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I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode!

I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode

Marco, è difficile, direi, impossibile spiegare ad un Cristiano praticante la nascita in Giudea di Gesù all’epoca dell’ apographh e il suo successivo domicilio in Galilea, al ritorno dall’Egitto, e  mostrare la sua infanzia tra i qainiti, tra muratori ed artigiani, manovali, nel contesto di un clan patriarcale, numeroso, composto da molte famiglie, che riconoscono i diritti del  primogenito Ioseph bar Iakob, di  Mattan, di Eleazar secondo la genealogia di Matteo (Vangelo, I,25), nel 6 d. C.

Professore, lei parla di Giuseppe, il  creduto padre putativo di Gesù/ Jehoshua/Iesous – suo figlio naturale, invece – come di un patriarca, architetto imprenditore, che gestisce una comunità di  qainiti e non di un umile falegname che , nel 4 a.C.,  è andato a Bethlem con la moglie incinta per il censimento, secondo il decreto di Augusto, applicato da  Sabino, all’epoca della morte di Erode e della  spartizione del regno, diviso dai romani  tra Archelao  etnarca di Iudaea (Giudea, Idumea e Samaria),  ed Erode Antipa,  tetrarca di   Galilea e Perea  e Filippo, tetrarca di Iturea ed altre zone, mentre a Salome viene concessa la zona costiera con Iammia ed Azoto, quando infuria una rivoluzione su molti fronti, ricordata anche da Tacito-  Historiae, V- oltre che da Flavio  (Guerra giudaica II,4 ed Antichità Giudaiche XVII).

Marco, Giuseppe è un uomo di cultura aramaica, che ha altri figli Giacomo, Simone, Giuda e il piccolo Giuseppe  e  due figlie (Asha ed Asia, di cui si parla anche nei Vangeli (Marco, 6,1-6; Matteo 13,53-58; Luca 4,16-20) e forse altre mogli, oltre a Maria. Bisogna correggere la figura del padre di Gesù, che è il capofamiglia di un clan con molti parenti,  che è responsabile di una comunità con altre famiglie di qainiti, che lavorano insieme e mettono in comune il guadagno in  un’unica  cassa comunitaria,  e  che vivono in accampamento, in tende,  secondo l’uso mesopotamico, non in casa  di pietra, come  i cananei: l’ aramaico Jehoshua è uno della tribù che, avendo una specifica professione, quella paterna, la segue  da quando diventa bar mitzvah/ figlio del precetto, al tredicesimo anno  e un giorno, nel 6 d.C, quando inizia la nuova stasis/rivolta contro i Romani proprio in Galilea a seguito dei veementi rimproveri di Giuda il gaulanita- figlio di Ezechia, – un edim/martire aramaico, un rabbi, un maestro della legge/sophisths,  fatto uccidere da Erode  giovane epimelethsche ricorda che ogni giudeo è figlio di Dio, suo erede, e  che ha un solo padrone celeste e non uno terreno, straniero!

Ai qainiti tassati e a Giuseppe architetto, il capo riconosciuto del clan, il monito di Giuda è esortazione a dare la vita  per la legge mosaica, a combattere per la libertà,  a scuotere il predominio straniero,  ora che  i romani, esautorando l’erodiano Archelao,  non ripristinano la vecchia monarchia asmonea, ma annettono la Iudaea, come territorio  tributario all‘imperium ed impongono, come padroni,  il pagamento delle tasse /apotìmhsis!

Comprendi che, perciò, Jehoshua non può aver detto mai  date  a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt. 22,15-22  ), come ben ho dimostrato in molte occasioni.

Professore, ho letto il suo articolo Gesù, Meshiah aramaico,   methorios, o politikos, fondamentale per conoscere il pensiero  politico, rivoluzionario ed asmoneo  di Giuda il Gaulanita! Non è facile capire questo, comunque,  per un cristiano  educato fin da bambino a considerare Gesù figlio di Dio, nato da Maria, vergine madre di 14 anni,  per opera dello Spirito santo,  custodita nelle sua purezza  verginale da un vecchio artigiano / Qain/tektoon che pur originario di Bethlem,  vive a Nazareth col suo lavoro!.

La mia, Marco,  è un’altra storia, incredibile,  anche se ci sono dati precisi storici, ancora più sospetta perché  frutto di una ricerca cinquantennale aramaica fatta da un traduttore non digiuno di lingue antiche, che ha studiato  una  categoria di  costruttori professionisti, mai esaminati  nello specifico lavoro,  nella loro organizzazione piramidale  e nel sistema di contratti  per chiamata, da parte di dioichetai, amministratori regi  di  Erode Il grande  o dei suoi  figli e nipoti, che hanno lasciato opere monumentali e che hanno costruito intere città,  di cui parlano anche i Vangeli,  come dimostrato in altre sedi.

D’altra parte la  storia dei qainiti è  già legata alla  famiglia  degli asmonei, anche  loro datori  di lavoro, perché costruttori di fortezze e di città, certamente inferiori per mezzi alla  dinastia erodiana, che partecipa agli utili del gazophulakion  templare coi romani, ben assistita e patrocinata dalle trapezai  oniadi alessandrine  e dai gestori ellenistici  commerciali  come l’alabarca di Egitto, oltre che  dagli imperatori di casa giulio-Claudia, connessa  col sistema bancario alessandrino. (Cfr. A F.,  Caligola il sublime,  Cattedrale,  Ancona 2008).

Infine  la stessa tecnica   di rilievo analitica diventa  un impedimento a chi è abituato, non all’esatto termine aramaico o greco o latino, proprio di un lavoro filologico ed etimologico, referenziato e denotato,  ma solo alla parola retorica e mitica! Sappi, comunque, che la rivoluzione viene stroncata da Quintilio Varo che interviene in favore di  Sabino, incaricato del censimento e  ne abbiamo parlato ed abbiamo accennato anche alla distruzione di Sepphoris, ad opera di un Gaio – non ben identificato-, amico di  Quintilio Varo (Flavio, Guer. Giud., II,68 :Gaion hgemona  toon autou  philoon,  os  tous te upantiasantas trepetai kai  Sepphoorin polin  eloon  authn men empiprhsi, tous de enoikountas andropotizetai/ diede parte dell’ esercito a Gaio comandante, uno die suoi amici, che, piegata la resistenza prese la città di Sepphoris  e la diede alle  fiamme,  facendone schiavi gli abitanti). 

Professore, lei parla  poi dell’altra rivoluzione nel  6 d. C., quella guidata da Giuda il Gaulanita, un sophisths /dottore, –  insieme ad un non ben definito Sadoc – quando Augusto  esautora Archelao e invia  a reggere la Iudaea il  procuratore Coponio, un praefectus cum iure gladii  sotto la sorveglianza dell’ epitropos di Siria Sulpicio Quirinio (cfr. La nascita di Gesù,  cit).  Lei  mostra la figura – in relazione a  quanto scritto  da Flavio in Guer Giud., II. 8.1  e in Ant. giudaica XVII –  del  figlio di Ezechia, fondatore dello zelotismo, in epoca erodiana, iniziale – rilevando  un fenomeno, costituitosi per affermare l’integralismo giudaico religioso, basato sul culto di un unico Dio, come non riconoscimento della legittimità delle tasse imposte ad un figlio di Dio, cleronomos/erede del malkuth,  nella sua stessa terra,  da estranei, come volontà di  resistenza militare con la  formazione di un partito  politico – airesis –  che rifiuta di chiamare sovrano  nessun altro mortale, se non Jhwh, padrone celeste?

Marco, io leggo attentamente le parole di Flavio che sottendono non solo un movimento religioso integralista  ma anche una rivolta contro  il sistema censitario  di Roma che considerando la Iudaea  ormai pacificata  ed integrata nel sistema imperiale, applica l’apotìmeesis, la  reale riscossione dei tributi in relazione alla dichiarazione scritta, fatta un decennio  prima,  – come fa poi Gaio Germanico, padre di Caligola, in Gallia, anche dopo la sconfitta  nel 9 d.C. , ad opera di Arminio,  di Quintilio Varo, che  la stava facendo in Germania- : kakizoon ei phoron te Romaiois  telein upomenousin  kai metà ton theon oisousi thnhtous despotas/ colmando di ingiurie (i suoi ), se avessero continuato  a pagare il tributo ai  Romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali.

Già con la rivolta, sedata  da Varo, il sentimento antiromano si era moltiplicato a causa della feroce repressione culminata con la crocifissione  di  2000  uomini e  con la fuga di molti, tra  cui Giuseppe, che, coi suoi,  era andato in Egitto,  ma ora, dieci anni dopo, al momento dell’ attuazione dell‘apotìmeesis,  cioè alla riscossione di denarii da parte dei pubblicani, seguiti da scribi delle varie eparchie,  e da schiere di cavalieri e da carri per il sequestro dei beni, in caso di mancanza di liquidi,  è uno spettacolo inconsueto per un aramaico, figlio di Dio, non tributario di un padrone terreno!

Dunque, Marco,   vedendo il legame tra apographeè ed apotìmhsis, metto in relazione Giuseppe  capo di un clan, fuggito in Egitto  e poi tornato in Galilea, – perché forse richiamato dal tetrarca Erode Antipa, desideroso  di ricostruire la capitale del suo regno,  grazie all’opera di qainiti – con il vangelo di Matteo  che parla di un’apparizione di un angelo al padre di Gesù, che gli dice di  tornare in Israele,  ma non di stanziarsi in terra giudaica sotto Archelao, ma in  Galilea, sotto Erode Antipa, a Nazareth (Mt.2.19-23). E , quindi, sapendo del ritorno in patria  del  tekton, conoscendo la necessità di ricostruzione di Sepphoris del tetrarca e l’attività  precedente costruttrice anche di Archelao, non mi è stato difficile collegare la residenza a Nazareth, località poco distante da  Seffhoris,  con la costituzione di una grossa squadra di prezzolati oikodomoi, di lithotomoi e di tektones, riunita in un campo non lontano dai  due centri urbani,  agli ordini di un capomastro qainita, capace di costruire  un’ intera città nel giro di un quinquennio (Cfr.  Giulio Erode sovrano costruttore in www.angelofilipponi.com).

Professore, dalla sua associazione si evince la reale possibilità di una rivolta da parte di operai di Seffhoris, non pagati, già  eccitati dalla parola di Giuda  al non pagamento delle tasse agli esattori romani,  perché sudditi di un sovrano celeste, che non impone tributi ai suoi figli che sono eredi /cleronomoi !?

Non lo si può dire con esattezza, ma è probabile che l’insurrezione sia in relazione ai tafferugli/tarachai,  sorti precedentemente in terra giudaica  nel 1 d.C. ,  subito dopo il  trattato tra parthi e romani a Zeugma tra il re dei re Fraate  e il giovanissimo dux, erede al trono romano, Gaio Cesare circondato dal suo consilium principis,  costituito da Lollio e da Quirinio,  quando Tiberio è in esilio a Rodi, allorché  Archelao, avendo bisogno di liquidi, anticipa l’apotimhsis, col supporto delle truppe romane e fa scoppiare la rivolta tra gli operai intenti alla fondazione di una citta chiamata  Archelaide e alla ricostruzione del palazzo asmoneo di Gerico: sembra che l’etnarca paghi una metà di quanto dovuto,  sottraendo l’altra metà come imposta e tributo  da inviare a Roma!  Archelao  giovane,  poco avveduto in campo finanziario, non ben consigliato dai dioichetai,  reprime nel sangue i tanti lamenti di   qainiti che contestano  la legittimità di pagamento in relazione a quanto stabilito all’inizio dei  lavori (Cfr. Il Vangelo di Luca e gli amministratori in  www.angelofilipponi.com )!

A  questo pagamento decurtato  seguirono nel Tempio di Gerusalemme altre tarachai  nel periodo delle feste  pasquali e di quell’anno ed anche nei successivi  anni, come rievocazione dei fatti e come memoria dei morti, quando già  l’impresa di Gaio stava andando non più bene, essendo stato il principe ferito ed non essendo più in grado di  gestire l’imperium proconsulare maius  e non sapendo limitare i suoi legati, dopo il ritiro a  Limira in Cilicia!

Sembra, Marco,  che Erode Antipa, trovandosi a corto di  liquidi, imiti il fratello nel pagamento ristretto, rompendo i patti coi  qainiti, per cui  questi, seguendo  Giuda, smettono le attività murarie, lasciandole  incomplete ed iniziano la guerriglia in Galilea, proprio quando è in atto la riscossione dei tributi da parte di pubblicani!

Professore, dunque,  la rivolta del 6 d.C. di Giuda e di Sadoc,  quando Gesù diventa bar mitzvah  è da mettere in relazione con una questione finanziaria ed economica,  connessa, comunque, con l’ideologia messianica?

Certo Marco! Anche dopo la sconfitta e l’uccisione di Giuda il gaulanita ad opera   dai milites di  Sulpicio Quirinio, epitropos ths Surias,  prontamente intervenuto per ristabilire l’ordine e in Galilea inferiore e in  quella  superiore,  e in zone circonvicine,  per fare applicare la nuova costituzione giudaica in Giudea, ora annessa all’impero romano,  secondo gli ordini congiunti  di Tiberio, richiamato a Roma, e di Augusto.

E Giuseppe?  e i qainiti?

Marco, anche i romani  capivano che Giuseppe era un capo artigiano e che i qainiti  erano solo operai che lavoravano e che volevano solo essere pagati secondo contratto. Forse, furono sparpagliati  perché il loro numero consistente costituiva un pericolo e  poteva generare qualche grosso tumulto difficile da reprimere!

Si può pensare che Gesù e il padre rimasero nella zona con  un gruppo diminuito  di famiglie qainite, mentre quelle più compromesse, rifugiatesi in Iturea e Traconitide, ingrossarono il numero degli irriducibili lhistai.

Marco, queste notizie  non sono presenti solo in Flavio,  ma anche in Cassio Dione, Storia romana, IV, 27,6 e, poi, in autori cristiani e dànno informazioni, puntuali, a distanza di decine di anni o di secoli e, quindi, sono da sottoporre a studio. Comunque,  l’insurrezione  si chiude con una riforma in quanto si istituisce  la sotto provincia  di Iudaea  dopo l’esperimento di Augusto di seguitare a dare un re legittimo ai giudei della  stirpe di Erode – un fedele  re  socius, buon amministratore ( A Filipponi,  Jehoshua o Iesous? ,Maroni, 2003)!-.

Flavio, infatti, così scrive riassumendo i fatti e facendo una  sintesi di circa otto anni, perché tratta del periodo 6-14 d.C.: ths Archelaou d’ethnarchias  metapesoushs eis eparchian oi loipoi, Philippos kai  Heroodhs o clhtheis Antipas, diooikoun tas eautoon tetrarchias, Saloomh gar teleutoosasa Iouliai thi tou Sebastou  gunaiki,  thn te auths  topachian, kai Iamneian kai tous en Phasaeelidi, phoinikoonas katelipen . metabashs  de eis  Tiberion ton Iulias uion ths romaioon  hgemonias, meta thn Augoustou teleuthn….diameinantes en tais tetrarchias o Heroodhs kai Philippos, o men pros tais tou phgais en Paneadi polin  Kaisareian, kan thi katoo Gaulanitikhi Iouliada, Heroodhs d’en the Galilaiai Tiberiada, en de thi Peraiai pheroonumon Ioulias/ trasformata l’etnarchia in provincia, gli altri Filippo e d Erode detto Antipas, continuarono a governare le loro tetrarchie, Salome  invece  morì  e lasciò in eredità a Giulia la moglie di Augusto la sua toparchia con Iammia e i palmeti di Faselide. Alla morte di Augusto …  rimaste le tetrarchie  in possesso di Erode e di Filippo,  l’uno fondò una città  di nome Cesarea,  presso le fonti del Giordano in Paniade ed un’altra di nome Giuliade nella Gaulanitide inferiore;  Erode fondòTiberiade  in  Galilea  e nella Perea un’altra città, che gli ricordava il nome di Giulia (Guer. Giud., 9.1,167-168).

Sembra che Flavio voglia sottendere,  col marcare l’attività costruttrice dei figli di Erode,  ora  protetta anche dal procuratore romano di Giudea e dalle sue truppe,  che i qainiti e quindi, Giuseppe e Gesù, abbiano lavoro  assicurato, anche se permangono le solite questioni  circa il pagamento  e  persista il clima antiromano proprio degli aramaici che, avendo una cassa comune, hanno minori entrate che non permettono un dignitoso  sistema di vita, che risulta,  comunque, accettabile rispetto  a quello degli altri ceti operai  e alle condizioni generali popolari. Flavio parla  prima solo del periodo dei figli di Erode  ma, poi, trattando del ramo misto asmoneo-erodiano della  stirpe di Aristobulo, figlio di Mariamne di Hyrcano, mostra l’ascesa  progressiva al potere di un erede cadetto, sostenuto prima dallo zio cognato Erode Antipa,  poi, dal Governatore di Siria Pomponio Flacco ed infine da Gaio Caligola e da Claudio, evidenziando l’iter  di un civis romanus,  che giunge al trono  seguendo il modello del nonno  Giulio Erode il filelleno.

Per questo, professore, lei ha ipotizzato  nel romanzo storico L’Eterno e il Regno, l’incontro tra  Erode Agrippa, agoranomos  in Tiberiade e il costruttore  architetto  Jehoshua,  che lavora per ordine di  Erode Antipa  e che poi viene inviato in Egitto  alle dipendenze dell‘alabarca di Egitto,  Alessandro (Cfr. Alabarca in www.angelofilipponi.com)!

Già negli anni ’90, Marco, ipotizzavo un Gesù aramaico costruttore  indipendente anche se  per mestiere doveva  accettare ogni lavoro dagli erodiani e dai sadducei,  e dai banchieri ellenisti. Certo la scoperta di  Giulio Erode Agrippa,  a seguito della traduzione  di Legatio ad Gaium,  e poi degli ultimi tre libri di Antichità giudaiche, mi autorizzava a tirare qualche   pertinente conclusione  sui datori di  lavoro In Giudea, in Siria e in Egitto  (e anche in Parthia cfr. Methorios!) e sui qainiti e a d ipotizzare una certa fama di Jehoshua costruttore, utile ai fini di una scelta messianica ad opera di esseni e di farisei, come proposta al re  dei re Artabano esule, da parte del  re giudeo adiabene Monobazo e del  figlio Izate,  di una nomina a maran/re /basileus  di Giudea nel periodo  postseianeo 32.-36!  (cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano I, e II, ebook Narcisuss 2012).

La vita , sconosciuta dai tredici  fino a trenta anni, prendeva corpo, di Gesù, di un  architetto  che, seguendo  il mestiere paterno, raggiungeva una certa notorietà tanto da aver l’incarico di costruire nel 28 d.C.  Tiberiade  da Erode Antipa e da Erodiade, ora moglie del tetrarca, che, compiendo un’azione illegittima,  esecrata dagli aramaici e da Giovanni Il battista -che  proteggeva  i diritti della moglie legittima, Dasha,  figlia di Areta IV- ceduta a lui dal fratello maggiore Filippo, figlio della  figlia di Boetho, allora  domiciliato a Roma!.

Professore, ora mi è chiaro l’odio di Giovanni il battista che considerava illegittimo il matrimonio per il levirato  e capisco l’ostilità  di Areta IV  contro Erode Antipa, che ha il coraggio di riportare  in patria la nipote, come moglie con la pronipote Salome,  destinata come sposa  al fratello  Tetrarca  ituraico, ben  sapendo le conseguenze  dell’anathema  farisaica ad Archelao,   che aveva  sposato la  vedova del fratello  Alessandro – dopo il ripudio  da parte di Giuba II di Mauritania -,  Glafira, figlia di Archelao di Cappadocia!

Lei cuce  gli avvenimenti  storici  e mostra i collegamenti nei tanti passaggi di potere in Giudea e in Galilea e nel frattempo mette in luce una classe  sociale ignota, e rileva aspetti nuovi mettendo in contrasto la musar aramaica  e la paideia greca, per cui si riesce a vedere porzioni della possibile  vita di un ebreo aramaico, molto diversa da quello di un ebreo ellenistico, romanizzato.

Marco, sono contento che tu e i tuoi compagni di classe possiate capire qualcosa  del mio studio sulla cultura  ellenistica,  ed anche su quella aramaica dei qainiti, della cui opera penso che vi siano segni  in Israele  e in Giordania  visibili  anche nelle rovine di Sepphoris / Diocaisareia / Autocritis e in  quelle di Tiberiade!.

 

 

 

 

 

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Seffhoris, un pavimento

 

Ferdinando Pinelli

Repressione piemontese nell’ascolano

Abbiamo avuto Il Risorgimento noi ascolani e  noi marchigiani (papalini) e tutto il Meridione d’Italia (borbonico)?
No.
Noi, popolani, oltre il 96%, non avevamo alcun peso politico, perché analfabeti (cfr. A.Filipponi, L’altra lingua  l’altra storia , Demian, Teramo 1995) : contavano solo i liberali (nobili, borghesi, clero).
Siamo stati massa da sottomettere, da massacrare, da far lavorare dall’alba al tramonto, lasciata analfabeta, lasciata vivere in promiscuità dentro covili come bestie, senza alcuna identità. tanto che all’inizio del Novecento si cominciò a parlare di Guerra sola  igiene del mondo.
Insomma gli intellettuali (specie i futuristi) pensavano che  ci voleva la guerra per far piazza pulita degli operai che scioperavano e dei contadini che si lamentavano: sentivano il bisogno di diradare e di  sfoltire un po’ la massa! Il Risorgimento (Cfr. Inno di Mameli in www.angelofilipponi.com ) non è stato una libera scelta popolare con atti di eroismo, ma una  repressione feroce, disumana  da parte di  liberali locali (lombardi, toscani, papalini, meridionali ecc.) propugnatori degli ideali di  indipendenza e di libertà che, con l’aiuto delle truppe sabaude, delegittimano il potere di Sovrani legittimi (secondo la Santa alleanza) che governano su parti della nostra Italia, a favore dell’unico riconosciuto re d’Italia, Vittorio Emanuele II,  in nome di un ‘idea  astratta di Nazione Unitaria
Siamo stati conquistati a forza noi papalini, popolari, che amavamo preti e monache e frati, analfabeti, che odiavamo i padroni liberali e garibaldini, che facevano l’Unità d’Italia.
Noi popolari, dialettali,  morti di fame, artigiani e contadini, siamo stati conquistati a forza e piemontesizzati, mentre parteggiavamo per i briganti  che combattevano con i papalini e con i borboni contro le milizie sabaude che parlavano francese, non italiano.
I giovani piceni ed abruzzesi, nati nel ’41, preferivano andare sulla Montagna dei Fiori a fare il brigante  piuttosto che fare il servizio militare.
Noi piceni, esentati dal servizio militare da secoli (lo facevano al posto nostro gli Svizzeri), venivamo reclutati da briganti, che erano l’orgoglio dei popolani, che parlavano la stessa lingua ed avevano gli stessi ideali, che erano quelli di una cieca fede cattolica che prometteva un Paradiso per chi sapeva vivere con pazienza una esistenza di stenti e di soprusi, senza lamenti.
Noi siamo stati conquistati a forza dal generale Ferdinando Pinelli (1810-1865)
Le gesta di Pinelli furono tanto crudeli che ancora  mia nonna   diceva negli anni cinquanta  a noi  nipoti  quando facevamo i  cattivi  chiame Pnell p te che ie nu Pnell/ chiamo Pinelli per te che sei un Pinelli.
Furono uccisi preti  e frati, cacciate monache dai loro conventi che  furono sequestrati e messi all’asta con i  beni, acquistati dai liberali (cioè borghesi e nobili ascolani-Luciani, Sgariglia, Desgrilli, Alvitreti ecc.) come applicazione delle Leggi Siccardiane (abolizione del  foro ecclesiastico, del diritto di asilo, e della manomorta ) e della legge Rattazzi (abolizione di tutti gli ordini religiosi -tra i quali agostiniani, carmelitani, certosini, cistercensi, cappuccini, domenicani, benedettini ecc. – perché privi di utilità sociale, anche se si dedicavano apparentemente ” alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi», con  esproprio di tutti i conventi, con sfratto immediato degli  uomini e donne addette).
Pinelli applicava la legge militare  e puniva  specie i prelati, rei di avvertire i briganti  con il suono delle campane: furono trucidati  in questa azione selvaggia  donne e bambini, seviziate e violentate bambine, figlie di briganti, e distrutti interi paesi nell’ entroterra montano ascolano, nel corso di 2 anni -1861/3-, in cui i piemontesi  riuscirono a stroncare il fenomeno brigantesco.
I  piemontesi, comunque,   spesso subivano insuccessi e scacchi e perfino sconfitte, come quella sul Vallone (dove oggi è la seggiovia e l’albergo Remigio I), dove i briganti portarono via anche  i viveri e le pentole dell’esercito italiano.
I briganti sapevano sfruttare bene la conoscenza dei luoghi e colpivano a momento opportuno i soldati piemontesi, che non conoscevano i luoghi e il clima: a febbraio e a marzo si passava da cielo stellato ad una nebbia improvvisa e  a burrasche di neve.
Inoltre i  briganti avevano la  protezione  e la  copertura dai montanari e rifugi sicuri: la Grotta di S Angelo a Ripe di Civitella (Teramo) li accoglieva dopo le sortite.
Con la stessa ferocia di Pinelli, altri comandanti  piemontesi  fecero decimazioni  a Pontelandolfo ed altre località (Benevento).
Il 14 agosto 1861, essendo stati uccisi 1 ufficiale, 40 soldati e 4 carabinieri,  in una imboscata fatta dai briganti, guidati da Cosimo Giordano, il  comandante di un battaglione di bersaglieri, Pier Eleonoro Negri,  massacrò quasi 400 inermi contadini, dopo aver incendiato il paese,  e dopo che erano state stuprate ed assassinate le donne.
L’Italia era già stata proclamata unita ( 17 Febbraio del 1861)!
Pinelli  nel Piceno  condannava a morte chiunque che  “con parole o con danaro o con altri mezzi avesse  eccitato i villici ad insorgere, nonché a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale “…..
Egli fece un bando, tipico dei liberali anticlericali  (Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotale vampiro  che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava!)  per eccitare i soldati al combattimento contro i difensori di Civitella del Tronto, che combattevano con  forza e non si arrendevano, nonostante le notizie della fine della guerra e della sconfitta dei Borboni.
Il bando fu propagandato in tutta Europa come esempio di ferocia piemontese e come testo giacobino, tanto che  la monarchia sabauda  allontanò Pinelli  dal Piceno  e lo sostituì col generale Luigi Mezzacapo, che portò a termine l’impresa.
Qualche giorno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia,  la rocca di Civitella  comandata da Maggiore Luigi Ascione, sostituito dai  Borboni con il Capitano Giuseppe Giovane, nominato colonnello, si arrese, per fame  il 20 Marzo del 1861 (cfr. Mastrejà,  e.book Narcissus  2011) : il comandante,  coi  suoi 110 soldati superstiti, ebbe l’onore delle armi  a piazza dell’Arengo in Ascoli.
Nonostante questo, quasi tutti, eccettuati i feriti gravi, furono inviati in prigione a Savona e a Fenestrelle da dove non tornarono  più.
Invece il generale Ferdinando Pinelli,  l’anno dopo, nel febbraio,  fu premiato con la seguente motivazione :”Per i soddisfacenti risultati ottenuti col suo coraggio e per l’instancabile sua operosità nella persecuzione del brigantaggio nelle provincie napoletane nel 1861″.
Noi ascolani  e piceni,dunque,  siamo stati conquistati dai Piemontesi mediante un’azione militare secondo gli storici locali ascolani,  (Ascoli 1861-63).

Cosa accadde davvero nel 44 d.C. ad Antiochia capitale della provincia di Siria

 

Io non conosco verità assolute e sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò sono la mia ricompensa e il mio onore Kahlil Gibran

 

 

Professore, cosa davvero avvenne ad Antiochia, capitale della provincia di Siria, nell’estate del 44 d.C.?

Sembra, Marco, che  lì, per la prima volta i discepoli  del Christos si chiamarono  christianoi –  Atti degli apostoli 11,26-.

Si tratta, professore,  della formazione di un ‘ecclesia, dove ci sono circoncisi, giudei,  e non circoncisi,  gentili,  sui cui è calato lo Spirito Santo –  Ibidem, 10,47! – E’ un fatto successivo all’episodio di  Pietro a Cesarea  Marittima  e alle accuse dei  giudei  a Pietro, che si difende – ha accolto gentili,  pur essendo un aramaico! – dicendo:  se, dunque, Dio ha  concesso loro il medesimo dono, che ha concesso a noi,  che abbiamo creduto nel signore Gesù Cristo,  io, chi ero,  da potermi opporre a Dio -Ibidem 11,17-?

Si. Marco, in nome di Christos si sono riuniti giudei (aramaici ed ellenisti, circoncisi ) e gentili /ethnikoi non circoncisi.

Quindi, professore,  sorge una nuova comunità che ha il suo fulcro nel battesimo di fuoco dello Spirito santo -Cfr. Lettera  I ai Corinzi e  Lettera ai Galati – opposto a quello dei naziroi gerosolomitani aramaici, basato sul battesimo di acqua di Giovanni, rimasti puri e a quello della tradizione aramaica dei Mandei, stabilitisi già in Parthia o in Perside? Professore, pochi anni dopo la creduta morte di Gesù,  oltre a quella  gerosolomitana aramaica pura,  sorge, dunque,  un’altra comunità,  mista, greca,  che riunisce  giudei ellenisti  e gentili,  accomunati ora dal battesimo di Gesù, ritenuto non quello  di Giovanni,  umano, perché ad opera di acqua, ma divino, in quanto  ad opera di fuoco, come afferma Paolo nelle sue lettere?!

Marco,  sembra che sia così!.  Ora si parla di una riunione/ecclesia antiochena nuova,  mista –  otto anni dopo la crocifissione gerosolomitana del signore/kurios Gesù Cristo, rievocata poi successivamente dopo oltre cinquanta anni, da Luca, un medico,  considerato scrittore del  Vangelo e degli Atti degli apostoli-.

E’ possibile dire, professore,  che si tratta di una nuova chiesa sorta dopo la morte di Erode Agrippa I a Gerusalemme e la costituzione di un  nuova provincia in Iudaea  ad opera di Romani che nominano  Cuspio Fado  prefetto (44-46), sotto cui sembra avvenire  l’episodio contestato di Teuda – Ant giud. XIX, 360-366-  in cui è chiara l’azione del re  con  la sua opposizione  a Vibio Marso, punito, comunque,  coi soldati di Cesarea, che avevano disonorato la memoria del re, grande elettore di Claudio imperatore   (cfr. Ant Giud. XX, 1.14), che ribadì quanto ordinato già da Lucio Vitelio, che aveva accolto  la richiesta  di gestione giudaica della  stola sacerdotale,  concedendo l’onore al fratello del monarca morto, Erode di Calcide e, alla sua morte nel 48,  al nipote Erode Agrippa II?

Penso di si. L’ebraismo aramaico è  così accontentato nel suo nazionalismo  sacerdotale per onore al defunto  Erode Agrippa, mentre viene limitato l’espansionismo commerciale ebraico e con esso il proselitismo  religioso, essendo favorita la pars trapezitaria   ed emporistica della concorrenza  latino-greca. Marco, nel 44,  il sorgere di christianoi in Antiochia, in un  momento di arresto della supremazia emporistica ebraica-  anche se ancora  predominante  in ogni parte dell’impero – suona condanna di ogni manifestazione egemonica  e risulta denuncia  sottesa alla memoria di un Messia,   crocifisso dai romani, che è considerata una rivolta ideologica,  connessa con la discesa dello Spirito  santo,  a seguito del ventilato  pericolo di soppressione  della stirpe giudaico -aramaica  gerosolomitana! Il governatore di Siria  non guarda con piacere la manifestazione memoriale di una cellula ebraica,  desiderosa  di diffondere il keerugma evangelico  in nome di un Messia  crocifisso dai romani a Gerusalemme,  proprio quando è iniziata la pacificazione  generale religiosa voluta da Claudio! Ogni popolo sia  libero nel servirsi della propria threskeia /religione e nessuno osi parlare nazionalisticamente del proprio credo vantandosi della propria  verità religiosa. Ad ogni popolo il suo Dio, aveva decretato l’imperatore! Dunque, non piace all’amministrazione antiochena la predicazione del nuovo messaggio  circa il battesimo di fuoco  che sembra ancora più nazionalistico del battesimo di Giovanni  sul fiume Giordano,  simile  a quello mandaico, che risultava  una fucina Aramaica di patrioti contrari all’universalismo romano, uomini integralisti, votati al martirio  per l’integrità della fede!.

Professore,  questo Gesù/ Iesous paolino, un ebreo ellenizzato, non ha niente  o poco a vedere col Messia,  vero ebreo aramaico?

Il Gesù/IesousChristos,  di Paolo,  Kurios, è una figura di  ellenizzato, il cui pensiero  poi   latinizzato, conformemente  a Lettera ai romani, -Rom.3,28   credo per fidem sine operibus legis   che leggo nel libro del suo amico Mauro Pesce,  che  è in linea – mi sembra-  con  quella di Guy Stroumsa ed altri, non è un vero giudeo,  in quanto non presenta gli aspetti tipici di un aramaico o di un  mandaico, uomini  alimentati  dalla musar, sdegnosi della paideia?

Tu, Marco, parli di  questa  conclusione di Mauro Pesce – con cui ho  una corrispondenza di mail, amichevoli,  propria di due vecchi, che  trattano di covid e che si informano del reciproco stato di  salute-?!

Per quanto riguarda l’impatto con Rom 3,28, i pensatori e uomini di cultura, che hanno sentito il bisogno di pensare un tipo nuovo di persona,  in cui la libertà del singolo fosse fondata sulla dignità della scelta individuale, della coscienza individuale, della libertà individuale e di un’organizzazione statale rispettosa di queste libertà, si sono trovati nella necessità di criticare a fondo la concezione paolina, dal punto di vista della possibilità dell’uomo di compiere la legge, dal punto di vista della natura della legge, dal punto di vista del rapporto del pensiero di Paolo con quello di Gesù. Si trattava anche di determinare quale rapporto quella dottrina potesse avere con la legittimazione di un ceto o comunque di un’autorità che – nelle chiese – controllasse sia l’esecuzione della legge, sia la fede, sia i contenuti di ambedue. In questo processo di revisione, tutte le categorie direttamente o indirettamente connesse con il rapporto tra opere della legge e fede in Cristo, dovevano essere sottoposte a riesame: peccato, giustificazione, redenzione, ma anche legge (legge naturale, legge ebraica, legge ebraica morale, legge ebraica cerimoniale, universalità o meno della legge ebraica) ma anche la distinzione tra ebrei e non-ebrei. Un risultato finale di questo processo non c’è. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito. Un comportamento morale corretto è possibile senza alcun intervento della grazia divina? Esiste un rapporto necessario tra atto morale e legge o basta l’obbedienza alla coscienza interiore, quantunque erronea? Di fronte alla domanda se il pensiero illuministico sia una creazione di carattere universale o, semplicemente, un momento dialettico interno al sistema culturale cristiano, non so dare una risposta e forse la mia stessa domanda è errata, superficiale ed inutile. Credo tuttavia che il tentativo di creazione di un sistema categoriale indipendente dalle Scritture ebraico-cristiane sia iniziato, ma tutt’altro che terminato. Sembra che le grandi categorie culturali ebraico-cristiane continuino a determinare il nostro modo di pensare anche se l’empirismo della scienza e della tecnica, e i modi di vita di grande quantità di persone (siano questi modi di vita connessi con la diffusione di una cultura tecnico-scientifica o no) sembrano usciti da qualche tempo dalla cultura cristiana. La situazione attuale più dinamica nelle scienze umane è quella rappresentata dalla storia comparata delle religioni e delle culture, una storia comparata che però anch’essa nasce alla fine del XVII secolo…..? 

Si professore. Questa revisione…è una strana confessione !

Marco, non tirare conclusioni anche tu, senza aver compreso il tutto!  gli studiosi del  cristianesimo dicono che un risultato finale di questo processo non c’è!. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito!.

Tu, amico mio,  devi prendere atto di quanto giustamente dicono e credono!.   Sappi che essi credono, però,  così,  sulla base di una lettura latina occidentale di un testo paolino, incerto, e come messaggio e come datazione e come scrittura! Infatti nessuno  oggi può dire in coscienza che si  tratta certamente di  una Lettera di Paolo  ad una  comunità di giudei e di christianoi, romani, numericamente inconsistenti, in mezzo ad oltre un milione di pagani, in epoca neroniana!? E’ impossibile la datazione della Lettera ai romani! Neanche si può attribuirla con certezza a Paolo civis tarsense, legato per famiglia con gli erodiani! 

Questa  lettera la si data in questo modo,  perché in Atti 20,2 – scritti probabilmente dopo il 94 d.C.- si parla di un Paolo che parte per Gerusalemme, con la colletta  fatta in Macedonia e in Acaia, avendo già il disegno teologico e storico della redenzione, consapevole  e che la legge mosaica sia esaurita con le sue norme e le sue opere,  in quanto sostituita  dalla fede nel Christos venuto, in una giustificazione generale  e in una conciliazione katholikh/universale!. Quindi sembra che la lettera sia stata scritta prima del 50 d.C., dopo  che Paolo ha fatto la colletta in Acaia e in Macedonia. E’ possibile che a così in breve tempo, dopo pochi  anni dalla  morte di JEHOSHUA,  maran aramaico, messia, sia stato elaborato  un tale progetto  quando ancora non esistono  i vangeli  in greco -cfr.  I vangeli  www.angelofilipponi.com -?

Non è più probabile, professore, che tale disegno  sia di una scuola, come quella di  Clemente e di Origene  in Alessandria, del  secolo  successivo, dopo qualche ventennio a seguito dell’annientamento  della radice aramaica di Shimon Bar kokba  dopo il ridimensionamento del giudaismo ellenistico mediterraneo,  ora ricollegato con le forme cristiane antiochene – impegnate nel recupero del messia aramaico risorto ed asceso al cielo, centrale nella formulazione divina dell’ uios-logos,  e di uno Pneuma di Dio Pater, in senso trinitario – insieme a christianoi efesini, uniformati al pensiero visionario ed  apocalittico di Giovanni discepolo di Cristo e a quello di Giustino, palestinese Secondo me, Mauro Pesce e  i  professori universitari con  le loro  formulazioni rimangono  su una  logica esegetica ebraica, farisaica, poi divenuta tipica espressione di una revisione protestantica, su di un piano di predilezione paterna  divina per un figlio, a seguito di una scelta agostiniana (Expositio quarundam propositionum ex epistula ad Romanos 13) antipelagiana, geronomiana, della tradizione latina, anche se si parla di revisione e di inizio di tentativo di creare un sistema categoriale indipendente dalle scritture, in una coscienza dell’ebraicità di Gesù, indistinta, comunque,  nella figura umana aramaica da quella divina, successiva, ellenistica!

A mio parere, Marco,  la via è un’altra: dobbiamo aprire gli occhi e vedere se esiste davvero, senza parlare genericamente e generalmente, e procedere  specificamente, metodologicamente,  dopo avere ricostruito  testo, cotesto e contesto,  esaminato storicamente e geograficamente in determinate reali situazioni, quella  della costituzione di un  didaskaleion alessandrino,  in epoca antonina, utilizzato, poi, per la predicazione  della khreestotees  cristiana nel terzo secolo ed, infine, sfruttato  sotto Costantino e specie  sotto Teodosio  con i padri cappadoci. Allora, forse,  la lettera pseudopaolina  potrebbe evidenziare col disegno  libertario individuale una legge mosaica esaurita nelle sue norme ed opere,  a causa delle venuta del Messia Jehoshua, Aramaico,  assimilato alla  figura di  Iesous  morto, risorto ed asceso al cielo, in una fusione confusa/sugkrisis-sugkhusis di malkuth e di basileia, di Regno  aramaico con Regno ellenistico, di musar e  di paideia, sulla base della lettura di Origene, che rileva  la sublimità formale paolina!

Forse, così, professore,  si comprende lo stupore di Erasmo da Rotterdam  che parla di ossimoro-  ordo confusus, romano  paolino,  prima di rassegnarsi nella lettura  idealistica religiosa,  conscio di essere sulla linea stessa  letterale di Teodoro di Mopsuestia e di Giovanni Crisostomo! Allora forse si comprende  il giudizio di Lutero che considera la lettera paolina  il vangelo più puro per una teologia dogmatica- considerato il suo pecca fortiter, crede fortius-!

Marco, stai mostrando un Gesù christianos,  non un Gesù aramaico, quello che noi conosciamo, seppure a frammenti,  tramite  i 41 papiri e i 4 codici onciali  del lII-IV secolo!-

Io ritengo  da vecchio studioso, senza titoli, – conscio di sapersi tenere lontano dalla lettura alessandrina e da quella bizantina- che  si tratta,  invece, di un problema di testo e quindi di rifiuto del textus receptus e della necessità di un’altra lettura, neutra, tra codice  sinaitico e il codice vaticanus! So che così appaio un vecchio-bambino, libero, comunque,  di pensiero, ma uomo, ottuso nella ricerca laica, del tipo di Samuel  Prideux Tregelles!

Chì è ? professore

E’ un lettore biblico -1813-1875-  ritenuto ortodosso! E’ uomo  che, pur debilitato da varie vicissitudini, rimane  impegnato, nel suo credo, come un monaco,    in senso cattolico, interessato solo al successo della Chiesa!  Marco, comunque,   mi sembra utile, concludere,  col commento di  Ambrosiaster  circa la lettera ai romani, 5,14 sg: chi non  può valersi di una propria autorità  per prevalere,  adultera il dettato della legge per affermare la propria interpretazione,  quasi fosse il dettato della legge, tanto da fare apparire una prescrizione non della ragione ma dell’autorità Per me bisogna meditare a lungo sulla frase finale riassuntiva: molto è stato cambiato  al fine di riferirlo e portarlo  al pensiero umano, così che le lettere  contengano ciò che pare all’uomo! Io invece, giudico vero ciò che segue la ragione,  la tradizione e l’autorità!

 Il mio io,  caro Marco, potrebbe essere  proprio di chi sa solo di aver lavorato,  facendo storia cristiana, dopo lunghi anni spesi, senza guadagno,  per distinguere  le varie forme di giudaismo, i due regni  tra loro,    la musar e la paideia, dopo periodi, dedicati alla traduzione  delle fonti, cosciente di essere  uomo che, non avendo certezza di niente, è  anche pronto all’ ascolto,  come discepolo,  di un altro, che  può essere avanti nello …studio, desideroso dell’amicizia altrui! .

Professore,  io la seguo nel suo pensiero  di un Gesù vero ebreo, diverso da quello paolino cristiano, fusosi poi con  quello alessandrino del II e III secolo d. C.,  poi latinizzato, e distinguo  il battesimo sul Giordano con acqua da quello con fuoco, proprio  degli pneumatici  e dei mandei. Per gli altri cristiani  i due battesimi sono la stessa cosa, come se  non esistesse la  divisione tra i seguaci di Apollo e quelli di Paolo, Aquila e Priscilla, come se  gli aramaici e i mandei non fossero rimasti fedeli al loro battesimo,  gli uni  fino alla sconfitta  di Shimon bar Kokba e i secondi fino ad oggi!

A mio parere, professore,  i nostri interlocutori credono perché lettori latini che conoscono,  in superficie ,  la storia dei Mandei, un popolo che venera ancora come Dio lo stesso Giovanni il Battista, che battezzò con acqua  il nostro Gesù, il giudeo di galilea, aramaico, poi messia del suo popolo, crocifisso dai romani!

Mi sembra che tu conosci bene i  Mandei oggi stanziati in Iraq e in Iran, credenti in Giovanni Battista, che nel periodo  di Caligola e di Claudio  accolgono i giudei aramaici dispersi dai romani e li nascondono  in una loro comunità  ad Harran e in altre In Perea, convinti di avere lo stesso ed unico principio di luce e di doversi opporre al maligno come il tentatore,  principio del male, signore delle tenebre!  – Parlai di loro , una volta, con  Mario Pincherle, un uomo di grande intelligenza  e preparazione, inascoltato come me,  dai dotti professori universitari- e perfino da  Costanzo-  tanti anni fa, nella sua villa, a Palombina ! –  Nel  III secolo d.C.,  essi si allineano al pensiero di Mani (216-277 ), pur conservando il battesimo di Giovanni  e il suo culto divino!.

Professore, lei ci ha parlato di un Gesù non morto e di una successiva  esistenza per altri circa  25 anni, vissuta forse in incognito tra  i mandei, che  col fratello Iakobos e gli altri aramaici non possono accettare il battesimo di fuoco  del Paraclito, perché come eletti  e puri attendono il lento e graduale processo di smaterializzazione e di progressiva spiritualizzazione, che avviene nel corso della storia,  non miracolosamente,  ma con il proprio retto agire, inteso  a migliorare  se stessi e gli altri, che sono solo popolo, che crede ed  ascolta  la parola messianica.

Marco, tu vuoi sapere se, in epoca di Claudio  – che proprio nel 44 , ha smantellato il sistema  religioso dei druidi,  cancellando  la loro reazione al culto divino imperiale augusteo, con la conquista della Britannia ed annullando anche la pretesa religiosa elettiva  aramaica, con l’editto agli alessandrini! – i mandei e i rifugiati aramaici  accettano il pensiero paolino di morte e di resurrezione del Christos e la discesa del Paraclito? Vuoi sapere questo. Bene Ti rispondo a cuore aperto. Non credo che  quelli che poi saranno manichei,  possono accettare la predicazione del cristianesimo paolino,   ma certamente  rilevano la via della spiritualità e della purezza pneumatica,  sciolta, però, dalla discesa del Pneuma Agion, la cui azione è già tra loro come  purificazione personale tipica del loro corso  di vita ascetica, per come ce lo descrive Agostino -che fu manicheo-!

Allora, professore,  come si spiega la conversione di Apollo ad opera  di  Aquila e Priscilla  ad Efeso,   che  come Paolo  credono ad un battesimo di fuoco e  mostrano la differenza da quello di acqua,  giovanneo, tanto caro a Jehoshua cfr. Atti degli apostoli, 18,26-?

Marco, per Luca, scrittore di Atti, opera scritta almeno cinquanta anni dopo la costituzione dell’ ekklesia antiochena, è ormai una norma  christiana il battesimo come manifestazione del Paraclito.

Professore,  è prova di quanto dice il fatto che la sede di Efeso risulta non sicura  per Luca perché i due coniugi, artigiani,  sono costretti a  tornare a Corinto,  a seguito dei  tafferugli efesini ad opera  dell’argentiere Dionigi ed altri artisti che vivevano col commercio di statue  e di immagini. Luca, che scrive agli inizi dell’epoca antonina, conosce l’accaduto e la stessa distruzione del Tempio gerosolomitano  e la nuova situazione efesina postdomizianea!

Marco, Aquila e Priscilla  già erano stati cacciati da Roma da un editto di  Claudio tra i 49 e 50,  quindi,  i due vivendo un momento di persecuzione proprio perché facevano proselitismo, vietato dall’imperatore, e si fermavano in località dove operavano come sconosciuti (Corinto e,  poi, Efeso)  rimanendovi anche nel periodo del quinquennio felice -54/59- neroniano,  – in cui  il decreto sul proselitismo sembra meno vincolante, rispetto al rigore iniziale imposto della legge-.

Professore, se Jehoshua  non era morto ed ancora viveva, come avrebbe potuto  considerare il cambio di battesimo, ad opera di christianoi?

Su un dato storico incerto- attualmente quasi improponibile data la mancanza di prove reali,  come quello della non morte e non  resurrezione di Gesù –  tu chiedi come un aramaico, educato secondo legge e battezzato secondo il rito giovanneo, in un momento di stasis rivoluzionaria e di condivisione della ricchezza templare tra  suo fratello Jakobos e il governatore giudaico,  possa pensare dei christianoi – quelli che hanno tramutato, nel suo nome grecizzato, il suo regno terreno in uno celeste, secondo il muthos ellenistico, quelli che, credendo nella sua resurrezione e risveglio dai morti, lo hanno divinizzato e creato una religione! – quando Porcio Festo, inviato da Nerone,  trova la Giudea in rivolta e i ribelli  che  incendiano e saccheggiano i villaggi, che pagano regolarmente le tasse ai romani  ( cfr. Ant. Giud.,XX,185) in un  quadro, in cui sono chiari  i prodromi di guerra!? Gesù aramaico, aramaicamente non può non essere   tra i rivoltosi, contro Roma,   e neanche non può non considerare  farneticanti le letture mitiche cristiane, opposte a quelle divine, monarchiane, di un solo Dio!  Ritengo che permanga in lui l’odio per i romani che hanno fatto l’eccidio di Alessandria  alla morte di Drusilla,  sorella di Caligola  divinizzata come Panthea, che  sia indignato e pianga come  Filone, per l’ordine caligoliano di profanazione del Tempio  a causa della  collocazione del  colosso imperiale nel Debir e di deportazione di tutti i  giudei in caso di rivolta, che abbia gioito barbaricamente per la sua morte  voluta dall‘ira di Dio  e forse accettato inizialmente  Il regno di Claudio e il suo editto, la nuova amministrazione dei governatori romani, compromessi col fratello Jakobos, che, dati i suoi meriti di condivisione delle entrate  del tempio  e  considerata la  sua giustizia, garantisce uno stato  pacifico civile in  Gerusalemme con gli esseni,   che condividono  il potere  sacerdotale insieme con i sadducei, autorizzando il regolare flusso dei fedeli adiabeni e mesopotamici, parthici  oltre a quelli  romanizzati del bacino del  Mediterraneo ed asiatici e siriaci, alla città santa, e  i consueti  annuali sacrifici, specie pasquali, fonte  comune di ricchezza  e per il sacerdozio e per Roma!. Il messia, ora in incognito,  rimane un battezzato da Giovanni che vive lontano dal banditori del messaggio paolino, eretico per un vero ebreo, che riconosce l’albero dai frutti e che  fa opere  a dimostrazione di una scelta sublime, mosaica, non pneumatica! 

E’ la normale linea degli aramaici della  Chiesa di Gerusalemme  che resta incontaminata e pura secondo Eusebio fino alla galuth adrianea  e che poi è rifondata secondo i criteri non della musar ma  della  paideia greca!

Per lei, quindi, professore, la  comunità di cui si  parla in Atti degli apostoli  (4,31-37 e 5,1-10)   circa la mirabilie unione di christianoi , è aramaica,  non cristiana  romano-ellenistica modificata  in forma  ecclesiale in Efeso, Antiochia, Alessandria dopo la fine del giudaismo aramaico?

Marco,  i chrystianoi non hanno una svolta  decisiva dopo la distruzione del  Tempio, ma dopo  l’impresa di Shimon bar Kohkba,  quando cominciano ad attirare sempre più i  giudei  ellenistici,- dai quali, comunque, inizialmente si sono già separati- e li  accettano per le  preghiere comuni ancora al sabato, estese anche alla domenica/ hmera kuriakh,  convincendoli  con l‘eleos, inteso aramaicamente come tzedaqah, invitandoli  anche alla frazione del pane (Atti 2,41-47).  

Professore dobbiamo, dunque, chiarirci che uno è il percorso aramaico ed uno quello christianos!

 Marco, attualmente, in relazione alle fonti, a noi tramandate, tutto è confuso : non si è mai certi di niente  e le distinzioni stesse  anche da noi fatte  non possono definirsi esatte. Il cristianesimo primitivo  è un  fenomeno impossibile da decifrare  in quanto è una matassa ingarbugliatissima, inestricabile,  un ‘ informe poltiglia  bollente in un calderone  dove sono state messe  a cucinare dal tempo  miriadi di  culture   non più identificabili  nemmeno per sapore sapienziale, perché componenti che si sono fuse  e confuse  nella cottura secolare  dal fuoco temporale : tutto (il mondo sumerico -accadico, quello  assiro-babilonese, medo- persiano, ellenico –  macedone, giudaico, latino  e romano -ellenistico) è  christianos,   un groviglio  culturale misterioso, destinato  a rimanere un enigma impenetrabile!

La riduzione  ad una sola religio, quella catholika, ha complicato ulteriormente il mistero col Concilio di Nicea, prima, con Costantino e, poi,  con quello di Costantinopoli  con Teodosio, data la volontà imperiale  occidentale di dare un unico credo cristiano all’impero pagano romano,  con  un solo imperator ed un solo pontifex maximus,  e di riunire  in sé il profano e il sacro,   il corpo e l’anima, il tempo e l’eterno

Che bravo Costantino, il figlio di Elena, la donna illegittima di Costanzo Cloro,  tredicesimo apostolo, vivente, sovrano e sacerdote di un Dio Sebaoth/ signore degli eserciti, nikeths! 

Certo il cesaropapismo costantiniano – che ha come emblema la Nuova Roma , Costantinopoli- e la riunificazione dei tanti  credi cristiani, nonostante l’opposizione di Ario – poi vincitrice per quasi un cinquantennio – sono  fondamentali per  una pacificazione  generale  religiosa dell’impero romano, definitivamente voluta da Teodosio, che  autorizza, comunque,   con la sua  divisione finale  in impero romano di Occidente, affidato al figlio Onorio  e  in quello di Oriente ad Arcadio, il travaso culturale,  sulla base del  comune diritto latino, con  la  latinizzazione del  fenomeno cristiano, nato ellenistico, seppure da una radice aramaico-giudaica!

 

 

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Ponzio Pilato e il Malkuth aramaico messianico

Iscrizione di Anonimo ascolano MDXXVIIII

Chi po non vo, chi vo non po; chi fa non sa, chi sa non fa/  Et così il mondo male va!chi può non vuole, chi vuole non può; chi fa non sa, chi sa non fa. E così il mondo va male!

 

Professore, noi sappiamo che Gesù si fece sorprendere da  Ponzio Pilato, mentre era armato e con seguaci, davanti a Gerusalemme!

Marco, tu  ti  riferisci  a quanto ho scritto, parlando di Robert EISLER in Ihsous Basileus ou Basileusas, che  ipotizza un archetipo aramaico (o uno greco dal Titolo Alosis toon Ierosolumoon), di cui ci sarebbe traccia nella traduzione di Guerra giudaica, in lingua slava.  Tu ti ricordi che in essa, tra l’altro, si dice che i gerosolomitani, vedendo la potenza di Gesù, che era nel Getsemani con 150 armati e con molto popolo, gli chiesero di entrare in città, di massacrare le truppe romane e Pilato, e di regnare, ma lui non se ne curò; allora Pilato, informato, lo prevenne … e lo prese.

Si, professore, io mi riferisco a questa frase, ma sapendo dai Vangeli di un’entrata trionfale in Gerusalemme di Gesù, ragiono che i fatti non accaddero così! Anzi, ritengo vero il contrario che, cioè, avvenne,  invece, che Gesù fece l’impresa messianica militare con l’aiuto di Areta,  re di Petra e di Izate  re di Adiabene  e  di Artabano, il re dei re, dal  quale ebbe il titolo di maran/ Basileus , e che, quindi, conquistò la città Santa e il Tempio e stabilì il Malkuth, federato col regno parthico, avendo avuto l’appoggio militare del popolo, che spalancò le porte!. Si suppone  perfino che Gesù massacrò la guarnigione romana della Torre Antonia, favorito anche dal tamias e dallo strategos  templare, che aderirono all’impresa messianica!. Ci fu, quindi, il distacco  del territorio giudaico dalla Siria (la Iudaea  ne era una sotto provincia, dal 6 d.C!.)  e da Roma, con proclamazione del Regno e con l’unzione del Messia da parte del sacerdozio essenico, subentrato a quello sadduceo!.

Marco, il tuo ragionamento è frutto di una personale ricostruzione  dei fatti, che non ha basi reali storiche, ma solo una coerenza logica, derivata da una coscienza di non integrazione degli aramaici con la classe dirigente sacerdotale ed erodiana filoromana, profondamente ellenizzata da tempo!  Io lo condivido e lo ritengo  giusto perché gli aramaici, essendo ancora fautori della dinastia  asmonea, non si erano integrati  con i giudei ellenisti, non rispettavano i sadducei filoromani  ed erano ostili ad Erode Antipa, tetrarca   di Galilea e Perea e a Filippo tetrarca di  Traconitide, Auranitide, Paneas, Batanea  ed altre regioni! Dalla traduzione di Antichità giudaiche di Flavio  mi deriva,  inoltre, la certezza che gli aramaici, rifiutando l’ellenizzazione sadducea  e quella alessandrina,  costituiscono un enclave  mesopotamico, irriducibile nel rigore fideistico legalistico,  ancorato alla lingua, fede e stirpe comune, in quartieri di Gerusalemme stessa e in punti chiave della Iudaea, in  specifiche  zone dell’Idumea e  del deserto giudaico, oltre che in Galilea e  Perea  ed in Iturea –   e sono  puri integralisti, pronti alla morte- nonostante il precedente buon governo di Erode il grande, filelleno,  anche se i primi prefetti, fino a Ponzio Pilato, non hanno mal governato, in nome di Roma –  poiché hanno approfittato delle occasioni  di repressione romana  militare e fiscale,   e soffiato  sulla situazione  critica degli operai e  dei servi agricoli del  tempio, sulla  condizione declassata economica  del basso e medio clero, avendo il potere romano imperiale privilegiato  l’amicizia dell’alta casta sacerdotale  e degli erodiani!

Quindi, professore,  si può affermare che in Iudaea  l’alta classe sacerdotale e  gli erodiani – che   sono stati limitati, comunque,  nel potere e parzialmente sostituiti, essendo stato esautorato Archelao nel 6 d.C.-  essendo  già ellenizzati e romanizzati, godono dei vantaggi di essere cittadini romani, partecipi  della gestione templare  e dello sfruttamento stesso  delle  classi popolari filoparthiche, vessate   e gravate da  tributi, riscossi dai milites e dai pubblicani, in quanto la choora  era stata censita da  oltre un trentennio! Posso anche aggiungere che  essi   seguono, dopo la morte di Seiano,  il  messaggio di Salvezza  del Messia, avendo avuto il battesimo sul Giordano da Giovanni e  posso sostenere che  l’impresa di Gesù, messianica,  avviene perché il popolo aramaico non si è integrato, nonostante il censimento augusteo,   dopo quasi cento anni dalla presa del Tempio di Pompeo nel  63 a. C ?

Certo,  Marco, l’impresa messianica di Gesù  avviene in un momento critico per l’imperium romano, quello della morte di Elio Seiano, 18 ottobre del 31 d.C. , durante la reazione tiberiana alla politica orientale  seianea, che aveva  provocato gli animi di uomini,  mai domi nel loro integralismo religioso, sempre pronti alla rivolta/stasis, convinti di avere un solo Signore, celeste, ed un solo padrone, non mortale, quotidianamente pregato con lo Shema, fiduciosi nella sua assistenza paterna:  la politica imperiale di attendismo e di non intervento immediato illuse gli aramaici che, pensando di approfittare  di una  pur momentanea impotenza romana, cullarono il sogno di redenzione e  di liberazione, nella speranza della cacciata definitiva dei soldati romani, che arrogantemente calpestavano il suolo sacro della  patria e  profanavano con le armi Gerusalemme e il Tempio,  feudo divino, centro in cui palpitava la presenza stessa di Jhwh!.

Dunque, professore, tutti i tentativi di  conciliazione di circa un secolo di politica di democratizzazione, di koinonia  e philanthropia romano- ellenistica  non erano stati  stati sufficienti perché la cultura aramaica, musar, aveva  intatti  i centri di predicazione nelle sinagoghe e nelle sedi degli esseni e dei farisei, che, invece,  bandivano il formalismo  sadduceo  e il cerimonialismo sacrificale  templare, fonte di ricchezza  per l’alto clero e per i romani  e preparavano   rivolte /staseis con una cadenza quasi quarantennale,  fiduciosi nella presenza ed  aiuto  del Signore, che aveva stabilito di inviare il Messia, come detto dai profeti, che  era attivo,  essendo  già venuto, secondo l’annuncio di Giovanni il Battista.

Le azioni di Ponzio Pilato, dettate da  Elio Seiano,  erano state una sfida all’integralismo giudaico aramaico, che si era ricompattato e riconnesso  con tutti gli altri giudaismi aramaici della Provincia di Siria e con quelli adiabenici,  peraico- galilaici, solidali con quelli nabatei, ed era esploso con la manifestazione entusiastica  messianica,   facendo traballare il potere degli erodiani tanto  che Filippo e   Erode Antipa si erano asserragliati rispettivamente nella fortezza di Masada e  Macheronte.

Ora la proclamazione ufficiale del Messia da parte essenica  e la sua trionfale accoglienza in città,  nella Pasqua del  32 d.C.,    sono atti che sottendono la piena padronanza di Gerusalemme (città alta  e bassa)  e il controllo  del tesoro del Tempio e di tutta la popolazione anche dei  giudei ellenisti,  sopraggiunti per  la festa. Ponzio Pilato, quindi,  non potendo intervenire  in nessun modo, perché relegato a Cesarea, probabilmente venne  a sapere della capitolazione della Torre Antonia e della strage  dei romani, che sorvegliavano il tempio, dopo il cambio di costituzione sinedriale,  cittadino, non più dominata da sadducei e da erodiani,  ma da farisei, esseni  e popolo, in rivolta, credenti nel Messia, predicanti che era giunto il momento  dell’ira divina.

Professore, anche Pomponio Flacco, governatore di Siria fu sorpreso dall’ avvento  del Messia in Gerusalemme?  Gli erano sfuggiti i controlli delle truppe di cavalleria di Izate e quelle di   Artabano che erano già avanzate in Commagene,  per  cui tardivo fu il suo intervento per frenare la cavalleria catafratta parthica, che,  al solo vederla, aveva terrorizzato i milites,  che si diedero alla fuga in Cirrestica. Per questo i rivoltosi delle  tetrarchie erodiane poterono fondersi   con quelle nabatee ed idumee,   in appoggio al Messia, che avanzava, come in processione,  chiedendo la resa delle singole città, prima di fermarsi davanti alle porte, chiuse, della  città santa,  ancora incerta sulla sua adesione: l’arrivo del supporto anche della cavalleria sebastena samaritana, passata dai romani alle forze consociate messianiche  e l’unione  fraterna con le altre truppe  indussero i gerosolomitani,  incerti, alla resa e  all’apertura  delle porte, dopo aver cambiato il governo della  città! .

In conclusione,   Marco, si può dire che  l’impresa messianica   avvenne perché al momento  le forze romane non avevano alcun collegamento, ma erano sparse  o bivaccavano convinte delle avvenuta integrazione culturale  della  Siria ed anche della  Iudaea, ormai ellenizzate  e  viventi secondo i costumi romani. Invece  il Messia aveva fatto esplodere  la comune fede legalistica  e il desiderio di libertà comune a tutte le popolazioni  filoparthiche,  transeufrasiche,  ed aveva dato unità  alle tante tribù, inneggianti a Dio e al suo Inviato  tanto atteso  per l’instaurazione del Regno dei Cieli,  che avrebbe sterminato gli eserciti romani e i loro simboli pagani.

Il fenomeno messianico  fu di breve durata e durò il tempo necessario a Tiberio per stanare i fautori di Seiano a Roma e nelle province e  per riorganizzare la riconquista della Siria e della Giudea,  di riordinare gli eserciti e di inviare un comandante abile come Lucio Vitellio, col mandato di fare trattati con i  re caucasici, di invadere con loro  la Parthia settentrionale e di esautorare il re dei re, di punire con la morte Areta IV, socius traditore, – che, entrambi avevano fomentato disordini e provocato rivolte, col messianesimo,  per ampliamenti  territoriali,  sulla base  di un vecchio  diritto alla eredità seleucide-. Ristabilito l’ordo provincialis, crocifisso il Messia, accolto per ben due volte in Gerusalemme il governatore di Siria dal nuovo Sinedrio, costituito ora da filoromani sadducei ed erodiani, si celebra dapprima  la Pasqua del 36 d.C. in un clima di amnistia e di generale pacificazione, poi quella del 37 d.C.  per festeggiare l’annuncio  della salita al trono di Gaio Germanico Caligola, il neos sebastos,  che  inizia  un kronikos bios, un’era saturnia   nel tripudio universale di Roma, dell’Italia e delle province.

Lei, ha mostrato in La morte di un Dio che non la crocifissione e morte  del Messia ha valore nell’epoca, ma  l‘era saturnia iniziale del regno di Caligola con  la sua neooteropoiia ed ektheoosis e con lo stupore  dei contemporanei per la sua morte!?

Certo, storicamente è vero questo, non la costruzione successiva christiana antiochena, tipica espressione  del pensiero di un civis Romanus, Paolo di Tarso, un sincretico visionario, celebrante la mitica morte e resurrezione di un eroe nazionale aramaico,  ripresa in epoca antonina,  nelle  sedi di Efeso e di Alessandria, in un un clima teorico  medio platonico e gnostico per la formazione  di un‘ecclesia, imitante strutturalmente  quella aramaica,  ellenizzata,  grazie al  magistero di uomini come lo pseudo Giovanni evangelista apocalittico, Panteno,  Clemente alessandrino ed Origene, che diffondono il nuovo vangelo, greco, basato sulla paideia, propria  del didaskaleion alessandrino,  sul dogma dell’ Agia Trias, sulla redenzione umana ad opera del Christos-uios, logos, inviato dal padre /pathr, secondo l’oikonomia divina   dello Pneuma/spirito!.  

Marco,  essendo falliti i tentativi nuovi aramaici di stasis in Giudea  –  avviata già  con Claudio ad una normalizzazione religiosa alla pari di ogni altra etnia, obbligata a vivere conformemente alla lex romana, che impegnava ogni popolo al rispetto e timore del  proprio dio, senza derisione per il credo  altrui,  dopo gli interventi traumatici e tragici di Caligola – già assimilato a  Zeus olimpio, desideroso di un culto divino uniforme in tutto l’impero, in Occidente e in Oriente – in Alessandria,  minaccianti annientamento etnico  per la provincia giudaica- in caso di  opposizione  aramaica all’ordine di installare il suo colosso nel  Tempio di Gerusalemme- la nuova costituzione della prefettura di Iudaea  era anch’essa un provvedimento provvisorio, data la natura stessa dell’integralismo aramaico, impossibile da sradicare!

Eppure, professore,  i romani  avevano   accontentato  i giudei  concedendo la veste sacerdotale  ad un ebreo, seppure erodiano, Erode di Calcide, nominato designatore del sommo pontefice! E  Claudio aveva fatto re di tutta la Giudea, ricostituendo l’antico regno di Erode il grande,  l’amico  e fratello di latte,  Erode Agrippa I,  anche se poi non lo aveva sostituito  col figlio, un adolescente di 17 anni, troppo immaturo per reggere un regno,  diviso tra filoromani ed antiromani , lacerato per gli odi religiosi al suo interno e non ben amalgamato con le altre popolazioni dell’impero, ellenizzate e ben  integrate! Comunque, Claudio prima e Nerone poi  sono decisi, seguendo la consulenza di  consiglieri come Vitellio e Marso, e di altri come Corbulone, a sradicare  il cancro aramaico,  facendo una politica   di  graduale annientamento dell’etnia aramaica, secondo le direttive giulio-claudie, già fissate   da Gaio Germanico Caligola, – la cui morte, provvidenziale, aveva ritardato il tragico epilogo -, provocata continuamente tanto da indurla ad  abbandonare la strategia   della atavica guerriglia, ed andare ad una guerra suicida, come, di fatto, avvenne nel 66-73 d.C..

Finita la guerra e distrutto il tempo, sono  cambiati i vertici  ad opera dei Flavi,  che, divenuti con l’impresa giudaica  i  sooteres tou  kosmou,  mantengono  tutto il territorio, da poco riconquistato,  in una condizione di  pacifica  convivenza con le altre etnie limitrofe e coi Parthi, vincolati con trattati-  anche se  ora iniziano i rapporti e le collusioni  con l’elemento ebraico ellenistico della diaspora,  non più dominante  economicamente e finanziariamente rispetto ai greci e ai latini – e  sono costretti a frenarli e così facendo  li avviano ad una coalizione con i  fratelli correligionari aramaici,  sempre feroci oppositori al sistema romano,  specie, in epoca antonina,  con Traiano desideroso di romanizzare tutto il Mediterraneo, come  mare nostrum, che aveva ripresa la politica espansionistica anche in Oriente,  annettendo prima la Nabatea  e  poi invadendo Il regno dei Parthi, incurante  della generale opposizione  giudaica!

Allora, professore, la distruzione del Tempio  e la Galuth   sono due sequenze di una stessa tragedia, successive alla morte del Messia/ christos,  due momenti della secolare tragedia ebraica intervallati dall’episodio della guerra di Kitos che risulta evento  contemporaneo  alla invasione parthica traianea, come un altro fronte antiromano, per  favorire i confratelli parthici!  Ormai è vicino  l’epilogo  dell’ultima impresa  messianica di Shimon bar kokba e di Rab Aqiva,  lo sconfitto ed ucciso figlio delle stelle e il santo  maestro della legge, ultra novantenne, spellato vivo, con cui si  sancisce la dispersione definitiva del  seme giudaico con la cancellazione da parte di Adriano,  dei nomina stessi  di  Sion/Gerusalemme  e di Giudea, divenute  rispettivamente  Aelia Capitolina e Palestina,   e con lo sterminio di massa, ultimo atto dell’eccidio di circa un ventennio prima di giudei ellenisti ciprioti e  cirenaici, ribelli a Traiano e rei di efferati delitti contro gli altri isolani e i corregionali afri?

Professore, lei ha mostrato facendo ricerca storica, la vera figura aramaica di Gesù ma non ha potuto  neanche avere la soddisfazione di un riconoscimento ufficiale  da parte ebraica anche se  storici ed archeologi ora rivendicano  giustamente  un Gesù, vero ebreo! Essi dovrebbero, a mio modesto parere,  seguire le indicazioni di una lettura  aramaica, quella del Regno dei Cieli,  distinta da quella romano- ellenistica, del Regno di Dio, in un rilievo  del suo Malkuth a Gerusalemme, in una scoperta della vicenda umana e terrena  di Jehoshua  Messia, ben separata da quella  di un Iesous Christos Kurios,  un christianos, figlio di Dio,  unigenito uios patros, logos /verbum, upostasis  dell’ Agia Trias,   propagandata da pneumatikoi, che, ispirati dallo Pneuma,  operano mediante fede, non mediante opere  e credono così di salvarsi. 

Il Mondo va così per l’anonimo cinquecentesco ascolano, non degenere  seguace di Cecco d’Ascoli! Lei ha capito e scritto poiché ha tradotto direttamente fonti e specie  Antichità Giudaiche , Filone di Alessandria,  studiato i Vangeli, gli autori alessandrini e i cappadoci  e gli autori  bizantini  oltre a quelli  latini e ai padri medievali  ed ha allora scritto la vera storia di Giudea, rilevando un popolo che non poteva integrarsi,  data la sua fede in un unico Dio ed ha compreso che  due secoli non furono sufficienti per l’ellenizzazione di barbaroi, condizionati fin da bambini dalla predicazione essenica e da quella  farisaica sinagogale  e che lo stesso Augusto, pur abilissimo politico, si lasciò  ingannare  di potervi riuscire col Regno più che trentennale  di Erode il grande e con quello  dei suoi fedeli figli, filelleni! Lei, davvero, ha capito la Storia del  cristianesimo primitivo e l’ha scritta, facendo un’altra lettura in opposizione a quanto predicato dalla Chiesa Romana  cristiana, che certamente nel corso dei secoli ha evidenziato infinite contraddizioni  ed incertezze, dubbi,  nonostante la certezza dell’ assistenza divina e la  coscienza  di non poter mai sbagliare essendo ispirata dallo Spirito Santo!.

Marco, ho fatto quello che ho potuto nel  corso di una breve vita umana!  La chiesa cristiana non può non sapere, data che ha negli archivi  vaticani la maggior parte di testi antichi,  anche se frammentari, che una cosa è  la Storia aramaica di  Jehoshua  ed una cosa la storia ellenistica di Iesous Christos Kurios, ma non potrà mai dirlo perché  tradirebbe  il pensiero fondante  paolino, basato sulla theoria di  morte e resurrezione del MESSIA/CHRISTOS  aramaico, senza la quale non può  esistere il cristianesimo e tanto meno  può rilevare la crudeltà barbarica  del sistema aramaico  integralista, avendo parlato  per secoli di  Gesù, assimilato al martire aramaico, che predica  koinonia ed agape, che invita i discepoli a porgere l’altra guancia,  a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio  e  che desidera premiare  il povero  col premio eterno paradisiaco  se, però,  sopporta con pazienza il male naturale di vivere e i soprusi dei  potenti! Il mondo  è andato così e va ed andrà sempre così, Marco! Chi vince, giustifica politicamente il proprio potere,   ma  non può dire mai la verità/alhtheia, nascosta, anche se sa che non bisogna nasconderla!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il silenzio di Apollonio

 

 

Naturale silentium  deus, unus, audit sentitque

 

Lei ci ha parlato del silenzio di Apollonio di Tiana, ma non ci ha spiegato nemmeno perché segue il consiglio di Pitagora? Professore, in quale periodo, in realtà, Apollonio rimane in silenzio e dove? Noi sappiamo  la differenza che c’è tra  siopaoo  e sigaoo!  Bene. Il primo indica il non parlare, come sileo  latino ; il secondo indica  l’atto di cessare dal parlare  e stare zitto come taceo (opposto a  loqui, dìcere e fari)!. Lei ci ha mostrato, di fatto,  che seguire il silenzio di Pitagora è basilare per ogni uomo che aspira all’ascesi, in quanto  è il primo atto dopo l’erudizione nelle scienze encicliche,  dopo l’iscrizione tra i neoi degli efebi, ora politai!   Quindi abbiamo compreso che un filosofo completa la sua formazione  con la prova del silenzio:  infatti sappiamo quello che il tianeo risponde al suo maestro pitagorico Eusseno,  da lui ospitato in una sua casa di campagna,  che gli chiede di scrivere su quanto gli dice il Dio, che è in lui e lo ispira:  come posso pensare a scrivere, senza prima aver fatto la prova del silenzio?

Dunque, per Apollonio, come per Pitagora, come per ogni contemplativo  il  primo passo  per una comunicazione  proficua con gli altri, scritta o orale,  coincide con  la scoperta del mistero del silenzio, che è esercizio di conoscenza  del numero e del valore della parola, in quanto fa aprire gli occhi nell’abisso dell’animo e scoprire l’io profondo, naturale, prima di iniziare la  missione di educare gli altri, mediante logos? E’ questo,  professore, quello che esige Pitagora per i suoi discepoli, imponendo una sottomissione assoluta al silenzio. come dovere di concentrazione dell’anima su se stessa, per la comprensione della doctrina, naturale?

Marco,  io so solo che Apollonio  si astiene dal parlare  e si chiude in un mutismo per cinque anni -anche se Pitagora oscillava tra un tempo di due anni a cinque- e che sceglie la zona di confine tra  Panfilia e Cilicia  e cessa il silenzio dopo l’episodio di Aspendos e che gli anni sono quelli del principato di Caligola e dell’inizio di quello di Claudio, epoca in cui un limos devasta la zona.

Professore, questo limos  è una spanositia, – di cui si parla nello stesso tempo e quasi nella stessa zona e nel bios  di Apollonio di Filostrato  e  in Atti degli apostoli dello pseudo Luca – di una mancanza di frumento, di una carestia,   che preoccupa i governatori, incapaci di frenare chi fa incetta e tiene il cibo in magazzini,  sorvegliati,  affamando  il popolo che lo cerca negli emporia,  supermercati delle città e della stessa capitale di Siria. Gli Atti  trattano  della calata dello  Spirito Santo  ed anche  di una colletta  da parte dei Gerosolomitani per gli antiocheni,  fratelli colpiti tra l’altro anche da un terremoto, e dell’ opera di Paolo e di Barnaba e di altri. In questa particolare situazione di carestia  alimentare  e di pienezza di Spirito Santo  sorge  in Antiochia sull’Oronte la setta dei christianoi, forse nello stesso tempo in cui Apollonio vive, stanziato  già nel tempio di Apollo dafneo, avendo già terminato il suo silenzio quinquennale. C’è una qualche attinenza o rapporto  tra l’esigenza di radicamento templare di Apollonio e  quella di  diffusione della predicazione delle morte e resurrezione del Christos, il messia aramaico sconfitto, qualche anno prima,   a seguito della  millantata discesa dello Spirito Santo, intesa come battesimo di fuoco del  poliths christianos?

Marco, ciò avviene  non solo  a seguito della spanositia,  profetizzata da Agabo sotto  Claudio (41-54),  ma anche  per la necessità  di tenere riunioni nella metropoli siriana e  di  dare istruzione ad una grande moltitudine,  tanto da determinare la distinzione tra i vari  giudei antiocheni di una nuova setta di Christianoi-11,26- probabilmente fruitori unici della colletta gerosolomitana, inviati agli anziani  per mezzo di Barnaba e di Saulo -ibidem 28-. La testimonianza  di Filostrato,  datata tra il  37 /40 e 44,  sembra alludere ad un periodo successivo a quello del governatorato di Petronio  e all’arrivo di   Vibio Marso e alla sua politica antierodiana, tesa a ridimensionare l’opera del re Erode Agrippa I, possibile  alla sua morte e alla mancata successione del figlio  diciassettenne, immaturo a guidare una regione così vasta, che necessita  di una nuova costituzione   statale romana occidentale.

Per lei, dunque, professore,  in un momento così complicato si costituisce la ecclesia  dei christianoi, cioè dei seguaci  giudaico-greci del Christos, credenti nella venuta della Spirito santo e nella morte e  resurrezione del messia  aramaico, quando il pensiero gerosolomitano, ancorato al battesimo  di Giovanni  è già discorde da quello  giudaico ellenistico, nonostante l’aiuto finanziario e la colletta, raccolta in Giudea da uomini che hanno una comunità  di fratelli che condividono ogni bene,  avendo un deposito comune, con una unica cassa!.

Marco, se si è nell’ultimo periodo del regno di Caligola, mentre in Giudea e a Gerusalemme c’è il netto rifiuto sacerdotale e  popolare  al voler imperiale di installare entro le mura templari la statua del Neos Sebastos, con accettazione dello sterminio della  popolazione giudaica, ordinata al procuratore di Siria Petronio Turpiliano, bisogna ritenere con Filone – Legatio ad Gaium – che  c’è coscienza che la nave giudaica affonda, pur restando la fiducia nella salvezza ad opera di Jhwh, che si manifesta  subito con la morte dl persecutore e con il proclama di Claudio  agli alessandrini!  Dopo  questo mortale pericolo per la stirpe giudaica, mentre si attua  la  politica di obbedienza al  nuovo imperatore, che vieta il proselitismo, non è chiara l’attività predicatoria di un Paulus, civis romano che propaga il  pensiero di morte e resurrezione del  Christos aramaico, un ribelle crocifisso, come vita eterna per i credenti,   non solo nella capitale siriaca ma anche nel bacino  orientale del  Mediterraneo, dove i controlli imperiali dovevano essere continui, considerati i contrasti ideologici con i giudei aramaici sulla figura stessa del Messia!

Quindi, in tale clima  sembra che   Apollonio termini il  periodo del silenzio e  si chiuda nel santuario di Apollo daphneios, il tempio pitico per eccellenza,  simbolo stesso della  castità  sacerdotale, collegato al mythos di Dafne.

Professore, sembra che lei voglia vedere, da una parte, relazioni tra  la fine del silenzio e la scelta dello stanziamento templare del  tianeo e, da un’altra, rilevare  nel mito di Dafne, una vergine che preferisce all’amore di un dio e al suo amplesso  un radicamento arboreo naturale  come sfida  della natura vegetale  stessa alla divinitas che, comunque, consacra l’alloro come simbolo di gloria per i migliori tra gli uomini, segnalatisi per altezza di ingegno?!

Apollonio, ora  lettore dei segni del tempio dafneio,  secondo me, propaganda la Sapienza pitica  mediante la spiegazione dei logia  apollinei, naturali simboli vegetali,  mentre i christianoi, da parte loro ispirati dallo Pneuma agion, rivelano il musterion del Christos incarnato, uios del Pathr,  logos divino, crocifisso!

Allora, professore, lei mette in relazione  ispirazione divina con l’arte della divinazione e della medicina stessa, ambedue legate ad Apollo,  e quella cristiana pneumatica?

Marco,  per me,  dopo il silenzio, Apollonio  si dedica alla profezia e alla scienza divinatoria, come dimostra poi nel colloquio con Iarca,  in India: chi ama la divinazione diventa  per Sé uomo divino e  risulta utile servitore per gli altri. Infatti chi  conosce l’avvenire e lo fa conoscere al prossimo non on è forse un essere   potente e rassicurante come Apollo delfico? E’ necessario  che  chi lo consulta sia puro   sia ancora più puro il saggio che sa discernere futuro e  ne è il diretto augure  se vuole essere  chiaro nelle risposte  ed aver avere chiaroveggenza  ed ispirazione lucida per profetizzare, avendo cuore   innocente e  uno spirito  al riparo di ogni macchia,  sozzura e traccia immorale. Non per nulla Apollo è padre di  Asclepio che con la medicina guarisce avendo chiari i segni  le predizioni oracolari, le visioni  tanto da trasmettere medicine confezionate per ogni malattia e da conoscere le erbe  medicinali da indicare  i le proporzioni  per la preparazione delle pozioni  e dare  i rimedi  i contro i veleni  e i mezzi per tramutare anche le sostanze tossiche  tanto da avere un effetto salutare e trarre dal male il bene.

Quindi, professore,  il radicamento di un essere umano che si trasfigura in materia vegetale, perdendo la sensibilità animale snaturandosi , mantenendo, comunque,  un vita  vegetativa, diventa segno di una nuova  pulsione verso il cielo, di un’anima     che ha scoperto la necessità del confinamento, dopo l’errare del periodo di silenzio,  compagno di una  avventura  raminga animale: la struttura fisica umana  rimane come ombra nel  tronco arboreo le cui radici sprofondano nella terra  e i cui rami, come braccia alzate tendono al cielo, in una dimostrazione dell’avvenuta metamorfosi,necessaria !

Marco, l’episodio di Aspendos di un Apollonio che favorisce le plebi fameliche e  che denuncia i proprietari di emporeia probabilmente giudaici,  come affamatori,  pur mantenendo il silenzio, segna il  passaggio ad una nuova fase della vita del Taumaturgo  tianeo. Infatti Filostrato mostra le folle, in rivolta,  che  se la prendono col governatore regionale assediato, minacciato di morte, anche se attaccato alla statua venerata  di Tiberio, da una parte,  mentre, da un’altra,  indica Apollonio che  con precisi gesti dimostra l’innocenza del prefetto che, allora, confessa   i nomi e le ubicazioni dei depositi alimentari degli affamatori pubblicani, comunque,  risparmiati e salvati dall’ira popolare, grazie  al tianeo, che  trascrive su tavolette il suo pensiero, minaccioso verso chi non è conforme alla legge di natura:   la terra è madre di tutti; essa è giusta per tutti, mentre voi accaparratori di grano, volete che sia madre  solo per voi. Voi , se non cambiate, sappiate che non resterete più  a lungo su di essa!.

Dunque, professore, Apollonio che si confina nel tempio apollineo dafneio e si scioglie dal voto del  silenzio,  aprendosi alla divinazione  e all’ermeneusis dei logia delfici,  è anche lui, uomo ispirato divino, cosciente  di una nuova predicazione  di saggezza oracolare, come i christianoi, invasi e ispirati da  pneuma agion?!

Marco  tu  tiri  conclusioni,  anche quando fai domande, fiducioso nella tua intuizione, io, da storico, invece, ritengo   che il tianeo, pur concludendo il periodo di indottrinamento pitagorico naturalistico,  resti sul dato naturale secondo logica greca, mentre il christianos   va oltre l’umano e il naturale,  credendo in un’ investitura divina ad opera del Paraclito, poiché ha una missione di  proselitismo universale, di cui Paolo è il protagonista,  che rompe la struttura perfino giudaica  per una azione catholikh, secondo l’universalismo romano -ellenistico per una predicazione aperta anche agli etnikoi. Apollonio  è fermo al logion oracolare dopo la maturazione avvenuta  nel silenzio e nella sistemazione pitagorica del mondo fisico  e nella parola indagata,  esaminata, studiata, meditata ma non pronunciata,  in quanto ancora  inattiva, essendo non compresa nel suo reale significato comunicativo, ma solo in quello proprio dell’ oracolo, lui,  essendo uomo puro  e celibe, che vive in povertà, seguito dai suoi sette discepoli,   risulta ormai dedicato al dio, unico capace di ascoltare e sentire davvero il messaggio naturale.

Quanto diverso il suo silenzio da quello dei gimnosofisti, degli stessi contemplativi terapeuti ebraici  e da quello dei seguaci della Grande Madre  e di Christos, pieni di Agion Pneuma, arsi dal fuoco divino!

Marco, è un’altra via verso sophia/ sapienza!

 

Gesù un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos!

Ho,  da decenni,  sostenuto, Marco, che Gesù fu un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos e mi sembra di aver ben dimostrato la sua cultura e la sua adesione al fariseismo ed essenismo, nel periodo di regno messianico (cfr. Gesù, meshiah aramaico, methorios,  politikos).

Dunque, professore, chi oggi parla e riconosce come vero ebreo il Gesù cristiano dovrebbe riconoscere la validità delle  sue risultanze storiche, studiando attentamente ogni parte  del suo lavoro circa il Malkuth ha shemaim  e  circa il regno di un quinquennio (32-36 d.C.) cancellato dalla repressione  romana tiberiana,  con l’impresa militare anti parthica di Lucio Vitellio!

Certo, Marco, tutti quelli che, oggi,  rilevano la figura umana  di un Gesù vero ebreo, devono anche  ammettere  quanto da me scritto sulla distinzione tra  Regno dei Cieli e Il Regno di Dio prima,  sulla guerra tra la cultura aramaica (musar) e quella romano-ellenistica (paideia), durata due secoli, poi,  e sulla metamorfosi, infine, della  figura di Gesù,  eroe  aramaico crocifisso, divinizzato secondo il sistema delle ascensioni ebraico e quello mitico  romano ellenistico, pitagorico -platonico,  avvenuto  nel Didaskaleion di Alessandria, nel periodo antonino-severiano, in un delicato momento di strano  equilibrio  tra accettazione barbarica  ad opera dello stesso militarismo antonino-severiano,  nel clima di  peste venticinquennale, e nel contesto di  decadenza finanziario-economica, aggravata dall’ instabilità di potere imperiale  per quasi tutto il III secolo, fino all’intervento riformistico socio-economico e finanziario – politico  della tetrarchia dioclezianea.

Forse, solo la cultura ebraica  potrebbe seguirla in una reale revisione storica  e potrebbe in nome della verità  storica accettare le sue  risultanze, dopo un meticoloso studio della sua opera cinquantennale, certamente non priva di contraddizioni e di errori,   e  rilevare il suo contributo  culturale, specie  per l’indagine acuta nuova, rispetto a  quella della tradizione  cristiana dei padri della Chiesa,   circa la lettura  di Filone  alessandrino, testimone della tragedia giudaica ellenistica  in epoca caligoliana,  da cui credo sia partita la sua indagine  di christianos, che rileva la cristianizzazione di Filone stesso, di  Gesù e di Giacomo  e di tutta la comunità  aramaica gerosolomitana,  annientata anch’essa da Adriano, dopo la sconfitta  di Shimon bar Kokba e  la fine del nazionalismo aramaico!

Marco, non credo che possa avere tanta fortuna, nonostante il contributo alla reale lettura di Filone e di Giuseppe Flavio,  considerata  la mia vecchiaia: sarebbe  già un  onore  essere  letto da ebrei,  desiderosi di scoprire l’ebraicità di un contribulo,  come il nostro Gesù, cristianizzato, e poterli orientare e guidare  storicamente nella condanna progressiva della  Chiesa Romana, che, usurpando il nomen di Roma imperiale e la  funzione del pontificato, li ha anatemizzati, nel corso dei secoli, in nome di Gesù Christos (uomo  non ucciso dai romani, ma dagli stessi arconti ebraici, compatrioti!)  ghettizzati, bollati falsamente  per l’eternità, secondo una interpretazione dello stesso Origene, lettore acuto di Paolo di Tarso, un civis  ellenizzato rabbino giudeo !. Comunque, accettiamo l’augurio di  letterati, amici,  che vedono ormai vicino il tempo di una nuova lettura storica del Meshiah/Christos!

Glielo auguro, di cuore, professore!  Nessuno, più di lei, che ha lavorato  da solo, in silenzio  e lontano da ogni fonte di  potere, a mio parere,  può meritare un tal riconoscimento! Lei, davvero, ha fatto un’altra lettura del cristianesimo!

Marco, ti ringrazio. Neanche immagini quanto ora abbia bisogno di parole di stima e di conforto!

S. Michele arcangelo

Nonno,  mamma e papà sono andati a visitare Mont Saint  Michel, in Normandia, e so dell’importanza di questo arcangelo, divenuto anche santo nel Medioevo, venerato anche in  Val di Susa e nel Gargano, oltre che in Irlanda, in Cornovaglia e in Umbria  a Ferentillo!. Vorrei chiederti qualcosa su di lui, ma tu …fai   questioni teologiche e filosofiche: io,  ragazzo, amo solo i racconti e i cammini come quello di Santiago o dei Romei; io sono curioso di conoscere luoghi nuovi  e  leggende! Se devi proprio  parlare di teologia, fàllo almeno solo all’inizio e poi raccontami ed io ti seguo, come sempre.

Mattia,  cercherò di non pesarti e di non  annoiarti!  ti parlerò prima, di  S. Michele arcangelo garganico,  che ha il culto più antico, rispetto  a tutti  gli altri: la sua venerazione  inizia con le sue apparizioni  al vescovo di Siponto (Manfredonia), leggendarie,  Lorenzo Maiorano – un ultra centenario vissuto dal 440 al 545, un nobile parente dell’ imperatore di Oriente, Zenone (474 -486)  da lui inviato in Puglia e eletto prelato da papa Gelasio I –  protagonista del Liber De apparitione sancti Michaelis  in Monte Gargano, opera scritta nel XII secolo. 

Quindi, Nonno,  iniziamo con il racconto delle apparizioni nella grotta  di S Michele, non lontana dal santuario di S. Michele garganico, attuale, dove viveva il santo vescovo? il culto dell’arcangelo, diffuso in Europa,  deriva dalle prime  apparizioni sul Gargano!

Certo. Mattia! il monaco  bizantino soleva rifugiarsi nella grotta  per pregare ed aveva  le  visioni dell’arcangelo, considerato   il  protettore  degli uomini contro le insidie del demonio, tentatore, Lucifero- Satana, anche lui un tempo un angelo. Monte Saint Michel  in Normandia e La Sacra in Val di Susa sono due località in cui viene  anche celebrata  l’apparizione dell’arcangelo, ma in epoche successive, quando il mito di S. Michele ormai ha radici profonde in tutta Europa.  La via francigena– dopo che i visitatori pellegrini  arrivano a Roma –  procedendo lungo due direzioni, una lungo l’Appia e l’altra lungo la Salaria fino all’Adriatico, costeggiandolo  fino al luogo santo della grotta garganica, (diventata punto di incontro e di raccolta per la meta finale di Gerusalemme, specie dopo il proclama della I crociata fatta da  Urbano II, papa francese, nel decennio 1088-1099), risulta una  via  per la Terra Santa.

Nonno, dunque, il culto di S Michele diventa internazionale  dopo il proclama del grande papa di riconquista del Santo sepolcro, e di Gerusalemme  da secoli, sotto il dominio, comunque, pacifico musulmano.

Mattia, Urbano II  segue il disegno teocratico di Gregorio VII, tipico dei Pierleoni, giudeo-cristiani,  stanziati nella isola tiberina, favorito da Matilde di Canossa e dalla sua famiglia, dopo la vittoria sull’imperatore del  Sacro romano impero  Enrico IV,   a seguito dei viaggi in Italia meridionale e di quelli in Francia, dove, a  Clemont -Ferrand,  ha indetto la  I crociata. Il culto dell’arcangelo ha funzione politica e ricuce lo strappo tra Occidente ed Oriente dello scisma del 1054, collegando le aspirazioni cluniacensi di riforma  cristiana con le idee di grandezza della chiesa romana, che, avendo la  solidarietà dei  popoli e dei duchi in senso antimperiale,  anche nel Meridione di Italia  e in Sicilia, zone  considerate feudo pontificio, ha dato potere ai normanni  in Puglia  e in Calabria, nominando Roberto il Guiscardo  duca  e servendosene  per un servitium antibizantino ed antisaraceno.  Il papa, poi,  avendo accolto anche il grido di soccorso  di Alessio Commeno, imperatore bizantino impegnato contro i turchi, ora ha possibilità concrete  di  riunificare la chiesa cristiana cattolica con quella ortodossa  e di  riconquistare, con forze latine,  Gerusalemme.

Quindi, nonno,  il culto di s. Michele serve a questo proposito ed è utile nella lotta tra  cristiani coalizzati, bizantini e germanici, contro i  musulmani, in quanto  si dice che le milizie di Dio lottano contro  quelle demoniache.

Certo, Mattia,  per il papato, l’arcangelo  guida i  soldati  cristiani, segnati con la croce e da essa purificati contro le forze del male maomettane!. Così facendo e facendo propaganda  Urbano II  scatena un guerra religiosa, convinto che il Dio degli eserciti sia favorevole ai buoni! In questo modo la feccia di Europa – specie i figli della nobiltà, cadetti, militari arroganti e  senza terra, morti di fame, avidi di nuove terre,-  va  alla conquista dell’Oriente e dei mercati orientali  in nome di Dio, favorita da Venezia e dalle altre repubbliche marinare,  ha la funzione della  difesa della  fede, ed ha la benedizione papale:  in caso di morte, ogni morto è celebrato come eroe e martire, e se, invece sopravvive, ognuno  si conquista un regno per sé e la famiglia! Anche  è benedetta l’impresa di riconquista  della Sicilia di Ruggero I, fratello di Roberto,  modesto signore di Melito  in Calabria. Infatti il papa usurpa  le funzioni del  potere imperiale,  assumendo potestas ed auctoritas,  impropria per il sacerdotiun /ierosousune ,  e nel  suo viaggio nel meridione italiano, prima a Melfi, poi a Bari durante la celebrazione dell’arrivo delle reliquie di  S. Nicola di Mira,  concede benefici e  un insperato  mandatum ai  due fratelli normanni : al duca di Puglia e Calabria riconosce le funzioni egemoniche e concede al fratello  l’autorità di governare la Sicilia, strappata ai musulmani con l’ aggiunta di un beneficio  pontificio – cosa negata gli imperatori di  Germania-  di  nominare vescovi, di raccogliere  le rendite della chiesa, riservandosi il diritto della  decima da inviare successivamente a Roma,  e di svolgere interventi anche in questioni di materia religiosa, d’accordo coi vescovi locali sottoposti, comunque, alla autorità laica dei normanni, devoti e pii fideles Sancti  Michaelis, e di trapiantare in Sicilia coloni lombardi.

Nonno,  che significa  il  termine Michele e qual è il suo grado nella corte celeste?

 Mikha-el  significa  uno che è come Dio, un  essere, purissimo,  asessuato, che è  vicino al trono divino ed è suo rappresentante, in quanto svolge la funzione di  comandante delle  truppe angeliche, divise in tre classi, in relazione alla vicinanza con Dio, come mostra anche il nostro Dante nel Paradiso.

 Quali?

La Terza classe, quella inferiore,  più lontana da Dio, è composta da angeli, arcangeli e principati; la seconda, media, da  potestà virtù  e dominazioni; quella, superiore, da  Troni, Cherubini e Serafini secondo Dionigi aeropagita, un presunto discepolo ateniese di S. Paolo , che invece è un filosofo neoplatonico del V secolo – legato a Damascio –  che ha lasciato un complesso  corpus  aeropageticum, di cui fa parte il liber De coelesti Hierarchia/la celeste gerarchia

E lui che parla degli angeli, allora?

Certo Mattia. E’ un autore dello stesso periodo di S. Lorenzo Maiorano,  bizantino, che tratta  della maestà del  trono di Dio e delle gerarchie angeliche,  di cui parla diffusamente, mostrando una celeste theoria,  derivata da Aristotele, da una parte, come imitazione del reale   e, da un’altra, da Platone, come  specchio  della realtà, fondando un’estetica basata sulla  bellezza sovrumana secondo canoni basilari di semplicità, di armonia, di simmetria, di regolarità ricorrente e di lucentezza, in relazione all’ uomo- dio  Christos, figlio, Verbo del Padre, dal cui  reciproco amore deriva lo Spirito Santo.

Grazie, nonno,  per aver brevemente parlato teologicamente e per avermi fatto capire che S. Michele è il comandante degli eserciti divini, in quanto il migliore dei serafini,  loro capo e quindi condottiero delle nove gerarchie angeliche (angeli, arcangeli, principati,  potestà , virtù, dominazioni, troni, cherubini  e serafini)  colui che ha il mandato celeste di combattere il male, il tentatore Satana  -Lucifero, il ribelle!

Bravo Mattia . Hai buona memoria come me! Hai capito che Michele è il principe di tutti gli angeli, nonché uno dei quattro arcangeli ( con Gabri- el/dio forza , Rafha-el /dio cura, e Uri- el/ dio luce) che  presiedono rispettivamente ai quattro punti cardinali- cfr Giovanni Apocalisse–  est, ovest, nord e sud, come protettore della  terra, in ogni direzione, con la propria influenza benefica.

Nonno,  non è strano che un essere, angelico possa essere venerato come un uomo  e santificato?

No. Mattia. Può apparire singolare che un essere celeste si umanizzi  come anche che  un essere umano si divinizzi. E’ un fenomeno, detto muthos,  che si verifica quando la sfera di azione dell’elemento estraneo al suo contesto , diventa usuale in un ambiente non proprio, tanto da essene parte significativa.  Le continue apparizioni con volto umano diventano come reali manifestazioni dell ‘arcangelo nella grotta garganica e rendono umane le  sue azioni, come se quelle divine si fossero atrofizzate in quanto lontane ormai dalla  sfera di corte divina.

Nonno  mi dici  cioè che accade quanto noi rileviamo nella divinizzazione della figura umana di Gesù, che, essendo considerato figlio di Dio,  ipso facto, partecipa della natura e  funzione trinitaria e  quindi è maestro sapiente e  sapienza stessa!

Ciò avviene, però,  in specifici momenti storici  in cui si afferma il muthos, per cui accade di trovarsi di fronte ad un doppio culto, sebbene predomini la forma ibrida di angelo-uomo nelle fantasia umana, specie in epoca barbarica.  I primi infatti a  creare un culto umano-divino sono i Longobardi.

I longobardi?

Si Mattia . I longobardi di Alboino, scesi in Italia  nel 568 e divenutine  padroni, con la costituzione del  Regno di Pavia e dei due ducati di Spoleto  e di Benevento si irradiano lungo la dorsale  appenninica, lasciando le coste adriatiche  e quelle tirreniche, oltre le isole, Sicilia Sardegna e Corsica,  all’ impero bizantino, che pur aveva riconquistato tutta l’Italia,  con Giustiniano  nei diciotto anni di  guerra gotica (535-553). Sembra che si possa dire  che  con Teodolinda si attua la cattolicizzazione dei longobardi nel 589, per cui pare che    con Cuniperto  la grotta diventi parte del Ducato di Benevento, e quindi sia meta di pellegrini, anche se già precedentemente è attestato un viaggio di papa Gelasio (492-496).  Allora il culto dell’angelo  e del santo  cresce anche perché la venerazione  dei longobardi per S.Michele  si fonde con quella  di  Odino/Wotan e seguita coi franchi,   loro vincitori e poi, coi normanni  tanto che papi come Leone X, Urbano II,  Alessandro III,   Gregorio X e  Celestino V giungono alla grotta come pellegrini, seguiti da  imperatori e nobili  e popolani,  intenzionati a partire per la Terra Santa  – Ludovico II ed Ottone III,   Matilde  di Canossa  e perfino, s. Francesco vi  arriva, senza entrarvi,  nel 1216-.

Grazie,  nonno.  Mi hai fatto capire il mito di S Michele…senza troppe questioni!

L’ascensione al cielo del Christos

L‘ascensione  al cielo del Christos è, professore, un fatto reale storico o un’ invenzione teologica di esaltazione divina,  successiva alla presunta morte e resurrezione  di un uomo? E’ un dato di fatto  personale o evento propagandato,  da una comunitas di seguaci che si costituisce come  ecclesia   apostolico- romana, a seguito della galuth adrianea, secondo il genus letterarium/ genere letterario dell’Ascensione al cielo di un eroe nazionale, destinato a sedere alla destra del Padre? E’ un servizio  greco e greco ellenistico,  strumentale, della retorica  per dare rilievo al presente,  mediante il passato, per legittimare  ogni tipo di situazione abnorme,  ogni forma pragmatica e soluzioni  future, possibili, di attesa? E ‘proprio un modus ellenistico di mettere insieme spatium mitico e spatium storico, indefiniti temporalmente, di una cultura ebraica, confusi da opposti indirizzi  di uomini, capaci di collegare mito e storia, favole con  storia persiana?  Esemplari in tal senso sono Erodoto, Platone   e Plutarco?!

Marco,  non hai mai fatto una domanda tanto complessa e tanto difficile  così da obbligarmi a  fare  sintesi  per darti una decente risposta, anche se sostanzialmente chiedi solo se l’Ascensione al cielo del Christos rientra in un genere letterario  tipico del II secolo d.C., che sovrappone il piano della genealogia mitica con quello della storia reale, il cui  telos è dare certezza fideistica all’ignoranza  di un popolo che, in una grave situazione di epidemia,  cerca una solidarietà fraterna universale. Comunque, mi sembri deciso a conoscere  realmente i fatti, dopo la presunta morte e resurrezione del Christos vivente! Ti dico quel che so.  Se Erodoto inserisce nel sistema multinazionale  persiano la paideia greca, Platone parla di un fabulistico racconto di vecchie a bambini in Ippia Maior 285  mostrando Ippia che si vanta  che gli spartani apprezzano le sue mitiche storie genealogiche  umano-eroiche  e le fondazioni di ecisti anche se Socrate  considera il sofista uomo di  scienza rozza nel Fedro (229e ), utile, comunque, per una società popolare,  in un processo  di razionalizzazione  storica-!. Plutarco, infine, nel mito di Romolo, scomparso improvvisamente,  insiste  sulla necessità di razionalizzare  la nebbia della storia per una verità,  opinabile,  mostrando il processo degli storici, nello studio del passato,  simile alla visione nebulosa degli indovini  per il futuro!. La cultura greca di fronte alla sparizione di un corpo, perplessa, si affida alla retorica al mito e giustifica secondo il dogma trinitario!  A Dio niente è impossibile! 

Professore, mito e storia  non hanno confini precisi e non  avendo limiti tra loro in quanto non hanno  spatium  temporale determinato, risultano campi nebbiosi, in cui  ogni cosa può essere vera!.

Marco, se leggiamo insieme Plutarco (Romolo,29 ), possiamo capire qualcosa, facendo riflessioni  circa la scomparsa  del re all’età di 54 anni,  dalla vista degli uomini/ eks anthroopoon  aphanistheenai. Sentimi bene!.  Plutarco afferma che Romolo di fatto aveva limitato i senatori ad ascoltare in silenzio i suoi ordini/ sighi prostattontos  hkrooonto ed aveva destabilizzato la loro auctoritas,  avendo distribuito, a suo arbitrio, le terre ai soldati  e restituiti gli ostaggi ai Veienti, per cui alla sua scomparsa in modo insolito,  poco tempo dopo,  sul senato ricaddero sospetti e calunnie/eis upossian kai diabolhn enepese paralogoos aphanisthentos autou met’oligon khronon  Ibidem 27. Lo storico, dopo un exursus sulla morte strana di Scipione l’Emiliano nel 129 a.C., in casa sua, dopo pranzo,  sospetta,-  morto non si sa se per via naturale  o per veleno o per strangolamento!- rivela che il suo corpo fu esposto al pubblico ed i dubbi rimasero,  mentre quello di Romolo, scomparso all’improvviso,  non si poté mai più vedere né alcuna parte del corpo né  un lembo della veste – ibidem -.

Plutarco aggiunge che, sulla sua scomparsa, non si può dire nulla di sicuro né sapere nulla che appaia attendibile,  tranne la data nel mese di Quintilio (Iulios, oggi), alle none/Il 7, e che non bisogna meravigliarsi,  nonostante le celebrazioni successive.

Lo scrittore  precisa:  alcuni pensano che, perciò, i senatori, rivoltatosi contro di lui nel  tempio di Efesto,  lo avessero ucciso,  spartendosene il corpo  e portandosene via ciascuno una porzione, occultata nel grembo….altri invece dicono che non nel tempio  avvenne la morte, ma che  lui avesse convocato  l’assemblea, fuori città, nei pressi dello stagno, chiamato della capra, e all’improvviso si avvicendarono nel cielo fenomeni eccezionali ed indescrivibili, a parole, e cambiamento di tempo incredibile infatti la luce del sole si eclissò  e calarono le tenebre ovunque, non foriere di pace e tranquillità, ma piene di tuoni terribili e di soffi di vento,  che arrecavano tempeste da ogni dove.

E cosa succede in una situazione dominata da fenomeni atmosferici, molto simili a quelli della morte del Signore?

Avvenne che in tale situazione tempestosa, straordinaria,  la moltitudine -non vi erano solo senatori ma anche altri, convenuti come per una festa- si sparpagliò, chi da una parte, chi da un’altra e i senatori  si raccolsero tra loro. Finita la tempesta, tornato il sole,  i più ritornarono al luogo dell’assemblea e  si misero a ricercare il re, ma i senatori non  permisero  di impicciarsi della scomparsa ed ordinarono a tutti  di onorare e di venerare  Romolo/timan pasi kai sebesthai Roomulon come se fosse stato assunto in cielo,  fra gli dei,  e, da ottimo re,  si fosse trasformato in Dio benevolo  nei loro confronti/ oos anhrsparmenon eis theous  kai theon eumenh genhsomenon autois ek khreestou basileoos ibidem.

La  folla, per lo più, credette a quanto  detto e perciò se ne andò, dopo aver  pregato ed essersi  prostrata, piena di speranza, ma alcuni  che sopportavano a  malincuore l’accaduto e con rancore, screditavano i senatori- che erano preoccupati  ed inquieti!- perché ritenevano che  in realtà quelli  avevano ucciso il re  e con parole avevano abbindolato il popolo sciocco/ oos abeltera ton dhmon.

Forse per qualche giorno la cosa rimase in sospeso, Professore, ma, poi, successe altro?

Secondo Plutarco, tutto cambia quando un giorno, un uomo, originario di Alba, Giulio Proculo si presenta al foro e fa giuramento solenne  su quanto di più sacro e santo  ha, affermando di aver incontrato Romolo, apparso a lui, che camminava per strada.

Professore, certamente Plutarco precisa la figura del  personaggio!

Certo, Marco.  Chi vede il re, non  è una donnetta- che non ha diritti civili,-  come la Maddalena nei Vangeli,  secondo la tradizione cristiana, che fa testimonianza! E’ un uomo che lo incontra frontalmente, un patrizio, un notabile /prootos hthei per costume, amico intimo e fidato di Romolo/ te dokimotaton autooi te Romuloioi piston kai suneethee!. 

Professore, non è sospetto che proprio un Ioulios faccia un solenne giuramento, un antenato della stirpe  fondatrice dell’impero a Roma?

Certamente i giuli, Cesare ed Ottaviano (ed anche Claudio) sono interessati alla vicenda di Romolo  e alla  sua morte, in quanto   a loro è cosa gradita  accostare un loro antenato al re morto  e divinizzato, come poi, avviene per Giulio Cesare!  all’epoca di Romolo, però, i giuli erano agroikoi di Alba, venuti a Roma, solo sotto Tullo Ostilio!

Quindi, professore, il dato di Plutarco è notizia di storici  di epoca successiva, un’ aggiunta giulia, della propaganda  imperiale giulia del periodo cesariano, in cui viene utilizzata l’ektheoosis  di Cesare, poi, celebrato nella divinizzazione alessandrina  di  Gaio Caligola -cfr.Filone, Legatio ad Gaium,76-93 – !

Marco, è  una leggenda successiva,  rispetto al periodo mitico di Romolo, che definisce Giulio Proculo, già come patrizio intimo  del re!.

Comunque sia, mi dica cosa lo scrittore greco  scrive del racconto di Proculo, e dello scambio di parole tra un vivo e  l’eroe vivente, anche se scomparso!

Marco, Plutarco racconta che Giulio Proculo incontra Romolo kalos men ophtheenai kai mega oos oupote prosthen oplois de lamprois  kai phlegousi  kekosmeenos /bello  a vedersi e grande,  come non mai in precedenza,  ricoperto di armi lucenti e scintillanti,  e parla con lui!

Ecco il testo: oo basileu, ti dh pathoon h dianoetheis, hmas men  en aitiais…adikois kai ponerais, pasan de thn polin orphanan en muriooi penthei  proleloipas?/ o re. cosa ti è successo? perché hai voluto abbandonare noi patrizi ad accuse…ingiuste e terribili e la città in un immenso dolore, rendendola orfana?

La risposta è questa.  O Proclo, agli dei è parso giusto che passassimo un certo tempo fra gli uomini  e, dopo avere fondato una città destinata  a divenire potente e prestigiosa, tornassimo ad abitare in cielo, da dove eravamo venuti.  C’è, Marco, anche il commiato, augurale! Addio e dì ai romani  che, dimostrandosi saggi e valorosi raggiungeranno il culmine dell’umana potenza!. Per voi io sarò il benevolo dio Quirino/ theois edocsen, oo Procle, tosouton hmas genesthamet’anthroopoon khronon,kai polin ep’archhi kai docshimegisthei ktisantas , authis oikein ouranòn, ekeithen ontas. Alla khaire kai phraze Roomaiois oti soophrosunhn  met’andreias  askountes  epi pleiston anthroopinhs aphicsontai, dinameoos . egoo  d’umin eumenhs  esomai daimoon Kurinos.

Dopo le parole, credute, data la figura  morale dell’uomo, i romani, presi da entusiasmo ed ispirati dagli dei, fatti cadere   ogni sospetto e calunnia, pregarono Quirino  e lo invocavano come Dio/ euchesthai Kurinooi kai theoklutein ekeinon.

Professore, lei sta parlando a lungo  di questo episodio  ed ha un preciso scopo, quello di mostrare come per Plutarco l’esempio di Romolo  dia opportunità di trattare del  problema dell’anima e della sua immortalità  – di cui lei ci ha parlato in altre occasioni- in quanto ha di mira anche  la dimostrazione  della non morte e della non resurrezione  del Christos, apparso ai discepoli, non come fantasma ma come vivente, celebrato secondo due diverse tradizioni, una aramaica farisaica  ed una  greco-ellenistica,  cioè quella gerosolomitana di Giacomo e Simeone, e quella antiochena di Pietro e Paolo!

Complimenti! Mi  conosci bene! Le due tradizioni, in relazione al rapporto  con la romanitas, hanno avuto diverso  rilievo nella storia, la prima quella del  Regno dei cieli, sconfitta, insieme all’esercito di  Shimon bar Kokba, può avere, oltre alla diceria popolare  della visione da parte della Maddalena, di un  sepolcro vuoto, anche la propaganda dell’Ascensione al cielo,  quella sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, mentre la seconda,  già nel II secolo, fa circolare la leggenda di morte e di resurrezione del  Cristo vivente, congiunta con l’Ascensione  gerosolomitana  e  con l’onore del nuovo Dio  che siede alla destra  del Padre, di matrice aramaica.

Professore, lei mi vuole dire che le due tradizioni si sono  sovrapposte specie dopo la galuth adrianea, già  in epoca antonina e, poi confuse in quella costantiniano-teodosiana?

Marco, le fonti cristiane, di matrice giudaica, e Plutarco,  un ierofante pitagorico-platonico, hanno in comune la celeste provenienza delle  anime  e l’ascensione al cielo di quelle dei  buoni eroi, tipo  Ercole e Romolo, che, però, coincidono con la tradizione aramaica delle Ascensioni  di Isaia  e di  Enoch, biblici personaggi, ascesi al cielo, secondo la testimonianza  ebraica  propria della fine del I secolo,  di epoca flavia, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

All’epoca , dunque, professore,  l’ascensione al cielo  è un topos  comune a pagani e naziroi aramaici  e ai  giudeo-cristiani ellenistici?.

Marco, questo mi risulta e questo ho capito dopo tanti anni di studio e di traduzioni. Io ti voglio mostrare come, all’epoca, un seguace giudeo- ellenista  possa leggere la figura di Gesù, un galileo, la cui impresa messianica era fallita, ma la sua memoria, – cfr. Bios  di  Ponzio Pilato-   era rimasta, dopo il martirio, mentre  la sua ascensione al cielo era divenuta leggendaria tra i suoi  naziroi, sconfitti anche loro da Adriano,  tanto da circolare ancora in Alessandria nel didaskaleion di Clemente e di  Origene. E’ mia intenzione farti rilevare come l’ascensione pagana e quella giudaico-aramaica  e quella giudaico-ellenistica siano   paradigmi di una stessa  concezione  letteraria, mitica!.

Quindi, professore riprendiamo da Plutarco  e  teniamo presente  la sfera terrestre, il cui piano orizzontale centrale   terreno  è quella della vita per i viventi, mentre  quello celeste, oltre il cielo,  è quello degli eroi, e quello sotterraneo dell’Ade, è quello delle  ombre dei morti  e dei demoni cfr.  Luciano, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti, una Vita vera,  I patiti della menzogna/Philopseudeis  ecc.  o Plutarco, Moralia, specie il  De anima, pur frammentario, e il De facie in orbe lunae.

Bene, Marco, devo aggiungere solo che per i giudei aramaici centrale è Gerusalemme e perciò da lì deve partire il Christos per la sua ascensione al cielo, come, poi, anche Maometto, seppure in luoghi diversi, ma sempre gerosolomitani. A parte questo,  procediamo con Plutarco  che, trattando dell’ascensione al cielo di Romolo, mostra la sua  theoria delle anime e  la loro provenienza dal cielo, in cui hanno una tensione (genetica) a tornare, portando l’esempio di  Aristea di Proconneso  e di Cleomede di Astipalea.

Sono, Marco, due personaggi noti,  il primo, grazie ad Erodoto  (St., IV,13-15 ), come un taumaturgo dell’epoca di Creso  e il secondo  come vincitore  di gare olimpiche nel 492 a.C., che, impazzito per  la rabbia del mancato riconoscimento del suo valore, distrusse le scuole della città, determinando la morte degli allievi.  Comunque, ambedue gli uomini, ritenuti  degni di memoria e di celeste fama,  come Alcmena, di cui non si vide mai il corpo, perché portato in cielo da Hermes, in quanto amata Zeus, gli aveva concepito Heracles/Ercole, secondo la tradizione pagana, sono  politai ouranoi!. Plutarco, da ierofante, giunge perfino a coniare una proverbiale massima.- misconoscere la natura divina della virtù sarebbe empio e vile, ma mescolare la terra al cielo sarebbe stolto /apognoonai men ounpantapsi thn theiothata  ths arethaanosion kai agennes,ouranooi  de meignuein ghn abelteron!. La sua conclusione infine è  pindarica:  sooma men oantoon epetai thanatooi peristhenei/ zoon d’ eti leipetai aioonos eidoolon/to gar esti monon ek theoon/ il corpo di un uomo insegue la morte irresistibilmente, ma lascia dopo di sé una scia di eternità. Solo questa, infatti, viene dagli dei!

E’ un grande Plutarco non solo per  Vite parallele ma anche per Moralia, scrittore  capace di condensare tutto il sapere spirituale/ pneumatikos   greco-ellenistico!.

Marco, lasciamo, quindi, cadere tutta la trattazione sull’anima  /h psuchh, che viene dal cielo e che lì torna,  ma non col corpo. Anzi, all’epoca  la teoria più celebrata è quella di  Eraclito, per chi crede che  l’anima  solo quando  si separa e  si allontana dal corpo, divenuta pura e priva della  carne  e casta,  allora si stacca come la folgore da una nube/ oosper astraph nephous!. Anche Seneca,  un secolo  circa prima, con Apokolokyntosis / Lusus de morte Claudii, gioca sull’ ascensione al cielo dell’Imperatore, condannato, poi, da un giudizio celeste, nonostante la difesa di Giano e di Augusto,  ad essere  relegato, al pari degli altri mortali, comuni,  nell’ Ade, dove Eaco lo concede come schiavo  ad un liberto, che lo fa giocare eternamente con dadi, tratti da un barattolo senza fondo!

La conclusione plutarchiana, comunque, è questa: non bisogna far salire contro natura i corpi dei buoni in cielo, ma bisogna senz’altro pensare che le loro virtù e le loro anime, secondo natura e secondo legge divina, passino dallo stato di uomini a quello di eroi e da quello di eroi a quello di demoni/ ek men anthroopoon  eis hroas, ek d’hroooon eis daimonas, e  da demoni…a dei /ek de   daimonoon…eis theous, non in base alle leggi della città,  ma secondo verità  e una logica plausibile.  raggiungendo il traguardo più bello e felice, ma  solo quando le anime  si sono purificate e santificate,  come nei riti di purificazione, dopo essersi sottratte  del tutto alla loro natura  mortale e sensibile – ibidem 28-.

Professore, questo si verifica tra i pagani, ma tra i giudei quando si può parlare di un’ascensione al cielo di un eroe, come Gesù?

Marco, bisogna distinguere se parliamo di  giudeo-aramaici o giudeo-ellenisti ?

Nel primo caso si deve pensare che  a Gerusalemme, dopo la distruzione del Tempio,  dopo il ritorno da Pella dei naziroi, forse si comincia a parlare di un Messia, asceso al padre, mentre tra i  giudei ellenisti la cosa potrebbe  essersi verificata  dopo  la  galuth adrianea,  a seguito anche della teologica  speculazione  alessandrina ed efesina sul  Christos logos/Verbum e sulla Trias/trinità  quando l’aramaico  Gesù viene assimilato al logos-verbum ed, allora,  viene celebrata l’  ascensione gerosolomitana!.

Simeone e gli aramaici, avendo  una cultura biblica, seguono la tradizione  dell’ascensione di Enoch e di quella di Isaia, i cui autori,  d’altra parte, copiano l’exemplum di Elia e l’episodio del  carro di fuoco, portato da cavalli, pure di fuoco, tra un  turbinio di luce (cfr. II Re, 2.11) intorno all’850 a.C.!

Per lei, quindi, sono importanti i paradigmi giudaico- aramaici, divenuti utili agli inizi del II secolo ,che celebrano l’ascensione del profeta Isaia, salito al cielo, dopo il martirio  ad opera del re Manasse, il suo passare attraverso i sette cieli,  di cui si rileva  l’apocalisse,  con la celebrazione congiunta della morte resurrezione ed ascensione al cielo del Messia stesso christiano!.  A noi sembra un recupero mitico del profeta morto nel settimo secolo con una connessione con Gesù,  nuovo martire, da parte della cultura cristiano- ellenistica mediterranea, che ingloba  l’antico passato con la storia recente, adrianea, di una desertificazione del territorio stesso gerosolomitano!

Quindi, professore  si può dire che noi riteniamo che vi siano influenze nel testo dei vangeli  di Marco e di  Giovanni e in quello di Luca, oltre che negli Atti degli apostoli  a causa della galuth adrianea e  della funzione nuova del Christos-Logos  specie in Efeso e in Alessandria?

Marco,  questo,  certamente, penso, dopo operazioni su morte resurrezione e ascensione del Christos, ma in concreto mi piace precisare  che  i testi cristiani,  parlando di Gesù,  dànno per certo la sua morte e resurrezione, come dato acclarato,  e scrivono stranamente,  in modo univoco,  tanto che, però, se  si legge, senza pregiudizio, si rileva solo la presenza di una figura di vivente, che  partecipa della vita stessa delle persone vive, cui  si manifesta uno, dotato di corpo reale: il nuovo vedere (cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli ) diventa espressione di un’altra conoscenza,  che risulta riconoscimento di un essere già noto,  per precedenti atti significativi!.

Mi spieghi professore, meglio!  lei parla di un altro vedere, allegorico e mi  vuole dire che,  se leggiamo il testo evangelico   e quello  degli Atti degli apostoli, si ha l’impressione di un reale incontro tra persone viventi  e non di un episodio straordinario  di epiphaneia miracolosa!.

Marco, voglio dire che il miraculum è nella lettura letterale di  un incontro tra un Gesù – morto e risorto, destinato ad ascendere al cielo e sedere alla destra del padre- e i discepoli, incerti sulla figura di uno, comparso improvvisamente, a loro ignoto, che è viventeall’univoca scrittura dei testi evangelici  c’è sottesa un’ambiguità  nel contenuto del messaggio!

Leggiamo i testi, professore, e mi faccia comprendere!. Io ascolto  e spero  di poter aprire gli occhi e stappare le orecchie!

Marco, leggiamo da un’altra angolazione, quella non di un Gesù morto e  risorto, ma di un Gesù vivo, salvatosi grazie a lunghe cure mediche, desideroso di farsi riconoscere dai suoi, che lo credono morto e  sepolto.  Da questa  angolazione si rileva l’humanitas di chi appare, conscio di  destare sorpresa,  sbigottimento e timore  in altri che, di fronte alla presenza di uno da identificare, a prima vista, sconosciuto, entrano in panico!

Leggiamo l’episodio dei due discepoli di  Emmaus  (Luca, 24.31)  da me  mostrato già in Il messia mancato: I due, parenti oltre tutto, hanno fatto cammino con un un viandante senza riconoscerlo e solo allo spezzare del pane, gli occhi dei due  si aprirono e lo riconobbero, ma egli disparve  dai loro sguardi! . Luca professore, è contraddittorio  per quanto riguarda il tempo e lei   ne ha già  parlato. Comunque, seguiti nella sua dimostrazione con la lettura di Marco  e di Giovanni e poi riprenderemo Luca!.

Secondo Marco, gli apostoli, non avendo creduto né alla Maddalena né  ai due di Emmaus,  timorosi di rappresaglia, sono chiusi nel cenacolo  e lì improvvisamente Gesù si  presenta,  agli Undici, che sono a tavola,  e li rimprovera per la loro incredulità  e durezza di cuore, rispetto a quelli che lo hanno visto  risorto, per poi dire, prima di concedere loro i carismi (cacciare i demoni,  parlare lingue, prendere i serpenti per mano, imporre le mani ai malati e guarirli) , essendo in procinto di ascendere al cielo: andate per tutto il mondo, predicate il vangelo, ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo,  chi non crederà, sarà condannato!. L’evangelista, teso a mostrare la missione data dal maestro ai discepoli,  chiaramente fa la sintesi di quanto avvenuto  dopo la morte del Signore  e non dà possibilità per un oggettivo calcolo della durata temporale, stabilita da altri invece, in 40 giorni di permanenza del risorto che fa apparizioni ancora in terra, da vivo.

Per Luca l’apparizione di Gesù agli apostoli è questa: Gesù apparve in mezzo a loro e disse “la pace sia con voi”  24. 36-49.

Professore, ai discepoli, sbigottiti,  che credono di vedere uno spirito/ un phantasma e sono pieni di timore  Gesù dice: Perché siete così turbati  e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i piedi: sono proprio io; palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha  carne  e  ossa come vedete,  che ho io.  E, dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ti ricordi  bene il passo di Luca!. Ti  aggiungo ancora che Luca mostra un  Gesù, che  per vincere  la  esitazione dei suoi  e far superare lo stato di  meraviglia, chiede cibo  da mangiareavete qui, qualcosa da mangiare ? Luca dice per fornire la prova concreta della presenza di un uomo, vivo:  essi gli presentarono del  pesce arrostito  ed egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza-  ibidem-.

Se Marco non dice niente come tempo, Luca  non dà possibilità reale  di capire quanti giorni (anni?)  dopo, ci  sia incontro tra maestro e discepoli! La prova, fornita  dell’humanitas presente del Christos nel cenacolo,  è utilizzabile solo allegoricamente se  traduciamo 40 giorni con quaranta anni! Infatti Luca parla  di Gesù che si conforma  a quanto detto biblicamente e scritto nella legge di Mosè,  nei Profeti e nei Salmi, al fine di far gli apostoli,  testimoni   di resurrezione dai morti al terzo giorno e di far loro comprendere la necessità di predicare,  in suo nome, la penitenza e la remissione dei peccati, a cominciare da Gerusalemme!

Professore, Luca aggiunge un altro dato:  Ecco, mando sopra di voi il Promesso dal padre mio, ma voi rimanete  in  città fino a quando non sarete rivestiti di potenza  dall’alto.  Sembra che lo faccia  per meglio mostrare la resurrezione  del Christos, che, destinato a scomparire, lascia la ecclesia sotto la protezione divina!  Lei  ce ne ha parlato, ma non ci ha mai precisato  questo punto!.

Marco, anche io non ho capito bene le parole di Luca anche dopo anni di studio, perché non comprendo esattamente la situazione in cui l’evangelista  parla.  Penso che l’evangelista alluda alla partenza definitiva di Gesù, che è fiducioso  nella venuta di un promesso del cielo  (Spirito  Santo?!)  che favorisca la costruzione di un’ Ecclesia, anche se  non indica  le modalità e i tempi. Comunque, sembra definitivo il distacco di Gesù vivo dalla terra e da Gerusalemme, descritto poi come  ascensione al cielo, di cui Giovanni ci  dà ulteriore  testimonianza concreta, però, in Galilea,  e non a Gerusalemme, dove  si mostrò loro di nuovo /ephaneroosen.

L’ evangelista  parla di pescatori, intenti alla pesca  che, all’ alba, (prooias de hdh genomenhs), vedono, sulla riva, uno sconosciuto che chiede loro di mangiare, a cui  dànno una risposa negativa  perché  hanno pescato invano  tutta la notte. Allora lo sconosciuto  consiglia di gettare la rete dalla parte opposta rispetto a quanto  fatto prima, infruttuosamente, ed essi   eseguono l’ordine e fanno una pesca  miracolosa.

Questo episodio, comunque, professore,  è finalizzato  principalmente al primato di  Pietro che,  per primo, riconosce il signore, che, dopo aver perfino preparato i carboni  e pane,  invita i pescatori  a  mettere  pesci sopra, per mangiarli insieme .- 21.1-13-.

Professore, se Giovanni tende alla dimostrazione di Pietro, capo di ecclesia,  cosa per noi molto successiva ai fatti, comprovata anche  dalla  volontà  di mostrare la veridicità  del suo scritto  evangelico  apostolico, circa le  azioni e i detti del Signore,  in quanto la sua testimonianza è vera  alhthh  autou h marturia estin,  bisogna pensare  che Gesù salga al cielo dopo quaranta giorni dalla sua resurrezione!.

Lei, professore, ci ha insegnato che secondo il processo allegorico, 40 giorni equivalgono a 40 anni -e che quaranta  in realtà sono 25 anni  per  gli aramaici che hanno un calendario lunare cfr . A. e M. Filipponi, Vita di Giuseppe ebook 2016- .

Di conseguenza, si deve pensare che Gesù sia scomparso nel 61 d.C., poco prima della morte di suo fratello Giacomo/Jakobos, ad opera di Anano II, a Gerusalemme: non si sa se per morte naturale o per destinazione ignota (India?!).

Tutti  i vangeli,  compresi quelli di Marco e di Matteo, all’epoca non esistono, se non  come parti orali di una tradizione parziale  aramaica, e solo più tardi  in epoca flavia cominciano a comparire  in greco  singolarmente  – anche gli Atti degli apostoli-  e  solo quello di Giovanni sembra essere di epoca postadrianea  -cfr. Giovanni  21. 18-23  Avvenire di Pietro e Giovanni (se voglio che egli resti, finché io ritorni, che te ne importa’ seguimi!)

Da qui sembra che derivi  la diceria popolare sulla non morte del discepolo prediletto.

Per questo, professore, potrebbe essere indicativo il prologo di Atti degli apostoli circa l’Ascensione al cielo ?

Potrebbe, ma  di certo non si può dire niente. Dunque, riepilogando e sintetizzando, se Marco è  scheletrico nel famoso  controverso  epilogo marcino- il signore Gesù dopo aver parlato, si elevò al  cielo e  siede alla destra di Dio-con l’aoristo di elevarsi e col presente di sedersi (in qualche testo – epilogo lungo marcino-  c’è ekathisen aoristo!) , e  se Luca evangelista dà indicazioni temporali e locali, propri di una tradizione aramaica (li condusse fuori verso Betania e alzate le mani  li benedì. E mentre li benediceva  si partì da loro ed ascese al cielo),che mostra il successivo ritorno a Gerusalemme, dopo l’adorazione del signore sul Monte degli ulivi, solo il Prologo di Atti degli apostoli potrebbe diradare la nebbia sulla ascensione al cielo!

Leggiamo 1,9-11, lasciando per ora da parte la dedica a Teofilo- di cui abbiamo parlato varie volte –  e le ultime istruzioni ai suoi da parte di  uno che parte definitivamente  e raccomanda ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme e di attendere l’adempimento  della promessa del padre, in un ricordo di  Giovanni  che, però,  ha battezzato con acqua e della differenza battesimale nuova paolina ( Ma voi sarete fra pochi giorni, battezzati nello Spirito Santo che darà tale potenza che sarete testimoni  in Gerusalemme, in tutta la Giudea , in Samaria e  fino all’estremità della terra,) togliendo loro la speranza di un ristabilimento del Regno di Israelenon sta a voi conoscere i tempi  e  i  momenti che il padre ha riservato in suo potere-!…. detto questo, si elevò in alto, mentre essi guardavano, finché una nuvola lo tolse al loro sguardo. E stando così con gli occhi fissi al cielo, mentre lui se ne andava  ecco, due uomini  vestiti di bianco,  si presentarono a loro  dicendo: Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? quel Gesù  che, partito da voi,  si è elevato al cielo,  verrà nello stesso modo con cui voi l’avete veduto  salire al cielo!.

Luca, professore, dopo cinquanta anni, afferma solo,(volendo precisare l’Ascensione al cielo,- avendo memoria della nuvola mosaica – la missione di Gesù, la costituzione di un’ ecclesia, che deve  rimanere a Gerusalemme e la successiva venuta dello Spirito santo) che ci sarà il ritorno del Christos sulla terra – a detta di uomini bianchi, aggeloi/nunzi  della tradizione  aramaico -mesopotamica -.

Marco,  questo è il messaggio di Luca christianos antiocheno, in due diversi momenti, misto con notizie  tratte dalla cultura aramaica, alquanto discordante, in quanto consapevole di narrare un fatto non certamente storico: in sostanza  la sua ascensione risulta un modo letterario per segnare  la fine della vita terrena di Gesù  e l’inizio della  missione apostolica con l‘avvento  dello Spirito santo. Anche tu, comunque, fai un po’ di confusione come i primi cristiani, che,  in epoca costantiniana, con Elena, mostravano il luogo perfino dell’ Ascensione  al Cielo e il punto preciso con le impronte dei piedi del signore, in una grotta  (cfr. J. Murphy- O’Connor,  La terra santa, EDB 1996,pp 128-9 Moschea dell’Ascensione) – . Sembra che  lì, sulla grotta,  fu costruita una chiesa detta Imbomom / sulla vetta  da Poimenia,- una ricca matrona, nel 378, -visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria,( che partecipò ad una cerimonia liturgica!) che aveva forma circolare, il cui centro era aperto verso l’alto. Essa fu poi incendiata dai persiani e in seguito  ristrutturata,  Di ciò abbiamo notizie da fonti archeologiche e da Arculfo,  che ne fece un disegno per i pellegrini bizantini nel 670 d.C., invitati a venerare  le impronte dei piedi interamente e chiaramente impresse  nella polvere. I crociati ricostruirono la chiesa che ebbe, però, pianta ottagonale ed era  circondata da un monastero fortificato. L’attuale moschea, costruita dal Saladino nel 1198,   è ancora oggi possesso dei musulmani “che hanno riutilizzato i capitelli crociati,  specie i due  con quadrupedi alati,  con testa di uccello“. Si può ancora osservare in essa, nell’interno,  un piccolo rettangolo che circonda l’impronta del piede destro di Gesù, mentre l’altro contenente l’impronta del piede  sinistro  fu trasferita nel Medioevo nella Moschea al Aqsa “cfr.  J. Murphy-O’Connor,  La terra santa, ibidem,  p.129.

Marco, essendo palese che Gesù non può essere asceso come corpo in cielo e che, invece,  si allontanò in qualche modo dai suoi, come fece Apollonio di Tiana ( cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth) tanto da non dare la possibilità di trovarne il corpo  e da non concedere certezze sulla morte,   sorge il mythos  sulla fine del Christos, scomparso, in quanto morto o in quanto andato a morire in altre località lontane,  per alonare la sua figura, già misteriosa di Messia  per la millantata resurrezione dai morti. Il mito  ebbe subito  fortuna  ed è già attestato  agli inizi del 400 d.C. dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4): Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l’impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi. 

Le lettere di Paolino- cfr . G. Santaniello, Paolino di Nola, lettere (2vol.)  Ler, 1992-, sono connesse, Marco, con quel Teofilo di Antiochia,  scrittore  di Tre libri ad Autolico (ed. Paoline1965), (di cui abbiamo già parlato),  che risulta  uno dei precursori di quel gruppo di scrittori, compreso Ireneo, che  hanno una generica  impostazione realistica,  per cui non solo rompono l’oscurità che si stende sulla storia dei primi secoli della Chiesa cristiana, ma che, in Oriente come in Occidente, la portano in evidenza dal punto di vista letterale, lasciando,  comunque, sempre confusa ogni cosa,  perché dànno patina di vero al mito, avendo impostato e definito il dogma della Trias/trinità (Cfr. Ad Autolico, 1,5-7) .

Dunque, professore,  Gesù  umano, crocifisso,  non morto,  non  resuscitato, non asceso al cielo, scompare (lentamente) e diventa figura evanescente,  mentre giganteggia Gesù divinizzato,  Verbum/logos persona della  Trinità col Padre e con lo Spirito santo, unico Dio, Trino,  maestro di saggezza e di vita!.

Marco, è la nostra conclusione,  ma… è così!

Professore, per me è così!

Il Gesù galileo, un qenita, acclamato messia, in epoca postseianea, crocifisso dai romani – perché  autoproclamatosi maran col favore di Artabano III-  non morto fortunosamente in croce,  non risorto, non asceso al cielo, vissuto poi, anonimamente,  per anni,  divenuto possesso dei giudeo- cristiani, ellenisti del  Regno di Dio, christianoi antiocheni ed alessandrini,  dopo la galuth adrianea, è propagandato come crocifisso,  come morto,  risorto  asceso al cielo  secondo  la lettura allegorica filoniana e  paolina, e divinizzato come seconda persona, uios/Figlio  del Padre (Spirito Santo)  della Trias/trinità, risultando il maestro eterno per eccellenza, l’agnello divino, il salvatore dell’uomo, la legge vivente per ogni fedele!

Marco!  Se dici e pensi così non sei più un christianos! La tua azione, necessariamente, non è più la stessa!

Predicazione di Morte e Resurrezione del Christos

 

I tuoi figli non sono tuoi figli!. Sono fratelli e sorelle bramosi di vita per se stessi: ti puoi ingegnare per essere come loro, ma non si deve cercare di renderli come noi!Kahlil Gibran (1883-1931).

Noi moriamo e risuscitiamo col Christos!  Cosi si salutavano i cristiani quando, condannati a morte,  entravano a schiere negli anfiteatri romani nel II e III ed inizi IV secolo. Così si salutano i monaci del Monte Athos, a Pasqua,  dicendosi  reciprocamente Christos anesth (pronuncia anesti)  Cristo è risorto e  rispondendosi  Alethoos, Christos anesth/ Veramente Cristo è risorto. Così,  ancora oggi,  i greci ortodossi ripetono durante la festività pasquale!.

E’ viva, dunque,  la tradizione pasquale di Morte e di Resurrezione, affermatasi nel II secolonel corso  della peste antonina? Professore, me ne può parlare diffusamente per comprendere il reale significato di un enunciato  cristiano, che celebra contemporaneamente l’antitesi di vivere – morire naturale con l’innaturale risorgere, in modo enfatico?  A tanta irrazionalità ed innaturalezza porta il fenomeno della peste nel II secolo, epoca del trionfo del paradosso, della retorica e della bugia? E’, dunque,  retorico il messaggio cristiano stesso, che si sovrappone a quello pagano classico antonino, anch’esso retorico, che, comunque, ne vede la connessa teatralità e ne falsifica i contenuti, rilevandone l’inconsistenza astratta teologica dottrinale, proprio nella pienezza della peste, di fronte allo spettacolo concreto e crudo  di morte reale

Marco,  sotto Marco  Aurelio, Lucio Vero  e Commodo, in circa 25 anni di peste antonina, morirono 20 milioni di cives e a Roma stessa ci furono giorni nell’anno 167 d.C., in cui morirono 5.000 persone.!.

E’ una realtà tragica, apocalittica, un fenomeno luttuoso comune  a tutto l’impero romano,  uno stato polietnico  di oltre  3.500.000 km. quadrati, le cui popolazioni- gravitanti sui bacini del Mare Mediterraneo ( Mare nostrum -Ligure, Tirreno,  Adriatico,  Ionico,  Egeo- )  sul Mar Nero,  e sul Mar d’Azov, sulla parte occidentale del  Mar Caspio, sul  Mar Rosso , oltre che sull’ Oceano Atlantico e  sul Mare baltico  e perfino sull’Oceano Indiano – sono decimate (ispanici, galli, britanni germanici, sarmati  reti, illirici, daci, traci, greci, italici, asiatici, siriani,  mesopotamici, palestinesi, arabi, egizi, cirenaici libici, berberi, afri dell’Atlante ecc.).

Interi popoli sono sterminati  e lasciano terreni incolti, immensi spazi vuoti, prima, lungo il Tigri e l’Eufrate e poi, lungo il Danubio /Istro, e i suoi affluenti,  infine, lungo le sponde del Mare settentrionale, sul confine del Reno,  per cui  le gentes limitrofe, barbariche, non romane, anch’esse decimate,  cercano ospitalità e chiedono aiuto,  penetrando entro i confini,  indifesi – anche in Africa settentrionale succede lo stesso fenomeno!- per la scomparsa delle guarnigioni militari, e si insediano in zone romane, spopolate o scarsamente popolate,  avendo  perfino assistenza ed accoglienza, a parole, dai procuratori imperiali, che si dicono disposti a sistemarli, al momento opportuno, a fine epidemia, facendo contratti verbali di reciproco aiuto, tra  famiglie  migranti e  quelle stanziali, accomunate dal pericolo mortale della peste.

Ci sono foedera non scritti, convenzioni senza comunicazioni, patti di solidarietà immediati, istintivi, in momenti di sopravvivenza  straordinari, data l ‘evenienza  della morte incombente! Il voler vivere in Chistos  – come desiderio di morte- innesca un equivoco colossale  tra christianoi filobarbarici e filoparthici, solidali col nemico  ed accoglienti e la cultura romana! I Christianoi risultano per l’impero romano un altro mondo, le cui affermazioni di libertà interiore e  di  autonomia di coscienza hanno un altro valore in nome della  sovranità del Dio unico, opposto all’imperatore augustus/sebastos e diventano  problema politico perché sottendono  un complotto contro  la sicurezza dello stato  di  contestatori, che  sembrano avere strutture  rivoluzionarie, che intaccano le giunture stesse del sistema statale legislativo  romano – che è  sostanzialmente un apparato  violento militaristico  distruttore di ogni altra civiltà e cultura al fine della costituzione livellatrice  di una sola lex  e della proclamazione di un solo dominus universale-.

Marco, considera che questo  avviene quando,  oltre alla peste, ci sono i barbari Quadi, Marcomanni e Iazigi, che,  appestati  entrano  nell’impero, pressati da  altre tribù, legate da vincoli di sangue, decise a sconfinare  coi loro parenti dediticii,  già accolti, mentre a migliaia muoiono, oltre confine, convinti che la  salvezza sia dentro  i  territori  romani: I cristiani  colgono questa occasione e sono vincenti nella loro decisione di accogliere e di fare il dovere  di fratelli svolgendo  una funzione consolatoria, facendo, comunque, opera di assistenza e di cura medica !

I cristiani illirici  ripetono le azioni di altri cristiani fatte in Siria, in Mesopotamia e in Asia Minore,  al ritorno dell’esercito di  Lucio Vero dalla  spedizione vittoriosa contro i Parthi, dopo la presa di Seleucia:  ora essi sul confine danubiano e renano sono pronti ad accogliere chiunque abbia bisogno della loro caritas! considera, Marco, che è di questo periodo la pseudo- lettera di Paolo ai romani, 15,7 con l’invito all’accoglienza reciproca/diò paralambanesthe allhlous, nella convinzione che  il dio della speranza riempie di ogni gioia e pace nella fede !

Qui succede un fatto strano: i christianoi,  uomini accusati di essere renitenti alla leva, immorali, che hanno un’ altra logica rispetto a quella pagana-  incentrata sul sovrano,  Augustus/sebastos-  ora accolgono  tra loro  i barbaroi, li sfamano, li curano come fratelli, incuranti della loro stessa salute, predicando la morte e la resurrezione del  Christos, loro salvatore, re di un altro regno, ultraterreno!.   L’ opinione pubblica dei cives  è sconvolta: si adora  l’immagine    dell’imperatore dio vivente, signore dell’impero romano universale, sommo sacerdote, venerabile, segno stesso  dell’unità civile e sociale!. Nel nome del Christos,  opposto all‘imperator/ autokrator, i cristiani affrontano il martirio, invece, andando  felici  incontro alla morte, fiduciosi in una resurrezione e  in un premio eterno, in un paradiso celeste, preferendo la morte alla vita, decisi a non offrire pochi , salvifici, granelli di incenso alla statua imperiale, un idolo, pur consci  che, così facendo, meritano la morte con supplizio!. Per i cives pagani è un absurdum  ciò che accade, più della peste stessa!

Professore,   i cristiani, quindi, pur tacciati di ateismo e di apostasia, di indifferenza davanti alla fides comune e di incivismo,  sono per i cives  esempio di virtus, nonostante la loro antiromanità?!. Per i romani essi, pur nemici, risultano  cives apparentemente esemplari e per i barbari fratelli, che li aiutano a sopravvivere!.

In questa accoglienza, indecifrata, spontanea– di cui non esistono atti giuridici-  sembra, Marco,  che lungo il confine medio danubiano si verifichi il maggior numero di contatti dei peregrini con le comunitates cristiane, ben organizzate dagli episkopoi e dioichetai, che guidando amministrativamente ville romane di grandi dimensioni, ora anche accorpate, hanno  una propria autonomia,  in quanto non legittimamente riconosciuti  come  dipendenti né dal potere centrale imperiale né  periferico, ma nemmeno da quello ecclesiale cristiano, inesistente, sostanzialmente acefalo, data la diversità d’indirizzo dottrinale e rituale di primi christianoi, dispersi nelle varie province orientali, rari in quelle occidentali e in Africa,  gravitanti intorno ad alcune città, in cui convivono con le comunità ebraiche, da decenni ben collegate fra loro ed amministrate,  anche da giudeo-cristiani. E’ un fenomeno spontaneo, di convivenza e … di convenienza, dettato dal bisogno!

La peste, quindi, professore,  unifica ed affratella i popoli di stati diversi confinanti, ostili da secoli, come parthi e romani, divisi da lingua  religione e costumi  e anche i barbari germanici con le comunità pagane  e cristiane dell’imperium, non solo delle  province ma anche dei pagi e delle città, tanto che gli episkopoi  con la loro amministrazione centralizzata, locale, hanno possibilità di accoglienza e fanno proselitismo, dimostrando efficienza nella cura dei malati, nella  rapidità di sepolture e  nell’inglobamento di masse rozzamente catecumenizzate,  in precise strutture residenziali, adibite  a magazzini  o dormitori per gli schiavi,  secondo la caritas cristiana, mimetizzandoli con i propri fedeli in Christos, senza neanche  rilevare  il cambiamento di numero, ora variabile per le tante morti, visto che pagavano le tasse  solo i cives fattori/vilici,  formanti  anche la gerarchia ecclesiale,  seppure dipendenti per legge da padroni di classe  senatoria o equestre?!

Si sa che esistono queste comunità, che accolgono e che, pur essendo corpuscoli insignificanti rispetto al numero di  cives pagani filoimperiali, assolvono ad una missione di aiuto e di salvezza  nei confronti di ogni altro, anche di  stranieri, proprio quando si spopolano i territori dell’ impero romano a causa della peste e  quando manca ogni intervento statale  organizzativo, costruttivo,  essendo venuta  meno la burocrazia  ministeriale  periferica per la morte di diretti superiori locali di rango patrizio o equestre.

Marco, le comunitates cristiane, agricole, già si erano  segnalate nel passaggio stesso dell’esercito di Lucio Vero, diretto contro la Parthia, verso Seleucia e Ctesifonte,  per azioni caritatevoli in Asia e in Siria, sistemando  i nemici  tra i loro fideles,  anonimi, schiavi e liberti, liberi non censiti, sfamando i  peregrini  e  facendoli partecipi delle loro cerimonie, dopo un periodo di rapido indottrinamento, ora, nel pieno della pandemia,  il nomen christianum assume un altro valore e gli episkopoi, specie se di origine patrizia,   usurpano,  opportunamente, un potere, grazie alla loro attività caritatevole  verso i peregrini, tipica del buon samaritano.

Il termine, collegato con csenos greco, sottende la peregrinitas che indica il soggiorno di un civis in un paese straniero rispetto all’indigena,/vernaculus o domesticus,  residente autoctono, il cui stato civile romano è equiparato ed assimilato a quello del barbaro che chiede asilo, entrando entro i confini di un altro territorio, ed è accolto pacificamente, essendo comune la paura della peste.

Infatti  la stessa operazione, fatta dagli episkopoi  mesopotamici,  sembra diventare norma  ad opera dei christianoi bosforitani  ed asiatici prima, poi, di quelli stanziati al confine sull’Istro e da quelli di tutto l’Illiricum  fino ad Aquileia, dove già esiste una comunitas certa apostolica, marcina,  che  è un faro   per i cittadini di un grande territorio, compreso  tra il Mar Nero e il Mare Adriatico.

Perché dice marcina?

Marco,  Aquileia, capitale di Venetia ed Histria – decima Regio  augustea – sembra che  inizialmente abbia avuto come episkopos Marco, l’evangelista che, poi,  designa come successore Ermagora, prima di andare altrove !la sede, perciò, è ritenuta  apostolica tanto da  poter essere definita marcina!

Grazie,  professore. Lei vorrebbe dire che la vera prima accoglienza barbarica avviene nell ‘Illiricum, (Medio Danubio  e i suoi affluenti) e in Aquileia , sede marcina?! E vuole dire pure che in Illiricum – che  comprende le province di Pannonia e Dalmazia che, congiunte con la Moesia,  proteggono Tracia ed Acaia da infiltrazioni barbariche sull’ Egeo – inizia  il fenomeno dell’accoglienza barbarica, cosa molto diversa da una penetrazione militare barbarica!. Dunque mi vuole ribadire  che  la dioikesis marcina   accoglie stranieri, senza autorizzazione statale, nel nome di Christos, secondo direttive ecclesiali – di una ecclesia madre  dipendente, comunque, in qualche modo, sempre da Antiochia, sede cristiana centrale ?!.

Si verifica, Marco, forse,  in questa zona danubiana centrale, e meno sul confine renano, un aumento di popolazione cristiana, notevole,  a causa della paura della peste, nelle regioni dell’odierna Ungheria  Repubblica ceka e slovacca, Serbia e  Bosnia, Croazia e  Slovenia, con  un avvicinamento  fraterno  tra i popoli  per cui, deposte le armi,  a carovane, con carri,  i barbari trasmigrano e ad  ondate, penetrano, senza ostacoli nell’interno fino ad incontrare piccoli centri abitati, i cui capi decidono di accettarli, pur tenendoli a distanza,  inizialmente,  avendo pietà della loro condizione, aiutandoli in qualche modo,  servendosi anche del loro aiuto,  in caso di necessità, a seguito della scomparsa di tanti loro defunti, cooperando  nel lavoro dei campi, ormai quasi abbandonati, spartendosi il ricavato in un mutuo trattato di reciproca protezione anche da altre popolazioni e perfino da razziatori della stessa  tribù,  rimasta oltre il confine.  Questi peregrini, considerati dediticii cioè barbari che si sono arresi e dati prigionieri spontaneamente, ora decidono, nel corso del ventennio, di peste di condividere totalmente  la vita quotidiana dei pochi rimasti  cives romani,  favoriti e condizionati dall’eleos /caritas e dal sistema  di vita  comunitario dei  cristiani, anche loro peregrini in quanto si professano seguaci di Christos, uomo – dio, inviato dal Padre sulla terra, per redimerli dal peccato,  dal Cielo, dove aspirano a  tornare, perché loro patria, promessa come eterna ricompensa al loro sacrificio di vivere. I  barbari, professore,sono accolti da domini, padroni di grandi praedia  che fanno coltivare i loro terreni  da affittuari non solo in Italia ma anche nelle province. Plinioil giovane in Ep III,19; V,15 ed altrove   mostra la difficoltà nel trovare coloni  e perfino incertezza  nel riscuotere  gli affitti.  essendo venuta meno la manodopera servile. In tempo di peste peste la sitauzione èpeggiorta. Se è vero quanto dice Plinio il vecchio  Nat. Historia,XVIII,35  latifundia perdidere Italiam , ancora di più le province specie lungo l’Istro durante sono rovinate dalla  struttura stessa del latifondo!

Nel clima della peste, matura, dunque,  la propagazione del nomen  dei cristiani  che, propagandando, alcuni,  la fine del mondo e il ritorno del Christos trionfante, ed altri, celebrando la morte come porta  per il premio eterno paradisiaco, appaiono  tutti desiderosi, comunque,  di morire per congiungersi al loro Dio, salvatore, nel Regno dei  Cieli, loro patria.

La morte e la resurrezione di Christos, propagandate come fatto reale, diventano un problema di stato per il senato e per la corte imperiale, per i protoi e  per gli intellettuali, per i  capi stessi  dei vari popoli che entrano a contatto coi christianoi, confusi con gli ebrei, oltre che per le masse analfabete e semianalfabete, mal informate, mentre infuria la pandemia, dovunque, e  non si contano più i morti, da seppellire o bruciare.

L’ opinione pubblica, da una parte, plaude all’ esempio, strano,  di uomini che preferiscono  la morte alla vita, che credono nel ritorno del loro eroe, semidio,  che sperano in un premio eterno e che non sacrificano agli dei pagani e all’imperatore e alla dea Roma, convinti di essere parte di un altro regno, ma, da un’altra, è sbigottita di fronte alla forza teatrale del gesto dei martiri cristiani, che, impavidi e  sorridenti vanno alla morte anche se gettati ad leones, negli anfiteatri, dopo esemplari condanne, quando sono scoperti e rifiutano di gettare granelli di incenso  alla statua dell ‘imperatore – dio, per amore del loro Dio vivente.

Marco Aurelio e gli intellettuali vogliono dare, comunque, una risposta alla  propaganda  cristiana- che everte e sovverte la stessa struttura dello stato e la sacrosantità della tradizione avita  pagana –  degli Apologisti  e, specie,  alla ideologia analogica della scuola alessandrina, che sostiene  il pensiero cristiano,  non univoco e spesso contraddittorio – data la base  biblica, comune  con gli ebrei, oltre tutto,  di logica  platoneggiante e spesso  legata alla diatriba cinica -capace di  creare nuovi paradigmi operativi rispetto al pensiero greco latino di  democrazia, di iustitia e di pax  per i popoli,  applicato, solo dopo la violenza della guerra distruttiva, dal diritto romano.

La teatralità del gesto di martirio cristiano più della theologia cristiana e dell’analogia alessandrina  risulta, nella sua anomalia, un exemplum pericoloso per lo stato,  specie nel III secolo  quando si moltiplicano gli esempi  di morte gloriosa a seguito degli editti di Decio e Valeriano  ed ancora di più durante la persecuzione di Diocleziano.

Lo spectaculum di christianoi, (che rifiutano di incensare alla statua del sovrano  e che, privi del libellus-che attesta l’adempimento del  dovere del cittadino verso la figura sacra imperiale  e verso il numen di Roma  personificata-  risultano atei  e vanno con mogli e figli  a morte), desta un moto di solidarietà e commozione, specie di fronte a comunità intere, distrutte per la loro ostinazione nel credo religioso e favorisce sotterranee  adesioni tanto che Tertulliano può dire che il sangue dei martiri è seme  di  nuovi cristiani (Apologetico. 50,3). Eppure essi, anche se christianoi,  tra breve, sarebbero stati destinati ad essere  equiparati  giuridicamente  come  cives dell’impero romano, uniformati indiscriminatamente, a seguito dell’Editto di Caracalla del 212!.

Ormai si è propagato, in ogni parte del mondo,  il paradigma vincente  di un altro modo di essere e di vivere sulla terra, non da romani vincitori, ma da derelitti e timidi viri, christianoi, simili ai cinici, cenciosi denigratori della superbia di classe della romanitas: sarà sempre più  dominante  il moto protestatario, anche se di varia rilevanza  a seconda delle province, dove è maggiore o minore  la fama dello spirito cristiano,  specie dopo  la vittoria costantiniana, quando si attua  la fusione del  pensiero cristiano storico con quello imperiale romano  e si fondono  potestas laica ed auctoritas  sacerdotale,  mentre viene lasciata ignorante la massa  popolare  e si ripristina col cristianesimo stesso l’ideologia militaristica  greco romano ellenistica, giustificata ora  in nome di Dio  Padre, protettore della Romanitas, nuovo Zeus, con la nuova  Triade (Padre, Figlio e Spirito santo) Dio degli eserciti/Deus sebaoth, datore di Vittoria/nike. La radice ebraica è chiara nella triplice invocazione di sanctus/agios da parte dei serafini del Dio degli eserciti (Isaia,6,3) e del benedictus /euloghtos-baruch di Ezechiele,3,12 propria dei  cherubini!.

Quindi, professore, già nel II secolo,  nell’lliricum, c’è uno scontro culturale tra  gli intellettuali  neosofisti  e gli apologisti e  la scuola alessandrina didascalica, in lotta, oltre tutto, con lo gnosticismo, mentre equivoco ed incerto è il comportamento dei  militari di Pompeiano, ora marito di  Lucilla,  di Ponzio Lolliano e di  Dasumio Tullio,  ex governatori di Pannonia  e  dei comandanti di origine  pannonica,  Quinto Sosio Prisco e  Giulio Vero.

Marco, è questo, secondo me, il  momento più  traumatico  della  storia  umana, occidentale,  in cui,  a seguito di una peste  più che ventennale,  emerge una forma unitaria cristiana  non  ancora  perfezionata a causa delle contraddizioni, date le molte anime  del movimento stesso di  matrice ebraica,  comunque, evidenziata nel periodo dell’anarchia militare, postseveriana,  che va del 236 al 284, in cui giuridicamente si costituisce un fronte di legittimità confessionale religiosa, maturata a  seguito degli editti di Traiano, di Adriano e di Marco Aurelio, Commodo e Settimio Severo, decisi ad immettere, comunque, alla pari degli altri culti, un altro Dio  nel pantheon pagano.

E. Renan ( Marc Auréle et la fin du monde antique,  Paris 1882,) parlando di embriogenesi del cristianesimo  sottende  durante la peste antonina  l’avvento di un mondo nuovo che, poi, si precisa come presenza attiva e fiorente  alla fine del II secolo e lascia tracce ben visibili nel III, in quanto  si stabilizza  l‘ area religiosa grazie  al sussidio  di opere grandi e di figure notevoli di cristiani  specie a Cartagine e ad Alessandria, ma anche  ad Efeso, in Asia, e perfino in Gallia.  

Gli scritti, a cui accenna il francese,  formano un corpus christianum, costituito da libri, lettere, iscrizioni, martirologi, con  testimonianze di magistrati  e funzionari inquirenti,  filosofi e letterati, oltre agli apologisti greci e latini  e agli alessandrini Panteno, Clemente Alessandrino ed  Origene, col suo discepolo Gregorio il Taumaturgo,  e oltre a Melitone di Sardi, apologista antiantonino che, comunque, per primo tenta di conciliare gerarchia imperiale e  quella ecclesiastica, sulla base di una lettura profetica  del  Vecchio e del Nuovo testamento,  della storia greco-ellenistica e  romana, connessa con l’oikonomia tou theou, cristiana, anticipando gli intellettuali, storici dell’epoca costantiniana. Sembra, davvero, che già  la fede cristiana illumini il mondo pagano (cfr. II Pietro I,19- scritta probabilmente alla fine del II secolo-  la lampada brilla in un luogo oscuro fino a quando sorge il sole  e la stella del  mattino, Il Cristo, entra nei cuori)! E’  una prefigurazione molto vicina alla visione profetica di Melitone…Ecco chi si incarnò nel seno della  Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello, che non apre bocca; egli è l’agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte(?!). Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto a decomposizione!.  Ancora di più enigmatica è  la sua formulazione in Peri tou Pasxao theos pephoneutai, O basileus tou Israhl  anhiretai upo decsias Israhlidos/il dio è stato ucciso, il re di Israel  è stato  fatto fuori dalla destra israelita!. 

Lei, professore, ci ha parlato spesso di Militone  e del simbolismo della sua scrittura, per cui  h decsia, difficile a leggere,  potrebbe esprimere o  la logica dell’ integralismo  farisaico aramaico  o  la lettura  dei sadducei, contraria e  sacrilega nei confronti della tradizione ebraica dell’agnello  indifeso -a cui è congiunta anche  l’agnella  Maria- di figlio con  madre di Dio! la mancata conformazione  alle promesse fatte al popolo,  sembra segnare la  fine del cleronomos  ebraico, chiara  con la distruzione del Tempio,  punizione giusta  per la colpa  della morte dell’agnello?!

Marco, non ti sembra di andare oltre quanto hai compreso!? io lascerei stare, ora, il problema di  Melitone e la sua  clef / chiave  – trascrizione  medievale latina del testo melitoniano-   cfr. J. Pierre Laurant, Simbolismo e scrittura ( Symbolisme et Ecriture  le cardinal Pitra e la “clef “de Méliton de  Sardes)   trad.  Rosanna Campagnari e Pier Luigi Zaccatelli, Edizione  Arkeios  1999! E’ Militone, un simbolista cristiano di difficilissima interpretazione,  in quanto dal Medioevo è venuta una lettura  esoterica,  a mio parere impossibile da decifrare, essendo troppo scarsa  la documentazione scritta, greca, dell’autore di Sardi, morto sotto Commodo, forse martire,  dopo aver inviato un’apologia a Marco Aurelio( o a Lucio Vero ?!) nel 167, ed essersi prodigato secondo caritas cristiana nel corso della peste, infuriata in Lidia, in Caria e in Ionia, al  passaggio di ritorno di milites antiparthici, destinati a stanziarsi nei pressi di Aquileia, come supporto alle imprese militari dell’imperatore, impegnato contro Quadi e Marcomanni!. Eppure  Militone difende Marco Aurelio che fa bene ogni cosa, anche se ci sono stragi. Il vescovo di Sardi incolpa gli esecutori degli ordini imperiali non l’imperatore: infatti, per lui,  un imperatore giusto non potrebbe mai impartire  un ordine ingiusto  e… noi sopportiamo con gioia   il premio di una simile morte (Cfr.  St. Eccl. di Eusebio, che mostra la differenza sostanziale tra Paolo e  Militone e gli altri cristiani la cui  coscienza di cristianesimo  non sembra  di una religione escatologica, ma di una fides  umana presente, già radicata  nel territorio romano tanto da contribuire al suo progresso e da autorizzare  l’innesto  costantiniano sulla base dell’ unitarietà dei  4 patriarcati di  Roma, Antiochia,  Efeso ed Alessandria!.

Dunque,  professore, nonostante  i contrasti e le diatribe  sull’ origine non divina del potere  politico,  ritenuto diabolico da alcuni, che, invece, considerano solo divino quello ecclesiastico, bisogna dire che uniformemente tutti  sono  consapevoli di aver inserito le  strutture cristiane nella cultura ellenistica, coscienti di essersi conformati al sistema dell’epoca.

Certo, Marco,  con Aristide  Marciano di Atene già  si può   affermare che davvero i  cristiani sono i migliori cives  perché essi sono pii e con la loro pietas anticipano quanto proclamato da Clemente alessandrino che afferma che  sono più utili con le preghiere loro cristiani   che i  soldati con le loro armi!. Marco, con Melitone  e gli apologisti c’è fusione già del cristianesimo con Roma,  mentre è definitiva la rottura col giudaismo in quanto si ritengono non i romani uccisori di Christos ma  i giudei  perché incirconcisi di cuore  e di orecchie, in quanto ingannati da un angelo malvagio, non hanno mai compreso la volontà di Dio e la sua oikonomia: Melitone va oltre Giustino  e nell’ambiente antigiudaico di Sardi  inizia  una nuova lettura del  Vecchio Testamento, chiara nell’ Omelia 77, dove, secondo una ideologia cristocentrica,  persone e istituzioni,  parole ed eventi  diventano  immagini del  Christos venuto, vangelo stesso!

Da qui,  da Alessandria e da Roma  si può, allora, vedere due mondi che si oppongono, due tradizioni culturali in lotta,  mentre infuria la peste che  mostra la vacuità ideologica dottrinale delle teorie pagane  stoico-platoniche e gnostiche rispetto alla pratica della theologia  del cristianesimo  che, di fronte al male di vivere, risponde trionfalmente dando esempi  di gioia  nella morte ed annullandone il timore stesso con la speranza ultraterrena?.

Certo! Marco. L’apologia cristiana risulta vittoriosa  contro la doctrina  pagana  e quella  gnostica  (cfr P. de Labriolle, La rèaction paienne, Parigi 1934) come si evince dalle Omelie clementine, uno scritto molto manipolato del II secolo – che riprende avvenimenti precedenti,  come  i contrasti e ad Alessandria e a Roma, tra  credenti in diverse fedi, tra Simon mago e  i primi cristiani, evidenziando  lo spirito cristiano -anche se  non è sempre  coerente specie nei legami  coi cenacoli gnostici di Basilide, di Isidoro,  di Valentino e Carpocrate – confuso nella volontà comune  di  non avere un’ organizzazione gerarchica, nonostante l’impegno nell’ esegesi  ardita dei messaggi e nell’estremo rigore polemico,  non ben accetto ai concreti romani ed alessandrini, che dànno rilievo alla pratica di vita, in quanto tutti i predicatori di ogni genere e culto, divergono nel comportamento quotidiano.

Comunque, professore,  nel conflitto generale ideologico,  il cristianesimo è vittorioso  contro lo gnosticismo e contro l’impostazione stoico -platonica imperiale  di Marco Aurelio, proprio nel corso della  peste, che sancisce la legittimità sovrumana della speranza cristiana e  fa esaltare il mito della  resurrezione del Christos!

Marco, se  la gnosis era la cristianizzazione  dell’ellenismo, la cui cristianizzazione risultava una pseudo-gnosis (cfr. L. Bouyer, la spiritualité du nouveau Testament et des Pères, Paris 1960 ) la lettura cristiana della  vita nel venticinquennio  di peste è positivamente vista e giustificata  in quanto la morte e  resurrezione del Christos santificano il paradigma comportamentale  rispetto a quello filosofico pagano e gnostico. le cui dottrine sono svuotate di contenuto dall’atto pratico!. Allora,   il messaggio innovativo  cristiano  si propaga ed annulla il valore  della  speculazione dottrinale  pagana, mettendo in luce il mistero di Dio  ineffabile, uno e trino, celeste, opposto alla nullità della miseria umana, della gnosis ed  anche di quella  dell‘imperatore filosofo, considerato più che augustus una petulante vecchietta:  la frapposizione di una massa di eoni,  intermediari tra il creatore e la sua opera, pur spiegando la caduta dell’uomo, non chiarisce la funzione del logos, che risulta manifestazione dell’archetipo, non di una reale incarnazione  per riportare l’uomo allo stato originale!

Da qui, professore, la teoria dell’oikonomia tou theou di Ireneo   che, dalla  visione pessimistica della  creazione  dell’uomo  decaduto dall ‘età  saturnia dell’oro, rileva la possibilità di  salvezza storica con la sicurezza di una resurrezione col Christos e del premio eterno!

All’epoca, comunque, Marco, le dottrine si oppongono,  le une alle altre, e il dibattito tra i pochi cristiani e i tanti pagani  è duraturo grazie alla partecipazione di uomini di grande  prestigio  come Celso, degno di confutazione da parte di un grande come Origene, di personaggi come Luciano di Samosata, come  Plutarco, come Frontone  e lo stesso  imperatore  Marco Aurelio.

Professore,  lei ci ha già parlato di  Frontone e degli  antonini. In un’altra lezione  speriamo di sentire il fronte degli intellettuali pagani  e la difesa dei valori tradizionali della  cultura greco-romana  contro i Christianoi!.

Marco, se  hai ben compreso il clima di vittoria cristiano in epoca antonina, posso chiudere qui il mio discorso sulla predicazione  vittoriosa delle morte e  della  resurrezione del Christos!

Si.Mi sembra tutto chiaro! Dunque,  professore,  grazie!

Marco, al prossimo incontro,  vedremo, seguendo il Discorso vero di Celso, in un dibattito culturale, come risponde la cultura pagana al cristianesimo,  che  ha vinto praticamente  la sua battaglia  nel corso della peste,  con la dimostrazione pratica dell’eleos fraterno, universale.

Con la misericordia celeste e con l’accoglienza fraterna episcopale, Marco, il cristianesimo, di diritto, si afferma come religio tra i culti e Christos è accolto come theos/deus  tra gli dei pagani tanto da essere venerato, insieme alle altre divinità, da Giulia Domna,  legittima moglie di Settimio Severo! .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ credibile una “lettura letterale” di Gesù vivente?

Professore, è credibile   che una “lettura letterale” da parte della scuola antiochena  – che ci ha tramandato un  Christos  zoon vivente-  abbia valore diverso, umano,  da quello della scuola alessandrina  origeniana,  basata su una testimonianza divina in relazione al problema cristologico, alla Trinità e alla funzione di theotokos di Maria vergine?

Si. Marco. Può essere avvenuto, anche se   l‘altra lettura, quella allegorica della scuola di Alessandria   vince  – dopo la fine del tempio e dei sadducei e poi della definitiva  estirpazione  ebraica con la galuth  adrianea –  e  proclama crocifissione e resurrezione  sulla base di Paulus – civis romano di Tarso,  discepolo di Gamaliel, nipote di Hillel il grande, neos/giovane efebo, censito dopo la dokimasia,  ellenistico,  di cultura mistico-ascetico platoneggiante,  educato secondo i principi  culturali enciclici, venuto a Gerusalemme alla scuola farisaica, inviato dal ricco padre!-.

Le due opposte theorie, Marco,  derivano da scuole ebraiche quella di Hillel il Grande e quella di Shammai, che divergono sulla natura dell’anima, immortale per il primo, e materiale e mortale per il secondo, anche se ambedue hanno un concezione basata sulla loro tradizione aramaica comune, angelologica, di origine accadica, e sull‘unicità di un Dio padre.

Un’ulteriore divisione è nella visione realistica profetica, specie di Isaia e di Ezechiele,  dei farisei, spirituali – che considerano l’anima immortale e quindi accettano la  resurrezione  per i giusti – e in quella cruda dei sadducei, materialisti – che negano  la sopravvivenza per tutti e che leggono i testi secondo lettera, al contrario degli altri che leggono secondo simbolo-.

La scuola alessandrina allegorica,  stravolgendo, in epoca antonina, i termini sulla base della predicazione della  divinità del Christos /verbum-logos, Uios incarnato, seconda persona/upostasis della Trinità/Trias, tramanda, allora, la morte in croce e la resurrezione del Christos, come cardine del  cristianesimo paolino, secondo il sintagma anastasis toon nekroon/un rialzarsi dai morti, a seguito di un risveglio ad opera di Dio/energesis ( Cfr. Marco 16, 9-18; e Il corpo di Antigono in www.angelofilipponi.com ), mediante un vangelo cristiano origeniano (cfr. Origene, I principi-Manlio Simonetti-  Utet, 2010; e Opere di Origene –Manlio Simonetti e Lorenzo Perrone– , Città Nuova, 2009 ).

E, ad Alessandria,  l’allegoria, professore,  vince sulla lettera,  sotto gli ultimi antonini!?.

Si. La vittoria  alessandrina cristologica  ha, però, una reazione con i letteralisti, che ,con  con Luciano di Antiochia, con  Diodoro di Tarso (330-392) e Teodoro di Mopsuestia, in vari momenti,  operano una diversa  lettura biblica secondo  un metodo storico-critico-letterario. Essi, pur ritenendo la Sacra scrittura  libro  ispirato  da Dio, rilevano che è scritta, comunque,  da uomini,  tanto da vedere il Cantico dei cantici solo come un inno nuziale di una particolare epoca, cogliendo segni di humanitas, là dove gli altri vedono  divinitas.

La reazione antiochena alla scuola alessandrina si diversifica nel tempo  ed  ha due momenti significativi , quello ariano e quello nestoriano, di cui abbiamo parlato  (Ario ed Atanasio, Nestorio e Cirillo www.angelofilipponi.com) relativamente al concilio di Nicea e a quello di Costantinopoli e di Efeso  specie in riferimento ai due antiocheni, divenuti  patriarchi di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo e  Nestorio, che rilevano in Christos, la figura umana, nonostante la  sua funzione creatrice  di ogni altro elemento, seppure  distinta in  due nature distinte quella  umana e quella  divina,  e che non accettano la  formulazione efesina  sulla  theotokos/madre di dio, pur non disdegnando quella di Christotokos.

Professore, lei mi vuole dire che, quindi, l’ eresia di Ario e poi quella di Nestorio derivano ambedue dalla scuola antiochena umana e letterale?

Non è proprio così. Comunque, si può dire che l’arianesimo sorge in rapporto  a Luciano di Antiochia (235-312), maestro  autorevole di  Ario,   di Eusebio di Nicomedia  e  di Eusebio di  Cesarea, sconfitti a Nicea, ma subito dopo, da Costantino stesso, il tredicesimo apostolo, secondo un’altra lettura di logos, non origeniano,  riabilitati, secondo una lettura letterale, legata ai testi adozionisti di Paolo di Samosata,   che si oppone al pensiero origeniano, facendo un rilievo umano circa la morte e la resurrezione del Christos,  in un clima ereticale, in cui predominano le correnti subordizionaliste e modaliste .

Subordizionalismo  e modalismo  sono teorie che, tese l’una all’assoluto monoteismo  del Dio biblico, monarchiano – in quanto  Figlio e Spirito sono  forme subordinate al Padre, monarca, non persone– e l’altra  alla  trascendenza del Padre,  insegnano:  Padre, Figlio e Spirito santo sono solo tre modi di manifestarsi nella storia, di un unico Dio, che rimane unico nel suo inaccessibile mistero, ineffabile: viene liquidato il cristianesimo in un normale monoteismo, mentre Gesù di Nazareth è visto come  personaggio storico, giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato, sotto il regno di Tiberio.

Quindi, professore, si dice: il Christos non è logos/verbum perché creato, ed, in sostanza, viene posto il dilemma  di un Gesù Cristo  creato o generato?!.

Marco, puoi  dire così, ma devi tenere presente che sono infinite le derivazioni pratiche circa la figura di Christos, che  non muore in croce perché un Dio che non può morire, ma  che muore solo l’uomo, in una dimostrazione della crocifissione, come una modalità  per la salvezza umana.

Le discussioni per allora  sono dominate da Luciano, data la sua rilevanza in quel periodo, notevolissima,(cfr. Girolamo Gli uomini illustri, Aldo Ceresa Castaldo, EDB, 2014, vita 77)  nonostante il credo alessandrino origeniano di Christos generato e non creato.

Marco, eppure, in questo clima, il concilio di Nicea  sancisce la vittoria  del Christos origeniano su quello ariano lucianeo:  la vittoria origeniana, comunque,  è nel crudo realismo delle due scuole, prima ebraiche  e poi cristiane,  in cui predomina  quello raffinato della retorica alessandrina, che sa coniugare il verbo cinico con la franchezza e la  ripetitività terminologica, con  l’uso dell’antitesi e del chiasmo,  con  l’espressione tipica della scuola rabbinica  carne e sangue – divenuta nel Medioevo carnalis  e cordialis-.

Dunque,  professore, il cristianesimo catholikos del Regno di Dio nasce dall’opposizione tra il credo realistico  letterale  della comunità di Antiochia – in  cui è nato  il vangelo di Paolo e di Luca, insieme a quello di Marco,- congiunto con quello efesino di Giovanni – che, in epoca diversa, interpreta la morte e resurrezione come un fatto divino, voluto Dio ed impone il credo delle resurrezione, su una  base allegorica alessandrina!

Quindi, secondo lei, realmente e concretamente, potrebbe essere accaduto che Gesù, salvatosi dal supplizio dalla croce, sepolto vivo, si svegliò,  fu preso e portato in Galilea, dai seguaci semipagani, che ne avevano comprato il sooma, dai romani stessi, e là si incontrò coi suoi – manifestandosi con dosate epiphaneiai suggestive-  e visse per qualche mese, per poi scomparire definitivamente (per morte naturale–   descritta come ascensione, secondo la cultura profetica di Isaia e di Eliseo-)?. D’altra  parte, nel 1564, alla morte di Michelangelo, la sua salma non fu trafugata  e portata  a Firenze da suo nipote per non lasciarla in mano all’Inquisizione, intenzionata a prendere corpo e  carte dello spirituale divino artista, seguace di Reginald Pole?

Marco?! Che dici?  Sai bene che non si devono fare citazioni inutili erudite e mettere insieme fatti ed episodi storicamente lontani! Non si fa storia, accostando esempi, ma lavorando ed indagando sul punto situazionale, fissato storicamente,  senza fare salti temporali, senza divagare: una è la storia del corpo di Cristo nella Pasqua  del 36 d.C.  ed una quella della salma, di  Michelangelo, morto il 18 febbraio del 1564 e poi traslata a Firenze per le solenni esequie secondo la tradizione del  Vasari! Due epoche… lontane…! due mondi …incomunicabili!. Perciò,  Marco,  al di là  della avventura occasionale del cadavere di Michelangelo, ritengo che il vedere vivente qualcuno, creduto morto in croce sia un fatto reale, non un miracolo, seppure evento straordinario – a seguito dell’apparente morte del crocifisso  e di un seppellimento,  provvisorio, temporaneo in cripta,  da vivo, come nei romanzi ellenistici-  e che sia stato letto in modo differente,  nonostante  i comuni termini usati (non esistendo  all’epoca nemmeno il termine  resurrezione  né in aramaico né in greco – dove anabioosis vale solo rivivere e anastasis rialzarsi– in relazione alla duplice lettura mishnica-aramaica  sadducea da una parte e  farisaica dall’altra).

Marco, considera lo stesso termine epiphaneia/apparizione – da epiphainoo / mostro, faccio apparire  improvvisamente–   legato all’idea di un’ apparenza esterna, come dimostrazione  di regalità o gloria  o fama, opposta ad alhtheia/verità, quindi, intesa come costruzione artificiale, volutamente evidenziata per stupire l’altro, specie perché  riferito a Christos /meshiah, uomo ucciso dai romani come Antigono asmoneo, anche lui un maran/basileus eletto dai parthi, un antiromano, apparentemente morto  martire   in difesa del territorio nazionale e della  legge patria, in quanto fedele al suo unico  PADRONE, Dio padre!

Inoltre, tieni presente  il valore di lettera per intendere il reale significato di un messaggio,  che viene inviato ad un amico, ad un conoscente o ad una comunità, come difesa del pensiero di un  letterato o di un fondatore di dottrina o di uno ktistes di ecclesiai, del tipo di Epicuro – che scrive ad Erodoto  sulla fisica, a Pitocle sul cielo e a Meneceo,  sulla felicità –  come Paolo che scrive ai Romani, ai Corinti  per un proprio messaggio ecc..

Infine, considera  logos  come conferenza, che viene tenuta da un retore  ad un pubblico, in sale  pubbliche,  affittate per dibattiti culturali in grandi città dell’impero, non solo a Roma ed Alessandria, ma anche ad  Efeso, Antiochia, Atene, Corinto,   Cirene,  Cartagine  Marsiglia, Pergamo, al fine di  esprimere il proprio pensiero  per informare  gli uditori delle novità della dottrina, anche mediante la voce di retori  prezzolati per propaganda ideologica, essendo molte le diatribe, anche popolari!. Il logos, specie nel II secolo d.C.,  è strumento di difesa apologetica e di offesa  contro avversari anche politici !

Lei mi vuole dire che Paolo usa lettera con lo stesso intento di Epicuro e di altri maestri  ellenistici ,con valore polemico e  apologetico, avendo  da spiegare il proprio pensiero  mistico-ascetico, basato  sullo scandalo della croce, che  risulta pietra di inciampo, essendo lui aborto! 

Non è il caso che io ti spiego i termini da te ben usati ed interiorizzati -cosa già fatta e  ben compresa da te! Aggiungo solo che la lettera paolina è utile come  quella della scuola epicurea, stoica, neoplatonica  e come quella dei  cinici che,  oltre tutto,  fanno lezione in piazza  con attacchi immediati anche al popolo, attirato bruscamente per una riflessione  filosofica da barbuti maestri col bastone, variamente vestiti, tipo  Giustino apologista! .

La lettera risulta  strumento di divulgazione dottrinale della  croce /stauros ! L’apparizione viene sfruttata come  elemento miracoloso  cristiano e dalla scuola alessandrina e da quella antiochena  a seconda dei momenti storici, specie nel corso della peste antonina e dopo,  anche nella  grave crisi imperiale post severiana, nel periodo compreso tra Alessandro Severo  e  Diocleziano, quello degli imperatori illirici. Le due scuole  fanno ricorso, quindi, ad un sistema comunicativo retorico per bandire il pensiero cristiano e  per volgarizzarlo con la straordinarietà della propaganda della morte e resurrezione del Christos,  uomo-dio, mentre ferve il contrasto ideologico tra i dioiketai -episkopoi e l’elemento oltranzista monacale comunitario!

Mi spiega ulteriormente la differenza culturale delle  due dottrine  patriarcali antagoniste?

Marco, premetto che l’ho fatto già; comunque, aggiungo che   bisogna esaminare attentamente dall’angolazione  dei vedenti il fatto di morte e  di resurrezione che,  dalla visione, fanno scaturire una verità, in relazione  a quanto sanno vedere come letteralisti e  o come simbolisti ed analogisti.

Per lei l’apparizione stessa, dunque,  è una messa in scena  galilaica di un Christos, miracolosamente guarito,  dopo essersi alzato dai morti e svegliato?

Si, Marco!  Il fatto galilaico per alcuni è tenuto  segreto e poi mostrato improvvisamente  per avere un maggiore effetto; per altri, invece, è solo una manifestazione del divino, veramente accaduto, di un  uomo -dio, veramente risorto, come  viene descritto nell’ apparizione , considerata vera e reale,  a Paolo-  un nemico che incontra, si scontra e  cade da cavallo di fronte  al  CHRISTOS, risorto, perseguitato,  e  che viene  abbacinato dal sole, sulla via di Damasco-!

Poalo di Tarso  ne parla lui stesso  ai discepoli  in Lettera  I  ai Corinti  15,1-9, anche se la sua parola,  il suo davar, mostra  un suo vedere specifico aramaico, con connessione culturale tra musar e  paideia greca,  risultanza di una realtà, propria di giovane tarsense, un neos  farisaico,  un giudeo ellenizzato e romanizzato.( Cfr. M. F. Baslez, Paolo  di Tarso,  Sei, Torino 1993 pp. 22-41).

Professore, ho letto questo libro su Paolo  ed anche quello di Riccardo Calimani, da noi conosciuto insieme,  a Venezia, ( Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo, Mondadori,1999 ) ed anche quello di Vittorio Messori (Dicono  che è risorto, SEI, 2000) Mi sono informato e  ne conosco il pensiero,- specie di Messori che risulta  influenzato da E.Sanders-  e ne rilevo il  desiderio  di mostrare  la  novità del suo studio storico, in cui riconosce giustamente che ” l‘ultima cosa che un ebreo  si attendeva dal Messia era che dovesse patire,  morire e poi risorgere ;  l’ultima cosa che ci  si aspettava per i tempi messianici (anadiplosi!) erano una croce e un sepolcro vuoto nella storia!”

Per Messori, comunque,  è una novità il fatto che la testimonianza sul risorto avviene da parte di donne  in una società maschilista, ed è riconosciuta unanimemente dalle fonti evangeliche, dagli Atti e da Paolo!.

Marco, non è facile  avere concordia in chi narra e questo, per me,  è segno di manipolazione in quanto chi vuole unanimità la costruisce!

Professore,  io quando lessi  il libro di Messori, rimasi sorpreso che lo scrittore si facesse tradurre  da un prete,  Antonio Persili il testo giovanneo  dal greco,  per rilevare  che il lino che avvolgeva il capo era stato come “inamidato” nella  resurrezione,  tanto che l’apostolo, avendo visto,  “credette”.

Tu, Marco, ti riferisci a Giovanni 20. 6-7-8.: Theoorei ta othonia  keimena/(Pietro) vede la bende per terra, kai to soudarion, o hn epi ths kephalhs  autou, ou meta toon othonioon keimenon allà chooris  entetuligmenon  eis ena topon/ e Il fazzoletto che gli era stato posto sul capo, non per terra  con le bende,  ma piegato in un luogo separato, in disparte; tote oun eiselthen o allos mathhths , o elthoon prootos eis mneemeion, kai eiden kai episteusen/ allora entrò l’altro discepolo,  quello che era giunto primo al sepolcro,  e vide e credette.

Si. Mi riferisco al testo di Giovanni, ma per me,  il vedere il fazzoletto posto accanto in disparte, piegato, non può determinare il credere giovanneo ed essere  una novità! Mi sembra poco: Giovanni  vide quel che vide cioè le bende a terra  il fazzoletto ripiegato,( inamidato?! – per il parroco di Tivoli, studioso di greco) forse da una donna, e il sepolcro vuoto, senza sooma, portato probabilmente da  galilei non ebraici, collusi con romani ( Cornelio?). Infine, professore, l’affermazione successiva  non comprova la novità  messoriana che cioè Giovanni a causa del vedere  comprende quanto scritto nelle  Scritture  oti dei auton ek nekroon anasthnai/che doveva alzarsi risuscitare dai morti. Insomma per me il fatto che Giovanni non si sofferma  sull’argomento e che solo lui  riporta un fatto tanto eccezionale, è ancora di più segno di non verità anche perché  Gesù non è riconosciuto all’inizio né  da Maria di Magdala né dai due discepoli di Emmaus, i quali solo con lo spezzare del pane identificano il maestro -Eppure erano parenti!-..

Bravo Marco! Ricordi anche il mio lavoro  su il messia mancato in www.angelofilipponi.com ?

Certo, professore.  Per me l’articolo fu più importante del libro di Messori perché lei marcava che la  profezia messianica non era in linea con l’uomo Gesù, ma col figlio di Dio Logos ! Lei ancorar di più in Oralità e scrittura dei vangeli mostra che essere fariseo, discepolo di Gamaliel, significa opporsi alla lettura letteralis  carnalis, ed è riconducibile alla lettura allegorica e cordialis, in quanto tipica dei pneumatikoi, che attendono il premio eterno come ricompensa del loro ben operare, congiunto con la predicazione del Christos  venuto, crocifisso e risorto !

Marco è  la grande novità  di un Paolo, visionario, aborto, schiavo, imitatore di Christos  crocifisso e  risorto, senza cui  non c’è cristianesimo. Lui  di questo è  testimone ultimo,  ma sempre testimone cfr. I Corinti: 15,3-10: anzitutto vi trasmisi  quanto anch’io ricevetti che Cristo morì peri nostri peccati, secondo le scritture   e venne sepolto  e fu risvegliato  il terzo giorno/oti Christos apethanen uper toon amartioon hmoon kata  tas graphas, kai oti etaphh, kai oti eghgertai thi hmerai thei trithi e che fu visto da Cefa,  poi dai dodici e poi fu visto  da più di cinquecento fratelli in una sola volta, per la maggior parte ancora in vita, adesso, qualcuno già addormentato, quindi fu visto da Giacomo, poi da tutti gli inviati  e finalmente dopo tutti, fu visto da me, come dall’aborto/oosperei tooi  ektroomati.

L’aborto, fedele cristiano, operoso,  dall’incontro con Christos  sulla strada per Damasco, non solo conosce la verità ma ha una nuova vista potenziata, dopo la cura di Anania! le sue affermazioni diventano carne  e sangue per gli alessandrini  Panteno, Clemente ed Origene  e la  Croce risulta emblema del cristianesimo. Dunque, in Oralità e scrittura di vangeli tu hai letto che  io distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo genericoprecisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito  e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di una, ontologica, intellegibile, di vero e falso (‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione. Su un’ altra visione – propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah su guardare hibbit  e su avere una visione hazah  in modo differenziato – si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica, ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi, a cui è tolto il velo  così da leggere, oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto/ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore/ lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Quindi, Marco, ora puoi   davvero rilevare  il vedere di  Giovanni, anche lui  giovane all’epoca,  aramaico di cultura, il suo stare nel sepolcro come atti reali di contatto,  diversi da quelli avvenuti poi altrove,  per cui il credere in un risorto  vivente  è più in relazione a quanto visto dopo,  circa l’opera  sul lago di Tiberiade che nel sepolcro.

Professore,  mi sembra di aver capito qualcosa circa le questioni sottili degli orientali “spirituali” sulla resurrezione e  ringrazio.    Comunque, come mai il problema orientale sulle due diverse visioni e credi  è restato  limitato all’Asia Minore, alla Siria  e  all’Egitto, e zone limitrofe  e solo più tardi si è  propagandato in Occidente?

Ti ho spesso detto che gli orientali, specie i cappadoci, ritengono che noi latini occidentali, non avendo uno strumento linguistico adeguato,  comprendiamo male i significati circa la Trinità e la divinizzazione del Christos!. Ne deriva che il problema resta  sotto l’impero bizantino, specie dopo la fine dell’impero di Occidente, caduto in mani barbariche nel 476. Solo con la guerra gotico-bizantino (535-553)  il problema della  divinitas e  quello della  christologia   riguardano anche il papato romano e  le chiese occidentali. La restitutio imperii  di Giustiniano (527-565)  è il momento di presa di coscienza cristiana cattolica occidentale romana, quando l’imperatore costringe  papa Vigilio a sottoscrivere  la condanna dei Tre Capitoli.

Quindi, professore, la stessa riconquista dei territori occidentali, specie di quello dell’Italia,  comporta una reazione unanime barbarica  antibizantina,  in nome di Dio e della religione, concentrata intorno al papato romano, costretto  alla sottoscrizione da Giustiniano, a seguito del verdetto del Concilio di Costantinopoli del 553?.

Si. Marco. La condanna dei tre capitoli, cioè  delle proposizioni  di Teodoro  di Mopsuestia, di Teodoreto di Cirro  e di Iba di Edessa, essendo la scomunica non dei monofisiti- che hanno il favore della regina, Teodora- ma dei nestoriani, diventa la bandiera dell’ opposizione,  anche politica  in Africa, in Spagna,  oltre che in Italia, dove  la sola diocesi di Aquileia rimane filobizantina!.

La vittoria bizantina  militare scatena una reazione religiosa  con feroce  avversione popolare contro l’imperatore, che  cuce i vari popoli e li coagula secondo vincoli nuovi,  grazie alla lingua comune latina. Ne deriva che per quasi un secolo e mezzo i rapporti restano tesi tra la communitas latina e  quella bizantina, mentre vi sono guerre tra ariani ed ortodossi  e, spesso, tra ariani misti a catholikoi  contro i bizantini!

Ed allora, professore, in questo clima  antibizantino  si afferma, in un momento di stasi  politico-giuridico -formale,  l’auctoritas con potestas  del papato romano, che sa manovrare le masse barbariche  occidentali, nel nome di Roma, prima sede imperiale,  tanto da costituirsi un proprio  potere temporale su basi giuridiche inventate,  basandosi sulla  sua  funzione   pontificale,  e si arroga il titolo di papa, rappresentante  in terra di un Dio vivente!