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Archelao, figlio di Erode

Archelao, figlio di Erode

Giuseppe Flavio  parla  di Archelao per la prima volta quando il giovane è a Roma col fratello  Erode Antipa e coi fratellastri per motivo di studio (Ant.Giud., XVII,79-80) e poi alla morte del padre (Ibidem,188-199) ed infine,  lo segue dagli inizi del suo  regno fino all’esilio (Ibidem,200-355). Venti anni prima, invece, in Guerra giudaica, ne aveva parlato-alla fine del I libro  per mostrare la situazione della Giudea  subito dopo l’uccisione di Antipatro –  nuovo testamento,  morte  successiva  di Erode e  successione di Archelao  ton presbubaton uion  (663-673)- dopo  la liberazione da parte di  Alexas e Salome  dei prigionieri dell’ippodromo, dopo la convocazione di un ‘assemblea plenaria nell’anfiteatro di Gerico   ad opera del curatore del regno Tolomeo, che, avendo  l’anello col sigillo ton sementhera daktulion, glorifica il re morto, rivolge esortazione al popolo, legge  la lettera per i soldati invitati alla fedeltà al successore, apre le epidiathkai  i codicili testamentari e proclama la elezione di Archelao,  a cui affida l’anello e  gli atti amministrativi del regno  da consegnare,  in un plico sigillato, a Cesare, destinato a convalidare le volontà erodiane e a dare legittimo potere al nominale eletto.

Professore, lei ha fatto una rapida sintesi, situazionale,  per mostrare i fatti subito dopo la morte di Erode e le sue volontà testamentarie a favore del figlio maggiore  Archelao. Ha posto, però, il problema di due visioni della figura di Archelao, in relazione al telos/fine  delle due opere, diverso a seconda del particolare momento di scrittura.    Certamente mi vuole mandare un messaggio sotteso rispetto all’unicità sostanziale dello stesso racconto. Quale?

Marco, la sostanza  del racconto del Regno di Archelao  sembra la stessa nelle due opere, ma i particolari  sono spia di due diverse intenzioni, sottese,  dell’autore. Non c’è dubbio che la parte finale del I libro (33.8-9) e quella iniziale del II libro di Guerra giudaica (II.1-7) siano migliori,  e per forma  e per vivacità narrativa, della trattazione fatta in Antichità  Giudaiche XVII. Mi piace  rilevare questo inizio di regno di Archelao  con le parole testuali dell’autore: si levò un grido di giubilo per Archelao e venendogli incontro a schiere insieme con la folla, i soldati gli promisero il loro sostegno. e glielo invocarono anche da parte di Dio.

Dopo l’acclamazione militare, professore, so dalle due opere di Flavio  che Archelao si occupa dei funerali del padre. Quale differenza nota nella narrazione  dello stesso episodio? Apparentemente nessuna, ma ognuna ha una visione propria, in relazione al telos  generale.

 Flavio, mostrato il letto tutto d’oro tempestato di pietre preziose, la coltre di porpora  variopinta, il corpo avvolto in  vesti purpuree col diadema sul capo e con sopra un’altra corona  d’oro e con lo scettro nella destra, dice chiaramente : Archelao non trascurò nulla per la loro magnificenza, ma fece portare fuori  tutti i tesori del re  come accompagnamento del defunto….aggiunge che  intorno al letto c’erano i figli  e  la folla dei parenti  e la sua guardia del corpo costituita da Traci,  Germani  e Galli; seguivano i comandanti e subalterni  e 500 schiavi e liberti che portavano incensi  formanti una processione che avanzava ordinatamente per 200 stadi fino ad Erodion, il luogo  di sepoltura. e poi   e conclude informando  che Archelao ha apodhmias anangkh/  necessità di vita, fuori della patria, cioè di un allontanamento dal suo popolo, subito dopo i sette giorni di lutto.

L’autore sembra dire la stessa cosa nelle due opere, professore, ma lei mi marca, per la definizione dell’esatta figura di Archelao, che tutto dipende da questa necessità di recarsi a  Roma per avere l’investitura da parte di Augusto, compresi i  nuovi disordini /neoi thoruboi! Mi vuole far notare che i suoi successivi atti (offerta al popolo di un sontuoso banchetto- dopo aver indossato la veste bianca- l’ingresso al tempio  acclamato dalla folla, il saluto e il ringraziamento ai molti  per aver partecipato al funerale del padre  e per l’omaggio a lui reso, anche se non ancora re legittimo)  e le sue stesse dichiarazioni di astensione dal potere, finché non c’è la ratifica romana,  comprovata dalla non accettazione del diadema da parte dei militari a Gerico,  sono  atti equivoci e tipici di un erodiano, ambiguo nella politica filoromana, come lo stesso autore, all’epoca della scrittura  che, da apostata e da traditore, serve il vincitore e fa lo storico ufficiale di chi  ha distrutto il Tempio?!.

Certo, Marco.  io rilevo in una visione globale  storica una precisa funzione in Archelao e in Flavio stesso, che sono paradigmi in una oikonomia tou theou.  Considera che Archelao  si pone come un basileus/re   su un upselon bhma  un tribunale e che annuisce alle richieste popolari, ben conscio della presenza di farisei ed esseni  rivoluzionari, disposti a vendicare  i martiri, uccisi da Erode per aver distrutta l’aquila  davanti al Tempio: anche se giovane immaturo, i suoi atti sono studiati perché guidati da un consilium regis,  sadduceo che opera  in  relazione alla situazione giudaica, consapevole che il regno erodiano è pars dell’imperium romano, che è, comunque, sotto la protezione di un Dio padre.

Capisco, professore, che Archelao pronto per la partenza, non volendo  disordini, accoglie le richieste popolari  (ridurre le imposte epikourizein tas diasphoras ed abolire le tasse/anairein ta telh  rimettere in libertà i prigionieri ) ed  è,  suo malgrado, consenziente a quanto succederà secondo la volontà di Dio. Non mi è chiaro, però, perché lei rilevi che la  personalità di Archelao è letta da Flavio in modo diverso a seconda del momento  della scrittura delle due opere e dell’indirizzo  specifico dello scriptorium, operante all’epoca?

Mi dispiace  per il difetto di comunicazione! spero di correggermi e  di spiegarmi meglio. Marco,  seguimi bene  nel  ragionamento.   Guerra giudaica e  Antichità Giudaiche  sono frutto di uno studio non di un singolo scrittore,   sacerdote di cultura aramaica, un  sadduceo che segue l’airesis farisaica – e quindi già è contraddittorio in se stesso-  ma di un giudeo  e di  un gruppo di letterati che traducono il pensiero scritto in aramaico, inizialmente,  con una precisa ideologia in un’ altra lingua,  greco, che sottende la cultura  implicita  della paideia ellenistica,  che contrasta con la musar ebraica. Ora lo scriptorium, con uomini di diversa cultura, ha una sua funzione a seconda del momento storico. Perciò, anche la figura di  Archelao, come basileus re  che si siede su un trono d’oro  e si comporta come sovrano /oos pros bebaion hdh basiléa ha funzione diversa, a seconda dello scriptorium.

Professore, dico quello che ho compreso finora:  lei mi vuole comunicare che Flavio nel 74 d.C., anno della pubblicazione di Guerra Giudaica invia un messaggio all’intero kosmos romano, della venuta dall’ Oriente di un soothr, Vespasiano,  che porta pace e giustizia, dopo l’ anno terribile 69,  a seguito della morte di Nerone e che  dal male della  guerra giudaica e della guerra civile  Dio fa sorgere un  bene anche per Occidente  inviando il salvatore, che forma una nuova dinastia di euergetai: questo è il messaggio del gruppo di  scrittori riunito intorno al sacerdote ebraico, Giuseppe ben  Mattatia,  che ha l’ordine imperiale di scrivere la  Storia della Iudaea capta  sulla base dei suoi appunti aramaici, coordinando il lavoro per evidenziare e propagandare  la missione  di Roma  aeterna, la sua funzione civilizzatrice  e lo specifico mandato divino per il nuovo imperatore  e la sua casata  degna di regnare e di succedere alla domus aristocratica gulio-claudia, per il bene dell’umanità,   seguendo le linee della storiografia romano-ellenistica, anche in senso giuridico.

Benissimo. Marco! Questo è l’intento dello scriptorium, guidato dallo storico ufficiale giudaico nel  74, mentre  per  Antichità giudaiche c’è un’altro scriptorium,  in altra epoca, che  scrive sempre in greco  non la storia  soterica di salvezza universale  ma la storia di un popolo, prediletto da Dio suo padre, che ha cura del figlio prediletto seguendone la toledoth/le varie generazioni nel kosmos  romano ellenistico, in cui vive  come pars di un imperium, alla pari, simile agli altri popoli che seguono la giustizia  con un propria funzione,  al momento, non riconosciuta, data la particolare pietas  giudaica, che impedisce l’effettiva amalgama con gli altri. Comunque, Marco,  procediamo con ordine anche per ricostruire la reale figura di Archelao,  che per disposizione testamentarie  è erede di Erode, che siede sul trono del  padre secondo giustizia. Dunque, Archelao,  accogliendo le richieste popolari scatena una rivoluzione  e  Filippo,  suo fratellastro che lo sostituisce, non può mantenere le promesse di essere migliore del padre tou patros ameinoon e tanto meno può liberare  i prigionieri/ apoluein tous desmotous. In una tale situazione il giovane  di 19 anni, che  promette  e parte, lasciando il reggente nei guai  è menzognero! Archelao, inoltre, mentre si dirige verso Cesarea Marittima,  incrocia  Tizio Sabino, il  quaestor ad census accipiendos, incaricato  di mettere sotto sequestro i beni erodiani e controllare  le proprietà terriere imperiali di Traconitide e quindi non dovrebbe più  aver fretta di partire!  Avrebbe dovuto  almeno attendere per vedere cosa  sarebbe successo, dopo aver sentito le ultime disposizioni imperiali! Avrebbe dovuto affrontare la folla ed impedire ogni azione preliminare all’apotimhsis /al pagamento,  opponendosi al volere di Sabino, sapendo che, altrimenti, si  sarebbe scatenata la neoteroopoiia e ci sarebbe stato l’intervento repressivo da parte dell’esercito del governatore di Siria, Quintilio Varo imparentato con la domus Augusta, di cui ovviamente conosce i mandata / piani ! Archelao,  invece, ringraziata la folla, va  con gli amici a banchettare dopo aver fatto il sacrificio rituale, mentre già i facinorosi iniziano il compianto dei propri morti reclamando  la punizione dei favoriti di Erode e  la  deposizione del sommo sacerdote  Jhozar, desiderosi di creare pontefice un uomo più puro e pio,  cosa arbitraria, non possibile per Legge!. Il re, non ancora re legittimato da Roma, ha fretta di partire per ottenere l’agognato regno, e, forse, mal consigliato,  invia un comandante militare con pochi uomini per far desistere  il popolo che, numeroso, è nel tempio, costituito da fedeli non solo aramaici  del regno giudaico, ma anche forestieri ellenistici e parthici, giudei anche loro, venuti  per la festa  di Pasqua per fare sacrifici e riti! Per la folla di fedeli l’arrivo del comandante militare, che pur è sollecito a trasmettere  l’ordine Archelao  a desistere  da ogni rivolta, è una provocazione  e suona come invito alla neoteropoiia.

Professore,  devo capire che la folla non solo non recepisce il messaggio del re, ma comprende che il figlio come il padre reprime la volontà popolare e che, essendo menzognero, promette ma non può mantenere! la reazione popolare è, infatti,  la lapidazione dei militari, i quali  subito  vendicano  i compagni, quando Archelao, temendo di non poter tenere a freno il popolo, senza spargimento di sangue, fa intervenire thn  de stratian …olhn/l’esercito al completo.

Lei mi vuole dire, che Archelao, che sta arrivando al porto, nonostante le promesse, inviando l’esercito è conforme alla logica romana di repressione ed ha un atteggiamento  simile a  quello  attuato  poco tempo prima  da Erode su  Mattia di Margalotho e su Giuda Safireo?  A parole  dice una cosa,  a fatti ne fa un’altra!.

Marco, Flavio  su questo episodio fa discutere a Roma  a lungo i fautori di Archelao e  i loro oppositori, ed è quindi un conoscitore dei fatti, avendo fatto accurate ricerche lui  sadduceo per nascita e per scelta fariseo,  pur con le contraddizioni di un ellenizzato e romanizzato,  ha orrore nel descrivere da una parte la fanteria  che opera all’interno della  città  a ranghi serrati e la cavalleria che  rastrella  e massacra  nella piana del Cedron, disperdendo i  fedeli verso il Monte degli Ulivi  e dall’altra  i vari gruppi di uomini che attendono alle cerimonie sacrificali,  su cui piombano i militari! 3000  sono i morti! Archelao si presenterà  all’imperatore con questa carta vincente, stile Erode!

Quindi, professore,  devo comprendere che Flavio vede la figura di Archelao  in Guerra giudaica come suo padre, come un erodiano che, nonostante la necessità di un viaggio a Roma,  segue i mandata  imperiali anche in Gerusalemme  e la politica romana di repressione, anche nel  momento del censimento nelle sue due fasi  di apographe e di apotimhsis, che sono un preludio alla cosiddetta pacificazione della regione  per i romani?

Marco, a mio parere,  circa la vicenda, dobbiamo, perciò, esaminare in Flavio i telh /i fini dei due scriptoria,   uno tipico del periodo  di circa quattro anni tra la distruzione del tempio e la successiva presa di Masada con  la pacificazione di tutta la zona ad opera del legatus Lucio Flavio Silva, un altro del periodo di Domiziano assolutistico, nuovo Caligola, che è dominus et deus.  Devi considerare nel primo il compito di  uno scrittore, pubblico, ufficiale storico di corte, che scrive un‘upourgia per la domus regnante  e quindi  inneggia e omaggia come soterica la famiglia dei Flavi, cui appartiene, in senso romano ellenistico universale;   nel secondo, invece,  devi vedere un altro Flavio, privato, con i suoi scribi personali,  che ha  una propria visione privata, non essendo più uomo di corte, ma ebreo vicino al suo popolo, per il quale  mostra la toledoth, le sue Antichità e ne fa l’apologia in mezzo agli altri popoli che  fanno parte  del kosmos imperiale al fine di evidenziare la sua contestata reale integrazione  con un falso messaggio, presente anche in Bios, in quanto sottende una impossibile conciliazione tra il sistema romano ellenistico innovatore e l‘animus aramaico conservatore di cultura mesopotamica, ora dominante anche tra gli ebrei ellenisti, rovinati finanziariamente ed  economicamente dall’impostazione quiritaria flavia italico- occidentale. Flavio, nonostante la dimostrazione  giuridica con decreti imperiali – a  cominciare da Giulio Cesare- incisi nelle tavole di bronzo in Campidoglio e scritti su tavola di bronzo per i Giudei di Alessandria-(cfr.J.Juster, Les Juifs dans l’empire romain,Paris 1914  e il corpus Papyrorum romanorum  di V.A. Tscherikover-A.Fuks,  Harvard U,P., 1957-1964 ) alle altre nazioni, al fine di far riconoscere che i re  dell’Asia e dell’Europa hanno avuto stima di noi  ed hanno ammirato il nostro valore  e la nostra lealtà, comprovata anche dall’ alleanza stretta  con I romani  e con i loro imperatori (Ant,Giud.,XIV,186), non risulta convincente dato  il reciproco sospetto tra le due parti antagoniste   alla fine del I secolo d.C!. 

Professore,  quindi, se non  comprendo il diverso  telos delle due opere neanche posso comprendere  il rilievo della  figura di Archelao un erodiano filoromano controverso,  come quella dello  stesso nipote e cognato  Erode Agrippa, uscita fuori dallo scriptorium  di uno storico ufficiale  e tanto meno posso intendere la distinzione con quello  di un privato civis che scrive, come Luca, il quale , anche lui,  fa  ricerca accurata per il bios di Christos  come memoria generazionale, come parte di  antichità giudaica.

Lei, quindi, vede il secondo Flavio col secondo scrittorio molto vicino al medico Luca e al suo serio  fare storia vera?

Marco ho dimostrato in tante altri miei lavori  che Luca è discepolo – non so come!- dell’autore di Antichità giudaiche e non è il caso di insistere cfr. Upourgia e Vangelo di Marco www.angelofilipponi.com

Professore, lei lì parlava del Vangelo di Marco?

Vero, ma sottendevo anche quello di Luca cfr. Qual è il sondergut di Luca, e quale quello di Matteo? ibidem ! Per meglio chiarirti il problema ti aggiungo, in conclusione a questo argomento, che lo scriptorium del 74  è legato alla corte flavia,  che, intenta a debellare  il male giudaico aramaico, sta concludendo la sistemazione di quell’area in relazione alla Nabatea  e alla Siria,  mentre quello del 94,  sottende che   sono  iniziate nuove staseis giudaiche, che ora  coinvolgono il giudaismo ellenistico del Mediterraneo orientale, specie alessandrino,  che si congiunge con le forze  rivoluzionarie, rimaste in patria, che piangono ancora sul Tempio distrutto,  riorganizzate clandestinamente in senso militare nei consueti luoghi  montani e desertici  con nuovo goetes e con lhisteria/ Bande armate  zelotiche, coperte  protette e dai  parthi e  dai nabatei.

Mi sembra di aver  finalmente capito  e penso di avere  chiara  la sostanziale figura unitaria di Archelao,  la cui  strutturazione  è da vedere come personaggio, nonostante la sperimentazione decennale provvisoria augustea,  inadeguato  agli scopoi  romani e perciò soggetto da ridurre allo stato privato di civis  e da esiliare, in Occidente. Aggiungo che posso dire di aver più chiaro il ricordo che ha  Gesù, nel vangelo lucano,  di Archelao, un re che deve  fare un  lungo  viaggio e  che lascia i suoi tesori agli amministratori  con l’ordine di gestirli in sua assenza e che tornato, chiede il rendiconto, sulla base dei risultati e del profitto!.

Bene. Marco, sono contento!.  Perciò voglio chiudere questo discorso iniziale su Archelao  e farti notare che  In antichità giudaiche XVI,174-78  Flavio mostra il suo telos  specifico per questa opera che è apologetica  in quanto cerca  consenso tra i popoli che  fanno parte dell’imperium romano e  che si sono perfettamente integrati e  sono regolati dalle  stesse leggi, avendo una comunione di valori  e una comune Giustizia/Dike,  che regna  e rende tutti, compresi  gli ebrei che  la osservano, come gli altri,  benevoli ed amici tra loro. Il sacerdote giudaico,  spiegando  to allotrion /la discordante diversità  en th diaphorài/ nella differenza toon epitedeumatoon /delle usanze,  esorta tutti ad aver un comportamento conveniente alla magnanimità e disponibilità alla kalokagathia.  Flavio  sembra anticipare,   come propheths i tempi  iniziali dell’epoca traianea  quando comincia una guerra ideologica contro i Giudei, ritenuti proprio non disponibili alla kalokagathia  e lui,  uomo ancorato al periodo Flavio – in cui ancora sono presenti gli effetti della legislazione giulio/claudia che aveva protetto il commercio  e la  funzione giudaica nell’imperium-  e che perciò ora ricorda leggi e magistrati  come difesa dall’ atto anche giuridico,  come  volontà di mostrare oltre la propria integrazione di differente  ma di comune cittadino romano  anche quella  del suo popolo, anche se odiato ed emarginato, per il suo elitarismo clericale, come incapace di accettare l’ ideologia del principato,  sintesi di quiritarismo ed ellenismo.

Flavio, dunque,  nel momento domizianeo, sente l’urgenza di difendere il giudaismo internazionale ellenistico mostrando leggi e i decreti del periodo repubblicano in XIV,19 e  in XVI,6 , le leggi di Augusto e di Agrippa, poi riconfermate da Tiberio, nonostante al cacciata dei giudei del 17 d.c. e la persecuzione di Seiano.

Secondo me, professore è giusta la  sua  indagine  e quindi nel primo bisogna rilevare  Archelao nel quadro di una politica romana, ormai tesa a cambiare strategia operativa e dare un’autonomia  dopo l’annessione della Iudaea alla Siria, come tipico esempio di transizione  per l’attuazione del censimento e della pacificazione dopo la stasis successiva alla morte di Erode e a quella dell’esautorazione di Archelao, mentre nel secondo il regno di Archelao è un tipico momento di lotte e di provocazione romana  che anticipa la politica di estirpazione da parte giulio-claudia del cancro giudaico  con l’invio di Flavio Vespasiano col mandato militare  di effettuarlo.

Marco, mi piace  e la tua ricostruzione e il tuo acume storico, ma ora il nostro discorso-  che verte sulla presenza degli erodiani a Roma   e sul loro peso nella comunità romana – deve  essere  portato avanti. Torniamo, perciò, dopo questa lunga digressione,   al giovane Archelao che si sta formando a Roma  coi suoi fratelli.

Per mia personale utilità, professore, desidero  sapere quanti figli di Erode  sono a  Roma all’epoca,  e quanti e quali famigliari hanno un maggior peso  e in special modo   quanti  potrebbero far  parte del gruppo di 8’000 giudei romani  che, insieme  ai cinquanta ambasciatori,  autorizzati da Varo, nel corso stesso della neoteropoiia   chiedono all’imperatore  l’autonomia per la Giudea?

Marco,  mi fai una domanda complessa, a cui mi è difficile rispondere anche se con esattezza posso solo dire che  di una popolazione giudaica romana di  50.000 elementi, la maggior parte è un’ élite sacerdotale  dissidente dal pensiero di Erode  e dai sadducei filoromani, connessa con elementi  principeschi asmonei, esiliati  da tempo, costretti a vivere accanto ai numerosi figli di Erode, avuti di varie mogli, che studiano presso  famiglie nobiliari  romane, come quella di  Asinio Pollione o di  Valerio Messalla, che hanno un tenore di vita alto coi sesterzii paterni, amministrati da dioichetai  e da trapezitai romano-giudaici.

Si tratta, dunque, di un’apoikia /colonia  giudaica romana, costituitasi  inizialmente con pochi elementi nel II secolo a.C., dopo le prime apparizioni folcloristiche di ambasciatori  ebraici  con vesti sacerdotali  che riescono ad avere un foedus con Roma nella lotta contro Antioco IV Epiphanhs,  e poi divenuta consistente per l ‘esilio di sacerdoti che, come Onia IV,  hanno la possibilità di rifugiarsi o a d Alessandria o a Roma  sotto la protezione lagide o sotto quella romana, infine  diventata numerosa per l’arrivo di giudei alessandrini e antiocheni, oltre ad un gruppo gerosolomitano, trasmigrato nel periodo delle lotte tra Hircano ed Aristobulo, prima e dopo l’intervento di Pompeo e la presa della città santa?.

E’  andata  proprio così, Marco.  La colonizzazione è quella  di cui ho parlato in Giudaismo romano I ( e.book Narcissus 2012), anche se bisogna dire che la colonia si raddoppia solo nel periodo tra le due guerre civili quella a seguito deI I triumvirato  e quella  dopo il secondo triumvirato, quando gli eserciti romani  spadroneggiano nella terra  santa giudaica con i legati o cesariani o pompeiani in lotta fra loro che, bisognosi di viveri e  denarii,  depauperano il territorio occupato  ed ancora  di più  dopo la morte di  Pompeo, il trionfo di Cesare e sua uccisione, con la conseguente guerra tra i cesaricidi e Antonio ed Ottaviano: i trapeziti ebraici  si  sentono più sicuri a Roma che  in Giudea da dove possono finanziare  chi  chiede il loro denaro senza correre i pericoli della rappresaglia militare, potendo apprezzare lo ius romano, senatorio, direttamente, che funziona  molto diversamente in Oriente,  dove è applicato con la forza  da pubblicani e da cives e da legati affiancati dall’esercito!

Dalla colonia romana ebraica, allora, professore, potrebbe venire la richiesta di  autonomia giudaica  da parte di ebrei che apprezzano  la giustizia romana in un clima pacifico, ordinato, prima  dal senato ed ora  da Augusto, che impone le regole, secondo equità fiscale, nelle province imperiali?.e specie nel caotico anno della successione  di Archelao?

E’ possibile, Marco! il giudeo, essendo un banchiere methorios, conosce bene il diverso funzionamento provinciale tra quello rapace delle province senatorie e quello più equo delle province imperiali e sa che  i governatori  delle prime  inviano tributi e tasse  all’erario e delle seconde al fisco!. Non ho, comunque,  fonti per poter rispondere esattamente a questa ultima domanda  anche se penso che, secondo logica,   H autonomia patria ancora è prematura non essendo del tutto pacificata la regione, a causa dell’ apographh incompiuta  ( cfr. La nascita di Gesù  In Jehoshua o Iesous? op cit). Invece per quanto riguarda Archelao ritengo che la mia risposta possa essere la seguente. La causa, intentatagli dai parenti circa il suo diritto al governo del Regno paterno  avviene perché Erode, prima di morire quando era sano di mente  ed aveva imprigionato suo figlio Antipatro, reo di avvelenamento, che aveva governato come supplente, aveva cancellato  il precedente  testamento stilato  a favore di Erode Filippo, figlio di Mariamne di Boetho, inizialmente per darlo al figlio di Doris. In seguito, essendo quest’ultimo in carcere,  aveva fatto un nuovo testamento a favore di Erode Antipa il figlio minore di Maltace,  per le chiacchiere fatte da Archelao a Roma riferite al re, ingrandite dai cortigiani. Dopo la morte di Antipatro, nei quattro giorni successivi, essendo lo stato mentale di Erode  compromesso e dal dolore fisico,  dalla  demenza senile  e dai rimorsi per l’ultimo tragico atto compiuto contro il figlio primogenito,  scrisse dei codicilli  con cui designò Archelao come successore.

Certamente professore, il testamento è facilmente impugnabile  già per i due termini usati  a Roma, davanti al tribunale di Augusto dove  le due parti avverse  si fronteggiano con due avvocati di valore: per Erode Antipa  c’è Antipatro di  Salome (che,  data la sua figura di intrigante  fa da  ago della  bilancia  tra i due fratelli  facendo pendere la giustizia  inizialmente a  favore di Erode Antipa), per Archelao Nicola di Damasco, che vince la causa.

A Roma, comunque, il potere di  Salome è grande  da tempo:  la donna avendo seguito suo fratello Erode nei suoi viaggi romani  aveva conosciuto di persona Giulia Livilla  la moglie di Ottaviano e sua sorella Ottavia, oltre alla nuora  Antonia Minor. Inoltre si crede che, scaltra faccendiera com’era, aveva  mantenuto le sue amicizie coltivandole, nella lotta  contro le nemiche asmonee, Alessandra e Mariamne, legate a Cleopatra, inviando lettere e doni  profumi e balsami, vesti damascene. E’probabile che  suo figlio maschio, come quelli di Erode abbia fatto gli studi per una normale educazione e formazione romano-ellenistica, chiara nel suo discorso contro Archelao. Suo figlio maggiore  Antipatro IV,- sposato con  Cipro II, figlia di Mariamne Asmonea,-  dovrebbe vivere a Roma da qualche anno  raggiunto   dalla sorella Berenice,   che, rimasta vedova di Aristobulo IV  con i suoi cinque figli, dopo una sosta ad Antedone di breve tempo, si mette sotto la protezione di Augusto, mentre la madre Salome, dopo la morte di Giuseppe, prima, e di Costubar, poi,  si risposa con Alexas, dopo il chiacchierato rapporto con il principe nabateo Silleo.

Professore, la situazione a corte, presso l’imperatore, al momento dell’ arrivo di Berenice è, a dir poco, funerea? Certo, Marco,  i lutti  si sono succeduti  a breve distanza,  23 a.C.  Marcello,  nel 12  Marco Agrippa, nel  11  Ottavia nel 9  Druso maior. Le  vedove,  Giulia ed Antonia  hanno bisogno di consolationes e  accolgono con solidarietà femminilE  la sfortunata Berenice.

Il matrimonio di Berenice con Teudione, fratello di Doris, prima moglie di Erode,   e quello di Giulia con Tiberio, devono essere dello stesso periodo, ma in luoghi diversi,  forse l’uno avvenuto ad Antedone per volontà del re  e l’altro a Roma,  voluto da Augusto che pensa a proteggere  Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa,  ora membri della famiglia Giulia, destinati alla successione.

La venuta a Roma di Berenice coi figli  forse lo stesso  7 a.C. ,anno della  morte del marito  Aristobulo e di suo fratello Alessandro,   è patrocinata  certamente  da Livia, da Giulia Maior e da  Antonia Minor, sollecitate da lettere di Salome, che è legata  alle romane.

Professore, lei parla di un’amicizia di Salome  anche con Ottavia, la  sorella di Ottaviano, il cui figlio  Claudio Marcello fu marito di  Giulia Maior figlia di Ottaviano, che morì giovane, per cui Virgilio scrisse versi  nell’Eneide?

Certo. Marco! Virgilio  scrive di Claudio Marcello, nato a Roma nel 42 ,  morto a Baia nel 23, quando aveva iniziato la sua carriera politica come edile ed aveva fatto relegare in Oriente Marco Agrippa, seppure con comando straordinario  perché insofferente a stare in ombra ai comandi di un giovane diciannovenne. Si. E’ quel Marcello, di cui Virgilio  celebra nel VI libro vv. 883-884  il suo tragico destino, anticipato profeticamente da Anchise a suo figlio Enea, che lo vede tra i suoi discendenti: Heu miserande puer, si qua fata aspera rumpas/ tu Marcellus eris, Manibus date lilia plenis/purpureos spargam flores animamque nepotis / his saltem accumullem donis et fungar inani/ munere.-ahi! miserevole fanciullo, se mai tu potessi spezzare  gli acerbi fati, tu sarai Marcello., datemi gigli a piene mani  che gli abbaglianti fiori io sparga e all’anima del mio nipote così almeno accumuli  doni e compia un vano dovere.

E’vero, professore, che Ottavia fece doni grandiosi per quei pochi versi?

A quei tempi i poeti di corte e i letterati hanno doni regali, ville grandi come province, masserie di migliaia di ettari!.Allora, Marco, i poeti aulici,  come il parthenias  Virgilio,   sono ricoperti d’oro come fa la tv con attori, sceneggiatori, conduttori, veline, come faceva Berlusconi con le  escorts e Ruby! .Non devi meravigliarti se Ottavia, presa da commozione tanto da svenire e da avere difficoltà  a riaversi,   diede 20.000  sesterzii per quattro esametri completi e un dattilo iniziale di stikos, recitati, però, al  momento opportuno davanti al principe e a sua sorella in lutto  (cfr.Donato, Vita,32)!. Era davvero una grande somma?

Potrebbe essere eccessiva per un vecchio professore che non ha guadagnato una lira dal suo lavoro di  ricerca  e che fa i conti per campare con la pensione!. Comunque, giudica tu! io sono abile in matematica come un mastro muratore.

Con mezzo sesterzio – due assi-  si comprava 1 kg, di pane (3 Euro circa);  con un sesterzio -4 assi- un popolare si scopava una prostituta al lupanare ! Puoi capire, quindi,  che, se con 1 sesterzio si possono comprare  2 kg di pane (6 euro attuali), la cifra,  presa da Virgilio, cioè 120.000 euro,  è notevole. Se pensi che si tratta solo di 28 lemmi significativi ,  comprendi che il poeta ebbe  per ogni termine 715 sesterzii, quasi la paga annuale di  un  legionario e mezzo (500 sesterzii), e complessivamente la paga annuale di 42 legionari (o la paga annuale per 28 anni per un legionario e mezzo)!.

Andiamo  avanti, professore!, Lei parla anche  di Antonia minor, la nonna di Caligola?

Si. Parlo di Antonia Minor,  che è donna  di costumi quiritari, una nuova Cornelia, che rifiuta un secondo matrimonio, una vera antica domina, solidale  con Berenice, che fa da nutrice anche a Claudio, dandogli il suo stesso latte!Dunque, Marco, i giudei a Roma erano molti e vivevano come tutti quelli delle colonie  con lo sguardo fisso agli avvenimenti della loro patria,  rivolgendosi nella triplice preghiera giornaliera, verso il tempio di  Gerusalemme e si relazionavano con gli altri pagani mediante una speciale  forma di separazione ameicsia  (Cfr. Ameicsia  www.angelofilipponi.com) che permetteva loro di non confondersi e mescolarsi. Gli erodiani, a Roma,  erano, quindi, uomini  rispettati perché la casa regnante   era loro amica. Alcuni erano educati coi figli delle famiglie più nobili ed erano romanizzati ed ellenizzati  ed avevano contatti minori con le sinagoghe e parlavano, comunque, Aramaico, Greco, Latino e recitavano le preghiere rituali  in ebraico mishnico, mangiavano Kasher, santificavano come gli altri il sabato  e le feste comandate   e si separavano dagli altri all’occorrenza  partecipando alla vita cittadina, quando possibile,   con le restrizioni tipiche ebraiche, coscienti di essere figli di Dio, come progenie divina,  e di portarne  nel proprio corpo il segno stesso perché  la circoncisione valeva come  sigillo divino. Ancora di più doveva essere impegnativo in senso ebraico, la presenza di scribi, dottori della torah,  al  fianco, dei figli maschi di Berenice, che erano sotto la tutela di Antonia, dopo la morte della madre,   protetti e dalla domus Antonia e da quella  Giulia al pari dei figli di Antonio, prima, educati da Ottavia – che    si era preso  cura anche degli altri figli della casata e perfino dei figli dei re socii  ed alleati  del popolo romano- ed ora  dalla figlia. Di un particolare privilegio godeva Berenice per la  stretta amicizia con Antonia: i loro figli maschi vivevano   e crescevano insieme, specie Claudio ed Agrippa  e le femmine  avevano una comune educazione secondo la tradizione romana e quella ebraica congiunta, dopo la riforma dei costumi fatta dall’imperatore, augure e sommo pontefice.  La figura femminile di Cornelia, di Giulia moglie di Pompeo,  e di Ottavia, di Livia e di Antonia quella di donne ebraiche celebrate dalla tradizione,  erano esempio di una nuova femminilità romana più austera, dopo gli  eccessi  e le scostumatezze di Precia, di Clodia e di Fulvia, in epoca repubblicana.

Professore, nel 4  a.C. sono tutti bambini nepioi, i romani Germanico, Claudio,  Druso minore, figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina,  che seguono i maestri, ellenistici, ed apprendono la loro storia, e  quelli giudaici, Erode di Calcide ed Erode Agrippa, hanno come ebrei, erodiani, una doppia educazione come quella alessandrina ed una doppia patria quella romana e quella gerosolomitana?

Certo.  In particolare modo quelli che da tempo  vivono a Roma come  Erode Filippo  figlio di Mariamne di Boeto sommo sacerdote, divenuto marito di Erodiade, da  cui  nascerà intorno al 10 d.C  Salome, la danzatrice che farà mozzare la testa di Giovanni Battista, o come i figli di Maltace gerosolomitana,  i cui figli  Archelao ed Erode Agrippa, erano stati educati a Roma ed erano tornati in patria un anno prima della morte di Erode, al momento dell’arresto di Antipatro,   dopo il verdetto  imperiale ( cfr. Ant. Giudaiche, XVII,52-148 e Guerra giudaica I,32-33):  sotto il regno di Archelao, avviene il matrimonio di Erode Antipa con Dasha nabatea, figlia di Areta IV e quello fastoso del sovrano di Iudaea con l’altra figlia di Berenice  Mariamne, come una pacificazione tra due stati socii , il primo, in quanto   garanzia di pacifici rapporti tra il tetrarca di Galilea e Perea e il re Nabateo , con estensione a tutto l’ex regno erodiano  e il secondo  come rinnovato vincolo  familiare interno.

Professore,   tutti questi giovani viventi accanto a tanti giudei dissidenti hanno loro idee, di autonomia nazionale, come quelle di Archelao ed Erode Antipa  accusati da lettere di amici di Erode, istigati da Antipatro, a  scrivere che i figli di Maltace sparlano di lui  ritenendolo assassino dei due fratellastri Alessandro e Aristobulo e che  si commiserano compiangendosi perché il loro richiamo in patria equivale ad  una condanna a morte!

Tutti, Marco,  hanno una loro politica in reazione alla educazione ricevuta e perciò considerano bestiale il governo del padre ( Ant. giud, XVII,309 ) che ha abbellito ed arricchito con la sua munificenza le nazioni straniere e che ha reso povera la Iudaea, e che ha favorito una burocrazia  corrotta,  placabile solo con le mance ed ha fomentato  con le innovazioni arbitrarie da philhllhn,  non conformi alle leggi,  la costituzione di bande armate di ladroni/ lhisteiria rendendo il paese invivibile.

Dunque, professore,  i figli educati a Roma ritornano  a corte con idee eversive  di neoteroopoiia, antierodiane,  in senso di autonomia patria, che coincide,  da una parte, con la volontà aramaica, di cambiamento con la possibilità di tornare  sotto la stirpe asmonea, secondo la predicazione  farisaica ed essenica, che propendeva, dall’altra,  ad avvicinarsi e  a  fondersi coi confratelli di Parthia, parenti per lingua e per religione.   Inoltre, quali sono le ultime volontà di Erode? quelle del testamento in cui è eletto re Erode Antipa e quelle dei codicilli ultimi dettati dopo la morte di Antipatro, da una mente malata in un corpo  disfatto?

A me sembra, Marco,  che  l’atto di  scrittura testamentaria/ diathhkh (Ant,Giud., XVII. 224)  sia di un momento migliore di salute  del re, mentre quello dei codicilli  d’epidiathhkh /nuova disposizione di un testamento già fatto (ibidem, 226) è proprio di un uomo delirante e rantolante, incapace di connettere!.

Comunque, il suo avvocato Nicola di Damasco, pur nel dissenso generale,  è abile sia nel primo processo che nel secondo a dimostrare, da una parte, la lucidità di Erode fino alla fine della  vita e, da un’altra,  a rilevare la non colpevolezza di Archelao, pur esaminato nel suo preoccupato comportamento iniziale  di fronte ai sediziosi, colpevoli di aver ucciso  uomini che facevano il loro servizio e cacciato il tribuno intervenuto per pacificarli. Lo stesso incidente della morte di 3000 fedeli  in Gerusalemme  è accaduto per la violenza degli oppositori che lottano, animati da neoteroopoiia,  essendo rivoluzionari che combattono anche contro l’esercito schierato, costretto a difendersi dagli attacchi di forsennati: la morte dei fedeli è dovuta al loro  stesso intransigente zelo  rivoluzionario!

Professore, il verdetto di Ottaviano nel 4 a.C., conforme a quanto deliberato da Erode,  è in linea con quanto decretato nel 6. a.C., dopo che Antipatro aveva vinto al causa  con Silleo?

Augusto in quella occasione riabilita Erode come amico, per qualche tempo ignorato e  tenuto a distanza, avendo scoperto la  falsità di Silleo  e quella di Areta IV, non ancora nominato re,  avendo capito che gli arabi avevano creato appositamente l’incidente di Repta per accusare di abuso di potere  il re giudaico, che, non come sovrano belligerante,   aveva attaccato un regno anch’esso consociato coi romani,  senza averne l’autorizzazione, ma  come riscossore di un debito, dovuto e a lui e ai romani, con un contingente  di guardie del corpo e di soldati stazionanti al confine, era entrato  entro i confini altrui: gli avvocati avevano dimostrato  che non era un  casus belli, ma solo riscossione di denaro dovuto, confermato poi dalla confessione di Silleo che ritira anche le accuse dei morti (25 e non 250 come diceva la propaganda araba!).

Il caso di Repta si risolse, quindi,  in un nuovo e più fraterno abbraccio di Augusto con il re giudaico non ancora malato, che aveva però, diseredato il figlio di Mariamne di Boetho  ed aveva nominato successore Antipatro che, allora reggeva il regno come vicario.

Infatti tutti i giovani  erodiani ed asmonei che erano a Roma  nel 6 a.C.avevano fatto omaggio al reggente andando a riverirlo  nel tempo di attesa, necessario per aver un incontro con l’imperatore! .

Dunque, professore, nel 4 a.C. il testamento migliore non era quello dei codicilli,  ma, comunque, Ottaviano elegge etnarca  Archelao -che, prima di essere riconosciuto re  dai romani incappò in una rivoluzione religiosa appositamente fatta sorgere dai seguaci di  due dottori della morti con i loro  40 discepoli per aver distrutto l’aquila posta da Erode davanti al Tempio-  perché riconosce che nel periodo di  sua assenza  si  verifica la neoteroopoiia poi sedata  a fatica da Varo a causa dell‘apographh di Sabino.

Archelao,  non sembra  uomo fortunato/eutuchhs, come il padre, ma, comunque, riesce a regnare?

Certo, Marco, ma  il suo regno è  di solo  10 anni,  e  non è mai una basileia vera perché,  secondo Flavio, rimane sotto inquisizione di Ottaviano che già sta, col suo gruppo di esperti orientali e giudaici, tra i quali Saturnino e Quirinio, elaborando il piano di annessione della Iudaea  alla Siria. Inoltre il giovane etnarca non  è accolto bene  al suo ritorno col titolo riconosciuto dai sudditi, che gli imputano colpe anche non sue: Farisei ed esseni  soffiano sul fuoco  quando ancora ci sono focolai di insorti lungo il Giordano. Archelao, poi, sembra avere un  problema con gli esseni, anche se Flavio non ne parla esplicitamente. Il re, infatti,  tornato in patria i primi  giorni  dell’ autunno  con poteri limitati, in quanto Augusto  ha imposto moderazione ed equità non solo nella repressione di Atrongeo, che  ha la sua maggiore azione offensiva lungo il Giordano, ma anche con i sudditi e con  gli oppositori religiosi  interni, come i farisei e gli esseni.

Non gli è facile regnare, Professore?

In Iudaea secondo Flavio non c’è potere che conta perché   le tante contraddizioni  religiose, sociali e politiche, sommate insieme impediscono una normalità  amministrativa in Gerusalemme, metropoli  sacra per ogni ebreo anche parthico ed ellenistico, considerata la santità del  Tempio e  la  ricchezza del suo tesoro/ gazophulakion.!

Comunque, vinto Atrongeo, un pastore notevole per  statura e per forza  di braccia, che si era incoronato re  ed aveva formato un suo consiglio senatorio, dapprima grazie agli aiuti dei sebasteni di Grato e di  Tolomeo di Iacimo, poi, con le sue stesse truppe, Archelao gli promette salva la vita,  dopo aver giurato garanzia sulla sua fede in Dio e  avutone  la resa, ottiene  la pacificazione di tutta la zona cisgiordanica e transgiordanica (Ant. Giud.XVII,284), nonostante l’opposizione religiosa degli esseni.

Questi erano stati autorizzati a ricostruire – non si sa esattamente l’anno  –  e   a rifondare il loro monasterion  utilizzando le parti  meno compromesse dal terremoto del  31 a.C, compreso lo scriptorium, e lo avevano ripopolato con circa 4000 uomini. Essi, però, non erano contenti della diminuizione delle acque,  necessarie per i  loro riti purificatori  e per l’irrigazione  dei campi, avendo un sistema solo agricolo, non commerciale, di sopravvivenza.

Perché Archelao  non concede acqua a sufficienza ad uomini  santi, agricoltori?

Non ne so il motivo, anzi ti aggiungo che  non so neanche se la cosa è così!. So solo che  vuole tentare di fare una masseria agricola a scopo commerciale   come quella di  altri cives romani  attivi nella zona del Giordano. Sembra che la voglia fare non lontano dalla sorgente  oggi detta di Eyr Pug, poco a nord della zona essenica  dell’odierno Qumran e che intenda irrigare la Piana del Neara   dopo aver ricostruito il palazzo  asmoneo  di  Gerico, dopo la fondazione di una città,  chiamata Archelaide,  oggi Kirbet Auga el Tahtani.

Mentre sorge Archelaide ed è  avviata la coltivazione di palme, secondo i voleri di Archelao, sembra(?) che l’etnarca decreti di accogliere la richiesta di  ritorno nelle sedi orìginarie  fatta dagli esseni, domiciliati nelle città  vicine e in Gerusalemme, dove hanno rotto il giuramento di essere celibi e dove vivono come sposati. Nel corso del trasferimento e durante il periodo di riconversione e di ristrutturazione e delle  mura  degli edifici e della regola primitiva  sembra cominciare l’attrito con l’etnarca, che poi si acuisce per la faccenda della scarsità di acqua fornita.

Professore, io conosco la sua etimologia di rivale– da rivus–  da lei fatta nel corso del  liceo, quando parlava di ruscello  deviato da contadini a monte, minacciati ed odiati da quelli più in basso, per portare l ‘acqua  incanalata verso i loro campi e faceva l’esempio  di agricoltori  sotto la montagna la Montagna dei Fiori, che dovevano  fronteggiare la reazione di  chi  aveva terra  sottostante.  Gli esseni essendo più in basso, non avendo acqua o avendola razionata avrebbero potuto reagire al sovrano anche  a ragione dell’acqua   quando già lo odiavano perché erodiano e menzognero, essendo nostalgici del regno asmoneo e/ o desiderosi di autonomia (cfr. Ant Giud., .XVIII,32. dove Archelaide è ricordata per l’eccellenza dei datteri  in epoca in cui governa la Iudaea  Marco Ambivolo -9/12 d.C-). Eppure, nonostante il dissidio, Archelao chiama un esseno a spiegare il sogno delle nove/ dieci spighe.?

Marco, a dire il vero Archelao secondo Antichità Giudaiche  interpella altri, prima di lui, e poi, non avendo una risposta significativa univoca date le tante interpretazioni,  fa venire  Simone esseno,  mentre in Guerra giudaica  sono chiamati indovini  ed alcuni Caldei per l’interpretazione, ma siccome danno differenti letture, il re ha la spiegazione esatta da Simone, esseno di stirpe. Ti aggiungo che, secondo me, Archelao non può chiamare gli esseni perché sono suoi nemici, anche se ha loro concesso il ritorno nelle sedi originarie avendo  già contestato  il suo matrimonio con Glafira. Se, infatti,  Archelao fosse stato in buoni rapporti con gli esseni ovviamente li avrebbe consultati per primi  perché essi come profeti e interpreti dei sogni leggono in Dio  ogni cosa, che accade sulla terra  vedendone l’oikonomiail  piano  eterno   e sui privati,  sui re,  sull’ecumene.

Infatti  anche Flavio, sacerdote e storico,  rivendica per se stesso la stessa funzione essenica di leggere, oltre i fatti terreni  e le vicende umane  (Cfr. Vespasiano e il Regno  in www.angelofilipponi.com ) anche  altro, secondo l‘oikonomia tou teou. Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopeia perieilophotos  di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane)  dà l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10): la sua storia in Antichità giudaica è lettura sacerdotale della  pronoia di Dio padre su Israel eterno!

Per lei, professore, quindi, Archelao, avendo avuto la scomunica per il matrimonio con Glafira deve forzare  un esseno a  rivelargli il significato del sogno dell 9/10 spighe mangiate dai buoi?

Per un esseno che applica le regole sul levirato il matrimonio tra Archelao e Galfira non è possibile per tre motivi: I. non è valido il ripudio di Mariamne, per la motivazione della sola infecondità in quanto donna onesta ed ancora giovinetta;   II.  Glafira  non può per la terza volta risposarsi, se vedova, dopo il secondo matrimonio per di più contratto con un pagano anche se re di Mauritania, III. è stata moglie  di un fratello da cui ha avuto due figli. Si ricordi che in caso di effettuazione di un  matrimonio contro legge segue l’anathema con la maledizione che significa che ogni contribulo, zelante,  deve  o tenersi alla larga o uccidere l’inadempiente alle prescrizioni della torah.   Infatti sembra che Flavio nelle due opere mostri che il marito defunto si arroghi il diritto di far morire la moglie, Glafira: secondo il racconto di Antichità Giudaiche (XVII,353) la donna   sogna Alessandro  che gli compare dicendo: tu confermi il detto  che non bisogna prestare fede alle donne..e siccome  vergine  fosti  a me promessa  e a me sposata,  e quando ci nacquero i figli dimenticasti il mio amore per il desiderio di sposarti di nuovo,e  non soddisfatta di questo oltraggio  hai avuto la temerità  di prendere ancora  un terzo sposo  e in maniera indecente e vergognosa, tu, membro della mia famiglia  col matrimonio sei entrata nella famiglia di Archelao, tuo cognato e mio fratello, io non dimenticherò mai il mio affetto per te, ma ti  libererò da ogni disonore  facendoti mia  come tu eri.

E pochi giorni dopo Glafira  muore: Alessandro morto la fa sua!?.

L’apparizione di Alessandro che rimprovera  e  castiga la donna  è paradigma di un’altra verità, tipica della mentalità giudaica sacerdotale che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale. Lo stesso Archelao diventa  esemplare in una storia dominata da Dio e dalla sua oikonomia , paterna e giusta nei confronti  del  singolo  (Erode, Erode Archelao, Erode Agrippa) e del popolo ebraico, figlio prediletto.

Professore,  dunque, in Guerra Giudaica II,112.  Ant. giudaiche XVII;345-348  si parla di Simone che  spiega il significato del sogno delle nove/ dieci spighe -il numero è i relazione all’inizio del computo degli anni reali di Regno- pronosticando un mutamento  di situazione per Archelao non certamente favorevole?

Marco, l’esseno gli dice che il sogno non gli è propizio  e gli spiega che i buoi  indicano sofferenza essendo animali soggetti a molte fatiche e sono segno di cambiamento di situazione perché lavorano la terra e e la rigirano: le 9/10 spighe mangiate  sono in relazione  al corso degli anni di raccolta  ed indicano il numero di anni del suo regno, ormai finito. Certamente gli esseni sono contenti! Flavio, comunque aggiunge, che la sua storia non è upourgia , scritta per Archealo, ma è storia morale in quanto fornisce paradeigmata/ esempi  connessi con l’immortalità dell’anima e con l’oikonomia tou theiou (ibidem 354) e conclude che se a qualcuno simili cose sembrano  incredibili  rimanga pure  nella sua opinioni senza interferire però con chi le evidenzia per virtù.

Una domanda, professore. Glafira non potrebbe essere rimasta pagana?

Per me è improbabile, dato il clima di una corte dominata da sacerdoti sadducei. Comunque, Glafira   è rimasta a lungo in Iudaea e potrebbe aver accettato il  monoteismo ebraico, pur restando nel cuore  goy/gentile. La donna, infatti, ha avuto un’educazione specifica cappadoce  (anche suo padre Archelao  è figlio  di sommi sacerdoti del tempio di Bellona,  a Comana,  e lui stesso sommo sacerdote officiante!)ed ha un caratterino pepato, a cui  non interessano le critiche e le condanne esseniche, dovute all’essere cognata dello sposo  che essendo  levir /Fratello del marito non può congiungersi con chi ha avuto figli (Alessandro e Tigrane), ancora in casa erodiana. La donna, è condannata  specialmente perché il divorzio di Archelao da Mariamne  appariva un capriccio di un despota, sedotto,  che si considera nomos empsuchos/legge vivente come un re assoluto ellenistico!.

Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopina perieilophotos / di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane),   considera legittimo  l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10).  L’apparizione di Alessandro e il rimprovero del marito defunto  sono segni della mentalità giudaica sacerdotale di Flavio  che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale.

Professore,  si sa come visse Archelao in Gallia? certamente come un protos/notabile  che vive in esilio dalla patria. Siccome gli ebrei da decenni sono attestati in Hispania (Empuriabrava frazione di Castello Empùryes – Catalogna-) e in   Gallia( Marsiglia a Lugdnum e in modo particolare nella vallata del Rodano,   a Vienne)   dobbiamo pensare che Archelao visse l’ultimo dodicennio di vita  in comunità  ebraica, amato e riverito dai giudei, che in lui vedevano la regalità erodiana,  congiunta con quella di  Salome, di Filippo  e di  Erode antipa, ancora regnanti in Patria: non gli mancarono né talenti né amicizie, né  proprietà fondiarie, né trapezai!

A distanza di 20  anni dalla morte di Archelao, forse Mariamne potrà vedere il trionfo di suo fratello Erode Agrippa, pur accogliendo fraternamente  in terra gallica suo cognato zio Erode Antipa  e sua sorella Erodiade!

Il falso Alessandro ed Augusto

Marco, hai mai sentito parlare di un falso Alessandro, il figlio di Erode il grande ?

No, professore. Conosco per sommi capi la vicenda dei due fratelli uccisi dal padre  nel 7 a.C , ma non so niente di un sosia di Alessandro.

Se vuoi, ti racconto la storia : ci serve  per capire la diffusione  della  popolazione ebraica nel Mediterraneo e la sua colonizzazione emporica in tutto il Kosmos e  per comprendere la ricchezza di questo popolo, in epoca romana, giulio-claudia.

Per Filone – Legatio ad Gaium 281-283 ebook 2012-: Gerusalemme… è la metropoli non solo della regione  Giudea, ma anche di molte altre per le colonie da essa  un tempo inviate, e, più precisamente nel confinante Egitto, in Fenicia, in Siria e nell’ altra, quella detta Celesiria, e nelle regioni abitate più lontane, come  Panfilia, Cilicia,  in tutte le altre parti dell’Asia, fino alla Bitinia  e agli estremi golfi del Ponto, e,  in pari modo in Europa, in Tessaglia, in Beozia, in Macedonia, in Etolia,in  Attica, in Argo, a Corinto e nelle parti più importanti del Peloponneso.    Non soltanto le province del continente sono piene delle colonie giudaiche ma anche le isole più famose, Eubea, Cipro, Creta. Potrei tacere di quelle  transeufratee?!  Tutte, ad eccezione di una piccola parte, Babilonia e  le altre satrapie, quelle che hanno un buon territorio all’intorno, sono abitate da giudei. Pertanto qualora la mia patria implori la tua clemenza, tu ti concilierai, oltre ad essa, anche le altre decine di migliaia di città, poste in diverse parti del mondo,  in Europa, in Asia, in Libia, chi sui continenti, chi sulle isole. Conviene alla grandezza della tua potenza, grazie ai benefici verso una sola città, beneficare decine di altre decine di migliaia, affinché la tua gloria sia cantata per tutte le parti del mondo ed affinché inni di ringraziamento risuonino dovunque. Avendo tu reso degno della cittadinanza romana tutte le patrie di alcuni amici, sono diventati padroni di altri anche quelli che, fino a poco tempo fa, erano servi e quelli che ebbero questo beneficio non ne godono più se non quelli che ne fruiscono in quanto ne sono autori.    

Il re Agrippa I, proprio nel momento della neoteropooia/ribellione giudaica nel 40 d.C.  e nel corso dell’ Ektheosis/ divinizzazione  caligoliana ribadisce, ambiguamente, mediante una lettera, la sua appartenenza all’imperatore, che è padrone e signore/Adonai di lui e del suo popolo.

Perché ambiguamente? in apparenza dice che Caligola è despoths kai kurios!

Certo. Marco! Ma Giulio Erode Agrippa, da ebreo, sa che il suo Kurios è  uno dei nomi,  Adonai,  che un giudeo può dare al mai nominato JHWH!

Non è questo oggi il nostro tema: noi dobbiamo raccontare la storia di un Falso Alessandro ed abbiamo citato Filone  per mostrare il numero grande della popolazione giudaica, sparsa in tutto il  mondo romano,  in quello parthico e perfino in Seria e in India : l’etnia ebraica, specie ellenistica,  era l’avanguardia commerciale del militarismo  romano!.

Tutti, invece, professore, pensano alla Giudea come piccola regione, regione piccola quasi come Marche ed Abruzzo congiunte, e non comprendono, perciò,  la grandezza di un popolo sacerdotale, numerosissimo, unito nel nome di Dio e di Gerusalemme, anche se sparso in ogni parte dell’ecumene, nonostante la divisione tra aramaici ed ellenistici in relazione a due diverse ed opposte culture.

Marco, dici bene,  E’ proprio così !. Ora, comunque,   ti racconto la storia di un impostore, di un  Giudeo di stirpe,  vissuto ed educato, però, a Sidone presso un liberto romano. Ne parla G. Flavio in Guerra Giudaica,II,7.1-2 (a cura di G. Vitucci, Fond. Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore,1974) e in Antichità Giudaiche, XVII,324-338 (a cura di L. Moraldi, Antichità Giudaiche,XI-XX; Utet,1998).

Sono simili i due racconti?

La sostanza del racconto  è la stessa;   ci sono novità solo nei particolari, come tra il  Vangelo di Marco e quello di Matteo- un pò meno tra quello di Luca e quello di Giovanni-! Si tratta, comunque,  di un giovane ebreo, dalle mani callose e dalla  corporatura massiccia, un banausos,  che ha una rassomiglianza fisica con Alessandro, il figlio di Erode e di Mariamne asmonea, un nobile dalle fattezze delicate,  un atletico cavaliere ed abilissimo arciere, fatto uccidere dal padre  insieme al fratello Aristobulo, come reo di parricidio,  organizzatore di un piano per ammazzarlo durante una battuta di caccia. Io te ne parlo proprio ora perché da poco ho revisionato il XVII libro di Antichità giudaiche ed ho finito di mettere le note!.

Lei, professore, ha trovato qualcosa di nuovo  e me lo vuole comunicare! Me lo dica!

Architetto dell’inganno è tis omophulos, un tal connazionale della  stessa tribù, che conosce la corte erodiana, e che lo istruisce nel dare ad intendere che gli incaricati di uccidere Alessandro ed Aristobulo, dia oikton /per  compassione, li avevano fatto scomparire, sostituendoli  con i cadaveri di persone somiglianti. Al racconto di Guerra giudaica viene aggiunto un particolare  in Antichità giudaica XVII,330  per indicare il modo di interpretare  da parte dei giudei romani, l’azione fatta dai carcerieri che sostituiscono i corpi: Flavio scrivendo venti anni dopo, dello stesso episodio, retoricamente dice: essi pensano divinizzando l’opera della salvezza con un miracolo/ parodocsooi ths sooterias ektheiazontes  ton ergon.

Professore, un pensiero evangelico tutto da interpretare! Quanti Theologoi hanno  preso spunto da questa frase di Flavio per la Resurrezione di Gesù?!

Certo, Marco! Eppure Flavio, in quel cotesto e nel contesto romano giudaico,  voleva  dire  nel 94 d.C. semplicemente : ai giudei romani  Alessandro appariva come uno, risuscitato da morte, grazie ad un miracolo, per un disegno divino  secondo l’oikonomia tou theou!

Professore, l’azione dei carcerieri risulta difficile, improponibile, impossibile all’epoca di Erode. Io so inoltre che  gli uomini del re  Erode sono fedelissimi proprio per paura delle punizioni e delle torture: il carceriere di Antipatro, cinque giorni prima della morte del re,  nonostante le promesse di Antipatro, esultante per aver pensato, sulla base delle urla sentite a corte,  alla morte del padre, andò subito a riferire ogni cosa ad Achiab,  determinando l’immediata  condanna a morte  del figlio, erede al trono!

Ed io Marco ti aggiungo che lo stesso Augusto  cominciava  a dubitare  in Antichità Giudaiche sull’autenticità di Alessandro perché conosceva bene  Erode,  che era uomo che non si lasciava ingannare specie se la cosa era per lui di grande importanza!.

Comunque, Marco,  i due, complici,  architettato il piano, si trasferiscono a Creta  e con tali frottole ingannano i giudei cretesi  ed hanno da loro mezzi in abbondanza. Da lì  passano a Melo, dove raccolgono somme  ancora più grandi, dato l’immenso credito che hanno riscosso  persuadendo i connazionali ad accompagnarli nel viaggio verso l’Italia e  Roma  e ad armare una nave per arrivare a Dicearchia/ Pozzuoli.  Alessandro, giunto al porto, è accolto dai giudei del luogo che dànno un’infinità di doni (doora te pamplhthh)  e come un Basileus/re  è scortato dagli amici paterni erodiani.

Perfino  quelli che avevano visto Alessandro  e lo conoscevano bene giuravano che era proprio lui, poiché la somiglianza era impressionante e dava sicurezza  a chi aveva organizzato e   pianificato il progetto ,  specie ora con le borse piene  di denarii!

L’ arrivo a Roma è trionfale: tutta la colonia  giudaica di Roma si riversa fuori per vederlo ed una folla innumerevole si accalcava per i vicoli in cui egli passava/to ge mhn ioudaikon en thi Roomhi apan ecsechuthh pros thean autou, kai plhthos apeiron hn peri tous stenoopous di’oon ekomizeto (Ibidem).

Alessandro è portato dai melii, che finanziano pazzamente ogni spesa, in lettiga, come un re!

La cosa non passa inosservata e viene riferita ad Augusto che conosce di persona il giovane Alessandro, avendolo incontrato varie volte nel periodo di studio e di formazione in casa di Pollione, prima,  e poi, nel corso del processo di parricidio, intentatogli dal padre.

A Roma  non solo Ottaviano ma anche tanti altri  avrebbero potuto smascherare il falso Alessandro,  che, avendo una sua formazione ebraica, conforme alla torah, aveva avuto anche maestri giudaici e compagni in una delle cinque  sinagoghe romane.

Certo  Marco!, Pensa anche   che  nella primavera del 4 a. C a Roma viene fatto un  secondo processo ad Archelao, il figlio di Erode, successore al trono,   ad opera di giudei  che prima della  rivolta, sedata da Varo, sono stati inviati per trattare il problema dell’autonomia  nazionale ! I  venuti dalla Giudea sono solo cinquanta, ma sono sostenuti  da rappresentanti delle  sinagoghe romane, da ottomila giudei viventi nella capitale.

Professore, se nell’occasione del  processo ad Archelao ogni sinagoga invia 1600 uomini  significa che ogni  proseuchh ha una popolazione media di almeno 10.000 persone, come in Alessandria,  una sua organizzazione ed una precisa volontà  antierodiana con un desiderio di ritorno alla tradizione in senso asmoneo. Ora,  l’accoglienza trionfale al figlio di Mariamne asmonea è un segno tangibile che la comunità romana non è filoerodiana e contesta  la stessa politica imperiale che ha fatto di Erode un  privato/idioths, un Basileus,  a scapito della legittima monarchia asmonea!

Marco, non è certo. Non  sappiamo nemmeno  se il falso Alessandro viene a Roma tra il 4 av, C. e il 6. d.C o se va prima tra il 7 a.C e il 4 av. C. e quindi non possiamo dire, storicamente, quanto hai affermato che presuppone che l’arrivo di  Alessandro è successivo al  giudizio/dikh di Augusto, che stabilisce, comunque, di dare auctoritas e potestas al figlio di Erode e di Maltace samaritana, nonostante l’eccidio dei 3000  uomini nel tempio e i 2000 insorti,aramaici,  crocifissi da Varo, a rivolta sedata, concedendo il titolo di Etnarca con la promessa di crearlo re.

Dunque, professore, posso dire, però,  che a Roma o prima o durante il regno di Archelao, ci sono  in città, al di là del  Tevere una colonia-apoikia- di almeno 50.000  giudei, che acclamano il  creduto figlio di Mariamne, asmonea.

Si può dire con le dovute riserve di approssimazione. Posso seguitare il racconto? Si, certo.

Il giovane falso Alessandro, dopo mesi di recita, ha imparato bene la parte di principe : sa vestire come lui, tirare l’arco, cavalcare, parlare con lo stesso tono, essere signorile nei modi  da ingannare chiunque.

Ottaviano è un figlio di nummularius  di Velletri, amico di trapeziti ebraici,- di cui il padre è stato un semplice diakonos  occidentale- abile a scovare le frodi numismatiche e sapiente nella sua  regia economica e sociale, ha intuito l’inganno del giovane ebreo di Sidone e del suo compare contribulo.

Augusto, ricevuto il neaniskos , vistolo,  ha, anche,  comunque, dubbi  e  decide di verificare  il suo sospetto, avendo compreso  il raggiro  fondato sulla somiglianza . L’imperatore chiama un  suo liberto ebreo di nome  Celado,  che conosce bene tous Alecsandrou karakthras/le fattezze di Alessandro e gli ordina di fare uno studio accurato sul personaggio  per individuare la diversità dei lineamenti tas diaphoras tou proosopou, di rilevare la corporatura nel suo insieme troppo massiccia e l’aspetto servile /to olon sooma sklheroteron te kai doulophanes e quindi di smascherare  lui e pan to suntagma/ tutto il preordinato disegno.

L’imperatore  si era molto innervosito per la sfrontatezza delle dichiarazioni  fatte alla sua richiesta dell’assenza del fratello Aristobulo durante l’interrogatorio privato e per la risposta del falso Alessandro : anche lui era vivo ma era rimasto di proposito a Cipro  per proteggersi da tranelli/tas epiboulas phulassomenos  ritenendo che, se stessero separati,  era più difficile toglierli di mezzo!.

Celado, entrato nella grazie di Alessandro, riferisce ogni cosa ad Augusto circa  la vita quotidiana del presunto figlio di Mariamne  e   scopre chiaramente che non è  figlio di Erode da molti segni. Su suggerimento dell’imperatore, Celado, confidenzialmente, dice  al falso Alessandro che  Augusto  gli potrebbe salvare la vita nel caso che riveli la sua vera identità e il raggiro fatto da altri a scopo di guadagno.

Il neaniskos, avuta l’assicurazione di aver salva la vita, rivela tutto il piano  per fare soldi  pros ergasian come lavoro produttivo  e dice di avere guadagnato moltissimo  e fatto una vita brillante,  cosa che come operaio o addetto all’agricoltura o alla pastorizia mai avrebbe ottenuto/tosauta gar eilhphenai doora kath’ekasthn polin osa zoon …ouk elaben.

Flavio racconta che  Cesare scoppiò a ridere,  pensò bene che l’aitante Alessandro potesse fare il rematore nella sua flotta, mentre condannò a morte il suo istigatore.

Il regista di Ben Hur ha seguito, interpretandola,   la storia di questo personaggio?

Non ho mai visto Ben Hur!  I Melii, comunque,  che chiedono rimborso  delle spese sostenute, hanno la seguente risposta:  vi sta bene! ta alanoomata/le spese sostenute  vi siano di castigo giusto per la vostra stoltezza/epitimion ths anoias!.

E’ bravo Ottaviano Augusto! Lui, figlio di mercanti italici, non si lascia prendere in giro  da avidi  ebrei!.

La nascita di Gesù

La nascita di Gesù è un capitolo di Jehoshua o Jesous? (Maroni, 2003). Alcuni amici mi hanno chiesto di scriverlo come articolo in www.angelofilipponi.com per un sereno dibattito storico-religioso con altri interessati alla figura umana di Gesù ed io ho  soddisfatto la loro richiesta.

La nascita di Gesù

 Sappiamo dai Vangeli di una nascita betlemita, di un censimento nell’epoca di Augusto, di una stella che aveva condotto a Gerusalemme tre re magi- che avevano visto un astro nel cielo- per onorare il nato bambino, fuggito, poi, in Egitto per timore dell’odio di Erode, che fece la strage degli innocenti. 1.

Le stesse notizie, anche se romanzate, le troviamo nei Vangeli apocrifi in varie forme e secondo altre angolazioni: il Protovangelo di Giacomo, quello dello pseudo – Matteo, quello dell’infanzia arabo siriaco, quello dell’infanzia armeno, la storia di Giuseppe il falegname, quasi tutti, concordi, parlano della nascita a Betlemme, di una stella e della fuga in Egitto: alcuni marcano un fatto, altri un altro, ma tutti sostanzialmente riportano gli stessi dati. 2.

La vera fonte, canonica, però, è Luca, perché in effetti Marco non ne parla affatto e Matteo dà come scontata la nascita a Betlemme e marca l’episodio dei re magi.

Esaminiamo il testo di Luca (2. I-9)  e Matteo ( 2.1-5) e cerchiamo di comprendere.

Luca 3 parla della nascita di Gesù sotto l’impero di Augusto (27-a. C. – 14 d. c.,) che aveva ordinato a P. Sulpicio Quirinio, governatore di Siria, dal 6 d. C., di fare il censimento in Giudea, mentre Matteo tratta della concezione verginale di Gesù (1.18-25) e poi della visita dei Magi (2.1-12) e della fuga in Egitto (2.13-18), in modo impreciso e vago, tralasciando la nascita con la datazione. 4.

Quindi solo Luca da notizie storico-geografiche circa la nascita di Gesù.

Cerchiamo di capire, spiegando i termini greci  mediante referenze sia greche che latine e dove possibile aramaico- ebraiche

Fare il censimento” si dice in latino habere censum hominum e in greco apographesthai ten oikoumenen (o anche aute apographe prote) o tas apographas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate, 20)5.o pases somatikes choras anagraphenai (Filone,De migr. Abraham 16): consisteva nella registrazione di ogni capo famiglia al proprio distretto, nella propria toparchia, per agevolare il servizio di pagamento delle tasse agli esattori e constava di una prima fase d’iscrizione, in cui si registrava il soggetto che doveva pagare e di una fase attuativa successiva, in cui il soggetto pagava effettivamente quanto prescritto per legge. 6.

Era un normale sistema romano, che scattava quando uno stato veniva inglobato e posto sotto il diretto potere romano: ciò si verificava quando la zona era militarmente considerata vinta e pacificata.

Nel caso della Giudea, questa probabilmente, come l’Egitto, rientrava sotto il fisco imperiale (era cioè un possesso dell’imperatore) non nell’ erario, vista la nomina di Coponio, suo primo procuratore e considerata la dipendenza diretta dal governatore di Siria, di nomina imperiale.

Coponio e Quirinio sono uomini di massima fiducia di Augusto (Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giudaiche, XVIII, I, 1)7.

D’altra parte la centralità della Giudea nella Palestina e quella di Gerusalemme e il valore morale del tempio, per tutti gli ebrei della Diaspora (più di tre milioni e mezzo, sparsi oltre che nell’impero romano anche in quello parthico), determinano l’intervento diretto della casata imperiale: bisogna considerare che il controllo del tempio di Gerusalemme comporta una notevole entrata nelle casse imperiali, annualmente, in relazione alle decime, alle feste e al pagamento dovuto al tempio di mezzo siclo (o 2 dracme) da ogni circonciso maschio di età adulta, obbligato a partecipare alle feste gerosolomitane. 8.

Inoltre chi controlla Gerusalemme controlla il popolo giudaico, di qualsiasi nazionalità: da qui la necessità da parte dell’imperatore di censire la popolazione all’atto dell’esautorazione di Archelao,9. figlio di Erode il Grande, che aveva mal amministrato la sua etnarchia, avuta alla morte del padre col titolo di re nel 4 a. c.

Era accaduto che Augusto aveva accolto le accuse dei samaritani,e chiamato a Roma Archelao, lo aveva  deposto nel 6 .d.c rilegandolo a Vienne in Gallia 10 ed aveva incamerato nel fisco il suo patrimonio. 11.

In questa situazione il galileo Giuda spinse alla ribellione la Galilea, ingiuriando i suoi connazionali se non lo seguivano: egli era un dottore, figlio di Ezechias, che predicava di non pagare il tributo ai romani e di aver non padroni, mortali , ma solo Dio. 12

Il governatore di Siria che presiedeva a tutta l’area antipartica, amico fedelissimo di Ottaviano, con Coponio che  era un praefectus cum iure gladii, fece il censimento sulla base delle toparchie, che funzionavano allo stesso modo , dal periodo dei Lagidi e quindi esigeva il pagamento 13.

La figura di Cirino  evangelico, di P. Sulpicio Quirinio , è notissima sia per la citazione di Luca che per quella dello Pseudo Matteo e di Tacito negli Annales,.che per le notizie di Giuseppe Flavio   che per quelle di Dione Cassio e di Anneo Floro 14

Da Tacito sappiamo che era intimo di Tiberio, ma che aveva fatto carriera sotto Augusto, in quanto era stato console nel 12 a. C., anno della morte di Marco Agrippa, genero di Augusto, governatore ed organizzatore della Siria e di tutto lo scacchiere orientale.15.

Inoltre da lui conosciamo che poi era stato governatore in Asia e in Siria e  che morì nel 21.

Di lui parla espressamente in tre occasioni: in una causa del 16 d. C. contro Marco Scribonio Libone Druso16., condannato per lesa maestà  e suicida,che gli affidò, come parente, le suppliche per l’imperatore ; in una seconda per il ripudio di Lepida nel 20 d. C., che aveva simulato un parto da lui ,17. ( la stessa notizia su P. Quirinio, definito consolare ricco e senza figli è riportata da Svetonio ) 18. che era accusata di adulterio e di avvelenamento 19. di consulti sulla sorte della casa imperiale, tenuti con astrologi caldei; e una terza volta, quando Tiberio stesso, in occasione della sua morte, chiede al senato di onorare, a pubbliche spese, col funerale, l’amico.

In questo ultimo punto sembra che Tacito riferisca parte dell’elogio funebre e lo metta in bocca allo stesso imperatore: la nascita a Lanuvio, il valore militare ed azioni di rilievo che gli fruttarono il consolato sotto Augusto, una funzione svolta  in modo energico in Oriente, il trionfo per aver espugnato le fortezze degli Omonadesi in Cilicia con l’onore delle insegne trionfali, vengono enfaticamente ricordate.

Tiberio, inoltre, aveva ricordato che era stato affiancato, dopo la fine di M.Lollio,( Cfr Velleio. Storie,II,1O1,3;Svetonio, Tiberio 12. 2-3; Tacito, Ann. IV,1,2) come rector, (consigliere militare ) a C. Giulio Cesare, figlio di Marco Agrippa che, inviato in Siria, ventenne, giovane sposo di Giulia Livilla ( figlia di Antonia e di Druso ) aveva avuto il mandato di negoziare la pax con i parthi, e che quindi era stato presente al trattato di Zeugma del 2 d. C. 20.

E l’imperatore ricorda che Quirinio in quell’occasione andò a Rodi, dove lui viveva in esilio, dopo il rifiuto di convivere con Giulia, ex moglie di Agrippa, a dimostrazione della venerazione e della devozione del consolare: erano quelli gli anni dell’esilio 21. in cui Tiberio si era ritirato dopo che Augusto aveva data la potestas tribunicia a Gaio Cesare e per sette anni era rimasto lontano da Roma, fino al 3 d c.

Tacito, dunque, ci mostra Quirinio come uomo legato ad Augusto e a Tiberio, che svolge incarichi per la famiglia imperiale nel settore orientale dell’impero, anche se conosciamo da Floro una sua azione militare in Africa , dove avrebbe potuto conseguire il titolo di Marmarico se lo avesse voluto per le vittorie come Gneo Cornelio Lentulo Cosso 22.

Comunque non conosciamo bene la sua vita dal 12 a. C. al 2 d. C. anno in cui fu affiancato come rector a C. Giulio Cesare, incarico di immenso prestigio perché assisteva il futuro imperatore, dato certamente ad un uomo di fiducia, ma anche di grande perizia militare ed amministrativa.

Chiaramente tali doti le aveva già mostrate in precedenti incarichi, adombrati da Tacito, ma non specificati.

Sappiamo di un suo proconsolato in Asia e di una sua spedizione militare in Cilicia e conosciamo che Erode il grande aveva una specie di protettorato sulla Cilicia (precedente che nel 41 d. C. spinse Claudio a dare temporaneamente la regione sotto il potere di Agrippa I, nominato re di Giudea).

Tra il 9 e il 6 a. C. è governatore di Siria Senzio Saturnino,23. console nel 19 a. c., sicuramente un tiberiano, perché, dopo tale incarico rimane in ombra fino al ritorno a Roma del figlio di Livia, col quale è console nel 4 d. c., poi è comandante in Germania contro Maroboduo fino al 6 d. C.

E’ questo un abile militare, opposto a Varo suo successore in Germania, come lo era stato in Giudea, però, nel 6 a C.: le notizie sono confermate da Giuseppe Flavio 24.

Mentre Quirinio è in Cilicia e Saturnino in Siria (Ant. Giud.XVI ,12 processo di Alessandro ed Aristobulo davanti al governatore ) il regno di Erode il grande è entrato in una grave crisi dinastica, in cui il vecchio re, già malato di cancro alla prostata, che va a curarsi a Calliroe nel Mar Morto, non sembra in grado di soluzioni.

Augusto, informato della situazione,  sembra staccarsi dall’amicizia con il re giudaico, col quale era legato da un trentennio: a detta di Giuseppe Flavio, Erode era il primo dopo Agrippa (specie dopo la sua morte nel I2 a. C.) , nel cuore di Ottaviano.25. L’uccisione di Aristobulo e di Alessandro, i figli di Mariamne di  alessandro , nipote di Hircano, è determinante per Augusto che ebbe a dire “ meglio essere un porco che un figlio di Erode”, collocata intorno all’8/7 (Ibidem, Ant. Giud. XV, 7,8): l’imperatore vuole esautorare il vecchio re e  annettersi direttamente la Iudaea, ma dopo un po’ di tempo si riconcilia (Ibidem ,XVI 12).26.

In quella particolare situazione di “gelo diplomatico” tra le due corti ,il compito militare è di Saturnino, quello amministrativo censitario dovrebbe essere di Quirinio, in un quadro di previsione di annessione del regno giudaico nell’impero.

I due forse dovevano svolgere l’azione preliminare di iscrizione censitaria, che poi sarebbe stata seguitata e svolta direttamente da Quintilio Varo, il nuovo governatore della Siria, successore di Saturnino e da Tizio Sabino, legatus ad census accipiendos, che forse sostituiva Quirinio.

Questi vennero a trovarsi in una vera e propria rivoluzione a seguito della ventilata esautorazione di Erode, d’altra parte insidiato da suo figlio Antipatro, natogli da Doris, pur nominato erede ufficiale. 27.

Quirinio dunque è forse un legatus come Sabino operante in Giudea nel periodo di Saturnino, come uomo di fiducia della famiglia imperiale. 28.

L’azione, perciò, successiva di Quintilio Varo, imparentato con Ottaviano già proconsole d’Africa eletto nel 6 a. C. governatore di Siria, giudicato negativamente da Velleio Patercolo e positivamente da Tacito è fatta con il legatus in conformità a quanto compiuto dai due predecessori.

Sappiamo da notizie tratte da Tacito, congiunte con altre di Flavio e di Dione  che Varo in effetti, in quanto membro della famiglia augustea, avrebbe dovuto sostituire, come consigliere militare, Agrippa e che, quindi, Quirinio, svolse una sua azione militare in Cilicia e poi in Giudea ,una specie di organizzazione delle imposte, in un momento delicato della monarchia giudaica di Erode il grande: peccato che non conosciamo i maneggi di Antipatro a Roma nei mesi trascorsi nella capitale, dove certamente si discuteva sull’annessione del Regno nell’imperium, a seguito della relazione di C. Senzio Saturnino, governatore di Siria. 29.

La funzione di Quirinio, legatus ad census accipiendos è possibile perché è uomo caro e ad Augusto e a Varo, 30.

La successiva funzione di rector con Gaio Giulio Cesare  autorizza ancora di più questa interpretazione e dimostra il prestigio di Quirinio prima e dopo la morte di Erode.

Inoltre la sua elezione a governatore di Siria dal 6 d. C. indica chiaramente la fiducia di Ottaviano nei confronti di Quirinio che doveva essere una delle personalità militari di maggior rilievo dell’epoca, per riorganizzare quel settore.

L’ etnarchia di Archelao era importante per l’imperium: da tempo, da almeno un decennio Augusto aveva pensato di inglobare la Iudaea nell’imperium, onde servirsi dei banchieri e finanziatori giudei ellenisti e rimpinguare il fisco, oltre che per iniziare una svolta politica in senso espansionistico, considerata la critica situazione dei Parthi e la presenza nel loro territorio di una grossa comunità di giudei transeufrasici, che avrebbero potuto favorire tale politica: solo la sconfitta di Varo sul fronte germanico, con le ripercussioni morali sull’ esercito romano e sul nazionalismo parthico, determinò un ritorno alla politica conservatrice, mantenuta poi da Tiberio .

Comunque la Iudaea restava una piccola provincia, essenziale, però, per il fisco imperiale, anche se pericolosa per la potenza finanziaria dei giudei-ellenisti e per il fanatismo religioso dei giudei di Palestina

E Quirinio era certamente l’uomo migliore che doveva garantire l’ordine in una zona esplosiva, data l’ostilità di Giudei, Samaritani e Idumei, che, governati da Roma  tramite Coponio (un praefectus, d’ordine equestre, subordinato al governatore di Siria, sempre uomo fedelissimo della famiglia imperiale), già iscritti nelle toparchie e quindi soggetti al pagamento, ora dovevano pagare le tasse. 31.

Infatti le due azioni di apographè– iscrizione in un registro e di apotimesiscensimento sarebbero state compiute in due momenti differenti da Quirinio, che in precedenza aveva fatto iscrivere tutti gli abitanti della Iudaea, che comprendeva La Giudea, Samaria ed Idumea, divisi in 10/11 toparchie sulla base delle precedenti divisioni e poi li aveva tassati secondo le liste di iscrizione fatte. 32.

Quirinio,perciò, è detto da Luca come quello che aveva fatto il censimento sotto ordine di Ottaviano  ma l’evangelista può riferirsi anche agli anni 8-6 a. C, in cui il romano svolge la funzione amministrativa in Giudea, sotto Senzio Saturnino.

Egli avrebbe svolto una funzione simile a quella svolta da Tizio Sabino, legatus di Quintilio Varo (6-4 a. C. ), esecutore della politica augustea in Palestina nel delicato momento della successione,(specie dopo la morte di Antipatro, erede designato, ucciso dal padre cinque giorni prima di morire) in un clima convulso di guerriglia  in Galilea e di rivoluzione in Giudea, Idumea e Perea.33.

Quirinio fu, dunque, un esperto di cose giudaiche e siriache , orientali in genere e rivestì compiti così importanti sotto Augusto, affidati, dopo Marco Agrippa, solo a Varo, marito di sua pronipote Claudia Pulcra, figlia di Claudia Marcella minore (Cfr. Tacito, Ann. IV , 52,66).34.

Comunque, non sappiamo esattamente quale effettivamente fu la sua azione, ma è certo che Varo insieme a Sabino represse la rivoluzione sorta per l’apographè, da Quirinio forse indetta.35.

Varo è descritto male da una fonte tiberiana ,”là arrivò povero e da là tornò ricchissimo, lasciando povera la provincia .36.

Tizio Sabino, un cavaliere con compiti fiscali, conosciuto da Tacito 37., ha forse le stesse funzioni di  Quirinio : infatti cerca di inglobare i beni regali 38. in un momento di gravi insurrezioni e di tumulti,  a seguito delle stragi perpetrate da Archelao ancora non riconosciuto re, e di incamerarli nel fisco. 39.

Si può congetturare che tale azione, poi annullata, fu suggerita da Quirinio, che aveva fatto fare l‘apographè e che poco fidava in Archelao, e perciò propendeva per l’annessione della Giudea nell’imperium.

Sabino, protetto dalle tre legioni di Varo, (che era andato a Gerusalemme per impedire i tumulti e poi era tornato ad Antiochia), aveva  favorito  disordini, costringendo le guarnigioni a consegnare le piazzeforti, sottoponendo a rigoroso controllo i beni regi, servendosi non solo dei soldati di Varo, ma anche dei suoi schiavi privati armati.40.

Le popolazioni di Galilea, di Idumea, di Gerico, della Perea il giorno della Pentecoste, si divisero in tre raggruppamenti e si accamparono in tre punti diversi (a settentrione del tempio, presso l’ippodromo, a occidente della reggia ) ed assediarono i romani.

Sabino, dopo aver inviato messaggeri a Varo, salì sulla fortezza Fasael e diede l’ordine di attacco contro i giudei, che furono costretti inizialmente alla fuga e poi riordinatisi, ripresero le ostilità.

Sabino fece bruciare i portici, dove erano asserragliati i nemici ed uccise quelli che si salvavano dalle fiamme: i soldati penetrarono nel tesoro del dio e fecero un bottino di quattrocento talenti, di cui “Sabino raccolse quanto non venne trafugato” .41

Con Sabino si erano schierati gli erodiani, i soldati regi e i tremila sebasteni di Rufo e Grato, comandanti della fanteria regia e della cavalleria contro la massa di Giudei che, ora ostile ai romani per la rovina degli edifici e la perdita di tante vite umane, voleva massacrarli.

In effetti il tumulto divenne insurrezione con intenti nazionalistici in quanto i giudei aspiranti alla indipendenza (tèn patrion autonomian) invitavano Sabino a ritirarsi, che invece resistette perché sperava nell’arrivo degli aiuti di Varo.

La rivoluzione si estese anche nel contado ed in Idumea Achiab, cugino di Erode era attaccato da duemila veterani, ostili agli erodiani; a Sepphoris, capitale della Galilea, Giuda raccolse una banda, fece irruzione negli arsenali regi e, così rifornito, attaccava gli altri  aspiranti al potere, oltre che i romani.42

Bande di peraiti avevano attaccato la reggia di Gerico e avevano eletto re un certo Simone, dandogli la corona regale .43

Altri gruppi avevano preso Batheramatha, dove c’era un’altra reggia, presso il Giordano: la sedizione in Perea fu vinta da Grato, la cui azione era coordinata da Varo, che prese e fece uccidere Simone.

Perfino il pastore Atrongeo con i suoi quattro fratelli aspirò alla corona e se la cinse: egli uccideva i romani e i soldati regi, ma anche i ricchi giudei: Tre fratelli furono presi da Grato e gli altri in seguito si arresero e patteggiarono con Archelao. 44.

Varo subito intervenne con due legioni e con quattro turmae di cavalleria e riunì a Tolemaide anche le truppe ausiliarie dei re alleati e dei dinasti vicini: perfino Areta accorse per vendicare le offese ricevute da Erode ed arrivarono anche 1500 opliti di Berito.45.

Varo, dopo aver fatto un piano di attacco, inviò un certo Gaio, di difficile identificazione, (suggestiva sarebbe quella con Gaio Cesare!) suo amico contro la Galilea, il quale in breve prese Sepphoris e la incendiò. 46.

Fatti prigionieri i suoi cittadini, il legatus scese verso la Samaria, che non era insorta, ma ne incendiò alcuni paesi per volontà di Areta, assetato di vendetta contro Erode, ed infine distrusse la toparchia di Emmaus e mosse su Gerusalemme.

All’apparire di Varo, riunitosi con Gaio, gli assedianti fuggirono mentre gli abitanti di Gerusalemme, pur di salvarsi, li accolsero trionfalmente, dimostrando di non essere stati partecipi alla rivolta e Giuseppe, cugino di Archelao, Grato e Rufo si unirono a Varo: solo Tizio Sabino non si presentò nemmeno e si diresse verso la costa.

Il governatore poi fece crocifiggere duemila uomini, gettò in prigione altrettanti, come responsabili della rivolta e lasciò liberi gli altri.

Poi si dirisse contro l’ Idumea, dove resistevano ancora 10.000 uomini in armi, senza gli uomini di Areta, considerato troppo ostile ai Giudei, ritenuto del tutto inutile in una situazione così caotica. 47.

Gli Idumei, per consiglio di Achiab, si arresero e Varo li rimandò a casa ma trattenne solo quelli che pur essendo della stessa famiglia di Erode, si erano ribellati e li inviò da Augusto perché fossero giudicati e puniti per aver preso le armi contro i loro stessi parenti.

Sistemate le cose, Varo tornò ad Antiochia, dopo avere licenziato l’esercito alleato e aver lasciato la legione, stanziata a Gerusalemme.

Mentre in Palestina avveniva questa insurrezione, a Roma si discuteva sulla indipendenza nazionale ad opera di 50 giudei, appoggiati da 8000 giudei romani che reclamavano il diritto di governarsi democraticamente e rifiutavano gli eredi di Erode, come sovrani e in modo particolare Archelao, che aveva fatto uccidere 3000 giudei nel tempio, ed aveva mostrato subito la crudeltà stessa paterna.48.

Flavio mostra da una parte i Giudei “democratici” indipendentisti e da un’altra Archelao, i suoi amici e parenti, tra i quali anche Filippo, figlio di Erode e di Cleopatra,inviato da Varo stesso, che stava, però, in disparte. 49.

Ottaviano aveva riunito il suo consiglio personale, costituito da Magistrati (oi en telei romaioi) e da amici ( oi philoi)  nel tempio di Apollo sul Palatino, in un clima di festa e di un contesto di  straordinaria magnificenza. 50.

Lo storico in questo modo manda precisi segnali per evidenziare la volontà di indipendenza del popolo giudaico, subito dopo la morte di Erode il grande, considerato re illegittimo,in quanto usurpatore del trono Asmoneo, fautore di una politica servile nei confronti della romanità, un idumeo empio ed ellenizzato, giudeo di nome, responsabile della corruzione del tempio, pur dovuta ai sadducei.

Sottesa è l’interpretazione di una volontà di regalità nazionale legittima con un sacerdozio meno ellenizzato e di stirpe sadoqita.

Qualunque sia il messaggio di Flavio, nascosto sotto il pensiero dei 50 membri giudaici, quali rappresentanti di tutta la nazione, ai fini del nostro lavoro, possiamo solo rilevare che negli ultimi anni del regno di Erode. Augusto va preparando l’annessione della Giudea all’impero: la presenza di Quirinio sotto Saturnino e quella di Sabino sotto Varo, sono segni di un’organizzazione fiscale in atto: da qui la rivoluzione, iniziata forse col primo e domata poi dal secondo.

Nel quadro della rivoluzione di Simone, di cui parla Tacito,in cui si attua l’apographè con Quirinio, che potrebbe essere rimasto anche sotto Varo, si potrebbe collocare la nascita di Gesù .

Luca, però, col suo riferimento diretto a Quirinio ci induce a pensare al 6 d. c., cioè a circa 10 anni dopo, alla fine del regno di Archelao, deposto da Augusto, quando inizia una nuova guerriglia minore di quella precedente, per l’effettiva entrata della Giudea nel fisco imperiale e del relativo pagamento delle tasse.

Ora la situazione in Giudea è mutata ed ancora di più nell’impero. Augusto ha perso i suoi eredi Gaio e Lucio Cesare, scomparsi nel 2 e 3 d. c. dopo brevi illusioni militari, ha richiamato Tiberio, lo ha investito di tribunicia potestas e lo ha inviato in Germania, dove svolgeva la sua azione di comandante militare Senzio Saturnino, amico di Tiberio, che con lui ha vinto e pacificato la zona,pur con un ruolo secondario.51.

Saturnino dopo un nuovo consolato nel 4 d. C., aveva assolto il suo compito militare brillantemente contro Maroboduo 52.ed era sostituito, forse per età ,da Sulpicio Varo con compiti non propri militari, ma con la funzione simile a quella di praetorper placare con le leggi chi non si era potuto placare con la spada” (“quique gladiis domari non poterant posse iure mulceri.) 53.

E Varo andrà incontro alla sconfitta di Teutoburgo e alla morte nel 9 d.c. ad opera di Arminio, mentre forse cerca di preparare una soluzione giuridica per la sistemazione della Germania, come base di ulteriori conquiste verso l’Elba.54.

Quirinio, invece, nel settore orientale viene a trovarsi di nuovo di fronte ad una rivoluzione, non in Giudea, controllata da Coponio, ma in Galilea, dove Erode Antipa deve svolgere la sua azione regale repressiva, sempre coordinata dal governatore di Siria.

La Giudea era rimasta ferma, al momento della deposizione di Archelao, grazie al sommo sacerdote Iohzhar, che mantenne calmo il popolo.

In Galilea, Giuda di Gamala e Sadok, un fariseo, si erano ribellati, seguiti da una masnada di fanatici integralisti, che andavano dicendo “che se essi erano valutati e registrati  non erano altro che schiavi” e che “essi non avevano altri padroni che Dio” .55.

Era sorta una   nuova guerra civile prima e poi ci fu una feroce repressione probabilmente con le forze erodiane, congiunte con quelle dei romani.

Da quanto detto, possiamo concludere che la situazione, al momento della nascita di Gesù, è sempre di guerriglia (nell’8/6 a.c.,che perdura per un quattrennio) e che è in atto una rivoluzione effettiva, mentre nel 6 d.c. scoppia una sedizione limitata alla Galilea e che Quirinio è personaggio sempre presente.

Dunque, Gesù può essere nato o tra il 8/6 e il 6/4 a. c durante le varie fasi della rivoluzione o il 6 d. C. epoca della deposizione di Archelao.

Nel primo caso calza perfettamente la nascita prima della morte di Erode (morto il 4 a. C) dato necessario perché i magi vanno da lui ancora vivo, anche se non c’è il censimento effettivo ma solo un tentativo di organizzazione censitaria, fatto da Quirinio come semplice registrazione degli adulti (dopo il venticinquesimo anno), applicata, poi, come riscossione, senza successo,da Sabino, che determina il movimento insurrezionale.

Inoltre c’è la famosa stella, che sembra sia stata vista il 6 a. C.: quindi Gesù potrebbe essere nato in un’epoca di torbidi in cui la Galilea fu invasa, devastata, decimata.

Nel secondo caso c’è un censimento effettivo, probabile, ma Erode è morto già e quindi non c’è possibilità di far combaciare la nascita betlemita, la presenza della stella e tutte le altre leggende erodiane.

Si potrebbe allora accettare la soluzione della nascita non di una persona, ma di due: di Gesù nato a Nazareth sotto il periodo di Quirinio che fa il precensimento, e  di Giacomo a Bethlem durante la prefettura di Quirinio in Siria o viceversa.

Quando il cristianesimo antiocheno si afferma, le due nascite, si fondono in una, subito dopo la morte di Giacomo nel 62 d.c. o dopo la distruzione del tempio.56.

Oppure bisogna credere nella nascita di Gesù a Bethlem sotto Quirinio, come addetto al censo per la Iudaea nel 7-6, confuso poi con lo stesso consolare, divenuto governatore di Siria, che fece pagare per primo le tasse ai Giudei, insieme con Coponio.

La datazione, comunque, della nascita di Gesù non può andare oltre il 7 a. C. e non dopo il 4 a. C. anno della morte di Erode il Grande (d’altra parte è noto l’errore di Dionigi il Piccolo -V-VI d. C- che aveva iniziato a computare l’era cristiana): è circa un triennio che dovrebbe essere meglio studiato, dando maggiore credito alle fonti ebraiche e specificamente a Giuseppe Flavio, che conosce il periodo di governatorato della Siria di Senzio Saturnino e quello di Varo e sembra sottendere la presenza di incaricati del fisco, che già andavano predisponendo la regione, destinata ad entrare  sotto il controllo diretto dell’imperium.

Gli ultimi anni di Erode il grande, (subito dopo la morte di Alessandro e di Aristobulo) il tentativo di avvelenamento fatto da Antipatro, il suo viaggio a Roma, le sue amicizie romane, il  ritorno, la condanna, l’imprigionamento, la morte, il testamento regio nuovo, la disputa tra Archelao ed Antipa per il principato, il ruolo di Maltace, la funzione di Varo e di Sabino nel quadro di rivoluzione nazionale, potrebbero squarciare qualche velo e mostrare qualche altro dettaglio utile, per conoscere , esattamente, la nascita di Gesù.

Note

 

  1. Da Matteo (2.1-4) sappiamo, oltre alla nascita, anche di una stella che illumina la strada ai re Magi, venuti per adorare il nato bambino e della persecuzione di Erode, che fece uccidere tutti i neonati dei dintorni di Betlemme: P. Schnabel, Der jungste datierbare Keilschrifttext in Z.f. Assyriologie 36 (1925) pp.66 sgg, trovò una tavola di terracotta in caratteri cuneiformi, scoperta a Sippar, in cui c’era un calendario stellare e da esso derivò la determinazione del 7 a.c., anno in cui ci fu la coniunctio magna di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci., anno 746 ab urbe condita, 3753 del calendario ebraico.
  2. Per il Protovangelo di Giacomo, per il Vangelo dello Pseudo- Matteo, per quello dell’infanzia arabo-siriaco, per quello dell’infanzia armeno, per la storia di Giuseppe il Falegname cfr. Vangeli Apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi,1969.

3.Il fatto che Matteo dica solo “Nato Gesù  in Betlemme di Giudea al tempo di re Erode, alcuni magi dall’0riente giunsero a Gerusalemme chiedendo..”, unito alla mancanza di notizie da parte di Marco, autorizza solo una congettura sulla purezza della stirpe di Giuseppe e sul suo stato sacerdotale, ma evidenzia una volontà di nascondere (o dare per scontato ) una nascita pericolosa, data l’avversione del re, che però mal si cuce con la venuta dei Magi, che vanno direttamente a Gerusalemme e che contrasta con quella lucana, celebrata da angeli e festeggiata da pastori. Inoltre mi sembra strano che non lo sapesse Erode che aveva rapporti con i principi mesopotamici e che aveva contatti con giudei mesopotamici. Comunque ancora più strano è che un mago come Tiberio, circondato da astronomi caldei e sempre seguito da Trasillo, mentre era tutor dei due figli di Agrippa, in quanto patrigno, marito di Giulia ed equiparato per autorità ad Augusto per la tribunicia potestas nel I dicembre del 7 a.c., non abbia saputo quanto sappiamo noi di una coincidenza astrale di Saturno (stella di Israel) con Giove (segno di potere) nella costellazione dei Pesci (segni di novità e di nascita straordinaria).

Ancora più strano che quei magi della sua corte non abbiamo visto ciò  che gli altri zoatar videro: la nascita del Re salvatore di Giudea a Bethlemme, d’altra parte vaticinata da profeti da secoli.

L’astronomia è la disciplina principe nel periodo di Augusto e di Tiberio, come la medicina e le altre scienze tecniche: quindi Erode , Augusto e Tiberio sapevano tutto ciò che avveniva in Giudea, anche dei miracoli di Jehoshua……(cfr.Paradosis di Pilato e morte  di Pilato, in Vangeli Apocrifi, M. Craveri,cit,)

  1. La nascita insomma è descritta in modo poco chiaro e poco proporzionato da Matteo che accenna brevemente alla nascita dopo aver trattato diffusamente la concezione verginale di Gesù(1.18-25), per parlare della visita dei magi (2.1-12)e della fuga in Egitto(2.13-18); in modo ancor più confuso da Luca, che tratta diffusamente della Nascita di Gesù (“.1-7), dell’annuncio ai pastori, dell’ adorazione dei pastori (2. 8-20), poi della circoncisione e della presentazione al tempio ,con l’incontro di Simeone e della profetessa Anna (2.21-36) senza neanche accennare alla visita dei magi e alla fuga in Egitto, per parlare poi della vita nascosta a Nazareth e di un viaggio, da ragazzo, a Gerusalemme.
  2. Vari sono i modi di dire in greco fare censimento, ma tas apografas poieisthai (Lettera di Aristea a Filocrate,20) sottende semanticamente oltre la registrazione (apografè) anche il censimento come pagamento (apotimesis) da parte dei provinciali e riscossione da parte di pubblicani (telones) Cfr Tacito I, 31..Regimen summae rei penes Germanicum agendo Galliarum censui tum intentum (intento a regolare i tributi della Gallie). Ogni gallo pagava dalla conquista di Cesare un tributo in denaro, ripartito secondo le ricchezze e le proprietà dichiarate: periodicamente un magistrato rifaceva il censimento dei beni e delle persone: il primo era stata fatto nel 27 e poi fu ripetuto nel 12 a.c.
  3. Circa la condizione della Giudea di provincia imperiale, sotto procuratori, di ordine equestre (cfr. Giuseppe Flavio, Guer. Giud: II, 8. 1 e Ant. Giud. VIII,1)
  4. Su Archelao e la sua destituizione cfr. Giuseppe Flavio, Ant,.Giud. ,XVII, 13-17, e Guer. Giud. II, 6,3 e cfr Dione Cassio, LV, 4 ;Tacito, II, 42 e Svetonio, Tiberio.
  5. Per pagare la tassa annuale del tempio l’ebreo doveva cambiare la moneta romana in siclo (Mt.XVII,24-6; Lc II,22-8. Per quanto riguarda la setssa cena forse Gesù mangiò l’agnello macellato nel tempio Cfr V. Epstein, The Historicity of the Gospel Account of the Cleansing of the Temple Z,N, T.W. 55 (1964) pp.43,45. Il controllo del tempio era un grande affare per i Romani e per i sacerdoti Cfr A. F.Il primissimo cristianesimo ed Erode Agrippa)
  6. cfr. Ant, Giud XVII, 13-17. e Guer. Giud .II,6.3 e cfr. Dione Cassio, LV, 4
  7. cfr.Ant. Giud. XVII,19;Guer. Giud.II, 7,3
  8. Cfr Dione Cassio, LV,4 circa la salute di Ottaviano e la nomina di una commissione di tre membri di dignità consolare che doveva sentire le ambascerie, valutarle e decidere interventi ,nella abitazione stessa dell’imperatore sul Palatino.
  9. Guer. Giud. II, 8.1 e Ant. Giud. XVIII,I
  10. Guer. Giud. II,8.1 e Ant. Giud. XVIII,1 e Velleio Patercolo, II, 83,3
  11. Per le notizie su Quirinio di Floro cfr .II.XXXI,12 incarico contro i Getuli dopo il governatorato in Siria, e specificamente contro i Marmarici e i Garamanti; di Giuseppe Flavio cfr. Guerra Giudaica (II, 8.1)e in Antichità Giudaiche(XVIII,1); di Dione Cassio cfr LIV, 4.
  12. Tacito Ann II, 31
  13. Tacito Ann. II,31e Velleio Patercolo II, I29
  14. Tacito,Ann. i III 22
  15. Svetonio, Tiberio ,6
  16. Tacito Ann. III,23
  17. Sulla presenza di Quirinio a Zeugma cfr ,Cassio Dione LV, 2 e Tacito II, 42.2;II,4.1; III,48, 1
  18. Ann. III,48,1

22 cfr. Epitome, Bellum Getulicum, II,31

  1. Su Senzio Saturnino e la sua attivita in Giudea e in Germania cfr. Velleio Patercolo, Storie, II, 77,3; 92,2; 102, 2-3;109,5 .
  2. Ant. Giud. XVII,I,5,6,7

25 Ant. Giud. XV, 7,8

26,Cfr sull ‘amicizia traErode ed Agrippa e d Augusto G. Flavio Ant. Giud. XVI 13 e sui rapporti tra Augusto e l’ultimo Erode cfr Ant. Giud, XVI,12

27  Ant. Giud. 1, 3 ,5, 6,7.

28 su Qurinio legatus cfr Ant. Giud. XVII, 12

29 sulla discussione circa l’annessione  della Giudea cfr. Guer, Giud.I, 27. 6 e Antich. Giud.XVI, 4,5, 11,12,13 )

30 sulla funzione di Quirnio legatus ad census accipiendos cfr Ant. Giud. XVII, 1,5,6,7

31 Quirinio doveva essere , dunque , nel periodo di Saturnino, legatus come Coponio

32.Sul doppio sistema di anagraphé  come iscrizione e pagamento effettivo cfr Plutarco, Crasso, 13 e Flavio, Ant. Giud. XVIII, 2.1

33, su Varo e la repressione giudaica Cfr , Tacito Hist. V,6

  1. Cfr. Ant. Giud.XVIII, 1

35 cfr. Ant. Giud. XVII, 12-16.

36 Velleio Patercolo, Storie, II, 117,2 lo definisce uomo di indole mite, di abitudini tranquille, alquanto grave di corpo e di animo, aduso alla vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerresca. Che non fosse uno spregiatore del denaro lo aveva provato la Siria, sottoposta al suo governo, ricca provincia.

  1. Cfr.Ann. IV 18, 19, 20 Sabino è uomo della cohors di Varo, rimasto legato all famiglia Giulia , a Claudia Pulcra ed a Agrippina, tanto da essere condannato a morte da Tiberio)

38.Guer. Giudaica II,6

39 Ant. Giud., XVII,12-16

40.Ibidem

  1. cfr.Ant. Giud. XVII, 14,15,16

42.Ibidem

43 Cfr Tacito,Hist. V, 6 “Post mortem Herodis nihil exspectato Caesare Simo quidam regium nomen invaserat. Is a Quintilio Varo obtinente Syria, punitus…)

Dopo la fine di Erode e di Archelao la costituzione divenne aristocratica e i sommi sacerdoti furono investiti della guida della nazione (G Flavio Ant. Giud. XX,251)metà de ten touron teleuten aristokratia men en e politeia , ten de prostasian tou ethnous oi archiereis epepisteunto

44. G. Flavio, Ant. Giud.  Guer. Giud. II,6

45. Ibidem

46. Ibidem

47. Guer. Giud. II, 5.3

48. G. Flavio, Ant. Giud. XVII, 13,14,15

  1. Ant. Giud XVII,16
  2. Atnt. Giud. XVII,17
  3. Velleio Patercolo, St. II, 109,5

52. Ibidem

53. Pertanto Varo  Quo proposito mediam ingressus Germaniam velut inter viros pacis gaudentes dulcedine iurisdictionibus agendoque pro tribunali ordine trahebat aestiva… ut se praetorem urbanum in foro ius dicere , non in mediis Germaniae finibus exercitui praeesse crederet”( Velleio Patercolo , Ibidem)

54. Velleio Patercolo ibidem

55. Ant. Giud, XVIII, 1 e Guer. Giud. II,8

56. Cfr. Eusebio, Hist. Eccl, II

 

Monte degli Ulivi

 

In memoria di Silvia Marchegiani

Professore, E’ vero che gli ebrei facevano il sacrificio della giovenca rossa sul Monte degli Ulivi?

Si,  Marco, anche se c’era ancora il tempio. Il sacrificio della giovenca era un antichissimo rito di espiazione. Mosè aveva stabilito (Numeri 19,1-10) di portare una vacca rossa, integra, senza difetti e senza aver mai portato il giogo: La darete ad Elehazar il sacerdote che la condurrà fuori dell’accampamento e  davanti a lui sarà scannata e poi col suo sangue sarà aspersa la tenda. Infine ci sarà l’olocausto  e chiunque avrà avuto contatti con la vacca sarà impuro fino a sera, anche se ha fatto il bagno: le sue ceneri siano riposte e conservate per la comunità dei figli di Israele  per fare l’acqua di impurità.

Era dunque un rito di espiazione che si stabilì, dopo il ritorno da Babilonia, di  farlo sul Monte degli Ulivi, e che durava ancora  in epoca tiberiana. Per noi cristiani, però, professore,  il Monte ha altro significato?

Certo. La Legge ebraica aveva tramandato tale rito che il sacerdote doveva fare, guidando  da Gerusalemme in processione il popolo  che dalla porta Orientale arrivava  ad un falsopiano sul crinale non lontano  da  Betfage, dopo esser  sceso nella valle del Cedron e risalito  la ripida costa fino al Getsemani (Frantoio) per avviarsi lungo un crinale verso l’odierno  Et.tur, per arrivare  al luogo del sacrificio.

Si sa il giorno di questo rito?.

Non sembra che sia attestato  esattamente, ma,  a mio parere, dovrebbe essere in relazione a quello dell’Espiazione Yom Kippur, in  Settembre/ottobre.

Il nostro Gesù conosceva, dunque,  questa strada?.

La conosceva bene secondo i Vangeli: Giovanni (18,1) parla di un orto al di là del torrente Cedron, mentre Marco (14,32) e Matteo (26,36) parlano di un podere Khoorion  in cui c’era un gat /frantoio (per olive shamanim / lat. trapetum) dove secondo Luca (22,39), come al solito, riuniva i discepoli, forse per non fare un cammino  di 2.00O passi, prescritti per il Sabato.

E’ dunque un implicito  dato per dimostrare che Gesù è ebreo vero?!.

Certo. Quando  Gesù andava a Gerusalemme  per le festività si fermava al Getsemani, durante il cammino prima di dirigersi verso Betania  dai suoi amici Lazar, Maria e Marta (Luca 10,39 e Marco 11,11), di cui era ospite, forse  insieme a Pietro Giovanni e Giacomo. In quei giorni di festa Gerusalemme era piena come un uovo perché  i giudei venivano da ogni parte del mondo e con diversi mezzi ( navi, carri,   a cavallo ed anche  a piedi):  la sua  popolazione  si quintuplicava,  specie a Pasqua,  e  i pellegrini  prenotavano gli alberghi ed anche le case private cittadine,  mesi prima di muoversi dalla Parthia  e dall’Egitto,  da Cesarea Marittima dove erano  approdati, venendo dall’Occidente o dall’Africa o dalla provincia di Asia o dalla Siria.

Gesù  veniva dalla Galilea e, fatto il regolare cammino lungo il Giordano, saliva verso Gerusalemme  da Gerico, si fermava a Betania oggi al Azarien, dove ancora si ammira la Tomba di Lazar,  poco prima  di giungere sulla sommità del Monte degli ulivi (Cfr.Jerome Murphy-O Connor, La terra santa, Guida storico-archeologica, trad. Romeo Fabbri, EDB 1996 e A. Filipponi, L‘eterno e il regno,  E.Book 1999-2012) lungo la strada antica che passava accanto al Wadi Hesh Shid da cui, dietro le ultime rampe del monte , partivano due  deviazioni, una per Betfage ed una per Betania.

Da Betania, quindi, ogni mattina  faceva 15 stadi/2664mt. per arrivare al tempio,  passando per il crinale che scendeva verso la valle del Cedron e  osservando tutta la vallata di Gerico, all’inizio del percorso, o il deserto di Giuda e le montagne di Moab al di là del Giordano,- un vero spettacolo  dall’alto!- poi mentre  scendeva, gli si parava davanti  in tutta la sua bellezza il Tempio, frontalmente, simile ad un monte coperto di neve in quanto era bianchissimo, dove non era ricoperto d’oro  Flavio, Guer. giud. V,223. La stessa cosa faceva nel  tardi pomeriggio, uscendo dalla porta Orientale.

Professore, mi sto orientando, può seguitare.

Gesù andava dai suoi amici e faceva il normale percorso  fermandosi al Getsemani, al ritorno, dividendo il cammino  in due tappe  (Stathmoi), anche se il cammino era  breve, di un’ora circa, seppure  in continua  dura salita, dopo il Frantoio, dove, pianse sulla città, che vedeva davanti con le sue mura destinate alla  distruzione (Marco 19,37 e 41,44).

Professore, per i Vangeli ( io so che Gesù fu consegnato da Giuda e dai sacerdoti ai romani! cfr Apodosis e endeicsis)  dove esattamente e quando fu preso Gesù?

Non ci sono dubbi  per gli evangelisti: l’arresto avviene di notte  e al Getsemani,  di giovedì, il primo giorno degli azzimi ( La festa durava 8 giorni!). E’ chiaro che quella notte, dunque, la comitiva la passava al Getsemani  un khorion che poteva essere utilizzato come dormitorio, forse proprietà di quel tale, amico di Gesù, che ha concesso anche  l’uso del cenacolo per la cena.

Dunque, professore, Gesù, di giovedì notte, fa un migliaio di passi e si ferma al Getsemani ed ha paura, umana paura di morire, alla vista delle  tante tombe non lontano dal posto in cui si trovava?

Marco 14,26-42, Matteo 26,39-56, e Luca 22,39-46  parlano dell’arresto  e di  un Messia impaurito, incerto tra il fuggire per quella stessa via  di Davide (1004-965 a.C), verso il deserto di Giuda, inseguito da Assalonne, o rimanere ed attendere il suo destino di crocifissione. In quell’incertezza forse il  vedere le tombe dei  profeti  (Aggeo, Zaccaria e Malachia uomini del  V VI secolo av.C. ) e  le tombe recenti di ricchi  alessandrini e cirenaici, aumentò la sua paura, mentre i discepoli dormivano  forse in grotte – ce ne sono  ancora alcune in zona!-.

Oltre alla cattura noi cristiani ricordiamo il monte degli Ulivi anche per l ‘ascensione  di Gesù al cielo?

Certo Marco. Luca, comunque, non è chiaro.

Luca  (Vangelo 24.50-52)  afferma:  li condusse verso Betania  ed alzate le mani li benedisse. E mentre li benediceva  si staccò da loro  e fu portato in cielo.  Invece in Atti (1,9) Luca afferma:  egli venne sollevato in alto  sotto i loro sguardi e una nube lo sottrasse ai loro occhi,  poi aggiunge che si presentarono a loro due individui in abito bianco che dissero: uomini di Galilea perché state  ancora a guardare il cielo? Il Gesù che, tolto a voi, è stato assunto in cielo, ritornerà nel modo come l’avete visto andare  verso il cielo. Ma sempre negli Atti (1,3) dice contraddicendo quanto detto nel Vangelo- dove sembra che, finita la Pasqua  ci sia l’ascensione- : Gesù sale al cielo quaranta giorni dopo la Resurrezione  perché deve dimostrare  che era vivo, facendosi vedere dagli  apostoli… soffermandosi a  conversare di cose riguardanti il regno di Dio.

Oltre  a questa contraddizione, temporale, bisogna rilevare che i due termini di ascensione e di assunzione sottendono  l’uno una forza propria traente verso l’alto, il secondo una forza esterna, angelica, I bizantini padroni della zona  fino al 636 d.C., identificavano la valle del  Cedron  con quella di Giosafat  e perciò costruirono tombe conventi  e chiese , popolando con monaci  e monache il Monte degli Ulivi:  Girolamo, Rufino, Pelagio, e donne come Melania senior e Melania iunior,  Eudocia Athenais  ed altre vissero nella zona.

Professore, ho sentito dire che nella Moschea dell ‘ascensione, c’è un rettangolo con l’impronta del piede destro di Gesù?

Ti rispondo con Jerome Murphy-O Connor, ibidem,129: all’interno dell’edicola della  Moschea dell’Ascensione un piccolo rettangolo circonda l’impronta del piede destro di Gesù; la sezione che conteneva l’impronta  del piede sinistro  fu trasferita … L’autore aggiunge che i bizantini veneravano  le impronte dei piedi che erano interamente e chiaramente impresse nella polvere e consentivano che i pellegrini le asportassero.  Questo si sa  per la testimonianza di Arculfo.

Professore , chi è Arculfo?

Ti dico in breve  che è un monaco irlandese che, fatto un naufragio, si salva presso un’abazia  e  racconta il suo viaggio, intorno al 670, a Gerusalemme  e a  Costantinopoli. Un altro frate, tal Adamnano,  poi scrisse nel 698 d.C. un’opera  De locis sanctis in cui  ci sono le testimonianze del suo confratello.

Bene, Grazie professore.  Mi può parlare ora  delle chiese più importanti,  che oggi sono nel Monte ?

Ti parlo della chiesa del Padre nostro , di quella della Tomba  della Vergine   e del  Dominus Flevit che per me hanno interesse per diverse ragioni.

Circa La chiesa  del Pater nostro  devo dirti, Marco, che  già Costantino aveva progettato secondo Eusebio  (Cfr. Vita  di Costantino a sra di L.Franco, 2009 ) di fare tre grandi basiliche, una  nella grotta della Natività a Betlemme,  una n sul Golgota a Gerusalemme ed una su una grotta del Monte degli ulivi  per celebrare la nascita, la morte e l’insegnamento  della preghiera ufficiale del Cristianesimo    al fine di collegare i misteri fondamentali della fede.

La regina Elena, madre di Costantino,  giunta a Gerusalemme, trovata la croce del signore, pensò di costruire una basilica del Pater noster  in una grotta  dove già si celebrava l’ascensione di Gesù, avendo sentito dire che lì il signore aveva dettato la preghiera.  La regina perciò decise di  fare sopra la grotta  la sua costruzione e ordinò di  fare accanto anche un sacello per la memoria dell’Ascensione, che, più tardi, fu trasferito sulla cima del Monte. Marco, te ne ho voluto parlare  perché oggi c’è  scritto il Padre nostro in 62 lingue su pannelli piastrellati delle fondamenta bizantine,  in quanto un pellegrino aveva  sentito parlare di un antico Abba,  ebraico,  scritto, ed un altro  ricordava di aver letto un Pater in lingua greca…

Della Chiesa del Dominus FlevIt te ne ho parlato in il  Mito di Pietro,  in cui tratto del ritrovamento nel 1954 di un ossario alla base della basilica. Il Francescano padre  Bagatti stabilì che sotto c’era un cimitero ebraico datato tra il 100 av, C, e il 135 d.C. con la probabile tomba di Simon Pietro, avendo considerato attentamente  le sepolture a kokhim, proprie del periodo giulio-claudio e rilevato  che non hanno niente a che fare  con altri corpi posti a nicchia ad arco di epoca successiva (III-IV( sec d.C.).

Della chiesa della Tomba della vergine ne parla Arculfo, che descrive il luogo dove fu sepolta la Madonna anche se noi cristiani nei Vangeli non abbiamo  notizia della morte, sebbene sappiamo di una disputa tra  le città di Efeso e  di Gerusalemme che avanzavano pretese  sull’onore di possedere la tomba.

Il viaggiatore irlandese dice: è una chiesa costruita su due piani  e la parte inferiore, che è sotto una volta in pietra, ha una forma sorprendentemente  rotonda. All’estremità orientale c’è un altare  a destra  del quale c’è una tomba,  vuota, scavata nella roccia, in cui per un certo tempo rimase sepolta Maria…

Bene e grazie, professore. Sono fiero di essere suo discepolo.

Marco, che dici?! Io  sono grato  a te: non ho più né ascoltatori né lettori! Mi sento veramente solo.

Lavorare, lavorare, lavorare/ preferisco il rumore del mare

 

 

 

Lavorare, lavorare, lavorare

preferisco il  rumore del Mare

 

Non è  propriamente un distico di  D. Campana ( 1885-1932), ma un’interpolazione con sostituzione di termine, posto in altra sede, per un adattamento culturale.

Il distico  deriva dalla seguente poesia, la diciottesima di Taccuini, Abbozzi e Carte  varie  ( Cfr. D. Campana, Canti Orfici ed altri scritti, introduzione di C. Bo, Firenze, 1941):

Fabbricare, fabbricare, fabbricare

Preferisco il rumore del mare

Che dice fabbricare fare e disfare

Fare e disfare è tutto un lavorare

Ecco quel che so fare.

In quegli anni, tra il 1911-3, in cui   conobbe ed amò la scrittrice Sibilla Aleramo (1876-1960) il poeta aveva lavorato moltissimo e per vivere  nei suoi frequenti espatri, aveva fatto il fabbro, il suonatore di triangolo nella banda della marina argentina, manovale, stalliere, pompiere  e venditore di stelle filanti  ad Odessa.

Il rumore del mare evocava al poeta il fare e disfare, che diventavano espressione della sua vita errabonda, di una fabbrica, in cui, però, evidenziava il lavoro di costruzione e di demolizione, infruttuoso, pazzesco.

Nespolo, interpolando, ha costruito due versi, campaniani, per un suo preciso messaggio.

La  nuova “poesia”,  ricodificata, inserita nel sistema industriale,  deve essere attentamente letta per capire il messaggio dell’artista, ma anche per rilevare il senso di un’opera d’arte di uno scultore, che l’ ha voluta scegliere come manifesto culturale contemporaneo  per un lungomare, quale quello di S. Benedetto del Tronto.

Ad una prima lettura appare chiaro il significato  di  preferisco, essenziale per la comprensione dei due versi: porto avanti, antepongo ad altro (da prae-fero)

Perciò : A  lavorare, lavorare, lavorare, antepongo il rumore del mare.

Inoltre l’anafora di Lavorare (la triplice ripetizione del termine) sottende uno stato di disagio, di peso, di monotonia, a seguito della necessità  quotidiana  del dovere professionale, fardello continuo di ogni vivente in una società industrializzata e rimanda nella indefinitezza , propria dell’infinito, ad una stanchezza e spossatezza morale indistinta.

Infine il rumore del mare  esprime la continuità dello sciabordare del mare, che mormora ripetitivamente, in modo rasserenante e quietante, sottendendo un messaggio di stabilità e di riposo, anche se congiunto con quello di distruzione (traccia del verso di Campana)

Ne consegue che superficialmente si può concludere sul piano denotativo: al lavoro ossessivo, imposto, io, uomo preferisco il rumore  continuato e ritmato del mare: alla condanna del lavoro, generica, corrisponde contrastivamente la volontà dell’individuo che preferisce emotivamente il rumore del mare, sentito ora positivamente

La scelta  tra la produzione industriale, ritmata e scandita dall’alternarsi delle liquide l e r  di lavorare,e l’attività sonora del mare, espressa col rumore (che rientra nell’area semantica dell’industria ) è segno della coscienza del disagio umano, di fronte all’anonimato industriale, richiamato proprio dall ‘insistenza della r, che, ridondante ed allitterante, accomuna i due stichoi.

Il piano espressivo cela una complessa opposizione semantica, basata sull’equivocità della positività del lavoro umano e sulla negatività del rumore del mare come fastidio, nella sua monotona ripetizione di battito dell’onda sulla  battigia, che vengono rovesciati dall’autore, che, propenso all’ozio,  sente come piacere il mormorio rumoroso del mare e come dolore l’assillo del lavoro,.

L’io è segno di una emotiva partecipazione al rumore naturale eterno, di una coscienza dell’assillo lavorativo quotidiano e di  una conseguente scelta personale.

Il rumore del mare, come sensazione più auditiva che visiva, sottende tutta l’area semantica dei suoni marini, che vanno dal fragore al sussurro, dal sibilo al mormorio, connessi con l’operatività marina e delle acque e dei pescatori.

Il distico  risulta  strutturato ed impostato contrastivamente in senso antitetico,   impreziosito da  un gioco analogico sinestesico, che si risolve nella personale  preferenza di vivere l’incanto di una vigile attenzione al mare, alla sua armonia, al suo profumo, al suo perenne lavorio, come evasione momentanea dall’urgenza lavorativa industriale.

Il significato complessivo, dunque, per il poeta é: io, uomo ,che sono assillato dal lavoro quotidiano, preferisco la canzone rumorosa ed assillante del mare a quella della fabbrica  , termine, assente,  sotteso nella ripetizione iniziale.

Il merito dell’artista consiste nell’aver saputo interpretare versi così sfumati di significati e di averli mediati per la città di S. Benedetto del Tronto, riprodotta nei suoi colori tradizionali, come località dove il canto, dolcemente rumoroso del mare veramente ritempra, rasserena e  pacifica l’animo di chi è stanco dal lavoro  continuo, impellente: una promozione turistica maggiore non poteva essere inventata neppure dal più geniale propagandista.

Nespolo ha tradotto il pensiero altamente poetico  con i suoi mezzi espressivi, con semplicità, come per non corrompere la potenza evocatrice della parola, annullando quasi la sua abilità artistica.

Ha sfruttato la sua capacità di giocare coi colori, da bambino: ha fatto un climax ascendente cromatico  nella  nuova composizione dei versi liberati dalla regola metrica e disposti ora in sei versicoli, ha sfumato i colori dell’azzurro dal primo lavorare, celestino, al bleu cupo di del mare per chiudere col rosso dei tre piedi metallici, che richiama cromaticamente  la barra rossa, che intervalla ogni versicolo.

Ugo Nespolo(1941-vivente, artista noto in zona per Lo Sberleffo, per il Palio della Giostra di Foligno  e del Torneo cavalleresco della Quintana di Ascoli Piceno ) già solo per questa geniale trascodificazione è scultore  grande, meritevole di plauso.

Fare storia

Esserci

 

 

 

 

Fare storia è un vecchio articolo del 2010, del professore, dedicato ai suoi alunni Andrea, Marco, Marcello, invitati ad essere se stessi  e fare una nuova storia in opposizione ai parametri storici classico-cristiani, in una condanna del formalismo sociale e di ogni forma di upourgia/ omaggio sia verso chi ha potere politico o religioso che verso il popolo, il cui plauso  genera  ricchezza e gloria a chi lo diletta. E’ in effetti un ricordare loro l’orientamento nell’humanitas e nella democrazia, al di là di ogni ideologia, alla ricerca della propria autonomia.

 

 

Fare storia

Fare storia/historia è  vedere, indagare, relazionare con akribeia, dopo lungo studio scientifico su un personaggio o su un evento, ma anche sul tempo  in cui vive il soggetto e sulla cultura da cui è nutrito e in cui si è formato il soggetto.

Lo studio attento di tutte le fonti (non solo storiche, ma anche economiche, sociali, letterarie, numismatiche, archeologiche ecc.) produce una risultanza da comparare con le valutazioni già accertate del prima e del poi (cioè dei fatti avvenuti e  di quelli successivi),  in modo da leggere la funzione del soggetto nella sua epoca, messa in relazione  con la cultura del  tempo, per rilevare la tipicità dello specifico prodotto.
Lo storico opera, insomma, come un linguista che, come ricevente,  per  comprendere il messaggio e per stabilire la funzione dell’emittente, fa il cronotopo, dopo aver decodificato il tipico codice individuale,  aver rilevato i vari ostacoli sul canale ed averne capito il sistema di semantizzazione.
. Lo storico, perciò, delimita  e studia i termini  del periodo e legge  la vita del  soggetto ( Gaio Cesare Germanico Caligola) e   rileva le fasi del  suo regno (37-41 d. C.), comparando ogni cosa con quelle precedenti e quelle successive di imperatori della stessa casata.
. Lo storico, scrupoloso nella ricerca,  non ha fini, fa skepsis. mostrando la funzione della domus giulio-claudia  nel periodo di 116 anni, letto tra la fine della repubblica e l’inizio di una nuova casata, dopo la crisi dell’anno 68-69 d.C.
. Lo storico  non tende al to muthodes, cercando  to  terpnon  in modo da dilettare il lettore, ma vuole recare ophélima ( vantaggio)  a coloro che vogliono investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri.
In questo modo la sua opera è ktema es aiei un possesso per sempre , non agonisma un pezzo di bravura  sofistico ascoltato per un momento (es to parachrema).
Tucidide anche così facendo, comunque,   tramanda una storia ordinata  secondo kosmos, fa azione oratoria classica, fa la storia di un popolo secondo  theoria, secondo i paradigmi ellenici, imitativi, propri della superiorità greca nei confronti del barbaro, e dà una visione armonica del mondo, esclusiva ed unica,  secondo parametri greci senza neanche considerare  altre possibili forme, seppure informi e tanto meno quelle diverse; viene così implicitamente autorizzata e permessa l’upourgia, la costruzione poetica con la creazione dell’eroe, prototipo dell’ethnos e con la costituzione del panegirico e dell’encomio per il  turannos
.

Fare storia è ricostruire, su una base solida (data dalla conoscenza incrociata  e trasversale di  discipline diverse e dalle numerose competenze tecniche)  ogni notizia accertata, i dati, catalogati,- dopo aver falsificato l’autore classico -che mira solo a tradere la pars vincente-  in una neutra lettura delle fonti specie di quelle trascurate o neglette: la ricostruzione è un paziente lavoro di risultanze, colte nelle parole chiavi dell’epoca.
Dalla ricostruzione migliore possibile, tuzioristica, deriva la possibilità di rilevare realmente un personaggio, di collocarlo nel suo contesto, di cogliere la funzione storica, di valutarlo in situazione, non fuori del suo tempo, secondo  i parametri universali, mitici, astratti dell’agiografia.
Nel nostro caso, per la revisione di Gaio Cesare Germanico Caligola,  dopo aver fatto un ampio studio sulla società romano-ellenistica ed aver rilevato la cultura del periodo che va dal 60 a.C. al  235 d. C.  ed aver scritto Giudaismo Romano in 5 volumi (opera inedita), ho estratto Caligola il sublime  rilevandone la peculiare e tipica funzione nella domus giulio- claudia rispetto alla crisi repubblicana e rispetto alle successive case regnanti (flavie, antonine e severiane). Ne deriva che ho cercato di rilevare la funzione della domus regnante e quella specifica di Caligola nella  sua casata imperiale.
Dal lavoro sull’ellenismo romano e specie sul giudaismo e sulle sue fonti (Bibbia, Filone e Giuseppe Flavio, autori da me tradotti) mi sono sentito autorizzato a dare un’altra risultanza storica e a rovesciare la pazzia di Caligola in sublimità.

2. Fare storia come  cercare la nostra autenticità

Noi riteniamo di essere piccola cosa, una creatura umana rispetto ad un insieme ed unicum il Kosmos  e ci sentiamo meno di una formica rispetto al regno delle formiche e a quello animale.

Cosa sa una formica? e di cosa è esperta la formica se non del suo ruolo in quel gruppo di formiche con cui comunica ? solo  di quella cosa di cui è portatrice di messaggio: una cosa da poco ma funzionale al gruppo.Ma cosa sa la formica dei tanti altri gruppi di formiche sulla Terra e quindi delle tante concatenazioni e relazioni misteriose di un genos rispetto agli altri gene? E cosa sa dell’ habitat in cui vive e di cui si nutre e  con cui si relaziona facendo una sua esperienza vitale  per un certo periodo di tempo? e cosa sa di ogni altro elemento vitale anche nemico e di tanti altri esseri che sono nel suo ambiente? poco o niente? E’ per lei un mistero? o col gruppo ha sviluppato un suo modus vivendi per essere in relazione con ogni filo di erba, con ogni dosso di terra e con ogni pietra  e con le alture o i cunicoli terrestri o le acque o il meraviglioso mondo vegetale  con le sue infinite varietà di verde?
Quindi la formica vive in un sistema, essendo parte di esso ma è solo in relazione ad un piccolo gruppo e non può fare storia né di se stessa né del gruppo né del sistema  generale ma è solo in una forma epistemica animale, in sintonia col tutto, certamente  senza diritti di supremazia tra esseri caduchi ed effimeri.
Cercare la propria autenticità è un fatto individuale, umano, di razionalità tipica dell’uomo e non dei viventi naturali, mentre fare storia è un fatto comunitario sociale e politico di un popolo, la cui crescita si verifica ad ogni presa di coscienza reale del proprio vissuto storico al di là degli ambienti e dei contesti.
Conoscere se stessi è fatto necessario, ma successivo ad aver cura di sé (epimeleìa eautou), mediante la quale si trova la propria identità
Conoscere di far parte della storia e della natura, di essere pars animale e razionale, dotata di spiritualità è  diventare effettivamente uomo storico e fisico, elemento sociale e naturale,  circoscritto ad una propria stirpe, che, con la parola, ha segnato la sua esperienza  di vita  esprimendo il suo originale sistema culturale, unico rispetto a tutte le altre etnie animali.
–    Alla nostra nascita troviamo già ben costituito ed ordinato il mondo, in cui dobbiamo vivere secondo leggi, un kosmos organizzato,  secondo una storia già scritta ed  una natura già catalogata: noi siamo conformati al sistema già esistente e con la parola siamo educati alla uniformazione e alla integrazione: una parola equivoca, ambigua, che in seguito dobbiamo riempire di reale significato, quando si agisce effettivamente,  allorché alla parola si fa seguire l’azione. o meglio l’azione già fatta viene spiegata dalla parola
–    Noi, imitando, obbedendo, ci siamo conformati secondo la volontà e il pensiero della nostra tradizione e delle autorità costituite e siamo schedati come buoni, sani secondo parametri tradizionali, morali,   secondo le misurazioni di una metretica classico-cristiana  basata sull’aurea mediocritas e sul privilegio di un principe  tra le creature terrestri, affini al Creatore, secondo l’educazione ricevuta dall’infanzia, impegnato ad imitare il Christos, figlio di Dio,  redentore dei nostri peccati  morto e risorto per la nostra salvezza
Noi,  da laici, invece, creature fatte di materia, destinate a morire,  non imitando, non obbedendo, non conformandoci alla tradizione,  non seguendo la parola del gruppo, pur vivendo, pur facendo esperienza di vita reale, pur  cercando la normalità e l’autenticità e l’autonomia,  troviamo la nostra funzione,  scoprendo un ‘ altra humanitas, un’altra storia, un’altra natura, anche se siamo catalogati come non buoni, non sani, secondo la moralitas tradizionale e quindi risultiamo scomodi cioè sembriamo  uomini non conformati alla metrioths, parrhsiastai, liberi di parola e  capaci, comunque,  di essere autoi (se stessi autentici)  in relazione solo al logos e alla phusis.
–    L’uomo razionalmente  deve scegliere se conformarsi alla tradizione o se rifiutarla, in un dato momento della propria storia personale, decidere una propria via, ma deve anche stabilire se innova conservando e se rivoluziona il sistema ereditato, dopo aver trovato stabilità ed essersi orientato.
–     Decisa la direzione,  allora si vive senza parametri, senza schematismi, ma non in modo anarchico,  anche se in modo anomalo: ci si abitua all’ errore come compagno della nostra esistenza, ci si esercita all’ autocorrezione in itinere, dopo orientamento generale, dopo il decondizionamento dalla theoria classica, grazie alla pratica di vita.

Rilevare la normalità dopo i condizionamenti ricevuti mediante la parola,  diventa un faticoso esercizio morale: l’autenticità di parola e di fatto, comunque, autorizza una methodos nuova, un orientamento,  mentre si va  stabilizzando la propria costruzione di vita  autonoma

3. Scrivere Caligola il sublime

Scrivere è sempre un far qualcosa di nuovo,  costruire (oikodomein), cercare di dire in modo ordinato quanto ognuno di noi effettivamente ha capito, mostrando le risultanze di lavoro, non dicendo le cose già dette: la comprensione di un fatto diventa anche la comprensione di più fatti se c’è unità di indagine e di metodo, ma specialmente risulta una ulteriore scoperta dell’uomo, un altro modo di vedere la realtà perché si è verificata una nuova conquista e si è fatto un passo verso la conoscenza reale.
. Scrivere Caligola il sublime è stato ricercare la storia delle origini dell’imperium romano, trovare tra i vari storici  di diversa formazione una medesima coscienza, quella  della necessità  a Roma in epoca cesariana ed augustea di una costituzione nuova non più repubblicana ma monarchica, della accettazione da parte popolare, equestre e senatoria di una domus  come casata  divina, destinata dagli dei a svolgere una funzione di  pastore (razionale)  sulla massa popularis, a governare come timoniere la nave dello stato in pericolo.
– Il principato augusteo e quello tiberiano dall’angolazione di Caligola erano incompleti  perché  l’impero aveva in Occidente una costituzione e in Oriente un’altra, con due diverse economie e necessitavano di un comando unico e di una comune politica, con un’unica costituzione.
–  La neoteropoiia e l’extheosis sono le innovazioni con cui Caligola  vuole unificare il suo impero, trasformando in  pracsis la theoria  già funzionante come Basileìa ellenistica
L’ anomalia (opposta alla analogia) come percorso ascetico di un animo, dotato di ingenium, pathetikos, diventa espressione di una mutazione di sistema di vita, di cambio costituzionale e di passaggio ad un assolutismo regio su basi religiose.
– L’accentramento di potere, l’annientamento del senato, il declassamento di Roma a semplice urbs,  rispetto ad Alessandria divenuta capitale dell’impero, l’esautorazione dei pretoriani a favore di un corpo di germani, sono atti rivoluzionari che determinano reazioni incontrollate  di tutte le classi, di cui diventa espressione  la  congiura  apparente di Cassio Cherea, che uccide il tiranno, manovrata da altri congiurati, da una congiura senatoria,  che si manifesta nei due giorni di anarchia  24 -25 gennaio (cfr- Per una datazione di Consolatio ad Marciam di Seneca).
–   L’adrepebolon (puntare a mete impossibili) è la sintesi secondo il Peri Ypsous di uno slancio divino  proprio di un anomalista,  che ha dalla natura pathos affetto passionale e che, con l’esercizio, ha acquisito tutte le tecniche possibili e quindi può conseguire qualsiasi risultato.

S.B.T. 17-2-2010
Angelo Filipponi

“Idea” di un Jesus of culture

Da sempre ho pensato che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima  e poi ad essere cristiano: non possono non esserci due tempi diversi! Mai nello stesso tempo!

Quindi, professore,  secondo lei la formazione unitaria umano-cristiana  risulta non positiva? non ne capisco il motivo!

Marco, il sistema uomo  è umano, proprio di creatura mortale cosciente di essere tipico rispetto al prossimo con cui vive, ma isonomo, eguale per diritto, perché  animale sensibile, razionale ed effimero,  in un sistema kosmico  Terra, anch’esso  di breve durata – che è pianeta orbitante  intorno ad un altro sistema maggiore, quello solare, il quale è parte minima  di un macrosistema galattico, che è piccola porzione di un altro sistema ancora più grande extragalattico –  di cui è parte infinitesimale, come ogni altro essere animato terreno.

Il sistema christianos è basato su una divisione arcaica tra Klhros e laos, in cui il Klhros  classe elitaria, scelta da Dio di suo arbitrio, educa il plethos  alla religio,  creando un culto di latreia  per  Dio, ente creatore, celeste, estraneo al Kosmos,   con cui  oi oligoi dominano su oi polloi, mediante il musterion: ogni religione risulta un’inventio  storica di uomini acculturati, interessati, magici, su altri non acculturati, sbigottiti dai fenomeni naturali ed impauriti dalle ombre,  creduli, bisognosi di capi e di Dio.

Fare un’operazione sincretica confondendo gh ed ouranos,  perciò, professore, provoca disturbi e turbe nella psuchh umana, costretta ad obbedire al nomos terreno e a quello divino, lacerata tra il diritto umano e quello transumano, specie se si crede che il Dio ha inviato il proprio figlio  sulla terra  ad incarnarsi in una Betullah/parthenos/virgo per morire come redentore dei peccati dell’ uomo, secondo una storia mista,  propria di un’oikonomia tou teou (di Padre, Figlio e Spirito Santo) su questa terra.

Vedo con piacere che entri nella mia logica e comprendi chiaramente che non è possibile educare un bambino,  che  vive camminando sulla terra, contemporaneamente, ad essere uomo mortale e ad essere uomo- divino, come Christos, morto e risorto, destinato ad una vita eterna  celeste del Paradiso,  patria definitiva!.

L’uomo così formato non sa chi sia  e suggestionato dal mito e condizionato dall’insegnamento sacerdotale  non sa vivere la realtà umana e naturale, come  semplice entità  sensitiva perché definito principe del creato: la sua stessa conformazione  fisica genera, inoltre, mali  forgiati  da  se  stesso, solo con la  volontà di dominio sugli altri e sulla natura, che è quella che è in relazione alla sua stessa composizione in elementi costitutivi della materia stessa naturale, continuamente in divenire, esplosiva, perciò, ora in un ambiente ora in un altro, pur rimanendo sostanzialmente buona  anche se può essere distruttiva e catastrofica in certi momenti: il suo fine è l’armonia delle singole creature, divise in species, e del tutto, nonostante i momentanei – letali per alcuni elementi- assestamenti  per un equilibrio statico terrestre di autoconservazione, pur nel suo movimento rotatorio.

Perciò, secondo lei, professore, ci vuole una formazione perfetta umana prima e poi  quella religiosa – buddista,  ebraica, cristiana, islamica, induista, confuciana, idolatrica – come scelta dopo il raggiungimento della maturità psico-fisica,  in relazione ai processi scientifici di un mondo industriale  cibernetico, computerizzato, a seconda della sorte politica in cui capita di vivere. Questo voleva dire in sostanza, quando ha scritto  “Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” nell’articolo pubblicato nel 2012, su  Quotidiano. it!

Certo, Marco, vorrei  che l’uomo,consapevole del suo stato, vivesse secondo il proprio  credo  religioso, in serenità,  in pacifici e democratici rapporti con l’altro e desidererei tanto  ricucire lo strappo secolare tra Giudaismo e Cristianesimo  e dare reali possibilità di dialogo, sulla scia delle formulazioni del Concilio Vaticano II, alle tre confessioni monoteistiche, compreso l’Islamismo, che  ha in Abramo e in Gesù due figure, che risultano cardini fondamentali  nel Corano in quanto ritengo che la volontà di rendere umana la figura di Gesù sia un’esigenza prioritaria per un dialogo interconfessionale.

Lei, che sempre ci ha detto di non aver una funzione come uomo se non quella di vivere insieme agli altri e come gli altri, in modo paritario, senza onori e senza  comando, ora sembra farsi magister per una nuova  cultura e per un dialogo  religioso  indicando nel metodo e nei tempi un altro sistema di lettura, di  studio e di ricerca   su una base  anthropica  per un recupero della vera humanitas/philanthropia, compromessa, falsificata, rovinata dalle culture  orientali impostate  e strutturate sulle forze antinomiche  bene-male /luce -tenebre dalla tradizione agostiniana, sintesi della cultura  greco-latina ellenistica, poggiante sulla  grandiosità speculativa ellenica come superiorità dei politai sui barbaroi. 

Si, Marco, ritengo che un magister che orienti l’altro- docile  a seguire le orme, marcate,  magistrali- perché conosce il tragitto faticoso e ha una qualche risultanza, segno del lavoro compiuto  e della esperienza, provata, possa, senza dogmatismi, giovare all’uomo.   Perciò, penso che per noi cristiani  lavorare sul fatto culturale non su quello religioso, sia una necessitas: non si può seguitare a fare storia del cristianesimo  per  cercare consenso, vendere  e piacere al grosso pubblico non educato culturalmente, consapevole di ripetere quanto già detto da secoli! Dire altro  dopo aver tradotto, letto i codici,  fatta un’altra lettura dei testi, potrebbe avviare un altro processo culturale e dare nuovo impulso alla scuola: formare équipes di storici.

Solo storici professionisti  possono  riscrivere la  storia romana imperiale, la  storia di una provincia romana, quella di Siria con la sotto provincia di Ioudaea, aramaica, collegata con la comunità della diaspora ellenistica,  a confine con l’impero parthico, dove vivono altri giudei della stessa lingua e religione: il loro lavoro potrebbe  risultare  esemplare  per i giovani che conoscono solo la storia dei vincitori, che, pagando i retori, si sono alonati  e santificati, tagliando con le stragi dei nemici, l’albero del progresso, non potandolo, ma  spesso atrofizzandolo.

In questa operazione è fondamentale, perciò,  la distinzione tra Gesù uomo, Kain , Meshiah, Maran  e Gesù rabbi, redentore dell’umanità, figlio di Dio, persona della Trinità.
Senza di questa, Gesù il fratello grande /maggiore, saggio, ebreo, che ha un posto di rilievo nella storia giudaica  e perfino nella fede di Israel, ha funzioni e meriti improponibili per un sereno dialogo, perché, come anthropos, non poté, in quella situazione ebraica e romana di quel tempo determinato, insegnare ad astenersi dal giudizio, a pregare, a digiunare,  ad amare il prossimo, a comprendere il significato del sabato, il regno di Dio: egli fece qualcosa ma non insegnò.

Per lei, quindi, non c’è stata la volontà nella Chiesa  di una vera ricerca culturale  storica cristiana, sull’uomo e sull’uomo Gesù, ma solo  di una ricerca religiosa! Io, da alunno, ancora approvo la sua conclusione di sette anni fa: Se si vuole accettare il  presunto insegnamento di Gesù…  bisogna rivalutarlo, dopo lungo esame testuale e critico  e poi accettarlo ed iniziare il colloquio con le altre confessioni, specie quella ebraica, da cui è nato il Cristianesimo. Si potrà, allora, dire che Gesù ha una sua misura umana con connotati ebraici e che la chiesa e i concili sono altra cosa e si potrà aggiungere che allora la mano di Gesù è una mano fraterna, senza parlare di Messia e di stimmate.

“Sia, dunque, un Jesus of culture non un Jesus of religion: su questa strada noi cristiani abbiamo moltissimi fratelli giudei (e forse musulmani)”.

Upourgia e Vangelo di Marco

Il termine  upourgia può sottendere nel suo significato l’idea di un gruppo che lavora ad un fine? Faccio questa domanda perché seguo le sue traduzioni e note  di Antichità giudaiche e specificamente  chiedocosa significa, upourgia  per Giuseppe Flavio? Vorrei capirlo bene per  chiarirlo anche ai miei amici, Andrea e Marcello.

In Antichità GIudaiche (XVI, 185.187), amico mio,  lo scrittore mette in paragone la sua opera con quella di Nicola di Damasco, usando i termini historia e upourgia.

In Flavio, autore giudaico, ellenizzato,  historia vale narrare toledot generazioni  ed è utile agli altri, mentre upourgeia è  un servitium /ministerium compiacente o ossequio  servile affettato in quanto deriva da upourgeoo/rendo un servizio assistendo  qualcuno, riverendolo perché  ha carica pubblica e potere politico. Nel nostro caso  si tratta di Nicola di Damasco – autore in seguito  di  Storia Universale ( 144 libri)  che  scrive encomi e panegirici per Erode, suo datore di lavoro e  signore benefattore, amico stretto di Ottaviano Augusto, imperatore  e di Marco Agrippa, suo genero,  i cui figli sono delfini imperiali destinati alla successione, dominatori di un imperium di oltre 3.300.0000 km quadrati.

Dunque, Professore, Flavio dice che lui fa vera storia  per educare gli altri e che Nicola invece ha le caratteristiche del cortigiano, che loda il re Giudaico e l’imperatore romano per un utile personale.

Bene. Hai capito.

Ora ti  aggiungo  e preciso  che Flavio  già sotto Vespasiano e poi sotto i suoi figli ha svolto, anche lui, una funzione  upourgica, come quella di Nicola per Erode prima e poi per Augusto, in quanto come profeta, dopo che è stato fatto prigioniero ad Iotapata, ha vaticinato, quando ancora regna Nerone, il dux vincitore  come un sooter, come  colui che salva  il mondo romano dalla guerra civile e lo ricompone socio-economicamente su una base culturale diversa di principato da quella gentilizia giulio-claudia, dopo la tempesta burrascosa del 69 d.C.. In un ventennio l’autore ebraico, fedele alla stirpe erodiana e a quella dei flavi, avendo  avuto ricompense, onori e potere tanto da poter scrivere  Guerra giudaica come espressione deferente, ambigua,  di un popolo  vinto,  ma  grato all’imperatore per la nuova condizione ebraica ellenistica, disgiunta da quella aramaica, taciuta e nascosta, nell’ecumene romano,  si è mantenuto così fino quasi alla fine dell‘imperium di Domiziano, quando la situazione politica  cambia radicalmente per l’azione senatoria antiflavia.

Cambia , perciò,   anche l’animus di Giuseppe Flavio l’ebreo Iosef ben  Mattatia, storico ufficiale di corte,  uomo di famiglia eccelsa  sacerdotale, imparentata con gli asmonei e  con gli stessi erodiani (cfr. Bios)!

Cambia anche il suo team scriptorio, costituito da decine di schiavi  e liberti che fanno parte della sua  familia, ellenisti, letterati e filosofi, di origine alessandrina, probabilmente,  che traduce il suo pensiero sacerdotale, rendendolo piacevole retoricamente, stravolgendo la sua stessa volontà  di verità e di morale, tradendo di fatto quanto detto  in Ant giud,XVI,187 in una professione  di alhtheia sincerità e di giustizia(katharoos kai dikaioos) propria dello scrittore ebraico.

Professore, sono due modi di scrivere che esprimono anche due culture diverse, una laica e pagana  ed una sacerdotale, che a volte si sovrappongono e si mescolano  nella volontà di fondere  dulce  et utile/bonum!

Marco, per me, Upourgia risulta segno linguistico prezioso per comprendere la metanoia di  Giuseppe Flavio sotto Domiziano e quella stessa  del suo gruppo  di letterati,  di cui non si conoscono i nomi. Tieni presente, inoltre, che gli ebrei romani ora sono in estrema ansia  per la situazione instabile della patria a causa degli aramaici integralisti in lotta coi romani, che hanno intensificato la loro azione repressiva  in Giudea e in Galilea  ed hanno lentamente distrutto con la politica italica flavia lo strapotere alessandrino commerciale e trapezitario, favorendo di fatto la riconciliazione tra la grande finanza ebraico-ellenistica mediterranea e le correnti aramaiche cfr.  Frontone e gli antonini e Il II secolo d.C: il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia.

La tradizione cristiana accenna solo a Paulus e al suo gruppo di scribae, trascurando ogni altro fenomeno  per indicare il modo di scrivere e il sistema storiografico cfr. Lo “storico” Cristiano.

Un pontefice come papa Ratzinger conoscitore  anche di autori bizantini come   Costantino Porfirogenito e Fozio, conosce sicuramente  il sistema scrittorio giudaico ellenistico, specie quello del didakaleion alessandrino, dove funzionavano scuole di scritture, di copiatura e di rilegatura di biblia, sotto la guida di maestri scrittori coadiuvanti  Panteno, Clemente ed Origene, già adottato, da autori precristiani come  Aristobulo,  Giasone di Cirene e anche da scrittori viventi a corte presso i re ellenistici di Macedonia, Pergamo, Siria ed Egitto, come si può rilevare da Polibio.

Non è pensabile che papa Benedetto XVI non conosca i discorsi di Nicola di Damasco, quello di Alessandro e di Antipatro, figli di Erode o la lettera di Erode Agrippa I  a Caligola di Filone, e il discorso di Antipatro figlio di Salome o quello di Giulio Erode Agrippa II al popolo  tipici della historia prammatica, simili a a quelli di Tito Livio e di Tacito, lo storico di Annales, opus rhetoricum maxime.

Come non mettere in relazione tanta perizia tecnica lessico-grammo-sintattica  con la massima imperizia e il peggior scrittore greco, che è il cosiddetto Marco, un levita, la cui formazione  linguistica  e letteraria non è quella di un figlio di Erode o di Salome educati a Roma  da maestri  simili a quelli della domus augusta o delle casate nobile romane di opposizione al principato, nemmeno degno di essere definito un koomogrammateus / scritturale di un paese giudaico, un principiante  che sa usare con un elementare lessico   il solo enunciato semplice o quello  composto,  iniziando  quasi sempre il suo modesto pensiero con kai, usato più di 100 volte o  con gar.

Come non rimanere sorpresi dalla comparazione di tale testo con quello di retori viventi a Roma,  educanti i migliori figli dell’aristocrazia anche di opposizione al principato  come quelli del circolo di Pollione e quelli di Messala?.

Non è possibile  che un vescovo come Piero Rossano curatore del Vangelo di Marco, ( Bur 1984), che  pur  rileva la povertà di vocaboli  dell’evangelista e la sua non conoscenza della grammatica greca e  della sintassi, non veda la mano anche di un retore che, pur lasciando la struttura lessicale del sistema di eloquio marcino,  sa sfruttare    l’efficacia sul plethos e sa suscitare la meraviglia  popolare specie con  kai euthus / e subito?

Come può non aver rilevato una possibilità che qualcuno dopo il confronto tra  il modo di scrivere evangelico e quello di Flavio                (Guerra giudaica ed Antichità giudaica)  abbia scritto o tra le due opere o dopo gli ultimi 20 libri  flaviani con lo stesso sistema di un ebreo,non  ancora ben ellenizzato, stanziato a Roma per qualche tempo?  E’ impossibile che non abbia rilevato la presenza di  un scriptorium  christianum  nella stessa  domus flavia con uomini intenti al lavoro dello scrivere retoricamente e che svolgono la loro funzione ministeriale assistendo il dominus impegnato nella scrittura specie di memorie, una normalità in una domus patrizia romana.

Un papa e un vescovo conoscono gli aneliti riformistici di uomini che nel 1957 si riuniscono alle catacombe di Domitilla  per un ritorno alla povertà evangelica   per spogliarsi di ogni umano potere per rendere la chiesa veramente povera, umile, pia, ed, anche se oppressa, eroica,  secondo le parole retoriche, dati l’anafora e il climax ascendente del cardinale G.Battista Montini!.

Lo scrittore romano-ellenistico non è mai solo nel lavoro ma ha anche altri che collaborano e usano il suo linguaggio di base sincero ed imparziale, ma poi stravolto dalla retorica, diventa complicato, ambiguo, data la ricchezza di significato di ogni termine,esaminato e studiato: si teme la censura  della corte e dell’imperatore, che ha al suo servizio letterati che svolgono la funzione ministeriale,  profumatamente pagata- si pensi a  Quintiliano!-  appetita da ogni componente di uno scriptorium privato.

Non è  quindi  pensabile che non sappiano della costruzione a tavolino della figura umana di Gesù, figlio di Dio, propria di Marco , in epoca domizianea. Non lo possono dire, data la loro posizione di prelati, di clero  che ha in effetti inventato la favola bella del cristianesimo  e del Christos, su una radice ebraica di  storia di un giudeo, aramaico, di Galilea, di un messia crocifisso!.

Bene professore. Perché lega ad upourgia Marco  un  ex levita templare, seguace di Paolo e Barnaba prima e di Pietro poi,  stabilitosi ad Aquileia per poi domiciliarsi infine ad Alessandria di Egitto?

A mio parere Marco, dopo il periodo romano con Pietro, può essere entrato in rapporto col team di Giuseppe Flavio, impegnato nella sua revisione storica  o di quello di Tito che convive con Berenice: non so  dire se prima o dopo l’avvento al trono del figlio di Vespasiano, ma ritengo possibile, specie dopo la fine del Tempio, l’aggregazione  di ex leviti (cantori, portinai) e sacerdoti nell’ambiente romano,  a seguito della preghiera comune specie nell’otium del sabato

Come può giustificare questo?

Il dato più appariscente è la semplicità di linguaggio comune  che, però, ha un telos/scopo, già espresso nell’incipit Archh tou evangeliou Iesou Christou (uiou Theou) ,che viene ribadito ad opera di un centurione romano che  esclama  alla morte del Signore: alethoos outos o anthropos  uios theou hn.

Altro dato  è quello  dell’avvento della predicazione di Giovanni  Battista secondo i versetti di  Isaia.

La bella notizia del profeta Isaia (40,30) è confusa con le parole di Esodo (23,20) e con quelle di Malachia: è una sugkrisis combinazione operata da uomini letterati del tipo degli esseni, che hanno scopi apologetici   e  fanno confusioni  che,  specie dopo la morte dei Santi del Qumran,  diventano utili quando si forma un clima antiebraico  ad opera degli antonini, specie di Traiano intenzionato a combattere contro  gli aramaici  nabatei e poi contro i Parthi.

E’ questo un momento  in cui il ricordo di Giovanni Battista  che arruolava truppe aramaiche antiromane  predicando baptisma metanoias  eis aphesin amartioon/un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati  è krhstos buono ed utile ai giudei che si oppongono alle imprese traianee: la memoria di Giovanni risulta una chiamata alle armi quasi una crociata contro i romani, in nome di Gesù crocifisso, un martire aramaico.

Per lei, professore, dunque, il Vangelo originario greco, di Marco  poteva essere un opuscoletto aggregante  giudei aramaici e  giudei ellenisti, impoveriti sotto il periodo flavio, desiderosi di novitates staseis, in un recupero della loro comune  identità nazionale mesopotamica, in una rinnovata amicizia coi Parthi?.

Amico,  accostare con un  linguaggio popolare  e semplice,  molto vicino alla  sensibilità barbarica aramaica, la figura di Gesù, martus crocifisso, alla massa mentre compie miracoli, con quel kai euthus   poteva risultare vincente nella propaganda  filoparthica  antitrainea prima ed antiadrianea poi, nel clima di  meraviglia e  di stupore in cui si viveva la nuova antiromanità  in Giudea, in Siria, a  Cipro e in Cirenaica.

Quel linguaggio non doveva essere molto distante da quello iniziale greco di Paolo Tarsense e del  traditore Giuseppe Flavio- senza revisioni – tenuti dalla tradizione a non corrompersi con la filosofia ellenica –   specie il secondo, anche lui  a volte molto  elementare nel lessico, solito  a ricorrere  a gar  congiunzione  coordinativa esplicativa al posto della proposizione esplicita dichiarativa, introdotta da oti, epei, epeidh, a cambiare il discorso indiretto in diretto improvvisamente e ad abusare degli enunciati semplici o composti coordinati, spesso, per asindeto.

A questo sistema  sembra riferirsi Papia vescovo di Ierapolis,  che ammette che gli evangelisti scrissero,  a detta di Eusebio (St. eccl. II,39.15)  come ricordavano, e che Marco, interprete di Pietro, pur essendo scrittore senza ordine, scrisse davvero ciò ricordava delle parole e delle azioni del Signore e che, comunque, non ci ingannò.

Anche Ireneo (adversus Aereses,1,1)  parla di scrittura del vangelo di Marco dopo la morte di Paolo e di Pietro senza indicare luogo e il preciso tempo: non si dovrebbe sbagliare quindi se si pensa alla fine del I secolo d.C.

Anche la tradizione latina con Tertulliano (adversus Marcionem,4,5) sembra essere sulla stessa linea e propende per gli ultimi anni del secolo, anche se non parla espressamente del vangelo di Marco, ma parla dell’evangelista che segue Paolo e poi  assiste Pietro (Quale Pietro?) negli ultimi anni.

Professore, per lei, dunque, il termine upourgia flaviano ha una ricchezza di significato immenso se lo si distacca da Erode e lo si sposta su Christos soothr, uomo -dio venuto a redimerci dal peccato di Adamo.

Marco, io ti conosco e penso che tu stia sorridendo di me che tiro il filo finché posso e lo  dilato come  voglio, lavorando come un Padre della Chiesa, che fa esegesi.

Non mi permetterei mai  di offenderla così!. Marco l’evangelista, comunque, manda davvero  un Messaggio su Gesù figlio di Dio, vincitore di Satana, uomo simile ad un goes/mago che coi miracoli stupisce e sbalordisce il popolo  analfabeta giudaico,  un messia  ucciso dai connazionali  tramite i romani. E a questo aggiunge il paolino scandalo della croce che, congiunto alla memoria di un Gesù figlio di Dio,  ucciso dai Romani, poteva davvero diventare propaganda antiromana e eccitare la folla ad una nuova guerra contro Roma .

Marco, sei davvero mio discepolo?!

Un ricordo : Camillo Laureti

 

Un ricordo di Camillo Laureti

Ricordo sottende l’idea di memoria  connessa al verbo latino  re.cordari   riportare al cuore/ cor /cordis , sede  degli affetti e dei sentimenti e vale quindi ritrovare sintonia e rapporto, oltre il tempo, oltre la morte, in momenti speciali, in cui si armonizza, come per miracolo, all’improvviso, ogni processo vitale.

Ricordo come folgorazione, come epifania/manifestazione istantanea, quasi apparizione!

Ricordare qualcuno, perciò,  comporta  sempre commozione, rimpianto  e dolore; per me ricordare Camillo Laureti, a distanza di  anni dalla morte, è, invece. riprendere una comunicazione interrotta tra laici, indolore e costruttiva, un attimo  ancora creativo, in una solidarietà senza tempo,un nuovo incontro!.

Incontrai Camillo la prima volta a Ripatransone.

Rimasi colpito dalla voce aspra  e dal tono burbero del direttore didattico,  ma subito rilevai la sensibilità d’animo, l’apertura al dialogo e la vivacità intellettiva.

Nei primi approcci  fui sorpreso dall’acutezza del ragionamento e dall’analisi dei fatti, letti da un’angolazione diversa dal comune: Camillo sapeva vedere sempre l’altra faccia della verità  conclamata, evidenziando capacità tipiche di un divergente  (tanto da sembrare un bastian contrario), che  sorprendeva per le  intuizioni  e per l’abilità conclusiva.

La stima per l’uomo e la comunicazione culturale mi spinsero gradatamente ad una solidarietà di studi didattico-pedagogici.

Stavo lavorando su una tesi sull’insegnamento tradizionale a Ripatransone, in epoca fascista.

Ebbi ogni aiuto per la ricerca dei dati e delle fonti in archivio  e per l’analisi degli scritti di una maestra, segnalatasi per un insegnamento-apprendimento originale, stimata perché aveva innovato, conservando il sistema gentiliano.

Durante questo lavoro, in segreteria, ebbi modo di osservare il direttore nella sua professionalità: oltre al tatto umano le doti di promotore ed orientatore  didattico venivano fuori ad ogni incontro con i docenti, insieme ad una perfetta conoscenza della normativa scolastica.

La gestione paternalistica si sposava con quella tecnica amministrativa e didattica: il direttore dirigeva la scuola con competenza come tramite tra l’istituzione e la famiglia e tra le maestre e gli scolari, assicurando in un ambiente paesano,  ordine e funzionalità  grazie anche ad un rigore formale, di cui la segreteria e l’ufficio di presidenza  erano compiuta espressione.

Personalmente ho, però, sempre ammirato in Camillo il maestro, il magister, che, avendo un  proprio metodo, lo trasmette con le proprie azioni, esemplari, più delle parole.

Linearità e coerenza  sono state le colonne del suo retto operare, come specchio di un equilibrio interiore, conseguito per gradi  nella coscienza della propria ed altrui humanitas, della sua integrazione sociale e  del relativismo  civile esistenziale.

L’invito alla calma e la saggezza del tutto passa e niente cambia  mi risuonano spesso nella mente con la sua risata grassa e mi esortano a vivere sereno, a dimenticare -o sminuire-  i problemi, a ridere  di ogni cosa.

Il suo Niente  serve a Niente   non ha , per me, ora valore negativo, ma  positivo  in quanto Camillo con le due negazioni  affermava formando  un motto nuovo universale tutto serve a tutto perché dava rilievo  all’ esperienza personale  significativa e formativa, che connessa con la conoscenza della natura  diventa patrimonio personale  per l’uomo, che, nonostante i propri limiti, risulta un unicum armonioso, un tutto col sistema naturale

Il ricordo di Camillo Laureti sia, dunque,  per tutti una rievocazione commossa ma non dolorosa, un momento di riflessione nello stress della vita industriale,  un invito a fermarsi, ad avere un attimo di pausa, ad accettare se stessi,  in modo semplice ed elementare  e ad amare, oltre il  senso cristiano, come   naturale rispetto e  come solidarietà per i compagni di viaggio, creature umane  di breve durata.

E per me, cosa è il ricordo di Camillo Laureti? un monito, serio,  ed una risata, mentre l’onda del mare nel suo flusso eterno, s’infrange sui nostri piedi: Vuoi mostrare la falsificazione  secolare di Santa romana Chiesa?

Un Matto, dopo tanti secoli di bugie, può provarci! Non tu, che bagni i piedi con me su questa spiaggia, anche se sogni classicamente un nuovo mondo, secondo natura e ragione! Tu  sei intelligente e comprendi che ricerchi un ago in un pagliaio!

E sono solo, scalzo …  coi piedi nudi nell’acqua, che si ritira !

Il sistema industriale

 

IL SISTEMA INDUSTRIALE (Noi italiani)

 

Noi italiani <<viviamo>> da più di un secolo nel sistema industriale: all’Italia paleoindustriale della fine Ottocento, decadente, progressista e modernizzata in specifiche zone, corrisponde oggi un’Italia che sempre di più cerca di industrializzarsi uniformemente.

L’Italia, a partire dal dopoguerra, ha conosciuto un processo di industrializzazione diffusa che ha interessato soprattutto quelle aree geografiche non appartenenti al cosiddetto <<triangolo industriale>> (il Nord-ovest), dando vita ad una notevole diversità strutturale e territoriale dovuta alla presenza di molteplici specializzazioni localizzate, spesso definite distretti industriali. Queste realtà si costituiscono di reti locali di svariate piccole e medie imprese, dotate di specifiche competente necessarie alla produzione di prodotti finiti o semilavorati unici nello scenario non solo nazionale ma anche globale. Mentre nel “Bel Paese” sono ancora oggi pochi i “pilastri” industriali, ossia aziende di grandi dimensioni, l’economia italiana si poggia soprattutto sulle medie imprese più strutturate (“colonne”), ossia su sistemi specializzati  di produzione efficienti e flessibili in grado di competere con il gigante cinese, uno dei principali elementi di maggiore instabilità.

Ora, tutti noi siamo <<industriali>> in quanto partecipi dei processi industriali, integrati organicamente ed armonicamente  nelle strutture del sistema, caratterizzato dall’organizzazione. Il sistema industriale opera attraverso l’organizzazione per una produzione dei beni necessari e superflui, in una ricerca per l’eliminazione della <<povertà agricola>> dopo il progressivo annientamento del <<sentimentale>> lavoro individuale artigiano inefficiente e improduttivo, capace solo di un sostentamento vitale. Ne deriva la bassa propensione delle nuove generazioni ad occuparsi di attività produttive artigianali perché considerate poco remunerative o prestigiose, con il rischio concreto di disperdere tutte quelle competenze professionali artigianali “secolari”che sono linfa di tutti gli agglomerati industriali italiani.

Uno stato articolato per la produzione efficiente grazie alla tecnica, alla scienza e alla comunicazione computerizzata e digitalizzata, è capace di fare istantaneamente situazioni, punti situazionali, interazioni per una decisionalità manageriale, statisticamente significativa e non equivoca.

La contemporanea presenza, però, in una nazione industrializzata, di una massa ancora operante con una logica mista (industrializzata ed agricola) o ancora del tutto agricola comporta una costituzione di un sistema ambiguo <<governativo>>, che opera a due livelli: uno in sede internazionale ed europea, uno in sede interna e regionale.

Da qui infine il processo élitario di gruppi di italiani industrializzati, manageriali e cosmopoliti dominati grazie ad un potere governativo, loro espressione, che impedisce un effettivo miglioramento della base, grazie ad una continua affermazione della propria auctoritas, aumentata anche per il successo e l’alonatura dei mass media servili, dell’apparato religioso cointeressato e per la deficienza stessa popolare.

Da qui da una parte il rilievo internazionale del prodotto <<Made in Italy>> e da un’altra la difficile e caotica amministrazione, che deve <<fare i conti>> con la realtà. Inoltre la coscienza di essere <<partecipi>> della cultura industriale comporta da parte dell’integrato una volontà di affermazione della propria superiorità sull’altro, sulla base della produzione e del successo, che esaltano l’individuo in senso superomistico ed estetico, in un disprezzo della massa.

In questo modo i nuovi borghesi, formanti l’élite si sentono diversi, superiori, divini rispetto agli altri (connotati da ritmi comuni di vita e da una normale morale) in relazione al volume di affari, alla grandiosità di piani e progetti, alla gestione di milioni, alla tecnica operativa, specialistica (poiché credono ottimale la specializzazione strutturale) che permette e favorisce l’esplicazione di una vita inimitabile e la realizzazione di ogni velleità.

La <<cultura>> industriale, dunque, differenzia, distingue e cataloga gli italiani: l’élite tende ad isolarsi a coagularsi in <<sette massoniche>> a vari livelli o ad organizzarsi in circoli esclusivi, in un tentativo di strutturazione di una nuova <<nobiltà>> crematistica.

La sostanziale differenza di Nord, Centro e Sud, oltre alle ataviche divisioni nell’ambito nazionale e regionale e perfino in quello provinciale e comunale, eredità cristiano-medievale, rivelava la mancanza assoluta di una cultura unitaria ed autorizzava da una parte la costituzione di una classe unitaria di governanti democratici, capaci di manovrare ogni forma di governo con ogni mezzo, sulla base di un’apparente paritarietà, seppure secondo un ordine gerarchico e valori interni propri di una società verticistica.

La massa dei governati costituita dalla quasi totalità degli italiani, diversi a seconda delle aree geografiche e dominanti, in relazione ai contesti, o da una tradizione cristiana o da una nuova fede socialista-comunista, cementati da una comune matrice agricola, comprende globalmente due plebi: una, più vasta e disarticolata, più confusa costituente un vero calderone manovrato e agitato dalla chiesa cattolica, sua padrona da secoli, ancora feudale e perciò condizionata dalla presenza dell’aristocrazia, nonostante la vittoria della repubblica, la fine della monarchia e l’uguaglianza costituzionale, è priva di valore politico, manovrabile come un corpo molle e gelatinoso, plasmabile al momento del voto; l’altra, dislocata nelle città del Nord e nelle località più grandi dell’Italia centrale, militante e per la nuova forza dell’ideologia sociale e per il più recente indottrinamento, rossa, esegue fedelmente le direttive del partito che fa da tramite con la potenza sovietica, oppositrice dell’altra filo-americana.

La morfologia dell’Italia, l’atavica contrapposizione Nord-Sud con le specifiche peculiarità regionali, hanno determinato e permesso un doppio indottrinamento in relazione ai due schieramenti, costituitesi dopo le seconda guerra mondiale, quello democratico cristiano e quello comunista.

Mentre le élites di governanti, sulla base di una costituzione antifascista, di base liberale, con qualche segno di socialismo utopico, governano e si logorano in una lotta per un ricambio e per un’alternanza impossibile, date le connessioni militari e politiche con gli Usa, attenti a non creare una nuova Corea o Vietnam, la massa, pur suddividendosi in due schieramenti opposti, in relazione non ad una cultura, ma ad una maggiore o minore esperienza in senso corporativistico e sindacale, pur subendo i bombardamenti più o meno occulti delle due propagande, pur addestrata ed istruita da una Televisione di stato occidentalizzata, forte della propria tradizione contadina, pagano-cristiana, non si è integrata nel sistema industrializzato, né è stata supina di fronte agli indottrinamenti comunisti.

E’ sorta una nuova Italia, certamente contraddittoria e irrazionalistica, di strutture cittadine, con sovrastrutture anglosassoni e sovietiche, sincreticamente acquisite, apparentemente signorile, ma ancora effettivamente agricola e paesana, attiva e operosa, anche se è dotata di operatività concreta:il processo formativo di un popolo, però, è iniziato, nonostante i condizionamenti estranei alla nostra cultura: la sua storia ora è da scrivere da “adulti”: l’Italiano prima non aveva storia, ma vedeva la storia di gruppi, di governanti, indifferente e rassegnato al suo destino comunitario anonimo.

La massa agricola, drammaticamente posta di fronte ad avvenimenti e situazioni tragiche, non è rimasta passiva, inerte, amorfa, ma, operando, si è spostata dalla sua secolare soggezione nei confronti della Chiesa e dell’aristocrazia e della borghesia, si è automaticamente disgiunta dalle élites di dominanti ed è riuscita a sviluppare, seppure infantilmente, la propria natura e a ritrovare l’originaria creatività latina contro ogni regola logica e contro le stesse direttive di uno stato assistenziale e “decadente”.

Ha rinnegato per prima cosa la linea del Risorgimento liberale, unitario, centralizzato e nazionalistico: essa non ha mai fatto parte di nessuna deliberazione, straniera in patria, senza voto, perché povera ed analfabeta, perfino nei plebisciti: nella provincia di Ascoli Piceno votarono solo alcune centinaia  di borghesi ed aristocratici. Poi ha rifiutato la logica della I guerra mondiale e quindi si è agitata convulsamente nel corso della I crisi postbellica, in una ripresa dei movimenti popolari della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento, in cui siciliani e lombardi, specificamente, evidenziarono il loro disagio e la loro rabbia. Infine ha misconosciuto una parte del fascismo, erede della politica liberale militaristica ed imperialistica, colpevole della entrata in guerra nella II mondiale e successivamente ha mostrato passiva indifferenza e alle propagande e alle irrazionalistiche imprese partigiane e dei fascisti, in una dignitosa attesa della liberazione alleata.

Per ultimo, in un clima di palingenesi e di entusiasmo rinnovativo, nei decantati booms iniziali industriali, libera dalla paura della guerra, col lavoro ha ricostruito l’Italia, in un’incrollabile dedizione alla fatica, gratificata per la prima volta da possibili guadagni, nonostante gli stessi tradimenti dei sindacati, che in un certo senso, raccolsero la fiducia popolare.

E’, comunque, un processo inconscio, non razionalizzato,proprio di un ragazzo sincretico e/o operativo concreto, ma ormai teso verso le strutture operativo-formali dell’adultismo: le reazioni inconsulte e violente di una minoranza antiparlamentare, espressione avanzata dell’anima popolare rivoluzionaria in un primo tempo, e le inchieste dei giudici poi, sono chiari segni di un inizio di lettura razionalizzata e critica di un popolo in cerca di una propria essenza ed anima, anche se in modi non ancora sistemici.

In questa ricerca la massa è stata ostacolata continuamente dai governanti che, filoamericani, hanno anglosassonizzato la nostra scuola, seguendo paradigmi linguistici, letterari e culturali di un popolo di diversa civiltà, separando così i padri dai figli in una smania di industrializzare, di tecnicizzare e di dare competenze strutturali e funzionali, senza la visione sistemica e l’impostazione metodologica, creando “bastardi”, ambiziosi e desiderosi di immediati successi, degeneri da decondizionare per una positiva riconversione italiana, mediterranea ed europea.

Nella scuola, però, oggi è possibile leggere anche i segni di un’impostazione comunista, che ha comportato non una parietarietà, né una eguaglianza, ma solo un appiattimento con un livellamento di quelli che hanno la stessa base, in senso impersonale ed ha creato un punto di consenso per le democrazie totalitarie, nella uniformità ed unitarietà dei dogmatismi oppositivi, in una cultura massificata antiborghese, proletaria, autorizzante solo gerarchie burocratiche.

Ora nella scuola si sono verificati due processi e per di più antitetici: l’uno tendente ad uniformare la scuola in una volontà rossa di democratizzare e di livellare il popolo italiano, servendosi di una lingua manzoniana, standardizzata e propagandata con le immagini televisive, letteraria, e quindi non popolare, contrapposta alla varietà linguistica dialettale della provincia italiana; l’altro diretto ad una ricerca linguistica in direzione anglosassone, in un progressivo inserimento nella comunità europea. Mentre il primo bloccava l’originalità e significatività dialettale, che costituiva la molteplicità e tipicità delle differenze non solo etniche delle nostre zone, in una perdita di identità paesano-provinciale, unico segno di distinzione di una massa, di origine medievale, confusamente costituitasi in epoca comunale, custode delle proprie tradizioni e gelosa della propria unità vernacolare, caratterizzante ogni elemento del gruppo, impedente il sorgere della personalità e ogni manifestazione non comunitaria, l’altro accettando il codice linguistico inglese in tutti gli ordini di scuola (dalle elementari alle medie superiori) autorizza un’altrettanto graduale riduzione ed eliminazione del latino dalle medie inferiori e superiori, secondo parametri funzionali industriali, in un allontanamento dalla nostra tradizione linguistica.

I due indirizzi apparentemente positivi, sulla carta legittimi e propri di una scuola moderna, risultano, invece, (data la pluralità contestuale italiana, le differenze e diversità sostanziali tra i cittadini, non studiati anamnesticamente, né radiografati nella loro singolarità, né esaminati nella varietà istituzionale) del tutto negativi ed illegittimi perché impediscono la formazione della persona e della personalità individuale e quindi annullano ogni processo educativo e formativo, il fine stesso dell’istituto scolastico.

Inoltre in un quadro di obbligatorietà scolastica e di logica antiselettiva, la scuola produce uno sterminato numero di diplomati e laureati, privi però non solo dei fondamentali requisiti e strumenti linguistici, semantici e culturali, ma anche inabili sul piano formale e decisionale oltre che operativo, perché sforniti di tecniche di razionalizzazione, pur elementare, in quanto per anni impostati mnemonicamente.

La mancanza di un metodo “epistemico”, in grado di guidarli a sintesi (dopo un lungo lavoro di analisi) e di dare coordinate critiche e situazionali e quindi di autorizzare una prassi conseguente, comporta una vacuità e superficialità sincretica, a cominciare dalla lettura e dalla comprensione di un testo: i nostri figli hanno una spaventosa povertà lessicale, una deficienza morso-sintattica e un vuoto referenziale e forse sanno pure “fare”, dato l’intuito mediterraneo, ma certamente non sanno parlare né leggere, tanto meno scrivere, operazione complessa di alta composizione, né (quel che è più grave) ascoltare, data la superficialità e la spocchia, oltre alla mancanza di rispetto, avendo perso nel corso scolastico quelle abilità di base, che invece dovevano essere potenziate.

Il ruolo italiano in un’Europa federata, privilegiata la politica interna, può essere rilevante se viene chiarita definitivamente la situazione economico-sociale-politica, se viene dato credito ad una massa-popolo, dopo il ridimensionamento dei “governanti”, come espressione nazionale, unitaria, nonostante le differenze, senza il nazionalismo, che è in effetti una forma più retoricamente sostenuta dal paesano campanilismo.

Cosa possa fare la massa, eterogenea, ma cementata da tanti mali comuni e da una rabbia contro l’immoralità dei governanti, non è facile dirlo: comunque, cercheremo di spiegarlo lentamente, per gradi.

Per prima cosa bisogna comprendere il termine “massa”, che indica “l’azione di comprimere con le mani” dalla radice greca “mag”- comune a massein (impastare), a mágeiros (cuoco) a magos (mago), a maza (focaccia di orzo con acqua ed olio) a maktra (madia) -, ma che assume un altro significato collaterale, da mansus (casa colonica, fondo agricolo medievale) tramite il latino massa (pasta per fare il pane), per metonimia, quello di “moltitudine di lavoratori, compattata da una comunanza di origine e di vita, legata ad una stessa attività, in modo indistinto”.

Semanticamente “massa” oscilla tra un significato originario di “impasto di farina o di altro con acqua ed olio, uniforme ed omogeneo, lievitato di madia” implicante “impastatori” o “magi” (con le sottese aree semantiche) e quello di “essere animati, fusi insieme, svolgenti mansiones in un manso,  simili a bestiame, quasi cosa patronale nel contesto di villa romana”. Il suo significato generale quindi, presenta due caratteristiche: quella della confusione magmatica di elementi ammassati  e di materiali compressi, della stessa natura (e quindi di uomini-cosa, quasi attrezzi agricoli) e quella della presenza del mágeiros/magos, manipolatore e mistificatore che “ammassa” e che ha capacità di comprensione e di condizionamento. Il termine, assunto dal cristianesimo (S.Paolo-Rom, 9,21) che lo mette in relazione col genitivo “luti” (di fango), diventa metafora del “mondo”, contaminato dall’influenza diabolica e quindi “peccaminoso”, assumendo un valore collettivo umano negativo di massa di peccatori.

Il significato di massa cristiano, connesso con quello di moltitudine di servi, del periodo tardo-latino, fissati nel manso, assume nel Medioevo valore di “gruppo amorfo, compatto ed omogeneo per caratteristiche comuni negative dei costituenti”, collettivisticamente valutato dalla Chiesa, come corpo unico incontrollabile, data la razionalità comportamentale.

L’uso di “masse” durante la rivoluzione francese è fatto solo per indicare il “levarsi in massa” del popolo, in modo compatto e solidale, anche se smodato e disorganico. Il significato di “massa” attuale è derivato dall’Ottocento, che indica una maggioranza di popolo, disordinata, non organizzata, che ha pulsioni univoche primordiali, disprezzata, nonostante la lezione naturalista e marxiana.

Il valore di “maggioranza compatta ostile, cementata dalla storia stessa e da una comunione di vita e di lingua volgare, opposta ad una minoranza dominante” si chiarisce lentamente nella seconda metà del secolo: “uomo di massa” è la definizione di popolano temerario, capace di osare di uscire nell’anonimato plebeo e di opporsi alle classi egemoni e quindi diventa sinonimo di “uomo pazzo”, infido e pericoloso: per estensione anche il significato di massa assume le stesse connotazioni.

Sono invece della prima metà del Novecento i significati di “cultura di massa”, intesa da intellettuali fascisti come “collettivistica tradizione popolare medievale”, volgare rispetto all’ideale nazionalistico liberal-fascista, poi corretta democraticamente “come comune tradizione culturale italiana”.

Tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento ebbe ampia diffusione un’espressione, “Società di massa”, per indicare una società nella quale la maggioranza della popolazione è coinvolta nella produzione su vasta scala, nella distribuzione e nel consumo dei beni e dei servizi; nonché nella vita politica, nella vita culturale, attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa.

Lo stesso “mass-media”, termine adottato da sociologi americani, indica i mezzi di comunicazione , e sottende la volontà di pochi “persuasori occulti”, capaci di determinare sofisticamente il pensiero e il comportamento di molti, in quanto abili dialetticamente e retoricamente, consci di una superiorità culturale rispetto alle masse attardate, padroni (o servi di padroni) degli strumenti di propaganda.

Ora la storia non ha registrato la presenza di “masse”, ma di “gentes” perché ha considerato solo coloro che hanno modificato e trasformato i sistemi vigenti, come degni di essere tramandati o come individui o come gruppi etnici dominanti: ha seguito ad alonato i vincitori; ha ricordato appena i vinti oppositori.

Perciò “massa” ha assunto realmente valore nella cultura occidentale solo in questi ultimi tempi come “gruppo grande”, in un conscio recupero delle radice mag/meg, come contenitore, da cui far uscire il “piccolo gruppo”, delegato e nazionale, capace di fare effettivamente la storia, tramite il voto e non è stata più “carne da macello” d esporre in prima fila nella guerra, “igiene del mondo”.

La massa, pur sul piano di una generica parietarietà personale di tutti i cittadini di uno stato, è diventata preziosa per politici,per intellettuali, per industriali, per la religione, perché è essa che determina il successo, anche se irrazionalmente: è cambiato quindi l’atteggiamento dei fruitori, che ora in modi diversi  e con forme proprie cercano, corteggiano, circuiscono machiavellicamente.

La massa dei cafoni, specie centrali e meridionali, cantata da Silone (che aveva compreso l’esatto valore di massa e forse anche il significato stesso di cafone, derivato probabilmente dalla mistione di capus – cappone – e di caput – testa – nel senso di “rozzo testone anonimo, ingrassato come porco, anche se tenuto a stecchetto, taglieggiato e castrato dal potere aristocratico”) qualcosa aveva capito dalle ultime esperienze negative: la ricerca di una nuova forma di aggregazione è una prova, ma è anche una speranza per i fontamaresi.

Forse il fare autonomo di un popolo nasce dalla coscienza di una unicità di lessico e di “pensiero”, sulla base di una ricostruzione  (o costruzione) di un cittadino, libero, in un’Italia unita ed europea, affrancata da ogni militarismo, in una ricerca aperta ed infinita, dal momento dell’ingresso nella storia .

Andrea Grandoni

 

 

Grazie, Andrea. Grazie infinite per l’ amicizia e la stima!.

Andrea Grandoni  è uno dei miei più cari  e bravi alunni e collaboratori, che mi segue, mi aiuta e sostiene, come un figlio,   da quasi venti anni. E’ autore di un ottimo Romanzo storico, Giacomo il Giusto. La storia nascosta del fratello di Gesù  (Nep Edizioni, 2013 ).  E’ curatore di Filone In Flaccum (Una strage di Giudei in epoca caligoliana ) e.book  Narcissus 2011 e – oltre alla revisione di L’altra lingua l’altra storia   (Demian,1995), da cui è tratto il presente articolo- anche di  Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, III libro – Vita di Mosé- inedito.