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Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).

Monotelismo e la conquista araba di Alessandria

Massimo il confessore e la rifondazione dottrinale del primato di Pietro

Mentre i bizantini discutono sulla volontà (thelema) di Gesù, Christos, e a Costantinopoli il Patriarca  è in grave conflitto religioso con i monofisiti di Siria e di Egitto, Omr Ibn al-As  per ordine del Califfo, guida le sue truppe su Alessandria e la prende l’8 novembre del 641 d.c., favorito- sembra- dal patriarca monotelita Ciro di Fasis (Colchide)…

Con l’Islamizzazione dell’Egitto finisce l’epoca cristiana di Alessandria, -resta un piccola comunità copta- che  è stata  per oltre sei secoli il faro del cristianesimo universale…

Con  la fine della metropoli cristiana, il più grande patriarcato della cristianità cessa la sua attività ed inizia un altro ciclo,  quello arabo, divenendo un centro prestigioso di cultura islamica internazionale, dopo un periodo breve di oscuramento, a causa della belligeranza in corso con l’area cristiana  bizantina…

Alla  drammatica fine, quindi, del patriarcato Cristiano cattolico di Alessandria, in Occidente  accade che si rafforza e si  potenzia il centro cristiano di Roma, ora libero da  pericolose interferenze, anche se è ancora condizionato dal patriarcato costantinopolitano e dalla corte bizantina che,  inviando a Ravenna un esarca fino al 751 d.C, guida la politica dei territori  d’oltremare.

A Roma  è iniziata la vera e propria conquista del primato occidentale  del papato romano- dopo che Recaredo,  da ariano  è diventato catholikos, – anche se la nomina stessa è subordinata al riconoscimento dell’esarca di Ravenna che ha la ratifica dalla corte imperiale bizantina

Quando, però,  sotto il regno di Chindasvindo,(642-53), cominciano le razzie islamiche in Spagna  sotto Othman (644 – 656),  con  delle scorrerie di navi pirate lungo le coste dell’Andalusia, si irrigidisce il credo cattolico romano, che si oppone a quello bizantino, proclamando, prima ancora del concilio ecumenico Trullano, una doppia volontà in Christos, entrando in conflitto con l’esarca e con la corte bizantina.

Il territorio (khora) di Roma e quello dell’ esarcato di Ravenna,  sono  bizantini, stretti ormai tra i ducati longobardici  e sono in cerca di pretesti  per avere  privilegi o per cercare forme di indipendenza e di autonomia…

L’autonomia del pontificato romano, nuova,  si consolida dopo la deportazione, l’esilio e morte del pontefice Martino e di Massimo il confessore, in un avvicinamento politico ai longobardi, già iniziato con Rotari- che asseconda Gundeperga, sua moglie cattolica, avversa ai bizantini dell’esarcato –   continuato con Ariperto,  il sovrano cattolico della dinastia bavarese…

A me sembra chiaro che la chiesa romana abbia un suo nuovo ruolo subito dopo la risoluzione occidentale del monotelismo  tanto da poter dire che  senza la dolorosa  deportazione del papa e del confessore difficilmente Roma, come papato, avrebbe potuto svolgere quella missione  religioso-politica, partorita dalla persecuzione di Costante II, che si aliena il popolo  romano ed italico e la gerarchia romana e lentamente l’avvicina al partito cattolico allora potente a Pavia…

La diversa impostazione dottrinale di Massimo diventa  una rivolta antibizantina e risulta una consacrazione ufficiale della funzione romana del papato in Occidente, sostenuto ai longobardi cattolici bavaresi…

Il monotelismo, allora, non è  solo un fenomeno che dura dal 619 al 679- tempo in cui si elaborano molte dottrine  che  sono concordi col dogma di Calcedonia delle due nature  e del Christos incarnato, per cui in lui  ci sono una volontà divina ed una umana, senza, però, energeia- ma  risulta una risposta occidentale alla autoritarismo cesaropapista e quindi  autorizza una scissione con l’Oriente, data anche il lento declino della lingua greca in Italia…

Massimo il confessore è il teorico per l’occidente della dottrina delle due volontà  e la bandiera della Chiesa latina : con le sue sintesi  sul Christos  e sul kosmos  e con la realizzazione  delle sue   conclusioni spirituali (cfr.  Hans Urs von Baltassar, Massimo il confessore Jaka book,2001) costruisce e fonda di nuovo,  la chiesa romana, secondo noi, e la separa da quella  cesaropapista  costantinopolitana,  dando una svolta  alla costituzione ecclesiale anicia bizantina precedente… Per Massimo Christos assumendo   la nostra natura,  la divinizza e   attua la salvezza umana…

Cristo  assumendo, dunque, la natura umana (e   non la persona umana)  compone la Chiesa, alla quale apparteniamo e della quale noi, cristiani, siamo membra.

In questa epoca, d’altra parte è noto il pensiero  di Sergio di Costantinopoli e di Ciro di Alessandria  e di Pirro ex patriarca di Costantinopoli, cristiani monoteliti che svolgono un ruolo politico differente a seconda delle situazioni e dei contesti…

Onorio I  dapprima è incerto, ma poi   Giovanni IV  e Teodoro   convengono che sia necessario l’interdetto nel terzo Concilio di Costantinopoli (681, il sesto  concilio ecumenico!)…

A Roma il grande promotore  ed esplicatore  tecnico è Massimo il confessore, che si oppone ad Eraclio, la cui dottrina implica  due distinte volontà in Christos, una attiva ed una inattiva in quanto priva di energeia poiché umana…

Massimo, venuto a Roma ,  arrestato con Vitaliano  e deportato a Costantinopoli (18 aprile 658),  diventa, dopo circa un quindicennio dalla presa di Alessandria, assertore della superiorità romana rispetto a quella  patriarcale costantinopolitana…

Infatti  proclama che  Pietro  è beato perché il signore  lo ha confessato come si conviene (Matteo 16,18) e mostra così  che la Chiesa cattolica è la giusta e salvifica confessione di Christos 

E’ Frase storica che  dimostra che  l’evangelizzazione per la ecclesia katholikh  è  legata a Christos suo diretto fondatore  e procede solo  in relazione alle forme pagane e alla latinizzazione secondo le formule decadenti e senza legami  con la situazione storica né italica né occidentale, ormai  barbarica: si crea  cioè solo un’ élite sacerdotale  e si abbandona il popolo all’idolatria, dando solo la formula del credo teologico christiano   niceno-costantinopolitano, tradotto in latino…

Si crea da una parte il clero ,secondo canoni di perfezione, propri degli  schemi monacali orientali e si vuole imporre il culto cristiano, senza incidere sulla credulità popolare, abbandonata al muthos, succube del phobos...

Non si comprende che è vuota la formula dell’ essere uomo  perfetto in quanto clero e che non può esserci  teleioosis senza il privilegio di essere clero e si fissa la situazione di due statuti rigidi, quello del clero e quello del laico, che si incontrano solo nei rituali della preghiera e della liturgia, separati nei due sistemi di vita …

Si stabilisce un sacerdotium separato dal fidelis, si torna ad un sistema pagano sacerdotale di officiante  che si burla della credulità popolare come in epoca ciceroniana: la praxis cristiana sconfessa la theoria…

Essere sacerdote non è  vivere umilmente  come uomo tra gli uomini,  servendo l’altro, in un servizio divino- questo  è il Vangelo di tanti monaci e di preti come  Don Enrico Monti!- ma risulta un affare, una carica, una partecipazione ad un gruppo di significato politico religioso, connesso col potere militare barbarico…

Nel frammento V  Origene  ( Contro Celso )  dice che Gesù  è già sceso sulla terra  e nel VI  si risponde alla sua stessa domanda  su  quale potrebbe essere il senso di tale discesa  (Apprendere  qualche cosa dagli uomini:  ma non è già tutto. Oppure lo sa  ma non lo corregge  e non è in grado di correggerlo  col suo potere divino se  non manda qualcuno  in carne ed ossa per questo scopo…)

Nel frammento 2 del libro V Celso dice: cari giudei ,cari cristiani, nessun dio, nessun figlio di Dio è mai sceso o potrebbe scender quaggiù. Se poi parlate di certi messaggeri,  cosa intendete con questo?. dei o esseri di altro genere,  di altro genere  è ovvio, di demoni.

Nel 14  dello stesso testo, il filosofo pagano  parla della stupidaggine della Resurrezione dei corpi  dopo ekpirosis  e parla della impossibilità di un  corpo dissolto a ritornare integro ...quanto alla carne piena di cose che non è il caso di  nominare, neanche un dio non vorrà, né potrà… renderla eterna…

Che c’entrano, professore, col Monotelismo e con la strutturazione nuova ecclesiale di Massimo le citazioni tratte da Origene ? 

C’entrano, amico.

Sono attinenti e pertinenti in quanto una costruzione divina, se fatta su una entità umana e terrena  ha già in sé i segni della caducità: l’uomo è uomo e non può essere nobilitato oltre certi limiti.

Origene  prima e Massimo poi,  fondendo umano e divino, lacerano la coscienza umana e lo stesso status  dell’homo, la cui perfezione è sempre umana, resta cioè nei limiti umani!

Non può esistere un clero , come quello origeniano e massimiano!…

Ho voluto di proposito parlare  in termini crudi origeniani per far comprendere la non ragionevolezza del pensiero cristiano portato avanti da Massimo, che dimostra che  alle due nature corrispondono due volontà contro le affermazioni monotelite, connesse con monofisitismo, secondo le proposizioni della dottrina calcedonese delle due nature in Cristo…

Il monotelismo non nega, nel Verbo incarnato, l’esistenza, accanto alla volontà divina, di una volontà umana, ma nega che a questa volontà, a questa attività, si possa dare il nome di energeia / energia

Massimo, comunque, non tiene conto del differente ambiente in cui vive in occidente, dove energia ha valore equivoco ed ambiguo  rispetto a quanto significa in oriente …

Ne consegue che  Massimo, sulla scia del compromesso di Sergio  patriarca di Costantinopoli   ha una concezione  basata  sull’energeia  come sola ed unica operazione di Christos  che, però, non deriva dalle due nature ma dalla persona  considerata soggetto unico operante. Papa Onorio è  interpellato da Sergio, che è abile a  mostrargli  la situazione in questi termini:  ci sono contrasti tra chi  afferma che in Cristo ci sono(si fanno)  due operazioni ed altri che  invece in Cristo s e ne  fa  una sola.

Onorio  per evitare i contrasti toglie il termine energeia e al suo posto pone Thelema /volontà: per il papa occidentale, la theoria  non inficia la pratica …

Sergio è connesso con il pensiero di Eraclio e pur non condividendo la soppressione di energeia accetta Thelema, ma la  sviluppa come  affermazione di una sola operatività in Cristo…

L’imperatore Eraclio, avuta l’approvazione  sacerdotale, sancisce tale  pensiero nella sua Ekthesis  secondo la tradizionale formula calcedonese, vietando ogni contrasto: perciò noi conosciamo un solo Figlio, il signore nostro Gesù Cristo, nato da Padre senza principio e da madre  senza macchia,  lo stesso prima dei tempi e negli ultimi giorni, impassibile  e passibile (apathh kai pathhton), visibile ed invisibile(oraton kai aoraton), e di uno solo e lo stesso annunciamo  sia i miracoli  che i patimenti ed attribuiamo  tutta l’operazione divina ed umana all’unico e stesso  Logos incarnato e presentiamo un’unica adorazione  a lui che volontariamente e realmente è stato crocifisso  per noi nella carne ed è risorto  dai morti  ed è risalito la cielo siede alla destra  del Padre  e verrà nuovamente a giudicare i vivi e i morti.

Dunque, l’ekthesis di Eraclio, essendo un compromesso, è boicottata nella propaganda a Roma in una sconfessione del pensiero dello stesso Onorio  e poi   diventa spia di una separazione tra i prelati che chiedono l’intervento dell’esarca  per cui , avvenuto lo  scontro   con i seguaci antimonoteliti  di Martino I  nel 649- sostenuto da Massimo che ha già debellato in Africa l’opposizione  monotelita di Pirro-  si determina  una reazione bizantina…

La condanna del monotelismo  è netta da parte romana  che replica  che è impossibile affermare in Cristo una sola volontà  adunaton en thelhma legein epi Khristou in quanto il termine Christos  indica già non una sola natura ma una ipostasis  composta ( in quanto tutto Cristo è signore e dio e onnipotente  ed ha in sé  la carne che ha portato  senza divisione e senza confusione, per noi e per la nostra salvezza , carne passibile e non onnipotente , creata, visibile, circoscritta, non onnipotente per natura  ma che ha in Cristo una volontà onnipotente. Infatti non nell’ipostasi  Cristo è insieme mortale ed immortale , come non è insieme impotente ed onnipotente, visibile d invisibile,  creato ed increato, ma quelle proprietà sono  per natura, queste per ipostasi cioè per dirla in breve  non per contrasto  di Volontà ma nella proprietà della natura)…

Il concilio Laterano  dei vescovi italici ed africani, convocati dal papa romano,  sancisce questa dottrina: in effetti i vescovati delle due grandi esarchie, quella  d’Italia e quella di Africa,  si ribellano  all’autorità centrale… e, in seguito,  con Giovanni IV  si fanno portavoci nel concilio del  dissenso…

Ed allora la reazione costantinopolitana  è feroce contro le  due esarchie  e si manifesta  con  la rappresaglia dell’ imperatore   Costante II  che arresta e fa deportare il papa a Costantinopoli, per poi  processarlo e confinarlo fino alla morte  in Crimea nel 655.

E Massimo? l’imperatore lo fa arrestare  e poi  gli mutila la mano destra e gli fa tagliare la lingua, lasciandolo  in un eremo fino alla morte, nel 662….

Solo nel concilio di Costantinopoli del 680-81 si riconosce in Cristo la dottrina delle due nature, delle due volontà e delle due operazioni… quando è chiara ormai la visione di un impero mutilo delle province di Siria  e di Egitto, zone dove i monofisiti hanno ancora il loro punto di forza, nonostante l’imposizione – non sempre violenta- del credo islamico…

E’ inutile, e, direi, stupido  stare a giocare sui termini quando è stata spezzata dalla invasione araba l’unità cristiana  dell’impero bizantino. e quando già è avvenuta la separazione reale tra chiesa latina e quella greco-bizantina …

Lampone kalamosfacths

 

Lampone Kalamosphacths

Nel periodo dopo la morte di Cesare secondo gli storici Antonio fa quel che vuole sui decreti /pshphismata e  registri /diagrammata  su ogni scritto autografo del dittatore: Il triumviro sfrutta a  suo arbitrio tutto lo scriptorium  librario cesariano,

Da qui le nomine, arbitrarie, gli ordini,  le commissioni del defunto.

I romani, ridendo, dicevano  che i comandi venivano dall‘Horcus  (Ade) per cui chiamavano i  senatori nominati o caroniti o horcini.

Plutarco parla di Calpurnia, la moglie di Cesare, che si fida di Antonio e  che gli affida la maggior parte delle ricchezze delle casa (ek ths oikias) 4000 talenti (Antonio, 15).

Lo storico  aggiunge che  il console prende anche le carte  (ta biblia) di Cesare, in cui sono annotati gli appunti di decisioni e progetti  (upomnhmata toon kekrimenoon kai dedogmenoon).

Dunque, su questa base  e con aggiunte di sua iniziativa  Antonio nominò  magistrati molti,  senatori molti e  richiamò alcuni dall’esilio e liberò altri dalla prigione,come se queste decisioni fossero state prese da  Cesare (Ibidem).

In effetti Antonio  avendo  tra i copisti Faberio,  un falsario capace di cambiare le lettere, di fare  accomodamenti grafici  in modo da alterare i contenuti, se ne serve  anche per favorire i suoi fratelli

Antonio per oltre tre mesi nel 44 fa  questa operazione con il suo falsario, arricchendosi, tanto che, avendo già comprato  comprare la casa di Pompeo alle Carine, l’arreda ulteriormente con statue  ordinate da  Fulvia, ora sua moglie.

Il sistema di falsificare è antico in Roma e  molto peggiora poi in epoca imperiale  quando sotto Augusto e Tiberio vengono molti alessandrini nella capitale a mostrare i vari sistemi di contraffazione sia testuale nel libri  che  nei documenti  ufficiali e privati.

A Roma e nelle metropoli dell’impero, ci sono funzionari che sono nella curia, addetti alle epistulae, già attestati in epoca  augustea e tiberiana, ed attivi anche con Caligola,  abili a cambiare lettere con opportune correzioni e a sconvolgere il significato, solo con la lettura  testamentaria, fermando la voce dopo invece che prima di alcuni sintagmi, capovolgendo il valore semantico letterale.

Si tenga presente che spesso i documenti sono scritti da  scribi  tachigrafi, non in corsivo, ma in maiuscolo e senza ortografia, che, poi, possono aggiungere o togliere sillabe intere  quando stendono l’intero testo, unico,  specie se privato, multiplo, se pubblico, da appendere in città diverse.

Alcune correzioni risultano solo aggiunzioni tecniche  specie per Omikron che diventa Theta o per theta che, abrasa la lineetta interna, risulta Omikron…

Si sa  che i copisti della Biblioteca alessandrina, in epoca romana sono assunti dai  epitropoi delle province e che  divenuti segretari  e scribi  personali,  scrivono  i  testi dei  decreti ufficiali, ma li correggono anche  o li sanno fare risultare illeggibili in modo da  non avere la possibilità di contestare (Svetonio,  Caligola,XLI)  in caso di mancato pagamento delle tasse, data anche la posizione elevata ed angusta delle tabulae scritte.

Caligola ben conosce il sistema romano di falsificazione e l’evasione fiscale dei senatori e degli equites  e provvede in modo geniale  per evitare sorprese (fa pagare perfino le prostitute, allestendo un lupanare per matrone e  le giovani di buona famiglia nell’interno del Palazzo, indicando tariffe  per ogni donna, dopo averindicato le sue prerogative e pregi, ed invitando i giovani al piacere , facendo loro perfino prestiti…): Eius modi vectigalibus indictis  neque propositis, eum per ignorantiam scripturae multa  commissa fierent, tandem  flagitante populo proposuit  quidem legem, sed et minutissimis litteris et angustissimo loco, uti ne cui describere liceret/ essendo stati i provvedimenti fiscali   banditi  solo a voce e non essendo stati affissi  per iscritto, il popolo si lamentò  e ci furono molte evasioni dovute ad ignoranza delle disposizioni. Allora fece  esporre in pubblico quella legge per iscritto, ma in caratteri minutissimi ed affissa in un luogo inaccessibile da raggiungere,  per cui nessuno potesse fare copia.

Caligola è molto fiscale, specie con chi non paga le tasse  tanto da rifiutare  di riconoscere il diritto di cittadinanza a coloro, i cui antenati  l’hanno ottenuta per sé   e per i propri discendenti (come i Giulii oniadi alessandrini), specie nel caso in cui  questi non fossero i loro figli,  in quanto per lui sono discendenti solo questi con quel grado di parentela   e perciò invalida  i diplomi firmati da Cesare o da Augusto,  considerandoli scaduti e vecchi … attacca perfino per inesatta dichiarazione fiscale  chi si è arricchito dopo l’ultimo censimento ...(ibidem, XXXVIII).

I copisti grammateis  sono estensori  di documenti , che tengono le   carthulae in archivi, suddivisi in pubblici e privati,  sotto in custodia dei sacerdoti, o auguri o  vestali e quindi hanno un carattere sacro…

Antonio non solo come console, ma  anche come augure,  ha la possibilità di manomettere il testamento cesariano e gli ultimi  decreti dittatoriali, affidando il comando provinciale ad uomini di sua fiducia, lasciando i munera  perfino a Cassio e a Bruto, di cui teme la presenza a Roma nei giorni successivi la morte di  Cesare.

In Roma, durante l’impero giulio-claudio,   sono  a corte, presenti ad ogni dettatura, anche  tachigrafi  tironiani, che sono abili a trascrivere rapidamente e a fare copie nel giro di pochi giorni, da consegnare ai tabellarii per la  diffusione  in tutto il kosmos romano nei tempi più brevi possibili  lungo le vie consolari…

I falsari  in epoca giulio-claudia in Egitto  non solo sono attivi nel conio di denario, come risulta da Girolamo (vita di Paolo, 5 c’erano nella cavità dell  montagna  parecchie casupole, in cui si vedevano  incudini e martelli ormai arrugginiti, del tipo con cui si conia il denaro.Secondo la tradizione letteraria egiziana il luogo sarebbe stato una zecca clandestina nel periodo in cui Antonio si era unito a Cleopatra) e da latri autori, ma anche  nella burocrazia servile  amministrativa.

Utile per la definizione del sistema  falsario  è la conoscenza  dei compiti  di un prefetto tiberiano e caligoliano,  sotto cui opera un certo Lampone , alessandrino, grammatokuphoon, cioè uno che  miseramente sta curvo  sugli scritti, che, però,  fa carriera  rapidamente  e si arricchisce.

Il termine, composto da grammata/ lettere scritte  e da kuptoo/  sto curvo ha valore di uomo misero che svolge la professione  di scriba alle dipendenze di un grammateus,  che è uomo di gran rispetto in quanto  scrive o fa scrivere  o legge  documenti o atti pubblici  nell’ekklesia, avendo un impiego di  varia importanza a seconda se è ufficiale pubblico di primo o secondo grado o di terzo.

Il grado dei grammateis è in relazione al posto occupato se presso la corte imperiale, o presso il senato, o presso un magistrato cittadino o un governatore o una comunità religiosa o presso un privato cittadino …

Nel 38 d.  C.  cfr. Filone, in In Flaccum,  tratteggia la figura di Lampone un grammatokuphoon, abile  a cambiare testamenti, leggi ecc.

Ad Alessandria, Lampone è chiamato  Kalamosphacths  (In Flaccum 132) : spesso tutto il popolo, concorde, lo chiamava molto giustamente Kalamosphactes, in quanto uccideva moltissimi con le lettere che scriveva perché rendeva i vivi più disgraziati dei morti: quelli che avrebbero potuto e dovuto  vincere e godersela subivano la sconfitta e un ‘ingiustissima povertà, poiché gli avversari avevano comperato  la vittoria e la ricchezza da uno che dava a buon mercato e vendeva gli averi altrui.

Lampone, nel suo compito di segretario del governatore, presente come scriba dei processi,  sapendo che nessuno può esattamente ricordare tutto, specie le  parole dette espressamente nelle cause da lui registrate e scritte, le modificava a seconda delle somme di denaro ricevute.

Quindi per il popolo il grammateus sa scannare,(significato primario di Sphazoo) sa sgozzare, sa uccidere il malcapitato sotto le sue grinfie,  se l’avversario  testamentario o politico lo paga meglio:  Lampone diventa il protagonista di atti di ingiustizia amministrativa,  quasi una norma nell’imperium romano!

Così scrive Filone parlando dei tanti casi amministrativi della provincia di Egitto  e dell’impossibilità  da parte prefettizia di  memoria ( Ibidem, 133 :  Infatti non era possibile che i governatori ricordassero  tutto di tutti gli affari di una così grande provincia, affluendo sempre nuove cause private e pubbliche, soprattutto nei giudizi …

Ora, dunque,   sulla base dei  casi di Faberio e  di Lampone  si deve pensare  che lo scrivere sia un’arte molto importante, connessa con la sacralità,  nell’impero romano   e che un grammateus, che gestisce molti grammatokuphones, ha un suo reale potere, è al servizio del migliore offerente,  ed opera di solito a scapito delle fasce popolari inferiori perché politicamente legato alla classe senatoria ed equestre …

Lo scrivere, poi, le lettere ebraiche o aramaiche -come  anche quelle greche –  come attività di incisione, richiede una vera arte,  un lungo esercizio  non solo per l’uso del papiro e della pergamena, ma che per la capacità di incidere e tracciare solchi  con lettere leggibili  senza rovinare o macchiare, cosa non facile per l’epoca, dati i materiali…

Io, bambino, col calamaio e col pennino o con la penna stilografica facevo tanti aste ma con tante  cole di inchiostro ed  ero un pasticcione…

Ora, a Roma, pur esistendo tabernae librarie  all’Argiletum secondo Gellio (Noctes Atticae, XVIII,4,1) o al vicus sandalarius,   ci sono in  librarii /bibliopolae, uomini che fanno  commercio ed hanno comprato copisti  non sempre professionisti e talora rozzi copiatori, pagandoli profumatamente molto di più di un normale schiavo

ll Tertios o grapsas della Lettera ai Romani di Paulos appartiene a questa categoria?

Sembra che sia un grammatokuphoon di un civis, idioths/privato, come l’apostolo delle genti,  quindi un uomo  che sa scrivere: noi, ora, non entriamo né nel merito della sua specifica attività né sulla datazione e sul padrone scrittore di Epistulae, ma precisiamo che solo ad Alessandria ci sono, all’epoca, ancora  veri e propri copisti  che   vivono al Museo e formano una casta di professionisti, pagati  dallo stato profumatamente  che hanno aiutanti  di vario valore  cioè i miseri  copiatori   divisi per gruppi a  seconda dell’autore da copiare e della lunghezza del testo…

D’altra parte sotto Claudio sono attestati copisti a corte come  Giulio Polibio, un minister a litteris o a studiis  (Seneca, consolatio ad Polibium )…

Anche Efeso ha copisti di rilievo   ed  Origene in  contro Celso  parla di copiatori   in diverse attività, anche orali,  sia portuali che cittadine,  abili specie nell’esaminare e proporre  le suppliche nell’Artemision  e nel  presentare la documentazione giuridica ed amministrativa, ai pritani  del Consiglio   e nel difendere, se pagati, anche confraternite di meteci…

Lo “storico” “cristiano”!?

 

Lo storico cristiano e la dioikesis (I PARTE)

Non è facile capire come e quando e dove sorge la storiografia cristiana, anche se  si dice  genericamente a corte, presso Costantino, ad opera di Eusebio di Cesarea  e di Lattanzio…

E’ riduttivo far confluire un fenomeno dottrinale  così complesso e disorganico, già avviato  verso soluzioni aggreganti nel nome di Iesous Christos, risorto,- sulla base di logia prima, poi di fatti miracolosi  al fine di una mitizzazione della sua storia umana di giudeo galilaico,  divino redentore, inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo –  nel corso del II e III secolo a seconda delle dioikeseis dominanti in Oriente, prima, (Antiochia, Efeso ed Alessandria, Hierapolis   e in Occidente, poi, (Cartagine, Lione, Vienne e Roma, Milano,Treviri )-,  a soli due nomi:  sarebbe  invece opportuno operare in una ricerca tecnica e scientifica sui  singoli dioichetai provinciali, che hanno storicamente in precisi tempi evidenziato un tipico sistema cristiano, chiaro nella loro opera scritta in una precisa sede, dove sono sollecitati da  urgenti    problemi, che li spingono o ad una testimonianza  scritta del proprio pensiero o ad una difesa del proprio Credo o al martirio…

Non, quindi, una storia dei primi martiri e vescovi della chiesa, ma una storia del  vario cristianesimo provinciale, nelle sedi orientali e in quelle occidentali, nel convulso  habitat domiciliare locale, nel vissuto quotidiano con i rapporti  concreti con la societas pagana senza la coordinazione di retori, che ricostruiscono le origini in relazione alle fonti ormai perdute, comunque vive  ancora nelle comunità cristiane originarie, nel clima euforico ed entusiastico del riconoscimento ufficiale della liceità della propria fides, dopo la grande paura dello sterminio…

Meglio non affrontare nemmeno il motivo del  sorgere del Cristianesimo  in epoca ancora pagana, come tentativo di apologia e di opposizione agli imperatori illirici, dopo una convivenza  difficile,  molto limitata, in epoca commodiana e  severiana…

E’  preferibile prima  rintracciare il corso dei tanti rivoli cristiani ,sparsi nel kosmos romano, e rilevare i   tanti differenti rapporti con l’imperium, poi seguire  gli storici cristiani e la loro ricostruzione ed infine valutare il reale contributo giudaico-cristiano  nella storia del pensiero classico ed ellenistico …

Ci sembra  opportuno, però,  in sede storica, precisare i  criteri strutturali (che sono alla base della storiografia cristiana) e  le due precise epoche, in cui  il cristianesimo si struttura in modo unitario ed organico  in età costantiniana e  in età teodosiana, tagliando i rami secchi e facendo una sistematica potatura delle eresie e degli scismi, operatisi in oltre due secoli di storia nel kosmos greco-romano pagano, avviato, seppure in modo sincretico,  verso soluzioni integrative delle varie componenti etniche occidentali ed orientali, mentre si attuano due migrazioni, l’una  dalle province verso Roma e l’Italia, e l ‘altra dalle campagne verso le metropoli  dell’impero.

Ci piace precisare, perciò, la struttura diocesana su cui si basa il sistema cristiano primitivo di fare storia, connesso con i riti e con la funzione del clero (diakonos, presbus, episkopos), con le attività missionarie e con l’iniziale evangelizzazione, diversificata a seconda delle sedi…

Effettivamente il cristianesimo (che era rimasto acefalo  o meglio era stato a lungo autarchico, avendo molti centri  con propri dioichetai, episcopoi,  che  si autoproclamavano in nome di una discendenza apostolica, separati  in Occidente e in Oriente, con scarse possibilità di comunicazione) non era stato un fenomeno unitario fino dai primi anni del II secolo…

Si ha la diffusione  del cristianesimo  cioè del Regno di Dio, inteso come una piccola propagazione christiana,  dopo la distruzione del tempio e la presa di Masada,  dopo la rottura col regno dei Cieli e con il giudaismo, chiaro già nel periodo 73 d.C e chiarissimo dal 100 circa fino al 135-136, anni della fine dell’impresa di Shimon bar Kokba ….

La diffusione cristiana è in relazione all’ esempio  dei christianoi  orientali, da tempo stanziati a Roma, e dei loro capi, che avevano visto con i loro occhi il trionfo flavio sul giudaismo e lo avevano celebrato al pari dei pagani, separandosi, quindi, dalla sinagoga, rifiutando lo shabat, la stessa Pesah e i riti giudaici, insomma l’integralismo aramaico della Torah, mantenendo solo la struttura organizzativa  che era quella scismatica oniade, comunitaria-propria dei giuli alesandrini e dei giuli erodiani,  in quanto dipendenti  direttamente da Antiochia, di nome, ma di fatto dalla impostazione del  didaskaleion alessandrino …

Alessandria, già sede di episcopato, sotto il nome di Marco ( ?), ben strutturata come dioikesis  sia in direzione nubiano-nilotica  lungo la la via canopica, che verso  il territorio cirenaico, già alla fine del periodo flavio,  è esemplare come ecclesia christiana nel seno stesso dell’ebraismo alessandrino, in lotta con  le eresie gnostiche e con il pensiero neoplatonico…

L’ Epistola  di Barnaba, datata intorno al 130 d.C  ( che tratta della circoncisione, del sabato e del  tempio) discute sulla  eredità, non più concessa da Dio  ai giudei, empi- conosce  l’autore( un probabile alessandrino non certamente il discepolo autorevole, come Zeus, di Paolo!) gli atti ebraici  esacrandi,  compiuti dai Giudei nella guerra di Kitos contro i greci, a Cipro e a  Cirene ?-,  ma solo ai christianoi, grazie al sangue versato da Christos...

Infatti per Barnaba  il cleronomos è in relazione a Gesù redentore, che ha  versato il suo sangue per molti/ pollois ( inteso come equivalente di  pasin /per tutti- Matteo 26,28-)  per la salvezza dell’umanità,  che viene riscattata dal peccato originale, per colpa /grazia  proprio dei giudei e dei loro capi, che hanno voluto la sua morte…

A parte il fatto che l’umanità per la Bibbia si estingue con il diluvio e che solo Noè il giusto si salva e quindi tramite i suoi figli ricrea una nuova umanità, la cognizione del peccato originale dovrebbe concludersi con tale  stirpe di uomini prediluviana...

S. Agostinocomunque, accettando l’ipotesi adamitica, nel V secolo  crea il pensiero cristiano  del peccato originale e quindi accetta l’invio del figlio ad opera del Padre per la redenzione dell’uomo:  il problema non è nel II secolo, occidentale, ma risulta solo una questione orientale, per di più circoscritta in Antiochia e in Alessandria…

Tutta la questione antigiudaica sorge in ambiente mediorientale e forse esplode  in zona di Cipro ed anche a Cirene,  che è collegata come amministrazione  romana con Creta -in cui  è la capitale della Provincia, Gortina – dove profonda è la rabbia contro il giudaismo reo di delitti estremi

I giudei non hanno capito la volontà di Dio e perciò, essendo colpevoli della morte di Jehoshua, sono indegni dell’eredità, che passa al cristianesimo, nato per il nuovo patto tra Dio e l’uomo, tramite la figura di Iesous Christos Kurios. cfr. Jehoshua o Iesous ?…

Si accentua in questo periodo la concezione di una  ecclesia/communitas  che, essendo separata in mezzo a pagani, greci o barbari, e non avendo contatto con altre comunità cristiane,  risulta ancora confusa con quelle giudaiche eretiche o scismatiche, con cui condivide il Libro sacro, di cui ancora riconosce la dipendenza e a cui va una certa solidarietà, specie nel quadro persecutorio imperiale, specie antonino…

I fatti di quegli anni sono terribili per il giudaismo aramaico che ha attirato dalla sua parte anche quello ellenistico, specie in occasione dell’invasione della Parthia ( Cfr.  Impresa di Lucio Vero in Giudaismo romano, III non ancora pubblicato, rilevabile comunque in temi di Un’altra storia del Cristianesimo in www.angelofilipponi.com ), dopo il tracollo del sistema oniade…

Gli antonini (Traiano ed Adriano) portano alla massima esasperazione il giudaismo  tanto che  i giudei dapprima nel corso della guerra antinabatea poi con la guerra di Kitos  e infine  con quella nazionalistica  di Shimon bar Kokba giungono ad infamie  a crudeltà indicibili, a dimostrazione di un parossismo etnico e di uno squilibrio mai registrato nella storia…

Cosa è successo per giungere a tanto!

Come mai i giudei da ghenos prediletto dai giulio-claudi  in quanto costituito da  molti Ioulioi, di stirpe sacerdotale,  ed erodiani, ricchissimo, ora è diventato nel periodo antonino gens taeterrima, perfida, a detta di Tacito?…

Cosa è successo nel periodo flavio e poi in quello antonino per scadere tanto nella stima della romanitas?

Per la trasformazione del popolo ebraico da ethnos philosophoon  – inteso come genos  sapiente in quanto conoscitore di fatti umani e divini (h tou nomou paideia) ad una stipe molto  miserabile rinviamo al 3 volume di Giudaismo romano   (molte parti sono sparse nel Sito), ma qui  soltanto precisiamo quel che avvenne dopo la fine di Domiziano che incrinò definitivamente i rapporti tra il giudaismo aramaico e il kosmos romano e che favorì la ricongiunzione dei  tre giudaismi (quello gerosolomitano, quello ellenistico e quello parthico)…

Per noi tre avvenimenti sono determinanti  in epoca antonina per acuire la tensione già esistente tra  gli aramaici e la romanitas e per far decidere di tradire il kosmos romano da parte degli ellenisti che erano stati del tutto accantonati e annichiliti  finanziariamente  nel periodo flavio, specie in quello domizianeo.

Il passaggio dinastico dai flavi agli antonini ( Nerva e Traiano) risulta traumatico per gli orientali; la politica  di Traiano di annessione della Nabatea  e la successiva guerra contro i Parthi, coincisa con la ribellione ebraica e la disastrosa ritirata culminata con la morte dell’imperatore  destabilizzano l’ordo imperiale  delle province di Siria e di Asia;  l’avvento al potere di Adriano  e il nuovo assetto provinciale orientale dopo la congiura di Quieto, il rescritto di Adriano antiebraico e anticristiano a Minucio Fundano, governatore di Asia, 122-23,  sono atti utili ai fini della costituzione di un nuovo vinculum  con l’imperatore che,   a seguito della nuova insurrezione Giudaica, interviene di persona  cancellando dal kosmos romano la Iudaea e Gerusalemme, rinomimata Aelia Capitolina, determinando la galuth ebraica, la vera dispersione del giudaismo….

Il documento di Adriano,  pur indirizzato a Fundano, risponde in realtà a un’istanza, sollecitata da Quinto Licinio Silvano Graniano  (Cfr Giustino, Apologia I ed Eusebeio  St. Ecclesiastica, II), predecessore del destinatario, che  ha chiesto lumi sul comportamento da tenere nei confronti dei  Christianoi e delle accuse infamanti che vengono loro rivolte…

Di questo lasso di tempo  (98- 122 d. C) è anche la separazione netta tra il giudaismo e il cristianesimo (il regno di Dio)  che si è già dissociato dal regno dei Cieli  del tutto aramaico, che subisce poi  la stessa sorte dell’ebraismo.

Noi abbiamo mostrato come tutto dipenda dalla politica traianea  che dal 101, dalla morte di Giulio Erode Agrippa II, aveva iniziato una politica antiparthica e che aveva seguitato la  lotta  contro gli ebrei, convinto dello stretto legame  degli  ellenisti ebraici con la Parthia …

La successiva conquista della Arabia e poi la pressione contro i parthi e la nuova spedizione antiparthica del 117,  risultano fallimentari per l’imperatore,  che pur si è fregiato del titolo di parthicus.

La situazione non fu  favorevole a Traiano, che  si era ritirato,  a seguito del tradimento  dei battellieri ebraici, dopo le  battaglie intorno a Ctesifonte,  in direzione settentrionale, sotto il continuo martellamento degli arcieri e della cavalleria catafratta, lungo le vie desertiche per ritornare ad Antiochia …

La lettera di Barnaba- scritta probabilmente  tra il 130 e il 131, in ambiente alessandrino risente degli eventi traianei  e  mostra  tra l’altro, un aspetto, quello della separazione netta tra la la chiesa e la sinagoga,  tra il cristianesimo e il giudaismo,  poi ribadita da Giustino nel dialogo con Trifone in modo più pacato, ma sempre di grande polemica, da parte del giudaismo nei confronti degli eretici cristiani che cercano una vita autonoma sotto Adriano…

Il momento degli apologisti  è  già storia del primo Cristianesimo?.

Si può parlare di storia se si fa apologia del nomen christianum in epoca antonina, senza una reale memoria del fondatore e degli apostoloi ?

Una strana storia sul nomen christianum nel mondo romano, non sul Christos!

Una storia  che mostra  un’integrazione  non avvenuta ed evidenzia la repulsione  dei gentili di fronte alla proposta, ancora circoscritta in aree orientali o africane, di un Gesù Cristo, indefinito tra uomo e dio,dopo la mitizzazione giudaica e la fine del messianesimo   aramaico e del Malkut ha shemaim!

Sono storici Melitone, Giustino,  Atenagora, Taziano, Teofilo di Antiochia ?

Sono storici Tertulliano  e Minucio Felice?

Per noi no.

I primi sono orientali, retori, in cerca di  notorietà, secondo una concezione christiana, mitizzata,   che rivendica il diritto di culto per una esigua minoranza di fedeli, ancora incerti  sulla figura del Christos, nonostante l’accettazione globale del pensiero paolino.

I secondi sono africani dipendenti direttamente o indirettamente dalla dioikesis della metropoli di Alessandria, ancora legata alla lezione allegorica filoniana, date le connessioni con la scuola di Panteno, di Clemente Alessandrino e di Origene: sono maestri di doctrina antignostica, ma non storici, ricercatori di memoria  christiana, propugnatori di una methodos teleia, avendo come esemplari i terapeuti, espressione più pura del giudaismo internazionale.

Tutti questi sono strani christianoi che non hanno niente di storicamente cristiano  ma solo  una certa comunione  di tradizione ebraica, mista con un evangelion  dei Padri apostolici,  che  si arrogano il diritto di  difendere il loro Credo, molto differenziato,   in relazione ai luoghi di residenza, ed  hanno memoria del particolare seme christiano ricevuto, ormai diversificatosi a seconda dei contesti…

La lettera ad Autolico di Teofilo (in PG 6, 1026-1027), perciò,  è solo un documento trinitario, proprio  della comunità antiochena, non una storia  della religio christiana, comunque rispettata  d Eusebio, che pure ha una strutturazione  più apologetica che storica.

In essa Teofilo,  commentando i primi tre giorni della creazione,  pone in relazione, secondo il sistema filoniano, come già lo pseudo Barnaba,  Dio Padre e Logos/ il Verbo  e Sophia Sapienza, secondo un processo trinitario, rifacendosi  a Giovanni  evangelista e al libro dei Proverbi…

La notizia è storica, ma non è oggettivamente cattolica in quanto tipica informazione locale, provinciale, riferita in connessione con la risultanza dell’ecclesia efesina, ancora legata a Paolo e a un Theos-Christos, sulla base  sapienziale proverbiale  giudaica dei meshalim. cfr M. HENGEL,L’incontro tra pensiero giudaico ed ellenistico in connessione con la speculazione sapienziale  giudaica in  Giudaismo ed ellenismo in Paidea 2001-trad, it. di Sergio Monaco-pp. 314-360)...

Non credo che  si possa definire storico un apologista come d’altra nemmeno Giuseppe Flavio in quanto scrittore di apologia, non è vero storico, anche se professa di seguire la verità  Alhtheia e di essere scrittore secondo akribeia, in senso prammatico

In effetti, nonostante l’indottrinamento retorico  da scriba ellenistico e la cultura  stoica  del grapheus  ellenico, la sua opera rimane una toledoth ( uno studio su generazioni), un ricerca sulla funzione giudaica nell’impero romano, fatta dall’angolazione di  una lettura flavia della storia, oppositiva a quella giulio-claudia

Lo stesso Luca, scrittore del Vangelo  e degli atti degli Apostoli non fa storia ma solo vede le generazioni di christianoi, ne segue il destino e ne rileva la funzione tra l’epoca flavia e quella antonina, in una volontà di raccontare  parole e fatti di  Iesous Christos Kurios , fondatore  della setta giudaico- antiochena del Regno di Dio, già distaccata  da quella aramaica  del Regno dei  cieli, ai fini della costituzione di una  ecclesia paolina, strutturata  sulla morte e resurrezione del Christos, venuto per tutti gli uomini, liberi e schiavi. L’applicazione della legge  della carità e dei principi di eguaglianza, con peripeteia ed aprosdokhton al fine del rovesciamento dei ruoli  secondo l’oikonomia divina imperscrutabile dalla creatura umana, non è in relazione al diritto romano, che resta immutato,  ma al nuovo sistema di rapporto  tra la pars dei liberi e quella degli schiavi in nome della comune paternità di Dio.

Il padrone giudaico -cristiano non ha schiavi, e lo schiavo non ha padrone nella famiglia giudaico-cristiana perché (così stigmatizzerà secondo il principio biblico, poi, Agostino in  De civitate Dei 19,15) l’ homo rationalis, naturalis,  è fatto ad immagine e somiglianza di Dio

Già Origene (Contra Celsum,3,29) crede di confutare il filosofo pagano, presentando le comunità di Dio, ammaestrate da Cristo, come pellegrine quasi astri nell’universo rispetto alle comunità   dei popoli in cui vivono, tenendo presente Paolo( lettera ai Filippesi,2,15/).

Il paragone tra i politici delle comunità pagane- che nel loro comportamento non hanno nulla della dignità loro attribuita, per cui sembrano sovrastare  i loro concittadini– e quelli delle comunità cristiane  – che, pur non essendo perfetti in quanto indolenti, comunque, sono superiori nel progresso in virtù – è generico  e rivela solo una non partecipazione alla vita della comunità intera e la non integrazione cristiana nel tessuto sociale comunitario, perché si sentono “spirituali”, unici figli del Padre, secondo la tradizione ebraica (cfr. Pater hmoon dove  hmeis- matthaico-  vale noi giudeo-cristiani).

Cosa  significa essere storico per i  christianoi ?

Ritrovare le linee comuni  di un cristianesimo, sparso  e diviso tra le province romane  e rilevare  il  sistema di vita, in modo unitario, al di là della storicità dei fatti e delle testimonianze discordi.

Eusebio sceglie la via di Egesippo e non quella di Papia, per cui noi possiamo leggere solo una direzione senza avere la minima conoscenza delle differenze  dottrinali e comportamentali delle due impostazioni ecclesiali, se non tramite eretici o cenni da parte di  Melitone e di un antipapa oppositore di Callisto a Roma, Ippolito romano 

Specialmente ci pare necessaria, da una parte, precisare la mentalità,  sorta in sede cristiana di un domicilio transitorio  in una snervante attesa della parousia del Christos trionfante,  non  di appartenenza all’impero romano e, da un’altra, la volontà ancora eversiva del giudaismo minacciato nella sua radice aramaica e nel suo integralismo religioso…

Quindi, questo studio sul periodo antonino serve a precisare la nuova conformazione cristiana e quella sempre più marcatamente aramaica del giudaismo che giunge al massimo scontro con il kosmos romano, risultandone la pars barbara e quindi necessariamente corpo da stroncare, come un cancro da estirpare, insinuato nel testo armonioso del mondo ordinato civile romano.

Il cristiano, popolo, in quanto cliens,  anche se civis, nella pars elitaria provinciale, che amministra la comunitas, non vuole i diritti  e i doveri  civili, rifiuta la sua posizione soggettiva e si massifica all’ombra del clero,  che gestisce la ricchezza comunitaria e che invita a vivere serenamente la propria vita  di uomo nato per morire, contento della sua  quotidianità di dolore  e a pregare  nell’accettazione del male  con  la speranza di un domani paradisiaco, quindi,  a svolgere la sua funzione terrena transitoria  cosciente della promessa di un  premio eterno…

Si badi bene il primo cristianesimo è  costituito da un ‘élite (edah) che guida l’haburah, secondo lo schema comunitario  ancora giudaico: ne deriva che sempre più si presenta come fenomeno elitario che domina una massa di fedeli  che costituiscono l’ecclesia senza effettivi diritti  civili, sia che viva in città che  in comunità montane, e, comunque, periferiche , sparse nell’immenso impero romano orientale specie in Asia minore in Egitto,  e in Siria …

Il popolo cristiano, senza diritti, vivente in una terra non più come propria,  sentendosi un inquilino  che ha un’altra patria, ultraterrena, aspetta la parousia/ritorno del signore e la accelera in un certo senso a seconda della comunità cristiana- chi più chi meno – specie se si adegua alla concezione della verginità e del celibato, forse tipica della linea di Papia …

Secondo questa impostazione il primo cristianesimo vive  seguendo la precettistica cristiana non più quella mosaica, ma avendo diverse forme dottrinali non univoche a seconda delle regioni in cui vive e secondo le sollecitazioni di  gruppi sociali, incivili e barbarici, maturando diverse strutture di separazione  come  quella di Hierapolis dove il culto di Cibele si fonde con quello misterico e  con quello delle profetesse sulla scia della  predicazione di Filippo e delle sue figlie…

Comunque,  solo il clero, patronus  ne trae effettivi benefici perché rafforza il suo potere sacerdotale e ne ha vantaggi economici data la crescente ricchezza ecclesiale  e diocesana, che viene trasmessa da generazione in generazione, tramite i vertici episcopali, essendo per i cristiani favorevole la situazione politica ed assente ogni forma persecutoria di massa: solo i capi di tanto in tanto di  alcune città dell’Asia minore sono inquisiti ma perché non in regola con le tasse perché evasori fiscali  in quanto paganti solo per se stessi , cives, e non per la massa dei fedeli la cui ricchezza è gestita comunitariamente…

La definizione, quindi, della dioikesis cristiana -che era un ‘haburah  antica giudaica, una comunità  giudaica  autonoma  che doveva gestirsi in relazione alla comunità pagana in cui conviveva e alla legge romana a cui sottostava l’intera regione in cui i christianoi  avevano domicilio -. in epoca antonina non è facile …

Abbiamo detto che solo il clero ha una personalità giuridica e non l’elemento popolare che è amministrato  che non ha una sua fisionomia fino al periodo di Caracalla (212), data la sua scarsa registrazione fideistica.

Ne deriva che questo sistema verticistico senza una base di effettiva consistenza giuridica   dura per oltre un secolo  nelle varie province  romane e si stabilizza solo quando crea un forte accumulo di denaro in trapeza,  che fa da deposito per le successive  amministrazioni diocesane, che risultano ricche rispetto alle societates /sunousai pagane.

Inoltre la volontà  dei Christianoi di rimanere separati sia come riti che come culti  li isola  ancoar di più anche perché non censiti,  quasi apolidi, cittadini di un altro Regno  determina un odio delle masse pagane  che si manifesta in improvvise  un rappresaglie contro gli estranei, forestieri.

I pagani hanno di fronte un muro  di fanatici che, pur vivendo loro accanto, non hanno niente in comune con la loro cultura e il loro sistema quotidiano di vita, figure evanescenti controllate da santoni, autoritari che sono maestri che educano con una catechesi strana  che inneggia ad un servitium transitorio  e che da speranza di un tesoro celeste accumulato con la propria vita di sacrificio e di rinuncia: solo il clero ha relazione con la societas   vicina ed ha una sua consistenza civile e quindi è noto all’ amministrazione  locale…

A questa mancanza  di  coscienza civile, chiara in epoca antonina e severiana si aggiunge   una diversa concezione della vita e della morte, non più in senso umano classico, ma in senso spirituale…

Si  precisa di nuovo  che la communitas cristiana, costituita  dal gruppo dirigente e dalla massa di fideles, distribuita in  catecumeni e cristiani,  giuridicamente è rappresentata solo dal clero, essendosi azzerata come dignità soggettiva nel seno comunitario, di cui ognuno è parte effettiva passiva.

Ogni complesso comunitario costituisce così  un gruppo di cui si conoscono solo i vertici, la cui presenza nelle città e nelle province romane  deve essere ancora esplorata nella sua tipica vita reale  entro la communitas maggiore cittadina e provinciale pagana.

Noi riteniamo che le comunitates cristiane si comportino come quelle giudaiche oniadi nel sistema romano imperiale,  di cui hanno ereditato le sedi, le  organizzazioni e le stesse tecniche operative  con le strutture bancarie ed  emporiche.

Come effettivamente e quando realmente ci sia stato questo passaggio non riusciamo a saperlo: ma ci sembra che questo già  sia avvenuto durante la impresa di Shimon bar Kokba, ma forse anche tra le  due guerre giudaiche ( 116-117/ 135-6) o qualche anno prima nel corso della guerra nabatea,  in epoca traianea  più che in quella adrianea.

La vicenda di Ignazio di Antiochia e le sue sette lettere testimoniano da una parte il prestigio di un elemento apostolico (su cui bisogna indagare) e da un’altra il senso di unità tra le chiese  che già hanno coscienza di una precisa gerarchia rappresentativa (vescovo, presbiteri e diaconi) ed ancora di un Dio unitario , non trinitario (anche se ci sono forme di docetismo).

Dopo la morte di Ignazio nel 107 d.C., comunque, Policarpo  ha un suo potere tra i vescovi  in quanto ha una doppia elezione sia petrina che giovannea e il suo discepolo Ireneo esporta  dunque il modello orientale che sottende il sistema trapezitario ed  emporico oniade  in Gallia a Lugdunum, dove si struttura l’organizzazione di tipo orientale già  funzionale  in  Hierapolis con Papia e  a Sardi con Melitone…

Naturalmente non c’è una precisa attestazione o menzione diretta.

Il  pensiero ireneiano  sul cristianesimo (Adversus aereses, Demonstratio) che presenta sotto l’aspetto ideologico la  sottesa realizzazione pratica organizzativa, come elaborazione  di una sua teoria contro lo gnosticismo e il neoplatonismo , diventa segno  di una tradizione cristiana nell’ambito della chiesa cattolica ignaziana, che  utilizza il principio della successione apostolica e con essa il sistema comunitario implicito.

La tradizione degli apostoli, per Ireneo, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità, e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi…

(Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto, coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento.

Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo

Così facendo, Ireneo  radica il potere degli amministratori nelle diocesi e poi quello dei Papi in Roma, in quanto eredi degli apostoli  nelle sedi metropoliti in genere, e di Pietro e  Paolo in  quella romana “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità (propter potiorem principalitatem), è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata…” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG. 7,848).

Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa, a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità (Ib., III, 3, 3: PG. 7,851).

Ireneo, comunque,  dà per scontato la conoscenza di tutta la amministrazione cristiana  e parla solo della funzione spirituale,  non di quella economica, anche se il sintagma  potior principalitas si compone di potior-da potis/e  potente, capace – e principalitas- da princeps, che rimandano a potestas /kuros e a princeps augustus /sebastos con valore chiaramente politico-religioso e si connettono con Roma imperiale.

Noi  deduciamo la presenza di tale organizzazione dal fatto che un capo come Ignazio, senza essersi appellato all’imperatore  e senza avere la cittadinanza romana,  venga accompagnato e protetto da una decuria  nel suo viaggio di trasferimento,  dopo una formale condanna ad bestias.

Non è comprensibile un tale dispendio di denaro per un prigioniero, la cui  potestas  ed auctoritas dovevano essere grandi in Oriente, ma solo in Oriente: tale azione di norma veniva fatta segretamente da oi epi ton aporrhton (agenti segreti), come per Paulus, che pur è cittadino e collegato per parentela con i giuli erodiani,  tramite la sorella, sposata con un nipote di  Giulio Fasael, fratello di Erode il Grande!.

Probabilmente la punizione di Ignazio doveva essere esemplare per tutti, ma specie per i capi delle comunitates cristiane, inquisiti come non paganti le tasse, come estorsori di proprietà indebite.

Ad ogni tappa portuale c’è  la riverenza del vescovo della comunità locale,  coordinata con altre auctoritates, come segno di un collegamento cristiano, societario, tipico del sistema oniade, che diventava una  forma di proselitismo  e di esaltazione della communitas cristiana,   della sua  ideologia cosmopolita, estranea alla vita  del kosmos romano-ellenistico e propensa ad un’altra vita extraterrena, propria di elementi farneticanti e teatrali.

Specie dalla lettura delle sue lettere  ci vien fuori una figura di santo  che aspira a congiungersi con Cristo, anelando  ad essere mangiato per far parte della divinità al più presto: niente traspira della amministrazione di cui è dioichetes,  ma si rileva benissimo dalla presenza di altri capi  che gli si affollano accanto nel suo viaggio verso Roma  e come le sue lettere tendano a mantenere l’organizzazione tale e quale, come se la fine di un individuo non solo non scalfisse il generale funzionamento, ma  anzi lo rafforzasse.

La figura di Ignazio, se vista dall’angolazione economica, potrebbe risultare  diversa: uno epitropos,( epimeletes, dioichetes) che non ha pagato le tasse, un evasore  doveva essere esemplare per tutti i christianoi nel suo iter di  traditio a Roma.

Il santo è stato alonato dalla tradizione cristiana e  quindi non è letto storicamente, secondo la vera accusa romana, ma è visto secondo le linee della vittoria successiva dei cristiani, in epoca costantiniana ed ancora di più in epoca teodosiana quando le ritorsioni nei confronti dei pagani diventano persecutorie  verso coloro che non fanno parte del sistema cristiano.

Dopo Ignazio, la sede di Antiochia  perde di auctoritas perché direttamente controllata dai governatori di Siria, che meglio potevano valutare la situazione giudaica  o  giudaico-cristiana nella città e quindi facevano prevalere l’elemento greco o siriaco.

Quindi, dopo Ignazio,  Antiochia perde di prestigio anche se aumenta il valore della chiesa romana  dove i papi, di nascita  orientale, sono di cultura antiochena.

Al suo posto sembra avere nel mondo cristiano orientale maggiore peso   il centro di Efeso, il più grande porto del Mediterraneo dopo Alessandria, la terza città del mondo romano, con una popolazione non inferiore a 500000 abitanti, dove l’elemento giovanneo aveva prevalso su quello paolino e dove il ricco entroterra agricolo doveva aver fatto prosperare la comunità che, oltre tutto, gestiva anche il commercio  artigianale di immagini,  quello delle attività scultorie e pittoriche, dopo aver soppiantato l’elemento greco  sacerdotale, eunuco, del santuario della dea Cibele  e quello dello stesso santuario dell’ Artemision.

Efeso era il polo cristiano di attrazione di una vasta area  che comprendeva  un raggio di oltre 50 chilometri  all’intorno anche sull’Egeo insulare: le città sotto la sua orbita sono quella citate nell’Apocalisse Smirne, Sardi, Pergamo, Tiatira città della porpora  Laodicea ecc).

Anche la posizione di Erma a Roma, autore del Pastore, è indicativa sul piano dell’organizzazione,   sulla sua ricchezza ,sulla  perdita di denaro , sulle forme di assistenza sulle istituzioni, palesi  in Clemente Alessandrino di Quis dives salvetur  e nella comunità stessa di Alessandria intorno alla fine del II secolo…

La communitas, comunque, è costituita nel II secolo da elemento popolare (artigiano e contadino) che affida all’episcopos  ogni cosa e che da lui  ha la sicurezza  della propria vita  e della propria famiglia  con la protezione cristiana.

I christianoi sono uomini di diversa professione (banausoi/operai  macellai, calzolai, fabbri, panettieri, barcaioli,  marittimi in genere, ma anche medici,  negotiatores,  emporoi/commercianti,  orefici  trapezitai  come ,d’altra parte, afferma Celso   (Origene, Contra Celsum, 3,18,3,44; 3,50; 3,55; 6,12 e altre parti sparse)  e ripete  Minucio Felice (Octavius, 5,4,8,4), elementi operativi per la communitas…

Giustino, che parla di persecuzioni (Apologia,2 ) , non fa testo anche se ci sono morti  a Tiatira ed altre zone e sono massacrati  perfino gruppi come gli abitanti di  Scillium  da  masse di pagani che restano impuniti:  gli  eccidi religiosi  non sono una novità nell’impero romano, specie in epoca Commodiana…

In effetti i gruppi cristiani nelle città diventano una forza politica, se manovrata abilmente da dioiketai episcopoi intelligenti,  che sono patroni,  a seconda delle situazioni, rappresentanti popolari, mestatori, demagogoi.

Perciò, la persecuzione nel II secolo è solo  una questione che riguarda l’imperatore e i vertici e in questo caso,  Ignazio, Policarpo, Ireneo, che risultano casi isolati e ben circoscritti: non hanno rilievo  le poche decine di cristiani uccisi da masse inferocite, a seguito di propagande antigiudaiche ed anticristiane, date le accuse rivolte ad apolidi, felici di raggiungere il premio meritato proprio per aver rifiutato la cittadinanza di questo mondo, in quanto appartenenti ad un  Regno celeste (ourania basileia).

Precisato questo,  bisogna rilevare come si sia cambiata la struttura classico greco-latina  di partecipazione allo stato e come si sia passati ad una indifferenza alla vita cittadina,  insomma, come si siano potuto annullare i propri diritti civili ed  come si si possa essere costituito un  vir fidelis al posto del vir civilis/o politikos, del civis capace di esprimersi solo nel negotium, inadatto all’otium.

E’ questo un problema di insicurezza di molti cives nel I e  II secolo dove l’arbitrio di patroni  teneva soggetto le masse di liberti  semiliberi e di liberi che preferiscono riunirsi  e delegare  i loro diritti  schierandosi sotto una potente famiglia che li ingloba come clientes  o parassiti e simili sotto la propria protezione.

E’ il sistema clientelare modificato del periodo antonino dove pochi hanno il potere effettivo  e dove anche comunità religiose hanno un loro sistema clientelare mediante simmoriai e thiasoi.

In Asia ( in Bitynia e Ponto,  in Cappadocia,  in Pamphilia , in Licaonia e  in Galatia  e in Licia ) e in Commagene,  come  in Syria  e in Ioudaea e in tutto il bacino del Mediterraneo,  come anche in Grecia e Italia e in tutto l’Occidente pochi soggetti giuridici controllano le masse che, sottoposte, vivono la vita quotidiana,  soggette solo  a scadenze festive, in modo bestiale,   protette dagli statuti delle loro corporazioni, popolari,  priapee, di selvaggio edonismo, avulse dalla vita delle classi nobiliari…

E’ questa, però, una questione interna, tra le masse e i capi del corporazioni, siano esse pagane che cristiane, comunque, tutte immorali  ed indocili .

Lo scontro tra cristiani e pagani avviene in questo campo comunitario, da addomesticare ed assoggettare,   tra gruppi  popolari pagani,  legati al sistema  della  tradizione classica -ora connessa con la divinità   di Zeus  e degli dei olimpici o con quella egizia sincretica  di Serapide o con quella del culto di Mitra e del Sol  invictus–   e gruppi di tradizione monarchiana  di radice giudaica o giudaico-cristiana di impostazione oniade.

Non c’è odio né rancore tra confessioni e credi diversi,  anche se soggetti tutti  ferini e servili,  ma c’è da parte di quella di tradizione  giudaica, compresi i cristiani, la coscienza di elezione e di esclusività monoteistica, connessa con l’appartenenza ad un Regno,  che non è di questa terra,  e quindi di aver una cittadinanza in Cielo, e, perciò, di rifiutare la vita stessa terrena.

La cittadinanza in cielo e il rifiuto della vita eterna  rendevano odiosi i cristiani, che come massa erano  simili a l gregge  bisognoso di pastore, incapaci di vivere senza clero.

Inoltre,i cristiani hanno capi sovrani  e non prendono le armi in difesa dei loro concittadini e compatrioti, indifferenti di fronte ai barbaroi invasori armati, distruttori, nemici,  e vanno loro incontro quasi grati di avere la morte.

In epoca antonina sono continui gli episodi  di christianoi che, inermi si fanno uccidere: noi oggi li chiamiamo tutti  martiri della fede e non distinguiamo  i privati cittadini dai milites, militari che hanno un compito  offensivo e difensivo a favore della patria.

I christianoi  non difendono la patria, anelanti di raggiungere il cielo e il meritato premio!.

Allora, davanti ai Quadi e Marcomanni, che dilagavano   e distruggevano ogni segno di civiltà romana, raggiungendo perfino le zone alpine, rifiutare l’uso delle armi di fronte al nemico  si chiamava abbandono di postazione, si bollava come diserzione, si  definiva vigliaccheria,  perché atto indegno della cultura militaristica romano-imperiale, che stava costituendo, sulla base del diritto comune,  di tante genti un solo popolo, dopo aver accolto alcune popolazioni barbariche arrese,  entro il proprio territorio seppure al confine con genti  della stessa stirpe (con la clausola di Dediticii-di uomini che cedono i propri diritti  al momento della deditio -che comportava uno scomporamento dallo ius latino e dal sistema provinciale  e sottendeva una mancanza assoluta di garanzia pure per chi viveva nel territorio romano ed aveva avuto assegnazione provvisoria di terre)…

I christianoi sembrano come residenti provvisori dediticii:  dalle fonti noi non riusciamo a comprendere esattamente il loro  equivoco sistema di vita: la stessa notizia di Plinio il giovane   (Plinio,Epistola X,96,8)  fa un punto  situazionale  ma non  risolve la questione né la lascia intravvedere secondo le direttive traianee:  o meglio, noi abbiamo frainteso Plinio perché lo abbiamo esaminato dall’angolazione cristiana!.

Di conseguenza risulta strano come  uomini che sono irreprensibili  nel comportamento sociale possano essere  testardi nel rifiutare di venerare l’immagine dell’imperatore e i simulacri degli dei pagani, e come possano disobbedire  per  le riunioni in giorni stabiliti  per le pratiche religiose,  che contrastano con la non osservanza delle regole che proibiscono le hetairiai.

Su Plinio si è fatto solo il problema sulla base della sua interrogazione all’imperatore se si debba  punire il solo nome cristiano, mancando gli altri indizi  di delitto/crimen…

La stessa risposta di Traiano  che i cristiani non debbano essere ricercati e che le denunce anonime devono essere trascurate e che siano puniti solo quelli che non ritrattano  e non  invocano le divinità romane, in  una precisa ostinata dichiarazione di cristianità,  sembra una testimonianza della presenza di un problema, non una  soluzione, in quanto lascia in sospeso la  valutazione sull’ ebraismo e  sulla radice giudaico-cristiana, di cui  solo nella spedizione parthica conosce- a sue spese -il reale significato religioso-politico…

Noi  siamo condizionati in questa lettura dalla successiva interpretazione sul piano del diritto,fatto da Tertulliano  (Apologetico II,7) e  siamo costretti a valutare come ingiusto il procedimento contro i cristiani  perché non si può condannare, per il solo nome, uno che non si deve ricercare  e che quindi è assolvibile: questa è storia successiva già organizzata per la difesa del nome cristiano…

Io, partendo da una frase di Filone, che riporta il giudizio, acuto,  di Caligola sui Giudei che  sono solo superstiziosi  più che colpevoli,   leggo  più o  meno lo stesso enunciato, in latino, di Plinio (Epistola 10,96,8)  superstitio prava et  immodica. 

La stessa cosa sembrano dire Tacito (Annales 14,44,4 ss)  e  Marco Aurelio   in A se stesso( II,3) che oppone il logismos pagano alla cecità della pistis cristiana e che rileva che  il  comportamento cristiano  anche davanti alla morte è teatrale, non razionale.

Celso,(ed anche Galeno) e Luciano, soprattutto, ci permettono di chiarire il problema cristiano, se lo si vuole chiarire.

Celso, nella sua opera, riportata, a passi, scelti da Origene ( Vera dottrina)  intorno agli ultimi anni della vita di Marco Aurelio,  fa un preciso ritratto del cristiano e lo vede come un millantatore, come il Gesù, fondatore della setta…

Eppure Celso è un philosophos, uno che  studia e che deve aver notizia anche di Giustino  apologista, ha buone conoscenze testamentarie ed ha presente le  letture evangeliche: il suo discorso vero marca l’ irrazionalismo cristiano  in quanto vede i cristiani privi di logos,  oppositori della paideia greca, uomini che si integrano  mescolandosi in sette/aireseis sacerdotali, che rifiutano il contatto con la realtà, in nome di un’altra vita celeste.

D’altra parte, Celso indaga prima ulla figura del Christos  e scopre  tra l’altro, che fu un mago/goes  millantatore  e  che i suoi discepoli- i capi- al pari,  sono millantatori  e maghi, che approfittano della credulità delle masse in un’ epoca specie come quella del II secolo dove si crede che l’asino vola e si può fare bere la verità di un uomo-dio e  si muta ogni razionale pensiero col paradosso, sorprendente e meraviglioso, fabulistico.

Il razionale Celso rileva che tutto è rovesciato  (secondo  questa logica di ciarlatano, che con la bugia, col paradosso e con la retorica assolve la povertà mentale, facendo diventare  da ultimi primi, da insipienti sapienti in nome di un Christos, risorto, a cui niente è impossibile: chi sa e chi sa fare non deve avanzare, avanzi solo chi non è persona istruita e che non  saggio, chi è  insensato furfante  lo  dimostri con fiducia perché Il successo è suo…

Insomma una tale élite così costituita fa presa solo su gente semplice, volgare, stupida, ossia schiavi, donnette,  giovincelli  spudorati (Origene, Contra Celsum 3,44 e 5,59 )

Per Celso, comunque, la gravità assoluta  di tale logismos è nel   rinnegare il nomos, inteso non come legge ma  come complesso fatalistico legale  che  regola l’universo giudaico -cristiano,  differente perfino dalla normativa mosaica, secondo una logica millenaristica escatologica, propria di un’oikonomia divina.

Vincolati da tale ragionamento, I christianoi creano isole nelle città, nei paesi, nelle campagne, apparentemente ligi ed impeccabili moralmente e socialmente, ma risultano elementi non integrati nel kosmos pagano, convinti di essere cittadini di un altro mondo a cui aspirano di tornare il più presto possibile, totalmente assenti dai circuiti della normalità sociale, irresponsabili rispetto ai doveri dell’uomo normale, del prossimo, in attesa di un Regno di Dio.  

Noi seguendo il logismos di uomini come Celso, Porfirio e poi Giuliano siamo riusciti a comprendere il pensiero cristiano di un Costantino e poi di un Teodosio… dopo aver rilevato la loro esatta biografia e il loro contesto militare occidentale pagano, proprio del sistema civile sociale ed economico-finanziario  del IV secolo...

Cosa hai capito, professore ?  mi si dirà.

Ho capito che bisogna distinguere  che le notizie, da noi sempre lette  allo stesso modo, non hanno nemmeno un segno di verità, ma sono  state aggiornate  al fine della costituzione di un sistema cristiano  per giustificare la caduta dell’impero romano, le invasioni o penetrazioni barbariche, per evidenziare l’esistenza già perfetta di una Chiesa unitaria, apostolica, romana, capace ed abile a manovrare ed abbindolare le masse pagane e giudaico- cristiane,  dando speranza di un premio e di sopravvivenza eterna alla durezza della vita quotidiana  alla fatica giornaliera…

L’errore di questa valutazione è nel sistema di vita cristiana oggettivo, che ha due modi di vivere:  uno fastoso e invidiato, quello  dei protoi (episcopoi  presbiteri e diaconoi) a vari livelli, che godono dei vantaggi sociali e del benessere economico.finanziario  assicurato dalle trapezai e dagli emporia  e dalla  liturgia, dal servizio nelle basiliche, dalle oblazioni specie domenicali e festive;   e quello. povero e dignitoso  delle masse anonime irrazionali, che si accontentano del fasto del cerimoniale connesso con quello pagano   e nella povertà sono felici  perché hanno radicato in ognuno l’elpis /la speranza  di una ricompensa al loro sacrificio,  e della povertà, tanto più grande per quanto è stata maggiore l’accettazione del proprio status  di vita.

Ora se uno parla come Celso,  non è facile capire perché  in senso dottrinario  tutto è  discutibile  e perché  i termini sono equivoci riferiti da un Cristiano (Origene ),che confuta  l’avversario  senza parlare della  quotidianità di vita e della realtà  contestuale  dell’epoca.

Parla  Celso o Origene?

Chi legge pensa e valuta, a seconda di chi realmente scrive e ne è coinvolto, e non ha possibilità di sapere con sicurezza di chi siano le affermazioni  e chi dica la verità in un discorso vero, essendo ambedue (accusatore ed accusato)  nutriti  platonicamente, secondo il doppio logos socratico (vero o falso)  …

Un termine ha valore a seconda di chi lo pronuncia: la visione storica di un pagano è molto diversa da quella di un cristiano; quella dell’uno rimanda ad una cultura; quella dell’altro ad un’altra cultura proprio in un momento in cui c’è sovrapposizione  culturale e non c’è ancora possibilità di rilevare  chi sia il vinto  e chi sia il vincitore: leggere  i fatti  del II e III secolo con l’occhio costantiniano  di Eusebio di Cesarea  non è certamente un fare storia neutrale, data anche l’euforia dei vincitori,  che, usciti da una persecuzione feroce,  hanno un reazione altrettanto feroce…

Inoltre se si parla, satiricamente,  ironicamente, sarcasticamente  come fa Celso, in un dato momento quello di Lucio Vero e Marco Aurelio,  il linguaggio  viene letto in altra situazione da Origene in connessione coi  tempi nuovi severiani, per cui il termine ha oscillazioni  di significato e di referenze notevoli: solo quelli che vivevano in quei contesti potevano effettivamente comprendere  quei messaggi e dare il giusto valore semantico con la stessa referenza, noi potremmo solo intuirli, ma non precisarli con reali messaggi: sarebbe opera  presuntuosa  pensare ad una sicura lettura neutra!

Se  si esamina il sistema cristiano da parte di uomini che vivono quotidianamente la vita, si rivela una grande ambiguità nei termini : uno è il modo di vivere dei capi, uno è quello della massa di fideles , di norma credenti passivi,  ma non esperti di teologia, partecipi entusiasticamente ai riti, senza neanche comprendere il mysterion... .

I capi, theologoi e dioichetai  non fanno niente di illogico ed illegale ma hanno un pensiero  logico e conseguenziale, che sfruttano in modo pratico così da avere un alto tenore di vita,  grazie ai guadagni comunitari che, comunque, sono spesi anche per i poveri, per le vedove, per gli orfani o in opere assistenziali per i malati, moribondi, i tanti afflitti da infermità, affidati  a diakonoi, suddivisi in gruppi, abilitati a scrivere a leggere, a medicare ad evangelizzare.

C’è una frattura fra chi maneggia il denaro e ha le banche e quelli che sono solo operatori comunitari, ormai vittime del sistema gentilizio, addomesticate dalla promessa religiosa di una eternità felice,  conseguibile con la sofferenza terrena  accettata, perché voluta da Dio,  come purificazione di peccati.

I primi sono Protoi e sono equiparati ai capi dei Thiasoi e delle summoriai  e quindi rientrano nelle  élites del II  e III secolo n mentre le masse  dominate  e soggette sono  così istupidite e condizionate da credere alla magia  e sono attirate dal successo economico, dalla fastosità del  cerimoniale  del  papato cristiano e dalla volontà di appartenenza alla comunità che, oltre tutto, garantisce l’elpis futura, un Regno dei cieli  ultraterreno da conquistare con una vita di sofferenza  e di dolore , che costituisce il tesoro da godere, da morti . D’altra parte, la crisi economica ha equiparato coi decenni classi tradizionali  dei  senatori e cavalieri come honestiores,   che  sono il ceto  dei  proprietari terrieri  e dei militari  che detengono anche le riserve auree di moneta, mentre i plebei (operai, artigiani e piccoli  possessori di terre e  umili commercianti) toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d’argento, formano la classe degli humiliores, avvilita e senza più diritti civili.

Forse, dopo la fine dei  Severi, nell’anarchia militare, mentre  il potere imperiale diventa  illirico, i vertici cristiani, organizzati  secondo il sistema oniade e secondo lo schematismo dottrinale  origeniano, nonostante le tante diverse anime sparse del cristianesimo,  trasformano una religio elitaria, arricchita da lasciti e dai profitti bancari  delle communitates, potente per i rapporti finanziari con i militari,   in un sistema apparentemente  caritatevole e  democratico, basato sulla credulità popolare sia pagana che catacumenale, sul  fastoso cerimoniale di riti propri della liturgia domenicale e festiva: si crea, da una parte il muthos del cristiano che vive per morire, che anela di tornare nella patria promessa  a ricevere l’eredità celeste eterna, e, da un’altra, si forma  una potente casta cristiana che ha potere regionale a seconda del numero di Christianoi  della  communitas, specie danubiana ed asiatica, che controlla anche le popolazioni, di confine, barbariche …

Il sistema clientelare, assunto dalla chiesa romana nel II e III e IV secolo, determina  la sua ricchezza, stratificata ad ogni generazione e custodita dalla gerarchia, che si tramanda giudaicamente i tabularia  (gli archivi grammatophulakia) e con essi i poderi, le proprietà con le pertinenze, e i depositi bancari…

Infatti, ad ogni morte di capo subentra un altro capo che ritrova con gli altri compartecipi la ricchezza precedente  sulla base archiviale, che lascia intatta per la successiva comunità  muovendo quei capitali che possono essere  riciclati secondo carità, o  ricevuti in eredità da benefattori: questa è l’unica fides dei diochetai/episcopoi, fedeli trasmettitori del patrimonio  della Chiesa, più che della verità evangelica…

Basilio si lamenta che il fratello  Gregorio, divenuto episkopos di Nissa, eletto da lui – dopo il ripudio della moglie-  non abbia questa acutezza mentale e tale  abilità amministrativa per la conservazione del patrimonio ufficiale della chiesa, timoroso di una diminuizione  patrimoniale …

La fides religiosa, popolare,  è solo una ideologia sincretistica,  una mistione confusa di idee pagane e giudaiche  con cui  l’élite  ha abbindolato le masse, a seconda delle tradizioni locali, su cui si sono poggiate.

Da qui anche la disparità di fides  tra le popolazioni orientali e la mancanza di un credo unitario,  non essendoci nemmeno una comune tradizione sulla figura umana e divina del fondatore Iesous Christos Kurios.

Nemmeno su Dio  c’è unità di pensiero,  monarchiano: ad un theos onnipotente creatore del cielo e della terra, rettore della sorte dell’uomo in quanto provvidente pater si associa un logos  distributore, demiurgo, inviato in epoca storica augustea sulla terra come redentore dell’uomo peccatore,  morto in croce  e risorto, che insieme al padre  invia il paraclito/agion pneuma fecondatore  del seme apostolico evangelico,  animatore dello spirito umano…

Allora, da un parte,  c’è l’ empietà cristiana  che è veramente  assenza  di pietas  in quanto il non sacrificare  agli dei e all’ imperatore è crimen contro lo stato poiché risulta gesto barbarico ed irrazionale contrario alla societas umana, pacifica, tollerante,  politeistica, capace di accettare ogni culto, purché si rispetti quello comunitario e quello del prossimo che ha eguale dignità…

Tutti i cives dell’impero di circa 3.332.000 Km quadrati, dall’altra   parte, conoscono le legge universale romana sancita da Claudio con la lettera agli Alessandrini del 41 D.c.. ogni popolo abbia la sua thrhskeia e non insulti  quella altrui , limitrofo, in un chiaro riferimento, agli ebrei fanatici per il loro credo, impediti nel fare proselitismo, pena sanzioni imperiali.

Tutti i popoli, che costituiscono le singole membra del corpus dell’impero romano, sono eguali di fronte alla legge: Claudio fa decadere  il privilegio  accordato da Cesare di tipicità del culto ebraico e lo ridimensiona, valutando il giudaismo isonomos e isotimos  alla pari delle altre etnie; solo superficialmente sembra che  ripari al male del nipote Caligola, ridando dignità al popolo ebraico, in effetti lo riduce, equiparandolo agli elleni e agli egizi, specie in Alessandria.

Mi sembra opportuno,però, precisare che Claudio, da una parte, equipara il giudeo alessandrino ad un greco, ma, da un’altra,  ne limita lo status di civis/poliths in quanto  lo fa risultare isotelhs cioè di chi, pur forestiero, ha eguaglianza  di gravezze  e carichi  di un cittadino.

Lo status dell‘isoteleia comprta che un  giudeo in Alessandria è un metoikos che  non paga, comunque,  il metoikion– una tassa di 12 dracme annuali- e non ha bisogno di un prostaths /patrono, ma, siccome possiede beni  e terreni,  deve avere gli stessi carichi/incarichi di leitourgia  di un poliths,  anche se non gode della cittadinanza attiva.

In effetti il giudeo ricco alessandrino  deve un servizio allo stato  ordinario (khoregia, gumnosarchia, lampadarchia, estiasis, architheoria) o straordinario, per cui deve  allestire  a turno navi – trihrarchia oltre alla eisphorà , una normale contribuzione in relazione alla ricchezza dichiarata, da utilizzare sia per il culto al proprio dio che a quello del  numen altrui.

Chi non riconosce la comunione dell’autokrator con  Dio e la sua l’auctoritas divina non  ha  la  coscienza  reale del diritto romano al dominio sui popoli: ogni popolo  deve riconoscere la divinità di Roma imperiale come essenziale ai fini del Kosmos  e poi la propria peculiare divinità (il Dio dei padri),  venerata insieme a quella ufficiale: si cerca di amalgamare così i popoli che hanno bisogno di un solo sovrano e di un solo Dio.

Lo zio non è diverso dal nipote: Claudio e Caligola  aspirano ad una legge comune. In Caligola il sublime ho mostrato come  l’imperatore dimostri  che l’ebraismo bara quando dice di sacrificare giornalmente due volte  per  Augusto e per il proprio Dio.

Augusto e Tiberio hanno accettato la falsità  cultuale giudaica, ma non Caligola che vuole equiparare il sistema religioso in ogni parte dell’impero (cf. Caligola Il Sublime, Cattedrale 2008  pp.157-183)  Infatti (Cfr. Legatio ad Gaium,357), durante il processo,secondo Filone, l’imperatore  afferma che i giudei dicono il vero quando  giurano di sacrificare per lui e per il proprio Dio,  ma aggiunge celiando:  Voi avete fatto sacrifici, ma per un altro, anche se a mio favore.  Che utile ho, dunque ? Voi non avete, infatti, sacrificato  a me./ Tethukate ,all’eterooi, kan uper emou, ti oun ophelos;ou gar emoi tethukate.

Caligola (Filone, Legatio ad Gaium 357 ), dopo aver rilevato la natura dell’ animo ebraico- Non sono malvagi, mi sembra,  ma piuttosto  disgraziati ed irrazionali ( dustukheis … anoetoi )-  mostra l’ irrazionalità  dei giudei che non credono  la sua divinità ed  afferma di aver avuto in sorte una natura di Dio (Cfr. Morte di un Dio).

Ora, chiuso il caso di Caligola, sotto Claudio   i christianoi.,che vivono in seno alla communitas ebraica  di Antiochia, copiano lo  statuto del politeuma  alessandrino, secondo la riforma imperiale ed in quanto giudeo-cristiani, cioè una radice ebraica, si propagano con la stessa politeia ebraica, che, non avendo bisogno di un rappresentante prostaths, si eleggono, là dove insediano una colonia apoikia, un dioikeths ammnistratore (episkopos).

Da qui una ramificazione delle colonie cristiane  secondo l‘isoteleia alessandrina, accettate dalle communitates pagane  (ed ebraiche inizialmente) in  Siria, in Asia, in Grecia, insomma  in Oriente, dove convivono isolate, protette dai governatori locali e rispettate nella loro ameicsia /non mescolnaza,  subito divise dai giudei  integralisti inquisiti sotto Traiano ed Adriano.

Dopo Antonino il Pio,  sotto  Lucio Vero, impegnato nella guerra parthica e sotto Marco Aurelio  contro i Barbari, le communitates sono invitate a  partecipare alle leve, ma non accettano il servizio militare  o se lo accettano, non combattono in nome di Iesous Christos Kurios, loro re,  che impone la fratellanza universale e si rifanno perfino ad un decreto di  Giulio Cesare a favore di Hircano  e degli ebrei ( Flavio, Ant. Giud.XIV ) invocando il rispetto della tipicità di vita giudaica e giudaico-cristiana …

E’ superstitio prava et immodica  che, però, sottende  un’ideologia fondata sul logos, sul monarca con funzione divina  e non sul muthos, cosa che poi sarà prerogativa del  Papa romano, come rappresentante di Dio sulla terra, che  assume la stessa funzione imperiale…

Noi  cristiani  fatichiamo ad accettare una tale risultanza e non possiamo pensare che i primi cristiani possano essere così  avulsi  dalla realtà del tempo, così neepioi /bambini  da  rinunciare a vivere credendo  in un prossimo ritorno del  Signore e da sperare in un premio eterno,  tanto da affrettare la propria morte.

Non è umano né naturale  essere figli  esclusivi di un padre provvidente, che accoglie le vittime del sistema politico imperiale-che, pur tirannico, permette una comunità di vita, anche se estranea, seppure  suddita di un altro re  – : l’imperium romano garantisce  con le sue leggi l’integrazione sociale a tutti, anche barbari, dando eguali opportunità giuridiche e democratiche,  purché si paghino le tasse, si abbia un rispetto reciproco tra  le stirpi/ genh e  si veneri ciascuno il proprio Dio.

Non per nulla la figura dell’imperatore romano  passa da una famiglia romano-latina, ad una sabino-italica, ad una  italico-ispanica ad una italico -berbera, per poi essere trace e araba per diventare illirica, in un mescolamento etnico, universale: specie nel periodo dell’anarchia ogni civis  occidentale o orientale, se ha un grado militare, può essere  autokrator/imperatorlegge vivente/nomos empsuchos per tutti i sudditi!

Noi che abbiamo avuto in eredità il  cristianesimo, che siamo stati battezzati senza il nostro consenso, e che abbiamo fatto parte di una parrocchia in  una diocesi, non ci siamo mai posto problemi neanche sui termini  perché  vivendo in una società contemporanea molto diversa da quella dei primi christianoi,– soggetti passivi  condizionati di un’élite spirituale, pneumatica,  teleia/perfetta che li spinge al martirio-, siamo laici, indifferenti alla fede e scettici,  guidati da una gerarchia  ecclesiastica ormai corrotta e coinvolta nel potere politico, asservita da secoli  alla potestas statale,  di cui è stata compartecipe con la sua auctoritas, in un mescolamento di sacro e profano  in nome della Romanitas.

Comunque, il sistema clientelare latino, vigente,  creava nel corso della caduta della domus giulio-claudia e poi di quella Flavi e di quella Antonina  cambi di potere, facendo  sorgere nuovi nuclei di poteri: ora le masse christiane, riunite sotto il vescovo, nelle  cosiddette sedi apostoliche, avevano costruito un sistema difensivo tale da non subire gravi danni nei momenti di transizione e la risposta era stata positiva nel passaggio da quello flavio  a quello  antonino: lo stato non poteva intervenire sulle masse anonime e non schedate nemmeno per la tassazione, ma solo sulla communitas rappresentata dal vescovo e dal clero, la cui opera appariva solo caritativa, ma celava una rete economica e un flusso di denaro senza pari, di cui i fideles non avevano neanche la percezione e solo gli amministratori ne erano al corrente.

Le varie aireseis  delle communitates cristiane, disseminate nell’impero, non erano produttive per gli esattori imperiali e quindi risultavano non paganti le normali tasse in quanto ne erano escluse data la millantata pietas religiosa pauperistica e la concezione  spirituale.

E’ questa impostazione  “psichica” di Clemente Alessandrino,propria di uomini  che vivono disciplinati  da capi , che condizionano la mente infantile dei propri adepti nel formalismo ritualistico e nelle vesti sacerdotali,  grazie ad un oculato sistema di dioikesis (sistema amministrativo) diverso da quello successivo dioclezianeo.

Prima di parlare dei fondatori di questo sistema amministrativo e   storico, ci sembra utile precisare che la mentalità cristiana già chiara in quanto comunità in attesa dello sposo, millenarista, specie dopo la scrittura dell’Apocalisse,  si connota ancora di più in questa ideologia grazie a Montano e  alle sue profetesse  Massimilla e Priscilla, sotto Antonino il Pio, Lucio Vero,  Marco Aurelio e Commodo.

Il fenomeno inizia dalla Frigia, dove ci sono segni di una testimonianza cristiana ad opera di  Filippo, discepolo di Cristo, che con le sue figlie, profetesse,  congiunge la nuova fede con un sistema  mistico-sacrale, connesso con la vocazione turistica dei luoghi intorno alle terme  di Hierapolis ( Pammukkale) dove è dominante  la mentalità pagana, legata a Plutone e a Cibele.

La comunitas cristiana aveva fedeli che in massa si eccitavano seguendo anche pratiche arcaiche, riunite in pianure, in preghiere collettive,  attirate non solo per le guarigioni ma anche per  apparizioni e forme di suggestioni, profezie, in un abbandono della vita reale quotidiana.

La fine del I  secolo e tutto il II secolo sono pieni di magia,tanto che Apuleio (De Magia) discute su una magia volgare normalmente inquisita dalla Lex Cornelia sive de Sicariis  e una magia filosofica e religiosa, espressione culturale teurgica, distaccandola dalle artes malefiche di maneggioni, falsi profeti, magi, taumaturgi  (goetes).

Ora la pratica magica è connessa alla diffusione del gusto del mistero, del religioso , dell’irrazionale  e risulta tipica dei cristiani stessi  che ne sono accusati per i loro riti esoterici anche se  i loro scrittori, comunque, sono avversari di ogni pratica magica, ritenuta  manifestazione dell’opera demoniaca.

Apuleio (Cfr Metamorfosi, IX,14)  e Luciano ( specie in Morte di Pellegrino e Philopseudes ) meglio di altri hanno evidenziato questa componente nel cristianesimo.

In epoca commodiana l’aspetto mitico e magico è predominante nell’impero e proprio nel quadro di una propagandata  ektheosis imperiale  si accumulano le crisi  causate da  movimenti ideali e  spirituali, in senso economico, finanziario, politico e sociale.

Queste, aumentate nel periodo Severiano, ingigantite nella decadenza, si riversano contro le comunitates cristiane, -rimaste per qualche decennio isole felici,- nel periodo Massimino il Trace (235-238)- sotto  Decio (249-251) e sotto  Valeriano (253-259) e    poi  si placano  con   Gallieno, fino a Probo, nonostante alcune sommosse sotto Aureliano(270-275) – che ha  favorito il culto del Sol Invictus-  per riacuirsi  sotto la tetrarchia fino all’instaurazione dell’impero cristiano in Occidente, dopo  la vittoria di Costantino  su Massenzio al ponte Milvio (312) e, poi, in Oriente- dove già il cristianesimo è religio licita grazie a Galerio- definitivamente, dopo quella su Licinio  a Crisopoli  nel 324…

Comunque, al di là del valore delle communitates nel III secolo, per noi è  significativo ed esemplare il montanismo,  confessione eretica,  che pur ha una sua impostazione tipicamente cristiana, tanto amata da Tertulliano stesso, suo adepto.

Il montanismo millenaristico e mistico, pur fedele alla dottrina cristiana della Trinità e della divinità del Cristo, si scontra con le auctoritates locali, come Apollinare di Hierapolis, dioiketes  che amministra i beni  e che ha con sé un gruppo di  uomini scelti,  dediti all’ amministrazione della comunitas…

Il carisma di Montano e delle sacerdotesse mette in crisi l’auctoritas amministrativa, tutta presa nelle questioni terrene e dimentica delle cose eterne,   che, essendo priva di profezia e di capacità di suggestione,  accusa di possessione diabolica i montanisti,  seguiti ed amati dalle folle, non solo locali ma anche regionali, ammirati   e quasi idolatrati, dovunque si trasferiscano (in Africa o a Roma stessa).

I montanisti,  avendo l’ ammirazione popolare gettano il discredito nel sacerdozio,  che risulta corrotto e lontano dalla reale predicazione del Cristo, considerata  propedeutica alla felicità ultraterrena, non utile ai fini di una vita terrena.

Le accuse di Girolamo, successive,  a Montano di essere stato un evirato sacerdote cibelico prima di essere cristiano,  o quelle ireneiane ed  eusebiane  di aver detto “io sono l’eterno” o “io sono il signore onnipotente” sono affermazioni di storici cristiani, che  hanno segnato una linea per ricompattare e riconfluire armonicamente il cristianesimo delle origini a Costantino: la gerarchia ecclesiastica disconosce perfino che Montano è un altro Christos, un profeta  che riforma la chiesa in quanto assistito dal Paraclito  e che  con la sua venuta, autorizzata dal Padre,  possa realizzare  la Nuova Gerusalemme  come eterna dimora dei fedeli.

Sempre in epoca antonina si sta esaurendo la collaborazione imperiale e giudaica alessandrina ellenistica,  ma si è potenziata, quasi come una naturale succursale, la struttura giudaico-cristiana amministrativa diocesana  che sempre di più assume valore grazie alla mantenuta organizzazione di stampo oniade, tenuta abilmente dai vertici cristiani specie orientali, poi viene traslata capillarmente,  tramite Ireneo, in Gallia, anche se già è chiara nella struttura della Chiesa di Roma,  che è succursale di Antiochia.

A nostro parere tale sistema giudaico oniade, non avendo bisogno di collaudo, avendo già funzionato da tempo  in modo perfetto  è funzionale nell’ organizzazione cristiana  fin dall’origine antiochena, ed ora si  è consolidata in senso caritativo (protezione ai vecchi, agli orfani, alle vedove)  in una gestione di capitali, mediante banche (che assicurano denaro liquido in depositi)  e mediante il sistema emporistico, che dà lavoro a tutti i membri comunitari impegnati e nella amministrazione  diocesana  con diverse funzioni e nei lavori di capeloi, vendita al minuto negli emporeia.

Impegnando molti nel lavoro fisico i  pochi eletti gestiscono il capitale sotto l’oculata sorveglianza di un episcopos, economo  di tutto il sistema:  il clero, istruito,  fa funzionare la communitas dei credenti, che costituiscono la base del potere economico con i loro fondi personali e col loro lavoro, che prospera, grazie a riinvestimenti di capitali o al proselitismo sotterraneo (ingresso di pagani ricchi nella communitas,come benefattori, volontari).

Dunque, le tante organizzazioni nel sistema imperiale costituiscono una costellazione di amministrazioni locali benestanti nel mare di crisi economico-finanziario statale, che aumenta, mentre la struttura cristiana progredisce  e prospera (come  oggi  in Italia, dove la crisi è totale, ma alcune amministrazioni locali sono ancora buone e dove  molte famiglie hanno ancora una capacità amministrativa diversa rispetto al sistema di grave recessione,  innescato dal mondo americano, perché ancora legata al sistema agricolo conservatore!) grazie all’ oculato sistema oniade dei vertici.

Inoltre, l’ amministrazione cristiana risultava ancora  migliore nelle grandi sedi e cominciava a mostrarsi ancora più positiva in quelle cosiddette apostoliche:  Roma, Antiochia, Alessandria, Efeso  erano diventate in epoca antonina  sedi amministrative con dioiketai sempre più bravi, capaci di permettere un tenore di vita ammirato dai pagani, a fedeli, soggetti passivi, ammaliati dalla retorica  episcopale (cfr. Il II Secolo d.C: il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia) che pensano solo alla edificazione morale e alla propria spiritualità, in un continuo  avvicinarsi a Dio.

Se la comunità, laica, dà esempio di vita cristiana, i vertici ecclesiali essendo ricchi, sono in competizione con i protoi della città e normalmente li superano, dato il fasto delle vesti, considerati  i cortei e le processioni e la maestosità dei riti,  che richiedono molto denaro e soprattutto avendo molte entrate dal lavoro comunitario e dagli ergatai pagani  dipendenti, aumentano in popolarità tanto da divenire loro stessi  viri civiles, in quanto non sono affatto digiuni di retorica.

Sotto Marco Aurelio  già si parla di ricchezza delle sedi  episcopali in Morte di Pellegrino di Luciano di Samosata (Mondadori 2003).

Già precedentemente, non solo la  sede di Antiochia sotto l’episcopato di Ignazio, ma anche  quella  di città minori  evidenziano  che gli episkopoi hanno un tenore di vita adeguato alla loro posizione di funzionari e di amministratori:  Hierapolis  ha vaste zone cristiane  al tempo di Papia, come anche Afrodisias, e ne controlla le popolazioni.

Insomma in  molte zone,  dove predomina l’elemento cristiano, già all’inizio del II secolo la situazione è florida,  data la oculatezza amministrativa dei capi.

Il protagonista  di Luciano  (uno strano filosofo del tipo di Giustino  apologista!)  è un pagano, certo Proteo, patricida, divenuto cristiano,  fatta carriera tra i cristiani (Morte di Pellegrino,11), diventato profeta, capo dei riti e convocatore delle riunioni, assunte quasi tutte le cariche, commenta e spiega il testo sacro  e molti ne scrive personalmente  e perciò risulta  tanto onorato  come legislatore (nomothetes)  e come protettore (prostates) da  diventare dopo Christos, l’uomo più importante.

Questi, dunque, secondo Luciano, catturato  per l’omicidio del padre,  è dai cristiani liberato dal carcere, dove è ben assistito  da vecchiette, vedove, bambini, orfani  mentre perfino i protoi – che hanno corrotto le guardie- dormono con lui o fanno veglie.

Gli vengono portati pranzi elaborati e  gli vengono recitati perfino discorsi sacri: Proteus, alias o beltistos Peregrinos è chiamato nuovo Socrate.

Da tutta l’Asia vengono legazioni mandate da singole città, che a carico della comunità,   per  aiutarlo, per  difenderlo, per confortarlo (boethesontes sunagoreusontes kai paramuthesomenoi ) dànno fondo a tutte le sostanze.

Perciò, con la scusa della prigionia ,Proteus Peregrinos ,avendo avuto molti beni,  ne ricava un’ entrata non piccola (prosodon kou mikran).

Luciano marca  la vita di questi sciagurati cristiani (oi katodaimones)  che vivono  persuasi che diventeranno immortali e godranno della vita eterna,  se disprezzano la  morte  e vi si consegnano volontariamente , autodenunciandosi:  essi si credono fratelli  dopo aver rifiutato gli dei  greci e venerano quel sapiente crocifisso  vivendo secondo le sue leggi ( ton de anescolopismenon ekeinon sophisten auton -Ibidem, 13).

Luciano mostra come sia facile per uno come Peregrino beffare gente semplice, che disprezza ogni bene terreno e che  lo mette in comune  senza alcuna precisa garanzia,  accettando quanto dicono i capi.

Secondo Luciano un goes incantatore, un technites  capace di fingere e di sfruttare le occasioni diventa ricchissimo  in poco tempo!.

Per Luciano, Proteo, dopo che è scarcerato per insufficienza di prove dal governatore di Asia, torna in patria e lì lasciò i suoi beni (15 talenti  equivalenti a circa 450.000 euro) ai concittadini,  che naturalmente lo venerano come un santo  e quindi è liberato dall’imputazione di patricidio.

Allontanatosi dalla patria,   avendo come sufficiente copertura  i cristiani ( ikana  ephodia  tous khristianous echon)  vive nel lusso grazie alla loro protezione, svolgendo probabilmente  la carica episcopale.

Ma poi, siccome ha  infranto qualche regola sui cibi  vietati,  trovandosi in difficoltà, rivendica i suoi beni paterni,  facendo una  palinodia  per riottenerli,  e chiede un intervento imperiale.

Ma non ha fortuna  per cui inizia il suo terzo esilio, andando in Egitto dove vive ad Egatobulo, esercitando una pratica ascetica che consiste nel rasarsi a metà il capo  impiastricciandosi il viso, nell’eccitare  pubblicamente le sue vergogne  – dimostrando che proprio questo è indifferente –  e nel  colpirsi, le natiche  e facendosele colpire  con uno staffile e compiendo altre cose stravaganti.

Poi, da lì trasferitosi in Italia, comincia ad attaccare l’imperatore  ed, aumentando la sua fama,   è scacciato dal governatore  che lo  giudica pazzo, ritenendo che la popolazione non ha bisogno di un tale filosofo, anche se si è conquistato la fama di uomo di parresia e  di grande indipendenza (Ibidem, 17)  come Musonio, Dione, Epitteto ed altri che sono stati cacciati pure loro  da imperatori.

Venuto in Grecia, in Elide,  decide di fare il grande evento  tale da essere per sempre ricordato: si prepara per quattro anni, dopo aver tecnicamente dimostrato alcune sue verità, specie quella  di voler morire con il fuoco,   annunciando  questo gesto alla fine della olimpiade.

La conclusione di Luciano,  che ne mostra la morte cercata come spettacolo, subito dopo le gare olimpiche ad Olimpia, è descritta così : fece un salto nella pira che aveva precedentemente allestita  comportandosi come un Calano, un gimnosofista…

Il personaggio di Luciano ha qualcosa in comune con  Marcione, che “fiorisce” sotto papa Aniceto (Ireneo, in Adversus haereses, dice  invaluit sub Aniceto) e che arriva a Roma da Sinope-dove ha già svolto la carica  probabilmente di episcopos-  nel periodo di transizione tra due papati, quello di Igino e  di Pio I  e che svolge attività di  trapeziths.

Egli è un abile amministratore che dona  200.000 sesterzi alla comunità romana,  secondo Tertulliano (De Praescriptione Haereticorum,XXX)e che  è già scaltrito da una precedente esperienza finanziaria nel Ponto,  regione ben collegata con le regioni sarmatiche,  cimmeriche  e danubiane, considerato il fatto che è anche armatore (Origene, Dialog.1).

Entrato in urto con le autorità romane -non se ne conosce l’esatto motivo- riprende  il denaro, nonostante la sua professione di fede (Ibidem, XXX) (  Cfr,Tertulliano,  Adversus Marcionem, 1, 20 e De carne Christi, II).

Per meglio orientare  chi mi legge aggiungo che  vi sono in Roma altri esempi di  trapeziti cristiani.

Carpoforo, sotto Commodo, è un banchiere che  ha affidato i suoi capitali ad un trapezita un certo Callisto,  che, secondo Tertulliano e Ippolito  è un imbroglione (uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore,

Callisto gestisce la banca  dove è versato anche il denaro per  gli orfani  e vedove, ma avendo perso tutto fugge   e si getta a mare ma è  salvato e  riportato da Carpoforo suo padrone.

Accusato dai creditori    per salvarsi  accusa i giudei, dopo aver tentato di nuovo la morte.

I giudei lo accusano con prove e lo portano in giudizio dal governatore Fusciano che lo condanna ai lavori forzati in Sardegna  nonostante la protezione dell’ex padrone Carpoforo, che nega perfino la sua cristianità .

Il papa Vittore è convocato da Marcia, amante di Commodo  che si informa discretamente se in Sardegna  tra i condannati ad metalla ci sono cristiani.

Callisto è liberato,  tramite l’intervento congiunto del papa e di  Marcia,  implora il perdono, è lasciato,senza alcuna pena ,  ad Anzio dove  sembra godere di una sovvenzione mensile.

Dopo l’elezione di Zeferino, Callisto   ha l’incarico di organizzare il primo cimitero dell Chiesa e grazie alla sua bravura  amministrativa è eletto prima arcidiacono e poi diviene papa.

Non è in questa sede che dobbiamo mostrare la bravura dei dioiketai  romani, chiara nelle fonti cristiane ma anche in quelle pagane.

Se a fianco loro ci sono uomini come Teodoto  il banchiere, che nominato  vescovo, ha una  paga di 170 denarii al mese   (Eusebio fa pensare che tale sistema retributivo, accettato da papa Vittore, sia lo stesso in Asia !), si può dedurre che il vescovato    è una carica molto ambita, specie quella romana.

Fondamentali risultano, a nostro parere,  due storici, che creano le basi storiche cristiane:  da una parte Eusebio di Cesarea  in greco e in da un’altra Lattanzio in latino…

Come sempre avviene, però, non sono gli storici ma l’epoca di Costantino( e quella di Teodosio a determinare effettivamente quella organizzazione storica e a determinare quel cammino cristiano anche dopo la costituzione della storiografia cristiana, specie per l’apporto di Girolamo di Stridone, di Rufino di Aquileia  e di altri.

Noi qui mostriamo solo la funzione degli  storici, che rispecchiano il cristianesimo di queste due epoche e che sintetizzano a loro arbitrio le storie precedenti e creano  una sola linea cristiana- nonostante le diversità di linee della stessa tradizione cristiana –  in dipendenza da Costantino e poi da Teodosio, che esigono un’ unità dottrinale sulla base  conciliare.

In effetti la loro è una sincresi storica,in cui predomina la spiritualità cristiana  che sottende  una dioikesis (amministrazione) perfetta, mantenutasi inalterata per secoli, anche quando non c’è l’unità di fede…

Professore, a questo punto  devo fermarla.

Devo chiedere  spiegazioni, io che la seguo da anni e che sono quasi una  sua controfigura.

La gerarchia christiana  che fa storia  col veleno in bocca e in coda contro l’impero romano, in nome di una spiritualità e fratellanza universale, staccando le plebi dalla realtà di vita,  facendo spectaculum, disgiungendo la pratica dalla teoria, alla ricerca di un credo teologico per oltre un secolo,  ha effettive possibilità di propagazione religiosa,  essendo limitata dalla condizione di religio  illicita, in quanto superstitio prava et  immodica?

Si può  dire che, dopo la grande persecuzione di Diocleziano, la reazione cristiana elitaria, trova in Costantino, un figlio bastardo di Costanzo Cloro- marito fortunato di Teodora, figliastra di Massiminiano- il suo campione,  come legittimato Nikeths  in occidente,  grazie alla finanza christiana comunitaria   e alle leve cristiane prima, e  grazie  alla nikh  continua del deus sebaoth ebraico, poi, in Oriente ?

Certo, caro discepolo, la strategia cooperavistica finanziaria  ora è accompagnata da un’ideologia, propria, tipica  di Osio di Cordova:  liberare le plebi dal vinculum dell’astensione del servitium  militare e  spingerle alla partecipazione,  alla guerra santa sotto la guida del deus Sebaoth, al fine di avere i favori imperiali e di non correre più il pericolo di una ricorrente  decimazione a quasi ogni generazione…

Per oltre un secolo la gerarchia  episcopale è  quasi sempre decimata ad ogni cambio di potere politico ed ora, essendo salita ai vertici, non si lascia scappare l’occasione della gestione politica ( Si pensi al patto Gentiloni del 1912, cioè all’accordo  segreto, voluto da Pio X, tra i cattolici -UECI-  e Giolitti per arginare il partito Socialista . cfr. Cesare Battisti socialista )…

La storiografia, nonostante la parvenza  umanitaria, è feroce contro i nemici,  velenosissima nella condanna dei peccatori e specie dei persecutori: Diocleziano  è la vittima più illustre, anche se in effetti è il migliore degli imperatori illirici, compreso lo stesso Costantino…

Il fango – come copertura statuaria e come offesa alla memoria .- e il veleno, – come maldicenza, come odio, rancore, cattiveria in genere- sono stati gettati su Caligola, su Nerone, su Commodo, su Caracalla su Eliogabalo,  su Decio ma il massimo cumulo lo si rileva in Diocleziano, che ancora oggi è oggetto di damnatio christiana: lo stato pietoso  del  suo palazzo a Spalato porta i segni  di  scomunica e di  eterna condanna, anche se sottende disonore  per chi non lo riporta allo splendore  di un tempo, come  quello del Mausoleo di  Augusto, vergognoso per i politici Italiani!

Se ho impiegato una decina di anni di ricerca storica e di traduzione  diretta, mirata su Filone e Flavio, per cercare di rovesciare il giudizio negativo su Caligola, penso che non mi sarebbe sufficiente un’altra vita di ottanta anni,  per  togliere le infamie dette e perpetrate  e per rilevare  le tante omissioni, stralci di quadernioni, falsificazioni contro il Nome e l’opera  eccezionale di Diocleziano.

Eppure Diocleziano (284-305) è l‘unico illirico a porsi il problema unitario in quanto profondamente convinto della necessità di affrettare l’avvento della pace  e di normalizzare il mondo con una riforma statale urgente non solo a livello militare ma anche amministrativo, politico economico-finanziario, data la crisi  sempre maggiore negli ultimi decenni del terzo secolo.

Il bisogno di limitare il dinamismo militare congiunto a desiderio di vedere personalmente il funzionamento della sua riforma congiunta con la suddivisione amministrativa delle dioekeses  sono segni di  un vir animi magni, antico, di stampo sillano,-che comunque, non ha la stessa fortuna di inviolabile  del repubblicano dictator, a dimostrazione dell’imbarbarimento dei tempi-.

La sua concezione politica  di un politeia/ costituzione con  due Augusti ( Lui  Iovius e il collega Massimiano, Herculius, come  sovrano dell’Oriente e dell’Occidente con capitali Nicomedia e Milano)  e con  due cesari  (Galerio che ha come capitale Sirmio; e Costanzo Cloro Treviri) è necessaria per i tanti fronti di guerra, considerata la vastità dell’impero romano.

La sua tetrarchia, dopo breve tempo, non funziona per la morte di Costanzo Cloro, per la cui successione  si scatena una lotta che coinvolge  il figlio bastardo del Cesare e il figlio  di Massimiano in Occidente, mentre per l’oriente tutto procede secondo le regole della tetrarchia: Galerio diventa Augusto e Licinio Cesare.

Questi  ultimi nel 311 emettono l’editto di tolleranza e fanno cessare le persecuzioni in Oriente, mentre  in occidente dopo la vittoria di Costantino al Ponte Milvio nel 312  viene emanato l’editto di Milano che proclama il cristianesimo Religio licita

Comunque, Diocleziano avendo acume e senso pratico tale da contemperare la tendenza dell’autonomia   col principio unitario, distribuisce  i membri del collegio  in relazione alla vecchia nomenclatura provinciale:  Diocleziano l’Oriente, Galerio la penisola balcanica,  Massimiano  l’Italia con le province alpine, l’Africa settentrionale e la Spagna, Costanzo Cloro la Gallia e la Britannia.  Tutti e quattro godono della tribunicia postestas e dell’imperium proconsulare maius,  gli augusti hanno solo il privilegio dell’anzianità e  i cesari, avendone sposate le figlie, si sentono maggiormente vincolati come domus regnante.

Diocleziano segue la tradizione, convinto che il potere conferito ai magistrati  sia manifestazione della volontà divina  e della grandezza di Roma  secondo l universalismo  augusteo  e il militarismo cesariano da cui derivano i loro rispettivi  appellativi di Iovius e di Herculius.

L’accentramento amministrativo  è in relazione ai tetrarchi che hanno una attività legislativa e giudiziaria  assistiti dal consilium principis  del quale fanno parte membri equestri e magistri che fanno da ministri  delle sezioni di cancelleria  a libellis ,  ab epistulis,  a studiis  a memoria,  ed  a dispositionibus, a seconda delle funzioni svolte.

I  governatori  provinciali sono a capo  come praesides ed appartengono all’ordine  equestre, mentre i  correctores sono senatori;  le province vengono raggruppate in 12 dioeceses che hanno vicarii in relazione diretta con i tetrarchi ad eccezione  di proconsoli senatorii di Asia, di Africa e di Acaia …

L’accettazione della spiritualità cristiana da parte di Costantino e quindi del decreto di Religio licita è in relazione alla perfetta organizzazione della società  dei fideles, congiunti nella celebrazione della eucaristia e di riti cristiani propri  delle ecclesiai antiche,   che sono  organismi  ben funzionanti  amministrativamente tanto da essere isole economiche positive nel sistema anarchico amministrativo pagano statale del II e  del III e d’ inizio IV secolo, ormai in crisi e in pieno sfacelo, specie dopo l’epoca antonina, in quanto connessa e legata all’anarchia militare …

Capire questi enunciati di base, in senso amministrativo, è  fondamentale  ai fini della comprensione della costituzione storica del cristianesimo, erede del sistema oniade, come economia della salvezza

Certamente il fenomeno di Eusebio sottende un circolo elitario più complesso, che ha fatto già un lungo lavoro di critica delle fonti precedenti in Oriente- specie nella metropoli di Alessandria- in lingua greca, del cristianesimo  ormai  precisato  come Regno di Dio, distinto nettamente da quello dei Cieli, aramaico, inglobato, bisognoso solo di un’ulteriore trasmissione in lingua latina ad opera di  buoni traduttori,… 

Oltre l’aspetto ideologico, la superiore organizzazione episcopale deve essere  schiacciante rispetto alla crisi dilagante dell’economia universale imperiale  tanto che si guarda con invidia e rabbia contro le oasi cristiane su cui i diocheitai, svolgendo la loro funzione amministrativa,  dònno un esempio non tanto  di moralitas ma soprattutto di buona organizzazione locale…

Per meglio precisare il pensiero, bisogna dire che  nell’impero romano esiste il fenomeno  strano di tante  province ricche in uno  stato unitario povero, direi fallimentare nel periodo di Marco Aurelio, in cui l’insieme statale   in grave crisi ha bisogno della lingua vitale  delle piccole cellule cristiane, rigogliose, che, non risentono affatto del malessere generale in quanto hanno una solidarietà religiosa  strutturale  su una base  anche  economica e finanziaria, prospera  tramite la caritas/eleos e un sistema di elemosine e di colletta che favorisce  e riabilita  quelle poche amministrazioni, che  entrano in malattia, contagiate dal male esterno o  raramente rovinate da  amministratori incapaci.

Queste isole cristiane  nel mare pagano, pur avendo scarsi contatti fra loro  (quelle contigue hanno una certa coesione senza però interferenze né amministrative né organizzative), mantengono una comune fede  in Christos  soter ed euergeths uomo-dio  morto sulla croce, venuto  per redimere il mondo dal male, e sono in attesa di un suo prossimo ritorno ed attendono lo sposo  per festeggiare le nozze insieme, nel Paradiso, loro patria.

Nella vita giornaliera i cristiani  appaiono uomini irreprensibili  seppure cives inattivi  ed indifferenti alla vita cittadina in quanto  totalmente presi dall’attesa della parousia del Signore: i capi (di solito si tramandano l’episcopato di padre in figlio, secondo primogenitura) invece, sono intenti nell’amministrazione  dei beni della communitas  in quanto gestiscono con banche e con emporeia tutti i beni dei fideles, che partecipano ai riti,  e settimanalmente  celebrano l’eucarestia, festeggiando la Pasqua, la Pentecoste  e le altre festività, vivendo in quartieri cristiani,  mettendo in comune il lavoro, ripartito secondo le prescrizioni episcopali, avendo loro sinagoghe.  refettori comuni e, perfino, dormitoi comuni in molte comunità…

Le auctoritates,   guidando uomini che  fanno parte dell’organizzazione della dioikesis, compiono i riti e  con lo sfarzo attirano anche i pagani che, vista la funzionalità comunitaria e i benefici, specie per vedove, orfani, vecchi si aggregano alla communitas e sono gestiti dai diaconi, dapprima come neoicatecumeni, poi come fideles, dopo il battesimo .

In questo modo, grande rilievo per l’aggregazione hanno le festività dei primi giorni  di ogni mese  e il giorno dell’inizio dell’anno: le organizzazioni  e le festività variano  a seconda delle regioni romane per cui quelle traciche sono diverse da quelle bitinie o da quelle paflagone o da quelle frigie o cappadoci o armene  dove sono più marcati i  riti connessi con il sistema proprio della zona…

Si ha,  infatti, notizia della ricchezza e potenza delle sedi apostoliche  cristiane che competono con quelle pagane tanto che alcuni storici  parlano di un’economia statale in contrasto con quella  ecclesiastica, che  perfino ha facoltà di incentivare alla fine del III secolo d.C.  la migrazione  dei rustici verso le città per averne il patronato  e ricavarne un utile…

Infatti gli amministratori  percepiscono stipendi da procurator ducenarius  o da centenarius o da sexagenarius a seconda della grandezza territoriale della sede apostolica e  del maggiore o minore numero di fideles. Si sa che a Roma   Asclepiade e  il banchiere Teodoto  che è un discepolo dell’ omonimo cuoiaio propongono ad un certo Natale  di contrapporsi al vescovo Zeferino,  pagandolo con 150 denarii  all’anno, una cifra sestupla rispetto alla paga annua  di un legionario…

E’ chiaro che, in seguito, il credito della sede romana è maggiore se i in Ammiano Marcellino  si trova  conferma non solo  della florida situazione ecclesiale  ma  si mostra  anche una lotta per il potere papale.

Ammniano  parlando della sede romana e delle dispute per il papato mostra  di questi dioiketai/ episcopoi il potere ed evidenzia anche  la contesa tra le fazioni, a causa della potenza del titolo e della sottesa ricchezza (Rerum gestarum libri , XXVVII,3,11-14).

A Roma  il titolo di Pontefice Massimo pagano, anche se non ha più valore,   ancora esiste, mentre  quello Cristiano ha già una sua validità certamente non giuridica, ma ha un riconoscimento ormai ufficiale, come un  honor, essendo scaduta anche la funzione politica del praefectus urbi e di altre cariche repubblicane

Sappiamo così che  alla morte di  Liberio (24 settembre del 366)  si ha  una doppia elezione quella di Ursicino  (a S. Maria in Trastevere) eletto da un ristretto gruppo e  quella di  Damaso (a S. Lorenzo in Lucina) ad opera della maggior parte del clero.

Ci sono morti, dati i grandi interessi in gioco  in quanto il papa, riscuotendo le oblazioni delle matrone, consegue una così grande ricchezza da uscire in pubblico su cocchi e vestire con grande sfarzo  e da superare coi loro  banchetti,  fastosi  come quelli di un re (ut ditentur  oblationibus matronarum, procedant vehiculis insidentes, circumspecte vestiti, epulas curantes profusas, adeo ut  eorum convivia regales superent mensas).

Questa ulteriore ricchezza favorisce una diversa  classificazione della sede romana  in relazione non solo alla grandezza di Roma , antica capitale, ma anche  all’importanza apostolica  delle sedi  per cui la migliore organizzazione al tempo di Damaso,  in epoca di Valente e Valentiniano,  dà un certo rilievo  e credito alla sede apostolica petrina di Roma in Occidente, che già risulta appetibile perché ben amministrata, data la ricchezza patrimoniale dell’Ecclesia,  già in epoca dioclezianea…

 

 

 

Caligola il Sublime secondo Maria Luisa Redaelli

Da Quotidiano.it  15.10.2010

L’indagine storica del prof. Angelo Filipponi sul personaggio di Caligola ha più di un merito.
Anzitutto il professore fornisce al lettore, chiunque egli sia e qualunque sia la sua preparazione culturale, una metodologia di indagine, che è raro reperire nei testi di critica e di analisi storica.
Filipponi si avvale di un metodo cadenzato e raccoglie ogni sorta di eventi, collocati in ordine cronologico, in modo conseguenziale, per cui non solo il lettore acquisisce il quadro storico inconfutabile degli avvenimenti, ma inizia anche a vederne la esatta collocazione fattuale.
Inoltre il lettore apprende ad allargare ogni analisi agli accadimenti, agli ambienti in cui essi si svolgono, alle persone, agli eventi storici capaci di influire sul corso della ricerca. La lettura accurata e costante dei fatti, inoltre, si giova del supporto degli storici dell’epoca, ne vaglia la obiettività e pone le basi per gli esatti approfondimenti delle critiche che si sono riscontrate nei secoli, infine rende ragione solo a quelle scritture che sono del tutto plausibili.
L’autore insegna così al lettore ad aprirsi a plurimi orizzonti, i quali, sistematicamente riferiti, abituano al gioco dell’ incastro degli avvenimenti e dei ruoli, come per abilitarlo al lavoro, facendolo partecipe, tanto da inserirlo nei fatti e fargli, quasi, rivivere le varie vicende. Riesce così che i primi paragrafi del libro preparino il reticolo dei futuri eventi quasi che lo ineluttabile decorso storico di Caligola sia stato già intessuto e basti, solo, dare l’avvio affinché tutte le vicende prendano corpo e diventino esse stesse le protagoniste.
Si ripropone l’eterno quesito per il quale il destino sembra essere il principale protagonista e gli uomini, implicati nei fatti, marionette guidate con sapiente logica, che non lascia sbocchi. Oppure si pone l’interrogativo che tutto succeda per il volere degli uomini, egemoni del destino umano, che sono signori, divinità, facitori del proprio fato e di quello altrui perché abilissimi manipolatori ed interpreti straordinari.
In questo contesto Tiberio, lo stesso Caligola, Claudio, le donne, Livia, le Agrippine, Ottavia, Antonia e Drusilla sarebbero tutti colpevoli e spietati personaggi per un lato, egemoni e protagonisti per l’altro, vittime della saga composta da uomini, e cose, che si muovono per realizzare l’idea di una Roma “Caput mundi ” al fine di far prosperare la fortuna della famiglia Giulio-Claudia.
Essi manovrano le fila della vita e della morte altrui, pur di non perdere prestigio, denaro, forma, favori, ricchezze e soprattutto potere. Sembra al prof. Filipponi che Caligola, invece, operi nella consuetudine, sì, giulio-claudia, ma con una visione nuovissima e geniale, che lo riscatta dal giudizio limitativo degli storici della sua epoca ( Dione Cassio, Tacito, Svetonio, Filone Ebreo, Seneca, Flavio Giuseppe, Plutarco) che formularono su di lui, perplessità ed accuse inadeguate ed altrettanto fecero gli scrittori posteriori, insistendo sulla tematica della follia, risibile e devastante, dell’imperatore: il folle che sperperò la sua vita, gli averi, la potenza di Roma con stravaganze, contraddizioni, ed errori madornali; un demone dominato da mitomania, enfasi, latrocini, uccisioni, devianze orribili e perversioni.
E’ indubbio, come sostiene il Filipponi, che l’infanzia di Caligola sia stata costellata da visioni di eccidi, prima di tutto, quello del padre Germanico poi della madre e dei vari membri della sua famiglia, e che le stravaganze morali e sentimentali di Tiberio, il volgersi frenetico delle congiure dei poteri imperiali, oggetto di giochi politici dei senatori dei cavalieri e dei partiti che erano ora pro o contra l’imperatore, abbiano condizionato la sua politica: tutti questi fatti è possibile che abbiano creato in Caligola la propensione alla dissimulazione e al cinismo.
Tuttavia Caligola, secondo il Filipponi, ha saputo crearsi una sua nicchia dalla quale verso il 38 e il 39 d.C. ha iniziato ad ideare un disegno politico ingegnoso ed una programmata rivoluzione di idee per la quale si doveva mutare la storia di Roma proiettando l’immagine di Roma per tutto il mondo allora conosciuto.
In particolare il principe guarda verso il nord gallico e britannico sulla scia del padre Germanico, morto prematuramente, anche lui iniziatore di questa politica, ma volge la sua attenzione e cura verso Oriente e verso l’Africa, accrescendo l’osservazione attenta e la cura. Attraverso l’amicizia con i giudei, specie con Erode Agrippa, suo maestro, scaltro e abile mediatore tra i romani e i parthi, avrebbe potuto formare uno stato nuovo tale da potere assorbire lo stesso Regno di Artabano III e raggiungere i confini dell’India e della Cina.
Caligola tentò così di apparire anche un sovrano orientale nel modo di vestire, nell’uso delle celebrazioni, per i titoli divini che egli stesso si attribuiva, nel desiderio di risiedere ad Alessandria di Egitto, nell’aprire le sue gesta alla esaltazione del popolo di Roma, che doveva esserne il partecipe, in senso democratico, per uscire dalla limitatezza provincialistica della tradizione romana e trasformarla in una espansione verso le multiformi istanze culturali, che lo spirito del nuovo Impero doveva offrire a tutti: Caligola anticipava così ciò che tentarono di fare gli imperatori della casa Giulia, che lo seguirono.
Caligola fu Il sublime perché fu imperatore e Dio, signore del destino di Roma e suo mentore: egli fu grande uomo di cultura vasta e solida, artista multiforme e geniale, erede della magnificenza di Cesare, di Augusto, Germanico e di Druso suo nonno, legato tuttavia al passato di Roma, senza condividerne i limiti.
Il lavoro critico del Filipponi, ricco e ponderoso, è scritto in lingua concisa essenziale, scorrevole, tipica della concinnitas latina.
L’interpretazione etimologica e filologica delle varie attribuzioni, date all’augusto imperatore, costituiscono la vera ricchezza di questa opera storica dell’autore che esplica le verità storiche, basandosi anche sul significato delle argomentazioni linguistiche e sulla presentazione dei fatti che costituiscono un affresco completo ed indimenticabile degli ambienti, dei personaggi e della vita multiforme che si svolgeva sotto il potere di Roma.

Maria Elisa Redaelli

Un’altra valutazione su Caligola il Sublime

Da Maria Teresa Rosini ( Chi era davvero Caligola ? articolo su Caligola il Sublime  in Quotidiano. It  19.03 .2009) si legge

Chi era davvero Caligola?
Non è che una delle innumerevoli domande che il passato, territorio definito dalla sua irreversibilità, ci pone. Forse neppure tra le più avvincenti.
Ma il nome del soggetto del quesito riecheggia dalle comuni esperienze scolastiche con un tale connotato di negatività e disvalore che vederlo abbinato all’aggettivo “sublime” ci dà come il senso di una clamorosa stonatura, di un macroscopico errore.

Che la storia ci tenda trappole e trabocchetti non è concetto nuovo: nell’interpretazione delle fonti, soprattutto quelle più antiche, antecedenti la scrittura, ogni nuova scoperta rischia di continuo di mandare all’aria cronologie e teoremi costruiti in anni di lavoro e di ricerca e che l’ansia di certezze spesso definiscono in verità cristalizzate, destinate a soccombere nell’ arricchirsi di particolari atti, pur nella loro minutezza, a ribaltarne le prospettive.

Nell’ambito della lettura e dell’interpretazione delle fonti scritte, i problemi lontano dal semplificarsi semmai si accentuano, dato il carattere “volontario” di molte delle fonti scritte.
Chi scrive, con la volontà di rivolgersi direttamente al futuro, cronache, racconti, annali spesso si comporta come gli scrittori contemporanei dell’informazione verso cui nutriamo generalmente una sana diffidenza. I punti di vista non coincidono mai, anzi, per loro stessa natura, muovendo cioè da presupposti democraticamente diversi, possono giungere ad accreditare le “verità” più suggestive e fantasiose.
La lingua, inoltre, può essere un mezzo potentemente ambiguo se non se ne possiede una padronanza tale da intravederne in controluce la struttura portante che ne sorregge la trama dei discorsi.

E’ raro perciò trovare studiosi che prima di accingersi ad una ricerca, sappiano sgombrare la mente da pregiudizi e sovrastrutture, spogliarsi del proprio contesto storico culturale e ricomprendere nel campo di studio l’intreccio di una pluralità di contesti, di lingue, di culture, di eventi dipanandone minuziosamente fili e trame.

Credo che Angelo Filipponi appartenga a questa categoria di studiosi. La sua ricerca “interroga” la vita di “Gaio Giulio Cesare Germanico (31 agosto12 d.C. – 25 gennaio 41), meglio conosciuto come Caligola, terzo imperatore romano della dinastia giulio-claudia”.

La conoscenza delle lingue antiche (greco, latino, aramaico) permette al professor Filipponi di accedere autonomamente alle fonti. E proprio dalla contraddittorietà dei testi riguardanti la figura dell’imperatore (Filone, Flavio) che nasce la motivazione ad approfondirne lo studio.

Può essere un imperatore definito come straordinariamente amato dal popolo e dalle milizie (il suo impero fu chiamato “età dell’oro”) e nello stesso tempo, in altre fonti, essere paragonato alla “bestia” cioè al diavolo, come nel Talmud di Babilonia?
Filone ci racconta un Caligola dalla mente straordinariamente aperta, moderno e dissacrante, interessato a conquistarsi il consenso del popolo e a limitare il potere del senato, animato da una nuova concezione dello stato che potremo definire moderna: unificazione dell’erario col fisco imperiale, sostituzione del senato con i ministeri, spostamento ad Alessandria della capitale.

Un uomo che vuole farsi dio, pur mostrando una concezione sostanzialmente laica e politica del potere, che utilizza strumenti mediatici come travestimenti e cerimoniali fastosi per veicolare un’ immagine suggestiva atta a impressionare il popolo, ma che può essere considerato come una delle espressioni più moderne e innovative della cultura del suo tempo.

Nell’opera di Filipponi entriamo anche nel groviglio degli intrighi che accompagnarono la formazione e la crescita di Caligola: intrighi spesso giocati nel contesto allargato delle potenti famiglie imperiali in cui il potere era una variabile con la quale bisognava fare i conti, quella determinante, che travolgeva ogni parvenza di sentimenti e per cui non c’era niente di davvero privato.

Da esso emergono le figure straordinarie di Tiberio, zio e padre adottivo di Caligola, ritiratosi a Capri lasciando a Seiano il potere nell’intento di piegare il Senato: intento che non riuscirà a realizzare in quanto il Senato corromperà Seiano prospettandogli il ruolo di nuovo imperatore. E quella di Antonia, potente e ricchissima nonna di Caligola, che affida a Tiberio il nipote, per dargli protezione, ma dal quale Caligola dovrà imparare a guardarsi.

Dai dettagli minuziosi del racconto, che consente la consultazione delle fonti, in nota, ma può anche essere letto con l’attenzione prevalente allo svolgersi sorprendente di fatti e circostanze, si costruisce con rimandi precisi un quadro storico culturale dell’epoca di Caligola. Si tenta anche di svelare il mistero e le origini della sua fama di tiranno e pazzo individuando le tante ragioni che i suoi nemici,-i vittoriosi che hanno finito per “scriverne la storia” e i loro alleati, -hanno lasciato predominare nell’attraversare il tempo.

Perché la “casata” di Filone e quella di Erode hanno in comune Ioulios/Iulius?

Per una revisione del contesto  romano storico, politico -economico dell’epoca di Iesous  Christos Kurios

Nella mia ricerca sempre mi sono chiesto il motivo per cui Oniadi ed Erodiani abbiano in comune il nome Ioulios/Iulius.

Mi sono risposto  intorno agli anni settanta  quando scrivevo, sulla base della traduzione di Antichità Giudaica XIV, XV, XVI, XVII,(Trad. inedita) Antipatro padre di Erode ed Erode basileus, figlio di Antipatro, dove rilevavo  la presenza del  nome Ioulios per il padre e per il figlio (opere ancora inedite).

Poi, traducendo Filone,  mi accorgevo che il filosofo, oltre ad essere chiamato Ebreo o alessandrino, era detto anche Ioulios, così come suo fratello Alessandro Alabarca e l’ altro fratello il naukleros Lisimaco e suo nipote Giulio Tiberio Alessandro.

Comprendevo specie da Legatio ad Gaium e da In Faccum, oltre che da De Ioseph e de Opificio e Vita di Mosè, Vita contemplativa e Quod omnis probus, che esisteva una particolare figura di Methorios e che era presente un tipico politeuma (una specifica costituzione/politeia) in Alessandria con Senato e Sinedrio, e rilevavo l’attività trapezitaria  e il rapporto tra la domus antonia e l’alabarca epitropos, therapeuoon di Antonia, nonna di Caligola.

Con la ricerca mirata non solo su Filone ma anche su Flavio (Antichità Giudaica XVIII, XIX, XX, opere edite ) , oltre che sugli autori latini e greci  per scrivere Caligola il sublime, opera di revisione  storica, ho compreso il connubio tra la finanza giudaica sadducea templare e quella leontopolitana alessandrina  oniade, esteso ad un privilegiato rapporto con la domus giulio- claudia  tanto da  rilevare le connessioni finanziarie  tra  Augusto, Tiberio, Caligola e Claudio e i giudei filoromani ed ellenisti.

Nel contempo mi si manifestava  sia in Iudaea che in Egitto una cultura aramaica propria di una popolazione barbarica, collegata con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromana, tanto da poter rilevare la loro musar opposta alla paideia ellenistica.

Mi si presentavano due mondi opposti:  uno commerciale e scientifico  grazie al fattore imprenditoriale giudaico finanziario  methorios, innovatore,  ed uno agricolo mesopotamico, attardato, conservatore  tanto che Filone parlava di un mondo civile, ellenico,  kosmios, basato su Philanthropia e praooths  che si propagava universalmente in senso democratico  e liberale, grazie all‘armonia data dalla casa Giulio-claudia, che favoriva la crescita finanziaria ed economica dei popoli ed autorizzava  gradualmente l’integrazione di ciascuna etnia  nell’ordinato sistema  romano-ellenistico,  e di un altro barbarico, impostato nei valori contrari, in quanto illiberale, irrazionale, selvaggio, passionale, spietato nell’ira.

Filone divideva il kosmos in hllenes e in barbaroi e faceva l’apologia del commercio e della propagazione  di nomos,  eleos e charis, di dikaiosunh ebraica secondo l’antica forma di tzedaqah, evidenziando l’origine aramaico-mesopotamica  della stirpe  con la conseguente integrazione nel sistema ordinato razionale, naturale mediterraneo, tramite il filtro della cultura lagide alessandrina ellenistica

Filone celebrava perfino nell’impero romano, agli inizi dell’epoca caligoliana, un ritorno  di un’età saturnia…fiducioso in una nuova era  col figlio di Germanico, Neos sebastos /nuovo Augusto...

Questo benessere  era opera della famiglia Giulia, di cui erano parte integrante gli erodiani e gli oniadi, anche loro Ioulioi, gestori del potere economico, philantropoi, philhllenes, trapezitai, emporoi, naukleroi, già infiltrati  come methorioi tra le popolazioni barbariche come avanguardia della politica romana, svolgenti il compito di cambiavaluta al confine non solo tra l’impero romano e quello Partho ma anche tra quello partho e l’Arabia meridionale  e l’India, tra l’Egitto e l’Africa centrale,  tra il Ponto Eusino  e la pianura Sarmatica ...

Ora se consideriamo, fatta questa premessa,   che giuli sono i figli  e nipoti di Erode, Giuli l’alabarca e i suoi figli e tutti gli oniadi  possiamo  comprendere il reale valore di tale parentela con la casa regnante, per cui non   sorprende  che il connubio tra finanza  giudaica e potere imperiale diventa  sempre più stretto da Cesare fino a d Augusto e Tiberio e crei un progressivo aumento di capitale Giulio tanto che Caligola ridimensionando il senato per le gravi difficoltà dell’erario pubblico, rileva l’abnorme capitalismo ebraico e la  connessione tra Giudaismo (sia aramaico che ellenistico) con la Parthia, destinata ad entrare nell’orbita romana, e la centralità di Alessandria ai fini operativi sia economici che finanziari  e decide il trasferimento di Capitale.

I giuli erodiani, sadducei, e gli oniadi, seppure scismatici da Gerusalemme, in nome della propaganda romano-ellenistica, basata sulla razionalità  e naturalezza, sulla  liberalità,   risultano, comunque,  il motore economico- finanziario dell’impero romano per oltre un secolo, senza contare la  pericolosa frenata del periodo caligoliano,  sia in Occidente che in Oriente (più in Occidente  per la presenza di un mondo barbarico -ancora da organizzare integrare e  potenziare in senso liberale e democratico secondo le linee della paideia greca, nonostante le riluttanze del ceto druidico- che in Oriente dove è comune la formazione culturale con la basileia).

Il porto di Alessandria (sia quello sul Mediterraneo che quelli sul Nilo), quello di  Cesarea Marittima, di Efeso, di Corinto, di Dicearchia /Pozzuoli, di Marsiglia  sono dominati da  naukleroi/armatori e da trapezitai/banchieri ed emporoi/commercianti  giudaici che hanno una rete di addetti finanziari  coi loro banchi di cambiavaluta e che  prestano denaro ad usura a tassi diversi…

Più  mi inoltravo nella lettura dei testi filoniani  e negli studi tecnici specie su Giulio  Erode Agrippa, fratello di latte di Claudio   e sulla politica innovatrice di Caligola (neoteropoiia ed ektheosis)  più serrato  mi appariva il vinculum non solo tra gli erodiani e gli oniadi ma  mi si rivelava la centralità finanziaria ed economica di Antonia minor, figlia di Ottavia e di Antonio,  che con i suoi ministri finanziari- specie Pallante e Callisto  che poi faranno la fortuna di Claudio- dominava e l’Oriente e l’Occidente, imponendo la sua politica innovatrice giulia con sua nuora Agrippina e coi suoi nipoti maggiori Giulio Cesare e  Druso minore,  avendo mire espansionistiche in terra parthica

Si rilevava perfino un contrasto nella corte tra Tiberio, claudio, e i giuli, nella gestione economica e finanziaria con due politiche una conservatrice ed una innovatrice, una aristocratica ed una democratica popolare e militare  tendente ad aperture verso l’India  alla conquista di nuovi mercati, dopo aver saturato quelli pontici, sarmatici, cimmerici e caspici, in una ripresa dell’espansionismo  germanico da sud,  seppure frenato dalla morte di Druso Maggiore e dalla sconfitta di Varo, e  nella direzione orientale parthica con penetrazioni dal Ponto  lungo la linea danubiano- sarmatica secondo i piani di Germanico, bruscamente interrotti nel 19 d.C…

Era quello di Germanico un programma di ripresa dell’espansionismo militare, non conforme alla volontà di Augusto,  e con esso della penetrazione dell’economia giudaica verso l’Oceano indiano da una parte e verso le terre settentrionali afgane  e le steppe nel nord asiatico, inesplorato, da un’altra…

La politica di Germanico avrebbe decuplicato le entrate nel fisco imperiale e il patrimonio dei giuli erodiani e oniadi, che già avevano avviato la loro attività bancaria  sulla scia delle indicazioni programmatiche del padre di Caligola, che guidava tutto l’Oriente dal 17 d. C. dopo il trionfo sui Germani,  con tribunicia potestas  ed imperium proconsulare maius straordinario, in quanto erede ,  figlio adottivo  di Tiberio, successore designato per volontà di Augusto stesso, in quanto figlio  legittimo di Druso Maior, suo fratello.e di Antonia Minor…

Dopo la parentesi di  Seiano (26-31)  e di Macrone (31-37),  in un clima di stragi e di morti dalla parte Claudia e da quella Giulia, il giudaismo ellenistico compatto, in quanto giulio, era schierato con l’indirizzo giulio, in relazione alla sua ascesa politica e militare dal periodo della guerra Alessandrina (Cfr.   Antipatro padre di Erode  ed Erode Basileus ed altri articoli in Sito)…

Cesare, dictator romanus, imbottigliato nel pantano Alessandrino durante la guerra Alessandrina, subito dopo la morte di Pompeo, liberato da Antipatro padre di Erode, lo  ricompensava dopo la battaglia del Nilo   con la politeia/cvitas romana  col titolo di Ioulios per lui e perla sua stirpe nel 47  e dava anche  privilegi all’etnia giudaica  oniade  tanto da farla risultare superiore ai macedone-greci, alla aristocrazia lagide dominante fino ad allora in Egitto…

Cesare, nell’occasione,  aveva ricompensato  apparentemente allo stesso modo  i giuli erodiani e i giuli oniadi, ma in effetti  aveva dato agli uni un potere politico-militare, agli altri un potere, economico finanziario, connesso con la loro  funzione religiosa, in un certo senso, equiparata a quella  sacerdotale di Hircano…

Per il rapporto coi primi  rinviamo agli  studi  di Giudaismo romano,  mentre per la societas con gli oniadi mi sembra opportuno precisare che una cosa sarebbe un dare appalto di riscossione generale facendo una koinonia (koinonian poieomai  pros tina– faccio società con qualcuno)  ed una invece (sumballomai sunousian tini-entro in società commerciale con qualcuno).

Perciò, siccome non si conosce esattamente  con quali clausole abbia dato il nomen, si ritiene che Cesare abbia dato titolo per fare sunousia  con gli oniadi, già vincolati coi lagidi nella stessa funzione finanziaria…

Quindi , Cesare ricompensava,- dando il monopolio  delle banche, fino allora limitato al territorio del solo Egitto,  in tutto il Kosmos  romano, con protezione Giulia,dilatando la sfera di attività ebraica-  il nonno o il padre di Filone, di Alessandro alabarca e di Lisimaco . e tanti altri discendenti di Onia IV  che insieme ad Antipatro avevano aiutato Cesare nella difficile situazione in cui s era cacciato  facendo dubitare Svetonio sulla  sua prudentiain obeundis expeditionibus dubium cautior an audentior (Cesare LVIII).

Ora Cesare nel  ricompensare  i filoromani  puniva gli antiromani, quella pars aramaica  filoparthica , avendo oltre tutto intenzione di fare una  spedizione contro Fraate re di Parthia nella volontà di stroncare i legami e le connessioni  di sangue e di lingua con i giudei transeufrasici , che avevano determinato la sconfitta di Carre e vendicare il collega triumviro, attuando i suoi piani di invasione, dopo la sua elezione a Re in Roma…

Anche B.Brecht (Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi 1959) aveva intuito che la grande politica si faceva a Roma, in età cesariana  con i  debiti  (maggiori erano i debiti per grandi ideali e maggiore era l’impegno di tutti i creditori a realizzarli più del debitore stesso!)…

Da ciò derivava l’esistenza di una  pars  antiromana, di cultura aramaica integralista, -variamente punita da Erode prima e poi dai suoi figli e dai prefetti della Iudaea coordinati dagli epitropoi di  Siria -sempre più sferzata  e gravata dai pubblicani-  che era tesa al Malkuth ha shemaim ed attendeva l’arrivo di un Messia liberatore dal fisco imperiale dalla schiavitù romana, in quanto convinta di  aver come padrone solo Dio…

Con Caligola al potere la frattura tra la pars giudaica ellenistica e quella aramaica   era divenuta incolmabile perché il benessere degli ellenisti giudei sia  gerolosomitani (sadducei ed erodiani) che alessandrini  e cirenaici era così alto da stridere con quello del popolo (operai, agricoltori, allevatori di bestiame e piccolo e medio sacerdozio), incapace di sopravvivenza, data l’esosità romana: le differenze si notavano durante le feste nel periodo di convivenza, negli stessi luoghi templari, specie a Pasqua …

Caligola  intendendo livellare il giudaismo e limitare la supremazia dell’etnia ebraica in Alessandria, scelta come residenza imperiale e come  capitale per l’impero, volendo un’unità e centralità di potere   con la monarchia assoluta,  equiparava e  fondeva auctoritas e potestas e  si assimilava a Zeus, Basileus di uomini e dei,ed entrava in conflitto con gli ebrei romana con quelli alessandrini, giuli e con quelli sadducei ed erodiani, giuli, che, comunque,  davanti alla bia  facevano un formale ossequio con lo stesso socius e praetor, Giulio Erode Agrippa,  tetrarca di Gaulanitide, Batanea, Traconitide, Auranitide e di Galilea e Perea  ( Cfr. Caligola il Sublime)…

Dopo l’eccidio del 38 degli ebrei di  Alessandria (cfr In Flaccum) , dopo l’ektheosis, la neoteropoiia contemplava l’installazione del suo  Colosso nel tempio di Gerusalemme e il culto di latria per la sua deità  da parte di tutti e la guerra contro i Parthi, dopo il trasferimento di capitale in Alessandria e la riduzione della ricchezza ebraica a favore delle altre etnie…  Caligola probabilmente pensava solo ad un’atimia di breve corso, per tutta la durata dell spedizione parthica: per lui l’etnia ebraica aveva grandi meriti , come il suo maestro turannodidasklos Giulio Erode Agrippa, che era andato in prigione.sotto l’ultimo Tiberio per amor suo ,in sua difesa…. .

Caligola voleva solo  limitare, non annientare  la potenza finanziaria ed economica ebraica  prima di stabilire la sua residenza in Alessandria, da dove dirigere le operazioni militari contro la Parthia, avendo già pronti gli eserciti di invasione con i piani cesariani ed antoniani, cosciente di dover diffidare degli ebrei aramaici ben collegati con i fratelli di lingua e di religione, transeufrasici…

A questo punto, – non so se sono riuscito a spiegare bene quanto ho detto sugli Ebrei Giuli di Giudea e di Egitto, data l’equivocità dei termini -,  mi chiedo cosa i tanti accademici, studiosi dell’età imperiale e quelli di Storia del Cristianesimo possano dire sulla Domus Giulio- Claudia, sulla Costituzione del Cristianesimo, sulla figura umana di Iesous Christos kurios, sui Vangeli  e la loro scrittura, non avendo alcuna competenza su un dato così importante per la definizione del contesto storico!…

Eppure  li sento parlare in Tv, fare dibattiti e  seminari sull’argomento, seguiti da parenti ed amici che applaudono  e che normalmente disapprovano il mio pensiero, rifiutando  le mie risultanze storiche, pur ben documentate: sono attirati dallo spettacolo e dai nomi degli intervenuti che ripetono le solite cose, dicono sempre il solito rosario  di notizie vecchie e si beccano, scherzando tra loro,  sproloquiando su una storia-mito raccontata a bambini…

Anzi un amico, cristiano, colto,   è giunto al punto di bollare, bonariamente, me e i miei pochissimi alunni come “nu vranche d matt”  “un branco di matti”…

Personalmente mi sento molto coerente nella argomentazione  e nei procedimenti logico-discorsivi, nonostante la difficoltà dei temi e delle connessioni  e, perciò,  procedo seguendo la mia  strada -anche se  i miei cari, non comprendendo, non mi ascoltano né leggono-.    Eppure, nonostante tutto, da laico,  ho dubbi  dove sia la pazzia…

Filone e la generazione

Filone e la generazione
Dal De Vita Mosis di Filone Mosè risulta il modello  di una figura di erudito del periodo ellenistico, che è superiore ad ogni autore  greco ed egizio, in quanto Anhr theios che,  guidato dalla ragione, è basileus/ re , legislatore/ nomotheths e  propheths/ profeta e quindi  iereus /sacerdote.

Per Filone,  la creazione del mondo /kosmopoiia  di Platone è ebraica  in quanto opera di un demiurgo, come ogni altro insegnamento greco sia pitagorico che eracliteo è considerato derivato dalla cultura giudaica.

Insomma per Filone, sommo filosofo theologos della diaspora, fratello dell’alabarca  Alessandro, il trapeziths per antonomasia ( cfr L’eterno e il Regno),alessandrino, epitropos, curatore del fisco imperiale per i discendenti di Antonio, la cultura giudaica è la base del sapere ellenistico, incomparabilmente superiore a quello persiano ed egizio.

Prima Aristobulo e poi Flavio vedono in Mosè il prototipo di ogni sapere umano e come il precursore e dei legislatori e quasi ispiratore  dei poemi omerici ed esiodei …

Queste sono affermazioni  che sono motivate dall’immenso rilievo che il genos ebraico ha in epoca giulio-claudia, grazie al suo sistema finanziario, perfetto, e alla protezione della domus imperiale,  di cui Filone porta lo stesso nomen gentilizio, concesso da Giulio Cesare stesso durante la guerra alessandrina.
Filone ha piena coscienza di essere civis  giulio ed  individualmente , come persona, di  essere un eletto e un profeta, anche lui,  in quanto appartiene   ad un popolo di santi: infatti sa con Isaia (50,4) che il signore ha dato un a lingua da iniziati, donata per la perfezione dell’apprendimento e dell’insegnamento.

Inoltre è convinto di essere parte di una comunitas/Koinonia voluta da Dio per cui sta scritto in Esodo 19,6 : voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa…

Tutti gli ebrei? e solo pochi sono gli eletti ?

Certamente Filone accetta nel numero dei segnati, degli iscritti nel regno dei cieli, solo quegli alessandrini  ebrei, di stirpe oniade, che formano il politeuma di Alessandria ed hanno un senato ed un sinedrio, insomma, la classe dirigente sacerdotale, nata dalla stirpe oniade (da Onia IV, fuggito da Gerusalemme  e stabilitosi ad Alessandria dietro invito ed accoglienza da parte dei Lagidi intorno alla fine della prima  metà del II secolo a.C) : Filone e gli oniadi aspirano a sostituire  nel tempio di Gerusalemme il sacerdozio sadduceo, come gli esseni, ed hanno un loro tempio in Egitto  per il culto, che, seppure scismatico, paga il tributo a quello di Gerusalemme …

Sono forse considerati eletti anche gli erodiani, i discendenti di Antipatro e di Erode, coi quali condividono il nomen Giulio…

Ora un uomo facente parte della massa, quindi escluso del privilegio giulio e non eticamente impostato, dedito solo  alle sostanze inebrianti, alla copulazione, alle necessità corporali , incapace di una vita spirituale in quanto ilico (da Ulh secondo la cultura alessandrina arrivata fino a Clemente – Stromateis-)  non può appartenere al clero  e quindi far parte degli eletti /pneumatici …

Per Filone il popolo si dimentica dell’ essere a immagine di Dio e a sua somiglianza, non può neanche chiamarlo pathr e non ha diritto  di figliolanza…

Da qui forse l’equivoco di generazione nel mondo ebraico nella cultura e nella lingua, definita lingua santa.

La stessa lingua ebraica , infatti , è priva  di termini che segnano la generazione, l’accoppiarsi, e non indica bene  i membri sessuali maschili e femminili e perciò usa  termini per indicare metafore e fare allusioni o per celiare, data la gravità ed austerità  ebraica

Secondo Maimonide (La guida dei Perplessi, Utet, 2003, p.531)  esse sono cose  delle quali non si deve parlare  e, quando la necessità lo esige  che se ne parli, ci si ingegna di farlo  con espressioni metonimiche , riprese da altri termini, così come quando la necessità esige che le si debba compiere, ci si nasconde il più possibile.

Sembra che perfino ci sia una motivazione quasi un telos / uno skopos  ben definito, come se ci fosse una necessitas  che impedisce la definizione organica del sesso.
Lo scopo è  la non menzione del sesso, visto e sentito negativamente anche se funzionale alla riproduzione, che però deve essere in relazione ad una cultura diversa da quella cananea, cioè quella mesopotamica  di Abramo, uomo  emigrato da Ur ad Harran e poi ad Hebron.
Dunque, Filone parla di sé come uomo perfetto e del suo popolo come di un popolo santo ,dopo aver definito il fine dell’uomo come concezione degli intellegibili, percezione della divinità, degli angeli, delle opere di Dio…e di norma non parla della mutazione di forma e di materia, se non come espressione umana e morale…

Il suo discorso è quindi solo per teleioi /perfetti? Per la classe sacerdotale?
Comunque, se c’è urgenza, viene insegnato un modo per dire espressioni metonimiche che si rifanno a termini relativi,  a certe e specifiche necessità fisiologiche, ma si nasconde sotto un termine indicante  le vergogne/ ta aidoia tutto ciò che indica riproduzione ….

Infatti Gid è l’organo sessuale (Isaia48.4) che viene chiamato tendine in quanto nel Deuteronomio(23,2) è scritto E un tendine di ferro il tuo collo, ma anche versatorio/ shafkah in un preciso riferimento all’azione ieculatoria
L’organo femminile è definito qevathah cioè il di lei stomaco in quanto qevah significa stomaco mentre il suo utero (rehem col puntino sotto la h) è il nome della parte delle interiora dove si genera il feto.

A dire il vero, anche gli escrementi e l’urina e il seme, essendo cose impure, sono da non dire e perciò si usa per il primo So’hah col puntino sotto shin per intendere che sono rimasugli che escono (da iasha’ uscire), cose di cui vergognarsi.
Il nome dell’urina è meme raglayim mentre quello di sperma indica emissione di seme shikvat zera
Dunque non ci sono reali nomi per indicare generazione per cui si usano alternativi verbi come giacere, maritare, scoprire le nudità ecc.
Lo stesso yishgal che potrebbe valere atto sessuale, secondo Maimonide (La guida dei Perplessi, ibidem p.532)  non vale accoppiarsi ma indica solo accostarsi ad una concubina come donna preposta a tale compito come le schiave di Lia e di Rachele …

Sembra che  esista un diritto al tempo di Abramo che ha già ad Harran  una moglie legittima,  Sara,  della sua stessa stirpe ed una  concubina, Agar di stirpe egizia  conviventi nella stessa tenda.

Forse c’è un altro diritto ,quello cannaeo,  che divide  le tende a seconda della legittimità del matrimonio del signore, che ora è stanziato in un’altra terra.

Questo è il caso di Giacobbe che anche per Flavio (Ant, giudaiche, II libro ) dopo aver convissuto con le due mogli legittime ,figlie di Labano,  della sua stessa stirpe mesopotamica, ora a  Canaan deve cambiare costume  andando  a fare il dovere maritale ora   in una tenda, quella di Lya e della schiava Zilpa dormienti nello stesso letto, ora in un altra , quella di Rachele dormiente con la sua schiava Bila…

Secondo il diritto cananeo, dunque, il patriarca deve fare le sue prestazioni sessuali,stabilite mensilmente , con visite alle sue legittime mogli, che, comunque, possono dare all’occorrenza anche  la propria schiava…

Ad Hebron, dunque, Giacobbe, già maturo,  deve svolgere  un compito gravoso a causa della gelosia delle  due donne  che concedono prima Bila e poi Zilpa al loro legittimo marito…

Sorgono contrasti tra i clan ed anzi si arriva alla  profanazione del letto paterno in quanto  Ruben, primogenito di Lia  appetisce Bila  e sembra giacere con lei nel letto paterno dell’altra tenda, perdendo ogni diritto di progenitura …

Per Maimonide, comunque, il termine  schiava Shegal  indica  la concubina destinata a tale uso per la procreazione di figli: l’atto non implica , né sottende piacere né amore, né particolare  affezione o passione amorosa come quella di Giacobbe per Rachele…

Secondo il filosofo ci sarebbero due azioni ieculatorie  quella  con la coniuge  e quelle con la concubina, ambedue legittime,  ma l’uso è quello mesopotamico e non palestinese, cioè della tradizione  di Abramo, evolutasi in terra  cananea a contatto con altre culture…

Ora Filone avendo una concezione di perfezione sacerdotale sa bene che un ebreo va vergine al matrimonio come Giacobbe e come Giuseppe ( cfr. De Joseph di Filone) che non ieculano prima di sposarsi, né si masturbano, ….e che si ci sposa solo per avere figli legittimi…

E’ questa una regola di perfezione sacerdotale, che poi è ripresa dal sacerdozio christiano, che nel quarto e quinto secolo d. C. poi congiunge la santità pneumatica sacerdotale con la rinuncia al sesso e con il celibato ecclesiastico, segno di un’elezione divina …

Forse lo scandalo delle agapete determina un irrigidimento della morale cristiana, che inizia a propendere per il celibato  anche  perché è imminente  la promulgazione della maternità verginale della Madonna ad Efeso…

Il vangelo di Luca e gli amministratori

 

Professore, a lei, ricercatore,  risulta che tra Roma e il giudaismo c’è una guerra di duecento anni- al  cui centro  è situata la vicenda di Iesous Christos Kurios-  e contemporaneamente  esiste un connubio tra sistema finanziario templare ebraico e la domus giulio/claudia- di cui ci sono tracce nei Vangeli- . può mostrare a noi profani le linee essenziali di una tale risultanza?

Ho scritto  varie volte nei commenti ai vangeli  e in Giudaismo romano oltre che in Caligola il Sublime  e specie nella biografie di  Antipatro e di Erode,che si possono leggere sul sito,  di questa risultanza tuzioristica, di un polemos/guerra  continuato per decenni e di staseis rivolte periodiche quasi quarantennali, del piccolo e medio  clero e del  popolo aramaico, che insorge contro i Romani e i  loro fautori sadducei ed erodiani ed ellenisti, filoromani,   sparsi in tutto il mondo romano- specie nel vicino Egitto-  emporoi/commercianti e trapezitai banchieri interessati alla politeia romana , in quanto compartecipi alla spartizione dei guadagni e delle entrate templari, oltre che per la raccolta dei tributi  ad opera di pubblicani e dell’alabarca.

io devo per forza rimandare alla lettura di  articoli come Methorios, o di Gesù Meshiah aramaico,methorios e politikos  e di tanti altri .Aggiungo, comunque, per meglio spiegarmi, che nel periodo romano-ellenistico,  in epoca  giulio-claudia, vige  ancora  l’amministrazione (h dioikhsis)  di una khoora regione, presieduta da o epi ths diokeseoos detto anche o dioikhths , cioè  di un amministratore  con funzioni di tesoriere e di governatore, dotato di  diritto di giudizio sui dipendenti , in quanto praefectus militare, di rango equestre o libertino se di nomina imperiale, come i governatori di Iudaea o di Egitto…

Un amministratore di nomina imperiale normalmente è chiamato  o epitropos o  o epimeleths ,a seconda della grandezza della khoora amministrata come oikos patrimonio della casa regia : ci sono infatti province i cui epitropoi sono di nomina senatoria, che versano il denario provinciale nella cassa dell’erario  e altri che sono invece di nomina imperiale, che versano nel fisco, cassa imperiale. Cfr  Matteo Parabola dei  cinque talenti  25,14-30- che si riferisce all’episodio della partenza di Archelao basileus per Roma e della necessità di lasciare ai diochetai locali  il compito  amministrativo in sua assenza

Ora nel vangelo di Luca (19,1-10)  mentre gli  apostoli ascoltano le parole dette a Zaccheo , un capo pubblicano,  che, pentito, dichiara di rendere ad ogni derubato il quadruplo (il figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto), Gesù racconta la parabola delle 10 mine  ai suoi che, essendo vicino a Gerusalemme, credono che la manifestazione del Regno di Dio  sia  imminente.

Luca non sa neanche quel che dice  perché scrive molti decenni dopo quando IL regno non è più un’attesa messianica reale, ma  una parousia  attesa di un ritorno.

I giudei (piccolo clero e ,sobillati da Farisei e d esseni) attendono il Malkut ha shemaim /il regno dei cieli cioè  che il Messia, venuto, distrugga l’impero romano , che non ha diritti di regnare sul mondo ebraico – che ha un solo padrone, Dio-e che ripristini lo stato precedente la presa del tempio di Gerusalemme ad opera di Pompeo nel 63 a.C.: si sottende il trionfo di Sion e della cultura aramaica mesopotamica  con la  riunione alla  confederazione parthica…

Luca nel periodo flavio (forse in quello iniziale antonino)  ha l’idea paolina di un personaggio, uomo-dio, venuto per  morire e redimere l’uomo peccatore  dal peccato col suo sangue e per risorgere con lui …

La parabola delle dieci mine (19,11-28),quindi , sarebbe un’esortazione a far fruttificare,  in assenza di Gesù, ciascuno, nel corso della propria vita, i doni ricevuti al fine di avere un premio  secondo la legge della ricompensa, tipica  del Siracide…

La parabola è un esempio di vita giudaica , tratta dalla toledot/generazioni quella della elezione regale di Archelao, che, nel 4 a C, va  a Roma a chiedere il riconoscimento del testamento paterno, osteggiato da molti che non lo vogliono  re e  a Roma e in Giudea (Cfr. Flavio  Ant Giud. ,XVII, 229-233) a causa della sua  giovanile  entrata in Gerusalemme  e al tempio, oltre alla profanazione dei mercanti.

La parabola sottende la presenza romana,  quella di Sabino, procuratore di Cesare per la Siria,  già arrivato a Gerusalemme per aver cura della proprietà di Erode, che viene messa sotto  sequestro (Cfr Jehoshua o iesous?, e.book , Narcissus 2013).

L’azione di Sabino,-nonostante l’intervento di Varo governatore di Siria e parente dell’imperatore, prontamente venuto in città chiamato dal’incaricato del re , Tolomeo- è quella  di un epitropos finanziario che prende possesso del palazzo di Erode in Gerusalemme,  raduna i comandanti delle fortezze,  i vari ufficiali del tesoro reclamando da loro un acconto,  dopo aver disposto a suo parere di ogni fortezza  in quanto vede che i custodi  non dimenticano le istruzioni ricevute dal loro sovrano, che deve rispondere solo a Cesare, per il quale viene conservato l’intero tesoro.

Ora Gesù ,secondo Luca (19,46),  subito dopo, combina due sentenze dell’Antico Testamento, l’una di Isaia (LVI, 7  la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli.) e l’altra di Geremia (VII,11 forse che ai vostri occhi  è divenuta una spelonca di ladri questa casa sulla quale  è stato invocato il mio nome?) rifacendosi ai due profeti  per il suo messianesimo.

Luca 16.16 – dopo aver mostrato la parabola del servo infedele,  che esautorato come amministratore ,  riscuote dai debitori  meno del dovuto pur di aver poi favori  in seguito , nel corso della sua vita, evidenzia un Gesù  spirituale che va oltre la legge  – per il quale la legge e  i profeti arrivano fino a Giovanni– ,staccato  dalla realtà storica,   in contrasto con Matteo 5,17 Non crediate  che io sia venuto  ad abrogare la legge o i profeti, ma a compiere.In verità vi dico: finché non passino il cielo e la terra, non un iota, non un apice cadrà della legge, prima che tutto accada.

Matteo parla ricordando l’impresa di Gesù storico, Luca neanche la conosce!

Da qui la separazione tra la forma naziroa di Giacomo e  quella christiana ellenista filoniana e paolina, compresa quella efesina giovannea: due diverse  concezioni  di vita con due forme opposte: i due regni, quello dei cieli e quello di DioI

Quando tramonta il Regno dei cieli,- prima con la distruzione del Tempio  e poi con la sconfitta di Shimon bar  Kokba – ad Alessandria  e ad Antiochia si verificano due nuove altre  letture del cristianesimo -una allegorica ed una letterale – che sopravvivono nell’impero romano per poi esplodere e vincere con Costantino  e per rimanere integre, nonostante le tante contraddizioni ereticali, fino a  quando arrivano gli arabi nel 642 d.C.

Con la conquista ad opera di  Omr , comunque,  si attua l’islamizzazione di Alessandria e dell’Egitto ,  si oscura un occhio del cristianesimo, mentre si illumina di nuova luce la Sede Romana con Massimo il Confessore.

Amici cari, è meglio ascoltare me, di persona,  che leggere i miei scritti!

Cosa è il Praescriptum ?

 

Alcuni amici, cristiani, mi chiedono: cosa è il Praescriptum, di cui parla Seneca in Ep. 94,51?

Etimologicamente (prae- scribo) è un qualcosa scritto prima su una tavoletta in uso tra i maestri  latini che esercitano o fanno esercizi con i discepoli, che iniziano a scrivere.

Il  praescriptum è un modello scritto , su cui  i genitori e i maestri fanno scrivere i bambini che imitano  ?

Come copiatura di un papiro o di una tavoletta di cera?

Si potrebbe dire che praescrittum è un sistema  di scrittura, preorganizzato da genitori e maestri per far esercitare le dita dei bambini su una tabula preallestita con solchi  corrispondenti alle singole lettere  dell’alfabeto.

Per Plinio   (Naturalis Historia,33,36,39)  occorre la tavoletta di cera  oggetto di legno  ricoperto  di cera  così da formare una  superficie  sui cui lo stilo  incide lettere  provvisorie- perché non devono rimanere   in modo durevole-.

Perciò il praescriptum è  un qualcosa di prescritto   per far scrivere come esercizio i bambini  che si devono attenere a certe regole e e seguire  quanto già scritto da altri.

Infatti le dita dei bambini vengono guidate  per litterarum simulacra  lungo le forme delle lettere già incise.

Secondo Quintiliano il sistema   consiste nel far ripetere sull’incisione già fatta,  al bambino scrivente, aiutato dalla mano del maestro,  più volte, l’esercizio di scrittura : così  il discepolo impara, imitando, quanto fatto graficamente dal litterator .

E’ dunque  un sistema utile  al miglioramento della scrittura di un bambino  che deve  seguire i solchi, già fatti e che con l’esercizio continuato può imparare la grafia esatta delle singole lettere

Dice infatti Quintiliano ( Inst 1,1,27 )Non appena il bambino ha iniziato a seguire i profili (ductus), su una tavola (tabella) non sarà cattiva idea intagliarle con molta cura in modo che lo stilo corra lungo di esso come su solchi. Questo garantirà che lo stilo non commetta errori come accade nelle tavolette di cera  perché sarà delimitato  sui due lati dagli orli dell’intaglio  ed impossibilitato a deviare  fuori del modello scritto;  e seguendo le tracce sicure  vestigia certa  più di frequente saepius  e con maggiore celerità celerius  il bambino rafforzerà  le articolazioni delle dita  e non avrà bisogno  dell’aiuto della mano del maestro, posta sopra la sua per guidarla.

Sembra che l’esercizio per Quintiliano sia da farsi  su tavolette di legno come esercizio preliminare  o su mattoni incisi prima della cottura in modo da  rafforzare dita e mano del bambino al fine della scrittura.

Quintiliano sottende l’uso coordinato, nella prensione  dello stilo, di tre dita , pollice, indice e medio, in una abilitazione scrittoria.

Girolamo  in una lettera ad una fanciulla ( 107,4,3 )   sembra  che proponga un simile lavoro di scrittura .

Diversa è invece la proposta di Ambrogio che  vuole servirsi per la scrittura di dadi di cedro  con le lettere dell’alfabeto impresse, utili per gli studi letterali  (Expositio psalmi, CXVIII,22,38 )..

questo,però è un esercizio propedeutico  o contemporaneo al fine di  far imparare le lettere dell’alfabeto  al bambino, che deve scrivere.

Si noti che sia in Oriente che in Occidente esistono stampini   entro cui il  sovrano incide o tutto il proprio  Nome o la parte iniziale o e lettere significative.

Gibbon  ( Storia dell decadenza e caduta dell’impero romano, Torino i967) trattando di Theodorico mostra che ll re ostrogoto si serve di uno  stampino d’oro , in  cui  le quattro lettere inIzialI  Th , E,O, D costituiscono il sigillo anulare… .

La stessa cosa bisogna pensare per l’illitterato  Giustino (Procopio Storia Segreta VI,14-169) zio di Giustiniano, che usa un anello con I,S,T.N , ma anche  un altro sigillo con Sigma/ tau

In questo  sistema  quintilianeo non si citano le linee parallele , utili per far allineare le lettere in modo ordinato e tale da  rimanere dentro la linea superiore e quella inferiore, senza fare lettere più piccole  rispetto alle altre.

Si tenga presente che nel I e II secolo  di norma si scrive in lettera maiuscola,  formando un continuum , senza servirsi dei segni di interpunzione.

Bisogna aggiungere che questo  è primo stadio , in cui si abitua il puer /neepios,  a cui seguono altri tre

Il  primo è utilizzato per imparare a scrivere le lettere, il secondo per  per unire le sillabe in modo da dare  forma corretta alle parole e l’ultimo  risulta un lungo  e stucchevole lavoro di copiatura di frasi scritte dal maestro da ripetere come esercizio…

Ogni fase  ha una certa durata  che può essere abbreviata o allungata a seconda dei progressi dei bambini , che sono di solito riempiti di botte. Orazio ricorda il plagosus Orbilius.., il suo maestro, che si serve di una bacchetta per fare piaghe non solo nelle mani ma anche per il corpo. L’uso della bacchetta  è durato fino all ‘epoca fascista.

Comunque ci sono esempi anche di maestri buoni che  non toccano i bambini e danno loro giocattoli in forma di lettere  di vario metallo o anche di legno: Quintiliano predilige quelle di avorio…

Girolamo,  invece, pensa che sia necessario un assortimento  di lettere di avorio, di bosso e di altro in modo da attirare anche col colore ed aggiunge che alla scelta del bambino bisogna dire subito il nome della lettera…

Girolamo invita  a fare giocare  il bambino con le lettere, a   costruire una strada con esse affinché impari.

Il santo crea perfino una filastrocca  mentre il bambino manipola le lettere e le usa secondo un  giusto ordine   e ne memorizza   i nomi ,

Inoltre fa sconvolgere l’ordine   spesso e mescolare le ultime con quelle centrali e queste con  quelle iniziali, facendo diversi giochi nella composizione sillabica..

Nel commento a Giobbe  (7,4,2)  e in quello a Geremia (25,26) in  Patrologia latina XXIV,838D, Girolamo sembra convinto che il bambino impari  vedendole ,toccandole ,distinguendole  per colore ma anche sentendole nominare e ripetendole a d alta voce:crede perfino che il bambino possa , così istruito, diventare uomo che dica la verità, in quanto si abilita alla precisione nella ricerca esatta.

Sembra che i maestri diano incentivi a i bambini per invitarli alla lettura e alla scrittura.

Dei maestri  propongono dolci  per discepoli bravi, mentre Girolamo aggiunge  bambole e caramelle e perfino gioielli per le bambine   diligenti, facendole competere …

Girolamo nel periodo romano è  maestro di molte matrone delle nobiltà romana ed ha un suo ascendente su di loro tanto ca educarne  le  figlie secondo i canoni della cultura patrizia …

.Sembra che tale sistema sia da secoli in uso tra  gli scribi giudaici, che, dovendo insegnare la scrittura ai discepoli, li esercitano  prima con esercizi propedeutici, per abilitare dita e mani alla scrittura e poi a memorizzare le lettere consonantiche e specie quelle  che possono assumere valore c vocalico, mostrando la tecnica di composizione di ogni singola scritta in modo più o meno calcata,  divisa in parti.

Sembra che una forma di praescriptum esista  per insegnare l’arte del calcare le dita con forza  ed infine tutto il sistema alfabetico ,molto più complesso di quello greco-latino per indicare i segni vocalici (inesistenti, come forma)  mediante puntini e linee o sotto le lettere o al centro (come Mappiq) in modo da dare una diversa funzione fonetica  al segno mediante l’uso del diacritico.

Il praescriptum ebraico serve come esercizio per la ricopiatura dellaTorah da  assegnare, a lavoro fatto, alle sinagoghe che ne sono sprovviste..(cfr .Towa Perlow,  L‘éducation et l’enseignement chez le Juives à l’epoque talmudique,  Parigi 1931)

 

Nel Ii secolo d.C. c’è un episodio tratto dalla vita di  Erode Attico che, volendo educare il figlio a scrivere e a leggere,  escogita 24 lettere  in relazione all’alfabeto greco e alle figure di 24 schiavetti : Alfa – schiavetto negro ricciuluto ;Beta – schiavetto germanico con occhi azzurri-; Gamma- fanciulla berbera-  e così via .

In questo modo  Erode Attico  fa imparare lettere al  figlio,  in ordine, collegate coi nomi degli schiavetti ( Cfr.  Filostrato,  Vitae sophistarum, Erode  attico,- )…

Cari amici e parenti, cristiani, non è facile scrivere nel mondo antico!…

Chi scrive ,  di norma, sa  falsificare e lo può fare, spesso,  impunemente: chi conosce il numero di falsari tra i copiatori ?  e chi distingue tra loro quelli che lo fanno di proposito e quelli che lo fanno per imperizia?!