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Filone e la generazione

Filone e la generazione
Dal De Vita Mosis di Filone Mosè risulta il modello  di una figura di erudito del periodo ellenistico, che è superiore ad ogni autore  greco ed egizio, in quanto Anhr theios che,  guidato dalla ragione, è basileus/ re , legislatore/ nomotheths e  propheths/ profeta e quindi  iereus /sacerdote.

Per Filone,  la creazione del mondo /kosmopoiia  di Platone è ebraica  in quanto opera di un demiurgo, come ogni altro insegnamento greco sia pitagorico che eracliteo è considerato derivato dalla cultura giudaica.

Insomma per Filone, sommo filosofo theologos della diaspora, fratello dell’alabarca  Alessandro, il trapeziths per antonomasia ( cfr L’eterno e il Regno),alessandrino, epitropos, curatore del fisco imperiale per i discendenti di Antonio, la cultura giudaica è la base del sapere ellenistico, incomparabilmente superiore a quello persiano ed egizio.

Prima Aristobulo e poi Flavio vedono in Mosè il prototipo di ogni sapere umano e come il precursore e dei legislatori e quasi ispiratore  dei poemi omerici ed esiodei …

Queste sono affermazioni  che sono motivate dall’immenso rilievo che il genos ebraico ha in epoca giulio-claudia, grazie al suo sistema finanziario, perfetto, e alla protezione della domus imperiale,  di cui Filone porta lo stesso nomen gentilizio, concesso da Giulio Cesare stesso durante la guerra alessandrina.
Filone ha piena coscienza di essere civis  giulio ed  individualmente , come persona, di  essere un eletto e un profeta, anche lui,  in quanto appartiene   ad un popolo di santi: infatti sa con Isaia (50,4) che il signore ha dato un a lingua da iniziati, donata per la perfezione dell’apprendimento e dell’insegnamento.

Inoltre è convinto di essere parte di una comunitas/Koinonia voluta da Dio per cui sta scritto in Esodo 19,6 : voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa…

Tutti gli ebrei? e solo pochi sono gli eletti ?

Certamente Filone accetta nel numero dei segnati, degli iscritti nel regno dei cieli, solo quegli alessandrini  ebrei, di stirpe oniade, che formano il politeuma di Alessandria ed hanno un senato ed un sinedrio, insomma, la classe dirigente sacerdotale, nata dalla stirpe oniade (da Onia IV, fuggito da Gerusalemme  e stabilitosi ad Alessandria dietro invito ed accoglienza da parte dei Lagidi intorno alla fine della prima  metà del II secolo a.C) : Filone e gli oniadi aspirano a sostituire  nel tempio di Gerusalemme il sacerdozio sadduceo, come gli esseni, ed hanno un loro tempio in Egitto  per il culto, che, seppure scismatico, paga il tributo a quello di Gerusalemme …

Sono forse considerati eletti anche gli erodiani, i discendenti di Antipatro e di Erode, coi quali condividono il nomen Giulio…

Ora un uomo facente parte della massa, quindi escluso del privilegio giulio e non eticamente impostato, dedito solo  alle sostanze inebrianti, alla copulazione, alle necessità corporali , incapace di una vita spirituale in quanto ilico (da Ulh secondo la cultura alessandrina arrivata fino a Clemente – Stromateis-)  non può appartenere al clero  e quindi far parte degli eletti /pneumatici …

Per Filone il popolo si dimentica dell’ essere a immagine di Dio e a sua somiglianza, non può neanche chiamarlo pathr e non ha diritto  di figliolanza…

Da qui forse l’equivoco di generazione nel mondo ebraico nella cultura e nella lingua, definita lingua santa.

La stessa lingua ebraica , infatti , è priva  di termini che segnano la generazione, l’accoppiarsi, e non indica bene  i membri sessuali maschili e femminili e perciò usa  termini per indicare metafore e fare allusioni o per celiare, data la gravità ed austerità  ebraica

Secondo Maimonide (La guida dei Perplessi, Utet, 2003, p.531)  esse sono cose  delle quali non si deve parlare  e, quando la necessità lo esige  che se ne parli, ci si ingegna di farlo  con espressioni metonimiche , riprese da altri termini, così come quando la necessità esige che le si debba compiere, ci si nasconde il più possibile.

Sembra che perfino ci sia una motivazione quasi un telos / uno skopos  ben definito, come se ci fosse una necessitas  che impedisce la definizione organica del sesso.
Lo scopo è  la non menzione del sesso, visto e sentito negativamente anche se funzionale alla riproduzione, che però deve essere in relazione ad una cultura diversa da quella cananea, cioè quella mesopotamica  di Abramo, uomo  emigrato da Ur ad Harran e poi ad Hebron.
Dunque, Filone parla di sé come uomo perfetto e del suo popolo come di un popolo santo ,dopo aver definito il fine dell’uomo come concezione degli intellegibili, percezione della divinità, degli angeli, delle opere di Dio…e di norma non parla della mutazione di forma e di materia, se non come espressione umana e morale…

Il suo discorso è quindi solo per teleioi /perfetti? Per la classe sacerdotale?
Comunque, se c’è urgenza, viene insegnato un modo per dire espressioni metonimiche che si rifanno a termini relativi,  a certe e specifiche necessità fisiologiche, ma si nasconde sotto un termine indicante  le vergogne/ ta aidoia tutto ciò che indica riproduzione ….

Infatti Gid è l’organo sessuale (Isaia48.4) che viene chiamato tendine in quanto nel Deuteronomio(23,2) è scritto E un tendine di ferro il tuo collo, ma anche versatorio/ shafkah in un preciso riferimento all’azione ieculatoria
L’organo femminile è definito qevathah cioè il di lei stomaco in quanto qevah significa stomaco mentre il suo utero (rehem col puntino sotto la h) è il nome della parte delle interiora dove si genera il feto.

A dire il vero, anche gli escrementi e l’urina e il seme, essendo cose impure, sono da non dire e perciò si usa per il primo So’hah col puntino sotto shin per intendere che sono rimasugli che escono (da iasha’ uscire), cose di cui vergognarsi.
Il nome dell’urina è meme raglayim mentre quello di sperma indica emissione di seme shikvat zera
Dunque non ci sono reali nomi per indicare generazione per cui si usano alternativi verbi come giacere, maritare, scoprire le nudità ecc.
Lo stesso yishgal che potrebbe valere atto sessuale, secondo Maimonide (La guida dei Perplessi, ibidem p.532)  non vale accoppiarsi ma indica solo accostarsi ad una concubina come donna preposta a tale compito come le schiave di Lia e di Rachele …

Sembra che  esista un diritto al tempo di Abramo che ha già ad Harran  una moglie legittima,  Sara,  della sua stessa stirpe ed una  concubina, Agar di stirpe egizia  conviventi nella stessa tenda.

Forse c’è un altro diritto ,quello cannaeo,  che divide  le tende a seconda della legittimità del matrimonio del signore, che ora è stanziato in un’altra terra.

Questo è il caso di Giacobbe che anche per Flavio (Ant, giudaiche, II libro ) dopo aver convissuto con le due mogli legittime ,figlie di Labano,  della sua stessa stirpe mesopotamica, ora a  Canaan deve cambiare costume  andando  a fare il dovere maritale ora   in una tenda, quella di Lya e della schiava Zilpa dormienti nello stesso letto, ora in un altra , quella di Rachele dormiente con la sua schiava Bila…

Secondo il diritto cananeo, dunque, il patriarca deve fare le sue prestazioni sessuali,stabilite mensilmente , con visite alle sue legittime mogli, che, comunque, possono dare all’occorrenza anche  la propria schiava…

Ad Hebron, dunque, Giacobbe, già maturo,  deve svolgere  un compito gravoso a causa della gelosia delle  due donne  che concedono prima Bila e poi Zilpa al loro legittimo marito…

Sorgono contrasti tra i clan ed anzi si arriva alla  profanazione del letto paterno in quanto  Ruben, primogenito di Lia  appetisce Bila  e sembra giacere con lei nel letto paterno dell’altra tenda, perdendo ogni diritto di progenitura …

Per Maimonide, comunque, il termine  schiava Shegal  indica  la concubina destinata a tale uso per la procreazione di figli: l’atto non implica , né sottende piacere né amore, né particolare  affezione o passione amorosa come quella di Giacobbe per Rachele…

Secondo il filosofo ci sarebbero due azioni ieculatorie  quella  con la coniuge  e quelle con la concubina, ambedue legittime,  ma l’uso è quello mesopotamico e non palestinese, cioè della tradizione  di Abramo, evolutasi in terra  cananea a contatto con altre culture…

Ora Filone avendo una concezione di perfezione sacerdotale sa bene che un ebreo va vergine al matrimonio come Giacobbe e come Giuseppe ( cfr. De Joseph di Filone) che non ieculano prima di sposarsi, né si masturbano, ….e che si ci sposa solo per avere figli legittimi…

E’ questa una regola di perfezione sacerdotale, che poi è ripresa dal sacerdozio christiano, che nel quarto e quinto secolo d. C. poi congiunge la santità pneumatica sacerdotale con la rinuncia al sesso e con il celibato ecclesiastico, segno di un’elezione divina …

Forse lo scandalo delle agapete determina un irrigidimento della morale cristiana, che inizia a propendere per il celibato  anche  perché è imminente  la promulgazione della maternità verginale della Madonna ad Efeso…

Il vangelo di Luca e gli amministratori

 

Professore, a lei, ricercatore,  risulta che tra Roma e il giudaismo c’è una guerra di duecento anni- al  cui centro  è situata la vicenda di Iesous Christos Kurios-  e contemporaneamente  esiste un connubio tra sistema finanziario templare ebraico e la domus giulio/claudia- di cui ci sono tracce nei Vangeli- . può mostrare a noi profani le linee essenziali di una tale risultanza?

Ho scritto  varie volte nei commenti ai vangeli  e in Giudaismo romano oltre che in Caligola il Sublime  e specie nella biografie di  Antipatro e di Erode,che si possono leggere sul sito,  di questa risultanza tuzioristica, di un polemos/guerra  continuato per decenni e di staseis rivolte periodiche quasi quarantennali, del piccolo e medio  clero e del  popolo aramaico, che insorge contro i Romani e i  loro fautori sadducei ed erodiani ed ellenisti, filoromani,   sparsi in tutto il mondo romano- specie nel vicino Egitto-  emporoi/commercianti e trapezitai banchieri interessati alla politeia romana , in quanto compartecipi alla spartizione dei guadagni e delle entrate templari, oltre che per la raccolta dei tributi  ad opera di pubblicani e dell’alabarca.

io devo per forza rimandare alla lettura di  articoli come Methorios, o di Gesù Meshiah aramaico,methorios e politikos  e di tanti altri .Aggiungo, comunque, per meglio spiegarmi, che nel periodo romano-ellenistico,  in epoca  giulio-claudia, vige  ancora  l’amministrazione (h dioikhsis)  di una khoora regione, presieduta da o epi ths diokeseoos detto anche o dioikhths , cioè  di un amministratore  con funzioni di tesoriere e di governatore, dotato di  diritto di giudizio sui dipendenti , in quanto praefectus militare, di rango equestre o libertino se di nomina imperiale, come i governatori di Iudaea o di Egitto…

Un amministratore di nomina imperiale normalmente è chiamato  o epitropos o  o epimeleths ,a seconda della grandezza della khoora amministrata come oikos patrimonio della casa regia : ci sono infatti province i cui epitropoi sono di nomina senatoria, che versano il denario provinciale nella cassa dell’erario  e altri che sono invece di nomina imperiale, che versano nel fisco, cassa imperiale. Cfr  Matteo Parabola dei  cinque talenti  25,14-30- che si riferisce all’episodio della partenza di Archelao basileus per Roma e della necessità di lasciare ai diochetai locali  il compito  amministrativo in sua assenza

Ora nel vangelo di Luca (19,1-10)  mentre gli  apostoli ascoltano le parole dette a Zaccheo , un capo pubblicano,  che, pentito, dichiara di rendere ad ogni derubato il quadruplo (il figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto), Gesù racconta la parabola delle 10 mine  ai suoi che, essendo vicino a Gerusalemme, credono che la manifestazione del Regno di Dio  sia  imminente.

Luca non sa neanche quel che dice  perché scrive molti decenni dopo quando IL regno non è più un’attesa messianica reale, ma  una parousia  attesa di un ritorno.

I giudei (piccolo clero e ,sobillati da Farisei e d esseni) attendono il Malkut ha shemaim /il regno dei cieli cioè  che il Messia, venuto, distrugga l’impero romano , che non ha diritti di regnare sul mondo ebraico – che ha un solo padrone, Dio-e che ripristini lo stato precedente la presa del tempio di Gerusalemme ad opera di Pompeo nel 63 a.C.: si sottende il trionfo di Sion e della cultura aramaica mesopotamica  con la  riunione alla  confederazione parthica…

Luca nel periodo flavio (forse in quello iniziale antonino)  ha l’idea paolina di un personaggio, uomo-dio, venuto per  morire e redimere l’uomo peccatore  dal peccato col suo sangue e per risorgere con lui …

La parabola delle dieci mine (19,11-28),quindi , sarebbe un’esortazione a far fruttificare,  in assenza di Gesù, ciascuno, nel corso della propria vita, i doni ricevuti al fine di avere un premio  secondo la legge della ricompensa, tipica  del Siracide…

La parabola è un esempio di vita giudaica , tratta dalla toledot/generazioni quella della elezione regale di Archelao, che, nel 4 a C, va  a Roma a chiedere il riconoscimento del testamento paterno, osteggiato da molti che non lo vogliono  re e  a Roma e in Giudea (Cfr. Flavio  Ant Giud. ,XVII, 229-233) a causa della sua  giovanile  entrata in Gerusalemme  e al tempio, oltre alla profanazione dei mercanti.

La parabola sottende la presenza romana,  quella di Sabino, procuratore di Cesare per la Siria,  già arrivato a Gerusalemme per aver cura della proprietà di Erode, che viene messa sotto  sequestro (Cfr Jehoshua o iesous?, e.book , Narcissus 2013).

L’azione di Sabino,-nonostante l’intervento di Varo governatore di Siria e parente dell’imperatore, prontamente venuto in città chiamato dal’incaricato del re , Tolomeo- è quella  di un epitropos finanziario che prende possesso del palazzo di Erode in Gerusalemme,  raduna i comandanti delle fortezze,  i vari ufficiali del tesoro reclamando da loro un acconto,  dopo aver disposto a suo parere di ogni fortezza  in quanto vede che i custodi  non dimenticano le istruzioni ricevute dal loro sovrano, che deve rispondere solo a Cesare, per il quale viene conservato l’intero tesoro.

Ora Gesù ,secondo Luca (19,46),  subito dopo, combina due sentenze dell’Antico Testamento, l’una di Isaia (LVI, 7  la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli.) e l’altra di Geremia (VII,11 forse che ai vostri occhi  è divenuta una spelonca di ladri questa casa sulla quale  è stato invocato il mio nome?) rifacendosi ai due profeti  per il suo messianesimo.

Luca 16.16 – dopo aver mostrato la parabola del servo infedele,  che esautorato come amministratore ,  riscuote dai debitori  meno del dovuto pur di aver poi favori  in seguito , nel corso della sua vita, evidenzia un Gesù  spirituale che va oltre la legge  – per il quale la legge e  i profeti arrivano fino a Giovanni– ,staccato  dalla realtà storica,   in contrasto con Matteo 5,17 Non crediate  che io sia venuto  ad abrogare la legge o i profeti, ma a compiere.In verità vi dico: finché non passino il cielo e la terra, non un iota, non un apice cadrà della legge, prima che tutto accada.

Matteo parla ricordando l’impresa di Gesù storico, Luca neanche la conosce!

Da qui la separazione tra la forma naziroa di Giacomo e  quella christiana ellenista filoniana e paolina, compresa quella efesina giovannea: due diverse  concezioni  di vita con due forme opposte: i due regni, quello dei cieli e quello di DioI

Quando tramonta il Regno dei cieli,- prima con la distruzione del Tempio  e poi con la sconfitta di Shimon bar  Kokba – ad Alessandria  e ad Antiochia si verificano due nuove altre  letture del cristianesimo -una allegorica ed una letterale – che sopravvivono nell’impero romano per poi esplodere e vincere con Costantino  e per rimanere integre, nonostante le tante contraddizioni ereticali, fino a  quando arrivano gli arabi nel 642 d.C.

Con la conquista ad opera di  Omr , comunque,  si attua l’islamizzazione di Alessandria e dell’Egitto ,  si oscura un occhio del cristianesimo, mentre si illumina di nuova luce la Sede Romana con Massimo il Confessore.

Amici cari, è meglio ascoltare me, di persona,  che leggere i miei scritti!

Cosa è il Praescriptum ?

 

Alcuni amici, cristiani, mi chiedono: cosa è il Praescriptum, di cui parla Seneca in Ep. 94,51?

Etimologicamente (prae- scribo) è un qualcosa scritto prima su una tavoletta in uso tra i maestri  latini che esercitano o fanno esercizi con i discepoli, che iniziano a scrivere.

Il  praescriptum è un modello scritto , su cui  i genitori e i maestri fanno scrivere i bambini che imitano  ?

Come copiatura di un papiro o di una tavoletta di cera?

Si potrebbe dire che praescrittum è un sistema  di scrittura, preorganizzato da genitori e maestri per far esercitare le dita dei bambini su una tabula preallestita con solchi  corrispondenti alle singole lettere  dell’alfabeto.

Per Plinio   (Naturalis Historia,33,36,39)  occorre la tavoletta di cera  oggetto di legno  ricoperto  di cera  così da formare una  superficie  sui cui lo stilo  incide lettere  provvisorie- perché non devono rimanere   in modo durevole-.

Perciò il praescriptum è  un qualcosa di prescritto   per far scrivere come esercizio i bambini  che si devono attenere a certe regole e e seguire  quanto già scritto da altri.

Infatti le dita dei bambini vengono guidate  per litterarum simulacra  lungo le forme delle lettere già incise.

Secondo Quintiliano il sistema   consiste nel far ripetere sull’incisione già fatta,  al bambino scrivente, aiutato dalla mano del maestro,  più volte, l’esercizio di scrittura : così  il discepolo impara, imitando, quanto fatto graficamente dal litterator .

E’ dunque  un sistema utile  al miglioramento della scrittura di un bambino  che deve  seguire i solchi, già fatti e che con l’esercizio continuato può imparare la grafia esatta delle singole lettere

Dice infatti Quintiliano ( Inst 1,1,27 )Non appena il bambino ha iniziato a seguire i profili (ductus), su una tavola (tabella) non sarà cattiva idea intagliarle con molta cura in modo che lo stilo corra lungo di esso come su solchi. Questo garantirà che lo stilo non commetta errori come accade nelle tavolette di cera  perché sarà delimitato  sui due lati dagli orli dell’intaglio  ed impossibilitato a deviare  fuori del modello scritto;  e seguendo le tracce sicure  vestigia certa  più di frequente saepius  e con maggiore celerità celerius  il bambino rafforzerà  le articolazioni delle dita  e non avrà bisogno  dell’aiuto della mano del maestro, posta sopra la sua per guidarla.

Sembra che l’esercizio per Quintiliano sia da farsi  su tavolette di legno come esercizio preliminare  o su mattoni incisi prima della cottura in modo da  rafforzare dita e mano del bambino al fine della scrittura.

Quintiliano sottende l’uso coordinato, nella prensione  dello stilo, di tre dita , pollice, indice e medio, in una abilitazione scrittoria.

Girolamo  in una lettera ad una fanciulla ( 107,4,3 )   sembra  che proponga un simile lavoro di scrittura .

Diversa è invece la proposta di Ambrogio che  vuole servirsi per la scrittura di dadi di cedro  con le lettere dell’alfabeto impresse, utili per gli studi letterali  (Expositio psalmi, CXVIII,22,38 )..

questo,però è un esercizio propedeutico  o contemporaneo al fine di  far imparare le lettere dell’alfabeto  al bambino, che deve scrivere.

Si noti che sia in Oriente che in Occidente esistono stampini   entro cui il  sovrano incide o tutto il proprio  Nome o la parte iniziale o e lettere significative.

Gibbon  ( Storia dell decadenza e caduta dell’impero romano, Torino i967) trattando di Theodorico mostra che ll re ostrogoto si serve di uno  stampino d’oro , in  cui  le quattro lettere inIzialI  Th , E,O, D costituiscono il sigillo anulare… .

La stessa cosa bisogna pensare per l’illitterato  Giustino (Procopio Storia Segreta VI,14-169) zio di Giustiniano, che usa un anello con I,S,T.N , ma anche  un altro sigillo con Sigma/ tau

In questo  sistema  quintilianeo non si citano le linee parallele , utili per far allineare le lettere in modo ordinato e tale da  rimanere dentro la linea superiore e quella inferiore, senza fare lettere più piccole  rispetto alle altre.

Si tenga presente che nel I e II secolo  di norma si scrive in lettera maiuscola,  formando un continuum , senza servirsi dei segni di interpunzione.

Bisogna aggiungere che questo  è primo stadio , in cui si abitua il puer /neepios,  a cui seguono altri tre

Il  primo è utilizzato per imparare a scrivere le lettere, il secondo per  per unire le sillabe in modo da dare  forma corretta alle parole e l’ultimo  risulta un lungo  e stucchevole lavoro di copiatura di frasi scritte dal maestro da ripetere come esercizio…

Ogni fase  ha una certa durata  che può essere abbreviata o allungata a seconda dei progressi dei bambini , che sono di solito riempiti di botte. Orazio ricorda il plagosus Orbilius.., il suo maestro, che si serve di una bacchetta per fare piaghe non solo nelle mani ma anche per il corpo. L’uso della bacchetta  è durato fino all ‘epoca fascista.

Comunque ci sono esempi anche di maestri buoni che  non toccano i bambini e danno loro giocattoli in forma di lettere  di vario metallo o anche di legno: Quintiliano predilige quelle di avorio…

Girolamo,  invece, pensa che sia necessario un assortimento  di lettere di avorio, di bosso e di altro in modo da attirare anche col colore ed aggiunge che alla scelta del bambino bisogna dire subito il nome della lettera…

Girolamo invita  a fare giocare  il bambino con le lettere, a   costruire una strada con esse affinché impari.

Il santo crea perfino una filastrocca  mentre il bambino manipola le lettere e le usa secondo un  giusto ordine   e ne memorizza   i nomi ,

Inoltre fa sconvolgere l’ordine   spesso e mescolare le ultime con quelle centrali e queste con  quelle iniziali, facendo diversi giochi nella composizione sillabica..

Nel commento a Giobbe  (7,4,2)  e in quello a Geremia (25,26) in  Patrologia latina XXIV,838D, Girolamo sembra convinto che il bambino impari  vedendole ,toccandole ,distinguendole  per colore ma anche sentendole nominare e ripetendole a d alta voce:crede perfino che il bambino possa , così istruito, diventare uomo che dica la verità, in quanto si abilita alla precisione nella ricerca esatta.

Sembra che i maestri diano incentivi a i bambini per invitarli alla lettura e alla scrittura.

Dei maestri  propongono dolci  per discepoli bravi, mentre Girolamo aggiunge  bambole e caramelle e perfino gioielli per le bambine   diligenti, facendole competere …

Girolamo nel periodo romano è  maestro di molte matrone delle nobiltà romana ed ha un suo ascendente su di loro tanto ca educarne  le  figlie secondo i canoni della cultura patrizia …

.Sembra che tale sistema sia da secoli in uso tra  gli scribi giudaici, che, dovendo insegnare la scrittura ai discepoli, li esercitano  prima con esercizi propedeutici, per abilitare dita e mani alla scrittura e poi a memorizzare le lettere consonantiche e specie quelle  che possono assumere valore c vocalico, mostrando la tecnica di composizione di ogni singola scritta in modo più o meno calcata,  divisa in parti.

Sembra che una forma di praescriptum esista  per insegnare l’arte del calcare le dita con forza  ed infine tutto il sistema alfabetico ,molto più complesso di quello greco-latino per indicare i segni vocalici (inesistenti, come forma)  mediante puntini e linee o sotto le lettere o al centro (come Mappiq) in modo da dare una diversa funzione fonetica  al segno mediante l’uso del diacritico.

Il praescriptum ebraico serve come esercizio per la ricopiatura dellaTorah da  assegnare, a lavoro fatto, alle sinagoghe che ne sono sprovviste..(cfr .Towa Perlow,  L‘éducation et l’enseignement chez le Juives à l’epoque talmudique,  Parigi 1931)

 

Nel Ii secolo d.C. c’è un episodio tratto dalla vita di  Erode Attico che, volendo educare il figlio a scrivere e a leggere,  escogita 24 lettere  in relazione all’alfabeto greco e alle figure di 24 schiavetti : Alfa – schiavetto negro ricciuluto ;Beta – schiavetto germanico con occhi azzurri-; Gamma- fanciulla berbera-  e così via .

In questo modo  Erode Attico  fa imparare lettere al  figlio,  in ordine, collegate coi nomi degli schiavetti ( Cfr.  Filostrato,  Vitae sophistarum, Erode  attico,- )…

Cari amici e parenti, cristiani, non è facile scrivere nel mondo antico!…

Chi scrive ,  di norma, sa  falsificare e lo può fare, spesso,  impunemente: chi conosce il numero di falsari tra i copiatori ?  e chi distingue tra loro quelli che lo fanno di proposito e quelli che lo fanno per imperizia?!

25 aprile: festa dei Drusi

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Il 25 aprile è festa della liberazione dal nazifascismo per noi italiani, che crediamo nei valori democratici e che da quella data siamo nati (pensiamo!) ad una coscienza nazionale unitaria ed abbiamo avuto una costituzione nuova, dopo aver rifiutato la monarchia.
Anche un popolo, sconosciuto a molti e mai riconosciuto nel suo valore etnico e nella sua singolare storia e cultura, dà grande rilievo al 25 Aprile: è il popolo dei Drusi
Il popolo Druso  avendo una particolare venerazione per Ietro suocero di Mosé (cfr  Commento a Vita di Mosè di Filone ) chiamato Nebi Shueib, lo festeggia  in questo giorno e mese -dopo che la sua tomba  fu eretta nel 1930 sotto i Corni di Hattin – riunendo i vari membri.
Per la festa i drusi  vengono dai 18 villaggi di Galilea,  dal Libano meridionale, dalle pendici del monte  Herman  e dal Geben siriaco meridionale,  dai distretti di Shuf e Matan: molte migliaia come rappresentanza di un movimento di oltre 200ooo persone, si riuniscono, specie il 25 aprile.
Chi sono I drusi?  Sono i seguaci del califfo fatimita  al-Hakim (996-1021) ritenuto da Al Darqazi nel 1017  incarnazione della intelligenza cosmica.
Al Darqazi ha un suo singolare insegnamento, che vieta ai suoi fedeli di osservare o di obbedire a qualsiasi precetto morale e di seguire piuttosto un proprio iter sulla base dell’esercizio individuale e della pratica quotidiana  in relazione ai vantaggi e ai personali progressi verso la conoscenza di Dio.
La  ricerca di via individuale e non collettiva è tanto desiderata da al Darqazi da costringere lo stesso al-Hakim a non far uso del suo nome e a rinnegarlo e quindi a non considerare positivo lo stesso suo pensiero: suo intento è che ognuno cerchi se stesso come un Sufi.(cfr L.V. ARENA, Il Sufismo,PBO,1996)
Solo nel 1019 con Hanza ben Alì inizia il vero culto di Al-Akim, che da quel momento ha una sua forma e un suo reale culto.
In sintesi questo è il suo pensiero, di origne ismaelitica: esiste l’Uno e tutto procede dall’Uno e si torna all’Uno tramite la conoscenza e la coscienza che l’Uno Incarnato cosmico è Al -Hakim.
La vera via della salvezza è solo questa, esclusiva, per cui non sono utili né il simbolismo né le pratiche né i riti di altre religioni ; I drusi solo infatti sono Muvahhaddun ed, in quanto unitari. conseguono la perfezione!
Scomparsi misteriosamente sia Al Hakim al Cairo che lo stesso Hanza  dopo aver investito di auctoritas al Muktana, questi dà quell’impronta di dogmatismo e di rigorosa ortodossia  col preciso bando di propagarsi e di tendere al proselitismo….
Da qui tutta una serie di lettere (111) che, raccolte formano il corpus unitario del pensiero druso: Le lettere della sapienza. Esse sono dell’epoca di al -Muktana e  alcune sono dello stesso principe, scritte tra il 1021 e il  1042 e formano il sistema canonico druso.
Dalla loro lettura si evince che esistono due tipi di drusi, i saggi e gli ignoranti, gli uni avviati e tesi sempre alla ricerca dell’Uno, gli altri  incapaci e/o non ancora abili ad iniziare il percorso delle segrete dottrine della conoscenza e destinati in un’altra vita, successiva,  a riprendere la via della verità, dopo la nuova incarnazione…
C’è, comunque, necessariamente una distinzione tra i due gruppi: i saggi hanno abiti speciali e un turbante bianco; hanno infiniti privilegi e  hanno posizioni elitarie nella classe sociale  e ogni giovedì,  giorno festivo, evidenziano il loro grado e la loro specifica preparazione ed anche la loro ricerca,  ma hanno il vincolo della continua partecipazione ad ogni manifestazione   e cerimonia cultuale ed hanno il titolo di sceicchi.

Essi devono anche andare in meditazione lontano dagli altri, in deserto e lì trovare alternative alla normalità di vita  o alla regolarità di ricerca già fatta e conseguita perché devono ricercare forme nuove o diverse, dopo che comunque sono state provate e riprovate da loro varie volte.
Gli ignoranti, invece,  hanno una maggiore libertà nel culto e sono molto liberi nel loro sistema di vita, non avendo nessun obbligo se non verso se stessi, la propria famiglia e i propei anziani….
Gli sceicchi, inoltre ,  essendosi formati in scuole speciali, sono punto di riferimento per gli ignoranti  a cui devono mostrare il tragitto mediante l’osservanza  delle regole sul bere, sul mangiare  sul mentire, sul rubare sul vendicarsi, sul perdonare   e specialmente sul pregare…
Infine gli sceicchi in quanto autorità religiosa danno i sacramenti, celebrano i  matrimoni e presiedono ai riti funebri,dando anche l’ estrema unzione ma hanno anche potere politico e di conseguenza  hanno formato un popolo  con una particolare struttura  e grande autonomia , pur avendo dovuto subire lotte e contrasti per conservare la propria identità, specie coi cristiani e coi musulmani.
Come popolo, i drusi  non  sono comunicativi con gli altri e quindi sono diffidenti e  rudi nei modi  a causa delle numerose guerre di difesa  sostenute.

Anche se ,comunque, non hanno contatti e neppure li vogliono;  anche se in effetti rifiutano perfino le profferte di  l’amicizia altrui, avendo una grande dignità  si segnalano e si distinguono per il rispetto che impongono( come i Baschi tra gli spagnoli)  e che si guadagnano facilmente, data la loro riservatezza e il loro sistema  di vita  entro i loro naturali confini  come se fossero un ‘isola nel mondo, una cellula atipica in un Kosmos.

Ambrogio e la celebrazione del Natale

Il Primo Natale nel 386 a Milano

Il primo Natale a Milano nel 386 d.C.

Ambrogio probabilmente scrisse nel 386  Intende, qui regis Israel per celebrare il primo Natale il 25 Dicembre, che di norma era stato festeggiato invece il 6 Gennaio con quasi tutte le chiese Orientali….
Sappiamo, dunque, che  Ambrogio con questa celebrazione si allinea alla chiesa Romana e a quella antiochena, accettando in un certo senso, il pensiero di Papa Damaso  e quello di Giovanni Crisostomo.
Roma e i suoi vescovi celebravano il Natale il 25 dicembre già da oltre un cinquantennio, quando nel 335 papa Marco si allineò al rito antiocheno:  fu definitivamente accettato e santificato, però, da Giulio I che lo concelebrò con Atanasio  esule a Roma dal 339.
Con questo atto il papato romano entrava in conflitto con gli ariani che si rifiutarono di partecipare al sinodo romano  in cui fu, invece, accettato e considerato ortodosso nella fede, Atanasio.
Anche ad Alessandria  già cattolicamente si celebrava il Natale il 25 dicembre, mentre arianamente veniva festeggiato il 6 Gennaio, come quasi in ogni parte dell’Oriente.
Ciò dimostra che le tre sedi maggiori patriarcali avendo lo stesso rito si oppongono anche in questo all’eresia ariana ora imperante  specie in Oriente, a Costantinopoli, con Costanzo II…
A lungo ci furono controversie  tra ariani e cattolici  anche sulla data da fissare per il Natale, per quasi un quarantennio.
Solo quando nel 381 Teodosio stabilì il trionfo dell Cristianesimo sull’arianesimo e sul paganesimo, si  decretò che erano fondamentali e basilari le due Chiese, apostoliche,  quella di Roma e quella di Costantinopoli.
In questo modo fu sancito il principio della supremazia romana e costantinopolitana, rispetto a tutte le altre chiese,  e si provocò la reazione di Alessandria ed anche di Antiochia, sedi declassate, considerate ora rispettivamente terza e quarta, a favore delle sedi di Pietro e di Andrea, a memoria del potere imperiale di Roma antica e della nuova Roma.
Da allora sostanzialmente si riconobbe la supremazia della sede di Roma in Occidente e quella di Costantinopoli in Oriente: anche la chiesa di Milano allora  si inchinò a quella romana ed Ambrogio fece con l’accettazione del Natale come festa della nascita del Signore, nella data del 25 Dicembre,  il suo atto di omaggio nei confronti di Damaso e della Chiesa Romana, pur restio alla celebrazione, coincidente con quella pagana del Sol Invictus …
La celebrazione del Natale e l’inno natalizio sono due segni di questo riconoscimento al primato di Roma.
Ma ciò è poca cosa perchè la politica è milanese in quanto il potere imperiale dei figli di Valentiniano, cioè Graziano e Valentiniano II, ambedue minorenni, essendo sotto la tutela della madre Giustina e di Arbogaste, è condizionato pesantemente dalla figura del vescovo Ambrogio.
Questi, solo dopo aver vinto la sua battaglia contro l’imperatrice, ariana, ha bisogno dell’aiuto di tutti i cattolici e perciò fa concessioni  intelligenti al papato romano, manovrando, da una parte, Valentiniano II e, da un’altra, Teodosio, imperatore dell’Oriente dopo la sconfitta di Adrianopoli  e, pilotandone la politica con il matrimonio con Galla, diventa il leader cristiano cattolico più autorevole occidentale…
Il suo inno, dunque, rientra in una politica moderata, scaltra, del santo milanese, che così si prepara il canto per il sanzionamento e il  riconoscimento della Verginità della Madonna mediante sacra venerazione per l’utero virgineo di Maria   (chiostro del pudore ed aula regale) e mediante timore reverenziale per il mistero del soffio fecondante dello Spirito Santo, generatore del Verbo, che si è fatto carne, per lo sbocciare del frutto nel grembo santo femminile di una creatura Deipara/ Theotocos…
Se il canto di Ambrogio è poetico, non è  come quello di Gregorio di Nazianzo che, invece, fa una trattazione filosofico-teologale del concepimento verginale,  nelle orazioni 30, 39. 40, servendosi di una terminologia filoniana,  in una sistemica interpretazione delle Sacre Scritture, in una lettura  retoricamente ineccepibile secondo formule allegoriche…
Ambrogio e Gregorio esprimono due sistemi diversi per avere la popolare adesione in due diverse situazioni culturali, in particolari condizioni di prestigio individuale…

 

Essere neepios

Nel trattare della necessitas per un cristiano di  ridiventare  bambino per entrare nel regno dei cieli, mi sembra  opportuno   riprendere quanto scritto nell’abstract per Il Politico o Giuseppe circa il sistema di essere vecchio- bambino  di un Terapeuta egizio.

“La traduzione di De vita contemplativa di Filone (qualunque sia la sua forma originaria!) e il commento, come prefazione all’opera dell’autore e come critica al pensiero di Eusebio e di Girolamo, risultano momenti nodali nella stesura di I Terapeuti, opera essenziale per la formazione di un ricercatore delle origini del cristianesimo.
L’opera filoniana è una via a Dio secondo l’ascesi mistica, indicante tappe di una theoria, alternativa non solo a quella della pracsis essenica, ma anche a quella legalistica, liturgica, teurgica.
Essere anacoreti è, con la rinuncia ai beni familiari e alla vita civile e sociale, l’inizio del percorso, il primo gradino della scala del progrediente”.

L’ anakoresis del Terapeuta ( cfr. De vita contemplativa di Filone. I terapeuti, E Boook  Narcissus, 2015) è l’inizio della vita theorica.

Il sistema di vita indicato da Filone precede,dunque, storicamente  la predicazione di Gesù Christos, che ha presente il modello alessandrino di teleioosis, attivo da quasi due secoli, dai primi decenni del II secolo a.C.

Gesù, infatti,  in Matteo 18, 1, prima  dice che bisogna diventare bambini, poi, incontrando un giovane ricco – che  chiede cosa debba fare per entrare nel regno dei cieli (19.16) aggiungendo cosa manca  ancora? , dopo aver confessato di aver fatto quanto ordinato dalla prescrizione mosaica, ricordata dal Maestro- gli risponde:  se vuoi essere perfetto va , vendi  quel che hai  e dàllo ai poveri ed avrai un tesoro in cielo e poi vieni a seguirmi (ibidem,22).

Bisogna, quindi, pensare che gli evangelisti creano il modello, in  epoca successiva al fenomeno terapeutico alessandrino,di un sistema anacoretico cristiano, proprio  di Antonio e di Pacomio, che per alcuni decenni vive  serenamente accanto a quello ebraico, di molto anteriore,  e poi, essendo sorta  un’ esasperata competizione, in epoca costantiniana,  ne operano lo sterminio nel periodo teodosiano approfittando dei decreti imperiali.

L’eccidio  dei terapeuti sembra perpetrato sotto il patriarcato di Teofilo e Cirillo…

Dunque  per Filone il terapeuta  è uomo  che si separa dal proprio io e dalla città,  dalla civiltà, alla ricerca di un rapporto con la natura: il saluto al sole al mattino (e alla sera) e l’augurio di buon commento biblico al vicino sono segni di una nuova scansione del tempo, rispetto al calendario lunare, e di una differente immersione nell’armonia.

C’è coscienza di essere in un tempo breve , quasi un lampo, tra un tempo lungo passato  concluso ed un ‘altra età da vivere in altra dimensione: lo stato di transizione è quello di uno stupore infantile con la sapienza senile , ebete, dionisiaca.

Per Filone infatti dopo la separazione dai beni, c’è l’eremo dove il terapeuta  vive naturalmente commentando la torah avendo la luce del sole, simbolo stesso di Dio, in una fase senile di simplicitas infantile, in una depurazione del tempo razionale vissuto nella normalità naturale.
L’ambiente alessandrino del lago Maryut (Mareotide) è la cornice, in cui andres theoi /uomini divini realizzano la loro ricerca, isolata, spirituale.
Il vivere separato entro la propria cella (semneion e monasterion) e nello spazio intorno alla propria abitazione sottende una tipica chiusura in sé e un rifiuto del mondo al fine di una pura spiritualità, in una santificazione del sabato, secondo le prescrizioni mosaiche e dei sei giorni con l’askesis/esercizio, mediante lo studio e l’esegesi biblica continua, durante l’arco della solarità giornaliera e in una diversa coscienza del corpo, a cui viene dedicato poco tempo (e di notte) per i bisogni corporali.
Essi infatti bevono acqua sorgiva e mangiano pane (verdure, sale) una volta ogni sei giorni (solo alcuni – i più deboli – ogni tre giorni) e fanno una coena il cinquantesimo giorno, sette settimane dopo la Pasqua, nel mega monasterion, in cui i magistri, didaskaloi, i più anziani, sono serviti da diaconoi, ministri che servono dopo che tutti hanno ascoltato ed approvato la lectio del capo ermeneuta, che commenta la torah allegoricamente.
Vivere in allegria, in modo euforico ed entusiastico, è tipica espressione del terapeuta ritornato un bambino/nepios, un vecchio che è costantemente in uno stato di ebbrezza, cosciente che l’ esercizio continuato conduca alla vetta dell’eudaimonia e alla visione e all’unione con Dio,dopo la purificazione dal razionale-naturale.

Dunque, per Filone la vita dell’uomo è quella di un   vecchio-bambino,  del terapeuta della Maretotide: l’ allegria risulta  status di perenne  euforia e di ebbrezza, che esprime  una tipica sugkrisis di un  neepios presbus, che rifiuta la realtà e la quotidianità  della polis, e vive in solitudine alla ricerca di Dio, in un capovolgimento dei principi esistenziali, in modo non razionale, pazzo.

Filone parla di uno stato senile, in cui predomina l’anomalia,  a seguito di una peripateia congiunta con aprosdosketon, che è la risultanza di una congiunzione  di una afasia infantile unita  ad una forma di demenza, che genera  il terapeuta, il più caro a Dio.

Il terapeuta  è uomo divino, vecchio bambino, un essere dionisiaco,  che non conosce però il vino, ubriaco della Legge, asceta che consegue la teleioosis vivendo in modo naturale fuori del consorzio umano, pazzo nel cucire armoniosamente le dissonanze, le opposizioni, le antinomie, nel corso della solarità quotidiana, nel segreto del proprio semneion, contento  di essere  e di esserci nella palude della Mareotide, convinto di conseguire nel tempo giusto Dio, che lo anima  e  fa la storia  del suo fedele.   

La sugkrisis si attua  come operazione che unisce la pars puerile e e quella senile,  in opposizione alla vita operativa  commerciale, emporistica e trapezitaria  del polites ebreo, che pur vive secondo ameicsia in Alessandria, in modo separato dai Greci…

Essere vecchio- bambino diventa lo status della perfezione di chi rifiutando la vita, secondo natura e  ragione, la consegue in modo insano, irrazionale, innaturale, copovolgendo la normalità.

C’è coscienza della fine di un’epoca  quella umana naturale e  razionale,e  della brevitas quasi istantanea dell’attimo di congiunzione fanciullesco-senile, prima dell’evento di un nuovo sistema vitale di un altro mondo, di un  dopo tempo, in una sfera senza tempo, al termine del proprio destino di mortaleThnetos.

Non è però un vero percorso o una odos umana, ma è una via divina: è Dio che sceglie, seleziona  l’eletto e fa la storia, di cui l’uomo invaso non ha vera coscienza perché ha le deficienze proprie dell’infanzia e della vecchiaia congiuntamente fuse in un’aetas iniziale e finale, in cui la padronanza di sé è assente, essendo nella luce divina, già in una forma di transizione.

E’ uno stato di aplous di ingenuità e di semplicità riconseguito in vecchiaia, grazie alla rinuncia del passato, mediante una palingenesis in cui il presbus ha una sua dolcezza puerile con una stolidità bambinesca: c’è coscienza che la materia ai trasforma e che la morte è continuazione, dopo il disfacimento materiale e la mineralizzazione, grazie a germi vitali!.

La nuova vita biologica sorta dalle ceneri forse  era curata da ogni terapeuta, che ne perpetuava  la linfa vitale, come primario compito di fratellanza verso l’altro?

Bella e suggestiva l’idea di porre una piantina, scelta dal defunto sulle sue ceneri e curata in memoria e ricordo del morto…

I monaci del monte Athos, dopo aver affidato il cadavere del fratello morto alla terra  per un paio di anni,  ricacciano le ossa, le puliscono le ungono e profumano e  le stipano in ossari anonimi  mentre conservano il teschio con il nome del defunto e sul luogo piantano essenze arboree, come segno di una continuità di vita …

E’ una nuova concezione del mondo e della creazione (cfr. Filone e la creazione) …in cui non esiste una sola creazione ma una continua creazione in cui ad uno status vitale succede un altro  preceduto da una pausa di breve durata transitoria, utile per il nuovo passaggio in cui sono congiunti inizio e fine…

il logos umano come parte del logos naturale  dopo il ciclo vitale materiale ricongiunge la potenza istintiva della puerilità con la meritata virtus, depositata nella mente del  vecchio svampito per il salto nel buio misterioso, mortale, porta della eterna solarità …

SecondoJean Danielou, Filone di Alessandria, Archeos,p.195) il mondo delle idee(Opif.25) è identico al logos  che “pensa”. Infatti  Filone dice: dirò che il kosmos  non è altro che il logos  che crea il mondo, come la città intellegibile  non è altro che il pensiero logismos dell’architetto che realizza la costruzione della città Anzi non è mio  pensiero ma è quello di Mosè  che descrivendo la creazione  dell’uomo espone che è stato formato ad immagine e somiglianza di Dio. Se la parte è immagine dell’immagine eeikoon eikonos la parte intera, la sua totalità è imitazione della divina immagine  e il sigillo archetipo,  che poi chiamiamo mondo intellegibile, deve essere il logos divino stesso.

In altri momenti della mia vita  ho concepito il tempo  come successione  e quindi come  status transitorio del presente che non esiste sostanzialmente se congiunto ad un preciso spazio   ma che permette di cucire gli istanti tra loro catalogati come passato e come futuro, in un divenire storico di cui  si avverte la stabilità solo nel fluttuare presenziale dell’attimo fuggente in particolari situazioni e in specifici ambienti circoscritti …

Ma sempre ho avuto coscienza di essere e di esserci  in precisi spazi solo se mi astraevo dal presente e dal passato e dal futuro stesso: mi sento  plurimo come se avessi più psuchai, come se molti esseri fossero in me ed io fossi tanti elementi di diversa formazione, ma sopratutto come se in un bambino- pur sempre lo stesso- ci fosse la fusione e confusione di un delirante senex che si è unito congiuntamente e totalmente in un quaerulus puerulus come se in me il presbus sapiente fosse un neepios saccente…

Capire la sapienza senile che astrae dalla insipienza deficitaria  analitica puerile è la massima pazzia umana poetica di un poihths creatore di vie galattiche ed extragalittiche, di un kosmos armonioso nato dalle infinite disarmonie planetarie, ma anche  forgiatore di una materia infinitesimale  la cui armonia chimica ed atomistica è ancora più prodigiosa e d armoniosa di quella astrale…

Essere vecchio-bambino è stato il sogno di una vita vissuta, in modo isolato, oltre le regole sociali  e comunitarie, oltre i compromessi esistenziali e la politica,nonostante l’apparente  somiglianza con  quella di ogni altro uomo secondo la quotidianità e la realtà di una normalità…

Perciò sono stato uno che vive come un bambino e come un vecchio demente, spiritoso, esilarante  nelle sue imitazioni pazzesche di un io passionale emotivo sentimentale teso nei suoi scimmiottamenti  deficienti, alla ricerca di ogni forma contraddittoria e in un tentativo di affermazione personale, dominato da ambizione seppure controllata, in un’oscillazione  di tragico e comico che produceva solo forme bizzarre che si evidenziavano nel ridicolo spoudaio-gelaion, contrassegnato da antitesi impossibili, in capogiri fantozziani…

Ne deriva che si è sviluppato nel mio agire pratico un gioco antinomico in cui prevalgono  forme antitetiche e ossimoriche,  ogni dato contrastivo, come espressione di una contraddittorietà infantile e senile di un puerile vecchio, capace di generalizzare, pur in una degeneralizzazione comica…

Non seguo certo le teorie sul tempo di un Carlo Rovelli (capace di sintetizzare umanesimo e scienza, episteme e Qohelet, saggezza classica e formule quantistiche in l’ordine del Tempo Adelhi 2017) né ricaccio formule  quelle einsteiniane ,né so scimmiottare  i linguaggi della scienza: sono scientifico-forse- solo nel tradurre; per il resto sono un anomalista e combatto contro ogni formale costruzione  in una volontà di vita pratica, pura nell’ emotività sentimentale e  sublime in una ricerca di adrepebolon,  di perfezione, oltre le forme cristiane …

Perciò il terapeuta  filoniano che è un vecchio che vive come un bambino alla ricerca di Dio mi ha sempre sorriso  ebetamente come fratello pazzo nel corso del mio cinquantennale lavoro, inutile per tutti.

Eppure, nonostante  l’inutilità di tal sacrificio continuato  non ci sono tempi distinti, non ci sono passato e presente, c’è solo l’inizio di un futuro che è già presente in quanto il vecchio- bambino  è già nell’eternità…

Neanche sono stato confortato dall’ exemplum filoniano terapeutico,  che congiunge  con Dio, datore di vita chi unisce alfa  ed omega armoniosamente e pazzamente…

Filone mostra la felicità come conseguita, perciò possesso, in quanto makairia, perché il daimon è già signore  dell’uomo, la cui eudaimonia è perfetta, teleioosis, proprio perché già fuori dal tempo.

Il termine teleioosis da teleiooo indica l’operazione non personale ma tipica di un essere estraneo superiore, di un dio -che ha preso possesso  di un individuo, svuotato della propria sostanza- che compie e porta a compimento il suo disegno rendendo  perfetto il suo eletto, non certamente cosciente della sua formazione e  del particolare perfezionamento conseguito.

Infatti non esiste più l’uomo razionale che ha coscienza della sua concreta esistenza, ma solo un bambino, il neepios  che folleggia e ride di ogni cosa umana e terrena, estraneo perché immerso in una pace utopica, senza lo spazio,  che pur lo circonda nella sponda del lago Mareotide, che non vive come un umano, ma come un eletto da Dio, in cui gli estremi combaciano.

Essere neepios  etimologicamente cioè uno che non dice niente ,e che non ha nemmeno  parola propria(epos) ma sorride e che come vecchio demente,  avanti negli anni, folleggia, essendo elemento naturale  già presbus  (che vale paros o prosben phuoo) risulta stato inseprimibile, forma vitale sovrumana, disumana, tipica dell’invasamento divino continuato…

Per Filone (Erede delle cose divine) è necessario abbandonare sensazione e parola  per essere degno del cleronomos., per essere erede legittimo del padre…

Facendo tale esperienza,” come un folle, o come un bambino in tenera età, ho imparato che era meglio uscire fuori da queste tre cose, consacrando a Dio le facoltà di ciascuna di esse, in quanto è Lui che dà corpo al corpo e lo tiene insieme, dà alla sensazione la capacità di sentire, e alla parola quella di parlare”.

Per il filosofo solo allora  puoi abbandonare te stesso ed uscire dall’io : è chiaro che così facendo non puoi usare come fossero tuoi l’intelletto, la conoscenza e la comprensione.

Per Filone questi sono dunque  consacrati a Colui che è la Causa di ogni pensiero esatto e di ogni comprensione infallibile.

La teleioosis è questa!

Clemente ed Origene e quindi i cristiani alessandrini, che hanno l‘exemplum nei Terapeuti leggono bene il pensiero filoniano e lo traducono come un logion di Christos  siate perfetti com’ è perfetto il padre vostro che è nei cieli (Matteo, 5,48).

Infanzia e vecchiaia non sono, comunque due età  distinte dell’uomo ma sono una sola età quella che precede l’eternità, confusa memorialmente, vaga in una demenza non dovuta agli anni trascorsi ma eccitata come da ubriacatura.

In mezzo tra l’inizio e la fine  c’è il tempo  che fluttua come  magma,  in un ribollire dell’insania infantile-senile.

Allora kronos  ou èstin kronos ma storiella infantile di una vecchiaia imbecille e  fastidiosa che confonde il sogno sognato di una vita  mai vissuta  realmente, se non come istanti inconsci esplosivi e  fulminei di amore,  di eroismo e di gloria imperitura  per chi mortale  dissemina in successione rapida la sua odos  ( per me incerta e zigzagata) di infantili-senili ricordi nell’euforia dell’estrema età,   quasi fosse un vestito variopinto  rattoppato di un’esistenza risibile di uno bizzarro personaggio teatrale , che lo muove sulla scena…

Bisogna quindi pensare che  i vangeli copiano l’idea della teleioosis dai   bimbi-vecchi terapeuti’?

Sono quelli del didaskaleion alessandrino i maestri che fanno accostamenti e mettono in relazione i passi evangelici con Filone?

Matteo (18.2-4) – in verità/amen vi dico, se non vi convertirete  e non diventerete come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli. Chi dunque si farà piccolo come un fanciullo,  questi sarà  il più grande nel regno dei cieli-  e Marco(10.13-16) – chi non accoglierà il regno di Dio come un fanciullo  certamente non vi entrerà-sembrano essere in linea col pensiero dei Terapeuti: non è un caso una tale somiglianza di pensiero!

Gesù nel corso dell sua vita ha conosciuto i terapeuti ?

Secondo il mio modesto pensiero, Gesù tecton, qenita,  non poteva non conoscere  l’ambiente di Alessandria e quindi i santi della palude venerati anche in Palestina come i più caria Dio ,,,

Se Matteo e Marco  conoscono la lezione dei terapeuti come ogni ebreo,  Luca, data la sua formazione culturale e  datata la sua opera nei primi anni dell’impero antonino  – risulta l’anello di congiunzione tra il mondo paolino e quello alessandrino in  18,15-17.

Infatti  dopo il rimprovero agli apostoli  che impediscono  la venuta dei fanciulli, Luca sintetizza il pensiero di Marco e fa dire a Gesù chi non accoglie il regno dei cieli  come un fanciullo non vi entrerà…

Luca  permette di congiungere la cultura precedente  filoniana e paolina con quella che poi sarà di Panteno e dei suoi discepoli impegnati nella lotta  contro la gnosis di Valentino e di Basilide …

Filone, che visse ad Alessandria d’Egitto-.mentre i cristiani vi facevano conversioni e generavano sconcerto (stando agli Atti degli apostoli)- secondo la versione di Eusebio, non fa menzione dei cristiani.

Secondo alcuni  critici   i testi cristiani non sono attendibili da questo punto di vista e che “il silenzio di Filone è una testimonianza contro l’esistenza di Gesù come descritta nei vangeli”

Noi da decenni ripetiamo che il cristianesimo non  ha senso senza la pagina filoniana, ed affermiamo  che l’evangelizzazione  non è fenomeno  apostolico, paolino e petrino, inglobante il pensiero filoniano, ma è una dilatazione della colonizzazione orientale progressiva  in Occidente in epoca antonina …

L’arresto di Gesù

Gesù non fu arrestato. ma si consegnò ai romani per il bene di molti.

Il racconto dei sinottici sembra non dissimile, anzi pare quasi identico, ma solo per i profani e per i superficiali, che leggono secondo la normale lettura secolare evangelica.

Infatti i tre evangelisti mostrano la  particolare peculiarità con telos, proprio  in relazione alla lunghezza di tempo di oralità trascorso e al momento di scrittura  effettiva di ogni singolo vangelo ad opera di Matthaios e del Protomarco, mentre quello di Luca essendo di epoca antonina, risente della retorica,  del paradosso  e della bugia del periodo.

Se leggiamo Luca,  rileviamo  il  prestito tematico  di Marco, che è da confrontare anche con la narrazione di Matteo.

Leggiamo, dunque, insieme, il testo  di Luca ( 22,47-53)

Mentre egli ancora parlava  (siamo sul monte degli Ulivi)  ecco una turba  di gente: li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, che si accostò a Gesù per baciarlo.

Gesù gli disse: Giuda,con un bacio tradisci il figlio dell’uomo? Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere dissero: Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote  e gli staccò l’orecchio destro.

Ma Gesù intervenne dicendo: lasciate, basta così. E toccandogli l’orecchio lo guarì.

Poi Gesù disse verso coloro che erano venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio  ed anziani: siete usciti  con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me, ma questa è la vostra ora , è l’impero delle tenebre.

Se lo paragoniamo a Marco 14,43-52 e  e poi a Matteo 26,47-56, rileviamo  sostanzialmente l’arresto di una persona  difesa da altri uomini, fuori delle mura cittadine,  nella località del Getsemani ad opera del sinedrio (formato da  sommo sacerdote, con diakonos capo militare, non ben precisato nel servizio)  e da anziani, preceduti da armati che risultano uomini  dello strategos templare (il Servo?), collegati con Giuda uno dei Dodici Apostoloi.

Si parla dell’arresto di un Gesù, chiamato figlio dell’uomo,  che afferma di aver svolto  quotidianamente la  sua azione, palesemente, nel tempio, davanti a al popolo e davanti anche agli anziani e allo stesso sommo pontefice  senza alcun timore, senza essere né disturbato né preso e perciò mostra  sorpresa nell’essere assalito con spade e bastoni, fuori della città,  come se fosse un Lhisths.

Cosa significa io  ero con voi?

La presenza insieme con gli altri sottende un servizio con il sommo sacerdote, con le guardie e con gli anziani?

O Luca parla solo di uno stare insieme nel tempio, generico, secondo la tradizione di una comunicazione magistrale e di una predicazione messianica per indicare la missione evangelica?

 Mi sembra  più ovvia la prima ipotesi che mi  autorizza a  pensare da un funzione regale.

Comunque, Luca riporta il fatto dell’arresto di Gesù figlio dell’uomo ma aggiunge il paradosso cioè il risanamento dell’orecchio tagliato dalla spada di un discepolo, che difende il maestro, vedendolo in pericolo.

E’ lucano, inoltre, il mettere insieme la vostra ora  con l‘impero delle tenebre cioè considerare il momento propizio e l’opportunismo politico dei sacerdoti e degli erodiani  come satanico, come proprio dell’impero delle tenebre, come momento dei goyim romani, o dei filoromani  cioè come ripristino dello status quo precedente.

Insomma Luca, senza sapere, ci  autorizza a concludere che Il maran aramaico, arrestato come un lhisths /ladrone, deve cedere il posto ad un basileus di nomina romana, a seguito della vittoria di Lucio Vitellio su Artabano III e del trattato di Zeugma concluso anche col beneplacito del tetrarca di Galilea Erode Antipa.

Luca, però, che scrive  all’inizio dell’epoca traianea, mostra un esempio di maestro taumaturgo, goes, pacifico , che  disdegna la makaira  ed  ha appena il ricordo di un sinedrio.

Gesù figlio dell’uomo, secondo l’evangelista, predica l’eirene, e propaganda,   in quanto è uomo di luce, il regno della giustizia  e comunque cede alla bia delle armi, quando c’è l’impero delle tenebre, quando Dio si nasconde e al suo posto impera Satana.

 Insomma il messaggio di Luca è conforme a quello paolino, farisaico,  ma è spiritualizzato secondo la logica del cristianesimo della Basileia tou Theou.

Diverso è invece il telos di Matteo e quello di Marco.

Infatti  Matthaios, aramaico e  greco, mostra (avrebbe mostrato)  l’adempimento delle scritture  cioè il  tradimento ad opera di Giuda che porta l’agnello al sacrificio.

Il Matteo aramaico e quello greco dovevano avere  molti elementi della  vera tradizione della paradosis ed endeicsis  di Gesù ( Cfr Paradosis ed endeicsis)  quando Gesù incarica Giuda di consegnarlo ai romani vincitori, tramite gli anziani e i sinedriali di nuova nomina.

D’altra parte  non è credibile nemmeno il patto tra Giuda e i sinedriali per l’identificazione del maestro, conosciuto da tutti e da tutti osannato, di una  figura umana che è chiamato Messia: il saluto  del traditore al rabbi e il bacio sono racconti posteriori, utili per sentenze ed apoftegmi ( Con un bacio tradisci il figlio dell’uomo), sfruttabili  come segni  tipici di tradimento…

Ogni politico a Gerusalemme conosce il messia: l’unica spiegazione potrebbe essere che il termine traditore,  chi abbandona una pars per andare da un’altra pars e deficit  da uno ad un altro, saltando sul cavallo del  vincitore- una norma nelle guerre civili- sottende qui, oltre questa connotazione , anche l’invio di una massa di gente non aramaica, filoromana e filoroerodiana, ostile all’unto del Signore da parte di un Sinedrio, costituitosi dopo la sconfitta di Artabano e l’assedio di Lucio Vitellio alla città, in un clima controrivoluzionario  antimessianico.

E’ chiaro che è sotteso un altro fatto, quello della cattura  dei fautori del Malkuth ha shamaim ad opera di populares, ellenizzati congiunti con i gruppi di erodiani e sadducei che  impongono  la dimissione dal potere al maran aramaico, che non ha più l’appoggio parthico.

La presenza delle truppe romane  davanti a Gerusalemme  determina la fine del Messianesimo e la consegna del deposto maran.

Il servo del sommo sacerdote, inviato  con Giuda, esegue un atto dovuto da parte del sinedrio a seguito del  ristabilimento dell’ordine da parte di Roma  secondo il mandato di Tiberio a Lucio Vitellio che deve completare la sua impresa solo con la punizione di Areta IV, socio di Artabano e traditore del foedus con Roma.

Per Matteo, dunque,   Gesù accetta il verdetto della storia, dell’oikonomia divina della sconfitta parthica, consapevole dell’adempimento delle profezie, convinto della  necessitas  di dover sottostare all’ultimatum  romano (consegna del capo della stasis aramaica o presa e saccheggio della città) per il bene della nazione.

Il suo ordine di rimettere la spada nel  fodero significa resa e coscienza che altro è il disegno del padre anche se dice   Pensi forse che io non possa pregare il padre mio  che mi darebbe subito più di  12 legioni di angeli?

Il sogno resta sogno e la realta è quella dell’assedio della città: davvero Gerusalemme   è assediata (o lo potrebbe essere, se fosse necessario)   da 12 legioni romane!

Vitellio volendo concludere il suo mandato con la guerra contro I nabatei, ha già assediato la città santa ed attende la risposta al suo ultimatum, mentre marcia contro  Areta IV…

La frase di Gesù indica la coscienza ebraica di dover accettare  le condizioni di pace, imposte, pur dilacerata per la fine del sogno messianico e degli ideali della musar  oltre che   per il ritorno dei filoromani e il trionfo della paideia e del kosmos ellenistico …

I figli i della luce devono sottostare a quelli delle tenebre nel regno del Maligno – Satana-.

Il cristianesimo così crea la figura dell’agnello condotto al macello e il muthos del sangue versato per molti, secondo le  scritture …

Marco greco, cioè  il testo  di Marco che noi leggiamo, invece, sembra dipendere  dal racconto di Matthaios  aramaico e greco ed essendo  privo della   frase proverbiale –tutti quelli che mettono mano alla spada di spada periranno–  marca il fatto che tutti abbandonano e fuggono, all’arresto di Gesù.

Vi aggiunge,però,  la sua personale testimonianza di giovinetto che nudo, fugge insieme con gli altri, lasciando il lenzuolo, con cui si copriva quando era con gli altri nel Getsemani/frantoio.

Marco, dunque, precisa che lui è  testimone oculare dell’arresto- se è vera la tradizione – di matrice alessandrina- che identifica l’evangelista con il giovane nudo che fugge: è un ulteriore indizio di una memoria dell’accaduto, visto dall’angolazione di un ephebos  levita, impaurito, di fronte all’ adesione del sinedrio, intenzionato a seguire il ripristino dello  status quo precedente l’impresa messianica in Iudaea, da parte della politica Tiberiana,  secondo i mandata di Macrone e di Caligola, coreggenti dell’impero, durante la malattia mortale terminale dell’imperatore…

I commentari storici di Strabone

Giuseppe Flavio spesso in Antichità giudaiche cita Strabone di Amasea  (64 a.C. -24 d. C).

Le tante notizie storiche, raccolte da  F.Jakoby ( Die Fragmente der Grieschischen Historiker II, App 430-436 291-295 -commento- ) mi hanno dato l’occasione di uno studio sui frammenti  flaviani, sul loro valore e sulla possibilità di capire il motivo di una mancata tradizione dell’opera storica di Strabone.

Perché conservare solo l’opera geografica e non quella storica? quando  c’è stata una tale decisione e da  chi  è stata presa? o e’ stato il  caso a determinare una tale  scelta?

Se la scelta storica è quella di Asinio Pollione, cioè di un indirizzo repubblicano, pompeiano  e non cesariano,  il rifiuto dei lettori è da mettersi in relazione con l’adesione alla propaganda  ufficiale ottavianea!

Quindi la mancata tradizione del manoscritto storico è in linea con tanti altri oppositori  del sistema augusteo.

Strabone è a Roma in Varie occasioni : si trova giovanissimo in città alla morte di Cesare nel 44,  e nel  35, dopo  la vittoria di Nauloco di  Ottaviano ed Agrippa, e subito dopo Azio nel periodo tra il 31- e il 27 a.C.

I suoi rapporti a Roma sono dunque continui con famiglie di patroni di cui non conosciamo i veri nomina, ma si può arguire dal cognomen riferito ad una peculiarità oculare- propria dell famiglia di Pompeo Strabone o di Seio Strabone capo pretoriano,  padre di Elio Seiano – che sono della famiglia o dei fautori pompeiani o di  antoniani.

E’  uomo che segue la spedizione in Arabia di Elio Gallo  – non si sa con quel mansione e a quale titolo, ( è una supposizione, non documentata- che sia tra i 500 esperti inviati da Erode, che ha già fidanzato suo figlio Alessandro con Glafira figlia di Archelao, sovrano di Strabone).

E’ certo, però, che vive ad Alessandria a lungo e che continua in vecchiaia a tornare a Roma fino, sembra, alla morte di Giuba (23 d.C).

La sua opera storica non è di un ottavianeo ma è di un pompeiano  del tipo di  Tito Livio,  che è  autore latino, però,  utile per la propaganda in lingua latina.

Strabone, invece, in lingua greca, non è   ritenuto degno  come storico, di circolazione, quasi subito, perché sovrastato da altri storici e letterati di corte che dominano l’ambiente del Palatium di Ottaviano Augustus /Sebastos.

E’ accertato il ruolo dominante degli alessandrini a corte.

Allora ho messo in relazione i dati di Strabone con quelli di  Dionisio di Alicarnasso e  di Nicola di Damasco e con altri  letterati-ma anche con histriones  come Elicone sotto Caligola,  e poi con quelli  successivi di Appiano e di altri, che in varie riprese e  differenti tempi dominano la corte imperiale.

Si sa che Strabone scrive Istorika Upomnhmata /Storici commentari in 47 libri.

Di essi ci sono rimasti frammenti, di cui si conosce qualcosa grazie a Giuseppe Flavio che lo riporta in Antichità Giudaiche  a cominciare dal XIII libro.

Infatti si pensa che lo storico abbia  scritto 4 libri di prefazione e di premessa  come introduzione all’opera in un tentativo di congiunzione tra l’opera di Polibio e gli avvenimenti successivi fino al tempo di Tiberio (primo decennio di regno).

Infatti l’opera storica  di Strabone era  intitolata ta metà Polubion/ le cose dopo Polibio  in 43 libri.( + i 4 di introduzione).

L’inizio dell sua storia  prende in esame l’anno 146, quello in cui finisce l’opera polibiana, la cui grandezza è nella struttura /systasis  della costituzione mista  romana, in una condanna della basileiamonarchia e della democrazia.

Polibio è fino alla epoca augustea il modello di  Posidonio e  di  Sempronio  Asellione -( cfr. D. MUSTI, Il pensiero storico romano, in G.CAVALLO-P.FEDELI-A.GIARDINA (a cura di), Lo spazio letterario di Roma antica, Roma 1989, pp.177-240;  Cfr. A . LA PENNA, La storiografia, in F. MONTANARI (a cura di), La prosa latina: forme, autori, problemi, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, pp. 13-93 ) .

Noi siamo interessati a conoscere se c’è qualche punto di congiunzione tra  Strabone e  Tito  Livio, che hanno una certa propensione  verso il principato augusteo, inteso come inizio di un processo nuovo e di una nuova storia ma anche come fine di un’epoca, quella repubblicana.

Augustus come alfa ed omega della storia sottende anche una particolare predilezione divina verso l’unto del  signore, padrone della Storia  e verso Roma la megalopolis, l’urbs per eccellenza, che è  il mondo in piccolo, eterna  perché dotata di Nike  e datrice di eirenh.

Augustus non è solo un titolo di  egemoon sebastos, ma sottende il favore eterno verso un popolo quello romano  di un Theos che ha destinato alla supremazia la romanitas, il cui compito è imperare, pacificare le diverse etnie e  regere cum iustitia.

Virgilio in modo sublime in Eneide VI,851-3 sintetizza: tu regere imperio populos, Romane, memento/(hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem,/parcere subiectis et debellare superbos.

Perfino il popolo ebraico, eletto, riconosce la supremazia di Roma con la sebasteia  e l’investitura del suo stesso Dio su un popolo di goyim, destinato al comando del mondo: vittoria, pianificazione giusta temporanea  e integrazione pacifica dopo la stato di belligeranza, inteso anch’esso come quasi  momento di  aspirazione ed attesa dei popoli della conquista violenta romana,trauma provvidenziale per l’ingresso nell’imperium.

Un disegno salvifico delle gentes pagane è solo adombrato negli storici greci secondo pronoia divina stoica!?

il sole che tramonta ( la repubblica) e il sole che sorge (principato) sono metafore  dell’eternità del potere romano rinnovato, in senso imperiale, su una base naturale, in un recupero della cultura alessandrina antoniana , ora al servizio di Ottaviano – Serapide, katolikos.

Strabone sembra avere un’ideologia utopistica antoniana, diversa da quella attuata dagli alessandrini di corte,  in opposizione alla cultura instaurata in Roma dagli alessandrini del Museo e specie da Didimo Arieo, dai figli e dagli altri  filosofi- scribae  della Biblioteca, a cui poi si legano i letterati del circolo di Mecenate, che cooperano in relazione alla loro specifica attività, incapaci di non obbedire agli haud mollia iussa ( Virgilio,Georgiche,III,41).

Perciò, noi abbiamo letto i frammenti in questa chiave, anche se sono pochi e  irrilevanti a tale fine, ma, se comparati con la conclusione del VI libro di Geografia  sull’Italia e con altre parti dell’opera straboniana  è possibile intuire qualcosa del suo reale pensiero politico.

Flavio, comunque,  in Ant. Giud.  XIII , 287   testimonia  il pensiero di  Strabone di Cappadocia (è il primo riferimento al cappadoce  che parlando  di Giovanni Hircano  tratta della situazione  favorevole ai Giudei in Egitto, dove i figli di Onia -, che già  avevano costruito il tempio d i Heliopoli simile a quello di Gerusalemme- Helchia e Anania , ebbero  il comando dell’esercito egizio): La maggioranza infatti  di chi era ritornato dall’esilio e di chi in seguito  fu inviato a Cipro da Cleopatra , passò subito a Tolomeo. E soltanto i giudei del distretto di Onia rimasero fedeli a lei perché i loro concittadini Helchia ed Anania godevano di un favore speciale presso la regina.

Su Aristobulo I – che governò un solo anno e che fece circoncidere gli Iturei  parlando della  sua natura gentile  e modesta e del suo filellenismo- Flavio dice. riportando il giudizio di Strabone ibidem,319.. questo uomo fu utile molto vantaggioso per i greci allargò i confini del suo territorio  ed unì a loro una porzione degli Iturei obbligandoli con il vincolo della circoncisione.

Flavio trattando dell’ impresa di Tolomeo Latyro contro Alessandro Jamneo  cita Strabone insieme con Nicola damasceno   che aggiungono che oltre all’invasione della Giudea il re egizio  prese d’assalto anche Tolemaide (Ibidem 347).

In Antichità Giudaica XIV, 34, Flavio tratta di Pompeo che a Damasco sente le accuse   di Hircano e quelle di Aristobulo  e per comprovare al veridicità dei fatti   cita Strabone il cappadoce,  Venne un’ambasceria dll’Egitto con una corona del valore di quattromila pezzi d’oro e dalla Giudea vite o giardino , opera d’arte chiamata da loro terpolé/eden- piacere.

Flavio cita  Strabone, insieme a Nicola e a Tito Livio – autore di una Storia romana –    sulle imprese  di Pompeo e specie quella della  presa di Gerusalemme  nel 63 sotto i consolato di Cicerone, ( ibidem 68): lo studio su Pompeo sottende un sua visione storica pompeiana e della sua iustitia da contrapporre a quella cesariana (antoniana e ottavianea) ? !

E’ troppo poco per poterlo dire! scarsi sono i riscontri in altre parti di Geografia , insignificanti!

Risultano vani come  quanto dice Flavio col supporto di Strabone e di Nicola  (ibidem,104) circa le spedizioni di Pompeo e di Gabinio, suo legatus contro i Giudei e poi contro gli Egizi per installare nel regno Tolomeo Aulete.

Flavio porta  anche la testimonianza di Strabone sulle notizie (ibidem112) della ricchezza del tempio di Gerusalemme  e della rapina fatta da Crasso,  in riferimento ad un deposito di Cleopatra  III nell’anno 102 (XIII,349) che fu spostato  da Mitridate VI Eupatore, ed inviato  a Coos, dove  prese  il denaro che aveva qui -nel tempio- depositato la regina Cleopatra insieme  ad ottocento talenti dei Giudei. 

Le notizie  flaviane desunte da Strabone non sono verificabili tramite altre fonti!

Più importante  la notizia sulla condizione dei giudei sotto Mitridate e  poi nel periodo pompeiano, relativa la situazione giudaica in Cirene  e sulla città stessa(ibidem, 115,116,117,118).

Flavio parla della situazione  dei giudei sotto Mitridate  e della condizione di quelli di Cirene,  facendo riferimento a Strabone : nello stato di Cirene ci sono quattro classi: la prima  è dei cittadini, la seconda  degli agricoltori, la terza degli stranieri /metoikoi, la quarta dei Giudei. Questo popolo si è sparso  in ogni città e non è facile trovare  nell’ecumene un luogo che non abbia accolto questa nazione e nel quale non abbia fatto sentire il suo potere.  Ed avvenne che Cirene che ha gli stessi reggenti dell’Egitto, lo abbia incitato  sotto molti aspetti, in particolare incoraggiando e  aiutando l’espansione dei gruppi di Giudei organizzati  che osservano le leggi nazionali giudaiche.  In Egitto, ad esempio, un territorio è stato messo da parte per una abitazione giudaica e in Alessandria una grande parte  è stata sistemata per questa nazione. Quivi risiede  pure uno di loro  installato come etnarca  che governa la nazione, decide le controversie, ha la supervisione dei contratti e dell ordinanze  come  capo di stato sovrano.  In Egitto la nazione fiorì  perché i Giudei in origine erano egiziani e perché  quelli che lasciarono  quel paese, andarono poi ad abitare nelle vicinanze, e migrarono a Cirene  perché questo paese  è confinante col regno egizio, non diversamente dalla, Giudea che , per meglio dire, prima, faceva parte di quel regno

I seleucidi, dopo la Guerra di Celesiria, a seguito della vittoria del Panion  tolsero agli egizi la Giudea con Fenicia,  che divenne parte integrante del Regno siriaco.

Flavio (ibidem137) ,mentre parla della campagna di Cesare  e della ricompensa fatta a d Hircano e ad Antipatro riporta due affermazioni di Strabone  una da collegarsi con quella di Asinio Pollione.: dopo Mitridate (il pergameno) anche Hircano il sommo sacerdote  dei giudei si recò in Egitto; L’altra , ècollegata con Hypsicrate: Mitridate andò da solo in campo, ma Antipatro  procuratore della Giudea fu chiamato ad Ascalona da lui  e gli condusse tremila uomini e spinse gli altri principi  a fare altrettanto.  Anche il sommo sacerdote Hircano  prese parte alla campagna

In Ant Giud XV,9,10 Flavio parla dell’uccisione di Antigono ad opera di Anotnio e porta la testimonianza di Strabone:  Antonio decapitò Antigono  che gli era stato condotto ad Antiochia. Egli fu il primo romano che decise di decapitare un re poiché pensava che non vi fosse nessun altro mezzo che potesse mutare l’attitudine dei Giudei affinché accettassero  Erode, che era stato posto al suo luogo. Infatti neppure sotto torture si sarebbero sottomessi a proclamarlo re;  tanto alto era il concetto che avevano del re precedente. E così pensava che tale infamia scemasse, in qualche modo, il ricordo che avevano di lui ed attenuasse l’odio che nutrivano per Erode.

E’ questa testimonianza, per noi , molto importante per al definizione di Erode re/basileus  per merito dei romani.ha anche valore per la decisa volontà popolare di aver un re asmoneo, legato al sistema parthico, da cui riceve l’investitura aramaica di maran /re. Flavio tramite Strabone mostra due partes in lotta e come Antonio  si erga a giudice tra le fazioni e decida per la soluzione del regno erodiano filoromano, in una volontà di integrare il giudaismo nel mondo sovranazionale ellenistico -romano,

E’ questo un tentativo fatto dall’imperium romano durato oltre un secolo fino alla distruzione del tempio con diverse modalità e concluso con  Adriano, con lo sterminio  e la Galuth.

Strabone, quindi, ha una visione antoniana anche se combaciante con quella poi dominante ottavianea , propria dell’auctoritas di Augustus/sebastos.

In Ant Giud. XVIII, 22  c’e’ una testimonianza indiretta  di Strabone in quanto Flavio  parla  di Ctisti tra i daci che vivono come gli esseni:  Sono chiamati così i  fondatori -E’ chiaro il rifermento a   Geografia VII,296

in conclusione, si può dire che di Strabone storico abbiamo da Flavio  solo frammenti e che  la sua opera di  storico non ci è giunta e perciò ogni concreta affermazione è da ritenersi inesatta ed incompleta  senza reali convergenze e relazioni  con altri scrittori.

Comunque Flavio è un militare che tenta, come governatore di Galilea,  di frenare l’invasione di Vespasiano, dux neroniano; Strabone è anche lui un militare cappadoce che segue l’ impresa  arabica di Elio Gallo: essi seguono Polibio e la tradizione greca e disdegnano quella latina specie di uomini  che non sono  militari, ma retori,  che fanno storia senza avere competenze specifiche e e non conoscono la vita di castra . La loro storia è dunque una storia “pratica” rispetto a quella “theorica” latina!

Questi non hanno  in  alcuna  considerazione la letteratura latina dell’epoca e non stimano neanche Tito Livio (una sola volta citato) che ha invece precisi intenti di emulazione con la storia greca specie di quella di  Polibio.

Comunque sembra  che  l’idea che con Augusto finisca un’epoca ed inizi un nuovo mondo, possa essere propria di  di Dionisio di Alicarnasso  e di Strabone, poi ripresa di Nicola di Damasco.

Forse la trattazione della guerra di Perugia  prima e poi del titolo di Augustus Sebastos accettato da Ottaviano- su proposta di Manucio Planco nel 27- che si proclama Imperator Caesar divi filius, -come conclusione della  coniuratio occidentale, che  ora è da fondersi con quella orientale- autorizza gli storici in lingua greca  a considerare finita le res pubblica  e a ritenere imperante l’auctoritas dell’autokrator catolikos

Le opere  di  J.P.Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) di R.  Holland, ( Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007) mostrano come gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno , inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios ,  eirenepoiios. soothr ecumenico,  nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del  salvatore del mondo.

Tutto il mondo di 50.000.000 di politai  – di cui 300.000  sono stati  commilitoni,di Ottaviano, inviati e distribuiti nelle colonie o rinviati nei municipia dopo il servitium di leva, ricompensati con assegnazione di  premi in denaro e di terre (Res gestae  divi Augusti,3)- ora è partecipe del principato e della implicita ideologia.

Sembra perciò che Flavio,  che trascura la fonte latina e cura quella greca straboniana -in cui è manifesta proprio nell’opera rimasta-mostri una cultura eclettica  sulla base del modello polibiano.

Strabone  infatti è quasi un romano di adozione in quanto  ha frequentato uomini come  Aristodemo  maestro suo e  dei  figli di Pompeo (Gneo e Sesto),  anche se rimasti alquanto rudes, secondo Velleio Patercolo ed Anneo Floro.

Segue poi  Tirannione che  è  maestro dei  figli di Cicerone , ma è amico anche di Senarco  di Sidone e di Boeto anche lui di Sidone  tutti personaggi viventi a Roma.

Sembra che  conosca lo stesso Posidonio di Apamea. sull’Oronte, da cui ha una impostazione secondo phusis ed ethos  e pare che abbia relazione con lo stesso   Atenodoro di Tarso,  che è un amico e consigliere  di Ottaviano.

Da tutti questi orientali trapiantati a  Roma a  Strabone  viene  una lezione culturale  in senso polibiano e  posidoniano,  specie in senso morale stoico.

Il migliore critico su Strabone sembra essere  W. Aly , Der Geograph  Strabon uber Literatur und Posidonios Athen 1972…

Il critico,  a nostro parere,  comunque, insiste troppo sul carattere aristotelico quando nell’epoca esiste solo un tecnicismo ed un culto della praxis   in un rifiuto del  dogmatismo dottrinale quindi filosofico, in quanto non  ci sono più neanche più scolarchi ma figure di eclettici che come goetes abbindolano la classe media e popolare . Perciò non mi sembra molto regolare  il suo pensiero circa la stretta connessione tra Strabone  e il peripato. con l mediazione di Posidonio

 Non per nulla F.Adorno (La filosofia  antica, II Milano 1965)  rileva che  le correnti filosofiche in Roma   hanno  un valore di congiunzione di Negotium et otium, di moralis e di phusica    al di là di ogni impostazione  filosofica  (Cfr. A .M. Biraschi Introduzione a Strabone Geografia, Italia -V-VI- Milano Bur 2000)

Sembra che l’opera  storica di Strabone  non  abbia  più rilievo storico nel  II secolo dopo la pubblicazione del 160 di Appiano, che chiude la  sua storia con il regno di Traiano.

Secondo noi un’opera non viene più tramandata non   per un caso,  ma per una volontà precisa imperiale che  rileva una qualche contrarietà o avversione al vigente sistema  culturale! .

Noi, comunque,  allo stato attuale, non  sappiamo dire chi  ha fatto la scelta geografica di  Strabone e non possiamo dire neanche  che sia avvenuta nei primi decenni del III secolo sotto i Severi e neppure in epoca cristiana.

E’ una scelta strana : storia e geografia sono come tempo e spazio, entità di una stessa sostanza, univoca che suora l’aspetto cronotopico …

Certo Strabone storico sarebbe stato molto importante per la comprensione delle cose giudaiche, dati i rapporti tra la corte  di Erode e quella di Archelao,   e per la conoscenza dell’impero parthico di Artabano III, di cui si conosce solo una forte ostilità nei confronti di Tiberio ma non se ne conoscono le reali cause.

The Death of a God

 

THE DEATH OF A GOD

Rome, 24th January 41: the death of Caligula Theòs

 

The death of a God.

Flavius Josephus (Ant. giud., XIX, 211), after describing the plot to kill Gaius Caligula and the event of his actual death, concluded by saying that the sovereign had treated his friends Agrippa and Antioco, turannodidaskaloi, with love and respect. Gaius then became demokraticotatos, very democratic, and distanced himself from his own paideia and docsa, nobility, and from his very Basileus/re: thus his friends’ affection turned to hate, and they plotted against him and killed him.

At the beginning of his book, Flavius Josephus had demonstrated how Gaius had made himself a Theos, and had emphasized the ectheosis forced on his subjects (ecsetheiaze d’eauton, kai tas timas ouketi anthropinas hesiou gignesthai para toon uphkooon autooi/ he assumed godly characteristics and insisted on his subjects honouring him in a way which was not suitable for a man). Flavius Josephus also wrote about the persecution against Judaea and the Hellenic Jews, the fact that Rome was reduced to a normal city – after Alexandria had been made the capital – the weakening of the Senate, and the drastic reduction of the cavaliers’ privileges, ending in exile or confiscation of their worldly goods.

For the historian, after Gaius celebrated becoming a god, he declared to be equal to Zeus, who he saw as his brother. According to Philo (Legatio ad Gaium), a precise deification cursus had been planned, step by step, by an équipe from Alexandria serving the emperor, in a transition from the heroic phase of a minor deity to an increasingly important intitolatura of greater divinity.

This project was then made into a wonderful show for the people, lasting for all of the year 40. There were divine performances (epiphaneiai) in which the god was extolled by means of special effects, thanks to the scientific inventions of that period; these enabled Gaius to be presented as omnipotent in his acts of hurling lightning, of creating thunder, a numen dominator of all kinds of phenomena and natural elements (earth, water, air, fire), even healing any type of disease.

As I have already shown in Caligola il Sublime, the way in which the God Gaius was worshipped was a real cult, with its own priests paid by the state, its own series of rituals, its own sacred animals and temples dedicated to Caligula, and even its own feast days. Following the cult of the numen of Gaius was compulsory all over the Roman world: every city and village made sacrifices and prayed to Theos Gaius, as had happened in Dora (Ant. Giud. XIX, 308), where the latria cult of the emperor led to stasis/revolution and to tarachh/riots in an anti-Judaic sense. This was the case even after the accession of Claudius, who, in compliance with previous decrees, had to declare that every etnospopolo was free to have a specific religious cult/threskeia, according to their own traditions/ethos.

Only the Aramaic Jews (and some Druid groups) protested, and these were crushed by the governor of Syria, Petronius Turpilianius, who, reluctantly, had to obey the decree of deportation or bloodshed if the population did not obey the imperial decree to erect the statue of the new god in the temple of Jerusalem.

The death of the God Caligula saved the Jews and also the governor, who was slow in giving his orders.

Nobody believed Theos had been murdered in Rome because a god does not die; it appeared to be one of the many theatrical performances of that time, and so the anastasis toon nekroon of the God was expected.

For this reason, Rome was at a standstill for more than a day; the only people to react were those who knew that the God was a man, that is, those who knew that the god was really dead, murdered by the praetorians, not by noble conspirators. The praetorians, removed from office, demanded their severance pay and were afraid they would not receive it if the God moved away from Rome with his new German bodyguards.

Rome and the Empire were shocked by the death of the God.

At the beginning, Philo of Alexandria, in Rome at that time as head of a Jewish delegation, must have taken part in the imperial theopoiia in opposition to the Greek Alexandrian team. The delegation had been heard by Gaius just before his death, but sentenced by the court; together with De Josepho and the Vita di Mosè, Philo greatly influenced and conditioned the deification of Jesus Christ.

Only the common Aramaic Jews and some Hellenic Jews mourned Jesus Christ when he died at Easter in the year 36 (this according to Christian calculations, incorrect). Five years later, nobody, or hardly anybody, remembered his crimen/crime against the Roman Empire when it was compared to the more important event of a deicide: this took place in Rome with regard to a sebasth/august venerable, the autokrator imperator, the nomos epsuchos legge vivente/the law in person for men.

Who in the Christian world can understand this ambiguous situation, which occurred in the Roman Empire over a period of five years and was perfect knowledge for Jews, Greeks and contemporary Latin people?

Who, educated according to Christian principles, ever thought that Theos Caligula would be honoured as a God also in Judaea, immediately after the death of the Messiah, and even in Jerusalem, destroyed by the knowledge of the end of Malkuth ha shemain?

Who, as a Christian, has complete knowledge of these events? Which Christian historian has ever understood Caligula’s ektheosis or has even vaguely thought of a connection with the obscure episode of an Aramaic rebel who, shortly beforehand, declared he was maran king in Palestine during a Roman political crisis in Tiberian times?

Philo, a Jew, in the incipit of Legatio ad Gaum, described Caligula’s kingdom enthusiastically as the coming to power of an era suturnia, of a popular delirium of all the ethnic groups of the Empire. The latter were enamoured of their young prince, who, however, after his illness, began persecuting the Jews and carried out a massacre in Alexandria, this coinciding with the death and divinization of Drusilla, his sister and mistress, as Pantea (Cf. A. Filipponi, Una strage di Giudei trad. In Flaccum, parallel text E. Book, Narcissus).

However, Philo does not talk about the persecution of Sejanus in Palestine by Pilate; after Artabano’s defeat by Vitellius, this persecution must have had tragic consequences, and, maybe after the end of the Malkuth ha shemaim, created dangerous connections with the Alexandrian Jews.

Why was it that Philo, Apion and Seneca, all eye witnesses (or nearly) to the two events, did not tell us exactly what had happened?

Apion, so attentive to mirabilia (paradoxa), anti-Judaic, a grammarian considered to be another Homer by Tiberius, as well as his resonator (cembalo), cf. Flavius Josephus (contra Apionem), as pointed out by Pliny the Elder, did not mention these episodes at all, despite Christ’s miracles (monstra).

And Seneca, who lived in Alexandria for almost seventeen years and was often a guest of Philo’s brother, an alabarch (customs official), left evidence of how much he hated Caligula in his writings, but nothing at all about what happened in Jerusalem and Alexandria.

I am citing only these three scholars, but I could add many others, starting with Agrippa I, Lucius Vitellius, the Emperor Claudius and Agrippina the younger, all of whom left us documents, as did many historians excluded from the Christian tradition. Cf. il buco storico.

Flavius Josephus, who was well versed on Judaic sacerdotal sources, was fully aware of the Jews’ great responsibility for the death of the God Caligula. On the other hand, he described the praetorian Cassio Cherea’s thoughtless act as heroic, barely mentioned the death of Christ (Ant Giud, XVIII, 63-64), a tekton/Kain non rabbi/sophisths, proclaimed Meshiah by the people (supported by the Essenes and the Pharisees) and captured, defeated and killed by the Romans, who had resolved the Armenian-Palestine problem thanks to the Zeugma treaty.

In conclusion, Flavius Josephus conveyed the following message, consistent with the Judaic tradition: the Romans, Tiberius-Macron-Caligula, killed the Messiah and brought the malkuth ha shemaim to an end, overcoming the popular uprising in Judaea (which then spread to Alexandria, where the first pogrom in history was carried out); instead the Jews (Agrippa I, Philo and the great Greek trapezitai) were, together with others, mainly responsible for the death of the God Gaius Caligula, idolized by the people and by all the romanitas.

At that time, the two events were not comparable, and for the very same reason, the two deified men should not even be linked nowadays.

The first, Caligula, of his own free will, became a god thanks to imperial power (exousia) and left certain signs which were useful for other deifications, both imperial and non-imperial; the second, a Jewish messiah who was defeated and crucified, was deified, despite countless protests, about three centuries later according to the Caligulian paradigm, after his definition of uios and logos with respect to Pathr and Pneuma for the constitution of the divine Unity and Trinity.

The deicide was a novitas for the inhabitants of the Empire, who witnessed the death of the immortal God, killed by human beings who carried out what had already been planned.

The idea of death of a God was formed by the very reference to the murdering of Caligula by conspirators, with regard to the astonishment manifested by contemporaries on hearing the news.

Instead, for descendants like us, the idea of attributing the death of God to Jesus, after the exchange of nomen/name, upostasis/person and divine attributions, results in an absurdum artificial, a literary fabrication, and becomes a mysterium.

L’absurdum is that historically, Caligula’s deification has been archived as the ridiculous act of a lunatic, on the basis of propaganda by Jews who were incapable, due to their strict compliance with the laws, of tolerating any other god apart from JHWH, and of accepting the normality of the prevailing basileia divina ed assoluta of Hellenic origin, which unified the Roman ethnic groups. Instead the image of the defeated Messiah was invented and preserved; because of Jesus’ resurrection, he was deified, identical parameters and the same terminology as those used for the Roman emperor being adopted. This all took place in a gradual process by the Christian people that lasted centuries, thanks to the power of the diocesan/administrative organizational structure and to the oniade financial and economic system present all over the Empire. (Trad.inglese di SUE  EERDMANS)

Il ritorno di Erode e la riconquista di Ventidio Basso

 

Il ritorno di Erode e  la riconquista di Ventidio Basso

 

 

L’ordine romano è turbato in una grande zona delimitata a Nord dal Ponto Eusino e dal Caspio  fino al Mar Mediteraneo a sud –ovest, e ad Est in Nabatea nella zona transgiordana.

I governatori romani, fuggiaschi, sono sotto la protezione della flotta stazionante nel mare greco di Manucio Planco, governatore nominale di Siria, costretto  a ritirarsi sulle isole dell’Egeo (Cassio Dione, St.Rom., XLVIII, 24), essendo quasi tutta la costa di Caria e di Licia e parte della Panfilia, occupata dai parthi.

Quinto Labieno è giunto in Cilicia, seguendo gli ordini di Pacoro, il figlio di Orode, che si presenta come il liberatore dei greci e loro soothr.

Plinio (Nat.Hist.,V,93) e Strabone (Geog.XIV,66) concordano  nel mostrare la morfologia,  l’orografia e l’idrografia  della zona tra Cilicia e Siria e nel riconoscere la funzione divisoria del fiume Melas (Manuygat Cay) e nel menzionare le porte  cilicie Kuliakiai Pulai, il passo del Tauro/Guelez Bogaz, a 1100 metri, a nord,  e  a sud-est  le Amanikai Pulai o passo del monte Amano, al confine tra le due province romane.

Per il rilievo, nella zona distinguono la Cilicia Aspra/ Tracheia e il Tauro, ad Ovest,  l’Antitauro  a Nord, l’Amano ad est e la pianura cilicia  kilikia pedias.

Ventidio, dunque, sbarcato in Panfilia, avanza verso la pianura cilicia,  favorito dalla flotta di Planco,  facendo ritirare verso l’interno le truppe parthiche di  Quinto Labieno.

Si sa che le truppe antoniane di Ventidio e di Planco  sono costituite da 13 legioni (circa 78.000 uomini)  e da 6.500 cavalieri, oltre agli auxilia truppe ausiliarie locali di combattenti partigiani.

Nel complesso, quindi, c’è un corpus militare di circa 100.000 uomini, che comprende reparti speciali di veliti, armati alla leggera, e di frombolieri,  cohorti di elementi  dotati di funda (frombolo), capaci di  gettare  fino a  400 metri proiettili, posti in una borsa, che portano a tracolla,  contenente pietre di argilla e palline di piombo a forma di prugna  (20-30 grammi).

Questi sono chiamati comunemente Balearici, ma sono anche greci, oltre che delle isole Baleari (e specialemnte quelli antiparthici sono cretesi) che hanno diverse competenze in quanto lanciano chi a breve distanza 100-150 metri, chi a media  200-250 e chi a 300-400 metri ed oltre.

La novità assoluta di questo reparto è che il fromboliere, se è appostato, è micidiale in quanto  colpisce l’arciere che ha una gettata minore, specie se è  a cavallo e tira dal basso verso l’alto.

Non si conoscono le esatte date di partenza delle truppe di Ventidio Basso: si crede che Planco con Fulvia sia partito con urgenza agli inizi del 40, mentre il legatus piceno alla fine dell’anno o nei primi  giorni del 39.

Dunque c’è un lasso di tempo di oltre 10 mesi tra le due partenze di truppe antoniane.

Ventidio  è probabile che sbarchi in Panfilia non molto prima di Erode, che arriva a Tolemaide a metà febbraio  per dirigersi in Idumea e poi a Masada con forze anche romane, per liberare i suoi  parenti.

Perciò il legatus antoniano è nella costa cilicia già ai primi di marzo, quando Labieno parthicus imperator è diventato popolare in Asia e per la monetazione e per la propaganda- grazie ai biblia– e  per il suo effettivo valore militare.

Il traditore ha le simpatie dei cives romani, ex pompeiani, che sono passati dalla sua parte perché schierati contro i triumviri.

Anche i re della zona  asiatica sono o neutrali come Castore di Galatia, o antiromani  come Ariarate di Cappadocia  ed Antioco di Commagene (E. Noé, Province Parthi e Guerra civile : il caso di Labieno in “athenaeum”, Pavia.vol 85, 1992;  A. Morello, Titus Labienus et Cingulum-Quintus Labienus Parthicus, Nummus et Historia IX, 2005).

Secondo gli accordi con Barzafarne e con Pacoro, Labieno penetrato  in Frigia, in Licia e in Caria senza aver opposizione,   in breve conquista la zona,  marciando spedito e distruggendo le città nemiche, incontrando  qualche resistenza secondo Strabone (Geogr.XVI,1,28)  ad Alabanda e a Mylasa, dove c’è l’opposizione di Ibrea- poi costretto alla fuga- congiunta con quella di Zenone di Laodicea.

Nel frattempo in Giudea Antigono, idolatrato dagli aramaici,  è riuscito a conquistare Gerusalemme e a controllare il Tempio, con l’aiuto di Barzafarne.

Ventidio procede lentamente in quanto è dux prudens.  Attraversata la Pianura cilicia, protetto dalla flotta, risalendo  il corso del fiume Melas, giunge alle porte Cilicie, facendo  sloggiare Labieno dalla sua postazione.

Questi si ritira, sperando nell’aiuto dei rinforzi della cavalleria parthica,  sia quella degli arcieri che quella catafratta,che sono poco distanti, ma procedono con tempi diversi.

Mentre Ventidio si fortifica  in zona, aspettando  l’arrivo di altre legioni, da poco sbarcate, i parthi, senza essersi collegati con Labieno, convinti della superiorità numerica,  temendo di essere presi, poi, alle spalle dai romani, che stanno sopraggiungendo, attaccano improvvisamente il legatus piceno.

Ventidio, che non ha un esercito numericamente consistente, si trincera ancora di più, fingendo paura, e si rinchiude nei castra, naturalmente ben protetti  e poi, fa uscire come per una sortita i suoi all’improvviso e ricaccia i  nemici, già giunti a ridosso dell’accampamento romano, impossibilitati nell’uso delle frecce dal contingente balearico,  già appostato, verso la Cilicia Tracheia, in direzione della pianura, dove  sono  travolti dalla stessa cavallaria catafratta, pressata dalle sopraggiunte legioni di soccorso  (Cassio Dione, St.rom.,XLVIII,5) .

Dei superstiti solo alcuni  si collegano con le truppe di Labieno,  inutilizzate,  che, sfiduciate, in parte si arrendono, in quanto romani, in parte si sparpagliano per la Cilicia Tracheia tanto che lo stesso Labieno  rimane per giorni nascosto per poi fuggire verso Cipro, là dove è preso dal governatore Demetrio,  da cui è ucciso.

Allora Ventidio si dirige  prima a nord, verso il Monte Amano e poi piega verso sud- est alle pulai amanikai che sono sul confine tra Cilicia e Siria, dopo che si è congiunto con le legioni di Poppedio Silone, preoccupato della presenza delle truppe di Barzafarne.

Mentre la manovra di congiunzione delle truppe romane non è ancora completata, le truppe di Silone, giunte ai piedi del monte Amano, sono attaccate dai Parthi, che utilizzano ora la cavalleria catafratta e mettono in serio pericolo le legioni romane di  retroguardia.

Ventidio fa girare  parte del suo esercito,  volgendolo a sud  verso le spalle della cavalleria parthica  ed attacca di fianco  Barzafarne, costretto a combattere su due fronti, già trivellati dai proiettili a lunga gettata dei balearici,  poi simula la fuga trascinando i nemici  nella direzione, dove ha predisposto un reparto in agguato.

I milites di Silone, liberati dalla morsa, inseguono i parthi.che  improvvisamente si trovano intrappolati  tra tre schieramenti , quello di Ventidio, quello di Silone e quello dei romani appostati nei castra.

E’ una completa vittoria, per cui l’esercito riunito ora  insegue  i nemici,  che ripassano l‘Eufrate, ad ondate,   in fuga, nella zona di Zeugma, da tempo libera dai contingenti romani.

Pacoro, che li ha  riuniti e poi  ricondotti  entro i confini, ora è eletto re dei re, dopo la morte ( o abdicazione) del padre.

C’ è’ un periodo di pausa breve nelle ostilità di un  tre/quattro mesi, in cui ci sono i funerali del re morto (periodo di interregno) e la proclamazione ufficiale di Pacoro riconosciuto sovrano  da tutti i re della confederazione partica, riuniti  a Ctesifonte.

Secondo Flavio in questa fase Ventidio, mentre sta risistemando la Siria, sconfina verso la Giudea  e marcia verso Gerusalemme rifacendo lo stesso cammino di Pompeo.

Non si sa se lo faccia per ordine di Antonio per estorcere denaro agli ebrei gerosolomitani o come è presumibile per una sua volontà di razziare, dando libertà di rapina al suo esercito, in un territorio chiaramente filoparthico, come premio ai milites vincitori nella battaglia del Tauro e in quella dell’Amano.

Si sa (Cassio Dione, St. Rom., XLVIII,59) che occupa facilmente la Palestina  spaventando il maran  Antigono, che essendo a conoscenza della sconfitta di Barzafarne, suo alleato, cerca di venire a trattative, accettando di pagare qualsiasi cifra, pur di mantenere il trono.

Dopo una sosta, Ventidio, inspiegabilmente, ripassa il confine e riprende la sua opera di riorganizzazione della Siria.

Secondo Flavio (Ant. giudaica, XIV, 412-442) entra in Giudea per portare aiuto a Giuseppe, fratello di Erode, che non ancora è liberato dall’assedio a Masada , pretendendo non poco denaro  da Antigono, da Antioco e dal nabateo Malco per aver prestato aiuto a Pacoro, seppure in modi differenti.

E’ chiaro che Ventidio come ogni dux prende denaro dai nemici, a cui impone un tributo da spartire tra il comandante supremo e i suoi legati e i sodati, che devono trascorrere l’inverno nella zona montana e  devono avere viveri, panni coperte a sufficienza, in considerazione dell’inclemenza del tempo e della abbondante nevicata, testimoniata da Flavio (Guerra giud.I,, 288-9).

Dunque, secondo Flavio,  colmato di danaro, Ventidio lascia Silone con un distaccamento per evitare  che, ritirando tutte le forze, il suo procedere risulti brigantesco, proprio di un lesths.

E’ una giustificazione assurda, se riferita al fatto che il legatus  ci è andato per punire quelli che hanno favorito i parthi e per avere non poco denaro, oltre che per i bisogni di non dover svernare in zone montuose, piene di neve.

Lasciare Silone in Giudea  è un ordine di Antonio, che esige di detronizzare Antigono e di fare re Erode secondo il decreto senatorio: la spiegazione dello storico ebraico è collegata con la costruzione successiva  della storiografia augustea!.

Ne deriva che Antigono in relazione al passaggio, pur breve in Giudea del legatus di Antonio, pur conoscendo il mandato senatorio, cerca di circuire Silone, che saccheggia la zona, corrotto da lui e dalle sue ricchezze  (chrhmasin up’Antigonou diephtharmenos, mentre Erode, avviato verso Masada  è  costretto a fermarsi, a causa della resistenza di Ioppe, a lui ostile.

Di conseguenza, sembra che Silone, ora che non esiste più il pericolo parthico, prende denarii e dal maran e dal basileus di nomina senatoria: un legatus romano in terra straniera  pensa, a vittoria  sicura,  all’ esclusivo guadagno personale e  al bene  dei suoi soldati per acquistare popolarità e fare fortuna in politica, al ritorno a Roma.

Potrebbe esserci problema in caso di non obbedienza al proprio dux, che certamente autorizza una tale normale azione, sempre, però, nel rispetto del mandato generale di cacciare i parthi e favorire in Giudea Erode: questa sembra la normativa per i romani!

In questa operazione generale tesa ad estorcere ricchezza dall’una e dall’altra parte, Silone  è incalzato  e pressato  da parte dei fanatici partigiani giudei antiromani ed è Erode a liberarlo (Ibidem, 294).

 Il basileus ebraico, dopo la presa di Resa, avanza verso Gerusalemme, aiutato dalle truppe di Silone e concede l’amnisita ad ogni avversario (doosoon de kai tois diaphorootatois amnhstian, Ibidem295) e fa proclami facendo girare intorno alle mura della città banditori, chiedendo la resa.

Erode si dice l’inviato per il bene del popolo e per la salvezza della città.(ibidem).  

Flavio mostrando la clementia di Erode, ne rileva la non ebraicità rispetto ai  giudei gerosolomitani, che ostacolano con lanci di frecce la comunicazione, in un rifiuto di ogni offerta da parte di un nemico filoromano ed evidenzia il corrotto comportamento di Silone.

Secondo Flavio Silone  en Iudeaai  chremasin  up’Antigonu  diaphtharmenos (etugchane) bighellonava per la Giudea corrotto da Antigono (Guer.Giud. I,191).

Si rilevi  che diaphtheiroo  vale vado vagando rovinando e corrompendo e sottende persona corrotta da qualcuno  con danaro, estranea alle vicende e alle situazioni locali, obbligata a svolgere un servitium.

 Silone non ha altro interesse nella zona se non il guadagno suo e dei suoi milites, in attesa dell’ordine di togliere le tende per altri siti.

Non per nulla Ventidio lo attende in Cyrrestica e quindi è volto verso la spedizione antiparthica ancora incompleta ed è poco interessato alla vicenda del Basileus nominato dal senato, a cui deve  prestare aiuto, se serve.

E’un italico che cerca di sfruttare la situazione, senza entrare in merito alle lotte e alle divisioni tra giudei aramaici  antiromani e giudei ellenisti filoromani!

Infatti aiuta  il re a prendere una fortezza, lo segue e lo ringrazia quando è liberato dai fanatici aramaici lhistai.

 E’ il comportamento romano verso un socius di rango inferiore, anche se basileus locale!

Erode, di fronte alla avidità romana (thn dorodookian)  di Silone, che  è intenzionato ad andarsene in altre zone se non riceve compensi immediati, perché i dintorni della città sono stati spogliati da precedenti requisizioni di Antigono, è costretto a  ritirarsi.

Silone, inoltre, ha problemi nel suo esercito non abituato a climi rigidi, come quello gerosolomitano, montuoso.

Nei castra c’è un tumulto per la protesta dei milites che, a causa della insufficienza dei viveri e del freddo, chiedono di svernare in luoghi più confortevoli.

Ad Erode  non resta altro che implorare.

Fa infatti un accorato appello ai romani, a Silone, ai capitani, al plhthos dei soldati  supplicandoli di  non abbandonare chi ha l’appoggio di Cesare, di Antonio e del senato.

Nell’inverno del 39/38, inclemente, dato il rigore del freddo  a causa dell’eccezionale nevicata, Silone non può opporsi alla volontà dei milites che hanno vinto in due battaglie i parthi e tanto meno non soddisfare le loro esigenze primarie, avendo perfino frenato le loro rapine nel territorio, ora amico.

Erode, conscio della situazione, abile amministratore, dioikeths come suo padre,  requisisce viveri  da ogni parte  e fa  venire da Samaria- dove ha ora fissata la dimora ai suoi famigliari, a sua madre, alla sua fidanzata e a parenti- grano, vino, olio e bestiame e rifornisce l’esercito di Silone, nonostante gli ostacoli frapposti da Antigono

Erode, per prima cosa,  da Gersulemme dove c’è un clima rigido fa scendere  l’esercito romano  a Gerico, zona molto più mite, dove vengono posti gli Hiberna.

Erode,  inoltre, è impegnato a scortare i viveri, perché Antigono ha mobilitato i suoi partigiani per impedire il rifornimento ai romani: Il basileus ha dieci coorti (cinque romane e cinque ebraiche) con mercenari e pochi cavalieri, cattura i nemici ed entra in Gerico, abbandonata dagli abitanti, concedendo la città al saccheggio dei romani, che trovano ogni ben di Dio ( Ibidem 302).

Dunque, bisogna concludere sulla vicenda  di Silone corrotto  e sulla gestione  dei tributi imposti dal legatus piceno che non c’è niente di strano né di inspiegabile in quanto fatto dai legati antoniani, in un territorio considerato nemico o in preda all’anarchia: i romani sanno trarre profitto dalle divisioni interne e da guerre civili!

Ventidio, dunque, secondo gli ordini di Antonio, fatto svernare bene l’esercito in Hiberna con tutti i conforts grazie ai viveri dei socii come Erode, e ai tributi estorti ai nemici nella primavera dl 38, lasciata una guarnigione per Erode e per la difesa delle zone circonvicine,  si dirige verso il Nord.

E’ accaduto durante l’inverno che  Artavaste II re di Armenia   si è alleato con i parthi e con  Pacoro che, fresco marito di sua sorella,  divenuto re dei re,  è desideroso di riprendere le ostilità contro Roma interrotte con la sconfitta sul monte Amano.

I parthi, dunque,  con l’aiuto degli armeni attaccano le regioni del settentrione asiatico, non ben protette dai romani, sorpresi ancora nei quartieri invernali, separati, gli uni dagli altri e mal collegati, date le  scarse comunicazioni.

Viene, allora, richiamato anche il contingente che sta aiutando Erode nella lotta contro Antigono, comandato da Poppedio Silone.

A dire il vero Ventidio chiama anche Erode  a portare aiuti  insieme con Silone  (Ibidem, 309).

Il re giudaico, però, prima di partire deve stanare i briganti che si sono rintanati nelle spelonche, che sono su montagne dirupate, inaccessibili da ogni parte  salvo che per sentieri  tortuosi e strettissimi (Ibidem, 310)..

Flavio aggiunge per mostrare l’imprendibilità dei briganti:  sul davanti  poi la roccia,  in tutta la sua lunghezza  si ergeva a strapiombo su profondissimi burroni, attraversati da torrenti (Ibidem).

 Erode. perciò, ricorre ad uno stratagemma: fece calare dall’alto, mediante delle ceste dinanzi all’imboccatura delle caverne i soldati più gagliardi i quali uccisero i briganti  insieme con i loro e stanarono col fuoco quelli  che cercavano di starsene al riparo (ibidem). Il re ,fabbricando casse, legate con catene di ferro, con una macchina (si tratta di una le calava giù  dalla cima del monte perché non si poteva scendere dalla parte superiore  perché il monte era ripido, né dalla parte inferiore si poteva salire contro di loro.

 Il re usa delle machinae descensoriae, del tipo delle tractoriae per arrivare là dove  hanno nido i lhistai.

Flavio  ricorda  l’episodio del vecchio, padre di sette figli che  sono uccisi  da lui prima di uccidere  alla fine  se stesso e la moglie, insultando il re, definito pusillanimeclemente.

Flavio fa il ritratto del perfetto martus ebraico  col vecchio padre , exemplum di eroismo per ogni giudeo, antesignano dei tanti edim aramaici antiromani, testimoni martures di timore e di amore verso Dio,  come Rab Aqiva!

Nonostante l’attacco durante inverno, Ventidio avanza  sempre in zone montuose, lentamente, guardingo, parvis itineribus/ a marce lente, facendo poche miglia al giorno, con guide locali fidate  e, dopo  alcuni giorni, avendo riunito il suo esercito  quasi completamente,  si stanzia in Cyrrestica, ponendo i castra  a metà monte su un falso piano, ricco di acqua e di vegetazione.

La morfologia del monte Gindaro, raggiunto alla fine di aprile, autorizza opere di occupazione sistematica  lungo i versanti ed appostamenti in alto, fino alla cima, oltre ad opportune fortificazioni, mentre si attende la totale ricongiunzione delle forze romane, dislocate in diverse stationes della Siria e della Palestina.

Ventidio, mentre sistema i corpi di frombolieri di Creta e delle Baleari in punti strategici del monte, in modo da sfruttare i  loro lanci e la loro precisione, opportunamente riparati, quasi invisibili, mimetizzati, fa spargere voces  tentenziose circa il passaggio dell’Eufrate da parte dell’esercito di Pacoro: il dux invia turmae di cavalieri ispano-gallici  a tenere sotto controllo la zona di Zeugma, con l’ordine di rimanere sempre a debita distanza in modo da potersi ricongiungersi col resto dell’esercito.

Secondo Cassio Dione (St., XLIX. 19. 2-3) Ventidio si serve di Canneo un principe  partho a lui devoto, fidatissimo (pistotaton) per costringere (ed ingannare)  Pacoro a fare il viaggio più lungo in  modo da avere il tempo di poter riunire l’esercito.

Pacoro è così pressato a passare il fiume più a sud, ma il re, vedendo i movimenti della cavalleria romana a Zeugma, nella zona vicino a Samosata, subodorando inganno,  preferisce avviarsi invece verso nord, preceduto  dagli arcieri a cavallo,  seguiti a distanza dalla lenta cavalleria catafratta, mentre compatta procede  anche la fanteria (Cassio Dione, St. Rom.,XLIX,2).

Nel frattempo verso la fine di maggio, Ventidio  approfittando della lentezza dei nemici, costretti ad un lungo giro in pianura,  riunisce il suo esercito a nord, là dove pensa  che proprio arrivi  Pacoro,  che deve passare, comunque,   per Samosata, in una zona non molto lontana dalla capitale della Commagene per congiungersi con Antioco.

L’esercito dei parthi, congiunto con quello del re  di Armenia e di Commagene (sembra!) è superiore a quello dei romani e dei contingenti ausiliari., quando  giunge  sotto il monte Gindaro, come per un assedio.

Il luogo è distante dalla capitale di Siria oltre 50 Km e nessun altro esercito è nella zona!

Ventidio, come al solito, è già  appostato in posizione elevata   non lontano da Chyrro in Cyrrestica dove ha lasciato un piccolo contingente nascosto sulle colline: deve solo attirare verso le sue postazioni  l’esercito avversario.

Accade che, pur essendosi  ricongiunto l’esercito  ai piedi del monte Gindaro il 9 di giugno del 38, parte della cavalleria gallica, ritornando da una missione di avanscoperta, è inseguita dagli arcieri a cavallo- un’unità veloce parthica -, che, nella foga  iniziano i combattimenti.

Ventidio, che  attende da tempo questo momento, ordina alla cavalleria romana di ripiegare verso la dorsale del monte portando sotto il tiro dei frombolieri gli arcieri a cavallo.

Questi, convinti di poter svolgere il loro compito, arrivano a ridosso dei castra,  seguiti a distanza dalla cavalleria  catafratta e dal grosso della fanteria parthica, guidata da Pacoro e  da Artavaste II.

Non si sa se  Antioco, imparentato con Orode II, a cui ha dato la figlia come moglie, partecipi, specie dopo le sconfitte, essendo un re socius  dell’impero romano.

Secondo Frontino (Strategemata, cit) , comunque,   la tattica di Ventidio è  da manuale strategico ed è resa  perfetta dall’irruenza del giovane Re, che con  i fanti  circondano il monte.

La battaglia è a favore dei romani  perché il  re, valoroso ma imprudente,  fa attaccare, la fanteria convinto di aver la supremazia territoriale, credendo di trovare Silone in difficoltà, mentre è ancora ai piedi del monte e di annientare la cavalleria Gallica, che invece aggira il monte, protetta dai frombolieri che lanciano  proiettili con una pioggia di missili a lunga gittata Dione Cassio St.,XLIX,20,2).

La situazione della battaglia volge subito a  sfavore di Pacoro  man mano che il gran re  si avvicina alle postazioni nemiche.

Secondo Cassio Dione (St. Rom., XLVIII, 5) e Strabone,(Geog. 16,2) gli arcieri a cavallo, fatto il loro attacco iniziale, tirate poche frecce, sono bloccati dai frombolieri a media gettata  e quindi  non possono avanzare sulle pendici del monte, mentre la cavalleria catafratta e il re sono fermi, ai piedi del monte, ancora impegnati con la fanteria di Silone e con la cavalleria  gallo-ispanica.

Gli arcieri a cavallo, colpiti dai micidiali colpi dei frombolieri, invisibili, precipitosamnete, alla rinfusa,  sono costretti a ritirarsi seminando panico  negli altri reparti  tra cui passano, a cavallo.

Approfittano dello sbandamento generale  la cavalleria gallica  e le truppe stanziate lungo la collina, che si scontrano con la fanteria avversaria, comandata dal re Pacoro, coraggiosamente inervenuto nel mezzo della mischia, mentre disorientata rimane la cavalleria catafratta, che nell’intruppamento  neanche può disporsi completamente.

Inoltre sotto una pioggia di proiettili lanciati dai frombolieri -che giungono a segno anche da grande distanza  fino a colpire la stessa  cavalleria catafratta, ferma,  bersagliata  dai colpi  della postazione dei lanciatori balearici, dislocati alle pendici- il giovane re colpito e ferito, è affrontato da un corpo speciale di  veliti armati all leggera che  inseguono  a piedi,  in discesa,  gli arcieri.

Nello scontro,  un centurione romano  taglia la testa di Pacoro e la alza trionfalmente gettando la costernazione  nei Parthi, che ora si affollano in difesa del  cadavere regale e con sforzi riescono a portare via,  in fuga, protetti  dalla cavalleria catafratta, che anche questa volta, comunque,   è inutilizzata.

Senza il capo dell’esercito,  il re di Armenia si arrende, circondato,  mentre  le truppe  si dirigono verso Samosata  dove Antioco si è già trincerato.

I parthi, morto  il re,  si disperdono  chi verso la Media chi verso il territorio della Commagene, considerato amico, data la parentela tra i regnanti.

Ventidio, dopo la vittoria, lentamente, dispone l’esercito  e   procede alla sistemazione  della Commagene e dell’Osroene, prima di  assediare la cità di Samosata, dove si  è asseragliato il re Antioco, mentre i re degli Iberi, degli Albani e della Colchide, e i dinasti locali siriaci mandano messaggi, mostrando la loro neutralità o filoromanità (cfr S.Andreantonelli, Historiae Asculanae liber IV Padova Typis Matthaei  de Cadorinis  1673pp162-165,183 (Storia di Ascoli, trad. Paola Barbara Castelli e Alberto Cettoli, indici e  note di G. Gagliardi, Ascoli Piceno G.e G. Gagliardi Centro Stampa Piceno, Giugno 2007.p.187, 213-218, 267).

In questa fase messaggeri di Antonio annunciano a  Ventidio di mandare mille cavalieri e di distaccare due legioni in aiuto di Erode ed annunciano il suo stesso arrivo.

Nel frattempo Erode in Giudea attende che arrivino le truppe comandate da Machera, un personaggio sconosciuto, forse un civis romanus  ebreo, un tribunus antoniano.

Erode è impegnato nella lotta contro Antigono, che subito cerca di contattare Machera per corromperlo ed avere il suo aiuto.

Machera sembra accettare inizialmente, ma prevale  il denario di Erode che è più munifico oltre al fatto che deve essere  coerente alla politica verso il suo dux Ventidio e il triumviro Antonio (Guer Giud.,I 317).

Perciò procede contro Antigono  che però coi suoi partigiani aramaici lo costringe a ritirarsi ad Emmaus, dimostrando di aver forze  ancora intatte.

Erode, pur  adirato con Machera  per l’insuccesso,  si lascia convincere dalle sue preghiere e persuaso dalle motivazioni addotte, insieme a lui, si dirige, a marce forzate,  verso Samosata.

Probabilmente vuole incontrare Antonio direttamente, per dare mano agli assedianti antoniani e favorire l’impresa del triumviro venuto per dirigere le operazioni antiparthiche.

E’ chiaro che Ventidio ha ceduto le insegne del suo potere nelle mani di Antonio, che seguita l’assedio alla città.    Samosata, già intenzionata ad arrendersi  al legatus piceno  per 1000 talenti, ora invece  all’arrivo di Antonio  e al cambio di comando è animata da uno spirito nuovo di coscienza nazionalistca e di antiromanità.

Lo stesso re Antioco  sentendosi minacciato   diventa fulcro della difesa della Commagene e simbolo di antiromanità in tutta la zona.

L’arrivo di Erode con Machera favorisce l’impresa di Antonio che può direttamente rilevare il valore  militare, già noto, di Erode, e la sua abilità di  mediazione politica.

Flavio mostra il cameratismo  di Antonio nell’accogliere Erode  e nel  congratularsi  per i pericoli superati   e nel dirsi felice di averlo eletto re. (Ant. Giud.XIV 446).

Dopo la resa di Samosata nella primavera  del 37,  Erode ha concrete speranze di Regno (cfr Cassio Dione,St.Rom.,  XLIX,22) avendo a disposizione l’esercito romano di oltre 100.000 uomini e il nuovo governatore di Siria, appena nominato.

La città di Samosata, comunque, si arrende con un compromesso, dopo accordi tra il re Antioco ed Antonio, che ha urgenza di sistemare la Siria e di  creare una siepe di regni amici perché deve  ripartire per Antiochia e poi  per Atene  alla volta dell’Italia.

Antonio ha fretta di tornare in Italia dove Ottaviano sta facendo preparativi contro Sesto Pompeo, rompendo gli equilibri del trattato di Miseno.

Perciò si vuole presentare davanti al collega triumviro col successo per legatum della guerra parthica di grande effetto sulla romanitas orientale ed occidentale per la vendetta  della morte di Crasso:  Gindaro  e Carre sono i veicoli di una propaganda antoniana di una rivincita romana sui Parti!

Non c’è quindi Invidia per il suo legatus, ma ammirazione per la sua fortuna, che risulta  una sua  personale gloria.

La notizia di Flavio  come quella  degli altri storici è da leggersi solo come espressione di un’altra storia dopo la fine di Antonio: l’ invidia della fortuna di Ventidio (Ant Giud. XIV, 423) è costruzione successiva in quanto il legatus ha a Roma le supplicationes e il trionfo, anche se il merito  effettivo va al comandante superiore.

 Il re Antioco, comunque,  paga solo  trecento talenti  e i romani si ritirano.

Antonio ha urgenza di conoscere esattamente quanto accade in Occidente e  vuole dirigersi con la flotta verso Brindisi, per imporsi a suo cognato Ottaviano, ora che la moglie è incinta della seconda figlia, Antonia  minor,  che nasce poi il 31 Gennaio del 36.

Mentre Erode torna in patria, portando truppe romane ora guidate di Gaio Sosio per la conquista di Gerusalemme Antonio  conia, oltre tutto,  una moneta che ha  sul recto la sua sua faccia e  nel retro la figura nuda di Ventidio Basso che regge con la destra una lancia e con la sinistra un ramoscello di olivo.

E’ questo un segno del grande rilievo che il triumviro dà all’impresa del legatus piceno, rinviato a Roma per il trionfo con tutti i suoi legati e coi prigionieri di guerra e lettere per il senato.

Perciò non il caso  di insistere  come fanno molti sull’ invidia di Antonio, ma è bene parlare di un normale avvicendamento provinciale, già prefissato con le dovute sostituzioni – al posto di Ventidio è  G. Sosio, ottimo legatus abile  nella presa di Gerusalemme nel 37,  ricompensato anche lui col trionfo dal suo dux triumvir,  filoantoniano fino alla battaglia di Azio  quando è fatto prigioniero e poi liberato da Ottaviano.

Perciò la notizia di  Cassio Dione, che afferma che  non  è assegnato a Ventidio nessun premio, non è esatta.

Il vero dux della guerra anche se per legatum è Antonio che rinuncia al trionfo  romano, e  lo assegna invece al fidus legatus piceno, che torna ricco, come ogni altro legatus,   dalla provincia e può ricostruire la sua casa confiscata dal senato, – essendo stato  dichiarato hostis durante la guerra modenese,-  anche se  già restaurata al momento della partenza per l’impresa parthica.

Quindi  bisogna rettificare che Ventidio ha da Antonio premi e ricoscimenti militari e ricchezze  con lettere per il senato  attestanti le motivazioni per il meritato trionfo.

E’ rinviato con onori a Roma per la celebrazione del  trionfo stesso nel 37 con gli uomini formanti il suo consilium principis, coi prigionieri, con le i trofei parthici e con le insegne.

Antonio, d’altra parte trionfa  a Roma con Ventidio, che ha combattuto e vinto secondo i mandati del triumviro che ha  anche se assente.

Infine Antonio appare in quel momento come colui che vendica la morte di Crasso con la morte di Pacoro a  distanza di 15 anni.

Plutarco si sofferma su  Ventidio Basso e  tratta diffusamente del valore della scelta dei legati sia da parte di Antonio che di Cesare,  affermando che erano più fortunati  a condurre spedizioni militari  per mezzo di altri  che guidandole loro stessi.

E perciò porta altri esempi illustri, come quello di Ventidio: Infatti anche Sosio  generale  di Antonio ottenne molti successi in Siria; Canidio, altro generale lasciato da Antonio in Armenia,  sconfiggendo il re degli armeni  e i re degli iberi  e degli albani, giunse fino al Caucaso;   e la fama della potenza di Antonio si accrebbe tra i barbari  (Plutarco, Antonio, 34).

Le fonti concordemente parlano di Ventidio invidiato da Antonio ed esautorato cioè di un uomo che, ricevuto il trionfo, non è nominato più.  Il ritiro di Ventidio è quello di ogni civis privato/idioths: fuori dal Negotium c’è solo l’otium, di solito anonimo.

 

Giudizio delle fonti su Ventidio e su Erode

 

Abbiamo cercato di mostrare il ragionamento di Plutarco, greco, filottavianeo,  e di Cassio Dione, che scrive in relazione  alle fonti a distanza di oltre duecento anni.

Per le notizie di Velleio, favorevoli all’imperium augusteo e tiberiano e di Tacito filoantonino, l’impresa di Ventidio è solo una fortunata coincidenza, utile, comunque, all’impero romano   dopo la sconfitta di Crasso, ed anche dopo quella di Antonio,  sulla base della guerra diplomatica, vinta da Ottaviano Augusto che nel 20 a. C. impone una pax, esigendo ostaggi  parthici, educati a Roma in vista  della  successione stessa.

La vicenda di Ventidio, quindi, deve essere vista non  dall’angolazione  di un Occidentale della pars ottavianea dominante a Roma ma dall’angolazione dei populares cesariani, dei piccoli e medi proprietari terrieri, italici, che vedono nel legatus l’ emblema del romano antiparthico, il primo ed ultimo vincitore dei Parthi in battaglia, anche se ora ritirato a vita privata e non più rappresentativo.

Ventidio, al di là delle stesse lagnanze – neppure presenti in Giovenale (Satire-)  popolarì e satiriche (riportate da Gellio),  scrive la storia dell’italicità, socia, pur vinta dai romani,  per cui  l’umile mulattiere diventa il simbolo dell’invitto esercito romano in Oriente  ed exemplum della rivincita  romana  dopo la disfatta di Crasso, in una dimostrazione delle virtutes tipiche dell’Italia centrale -umiltà, costanza e prudenza e fortezza-..

L’orgoglio nazionalistico romano è chiaro negli storici sia dell’epoca che di età successiva in un’equiparazione della peritia di un idioths popularis rispetto a quella millantata di un militarismo aristocratico.

Noi, comunque, dobbiamo considerare Ventidio come Pollione che da legatus chiude l’attività politica, dopo il trionfo sui  dalmati e parthini: letteratura e storia sono i campi, dopo aver appesa la spada, di un antoniano che vive sotto il regime ottavianeo a Roma!  E’l’unico modo per vivere dignitosamente   di fronte agli avversari politici, della pars vincitrice.

Il caso di Pollione, che crea per primo una biblioteca pubblica a Roma, dopo aver restaurato l’atrium libertatis  e  che raggruppa opere d’arte greche, diffondendo l’uso delle esercitationes in pubblico non fa scalpore, anche perché dopo il coronamento del trionfo ad oltre 52 anni,  può rientrare nella norma della vita sociale non più politica.

Lo stesso Valerio Messala, che crea cenacoli letterari, anche lui antoniano, finisce come Ventidio.( Cassio Dione,St.Rom., XLIX, 2) a vivere in ozio.

L’otium letterario è una necessitas per chi ha fatto vita militare a lungo e l’ha coronata col trionfo, senza essere, per di più, dalla pars del triumviro vincitore.

Ventidio scompare anche lui nell’otium, nella non attività politica perché non più collaboratore di Antonio, trascurato e da Ottaviano, che ha un militare come Vipsanio Agrippa nel suo consilum principis,  e non può fidarsi di un mulattiere piceno borghese, famoso,  ancora patronus dei piccoli possessori di terra, anche se non può misconoscere  i meriti di chi è stato l’unico  a trionfare  sui parthi (Plutarco, Antonio, 34).

Mi sembra giusto ricordare – come fa Alighiero Massimi- Frontone (2,1,5)  che afferma nelle Orazioni:  Ventidius ille, postquam parthos fudit fugavitque ad victoriam suam  praedicandam orationem a G. Sallustio mutuatus est.  

Sallustio  è per Ventidio l’exemplum da cui prendere in prestito l’oratio, intesa non solo come parola e discorso, ma anche come arringa con ragionamento per celebrare la sua vittoria.

Dell’orazione (cfr O.Hirshfeld, Dellius ou Sallustius in  Mélanges Boissieur, Parigi 1903)   c’è eco in Tacito (Germania, 37, e Historiae, 5,9).

Forse l’oratio ventidiana  è  da mettere in relazione al passaggio tra la domus Flavia e quella antonina in quanto Traiano può avere un modello, nella sua sfortunata impresa parthica,  in Ventidio, unico legatus vincitore dei parthi,  specie se si considera la successiva sconfitta antoniana, tanto deprecata da Patercolo e da Floro!.

Lo stesso Gellio chiude il racconto della storia/muthos del mulattiere console col dire che morte obita, publico funere sepultum esse / alla sua morte ricevette pubbliche onoranze funebri (Notti attiche, XV, 4).

Ci sembra utile per concludere definitivamente circa la figura di Ventidio  quanto afferma Strabone (Geografia, XVI, 1,289 mostrando come i parhi abbiano fatto in epoca augustea concessioni alla suprerazia dei romani, rinviando a Roma i trofei sottratti a Crasso, e come Fraate  ha affidato ad Augusto anche i suoi figli e i figli dei figli per assicurarsi tramite ostaggi l’amicizia  tanto da chiedere perfino il nome chi li possa comandare.

Strabone infatti dice: (Ibidem, VI, 4,2 C 288): i parthi vengono spesso a cercare  chi li governi e sono quasi pronti  ad abbandonare tutta la loro autorità nelle mani dei romani/oi de nun metiasin enthende  pollakis ton basileusonta, kai schedon ti plhsion eisi tou epi Roomaiois poihsai thn sumpasan eksousian.

Ed infine il geografo magnificando Augusto e Tiberio e l’imperium, ne giustifica l’egemonia  affidata ad un solo uomo oos patri come ad un padre e lodando il potere autocratico imperiale capace di assicurare pace ed abbondanza di beni (ibidem).

Ed aggiunge in conclusione:  Dunque,  l’episodio di Samosata  rientra nella guerra di Antonio contro Antioco di Commagene, dopo una guerra iniziata tardivamente da Roma sotto  il consolato di L.Marcio Censorino e C Calvisio Sabino, anno 39, poi conclusa  nel 38 sotto i consoli Appio Claudio Pulcro e G.Norbano Flacco.

Subito dopo Antonio, giunto in Commagene dà a Sosio il mandato, dopo aver destituito Ventidio, di governare la Siria  e torna in Italia. Sosio sottomette  gli Aradi e vince Antigono poi fatto uccidere da Antonio ad Antiochia, che dà il trono ad Erode.

 Mentre Sosio è intento a risistemare  la Siria secondo gli ordini di Antonio, che, giunto ad Atene, presa sua moglie incinta  si presenta con una imponente flotta  a Brindisi, in Parthia, a Ctesifonte, dopo una breve guerra dinastica fra i pretendenti al trono, Fraate diventa re dei re e subito fa le sue epurazioni  a seguito degli schieramenti  tra i figli di Orode II  dimostrando  crudeltà nella repressione interna.

Sempre da  Strabone (ibidem)  si sa che molti sudditi tra cui Monese inviano ambascere a Roma  per chiedere aiuto- anno 36- consolato di Agrippa e Gallo.

Essendo questa la situazione internazionale, Erode  si trova in gravi difficoltà nella guerra contro Antigono, anche se Erode ha l’appoggio di Sosio che ha mandato avanti 2 legioni mentre il resto  dell’esercito segue a distanza (Ant. Giud. XIV, 450).

Antiogno  ha  ancora la sua roccaforte in Galilea e  i suoi maggiori sostenitori nei lhistai e tiene saldamente Gerusalemme.

Secondo Flavio Erode diede l’incarico a suo fratello minore (Ferora) di provvedere a loro (Galilei) e cingere di mura Alessandreion.

 Questi secondo Flavio subito preparò il necessario per i soldati e ricostruì Alessandreion  precedentemente rovinato. Tutta l’impresa contro Antigono  è lasciata comunque, nelle mani  di Giuseppe a cui è proibito di fare azioni personali  anche se ha l’appaggio di Machera, da lui considerato elemento  non sicuro (-ou bebaion ibidem323-).

Erode nel ritorno da Samosata passa per il Libano  e la  Celesiria e fa reclutamento di soldati per congiungersi poi con le legioni di Antonio. Nel fratempo avviene la morte di Giuseppe, suo sostituto nella guerra contro Antigono.

Secondo Flavio – Guerra Giud  ( I,323-327) e  Ant Giudaica  XIV, 448-455- Erode perde Giuseppe perché il giovane  si scordò dei consigli del fratello,  che andava da Antonio e condusse l’esercito per i monti avendogli dato Machera cinque squadre per mietere il frumento a Gerico..I soldati romani erano poco pratici  come quelli che era stati scelti per la Siria,  ed egli fu assalito dai nemici e fu lasciato solo  in luoghi difficili, dove combattendo coraggiosamente fu ucciso e perse quasi tutto l’esercito in quanto furono sterminate cinque squadre. Antigono, vinti i nemici, tagliò la testa a Giuseppe e la vendette a Ferora suo fratello per 50 talenti. Insomma la situazione alla  fine del 38 non è favorevole ad Erode che entra in Galilea quando questa è in rivolta a seguito della sconfitta di Giuseppe  e i populares coi lhisthai hanno  fatto una stasis contro la nobiltà galilaica  e hanno affogato nel lago  i partigiani di  Erode.

Inoltre, subito dopo, la rivolta si è estesa anche in Giudea tanto che Machera è costretto a  fortificare il luogo chiamato Gitta.(ibidem).