandrike energeia (“con una sola operazione divino-umana” in quanto  vero Theos e vero anhr).

Insomma  le direttive dell’Imperatore e del patriarca sono i  binari entro cui deve passare il treno della verità (aletheia); i funzionari  bizantini non possono divergere, come ogni  altro cittadino di tutta l’area peninsulare italica e  di Africa e di Asia, tenuti   dopo la restitutio imperii di Giustiniano, a seguire gli ordinamenti imperiali secondo la Prammatica Sanzione.

Caro Marco, conosci la Pragmatica Sanzione?

E’ meglio che la spieghi!.

E’ detta Pragmatica sanctio pro petitione Vegilii una legge di Giustiniano emanata dopo la fine della guerra gotica.

L’imperatore, su richiesta di Papa Vigilio, estese il corpus iuris civilis imperiale alle terre bizantine di Italia e in Africa.

L’ editto, comunque,   fu atto utile più al papato che all’imperatore, che teneva prigioniero Vigilio  che inizialmente non aderiva allora  al pensiero imperiale sui Tre capitoli   e cercava altre soluzioni  rispetto alle formulazioni del Concilio di Calcedonia, in una volontà di indipendenza dottrinale, secondo la linea teodosiana di una parità  di lettura e di interpretazione tra le due sedi, nel nome di Roma, ( tra quella della vecchia Roma e  quella della nuova Roma) (cfr. Calcedonia :un concilio politico in www.angelofilipponi.com).

Vigilio, insicuro nelle idee circa il monofisitismo  e circa il  pensiero di Nestorio, tenuto prigioniero a Costantinopoli, pressato e sovrastato dal patriarca orientale, perse di auctoritas sui vescovi  di Africa,  Gallia, Italia settentrionale, Dalmazia, Illiria.

Essendo  cominciato uno scisma in Occidente, Vigilio si sottomise all’autorità imperiale,  pur di riportare  l’unità religiosa e poi morì a Siracusa, nel viaggio di ritorno in Italia.

La vicenda, poi, viene sfruttata dal papato romano come inizio di distacco dalla giurisdizione  papale dell’esarca di Ravenna e dalla autorità  dell’ imperatore di Costantinopoli, in una rivendicazione dei diritti occidentali imperiali sui territori romani di tutta Europa e dell’Africa!.

La prammatica Sanzione  risulta, comunque,  basilare per la concessione delle terre romane  come se il fenomeno gotico, annullato da Belisario e da Narsete, neanche fosse esistito!: il papato rivendica il principio costantiniano dell’episcopale iudicium che sottende anche un munus politico e militare.

In epoca longobardica in italia si procede secondo  due sistemi legislativi: uno  secondo l’editto di Rotari, promulgato nel 643  o l’altro secondo quello di Giustiniano del 548 , essendo stato ristabilito  l’ordo socio economico, dopo la spaventosa crisi e le tante calamità naturali in Italia e in tutto l’Occidente.

Perciò la iustitia in Italia è da una parte longobardica e da un’altra  bizantina in relazione ai territori sotto l’esarcato, che comprende anche il ducato Romano, il principato di Napoli, le zone del tacco pugliese e  quelle calabresi  davanti alla Sicilia, oltre alla Sardegna e alla Corsica.

La terra longobardica, essendo i proprietari e  cattolici e  ariani,  è regolata dall’edito di Rotari che, però, non entra in merito ai possessi ecclesiali, in quanto beni  demaniali inalienabili perché  ora di proprietà  benedettina in Italia  (Montecassino, Subiaco,  Bobbio, Farfa,  Novalesa Nonantola,  Santa Giulia di Brescia, Cava dei Tirreni, S Vincenzo al Volturno) come in Francia, in Svizzera , Germania Inghilterra ed Irlanda.

Dunque non si può parlare di un papa che svolge una sua autonoma funzione per tutto il VI e VII secolo in quanto è   funzionario alle dirette dipendenze  dell’Esarca di Ravenna e di norma  è un orientale, per lo più  siriaco, nominato a volte anche  dal Basileus a Costantinopoli o  a volte dall’esarca stesso che,  comunque, ratifica la sua elezione con la propria approvazione scritta e certificata.

Se si rileva correttamente questa situazione storica  e si  coglie una  corrente aristocratica anicia nel mare bizantino-longobardico  in cui ha valore ancora oltre alla domus  degli Anici anche la tradizione inalterata  di Roma,   si  può davvero studiare il fenomeno della Chiesa romana.

Per me, Marco,  il nomen imperituro di Roma, la gloria immortale delle imprese romane, la coscienza di un non finito imperium, data la presenza bizantina in Italia e nel Mediterraneo, fanno parte della coscienza barbarica, timorosa del diritto romano, incerta di fronte alla cultura superiore  della Romanitas.

Non solo la barbaries pagana ma anche quella cristiano-ariana  italica  sono abbagliate dai monumenti lasciati da Roma in ogni parte  di Italia e di Europa: Vandali, Visigoti, Burgundi, Franchi, Unni, Avari  mentre devastano il territorio romano, ne contemplano sbalorditi le rovine imponenti, coscienti di non aver i mezzi per la ricostruzione  e nei loro spostamenti cercano popolazioni agricole che, con le villae, ancora funzionanti,  assicurano la loro stessa sopravvivenza nelle zone conquistate.

Nella cultura barbarica, militaristica, nonostante la selvaggia natura, c’è il rispetto del sistema agricolo, della struttura ecclesiastico-religiosa, del Nome sacro dell’Urbs.

Nonostante il Muthos di Roma, la città decade, rovina con l’abbandono   del centro urbano  da parte degli aristocratici, che lasciano le loro domus e si rifugiano nelle ville  dei castella vicini  e poi  con la caduta rovinosa  dei condomini- palazzi a più piani- della plebe, che cerca   prima nei dintorni lavoro e un tozzo di pane  e poi lascia definitivamente la città per sedi più piccole dove trovare  condizioni migliori di vita ed un solido riparo sotto qualche patronus

Sotto il pontificato di Bonifacio IV, quando ancora, comunque, si esalta l’eroismo antico romano e  si celebra anche la gloria christiana degli apostoli, dei pontefici  e dei martiri, in una strana congiunzione di valori, Roma  sopravvive al suo mito,  col suo foro, col suo Colosseo,  con la rupe Tarpea, con la Via sacra, pur senza alcun fasto esteriore.

C’è qualche eco di tale memoria nell’opera di  Gregorio Magno che  secondo la narrazione di Giovanni Diacono(,Cfr. A. Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo Torino 1923) non potendo risuscitare Traiano per la sua iustitia  implora ed ottiene da Dio la salvezza della sua anima.

Ancora più suggestiva è quanto si legge in De  septem mundi miraculis, di Beda: è la leggenda della Salvatio.

Senti bene, Marco !

Nel Campidoglio c’era una stanza con le statue raffiguranti tutte le gentes dell’impero romano, che avevano appeso al collo un campanello. Se una popolazione soggetta si ribellava, il campanellino della statua di quel popolo cominciava a suonare e perciò i romani avvisati in tempo,sedavano le rivolte, anticipando i nemici.

Come vedi, Marco,  il popolare mito della potenza romana  ha un carattere demoniaco, che spiega  la luce misteriosa del fascino di Roma,  fatale, imperitura.

Lo stesso Beda (Collectanee) riecheggia un verso Virgiliano, cristianizzato.

Dum domus  Aeneae Capitolii immobile saxum/ accolet imperiumque, pater romanus habebit.(Eneide ,IX, 448-9)

Caro Marco, il venerabile Beda ha cieca fiducia in Roma e nel Colosseo imperituro, simbolo della grandezza romana: Quandiu stat Colysaeus , stat et Roma; quando cadet Colysaeus , cadet et Roma; quando cadet Roma, cadet et mundus. 

L’URBS è L’ORBIS! La megalhpolis è Kosmos!

A questa ammirazione di Roma aeterna pagana  il papato christianos aggiunge il Christos  crocifisso e  risorto, e su questa base cioè su  questa   pietra angolare, costruisce dominando la barbaries il dictatus papae, costruendo l’ideologica teocrazia, capovolgendo secondo la giusta lettura sacerdotale ebraica, il cesaropapismo  bizantino.

Il sacerdotium ebraico-cattolico, con Gregorio VII, celebra il suo trionfo sulla Roma  popularis,pagana, di Mario e di Cesare secondo Alfano di Salerno ( Migne,  Patr. Lat., to.CXLVII,col. 1220 in  R. Morghen, Medioevo Cristiano, Universale Laterza,1968) Quanta vis anathematis !/ Quicquid et Marius prius/quodque Iulius egerant/maxima nece militum/ voce tua modica  facis  (Quanta forza dell’anathema.  Quanto Mario prima e Cesare poi avevano fatto con massima strage di soldati, tu fai con la tua modesta voce!)

Allora si potrà  dire con Tommaso da Cantimpré (1201-1272 ),  creatore un’ideale vita di santi simile a quella delle api , solennemente che Petrus,  proeitto reti  et navicula derelicta  Romanum subegit  imperium. (Cfr Bonum universale de proprietatibus apum, cap II, in  A.Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo,cit ).

Nel periodo di Bonifacio IV, dunque,  non è possibile ancora parlare in questi termini, ma si utilizza la memoria romana,sfruttandola per la celebrazione cristiana, usando colonne di epoca pagana come quella di Diocleziano  di  cui si serve l’esarca di Ravenna per onorare il suo imperatore, che lo ha nominato suo rappresentante in Italia dopo averlo  liberato dal carcere.

Smaragdo è riconoscente, data al prigionia sotto Maurizio,   verso Foca  che, comunque,  ha breve vita sul trono di Bisanzio perché è subito ucciso,  fatto a pezzi  dal suo successore Eraclio I, che ne decreta la damnatio memoriae.

A mio parere solo dopo la crisi monotelita, che divide l’Oriente bizantino dal  mondo occidentale e dopo la caduta di Alessandria          (cfr. Monotelismo e conquista araba di Alessandria in www.angelofilipponi.com) , forse si può avere una nuova ideologia romano- cristiana  anti bizantina,  che  poi cresce con l’opposizione alla tesi  iconoclastica.

Eppure Bonifacio con l’aiuto iniziale di Smaragdo, propaganda  il culto  bizantino e esalta il sanguinario Foca, favorendo  di posizionare la colonna e la statua sulla cima con l’ iscrizione alla base  in onore del nuovo imperatore.

In questo segue l’exemplum di papa Gregorio Magno  di cui è stato collaboratore,  in una volontà  di aderire ai piani dell’autorità bizantina e  di  arginare così  i tanti mali che travagliano Roma (la fame, le inondazioni, le siccità, le epidemie succedutesi sotto il pontificato di  Bonifacio III, morto solo dopo nove mesi di potere, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi).

Alla fine di Agosto  il papa cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali, ma anche quelli demaniali  con le autorità locali  in Anglia circa i beni romani inalienabili, in quanto considerati  ecclesiali, coltivati da uomini soggetti ad iudicia episcopali di epoca post costantiniana  …

Bonifacio fa apporre alla colonna un’iscrizione,in cui ringrazia  l’imperatore   per gli innumerevoli benefici (pro innumerabilibus pietatis eius beneficiis ) , per la restituzione della pace all’Italia  e perla conservazione della libertà (pro quiete  procurata Ital(iae) ac conservata  libertate) e specie per aver donato il tempio pagano, Il Pantheon, poi consacrato al culto della Madonna dei Martiri.

L’iscrizione  evidenzia  il destinatario  in Foca ( Optimo clementiss[imo piissi]moque/principi domino n[ostro] F[ocae imperat]ori/perpetuo a d[e]o coronato, [t]riumphatori/semper Augusto) e poi il dedicatario in
Smaragdus (ex praepos[ito] sacri palatii/ac patricius et exarchus Italiae/devotus eius clementiae/) che hanc sta(tuam maiesta)tis eius/
auri splend(ore fulge)ntem huic/sublimi colu(m)na(e ad) perennem/
ipsius gloriam imposuit ac dedicavit.

Segue la data  del I agosto del 608  die prima mensis Augusti, indict[ione] und[icesima]/p[ost] c[onsulatum] pietatis eius anno quinto.

In Italia  si è rotto già  l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino dopo che Foca, uccisore dell’imperatore Maurizio,  a sua volta  è stato ucciso da Eraclio, impegnato dagli Avari e dagli Slavi e poi  costretto a guerreggiare contro  Cosroe,  che occupa Siria e dilaga in Oriente.

L’Occidente  non è guidato dall’imperatore  bizantino impegnato a su  tanti fronti militari, insicuro perfino a corte  a  causa di congiure e di tentativi di  usurpazione imperiale.

Bonifacio comincia a vedere l’evacuazione dal centro urbano e  lo spopolamento dell’urbe.

Eppure c’è  stato un intervento positivo verso i romani dello stesso imperatore che ha  regalato il Pantheon al papa ed autorizzato l’erezione di una colonna nel foro: per i romani  è poca cosa di fronte alla situazione  di una politica bizantina ormai chiaramente inclinata da abbandonare l’ antica Urbs.

L’esarca Smaragdo, ha  pagato il debito della sua carica in terra italica al nuovo imperatore , scovando questa colonna  abbandonata da  qualche parte e l’ha utilizzata  mettendola  su un piedistallo cubico  di marmo bianco,  riservando di porci sulla cima la statua dell’imperatore ed apponendo l’iscrizione alla base della colonna corinzia, alta mt 13,50 (cioè 43 piedi) , ma gli abitanti di Roma  sono ormai fuggiti e neanche seguono, a distanza,  il lavoro congiunto del papa e  del rappresentante  bizantino.

Dunque, noi rileviamo solo questo formale atto imperiale bizantino e nessun altro atto o decreto attestante  munera  per il papa che invece aspira ad un reale potere,  proprio quando non esiste più un nucleo cittadino e Roma è  ridotta ad un villaggio con tante rovine…

E’ brutto vedere le rovine di una città disabitata da  secoli, Ninive, Faselide, Gortina a Creta, Sepino (Campobasso) una desolazione! un senso disperazione più acuto di  quello di  un  terremoto!

Roma decade come popolazione nel VII  ma raggiunge il minimo storico  tra l’VIII e X  tanto che i suoi castelli  hanno un maggior numero di abitanti rispetto all’Urbe.

Eppure  sulla base  inventata della venuta di Pietro a Roma si va creando il patrimonium sancti  Petri et Pauli e si formula la teoria del primato della  Chiesa …

Per  chiarirci , Marco, sarà opportuno rilevare la situazione  generale e le condizioni di vita  dei  romani vinti dagli Ostrogoti e poi  decimati dalla guerra gotico-bizantina ed infine  quasi dimezzati  dopo la conquista longobardica!.

La costituzione di uno stato, longobardico,  arimannico, con tre capitali, una centrale Pavia e due secondarie  Spoleto e Benevento    è segno di un etnos guerriero montanaro, che resta suddiviso in sippe e fare,  al di là della suddivisione in Regno e due ducati, che grosso modo  serrano e racchiudono l’Esarcato di Ravenna bizantino che, comunque, ha altre regioni italiche continentali ed insulari  sotto il suo controllo.

Ora, dunque, Marco,  la costituzione del  regno   di Pavia e di due ducati quello di Spoleto e quello di Benevento  non è unitaria perché tra i due ducati   c’è l’esarcato bizantino  che ha territori  lungo l’Adriatico e  e nell’Italia meridionale  ed insulare , come abbiamo detto.

In relazione a quanto dice Paolo Diacono  e dai ritrovamenti archeologici e  dai rescritti  risulta che  le terre del demanio imperiale   non hanno occupanti se  non quelli incaricati dal re, dai duchi o dai bizantini e che si sono mantenute  le condizioni degli antichi coloni,  intatte, secondo il principio dioclezianeo  di proprietà ( Cfr  G . Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia medievale, Einaudi  1958).

Dopo la soluzione del monotelismo grazie agli accordi tra Costantino IV e papa Agatone  (678-681) e   dopo la condanna dell’operato negligente di Onorio I ad opera di Leone II, – che ottiene  da Costantinopoli  che la sede episcopale di Ravenna sia dipendente da Roma-   l’ltalia bizantina  ritrova una sua unità,  spezzata prima dall‘ekthesis di Eraclio e poi dall’iconoclastia di Leone III .

Con la nuova divergenza dottrinale il papato romano con Gregorio II e III deve subire le conseguenze del suo rifiuto, perdendo l’autoritas sui Balcani e sull’Asia Minore,  mentre i suoi possedimenti terrieri di Sicilia   e  di Calabria vengono accorpati dal patriarcato di Bisanzio.

.Ora continuo è il contrasto tra gli imperatori   Giustiniano II, Filippico Bardane (711-713) ed Anastasio II  e i papi Sisinio,   Giovanni VI e Giovanni VII…

Pur in un clima di lotte,  di scontri politici  e di  contrasti legislativi, i  monasteri  hanno la stessa funzione della villa romana,  in quanto hanno  granai, magazzini, cantine, stalle , piccoli opifici,  artigiani e costituiscono un  centro economico ed amministrativo  della vita rurale con i loro archivi e con le loro attività autarchiche e formano con le piccole biblioteche  un punto di incontro culturale,  secondo le regole  di Benedetto,  di Colombano,di Romualdo  e di altri   che comunque sono derivate  da quelle di Cassiodoro  (Vivarium) e da  quelle dettate da Basilio ed applicate dai monaci basiliani  calabresi.

L’abate è un conducator che secondo i decreta di Gregorio I  amministra il  patrimonio (oikos) ,  gestisce le terre,  esercita potere  di giudice sui  coloni  che non hanno vita giuridica , ma sono servi della gleba  soggetti al mandato ecclesiastico e quindi  vincolati all’auctoritas del papa.

Dall’epistolario di papa Gregorio I si evince che  è introdotta la divisione delle terre dominiche, coltivate dal proprietario dalle terre  tributarie   assegnate ai coloni e  servi ( sorprende la mancanza  di prestazione di salariati, ma c’è l’ordine di conversione dei pastori ed allevatori di cavalli  e di riduzione a semplici coloni contadini  se rimasti senza gregge).

Secondo Luzzatto ( Op. Cit.) l’ unica differenza  sarebbe: l‘ordinamento  delle grandi proprietà  prima della venuta dei longobardi   rimane immutato  e perdura anche dopo, secondo il sistema  dei  demani imperiali; solo le terre assegnate in enfiteusi a liberi fittavoli, a coloni e a servi dominici  avevano reso il sopravvento  sulla terra coltivata dalla famiglia rustica della Villa per conto del proprietario.

In  tale situazione agricola, in condizioni politiche  difficili, a seguito di uno continuo spopolamento cittadino, il papa romano poco può fare, condizionato da tanti poteri forti, contrastanti!

Bonifacio IV è un  monaco benedettino collaboratore di papa Gregorio Magno!

Cerca di arginare i tanti mali che travagliano Roma, (la fame, le inondazioni le siccità, le epidemie) appena  divenuto papa, dopo Bonifacio III  morto solo dopo nove mesi di pontificato, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi.

Già alla fine di Agosto, poco dopo l’erezione della colonna di Foca,  cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali specie in Anglia, dove accesi sono i dibattiti, connessi con le divergenze tra  i coloni e gli abati,   mentre in Italia  si è rotto l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino…e  negli altri paesi  gli abati hanno una propria auctoritas, indipendente  anche dal potere  dei re locali, in nome di una dipendenza generica da Roma, lontana  …

Marco,  sono riuscito a fare comprendere qualcosa sulla condizione  del papato in epoca bizantino-longobardica, e specificamente  su Papa Bonifacio IV e sulla colonna di Foca?

 

Penso di si, data la tua volontà di apprendere e considerata la tua  preparazione culturale.

 

Astolfo ed Eutichio/Chiesa Romana

Astolfo ed Eutichio/Chiesa romana

Ubi amatur non laboratur et, si laboratur, ipse labor amatur  Agostino

 

Secondo Raffaello Morghen (Medioevo cristiano, Laterza, 1978) la tradizione di Roma, della sua gloria,  della sua potenza  e della sua eternità  costituì, durante il Medioevo, il grande alveo in cui confluiscono le più vive e profonde correnti  ideali della nuova civiltà. 

Dunque, nella tradizione di Roma  è rappresentata la concezione ecclesiastico-religiosa, che si costituisce, s’ annoda e si intriga con la potenza terrena  e della gloria  guerriera  e politica dell’impero  antico, mentre si esaltano le nuove glorie della Roma cristiana,  degli apostoli, dei martiri e dei pontefici.

La theoria christiana risulta una vera sacra rappresentazione in veste romana imperiale!

Secondo me,- che vado oltre l’interpretazione, pur  esatta di Morghen, che rileva un filone della tradizione  di Roma di sapore schiettamente popolare, laico e romanzesco, che fissa l’urbs  come centro ideale  della più alta potenza umana- rimane intatto il nomen di Roma in tutto l’Occidente barbarico e specie in Italia,  per la presenza  del Basileus  di Costantinopoli, autocratoor,- che ha ribadito  il suo potere ed ha ricostituito l’imperium universale, sconfiggendo i goti ( 535-553)-  e del suo vicario, dell’esarca, a Ravenna suo principale rappresentante  e di altri funzionari minori bizantini, che  regolano la vita secondo il diritto romano  in Puglia, in Calabria nelle isole maggiori, italiche, nonostante l’invasione dei Longobardi nel 568.

La conquista dell’Italia è solo un insediamento di barbari, cristiani monofisiti  ariani,  che si consolidano in Italia settentrionale, lungo il corso del Po e dei suoi affluenti, avendo come capitale Pavia, mentre altri gruppi della stessa stirpe occupano stabilmente  Il ducato di Spoleto  e quello di Benevento, lasciando integra  una fascia romana sulla dorsale appenninica tosco- umbro-romagnola e marchigiana, che degrada  sia verso il Mare Adriatico  che verso il Mar Tirreno,  comprendente Roma col papa, un rappresentante bizantino,di norma siriaco, di secondaria importanza.

Anche i territori campani intorno a Napoli, le coste adriatiche ed ioniche dell’Italia  meridionale,  con le isole italiche, sono  controllati dalla flotta bizantina  e risultano romani,  seppure non distinti tra loro come ex terre dell’impero d’Occidente e  come terre, bizantine, che, comunque, formano un unicum agricolo,  coltivato  da popolazioni coloniche di lingua latina, secondo il sistema delle antiche  ville romane.

Inoltre in Occidente e in Italia  il cristianesimo  cattolico  ha ancora nel VI secolo un numero minore di fedeli  rispetto ai pagani  e sono inferiori certamente ai cristiani ariani, che coi Visigoti e Vandali hanno occupato  anche il territorio Iberico, parte della Gallia e della Germania  e l’Africa settentrionale.

Ariani e cattolici,  pur essendo  in contrasto, hanno un comune interesse a cristianizzare  le popolazioni idolatriche dei Pirenei e delle Alpi, degli Appennini e quelle  delle zone interne insulari.

Non si deve pensare che  l’ltalia è già tutta cristiana cattolica, ma forse solo il Lazio con la Sabina e il Piceno ha un maggior numero di Christianoi, data la potenza della domus anicia, che, avendo molte terre romane le fa gestire da coloni cattolici, anche se  sotto l’oculata sorveglianza di praesides ebraici, che hanno una sapienza amministrativa, propria delle dioikeseis (Cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna Il mulino  2004; A. Guillou,  La civilisation Byzantine, Paris, Artaud,1974;  G. Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia Medievale PBE 1965.pp.32-40).

Si tenga presente, infine, che Roma intorno al 600  è diventata  un paesotto, sempre più spopolato,  non solo per le guerre ma anche le continue inondazioni del  Tevere e dell’Aniene, mentre prosperano i castella collinari che circondano l’urbe.

Fare la storia di circa 150 anni  dal periodo di Gregorio Magno diventa un’operazione complessa, difficile, direi  impossibile per la mancanza di dati reali storici  e per la presenza di fonti solo ecclesiastiche.

Perciò per nostra personale  utilità e specifico interesse  abbiamo  diviso il lavoro, dopo attento esame,  operando prima sul settimo secolo, puntualizzando  lo studio sull’imperatore  Foca e sulla colonna  a Roma  e  sui papi siriaci romani, rappresentanti del potere bizantino, poi scavando sulla figura di Eutichio, esarca di Ravenna.

Ne è derivata un’altra luce sugli avvenimenti  così da ricostruire il contesto e  i sistemi di vita reale, al fine di capire il fenomeno del papato romano, che, costituitosi un proprio Patrimonium Sancti  Petri et Pauli,  nel nome dei due apostoli, illegittimamente, se lo conserva giostrando con papi, desiderosi di fare una politica nuova autonoma in senso popolare e romano, antibizantino.

Gregorio II (715-731) e Gregorio III ( 731-741) sanno gestirsi a scapito dell’ impero bizantino iconoclasta   e dello sfortunato esarca ravennate, Eutichio che, non  avendo  il solido appoggio navale e il supporto finanziario e militare di Bisanzio,   cade sotto i colpi dei Longobardi che si congiungono con il papato, intenzionati sempre più specie con Zaccaria (741-752) e Stefano II (752-757) a manovrare abilmente tra i longobardi ariani e cattolici, cercando di trarre il maggiore  utile possibile dallo scontro tra il re e i duchi  e tra l’ etnia longobarda e quella bizantina, avendo ormai l’appoggio popolare romano e quello degli abati benedettini antiariani ed anticonoclasti.

E così Eutichio (728-751),  preso tra due fuochi, inviso alle popolazioni, a causa della politica iconoclastica  imperiale, specie nella zona veneta e marchigiana, non avendo il sostegno continuo della flotta bizantina e di quella  consociata di Comacchio e di Bari – riottose ad intervenire contro i  coloni romani adriatici- pur avendo sagacia e l’abilità diplomatica, conclude miseramente la sua vita, fuggendo, mentre Astolfo  fa l’ultimo attacco  a Ravenna  per inglobare l’esarcato nel patrimonio longobardico.

Dunque, professore, se ho capito qualcosa,  studiare la figura di  Eutichio  e capire il suo mandato legatizio,   nel corso della iconoclastia di Leone III l’Isaurico  e poi di suo figlio Costantino V, Kopronimos,  è utile ai fini di fare un‘altra lettura del Papato romano  che si definisce erede di Roma imperiale, appena scomparso l’esarca di Ravenna ?!.

Allora la funzione nuova del papa  risulta  basilare  in relazione alla antica  coscienza di una diretta  discendenza secondo l’ideologia anicia, sviluppata  dai due Gregori, seguaci di Gregorio I:  sono  loro  gli iniziatori  di una politica autonoma popolare  romana  antibizantina, connessa con  la corte di Pavia prima e poi  decisamente impostatasi in senso franco!

E ciò avviene proprio mentre già urgono le prime invasioni saracene nel Meridione, dopo la scomparsa della flotta bizantina  e la  non  adeguata  difesa delle  coste ad opera dei  veneziani e dei baresi sull’Adriatico?!,

 Sul Tirreno  invece  c’è un’altra  situazione:  il pericolo saraceno  ancora  non esiste, considerata  la migliore organizzazione navale di Amalfi, di Pisa e di Genova, già competitive alla fine  del nono secolo, visti gli interessi economici e i rapporti commerciali con la corte Bizantina del duca di Napoli Sergio I, che ottiene, tra l’altro,  l’ereditarietà del titolo dall’imperatore stesso, intorno alla metà del nono secolo.

Le successive conquiste saracene  di Ripatransone -Ascoli Piceno-  (prima metà de lX secolo cfr. P.L. A. Vicione, Ripatransone sorta  dalle rovine di un castello etrusco, Fermo 1828   in  A. Rossi, Vicende ripane,  a cura dell’autore Febbraio 2007, p.19  dove si parla delle Grotte della Sanità in cui  i ripani in numero di 3.372, si rifugiano durante l’invasione dei Saraceni, comandati da Sabba)  e di Farfa nel 891, anno in cui  l’abate Pietro   si trasferisce  nel fermano a S. Vittoria in Matenano  (G. Nepi, Storia del comune di S. Vittoria in Matenano,1977)- sono  esemplari  atti di un predominio navale sull’Adriatico della flotta musulmana  in tutto il secolo.

Dunque, professore,  mi s’impone la domanda: Chi è l’esarca Eutichio? Che funzione ha avuto in Italia centrale?

Così mi chiede Marco, il mio migliore alunno, un ingegnere di buona cultura, educato storicamente  in senso medievale.

Nessuno mi ha parlato di Eutichio?!

Chi è costui?

Marco è un uomo che conosce, seppure  superficialmente, l’iconoclastia di Leone III – che vede l’idolatria in un  fenomeno favorito dai monaci orientali con la fabbrica redditizia  delle icone, acquistate e venerate dal popolo in Oriente, e  sacralizzate con profitto grazie al  lucroso commercio degli ossari e delle reliquie  in  Occidente, considerata la devozione di abati e monaci  e del Papa – e la sua storia,  ed ha seguito, comunque,  perfino le mie  lezioni  tecniche  su tale argomento e sull’idolatria nelle religioni monoteistiche, fino agli anni del vescovato di Ambrogio Squintani in Ascoli (1939-1958).

Il vescovo di Pizzighettone è  un vero christianos  tridentino!

Ha grande integrità morale e una fede in un unico Dio!  Dotato di una rigidità sacerdotale  spirituale,  pneumatica, subito dopo la II guerra mondiale, aveva cercato  incautamente di far togliere le tante immagini sacre, statue ed oggetti propri di un mondo ancora paganeggiante  nelle  chiese ascolane  di campagna per ripristinare la dignità  di fede  cristiana, secondo parametri di efficienza e di culto divino senza deviazione verso forme magiche o misteriche!.

Il povero vescovo, zelante nelle sue visite pastorali,  fu oggetto di persecuzione  da parte del popolo piceno, contadino,  inferocito per la proibizione dei manufatti religiosi, venerati come feticci, considerati quasi dei, per l’abolizione delle reliquie,  per l’abbattimento dei segni cristiani del rituale pasquale  e di quelli della Vergine, chiamata in modi diversi, secondo il sistema pagano (madonna nera isidea; madonna addolorata, madonna  panagia ecc) :   i parroci ignoranti  e fascisti di formazione crocifiggono il  prelato settentrionale che non conosce il fanatismo plebeo, isterico !

Marco, il mio caro ex alunno,  non conosce, però, la funzione dei bizantini nell’Italia centrale  e in quella meridionale ed insulare nell’VIII secolo e quindi non ha sentito mai nominare l’esarca Eutichio/ Eutuchiosil fortunato-, neanche da me!

Questi,  fatto esarca di Ravenna,  non raggiunge la città mentre questa  è in pericolo per le mire di Liutprando, intenzionato a conquistarla già nel  727,  facendo incursioni sulla costa romagnola e marchigiana,  seguendo la tattica già comprovata dal duca di Spoleto, che, comunque,  non è dalla sua parte.  Si è nel clima di una persecuzione iconoclastica  ed Eutichio è inviato ad imporre  la legge di Leone III in Italia.

La lotta contro le immagini è cominciata con le disposizioni prese nel 726 da Leone III, che replica alle accuse arabe di idolatria e  che impedisce il culto popolare delle icone dei frati cappadoci  ed armeni, che nei monasteri ne confezionano molte copie di pregevole valore.

L’ opposizione  del patriarca  di Costantinopoli, Germano, che non vuole la rimozione delle icone, determina sommosse popolari e una feroce predicazione monacale antimperiale già nel 729, per cui Leone III punisce i patriarchi  e metropoliti  protestatari, che hanno la solidarietà dei Papi Gregorio II e III che, dichiarando la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731, devono  subire la confisca  delle terre  bizantine  italiche, assegnate ora al patriarca di Costantinopoli.

Costantino V successore di Leone III,  che invia Eutichio,  inizialmente è  più prudente, poi , rafforzatosi sul trono,  proclama comunque, il divieto delle immagini, avendo l’approvazione  da parte di un concilio ecumenico nel 754.

Il popolo e i monaci non si sottomettono, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento) ed allora l’imperatore nel 764 emana un decreto  riprendendo la legislazione di  Leone III  che già nel 717 contro Gregorio II  aveva aumentato le imposte su tutto il territorio dell’impero per risanare il fisco dopo la  guerra con gli Arabi.

La Chiesa romana  ne risente in quanto colpita nelle vaste proprietà fondiarie in Italia, e Gregorio, rifiutatosi di pagare, afferma che i proventi delle imposte italiane devono essere utilizzati per le necessità locali.

Ben più grave è invece l’ingiunzione da parte di Leone III a tutti i cittadini ebrei dell’impero di convertirsi al cristianesimo, pena l’inglobamento dei beni con atimia,  in base al principio secondo cui per la stabilità dello Stato è necessaria un’uniformità di fedi.

Eutichio  risulta, quindi, un perfetto esecutore di ordini in quanto secondo il Liber pontificalis è  un patricius eunucus, cubicularius, che sbarcato  a Napoli, presso il duca, un funzionario bizantino,  da lì cerca di far uccidere  papa Gregorio II, e fatto prima un viaggio di terra, passando in rassegna i domini romano-bizantini del Tirreno per poi fare  un iter  ispettivo lungo la Via Salaria per risalire infine verso l’alto Adriatico, via mare,  dopo l’imbarco a Truentum.

L’esarca mostra la sua abilità diplomatica  con la corte di Pavia tanto da  attirare nella sua orbita Liutprando, che è intenzionato a rompere l’alleanza tra Trasamondo, l’infedele duca di  Spoleto e il papa, interessato a minare l’autorità regale.

Nel frattempo l ‘autorità di Eutichio è minata dagli abati di Bobbio e di Farfa, che sono  contrari all’iconoclastia e fomentano insurrezioni in Ravenna stessa.

L’esarca è costretto a rifugiarsi nella laguna veneta, dove,  comunque, riordina il potere bizantino,  facendo processare lo stesso doge,  in quanto carica non legittimata  da Bisanzio ed istituisce  un’ altra magistratura con  cinque  magistri militum, che, però, detengono il potere  per il breve tempo,  in cui l’esarca è a Comacchio, poiché  il popolo insorge a favore della ricostituzione della figura del doge  avendo avuto lettere dirette dall’imperatore stesso, di conferma.

Infatti ambasciatori veneti concordano col Basileus di fornire una flotta  in soccorso a quella bizantina contro Liutprando, ora congiunto col papato.

Zaccaria, allora, si fa mediatore tra i bizantini e i longobardi convincendo inoltre Trasamondo a ritirarsi in convento, dopo averlo salvato e protetto a Roma,  e  favorendo lo stesso Eutichio,  che ora non più minacciato da  insurrezioni, può soggiornare a Ravenna: l’azione politica del papa è un capolavoro di diplomazia e  di strategia, degna di Ottaviano Augusto, autorizzato ad avere rapporti plurimi con le popolazioni autonome del Veneto e della Puglia, con l’esarca stesso e con i longobardi, quando già è pronto un piano di alleanza con Pipino il Breve.

Dopo il ritiro di Rachis,   l’esarca è improvvisamente accerchiato e immobilizzato sia da forze longobardiche  del nuovo re Astolfo che da quelle latine papali popolari anticonoclastiche.

L’attacco di Astolfo sorprende l’esarca Eutichio  che  muore mentre, combattendo, si  allontana da Ravenna.

Con la scomparsa di Eutichio  finisce l’esarcato, il cui territorio  inglobato inizialmente da  Astolfo, viene poi ceduto al papato, registrato come donazione, a seguito dell’intervento dei Franchi.

Il papato romano, libero dal pericolo bizantino, ora trova un alleato cattolico contro gli ariani longobardi, avendo  in possesso non solo le terre romane occidentali ma anche quelle nominali bizantine e soprattutto  può millantare  la potestas con auctoritas dell ‘Antica Roma.

Astolfo,  avendo già dato grande rilievo non più ai romani, cattolici,  come suo fratello Rachis, ma all’elemento longobardico, ariano, vuol  punire papa Zaccaria e la sua politica infida, a favore di Trasamondo di Spoleto, propria di un  funzionario orientale.

Astolfo, violata la tregua ventennale, sconfitto Eutichio, prende Ravenna e si  dirige verso Roma, mentre il nuovo papa, diacono,  Stefano II, funzionario bizantino, dopo la brevissima elezione dell’omonimo presbitero, morto dopo 4 giorni, neanche registrato come papa,  si rivolge a Costantino V, che da poco ha ripreso le redini dell’impero.

 Il papa è costretto, comunque,  a pagare  per il momento un tributo annuo per salvarsi dalla difficile situazione in cui versa la Chiesa romana, priva dell’appoggio bizantino.

Allora Stefano II  decide di chiedere aiuto a Pipino il breve che deve la sua consacrazione regale  a papa Zaccaria,  non  potendo fidare nell’aiuto bizantino di Costantino V, che, inoltre, chiede la restituzione dei  territori dell’esarcato  e di quelli  dati da  Liutprando a Papa Zaccaria  in nome di un presunta  donazione di Costantino(?).

Comunque, l’imperatore, non avendo più come referente l’esarca,  nomina  legatus il papa, riconoscendone implicitamente  la funzione mediatrice  tra i longobardi e tra questi e i bizantini  e specialmente nella gestione delle ville romane  e dei loro patrimoni inalienabili, ora sotto il controllo degli abati benedettini, abili a tenere  i coloni riuniti in  forme di cooperazione  agricola, secondo statuti flessibili  di manovalanza  salariata e caritativa, espansi anche ai territori non italici (Cfr. G. Romano,le dominazioni barbariche  in Storia politica d’Italia, F. Vallardi Milano 1909; G Volpe, il Medio Evo,Firenze 1925  F. Lot, La fin du monde antique et le debut  du Moyen Age,  Paris, 1927. L Salvatorelli, L’Italia medievale  dalle invasioni barbariche  agli inizi del secolo XII, Milano 1932; E. Pirenne, Maometto e  Carlo Magno , Bari 1939, G. Luzzatto, I servi delle grandi proprietà ecclesiastiche, dei secoli IX e X, Pisa 1910;  G. Luzzatto,  Breve storia  economica dell’Italia Medievale,  PBE  1965).

In effetti tale titolo risulta solo marginalmente in alcune carte, in quanto l’incarico è effimero  ed inconsistente nella realtà, data la non  presenza di milizie  bizantine in Italia centrale.

Professore, il gioco politico del papa  è scoperto, se la situazione è  quella  così indicata!

Marco, a me sembra che  questa sia la risultanza storica!

Stefano riprende l’esempio di Zaccaria, che, non potendo convincere Astolfo,  scrive in prima persona  lettere ai popoli come se fosse Pietro il discepolo di Cristo, in persona,  e li chiama   affabilmente suoi figli, uomini devoti e fedeli a Dio Salvatore.

Poi accantona la predica tribunizia, utile a chiamare a raccolta il gregge a difesa del proprio pastore, smette di minacciare Pipino – che non è sollecito nell’aiuto-  di scomunica e una volta liberato dai longobardi  ottiene  la restituzione totale delle terre già assegnate da Liutprando a Gregorio II e a Zaccaria.

Stefano II completa la consegna ufficiale con la deposizione sulla tomba di Pietro delle chiavi  delle città a lui donate  con la  carta  della promessa carisiaca,  che è un vero trattato, con donazione di Pipino a Carisium (Quierzy) nel 754, coram populo!.

Il papa, temendo  il pericolo ariano  decise di andare  a Quierzy presso Pipino il Breve  per avere al suo fianco  un sicuro appoggio cattolico:  Il suo viaggio  tra popoli anche ariani, ostili, avventuroso, diplomatico, era stato utilissimo per conoscere il mondo occidentale capire il significato di Roma aeterna e  il valore reale del Pontificato romano : la promessa carisiaca è di questo periodo.

ll papato ora ha  un patronus  per arginare il pericolo longobardico ariano, ora che non ha più la difesa del diritto  romano bizantino, consapevole che il suo titolo vale quanto quello di uno dei  tanti abati  benedettini!.

Con la promessa carisiaca la figura papale risulta ingigantita in Occidente.

L’abilità  diplomatica e politica di Stefano II è coronata da successo perché  con Zaccaria ha creduto nel valore delle masse agricole che, se coscienti,  hanno il potere politico, secondo il diritto romano.

Se Eutichio nel periodo tra il 728 e 751 non può svolgere il suo mandato  bizantino il merito è di Papa Zaccaria:  specie nell’  ultimo dodicennio il papa ridà un volto alla città di Roma, e  si sgancia dal potere bizantino  mettendo in fibrillazione il mondo longobardico, ora diviso tra il potere periferico di Spoleto e Benevento e quello centrale di Pavia, altalenando il suo consenso   in una guerra civile  passando ora da una pars  ora ad un’altra, tanto  da  annullare  il potere  di Trasamondo  (costretto al ritiro in Convento) e  da logorare lo stesso potere centrale di Liutprando e di Rachis (anche lui divenuto monaco), ed infine  quello di Astolfo con cui scende a patti, pur fingendo di voler impedire l’attacco definitivo e risolutivo  all’esarcato.

La scaltrezza del papa  è massima nel riallacciare, pur mantenendo il suo pensiero anticonoclastico,  i rapporti col figlio di Leone III   Costantino V, che ha ripreso il potere in Costantinopoli dopo la fine dell’usurpatore Artavaste, per usufruire  delle donazioni di Norma e di Ninfa (Cisterna Latina)  e poi di Osimo, Numana ed Ancona, che inizialmente sono state inglobate nel regno longobardico, ma poi consegnate da Liutprando al Patrimonio di S. Pietro e Paolo.

Stefano II completa la sua opera  chiedendo  di essere protetto  dal re longobardo ariano al  re franco,  che ora non può non accettare l’invito papale, dopo che papa Zaccaria  ha risolto il quesito posto  da Burcardo di Wuerburg e  da Fulrado, abate di S. Denis, venuti a Roma per la vertenza  sorta tra i  fautori dei maggiordomi  e i legittimi re merovingi:   è degno di regnare chi ha potere reale o chi, come Childerico III ha sangue reale?.

La risposta  del papato, ora giudice sul potere legittimo  tra i barbari, in nome di Roma aeterna   è che è  legittimo rex chi ha  potestas con auctoritas poiché  può assicurare pax ed iustitia al suo popolo

Perciò davanti a delegati papali vengono autorizzate la consacrazione a Soissons di Pipino  ad opera di Bonifacio di Magonza e la deposizione  del re merovingio, fannullone!.

Per arrivare a tanto il papato ha dovuto per un secolo e mezzo essere logorato sotto  le invasioni  dei longobardi, ma  alla fine ha vinto costringendo  Liutprando  a donare  nel 742   al papa Zaccaria  le città da lui occupate  dell’esarcato e la pars dei patrimoni della Chiesa in Sabina, sottratti dai duchi di  Spoleto trent’anni prima!

Zaccaria e Stefano  hanno coscienza del vuoto di potere romano in Occidente e del valore del Mito di Roma aeterna, tra le popolazioni barbariche, sia ariane che cattoliche, specie tra  i Franchi e gli Angli.

Zaccaria  ha legittimato  se stesso come legatus orientale   proponendosi  come rappresentante romano, che può  dare potestas ed  auctoritas  in nome di Roma aeterna, considerandosi da uomo di formazione orientale,  polites romano  e vir  disciplinato secondo la Pragmatica Sanzione: ha saputo   svolgere la sua funzione vicaria  legatizia  con successo, ingannando la buona fede barbarica: la superiorità del clero bizantino orientale sulle masse occidentali e sui  re barbari è tale che  la chiesa romana fa bere ogni  acqua  a popoli  germanici mal cristianizzati secondo la tradizione  romano-ellenistica.

Il clero, come Mosè con gli ebrei nel deserto, guida le masse alla libertas  christiana, mantenendole ignoranti (Cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)!.

Si sa solo  che Zaccaria  crede di aver tale autoritas  con potestas in quanto non solo funzionario  imperiale, ma anche capo religioso occidentale perché da  secoli  il papato romano è riconosciuto   paritario al  patriarca costantinopolitano, pontefice massimo, autorizzato da Teodosio ( e forse da Costantino).

E’ Zaccaria che per primo ha pensato ad una falsa donazione di Costantino a papa Silvestro, sulla  base di carte a noi non note della famiglia anicia?!

E’ lui  il falsario, che ha una perfetta conoscenza della lingua  greca, che traduce dal latino  in greco per i prelati ancora dipendenti dall’impero di Bisanzio  stanziati nel Meridione d’Italia e nelle grandi isole,  i Dialoghi di Gregorio Magno (J.P. Migne, Patr. Lat. LXXXIX)!.

Il Documento del Constitutum constantini/ Donazione di Costantino  potrebbe  essere  a detta di studiosi, prodotto da letterati della sua curia,  abili a creare un  falso letterario, vista la richiesta dei barbari  per la concessione di potestas  con auctoritas: non è sufficiente la prammatica sanzione di Giustiniano, dopo l’editto longobardico di Rotari, che tiene presente il diritto romano in molti punti della sua legislazione, di base germanica.

La non autenticità dello scritto circa il primato della Chiesa di Roma sulle Chiese patriarcali orientali, la sovranità su tutti i sacerdoti, la sovranità della Basilica del Laterano  su tutte le chiese e le estese proprietà immobiliari,  soprattutto circa la superiorità del potere papale su quello imperiale e la giurisdizione civile del pontefice su Roma, l’Italia e l’intero impero romano di Occidente,  pur non essendo certificata,  ha valore legale per i barbari!.

Zaccaria ha mandato in convento prima Trasamondo, duca di Spoleto, e poi lo stesso  re Rachis!: è un politico raffinato capace di muoversi nelle difficili situazioni sia con Liutprando che con Astolfo quando ancora ha  potere l’esarca a Ravenna, suo diretto superiore.  Impone un tregua ventennale, come un vero legatus e la fa rispettare  grazie al favore popolare ed ha promesse con elargizioni di terre  per la sua mediazione tra parti  in belligeranza pensando al profitto  della Chiesa romana.

E‘ vir scaltro  che sa muoversi tra il duca di Spoleto e il re di Pavia, avendo competenze giuridiche, e  si serve  anche degli abati benedettini  ed è abile a ricavarsi un territorio con la sua diplomazia levantina, destreggiandosi tra il diritto romano e quello longobardico tra Eutichio e Liutprando, e poi scavalcando l’esarca,  manovrando tra la corte bizantina e quella pavese di Astolfo.

Sa approfittare anche dei maneggi rivoluzionari alla corte di Costantino  V quando c’è il colpo di Stato di Artavaste e poi, alla reazione bizantina, sa allinearsi coi vincitori.

In questo  particolare momento, maggiormente interessa a Zaccaria  un riconoscimento ufficiale sulle partes demaniali  illecitamente ed illegittimamente considerate romane, in modo da dichiarare la sovranità del papa romano di Roma,  su tutti i territori che un tempo facevano parte della Regio suburbicaria.

Questa, costituita da una linea ideale che univa la punta settentrionale della  Corsica con la  zona di Venezia  e l’Istria alla  campagna romana a sud di Roma, in cui terre, che erano dell’imperium romano bizantino, di nome ancora sotto l’esarca, fuse con quelle dell’impero di Occidente ancora con ville, era considerata da secoli come romana  e perciò poteva essere concessa a fittavoli che ne potevano  prendere possesso in quanto terre incolte,  inalienabili di una non nominata  Chiesa romana, abbandonate.

Di queste terre ora sotto il potere nominale ecclesiastico sia del papa che dell’abate di Farfa e di quello di Montecassino,  si chiede una garanzia che non può venire né dalla Prammatica Sanzione né dall’editto di Rotari.

Una sola cosa è certa: Il papa romano è una falsa autorità, un funzionario ancora bizantino come l’ abate di Farfa – che, ha le sue terre inalienabili, fino a tutto il Sannio con la Sabina e il Piceno  perché romane, cioè non  soggette ai Longobardi, in quanto territori abbandonati di ex ville, circondanti  quella porzione limitata del Lazio, ora considerata Patrimonium Sancti Petri et Pauli, sulla base del muthos di una venuta a Roma di un Pietro e Paolo, apostoli cristiani-.

D’altra parte anche Farfa  sulla base di terre romane ha avuto come  ecista  un siriaco, fondatore del  primo monastero  farfense – un ignoto Lorenzo  venuto con la sorella Susanna –  distrutto dai longobardi e poi ricostruito da abati di origine franca, benedettini ,  con un territorio progressivamente  ampliatosi  sulla dorsale appenninica sabino- umbro marchigiano- abruzzese che  penetrano perfino entro i territori del ducato di Spoleto e quello di Benevento, là dove manca l’auctoritas longobardica  e ci sono tracce antiche di romanitas sia imperiale occidentale che quelle bizantine postgiustinianee.

All’epoca   di Zaccaria e di Stefano II esiste solo un territorio  vasto romano  senza padroni, in quanto pesti, epidemie, cataclismi hanno decimato la popolazione romana  a seguito della lunga  guerra gotico-bizantina e poi dell’improvvisa conquista longobardica: sippe e fare, formazioni militari arimanniche, sono rispettose delle terre demaniali romane,  seppure spopolate, acquitrinose, o vicine ai fiumi e al mare, considerate quasi  maledette da barbari, di religione  cristiana ariana, rispetto alle terre  collinari e montane di loro gradimento.

Nel nome anicio perciò, già i  benedettini di Subiaco, Montecassino , Farfa  iniziano una colonizzazione nuova dell’Italia centrale riprendendo il modello dell’antica  colonizzazione romana, creando nel monastero un’area artigiana  favorendo  mestieri agricoli,( fabri),   in linea con la cultura contadina romana riportata in auge dagli scriptoria benedettina ( Cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995.)     Si ricordi che  un abate non ha minore potere in Italia, nel periodo longobardico, tra ariani e cattolici,  di un Papa, fino alla presa di  Alessandria, in epoca monotelita, anno 641! E nemmeno fino alla  costituzione del Sacro Romano Impero nel Natale dell’800 ! Solo coi discendenti di Carlo Magno (Cfr . Liber pontificalis, ed Duchesne , Paris 1886, vol.II p.7; L. Duchesne, le premiers temps de L’etat pontifical, Paris  1904 ed Einhardo, Vita  Karoli Magni  in Scr. rer, germ. ed. Holder- HeggerHannover 1911 e cfr  R .Morghen, Medioevo Cristiano Laterza 1978; A Dempf, Sacrum imperium -trad. di C.Antoni, 1882)  comincia a  trapelare la falsa Donazione di Costatino, composta forse a S Denis, per come è scritta nella sua forma “franca” e il papa inizia la sua trionfale ascesa  verso il primato di Pietro, che risulta collaudato con la fine di Carlo il Grosso nel 880!

ll documento costantiniano,- che già serpeggia come autentico  anche se  è  un falso in cui la Chiesa è riconosciuta “Stato” con Cristo fondatore e sovrano, rappresentato dai pontefici con le stesse prerogative imperiali e che, soli, possono assegnare la corona ai potenti  della terra- sembra essere di questo periodo,  tra la metà dell’ottavo secolo e la sua fine, oppure  della metà del nono secolo in ambito parigino.

E che valore avrebbe in un tale contesto storico la donazione di Sutri  del 728 di Liutprando a Gregorio II?

Un tentativo longobardico di mettere in cattiva luce  un funzionario bizantino  di fronte all’imperatore di Oriente, occupato nella questione iconoclastica ?! La cosa è incerta: si sa però che Leone III  impegnato nella politica interna ad imporre l’iconoclastia sia in Oriente che in Occidente- dove ha grande resistenza per il consolidato culto  occidentale delle icone e delle reliquie – e in politica estera con gli Arabi  invia  un fedelissimo, Eutichio a riportare l’ordine in senso religioso e ad imporre il rispetto delle clausole  ai longobardi.

Il nuovo esarca all’inizio del suo mandato  deve cedere, comunque,  alla iniziativa di papa Gregorio II, dopo il mancato attentato, e all’appropriazione indebita del territorio  di  Narni e del  Castello di Sutri, roccaforti bizantine a difesa del ducato romano e anche successivamente  con Papa Zaccaria è costretto ad una politica cauta per i rapporti stretti tra il ducato di Spoleto e il papa, riottosi nei confronti del re longobardo  e quindi non può impegnarsi contro Liutprando e si mantiene neutrale in attesa di eventi propizi e di rinforzi militari dall’Oriente.

Il compito di Eutichio risulta difficile, non realizzabile

Eutichio ha nuova coscienza in punto di morte della potenza della Ecclesia romana cattolica.?

Forse.

Dall’angolazione di Eutichio, esarca ed eunuco bizantino,  la grandezza del papato è nella sua continuità ecclesiale  patriarcale, nella sua romanitas  e nell’ideologia sacerdotale degli anici, capaci di di trasformare il cesaropapismo in theocrazia,  e di creare una dittatura christiana cattolica, elitaria, culturale monacale,  vista la deficienza delle masse romanizzate  imbarbarite occidentali!.