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Una rilettura di Considerazioni dell’opera di Benedetto XVI

Viventes ad amandum, ad utendum res sunt; nos, contra, viventibus utimur, amamus res!

I viventi esistono per essere amati, le cose per essere utilizzate; noi, invece,  ci serviamo dei  viventi  ed amiamo le cose!.

 

Perché non rileggere quanto scritto da Angelo Filipponi in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI?

Potrebbe venire fuori un nuovo logos, storico, umano, espressione concreta, paradigmatica, di una metodologia  anthropica,  opposta a quella utilitaristica mitica,  di una tradizione ebraico- cristiana elitaria!

E’ un modo nuovo di ragionare con un nuovo sistema di misura in relazione ad una  nuova concezione di uomo, di creatura, vivente, in modo paritario, il suo destino, là dove la sorte lo pone  in mezzo ad altri esseri animati ed inanimati, con  cui stabilisce proficui reciproci rapporti di convivenza, secondo criteri integrativi naturali e razionali prima, religiosi, poi!

Per me, professore, come per i miei amici e compagni di classe, il suo pensiero risulta una nuova logica,  che mi ha orientato nel corso della vita, come dice Giovanni in Caro  professore www.angelofilipponi,com che parla di cambiamento di vita.

Marco, non so  se è proprio così !I mio pensiero solo forse per alcuni è utile, mentre per altri non è servito a niente! Non è detto che ciò che giova a te, come medicina, sia utile ad un altro, a cui potrebbe essere veleno; c’è una immensa varietà  nella galassia altro! Siamo tutti uomini eguali ma differenti per genetica, che ci differenziamo anche per educazione iniziale, conforme al contesto, e per sorte, avendo diversa libertà naturale e socio-economica, in relazione alle opportunità ambientali. A me risulta solo  un lavoro serio di un cristiano occidentale, di cultura romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale,illuministico e positivista, laico,  che ricerca la Storia  e la fa,  anche sulla figura di Gesù Christos, studiata e dimostrata come  persona umana mitica, poi divenuta teologica, romana,  clericale guida assoluta egemonica, propria di un theos vivente, eterno nomos empsuchos, non certamente fraterna  creatura vivente!. Per me  come ho  già scritto in Gesù, l’ebreo di Galilea vivere  è stato lavorare  e fisicamente e  spiritualmente distaccandomi dagli altri, per capire qualcosa e poi orientare gli altri, senza imposizione, lasciando libero  ognuno  nel fare  il proprio iter  secondo  natura e ragione.

Io, professore,  ho trascritto  quanto lei ha detto in  Gesù l’ebreo di Galilea: Non ho avuto mai, se non da ragazzo, come interlocutore un tuttologo:  amo fare,  parlo poco e solo se è necessario. Non ho voluto ciarlatani accanto, preferendo lavorare con operai e sudare con loro in operazioni costruttive. Per tutta la vita ho scelto uomini che lavorano e che studiano,  scienziati, ricercatori, tecnici ed  operai con cui parlare concretamente di problemi veri per fare una reale situazione e cercare una soluzione. Comunicare per me è  fare un dono scambievole di qualcosa ad uno, paritario, e perciò dire è funzionale a qualcosa, per  manifestare concretamente il proprio pensiero e confrontarlo con quello altrui, così da trovare un modo per conciliare ed arrivare ad una soluzione concreta. In caso di incapacità realizzativa da entrambi le parti, si riconosce il proprio  limite e si ride  insieme delle proprie idiozie e della propria debolezza, constatata in situazione reale. Se non si ha forza di operare insieme, costruttivamente, non  servendo la tautologia, è preferibile fare lo scemo, presentando una faccia da ebete ed andare per la propria strada. Per anni, perciò, avendo distinto illuministicamente  tra dire e parlare ed  avendo  pensato che è meglio stare zitti, anche se tutti vogliono parlare, ho taciuto lavorando da solo e come studioso e come artigiano, alternando  le attività nel corso della giornata. Siccome non è stato  sufficiente il silenzio, sono stato costretto ad  operare scrivendo  e  a mostrare  il frutto concreto come risultanza operativa in modo paradigmatico (Cfr. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995). Comunque, in casi estremi, nel corso di 45 anni di  ricerca,  è stato  necessario tenersi lontano dagli altri,  ritirarsi in meditazione, in solitudine, in un lavoro costruttivo di manovalanza. Il silenzio allora può diventare, nell’assurdità del parlare altrui, specie politico e sacerdotale,  un discorso eloquente  e razionale, un esempio operativo eclatante, un metodo.  Comunque, sono sempre fuggito da chi crede di sapere ogni cosa e pensa di poter arrivare razionalmente a soluzioni e a chiudere dogmaticamente, in un netto rifiuto della predica. Non ho, dunque, seguito le persone che sanno ogni cosa e che creano percorsi o vie,  convinti di avere conoscenze, di saper dire la parola definitiva o di poter parlare di tutto a tutti e di fare, caso mai, spettacolo. La parola di Gesù mi ha sempre affascinato, fin da bambino e perciò ben presto ho cercato i logia del signore  in aramaico, ma ho amato anche quelli greci, anche se tradotti, più di quelli latini, data l’equivocità della romanitas christiana

Lei, professore, perciò, dopo avere rilevato l’assenza della Historia in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI e  in Storia o teologia, evidenzia  ora la necessitas di dover formare l’uomo, solo su un piano umano e non teologico al fine di creare  un anthropos in senso naturale e razionale in modo da orientarlo ad esistere come  essere,  eguale ad ogni altra creatura,  senza privilegi, nel pianeta Terra, un piccolo kosmos  del sistema solare, un pulviscolo nei confronti delle Galassie astrali! Per me è  giusto che  lei  affermi  che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima,  e poi ad essere cristiano e che il tempo di formazione umana deve precedere quello di formazione religiosa (buddista , cristiana, islamica ecc): io anzi  ritengo vero  che le nostre turbe, le nostre  fobie, i  nostri  squilibri  e stati ansiosi  derivino da una educazione sincretistica  in cui si fonde storia con Muthos,  muthos con storia,  il sistema uomo con quello cristiano ed infine mi sembra che lei, laico, pur nel massimo rispetto della  funzione universale papale  a papa Benedetto XVI, umilmente, avrebbe voluto dire, negli anni del  suo pontificato, che ritrovare Gesù ebreo di Galilea  significa ritrovare l’uomo  al di là della religione, capace davvero di essere divino nel  fare quanto dice, nel realizzare conformemente  quanto pensa ( cfr. Idea di un Jesus of culture www.angelofilipponi.com) in un contesto geografico non più romano-ellenistico,  ma universale, non più  secondo una metretica platonico- aristotelica, ma  secondo canoni  scientifico-astrofisici nuovi, dove neanche è pensabile la figura di un  Unico Redentore universale! Ed ora credo che lei a lui, emerito papa Ratzinger, non al suo successore, indifferente ai problemi religiosi, spirituali, totalmente immerso nell’apparato finanziario economico temporale, e in quello socio-politico, avrebbe voluto  mostrare, per un altro orientamento, le risultanze di una ricerca  storica, non certamente conclusa, sicuramente piena di errori, ma  ben ancorata nella Storia Giudaica,  giudaico-romana, romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale, secondo nuovi orizzonti naturali ed astrofisici,  in un’etica più ampia ed universalistica, veramente antropica!.

Grazie, Marco. Forse vai oltre il mio stesso pensiero! Comunque, insieme rileggiamo Le considerazioni e Storia o teologia!

Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne

 

Niente è facile,  specie se bisogna fare! Ogni impresa, anche la più elementare, risulta difficilissima!

 

Professore, perché non mi parla della tragedia dei due figli innocenti di Mariamne, fatti strangolare dal padre? Noi cristiani parliamo  di una strage degli innocenti, mai avvenuta, e non conosciamo la morte di Alessandro e di Aristobulo, avvenuta dopo processi, documentati, in tribunale, a seguito di accuse e calunnie,  dopo reali verdetti? Vorrei tanto dire qualcosa di preciso, di storico, sulla vicenda di  Erode e dei suoi figli, ancora oggi avvolta nel Muthos!

Marco, te ne parlo sulla base della mia ricerca sugli Erodiani,  a seguito della revisione della traduzione del XVI libro di Antichità giudaiche. La tua domanda, però, è polemica nei confronti dei cristiani  e della loro credulità mitica, basata su  invenzioni, di corredo, alla nascita di Gesù – il 25 dicembre  dell’anno domini   0 , inesistente, posto tra il 1 a.C e il 1 d.C  – inteso come ab incarnatione  domini Iesu Christi – a Betlemme, in un  presepe secondo  Luca 2.1-20, dopo un editto di Augusto, tra canti di angeli e  in mezzo a pastori che adorano il neonato bambino,  il quale, secondo Matteo 2.1-23 , appena nato, è venerato ed adorato da re Magi, venuti dall’Oriente, che seguono una stella e che non tornano da Erode, impaurito dalla notizia della nascita del divino fanciullo! Tu,  Marco, neanche prendi in seria considerazione l’annunciazione di un angelo alla vergine Maria, il suo parto divino, la fuga col marito in Egitto  e nemmeno la tradizione del presepe di  Francesco di Assisi appena  tornato dalla Terrasanta.

Professore, lei mi vuol dire che gli Eventi evangelici sono tutti mitici perché Erode è morto secondo la nostra tradizione, ancorata alla datazione, errata di 4 anni,  di Dionigi il Piccolo,  prima della  nascita di Cristo, il 4 a.C. !?

Io, Marco,  faccio un discorso storico e  mi baso sulla datazione classica cesariana o greco-ellenistica  dalla prima olimpiade 777/776 a.C. , mentre il monaco Dionigi nel 525 d.C. calcolò una datazione non più  ab Urbe condita cesariana, ma neppure quella,  vigente alla sua epoca,  iniziante  dal primo anno dell’impero di Diocleziano (284 d.C.) senza l’anno zero, quell’anno compreso tra  l’1 a.C e l’1 d.C.-poiché non si conosceva la numerazione araba-.

Posso dire, professore, che il re giudaico, quindi, non può sapere niente  di Cristo e tanto meno decretare di uccidere  i bambini neonati!?

Certo!.Marco. Anche  tu hai una tua visione storica e non accetti più le favole cristiane: ti sei scristianizzato, dentro, e non vivi più il clima del dolce Natale,  ma ancora ci sono uomini e donne che  cristianamente vanno alla messa di Mezzanotte  ed aspettano coi figli la nascita del Bambino Gesù. Cfr.  Ambrogio e la celebrazione del Natale www.angelofilipponi.com

Ora, Marco, per me è difficile parlare storicamente. Ho quasi timore a dire che il mio compito è arduo in un clima sacro religioso come quello natalizio, attuale, in cui  tutti sono buoni, si chiamano fratelli, si  fanno regali, aprono le case a parenti ed amici, come celebrazione di una festa, in memoria di un Gesù nato, e  del  mistero  dell‘incarnazione di un Dio, venuto in terra dal cielo per redimere l’uomo dal peccato originale di Adamo! Tutto è spettacolo e commercio, in una mistione di sacro e profano piacevole! Mi sembra di essere sacrilego  a raccontarti  una qualche porzione di verità (se è Verità!) storica, nel contesto giudaico di una corte, come quella di Erode il Grande, dove si scontrano due famiglie, quella asmonea e quella idumea, con due diverse ideologie  e si affrontano per la successione ad un re vecchio, malato, rimbecillito,  quasi abbandonato dai romani, manovrato dal figlio maggiore, contro i figli di Mariamne asmonea.

Fare la storia di circa  un decennio(13-4 a.C.)  non  è facile, data l’unicità di fonte, di un autore, ambiguo per la doppia formazione, sadducea e farisaica,  scrittore di due diverse opere, pubblicate in due differenti momenti, da cui si rileva che la storia è storia di uomini e che la storia dei figli di Mariamme, veramente tragica, segna il tramonto del regno  di Erode il Grande nel kosmos imperiale romano.

So bene che al cristiano interessa solo la favola della nascita del bambino  Gesù, ormai accettata come fatto reale, e non il mio discorso che risulta un vuoto parlare! comunque, iniziamo a fare storia, a far luce su un periodo poco chiaro.

Per trattare dei figli di Mariamne, della  loro nobiltà ed innocenza, protagonisti della  narrazione,  devo necessariamente trattare dell’antagonista principale, che non è Erode, ma suo figlio maggiore Antipatro, dal momento in cui rientra nella sua famiglia dopo l’esilio, inflitto,  a lui bambino e alla madre, dal padre,  che  ha dieci mogli e 15 figli, che vive in un Palazzo a Gerusalemme  con la sua corte, circondato da adulatori e da spie romane, prigioniero, nonostante la formale regalità!.

Secondo il mio  consueto lavoro,  devo, perciò,  fare il contesto con la situazione  iniziale  e  precisare la  data probabile nell’inverno del  13/12 a.C. citando l’autore, che ha  già mostrato lo stato di animo di Erode e il clima  fosco della corte erodiana negli ultimi anni del re  Cfr.  Archelao, figlio di Erode e  Il falso Alessandro ed Augusto, www.angelofilipponi.com

Flavio (Ant.Giud., XVI,78) scrive: essendo l’animo di Erode infelice e sconvolto,  nel tentativo di frenare i due giovani figli, Alessandro ed Aristobulo, fece venire presso di sé l’altro figlio, di nome Antipatro, che gli era nato, quando era  privato cittadino e decise di onorarlo.

Professore, si tratta di Antipatro, nato da Doris,  moglie/neanis tredicenne, nel 47 a.C, allontanato dal padre, con la madre poco prima del 40 a.C, quando Erode,  in fuga, conduce la famiglia a Masada?

Si. Marco.  Cfr. Guer. Giudaica I,22.1. Forse, allora, lascia Antipatro  probabilmente  in Idumea, quando provvede alla salvezza  della promessa sposa Mariamne e della madre Alessandra, e  di sua madre Cipro, incalzato dai Parthi. Non si sa niente del suo sacrificio di abbandonare moglie e figlio di sei/sette anni  in Idumea, suo feudo, comunque, familiare!.Allora è preminente la giovanile ambizione di impalmare l’asmonea  Mariamne – di cui è pazzamente innamorato- che gli avrebbe potuto  dare una qualche remota possibilità di regno in Giudea!.

Allora, Erode bandì/’εφýγαδεúσεν  da Gerusalemme, per di più occupata dai Parthi, per amore di Mariamne, moglie e figlio concedendo loro il  ritorno soltanto nel periodo  delle feste- Guer. Giud, I,22.1.433-. Per la moglie, non ancora ventenne, e per il figlio, νηπιōς, l’abbandono  è più di un tradimento!

Per Antipatro sono anni lunghi, di attesa, di rabbia, nei confronti del padre, odioso ancora di più, per il  feroce rancore con cui lo educa la madre,  offesa nella sua femminilità e nel suo onore, a causa del ripudio!

L’ insperata chiamata del padre non placa, dopo oltre un venticinquennio, né cancella  i tanti patimenti subiti e, tanto meno, l’odio!  Comunque, Erode comincia  subito a  mostrargli la sua preferenza,  concedendo ogni sorta di onori, appena il figlio  Antipatro si presenta  a corte.

In un crescendo di onori, in un paio di anni  Erode lo rende simile a sé;  tuttavia, Antipatromalato della  sindrome rancorosa del beneficato,  verso il padre euergeths/benefattore,  non vede i favori  né apprezza gli onori  perché cova  odio profondo per il precedente abbandono e non sente il dovere  della gratitudine, come riconoscimento di quanto fatto al momento per lui, ma, in cuor suo, rileva quanto fatto per gli altri, in un giudizio negativo dell’azione paterna e in una  condanna, nonostante il formale  omaggio!

La  notizia di Antichità giudaica è anche in Guerra Giudaica, I,23.1. 448.

La scelta di fare venire Antipatro  come epiteichisma tois uiois/ propria difesa contro i figli  a  corte (ibidem)   è  degli anni 13/12 a.C, quando l’uomo ha quasi 35 anni: non sarà un bene per Erode, che diventa vittima del figlio (ibidem 79), ma  lo fa, desiderando soltanto  umiliare l’arroganza nobiliare dei figli di Mariamne asmonea, per meglio educarli al trono!.

Al padre, re,  poco interessa il pensiero del figlio primogenito, vissuto da privato in Idumea e in Nabatea,  formatosi nella dura lotta quotidiana per campare in mezzo ad altri popolani, aramaici, filoparthici, scarsamente religiosi, ebrei  a metà, ancora veneranti il Padre e   profeta Kosè/Koze, creduto Dio ( cfr. Ant giud, XV,253)! 

Al re interessa far cessare la temerarietà dei figli di Mariamne costretti a vedere di fatto  che non soltanto a loro  e, non per necessità, spettava il regno! (ibidem).

Erode crede  che, mettendo a loro fianco un uguale  per dignità, maggiore di molti anni per età (12 con Alessandro e 15 con Aristobulo) possa calmare la velleità  nobiliare dei due giovani, adolescenti, eredi asmonei e, al momento opportuno,  possa trovare  un’occasione per trattare il problema della successione: minimamente si consulta col figlio Antipatro, uno sconosciuto per lui ed un intruso popolano per i fratellastri, nobili!

I due figli asmonei ritengono insopportabile il cambiamento  /aphorhtos h metabolh perché vedono salire, nel loro orgoglio di nobili, più in alto il figlio di una donna  di oscuri natali (ibidem),  richiamata anche lei dall’esilio, su consiglio del  figlio, subito accontentato nella richiesta. I due, non sapendo contenere lo sdegno, lo manifestano, data la loro parrhsia,/libertà di parola, ed aumentano la loro ostilità verso il padre;  Antipatro, invece,  si concilia le simpatie  di tutti anche per le sue qualità di scaltrezza e di opportunismo, proprio degli antipatridi.

Professore, gli antipatridi  sono numerosi a corte ed hanno molto potere ed ora si  rafforzano col  nuovo venuto: le loro accuse contro i due figli  asmonei già circolavano: ambedue tramavano contro Erode; ed Alessandro, genero di Archelao di Cappadocia, si preparava  a  fuggire presso il suocero per andare ad accusarlo davanti a Cesare! Il fratello Ferora e la sorella Salome sono parenti infidi che tramano contro il re secondo Guerra Giudaica e secondo Antichità giudaiche, facendo una politica personale, a proprio interesse, non a favore del fratello e tanto meno del popolo!.

Certo, ora, gli avversari sono più forti perché  Antipatro è uomo  molto scaltro e gioca bene ogni sua carta, si sa coprire,  avendo l’animo di un servo ambizioso, viscido, velenoso per i tanti pathemata sofferti con la madre in Idumea e in Nabatea!. Mi pare che anche M. Pani (Roma e i re di Oriente da Augusto a Tiberio, Bari 1972,pp 114-115) sia arrivato alle mie stesse conclusioni, che cioè Ferora, Salome ed Antipatro sono perfidi protagonisti di una storia tragica in cui il carnefice appare il solo Erode, ma in effetti tutta la famiglia idumea  è rea di mali! 

Flavio, infatti, scrive: (Antipatro) essendo molto abile ad adulare il padre ed intessendo varie calunnie contro i fratellastri, insinuava alcune lui stesso, altre le faceva diffondere dai suoi amici e giunse a tal punto di far perdere ogni speranza di successione a loro (ibidem,450). Insomma  secondo Flavio, Antipatro risulta subito nel testamento (diathhkhe) ed in ogni manifestazione pubblica /phaneroos lui stesso autos già successore /hdh  diadokos –ibidem-. Anzi è inviato a Roma  in ambasceria a Cesare  con gli ornamenti e con le insegne, tranne il diadema (Guer. Giud., I,451).

Il successo maggiore, comunque,  Antipatro lo ottiene col fare  infilare la madre nel talamo di Mariamne/eisagagein epi thn Mariamnhs koithn thn mhtera!.

E’ la rivincita più grande alle tante umiliazioni, subite da Doris:  entrare  da padrona nelle stanze  segrete  della vecchia alcova del re, nella parte centrale del palazzo asmoneo gerosolomitano, lasciata intatta dalla morte di Mariamne, l’odiata, la rivale amata follemente  dal marito!  Dormire nel letto /koith di Mariamne, poter disporre del suo guardaroba, mettere i suoi gioielli ed abiti, pavoneggiarsi  in mezzo alle famiglie dei suoi figli asmonei e  tra le donne del partito idumeo, specie con Cipro- vecchia sua suocera  forse ancora vivente-e  con Salome, sua cognata che, data la loro indole, la invidiano!

E’ una provocazione da parte di Erode e di Antipatro imporre  Doris nel cuore del palazzo asmoneo, nella parte riservata come un νεως/tempietto alla memoria della defunta, per anni invocata e chiamata per nome dal re, come  se fosse viva!.

Per i due figli, che vivono, nelle ali del palazzo, con moglie  e rispettiva famiglia è una profanazione, specie per Glafira, figlia di Archelao –  re di Cappadocia, un re socius dell’impero romano  importante come Erode nell’area Orientale –  moglie di Alessandro e perfino per Berenice, figlia di Salome, moglie di Aristobulo,   che ritengono un sacrilegio il dormire di Doris nel talamo della regina! Non si conosce la reazione della figlia, mai nominata, di Mariamne, considerata figlia della colpa! Neppure si sa se vive nel Palazzo o  relegata lontana da Gerusalemme! Comunque, Alessandro – con moglie e figli Alessandro e Tigrane –  ed  Aristobulo -con moglie e i cinque figli  (Erode di Calcide, Erode Agrippa, Aristobulo, Erodiade e Mariamne) lamentano davanti al re e alla corte intera che sia profanato da una popolana il talamo regio della madre!  Segue un clima di pettegolezzo e di  memorie rabbiose, di ricordi privati, con atti di invidia,  che acuisce il dissidio tra i figli di Mariamne ed Antipatro, sostenuto dal padre, da Ferora e da Salome. Flavio chiude il discorso dicendo che  l’eletto diadokos fa uso contro i fratellastri  di due armi, adulazione/kolakeia   e calunnia/diabolh  agendo subdolamente sul re, per spingerlo all’eliminazione dei figli.

Un giudizio pesante, professore! Possibile che un figlio, ora onorato e successore al regno, possa agire così contro i fratellastri?

Marco, in ogni corte,  per la successione, prima e dopo la morte di un  re, vecchio, ci sono lotte tra fratelli, senza esclusione di colpi: gli antagonisti si fronteggiano per il primato  con ogni arma, a volte creano alleanze contro il preferito, attaccato e con parole, con pugnali  e coi  veleni; non c’è  limite alle calunnie, ai piani diplomatici e ad azioni di spionaggio. Nello studio sugli achemenidi (specie  su Artaserse  I  ed Esther, Ant Giud.XI, 184-296) sulla morte di Monobazo di Adiabene, su quello di Fraate di Parthia e su  quello di Tiberio ho potuto rilevare le varie tipologie di assalto, fatte tra i contendenti al trono:  le calunnie, i raggiri,  le  adulazioni, i compromessi, i veleni  fanno delle corti che sono  un campo di battaglia perché covo di vipere ambiziose, dove prevale il più astuto che si è meglio protetto  con le alleanze e che ha agito crudelmente sacrificando anche  la vita dei propri congiunti. Scene di panico, un clima di terrore , di maldicenza e di adulazione, e di corruzione, improvvisi fuggi fuggi, sono abituali a Capri, prima della elezione a successori alla pari di Caligola e di Tiberio Gemello nell’estate del 36 d.C.!

Se accade questo alla corte di Tiberio, ellenizzata, si può  comprendere bene cosa possa capitare in una corte semibarbarica o barbarica alla successione!. Capisco, quindi, professore quanto mi sta dicendo  e il clima di odio, di calunnia e di confusione a corte.

Erode, perciò, stordito dalle combinate azioni e dai raggiri da una parte  e da un’altra,  entra en sugkhusei ths psuchhs,  che è anche sugkrisis/combinazione unita ad ekplhksis/sbalordimento  di un uomo  che, fidando nel suo sangue cioè nella sua famiglia idumea-  anche se è cosciente di dover dubitare –  arriva al punto di accusare  di pharmakeia avvelenamento i figli  (Guer.giud. I, 23.3) e di trascinare Alessandro  a Roma!.

Lì, a Roma,  il giovane, trovandosi in un clima migliore, fa valere la sua abilità forense, essendo un abile oratore, ma anche la sua  nobiltà e l’innata moderazione, nonostante la giovanile età, avendo in Augusto un giudice più esperto di Antipatro  e più assennato di Erode (ibidem, 5).

Il giovane, dopo essersi moderatamente lamentato, senza attaccare minimamente il padre, dimostra l’innocenza sua  e del fratello  dicendosi esposto a pericoli  indefiniti protestando per la ribalderia di Antipatro  e il disonore  che su di loro si era abbattuto (ibidem):  la sua conclusione  è  retoricamente strutturata ma è tale da intenerire gli animi dei romani  e di trascinarli alle lacrime e  da  commuovere lo stesso Augusto: la mia traduzione in discorso diretto rende  efficacemente il pensiero- espresso con un periodo ipotetico di primo tipo con apodosi all’indicativo, resa  da me con un congiuntivo concessivo: ci uccida pure il padre, se  ritiene fondata l’accusa/ tooi patri kteinein autous  estin ei de kai prosietai to egklhma (al padre è il potere di uccidere, se ritiene fondata anche l’accusa).  

Augusto riconcilia, allora,  i figli col padre, assolvendoli entrambi dalle accuse, ma pretende che la riconciliazione si faccia  alla condizione che essi devono al padre la massima obbedienza e il padre può lasciare il regno a chi vuole (ibidem).

Alla pacificazione tra Erode e i figli, succede nel corso del viaggio di ritorno in patria da Roma un nuovo rinnovato patto del re giudaico   con Archelao, venuto ad incontrarlo in Cilicia, all’approdo ad Eleusa:  è un abbraccio affettuoso tra i due re, amici da tempo  e consuoceri, dopo la tensione e gli equivoci a causa dei figli. C’erano state lettere per la ricomposizione dell’amicizia e durante il processo e prima, senza e con la sollecitazione di Augusto, che pretendeva leali rapporti tra i due maggiori garanti della stabilità mediorientale!

Ora era caduta l’accusa di Ferora e di Salome, che coinvolgeva anche Archelao, che  aveva dovuto farsi davvero assistere  dai suoi amici romani e da avvocati  per la difesa di se stesso e del genero nel processo!. Perciò l’incontro tra Archelao ed Erode  sicuramente fissato da Augusto, e voluto, fu amichevole e chiarificatore di ogni equivoco : Archelao ospitò il re giudaico, ringraziandolo per l’assoluzione  del  genero,  compiacendosi per la riconciliazione  e lo scortò fino a Zefirio  secondo Flavio (Guer. giud. I,456)  e gli fece doni per il valore di 30 talenti.

E’ una pacificazione vera quella tra figli e padre, professore?

E’una pacificazione apparente, come era avvenuto già prima dell’arrivo a corte  di Antipatro, anche se Erode, ora, al ritorno da Roma, è convinto che  la sua famiglia ha omonoia / concordia perché ora è kurios ths archhs signore dello stato,  ma anche dikasths  diadochou  arbitro assoluto della successione.  Infatti, nell’assemblea plenaria, proclama  eredi del trono i suoi tre figli, e prega Dio e  il popolo  di ratificare il suo volere:  Antipatro per elikia /età, Alessandro ed Aristobulo per nobiltà di nascita/ eugeneia sono destinati alla successione!.

Concede, poi, gli onori, in relazione alla sua nomina, ed invita  tutti a non alimentare invidie e gelosie tra i nominati ben conoscendo  lui la malignità dei cortigiani -ibidem 23,5. 39-. Il suo discorso ai cortigiani e parenti, a popolo e all’esercito è  un buon esempio di retorica  aulica, che, comunque, sottende la presenza di un clima più sereno: coloro, dunque, che Cesare unì e a cui il padre concede l’investitura, voi rispettateli  senza attribuire loro onori immeritati né diseguali, ma a ciascuno secondo l’anzianità; infatti, chi conferirà a qualcuno onori  superiori a quelli spettanti per età, non lo rallegrerà tanto quanto affliggerà colui che avrà trascurato. Le persone, che in qualità di parenti ed amici,  dovranno essere al seguito di ciascuno, le stabilirò io stesso e le renderò  responsabili della concordia, ben sapendo che  i dissapori e i contrasti nascano dalla malignità  dei cortigiani, mentre, se questi sono uomini dabbene,  mantengono viva la comunità di affetti. A loro chiedo e non soltanto a loro, ma anche agli ufficiali dell’esercito di riporre per il momento solo in me le speranze, perché ora non il regno concedo ai miei figli, ma gli onori regali/ ou basileian, allà timhn Basileias tois uiois paradidomi. Essi godranno  i vantaggi del potere come sovrani, mentre a me rimarrà il peso del governo/to baros toon pragmatoon, anche se io non ho voglia.

Erode pensa di aver riportato  veramente in famiglia la concordia  ma in effetti  tra i fratelli domina la stasis discordia con uponoia sospetto –ibidem 24.1 – Antipatro non è contento del to presbeion diritto di anzianità ed è timoroso del diritto del secondo posto concesso ai fratelli che,  a loro volta, sono scontenti di non aver avuto la precedenza assoluta nella successione.

Perciò,  il successivo discorso di Erode  sembra che  non sia utile, nonostante il parlare del re con franchezza e con autorevolezza, in quanto si vuole dimostrare realmente che lui è ancora degno di regnare per l’età, per la condotta di vita e per la pietà.

Così scrive Flavio (ibidem): io non sono proprio tanto vecchio da far pensare che da un momento all’altro non ci sarà più niente da fare poiché non sono  dedito ai piaceri – che anche ai giovani accorciano la vita-  e poiché ho onorato la divinità tanto da arrivare al termine estremo della vita.

Un bel discorso, professore! un Erode non conosciuto, un re e padre non certamente privo di humanitas, un uomo che sbaglia a fidarsi del suo sangue idumeo, che è stirpe di arrivisti, subdola, egotistica, contraddittoria nell’inseguire le mete, ma determinati, come in effetti è lui stesso, megalomane drasterios/ energico, istintuale e  bestiale nell’ira verso se stesso e verso gli altri, specie se in crisi confusionaria!  Un vero discorso da padre a figli, da  vecchio re a cortigiani e  da sovrano al suo popolo e al suo esercito!

Certo Marco! mi piace  ora fartelo sentire completamente in modo da poter capire  le vicende e  mostrare il male dei cortigiani, il contegno non decoroso degli stessi figli e la sorda subdola opposizione dei parenti stretti: Chiunque si darà a lusingare i figli miei  perché mi tolgano il potere, me ne pagherà il fio, anche per loro; e non per invidia verso i miei figli  io pongo un limite ai loro onori, ma perché so che l’adulazione avvia i giovani alla tracotanza /Thrasos. Se, dunque, ognuno di quelli  che  avvicineranno i miei figli rifletterà che, comportandosi a dovere, riceverà da me il contraccambio, mentre se susciterà contrasti, le sue mali arti non gli procureranno vantaggi nemmeno verso la persona corteggiata: io credo che tutti agiranno a  mio favore cioè a favore dei  figli. Infatti è nel loro benessere che io regni, come è mio interesse che loro siano concordi.  E voi, miei bravi figli, rimanete buoni fratelli, rispettando in primo luogo le leggi sacre della natura, che preservano gli affetti  anche negli animali feroci,  in secondo luogo, Cesare, che vi ha riconciliati, in terzo luogo me, che vi rivolgo una preghiera, mentre vi potrei dare un ordine.

E’ , Marco, il discorso di Erode rivelatore di un animo umano di padre e di sovrano, rispettoso della  legge naturale, del sistema imperiale romano  e  della famiglia! Non credo che possa essere esemplare di uno scrittore ebraico, che avrebbe certamente  anteposto Dio e la sua oikonomia!  penso, invece, al gruppo scrittorio ellenistico di Guerra giudaica, che  ha il sopravvento in questo discorso erodiano in cui si magnifica l’armonia naturale, imperiale e familiare!.

Professore, neanche avrei immaginato un discorso di questo genere in bocca ad Erode!?

Marco, Erode sorprende, comunque, nella sua doppia faccia di humanitas seppure venata da megalomania  e da estrema bestialità , -proprio di uno di formazione aramaica, feroce nel suo integralismo religioso! Nonostante ciò, è  uomo che passa da un eccesso ad un altro, specie nella vecchiaia, a causa della debilitazione mentale. Per me, resta, comunque, persona non priva di umanità e razionalità abile a  raggiungere i suoi obiettivi a qualunque prezzo e sacrificio, ma essendo di indole passionale alla fine è personaggio perdente e tragico a causa della malizia  degli altri, specie dei famigliari.

Avendola seguita negli altri lavori su Erode, condivido  anch’io il suo parere. Ora riprendiamo il racconto su Antipatro.

Comunque, Marco,  il re,  da ebreo, dopo aver concesso ai figli la  veste regia  e gli onori/ Hstheta kai therapeian basilikhn, implora su di loro la benedizione di Dio,  che è  garante delle sue  deliberazioni  a patto che si si mantengano concordi, li abbraccia uno ad uno, affettuosamente, prima di sciogliere l’assemblea,  mentre già c’è chi asseconda il sovrano e chi,  facendo finta di sentire, ha in animo  metabolh/il cambiamento (Ibidem,456).

Professore, allora niente  cambia! tutto è come 3/4 anni prima, dopo il precedente ritorno di Erode dal viaggio, al seguito di  Marco Agrippa!Tutto è come allora, quando Erode era già en sugkhusei ths psuchhs!. La stasis familiare accompagna sempre  Erode;   Ferora e Salome  fanno sempre la guerra e i due fratelli asmonei subiscono sempre e sono ancora di più  rabbiosi ed impotenti, avendo maggiori sospetti!.

Gli animi, Marco,  sono quelli di tre anni prima, specie quelli degli idumei, che pur sono i privilegiati ed amati dal sovrano, che è stato irretito da loro,  a causa della consanguineità. Flavio scrive (Ant.Giud.,XVI,75) :Il re riflettendo pensava che anche dalle persone più care non gli era venuto  alcun conforto, neppure dall’amata moglie a causa delle noie derivate dalla sua famiglia  –e nonostante la sua fortuna esterna concessa dalla benevolenza di Dio- in casa sua, invece, contro ogni aspettativa gli andava quasi tutto al peggio, da ambo le parti ogni cosa risultava diversamente da quanto altri avrebbero pensato,  lasciando il dubbio se tanta felicità al di fuori  fosse da scontare con le  disgrazie domestiche o se  a tante tragedie a casa si dovesse sfuggire, a condizione di non possedere la invidiata potenza di re!

Erode, riflettendo sulle tragedie familiari (morte di Aristobulo di Hircano, di Mariamne, di Alessandra,di Giuseppe, di Soemo) e sulla sua ascesa politica (era diventato il terzo uomo dell’impero dopo Ottaviano ed Agrippa!) rilevava la sua fortuna, da una parte, grazie alla predilezione  di Dio, che attua la sua imperscrutabile oikonomia  favorendo, in modo paradossale, il suo successo regale nel piano  universale romano-ellenistico, ma comprendeva, da un’altra,  la propria infelicità familiare, causata   dall’invidia e dall’ingratitudine:  phthonos  ed acharistia gli risultavano  elementi centrali  nella sua storia di uomo, in una lettura  tipica di un eroe tragico! Erode si sentiva vittima!

Nella storia privata di Erode, in effetti,  c’era  un buco mai esplorato, una macchia   per il nome del re,  a causa del disinteresse romano alla colpa/amartia nascosta, neanche rivelata a se stesso, oggetto di contesa  tra i suoi contribuli e quelli della parte avversa asmonea, quasi cancellata e sepolta nella sua psuchh, che pesava, comunque, ancora: la morte di Mariamne!

Gli antipatridi difendevano  il re fratello  contro gli asmonei che infangavano, in una difesa della memoria della madre, onesta e fedele uccisa per gelosia, il padre  pazzo furioso d’amore, favorito e protetto dai romani,  distruttore anche  della stirpe regia giudaica; a loro volta, gli asmonei difendevano l’onore della madre e della famiglia  dai vili attacchi delle chiacchiere delle idumee, che marcavano l’adulterio della regina,  e di  quelle degli idumei che ritenevano giusta la successione di Erode ad Antigono, sancita dal senato e dal popolo romano!

Restava, dunque, insoluto il problema della non chiarita  morte di Mariamne, della delazione di Cipro e di Salome,  che avendo poi seguito il parto della regina, presentavano la prova della bimba, nata,  rimasta innominata e  avevano determinato l’uccisione dell’asmonea, senza concrete certezze, manovrando sulla passione furiosa di Erode Cfr. Alessandra la suocera di Erode  www.angelofilipponi.com Questo  macigno turbava gli animi  e di chi  aveva causato la  morte di Mariamne  e di chi ora la difendeva perché figli grandi e maturi, per di più coinvolti nella lotta per la successione, convinti di essere eredi legittimi!.

Gli antipatridi con questo fardello sulla coscienza, difendevano il loro comportamento aspirando oltre tutto alla  successione, e si accanivano contro i figli di Mariamne, ingenui negli scontri verbali  incapaci di contrastare le chiacchiere sulle colpe della loro madre. La  situazione era degenerata, in assenza di Erode, impegnato con Marco Agrippa, e ad ogni incontro dei cortei di  Ferora o di Salome con quelli di Alessandro o di Aristobulo  erano  scintille  verbali e scoppi di ira, che accendevano gli animi fomentando intrighi, offese e maldicenze.

Gli idumei, dai tanti scontri  verbali avuti con giovani, avevano tratto un punto di forza  dal fatto che i giovani nella difesa accorata perdevano  la testa e sbloccavano in ingiurie e  frasi oltraggiose verso il padre: volevano  sfruttare l’ ira  e la reazione immoderata dei giovani davanti alla corte in quanto  nella difesa  della madre non si vergognavano  delle sue colpe, manifestate da loro, e pesantemente  oltraggiavano Erode e  i suoi parenti facendo capire che con le proprie mani si sarebbero vendicati contro colui che ritenevano colpevole.

Seguivano  agli scontri villanie di ogni genere  tanto che  i giovani nobili apparivano volgari, mentre gli idumei, facendo i signori, perché meno coinvolti emotivamente, trovavano il pretesto per formulare un  accusa per far credere ad Erode che si trovava davanti ad una congiura.

Professore,  si trattava non di fatti ma solo  di parole.Come fecero gli idumei a trovare un capo di accusa dalle sole parole?

L’ occasione la ebbero dai rumores/voci dei cittadini  di Gerusalemme -Ant,giud. XVI,71-: tutta la  città fu piena di tali discorsi – come avviene in contese del genere- ;  da una parte  si compativa l’inesperienza dei giovani e dall’altra  i piani di accusa,  intessuti da Salome,  pervasero tutti e lei trovò nelle loro stesse azioni un’opportunità di parlare falsamente a proposito  di loro.

Secondo Flavio,  essendo cresciuta la stasis in casa,  Ferora e Salome erano decisi  ad annientare i due giovani arroganti figli di MariamneSpecie Salome aveva  rivolto il suo odio contro i giovani quasi fosse una eredità e cercava ogni trama ingiuriosa contro la loro madre, morta, in modo arrogante ed ardito, come se non volesse lasciare vivo alcuno della stirpe, che potesse vendicare la morte della donna, eliminata  a causa sua -cfr Ant. giudaiche.XVI,66-72  ed anche  Guer. giudaica I,  443-447- Anche i figli di Mariamne, avendo ereditato l’avversione materna  consideravano il padre nemico  crudele quando già erano a Roma col fratello più piccolo, poi misteriosamente morto, dove erano stati mandati per ricevere una educazione romano-ellenistica,  poi  ancora di più, una volta tornati in patria. Secondo Flavio il loro odio era cresciuto con gli anni. Dopo che erano in età di sposarsi-l’uno prese in moglie la figlia di Archelao, re di Cappadocia, Glafira, e l‘altro Berenice, la figlia di Salome che aveva calunniato sua madre- unirono all’odio  anche l’ardire nel parlare.

L’odio fra le parti aumentava anche perché Erode era assente   e  ancora doveva tornare dal viaggio con Marco Agrippa, ma si sapeva che stava per  arrivare a Cesarea Marittima da Samos.

Il suo arrivo a Gerusalemme  scatenò h kheimon/ la tempesta!

Così Flavio in Antichità giudaiche  XVI, 73. scrive: quando Erode ritornò, dopo che si era rivolto a popolo, per mostrare l’amicizia dei romani nei suoi confronti,  subito  Ferora e Salome  si avvicinarono al re  con la notizia che lo sovrastava un grande pericolo  da parte di giovani  che, apertamente, lo minacciavano affermando che non  avrebbero lasciato impunito l’assassino della madre.

Il re fu sconvolto e ancora di più  accrebbe la sua agitazione il sentire le voci  riferite  da altri: la cosa era nota a tutti e la stessa città ne parlava.

Questo nocque  ai fratelli specialmente perché gli antipatridi volgevano a loro favore  le parole degli asmonei, stravolgendole, come avversari, e le riferivano al re come se fossero un reale complotto pianificato. Infatti li accusarono al padre come cospiratori  di una trama  architettata dal genero di Archelao, che si preparava a fuggire  contando sull’appoggio del suocero, per andare ad accusarlo presso Cesare.

Erode si impaurì perché conosceva la temerarietà dei figli di Mariamne e  la loro voglia di dominio  ma anche la malizia dei suoi fratelli, capaci di tessere piani insidiosi. Comunque, prevalse in lui l’amore per la  famiglia idumea nonostante avesse la testa piena delle calunnie l /anaplhstheis toon diaboloon. Era   timoroso e sospettava  che fosse partecipe Archelao, anche lui amico di Augusto e socius  dell’impero romano,  garante della stabilità dell’area orientale come lui. Riteneva, però, la cosa impossibile ed improbabile, dati i rapporti di amicizia, lo scambio di lettere, le relazioni  delle spie  e il matrimonio di Alessandro con figlia, specie in quel particolare momento di fortuna per entrambi.

L’accusa  era pesante ed Erode rilevava che  c’era eguale quantità di odio, seppure  diversa  era la forma dell’odio.

Flavio dice: gli uni, i giovani inesperti, giudicavano che la forza dell’ira consistesse nel dire apertamente  villanie e a fare rimproveri ma agivano in modo precipitoso,  gli altri al contrario, non si adeguavano a tale sistema ma si comportavano in modo accorto  e seminavano  scaltramente calunnie e facevano presente ai giovani che la loro audacia contro il padre avrebbe condotto alla  violenza (Ibidem)

Quindi, professore, Erode al ritorno, sentendo le voci anche popolari, non avendo più sicurezza in Ferora e Salome,  coinvolti nei litigi , pensò bene di richiamare dall’esilio il figlio Antipatro così da pacificare i due schieramenti opposti, convinto forse che sarebbe stato un moderatore? ed ora cosa succede dopo il ritorno dal processo, una volta riconciliati ?

Erode è convinto nella  scelta di Antipatro, come uomo di equilibrio tra le parti: Il figlio avrebbe potuto moderare gli animi, dato il prestigio che gli avrebbe dato in quanto nominato successore, far cessare  gli scontri verbali tra asmonei ed idumei e frenare con punizioni esemplari  i popolani innocentisti filoasmonei e quelli  colpevolisti, filoerodiani,  disennescando l’odio familiare e la stasis  cittadina sorta in  nome di Mariamne!

In effetti, Antipatro  gli era sembrato, già  nel corso del dibattito al processo a Roma,  uomo tranquillo e sereno, ago della bilancia, un moderatore  sia nei confronti dei rabbiosi  contribuli che verso gli asmonei, che ancora facevano le vittime, compiangendo la  fine violenta della madre  e  se stessi, costretti a vivere  con gli assassini di lei e sperimentare  lo stesso destino.- Ant. giud., XVI,71-.

Perciò,  lo ritenne, nella situazione del processo, il migliore tra quelli della sua famiglia idumea: così, infatti, l’avevano visto  Augusto  ed anche gli amici romani!

Erode, dunque, pensa di aver trovato la giusta soluzione con Antipatro diallakths, ma non considera il carattere del figlio di Doris né le aspirazioni dei due figli di Mariamne  che, giustamente, rivendicano l’eredità asmonea di Antigono, usurpata da lui, civis idioths idumeo, mezzo ebreo!.

Flavio così scrive: infatti quelli erano così addolorati  non solo  /to aidesthai  tais ths mhtros amartiais / per la vergogna delle colpe di adulterio e nascita di una figlia-  innominata ed ignota- ma anche,  specialmente, per la perdita del diritto di successione diretta al trono

Dunque, il bel  discorso  non è servito a niente e gli animi sono rimasti nel medesimo sospetto, anzi hanno maggiori sospetti  tra loro, invidiando tutti l’ascesa di Antipatro e la  continua presenza al fianco del padre, già al ritorno in patria: tutti lo considerano  h tou misous upothesis, causa dell’odio,  anche se rilevano che ancora non osava mettere in mostra apertamente la sua animosità per rispetto verso l’autore della conciliazione/ eis ge to phaneron  thn apechtheian ecsepheren ton diallakthn aidoumenos– Ibidem, 455-.

Antipatro sa, professore, che la sua funzione è quella di diallakths, ma teme per ora il controllo del superiore diallakths  Augusto, data la carica imperiale maggiore di quella di un piccolo re, circondato da spie romane, che informano quotidianamente  e l’epitropos /il governatore di Siria e l’autokratoor/imperatore. Deve perciò necessariamente essere  cauto ed infido?

Certo, Marco, ora Antipatro deve  fingere di fare il bene comune    e mutare disposizione morale sua e quella degli altri, in un interscambio continuo, riconciliando  gli uni con gli altri, ora mettendosi come arbitro tra le parti  ora come mediatore obbligando i parenti a cedere,  ora sostenendo i famigliari costringendo gli asmonei a venire a patti.  Egli riesce in questo, nonostante gli equivoci, ma ha in animo di ottenere il principato con l’aiuto dei parenti e di abbattere gli odiati  asmonei:  è uomo molteplice,  poikelotatos  to hthos, “tinto”  e variopinto, molto ambiguo, complesso,  furbo,  capace di saper tenere a  freno la lingua,  di celare l’odio con grande malizia. E’ persona, un politico, un teatrante spettacolare, che manipola scaltramente i due giovani,  i quali, data la nobiltà della stirpe, avevano sulla bocca quanto era nel loro cuore/ pan ton nothen hn epi glosshs.

Immagino, professore, che  il compito di Antipatro sia difficile,  ma per lui, malvagio- il maligno per eccellenza- sia un gioco manovrare i suoi famigliari asmonei, che sono sempre vissuti nel benessere,  mantenendo la calma,  e giostrando come pupazzi gli altri idumei, che sono  provocatori e spie di mestiere, seminatori di zizzania!

Immagini bene, Marco!, Senti cosa scrive Flavio (Guer. giud., I,468) erano molti quelli che li provocavano, mentre i più degli amici si  insinuavano come spie. Tutto ciò che si diceva  presso Alessandro  veniva immediatamente riferito ad Antipatro  e poi con qualche aggiunta passava  da Antipatro ad Erode. Nemmeno se il giovane avesse detto  qualche cosa innocentemente, si sarebbe salvato dalle critiche, ma il significato di ogni parola  veniva distorto per calunniare  e se, qualche volta, diceva  con un certa franchezza, una piccolissima cosa,  finiva col diventare un’enormità.

Alessandro, dunque, è circondato da uomini di Antipatro, che lo provocano e lo spiano e che, interpretando ogni parola, la riferiscono al mandante: Così scrive Flavio-Ibidem 470- :  Antipatro metteva sempre all’opera  dei provocatori  così  che le menzogne  avessero una base di verità e bastava che una sola delle dicerie, diffuse, si dimostrasse corrispondente  al vero  per dar credito a tutte le altre.  L’autore precisa: i suoi amici  erano tutti o riservatissimi per natura o  uomini persuasi con doni  a non svelare nessun segreto tanto che non si sarebbe sbagliato chi avesse definito la vita di Antipatro un mistero di malvagità/ kakias musterion;  e corrompendo con denaro  i cortigiani di Alessandro o insinuandosi  presso di loro con le adulazioni – mediante le quali a  tutto riusciva-  ne aveva fatto dei traditori /prodotai e  delle spie  di ogni cosa che si faceva o si diceva.

Insomma, conclude Flavio: Antipatro,  facendo una messinscena di ogni cosa , in modo accurato, in ogni particolare (panta de perieskemmenoos dramatourgoon) ricorreva ad una tecnica raffinata  per far giungere le  calunnie ad Erode, assumendo lui stesso  la parte del buon fratello/ autos men adelphou prosoopeion epikeimenos, mentre faceva svolgere agli altri  quella del delatore. Quando, infatti, veniva riferita  qualche cosa contro Alessandro, egli si presentava a  recitare la parte,  cominciando col ridicolizzare la diceria, e  poi pian piano ne dava conferma stimolando lo sdegno del re.  Tutto veniva riportato ad un complotto,  a far credere che Alessandro fosse pronto ad uccidere  il padre; infatti, nulla dava tanto credito alle calunnie quanto le difese che Antipatro prendeva per Alessandro.(Ibidem,472).

Professore, Antipatro è favorito dalla vecchiaia di Erode che, da giovane  drasterios e poikilos anche lui,  mai si sarebbe fatto raggirare da una recita così sfacciata, anche se  di un grande attore!.

Certo. La vecchiaia  e la malattia rendono giudice non oculato Erode che, forse, solo dopo la morte dei suoi figli, si accorge dell’errore.  Troppo tardi!.Ed allora il padre vecchio e malato, amareggiato da quanto gli si diceva,  toglieva ogni giorno una parte del suo affetto  ai figli per riversarla  su Antipatro, che mostrava riconoscenza senza esserlo. Erode, non avendo più fiducia in Ferora  e in Salome, riversa il suo amore solo  verso il figlio,  ora  premiato ed elogiato pubblicamente.

Cosa avevano fatto i due perfidi fratelli idumei ?

Ti mostrerò prima l’ingratitudine di Ferora e poi quella di Salome.

Ferora, intrigante,  si rende odioso,  destando sospetti nel re – che già l’ha perdonato per la sua partecipazione alla  congiura di Costubar,- una prima volta  perché, innamorato di un sua ancella,   nutre una passione tale  da rifiutare la prima figlia, Salampsio, di Mariamne – che viene poi data al figlio di suo fratello morto, Fasael, omonimo – offendendo  gravemente Erode, che, indispettito e triste, rileva  la non riconoscenza fraterna (cfr. Ant giud. XVI,195);  una seconda volta perché ha il coraggio di rifiutare l’offerta del re – che per  distrarlo dalla sua amante,  gli concede, da fratello, comprensivo e tollerante,  in moglie l’altra figlia  di Mariamne, Cipro,  con una gran dote, dandogli una nuova opportunità per cui, grazie anche ai consigli del dioicheths Tolomeo e di Doris,  accetta le nozze, ma, nonostante la promessa fatta, avendo avuto un figlio dalla donna amata, disonora la figlia del re coi suoi tradimenti, seguitando di nascosto la tresca con la sua serva, propenso a fuggire in Nabatea, all’occorrenza;   una terza volta perché, essendo andato a far visita ad Alessandro gli  rivela  che ha saputo da Salome che il re era perdutamente innamorato di Glafira  e che la sua passione non era facilmente contenibile. A proposito Flavio scrive: A tale notizia Alessandro andò su  tutte le furie, e per la gelosia e per la passione  giovanile,… non ebbe la forza di reggere  al dolore. Si presentò al padre e, piangendo, gli manifestò quello che gli aveva riferito Ferora.  Erode, colpito da grande furore ed incapace di sopportare la vergogna e la falsa accusa, rimase sconvolto e si doleva spesso della malvagità della famiglia e della maniera  con cui veniva trattato da quelli, ai quali aveva fatto del bene.

Professore, mi meraviglio che Erode non veda a questo punto che Ferora, suo fratello, vuole la sua morte! uno, guardingo e perspicace, diventa cieco davanti ad accusa così infamante, tale da sconvolgere l’animo di un giovane già turbato!? non è chiaro l’animo di uno che mette padre e figlio contro,  per amore di una donna?!

Si. sembra chiaro! Erode ha presente l’esempio, esecrato da tutti  i re orientali, di  Lisania – che uccide il figlio  Filippione, per sposarne la moglie,  sorella dell’asmoneo Antigono, fatto uccidere  da Antonio – e cerca la concordia in famiglia, secondo gli ordini di Augusto, nonostante le contraddizioni e i cambiamenti senili di umore.

Non c’è da meravigliarsi, comunque, se Erode, dominato dalla sua megalomania e dalla  volontà di apparire recita la parte del grande re e  lascia impunito il fratello,  affermando: posso vincere i miei parenti non punendoli degnamente come meritano, ma beneficandoli più di quanto meritano!.

Sono parole di un retore, che pensa ellenisticamente, di  punire l’altro, secondo merito, mostrando così che Erode è magnanimo coi suoi congiunti !?

Si Marco, Erode è magnanimo coi suoi, anche se scopre la verità!

Infatti Flavio -dopo aver mostrato Erode che, convocato il fratello, lo sgrida -scrive : tu sei il più malvagio di tutti. Tu hai raggiunto un grado così smisurato e  impensabile di ingratitudine da pensare ed affermare  simili cose di me? Tu puoi forse pensare che io non veda quali siano i tuoi piani?Tu hai sussurrato  all’orecchio di mio figlio  una cosa così perversa   non per infangare la mia reputazione,  ma per aver in lui uno che tendesse insidie alla mia vita  ! uno che cercasse la mia rovina con veleni!

Allora cosa pensare? bisogna credere che Erode alterni fase di razionalità ad altri di ottusità mentale, come un vecchio rincoglionito, che ha un sacro rispetto per la famiglia?!

E’ certo che Erode ami la famiglia idumea e che sia conforme alle sue direttive, seguendo suo figlio Antipatro, che è il coordinatore di ogni azione idumea. Io, che sono vecchio, più di Erode, posso anche accettare la tua  valutazione di un Erode rincoglionito, che va a  fasi alternate!, mi permetto, comunque, di dire,  prima di giudicare, che  forse è meglio sentire il resto del pensiero di Flavio, rivolto più verso Alessandro, uomo capace di frenarsi in una tale situazione!:  Chi mai infatti- se non uno guidato da un demone  buono, come mio figlio-  avrebbe sopportato  il padre, sospettato di tale malvagità,  lo sopportasse impunito? Pensi tu di avergli messo  nell’animo  solo un ragionamento e non piuttosto nella destra un pugnale, da usare contro il genitore? e considerato che tu odi lui e suo fratello  perché parlando male di me, ti sei finto benevolo nei suoi riguardi ed hai detto cose  che poteva pensare solo la tua empietà e riferirle calunniosamente ad altri? Rispondi? tu hai agito così abominevolmente verso tuo fratello e benefattore! Possa la tua coscienza  colpevole vivere con te come tuo compagno!

Sembra  da quanto dice  Flavio, dunque,  che abbia capito tutto,  ma lo punisce a vivere con la sua coscienza di colpa!  lui impulsivo e crudele?Bene. Ho compreso! ma non mi è facile interiorizzare il tutto! Andiamo avanti. E cosa fece la terribile Salome?

Salome è l’anima nera di una famiglia malvagia,  una pettegola assetata di sangue!  una donna sanguigna, passionale che si nota, sullo sfondo di un quadro seicentesco, in lontananza come un’ombra fosca, in agguato!.Lei, che ha sulla coscienza forse  la morte del  marito Giuseppe e probabilmente quella del secondo marito  Costubar  e quella di Mariamne e di  Alessandra, è l’artefice della chiacchiera su Glafira ed Erode, avendo  architettato ogni cosa con due fini, quello di smascherare la libidine  dei due fratelli  e quello  di far sposare Cipro con suo figlio Antipatro, attirata dalla ricca dote: Salome è femminista ante litteram  che combatte una battaglia contro il prepotere dei fratelli e degli uomini della sua casata, protervi maschilisti  ed un’altra a favore esclusiva  della sua famiglia, senza fare trapelare il suo vantaggio personale, facendo la richiesta di matrimonio, utile per il figlio e per sé!  Per conseguire  i suoi due skopoi, fa una ridicola sceneggiata, dopo che Ferora, colto in fragrante, è costretto a rivelare che le invenzioni sono della sorella, che è presente al colloquio!.

Leggi, Marco, quanto scrive Flavio-  ibidem 213-:  appena Salome sentì questo…protestò in modo convincente  che da lei non proveniva niente di tutto questo e che tutti  cercavano deliberatamente ogni mezzo per  renderla odiosa  al re e liberarsi  di lei a motivo dell’affezione  che lei provava per Erode,  al qual prevedeva sempre  i pericoli che lo minacciavano.

La sua recita parte da lontani ricord  per una dimostrazione che lei ha doti di preveggenza  in quanto, amando il fratello, riesce a salvarlo dalle minacce di tradimento, accennando alla delazione fatta contro il marito Costubar!.

Salome dice, secondo Flavio: al presente lei era vittima  di un complotto ancora più serio  perché lei sola cercava  di convincere Ferora a cacciare la moglie, che aveva, e a sposare la figlia del re,  divenendo così  oggetto  dell’odio fraterno. Così dicendo,  a più riprese, si strappava i capelli,  si dava colpi  ripetuti sul petto,  volendo con lo spettacolo della sua negazione, rendere plausibile il suo diniego, ma la malignità del suo carattere proclamava l’insincerità di quegli atti.

Di fronte a tale scena, Ferora, stretto tra le accuse di Erode  e le negazioni della sorella,  comincia ad accusare altri,  suscitando scompiglio nella corte, interessata ai fatti, timorosa di punizioni per il largo giro di chiacchiere.

Il re, nauseato dai suoi famigliari, vedendo, mentre  Ferora  accusa altri, sorgere tafferugli e scompiglio nella reggia, decide di licenziare i due fratelli  e di lodare Alessandro, capace di autocontrollo, rimasto in silenzio, prima di andarsene a riposare, essendo già notte  quando già  inizia una battaglia  di pettegolezzi femminili,  a seguito delle mormorazioni delle sue mogli, a causa della cattiva reputazione di Salome, ritenuta  unica colpevole della calunnia.

Flavio, a proposito ,scrive: anche le mogli del re  gliene parlavano in cattivi termini continuamente perché  non la sopportavano, sapendo  che aveva una natura  difficile e continuamente mutevole  ora amica ora nemica.

Da quanto detto  Salome è donna veramente temibile per Alessandro ed Aristobulo!.

Marco, la donna rivela ancora di più la sua malizia e  il carattere passionale e impudico, nel caso di Silleo.

Chi è Silleo, professore ?

Di Silleo Giuseppe. Flavio parla a lungo  in Antichità  Giud, XVI,221-226,275,276-285,286-292,335-355, e meno in Guer. giud.I,  24.6. (487).

E’ un personaggio di successo, nabateo, parente di Obedas, re  di Nabatea, che non governa e che affida l’amministrazione ad altri.

Erode e Obedas hanno una contesa da una diecina di anni,  circa i lhistai di Traconitide, protetti in città, fortificate dal re di Petra, da cui partono per spedizioni contro il clero sadduceo, contro i romani  e  i giudei,  facendo sequestri di persona a fine di riscatto, derubando i pellegrini  e a volte facendo stragi  nei paesi limitrofi, che non pagano il pizzo.

Per risolvere la questione dei Traconiti, Silleo, forse, è inviato a corte di Erode da Obedas!

Silleo è descritto così: amministratore degli affari del  suo re, persona abile,  giovane e di bella presenza. Venuto da Erode  per certi affari,mentre cenava con lui  vide Salome e dispone nel suo cuore di averla e quando seppe che era vedova parlò con lei del suo sentimento amoroso.  Salome, che si trovava  peggio di prima con suo fratello, e guardava il giovane in modo tutt’altro che indifferente, era impaziente di maritarsi  con lui; nei giorni seguenti allorché molta gente si era radunata per la cena apparvero molti e chiari segni di intesa fra i due.  Alcune donne  riferirono tutto al re  deridendo la loro mancanza di discrezione. Erode, fa interessare Ferora, comandandogli di seguire la coppia e di riferire, sapendo bene quanto screzio ora c’è tra lui e Salome!   Ferora li spia e riferisce che gesti e sguardi manifestavano la loro passione!

Il re, comunque, è contento che l’arabo se ne parte perché le sue donne  parlano male di una tale relazione, data anche la differenza di età: lei ha oltre cinquanta anni e lui poco meno di trenta anni!.

Due o tre mesi dopo, però, l’arabo torna di nuovo  e chiede ufficialmente in moglie la sorella. Flavio (Ibidem) così scrive: fece la proposta  ad Erode domandando che gli desse in sposa Salome. dicendo che questa unione  non sarebbe stata inutile  ad Erode per l’alleanza  con il governo  dell’Arabia che  virtualmente ora era in sua mano  e che in futuro sarebbe stato  suo, per diritto,  alla morte di Obedas,

Erode chiede alla sorella  se desidera  Silleo ed, avutane conferma,  invita l’arabo ad  assoggettarsi ai costumi  dei giudei  sulle nozze, che impongono  la circoncisione prima del matrimonio, che altrimenti non ha alcuna validità giuridica.

Erode sa  che l’arabo non può accettare perché se lo  facesse  sarebbe  lapidato a morte dai suoi e perciò, nega, di fatto, il matrimonio alla sorella come prima non ha consentito alle nozze di Ferora con la  serva, anche se ha già un figlio!  Erode ha costumi arabi anche lui in quanto figlio di Cipro nabatea,  vissuto per anni a Petra!.

Non si sa quale parte abbiano recitato Antipatro e  Doris in queste occasioni, che sono onnipotenti a corte, dominata  da spie  e da corrotti, che  sanno essere corruttori al momento opportuno  facendo preziose alleanze fra loro  per la rovina di altri.

Professore,   comprendo che  si tratta  di una corte immorale – anche se certamente  frequentata dal clero sadduceo, ma  anche da esseni e da farisei, la cui pietas è messa a dura prova in mezzo a tanta corruzione e perversione- anche per la presenza di eunuchi, che svolgono la funzione di guardiani delle donne, ma sono anche ministri/diakonoi  che curano la persona di Erode e di Ferora  e forse di altri e fanno da segretari che annotano i logia del Kurios/ signore. Seguendo lei e i suoi studi  mi sono dedicato alla lettura di qualche romanzo ellenistico  ed ho  notato in Flavio ( o chi per lui ) lo stesso stile  retorico,  una trama col cattivo e coi buoni, con gli aiutanti schierati da una parte e dall’altra, in modo da intrecciare il racconto  al fine di  tenere sospeso il lettore, che partecipa alla vicenda drammatica, avvincendolo col diletto: il carattere del protagonista Antipatro è reso con maestria come anche quello degli antagonisti, che dal lettore  hanno onore di pianto!

Marco, Flavio con lo scriptorium di Guerra Giudaica risulta scrittore di romanzi, abile a  caratterizzare il protagonista idumeo, a mostrare fin dall’inizio le vittime della ragnatela di male, tessuta da Antipatro destinati già a morte: lo scrittore di questa dramatopoiia non è il giudeo Giuseppe Ben Mattatia,  un sommo sacerdote che neanche potrebbe scrivere in greco, ma  uno scriba  sofista e retore, incaricato di mandare il messaggio soterico flavio e di far dilettare i lettori!. Ricorda, Marco, che ho già mostrato Tacito di Annales,  scrittore di opus rhetoricum maxime  in lingua latina, abilissimo a mostrare il contesto di Capri, della costa laziale e campana e di Roma,  la figura di Seiano divinamente onnipotente, padrone del mondo,  secondo i canoni della  tragedia di  Seneca, rispetto a Tiberio, re di un isolotto!  ricorda anche il contesto severiano  dell’impero, specie quello di Antiochia o di Roma dell’inizio del III secolo, nell’esame dell’opera di Cassio Dione, sicuramente influenzato dalla tecnica drammatica di Flavio e dai romanzi di Achille Tazio- Leucippe e Clitofonte- o di Longo Sofista- Dafne e Cloe-  o di  Caritone-  Le avventure di Cherea e Calliroe-  e condizionato dal sistema di vita di personaggi tragici e di donne come Giulia Domna!.

Qui, Flavio mette nel romanzo tragico di Erode, protagonista, una   aiutante  Doris-  ora l’economa della famiglia insieme al dioikethsTolomeo – il prototipo più brutto di madre  e di cattiva matrigna che combatte per vendicare i tanti anni passati nella sofferenza, una  selvaggia donna nella sua passionale rivincita  sulla rivale regina Mariamne e sui due figli incolpevoli- che, col figlio Antipatro, abbatte  gli  antagonisti, destinati tutti ad una comune morte ad opera dello stesso carnefice!  Un carnefice, divenuto  persona,  vittima del figlio, vero tragico esecutore di mali, che lentamente isola il padre, signore assoluto,  mentre  crea il vuoto intorno ai fratellastri, in una  fosca congiura familiare!.

Leggiamo insieme, per capire come, a questo punto, universalmente la corte si volga  a favore di Antipatro,  il testo di Flavio– ibidem -: assieme a lui si voltarono dall’altra parte anche i dignitari della  reggia,  alcuni di propria volontà,  altri per ordini ricevuti  come Tolomeo, il più elevato degli amici, i fratelli del re e tutta la famiglia; infatti Antipatro era onnipotente e cosa ancora più grave per Alessandro, era onnipotente anche la madre di Antipatro, che ne assecondava le trame contro i fratellastri con odio più acerbo di una matrigna/mhtruia e provava per i figli della regina un’avversione superiore a quella che si ha per i figliastri. Tutti facevano la corte ad Antipatro per le speranze che egli ispirava  e dal parteggiare a favore degli altri  ognuno era distolto dagli ordini del re, che aveva ingiunto alle persone più autorevoli di non avvicinare Alessandro e di non occuparsi delle sue cose.

Professore,  Alessandro col fratello è isolato  nella corte, mentre Erode è ancora uomo, comunque,  di potere che incute paura non solo all’interno del regno, ma anche al di  fuori del regno, in quanto Cesare  gli ha dato tanta autorità  da poter chieder l’estradizione  di qualcuno sfuggito  a lui, anche da una  città non soggetta ed Antipatro e la madre sono panta/tutto ! La condizione dei due giovani è, dunque, molto precaria?

Certo, i due giovani  erano  all’oscuro delle calunnie e, perciò, anche più incautamente vi offrivano il fianco; il padre non muoveva  alcun rimprovero apertamente ma essi un pò alla volta si accorsero  della sua freddezza  e dal fatto che di fronte a qualche contrarietà s’inaspriva sempre di più-Ibidem-.

In una tale situazione la famiglia idumea è compatta ed ha ora maggiori legami avendo un capo riconosciuto, onnipotente. Flavio così scrive: Antipatro suscitò contro i giovani  l’avversione anche dello zio Ferora  e della zia Salome, cui stava sempre attaccato come  fosse sua moglie, non stancandosi di aizzarla.

Specie, dopo la delusione amorosa,  Salone, stizzita con Erode, cerca protezione in Ferora che, comunque – furioso con lei  a causa delle  sue fallite nozze con la serva,  ha  fatto negare la sua richiesta di far sposare il figlio Antipatro con Cipro,  che ha 100 talenti di dote, suggerendo ad Erode il pericolo di una futura vendetta del figlio  di Costubar!.   Pur in un clima di pettegolezzi e  di reciproche  ripicche, i due si riappacificano. Gli asmonei, non ancora coscienti del reale pericolo, di fronte alla coesione  della famiglia idumea,  ora privi di appoggio del re – nonostante le  belle  parole rivolte ad Alessandro –   bisognoso di cure, circuito da Doris,  ma, comunque, ancora lucido di mente, non hanno una strategia di difesa  né cercano  alleanza con  gli scontenti, erodiani ed asmonei, accantonati da anni, con le altre mogli del re  e i loro figli  (come Mariamne, figlia di Boetho o come la Samaritana Maltace o come la gerosolomitana Cleopatra) e restano isolati e boriosi in una stolida prosopopea, nobiliare.

Alessandro ed Aristobulo, orfani, seguono l’esempio della spocchiosa Glafira: non si accorgono che sono perdenti le rivincite  femminili  della nobile  sulle altre donne, che  sono stupide le offese agli altri figli di Erode, da parte di Alessandro,  che sono ridicoli e autolesivi gli scontri tra ArIstobulo e sua moglie, che producono l’intervento della madre Salome e le accuse al re! Aristobulo non sa che corre un pericolo mortale ad umiliare la povera Berenice, già vittima di una madre perfida ed infida! forse neanche sarebbe bastato deporre l’orgoglio nobiliare, leccare la mano di Salome,  ponendole davanti i cinque  splendidi figli  ed elogiare la mite e remissiva figlia! di fronte alla spregiudicata, viziata ed immorale sorella di Erode, comunque,  si sarebbe potuto fare poco! Lei, più che cinquantenne, dopo la delusione con Silleo, s’infilò nel letto di Alessandro per fare all’amore col  nobile figlio di Mariamne  non ancora  trentenne!

Una serie di errori  porta a morte i figli di Mariamne, dopo la condanna!

Seguiamo Flavio:  Glafira menava vanto della nobiltà delle sue origini e si atteggiava a padrona di tutte le donne  della reggia  rivendicando davanti a plebei  di essere da parte di padre  discendente da Temeno, da parte di madre da Dario figlio di Istaspe,

E’ questa un’ offesa  per il clan idumeo, dominante,  e specie per la plebea  Doris  ma anche per le altre mogli di Erode, che erano molte perché il costume paterno consente ai giudei  di aver più mogliche erano state scelte tutte per la loro bellezza  e non per la loro nobiltà!. 

 Flavio scrive: anche Aristobulo si attirò, per colpa sua, l’odio di Salome che era la suocera…  il giovane rinfacciava in continuazione alla moglie  l’umiltà delle sue  origini lamentandosi di aver preso  in moglie una donna qualunque, mentre il fratello  aveva sposato una principessa. Queste cose la figlia, piangendo, riferiva a Salome ed aggiungeva che Alessandro e i suoi  minacciavano anche, quando si fossero impadroniti del regno, di mettere anche le  madri degli altri fratelli a lavorare ai telai  insieme con le schiave e quelli a fare gli scrivani di villaggio con un’allusione beffarda alla fine educazione, che avevano ricevuto.

Salome, sentito questo, impulsivamente, non sapendo trattenere l’ira, racconta tutto ad Erode che le crede perché la donna accusa suo genero!. Per Flavio- ibidem 480 – un’altra calunnia concorse  ad infiammare l’animo del re : i due asmonei continuamente invocavano la madre, mescolando ai gemiti imprecazioni contro di lui e poiché lui distribuiva  spesso alcuni abiti di Mariamne alle nuove mogli, i due avevano minacciato  che tra poco, invece di vesti regali avrebbero fatto loro indossare vesti fatte di stracci. 

Professore,  i due per parlare così, hanno avuto lettere da Roma e messaggio che fanno sperare in una deposizione di Erode  e in un ripristino al trono degli asmonei!.

Flavio non dice niente a proposito, ma parla di un nuovo viaggio a Roma di Erode, di cui non si sa esattamente né la durata temporale del soggiorno né la motivazione del viaggio.

Si verifica una nuova situazione  in assenza del re  e, quindi, di predominio assoluto  del clan idumeo a corte.

Gli asmonei, nonostante questo,  potrebbero approfittare del momento favorevole in quanto Erode, in partenza,  sembra disponibile anche se ansioso per le intenzioni dei giovani, non avendo perduto ogni speranza di farli rinsavire /thn elpida ths diorthooseoos

Secondo Flavio- Ibidem, 481-:  mandatili a chiamare…profferì poche minacce come re,  ma le più furono ammonizioni di padre, che esortava  ad amare i loro fratelli /philein tous adelphous e  che prometteva il perdono per le colpe del passato, se  si  fossero comportati meglio in avvenire.

Flavio aggiunge: quelli respinsero le calunnie, affermando che  si trattava di menzogne ed assicuravano il padre  che, coi fatti,  avrebbero confermato la loro difesa; però, anche lui doveva  far cessare  le dicerie col non prestarvi facile  ascolto  perché non sarebbe mai mancata gente  disposta ad inventare  accuse contro di loro,  finché c’era qualcuno pronto a crederci.

I due giovani, avendo compreso che il padre ha qualche sentimento per loro,  credono di potersi liberare dai timori per il presente, ma provano dolore per il futuro perché conoscono l’inimicizia di Salome e dello zio /egnosan thn te Saloomhn kai ton Theion Pherooran.

Mi sembra  strano, professore che solo ora  i due giovani conoscono come temibili  e pericolosi  entrambi e specie Ferora, da sempre a  loro   ostili, oltre ad Antipatro?

Forse il verbo gignoskein sottende  costatazione di fatto della loro inimicizia/ekhthra, sottovalutata, anche se  consapevoli  del potere e della ricchezza di Ferora rispetto agli altri membri della famiglia idumea e della funzione di primo sumbouleuths di Erode.

Infatti si sa che Ferora aveva parte a tutte le attribuzioni regali,  tranne il diadema, e godeva di rendite  private per il valore di  cento talenti e percepiva  i frutti di tutto il territorio al di là  del Giordano, ricevuto in dono dal fratello.

Ferora, che ha i il titolo di tetrarca col consenso  di Augusto, pur avendo rifiutato il matrimonio delle due figlie  del re, per amore della serva,  risulta sempre perdonato dal fratello, anche quando è offeso ed è irritato contro  di lui.

 Dunque, professore, i giovani, conosciuta l’avversione degli idumei , fanno  strategie per la loro  difesa, finalmente?

Sembra,  Marco, che prima della tempestache si scatena  su Alessandro,  i due giovani hanno fatto una congiura coi dunatoi/potenti, avendo  il favore dell’esercito  e dei loro comandanti: ciò  è palese nel caso della tortura dei tre eunuchi, subito dopo il ritorno di Erode da Roma. Flavio così scrive  per mostrare come il clima di corte, invece di  migliorare,  va sempre più peggiorando: il re aveva  alcuni eunuchi, che gli erano immensamente cari  per la loro bellezza: uno era  incaricato di versare il vino, un altro  di servire le portate  e l’altro di dormire nella camera regia, dopo averlo messo a letto, quest’ultimo poi curava gli affari più importanti dello stato.

Secondo Flavio, Alessandro con grandi doni piegò  costoro  ad atti  pederastici. 

I cortigiani informano il re che i suoi eunuchi sono stato corrotti da Alessandro. Forse tutto questo accade nel periodo di andata a Roma e ritorno di Erode, che, saputo tutto, li fa sottoporre alla tortura.

Questi ammettono i rapporti amorosi  svelando anche le promesse con cui vi sono stati indotti, essendo stati circuiti dai discorsi di Alessandro: essi non dovevano  fondare le loro speranze su Erode, un vecchio svergognato  che si tingeva anche i capelli – a meno che per questo non lo credessero anche un giovanotto- ma invece mettersi dalla sua parte, che avrebbe ereditato il trono  anche contro il volere di Erode  e fra breve avrebbe punito  i nemici  mentre gli amici li avrebbe colmati di  favori  a cominciare da loro per primi

In Antichità  giudaica  ad una prima tortura i tre  ammettono la corruzione e confessano  di avere relazioni intime con Alessandro ma negano di aver sentito offese contro il re. Ad una seconda  tortura invece  aggiungono che il giovane ha odio contro il padre che, per apparire, si tinge i capelli così da  cancellare i segni dell’età e che ha fatto  promesse da pagare il debito al momento dell’investitura regale.

Erode crede, allora, di aver scoperto la congiura dei dunatoi/potenti  e il loro movimento segreto, connesso con l’esercito  e  coi comandanti  e si impaurisce tanto che  che non osa nemmeno  divulgare le denunce,   mentre intensifica  il servizio d  spie per la città di e di  notte  e di giorno, inviate ad indagare su ciò che si dice  e si fa.

Si instaura un clima di paura e di insicurezza in città e  nella reggia a causa del sospetto.

Flavio scrive: la reggia cadde in preda ad un terribile stato di illegalità /deinh anomia: ognuno, infatti, preparava le accuse  a seconda delle simpatie o degli odi e  per sbarazzarsi dei propri nemici approfittando del furore omicida del re phonoonti  tooi basilikooi  Thumooi). (Guer.Giud. I , 493). La menzogna veniva immediatamente creduta e le pene erano più veloci  dell calunnie; uno che aveva appena lanciata un’accusa, veniva a sua volta incolpato ed era condotto al supplizio insieme a colui che  lui aveva fatto condannare; infatti il pericolo di vita rendeva sommarie  le procedure del re (ibidem). 

Secondo Flavio  (ibidem) il re arrivò a tanta durezza  da non guardare di buon occhio  nemmeno coloro che non venivano fatto oggetto di accuse e da trattare  molto aspramente  anche gli amici;  a molti di costoro vietò  di presentarsi a corte  ed infierì  a parole contro chi non poteva colpire  a fatti.

Sembra che  in questa  situazione  illegale il giovane Alessandro possa aver fatto la congiura e tentato un colpo di stato  contro il padre, pur avendo contrario   lo stesso Archelao, suo suocero che, conoscendo  bene Erode  e il  suo potere a Roma presso la corte di Augusto- dopo che Tiberio è tra  i consiglieri con uomini come  Lollio, Quirinio  e Varo- non è dello stesso parere:  il giovane senza l’aiuto  del  suocero, incerto per la politica imperiale sulla zona giudaica, in un  momento critico per il brusco distacco dell’imperatore nei confronti di Erode,  accusato dagli arabi di invasione territoriale illegittima, non avendo ancora sicuro appoggio  dell’esercito,  non avrebbe avuto neanche il tempo di un’organizzazione, tecnica, per  tramare contro uno che ha un esercito di spie e il favore della famiglia idumea.

D’altra parte, Antipatro lo tiene sotto controllo, circondato da spie, e  con le sue calunnie mette in cattiva luce Alessandro davanti al padre, che ha il resoconto giornaliero dell’attività  dal figlio maggiore mentre Salome, tramite la figlia, ha il controllo notturno e diurno  di Aristobulo.

Flavio scrive su Antipatro: organizzata una banda  di uomini come lui, non lasciò da parte alcun genere di  calunnia.  Dalle sue mirabolanti insinuazioni e macchinazioni  il re fu spinto a tale punto di terrore  da sembrargli che Alessandro stesse per saltargli addosso  con la spada in pugno.

Al di là della possibilità di un reale colpo di mano fatto da Alessandro, Erode, su suggerimento del figlio, un giorno improvvisamente lo fece imprigionare e sottopose a tortura i suoi amici.

Dalla tortura emerge che alcuni non parlano e muoiono  e che altri  dicono: Alessandro congiurava  contro di lui d’intesa con Aristobulo  e che si preparava  ad ucciderlo durante una partita di caccia  e a rifugiarsi poi  a Roma (Guerra giudaica  I,496).

Per Flavio di Guerra giudaic il re, sebbene le notizie non fossero attendibili  ma inventate  sotto il terrore dei  supplizi, credette di buon grado,  consolandosi di aver messo in prigione il figlio, col pensiero  di non aver dato l’impressione di commettere un’ingiustizia.

Una coscienza strana quella di Erode, che deve autodifendersi e autoconsolarsi!  Strana, professore,  per un privato ma, ancora di più, per un re!

Erode, in uno stato di illegittimità, vuole, comunque, mostrare di non commettere ingiustizia/To mh dokein adikoos e vuole convincersi (paramuthian lambanoon) ,per consolarsid’aver imprigionato il figlio!.

Per Flavio di Antichità Giudaiche  si arriva all’imprigionamento perché Erode, non credendo più a nessuno, è profondamente tormentato  nella sua ansietà, tanto da vedere Alessandro davanti col pugnale, stressato notte e giorno, così da  apparire simile ad uno che soffre di pazzia e di follia/ mania kai anoia.

Professore, dalle due opere si rilevano due diversi pensieri, a seconda dello scriptorium, –  già evidenziato in Archelao figlio di Erode  www.angelofilipponi.com e nello Note  del XVI di Antichità Giudaiche – ed anche due differenti caratterizzazioni?

Marco, nella prima sembra più marcata l’attenzione  agli stati di animo, propria di una indagine psicologica, nella seconda  si fa esame di legittimità con una ricerca giuridica. Comunque, si rimane sempre su una diversità di impostazione generale  e questo lo si vede nei differenti discorsi di Erode.

Erode, nel rimprovero a  Ferora,  non è privo di retorica, specie con la domanda introdotta con ara ouk che sottende  una risposta positiva o con poteron …h, disgiuntiva! Anche il lessico è ricercato,  adeguato alla rabbia del re contro il fratello bugiardo e traditore! E’ un segno della ricostruzione sapiente dei detti/logia del re da parte della scuola scrittoria cortigiana!. Questo discorso  insieme ad altri di Antichità giudaiche potrebbe essere indizio della presenza di un scriptorium erodiano, che,  sotto la guida di Nicola di Damasco coordina il generale pensiero ebraico -romano ellenistico di un mezzo ebreo romanizzato, prigioniero, comunque,  della cultura  aramaica della propria famiglia idumea.

I componenti potrebbero essere i maestri e contabili  di corte  che educano gli altri figli di Erode, non inviati a Roma, che, a  detta di Alessandro, potevano essere scritturali di paese  koomogrammateis, una specie di segretari comunali, capaci di leggere, scrivere e fare di conto, ed abili a  tenere archivi, come  impiegati stabili, poi, a seguito del censimento di Augusto.

Da qui, professore,  le differenze anche di stile dei due scriptoria– quello provinciale e  familiare e  quello ufficiale romano,  più curato ed uniformato alla curia imperiale dove i termini hanno valore proprio tecnico, come logos, inteso solo  come ragionamento ?

Marco, tu vai subito a precise conclusioni, a cui non mi sento di aderire del  tutto, anche se nel complesso le accetto. Però, una cosa è dire  che ci possono essere anche scriptoria  privati, anche regi, o comunitari come quello degli esseni,  uomini  di cultura aramaica, ed una cosa  ipotizzare uno scriptorium  con molti  scrittori, copiatori e  retori  nel Palatium imperiale!.Ci sono  oggettive differenze!

Forse non ho compreso bene il tutto, comunque, procediamo!.Erode  ha imprigionato il figlio, temendo  una congiura o avendola veramente  scoperta?

Marco, non ti so dire se il re ha scoperto la reale  congiura ma sembra  che la  temi più che abbia accertato  qualcosa con le torture agli eunuchi e agli amici di Alessandro, che,  per far cessare la persecuzione  degli amici,  scrive quattro biblia, dimostrando che anche in prigione ha materiale,  servi  ed ogni altro elemento scriptorio  per scrivere le sue memorie.

Certo, professore, noi pensiamo che scrivere sia una cosa facile coi mezzi di oggi! ai tempi, invece,  tutto è complicato e difficile!

A me,  sembra, Marco che, comunque,  una volta in prigione  Alessandro pensa a difendersi e scrive un atto di accusa in quattro fascicoli, in cui confessa la congiura, ma  denuncia  la complicità della  maggior parte dei cortigiani, a cominciare da Ferora e da Salome, accusata anche di violenza sessuale nei suoi confronti, escludendo  intelligentemente il solo Antipatro, allora onnipotente.

Professore, quanto detto in Guerra giudaica è confermato da  Antichità Giudaiche?

Certo, Marco,   le fonti qui sono d’accordo ed evidenziano  che se si accusano i due giovani, bisogna accusare tutta la corte  e quindi non si tratta  di una vera congiura.

Marco, Erode dopo la tortura degli eunuchi  e le notizie avute,  secondo Flavio (Ant Giud XVI,237)  era sospettoso,  odiava tutti e poneva la sua sicurezza  in un sospetto continuo e seguitava a dimostrarlo anche verso persone  che non lo meritavano.In questo non c’era limite; anzi chi era solito  stare  più vicino a lui  gli pareva  che fosse da temere  più degli altri in quanto più influente,  mentre coloro che non avevano  grande famigliarità con lui, al solo nominarli pareva che fosse necessario ucciderli come parte della sua salvezza.

La corte vive, quindi, in un clima di terrore  e tutti cercano di salvarsi: i suoi cortigiani non avendo fondati motivi per sperare di salvarsi, si levarono gli uni contro gli altri, pensando che il prevenire gli altri  con accuse giovasse  a salvare se stessi, ma quelli che raggiungevano il loro intento diventavano oggetto  di invidia, di odio e non ottenevano altra soddisfazione  se non incorrere  giustamente in quei mali con cui essi avevano oppresso gli altri, con l’intento di prevenirli.

Insomma, professore, in una tale situazione tutti si accusano vicendevolmente e  invece di far punire i propri nemici si autopuniscono perché sono presi nello stesso loro laccio!

E’ così, Marco, anche perché Erode, preso dai rimorsi   e dal pentimento per la  morte di persone incolpevoli, non sospende le esecuzioni, ma fa punire pure gli informatori allo stesso modo. Per Flavio di Antichità giudaiche è indescrivibile nella corte la confusione, unita a paura della tortura.

L’ autore così scrive: A molti suoi amici, come Tolomeo e Sappino,  intimò  di non comparirgli più avanti  e di non entrare più nel palazzo. Questo avvertimento fu dato o perché con loro aveva minore libertà di azione o perché si conteneva di più per la loro presenza.

Dunque, professore, Erode si priva anche dei migliori consiglieri pur di avere solo Antipatro, come unico suggeritore?

Sembrerebbe così: Erode risulta come un uomo plagiato, condizionato, raggirato completamente dal figlio!

Infatti anche congedò  Andromaco e Gemello, da tempo suoi amici e collaboratori nell’educazione dei figli, anche se avevano avuto fino ad allora una maggiore libertà di parola degli altri: il primo  perché suo figlio Demetrio  era stato stretto amico di Alessandro;  il secondo  perché aveva saputo che era stato favorevole ad Alessandro in quanto cresciuto ed educato insieme a Roma ed era stato con lui nell’ultima visita.Li congedò volentieri e li avrebbe trattati  ancor peggio, ma non si sentiva libero di usare eccessiva tracotanza contro uomini tanto distinti, comunque,  li privò  del loro rango e del potere  in modo da prevenire che commettessero azioni delittuose.

Ora dobbiamo parlare dei protagonisti e smettere di trattare della corte; non dobbiamo capire  la tragedia?

Certo. Dobbiamo seguire Antipatro e i due figli di Mariamne. Per come scrive lo scrittore di  Guerra giudaica è da seguire l’idumeo  e i due asmone : è giudicato il primo come odioso  persecutore e compassionevoli innocenti  gli altri, mentre viene eccitata la partecipazione commossa del lettore.  In Antichità giudaiche, invece,  si legge la storia toledoth  del regno erodiano e delle generazioni di erodiani, non ritenuti più affidabili  per i vertici imperiali romani, intenzionati ad estirpare il cancro giudaico  dal kosmos romano come  si stava facendo con quello druidico: non per nulla tutta questa historia si chiude con l’invio di Flavio Vespasiano in Giudea  da parte di Nerone!

Ottaviano aveva davvero sancito il male della moralitas giudaica condannando Erode:  meglio essere un porco che figlio di Erode!.Il disgusto di Augusto è quello di tutti i popoli dell’imperium ormai  civilizzati,  in quanto romanizzati ed ellenizzati, che rilevano l’anomalia barbarica giudaica!.

Perciò, secondo Flavio, nel periodo in cui ad Andromaco e ai suoi amici  era stata  tolta la libertà  di parlare  e di esprimersi liberamente si  cominciò a esaminare sotto tortura  quanti credeva che fossero amici di Alessandro  e ad indagare se fossero a conoscenza  di qualche suo complotto, ma questi andavano a morte, senza  aver nulla da dirgli.

Di fronte all’evidenza, non trovando nulla del  male  in relazione ai  sospetti,  Antipatro incita il padre a seguitare ad inquisire, accusando solo per il fatto di  essere amici fedeli di Alessandro  per estorcere notizie sul possibile segreto complotto.

Dei tanti torturati uno disse che il giovane spesso  aveva detto  quando lodavano la sua corporatura grande  e la sua bravura come arciere ed altre doti  in cui eccelleva su tutti, che queste era qualità naturali  per lui e gli erano più un male che un bene  perché suo padre ne era irritato e lo invidiava. Ed un altro  aggiunse che, quando passeggiava col padre, non si distendeva  del tutto e stava curvo per non apparire più alto di lui   e che una volta andando a  caccia tirò di proposito  fuori bersaglio perché era nota l’ambizione del padre di essere il primo in tali imprese, generalmente lodate.

In questa occasione Antipatro,  durante a sospensione delle torture,  ha la notizia  che vuole sentire:  che cioè  Alessandro e Aristobulo  avevano complottato un’imboscata per uccidere il padre  durante una caccia e che dopo il fatto sarebbero  fuggiti  a Roma a chiedere il regno.

Il  presunto  diadokos si dà da fare  e trova  una lettera  del giovane a suo fratello in cui si  biasimava il padre di aver assegnato ad Antipatro un territorio che gli rendeva duecento talenti.

Con la notizia del complotto scoperto  e con la lettera di Alessandro, Antipatro si presenta al padre  dicendo che ha le prove fondate per sospettare dei fratellastri e perciò Erode arrestò ed imprigionò Alessandro- ibidem 251-.

Flavio aggiunge che Erode non pone fine alla sue ricerche perché è malfido circa le calunnie  e perché secondo logica non rileva nulla che abbia sentore di congiura, anzi considera i figli colpevoli di lamentele  e di ambizione personale  giovanile, ritenendo improbabile che il figlio dopo la sua morte possa realmente andare a Roma.

Allora, professore,  bisogna pensare che Flavio anticipi i tempi in cui Erode malato e  nauseato dalla famiglia, fa davvero azioni degne di  uno  che è affetto da mania kai anoia.?

Sembra che ancora nell’invernata del 9/8 a. C. il re si impegni a trovare prove più stringenti circa l’illegalità compiuta dal figlio e che lo abbia imprigionato in modo cautelare, preventivo,  più per proteggerlo che per fargli del male.

Lei pensa che Erode abbia rilegato solo Alessandro  nei suoi appartamenti,  facendolo sorvegliare da guardie, impedendogli le relazioni con i cortigiani? e che man mano  che sente i torturati si convince della sua innocenza, ma lo trattiene avendo, talora, dubbi sul comportamento di Antipatro?

Sembra decisiva la prova, a cui è sottoposto un giovane amico di Alessandro, che confessa  tra le torture:  Alessandro  aveva spedito messaggi  agli amici di Roma,  facendo richiesta  di essere chiamato da Augusto presto  per informarlo su un’azione ostile di Mitridate, re dei Parthi contro i romani (Ibidem 253) .

Ancora di più il re decide  di mantenere la detenzione per il figlio ora accusato di tenere il veleno pronto ad Ascalona che, comunque, dopo molti tentativi non viene scovato.

Per Flavio (ibidem 254-255)  Erode, da una parte, si consola del  suo agire precipitoso/propeteia, autogiusticandosi con queste ulteriori prove, insignificanti,  e da un’altra  Alessandro ha un perverso puntiglio- quasi fosse in gara /philonikia-   tale da aggravare stupidamente la sua posizione, non solo davanti al re ma anche  ad Antipatro e a tutti i membri della corte, col non voler negare le accuse, desiderando punire il precipitoso procedere di suo padre verso un crimine maggiore, convinto di svergognare il suo dare ascolto indiscriminato alle calunnie.

Professore, a me sembra che padre e figlio siano due insensati personaggi comici, che ripiccano da bambini, gareggiando stupidamente in una drammatica situazione e in quel contesto cortigiano malfido,  non avendo coscienza di correre verso la tragedia, specie dopo la verifica del non pericolo parthico e  del mancato ritrovamento del veleno!

Marco, forse tu hai ragione, ma Flavio a questo aggiunge che Alessandro, forse  volendo gettare discredito sul padre  e su tutto il regno  compose un’opera di  quattro libri  e la diffonde dicendo che non c’era bisogno di  torturare nessuno o di procedere  oltre, poiché  vi era stata realmente una congiura  contro Erode e questo era avvenuto con l’aiuto di Ferora   e dei più fedeli amici del re, -coinvolgendo anche Salome che una notte entrò nella sua camera e giacque con lui contro la sua volontà – e che tutti miravano  alla stessa cosa,  a liberarsi del re, il più presto possibile,  e ad essere così sciolti dalla continua ansietà, comprendendo  tra  gli accusati Tolomeo e Sappino, gli amici più fedeli del re.

Marco, per meglio farti comprendere la situazione,  ti aggiungo che Erode probabilmente capisce  davvero il pensiero di suo figlio Alessandro che, senza nominare  il suo nascosto  accusatore Antipatro,  rivela  al padre la reale situazione di corte –  prima ancora che venga Archelao suo suocero  a Gerusalemme – mostrando  la necessità  di  trovare il motivo per cui persone una volta amicissime  siano ora invase da rabbia furiosa  e si levino bestialmente gli uni contro gli altri, mettendo a nudo uno stretto silenzio con una triste melanconia/ Hsuchia e di kathpheia, che intorpidiva l’antica felicità del palazzo.

Il giovane, professore, cioè vuole dire al padre che non c’è bisogno di lasciare spazio  per manifestare la verità con le difese  o con l’evidenza dei fatti in quanto tutti, essendo rovinati indistintamente,  offrono lo spettacolo di chi piange stando in prigione, di chi si  lamenta di qualche morto  e di  chi è in pericolo?

Si. Comunque, il giovane aggrava solo la situazione perché nel padre  con l’aumento  dell’ansietà, si affievolisce il logos!.

Flavio (ibidem,260) così infatti chiude : Tutta la vita di Erode era così sconvolta  che  gli divenne insopportabile poiché  non credendo a nessuno era profondamente tormentato dall’ansietà. A volte immaginava  suo figlio che gli veniva contro  e che gli stava dinanzi  col pugnale, la sua mente  era così tesa notte e giorno  che prese la forma  di chi soffre  di pazzia o di follia.

Flavio parla di grammata/lettere in quattro biblioi plichi che formano un’opera apologetica di cui rendo un brano  in discorso diretto per dare maggiore efficacia al racconto e al testo. Secondo me,  Il materiale è tipico di uno scriptorium, che è dalla parte del giovane principe, che può scrivere, avendo tempo e mezzi,  quanto pensa, in bella forma.

Erode è in una situazione di grave crisi: la corte è piena di Hsuchia e di kathpheia (silenzio e umiliazione). Questo quadro dovrebbe essere proprio del  periodo 9/8 in cui si colloca la vicenda di Silleo e  del processo di Alessandro davanti a Saturnino: si sa che Augusto in questa epoca aveva ponderato l’idea di un cambiamento in Oriente e di una esautorazione di Erode e una ristrutturazione con a capo il governatore di Siria ( cfr Tacito, Historiae  e Cassio Dione, St. rom ).   Stando cosi le cose in Gerusalemme,  si ha l’improvviso arrivo di Archelao descritto in modo diverso in  Ant giud.XVI, 261-270  rispetto a  Guerra giudaica (I,499-512) in cui domina una voluta dramatopoiia, vivacemente descritta per ingannare Erode  suscettibile  ed imprevedibile.

Ritengo, comunque, che le due narrazioni sostanzialmente siano eguali, ma  diversa è la forma della presentazione del personaggio ben caratterizzato nella sua preoccupazione di padre e suocero da una parte e di amico di Erode da un’altra,   cosciente  dello stato della corte e di quello dei singoli cortigiani: ad Archelao sono giunte notizie e dalla figlia e dal genero e da spie , oltre a sollecitazioni da parte dell’imperatore a far finire  quello stato di cose nella corte di Erode, essendo l’unico capace di farlo, anche per il suo stesso bene!

Archelao  in Antichità giudaiche dimostra di conoscere  l’ombrosità dell’amico  megalomane,  visto lo stato di animo, e  di saper rilevare  le sue condizioni fisiche  e perciò ritiene opportuno adeguarsi alla situazione di corte  e ad assecondare il pensiero del re.  Flavio scrive: ritenne che nelle presenti circostanze  fosse fuor di proposito sgridarlo o accusarlo  di aver agito precipitosamente,  perché se, punto da tali parole, si sarebbe  alterato e risentito e nel calore della difesa, avrebbe moltiplicato la sua collera.

Lo scaltro Archelao conosce la situazione creatasi a causa proprio della philonikia tra padre e figlio  e, perciò, decide altra strategia. Flavio dice: prese, dunque, un’altra via  per riportare nel giusto la sfortunata condizione degli affari: mostrò la sua collera al giovane  e disse  che il procedere di Erode  era stato saggio  non avendo proceduto in modo affrettato, aggiunse che anche avrebbe sciolto il matrimonio  di sua figlia con Alessandro  e , da parte  sua,  non avrebbe  risparmiato  neppure lei, qualora, consapevole delle intenzioni del marito,non ne avesse informato Erode -Ibidem 263-.

In questo modo il re risulta  funzionale ed utile ai fini di una  conclusione positiva  di una vicenda, nata da rumores/voci e da calunnie  che ha rovinato il clima di normalità di una corte  e di conseguenza, con Erode, leggendo i biblia di Alessandro, attentamente,  sa ritrovare il colpevole  che, comunque, non può attaccare, perché allora onnipotente e perciò, diverge verso il responsabile maggiore lo zio Ferora, già caduto in disgrazia.

Un’abile mossa, professore, utile  per la soluzione del problema di Erode, già malfermo di testa e rincoglionito!?      

Marco, tu parti  di un Erode  già malato – cosa che non sappiamo come reale nella primavera dell’8 a.C. ( se è il fatto è  dell’8!) e giudichi solo da  Antichità Giudaiche?

Il racconto, invece, di Guerra giudaica  mostra un Archelao, venuto infuriato contro suo genero,  perciò,  pronto per  una sceneggiata  napoletana, da attore consumato, che  al suo apparire a corte, apostrofa il genero: dov’è quel delinquente di mio genero? dove potrò trovare la  testa  di quel parricida  per potergliela staccare  con le mie mani? e poi attacca la figlia : anche a lei farò fare la stessa fine del suo bravo marito, perché se anche non  ha avuto parte  nel complotto è contaminata  dall’essere stata moglie di un siffatto uomo!

Archelao, mantenendo lo stesso tono, solo ora che vede consenziente l’amico, grato per  la solidarietà tra consuoceri,   gli si rivolge, quasi lo rimprovera: mi stupisce  la tua tolleranza/ anecsikakia! pensavo che lo avrei trovato  colpito dalla pena   e sono venuto dalla Cappadocia e con l’intenzione di unirmi a te nel giudicare mia figlia, che io gli feci sposare in omaggio alla tua dignità. Invece, ora dobbiamo  decidere sul conto di tutti e  due, e se sei un padre troppo debole per punire un figlio traditore,  sostituiamo le destre ameipsoomen tas decsias ed ognuno prenda il compito di dare sfogo  allo sdegno dell’altro/kai genoometha  ths allhloon orghs diadokhoi.

E‘ chiaro, quindi, il comportamento di Archelao, che comprende lo stato di animo di Erode! In Ant giud, XVI, 264,  c’è la spiegazione: –

A questo agire di Archelao molto diverso da quello che Erode si aspettava   e per lo sdegno  mostrato dalla maggioranza verso di lui, il re perse alquanto la sua durezza  e poiché era sicuro di aver compiuto tali cose  per motivi giusti, adottò una diversa attitudine, quella di padre. Ma e da una parte e da un’altra  era degno di compassione: se qualcuno tentava di sventare le accuse  contro il giovane, lui entrava in collera, ma se Archelao si univa nell’accusa  contro Alessandro, Erode prorompeva in lacrime,  e in un momento di commosso scoramento, lo pregò di non sciogliere il matrimonio  e  di non essere  così in collera  per le ingiustizie commesse dai giovani.

Di tale situazione approfitta Archelao che, vedendo il re raddolcito, prese ad addossare le colpe agli amici del re  asserendo che si deve  ascrivere a loro  il fatto che un giovane, esente da malizia, sia stato corrotto  e concentrò i sospetti, soprattutto sul fratello di Erode

Dunque, secondo Guerra giud. e Ant giud  il colpevole, per ora  della  situazione sembra essere Ferora, che è certamente il capro espiatorio,  secondo l’indagine di  Archelao, che ha scoperchiato il male della  corte di Erode, pur conoscendo l’oggettiva responsabilità di Antipatro, mai nominato.

Il racconto delle  due opere sui successivi fatti di Ferora e di Archelao  è  eguale e noi lo riassumiamo così, seguendo Antichità Giudaiche  Ibidem 266-268. Erode essendo sdegnato con Ferora, che non aveva nessuno che lo riconciliasse col re, riteneva che Archelao fosse adatto a questo, avendo grande influenza su Erode, lui stesso andò da lui, vestito di nero, con i segni di chi è prossimo alla rovina imminente, chiedendo di supplicare il fratello  per lui.

Archelao fa da intermediario secondo Flavio: non lo disprezzò né gli promise di poter subito placare Erode, lo confortò, comunque,  esortandolo ad andare dal re  e a supplicarlo, confessandogli che lui era l’origine di ogni male: infatti, gioverebbe più questo che la sua parola per placare il suo sdegno, essendo lui, comunque, presente per aiutarlo.

Dunque, Archelao fa confessare  Ferora e raggiunge lo scopo di aiutare Alessandro e pacificare la corte.  E può ritornare in Cappadocia, soddisfatto!.

Si. Marco. Infatti Flavio scrive:   

Archelao persuase Ferora, che si accordò su questo che era stato preordinato, raggiungendo due scopi: sciolse da ogni accusa il giovane cosa che nessuno si sarebbe aspettato (cosa mai sperata) e placò  Erode nei confronti di Ferora, poi ritornò in Cappadocia amato da Erode sommamente per avergli giovato come nessun altro.

Si sa che in quel particolare frangente egli lo onorò con abbondanti doni  e lo trattò con  grandiosa magnificenza  annoverandolo tra i suoi intimi amici,  Inoltre fece con lui un accordo per andare a Roma poiché su tali loro questioni si era scritto a Cesare e viaggiarono insieme fino ad Antiochia,  dove  Erode lo riconciliò con Tizio  che era entrato in conflitto per una contesa e poi ritornò in Giudea.

Chi e Tizio ?

Si tratta di Marco Tizio,  che fu procuratore di Siria  dal 20 al 12. I  fatti in questione dovrebbero essere avvenuti  tra il 14 e il 12.. I governatori avevano alle loro dipendenze uomini per riscuotere le tasse,  da utilizzare anche fuori regione, nel caso nostro  forse epitropos di Siria  potrebbe essersi servito di Tizio Sabino, rimasto attivo  anche in Giudea  a lungo  cfr. Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous? Maroni,2003. Se si tratta di Tizio Sabino, un procuratore ad census accipiendos,e non del governatore,  è probabile che Archelao doveva pagare tasse arretrate a  Marco Tizio, ora tornato a Roma,  ed  Erode forse pagò, lui di tasca propria,  e quindi  eliminò il motivo dell’inimicizia tra i due.

Sembra che Erode  vada un’altra volta a Roma?

Avendo ricevuto  una lettera da Cesare su queste cose, Erode  va con Archelao fino ad Antiochia,  non a Roma cfr. Guerra Giudaica ,I,24.- Così andò e tornò da  Antiochia, ma ebbe guerra con gli Arabi, mossa perché quelli che abitavano la regione Traconitide,  che Cesare tolse a Zenodoro e diede ad Erode, non avevano la licenza di fare brigantaggio ed erano stati costretti  a coltivare la terra e ad essere  pacifici. Ciò a loro non conveniva e non sopportavano di non fare lhisteria – Cfr. La tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com –

Erode,  dopo una lettera di riconciliazione da parte di Ottaviano,  ha precise indicazioni  con istruzioni da seguire circa il suo comportamento verso i suoi due figli.

Flavio -Ibidem 356-357-scrive: Cesare  gli scrisse che era  angosciato a motivo dei suoi figli,  e se essi erano stati così sconsiderati da tentare  un crimine contro natura, lui li doveva punire come parricidi – Questo potere infatti  gli era concesso –  ma, se essi  progettavano di fuggire , egli doveva semplicemente ammonirli  e non infliggere loro  un castigo irreparabile. Inoltre lo avvertì di stabilire e di convocare un consiglio a Berito,  ove dimoravano i romani, far venire  i governatori di Siria, Archelao di Cappadocia e molte altre persone che lui giudicava chiaramente amiche ed  importanti  e determinare col loro consiglio  ciò che bisognava fare. 

Cesare, per scrivere una tale lettera, deve aver avuto relazioni terribili nei confronti della situazione a corte. Le sue disposizioni sembrano   quelle di uno che vuole tenere sotto controllo  chi ha problemi di demenza e deve essere seguito  e consigliato al fine di impedire azioni irresponsabili: Augusto fa da tutor ad Erode!

Professore,  quali altri fatti erano accaduti dopo la  venuta di Archelao, tali da richiedere un palese accertamento  dello stato di salute  per Erode, con la scusa di esaminare l’operato dei figli?

Marco, a me sembra che Augusto prima vuole rilevare se il re giudaico ancora ha il controllo della famiglia come pater familias  e poi  esaminare i suoi ultimi atti regali al fine di  iniziare le operazioni  di annessione della Iudaea alla Siria: ci sono in Asia Iullo Antonio come governatore, Lollio,  Quirinio e Varo in Siria e in Cilicia  con incarichi non bene conosciuti!

Perciò, noi, mentre lavoriamo  su questi anni di Erode, possiamo anche   verificare,  in un certo senso, il suo stato mentale che già abbiamo rilevato come  squilibrato tra emotività e razionalità menomata anche perché  condizionato nelle scelte dalla presenza assillante di  suo figlio Antipatro. Posso, dunque, dirti che tre avvenimenti sono di grande importanza  e tali da aggravare la già precaria situazione dei due  asmonei, controllati  continuamente da Antipatro: la venuta dello spartano Euricle a corte,  l’affaire Silleo, la condanna a morte  di due guardie del corpo di Erode (Giocondo e Tiranno).

Allora, iniziamo con la venuta di Euricle. Chi è? professore.

Di Euriche si parla anche in Guerra giudaica I.513-531 e in Ellados Perihghsis di Pausania/Viaggio in Grecia (II,3,5). E’uno spartano che vive  da parassita nelle corti, dove viene  accolto,  gloriandosi del passato lacedemonico e che ha rapporti con re, che lo onorano  in nome dell’antico valore  degli spartani, a cui molte popolazioni cercano di congiungersi tramite antichi ecisti.  Nel caso ebraico sappiamo da  I Maccabei,12,20-23 di una lettera di Arieo, re di Sparta, al sommo sacerdote  Onia I, in cui si parla di una fratellanza tra  Spartani e Giudei  che, all’epoca, sono impegnati nella lotta contro i seleucidi, nel nome dei figli di Abramo e Qetura  (Cf . S. Mazzarino, il pensiero storico classico,BUL , 2004)

Flavio lo definisce come uomo superiore ad Archelao per le astuzie strategiche, che rompe gli equilibri della riconciliazione, risultando colpevole della rovina / apoleias aitios del giovane e scrive: era uomo di prestigio nella sua patria, ma di cattivo carattere, raffinato nei piaceri, esperto in adulazioni tali da non lasciare  intendere a chi erano rivolte, venuto a far visita ad  Erode, offerti doni e ricevutine anche maggiori,  riuscì a diventare uno degli intimi di Erode grazie alla sua abilità e ad un certo garbo.

Euricle è ospite di Antipatro e vive nella sua casa ma, nello stesso tempo, ha accesso  e familiarità con Alessandro perché si vanta di godere della stima di Archelao, re di Cappadocia.

Sfruttando questo equivoco, Euriche, dunque,  riesce a  rovinare il giovane incauto Asmoneo?.

Si, Marco: fingeva onore per Glafira ed era molto attento, in segreto, ad osservare tutti ed annotava sempre quanto era detto e fatto, per poter elaborare calunnie per propria utilità, e, in breve, verso  gli altri si comportava come se avesse interesse solo per il loro vantaggio. Fu così che conquistò il giovane Alessandro e lo persuase  di poter parlare con lui apertamente, senza timore, delle sue sofferenze,  e a nessun altro.

E così Alessandro, ingenuo, si confida?

Alessandro, angosciato, gli rivelò quanto suo padre si era allontanato da lui  e gli raccontò i fatti su sua madre e su Antipatro, che aveva escluso lui e il fratello dal posto di onore e che era ora onnipotente.

Professore, è naturale che un giovane  che soffre, racconti  le sue disgrazie  e dica che gli sia insopportabile che il re l’odi  tanto che non osa parlare con il padre e col fratellastro  nelle cerimonie ufficiali, come conviti e riunioni di stato?.

Certo Marco, ma Euricle è uomo di Antipatro, invitato appositamente per fare questo gioco ed Alessandro dovrebbe avere una maggiore cautela!.

Infatti, secondo Antichità Giudaiche, che seguiamo, anche se teniamo  d’occhio anche la fonte di Guerra giudaica, più ricca di particolari circa l’attività di  mochtheros  e di katascopos di Euricle, lo spartano riferì le parole ad Antipatro affermando che lo faceva non tanto a  suo riguardo ma perché colpito dall’onore  dimostratogli da Antipatro e,  a causa della gravità della materia, lo esortò a guardarsi da Alessandro che aveva parlato con  grande emozione e dalle sue parole traspariva una reale possibilità di assassinio.

Antipatro, dunque, lo ha come misthotos suo consigliere  da ricompensare con grandi doni  e lo invita a riferire tutto ad Erode, che  sta vivendo un momento difficile e ha relazioni con figli inasprite  ed è timoroso di essere minacciato dalla fortuna in quanto non sta bene d salute ed è circondato da odio. Il vecchio, sentite  le parole, di Euricle,  gli presta orecchio  e neanche oppone una qualche esitazione al pensiero  tortuoso  dello  spartano  ed entra in una spirale di maggior odio contro Alessandro.

E’ davvero un malvagio mochteros Euricle! un mascalzone.  giustamente bandito dalla patria, un uomo che vive di espedienti  facendo anche la spia!. Infatti, ricevuti da Erode 50 talenti, va perfino da Archelao da cui riceve anche altri soldi  senza che il suo inganno sia scoperto: si vanta perfino  di essere stato molto utile per la riconciliazione di Alessandro con Erode!.

Guerra giudaica indica il sistema adottato dallo spartano, definito un avventuriero  disgraziatamente capitato in Giudea, a caccia di denaro pothooi khrhmatoon eis thn basileian esphareis,  poichè non gli bastava più la Grecia per la sua avidità/poluteleia.

Si presenta come uomo che porta splendidi doni come esca per catturare la preda /delear oon ethhrato, per riceverne di più col fare commercio di’aimatos/tramite sangue.

Essendo uomo scaltro, capisce dove è il marcio della corte  e della famiglia /ta skathra ths oikias  e il carattere borioso di Erode, lo circuisce con  adulazioni  e bei discorsi  e menzogneri elogi della sua persona /kolakeiai, denothti logoon kai peri autou psudesin egkoomiois.

E’ persona attenta a fare e a dire ciò che  a lui piace  e raggiunge uno dei primi posti  fra i suoi amici, essendo tutti riverenti verso la  sua patria.

Quindi è chiara la sua adulazione verso Erode, come anche l’accettazione dell’ospitalità di Antipatro onnipotente?

Euricle, sistematosi col potere reale vigente a corte,  si finge allora amico di Alessandro e gli estorce le confidenze e poi anche quelle del fratello  Aristobulo,  come  se fosse uomo legato alla corte di Cappadocia!

Flavio in Guerra giudaica , I. 514, scrive: facendo tutte le varie parti  attirava a sé  chi in un modo chi in un altro, ma principalmente diventò  spia a pagamento/misthootos di Antipatro e traditore di Alessandro. Euricle  a ta aporrhta / ai segreti di stato aggiunge di suo,  inventando che i due fratelli cospiravano contro Antipatro  e che ormai non mancava  altro che  mettere mani alle spade, rivelando ad Erode che Antipatro è l’unico a voler bene veramente al padre e il solo capace di ostacolare la congiura.

Marco, senti Euricle! E’ Un capolavoro di arte cortigiana, proprio di un grande scrittore retorico, l’incipit di Euricle, che si presenta ad Erode! Vengo a renderti  la vita in cambio dei benefici ricevuti e la luce to phoos a compenso dell’ospitalità/csenia! Ibidem, 521.

E’ davvero un greco, infido come il Sinone virgiliano ?!

Senti come formula l’ accusa contro i figli di Mariamne:  da gran tempo Alessandro  aveva affilato la spada contro Erode  e puntato la destra, ma lui fingendo di collaborare, aveva impedito che si facesse in fretta!  Infatti Alessandro andava dicendo  che ad Erode non bastava  di sedersi su un trono altrui e, dopo l’assassinio della madre,  di averne usurpato il regno, ma per di più voleva lasciarne la successione ad un bastardo/nothos, offrendo ad uno sciagurato come Antipatro il loro regno avito. Egli avrebbe vendicato le ombre di Hircano  e di Mariamne  poiché non era giusto succedere nel potere ad un tale padre,  se non dopo averlo ucciso-Ibidem

L’ uscita di scena non è descritta  perché  è probabile che lo spartano se ne vada alla chetichella,  intenzionato ad andare in Cappadocia, prima che  la situazione degeneri in Giudea: vuol sfruttare ancora  la corte di Archelao!

Comunque, Euricle andandosene ha modificato ulteriormente l’animo di Erode,  che, inasprito, non si comportava più come prima verso Alessandro ed Aristobulo, quando udiva un’accusa contro di loro,  ora, a motivo del suo odio, obbligava altri ad accusarli  se nessuno lo faceva, inoltre spiava  le loro azioni, faceva ricerche ed era sempre pronto ad ascoltare chiunque avesse qualcosa contro di loro -ibidem-.

Dunque, noi rileviamo che la situazione, a questo punto, è per i due molto difficile e notiamo  anche una lacuna testuale e subito dopo un’ affermazione che autorizza a parlare  perfino di un’anomalia sul comportamento di Erode, in occasione di una  cospirazione di un certo Euarato di Cos, su cui non si sa nulla: il re ebbe  un piacere  il più dolce possibile tra tutti/ kath’hdonhn to pantoon hdiston!Ant giud. XVI,312

Un piacere immenso  per una cospirazione contro il figlio! che animo di Padre! Mi segui?!

Si.  Si. Seguo Bene.  Su Silleo cosa altro bisogna sapere?

Aggiungo a quanto detto che inizialmente Silleo, dopo il mancato matrimonio con Salome, va a Roma, chiamato da Augusto per questioni sulla ex tetrarchia di Zenodoro e per problemi coi traconiti.

E ‘, professore, una vecchia  questione, di cui lei ha parlato nella sua opera, varie volte. So, perciò, che i traconiti si erano ribellati e furono vinti dai generali di Erode,  che fecero rappresaglie e  una quarantina  di capibanda  si rifugiò in Arabia, dove fu accolta da Silleo, che diede loro  fortilizi per abitazione,  permettendo di fare incursioni  e di infestare le regioni vicine, compresa la Celesiria- ibidem 278-

Erode, allarmato, non riuscendo a  prendere i lhistai  a motivo della sicurezza, di cui godono,  per la protezione data a loro dagli arabi,  incollerito per i danni che deve  subire  nella regione da lui controllata,  fa uccidere i loro consanguinei, residenti nel suo regno, innescando una faida in quanto fra loro vige la legge della  vendetta  contro gli assassini dei congiunti e quindi, seguitando nei  latrocini, facevano le loro private vendette.

Erode, allora, chiede aiuto a  Saturnino e Volumnio reclamando la cattura  per un’esemplare punizione.

 Ciò nonostante, invece, il loro  numero si accrebbe – raggiunsero il  migliaio-  e diffusero la rivolta /anastasis  sconvolgendo il  regno di Erode, saccheggiando città e villaggi  assassinando i loro prigionieri  tanto che la rivolta era simile ad una guerra /polemos.

Allora Erode chiede ufficialmente, con lettere,  la consegna  dei briganti e  il pagamento di un debito di  sessanta talenti, dati ad Obedas  tramite Silleo, essendo scaduto il tempo.-Ibidem, 279-.

Morto Obedas, a capo di ogni cosa era il solo Silleo  il quale negava decisamente che in Arabia ci fossero  briganti e dilazionava  anche il pagamento del denaro.

Si arriva ad un accordo tramite l’intervento  dei governatori di Siria: si restituissero i talenti  entro trenta giorni; ognuno dei due restituisse all’altro i sudditi rifugiati nei rispettivi regni!.

Secondo Flavio, al termine  pattuito Silleo partì per Roma  senza aver eseguito alcuno dei giusti  obblighi assunti; Erode, allora, col consenso di Saturnino e Volumnio, compì contro gli arabi un’azione con le armi.

Professore, l’episodio contestato di Repta è di questo periodo? Si. Marco, proprio allora!

La questione tra Erode e Silleo sarà lunga e si risolverà con Antipatro che, venuto a Roma, vince la causa davanti ad Augusto  e la vedremo in seguito. L’ episodio di Repta dovrebbe essere un incidente grave tra Erode e Silleo, che doveva turbare l’ordine internazionale se poi ci fu una lunga causa davanti ad Augusto. I termini  sono da rivedere attentamente: Erode, comunque, non danneggiò nessun altro, elupesen /distrusse solo il phrourion,  dianusas  epta stathma trisi hmerais dopo aver fatto marce forzate  per compiere un viaggio  in tre giorni.  Stathmon – marcia  diurna  misurata a parasanga,-indica  7 tappe,  fatte in tre giorni di cammino.

Marco, non è il caso di seguitare su Silleo, la cui accusa fu dimostrata falsa da Nicola  prima e poi definitivamente da Antipatro.  A me  preme farti capire che proprio allora Ottaviano,  a seguito delle relazioni circa l’ entrata, armata di Erode  nel  territorio di un vicino alleato romano,   si inimica con il re giudaico tanto da non accettare né doni né  ambasciatori giudaici, perché mal informato sui fatti, avendo sentito solo il racconto esagerato di Silleo. Comunque, Augusto, prevenuto ed arrabbiato,  ad un primo esame non sente ragioni e fa una sola domanda agli ambasciatori: Erode ha condotto il suo esercito fuori della sua regione?  e dopo la cacciata degli ambasciatori scrive una lettera ad Erode,  molto risentita, in cui si dice: finora ti ho trattato da amico, per l’avvenire ti tratterò da suddito       – Ibidem, 290 -.

Bene. Professore. Ho capito. Seguitiamo il nostro racconto sulla vicenda dei  due  infelici asmonei e di Antipatro e, poi, a tempo opportuno, riprenderemo la questione di Repta.

Allora,  Marco, abbiamo lasciato Erode che prova il massimo piacere nel vedere una cospirazione contro Alessandro. Flavio scrive  che in quella situazione  c’ è un clima di denunce: tutti facevano a gara   ad inventare calunnie e costruire cause che fossero  a loro (ai due fratelli)  sfavorevoli e   vantaggiose alla salute del re. -Ibidem, 313-

In questo clima  sono torturati  Giocondo e Tiranno, le due guardie del corpo,  che  non dicono nulla  contro i giovani, loro amici  se non chiacchiere sulla abilità di arciere di Alessandro, rilevando una certa invidia da parte del padre.

Per Erode diventa un indizio un fatto precedente capitatogli – in cui la caduta di cavallo avrebbe potuto provocare la sua  morte  in una battuta di caccia- che risulta,  secondo lui, esemplare ai fini di una congiura,  per i figli, suoi nemici.

Secondo Flavio  si avvalorò tale pensiero  nel corso delle  torture  perché si disse che durante la caccia mentre Erode inseguiva le bestie  si poteva far apparire che fosse caduto da cavallo e rimanere ucciso con le sue stesse frecce  -Ibidem 316-.

I giovani vengono accusati di voler provocare un incidente di caccia?

Sembra che si voglia corredare di altri indizi una tale accusa aggiungendo  tra gli indagati un  capocaccia  – per l’oro, trovato nella  sua cella,  e per le lance fornite ai servi di Alessandro –  e  il comandante della  fortezza di Alexandreion,  che avrebbe dovuto accogliere i giovani  durante la fuga: si scopre anche una lettera consegnata dalla figlia dell’ archiphrurion, opera di un contraffattore di scrittura, di nome Diofanto, poi effettivamente scoperto ed ucciso per falsificazione di atti giuridici:  quando con l’aiuto di Dio  avremo ottenuto  quanto abbiamo progettato di fare,  verremo da voi. Guardate di accoglierci  nella fortezza, come  avete promesso. –Ibidem,318-.

Erode, comunque, non avendo più dubbi trasse davanti alla folla i torturati affinché accusassero i figli e il popolo li uccise con una tempesta di sassi. Alessandro e il fratello si salvano perché sono protetti da  Tolomeo  e Ferora, che li riportano a  Gerusalemme sotto scorta.

Da questo momento comincia il calvario dei due giovani, che sono divisi, impauriti e   coscienti di avere la stessa sorte, quella di un criminale.

Aristobulo  giunge ad implorare sua zia e suocera, Salome, invitandola a  compiangere le sue disgrazie  e ad odiare l’uomo che consente  tali  cose! Ed  è così stupido  da arrivare ad avvertirla che anche lei corre  pericolo di vita  a causa di Silleo, per l’accusa conclamata di essere sua spia a corte!.

Flavio scrive: Salome riferì la cosa al fratello, che non aveva  più il controllo di sé, ed ordinò di incatenare i due giovani e di tenerli separati  e  di compilare una lista delle accuse da inviare a Cesare.-Ibidem, 323-

Professore, a me sembra che i due giovani facciano solo un tentativo di fuga perché si sentono  in Gerusalemme troppo vigilati e controllati, essendo desiderosi di cercare un rifugio sicuro in Cappadocia ? non si tratta, quindi, di una congiura, ma solo di una organizzazione per una fuga!

Marco, mi sembra che tu anticipi il testo,  comunque, i due  fratelli sapendo del consiglio, dato da Augusto al padre  e della possibilità di rimanere incolumi anche se  scoperti,  hanno un margine di  operatività solo nel senso di una fuga e  sfruttano una tale opportunità. Essi, però, risultano sfortunati anche in questo perché sono scoperti e costretti a confessare  il loro desiderio di fuga. Mentre i due fanno una tale operazione, Archelao,  volendo aiutarli, invia Mela, un ambasciatore, che subito è spiato e controllato da Erode, che, volendo dimostrare che Archelao gli era ostile, convocò Alessandro dalla prigione e lo interrogò nuovamente per sapere dove e come avevano deciso di fuggire. .-ibidem, 325-.

Alessandro, confessando che sarebbe fuggito da Archelao che aveva promesso di mandarli in seguito a Roma,  e che essi non avevano concepito nessuno piano contro il padre,  e che non c’era nulla di vero nelle accuse, formulate dai loro avversari, rimpiangeva la morte di Tiranno e Giocondo, che avrebbero  potuto confermare quanto dicevano lui e suo fratello.

Professore, l’indagine è condotta da Erode o da Antipatro?

Marco,  chi opera non è Erode, ma il figlio, reggente, che Flavio stesso però, non nomina, se  non in questa occasione, nel corso di tutto il restante libro XVI,  in cui si ricorda la morte delle due guardie ad opera di Antipatro, la cui ombra bieca sovrasta la figura debole del re.

Da qui anche l’interrogatorio di Glafira- che risulta un compassionevole confronto col marito, incatenato – per indagare  sulla  congiura, connessa con la corte di Cappadocia,   per estorcere una confessione ad una moglie  innamorata del suo uomo, disposta per suo amore anche  ad autoaccusarsi: gridava di non essere a conoscenza  di nulla di oltraggioso compiuto da lui,  ma, se per salvare lui, era necessario che lei mentisse, accusando se stessa,  era pronta a confessare ogni cosa.

Già, durante l’intervento pacificatore di  Archelao, Flavio aveva mostrato una Glafira innamorata del marito ed attaccata alla sua famiglia e ai figli, tanto che Erode stesso richiedeva per il figlio la mano  della figlia, pregando il re cappadoce di non rompere un tale vincolo  d’amore -Guer Giud. I, 508-.

Ad Erode ora  preme solo provare l’ostilità di Archelao  verso di lui   e perciò, consegna una lettera ad Olimpo e  a Volumnio, che vanno a Roma, da dare ad Augusto ordinando a loro,  nella sosta ad Eleusa, di  dare a corrieri  lettere  per il re di Cappadocia,  accusato di  aver sostenuto  il complotto, architettato dai figli.

Infine Erode ancora insicuro sullo stato d’animo di Augusto a motivo del processo con Silleo, affida l’incarico di contattare, prima  di consegnare  la lettera con le prove, Nicola per sapere dell’esito della causa: senza il positivo assenso del patronus/avvocato non bisogna  chiedere udienza all’imperatore!

Erode, comunque, ha saputo già  da corrieri che  Archelao, davanti ai due romani,  aveva detto  di aver promesso di accogliere  i giovani in quanto  sarebbe stato vantaggioso  e per loro e per il padre,  in modo da prevenire  che lui, in collera, compisse  ulteriori passi contro la loro faziosa  posizione, a causa dei sospetti che gravavano su di loro. ed aggiunse. non li avrebbe inviati a  Cesare  e non aveva stretto alcun accordo  per fare qualcosa  di ostile ad Erode.

Un tale comportamento di Erode sottende  un gioco diplomatico  con un giro di corrispondenze notevole tra le corti ?

Certo Marco, Erode (Antipatro) sa che non ha potestas paterna, essendo in quel particolare momento dell’ inverno 8/7 in disgrazia con Augusto,  per punire i figli anche se per la tradizione giudaica lo potrebbe fare (Deuteronomio 21,21) e tanto meno quella regia senza il placet augusteo.

Solo dopo il verdetto e  nel caso di vittoria del  patronus, Volumnio  ed Olimpo, certamente comprati   a peso d’oro,  possono consegnare le lettere con le prove contro i figli, se Augusto si è riappacificato col re! E chiaro che Erode non ha ancora notizie  di Ottaviano, ma sa che le delegazioni arabe presenti a Roma sono due e quella di Silleo e quella di Dineo-Areta.

Mi può spiegare, questo particolare momento di attesa di Erode?Certo. Marco.

Flavio racconta che, all’approdo dei due romani, da datare in settembre, dell’8 a.C.,  Cesare è già riappacificato e quindi la causa si è svolta ed  il verdetto di Augusto è stato favorevole a Nicola di Damasco, che è stato tanto abile da sorprendere l’imperatore,  in quanto ha solo attaccato Silleo, senza parlare affatto di Erode, avendo messo in contrasto le due delegazioni di nabatei.

Marco, devi tener presente che le cause sono due,  una tra i due pretendenti al trono di Nabatea. Silleo e Dineo  ed una tra Silleo e d Erode per l’episodio di Repta,  Nicola ha raccolto prove,   seguendo l’andamento del processo  per la morte di Obedas e quindi le accuse fatte da Dineo a Silleo, utili per la difesa del suo cliente giudaico:non si escludono  contatti e doni tra gli ambasciatori giudaici e quelli di  Dineo, interessati a vincere contro Silleo!

Infatti, secondo Flavio, Nicola informato dagli ambasciatori arabi  su tutti i crimini di Silleo, ha le prove dello sterminio di amici di Obeda  e della morte  del re oltre a  lettere, per inchiodare l’avversario.

Pur con questa base positiva, comunque, Nicola  non cercò di scagionare gli atti di Erode… non ne sarebbe stato in grado-  ma se invece si trattava di accusare Silleo, avrebbe avuto opportunità di parlare in favore di Erode- Ant Giud., XVI, 339-.

Ho capito, Professore. Nicola si accorda con la parte di Dineo  contraria a Silleo, per l’udienza e per la discussione della  causa in Tribunale?

Così mi risulta, Marco,  Nicola ha  ora dalla sua parte anche Areta che compete alla successione di Obeda e che ha prove da mostrare  all’imperatore nel corso della causa e, quindi,ha diviso il fronte arabo in due parti avverse.

Infatti Flavio scrive: alla presenza di Areta,  Nicola accusò Silleo di un buon numero di  crimini  e tra gli altri della morte del re   e di molti altri arabi  e di aver chiesto prestiti di denarii per scopi scellerati  di  mostrando che era rea di adulterio non solo  con donne di Arabia, ma anche di Roma ed aggiunse l’accusa più grave, quella di aver ingannato Cesare  raccontando null’altro che falsità sulle attività di Erode. 

Augusto  lo interrompe sbalordito e sorpreso, avendo precedentemente creduto alla versione data da Silleo! Perciò l’imperatore,  ora, formula la  domanda non più unica ma in modo più completa circa Erode:ha condotto l’esercito in Arabia? Ha ucciso 125 persone? Ha preso prigionieri? ha saccheggiato la regione?

Secondo Flavio- Ibidem 342-343-  prima  Nicola rispose che certamente aveva qualcosa di interessante  da dire a proposito di queste  accuse: nessuna di esse era vera per come era stata sentita da lui  o almeno non tale da meritare molta indignazione, poi  l’avvocato, conquistata la simpatia di Augustoqualche anno dopo sarà alla sua corte e scriverà Storia universale in lingua greca  gareggiando con Tito Livio!- può perorare la causa di Erode parlando dei 500 talenti, del contratto stipulato in base al quale, giunto a compimento  del tempo convenuto, il re giudaico  aveva diritto di riavere tutta l’intera somma  presa in prestito   dall’intero paese di Silleo, di fare la spedizione militare, che non era in realtà una  spedizione militare, ma una  giusta riscossione di quanto a lui dovuto, ed infine  può mostrare come Erode  abbia fatto tutto le cose per benino  senza fretta, col permesso di Volumnio e Saturnino, coi quali si era stabilito di far giurare sulla fortuna di Cesare  che entro  trenta giorni  avrebbe restituito il denaro e  quelli che erano fuggiti dai domini di Erode.

La peroratio per Erode,  un re andato contro uno spergiuro,  ha la seguente conclusione altamente retorica, ma equilibrata nelle parti nonostante il climax ascendente: Come poteva essere guerra  quando i tuoi governatori  l’avevano autorizzata?  quando era prevista dall’accordoquando il tuo nome, Cesare, fu profanato insieme a quello degli altri dei?/hsebhmenou  de metà toon alloon theoon kai tou soou…onomatos;

Professore, la ringrazio per la spiegazione, ma queste ultime parole, scritte da  Flavio, un giudeo romanizzato ed ellenizzato, che vive  in epoca domizianea,  per me sono un prova  del culto dell’imperatore  in Oriente, anche in età augustea. E’possibile? Noi cristiani, quindi, sbagliamo a non considerare il culto orientale di latria  dell’imperatore, sotto Augusto?

Marco, premetto che la nostra storiografia, dominata e condizionata dai Padri apostolici, dagli Apologisti e Padri della Chiesa, ha l’impostazione divina del Christos e perciò  trascura ogni forma di eusebeia e latreia pagana. Affermo che esiste sicuramente nelle province che versano tributi al fisco imperiale, governate da legati dell’imperatore, come Egitto, Giudea e Siria, mentre c’ è quello della Dea Roma nelle altre province senatorie. Per Flavio, Nicola parla di un Silleo che compie empietà./asebeia, profanando il nome augusto imperiale  e quello degli altri dei, intorno all’epoca della nascita di Cristo.

Bene. Riprendiamo il nostro racconto e  mi dica la fine di questo processo.

Flavio, dopo aver mostrato che si tratta di banditi della Traconitide, una quarantina circa di capibanda, accolti da Silleo e protetti per lo sterminio di  tutti gli uomini, da lui, che traeva profitto dal loro latrocinio, mai consegnati ad Erode, come promesso davanti ai governatori, e dopo aver denunciato la calunnia, fatta con finzione  e falsità per provocare l’ira imperiale, fa affermare solennemente a Nicola: io sostengo  che solo quando la forza araba  ci attaccò e cadde uno o due uomini di Erode, lui prese semplicemente a difendere se stesso  e cadde Nakebo, loro comandante  e circa 25 di loro in tutto,  Silleo lo moltiplicò per cento  asserendo che i morti erano 2500. – ibidem,350-.

Augusto,  letti i contratti del  prestito,  le lettere dei governatori, indicanti il numero delle città rovinate dal fenomeno dei lhistai,  condanna  a morte Silleo, si riconcilia con Erode  e si rammarica di aver usato aspre maniere nei confronti del re giudaico, proclamando davanti al consiglio di aver agito in modo ingiusto verso un amico.

Nicola  non solo vince la causa contro Silleo, rinviato in patria per pagare la sua punizione  e soddisfare i creditori, ma predispone  Augusto a concedere tutta l’Arabia ad Erode!.

Possibile, professore, che Augusto sia così influenzato tanto da  assegnare ad un vecchio rincoglionito  e malato l ‘Arabia, togliendola  a Dineo,  che pur ha contribuito  a stroncare le velleità di Silleo, nonostante il crimen di usurpazione del titolo di basileus!

Augusto, Marco, ha anche lui  gravi problemi per la successione, pressato prima,  da Giulia Livia  Drusilla che impone dopo la morte di Druso nel 9, suo figlio  Tiberio, come  erede al trono, divenuto, anche se   malvolentieri marito della corrotta Giulia,già nell’11.  Poi è circuito dalla figlia, che pretende che siano eredi i  figli suoi e  di Agrippa, Gaio e Lucio,  contrapposti al marito – da cui ha avuto un figlio, poi morto ad Aquileia,  durante la campagna illirica-, che, console nel 7  ed insignito della tribunicia potestas, decide di ripudiarla e di ritirarsi a Rodi.(Svetonio,Tiberio X).

E’ probabile quindi  che nel 7 a.C.  Augusto sia consigliato da Tiberio e  da condottieri militari  come Lollio, Quirinio e Varo, Iullo figlio di Antonio,- eletto governatore di Asia-, uomini legati ai figli di Agrippa,  a riflettere sulla scelta del vecchio e malandato  Erode  e a considerare meglio la candidatura di Dineo,  giovane arabo, amato dai Nabatei, nonostante la frettolosa  assunzione di potere,  causata dalla competizione con Silleo.

Secondo Flavio, Augusto ci ripensa quando gli arriva la lettera   di Erode con le prove contro i figli e  decide di fare re Areta, /Dineo Ainias  e di  accettare i suoi doni, dopo  averlo rimproverato di non aver atteso l’autorizzazione romana.

Questa è  la motivazione della non elezione di Erode: un uomo anziano e così tormentato dai figli non poteva essere gravato del peso di un nuovo regno!.

Ed allora che succede nel regno di Erode,  dopo la pacificazione del re con Augusto? Erode,  ora che è lieto per la riconciliazione  e per la piena potestas sui figli,  come si comporta?

Neanche lo puoi immaginare, Marco.  Leggiamo insieme Flavio e capirai:  E come prima, quando gli affari  non andavano bene,  si mostrava severo  ma non avventato  né precipitoso  contro i figli, così ora  che gli affari andavano meglio  ed aveva libertà di azione, ostentava il suo odio e  il suo potere.-ibidem-.

Professore, devo dedurre che è un vecchio difficile, imprevedibile, ormai deciso a vendicarsi delle  presunte offese dei figli asmonei, sollecitato e guidato da Antipatro!

A Berito Erode deve riunire  quelli che giudicheranno i figli- che comunque, tiene lontani dal tribunale,  a Platana, nei dintorni della città e perché possono impietosire i consiglieri e perché sanno difendersi bene- a parole -e perciò,  convoca i governatori di Siria  e i notabili, ma non chiama Archelao, ritenuto non idoneo,  perché a lui ostile e perché suocero di Alessandro.

Riunisce, dunque, i 150 membri del tribunale, in un’ostentazione del suo potere regio e del suo personale odio  familiare, pur rispettando il volere di Augusto,  dimostrando, comunque,  di non volere interferenze nel suo già maturato giudizio di condanna.

Noi abbiamo due discorsi uno da Guerra giudaica I, 2.3 540-543  ed uno  da Antichità giudaiche XVI,362-365.

Mi piace farti notare  la conclusione finale, prima di esaminare le fasi del processo, del discorso di Erode che  lui era preparato  a farlo nella su patria e nel suo regno, ma aspettava il loro giudizio. Comunque, essi  non erano venuti tanto  per essere giudici  di evidenti crimini dei suoi figli che egli aveva quasi fatalmente  tollerato, ma affinché avessero l’opportunità  di essere partecipi del suo sdegno.Infatti è conveniente  che anche i più lontani non restino indifferenti di fronte a complotti così gravi – Ant Giud.XVI, 366-.

Mi sembra chiaro, Marco, che il re non vuole il giudizio del tribunale ma tenda a dare un esempio storico a tutti di fermezza e di  rettitudine!

E’ così megalomane!?

Credo di si.

Comunque, in Antichità giudaiche,  Flavio evidenzia i precetti di Augusto – in caso di complotto  siano condannati a  morte, in caso di tentativo di fuga sia sufficiente una pena adeguata- rilevando  la composizione  del  Dikasterion di Sidone con gli egemones (Saturnino, Pedanio  e il procuratore Volumnio)  i membri consiglieri  che sono uomini scelti tra i parenti ed amici (Ferora e Salome), tra i notabili di Siria, ad eccezione di Archelao.

Flavio riporta il discorso di Erode che risulta un attacco contro i figli, accusati  meno  per il complotto/thn epiboulhn, che per le  parole di fuoco contro di lui/loidorias,  skommata, ubreis, plhmmeleias, che sono  per lui peggiori della morte, anche se si tratta  di insulti, prepotenze insolenze, offese.

L’ autore rileva la votazione senza che nessuno possa intervenire e contraddire: Saturnino  e i suoi tre figli presenti votano per la condanna ma escludono la morte, mentre tutti gli altri   cominciare da Volumnio, votano per la condanna a morte, facendo notare che nessuno è convinto della colpevolezza degli imputati e che alcuni lo fanno per compiacere il re, altri per odio verso di lui considerando tutti  i presenti sdegnati ed irritati  più per il crimen del padre che dei figli: deduco questo ultimo pensiero da   di’aganakthesin  che indica la tensione emotiva  di uomini e  di padri  che devono  assistere impotenti ad una tragedia familiare, preordinata.

Secondo Guerra giudaica, I,543, da quel momento l’intera Siria  e la Giudea trattennero il respiro  essendo meteooroi, sospese,  aspettando la fine del dramma/ to telos tou dramatos  e nessuno credeva che Erode sarebbe stato crudele  fino al punto di uccidere i figli.

Antichità giudaiche, invece,  indica il numero dei presenti al dikasthrion (150) rimasti  stupiti di fronte ad un padre non compassionevole per le innumerevoli sciagure, capace di parlare inverosimilmente  contro figli.

Viene mostrato un padre che non consente ai membri del consiglio di  esaminare le prove  e che offre uno spettacolo vergognoso  per servirsene come argomento di difesa, reso ancora più orribile per la lettura ad alta voce delle lettere  scritte dai figli- da cui trapelava non un  complotto, ma solo la volontà di fuga  e di preparazione di un piano adeguato, in cui  c’erano solo ingiurie verbali-.

E’ chiara la figura di un padre crudele, che  vuole concludere con la condanna a morte, prevista da Augusto solo in caso di complotto scoperto, che non ha bisogno di autorizzazione imperiale perché nel suo regno vige il Deuteronomio – una delle cinque parti costituenti la torah/nomos legge  mosaica–  che glielo permette.

Naturalmente,  professore, i due imputati  non sono introdotti in Tribunale perché i membri del consiglio  non riuscendo a calmarlo  e  non potendo tentare una riconciliazione,  nauseati dalla esibizione del re, decidono di ratificare la sua  autorità, senza ascoltare gli imputati.

Comunque, Marco, terminato il processo, Erode non sembra soddisfatto e del tutto tranquillo se,  tornando da Berito, si reca Tiro portando i due figli e li attende il  ritorno di Nicola  da Roma, gli chiede cosa pensano i suoi amici romani circa i suoi figli, dopo avergli comunicato il verdetto del Dikasterion.

Flavio scrive: Nicola rispose  che, seppure  ritenessero che  le intenzioni  dei due figli  verso di lui non erano  filiali, tuttavia  egli doveva  semplicemente imprigionarli e mantenerli in prigione e consigliavano: se proprio hai risolto di punirli in una maniera diversa non appaia che tu  segua la via della collera ma piuttosto quella della  ragione.  Se, invece  scegli di assolverli, non lasciare  che la tua infelice posizione non abbia un rimedio.-Ibidem 372-.

Il consiglio è secondo la volontà di Erode! E’ bravo, Erode! Comunque, Flavio non mostra, professore, come gli abitanti del suo regno attendono l’esito della  vicenda?

Flavio  lo mostra ed attesta che dopo l’approdo al porto di Cesarea tutti i giudei  iniziano parlare dei figli aspettando di vedere che cosa sarebbe stato di loro.

Secondo  Flavio  -Ibidem,374 –Una paura terribile colse tutti quanti avevano partecipato  alla lunga disputa selle due fazioni, giunta ormai alla tragica fine; ed erano angosciati per la sofferenza dei giovani.Tuttavia, non si poteva né  dire qualcosa liberamente né  udirla  detta da altri senza pericolo: ognuno teneva ben chiusa in se stesso la propria  sentimento compassionevole e tutti, con pena,  portavano con sé la propria profonda sofferenza ma non ne parlavano. 

In uno stato di  generale prostrazione c’è, però,  qualcuno che risveglia il sentimento comune: è un popolano militare, probabilmente un amico di  Erode, compagno di battaglie!

Flavio (Ibidem, 375-376) scrive:  un vecchio soldato, di nome Tirone, invece, avendo un figlio della stessa età d Alessandro,  suo amico,  parlò liberamente  di tutte le cose  che gli altri sentivano  dentro di loro ma dissimulavano in silenzio. aggiungendo che diceva in pubblico che tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia , distese su tutte le cose come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze più grandi  erano visibili ai traviati peccatori.

Tirone   è considerato da Flavio un vero uomo,  un  soldato,  popolano di animo nobile, parrhsiasths, comunque, capace di   interpretare  quanto ognuno ha nel suo cuore  perché  per timore non parla.

Flavio scrive:  ognuno  era lieto di ascoltarlo  dire quelle cose che  lui pure avrebbe detto  e, mentre tutti  se ne stavano in guardia e  in silenzio,  per la  propria sicurezza,  approvando tuttavia  la sua franchezza perché l’attesa tragedia obbligava tutti a parlarne, Tirone si spinse fino alla presenza del re. 

Tirone fa una brutta fine?! Certo Marco.

Fatta richiesta di parlare da solo ed avutala, disse:  o re, nonostante voglia la mia salvezza, non sapendo sopportare questo affannoso tormento, ho scelto un’ardita libertà di parola, che potrebbe essere vantaggiosa  e necessaria per te, se ne fai un buon uso. Dove sono andati a finire e  dove sono caduti i sentimenti viscerali del tuo animo?. Dove dunque, la tua mente sagacissima con cui tu hai conquistato molti  e grandissimi trionfi? che è questo deserto di amici e parenti?ibidem,380

L’uomo ha capito, professore, tutto!. Erode non ha più ne ths psuchhs phreneis  la nous  ed ha invece  un deserto erhmia di amici e parenti che inoltre non lo consigliano bene. Manca in questo  attacco di Tirone il nome di Antipatro, che, comunque è sotteso in quanto afferma che un tempo lo stato era felice ma ora, in  assenza  del re, esiste solo disordine nemmeno visto!

Da qui l’invito a vedere, ad aprire gli occhi non solo sulla situazione disastrosa del  suo regno, dovuto ad autori  ormai scoperti, ma specialmente entro se stesso.

Seguono due invettive  come domande inquietanti: la prima è quella di un uomo del partito asmoneo, che disprezza anche il gruppo dirigente idumeo: toglierai la vita  a due giovani nati da una moglie  regina e modello di ogni virtù, e ti affiderai nella tua avanzata  età  ad un unico figlio che ha ripagato  male la speranza, che tu hai riposto in lui e nei tuoi familiari che tante volte hai condannato a morte? la seconda, duplice, è tipica di un popolano e di un soldato: non comprendi che, pur tacendo, la folla vede il tuo errore  e teme inorridita il tragico evento?  non vedi che tutto esercito coi comandanti detesta gli autori del misfatto e ha pietà dei due giovani sfortunati?

Erode, vecchio, vuole sentire gratificazioni e finché  Tirone resta  sul piano memoriale ed alterna verità ed elogi, sembra seguire, ma quando il soldato  inizia a trattare dei tragici eventi ed accenna alla responsabilità della famiglia idumea ed invita a vedere dentro se stesso e a capire la reale situazione di un popolo  filoasmoneo e di una esercito favorevole ad  Alessandro, timoroso dell’adesione militare e popolare,  entra in agitazione e comanda  di gettare in prigione e Tirone e i comandanti dell’esercito.

Secondo lei, professore, il colloquio è veramente privato tra il re e il soldato?

No. Tirone ottiene di essere sentito solo da Erode ed amici, nella sala del trono, sotto lo sguardo dei militari di servizio, in forma privata e non solenne. Dalla domanda si comprende che non conosci  la regola di base di una basileia: la sicurezza ed integrità  fisica del sovrano orientale è il principio stesso della sovranità con proskunesis,  che, però, non vige in  Giudea, dove Jhwh è dominus assoluto, a cui si deve l’adorazione.

Il sovrano è in cattedra, sul trono, con a fianco il visir o consiglieri delegati, con o senza regina, mentre  chi è convocato, dopo un periodo di attesa, è scortato da guardie  che passano tra militari , armati, di postazione, dritti  a destra e a sinistra del soglio regale, fino  ai suoi piedi, a debita distanza, naturalmente senza armi,  e può parlare dopo che lo scriba dice il nome. Nel caso di Tirone,  accanto al  trono di Erode, c’è sicuramente Antipatro, come coreggente.    Grazie, professore per la precisazione circa  l‘aula regia. E che succede dopo l’imprigionamento di Tirone, quando Erode e la corte sono entrati in fibrillazione per la paura di una stasis/rivolta.?

Il clima di paura fa aumentare le delazioni tanto che il barbiere di Erode, Trifone, si presenta al re e gli confessa  che Tirone lo ha esortato a tagliargli la gola, promettendogli di farlo diventare uno degli amici di Alessandro.

Erode(Antipatro) ordina che Trifone sia arrestato e torturato come Tirone  e suo figlio.

Mentre gli uomini sono torturati e il vecchio soldato è muto, il figlio  per liberare il padre e se stesso dai supplizi, dice di dire la verità se smettono di torturarli e rivela che Tirone avrebbe dovuto uccidere il re quando era solo con lui  e in caso di insuccesso avrebbe, comunque, fatto  un nobile servizio.

Probabilmente Tirone è uno zelota- anche se ancora la setta/airesis  non è costituita- che immola la propria vita per il bene comune, come martus testimone della tradizione patria, in quanto eletto del Signore!

Erode, allora, entra in uno stato di frenesia, che lo sconvolge  e lo spinge a seguire il piano di uccidere i suoi figli, accecato dal giudizio  di colpevolezza, certo  del complotto, si chiude ad ogni idea per un consiglio migliore, escludendo ogni insicurezza e perplessità.

In questo è ulteriormente radicato dagli accorti  e graduali suggerimenti di Antipatro.

Erode, allora, fa  portare davanti al consiglio  trecento capi  militari, convocati, dopo le incaute parole di Tirone- che muore col figlio e col barbiere – e li fa lapidare ed  uccidere con qualunque mezzo  dalla folla inferocita.

Alessandro ed Aristobulo (Ibidem,394)  furono condotti a Sebaste  per ordine del loro padre  e vennero uccisi per strangolamento. Durante la notte i loro corpi furono portati nella fortezza  Alexandreion dove erano sepolti il loro nonno materno e la maggioranza dei loro  antenati.

Professore, si sa la data precisa della morte dei due innocenti, sfortunati figli di Erode?

Nessun critico – neanche Emil Schuerer, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù (175-a.C.-135 d.C)  Paideia 1985-1998, né St.J. Thackeray, Iosephus the Man and the Historian, New York 1929- azzardano una precisa data anche   se c’è un certo accordo sull’anno 7 a.C. A mio parere, si potrebbe ipotizzare il periodo tra la Pasqua e la Pentecoste, in relazione al sorgere delle voci  sul Falso Alessandro cfr Il falso Alessandro ed Augusto www.angelofilipponi.com e agli atti compiuti in quei cinquanta giorni da Erode ed Antipatro cfr. Giudaismo romano I ebook Narcissus 2012.

C’è un giudizio del sacerdote Giuseppe, fariseo per elezione, sulla morte dei due innocenti?

Certo. Marco.

Flavio ne parla a lungo (ibidem,395-404) secondo il pensiero farisaico, basato su eimarmenh /fato, in cui si mostra  che le azioni umane sono  preordinate ad un compimento da una necessitas, per cui non vi è nulla  che accada senza di essa. Comunque, da sadduceo  ritiene che tutto avvenga secondo una strana oikonomia divina, anche se in questo caso  rileva che sono affogati i sentimenti di natura  a causa di un odio,  lungo, cresciuto col tempo, sempre più esteso fino alle estreme conseguenze. Flavio, però, anche se è incerto tra il biasimo  dei giovani  – che dànno continua esca  all’ira  del padre, amareggiandolo al punto di farlo arrivare con la loro spavalda azione e con la boria aristocratica  alla più ignobile delle azioni-  e quello del padre- insensibile  per l’eccesso di potere  e di gloria-  è sicuro, tuttavia, che la tragedia si compia per il clima di calunnie,  per la presenza di adulatori e di critici impietosi, maligni ed intemperanti, manovrati  dalla mente  perversa di Antipatro, che sa gestire  ambiguamente, ai fini della bramata successione, e volgere l’odio dei giovani  a  loro danno  e a suo personale vantaggio.

Flavio, considerando i due giovani  innocenti, vittime di un padre ancora  potente grazie  a Roma, lo  ritiene abominevole esecutore di una condanna innaturale neanche voluta dall’imperatore, fatta da anziano e da empio  per la sacralità del sangue regale  asmoneo, e lo vede come  personaggio miserevole, vittima lui stesso del figlio che, però,  seguita fino alla morte ad essere spietato e a non risparmiare nessuno, nemmeno i suoi più cari amici.

Anche per me  Erode negli ultimi 6/7 anni di vita è persona veramente  tragica!

Marco, la figura di Erode è da rivalutare, nonostante gli ultimi anni in cui l’autore ( e chi per lui)  tende al dramma e al romanzo  e lo mostra trascurato nell’amministrazione del regno e quasi indifferente alla  rovina dello stato e alla condizione della Iudaea,  già destinata all’annessione, lacerata da forze nazionalistiche belligeranti fra loro  in quanto hanno obiettivi diversi, data l’influenza aramaica, da una parte, e il sistema ellenistico finanziario economico,-  che produce un’immensa ricchezza giudaica, a seguito della  pax augusta/ eirene sebasth-  da un’altra-.

Erode, dopo la morte dei due figli, non è più lui: ha ceduto, di colpo, le redini del comando e sente il peso degli anni, avendo piena coscienza  che il  suo tempo è finito, come pure quello della Iudaea, un piccolo stato  che è  proprietà  dell‘imperator, che lo gestisce da Roma tramite funzionari, insieme a Siria e ad Egitto, come un possesso personale, dopo che ha esperimentato la soluzione con un re cliente, in attesa di censimento, cioè della maturazione e dell’integrazione del popolo giudaico di lingua aramaica, semibarbarico,  nella cultura romano-ellenistica,  di cui la pars  aristocratica sacerdotale, da decenni  è partecipe con le sue colonie diffuse in ogni luogo dell’ecumene, dotate di trapezai /banche, di emporia/ magazzini e di ekklesiai /comunità commerciali.

Il vecchio re sa che è finito il suo tempo  e vede in pericolo lo stesso  potere templare, fonte di immensa ricchezza per Roma -che divide coi sadducei  il tributo di ogni giudeo,annuale, di due dracme, proveniente non solo  dalla provincia giudaica, agricola,  ma anche  da oltre un milione di  confratelli di Parthia, e specie  dai 2.500.000 di fedeli  ellenisti, emporoi, trapezitai, nauarchoi, kapeloi, methoroi, banausoi, teknitai dell’Asia, della Siria, dell’Egitto- lungo le due vie nilotiche, canopica verso l’interno  dell’ Africa e pelusiaca  verso l’India tramite il mare Eritreo – di Macedonia, di Acaia, e di tutto regioni del  bacino del Mediterraneo con le isole  e perfino  di quelle oltre le colonne d’Ercole in HIspania, in Gallia e in  Britannia  dove ci sono apoikiai giudaiche  che hanno come centro Gerusalemme, la città santa..

Flavio, che conosce il decreto di Vespasiano e di  Tito  contro gli alessandrini e gli antiocheni  – che chiesero invano l’abrogazione  dei diritti di cittadinanza  ai giudei vinti (Ant.Giud.  XII,121), – anticipa perfino le preoccupazioni di Erode, circa il popolo, circa Gerusalemme e il Tempio, cosciente che gli editti /dogmata di Domiziano, dominus et deus, ormai mettono in pericolo non solo la terra santa ma anche il commercio giudaico- ellenistico, essendo tolta la libertà di parlare e di ascoltare (Cassio Dione, St .Rom, LXVII, 4) al senato, ai filosofi, alle minoranze.

Flavio, più di Erode,conosce il valore universale del giudaismo e  sa che Sion è ancora  il tempio, il punto di incontro tra il Dio vivente  e suo figlio, ed ora il popolo ebraico, anima dell’ecumene!  Sion  è per i giudei  del Regno di Erode e per i giudei aramaici di Parthia e per  i giudeo- ellenisti della diaspora  la pupilla dell’occhio,  è la patria  a cui tendono i fedeli di tutta l’ecumene, è  la terra come il luogo santo  dove ogni ebreo vuole la  sua sepoltura, dove per legge deve andare annualmente a fare sacrifici  per il culto di Jhwh!.

 

 

 

Archelao, figlio di Erode

Archelao, figlio di Erode

Giuseppe Flavio  parla  di Archelao per la prima volta quando il giovane è a Roma col fratello  Erode Antipa e coi fratellastri per motivo di studio (Ant.Giud., XVII,79-80) e poi alla morte del padre (Ibidem,188-199) ed infine,  lo segue dagli inizi del suo  regno fino all’esilio (Ibidem,200-355). Venti anni prima, invece, in Guerra giudaica, ne aveva parlato-alla fine del I libro  per mostrare la situazione della Giudea  subito dopo l’uccisione di Antipatro –  nuovo testamento,  morte  successiva  di Erode e  successione di Archelao  ton presbubaton uion  (663-673)- dopo  la liberazione da parte di  Alexas e Salome  dei prigionieri dell’ippodromo, dopo la convocazione di un ‘assemblea plenaria nell’anfiteatro di Gerico   ad opera del curatore del regno Tolomeo, che, avendo  l’anello col sigillo ton sementhera daktulion, glorifica il re morto, rivolge esortazione al popolo, legge  la lettera per i soldati invitati alla fedeltà al successore, apre le epidiathkai  i codicili testamentari e proclama la elezione di Archelao,  a cui affida l’anello e  gli atti amministrativi del regno  da consegnare,  in un plico sigillato, a Cesare, destinato a convalidare le volontà erodiane e a dare legittimo potere al nominale eletto.

Professore, lei ha fatto una rapida sintesi, situazionale,  per mostrare i fatti subito dopo la morte di Erode e le sue volontà testamentarie a favore del figlio maggiore  Archelao. Ha posto, però, il problema di due visioni della figura di Archelao, in relazione al telos/fine  delle due opere, diverso a seconda del particolare momento di scrittura.    Certamente mi vuole mandare un messaggio sotteso rispetto all’unicità sostanziale dello stesso racconto. Quale?

Marco, la sostanza  del racconto del Regno di Archelao  sembra la stessa nelle due opere, ma i particolari  sono spia di due diverse intenzioni, sottese,  dell’autore. Non c’è dubbio che la parte finale del I libro (33.8-9) e quella iniziale del II libro di Guerra giudaica (II.1-7) siano migliori,  e per forma  e per vivacità narrativa, della trattazione fatta in Antichità  Giudaiche XVII. Mi piace  rilevare questo inizio di regno di Archelao  con le parole testuali dell’autore: si levò un grido di giubilo per Archelao e venendogli incontro a schiere insieme con la folla, i soldati gli promisero il loro sostegno. e glielo invocarono anche da parte di Dio.

Dopo l’acclamazione militare, professore, so dalle due opere di Flavio  che Archelao si occupa dei funerali del padre. Quale differenza nota nella narrazione  dello stesso episodio? Apparentemente nessuna, ma ognuna ha una visione propria, in relazione al telos  generale.

 Flavio, mostrato il letto tutto d’oro tempestato di pietre preziose, la coltre di porpora  variopinta, il corpo avvolto in  vesti purpuree col diadema sul capo e con sopra un’altra corona  d’oro e con lo scettro nella destra, dice chiaramente : Archelao non trascurò nulla per la loro magnificenza, ma fece portare fuori  tutti i tesori del re  come accompagnamento del defunto….aggiunge che  intorno al letto c’erano i figli  e  la folla dei parenti  e la sua guardia del corpo costituita da Traci,  Germani  e Galli; seguivano i comandanti e subalterni  e 500 schiavi e liberti che portavano incensi  formanti una processione che avanzava ordinatamente per 200 stadi fino ad Erodion, il luogo  di sepoltura. e poi   e conclude informando  che Archelao ha apodhmias anangkh/  necessità di vita, fuori della patria, cioè di un allontanamento dal suo popolo, subito dopo i sette giorni di lutto.

L’autore sembra dire la stessa cosa nelle due opere, professore, ma lei mi marca, per la definizione dell’esatta figura di Archelao, che tutto dipende da questa necessità di recarsi a  Roma per avere l’investitura da parte di Augusto, compresi i  nuovi disordini /neoi thoruboi! Mi vuole far notare che i suoi successivi atti (offerta al popolo di un sontuoso banchetto- dopo aver indossato la veste bianca- l’ingresso al tempio  acclamato dalla folla, il saluto e il ringraziamento ai molti  per aver partecipato al funerale del padre  e per l’omaggio a lui reso, anche se non ancora re legittimo)  e le sue stesse dichiarazioni di astensione dal potere, finché non c’è la ratifica romana,  comprovata dalla non accettazione del diadema da parte dei militari a Gerico,  sono  atti equivoci e tipici di un erodiano, ambiguo nella politica filoromana, come lo stesso autore, all’epoca della scrittura  che, da apostata e da traditore, serve il vincitore e fa lo storico ufficiale di chi  ha distrutto il Tempio?!.

Certo, Marco.  io rilevo in una visione globale  storica una precisa funzione in Archelao e in Flavio stesso, che sono paradigmi in una oikonomia tou theou.  Considera che Archelao  si pone come un basileus/re   su un upselon bhma  un tribunale e che annuisce alle richieste popolari, ben conscio della presenza di farisei ed esseni  rivoluzionari, disposti a vendicare  i martiri, uccisi da Erode per aver distrutta l’aquila  davanti al Tempio: anche se giovane immaturo, i suoi atti sono studiati perché guidati da un consilium regis,  sadduceo che opera  in  relazione alla situazione giudaica, consapevole che il regno erodiano è pars dell’imperium romano, che è, comunque, sotto la protezione di un Dio padre.

Capisco, professore, che Archelao pronto per la partenza, non volendo  disordini, accoglie le richieste popolari  (ridurre le imposte epikourizein tas diasphoras ed abolire le tasse/anairein ta telh  rimettere in libertà i prigionieri ) ed  è,  suo malgrado, consenziente a quanto succederà secondo la volontà di Dio. Non mi è chiaro, però, perché lei rilevi che la  personalità di Archelao è letta da Flavio in modo diverso a seconda del momento  della scrittura delle due opere e dell’indirizzo  specifico dello scriptorium, operante all’epoca?

Mi dispiace  per il difetto di comunicazione! spero di correggermi e  di spiegarmi meglio. Marco,  seguimi bene  nel  ragionamento.   Guerra giudaica e  Antichità Giudaiche  sono frutto di uno studio non di un singolo scrittore,   sacerdote di cultura aramaica, un  sadduceo che segue l’airesis farisaica – e quindi già è contraddittorio in se stesso-  ma di un giudeo  e di  un gruppo di letterati che traducono il pensiero scritto in aramaico, inizialmente,  con una precisa ideologia in un’ altra lingua,  greco, che sottende la cultura  implicita  della paideia ellenistica,  che contrasta con la musar ebraica. Ora lo scriptorium, con uomini di diversa cultura, ha una sua funzione a seconda del momento storico. Perciò, anche la figura di  Archelao, come basileus re  che si siede su un trono d’oro  e si comporta come sovrano /oos pros bebaion hdh basiléa ha funzione diversa, a seconda dello scriptorium.

Professore, dico quello che ho compreso finora:  lei mi vuole comunicare che Flavio nel 74 d.C., anno della pubblicazione di Guerra Giudaica invia un messaggio all’intero kosmos romano, della venuta dall’ Oriente di un soothr, Vespasiano,  che porta pace e giustizia, dopo l’ anno terribile 69,  a seguito della morte di Nerone e che  dal male della  guerra giudaica e della guerra civile  Dio fa sorgere un  bene anche per Occidente  inviando il salvatore, che forma una nuova dinastia di euergetai: questo è il messaggio del gruppo di  scrittori riunito intorno al sacerdote ebraico, Giuseppe ben  Mattatia,  che ha l’ordine imperiale di scrivere la  Storia della Iudaea capta  sulla base dei suoi appunti aramaici, coordinando il lavoro per evidenziare e propagandare  la missione  di Roma  aeterna, la sua funzione civilizzatrice  e lo specifico mandato divino per il nuovo imperatore  e la sua casata  degna di regnare e di succedere alla domus aristocratica gulio-claudia, per il bene dell’umanità,   seguendo le linee della storiografia romano-ellenistica, anche in senso giuridico.

Benissimo. Marco! Questo è l’intento dello scriptorium, guidato dallo storico ufficiale giudaico nel  74, mentre  per  Antichità giudaiche c’è un’altro scriptorium,  in altra epoca, che  scrive sempre in greco  non la storia  soterica di salvezza universale  ma la storia di un popolo, prediletto da Dio suo padre, che ha cura del figlio prediletto seguendone la toledoth/le varie generazioni nel kosmos  romano ellenistico, in cui vive  come pars di un imperium, alla pari, simile agli altri popoli che seguono la giustizia  con un propria funzione,  al momento, non riconosciuta, data la particolare pietas  giudaica, che impedisce l’effettiva amalgama con gli altri. Comunque, Marco,  procediamo con ordine anche per ricostruire la reale figura di Archelao,  che per disposizione testamentarie  è erede di Erode, che siede sul trono del  padre secondo giustizia. Dunque, Archelao,  accogliendo le richieste popolari scatena una rivoluzione  e  Filippo,  suo fratellastro che lo sostituisce, non può mantenere le promesse di essere migliore del padre tou patros ameinoon e tanto meno può liberare  i prigionieri/ apoluein tous desmotous. In una tale situazione il giovane  di 19 anni, che  promette  e parte, lasciando il reggente nei guai  è menzognero! Archelao, inoltre, mentre si dirige verso Cesarea Marittima,  incrocia  Tizio Sabino, il  quaestor ad census accipiendos, incaricato  di mettere sotto sequestro i beni erodiani e controllare  le proprietà terriere imperiali di Traconitide e quindi non dovrebbe più  aver fretta di partire!  Avrebbe dovuto  almeno attendere per vedere cosa  sarebbe successo, dopo aver sentito le ultime disposizioni imperiali! Avrebbe dovuto affrontare la folla ed impedire ogni azione preliminare all’apotimhsis /al pagamento,  opponendosi al volere di Sabino, sapendo che, altrimenti, si  sarebbe scatenata la neoteroopoiia e ci sarebbe stato l’intervento repressivo da parte dell’esercito del governatore di Siria, Quintilio Varo imparentato con la domus Augusta, di cui ovviamente conosce i mandata / piani ! Archelao,  invece, ringraziata la folla, va  con gli amici a banchettare dopo aver fatto il sacrificio rituale, mentre già i facinorosi iniziano il compianto dei propri morti reclamando  la punizione dei favoriti di Erode e  la  deposizione del sommo sacerdote  Jhozar, desiderosi di creare pontefice un uomo più puro e pio,  cosa arbitraria, non possibile per Legge!. Il re, non ancora re legittimato da Roma, ha fretta di partire per ottenere l’agognato regno, e, forse, mal consigliato,  invia un comandante militare con pochi uomini per far desistere  il popolo che, numeroso, è nel tempio, costituito da fedeli non solo aramaici  del regno giudaico, ma anche forestieri ellenistici e parthici, giudei anche loro, venuti  per la festa  di Pasqua per fare sacrifici e riti! Per la folla di fedeli l’arrivo del comandante militare, che pur è sollecito a trasmettere  l’ordine Archelao  a desistere  da ogni rivolta, è una provocazione  e suona come invito alla neoteropoiia.

Professore,  devo capire che la folla non solo non recepisce il messaggio del re, ma comprende che il figlio come il padre reprime la volontà popolare e che, essendo menzognero, promette ma non può mantenere! la reazione popolare è, infatti,  la lapidazione dei militari, i quali  subito  vendicano  i compagni, quando Archelao, temendo di non poter tenere a freno il popolo, senza spargimento di sangue, fa intervenire thn  de stratian …olhn/l’esercito al completo.

Lei mi vuole dire, che Archelao, che sta arrivando al porto, nonostante le promesse, inviando l’esercito è conforme alla logica romana di repressione ed ha un atteggiamento  simile a  quello  attuato  poco tempo prima  da Erode su  Mattia di Margalotho e su Giuda Safireo?  A parole  dice una cosa,  a fatti ne fa un’altra!.

Marco, Flavio  su questo episodio fa discutere a Roma  a lungo i fautori di Archelao e  i loro oppositori, ed è quindi un conoscitore dei fatti, avendo fatto accurate ricerche lui  sadduceo per nascita e per scelta fariseo,  pur con le contraddizioni di un ellenizzato e romanizzato,  ha orrore nel descrivere da una parte la fanteria  che opera all’interno della  città  a ranghi serrati e la cavalleria che  rastrella  e massacra  nella piana del Cedron, disperdendo i  fedeli verso il Monte degli Ulivi  e dall’altra  i vari gruppi di uomini che attendono alle cerimonie sacrificali,  su cui piombano i militari! 3000  sono i morti! Archelao si presenterà  all’imperatore con questa carta vincente, stile Erode!

Quindi, professore,  devo comprendere che Flavio vede la figura di Archelao  in Guerra giudaica come suo padre, come un erodiano che, nonostante la necessità di un viaggio a Roma,  segue i mandata  imperiali anche in Gerusalemme  e la politica romana di repressione, anche nel  momento del censimento nelle sue due fasi  di apographe e di apotimhsis, che sono un preludio alla cosiddetta pacificazione della regione  per i romani?

Marco, a mio parere,  circa la vicenda, dobbiamo, perciò, esaminare in Flavio i telh /i fini dei due scriptoria,   uno tipico del periodo  di circa quattro anni tra la distruzione del tempio e la successiva presa di Masada con  la pacificazione di tutta la zona ad opera del legatus Lucio Flavio Silva, un altro del periodo di Domiziano assolutistico, nuovo Caligola, che è dominus et deus.  Devi considerare nel primo il compito di  uno scrittore, pubblico, ufficiale storico di corte, che scrive un‘upourgia per la domus regnante  e quindi  inneggia e omaggia come soterica la famiglia dei Flavi, cui appartiene, in senso romano ellenistico universale;   nel secondo, invece,  devi vedere un altro Flavio, privato, con i suoi scribi personali,  che ha  una propria visione privata, non essendo più uomo di corte, ma ebreo vicino al suo popolo, per il quale  mostra la toledoth, le sue Antichità e ne fa l’apologia in mezzo agli altri popoli che  fanno parte  del kosmos imperiale al fine di evidenziare la sua contestata reale integrazione  con un falso messaggio, presente anche in Bios, in quanto sottende una impossibile conciliazione tra il sistema romano ellenistico innovatore e l‘animus aramaico conservatore di cultura mesopotamica, ora dominante anche tra gli ebrei ellenisti, rovinati finanziariamente ed  economicamente dall’impostazione quiritaria flavia italico- occidentale. Flavio, nonostante la dimostrazione  giuridica con decreti imperiali – a  cominciare da Giulio Cesare- incisi nelle tavole di bronzo in Campidoglio e scritti su tavola di bronzo per i Giudei di Alessandria-(cfr.J.Juster, Les Juifs dans l’empire romain,Paris 1914  e il corpus Papyrorum romanorum  di V.A. Tscherikover-A.Fuks,  Harvard U,P., 1957-1964 ) alle altre nazioni, al fine di far riconoscere che i re  dell’Asia e dell’Europa hanno avuto stima di noi  ed hanno ammirato il nostro valore  e la nostra lealtà, comprovata anche dall’ alleanza stretta  con I romani  e con i loro imperatori (Ant,Giud.,XIV,186), non risulta convincente dato  il reciproco sospetto tra le due parti antagoniste   alla fine del I secolo d.C!. 

Professore,  quindi, se non  comprendo il diverso  telos delle due opere neanche posso comprendere  il rilievo della  figura di Archelao un erodiano filoromano controverso,  come quella dello  stesso nipote e cognato  Erode Agrippa, uscita fuori dallo scriptorium  di uno storico ufficiale  e tanto meno posso intendere la distinzione con quello  di un privato civis che scrive, come Luca, il quale , anche lui,  fa  ricerca accurata per il bios di Christos  come memoria generazionale, come parte di  antichità giudaica.

Lei, quindi, vede il secondo Flavio col secondo scrittorio molto vicino al medico Luca e al suo serio  fare storia vera?

Marco ho dimostrato in tante altri miei lavori  che Luca è discepolo – non so come!- dell’autore di Antichità giudaiche e non è il caso di insistere cfr. Upourgia e Vangelo di Marco www.angelofilipponi.com

Professore, lei lì parlava del Vangelo di Marco?

Vero, ma sottendevo anche quello di Luca cfr. Qual è il sondergut di Luca, e quale quello di Matteo? ibidem ! Per meglio chiarirti il problema ti aggiungo, in conclusione a questo argomento, che lo scriptorium del 74  è legato alla corte flavia,  che, intenta a debellare  il male giudaico aramaico, sta concludendo la sistemazione di quell’area in relazione alla Nabatea  e alla Siria,  mentre quello del 94,  sottende che   sono  iniziate nuove staseis giudaiche, che ora  coinvolgono il giudaismo ellenistico del Mediterraneo orientale, specie alessandrino,  che si congiunge con le forze  rivoluzionarie, rimaste in patria, che piangono ancora sul Tempio distrutto,  riorganizzate clandestinamente in senso militare nei consueti luoghi  montani e desertici  con nuovo goetes e con lhisteria/ Bande armate  zelotiche, coperte  protette e dai  parthi e  dai nabatei.

Mi sembra di aver  finalmente capito  e penso di avere  chiara  la sostanziale figura unitaria di Archelao,  la cui  strutturazione  è da vedere come personaggio, nonostante la sperimentazione decennale provvisoria augustea,  inadeguato  agli scopoi  romani e perciò soggetto da ridurre allo stato privato di civis  e da esiliare, in Occidente. Aggiungo che posso dire di aver più chiaro il ricordo che ha  Gesù, nel vangelo lucano,  di Archelao, un re che deve  fare un  lungo  viaggio e  che lascia i suoi tesori agli amministratori  con l’ordine di gestirli in sua assenza e che tornato, chiede il rendiconto, sulla base dei risultati e del profitto!.

Bene. Marco, sono contento!.  Perciò voglio chiudere questo discorso iniziale su Archelao  e farti notare che  In antichità giudaiche XVI,174-78  Flavio mostra il suo telos  specifico per questa opera che è apologetica  in quanto cerca  consenso tra i popoli che  fanno parte dell’imperium romano e  che si sono perfettamente integrati e  sono regolati dalle  stesse leggi, avendo una comunione di valori  e una comune Giustizia/Dike,  che regna  e rende tutti, compresi  gli ebrei che  la osservano, come gli altri,  benevoli ed amici tra loro. Il sacerdote giudaico,  spiegando  to allotrion /la discordante diversità  en th diaphorài/ nella differenza toon epitedeumatoon /delle usanze,  esorta tutti ad aver un comportamento conveniente alla magnanimità e disponibilità alla kalokagathia.  Flavio  sembra anticipare,   come propheths i tempi  iniziali dell’epoca traianea  quando comincia una guerra ideologica contro i Giudei, ritenuti proprio non disponibili alla kalokagathia  e lui,  uomo ancorato al periodo Flavio – in cui ancora sono presenti gli effetti della legislazione giulio/claudia che aveva protetto il commercio  e la  funzione giudaica nell’imperium-  e che perciò ora ricorda leggi e magistrati  come difesa dall’ atto anche giuridico,  come  volontà di mostrare oltre la propria integrazione di differente  ma di comune cittadino romano  anche quella  del suo popolo, anche se odiato ed emarginato, per il suo elitarismo clericale, come incapace di accettare l’ ideologia del principato,  sintesi di quiritarismo ed ellenismo.

Flavio, dunque,  nel momento domizianeo, sente l’urgenza di difendere il giudaismo internazionale ellenistico mostrando leggi e i decreti del periodo repubblicano in XIV,19 e  in XVI,6 , le leggi di Augusto e di Agrippa, poi riconfermate da Tiberio, nonostante al cacciata dei giudei del 17 d.c. e la persecuzione di Seiano.

Secondo me, professore è giusta la  sua  indagine  e quindi nel primo bisogna rilevare  Archelao nel quadro di una politica romana, ormai tesa a cambiare strategia operativa e dare un’autonomia  dopo l’annessione della Iudaea alla Siria, come tipico esempio di transizione  per l’attuazione del censimento e della pacificazione dopo la stasis successiva alla morte di Erode e a quella dell’esautorazione di Archelao, mentre nel secondo il regno di Archelao è un tipico momento di lotte e di provocazione romana  che anticipa la politica di estirpazione da parte giulio-claudia del cancro giudaico  con l’invio di Flavio Vespasiano col mandato militare  di effettuarlo.

Marco, mi piace  e la tua ricostruzione e il tuo acume storico, ma ora il nostro discorso-  che verte sulla presenza degli erodiani a Roma   e sul loro peso nella comunità romana – deve  essere  portato avanti. Torniamo, perciò, dopo questa lunga digressione,   al giovane Archelao che si sta formando a Roma  coi suoi fratelli.

Per mia personale utilità, professore, desidero  sapere quanti figli di Erode  sono a  Roma all’epoca,  e quanti e quali famigliari hanno un maggior peso  e in special modo   quanti  potrebbero far  parte del gruppo di 8’000 giudei romani  che, insieme  ai cinquanta ambasciatori,  autorizzati da Varo, nel corso stesso della neoteropoiia   chiedono all’imperatore  l’autonomia per la Giudea?

Marco,  mi fai una domanda complessa, a cui mi è difficile rispondere anche se con esattezza posso solo dire che  di una popolazione giudaica romana di  50.000 elementi, la maggior parte è un’ élite sacerdotale  dissidente dal pensiero di Erode  e dai sadducei filoromani, connessa con elementi  principeschi asmonei, esiliati  da tempo, costretti a vivere accanto ai numerosi figli di Erode, avuti di varie mogli, che studiano presso  famiglie nobiliari  romane, come quella di  Asinio Pollione o di  Valerio Messalla, che hanno un tenore di vita alto coi sesterzii paterni, amministrati da dioichetai  e da trapezitai romano-giudaici.

Si tratta, dunque, di un’apoikia /colonia  giudaica romana, costituitasi  inizialmente con pochi elementi nel II secolo a.C., dopo le prime apparizioni folcloristiche di ambasciatori  ebraici  con vesti sacerdotali  che riescono ad avere un foedus con Roma nella lotta contro Antioco IV Epiphanhs,  e poi divenuta consistente per l ‘esilio di sacerdoti che, come Onia IV,  hanno la possibilità di rifugiarsi o a d Alessandria o a Roma  sotto la protezione lagide o sotto quella romana, infine  diventata numerosa per l’arrivo di giudei alessandrini e antiocheni, oltre ad un gruppo gerosolomitano, trasmigrato nel periodo delle lotte tra Hircano ed Aristobulo, prima e dopo l’intervento di Pompeo e la presa della città santa?.

E’  andata  proprio così, Marco.  La colonizzazione è quella  di cui ho parlato in Giudaismo romano I ( e.book Narcissus 2012), anche se bisogna dire che la colonia si raddoppia solo nel periodo tra le due guerre civili quella a seguito deI I triumvirato  e quella  dopo il secondo triumvirato, quando gli eserciti romani  spadroneggiano nella terra  santa giudaica con i legati o cesariani o pompeiani in lotta fra loro che, bisognosi di viveri e  denarii,  depauperano il territorio occupato  ed ancora  di più  dopo la morte di  Pompeo, il trionfo di Cesare e sua uccisione, con la conseguente guerra tra i cesaricidi e Antonio ed Ottaviano: i trapeziti ebraici  si  sentono più sicuri a Roma che  in Giudea da dove possono finanziare  chi  chiede il loro denaro senza correre i pericoli della rappresaglia militare, potendo apprezzare lo ius romano, senatorio, direttamente, che funziona  molto diversamente in Oriente,  dove è applicato con la forza  da pubblicani e da cives e da legati affiancati dall’esercito!

Dalla colonia romana ebraica, allora, professore, potrebbe venire la richiesta di  autonomia giudaica  da parte di ebrei che apprezzano  la giustizia romana in un clima pacifico, ordinato, prima  dal senato ed ora  da Augusto, che impone le regole, secondo equità fiscale, nelle province imperiali?.e specie nel caotico anno della successione  di Archelao?

E’ possibile, Marco! il giudeo, essendo un banchiere methorios, conosce bene il diverso funzionamento provinciale tra quello rapace delle province senatorie e quello più equo delle province imperiali e sa che  i governatori  delle prime  inviano tributi e tasse  all’erario e delle seconde al fisco!. Non ho, comunque,  fonti per poter rispondere esattamente a questa ultima domanda  anche se penso che, secondo logica,   H autonomia patria ancora è prematura non essendo del tutto pacificata la regione, a causa dell’ apographh incompiuta  ( cfr. La nascita di Gesù  In Jehoshua o Iesous? op cit). Invece per quanto riguarda Archelao ritengo che la mia risposta possa essere la seguente. La causa, intentatagli dai parenti circa il suo diritto al governo del Regno paterno  avviene perché Erode, prima di morire quando era sano di mente  ed aveva imprigionato suo figlio Antipatro, reo di avvelenamento, che aveva governato come supplente, aveva cancellato  il precedente  testamento stilato  a favore di Erode Filippo, figlio di Mariamne di Boetho, inizialmente per darlo al figlio di Doris. In seguito, essendo quest’ultimo in carcere,  aveva fatto un nuovo testamento a favore di Erode Antipa il figlio minore di Maltace,  per le chiacchiere fatte da Archelao a Roma riferite al re, ingrandite dai cortigiani. Dopo la morte di Antipatro, nei quattro giorni successivi, essendo lo stato mentale di Erode  compromesso e dal dolore fisico,  dalla  demenza senile  e dai rimorsi per l’ultimo tragico atto compiuto contro il figlio primogenito,  scrisse dei codicilli  con cui designò Archelao come successore.

Certamente professore, il testamento è facilmente impugnabile  già per i due termini usati  a Roma, davanti al tribunale di Augusto dove  le due parti avverse  si fronteggiano con due avvocati di valore: per Erode Antipa  c’è Antipatro di  Salome (che,  data la sua figura di intrigante  fa da  ago della  bilancia  tra i due fratelli  facendo pendere la giustizia  inizialmente a  favore di Erode Antipa), per Archelao Nicola di Damasco, che vince la causa.

A Roma, comunque, il potere di  Salome è grande  da tempo:  la donna avendo seguito suo fratello Erode nei suoi viaggi romani  aveva conosciuto di persona Giulia Livilla  la moglie di Ottaviano e sua sorella Ottavia, oltre alla nuora  Antonia Minor. Inoltre si crede che, scaltra faccendiera com’era, aveva  mantenuto le sue amicizie coltivandole, nella lotta  contro le nemiche asmonee, Alessandra e Mariamne, legate a Cleopatra, inviando lettere e doni  profumi e balsami, vesti damascene. E’probabile che  suo figlio maschio, come quelli di Erode abbia fatto gli studi per una normale educazione e formazione romano-ellenistica, chiara nel suo discorso contro Archelao. Suo figlio maggiore  Antipatro IV,- sposato con  Cipro II, figlia di Mariamne Asmonea,-  dovrebbe vivere a Roma da qualche anno  raggiunto   dalla sorella Berenice,   che, rimasta vedova di Aristobulo IV  con i suoi cinque figli, dopo una sosta ad Antedone di breve tempo, si mette sotto la protezione di Augusto, mentre la madre Salome, dopo la morte di Giuseppe, prima, e di Costubar, poi,  si risposa con Alexas, dopo il chiacchierato rapporto con il principe nabateo Silleo.

Professore, la situazione a corte, presso l’imperatore, al momento dell’ arrivo di Berenice è, a dir poco, funerea? Certo, Marco,  i lutti  si sono succeduti  a breve distanza,  23 a.C.  Marcello,  nel 12  Marco Agrippa, nel  11  Ottavia nel 9  Druso maior. Le  vedove,  Giulia ed Antonia  hanno bisogno di consolationes e  accolgono con solidarietà femminilE  la sfortunata Berenice.

Il matrimonio di Berenice con Teudione, fratello di Doris, prima moglie di Erode,   e quello di Giulia con Tiberio, devono essere dello stesso periodo, ma in luoghi diversi,  forse l’uno avvenuto ad Antedone per volontà del re  e l’altro a Roma,  voluto da Augusto che pensa a proteggere  Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa,  ora membri della famiglia Giulia, destinati alla successione.

La venuta a Roma di Berenice coi figli  forse lo stesso  7 a.C. ,anno della  morte del marito  Aristobulo e di suo fratello Alessandro,   è patrocinata  certamente  da Livia, da Giulia Maior e da  Antonia Minor, sollecitate da lettere di Salome, che è legata  alle romane.

Professore, lei parla di un’amicizia di Salome  anche con Ottavia, la  sorella di Ottaviano, il cui figlio  Claudio Marcello fu marito di  Giulia Maior figlia di Ottaviano, che morì giovane, per cui Virgilio scrisse versi  nell’Eneide?

Certo. Marco! Virgilio  scrive di Claudio Marcello, nato a Roma nel 42 ,  morto a Baia nel 23, quando aveva iniziato la sua carriera politica come edile ed aveva fatto relegare in Oriente Marco Agrippa, seppure con comando straordinario  perché insofferente a stare in ombra ai comandi di un giovane diciannovenne. Si. E’ quel Marcello, di cui Virgilio  celebra nel VI libro vv. 883-884  il suo tragico destino, anticipato profeticamente da Anchise a suo figlio Enea, che lo vede tra i suoi discendenti: Heu miserande puer, si qua fata aspera rumpas/ tu Marcellus eris, Manibus date lilia plenis/purpureos spargam flores animamque nepotis / his saltem accumullem donis et fungar inani/ munere.-ahi! miserevole fanciullo, se mai tu potessi spezzare  gli acerbi fati, tu sarai Marcello., datemi gigli a piene mani  che gli abbaglianti fiori io sparga e all’anima del mio nipote così almeno accumuli  doni e compia un vano dovere.

E’vero, professore, che Ottavia fece doni grandiosi per quei pochi versi?

A quei tempi i poeti di corte e i letterati hanno doni regali, ville grandi come province, masserie di migliaia di ettari!.Allora, Marco, i poeti aulici,  come il parthenias  Virgilio,   sono ricoperti d’oro come fa la tv con attori, sceneggiatori, conduttori, veline, come faceva Berlusconi con le  escorts e Ruby! .Non devi meravigliarti se Ottavia, presa da commozione tanto da svenire e da avere difficoltà  a riaversi,   diede 20.000  sesterzii per quattro esametri completi e un dattilo iniziale di stikos, recitati, però, al  momento opportuno davanti al principe e a sua sorella in lutto  (cfr.Donato, Vita,32)!. Era davvero una grande somma?

Potrebbe essere eccessiva per un vecchio professore che non ha guadagnato una lira dal suo lavoro di  ricerca  e che fa i conti per campare con la pensione!. Comunque, giudica tu! io sono abile in matematica come un mastro muratore.

Con mezzo sesterzio – due assi-  si comprava 1 kg, di pane (3 Euro circa);  con un sesterzio -4 assi- un popolare si scopava una prostituta al lupanare ! Puoi capire, quindi,  che, se con 1 sesterzio si possono comprare  2 kg di pane (6 euro attuali), la cifra,  presa da Virgilio, cioè 120.000 euro,  è notevole. Se pensi che si tratta solo di 28 lemmi significativi ,  comprendi che il poeta ebbe  per ogni termine 715 sesterzii, quasi la paga annuale di  un  legionario e mezzo (500 sesterzii), e complessivamente la paga annuale di 42 legionari (o la paga annuale per 28 anni per un legionario e mezzo)!.

Andiamo  avanti, professore!, Lei parla anche  di Antonia minor, la nonna di Caligola?

Si. Parlo di Antonia Minor,  che è donna  di costumi quiritari, una nuova Cornelia, che rifiuta un secondo matrimonio, una vera antica domina, solidale  con Berenice, che fa da nutrice anche a Claudio, dandogli il suo stesso latte!Dunque, Marco, i giudei a Roma erano molti e vivevano come tutti quelli delle colonie  con lo sguardo fisso agli avvenimenti della loro patria,  rivolgendosi nella triplice preghiera giornaliera, verso il tempio di  Gerusalemme e si relazionavano con gli altri pagani mediante una speciale  forma di separazione ameicsia  (Cfr. Ameicsia  www.angelofilipponi.com) che permetteva loro di non confondersi e mescolarsi. Gli erodiani, a Roma,  erano, quindi, uomini  rispettati perché la casa regnante   era loro amica. Alcuni erano educati coi figli delle famiglie più nobili ed erano romanizzati ed ellenizzati  ed avevano contatti minori con le sinagoghe e parlavano, comunque, Aramaico, Greco, Latino e recitavano le preghiere rituali  in ebraico mishnico, mangiavano Kasher, santificavano come gli altri il sabato  e le feste comandate   e si separavano dagli altri all’occorrenza  partecipando alla vita cittadina, quando possibile,   con le restrizioni tipiche ebraiche, coscienti di essere figli di Dio, come progenie divina,  e di portarne  nel proprio corpo il segno stesso perché  la circoncisione valeva come  sigillo divino. Ancora di più doveva essere impegnativo in senso ebraico, la presenza di scribi, dottori della torah,  al  fianco, dei figli maschi di Berenice, che erano sotto la tutela di Antonia, dopo la morte della madre,   protetti e dalla domus Antonia e da quella  Giulia al pari dei figli di Antonio, prima, educati da Ottavia – che    si era preso  cura anche degli altri figli della casata e perfino dei figli dei re socii  ed alleati  del popolo romano- ed ora  dalla figlia. Di un particolare privilegio godeva Berenice per la  stretta amicizia con Antonia: i loro figli maschi vivevano   e crescevano insieme, specie Claudio ed Agrippa  e le femmine  avevano una comune educazione secondo la tradizione romana e quella ebraica congiunta, dopo la riforma dei costumi fatta dall’imperatore, augure e sommo pontefice.  La figura femminile di Cornelia, di Giulia moglie di Pompeo,  e di Ottavia, di Livia e di Antonia quella di donne ebraiche celebrate dalla tradizione,  erano esempio di una nuova femminilità romana più austera, dopo gli  eccessi  e le scostumatezze di Precia, di Clodia e di Fulvia, in epoca repubblicana.

Professore, nel 4  a.C. sono tutti bambini nepioi, i romani Germanico, Claudio,  Druso minore, figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina,  che seguono i maestri, ellenistici, ed apprendono la loro storia, e  quelli giudaici, Erode di Calcide ed Erode Agrippa, hanno come ebrei, erodiani, una doppia educazione come quella alessandrina ed una doppia patria quella romana e quella gerosolomitana?

Certo.  In particolare modo quelli che da tempo  vivono a Roma come  Erode Filippo  figlio di Mariamne di Boeto sommo sacerdote, divenuto marito di Erodiade, da  cui  nascerà intorno al 10 d.C  Salome, la danzatrice che farà mozzare la testa di Giovanni Battista, o come i figli di Maltace gerosolomitana,  i cui figli  Archelao ed Erode Agrippa, erano stati educati a Roma ed erano tornati in patria un anno prima della morte di Erode, al momento dell’arresto di Antipatro,   dopo il verdetto  imperiale ( cfr. Ant. Giudaiche, XVII,52-148 e Guerra giudaica I,32-33):  sotto il regno di Archelao, avviene il matrimonio di Erode Antipa con Dasha nabatea, figlia di Areta IV e quello fastoso del sovrano di Iudaea con l’altra figlia di Berenice  Mariamne, come una pacificazione tra due stati socii , il primo, in quanto   garanzia di pacifici rapporti tra il tetrarca di Galilea e Perea e il re Nabateo , con estensione a tutto l’ex regno erodiano  e il secondo  come rinnovato vincolo  familiare interno.

Professore,   tutti questi giovani viventi accanto a tanti giudei dissidenti hanno loro idee, di autonomia nazionale, come quelle di Archelao ed Erode Antipa  accusati da lettere di amici di Erode, istigati da Antipatro, a  scrivere che i figli di Maltace sparlano di lui  ritenendolo assassino dei due fratellastri Alessandro e Aristobulo e che  si commiserano compiangendosi perché il loro richiamo in patria equivale ad  una condanna a morte!

Tutti, Marco,  hanno una loro politica in reazione alla educazione ricevuta e perciò considerano bestiale il governo del padre ( Ant. giud, XVII,309 ) che ha abbellito ed arricchito con la sua munificenza le nazioni straniere e che ha reso povera la Iudaea, e che ha favorito una burocrazia  corrotta,  placabile solo con le mance ed ha fomentato  con le innovazioni arbitrarie da philhllhn,  non conformi alle leggi,  la costituzione di bande armate di ladroni/ lhisteiria rendendo il paese invivibile.

Dunque, professore,  i figli educati a Roma ritornano  a corte con idee eversive  di neoteroopoiia, antierodiane,  in senso di autonomia patria, che coincide,  da una parte, con la volontà aramaica, di cambiamento con la possibilità di tornare  sotto la stirpe asmonea, secondo la predicazione  farisaica ed essenica, che propendeva, dall’altra,  ad avvicinarsi e  a  fondersi coi confratelli di Parthia, parenti per lingua e per religione.   Inoltre, quali sono le ultime volontà di Erode? quelle del testamento in cui è eletto re Erode Antipa e quelle dei codicilli ultimi dettati dopo la morte di Antipatro, da una mente malata in un corpo  disfatto?

A me sembra, Marco,  che  l’atto di  scrittura testamentaria/ diathhkh (Ant,Giud., XVII. 224)  sia di un momento migliore di salute  del re, mentre quello dei codicilli  d’epidiathhkh /nuova disposizione di un testamento già fatto (ibidem, 226) è proprio di un uomo delirante e rantolante, incapace di connettere!.

Comunque, il suo avvocato Nicola di Damasco, pur nel dissenso generale,  è abile sia nel primo processo che nel secondo a dimostrare, da una parte, la lucidità di Erode fino alla fine della  vita e, da un’altra,  a rilevare la non colpevolezza di Archelao, pur esaminato nel suo preoccupato comportamento iniziale  di fronte ai sediziosi, colpevoli di aver ucciso  uomini che facevano il loro servizio e cacciato il tribuno intervenuto per pacificarli. Lo stesso incidente della morte di 3000 fedeli  in Gerusalemme  è accaduto per la violenza degli oppositori che lottano, animati da neoteroopoiia,  essendo rivoluzionari che combattono anche contro l’esercito schierato, costretto a difendersi dagli attacchi di forsennati: la morte dei fedeli è dovuta al loro  stesso intransigente zelo  rivoluzionario!

Professore, il verdetto di Ottaviano nel 4 a.C., conforme a quanto deliberato da Erode,  è in linea con quanto decretato nel 6. a.C., dopo che Antipatro aveva vinto al causa  con Silleo?

Augusto in quella occasione riabilita Erode come amico, per qualche tempo ignorato e  tenuto a distanza, avendo scoperto la  falsità di Silleo  e quella di Areta IV, non ancora nominato re,  avendo capito che gli arabi avevano creato appositamente l’incidente di Repta per accusare di abuso di potere  il re giudaico, che, non come sovrano belligerante,   aveva attaccato un regno anch’esso consociato coi romani,  senza averne l’autorizzazione, ma  come riscossore di un debito, dovuto e a lui e ai romani, con un contingente  di guardie del corpo e di soldati stazionanti al confine, era entrato  entro i confini altrui: gli avvocati avevano dimostrato  che non era un  casus belli, ma solo riscossione di denaro dovuto, confermato poi dalla confessione di Silleo che ritira anche le accuse dei morti (25 e non 250 come diceva la propaganda araba!).

Il caso di Repta si risolse, quindi,  in un nuovo e più fraterno abbraccio di Augusto con il re giudaico non ancora malato, che aveva però, diseredato il figlio di Mariamne di Boetho  ed aveva nominato successore Antipatro che, allora reggeva il regno come vicario.

Infatti tutti i giovani  erodiani ed asmonei che erano a Roma  nel 6 a.C.avevano fatto omaggio al reggente andando a riverirlo  nel tempo di attesa, necessario per aver un incontro con l’imperatore! .

Dunque, professore, nel 4 a.C. il testamento migliore non era quello dei codicilli,  ma, comunque, Ottaviano elegge etnarca  Archelao -che, prima di essere riconosciuto re  dai romani incappò in una rivoluzione religiosa appositamente fatta sorgere dai seguaci di  due dottori della morti con i loro  40 discepoli per aver distrutto l’aquila posta da Erode davanti al Tempio-  perché riconosce che nel periodo di  sua assenza  si  verifica la neoteroopoiia poi sedata  a fatica da Varo a causa dell‘apographh di Sabino.

Archelao,  non sembra  uomo fortunato/eutuchhs, come il padre, ma, comunque, riesce a regnare?

Certo, Marco, ma  il suo regno è  di solo  10 anni,  e  non è mai una basileia vera perché,  secondo Flavio, rimane sotto inquisizione di Ottaviano che già sta, col suo gruppo di esperti orientali e giudaici, tra i quali Saturnino e Quirinio, elaborando il piano di annessione della Iudaea  alla Siria. Inoltre il giovane etnarca non  è accolto bene  al suo ritorno col titolo riconosciuto dai sudditi, che gli imputano colpe anche non sue: Farisei ed esseni  soffiano sul fuoco  quando ancora ci sono focolai di insorti lungo il Giordano. Archelao, poi, sembra avere un  problema con gli esseni, anche se Flavio non ne parla esplicitamente. Il re, infatti,  tornato in patria i primi  giorni  dell’ autunno  con poteri limitati, in quanto Augusto  ha imposto moderazione ed equità non solo nella repressione di Atrongeo, che  ha la sua maggiore azione offensiva lungo il Giordano, ma anche con i sudditi e con  gli oppositori religiosi  interni, come i farisei e gli esseni.

Non gli è facile regnare, Professore?

In Iudaea secondo Flavio non c’è potere che conta perché   le tante contraddizioni  religiose, sociali e politiche, sommate insieme impediscono una normalità  amministrativa in Gerusalemme, metropoli  sacra per ogni ebreo anche parthico ed ellenistico, considerata la santità del  Tempio e  la  ricchezza del suo tesoro/ gazophulakion.!

Comunque, vinto Atrongeo, un pastore notevole per  statura e per forza  di braccia, che si era incoronato re  ed aveva formato un suo consiglio senatorio, dapprima grazie agli aiuti dei sebasteni di Grato e di  Tolomeo di Iacimo, poi, con le sue stesse truppe, Archelao gli promette salva la vita,  dopo aver giurato garanzia sulla sua fede in Dio e  avutone  la resa, ottiene  la pacificazione di tutta la zona cisgiordanica e transgiordanica (Ant. Giud.XVII,284), nonostante l’opposizione religiosa degli esseni.

Questi erano stati autorizzati a ricostruire – non si sa esattamente l’anno  –  e   a rifondare il loro monasterion  utilizzando le parti  meno compromesse dal terremoto del  31 a.C, compreso lo scriptorium, e lo avevano ripopolato con circa 4000 uomini. Essi, però, non erano contenti della diminuizione delle acque,  necessarie per i  loro riti purificatori  e per l’irrigazione  dei campi, avendo un sistema solo agricolo, non commerciale, di sopravvivenza.

Perché Archelao  non concede acqua a sufficienza ad uomini  santi, agricoltori?

Non ne so il motivo, anzi ti aggiungo che  non so neanche se la cosa è così!. So solo che  vuole tentare di fare una masseria agricola a scopo commerciale   come quella di  altri cives romani  attivi nella zona del Giordano. Sembra che la voglia fare non lontano dalla sorgente  oggi detta di Eyr Pug, poco a nord della zona essenica  dell’odierno Qumran e che intenda irrigare la Piana del Neara   dopo aver ricostruito il palazzo  asmoneo  di  Gerico, dopo la fondazione di una città,  chiamata Archelaide,  oggi Kirbet Auga el Tahtani.

Mentre sorge Archelaide ed è  avviata la coltivazione di palme, secondo i voleri di Archelao, sembra(?) che l’etnarca decreti di accogliere la richiesta di  ritorno nelle sedi orìginarie  fatta dagli esseni, domiciliati nelle città  vicine e in Gerusalemme, dove hanno rotto il giuramento di essere celibi e dove vivono come sposati. Nel corso del trasferimento e durante il periodo di riconversione e di ristrutturazione e delle  mura  degli edifici e della regola primitiva  sembra cominciare l’attrito con l’etnarca, che poi si acuisce per la faccenda della scarsità di acqua fornita.

Professore, io conosco la sua etimologia di rivale– da rivus–  da lei fatta nel corso del  liceo, quando parlava di ruscello  deviato da contadini a monte, minacciati ed odiati da quelli più in basso, per portare l ‘acqua  incanalata verso i loro campi e faceva l’esempio  di agricoltori  sotto la montagna la Montagna dei Fiori, che dovevano  fronteggiare la reazione di  chi  aveva terra  sottostante.  Gli esseni essendo più in basso, non avendo acqua o avendola razionata avrebbero potuto reagire al sovrano anche  a ragione dell’acqua   quando già lo odiavano perché erodiano e menzognero, essendo nostalgici del regno asmoneo e/ o desiderosi di autonomia (cfr. Ant Giud., .XVIII,32. dove Archelaide è ricordata per l’eccellenza dei datteri  in epoca in cui governa la Iudaea  Marco Ambivolo -9/12 d.C-). Eppure, nonostante il dissidio, Archelao chiama un esseno a spiegare il sogno delle nove/ dieci spighe.?

Marco, a dire il vero Archelao secondo Antichità Giudaiche  interpella altri, prima di lui, e poi, non avendo una risposta significativa univoca date le tante interpretazioni,  fa venire  Simone esseno,  mentre in Guerra giudaica  sono chiamati indovini  ed alcuni Caldei per l’interpretazione, ma siccome danno differenti letture, il re ha la spiegazione esatta da Simone, esseno di stirpe. Ti aggiungo che, secondo me, Archelao non può chiamare gli esseni perché sono suoi nemici, anche se ha loro concesso il ritorno nelle sedi originarie avendo  già contestato  il suo matrimonio con Glafira. Se, infatti,  Archelao fosse stato in buoni rapporti con gli esseni ovviamente li avrebbe consultati per primi  perché essi come profeti e interpreti dei sogni leggono in Dio  ogni cosa, che accade sulla terra  vedendone l’oikonomiail  piano  eterno   e sui privati,  sui re,  sull’ecumene.

Infatti  anche Flavio, sacerdote e storico,  rivendica per se stesso la stessa funzione essenica di leggere, oltre i fatti terreni  e le vicende umane  (Cfr. Vespasiano e il Regno  in www.angelofilipponi.com ) anche  altro, secondo l‘oikonomia tou teou. Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopeia perieilophotos  di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane)  dà l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10): la sua storia in Antichità giudaica è lettura sacerdotale della  pronoia di Dio padre su Israel eterno!

Per lei, professore, quindi, Archelao, avendo avuto la scomunica per il matrimonio con Glafira deve forzare  un esseno a  rivelargli il significato del sogno dell 9/10 spighe mangiate dai buoi?

Per un esseno che applica le regole sul levirato il matrimonio tra Archelao e Galfira non è possibile per tre motivi: I. non è valido il ripudio di Mariamne, per la motivazione della sola infecondità in quanto donna onesta ed ancora giovinetta;   II.  Glafira  non può per la terza volta risposarsi, se vedova, dopo il secondo matrimonio per di più contratto con un pagano anche se re di Mauritania, III. è stata moglie  di un fratello da cui ha avuto due figli. Si ricordi che in caso di effettuazione di un  matrimonio contro legge segue l’anathema con la maledizione che significa che ogni contribulo, zelante,  deve  o tenersi alla larga o uccidere l’inadempiente alle prescrizioni della torah.   Infatti sembra che Flavio nelle due opere mostri che il marito defunto si arroghi il diritto di far morire la moglie, Glafira: secondo il racconto di Antichità Giudaiche (XVII,353) la donna   sogna Alessandro  che gli compare dicendo: tu confermi il detto  che non bisogna prestare fede alle donne..e siccome  vergine  fosti  a me promessa  e a me sposata,  e quando ci nacquero i figli dimenticasti il mio amore per il desiderio di sposarti di nuovo,e  non soddisfatta di questo oltraggio  hai avuto la temerità  di prendere ancora  un terzo sposo  e in maniera indecente e vergognosa, tu, membro della mia famiglia  col matrimonio sei entrata nella famiglia di Archelao, tuo cognato e mio fratello, io non dimenticherò mai il mio affetto per te, ma ti  libererò da ogni disonore  facendoti mia  come tu eri.

E pochi giorni dopo Glafira  muore: Alessandro morto la fa sua!?.

L’apparizione di Alessandro che rimprovera  e  castiga la donna  è paradigma di un’altra verità, tipica della mentalità giudaica sacerdotale che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale. Lo stesso Archelao diventa  esemplare in una storia dominata da Dio e dalla sua oikonomia , paterna e giusta nei confronti  del  singolo  (Erode, Erode Archelao, Erode Agrippa) e del popolo ebraico, figlio prediletto.

Professore,  dunque, in Guerra Giudaica II,112.  Ant. giudaiche XVII;345-348  si parla di Simone che  spiega il significato del sogno delle nove/ dieci spighe -il numero è i relazione all’inizio del computo degli anni reali di Regno- pronosticando un mutamento  di situazione per Archelao non certamente favorevole?

Marco, l’esseno gli dice che il sogno non gli è propizio  e gli spiega che i buoi  indicano sofferenza essendo animali soggetti a molte fatiche e sono segno di cambiamento di situazione perché lavorano la terra e e la rigirano: le 9/10 spighe mangiate  sono in relazione  al corso degli anni di raccolta  ed indicano il numero di anni del suo regno, ormai finito. Certamente gli esseni sono contenti! Flavio, comunque aggiunge, che la sua storia non è upourgia , scritta per Archealo, ma è storia morale in quanto fornisce paradeigmata/ esempi  connessi con l’immortalità dell’anima e con l’oikonomia tou theiou (ibidem 354) e conclude che se a qualcuno simili cose sembrano  incredibili  rimanga pure  nella sua opinioni senza interferire però con chi le evidenzia per virtù.

Una domanda, professore. Glafira non potrebbe essere rimasta pagana?

Per me è improbabile, dato il clima di una corte dominata da sacerdoti sadducei. Comunque, Glafira   è rimasta a lungo in Iudaea e potrebbe aver accettato il  monoteismo ebraico, pur restando nel cuore  goy/gentile. La donna, infatti, ha avuto un’educazione specifica cappadoce  (anche suo padre Archelao  è figlio  di sommi sacerdoti del tempio di Bellona,  a Comana,  e lui stesso sommo sacerdote officiante!)ed ha un caratterino pepato, a cui  non interessano le critiche e le condanne esseniche, dovute all’essere cognata dello sposo  che essendo  levir /Fratello del marito non può congiungersi con chi ha avuto figli (Alessandro e Tigrane), ancora in casa erodiana. La donna, è condannata  specialmente perché il divorzio di Archelao da Mariamne  appariva un capriccio di un despota, sedotto,  che si considera nomos empsuchos/legge vivente come un re assoluto ellenistico!.

Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopina perieilophotos / di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane),   considera legittimo  l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10).  L’apparizione di Alessandro e il rimprovero del marito defunto  sono segni della mentalità giudaica sacerdotale di Flavio  che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale.

Professore,  si sa come visse Archelao in Gallia? certamente come un protos/notabile  che vive in esilio dalla patria. Siccome gli ebrei da decenni sono attestati in Hispania (Empuriabrava frazione di Castello Empùryes – Catalogna-) e in   Gallia( Marsiglia a Lugdnum e in modo particolare nella vallata del Rodano,   a Vienne)   dobbiamo pensare che Archelao visse l’ultimo dodicennio di vita  in comunità  ebraica, amato e riverito dai giudei, che in lui vedevano la regalità erodiana,  congiunta con quella di  Salome, di Filippo  e di  Erode antipa, ancora regnanti in Patria: non gli mancarono né talenti né amicizie, né  proprietà fondiarie, né trapezai!

A distanza di 20  anni dalla morte di Archelao, forse Mariamne potrà vedere il trionfo di suo fratello Erode Agrippa, pur accogliendo fraternamente  in terra gallica suo cognato zio Erode Antipa  e sua sorella Erodiade!

Il falso Alessandro ed Augusto

Marco, hai mai sentito parlare di un falso Alessandro, il figlio di Erode il grande ?

No, professore. Conosco per sommi capi la vicenda dei due fratelli uccisi dal padre  nel 7 a.C , ma non so niente di un sosia di Alessandro.

Se vuoi, ti racconto la storia : ci serve  per capire la diffusione  della  popolazione ebraica nel Mediterraneo e la sua colonizzazione emporica in tutto il Kosmos e  per comprendere la ricchezza di questo popolo, in epoca romana, giulio-claudia.

Per Filone – Legatio ad Gaium 281-283 ebook 2012-: Gerusalemme… è la metropoli non solo della regione  Giudea, ma anche di molte altre per le colonie da essa  un tempo inviate, e, più precisamente nel confinante Egitto, in Fenicia, in Siria e nell’ altra, quella detta Celesiria, e nelle regioni abitate più lontane, come  Panfilia, Cilicia,  in tutte le altre parti dell’Asia, fino alla Bitinia  e agli estremi golfi del Ponto, e,  in pari modo in Europa, in Tessaglia, in Beozia, in Macedonia, in Etolia,in  Attica, in Argo, a Corinto e nelle parti più importanti del Peloponneso.    Non soltanto le province del continente sono piene delle colonie giudaiche ma anche le isole più famose, Eubea, Cipro, Creta. Potrei tacere di quelle  transeufratee?!  Tutte, ad eccezione di una piccola parte, Babilonia e  le altre satrapie, quelle che hanno un buon territorio all’intorno, sono abitate da giudei. Pertanto qualora la mia patria implori la tua clemenza, tu ti concilierai, oltre ad essa, anche le altre decine di migliaia di città, poste in diverse parti del mondo,  in Europa, in Asia, in Libia, chi sui continenti, chi sulle isole. Conviene alla grandezza della tua potenza, grazie ai benefici verso una sola città, beneficare decine di altre decine di migliaia, affinché la tua gloria sia cantata per tutte le parti del mondo ed affinché inni di ringraziamento risuonino dovunque. Avendo tu reso degno della cittadinanza romana tutte le patrie di alcuni amici, sono diventati padroni di altri anche quelli che, fino a poco tempo fa, erano servi e quelli che ebbero questo beneficio non ne godono più se non quelli che ne fruiscono in quanto ne sono autori.    

Il re Agrippa I, proprio nel momento della neoteropooia/ribellione giudaica nel 40 d.C.  e nel corso dell’ Ektheosis/ divinizzazione  caligoliana ribadisce, ambiguamente, mediante una lettera, la sua appartenenza all’imperatore, che è padrone e signore/Adonai di lui e del suo popolo.

Perché ambiguamente? in apparenza dice che Caligola è despoths kai kurios!

Certo. Marco! Ma Giulio Erode Agrippa, da ebreo, sa che il suo Kurios è  uno dei nomi,  Adonai,  che un giudeo può dare al mai nominato JHWH!

Non è questo oggi il nostro tema: noi dobbiamo raccontare la storia di un Falso Alessandro ed abbiamo citato Filone  per mostrare il numero grande della popolazione giudaica, sparsa in tutto il  mondo romano,  in quello parthico e perfino in Seria e in India : l’etnia ebraica, specie ellenistica,  era l’avanguardia commerciale del militarismo  romano!.

Tutti, invece, professore, pensano alla Giudea come piccola regione, regione piccola quasi come Marche ed Abruzzo congiunte, e non comprendono, perciò,  la grandezza di un popolo sacerdotale, numerosissimo, unito nel nome di Dio e di Gerusalemme, anche se sparso in ogni parte dell’ecumene, nonostante la divisione tra aramaici ed ellenistici in relazione a due diverse ed opposte culture.

Marco, dici bene,  E’ proprio così !. Ora, comunque,   ti racconto la storia di un impostore, di un  Giudeo di stirpe,  vissuto ed educato, però, a Sidone presso un liberto romano. Ne parla G. Flavio in Guerra Giudaica,II,7.1-2 (a cura di G. Vitucci, Fond. Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore,1974) e in Antichità Giudaiche, XVII,324-338 (a cura di L. Moraldi, Antichità Giudaiche,XI-XX; Utet,1998).

Sono simili i due racconti?

La sostanza del racconto  è la stessa;   ci sono novità solo nei particolari, come tra il  Vangelo di Marco e quello di Matteo- un pò meno tra quello di Luca e quello di Giovanni-! Si tratta, comunque,  di un giovane ebreo, dalle mani callose e dalla  corporatura massiccia, un banausos,  che ha una rassomiglianza fisica con Alessandro, il figlio di Erode e di Mariamne asmonea, un nobile dalle fattezze delicate,  un atletico cavaliere ed abilissimo arciere, fatto uccidere dal padre  insieme al fratello Aristobulo, come reo di parricidio,  organizzatore di un piano per ammazzarlo durante una battuta di caccia. Io te ne parlo proprio ora perché da poco ho revisionato il XVII libro di Antichità giudaiche ed ho finito di mettere le note!.

Lei, professore, ha trovato qualcosa di nuovo  e me lo vuole comunicare! Me lo dica!

Architetto dell’inganno è tis omophulos, un tal connazionale della  stessa tribù, che conosce la corte erodiana, e che lo istruisce nel dare ad intendere che gli incaricati di uccidere Alessandro ed Aristobulo, dia oikton /per  compassione, li avevano fatto scomparire, sostituendoli  con i cadaveri di persone somiglianti. Al racconto di Guerra giudaica viene aggiunto un particolare  in Antichità giudaica XVII,330  per indicare il modo di interpretare  da parte dei giudei romani, l’azione fatta dai carcerieri che sostituiscono i corpi: Flavio scrivendo venti anni dopo, dello stesso episodio, retoricamente dice: essi pensano divinizzando l’opera della salvezza con un miracolo/ parodocsooi ths sooterias ektheiazontes  ton ergon.

Professore, un pensiero evangelico tutto da interpretare! Quanti Theologoi hanno  preso spunto da questa frase di Flavio per la Resurrezione di Gesù?!

Certo, Marco! Eppure Flavio, in quel cotesto e nel contesto romano giudaico,  voleva  dire  nel 94 d.C. semplicemente : ai giudei romani  Alessandro appariva come uno, risuscitato da morte, grazie ad un miracolo, per un disegno divino  secondo l’oikonomia tou theou!

Professore, l’azione dei carcerieri risulta difficile, improponibile, impossibile all’epoca di Erode. Io so inoltre che  gli uomini del re  Erode sono fedelissimi proprio per paura delle punizioni e delle torture: il carceriere di Antipatro, cinque giorni prima della morte del re,  nonostante le promesse di Antipatro, esultante per aver pensato, sulla base delle urla sentite a corte,  alla morte del padre, andò subito a riferire ogni cosa ad Achiab,  determinando l’immediata  condanna a morte  del figlio, erede al trono!

Ed io Marco ti aggiungo che lo stesso Augusto  cominciava  a dubitare  in Antichità Giudaiche sull’autenticità di Alessandro perché conosceva bene  Erode,  che era uomo che non si lasciava ingannare specie se la cosa era per lui di grande importanza!.

Comunque, Marco,  i due, complici,  architettato il piano, si trasferiscono a Creta  e con tali frottole ingannano i giudei cretesi  ed hanno da loro mezzi in abbondanza. Da lì  passano a Melo, dove raccolgono somme  ancora più grandi, dato l’immenso credito che hanno riscosso  persuadendo i connazionali ad accompagnarli nel viaggio verso l’Italia e  Roma  e ad armare una nave per arrivare a Dicearchia/ Pozzuoli.  Alessandro, giunto al porto, è accolto dai giudei del luogo che dànno un’infinità di doni (doora te pamplhthh)  e come un Basileus/re  è scortato dagli amici paterni erodiani.

Perfino  quelli che avevano visto Alessandro  e lo conoscevano bene giuravano che era proprio lui, poiché la somiglianza era impressionante e dava sicurezza  a chi aveva organizzato e   pianificato il progetto ,  specie ora con le borse piene  di denarii!

L’ arrivo a Roma è trionfale: tutta la colonia  giudaica di Roma si riversa fuori per vederlo ed una folla innumerevole si accalcava per i vicoli in cui egli passava/to ge mhn ioudaikon en thi Roomhi apan ecsechuthh pros thean autou, kai plhthos apeiron hn peri tous stenoopous di’oon ekomizeto (Ibidem).

Alessandro è portato dai melii, che finanziano pazzamente ogni spesa, in lettiga, come un re!

La cosa non passa inosservata e viene riferita ad Augusto che conosce di persona il giovane Alessandro, avendolo incontrato varie volte nel periodo di studio e di formazione in casa di Pollione, prima,  e poi, nel corso del processo di parricidio, intentatogli dal padre.

A Roma  non solo Ottaviano ma anche tanti altri  avrebbero potuto smascherare il falso Alessandro,  che, avendo una sua formazione ebraica, conforme alla torah, aveva avuto anche maestri giudaici e compagni in una delle cinque  sinagoghe romane.

Certo  Marco!, Pensa anche   che  nella primavera del 4 a. C a Roma viene fatto un  secondo processo ad Archelao, il figlio di Erode, successore al trono,   ad opera di giudei  che prima della  rivolta, sedata da Varo, sono stati inviati per trattare il problema dell’autonomia  nazionale ! I  venuti dalla Giudea sono solo cinquanta, ma sono sostenuti  da rappresentanti delle  sinagoghe romane, da ottomila giudei viventi nella capitale.

Professore, se nell’occasione del  processo ad Archelao ogni sinagoga invia 1600 uomini  significa che ogni  proseuchh ha una popolazione media di almeno 10.000 persone, come in Alessandria,  una sua organizzazione ed una precisa volontà  antierodiana con un desiderio di ritorno alla tradizione in senso asmoneo. Ora,  l’accoglienza trionfale al figlio di Mariamne asmonea è un segno tangibile che la comunità romana non è filoerodiana e contesta  la stessa politica imperiale che ha fatto di Erode un  privato/idioths, un Basileus,  a scapito della legittima monarchia asmonea!

Marco, non è certo. Non  sappiamo nemmeno  se il falso Alessandro viene a Roma tra il 4 av, C. e il 6. d.C o se va prima tra il 7 a.C e il 4 av. C. e quindi non possiamo dire, storicamente, quanto hai affermato che presuppone che l’arrivo di  Alessandro è successivo al  giudizio/dikh di Augusto, che stabilisce, comunque, di dare auctoritas e potestas al figlio di Erode e di Maltace samaritana, nonostante l’eccidio dei 3000  uomini nel tempio e i 2000 insorti,aramaici,  crocifissi da Varo, a rivolta sedata, concedendo il titolo di Etnarca con la promessa di crearlo re.

Dunque, professore, posso dire, però,  che a Roma o prima o durante il regno di Archelao, ci sono  in città, al di là del  Tevere una colonia-apoikia- di almeno 50.000  giudei, che acclamano il  creduto figlio di Mariamne, asmonea.

Si può dire con le dovute riserve di approssimazione. Posso seguitare il racconto? Si, certo.

Il giovane falso Alessandro, dopo mesi di recita, ha imparato bene la parte di principe : sa vestire come lui, tirare l’arco, cavalcare, parlare con lo stesso tono, essere signorile nei modi  da ingannare chiunque.

Ottaviano è un figlio di nummularius  di Velletri, amico di trapeziti ebraici,- di cui il padre è stato un semplice diakonos  occidentale- abile a scovare le frodi numismatiche e sapiente nella sua  regia economica e sociale, ha intuito l’inganno del giovane ebreo di Sidone e del suo compare contribulo.

Augusto, ricevuto il neaniskos , vistolo,  ha, anche,  comunque, dubbi  e  decide di verificare  il suo sospetto, avendo compreso  il raggiro  fondato sulla somiglianza . L’imperatore chiama un  suo liberto ebreo di nome  Celado,  che conosce bene tous Alecsandrou karakthras/le fattezze di Alessandro e gli ordina di fare uno studio accurato sul personaggio  per individuare la diversità dei lineamenti tas diaphoras tou proosopou, di rilevare la corporatura nel suo insieme troppo massiccia e l’aspetto servile /to olon sooma sklheroteron te kai doulophanes e quindi di smascherare  lui e pan to suntagma/ tutto il preordinato disegno.

L’imperatore  si era molto innervosito per la sfrontatezza delle dichiarazioni  fatte alla sua richiesta dell’assenza del fratello Aristobulo durante l’interrogatorio privato e per la risposta del falso Alessandro : anche lui era vivo ma era rimasto di proposito a Cipro  per proteggersi da tranelli/tas epiboulas phulassomenos  ritenendo che, se stessero separati,  era più difficile toglierli di mezzo!.

Celado, entrato nella grazie di Alessandro, riferisce ogni cosa ad Augusto circa  la vita quotidiana del presunto figlio di Mariamne  e   scopre chiaramente che non è  figlio di Erode da molti segni. Su suggerimento dell’imperatore, Celado, confidenzialmente, dice  al falso Alessandro che  Augusto  gli potrebbe salvare la vita nel caso che riveli la sua vera identità e il raggiro fatto da altri a scopo di guadagno.

Il neaniskos, avuta l’assicurazione di aver salva la vita, rivela tutto il piano  per fare soldi  pros ergasian come lavoro produttivo  e dice di avere guadagnato moltissimo  e fatto una vita brillante,  cosa che come operaio o addetto all’agricoltura o alla pastorizia mai avrebbe ottenuto/tosauta gar eilhphenai doora kath’ekasthn polin osa zoon …ouk elaben.

Flavio racconta che  Cesare scoppiò a ridere,  pensò bene che l’aitante Alessandro potesse fare il rematore nella sua flotta, mentre condannò a morte il suo istigatore.

Il regista di Ben Hur ha seguito, interpretandola,   la storia di questo personaggio?

Non ho mai visto Ben Hur!  I Melii, comunque,  che chiedono rimborso  delle spese sostenute, hanno la seguente risposta:  vi sta bene! ta alanoomata/le spese sostenute  vi siano di castigo giusto per la vostra stoltezza/epitimion ths anoias!.

E’ bravo Ottaviano Augusto! Lui, figlio di mercanti italici, non si lascia prendere in giro  da avidi  ebrei!.

La nascita di Gesù

La nascita di Gesù è un capitolo di Jehoshua o Jesous? (Maroni, 2003). Alcuni amici mi hanno chiesto di scriverlo come articolo in www.angelofilipponi.com  per un sereno dibattito storico-religioso con altri, interessati alla figura umana di Gesù ,ed io ho soddisfatto la loro richiesta.

La nascita di Gesù

 Sappiamo dai Vangeli di una nascita betlemita, di un censimento nell’epoca di Augusto, di una stella che aveva condotto a Gerusalemme tre re magi- che avevano visto un astro nel cielo- per onorare il nato bambino, fuggito, poi, in Egitto per timore dell’odio di Erode, che fece la strage degli innocenti. 1.

Le stesse notizie, anche se romanzate, le troviamo nei Vangeli apocrifi in varie forme e secondo altre angolazioni: il Protovangelo di Giacomo, quello dello pseudo – Matteo, quello dell’infanzia arabo siriaco, quello dell’infanzia armeno, la storia di Giuseppe il falegname, quasi tutti, concordi, parlano della nascita a Betlemme, di una stella e della fuga in Egitto: alcuni marcano un fatto, altri un altro, ma tutti sostanzialmente riportano gli stessi dati. 2.

La vera fonte, canonica, però, è Luca, perché in effetti Marco non ne parla affatto e Matteo dà come scontata la nascita a Betlemme e marca l’episodio dei re magi.

Esaminiamo il testo di Luca (2. I-9)  e Matteo ( 2.1-5) e cerchiamo di comprendere.

Luca 3 parla della nascita di Gesù sotto l’impero di Augusto (27-a. C. – 14 d. c.,) che aveva ordinato a P. Sulpicio Quirinio, governatore di Siria, dal 6 d. C., di fare il censimento in Giudea, mentre Matteo tratta della concezione verginale di Gesù (1.18-25) e poi della visita dei Magi (2.1-12) e della fuga in Egitto (2.13-18), in modo impreciso e vago, tralasciando la nascita con la datazione. 4.

Quindi solo Luca da notizie storico-geografiche circa la nascita di Gesù.

Cerchiamo di capire, spiegando i termini greci  mediante referenze sia greche che latine e dove possibile aramaico- ebraiche

Fare il censimento” si dice in latino habere censum hominum e in greco apographesthai ten oikoumenen (o anche aute apographe prote) o tas apographas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate, 20)5.o pases somatikes choras anagraphenai (Filone,De migr. Abraham 16): consisteva nella registrazione di ogni capo famiglia al proprio distretto, nella propria toparchia, per agevolare il servizio di pagamento delle tasse agli esattori e constava di una prima fase d’iscrizione, in cui si registrava il soggetto che doveva pagare e di una fase attuativa successiva, in cui il soggetto pagava effettivamente quanto prescritto per legge. 6.

Era un normale sistema romano, che scattava quando uno stato veniva inglobato e posto sotto il diretto potere romano: ciò si verificava quando la zona era militarmente considerata vinta e pacificata.

Nel caso della Giudea, questa probabilmente, come l’Egitto, rientrava sotto il fisco imperiale (era cioè un possesso dell’imperatore) non nell’ erario, vista la nomina di Coponio, suo primo procuratore e considerata la dipendenza diretta dal governatore di Siria, di nomina imperiale.

Coponio e Quirinio sono uomini di massima fiducia di Augusto (Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giudaiche, XVIII, I, 1)7.

D’altra parte la centralità della Giudea nella Palestina e quella di Gerusalemme e il valore morale del tempio, per tutti gli ebrei della Diaspora (più di tre milioni e mezzo, sparsi oltre che nell’impero romano anche in quello parthico), determinano l’intervento diretto della casata imperiale: bisogna considerare che il controllo del tempio di Gerusalemme comporta una notevole entrata nelle casse imperiali, annualmente, in relazione alle decime, alle feste e al pagamento dovuto al tempio di mezzo siclo (o 2 dracme) da ogni circonciso maschio di età adulta, obbligato a partecipare alle feste gerosolomitane. 8.

Inoltre chi controlla Gerusalemme controlla il popolo giudaico, di qualsiasi nazionalità: da qui la necessità da parte dell’imperatore di censire la popolazione all’atto dell’esautorazione di Archelao,9. figlio di Erode il Grande, che aveva mal amministrato la sua etnarchia, avuta alla morte del padre col titolo di re nel 4 a. c.

Era accaduto che Augusto aveva accolto le accuse dei samaritani,e chiamato a Roma Archelao, lo aveva  deposto nel 6 .d.c rilegandolo a Vienne in Gallia 10 ed aveva incamerato nel fisco il suo patrimonio. 11.

In questa situazione il galileo Giuda spinse alla ribellione la Galilea, ingiuriando i suoi connazionali se non lo seguivano: egli era un dottore, figlio di Ezechias, che predicava di non pagare il tributo ai romani e di aver non padroni, mortali , ma solo Dio. 12

Il governatore di Siria che presiedeva a tutta l’area antipartica, amico fedelissimo di Ottaviano, con Coponio che  era un praefectus cum iure gladii, fece il censimento sulla base delle toparchie, che funzionavano allo stesso modo , dal periodo dei Lagidi e quindi esigeva il pagamento 13.

La figura di Cirino  evangelico, di P. Sulpicio Quirinio , è notissima sia per la citazione di Luca che per quella dello Pseudo Matteo e di Tacito negli Annales,.che per le notizie di Giuseppe Flavio   che per quelle di Dione Cassio e di Anneo Floro 14

Da Tacito sappiamo che era intimo di Tiberio, ma che aveva fatto carriera sotto Augusto, in quanto era stato console nel 12 a. C., anno della morte di Marco Agrippa, genero di Augusto, governatore ed organizzatore della Siria e di tutto lo scacchiere orientale.15.

Inoltre da lui conosciamo che poi era stato governatore in Asia e in Siria e  che morì nel 21.

Di lui parla espressamente in tre occasioni: in una causa del 16 d. C. contro Marco Scribonio Libone Druso16., condannato per lesa maestà  e suicida,che gli affidò, come parente, le suppliche per l’imperatore ; in una seconda per il ripudio di Lepida nel 20 d. C., che aveva simulato un parto da lui ,17. ( la stessa notizia su P. Quirinio, definito consolare ricco e senza figli è riportata da Svetonio ) 18. che era accusata di adulterio e di avvelenamento 19. di consulti sulla sorte della casa imperiale, tenuti con astrologi caldei; e una terza volta, quando Tiberio stesso, in occasione della sua morte, chiede al senato di onorare, a pubbliche spese, col funerale, l’amico.

In questo ultimo punto sembra che Tacito riferisca parte dell’elogio funebre e lo metta in bocca allo stesso imperatore: la nascita a Lanuvio, il valore militare ed azioni di rilievo che gli fruttarono il consolato sotto Augusto, una funzione svolta  in modo energico in Oriente, il trionfo per aver espugnato le fortezze degli Omonadesi in Cilicia con l’onore delle insegne trionfali, vengono enfaticamente ricordate.

Tiberio, inoltre, aveva ricordato che era stato affiancato, dopo la fine di M.Lollio,( Cfr Velleio. Storie,II,1O1,3;Svetonio, Tiberio 12. 2-3; Tacito, Ann. IV,1,2) come rector, (consigliere militare ) a C. Giulio Cesare, figlio di Marco Agrippa che, inviato in Siria, ventenne, giovane sposo di Giulia Livilla ( figlia di Antonia e di Druso ) aveva avuto il mandato di negoziare la pax con i parthi, e che quindi era stato presente al trattato di Zeugma del 2 d. C. 20.

E l’imperatore ricorda che Quirinio in quell’occasione andò a Rodi, dove lui viveva in esilio, dopo il rifiuto di convivere con Giulia, ex moglie di Agrippa, a dimostrazione della venerazione e della devozione del consolare: erano quelli gli anni dell’esilio 21. in cui Tiberio si era ritirato dopo che Augusto aveva data la potestas tribunicia a Gaio Cesare e per sette anni era rimasto lontano da Roma, fino al 3 d c.

Tacito, dunque, ci mostra Quirinio come uomo legato ad Augusto e a Tiberio, che svolge incarichi per la famiglia imperiale nel settore orientale dell’impero, anche se conosciamo da Floro una sua azione militare in Africa , dove avrebbe potuto conseguire il titolo di Marmarico se lo avesse voluto per le vittorie come Gneo Cornelio Lentulo Cosso 22.

Comunque non conosciamo bene la sua vita dal 12 a. C. al 2 d. C. anno in cui fu affiancato come rector a C. Giulio Cesare, incarico di immenso prestigio perché assisteva il futuro imperatore, dato certamente ad un uomo di fiducia, ma anche di grande perizia militare ed amministrativa.

Chiaramente tali doti le aveva già mostrate in precedenti incarichi, adombrati da Tacito, ma non specificati.

Sappiamo di un suo proconsolato in Asia e di una sua spedizione militare in Cilicia e conosciamo che Erode il grande aveva una specie di protettorato sulla Cilicia (precedente che nel 41 d. C. spinse Claudio a dare temporaneamente la regione sotto il potere di Agrippa I, nominato re di Giudea).

Tra il 9 e il 6 a. C. è governatore di Siria Senzio Saturnino,23. console nel 19 a. c., sicuramente un tiberiano, perché, dopo tale incarico rimane in ombra fino al ritorno a Roma del figlio di Livia, col quale è console nel 4 d. c., poi è comandante in Germania contro Maroboduo fino al 6 d. C.

E’ questo un abile militare, opposto a Varo suo successore in Germania, come lo era stato in Giudea, però, nel 6 a C.: le notizie sono confermate da Giuseppe Flavio 24.

Mentre Quirinio è in Cilicia e Saturnino in Siria (Ant. Giud.XVI ,12 processo di Alessandro ed Aristobulo davanti al governatore ) il regno di Erode il grande è entrato in una grave crisi dinastica, in cui il vecchio re, già malato di cancro alla prostata, che va a curarsi a Calliroe nel Mar Morto, non sembra in grado di soluzioni.

Augusto, informato della situazione,  sembra staccarsi dall’amicizia con il re giudaico, col quale era legato da un trentennio: a detta di Giuseppe Flavio, Erode era il primo dopo Agrippa (specie dopo la sua morte nel I2 a. C.) , nel cuore di Ottaviano.25. L’uccisione di Aristobulo e di Alessandro, i figli di Mariamne di  alessandro , nipote di Hircano, è determinante per Augusto che ebbe a dire “ meglio essere un porco che un figlio di Erode”, collocata intorno all’8/7 (Ibidem, Ant. Giud. XV, 7,8): l’imperatore vuole esautorare il vecchio re e  annettersi direttamente la Iudaea, ma dopo un po’ di tempo si riconcilia (Ibidem ,XVI 12).26.

In quella particolare situazione di “gelo diplomatico” tra le due corti ,il compito militare è di Saturnino, quello amministrativo censitario dovrebbe essere di Quirinio, in un quadro di previsione di annessione del regno giudaico nell’impero.

I due forse dovevano svolgere l’azione preliminare di iscrizione censitaria, che poi sarebbe stata seguitata e svolta direttamente da Quintilio Varo, il nuovo governatore della Siria, successore di Saturnino e da Tizio Sabino, legatus ad census accipiendos, che forse sostituiva Quirinio.

Questi vennero a trovarsi in una vera e propria rivoluzione a seguito della ventilata esautorazione di Erode, d’altra parte insidiato da suo figlio Antipatro, natogli da Doris, pur nominato erede ufficiale. 27.

Quirinio dunque è forse un legatus come Sabino operante in Giudea nel periodo di Saturnino, come uomo di fiducia della famiglia imperiale. 28.

L’azione, perciò, successiva di Quintilio Varo, imparentato con Ottaviano già proconsole d’Africa eletto nel 6 a. C. governatore di Siria, giudicato negativamente da Velleio Patercolo e positivamente da Tacito è fatta con il legatus in conformità a quanto compiuto dai due predecessori.

Sappiamo da notizie tratte da Tacito, congiunte con altre di Flavio e di Dione  che Varo in effetti, in quanto membro della famiglia augustea, avrebbe dovuto sostituire, come consigliere militare, Agrippa e che, quindi, Quirinio, svolse una sua azione militare in Cilicia e poi in Giudea ,una specie di organizzazione delle imposte, in un momento delicato della monarchia giudaica di Erode il grande: peccato che non conosciamo i maneggi di Antipatro a Roma nei mesi trascorsi nella capitale, dove certamente si discuteva sull’annessione del Regno nell’imperium, a seguito della relazione di C. Senzio Saturnino, governatore di Siria. 29.

La funzione di Quirinio, legatus ad census accipiendos è possibile perché è uomo caro e ad Augusto e a Varo, 30.

La successiva funzione di rector con Gaio Giulio Cesare  autorizza ancora di più questa interpretazione e dimostra il prestigio di Quirinio prima e dopo la morte di Erode.

Inoltre la sua elezione a governatore di Siria dal 6 d. C. indica chiaramente la fiducia di Ottaviano nei confronti di Quirinio che doveva essere una delle personalità militari di maggior rilievo dell’epoca, per riorganizzare quel settore.

L’ etnarchia di Archelao era importante per l’imperium: da tempo, da almeno un decennio Augusto aveva pensato di inglobare la Iudaea nell’imperium, onde servirsi dei banchieri e finanziatori giudei ellenisti e rimpinguare il fisco, oltre che per iniziare una svolta politica in senso espansionistico, considerata la critica situazione dei Parthi e la presenza nel loro territorio di una grossa comunità di giudei transeufrasici, che avrebbero potuto favorire tale politica: solo la sconfitta di Varo sul fronte germanico, con le ripercussioni morali sull’ esercito romano e sul nazionalismo parthico, determinò un ritorno alla politica conservatrice, mantenuta poi da Tiberio .

Comunque la Iudaea restava una piccola provincia, essenziale, però, per il fisco imperiale, anche se pericolosa per la potenza finanziaria dei giudei-ellenisti e per il fanatismo religioso dei giudei di Palestina

E Quirinio era certamente l’uomo migliore che doveva garantire l’ordine in una zona esplosiva, data l’ostilità di Giudei, Samaritani e Idumei, che, governati da Roma  tramite Coponio (un praefectus, d’ordine equestre, subordinato al governatore di Siria, sempre uomo fedelissimo della famiglia imperiale), già iscritti nelle toparchie e quindi soggetti al pagamento, ora dovevano pagare le tasse. 31.

Infatti le due azioni di apographè– iscrizione in un registro e di apotimesiscensimento sarebbero state compiute in due momenti differenti da Quirinio, che in precedenza aveva fatto iscrivere tutti gli abitanti della Iudaea, che comprendeva La Giudea, Samaria ed Idumea, divisi in 10/11 toparchie sulla base delle precedenti divisioni e poi li aveva tassati secondo le liste di iscrizione fatte. 32.

Quirinio,perciò, è detto da Luca come quello che aveva fatto il censimento sotto ordine di Ottaviano  ma l’evangelista può riferirsi anche agli anni 8-6 a. C, in cui il romano svolge la funzione amministrativa in Giudea, sotto Senzio Saturnino.

Egli avrebbe svolto una funzione simile a quella svolta da Tizio Sabino, legatus di Quintilio Varo (6-4 a. C. ), esecutore della politica augustea in Palestina nel delicato momento della successione,(specie dopo la morte di Antipatro, erede designato, ucciso dal padre cinque giorni prima di morire) in un clima convulso di guerriglia  in Galilea e di rivoluzione in Giudea, Idumea e Perea.33.

Quirinio fu, dunque, un esperto di cose giudaiche e siriache , orientali in genere e rivestì compiti così importanti sotto Augusto, affidati, dopo Marco Agrippa, solo a Varo, marito di sua pronipote Claudia Pulcra, figlia di Claudia Marcella minore (Cfr. Tacito, Ann. IV , 52,66).34.

Comunque, non sappiamo esattamente quale effettivamente fu la sua azione, ma è certo che Varo insieme a Sabino represse la rivoluzione sorta per l’apographè, da Quirinio forse indetta.35.

Varo è descritto male da una fonte tiberiana ,”là arrivò povero e da là tornò ricchissimo, lasciando povera la provincia .36.

Tizio Sabino, un cavaliere con compiti fiscali, conosciuto da Tacito 37., ha forse le stesse funzioni di  Quirinio : infatti cerca di inglobare i beni regali 38. in un momento di gravi insurrezioni e di tumulti,  a seguito delle stragi perpetrate da Archelao ancora non riconosciuto re, e di incamerarli nel fisco. 39.

Si può congetturare che tale azione, poi annullata, fu suggerita da Quirinio, che aveva fatto fare l‘apographè e che poco fidava in Archelao, e perciò propendeva per l’annessione della Giudea nell’imperium.

Sabino, protetto dalle tre legioni di Varo, (che era andato a Gerusalemme per impedire i tumulti e poi era tornato ad Antiochia), aveva  favorito  disordini, costringendo le guarnigioni a consegnare le piazzeforti, sottoponendo a rigoroso controllo i beni regi, servendosi non solo dei soldati di Varo, ma anche dei suoi schiavi privati armati.40.

Le popolazioni di Galilea, di Idumea, di Gerico, della Perea il giorno della Pentecoste, si divisero in tre raggruppamenti e si accamparono in tre punti diversi (a settentrione del tempio, presso l’ippodromo, a occidente della reggia ) ed assediarono i romani.

Sabino, dopo aver inviato messaggeri a Varo, salì sulla fortezza Fasael e diede l’ordine di attacco contro i giudei, che furono costretti inizialmente alla fuga e poi riordinatisi, ripresero le ostilità.

Sabino fece bruciare i portici, dove erano asserragliati i nemici ed uccise quelli che si salvavano dalle fiamme: i soldati penetrarono nel tesoro del dio e fecero un bottino di quattrocento talenti, di cui “Sabino raccolse quanto non venne trafugato” .41

Con Sabino si erano schierati gli erodiani, i soldati regi e i tremila sebasteni di Rufo e Grato, comandanti della fanteria regia e della cavalleria contro la massa di Giudei che, ora ostile ai romani per la rovina degli edifici e la perdita di tante vite umane, voleva massacrarli.

In effetti il tumulto divenne insurrezione con intenti nazionalistici in quanto i giudei aspiranti alla indipendenza (tèn patrion autonomian) invitavano Sabino a ritirarsi, che invece resistette perché sperava nell’arrivo degli aiuti di Varo.

La rivoluzione si estese anche nel contado ed in Idumea Achiab, cugino di Erode era attaccato da duemila veterani, ostili agli erodiani; a Sepphoris, capitale della Galilea, Giuda raccolse una banda, fece irruzione negli arsenali regi e, così rifornito, attaccava gli altri  aspiranti al potere, oltre che i romani.42

Bande di peraiti avevano attaccato la reggia di Gerico e avevano eletto re un certo Simone, dandogli la corona regale .43

Altri gruppi avevano preso Batheramatha, dove c’era un’altra reggia, presso il Giordano: la sedizione in Perea fu vinta da Grato, la cui azione era coordinata da Varo, che prese e fece uccidere Simone.

Perfino il pastore Atrongeo con i suoi quattro fratelli aspirò alla corona e se la cinse: egli uccideva i romani e i soldati regi, ma anche i ricchi giudei: Tre fratelli furono presi da Grato e gli altri in seguito si arresero e patteggiarono con Archelao. 44.

Varo subito intervenne con due legioni e con quattro turmae di cavalleria e riunì a Tolemaide anche le truppe ausiliarie dei re alleati e dei dinasti vicini: perfino Areta accorse per vendicare le offese ricevute da Erode ed arrivarono anche 1500 opliti di Berito.45.

Varo, dopo aver fatto un piano di attacco, inviò un certo Gaio, di difficile identificazione, (suggestiva sarebbe quella con Gaio Cesare!) suo amico contro la Galilea, il quale in breve prese Sepphoris e la incendiò. 46.

Fatti prigionieri i suoi cittadini, il legatus scese verso la Samaria, che non era insorta, ma ne incendiò alcuni paesi per volontà di Areta, assetato di vendetta contro Erode, ed infine distrusse la toparchia di Emmaus e mosse su Gerusalemme.

All’apparire di Varo, riunitosi con Gaio, gli assedianti fuggirono mentre gli abitanti di Gerusalemme, pur di salvarsi, li accolsero trionfalmente, dimostrando di non essere stati partecipi alla rivolta e Giuseppe, cugino di Archelao, Grato e Rufo si unirono a Varo: solo Tizio Sabino non si presentò nemmeno e si diresse verso la costa.

Il governatore poi fece crocifiggere duemila uomini, gettò in prigione altrettanti, come responsabili della rivolta e lasciò liberi gli altri.

Poi si dirisse contro l’ Idumea, dove resistevano ancora 10.000 uomini in armi, senza gli uomini di Areta, considerato troppo ostile ai Giudei, ritenuto del tutto inutile in una situazione così caotica. 47.

Gli Idumei, per consiglio di Achiab, si arresero e Varo li rimandò a casa ma trattenne solo quelli che pur essendo della stessa famiglia di Erode, si erano ribellati e li inviò da Augusto perché fossero giudicati e puniti per aver preso le armi contro i loro stessi parenti.

Sistemate le cose, Varo tornò ad Antiochia, dopo avere licenziato l’esercito alleato e aver lasciato la legione, stanziata a Gerusalemme.

Mentre in Palestina avveniva questa insurrezione, a Roma si discuteva sulla indipendenza nazionale ad opera di 50 giudei, appoggiati da 8000 giudei romani che reclamavano il diritto di governarsi democraticamente e rifiutavano gli eredi di Erode, come sovrani e in modo particolare Archelao, che aveva fatto uccidere 3000 giudei nel tempio, ed aveva mostrato subito la crudeltà stessa paterna.48.

Flavio mostra da una parte i Giudei “democratici” indipendentisti e da un’altra Archelao, i suoi amici e parenti, tra i quali anche Filippo, figlio di Erode e di Cleopatra,inviato da Varo stesso, che stava, però, in disparte. 49.

Ottaviano aveva riunito il suo consiglio personale, costituito da Magistrati (oi en telei romaioi) e da amici ( oi philoi)  nel tempio di Apollo sul Palatino, in un clima di festa e di un contesto di  straordinaria magnificenza. 50.

Lo storico in questo modo manda precisi segnali per evidenziare la volontà di indipendenza del popolo giudaico, subito dopo la morte di Erode il grande, considerato re illegittimo,in quanto usurpatore del trono Asmoneo, fautore di una politica servile nei confronti della romanità, un idumeo empio ed ellenizzato, giudeo di nome, responsabile della corruzione del tempio, pur dovuta ai sadducei.

Sottesa è l’interpretazione di una volontà di regalità nazionale legittima con un sacerdozio meno ellenizzato e di stirpe sadoqita.

Qualunque sia il messaggio di Flavio, nascosto sotto il pensiero dei 50 membri giudaici, quali rappresentanti di tutta la nazione, ai fini del nostro lavoro, possiamo solo rilevare che negli ultimi anni del regno di Erode. Augusto va preparando l’annessione della Giudea all’impero: la presenza di Quirinio sotto Saturnino e quella di Sabino sotto Varo, sono segni di un’organizzazione fiscale in atto: da qui la rivoluzione, iniziata forse col primo e domata poi dal secondo.

Nel quadro della rivoluzione di Simone, di cui parla Tacito,in cui si attua l’apographè con Quirinio, che potrebbe essere rimasto anche sotto Varo, si potrebbe collocare la nascita di Gesù .

Luca, però, col suo riferimento diretto a Quirinio ci induce a pensare al 6 d. c., cioè a circa 10 anni dopo, alla fine del regno di Archelao, deposto da Augusto, quando inizia una nuova guerriglia minore di quella precedente, per l’effettiva entrata della Giudea nel fisco imperiale e del relativo pagamento delle tasse.

Ora la situazione in Giudea è mutata ed ancora di più nell’impero. Augusto ha perso i suoi eredi Gaio e Lucio Cesare, scomparsi nel 2 e 3 d. c. dopo brevi illusioni militari, ha richiamato Tiberio, lo ha investito di tribunicia potestas e lo ha inviato in Germania, dove svolgeva la sua azione di comandante militare Senzio Saturnino, amico di Tiberio, che con lui ha vinto e pacificato la zona,pur con un ruolo secondario.51.

Saturnino dopo un nuovo consolato nel 4 d. C., aveva assolto il suo compito militare brillantemente contro Maroboduo 52.ed era sostituito, forse per età ,da Sulpicio Varo con compiti non propri militari, ma con la funzione simile a quella di praetorper placare con le leggi chi non si era potuto placare con la spada” (“quique gladiis domari non poterant posse iure mulceri.) 53.

E Varo andrà incontro alla sconfitta di Teutoburgo e alla morte nel 9 d.c. ad opera di Arminio, mentre forse cerca di preparare una soluzione giuridica per la sistemazione della Germania, come base di ulteriori conquiste verso l’Elba.54.

Quirinio, invece, nel settore orientale viene a trovarsi di nuovo di fronte ad una rivoluzione, non in Giudea, controllata da Coponio, ma in Galilea, dove Erode Antipa deve svolgere la sua azione regale repressiva, sempre coordinata dal governatore di Siria.

La Giudea era rimasta ferma, al momento della deposizione di Archelao, grazie al sommo sacerdote Iohzhar, che mantenne calmo il popolo.

In Galilea, Giuda di Gamala e Sadok, un fariseo, si erano ribellati, seguiti da una masnada di fanatici integralisti, che andavano dicendo “che se essi erano valutati e registrati  non erano altro che schiavi” e che “essi non avevano altri padroni che Dio” .55.

Era sorta una   nuova guerra civile prima e poi ci fu una feroce repressione probabilmente con le forze erodiane, congiunte con quelle dei romani.

Da quanto detto, possiamo concludere che la situazione, al momento della nascita di Gesù, è sempre di guerriglia (nell’8/6 a.c.,che perdura per un quattrennio) e che è in atto una rivoluzione effettiva, mentre nel 6 d.c. scoppia una sedizione limitata alla Galilea e che Quirinio è personaggio sempre presente.

Dunque, Gesù può essere nato o tra il 8/6 e il 6/4 a. c durante le varie fasi della rivoluzione o il 6 d. C. epoca della deposizione di Archelao.

Nel primo caso calza perfettamente la nascita prima della morte di Erode (morto il 4 a. C) dato necessario perché i magi vanno da lui ancora vivo, anche se non c’è il censimento effettivo ma solo un tentativo di organizzazione censitaria, fatto da Quirinio come semplice registrazione degli adulti (dopo il venticinquesimo anno), applicata, poi, come riscossione, senza successo,da Sabino, che determina il movimento insurrezionale.

Inoltre c’è la famosa stella, che sembra sia stata vista il 6 a. C.: quindi Gesù potrebbe essere nato in un’epoca di torbidi in cui la Galilea fu invasa, devastata, decimata.

Nel secondo caso c’è un censimento effettivo, probabile, ma Erode è morto già e quindi non c’è possibilità di far combaciare la nascita betlemita, la presenza della stella e tutte le altre leggende erodiane.

Si potrebbe allora accettare la soluzione della nascita non di una persona, ma di due: di Gesù nato a Nazareth sotto il periodo di Quirinio che fa il precensimento, e  di Giacomo a Bethlem durante la prefettura di Quirinio in Siria o viceversa.

Quando il cristianesimo antiocheno si afferma, le due nascite, si fondono in una, subito dopo la morte di Giacomo nel 62 d.c. o dopo la distruzione del tempio.56.

Oppure bisogna credere nella nascita di Gesù a Bethlem sotto Quirinio, come addetto al censo per la Iudaea nel 7-6, confuso poi con lo stesso consolare, divenuto governatore di Siria, che fece pagare per primo le tasse ai Giudei, insieme con Coponio.

La datazione, comunque, della nascita di Gesù non può andare oltre il 7 a. C. e non dopo il 4 a. C. anno della morte di Erode il Grande (d’altra parte è noto l’errore di Dionigi il Piccolo -V-VI d. C- che aveva iniziato a computare l’era cristiana): è circa un triennio che dovrebbe essere meglio studiato, dando maggiore credito alle fonti ebraiche e specificamente a Giuseppe Flavio, che conosce il periodo di governatorato della Siria di Senzio Saturnino e quello di Varo e sembra sottendere la presenza di incaricati del fisco, che già andavano predisponendo la regione, destinata ad entrare  sotto il controllo diretto dell’imperium.

Gli ultimi anni di Erode il grande, (subito dopo la morte di Alessandro e di Aristobulo) il tentativo di avvelenamento fatto da Antipatro, il suo viaggio a Roma, le sue amicizie romane, il  ritorno, la condanna, l’imprigionamento, la morte, il testamento regio nuovo, la disputa tra Archelao ed Antipa per il principato, il ruolo di Maltace, la funzione di Varo e di Sabino nel quadro di rivoluzione nazionale, potrebbero squarciare qualche velo e mostrare qualche altro dettaglio utile, per conoscere , esattamente, la nascita di Gesù.

Note

 

  1. Da Matteo (2.1-4) sappiamo, oltre alla nascita, anche di una stella che illumina la strada ai re Magi, venuti per adorare il nato bambino e della persecuzione di Erode, che fece uccidere tutti i neonati dei dintorni di Betlemme: P. Schnabel, Der jungste datierbare Keilschrifttext in Z.f. Assyriologie 36 (1925) pp.66 sgg, trovò una tavola di terracotta in caratteri cuneiformi, scoperta a Sippar, in cui c’era un calendario stellare e da esso derivò la determinazione del 7 a.C., anno in cui ci fu la coniunctio magna di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci., anno 746 ab urbe condita, 3753 del calendario ebraico.
  2. Per il Protovangelo di Giacomo, per il Vangelo dello Pseudo- Matteo, per quello dell’infanzia arabo-siriaco, per quello dell’infanzia armeno, per la storia di Giuseppe il Falegname cfr. Vangeli Apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi,1969.

3.Il fatto che Matteo dica solo “Nato Gesù  in Betlemme di Giudea al tempo di re Erode, alcuni magi dall’0riente giunsero a Gerusalemme chiedendo..”, unito alla mancanza di notizie da parte di Marco, autorizza solo una congettura sulla purezza della stirpe di Giuseppe e sul suo stato sacerdotale, ma evidenzia una volontà di nascondere (o dare per scontato ) una nascita pericolosa, data l’avversione del re, che però mal si cuce con la venuta dei Magi, che vanno direttamente a Gerusalemme e che contrasta con quella lucana, celebrata da angeli e festeggiata da pastori. Inoltre mi sembra strano che non lo sapesse Erode che aveva rapporti con i principi mesopotamici e che aveva contatti con giudei mesopotamici. Comunque ancora più strano è che un mago come Tiberio, circondato da astronomi caldei e sempre seguito da Trasillo, mentre era tutor dei due figli di Agrippa, in quanto patrigno, marito di Giulia ed equiparato per autorità ad Augusto per la tribunicia potestas nel I dicembre del 7 a.c., non abbia saputo quanto sappiamo noi di una coincidenza astrale di Saturno (stella di Israel) con Giove (segno di potere) nella costellazione dei Pesci (segni di novità e di nascita straordinaria). Ancora più strano che quei magi della sua corte non abbiamo visto ciò  che gli altri zoatar videro: la nascita del Re salvatore di Giudea a Bethlemme, d’altra parte vaticinata da profeti da secoli. L’astronomia è la disciplina principe nel periodo di Augusto e di Tiberio, come la medicina e le altre scienze tecniche: quindi Erode , Augusto e Tiberio sapevano tutto ciò che avveniva in Giudea, anche dei miracoli di Jehoshua……(cfr.Paradosis di Pilato e morte  di Pilato, in Vangeli Apocrifi, M. Craveri,cit,)

  1. La nascita insomma è descritta in modo poco chiaro e poco proporzionato da Matteo che accenna brevemente alla nascita dopo aver trattato diffusamente la concezione verginale di Gesù(1.18-25), per parlare della visita dei magi (2.1-12)e della fuga in Egitto(2.13-18); in modo ancor più confuso da Luca, che tratta diffusamente della Nascita di Gesù (“.1-7), dell’annuncio ai pastori, dell’ adorazione dei pastori (2. 8-20), poi della circoncisione e della presentazione al tempio ,con l’incontro di Simeone e della profetessa Anna (2.21-36) senza neanche accennare alla visita dei magi e alla fuga in Egitto, per parlare poi della vita nascosta a Nazareth e di un viaggio, da ragazzo, a Gerusalemme.
  2. Vari sono i modi di dire in greco fare censimento, ma tas apografas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate,20) sottende semanticamente oltre la registrazione (apografè) anche il censimento come pagamento (apotimesis) da parte dei provinciali e riscossione da parte di pubblicani (telones) Cfr Tacito I, 31..Regimen summae rei penes Germanicum agendo Galliarum censui tum intentum (intento a regolare i tributi della Gallie). Ogni gallo pagava dalla conquista di Cesare un tributo in denaro, ripartito secondo le ricchezze e le proprietà dichiarate: periodicamente un magistrato rifaceva il censimento dei beni e delle persone: il primo era stata fatto nel 27 e poi fu ripetuto nel 12 a.c.
  3. Circa la condizione della Giudea di provincia imperiale, sotto procuratori, di ordine equestre (cfr. Giuseppe Flavio, Guer. Giud: II, 8. 1 e Ant. Giud. VIII,1)
  4. Su Archelao e la sua destituzione cfr. Giuseppe Flavio, Ant,.Giud. ,XVII, 13-17, e Guer. Giud. II, 6,3 e cfr Dione Cassio, LV, 4 ;Tacito, II, 42 e Svetonio, Tiberio.
  5. Per pagare la tassa annuale del tempio l’ebreo doveva cambiare la moneta romana in siclo (Mt.XVII,24-6; Lc II,22-8. Per quanto riguarda la setssa cena forse Gesù mangiò l’agnello macellato nel tempio Cfr V. Epstein, The Historicity of the Gospel Account of the Cleansing of the Temple Z,N, T.W. 55 (1964) pp.43,45. Il controllo del tempio era un grande affare per i Romani e per i sacerdoti Cfr A. F.Il primissimo cristianesimo ed Erode Agrippa)
  6. cfr. Ant, Giud XVII, 13-17. e Guer. Giud .II,6.3 e cfr. Dione Cassio, LV, 4
  7. cfr.Ant. Giud. XVII,19;Guer. Giud.II, 7,3
  8. Cfr Dione Cassio, LV,4 circa la salute di Ottaviano e la nomina di una commissione di tre membri di dignità consolare che doveva sentire le ambascerie, valutarle e decidere interventi ,nella abitazione stessa dell’imperatore sul Palatino.
  9. Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giud. XVIII,I
  10. Guer. Giud. II,8.1 e Ant. Giud. XVIII,1 e Velleio Patercolo, II, 83,3
  11. Per le notizie su Quirinio di Floro cfr .II.XXXI,12 incarico contro i Getuli dopo il governatorato in Siria, e specificamente contro i Marmarici e i Garamanti; di Giuseppe Flavio cfr. Guerra Giudaica (II, 8.1)e in Antichità Giudaiche(XVIII,1); di Dione Cassio cfr LIV, 4.
  12. Tacito Ann II, 31
  13. Tacito Ann. II,31 e Velleio Patercolo II, I29
  14. Tacito,Ann. i III 22
  15. Svetonio, Tiberio ,6
  16. Tacito Ann. III,23
  17. Sulla presenza di Quirinio a Zeugma cfr ,Cassio Dione LV, 2 e Tacito II, 42.2;II,4.1; III,48, 1
  18. Ann. III,48,1

22 cfr. Epitome, Bellum Getulicum, II,31

  1. Su Senzio Saturnino e la sua attività in Giudea e in Germania cfr. Velleio Patercolo, Storie, II, 77,3; 92,2; 102, 2-3;109,5 .
  2. Ant. Giud. XVII,I,5,6,7

25 Ant. Giud. XV, 7,8

26,Cfr. sull ‘amicizia tra Erode ed Agrippa ed Augusto G. Flavio Ant. Giud. XVI 13 e sui rapporti tra Augusto e l’ultimo Erode cfr Ant. Giud, XVI,12.

27.  Ant. Giud. 1, 3 ,5, 6,7. 28.Su Qurinio legatus cfr Ant. Giud. XVII, 12. 29. sulla discussione circa l’annessione  della Giudea cfr. Guer, Giud.I, 27. 6 e Antich. Giud.XVI, 4,5, 11,12,13 ). 30. sulla funzione di Quirnio legatus ad census accipiendos cfr Ant. Giud. XVII, 1,5,6,7 31. Quirinio doveva essere, dunque, nel periodo di Saturnino, legatus come Coponio . 32.Sul doppio sistema di anagraphé  come iscrizione e pagamento effettivo cfr. Plutarco, Crasso, 13 e Flavio, Ant. Giud. XVIII, 2.1. 33. Su Varo e la repressione giudaica Cfr , Tacito Hist. V,6. 34.Cfr. Ant. Giud.XVIII, 1. 35. cfr. Ant. Giud. XVII, 12-16.36 Velleio Patercolo, Storie, II, 117,2 lo definisce uomo di indole mite, di abitudini tranquille, alquanto grave di corpo e di animo, aduso alla vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerresca. Che non fosse uno spregiatore del denaro lo aveva provato la Siria, sottoposta al suo governo, ricca provincia. 37. Cfr.Ann. IV 18, 19, 20 Sabino è uomo della cohors di Varo, rimasto legato all famiglia Giulia , a Claudia Pulcra ed a Agrippina, tanto da essere condannato a morte da Tiberio) 38.Guer. Giudaica II,6. 39. Ant. Giud., XVII,12-16. 40.Ibidem

  1. cfr.Ant. Giud. XVII, 14,15,16.  42.Ibidem. 43. Cfr Tacito,Hist. V, 6 “Post mortem Herodis nihil exspectato Caesare Simo quidam regium nomen invaserat. Is a Quintilio Varo obtinente Syria, punitus…)Dopo la fine di Erode e di Archelao la costituzione divenne aristocratica e i sommi sacerdoti furono investiti della guida della nazione (G .Flavio Ant. Giud. XX,251)metà de ten touron teleuten aristokratia men en e politeia , ten de prostasian tou ethnous oi archiereis epepisteunto. 44. G. Flavio, Ant. Giud.  Guer. Giud. II,6. 45. Ibidem. 46. Ibidem. 47. Guer. Giud. II, 5.3. 48. G. Flavio, Ant. Giud. XVII, 13,14,15
  1. Ant. Giud XVII,16
  2. Atnt. Giud. XVII,17
  3. Velleio Patercolo, St. II, 109,5. 52. Ibidem. 53. Pertanto Varo  Quo proposito mediam ingressus Germaniam velut inter viros pacis gaudentes dulcedine iurisdictionibus agendoque pro tribunali ordine trahebat aestiva… ut se praetorem urbanum in foro ius dicere , non in mediis Germaniae finibus exercitui praeesse crederet”( Velleio Patercolo , Ibidem). 54. Velleio Patercolo ibidem. 55. Ant. Giud, XVIII, 1 e Guer. Giud. II,8. 56. Cfr. Eusebio, Hist. Eccl, II

 

Monte degli Ulivi

 

In memoria di Silvia Marchegiani

Professore, E’ vero che gli ebrei facevano il sacrificio della giovenca rossa sul Monte degli Ulivi?

Si,  Marco, anche se c’era ancora il tempio. Il sacrificio della giovenca era un antichissimo rito di espiazione. Mosè aveva stabilito (Numeri 19,1-10) di portare una vacca rossa, integra, senza difetti e senza aver mai portato il giogo: La darete ad Elehazar il sacerdote che la condurrà fuori dell’accampamento e  davanti a lui sarà scannata e poi col suo sangue sarà aspersa la tenda. Infine ci sarà l’olocausto  e chiunque avrà avuto contatti con la vacca sarà impuro fino a sera, anche se ha fatto il bagno: le sue ceneri siano riposte e conservate per la comunità dei figli di Israele  per fare l’acqua di impurità.

Era dunque un rito di espiazione che si stabilì, dopo il ritorno da Babilonia, di  farlo sul Monte degli Ulivi, e che durava ancora  in epoca tiberiana. Per noi cristiani, però, professore,  il Monte ha altro significato?

Certo. La Legge ebraica aveva tramandato tale rito che il sacerdote doveva fare, guidando  da Gerusalemme in processione il popolo  che dalla porta Orientale arrivava  ad un falsopiano sul crinale non lontano  da  Betfage, dopo esser  sceso nella valle del Cedron e risalito  la ripida costa fino al Getsemani (Frantoio) per avviarsi lungo un crinale verso l’odierno  Et.tur, per arrivare  al luogo del sacrificio.

Si sa il giorno di questo rito?.

Non sembra che sia attestato  esattamente, ma,  a mio parere, dovrebbe essere in relazione a quello dell’Espiazione Yom Kippur, in  Settembre/ottobre.

Il nostro Gesù conosceva, dunque,  questa strada?.

La conosceva bene secondo i Vangeli: Giovanni (18,1) parla di un orto al di là del torrente Cedron, mentre Marco (14,32) e Matteo (26,36) parlano di un podere Khoorion  in cui c’era un gat /frantoio (per olive shamanim / lat. trapetum) dove secondo Luca (22,39), come al solito, riuniva i discepoli, forse per non fare un cammino  di 2.00O passi, prescritti per il Sabato.

E’ dunque un implicito  dato per dimostrare che Gesù è ebreo vero?!.

Certo. Quando  Gesù andava a Gerusalemme  per le festività si fermava al Getsemani, durante il cammino prima di dirigersi verso Betania  dai suoi amici Lazar, Maria e Marta (Luca 10,39 e Marco 11,11), di cui era ospite, forse  insieme a Pietro Giovanni e Giacomo. In quei giorni di festa Gerusalemme era piena come un uovo perché  i giudei venivano da ogni parte del mondo e con diversi mezzi ( navi, carri,   a cavallo ed anche  a piedi):  la sua  popolazione  si quintuplicava,  specie a Pasqua,  e  i pellegrini  prenotavano gli alberghi ed anche le case private cittadine,  mesi prima di muoversi dalla Parthia  e dall’Egitto,  da Cesarea Marittima dove erano  approdati, venendo dall’Occidente o dall’Africa o dalla provincia di Asia o dalla Siria.

Gesù  veniva dalla Galilea e, fatto il regolare cammino lungo il Giordano, saliva verso Gerusalemme  da Gerico, si fermava a Betania oggi al Azarien, dove ancora si ammira la Tomba di Lazar,  poco prima  di giungere sulla sommità del Monte degli ulivi (Cfr.Jerome Murphy-O Connor, La terra santa, Guida storico-archeologica, trad. Romeo Fabbri, EDB 1996 e A. Filipponi, L‘eterno e il regno,  E.Book 1999-2012) lungo la strada antica che passava accanto al Wadi Hesh Shid da cui, dietro le ultime rampe del monte , partivano due  deviazioni, una per Betfage ed una per Betania.

Da Betania, quindi, ogni mattina  faceva 15 stadi/2664mt. per arrivare al tempio,  passando per il crinale che scendeva verso la valle del Cedron e  osservando tutta la vallata di Gerico, all’inizio del percorso, o il deserto di Giuda e le montagne di Moab al di là del Giordano,- un vero spettacolo  dall’alto!- poi mentre  scendeva, gli si parava davanti  in tutta la sua bellezza il Tempio, frontalmente, simile ad un monte coperto di neve in quanto era bianchissimo, dove non era ricoperto d’oro  Flavio, Guer. giud. V,223. La stessa cosa faceva nel  tardi pomeriggio, uscendo dalla porta Orientale.

Professore, mi sto orientando, può seguitare.

Gesù andava dai suoi amici e faceva il normale percorso  fermandosi al Getsemani, al ritorno, dividendo il cammino  in due tappe  (Stathmoi), anche se il cammino era  breve, di un’ora circa, seppure  in continua  dura salita, dopo il Frantoio, dove, pianse sulla città, che vedeva davanti con le sue mura destinate alla  distruzione (Marco 19,37 e 41,44).

Professore, per i Vangeli ( io so che Gesù fu consegnato da Giuda e dai sacerdoti ai romani! cfr Apodosis e endeicsis)  dove esattamente e quando fu preso Gesù?

Non ci sono dubbi  per gli evangelisti: l’arresto avviene di notte  e al Getsemani,  di giovedì, il primo giorno degli azzimi ( La festa durava 8 giorni!). E’ chiaro che quella notte, dunque, la comitiva la passava al Getsemani  un khorion che poteva essere utilizzato come dormitorio, forse proprietà di quel tale, amico di Gesù, che ha concesso anche  l’uso del cenacolo per la cena.

Dunque, professore, Gesù, di giovedì notte, fa un migliaio di passi e si ferma al Getsemani ed ha paura, umana paura di morire, alla vista delle  tante tombe non lontano dal posto in cui si trovava?

Marco 14,26-42, Matteo 26,39-56, e Luca 22,39-46  parlano dell’arresto  e di  un Messia impaurito, incerto tra il fuggire per quella stessa via  di Davide (1004-965 a.C), verso il deserto di Giuda, inseguito da Assalonne, o rimanere ed attendere il suo destino di crocifissione. In quell’incertezza forse il  vedere le tombe dei  profeti  (Aggeo, Zaccaria e Malachia uomini del  V VI secolo av.C. ) e  le tombe recenti di ricchi  alessandrini e cirenaici, aumentò la sua paura, mentre i discepoli dormivano  forse in grotte – ce ne sono  ancora alcune in zona!-.

Oltre alla cattura noi cristiani ricordiamo il monte degli Ulivi anche per l ‘ascensione  di Gesù al cielo?

Certo Marco. Luca, comunque, non è chiaro.

Luca  (Vangelo 24.50-52)  afferma:  li condusse verso Betania  ed alzate le mani li benedisse. E mentre li benediceva  si staccò da loro  e fu portato in cielo.  Invece in Atti (1,9) Luca afferma:  egli venne sollevato in alto  sotto i loro sguardi e una nube lo sottrasse ai loro occhi,  poi aggiunge che si presentarono a loro due individui in abito bianco che dissero: uomini di Galilea perché state  ancora a guardare il cielo? Il Gesù che, tolto a voi, è stato assunto in cielo, ritornerà nel modo come l’avete visto andare  verso il cielo. Ma sempre negli Atti (1,3) dice contraddicendo quanto detto nel Vangelo- dove sembra che, finita la Pasqua  ci sia l’ascensione- : Gesù sale al cielo quaranta giorni dopo la Resurrezione  perché deve dimostrare  che era vivo, facendosi vedere dagli  apostoli… soffermandosi a  conversare di cose riguardanti il regno di Dio.

Oltre  a questa contraddizione, temporale, bisogna rilevare che i due termini di ascensione e di assunzione sottendono  l’uno una forza propria traente verso l’alto, il secondo una forza esterna, angelica, I bizantini padroni della zona  fino al 636 d.C., identificavano la valle del  Cedron  con quella di Giosafat  e perciò costruirono tombe conventi  e chiese , popolando con monaci  e monache il Monte degli Ulivi:  Girolamo, Rufino, Pelagio, e donne come Melania senior e Melania iunior,  Eudocia Athenais  ed altre vissero nella zona.

Professore, ho sentito dire che nella Moschea dell ‘ascensione, c’è un rettangolo con l’impronta del piede destro di Gesù?

Ti rispondo con Jerome Murphy-O Connor, ibidem,129: all’interno dell’edicola della  Moschea dell’Ascensione un piccolo rettangolo circonda l’impronta del piede destro di Gesù; la sezione che conteneva l’impronta  del piede sinistro  fu trasferita … L’autore aggiunge che i bizantini veneravano  le impronte dei piedi che erano interamente e chiaramente impresse nella polvere e consentivano che i pellegrini le asportassero.  Questo si sa  per la testimonianza di Arculfo.

Professore , chi è Arculfo?

Ti dico in breve  che è un monaco irlandese che, fatto un naufragio, si salva presso un’abazia  e  racconta il suo viaggio, intorno al 670, a Gerusalemme  e a  Costantinopoli. Un altro frate, tal Adamnano,  poi scrisse nel 698 d.C. un’opera  De locis sanctis in cui  ci sono le testimonianze del suo confratello.

Bene, Grazie professore.  Mi può parlare ora  delle chiese più importanti,  che oggi sono nel Monte ?

Ti parlo della chiesa del Padre nostro , di quella della Tomba  della Vergine   e del  Dominus Flevit che per me hanno interesse per diverse ragioni.

Circa La chiesa  del Pater nostro  devo dirti, Marco, che  già Costantino aveva progettato secondo Eusebio  (Cfr. Vita  di Costantino a sra di L.Franco, 2009 ) di fare tre grandi basiliche, una  nella grotta della Natività a Betlemme,  una n sul Golgota a Gerusalemme ed una su una grotta del Monte degli ulivi  per celebrare la nascita, la morte e l’insegnamento  della preghiera ufficiale del Cristianesimo    al fine di collegare i misteri fondamentali della fede.

La regina Elena, madre di Costantino,  giunta a Gerusalemme, trovata la croce del signore, pensò di costruire una basilica del Pater noster  in una grotta  dove già si celebrava l’ascensione di Gesù, avendo sentito dire che lì il signore aveva dettato la preghiera.  La regina perciò decise di  fare sopra la grotta  la sua costruzione e ordinò di  fare accanto anche un sacello per la memoria dell’Ascensione, che, più tardi, fu trasferito sulla cima del Monte. Marco, te ne ho voluto parlare  perché oggi c’è  scritto il Padre nostro in 62 lingue su pannelli piastrellati delle fondamenta bizantine,  in quanto un pellegrino aveva  sentito parlare di un antico Abba,  ebraico,  scritto, ed un altro  ricordava di aver letto un Pater in lingua greca…

Della Chiesa del Dominus FlevIt te ne ho parlato in il  Mito di Pietro,  in cui tratto del ritrovamento nel 1954 di un ossario alla base della basilica. Il Francescano padre  Bagatti stabilì che sotto c’era un cimitero ebraico datato tra il 100 av, C, e il 135 d.C. con la probabile tomba di Simon Pietro, avendo considerato attentamente  le sepolture a kokhim, proprie del periodo giulio-claudio e rilevato  che non hanno niente a che fare  con altri corpi posti a nicchia ad arco di epoca successiva (III-IV( sec d.C.).

Della chiesa della Tomba della vergine ne parla Arculfo, che descrive il luogo dove fu sepolta la Madonna anche se noi cristiani nei Vangeli non abbiamo  notizia della morte, sebbene sappiamo di una disputa tra  le città di Efeso e  di Gerusalemme che avanzavano pretese  sull’onore di possedere la tomba.

Il viaggiatore irlandese dice: è una chiesa costruita su due piani  e la parte inferiore, che è sotto una volta in pietra, ha una forma sorprendentemente  rotonda. All’estremità orientale c’è un altare  a destra  del quale c’è una tomba,  vuota, scavata nella roccia, in cui per un certo tempo rimase sepolta Maria…

Bene e grazie, professore. Sono fiero di essere suo discepolo.

Marco, che dici?! Io  sono grato  a te: non ho più né ascoltatori né lettori! Mi sento veramente solo.

Lavorare, lavorare, lavorare/ preferisco il rumore del mare

 

 

 

Lavorare, lavorare, lavorare

preferisco il  rumore del Mare

 

Non è  propriamente un distico di  D. Campana ( 1885-1932), ma un’interpolazione con sostituzione di termine, posto in altra sede, per un adattamento culturale.

Il distico  deriva dalla seguente poesia, la diciottesima di Taccuini, Abbozzi e Carte  varie  ( Cfr. D. Campana, Canti Orfici ed altri scritti, introduzione di C. Bo, Firenze, 1941):

Fabbricare, fabbricare, fabbricare

Preferisco il rumore del mare

Che dice fabbricare fare e disfare

Fare e disfare è tutto un lavorare

Ecco quel che so fare.

In quegli anni, tra il 1911-3, in cui   conobbe ed amò la scrittrice Sibilla Aleramo (1876-1960) il poeta aveva lavorato moltissimo e per vivere  nei suoi frequenti espatri, aveva fatto il fabbro, il suonatore di triangolo nella banda della marina argentina, manovale, stalliere, pompiere  e venditore di stelle filanti  ad Odessa.

Il rumore del mare evocava al poeta il fare e disfare, che diventavano espressione della sua vita errabonda, di una fabbrica, in cui, però, evidenziava il lavoro di costruzione e di demolizione, infruttuoso, pazzesco.

Nespolo, interpolando, ha costruito due versi, campaniani, per un suo preciso messaggio.

La  nuova “poesia”,  ricodificata, inserita nel sistema industriale,  deve essere attentamente letta per capire il messaggio dell’artista, ma anche per rilevare il senso di un’opera d’arte di uno scultore, che l’ ha voluta scegliere come manifesto culturale contemporaneo  per un lungomare, quale quello di S. Benedetto del Tronto.

Ad una prima lettura appare chiaro il significato  di  preferisco, essenziale per la comprensione dei due versi: porto avanti, antepongo ad altro (da prae-fero)

Perciò : A  lavorare, lavorare, lavorare, antepongo il rumore del mare.

Inoltre l’anafora di Lavorare (la triplice ripetizione del termine) sottende uno stato di disagio, di peso, di monotonia, a seguito della necessità  quotidiana  del dovere professionale, fardello continuo di ogni vivente in una società industrializzata e rimanda nella indefinitezza , propria dell’infinito, ad una stanchezza e spossatezza morale indistinta.

Infine il rumore del mare  esprime la continuità dello sciabordare del mare, che mormora ripetitivamente, in modo rasserenante e quietante, sottendendo un messaggio di stabilità e di riposo, anche se congiunto con quello di distruzione (traccia del verso di Campana)

Ne consegue che superficialmente si può concludere sul piano denotativo: al lavoro ossessivo, imposto, io, uomo preferisco il rumore  continuato e ritmato del mare: alla condanna del lavoro, generica, corrisponde contrastivamente la volontà dell’individuo che preferisce emotivamente il rumore del mare, sentito ora positivamente

La scelta  tra la produzione industriale, ritmata e scandita dall’alternarsi delle liquide l e r  di lavorare,e l’attività sonora del mare, espressa col rumore (che rientra nell’area semantica dell’industria ) è segno della coscienza del disagio umano, di fronte all’anonimato industriale, richiamato proprio dall ‘insistenza della r, che, ridondante ed allitterante, accomuna i due stichoi.

Il piano espressivo cela una complessa opposizione semantica, basata sull’equivocità della positività del lavoro umano e sulla negatività del rumore del mare come fastidio, nella sua monotona ripetizione di battito dell’onda sulla  battigia, che vengono rovesciati dall’autore, che, propenso all’ozio,  sente come piacere il mormorio rumoroso del mare e come dolore l’assillo del lavoro,.

L’io è segno di una emotiva partecipazione al rumore naturale eterno, di una coscienza dell’assillo lavorativo quotidiano e di  una conseguente scelta personale.

Il rumore del mare, come sensazione più auditiva che visiva, sottende tutta l’area semantica dei suoni marini, che vanno dal fragore al sussurro, dal sibilo al mormorio, connessi con l’operatività marina e delle acque e dei pescatori.

Il distico  risulta  strutturato ed impostato contrastivamente in senso antitetico,   impreziosito da  un gioco analogico sinestesico, che si risolve nella personale  preferenza di vivere l’incanto di una vigile attenzione al mare, alla sua armonia, al suo profumo, al suo perenne lavorio, come evasione momentanea dall’urgenza lavorativa industriale.

Il significato complessivo, dunque, per il poeta é: io, uomo ,che sono assillato dal lavoro quotidiano, preferisco la canzone rumorosa ed assillante del mare a quella della fabbrica  , termine, assente,  sotteso nella ripetizione iniziale.

Il merito dell’artista consiste nell’aver saputo interpretare versi così sfumati di significati e di averli mediati per la città di S. Benedetto del Tronto, riprodotta nei suoi colori tradizionali, come località dove il canto, dolcemente rumoroso del mare veramente ritempra, rasserena e  pacifica l’animo di chi è stanco dal lavoro  continuo, impellente: una promozione turistica maggiore non poteva essere inventata neppure dal più geniale propagandista.

Nespolo ha tradotto il pensiero altamente poetico  con i suoi mezzi espressivi, con semplicità, come per non corrompere la potenza evocatrice della parola, annullando quasi la sua abilità artistica.

Ha sfruttato la sua capacità di giocare coi colori, da bambino: ha fatto un climax ascendente cromatico  nella  nuova composizione dei versi liberati dalla regola metrica e disposti ora in sei versicoli, ha sfumato i colori dell’azzurro dal primo lavorare, celestino, al bleu cupo di del mare per chiudere col rosso dei tre piedi metallici, che richiama cromaticamente  la barra rossa, che intervalla ogni versicolo.

Ugo Nespolo(1941-vivente, artista noto in zona per Lo Sberleffo, per il Palio della Giostra di Foligno  e del Torneo cavalleresco della Quintana di Ascoli Piceno ) già solo per questa geniale trascodificazione è scultore  grande, meritevole di plauso.

Fare storia

Esserci

 

 

 

 

Fare storia è un vecchio articolo del 2010, del professore, dedicato ai suoi alunni Andrea, Marco, Marcello, invitati ad essere se stessi  e fare una nuova storia in opposizione ai parametri storici classico-cristiani, in una condanna del formalismo sociale e di ogni forma di upourgia/ omaggio sia verso chi ha potere politico o religioso che verso il popolo, il cui plauso  genera  ricchezza e gloria a chi lo diletta. E’ in effetti un ricordare loro l’orientamento nell’humanitas e nella democrazia, al di là di ogni ideologia, alla ricerca della propria autonomia.

 

 

Fare storia

Fare storia/historia è  vedere, indagare, relazionare con akribeia, dopo lungo studio scientifico su un personaggio o su un evento, ma anche sul tempo  in cui vive il soggetto e sulla cultura da cui è nutrito e in cui si è formato il soggetto.

Lo studio attento di tutte le fonti (non solo storiche, ma anche economiche, sociali, letterarie, numismatiche, archeologiche ecc.) produce una risultanza da comparare con le valutazioni già accertate del prima e del poi (cioè dei fatti avvenuti e  di quelli successivi),  in modo da leggere la funzione del soggetto nella sua epoca, messa in relazione  con la cultura del  tempo, per rilevare la tipicità dello specifico prodotto.
Lo storico opera, insomma, come un linguista che, come ricevente,  per  comprendere il messaggio e per stabilire la funzione dell’emittente, fa il cronotopo, dopo aver decodificato il tipico codice individuale,  aver rilevato i vari ostacoli sul canale ed averne capito il sistema di semantizzazione.
. Lo storico, perciò, delimita  e studia i termini  del periodo e legge  la vita del  soggetto ( Gaio Cesare Germanico Caligola) e   rileva le fasi del  suo regno (37-41 d. C.), comparando ogni cosa con quelle precedenti e quelle successive di imperatori della stessa casata.
. Lo storico, scrupoloso nella ricerca,  non ha fini, fa skepsis. mostrando la funzione della domus giulio-claudia  nel periodo di 116 anni, letto tra la fine della repubblica e l’inizio di una nuova casata, dopo la crisi dell’anno 68-69 d.C.
. Lo storico  non tende al to muthodes, cercando  to  terpnon  in modo da dilettare il lettore, ma vuole recare ophélima ( vantaggio)  a coloro che vogliono investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri.
In questo modo la sua opera è ktema es aiei un possesso per sempre , non agonisma un pezzo di bravura  sofistico ascoltato per un momento (es to parachrema).
Tucidide anche così facendo, comunque,   tramanda una storia ordinata  secondo kosmos, fa azione oratoria classica, fa la storia di un popolo secondo  theoria, secondo i paradigmi ellenici, imitativi, propri della superiorità greca nei confronti del barbaro, e dà una visione armonica del mondo, esclusiva ed unica,  secondo parametri greci senza neanche considerare  altre possibili forme, seppure informi e tanto meno quelle diverse; viene così implicitamente autorizzata e permessa l’upourgia, la costruzione poetica con la creazione dell’eroe, prototipo dell’ethnos e con la costituzione del panegirico e dell’encomio per il  turannos
.

Fare storia è ricostruire, su una base solida (data dalla conoscenza incrociata  e trasversale di  discipline diverse e dalle numerose competenze tecniche)  ogni notizia accertata, i dati, catalogati,- dopo aver falsificato l’autore classico -che mira solo a tradere la pars vincente-  in una neutra lettura delle fonti specie di quelle trascurate o neglette: la ricostruzione è un paziente lavoro di risultanze, colte nelle parole chiavi dell’epoca.
Dalla ricostruzione migliore possibile, tuzioristica, deriva la possibilità di rilevare realmente un personaggio, di collocarlo nel suo contesto, di cogliere la funzione storica, di valutarlo in situazione, non fuori del suo tempo, secondo  i parametri universali, mitici, astratti dell’agiografia.
Nel nostro caso, per la revisione di Gaio Cesare Germanico Caligola,  dopo aver fatto un ampio studio sulla società romano-ellenistica ed aver rilevato la cultura del periodo che va dal 60 a.C. al  235 d. C.  ed aver scritto Giudaismo Romano in 5 volumi (opera inedita), ho estratto Caligola il sublime  rilevandone la peculiare e tipica funzione nella domus giulio- claudia rispetto alla crisi repubblicana e rispetto alle successive case regnanti (flavie, antonine e severiane). Ne deriva che ho cercato di rilevare la funzione della domus regnante e quella specifica di Caligola nella  sua casata imperiale.
Dal lavoro sull’ellenismo romano e specie sul giudaismo e sulle sue fonti (Bibbia, Filone e Giuseppe Flavio, autori da me tradotti) mi sono sentito autorizzato a dare un’altra risultanza storica e a rovesciare la pazzia di Caligola in sublimità.

2. Fare storia come  cercare la nostra autenticità

Noi riteniamo di essere piccola cosa, una creatura umana rispetto ad un insieme ed unicum il Kosmos  e ci sentiamo meno di una formica rispetto al regno delle formiche e a quello animale.

Cosa sa una formica? e di cosa è esperta la formica se non del suo ruolo in quel gruppo di formiche con cui comunica ? solo  di quella cosa di cui è portatrice di messaggio: una cosa da poco ma funzionale al gruppo.Ma cosa sa la formica dei tanti altri gruppi di formiche sulla Terra e quindi delle tante concatenazioni e relazioni misteriose di un genos rispetto agli altri gene? E cosa sa dell’ habitat in cui vive e di cui si nutre e  con cui si relaziona facendo una sua esperienza vitale  per un certo periodo di tempo? e cosa sa di ogni altro elemento vitale anche nemico e di tanti altri esseri che sono nel suo ambiente? poco o niente? E’ per lei un mistero? o col gruppo ha sviluppato un suo modus vivendi per essere in relazione con ogni filo di erba, con ogni dosso di terra e con ogni pietra  e con le alture o i cunicoli terrestri o le acque o il meraviglioso mondo vegetale  con le sue infinite varietà di verde?
Quindi la formica vive in un sistema, essendo parte di esso ma è solo in relazione ad un piccolo gruppo e non può fare storia né di se stessa né del gruppo né del sistema  generale ma è solo in una forma epistemica animale, in sintonia col tutto, certamente  senza diritti di supremazia tra esseri caduchi ed effimeri.
Cercare la propria autenticità è un fatto individuale, umano, di razionalità tipica dell’uomo e non dei viventi naturali, mentre fare storia è un fatto comunitario sociale e politico di un popolo, la cui crescita si verifica ad ogni presa di coscienza reale del proprio vissuto storico al di là degli ambienti e dei contesti.
Conoscere se stessi è fatto necessario, ma successivo ad aver cura di sé (epimeleìa eautou), mediante la quale si trova la propria identità
Conoscere di far parte della storia e della natura, di essere pars animale e razionale, dotata di spiritualità è  diventare effettivamente uomo storico e fisico, elemento sociale e naturale,  circoscritto ad una propria stirpe, che, con la parola, ha segnato la sua esperienza  di vita  esprimendo il suo originale sistema culturale, unico rispetto a tutte le altre etnie animali.
–    Alla nostra nascita troviamo già ben costituito ed ordinato il mondo, in cui dobbiamo vivere secondo leggi, un kosmos organizzato,  secondo una storia già scritta ed  una natura già catalogata: noi siamo conformati al sistema già esistente e con la parola siamo educati alla uniformazione e alla integrazione: una parola equivoca, ambigua, che in seguito dobbiamo riempire di reale significato, quando si agisce effettivamente,  allorché alla parola si fa seguire l’azione. o meglio l’azione già fatta viene spiegata dalla parola
–    Noi, imitando, obbedendo, ci siamo conformati secondo la volontà e il pensiero della nostra tradizione e delle autorità costituite e siamo schedati come buoni, sani secondo parametri tradizionali, morali,   secondo le misurazioni di una metretica classico-cristiana  basata sull’aurea mediocritas e sul privilegio di un principe  tra le creature terrestri, affini al Creatore, secondo l’educazione ricevuta dall’infanzia, impegnato ad imitare il Christos, figlio di Dio,  redentore dei nostri peccati  morto e risorto per la nostra salvezza
Noi,  da laici, invece, creature fatte di materia, destinate a morire,  non imitando, non obbedendo, non conformandoci alla tradizione,  non seguendo la parola del gruppo, pur vivendo, pur facendo esperienza di vita reale, pur  cercando la normalità e l’autenticità e l’autonomia,  troviamo la nostra funzione,  scoprendo un ‘ altra humanitas, un’altra storia, un’altra natura, anche se siamo catalogati come non buoni, non sani, secondo la moralitas tradizionale e quindi risultiamo scomodi cioè sembriamo  uomini non conformati alla metrioths, parrhsiastai, liberi di parola e  capaci, comunque,  di essere autoi (se stessi autentici)  in relazione solo al logos e alla phusis.
–    L’uomo razionalmente  deve scegliere se conformarsi alla tradizione o se rifiutarla, in un dato momento della propria storia personale, decidere una propria via, ma deve anche stabilire se innova conservando e se rivoluziona il sistema ereditato, dopo aver trovato stabilità ed essersi orientato.
–     Decisa la direzione,  allora si vive senza parametri, senza schematismi, ma non in modo anarchico,  anche se in modo anomalo: ci si abitua all’ errore come compagno della nostra esistenza, ci si esercita all’ autocorrezione in itinere, dopo orientamento generale, dopo il decondizionamento dalla theoria classica, grazie alla pratica di vita.

Rilevare la normalità dopo i condizionamenti ricevuti mediante la parola,  diventa un faticoso esercizio morale: l’autenticità di parola e di fatto, comunque, autorizza una methodos nuova, un orientamento,  mentre si va  stabilizzando la propria costruzione di vita  autonoma

3. Scrivere Caligola il sublime

Scrivere è sempre un far qualcosa di nuovo,  costruire (oikodomein), cercare di dire in modo ordinato quanto ognuno di noi effettivamente ha capito, mostrando le risultanze di lavoro, non dicendo le cose già dette: la comprensione di un fatto diventa anche la comprensione di più fatti se c’è unità di indagine e di metodo, ma specialmente risulta una ulteriore scoperta dell’uomo, un altro modo di vedere la realtà perché si è verificata una nuova conquista e si è fatto un passo verso la conoscenza reale.
. Scrivere Caligola il sublime è stato ricercare la storia delle origini dell’imperium romano, trovare tra i vari storici  di diversa formazione una medesima coscienza, quella  della necessità  a Roma in epoca cesariana ed augustea di una costituzione nuova non più repubblicana ma monarchica, della accettazione da parte popolare, equestre e senatoria di una domus  come casata  divina, destinata dagli dei a svolgere una funzione di  pastore (razionale)  sulla massa popularis, a governare come timoniere la nave dello stato in pericolo.
– Il principato augusteo e quello tiberiano dall’angolazione di Caligola erano incompleti  perché  l’impero aveva in Occidente una costituzione e in Oriente un’altra, con due diverse economie e necessitavano di un comando unico e di una comune politica, con un’unica costituzione.
–  La neoteropoiia e l’extheosis sono le innovazioni con cui Caligola  vuole unificare il suo impero, trasformando in  pracsis la theoria  già funzionante come Basileìa ellenistica
L’ anomalia (opposta alla analogia) come percorso ascetico di un animo, dotato di ingenium, pathetikos, diventa espressione di una mutazione di sistema di vita, di cambio costituzionale e di passaggio ad un assolutismo regio su basi religiose.
– L’accentramento di potere, l’annientamento del senato, il declassamento di Roma a semplice urbs,  rispetto ad Alessandria divenuta capitale dell’impero, l’esautorazione dei pretoriani a favore di un corpo di germani, sono atti rivoluzionari che determinano reazioni incontrollate  di tutte le classi, di cui diventa espressione  la  congiura  apparente di Cassio Cherea, che uccide il tiranno, manovrata da altri congiurati, da una congiura senatoria,  che si manifesta nei due giorni di anarchia  24 -25 gennaio (cfr- Per una datazione di Consolatio ad Marciam di Seneca).
–   L’adrepebolon (puntare a mete impossibili) è la sintesi secondo il Peri Ypsous di uno slancio divino  proprio di un anomalista,  che ha dalla natura pathos affetto passionale e che, con l’esercizio, ha acquisito tutte le tecniche possibili e quindi può conseguire qualsiasi risultato.

S.B.T. 17-2-2010
Angelo Filipponi

“Idea” di un Jesus of culture

Da sempre ho pensato che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima  e poi ad essere cristiano: non possono non esserci due tempi diversi! Mai nello stesso tempo!

Quindi, professore,  secondo lei la formazione unitaria umano-cristiana  risulta non positiva? non ne capisco il motivo!

Marco, il sistema uomo  è umano, proprio di creatura mortale cosciente di essere tipico rispetto al prossimo con cui vive, ma isonomo, eguale per diritto, perché  animale sensibile, razionale ed effimero,  in un sistema kosmico  Terra, anch’esso  di breve durata – che è pianeta orbitante  intorno ad un altro sistema maggiore, quello solare, il quale è parte minima  di un macrosistema galattico, che è piccola porzione di un altro sistema ancora più grande extragalattico –  di cui è parte infinitesimale, come ogni altro essere animato terreno.

Il sistema christianos è basato su una divisione arcaica tra Klhros e laos, in cui il Klhros  classe elitaria, scelta da Dio di suo arbitrio, educa il plethos  alla religio,  creando un culto di latreia  per  Dio, ente creatore, celeste, estraneo al Kosmos,   con cui  oi oligoi dominano su oi polloi, mediante il musterion: ogni religione risulta un’inventio  storica di uomini acculturati, interessati, magici, su altri non acculturati, sbigottiti dai fenomeni naturali ed impauriti dalle ombre,  creduli, bisognosi di capi e di Dio.

Fare un’operazione sincretica confondendo gh ed ouranos,  perciò, professore, provoca disturbi e turbe nella psuchh umana, costretta ad obbedire al nomos terreno e a quello divino, lacerata tra il diritto umano e quello transumano, specie se si crede che il Dio ha inviato il proprio figlio  sulla terra  ad incarnarsi in una Betullah/parthenos/virgo per morire come redentore dei peccati dell’ uomo, secondo una storia mista,  propria di un’oikonomia tou teou (di Padre, Figlio e Spirito Santo) su questa terra.

Vedo con piacere che entri nella mia logica e comprendi chiaramente che non è possibile educare un bambino,  che  vive camminando sulla terra, contemporaneamente, ad essere uomo mortale e ad essere uomo- divino, come Christos, morto e risorto, destinato ad una vita eterna  celeste del Paradiso,  patria definitiva!.

L’uomo così formato non sa chi sia  e suggestionato dal mito e condizionato dall’insegnamento sacerdotale  non sa vivere la realtà umana e naturale, come  semplice entità  sensitiva perché definito principe del creato: la sua stessa conformazione  fisica genera, inoltre, mali  forgiati  da  se  stesso, solo con la  volontà di dominio sugli altri e sulla natura, che è quella che è in relazione alla sua stessa composizione in elementi costitutivi della materia stessa naturale, continuamente in divenire, esplosiva, perciò, ora in un ambiente ora in un altro, pur rimanendo sostanzialmente buona  anche se può essere distruttiva e catastrofica in certi momenti: il suo fine è l’armonia delle singole creature, divise in species, e del tutto, nonostante i momentanei – letali per alcuni elementi- assestamenti  per un equilibrio statico terrestre di autoconservazione, pur nel suo movimento rotatorio.

Perciò, secondo lei, professore, ci vuole una formazione perfetta umana prima e poi  quella religiosa – buddista,  ebraica, cristiana, islamica, induista, confuciana, idolatrica – come scelta dopo il raggiungimento della maturità psico-fisica,  in relazione ai processi scientifici di un mondo industriale  cibernetico, computerizzato, a seconda della sorte politica in cui capita di vivere. Questo voleva dire in sostanza, quando ha scritto  “Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” nell’articolo pubblicato nel 2012, su  Quotidiano. it!

Certo, Marco, vorrei  che l’uomo,consapevole del suo stato, vivesse secondo il proprio  credo  religioso, in serenità,  in pacifici e democratici rapporti con l’altro e desidererei tanto  ricucire lo strappo secolare tra Giudaismo e Cristianesimo  e dare reali possibilità di dialogo, sulla scia delle formulazioni del Concilio Vaticano II, alle tre confessioni monoteistiche, compreso l’Islamismo, che  ha in Abramo e in Gesù due figure, che risultano cardini fondamentali  nel Corano in quanto ritengo che la volontà di rendere umana la figura di Gesù sia un’esigenza prioritaria per un dialogo interconfessionale.

Lei, che sempre ci ha detto di non aver una funzione come uomo se non quella di vivere insieme agli altri e come gli altri, in modo paritario, senza onori e senza  comando, ora sembra farsi magister per una nuova  cultura e per un dialogo  religioso  indicando nel metodo e nei tempi un altro sistema di lettura, di  studio e di ricerca   su una base  anthropica  per un recupero della vera humanitas/philanthropia, compromessa, falsificata, rovinata dalle culture  orientali impostate  e strutturate sulle forze antinomiche  bene-male /luce -tenebre dalla tradizione agostiniana, sintesi della cultura  greco-latina ellenistica, poggiante sulla  grandiosità speculativa ellenica come superiorità dei politai sui barbaroi. 

Si, Marco, ritengo che un magister che orienti l’altro- docile  a seguire le orme, marcate,  magistrali- perché conosce il tragitto faticoso e ha una qualche risultanza, segno del lavoro compiuto  e della esperienza, provata, possa, senza dogmatismi, giovare all’uomo.   Perciò, penso che per noi cristiani  lavorare sul fatto culturale non su quello religioso, sia una necessitas: non si può seguitare a fare storia del cristianesimo  per  cercare consenso, vendere  e piacere al grosso pubblico non educato culturalmente, consapevole di ripetere quanto già detto da secoli! Dire altro  dopo aver tradotto, letto i codici,  fatta un’altra lettura dei testi, potrebbe avviare un altro processo culturale e dare nuovo impulso alla scuola: formare équipes di storici.

Solo storici professionisti  possono  riscrivere la  storia romana imperiale, la  storia di una provincia romana, quella di Siria con la sotto provincia di Ioudaea, aramaica, collegata con la comunità della diaspora ellenistica,  a confine con l’impero parthico, dove vivono altri giudei della stessa lingua e religione: il loro lavoro potrebbe  risultare  esemplare  per i giovani che conoscono solo la storia dei vincitori, che, pagando i retori, si sono alonati  e santificati, tagliando con le stragi dei nemici, l’albero del progresso, non potandolo, ma  spesso atrofizzandolo.

In questa operazione è fondamentale, perciò,  la distinzione tra Gesù uomo, Kain , Meshiah, Maran  e Gesù rabbi, redentore dell’umanità, figlio di Dio, persona della Trinità.
Senza di questa, Gesù il fratello grande /maggiore, saggio, ebreo, che ha un posto di rilievo nella storia giudaica  e perfino nella fede di Israel, ha funzioni e meriti improponibili per un sereno dialogo, perché, come anthropos, non poté, in quella situazione ebraica e romana di quel tempo determinato, insegnare ad astenersi dal giudizio, a pregare, a digiunare,  ad amare il prossimo, a comprendere il significato del sabato, il regno di Dio: egli fece qualcosa ma non insegnò.

Per lei, quindi, non c’è stata la volontà nella Chiesa  di una vera ricerca culturale  storica cristiana, sull’uomo e sull’uomo Gesù, ma solo  di una ricerca religiosa! Io, da alunno, ancora approvo la sua conclusione di sette anni fa: Se si vuole accettare il  presunto insegnamento di Gesù…  bisogna rivalutarlo, dopo lungo esame testuale e critico  e poi accettarlo ed iniziare il colloquio con le altre confessioni, specie quella ebraica, da cui è nato il Cristianesimo. Si potrà, allora, dire che Gesù ha una sua misura umana con connotati ebraici e che la chiesa e i concili sono altra cosa e si potrà aggiungere che allora la mano di Gesù è una mano fraterna, senza parlare di Messia e di stimmate.

“Sia, dunque, un Jesus of culture non un Jesus of religion: su questa strada noi cristiani abbiamo moltissimi fratelli giudei (e forse musulmani)”.

Upourgia e Vangelo di Marco

Il termine  upourgia può sottendere nel suo significato l’idea di un gruppo che lavora ad un fine? Faccio questa domanda perché seguo le sue traduzioni e note  di Antichità giudaiche e specificamente  chiedocosa significa, upourgia  per Giuseppe Flavio? Vorrei capirlo bene per  chiarirlo anche ai miei amici, Andrea e Marcello.

In Antichità GIudaiche (XVI, 185.187), amico mio,  lo scrittore mette in paragone la sua opera con quella di Nicola di Damasco, usando i termini historia e upourgia.

In Flavio, autore giudaico, ellenizzato,  historia vale narrare toledot generazioni  ed è utile agli altri, mentre upourgeia è  un servitium /ministerium compiacente o ossequio  servile affettato in quanto deriva da upourgeoo/rendo un servizio assistendo  qualcuno, riverendolo perché  ha carica pubblica e potere politico. Nel nostro caso  si tratta di Nicola di Damasco – autore in seguito  di  Storia Universale ( 144 libri)  che  scrive encomi e panegirici per Erode, suo datore di lavoro e  signore benefattore, amico stretto di Ottaviano Augusto, imperatore  e di Marco Agrippa, suo genero,  i cui figli sono delfini imperiali destinati alla successione, dominatori di un imperium di oltre 3.300.0000 km quadrati.

Dunque, Professore, Flavio dice che lui fa vera storia  per educare gli altri e che Nicola invece ha le caratteristiche del cortigiano, che loda il re Giudaico e l’imperatore romano per un utile personale.

Bene. Hai capito.

Ora ti  aggiungo  e preciso  che Flavio  già sotto Vespasiano e poi sotto i suoi figli ha svolto, anche lui, una funzione  upourgica, come quella di Nicola per Erode prima e poi per Augusto, in quanto come profeta, dopo che è stato fatto prigioniero ad Iotapata, ha vaticinato, quando ancora regna Nerone, il dux vincitore  come un sooter, come  colui che salva  il mondo romano dalla guerra civile e lo ricompone socio-economicamente su una base culturale diversa di principato da quella gentilizia giulio-claudia, dopo la tempesta burrascosa del 69 d.C.. In un ventennio l’autore ebraico, fedele alla stirpe erodiana e a quella dei flavi, avendo  avuto ricompense, onori e potere tanto da poter scrivere  Guerra giudaica come espressione deferente, ambigua,  di un popolo  vinto,  ma  grato all’imperatore per la nuova condizione ebraica ellenistica, disgiunta da quella aramaica, taciuta e nascosta, nell’ecumene romano,  si è mantenuto così fino quasi alla fine dell‘imperium di Domiziano, quando la situazione politica  cambia radicalmente per l’azione senatoria antiflavia.

Cambia , perciò,   anche l’animus di Giuseppe Flavio l’ebreo Iosef ben  Mattatia, storico ufficiale di corte,  uomo di famiglia eccelsa  sacerdotale, imparentata con gli asmonei e  con gli stessi erodiani (cfr. Bios)!

Cambia anche il suo team scriptorio, costituito da decine di schiavi  e liberti che fanno parte della sua  familia, ellenisti, letterati e filosofi, di origine alessandrina, probabilmente,  che traduce il suo pensiero sacerdotale, rendendolo piacevole retoricamente, stravolgendo la sua stessa volontà  di verità e di morale, tradendo di fatto quanto detto  in Ant giud,XVI,187 in una professione  di alhtheia sincerità e di giustizia(katharoos kai dikaioos) propria dello scrittore ebraico.

Professore, sono due modi di scrivere che esprimono anche due culture diverse, una laica e pagana  ed una sacerdotale, che a volte si sovrappongono e si mescolano  nella volontà di fondere  dulce  et utile/bonum!

Marco, per me, Upourgia risulta segno linguistico prezioso per comprendere la metanoia di  Giuseppe Flavio sotto Domiziano e quella stessa  del suo gruppo  di letterati,  di cui non si conoscono i nomi. Tieni presente, inoltre, che gli ebrei romani ora sono in estrema ansia  per la situazione instabile della patria a causa degli aramaici integralisti in lotta coi romani, che hanno intensificato la loro azione repressiva  in Giudea e in Galilea  ed hanno lentamente distrutto con la politica italica flavia lo strapotere alessandrino commerciale e trapezitario, favorendo di fatto la riconciliazione tra la grande finanza ebraico-ellenistica mediterranea e le correnti aramaiche cfr.  Frontone e gli antonini e Il II secolo d.C: il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia.

La tradizione cristiana accenna solo a Paulus e al suo gruppo di scribae, trascurando ogni altro fenomeno  per indicare il modo di scrivere e il sistema storiografico cfr. Lo “storico” Cristiano.

Un pontefice come papa Ratzinger conoscitore  anche di autori bizantini come   Costantino Porfirogenito e Fozio, conosce sicuramente  il sistema scrittorio giudaico ellenistico, specie quello del didakaleion alessandrino, dove funzionavano scuole di scritture, di copiatura e di rilegatura di biblia, sotto la guida di maestri scrittori coadiuvanti  Panteno, Clemente ed Origene, già adottato, da autori precristiani come  Aristobulo,  Giasone di Cirene e anche da scrittori viventi a corte presso i re ellenistici di Macedonia, Pergamo, Siria ed Egitto, come si può rilevare da Polibio.

Non è pensabile che papa Benedetto XVI non conosca i discorsi di Nicola di Damasco, quello di Alessandro e di Antipatro, figli di Erode o la lettera di Erode Agrippa I  a Caligola di Filone, e il discorso di Antipatro figlio di Salome o quello di Giulio Erode Agrippa II al popolo  tipici della historia prammatica, simili a a quelli di Tito Livio e di Tacito, lo storico di Annales, opus rhetoricum maxime.

Come non mettere in relazione tanta perizia tecnica lessico-grammo-sintattica  con la massima imperizia e il peggior scrittore greco, che è il cosiddetto Marco, un levita, la cui formazione  linguistica  e letteraria non è quella di un figlio di Erode o di Salome educati a Roma  da maestri  simili a quelli della domus augusta o delle casate nobile romane di opposizione al principato, nemmeno degno di essere definito un koomogrammateus / scritturale di un paese giudaico, un principiante  che sa usare con un elementare lessico   il solo enunciato semplice o quello  composto,  iniziando  quasi sempre il suo modesto pensiero con kai, usato più di 100 volte o  con gar.

Come non rimanere sorpresi dalla comparazione di tale testo con quello di retori viventi a Roma,  educanti i migliori figli dell’aristocrazia anche di opposizione al principato  come quelli del circolo di Pollione e quelli di Messala?.

Non è possibile  che un vescovo come Piero Rossano curatore del Vangelo di Marco, ( Bur 1984), che  pur  rileva la povertà di vocaboli  dell’evangelista e la sua non conoscenza della grammatica greca e  della sintassi, non veda la mano anche di un retore che, pur lasciando la struttura lessicale del sistema di eloquio marcino,  sa sfruttare    l’efficacia sul plethos e sa suscitare la meraviglia  popolare specie con  kai euthus / e subito?

Come può non aver rilevato una possibilità che qualcuno dopo il confronto tra  il modo di scrivere evangelico e quello di Flavio                (Guerra giudaica ed Antichità giudaica)  abbia scritto o tra le due opere o dopo gli ultimi 20 libri  flaviani con lo stesso sistema di un ebreo,non  ancora ben ellenizzato, stanziato a Roma per qualche tempo?  E’ impossibile che non abbia rilevato la presenza di  un scriptorium  christianum  nella stessa  domus flavia con uomini intenti al lavoro dello scrivere retoricamente e che svolgono la loro funzione ministeriale assistendo il dominus impegnato nella scrittura specie di memorie, una normalità in una domus patrizia romana.

Un papa e un vescovo conoscono gli aneliti riformistici di uomini che nel 1957 si riuniscono alle catacombe di Domitilla  per un ritorno alla povertà evangelica   per spogliarsi di ogni umano potere per rendere la chiesa veramente povera, umile, pia, ed, anche se oppressa, eroica,  secondo le parole retoriche, dati l’anafora e il climax ascendente del cardinale G.Battista Montini!.

Lo scrittore romano-ellenistico non è mai solo nel lavoro ma ha anche altri che collaborano e usano il suo linguaggio di base sincero ed imparziale, ma poi stravolto dalla retorica, diventa complicato, ambiguo, data la ricchezza di significato di ogni termine,esaminato e studiato: si teme la censura  della corte e dell’imperatore, che ha al suo servizio letterati che svolgono la funzione ministeriale,  profumatamente pagata- si pensi a  Quintiliano!-  appetita da ogni componente di uno scriptorium privato.

Non è  quindi  pensabile che non sappiano della costruzione a tavolino della figura umana di Gesù, figlio di Dio, propria di Marco , in epoca domizianea. Non lo possono dire, data la loro posizione di prelati, di clero  che ha in effetti inventato la favola bella del cristianesimo  e del Christos, su una radice ebraica di  storia di un giudeo, aramaico, di Galilea, di un messia crocifisso!.

Bene professore. Perché lega ad upourgia Marco  un  ex levita templare, seguace di Paolo e Barnaba prima e di Pietro poi,  stabilitosi ad Aquileia per poi domiciliarsi infine ad Alessandria di Egitto?

A mio parere Marco, dopo il periodo romano con Pietro, può essere entrato in rapporto col team di Giuseppe Flavio, impegnato nella sua revisione storica  o di quello di Tito che convive con Berenice: non so  dire se prima o dopo l’avvento al trono del figlio di Vespasiano, ma ritengo possibile, specie dopo la fine del Tempio, l’aggregazione  di ex leviti (cantori, portinai) e sacerdoti nell’ambiente romano,  a seguito della preghiera comune specie nell’otium del sabato

Come può giustificare questo?

Il dato più appariscente è la semplicità di linguaggio comune  che, però, ha un telos/scopo, già espresso nell’incipit Archh tou evangeliou Iesou Christou (uiou Theou) ,che viene ribadito ad opera di un centurione romano che  esclama  alla morte del Signore: alethoos outos o anthropos  uios theou hn.

Altro dato  è quello  dell’avvento della predicazione di Giovanni  Battista secondo i versetti di  Isaia.

La bella notizia del profeta Isaia (40,30) è confusa con le parole di Esodo (23,20) e con quelle di Malachia: è una sugkrisis combinazione operata da uomini letterati del tipo degli esseni, che hanno scopi apologetici   e  fanno confusioni  che,  specie dopo la morte dei Santi del Qumran,  diventano utili quando si forma un clima antiebraico  ad opera degli antonini, specie di Traiano intenzionato a combattere contro  gli aramaici  nabatei e poi contro i Parthi.

E’ questo un momento  in cui il ricordo di Giovanni Battista  che arruolava truppe aramaiche antiromane  predicando baptisma metanoias  eis aphesin amartioon/un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati  è krhstos buono ed utile ai giudei che si oppongono alle imprese traianee: la memoria di Giovanni risulta una chiamata alle armi quasi una crociata contro i romani, in nome di Gesù crocifisso, un martire aramaico.

Per lei, professore, dunque, il Vangelo originario greco, di Marco  poteva essere un opuscoletto aggregante  giudei aramaici e  giudei ellenisti, impoveriti sotto il periodo flavio, desiderosi di novitates staseis, in un recupero della loro comune  identità nazionale mesopotamica, in una rinnovata amicizia coi Parthi?.

Amico,  accostare con un  linguaggio popolare  e semplice,  molto vicino alla  sensibilità barbarica aramaica, la figura di Gesù, martus crocifisso, alla massa mentre compie miracoli, con quel kai euthus   poteva risultare vincente nella propaganda  filoparthica  antitrainea prima ed antiadrianea poi, nel clima di  meraviglia e  di stupore in cui si viveva la nuova antiromanità  in Giudea, in Siria, a  Cipro e in Cirenaica.

Quel linguaggio non doveva essere molto distante da quello iniziale greco di Paolo Tarsense e del  traditore Giuseppe Flavio- senza revisioni – tenuti dalla tradizione a non corrompersi con la filosofia ellenica –   specie il secondo, anche lui  a volte molto  elementare nel lessico, solito  a ricorrere  a gar  congiunzione  coordinativa esplicativa al posto della proposizione esplicita dichiarativa, introdotta da oti, epei, epeidh, a cambiare il discorso indiretto in diretto improvvisamente e ad abusare degli enunciati semplici o composti coordinati, spesso, per asindeto.

A questo sistema  sembra riferirsi Papia vescovo di Ierapolis,  che ammette che gli evangelisti scrissero,  a detta di Eusebio (St. eccl. II,39.15)  come ricordavano, e che Marco, interprete di Pietro, pur essendo scrittore senza ordine, scrisse davvero ciò ricordava delle parole e delle azioni del Signore e che, comunque, non ci ingannò.

Anche Ireneo (adversus Aereses,1,1)  parla di scrittura del vangelo di Marco dopo la morte di Paolo e di Pietro senza indicare luogo e il preciso tempo: non si dovrebbe sbagliare quindi se si pensa alla fine del I secolo d.C.

Anche la tradizione latina con Tertulliano (adversus Marcionem,4,5) sembra essere sulla stessa linea e propende per gli ultimi anni del secolo, anche se non parla espressamente del vangelo di Marco, ma parla dell’evangelista che segue Paolo e poi  assiste Pietro (Quale Pietro?) negli ultimi anni.

Professore, per lei, dunque, il termine upourgia flaviano ha una ricchezza di significato immenso se lo si distacca da Erode e lo si sposta su Christos soothr, uomo -dio venuto a redimerci dal peccato di Adamo.

Marco, io ti conosco e penso che tu stia sorridendo di me che tiro il filo finché posso e lo  dilato come  voglio, lavorando come un Padre della Chiesa, che fa esegesi.

Non mi permetterei mai  di offenderla così!. Marco l’evangelista, comunque, manda davvero  un Messaggio su Gesù figlio di Dio, vincitore di Satana, uomo simile ad un goes/mago che coi miracoli stupisce e sbalordisce il popolo  analfabeta giudaico,  un messia  ucciso dai connazionali  tramite i romani. E a questo aggiunge il paolino scandalo della croce che, congiunto alla memoria di un Gesù figlio di Dio,  ucciso dai Romani, poteva davvero diventare propaganda antiromana e eccitare la folla ad una nuova guerra contro Roma .

Marco, sei davvero mio discepolo?!