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Lucio Taruzio

A mio cognato, Reno Mandolesi, fisico-astronomo, in occasione del suo compleanno.

 

Marco, conosci Lucio Taruzio?

E’ un amico di Cicerone, di Varrone e di Publio Nigidio Figulo! Un piceno, uno di Fermo!

Mai sentito nominare!. Se me ne parla, sono contento, così posso imparare qualcosa  su Cicerone e Varrone, oltre che su Publio Nigidio Figulo, un gruppo di Pompeiani, anticesariano!

Marco, ne parla Plutarco in Vita di Romolo,12.3-4: ai tempi dell’erudito Varrone, uomo romano molto competente in fatto di storia, un certo Taruzio (Taroutios), suo compagno-etairos- , filosofo, oltre che matematico (philosophos men alloos mathematikos), ma anche versato per puro gusto  speculativo nella ricerca astrologica, in cui era ritenuto  esperto insigne (aptomenos  de ths  peri  ton pinaka methòdou theoorias eneka  kai dokoon en authi periptos einai).

Tu conosci Terenzio Varrone di Rieti (116- 27 a.C) e le sue problematiche storiche antiquarie? Conosci la vita  e il pensiero moralis di Plutarco?

Si .  Più la  vita di Varrone che quella di Plutarco. So che  Varrone  scrisse molto sulla lingua latina, sull’agricoltura,  sulle gentes romane,  sulle familiae troiane e sulle Antiquitates rerum humanarum et divinarum, convinto assertore delle origini sabine dei latini, oltre che ricercatore di matrici greche di Evandro, arcade. Ricordo che lei, a scuola, ci  parlava di Terenzio Varrone come uno degli hgemones/ammiragli della flotta di Pompeo contro i Pirati,  che aveva sotto controllo la zona compresa tra Delo e la Sicilia. Mi sembra  di ricordare, inoltre,  che  Cesare  in Spagna fu attaccato da lui, propretore pompeiano, che non si comportò militarmente, in modo decoroso,  ma il dictator, nonostante questo,  lo incaricò, dopo Munda,   di costituire una biblioteca greca ed una latina, a Roma, come dimostrazione della sua stima letteraria verso la cultura antiquaria del suo avversario. So, infine, che dopo la morte di  Giulio Cesare si  salvò  fortunosamente dalla proscrizione di Antonio  e di Ottaviano  e  poté  iniziare la revisione  della sua immensa opera  di oltre 620 opere, compresa De agricoltura (I,4).

Ricordi molte cose di Varrone! Bravo e sai  che  ottantenne, come ogni buon contadino sabino,  invoca i dodici Dei Consenti, principali guida degli agricoltori- essendo andato durante le feste della semina (sementivis feriis), in aedem Telluris, perché chiamato dall’editumos/ editumo, custode del tempietto, dove incontra altri, tra cui suo suocero, che guardano una tabula picta dell’Italia- (Ibidem,2,1)!.

Parla di una tabula picta, professore? allora c’è in Varrone una prova di una tabula che precede quella di Vipsanio Agrippa, poi  diventata Tabula peutingeriana?

Il guardare in una parete da parte di cives, in attesa del ritorno del  custode templare, una tabula picta  nel tempietto della dea Terra, non credo possa significare un uso militare di tabulae geografiche, ma ritengo di non escludere che nel 39/38  a.C.  ci siano tabulae pictae dell’ecumene romano e specificamente dell’ Italia, utili per la  propaganda universalistica  di Ottaviano, allora, in buoni rapporti, con Antonio, a cui ha dato in moglie la sorella Ottavia!. Marco Varrone, a Roma,  è  considerato sulla base delle affermazioni  precedenti di Cicerone (Academica posteriora,19), il più dotto dei romani. Infatti   l’oratore  diceva  espressamente:  tu in ogni epoca della patria hai fatto luce  sulla base della tua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali,sugli istituti civili e militari sulla dislocazione dei quartieri e sui  vari punti,  sui nomi, sui generi e cause  dei nostri affari e divini ed umani! 

Davvero Varrone  aveva indicato  esattamente gli usi e  i riti religiosi paleosabellici, fusi con quelli etruschi dei romani e fatto ricerca sulle feste e  sui corpi sacri sacerdotali  e sulla fondazione  di Roma  e su Romolo ecista/fondatore,  forse  in opposizione alla doctrina  di Dionisio di Alicarnasso –Ant. Rom.I, 84, 3 –  specie in relazione alla morte di Remo con Faustolo e il fratello-   e a quella di altri greci,  compreso Strabone di Amasea (60 a.C.- 23 d C)!. Probabilmente la sua theoria era  appoggiata  e sostenuta da  Nigidio Figulo (98-45 a.C) uno studioso, neopitagorico,  restauratore in Roma del pitagorismo (Cicerone, Timeo I ), considerato mago da Svetonio, da Girolamo  e segnalato come  tale da Apuleio in De magia  42.

Professore, fu anche Figulo un  pompeiano,  che  segui il dux aristocratico a Farsalo?

Si Marco. Non si sa come e perché Figulo non fu tra quelli che, a Brindisi, andarono ad accogliere il vincitore, da  supplici,  come Cicerone e Varrone!  forse – è pensabile- seguitò a combattere tra i pompeiani a Tapso!. Per questo fu  catturato e non essendo stato graziato, fu inviato in esilio, in un luogo sconosciuto,  dove sembra che morì nel 45 a.C.

Si conosce il tipo di  di neopitagorismo, adottato da Figulo?

Sembra che il suo indirizzo sia non moralis e filosofico, ma  astrologico e divinatorio, con tendenze alla scienza  augurale, visto l’elogio fatto da  Lucano in  Bellum civile, V. 639-672, considerata l’avversione  successiva  di Tiberio Imperatore, che, da politico,  reprime ogni pratica magica-  apparendo strana e contraddittoria la sua condotta in quanto, pur essendo  amico di Trasillo,  è ostile ai presagi e ad ogni forma astrologica e perfino al poema dell’alessandrino romanizzato, Manilio (Astronomica)-!

Vengono ricordati altri libri di Figulo!?

Si. Ci sono rimasti, però,  solo frammenti di  De  extisliber auguralis De sphaera graecanica  et barbarica,  de diis, de ventis e  de somniis.  Agostino lo ricorda in De civitate Dei V,3,  per essere stato il primo a formulare l’idea del vorticoso giro della terra, dopo il suo ritorno dalla Grecia/ a Graecia regressus, se didicisse orbem ad celeritatem rotae figuli torqueri/ aveva appreso che la terra gira con la rapidità del torchio del vasaio.

Allora, da Publio Nigidio Figulo/il vasaio-,  da Varrone e da Cicerone deriva la scienza astrologica del fermano Taruzio?

Non credo che sia così, Marco!. Penso che Taruzio abbia una sua formazione  che,  fusasi con quella autoctona familiare ed italica paleosabellica ed etrusca,  a contatto con gli scienziati alessandrini, portati da Cesare, al fine della riforma del Calendario,  abbia maturato una sua scienza astrologica, comune ad altri, come gli esseni, dello stesso indirizzo pitagorico. Comunque,  Varrone sembra che lo abbia in grande considerazione  per la sua cultura filosofica ed astronomica, anch’essa certamente eclettica e sincretica come  quella dei suoi compagni pompeiani,  etairoi antiquari e bibliotecari, legati fra loro da vincoli di etairia!. Sembra che il fermano abbia un suo tipico modo di osservare il cielo, come quello caldaico,  e che, quindi, sia un insigne scienziato, capace di fare calcoli magici, da magoi, da caldei, non da goetes ciarlatani, allora in voga a Roma, come, poi, all’epoca di Plutarco (48 d.C -126/7 d.C.), nel II secolo d.C.. E sembra che la sua concezione celeste– che cioè quanto succede lassù  determina quaggiù la vita naturale dell’uomo- sia condivisa dagli altri etairoi!

Comunque, Marco,  la sua origine paleosabellica – da cui il nome di taruzio /caruzio attestato da Plutarco stesso nella sua seconda versione circa il mito di  Acca Larenzia,  che sposa un certo Taruzio uomo vecchio e ricco,   che lascia ogni avere alla donna che, poi, lo cede in maggior parte, per disposizione testamentaria/ kata diathkas, (Romolo,4,4) alla città – fa pensare  ad infiltrazioni etrusche  nel basso piceno,  già sotto il  controllo locumonico dalla fine del V secolo a.C!. Inoltre non sono escluse acquisizioni astrologiche magiche  in Asia Minore o in Grecia,  che maturano la sua formazione culturale pitagorica.

Plutarco  aggiunge che Varrone propose al piceno, etairos, di calcolare, risalendo all’ indietro nel tempo, il giorno e l’ora di nascita di Romolo, in base agli influssi astrali, facendo ricorso agli stessi procedimenti, con cui si risolvono i problemi di Geometria  – Romolo, 13,4 -.

Marco, si è tra geoometrai – non ciarlatani religiosi- ,  che devono risolvere geoometrika …  problhmata,  con procedure scientifiche, secondo il metodo del trattato astrologico /h apotelesmatika technh!. Quindi, professore, lei vuole dire che Taruzio è accreditato di un proprio procedimento scientifico, in relazione ai mezzi dell’epoca, di tipo alessandrino.

Lo scrive Plutarco, che ha vasta cultura sacerdotale ed oracolare, non solo storica e filosofica, avendolo avuto impresso, con la virtù, dal padre che, insieme al nonno Lampria, gli aveva insegnato le cose sacre,  la consuetudine alla meditazione, lo studio della  filosofia e della matematica, apprese  da Ammonio, scolarca dell’ Academia, ad Atene!  Testimonia la scientificità del procedimento del Piceno Plutarco, un rappresentante politico e religioso della città di Cheronea, un  ierofante, che tratta affari con proconsoli romani, che viaggia  per la Grecia, per l’Egitto e per l’Asia Minore come autorizzato dai concittadini ad andare a Roma, dove  romani vanno ad ascoltarlo e a consultarlo  per udire la sua parola  di fede in un Dio/Theos   e di certezza della sopravvivenza dell’anima!.

Fa questa testimonianza Plutarco, un uomo dell’oracolo di Delfi,  che  ha tra gli uditori uomini come Aruleno  Rustico, discepolo di Peto Trasea, poi fatto uccidere da Domiziano!.  Plutarco è degno di stima,  anche dopo il ritiro in patria, come uomo animato da sentimento filantropico  e da desiderio di giovare agli altri, come discepolo dell’indirizzo morale di Epitteto, filosofo stoico, cosciente di essere pars del tutto come una cellula del kosmos, che, col suo, pur privato,  ben fare, può  alimentare il bene universale, convinto non di cercare un utile proprio, ma quello della patria intera terrena!

In Consigli  agli inquieti (Moralia)  infatti Plutarco  dice contro chi lo dileggia perché  intento alla misurazione  di una tegola o al trasporto di calce impastata  o di pietre: non lo faccio per me a tirar su questo edificio ma per la patria!

Plutarco –  ricorda, Marco!- è uomo che ha il riconoscimento da Traiano  di una dignità consolare, poi, anche ribadita da  Adriano! E’uomo conforme al pensiero antonino!

Dunque, professore il fermano è considerato da Plutarco  quasi come un suo modello, come una luce razionale  per gli altri !

Io penso, Marco,  come  Vincenzo Cilento  (Diatriba cinica e dialoghi delfici Sansoni, Firenze 1962,p.XXIII), che Plutarco seppe mantenere una tipica dignità anche in un’epoca dove c’era critica specie per  gli oracoli, compreso quello di Delfi,   e celebrare i riti misterici  con scrupolo religioso dell’oracolo delfico, seppure scaduto, come estremo appello alla ragione!.

Per lei, quindi, professore il piceno  anticipa lo stesso Plutarco  nella speculazione magica,  avendo un qualcosa di divino nella sua   predizione astrologica, quasi una visione misterica eleusina ?

Marco, io penso di saper vedere i limiti scientifici  dell’epoca di Augusto  e di saper leggere  le riforme dello stesso Ottaviano, tese a ripristinare il culto arcaico e la tradizione quiritaria, ridicolizzata già da tempo, dalla razionale  superiore cultura ellenistica orientale,  e  comprendo che in Taruzio ci possa essere  una  certa scientificità, secondo i canoni epistemici  alessandrini, relativa al tempo e alla  stessa professionalità di uno studioso, astrologico e filosofico, ben inserito in un gruppo di compagni eruditi, antiquari!. In questo senso l’autore fermano anticipa  il razionalismo e il naturismo  di Moralia e il moderato equilibrio storico  di Vite parallele di Plutarco,  avendo, comunque,  gli stessi difetti, irrisolti,  del pitagorismo e  dello stoicismo del I secolo a.C, rispetto al principato di Augusto!

Plutarco, dunque, trattando del procedimento di Taruzio, scrive : infatti, si segue quello stesso procedimento usato  per predire  la vita di un uomo, sapendo il tempo della nascita, e per ricercare la data di nascita  conoscendone la vita/ths gar auths theoorias  einai, khronon te labontas anthroopou genéseoos  bion proeipein, kai biooi dothenti thereusai  khronon

Professore, il fermano, però, è ritenuto da Varrone, da Terenzio Varrone reatino, uomo in grado di  calcolare, tramite i segni astrologici, ogni fenomeno naturale celeste.

Certo. Da Varrone,  Taruzio è così stimato!.

Infatti Plutarco dice che fece ogni cosa  come richiesto e, pertanto, studiando le vicissitudini e le imprese di Romolo, mettendo, inoltre, insieme informazioni sull’arco di tempo,  in cui era vissuto, sul modo in cui era morto e su altri particolari simili, ebbe certamente un gran coraggio a dimostrare che il concepimento di Romolo era avvenuto nel primo anno della  seconda olimpiade, alla ora terza, del ventitreesimo giorno del mese, che gli egiziani chiamano Choiax, durante un eclisse totale di sole, e che era stato dato alla luce il ventunesimo giorno del mese di Touth, all’alba,  e che, infine  Roma era stata fondata da Romolo il nono giorno del mese di Farmouthi,  tra la seconda e terza ora (Romolo,XII,5-6).

La relazione, forse scritta,  dello studioso a Varrone è, dunque, questa e sorprende  perfino Plutarco che parla di coraggio e di virilità /tetharekotoos kai andreioos  da parte  di Taruzio capace di determinare il preciso concepimento di Romolo  il 24 giugno del 772 secondo il calendario riformato cesariano, e la sua nascita il  24 Marzo  771, all’alba,  durante un eclisse totale di sole e perfino la fondazione di Roma fissata, però il  4 ottobre  forse del 754

Taruzio, professore, fa un errore di calcolo, piccolo, ma sempre errore, che sembra corretto da altri, forse da Varrone stesso,  che  determina un periodo di 12 giorni, che è la durata della festa  delle Palilie, celebrata dal 9  al 21 Aprile  del 753 a.C., secondo tradizione agricola!

Professore,  si è conosciuto il correttore dell’ errore  di Taruzio e  nemmeno chi  fissò la tradizione al 21 aprile del 753?

Non si sa esattamente, Marco. Si sa che Plutarco accetta la data  indicata da Taruzio e da Varrone, quella  del 9 aprile  collegata con le Palilie, feste pastorali dedicate a Pale, che iniziavano proprio in quel giorno e terminavano il 21, e fa un suo commento, convinto che si possa fare in relazione alla posizione degli astri: pensano/oiontai infatti  che  le vicende di una città, come quelle degli uomini, abbiano un tempo ben definito/ kurion…kronon, che si può calcolare in  base alla posizione in cui si trovano gli astri al momento della sua fondazione -ibidem-.

E’chiaro che, comunque, ha dubbi- evidenziati dall’uso della terza persona plurale!- nella conclusione definitiva, che diamo così come è scritta, senza commentarla, consapevoli del pensiero generale greco  di Plutarco sul problema: Alla tauta men isoos  kai ta toiauta  tooi csenooi kai perittooi  prosacsetai mallon h dià to muthodes enochlhsei  tousentugchanontas autois/ queste e tante altre analoghe notizie, certamente,  data la loro peculiarità ed eccezionalità, possono risultare per chi le ascolta interessanti e piacevoli più che noiose per la loro natura favolosa-  Ibidem-. Di conseguenzaMarco, si potrebbe dire che  Taruzio,  pur dimostrando  in relazione all’eclisse di sole, non è unanimemente accettato,  in quanto ci sono diverse opinioni  nel mondo greco orientale e  in quello latino occidentale, sulla data della fondazione di Roma, che veniva variamente fissata.

Forse le critiche vennero dalla pars  orientale, che, pur basandosi sullo stesso evento dell‘eclisse di sole, fissava la data del 21  aprile 753, a detta di  Plinio il vecchio, che ne parlava,  trattando del De astris di Taruzio!.

Infatti, dopo la pubblicazione delle due  monumentali opere di Tito livio- Ab urbe condita libri CXLII-  e di Nicola di Damasco, Storia universale libri CXLIV-  forse riprende il dibattito tra  gli occidentali e gli orientali,  che si rifacevano letterariamente  gli uni alla theoria di  Fabio Pittore  e gli altri a quella di  Diocle di Pepareto,  per definire la  questione della data della nascita di Roma, rimasta in sospeso a lungo, per secoli.

Marco, si ha una certezza  storica solo  quando  un decreto del  senato e del popolo di Roma, approvato dall’imperatore Filippo l’arabo (244-249 d.C.)  stabilisce di celebrare il saeculum miliarum, il millesimo anno dell’Urbe, il 21 Aprile del 248!

Si era giunto, nel frattempo, dopo due secoli e mezzo ad una concordia sulla data della fondazione di Roma: Domus regnanti si erano avvicendate (Giulio -Claudia, Flavia,Antonina, Severiana) fino ai tre Gordiano, a Massimino il Trace e a Filippo il traconita, che regna dopo  la sconfitta di Mesiche, a seguito della tregua ingloriosa  coi Persiani, sasanidi, e della morte di Gordiano III nel 244, mentre i Carpi aprono le ostilità, fronteggiati dal legatus  Decio, destinato ad essere  il primo imperatore Illirico-(cfr. Iordanes, De origine actibusque Getarum, 16,43).

In questo lungo periodo, dunque, si ebbe la concordia sulla data del 21 aprile 753?

Si. Comunque, non si seppe mai chi aveva spostato la data indicata da Varrone e da Taruzio fermano, morto probabilmente negli ultimi anni del I secolo av. C., sotto il regno di Augusto!.

E…bravo Taruzio! Perfino un cratere lunare porta il suo Nome!

Perché scrive Jehoshua e non Yehoshua?

Professore, perché, scrivendo Jehoshua o Iesous?, lei, che conosce bene che iod aramaico ed ebraico si rende di  norma con Y, ha scelto la dizione di Gesù,  Geova, Giosue  con l’uso di J  palatale?

Marco, tu sai che l’alfabeto aramaico ha lettere, che sono consonanti,  e che  Iod, la decima,  si suole trascriverla come Y,  ma  questa in greco e poi in latino e nelle lingue romanze ha un doppio valore di U  e di I  vocalico, anche se, come I,  è consonante – se è all’inizio di termine ed è seguito da vocale, oppure, quando è in positio media tra due vocali -.

Dunque, lei ben sa che da Iod derivano e Ypsilon  e Iota, nona lettera greca?

Certo, Marco, ma so anche che iota greco, iniziale,  seguito da vocale, ha valore non gutturale, ma palatale.

Devo pensare che,  se ha scelto J, lei ha optato per la Iota e non per la ypsilon,  anche per il Tetragramma divino JHWH!.

Marco, io ho fatto una scelta paleografica, in relazione a tante epigrafi lette, avendo fatto studi di epigrafia e di paleografia, avendo operato prima su scriptoria romano-ellenistici e bizantini,   poi su  quelli latino-medievali.

Sembra che il problema sorga, in epoca antonina, nel  II secolo d. C. in Alessandria, quando si fa la trascrizione  dei Vangeli  greci nel Didaskaleion e si usa in Greco Ieesous col fonema Iee,  come già avevano fatto  i Settanta- cfr. Lettera di Aristea a Filocrate, trad. F. Calabi, BUR 1995- e Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche V, 1,  per indicare Gesù /Ieesous di Nun.

I grafemi Ia, Ie,Ih, Io, Iu   assumono valore palatale e diventano  gia, gie/ge, gio, giu: si inizia cioè un processo non gutturale di iod, ma palatale, in quanto  le consonanti sono in relazione all’apertura parziale della bocca, come fonemi pronunciati a bocca chiusa o semichiusa.

Professore, dunque, è solo un fatto di trascrizione delle lettere iniziali del nome di Gesù in Ihsous/Ieesous?

La  trascrizione del nome diventa comune nelle successive scritture, greche, e  viene regolata  ad opera di copisti, specie nel III, IV e V secolo, quando più stretta  è la collaborazione tra gli scrittori in lingua greca e in lingua latina, essendo l’impero romano bilingue (In Oriente la koinè domina nei territori romanizzati, ma anche in Parthia,  dove ancora si sono isole linguistiche  aramaiche; in Occidente  ci sono isole  greche, ma prevale la lingua latina, che predomina in Africa, in Spagna, Gallia,  Britannia e Germania, Italia ed Illiricum!).

Allora  lei, professore, mi vuole dire che la iota  in greco  ha valore  consonantico,  se seguita da  vocale ed ha funzione palatale, distinta da kappa gamma e chi, consonanti gutturali pure, in quanto rispettivamente tenue, sonora ed aspirata!.

Marco, il  fenomeno ancora d più si evidenzia in latino dove la i consonante iniziale, congiunta  ad a,  suona ja /gia come in iam jam/già) ed assume valore di consonante doppia  tra due vocali, come in maior che vale Magior/Major – in Italiano Maggiore-. Non è il caso che ti faccio una lezione di  fonetica o fonematica e  nemmeno di  epigrafia e di paleografia. Devo, però, segnalarti almeno E. M. Thompson, Paleografia Greca  e Latina, a cura di Giacomo C. Bascafè, Hoepli 1940, uno dei tanti testi  da me usati  e consultati.

Professore, mi scusi, ma io non comprendo neanche la distinzione tra  fonetica e fonematica e  tanto meno  quella tra epigrafia  e paleografia?!

Marco, non fare il modesto! mi hai sempre seguito  in corsi di  linguistica e di semantica  ed hai sempre capito le differenze tra grafemi e fonemi e il valore di Fonetica e di Fonematica. Forse  non ti ricordi la distinzione di Epigrafia e  di Paleografia? e forse non sai che l’uso di J anglosassone (germanico), come decima lettera dell’alfabeto inglese e francese,  è recente,  direi successivo alla stampa e diventa comune come lettera negli altri idiomi nel Seicento e nel Settecento, quando J si impone come consonante.

Mi spieghi, professore, io cercherò di seguire.

Non ho intenzione di fare lezione tecnica e perciò procedo per cenni  per farti  comprendere l’uso di I consonantica attraverso l’Epigrafia e la Paleografia.

La prima è scienza che rileva i segni nelle iscrizioni, scolpite sulla pietra  o sul metallo, o altro materiale duro,   destinate ad essere monumento per  il futuro. La paleografia, invece, studia  gli scritti  di qualsiasi argomento, fatti  secondo  stile, col calamo, o con la penna  su tavolette o su rotoli o libri in lingua, di norma, greca o latina.

L’alfabeto greco  – qui non si parla di altro materiale,  pregreco, come sumerico- accadico, egizio, assiro, fenicio , etrusco ecc-  servì  solo per scribi  hllenes ed Hllenistai, che scrissero  in  determinate epoche quel che scrissero, come testimonianza storica e il suo studio si diffuse in Europa, in Asia, in Africa  come codice di una cultura evoluta, che, nelle sue lettere sintetizzava le altre culture  e credeva di avere  una propria metretica con tipica  visione  del mondo,  secondo schemi katholikoi universali mediterranei,  risultanza di un crogiolo di  popoli, mescolatisi a seguito di  una un’ infinita storia di migrazioni  e di stabilizzazioni violente. Si ha, allora,  la  diffusione  del codice greco  con la sua cultura e  letteratura che, con Alessandro Magno, consegue il primato in tutto l’Oriente e crea, poi, una lingua comune / koiné dialektos, che veicola una cultura universale ellenistica su basi elleniche che, comunque, non impedisce la  moltiplicazione di codici,  che entrano in competizione e che in Occidente, a seguito della vittoria  delle legioni romane,  deve dividere il primato con la  lingua latina, tipico prodotto  sincretico di una tradizione etrusco -greco- romano-italica, che si consolida in ogni zona occidentale conquistata, mentre viene progressivamente limitato l’elemento fenicio e greco. L’ ecumene, quindi, viene  civilizzata su una base linguistica latino-greca, per cui fare lo studio paleografico  greco e latino è fare lo studio del mondo antico nella sua  generale civiltà e con gli schemi ellenici, con quelli latini e quelli delle culture gotiche, come espressione di una evoluzione anche linguistica e di nuovi fruitori romanizzati occidentali, europei ed  afri, oltre a quelli  asiatici.

Si ha, quindi, una diversa scrittura delle due lingue, dominanti,   che si mutano in quanto hanno fasi proprie   di sviluppo,  di perfezione e di  decadimento, anche se c’è una coscienza di una superiorità greca, specie cattolica, terminologica, con albagia  retorica dottrinale, filosofico-teologica,  con predominio delle sedi episcopali  orientali di Antiochia di Alessandria, di Gerusalemme e di Costantinopoli, poi,  su quella romana!

Quindi, professore,  lei mi vuole dire che ogni epoca ha un suo stile classificatorio  di una scrittura perfetta calligrafica,  caratteristica,   che si deteriora e decade fino a scomparire, oppure tende a vivere artificialmente,  mentre  si sovrappone un nuovo tipo,  sorto dalla vecchia  struttura formale.

Devo presupporre, quindi, che c’è una storia della scrittura greca e di quella latina!

Certo, Marco. Ad esempio la scrittura  greca  passa dalla forma onciale  del tipo primitivo a quello calligrafico,  cedendo poi all’uso della minuscola. Ti preciso che la scrittura romana- capitale, onciale semionciale e corsiva – nota a tutte le nazioni occidentali,  autorizza la formazione di tipi di scrittura  in  Irlanda e in Inghilterra  ma anche  in Italia, in Spagna e Francia dove sono attestate  forme italiche visigotiche, merovingiche che si servono del corsivo. Senza entrare in merito, la scrittura romana  passa  da una fase  ad un’altra  divenendo  pratica comune. Queste stesse scritture nazionali cedono il passo a forme  nuove di  capitale e di onciale, sostituite infine  dal moderno carattere italico cinquecentesco.

Professore mi sto confondendo, anche se ho capito che lei  mi vuole dire che ogni tipo di scrittura, dopo aver raggiunto il suo acme,  decade  e che dallo studio  delle lettere quindi viene un’indicazione precisa per la datazione in quanto non si può nascondere nello scrivere  la decadenza e la natura imitativa  di ogni calligrafia,  che viene rilevata  e dallo stile ed  dall’assetto formale generale e  perfino  dall’incertezza  dei grafemi. Devo pensare  che, prima dell’invenzione della Stampa, ci sono precise scritture?

Certo Marco! Ce ne sono due: quella calligrafica e quella corrente  o corsiva. Thompson chiude la  prefazione in questo modo: i testi scritti con la prima scrittura  tenevano il luogo degli odierni libri a stampa  ed   avevano una calligrafia accurata, le linee guidate dalla riga, e le pagine circondate  da  margini regolari con le iniziali spesso ornate o miniate. La scrittura corsiva -in cui le lettere impiegate erano in fondo sempre le stesse  dell’altra, ma deformate e modificate, fu prevalentemente impiegata  per gli usi ordinari della vita: la prima disparve  col comparire del torchio tipografico, l’altra necessariamente  rimase.

Perciò, lei classifica e  parla in relazione al materiale scrittorio che esamina, oltre alla lingua e allo stile, secondo competenza epigrafica e paleografica!

Marco, ci sono stati  grandi maestri, studiosi di paleografia settecentesca,  ottocentesca e novecentesca, che servendosi di tegole di argilla, di tavolette cerate, dittici d’avorio latini, papiro, pergamena, carta, esaminando tipi di inchiostro e strumenti scriptorii  hanno  definito esattamente il momento stesso di scrittura, stabilendo la reale fase paleografica.

In effetti, inizialmente si erano distinti nella  ricerca  diplomatica, specie di diplomi clericali e nobiliari e poi avviarono lo studio paleografico, greco e latino, in una volontà di  separare la diplomatica dalla paleografia che, connessa con l’epigrafia latina,  distingueva   scrittura documentaria e diplomatica,  separandola da quella libraria o letteraria,  al fine di tracciare la storia stessa delle scritture.

Perciò, professore, ha importanza non solo la grafia delle lettere ma anche il materiale scrittorio?

Marco, è importante non solo il modo di scrivere lettere, ma anche il materiale, su cui è lo scritto per la definizione dell’antichità della scrittura.

Quindi, trascurando le tavolette cerate,  si ha  col papiro il Kulindros/rotolo e con la pergamene il libro, che sono spie di antichità!.

Mi può dire qualcosa di più per entrare nel merito della questione, per capire che lei non ha trovato la J né in rotolo di papiro né in libro di pergamene.

Marco, la mia competenza in materia non è così alta da poter fare tale affermazione, ma so che si usa iota  greca ed I latina  iniziale con valore palatale, quando sono seguite da vocale e perciò inferisco che ci sia una diretta derivazione da Iod, usato per il nome di Gesù come J .  Un ‘opera, che è  in rotolo/ volumen,  ha la forma  dei documenti più antichi- nel caso di più rotoli che contengono  una stessa opera il tutto si chiama biblion, charta, tomos, bibliotheca, pandettes,  a seconda del tempo-!.

Sappi, Marco. che, comunque,  il titolo è scritto in fondo al rotolo, dove è segnato anche il numero delle colonne  e degli stichoi/linee e  che, se il testo è stato letto, cioè  svolto ed usato per explicare /ecseilein,  c’è la scritta di liber explicitus.

 La scrittura  testuale è solo nella faccia anteriore, ricorda! Rari sono gli opistographoi/opistografi le scritture nel verso, nell’altra facciata. La forma del libro moderno, invece,  deriva da caudex /codex /codice,  dalle tavolette  cerate  e si compone di quaternii/tetras o tetràdion.

Il testo dei rotoli papiracei di norma ha quattro membrane piegate in modo da ottenere 8 fogli, ma può essere composto di  quinternii e sesternii con rispettivi 10 o 12 fogli. Per la rigatura c’è l’uso nelle pergamene  di tracciare le linee su cui si scrive  e quindi  delimitare il testo.

Il testo  dei rotoli papiracei è in colonne dette pagine/ selìdes o schedae, mentre  nei libri in pergamena la scrittura  può occupare tutta la  pagina, ma può anche essere divisa in due colonne,  anche se esistono tre colonne (Codice Vaticano) o  quattro (Codice Sinaitico della Bibbia)!.

Professore, per chiudere un discorso per me difficile, mi  può spiegare esattamente il termine  palinsesto, che ha anche uso moderno e televisivo?.

Il temine palimpshstos – palim/psaoo- vale raschiato di nuovo e sottende  l’ uso  di scribae di cancellare un testo per scrivere sopra un altro messaggio. E’ un tipico sistema greco e latino, noto a Cicerone e a Catullo, non ignoto a Plutarco – Moralia,779-  che paragona il tiranno di Siracusa, Dionisio,  ad un biblion palimpsheston affermando che la sua natura difficile a cancellarsi/ disekpluton è simile alla scrittura mal cancellata di un libro palinsesto. 

Era complicato anche raschiare il testo  professore?

Marco,  non tutti conoscono la difficoltà di cancellare uno scritto tramite grattatura  e raschiatura specie in relazione al materiale   papiraceo o  a pergamena.

Raschiare una tavoletta cerata non era difficile, ma  era difficilissimo, se non impossibile,  fare l’operazione col papiro,  mentre era possibile operare con la pergamena!.

A seconda dei secoli e in caso di bisogno di pergamene si fa l’uso  della lavatura  mediante spugna, per togliere l’inchiostro, che, comunque, tende a far  riapparire,  se la cartapecora non ha superficie levigata,   la scrittura originaria: ecco perché  ancora oggi molti palinsesti  in capitale o in  onciale  possono essere  decifrati, a meno che l’amanuense non abbia  fatto un’opera di obliterazione con latte e farina, raschiata con pomice; se, invece,  ha fatto l’uso di tintura di galla  per levigare e pulire  la vecchia scrittura,   oggi, con reagenti chimici si può riscoprire, anche se annerita, pur incontrando molte difficoltà nel lavoro.

Ti dico solo, Marco , questo, seguendo Thompson: i più preziosi palinsesti latini si trovano nei volumi che furono scritti tra il VII e il IX secolo d.C.

Professore, la ringrazio per la spiegazione di Iod, letto come J palatale, e per le  notizie di  Paleografia, una scienza  per me del tutto ignota. Le sono, davvero molto grato!

Tu, Marco,  sei un raro esempio di gratitudine!

 

 

 

 

Francesco I di Lorena imperatore

 

Francesco I  Imperatore di Austria

Nonno, chi è Francesco I?
E’ quel Francesco III, duca di Lorena e di Bar, che entra in Firenze con la moglie Maria Teresa, figlia di Carlo VI imperatore di Asburgo, il 20 Gennaio del 1739.
Si tratta, Nonno,  del signore che entra in Firenze  rappresentato nella stampa, che è appesa sulla cappa del camino di casa nostra?
Si. Mattia. Quella vecchia ” stampa con la bella cornice, in cui  c’è una carrozza, coi sovrani dentro, preceduti  e seguiti da guardie in alta uniforme, con sullo sfondo il Palazzo Vecchio e la Loggia dell a Signoria, di lato  Sotto, ci sono due scritte che ricordano l’avvenimento: una in italiano ed una in Francese. Me le leggi Nonno?

Certo . Vuoi l’iscrizione di G. B. Piranesi? eccola in tre righe:

Ingresso di Franc.sco III di Lorena e di/Bar in Firenze e della duchessa Maria Teresa/figlia di Carlo VI, e di lui consorte, li 20 genn.1739 ::: Entrée de François III de Loraine et de Bar en/ Florence, et de la Duchesse Marie Thérese/ sa femme, fille de Charle VI, le 20 Janvier 1739.

Mi parli,Nonno, di questo sovrano?

Certamente. Se mi prometti che racconti  la storia alle cugine Sara ed Alice e a tuo fratello Stefano, che sono comproprietari della stampa.

Non è solo mia?

No. E’ di tutti voi, nipoti.  Non credo, comunque, che abbia grande valore commerciale, anche se è stampa unica.

Vuoi sapere la storia di questo duca? Il suo nome completo è Francesco Stefano III di Lorena (1708 -1765). E’ un uomo fortunato, francese  per nascita, marito di un’imperatrice e padre di 16 figli!

Quanti figli?

Pensa, Mattia,  figli  avuti tutti dalla stessa  imperatrice, Maria Teresa di Austria ?!

Francesco Stefano è figlio di Leopoldo di Lorena e di Elisabetta Carlotta di Orleans, duca dal 1729:  vi rinuncia a favore di Stanislao Leszczynski, per ottenere i diritti sulla Toscana  a seguito di un bolla imperiale, dopo la morte del granduca nel 1737, che ha la madre della famiglia  d’Orleans, parente dei granduchi toscani.

Finisce così la dinastia Medici ?! Si nel 1737!In modo inglorioso, con Cosimo III e con suo figlio  Gian Gastone (1731-1737), che non hanno alcun credito in Europa, essendo scaduti progressivamente non solo  perché mal governano,  ma perché uomini tarati da malattie veneree –  che impediscono la procreazione o che debilitano i fisici o che  favoriscono nascite di esseri deformi, o che portano anche alla pazzia -.

La famiglia di Lorenzo il Magnifico è infetta dalla radice, in quanto quasi tutti sono stroncati dalla sifilide,  che è una malattia  venerea, dovuta  a  rapporti non controllati  con donne, già ben conosciuta  nel XVI secolo, ad opera di Girolamo Fracastoro (1476-1553) , che  descrisse i sintomi e le cause, suggerendo anche le cure nel celebre  libro Syfilis sive de Morbo gallico.

Il medico rilevava la mancanza di igiene  nelle corti, la presenza di cortigiane oneste – prostitute con cultura, poetesse, cantanti,  musiciste, danzatrici, artiste in genere di nobili famiglie  e letterate – oltre al vizio fiorentino dell’ omosessualità,   radicato poi anche a Roma,  connesso con l’ambiente ecclesiastico, congiunto ad usura, pedofilia  e  simonia, specie dopo il pontificato di Leone X e di Clemente VII.

Pochi sono  gli elementi  della famiglia Medici sopravvissuti, capaci di  reclamare  diritti : la sola Anna Maria, erede, lasciò beni  e collezioni artistiche alla città di Firenze che,  col lascito, fece il primo nucleo,  di base, per la formazione della Galleria Palatina, unito a quanto era  stato  salvato dalla rapina dei Lorena -Asburgo.

I Lorena Asburgo non governarono  direttamente il granducato  di Firenze e di Siena?

No. Mattia. Dopo quella unica venuta in Firenze, lasciarono  il governo nelle mani di un reggente  di nome Marc de Beauvau, ordinando di portare via da Firenze quadri, collezioni d’arte,  oro e preziosi, perfino libri: decine di carri uscirono  per tre giorni da Porta S. Gallo,  in direzione della corte  di Vienna.

Un furto! una rapina su commissione! Il duca all’epoca è conosciuto come collezionista e “patito” partigiano “crociato” anti turco! Mattia, gli Asburgo svolgono una funzione grande a difesa del cristianesimo, “provato” dalle invasioni dei turchi, arrivati fino a Vienna! Coi fiorentini  fanno un’opera di “pulizia” facendo  incetta di tante opere  e,  in un certo senso, ripuliscono la città, dandole un aspetto moderno, messa in relazione alle altre metropoli dell’impero: essi,  seguendo i principi illuministici, svecchiavano e provvedevano  con riforme oculate  alla modernizzazione di Firenze, sottraendo qualcosa del suo illustre passato per abbellire la capitale asburgica!. Infatti  l’amministrazione  asburgica avvia  un  preciso processo culturale  a Firenze di rinnovamento con razionalizzazione degli apparati pubblici e della viabilità stessa fiorentina, favorendo  lo sviluppo di uno stato rimasto ancora feudale, subito dopo il diploma imperiale del 1737  consegnato al duca Francesco III di Lorena , riconosciuto legittimo successore della Dinastia dei Medici, già promesso sposo di Maria Teresa, figlia dell’imperatore di Austria.

Infatti si  ha l’abolizione dei feudi,  si riconosce l’uso del calendario  gregoriano, vengono appaltati i lavori pubblici, viene promulgata  la legge sulla stampa,   regolamentata  la manomorta   e vengano applicate leggi illuministiche sull’istruzione, secondo criteri riformistici  vigenti già in Austria volute  da Maria Teresa  e suo marito, il duca di Lorena.

Nonno, cosa vuol dire regolamentare la manomorta?

Mattia, sono disposizioni statali, entrate in vigore in Toscana nel 1747, che regolano le tasse dei registri e dei diritti contabili, che si applicano  automaticamente  in concrete circostanze sui beni agricoli plebei,  di vecchie concessioni, a favore di solito della chiesa, che  fruiva già delle decime. Risultano atti di uno stato  paternalistico che  guida le scelte di una burocrazia ora efficiente, in ogni settore, che, operando scorpori anche  indebiti,  viola precedenti principi acquisiti, in nome di  una casta  privilegiata come la Chiesa.

Bene. Nonno, Ho  capito poco. Comunque, andiamo avanti circa la biografia di Francesco III di Lorena Asburgo.

Mattia, Francesco,  divenuto consorte della imperatrice, che assume il potere imperiale nel 1740, alla morte del padre, ha ora incarichi ufficiali, importanti a corte, mentre Maria Teresa   è costretta a subire  l’invasione di Federico II di Prussia, un grande condottiero germanico  che invade la Slesia e  la reclama come propria: la  nuova imperatrice è attaccata anche dalla Francia e da altri stati, compresa la Spagna,  e deve  cedere alcuni  territori  a seguito del  trattato per la pace  di Breslavia.  nel 1741.

Nonostante  la sua abilità diplomatica imperiale –   in cui è evidente la mano del consorte, mediatore  con l’ambasciatore francese di Luigi XV – l’imperatrice  si ritrova a dover fronteggiare  altre  coalizioni europee, guidate da  Federico II sempre appoggiato  dalla Francia, che reclama l’Alsazia.  Solo a  Dresda, si conclude un accordo con una nuova pacificazione,  dopo che il re prussiano ha conquistato Praga, inglobata ed annessa al  suo regno,  poi, nella trattativa di  Francoforte, in cui si stabilisce, fra l’altro, che sia imperatore di Austria anche suo marito Francesco, che  assume il nome di Francesco I, proprio  nel 1745, risultando, così,  il capostipite  dei Lorena-Asburgo.

 

Che tipo di uomo è il nuovo imperatore,  ora vero consorte dell’imperatrice di Austria, erede legittima asburgica dell’impero?

E’ uomo prestante, sovrastato, però, a livello militare e strategico  da un genio politico  come Federico II  di Prussia, che data la sua eccezionale grandezza, sminuisce offuscando la fama dei suoi oppositori, anche se brillanti.

Ciò appare più evidente nel corso della guerra dei Sette anni, 1756- 1763,  in cui  l’impero asburgico,  alleato  ora con la Francia, si oppone a Gran Bretagna,   Regno di Prussia,  Regno di Portogallo ed altri. Secondo gli storici  è un guerra di vaste dimensioni, quasi mondiale, che coinvolge anche la Russia e la Spagna, in quanto si combatte in più continenti in Asia, in Africa nelle Americhe ed anche in Europa: si vuole non solo la distruzione degli eserciti, ma anche la rovina commerciale degli avversari.

Esce vittoriosa  la Gran Bretagna che afferma il suo predominio in Asia e in America, abbattendo la potenza economica e coloniale della Francia.  La pace si ottiene con  due trattati:  uno quello specifico tra Prussia ed Austria detto di Hubertsburg,  che risulta un riconoscimento dello status quo tra i due stati belligeranti,  l’altro quello di Parigi  tra Francia e Gran  Bretagna   che legittima il predominio  inglese in America settentrionale e in Asia.

In questi trattati  vien messo in ombra il contributo di Francesco I,  che risulta diplomatico  secondario,  tanto che l’imperatrice gli affida ora, nel 1763, mansioni  amministrative  e non più  militari.

Francesco I muore poco dopo, nel 1765, senza promuovere anche amministrativamente,  in qualche modo,  il benessere del granducato di Toscana,  rimasto in mano di reggenti, che comunque, rinnovano la cultura fiorentina  e quella italiana, adeguandola a quella austriaca ed  europea.

Ab ovo

Secondo Orazio –Ars poetica 147- il significato di ab ovo vale dall’uovo, cioè dalle prime origini 

Professore, come mai  il suo significato si è modificato nei secoli e  siamo passati ad intendere  con il sintagma ab ovo non l’uovo simbolo della vita,  ma  l’azione di una persona che non risponde direttamente  e che comincia a raccontare una storia, argomentando variamente  fino a risalire  alla creazione e  alle origini del mondo?

Marco,  si fa un passaggio, metafora,  da cosa concreta e reale a  figura  umana  vaga e superficiale, che generalizza  mediante metonimia. E un passaggio popolare indebito  ma proficuo per i parolai che con la  retorica sfruttano due processi quello metaforico e quello metonimico,  combinando il piano sentimentale con quello realistico, per aver successo verbale sull’altro che ascolta, indotto.

Infatti Marco, così facendo, il clero non docet /insegna, anche se il popolo  avesse volontà di discere di imparare, in quanto,  essendo   peritus/esperto,  fa sfoggio  di memoria e di  conoscenza, inutile ai fini formativi.

Comunque, Marco, Orazio stesso, poeta cortigiano, suddito di Augusto in Satire I,3 afferma che ab ovo usque ad mala / dall’uovo  si giunge  fino alle mele,  volendo intendere il sistema della  cucina romana  che  comincia il pasto  con un uovo e  finisce con la frutta  passando metaforicamente da un discorso  del  registro culinario a quello generale  volendo indicare che si va  dall’antipasto alla frutta e quindi dal principio alla fine.

Professore,  così l’autore stesso giustifica   il tipico modo di fare del popolano, che discute di tutto e che passa di palo in frasca  rapidamente ed arriva a conclusioni sempre legittime dalla sua  angolazione vaga e superficiale  senza avere reali  referenti  e senza rilevare  la situazione e gli episodi, non sapendo contestualizzare  né storicamente né geograficamente , generalizzando sempre il proprio  discorso, puerilmente narcisistico.

Certo Marco,  qualsiasi conclusione, compresa quella sull’alfa ed omega, deriva da  Ab ovo!

Ad un editore amante della cultura e non affarista

Proposta editoriale ad un editore non affarista, ma desideroso di fare cultura ! Io, Angelo Filipponi, faccio  due proposte, rifiutate da case editrici ebraiche,  cattoliche ed anche laiche!

Le mie proposte sono per un editore italiano – europeo o americano-  che ama la ricerca storica, il fare pratico  e la cultura:  sono un invito ad un uomo, che non vuole fare solo business con libri di personaggi televisivi,  di  attori e cantanti, cuochi e calciatori, ma che vuole promuovere la cultura di un popolo, favorendo i veri intellettuali!

 

La Prima è sulla figura umana  e  storica di Gesù cfr.  Il  Gesù di Angelo Filipponi in UNDER CONSTRUCTION.

Si tratta di  L’Eterno e il regno  che è , in effetti, la ricerca di un vecchio storico,  discepolo di grandi scuole  di pensiero, di  un uomo,  innovatore e revisore, di  un ricercatore  di storia romano-ellenistica e cristiana, che ha fatto per cinquanta anni  operazioni di traduzione e di esegesi, di studi epigrafici, giuridici, numismatici ed archeologici, di uno studioso- le cui risultanze si possono leggere in libri specialistici e in www.angelofilipponi.com   – Sulla base  del testo di G. Flavio (Antichità Giudaiche XIV,185-267  e Contro Apione,  II,35.37,  relato  a De Virtutibus  di Filone alessandrino (Legatio ad Gaium e in Flaccum)  ed altre opere filoniane, dopo aver  precisato lo statuto ellenistico/politeuma degli ebrei in Alessandria e a Cirene  e in ogni città- dove sono disseminati i giudei della diaspora- ho operato su due vie, una quella repubblicana cesariana ed imperiale  ed una quella erodiana, procedendo, da una parte, su leges ed iura, dall’epoca di Cesare fino a Nerone, e, da un’altra, sui programmata  e paraggelmata giudaici  a favore di Giulio Hyrcano e  di Giulio Erode ed infine dei giudei ellenisti, alessandrini cirenaici, efesini ecc.

Dalle risultanze sono  derivate  chiare indicazioni per una  biografia di Gesù Christos, nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio!  cfr.  Jehoshua o Iesous?,  Ma, Gesù chi veramente sei stato? Per una conoscenza del primo cristianesimo. – che sono Ebook – e un romanzo storico, l’Eterno e il Regno, scritto  anni fa, per la volgarizzazione del mio pensiero, dopo la scoperta della panourgia/raggiro malizioso secolare,  della Chiesa cristiana cattolica, ortodossa e luterana!.

La mia proposta editoriale di L’Eterno e il regno è  una novità assoluta sulla figura di Gesù Christos e potrebbe diventare un affare anche economico in quanto è  frutto di una ricerca  storica  da parte  di uno scrittore, buon conoscitore di lingue antiche  e traduttore.   

Il lungo lavoro di traduzione  ha autorizzato una possibile vita /bios della figura umana storica  di Gesù Christos  (Cfr. Il Gesù Christos di Angelo Filipponi) esaminato come  galileo aramaico Qain/architetto, kanah/ zelota e Meshiah/Christos, Maran/re illegittimo, antiromano in sei contesti, in relazione stretta con Giulio Erode Agrippa I, re legittimo di Giudea, suo successore. L’ opera  è suddivisa in 6 parti ed ognuna ha una premessa storica. E’ opera  pubblicata in ebook  pdf, ultimata nel 1999!.

 Editori, non è tempo di  invertire la rotta!Consideriamo  La cultura come vera risorsa d’Italia e di Europa! Il merito deve finalmente essere riconosciuto e… vincere! Smettete  di pubblicare le solite  storie, i soliti romanzi, le  solite notizie: possibile che non vi siete stancati delle tautologie, specie religiose!

L’ altra  proposta editoriale è su Giulio Erode il grande, il Filelleno, frutto di 21 anni di lavoro, opera mai edita, leggibile a parti nel sito www.angelofilipponi.com
L’ opera è una biografia così suddivisa:
I. Antipatro, padre di Erode; docx
II. Giulio Erode Basileus;- docx
III. Alessandra, suocera di Erode; docx-
IV. Erode il monarca (a. Il medico di Augusto;b. Erode e la Siccità, c. Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!); docx
V. Il regno di Antipatro, figlio di Erode (a.Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne; b. La morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro) docx
VI. L’ultimo Erode (a. Erode turannodidaskalos di Augusto? b. Giulio Archelao, figlio di Erode, c. Il falso Alessandro ed Augusto; d. Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome di Giulio? e. Giulio Erode il grande, filelleno) docx.
All’ opera segue come Appendice Vita di Erode di Giuseppe Flavio Antichità Giudaiche,Testo greco di Samuel  Naber XIV,XV,XVI,XVII -Traduzione, note e commento -docx.

Ho voluto scrivere  un’opera storica mediante dialogo, in modo da centrare i vari argomenti in esame e migliorare la comunicazione dei contenuti. Perciò l’autore –il professore – dialoga con Marco Cinciripini – un ingegnere, suo ex alunno- che pone domande, intenzionato a comprendere esattamente il pensiero di uno scrittore, che fa ricerca e revisione storica del periodo giulio-claudio, essendo desideroso di sintetizzare quanto appreso, per comunicarlo ai suoi antichi compagni di scuola, nelle loro mensili riunioni. Il dialogo è strumento che permette all’ autore di argomentare, secondo metodo, e di dare le sue risultanze reali, frutto di un cinquantennale studio delle fonti tradotte, non solo di Giuseppe Flavio, ma anche di altri storici, in relazione alle domande, che vengono poste da un interlocutore colto e vivace.

La novità delle due opere è facilmente rilevabile a chi, da esperto, legge. Perciò si prega, in caso di accettazione, di far leggere, per una valutazione,  la mia opera ad uomini di provata cultura, che  già hanno  compreso  la novità del mio pensiero dallo studio delle  traduzioni di Filone e di Flavio,   leggibile nel mio sito in Articoli, Temi e Novità,  oltre che in Ebook.
Editori, Invertiamo la rotta! facciamo cultura vera! formiamo un nuovo Italiano (un Europeo) su una base romano-ellenistica, non christiana!

Facciamo capire al popolo italiano- uscito  un po’ fortificato ed erudito dal coronavirus- oltre alla  vera figura umana e storica  di qainita/costruttore e di maran/re di Gesù Christos, anche  la nuova figura di Giulio Erode il Grande, Filelleno, venuta fuori dalla Musar/cultura aramaica e dalla paideia cultura ellenistica !

Marco Aurelio e la famiglia

E’ un bene  essere un vecchio-bambino, che è nessuno, che non ha niente e nessuno! Che tristezza, però,… una faccia scema!

Maggiore di essere amato, è la voglia di amare; maggiore dell’anelito di ricercare è quello di insegnare. Bello a dirsi…che sofferenza il farsi, col vivere!

Meglio vivere  da creatura animale il proprio giorno di vita, come si può, meglio che si può, in compagnia, …se possibile!

 

Noi, Marco, uomini, diciamo parole e le falsifichiamo spesso, contraddicendoci,  ma i fatti restano e sono pietre angolari, da cui si può  forse costruire.

Noi abbiamo una figura totalmente falsa, volutamente falsificata di Marco  Aurelio, in un’epoca neosofisticaalonato dagli artisti della colonna Antonina, dall’andriantopoiòs/ scultore della statua equestre, dalla letteratura frontoniana  -cfr. Frontone e gli antonini,  da se stesso con  Eis auton, per di più  divinizzato dal figlio Commodo, nonostante le affermazioni di Historia Augusta,  proprie di Vita Veri e  Vita Marci.

Tutta questa  falsificazione, fatta per poco più di qualche decennio,  si verifica subito dopo la successione ad Antonino Pio, secondo il volere di Adriano e dopo un secolo e mezzo torna attuale,  con la vittoria cristiana, a causa della  presenza della Statua e della colonna Antonina e dell’opera scritta.

Lei sta parlando della statua equestre bronzea,  dorata, del Campidoglio, di Marco Aurelio?

Si.

Marco Aurelio è raffigurato con un bel volto barbuto e con capelli arricciati, a cavallo,  sotto i cui zoccoli anteriori doveva esserci un prigioniero vinto, barbaro;  l’imperatore ha un portamento divino e pacifico anche se  la mano destra  è nella posa oratoria di adlocutio/di fare un discorso allesercito, mentre  la mano  sinistra doveva  avere forse un rotolo di pergamene!  La figura ha  tunica e paludamentum/ mantello e  calzature senatorie!. La statua, opera di artista alessandrino, anonima,  idealizza  secondo la retorica dell’epoca, il sovrano come dio, che regna su un mondo pacifico, in quanto ha debellato i barbari, in una allusione alla campagna contro i Quadi del 176. Anche l’arte coopera a tramandare  una storia non reale, fissando l’immagine in un istante!.

Dunque, professore, lei mi vuole dimostrare che  Marco Aurelio è personaggio del II secolo  e, quindi,  che la sua storia è frutto di una mistificazione letteraria ed artistica,  non  corrispondente alla realtà dei fatti.

Marco,   con le parole abbiamo ragione tutti, coi fatti si fa la storia! la stessa elezione di Marco Aurelio ad imperatore  è secondo un editto precedente di Adriano, ma  Antonino il Pio  decide autonomamente, secondo la sua volontà/thelema, divina!.

Mi dica, professore, allora, come lei legge i fatti a cominciare dalla morte di Adriano. Anche io, dopo aver letto Augusto Fraschetti – Marco Aurelio. La miseria del filosofia, Laterza 2008- ho dubbi sul principato di Marco Aurelio, la cui statua stessa sarebbe stata fusa dai Cristiani, se non fosse stata creduta raffigurante Costantino!

Era  accaduto, Marco, che Adriano,  a Tivoli, avendo scelto il suo successore in Ceonio Commodo, divenuto Vero Cesare – dopo la morte di  sua moglie Vibia Sabina – ritenuto da molti suo figlio, natogli da  Plautia, moglie di Gaio Avidio Nigrino, sua amante, dovette scegliere, in breve tempo,  Antonino Pio suo diadokos/successore, all’improvvisa sua scomparsa,  suggerendo per il futuro  la successione  e di Marco Aurelio e di Lucio Vero, figlio di Ceionio, col matrimonio della figlia con quest’ultimo!.

Dunque, ho  capito, professore,  che Lucio Vero è figlio di Ceionio Commodo,  ritenuto figlio naturale di Adriano, ma non capisco la parentela con Adriano di Marco Aurelio, che devo ritenere scelto perché considerato il migliore?

No. Marco. Non c’è traccia di scelta del migliore con  Marco Aurelio!   Fu eletto  anche lui per parentela, perché era figlio di Annio Vero, pronipote di Rupilia Faustina, una figlia di Matidia  Maior, pronipote di Traiano, tanto da essere chiamato Marco Cesare Verissimo!.

Professore, si può dire che è falsa, allora, la scelta dell‘ottimo in epoca antonina?

Marco, a me risulta che è un problema di successione per linea femminile, data la mancanza di  figli maschi! Non si tratta di elezione del migliore! Non dico altro.

E la diarchia, professore, non  è, davvero, una novitas?

No. Non è  una novitas assoluta, ma parziale. Mi spiego. Si ripete, Marco, quanto fece Augusto – modello per gli antonini!-  con Tiberio e Germanico,  l’uno designato come  Augusto regnante, in quanto  imposto da Livia sua moglie  e l’altro come Cesare futuro successore, come  figlio del fratello Druso maggiore, ritenuto da molti, suo figlio legittimo.

Si ripete anche quanto fece Tiberio con Caligola e Tiberio Gemello iunior, figlio il primo di Germanico,  erede con diritto prioritario, e il secondo,  figlio di Druso minore, suo figlio.

Nel periodo della domus giulio-claudia Augusto e Tiberio, dunque, agiscono così per mancanza, alla fine, di elementi maschili diretti, essendo costretti da necessitas a fare la scelta adottiva; in epoca antonina,  già a Traiano, senza figli maschi, si augura da parte di Plinio Il giovane-cfr. Lettere– la nascita di un figlio per la successione, mentre ad Adriano si concede di fare nomine sulla base adottiva – che  Antonino il Pio modifica, stando a Lorium /Castel Guido, con una politica matrimoniale, senza intaccare il  principio adottivo  del predecessore -. Infatti fa sposare  sua figlia Faustina con Marco Aurelio,  a cui impone di dare in moglie all’altro successore designato, fratello adottivo, Lucio Vero, la figlia Lucilla,  promessa  sposa, undicenne.

Nel 161 d.C., all’ atto dell’ascesa al potere,  dunque, professore  Marco Aurelio è marito già da anni  di Faustina e Lucio Vero è   solo promesso sposo di Lucilla!.E così?

Certo.  Tutti e due – suocero e genero–  sono Augusti dal 161 al 169 d.C., però,  come titolo, avendo la stessa auctoritas  imperiale e la stessa  potestas  tribunicia, oltre all‘affinità dei legami di sangue,  come i due Flavi,  Vespasiano e Tito- padre e figlio– dal 71 al 79 d.C.

Stando alla notizia  di Historia Augusta – Vita Marci 7,6,-sembra che il senato voglia un’unicità di potere imperiale e che Marco Aurelio sibique consortem fecit  (Verum),-cum illi soli senatus detulisset imperium /pur avendo il senato concesso a lui solo l’imperium (Vita Veri, 3,8)- invece associa Vero come Cesare ed Augusto. Allora  il Senato concede il suo assenso, e, nell’estate del 162, Lucio parte, lasciando Marco Aurelio a Roma, perché la città ha chiesto la presenza di un imperatore.

Sembra, dunque, professore, che col termine Cesare si indichi già il successore,  che ha funzioni militari, e con Augusto, invece, la pienezza di potere  imperiale,  essendo implicita la celebrazione del matrimonio alla maggiore età della figlia, fissata per il quindicesimo anno.

I due  per otto anni governano l’impero, in pieno accordo, anche se i rapporti personali non dovevano essere certamente  positivi, data la lascivia di Faustina e la natura sensuale ed  esuberante del genero, amante da anni della libidinosa  figlia di Antonino il Pio, coetanea, sopportata dal marito, stoico, che parlava di lei, sempre infedele, come di dote imperiale, accettata complessivamente.

Per lei, dunque, professore,  è vero il giudizio dato dagli scrittori di Historia Augusta, che insistono a dire che  Marco Aurelio  sia la somma di tutte le virtù e che Lucio Vero è, invece, l’opposto, in quanto  sentina di tutti vizi.

No. Non è così! Marco.

Siamo nel II secolo, epoca in cui trionfa la bugia col paradosso e in cui  si procede sempre per antitesi, secondo retorica! E’certo solo che Lucio Vero  era robusto e più giovane del fratello Marco  secondo Cassio Dione, St. Rom., LXXI,2,1 e che l’epoca mostra l’uno stoico austero e l’altro epicureo lussurioso!

Perciò, se vuoi realmente capire, devi esaminare ogni situazione,  ogni episodio e i singoli atti politici ed economici  e le stesse gesta militari, caso per caso, tenendo presente la montatura con alonatura  tipica della cultura neosofistica  frontoniana, prezzolata. Dopo aver fatto lavori tecnici sul sistema frontoniano neosofistico, puoi cercare di valutare  il tutto, seguendo il mio pensieroMarco, però,  devi liberarti dall’impostazione manichea, poi divenuta agostiniana e christiana,  e riflettere sulla grandezza sconfinata  dell’impero romano e sulla non  centralità di Roma capitale,  sulla necessità reale dei compiti  e delle funzioni imperiali,  diverse, in relazione al pericolo  germanico e parthico,  complicato dalla epidemia della peste- che miete a Roma (sembra!)  5000 morti al giorno nel 166, per diminuire gradatamente,  nel corso di oltre un ventennio, nel corpo mastodontico dell’impero, con improvvise riaccensioni virali!-.

Certo,  professore, in una tale situazione la diarchia su base dinastica è una priorità, ben valutata da Marco Aurelio.

E’ certamente un merito dell’imperatore anziano, che comunque, non ha tante virtutes  se non una passiva  accettazione stoica dei gravi problemi, quando, invece, sono urgenti  riforme straordinarie  economico-amministrative con una politica finanziaria tale da colpire le dioikhseis christiane ricche,  e  con strategie militari migliori, oltre ad una  tattica differente,  non bellica ma compositiva e societaria, nei confronti  dell’elemento barbarico- germanico, dopo la vittoria sui Parthi.

Cosa intende per tattica compositiva e societaria?

Voglio dire che la solita cesariana divisione dei nemici germanici in quella situazione di loimos / peste, è infruttifera, mentre sarebbe stata necessario  un coordinamento  per favorire ed aiutare con viveri e sussidi le popolazioni limitrofe e  con l’assegnazione di terre fertili- come se fossero sociae – lungo il Danubio, a Quadi, Marcomanni e Iazigi- Cfr. Cassio Dione, St. Rom. LXXII,13,3 e 14,1-!

Essi sono popolazioni germaniche affamate e disperate di fronte alla epidemia, contenuta, invece, in Gallia, nonostante  le tante migliaia di morti e i contrasti fra cristiani- renitenti alla leva, insolventi come cives, contenti di conseguire il premio eterno – e i pagani- che li accusano di maleficio!

L’ epoca, Marco, ha, invece,  un imperatore, un filosofo eclettico stoico, retore mancato,  quando era necessario, un Diocleziano,  un riformatore! un imperator  che  avrebbe dovuto impedire la decadenza economica, militare e morale, anticipando  le riforme del mondo romano,  quelle tipiche del III, IV, V secolo!.

Perciò, Marco,  devi meditare sulla formazione dei due eredi imperiali,  ben educati al comando, comunque,  da maestri,  a corte, prima in senso grammaticale  e  atletico  fisico,  poi secondo la paideia greca enciclica, delle artes liberales,  conformemente alle regole della neosofistica,  ormai penetrata  nei cenacoli a Roma, tipica  di Alessandria e di tutte le metropoli orientali, comune ad ogni civis romano. Marco Aurelio, nato qualche anno prima (121)  rispetto a  Lucio Vero (130) ha educazione e formazione simile al fratello in quanto, pratica il pancrazio- lotta e pugilato congiunti- ,  si esercita in pittura e in  retorica e  si dedica alla caccia,  a seconda della propria  attitudine: l’uno si piega verso la filosofia staccandosi da Frontone, che è molto dispiaciuto; l’altro rimane invece  legato alla retorica e al maestro, collegato col formalismo militaristico! Lucio Vero sembra  persona che sa  meglio vivere la sua vita,  godendosela, cosciente della brevità dell’esistenza umana;  Marco Aurelio  coltiva di più  l‘austerità stoica in una ricerca apparente  delladrepeebolon/il sublime  spirituale, convinto della ineluttabilità del destino di ogni creatura rispetto ad un Theos indifferente!.

Da qui, professore la definizione dei caratteri dei due imperatori: l’uno  come debosciato  militare, come  un  marco antonio; l’altro come stoico pensatore, scrittore di Eis eauton, un altro augusto, saggio anche come amministratore e moralmente sano!

Mi sembra di capire, dunque, professore, che  Historia Augusta fotografi solo gli aspetti formali  in relazione ai rumores, posteriori alla morte di due, secondo le testimonianze cristiane del IV secolo.

Marco,  è così che  gli scrittori di Historia Augusta, che sono di epoca successiva – di cui sono insicuri perfino i nomi-  li vedono, dipendendo da un certo Mario Massimo, scrittore  dell’epoca antonina che, avendo scritto Caesares  è fonte della loro esposizione narrativa falsificata.

Non ho mai sentito Mario Massimo. Chi è?

Marco, dovendoti parlare di Mario Massimo, dovrei farti la questione sulla scrittura di Historia Augusta secondo   Hermann Dessau – che  nel 1889 avanzò  l’ipotesi che i nomi dei sei scrittori  sono fittizi e che il lavoro è composto da un singolo autore- (egli tra l’altro riteneva che,  all’epoca di Teodosio, la vita di Settimio Severo  è copiata da Aurelio Vittore  e che quella di Marco Aurelio  è intrisa di elementi che fanno pensare ad Eutropio- fine IV secolo-!)- e sull’ opposizione fatta da Heinrich Woelfflin-Psycologie der Architectur, Venezia 1985- che, invece, considerava Historia Augusta dell’epoca tra  Diocleziano e Costantino.

Cosa posso io dirti di Mario Massimo (158-230)?

E’ figlio di  un eques della  provincia di Africa  che  diventa  procuratore di Gallia Lugdununse e d’ Aquitania e  senatore  sotto Commodo(180-192) e poi legatus legionis della I  Legio Italica, detta anche  severiana, sotto Settimio  Severo, perché partecipa  alla campagna contro Pescennio Nigro  nel 193 ed in seguito è ancora con lui contro Clodio Albino nel 197 a Bisanzio e a Lugdunum.  Fa carriera politica, essendo  nominato  console e governatore  di Germania inferior e poi  di  Celesiria nel  207   per essere praefectus urbi nel 211 e di nuovo console nel 223. Nel periodo migliore politico sembra scrivere  Caesares, un’opera che è una somma di 12 biografie  – da Traiano fino a Eliogabalo-  in cui non si segue il sistema cronachistico di Cassio Dione, ma quello di Svetonio, di cui è continuatore aneddotico- cosa che in seguito sarà criticata  da  Ammiano Marcellino e  da Eusebio- . Mario Massimo non è  scrittore affidabile perché mette insieme documenti ufficiali e lettere  con atti falsificati,  ben congegnati,  in modo da risultare   piacevole e dilettevole per i lettori, tanto da essere utilizzato  dagli autori di Historia Augusta, che lo citano ben 26 volte!.

Professore, solo per mia curiosità,  mi dice i nomi dei presunti scrittori di Historia Augusta?.

Mi vuoi far fare bella figura mentre sfoggio la mia fantastica memoria o vuoi saggiarla per vedere se sono rimbambito? Eccoti i nomi: Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Volcacio Gallicano, Elio Lampridio,  Trebellio Pollione e  Flavio Vopisco. Contento? Procediamo nel lavoro!

Professore, devo concludere che cade anche questo pregiudizio storico sugli antonini, data l’immoralità della corte e considerata la falsificazione degli atti.

Certo, Marco, l’epoca antonina con la crisi economica, finanziaria e  sociale, con le invasioni barbariche e con la peste risulta  il momento più buio dell’impero, specie quello del ventennio di Marco Aurelio, storicamente etichettato come il migliore, quando invece è la somma di una fucina di bugie tanto da potersi affermare che, sotto di lui, c’è il trionfo del paradosso e della retorica anche per l’apologia cristiana e specificamente  per Ippolito Romano,  Melitone di Sardi e per Teofilo di Antiochia oltre che per la datazione reale  dei Vangeli  (cfr.  La chiave di Melitone in Melitone e i nuovi decreti).

Si frantuma tutto in epoca antonina, data la immoralità della corte e la falsificazione degli atti testamentari! Diventano equivoci perfino iura et leges!

Eppure, professore la storiografia ottocentesca si è mantenuta sulla linea tracciata da E. Gibbon nel 1782  (History of Decline and Fall of Roman Empire) e da E. Renan e la stessa storiografia contemporanea non ha  cambiato parere se non sulla diversità dei comportamenti  di Marco Aurelio, indagato più dal lato letterario e psicologico che in senso storico. Perciò mi sembra strano che si dica qualcosa di nuovo e diverso  dalla normale  definizione dell’impero antonino come scelta del migliore e di Marco Aurelio come un imperator, filosofo armonico nella sua azione politica. Comunque, io la seguo e cerco di capire.

Marco, a me risulta  non solo da Historia Augusta, ma anche dai cristiani, dai retori e dagli scrittori dell’epoca  un mondo di  una inarrivabile immoralità, di grande anarchia e di una disarmonia senza pari, dovuta alla persistenza di una  pandemia di peste  per circa un venticinquennio e ad una coscienza di fine del mondo, propagata dalla popolazione cristiana: l’anno 193  d.C  sembra per i cristiani l’ anno dell’ Antichristos e dell’avvento del Signore! Settimio Severo appare anche lui  eleutheroon e  soothr! Tu conosci  veramente la vita di  Faustina, moglie di Marco Aurelio o quella di Lucilla o quella di Plauzia o quella di Fabia Sabina? tu hai conosciuto soltanto le figure di  Giulia Maior e Minor e di Messalina  dalla propaganda  delle domus imperiali flavie ed antonine ed hai vaghe conoscenze dell’immoralità di Faustina! Se hai piacere, mi soffermo un po’ sulla moglie di Marco Aurelio su cui, a mio  parere, non c’è aureola che la possa santificare in qualche modo:  Faustina non è meno famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza!. La grave semplicità di quel Principe filosofo non era capace di fermare la licenziosa incostanza di lei, o di frenare quella sfrenata passione che le faceva spesso trovare un meritpersonale nel più vile degli uomini. Marco Aurelio pareva o insensibile ai disordini di Faustina, o il solo in tutto l’Impero che l’ignorasse. Ciò gli procurò disonore. Egli promosse molti degli amanti di lei a cariche onorevoli e lucrose, ma per trenta  anni continui, le diede prove invariabili della più tenera confidenza e di un rispetto, che non terminò se non con la di lei vita.!

Professore,  eppure Marco Aurelio  divinizza, dopo la morte,  Faustina Minor, che è venerata come Demetra a Mileto, con lo stesso culto della madre, Faustina Maior?

Si . L’imperatore divinizza la moglie, sua cugina, secondo Filostrato ( Vita dei filosofi,II,1,562).

Ma  quali sono i suoi errori maggiori/ le  disonestà che la fanno considerare, secondo lei,  la donna più immorale tra le feminae imperiali?

E’ donna per natura libidinosa e viziata dalla vita di Corte in quanto figlia di Antonino il Pio, fidanzata poco prima della morte della madre, col cugino Marco Aurelio, di cui diventa moglie nel 145 e gli dà 13 figli,  di cui  solo restano in vita un maschio e cinque femmine, mantenendo come amante fisso il coetaneo Lucio Vero, a lei promesso  sposo,  secondo il  testamento di Adriano. Sembra che il genero fu avvelenato  nel 169, dopo il ritorno dalla  campagna  di Parthia perché aveva rivelato la sua attività  sessuale  con lei, già alle prime mestruazioni, alla figlia Lucilla, dopo il matrimonio ad Efeso, nel 164. (Vita Veri,10,1) e se ne era vantato vanagloriosamente davanti a molti. Faustina è ritenuta causa della ribellione di Avidio Cassio in quanto sostiene la pars senatoria avversa al marito – che persiste nella politica di mantenere il fronte occidentale lungo il Reno e il Danubio – e favorisce  i cilici, i siriaci, i giudei e  gli  egizi  che parteggiano per l’usurpatore,  anche se definito hostis,  anche quando  segue in Asia, Marco Aurelio, che ha lasciato a Roma come guida e  patronus  popolare  Vettio Sabiniano.

Historia Augusta dice che la donna vuole accompagnare il marito proprio per controllare  le sue mosse strategiche  e favorire infidamente l’usurpatore, a cui si è proposta come moglie, ma muore nella prima parte del viaggio ad Halala in Cappadocia,  nell’invernata tra il 175 e il 176. Aggiungo che, all’epoca, circola la voce che Commodo, l’unico maschio, rimasto in vita,  non sia figlio di Marco Aurelio.

Sembra, infatti,  che ci fu un rito, secondo alcuni,  prima del concepimento di Commodo, durante i saturnalia del 160, ritenuto figlio illegittimo, nato il 31 agosto del 161 dal rapporto con  un  gladiatore  campano,  del cui sangue la donna fu  bagnata- dopo la sua uccisione! E’ attestata una lustratio/ purificazione rituale  per Faustina, destinata ad avere  nuovi  rapporti intimi, imperiali, col marito!. Era risaputo, infatti,  che a Lorium o in altre ville campane  in Campania, Faustina facesse venire marinai e gladiatori, con cui si accoppiava  dopo  orge,  stordendosi probabilmente  con droghe, con oppio, a cui faceva  ricorso la donna  specie dopo la morte di  ciascuna figlia (ed anche di quella del  figlio minore, settenne, Annio Vero Cesare nel 170!).

Eppure, professore, ho letto che critici, come Gibbon e come Ettore Paratore (La letteratura Latina dell’età imperiale, Sansoni 1969),  hanno stima delle figure femminili antonine, anche se   sembra chiara la  loro propensione e passione per i gladiatori e marinai, dai fisici atletici.

Certo, Marco,  le pagine di Marziale e Giovenale, di Plinio il giovane, di Tacito,  di Apuleio,  di Dione Crisostomo, di Plutarco, di Luciano  testimoniano l’immoralità  crescente  dell’epoca Flavio-antonina, pur critica nei confronti di quella giulio-claudia! Perciò fa sorridere  la definizione di Ettore Paratore  circa  l‘ultimo sorriso  di quell’armonica esemplare civiltà romana che culturalmente trionfava sia in Marco Aurelio che in Faustina!.

E’ una vecchia linea critica  di derivazione ottocentesca, che stranamente confluisce in una lettura christiana, bisognosa anch’essa di vedere in Marco Aurelio una romanitas austera,  vittoriosa, amata dal Theos,  quasi una copia, come un precursore di Costantino nikhths, provvidenziale, legittimo e giusto!.

Vengono, invece, amplificate le relazioni degli asiatici che fanno satire feroci  nei confronti del sovrano  Lucio Vero specie durante le recite teatrali  ad Antiochia, circolanti a Dafne  intorno al tempio di Apollo, da dove il giovane imperatore  dirige le operazioni di guerra, contro la Parthia – Cfr. Vita Veri ,7-.

Viene esaltato, a Roma, al contrario, l’ imperator senior tanto da  essere considerato  correttore dei vizi dell’altro Augusto, rimproverato nella sua condotta morale, anche se  esaltato per la conquista del titolo prima di Armeniacus, poi di Parthicus ed infine di Medicus, titoli tutti condivisi  ed assegnati anche all’ Augusto, occidentale!

Da Roma  si narra che viene inviata una nave scortata da una flotta, che porta non solo militari ausiliari a Lucio Vero,  ma anche la quindicenne moglie, accompagnata da Faustina stessa  e da  nobildonne romane per il matrimonio  ad Efeso nel 164, in modo sfarzoso.

E’raccontato anche il matrimonio?

Certo, Marco in due fasi: in due momenti, precisi, uno al porto, all’arrivo;  ed un altro all’Artemision  come celebrazione di un divino coniugium universale  di una simbolica  congiunzione tra una vergine  dea Occidentale  e un dio orientale.  Marco, immagina le chiacchiere /rumores degli occidentali di fronte all’accoglienza festosa  da parte di Lucio Vero  a Faustina sua amante e a Lucilla sua moglie!   Si diceva perfino che il genero rimase male e fu turbato  per l’assenza del suocero alla cerimonia nuziale!

All’ Artemision, il più celebre santuario orientale, era convenuta una folla eccezionale nell’agosto del 164 d.C.,  davanti al tempio di Artemide!

Il tempio era lungo 425 piedi  e largo 199,8,   perciò, valendo  il piede  30 cm,  aveva le  dimensioni  di un rettangolo  di 125 mt.  per 66,6 con  100 colonne, di cui  alcune caelatae, scolpite da Skopas, cantate da Antipatro di Sidone  (170-100 av. C,).-cfr. Ant. Pal. 9,58- che affermava che  niente di simile può contemplarsi sulla terra!.

Era davvero una delle sette meraviglie del mondo antico? Certamente. Marco. Il santuario era stato costruito nel IX/VIII secolo a. C.,  era stato arricchito ed ornato da Creso, secondo Erodoto, ed era stato bruciato da un  pazzo mitomane nel 354  e fu ricostruito  e di nuovo distrutto dai Goti nel 263 d.C, quando i suoi marmi  furono trasferiti in chiese vicine e poi anche in seguito a Costantinopoli in S. Sofia. Anche in epoca cristiana  il santuario, sebbene più modesto, ebbe funzioni religiose fino al 401 d.C.,  in cui, per volontà di Giovanni Crisostomo, allora patriarca di Costantinopoli, si decise il totale annientamento col trasporto dei marmi per le chiese cristiane!.

Così furono abbattute o riutilizzate le 100 colonne ioniche  del tempio?

Marco, ogni colonna era alta 6 metri e larga 1.50  ed aveva  24 scalanature;  le colonne erano 40  per lato- due per venti – davanti il tempio  erano 10 e nella parte posteriore pure 10: la statua della dea si trovava  sul frontale del santuario tra tre  colonne a destra e tre a sinistra, preceduta da un doppio colonnato di otto colonne.

Doveva essere imponente  lo spettacolo a chi vedeva frontalmente!

Faceva impressione  vedere le otto colonne,  forse anch’esse caelatae, insieme a quelle altre otto  successive  e alle due colonne templari- tra cui era  Artemide-  che erano certamente  con un plinto istoriato  fino al punto, in cui si innestava la colonna, anch’essa istoriata, in basso, per un metro!.

Lì, nella parte anteriore del santuario,  si celebrò il matrimonio tra una folla plaudente!.

E’ attestato l’amore della Ionia per Lucio Vero, non solo del popolo efesino, greco, ma anche di tutte le altre etnie, viventi nella metropoli, compresi gli ebrei e i christianoi!

Dunque, non si può  giudicare  negativamente il periodo orientale di Lucio Vero, né la sua reggenza da Antiochia, mentre i suoi legati  facevano  l’impresa parthica, a meno che non gli si voglia incolpare  il propagarsi dell’epidemia delle peste in Occidente col reclutamento di truppe, messe insieme a quelle tornate  vittoriose dalla Parthia, infettate, schierate poi sul Reno e sul Danubio o  lo si  accusi del ritorno a Roma con la corte con elementi anch’essi  appestati,  tanto da contagiare smisuratamente la capitale nel biennio 166-67!

Al ritorno a Roma Lucio Vero, comunque,  diventa console per la terza volta ed è malvolentieri coinvolto a riprendere le armi contro i Marcomanni, che premono sui confini italici e si sposta col suocero, ad Aquileia, per la direzione delle operazioni militari.

Nel frattempo, arruolate la  II  legio italica e la III italica, ci sono scontri con i Quadi, che vengono sconfitti, mentre il loro re risulta ucciso in battaglia.

Considerato il buon avvio di guerra, e essendosi mitigata  la paura della peste,  Lucio decide di tornare a Roma  col suocero: Placuit  autem urgente  Lucio, praemissis  ad senatum litteris, ut Lucius Romam rediret. – Vita Marci, 14-.

Nel viaggio di ritorno, due  giorni dopo,   sedendo in carrozza accanto a Marco Aurelio,   Lucius, apoplexi arreptus, periit/ Lucio colpito da ictus morì-  Ibidem- e il suo corpo fu sepolto nel Mausoleo di Adriano (dove era suo padre naturale – Vita veri, 11,1-).

Dopo la morte di Vero, le vie della seta e delle spezie, orientali,  terrestri,  risultano   controllate  da comuni trattati  romano- parthici, come si può  rilevare, secondo Filostrato, dal tragitto fatto da Apollonio di Tiana -Cfr. Apollonio di Tyana e Gesù di Nazareth-  concordati dal periodo di Augusto,  che  conosceva già le vie della circumnavigazione  dell’Oceano Indiano, note da tempo agli scienziati alessandrini, che facevano studi  sul regime dei monsoni  ed indicavano i passaggi attraverso la penisola indocinese per arrivare in Seria  e forse in Giappone e Filippine.

Quindi, professore,  sono falsità quelle di un sogno di armonia orientale, realizzato  solo da  Lucio Vero,  concretizzato da Marco Aurelio  che fa riforme  sul censimento dei liberi e  sul felice  stato dei  liberti e degli schiavi?

Sembra che la situazione sia immutata, Marco!

Posso  solo dirti, seguendo  oltretutto  F. Lanfranchi (Ricerche sul valore giuridico  delle dichiarazioni di nascita  nel diritto romano, Bologna 1951),  qualcosa di nuovo  sul censimento dei neonati  (Vita Marci, 9.8-9) e circa l’ uso dei tabellarii publici, che risulta una istituzione provinciale, per cui ci sono  archivisti,  che registrano  le nascite nelle province, come a Roma,  per una migliore conoscenza anagrafica da parte del  prefetto dell’erario, avendo già l’imperatore  dato rilievo ai curatores  urbis  aumentando il gravame  delle curiae/assemblee municipali, utilizzate come sistema anche per la leva.  Aggiungo che  l’imperatore provvede all’amministrazione della  giustizia civile incaricando il senato, che deve  avere accanto  a sé i prefetti, coadiutori nello ius  in relazione alle  leggi  promulgate Cfr. Vita Marci, ibidem  ius autem magis  vetus restituit quam  novum fecit.

Professore,  in materia di schiavitù, però, lo stoico Marco Aurelio è sicuramente un benemerito?

Certo. Marco Aurelio ritiene che gli schiavi, essendo  uomini sono isoi / eguali ai liberi come già aveva  affermato Posidonio e poi ribadito Seneca  ed  infine  Epitteto ( immo et servi homines sunt). In questo, la sua visione umanitaria è vicina a quella di cristiani, da lui perseguitati perché teatranti e falsi, perché renitenti alla lena, disfattisti durante la guerra, non solidali con gli altri cives  pagani, nella loro coscienza di appartenenza ad un’altra patria, quella celeste.

Marco Aurelio  è un vir ellenista con una paideia umanistica mentre i cristiani hanno un’altra cultura di matrice ebraica  basata sull’essere  ogni uomo figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, destinato ad un premio eterno per i meriti del Christos, la cui vita, morte e resurrezione sono esemplari per ogni fedele che  rifiuta il servitium alla patria terrena, per avere gloria in quella paradisiaca, sua eterna sede.

Da qui i nuovi decreti che  colpiscono  le  ecclesiai  con i dioichetai episkopoi e  la massa di fedeli, cristiani, senza diritti civili, anche se rappresentata giuridicamente dal clero,  anelante al martirio, come abbiamo spiegato altrove! In questo clima di persecuzione neanche c’è quell’armonia  tanto cantata neppure in Oriente, dove è più marcata la presenza christiana. Forse a Roma la celebrazione della vittoria sui parthi produce euforia subito attenuata dai primi contagi di peste, poi, finita in tragedia, per l’imperversare catastrofico delle morti giornaliere. Il trionfo  dei due monarchi che  si fregiano dei titoli  onorifici militari diventa un incubo per le vittime del contagio e per l’insurrezione barbarica ai confini dell’impero! Dunque, anche l’Occidente non è in armonia, ma con l’incombere della  peste e con l’invasione delle popolazioni prima longobardiche, poi, dei Quadi, Marcomanni ed Iazigi è terra devastata!  c’è un frenetico spostarsi di gentes  decimate dalla peste,  alla ricerca di terre da coltivare dove stanziarsi definitivamente accanto a  parenti già arruolati, come militari, ai confini, perfino nelle legioni dette Italicae,  come ad esempio i Custoboci, che dal Danubio penetrano  nella Mesia  e poi in Grecia   e vengono ricacciati dalle stesse popolazioni romanizzate  elleniche.

Inoltre, dopo la morte del  genero sembra manifesta  l’incompetenza militare dell’imperatore   che, volendo insistere nella  guerra contro i germani,  ricorre alla consulenza del nuovo genero. Ha fatto, infatti, sposare la figlia Lucilla,  riluttante lei e la madre,   con Tiberio Claudio Pompeiano, un generale siriaco, anziano, al quale nel 170 la donna dà un figlio di nome Pompeiano, proprio quando scompare il fratellino di Commodo!.

La donna, insieme al marito, all’imperatore  e alla madre  vanno  in guerra e gestiscono la campagna militare insieme  a Ponzio Leliano,  Damisio Tullio,  Quinto  Sosio Prisco e Giunio Vero,  che fanno parte del comitatus belli.

Grazie al consiglio dei comites Marco Aurelio arruola perfino gladiatori e schiavi, tanto graditi all’augusta!

E’ vero che in questo arruolamento  con lo spostamento di uomini si moltiplicano i casi di appestati?

A detta del medico Galeno e del cristiano Melitone la popolazione dell’impero fu più che decimata: sembra che molte città  e paesi scomparvero e che,  in un venticinquennio, morirono non meno di un terzo di 60.000. 000 cittadini censiti sotto Antonino il Pio! per congiurare il pericolo  i pagani ricorrevano a cerimonie  e forme religiose arcaiche , a  preghiere collettive e  personali nuove, apprese da altre religiones e a pratiche magiche straniere. Sembra che, quando Marco Aurelio  si ferma a Sirmio, per dirigere la guerra col suo comitatus,  faccia venire anche briganti e pirati dalla Dalmazia  a dalla Dardania. Le operazioni militari hanno esito davvero positivo tanto che è salutato dai soldati come Germanicus,  dopo la resa di Ariogeso, re dei Quadi, e il suo esilio ad Alessandria.

La guerra non finisce, comunque?

Certo. La guerra seguita. Anzi  la volontà di  Marco Aurelio di costituire  le due province di Marcomnania e  di Sarmazia determina la defezione di Avidio Cassio, le cui truppe parthiche sono ora sul Danubio.

Marco, considera che, mentre riprendono le ostilità germaniche c’è l’usurpazione di  Avidio Cassio in Oriente  e che, nel frattempo, l’imperatore  appare malato,  quando Commodo è ancora considerato in un’età  inadatta all‘imperium.

Professore, mi ha accennato all’usurpazione di Avidio Cassio e alla  probabile adesione alla congiura dell’imperatrice,  ma, ora, me ne può parlare più diffusamente.

Da Dione Cassio si sa che Avidio, ingannato da Faustina,  fece un terribile sbaglio!.  

Sembra che già  i rapporti tra l’imperatore ed Avidio erano tesi dalla fine della guerra parthica, quando  Vero era tornato a  Roma ed aveva fatto relazione scritta della campagna ed aveva  lasciato come reggente il  legatus. Lo scrittore di Vita Avidii Cassii, 2.7-8, parla di un carteggio  tra il legatus e l’imperatore, in cui i due, senza eccessi, si  attaccano e si punzecchiano, comunque, essendo l’uno disposto ad accettare il verdetto del senato e l’altro ad usare clemenza, in quanto conosce  il valore del militare : sibi ergo habeat suos mores  maxime cum bonus dux sit  et severus et fortis  et rei publicae necessarius. Nam quod dicis  liberis meis  cavendum  esse morte illius; plane  liberi mei pereant, si magis amari  merebitur Avidius  quam illi et si rei publicae  expediet  Cassium vivere  quam liberos Marci/  Si tenga  dunque il suo destino, essendo un buon generale,  severo e forte  e necessario allo statoE sul fatto che  tu dici che bisogna ucciderlo  per proteggere i miei figli,  muoiano pure loro, se Avidio meriterà  di essere amato più di loro se allo stato conviene  la vita di Cassio sia più utile di quella dei figli di Marco!.   Sembra che la lettera sia apocrifa , anche se  la stessa cosa dice  Aurelio Vittore nella sua epitome, in cui viene riconosciuta  l‘avidità dell’usurpatore  e la nobiltà d’animo dello stoico imperatore, pacato nei suoi interventi, anche se giudice fatalista.–  cfr. Luciano, Quomodo historia conscribenda sit!-

Marco Aurelio, quindi, accetta  il comportamento non corretto già di Avidio, accusato di avidità,  durante la guerra parthica in opposizione a  Lucio Vero, diretto comandante militare che in un certo senso lo denuncia.

Era risaputo che Avidio considerasse l’imperatore, coetaneo,  piccola vecchia filosofa /aniculam philosopham e Lucio  Vero luxuriosum morionem/un lussurioso  buffone ! Tieni presente Marco, la situazione del momento di guerra:  Avidio sta operando, mentre il sovrano alterna la propria  residenza tra Dafne, estiva, e quella invernale a Laodicea,  coi suoi colleghi   Stazio Prisco e  Marzio Vero  nella bassa Mesopotamia,  disposti in modo strategico da fronteggiare il pericolo armeno, quello parthico  e  quello siriaco oltre a  quello Medico,  così da conquistare non solo le due capitali sul Tigri –  Ctesifonte e Seleucia – ma anche  penetrare in Media   vittoriosamente, favoriti inizialmente dalla peste; ora, invece, a distanza di un decennio circa, dopo la morte di Vero, Marco Aurelio,  stando sul fronte  danubiano,  non rivela nemmeno la defezione del suo legatus orientale ai soldati che operano sul fonte germanico,  già ex militari attivi nella campagna parthica! Ha paura della scelta militare|.

Considera, inoltre, che in questa condizione Faustina, preoccupata per la  salute, incerta, del marito, e per la giovane età del figlio,  non avendo intenzione di tornare alla condizione, in caso di morte dell’imperatore,  di privata cittadina,  sembra offrirsi con la dote imperiale ora al pretendente usurpatore.

In questo clima Avidio, generale di valore, amato dai militari, politicamente fiducioso nelle promesse della regina, non può non accettare la nomina ad imperatore, fatta con acclamazione militare in Egitto, specie dopo la notizia falsa della morte dell’Imperatore – cfr.M.L.  Astarita, Avidio Cassio, Roma 1993-

Avidio Cassio   (121-175) è figlio di Eliodoro, uomo di nobile famiglia, tanto da essere considerato discendente dei re di Commagene, un siriaco di Cirro, procurator ab epistulis  sotto Adriano  e sotto Antonino il pio, divenuto governatore di Egitto. Ha fatto carriera militare in  Siria e in Egitto ed ha dimostrato capacità strategiche nella guerra Parthica- anche secondo Luciano di Samosata che, all’epoca è funzionario amministrativo ben pagato-.

L’usurpatore  è anche un buon amministratore oltre che militare di successo  nel momento della crisi economica  e della peste e perciò non fa proclami  di ripristinare la Res publica e   non sembra  intenzionato  a  fondare un’ altra dinastia,  ma solo   ad assecondare i disegni dell ‘imperatrice circa la  successione di Commodo, desideroso di esserne patronus,   specie dopo la repressione  fatta  dei bucolici/ pastori in Egitto,  avendo il pieno favore  dei viri militares.

Quando Marco Aurelio si ristabilisce in salute e  marcia contro di lui  e  già si trova in Cappadocia, i suoi soldati  -quelli della III legio gallica – temendo le truppe imperiali, tradiscono il lor dux che, abbandonato anche dalla regina,  – ora lei stessa sul punto di morte-è ucciso o è costretto al suicidio.

In una lettera forse apocrifa Marco Aurelio afferma che  i militari gli hanno impedito di fare una azione di clemenza verso il dux  ma è pronto ad essere clemente e nobile  con la  famiglia dell’usurpatore, preservata  in vita e immune dal sequestro dei beni.

Dunque, professore, finita la guerra contro l’usurpatore e morta Faustina, Marco Aurelio coi suoi generali di nuovo marcia  per ritornare sul Danubio dove si sono concentrati  i Quadi, i Marcomanni e Iazigi?

Si. La guerra germanica ora  riprende perché non sono concluse le operazioni a favore dei Quadi, che cercano territori fertili e  non sono stati accolti gli Iazigi,  secondo le promesse. Marco Aurelio ora si sposta a Carnuntum  dove  riesce a malapena a fare trattative per distaccare dalla coalizione le popolazioni secondo  il sistema romano divisorio,  opponendo le richieste dell’una con quelle delle altre.

Perciò, nell’ultima fase del 177-180 , anno della sua morte, qual è il comportamento del  sovrano ?

Marco, gli storici concordano che  Marco Aurelio si dedica cocciutamente alla spedizione contro le popolazioni germaniche e pensa alla elezione del figlio Commodo come suo successore, mantenendo la stessa politica non del migliore ma quella della successione  diretta. Essi precisano  che l’imperatore , dopo aver  fatto  sposare anticipatamente suo figlio con Crispina, figlia di  Gaio Brizzio Parente, console nel 155 e nel 180 ,- che poi nel 187  (cfr Vita commodi, 5.7-9) è uccisa – si  distacca da Pompeiano e suo figlio omonimo e da Lucilla  e dai viri militares ed avuto il consenso del  senato, fa l’expeditio germanica secunda .-cfr Cassio  Dione,  St.Rom: LXXI, 339-

Historia Augusta  Vita Marci  27,4 infatti dice: Celebrato il trionfo,  andò a Lavinio,   e si associò Commodo nella potestas tribunicia  e diede al  popolo   denaro  e fece magnifici spettacoli / Commodum sibi  collegam in tribuniciam potestatem iunxit, congiarium populo dedit   et spectacula mirifica. Sembra certa la partenza dell’imperatore il 3 agosto del 177 contro gli Iapigi cfr. Dione Cassio, St., rom.,  LXXI,18-

Professore, dunque , lei giudica Marco Aurelio un grande comunicatore della sua immagine e non certamente un buon militare  né  politico  e  considera migliore il  fratello, ritenuto il suo opposto che,  invece, nonostante le dicerie popolari e la critica  filoaureliana, è un vir  che  ha abilità militari  strategiche ed è  buon  amministrative  capace di coordinare anche la politica antiparthica, già iniziata da Antonino il Pio   da quando Volegese impose Pacoro in Armenia  cfr D.A.  Magie,  Roman Rule in Asia minor, Princeton University press, 2016.

Allora, professore  giudica positivamente il filosofo  per le riforme universitarie ?

Non precisamente perché anche in questo l’imperatore  imita i predecessori ed ha un comportamento  connesso con l’usurpazione del  regno ad opera di Avidio Cassio.

Marco,  bisogna rilevare che a Roma esisteva il thronos/cathedra  della sede dell’Athenaeum, fondato da Adriano al suo ritorno dalla spedizione contro Shimon bar Kokba,  dopo lo sterminio dei giudei e la loro dispersione   cfr. E.Harleman , Question  su “l’Athenaeum” de l’empereur  Hadrien in “Eranos” 1981.

Adriano è un puro ellenista,  che ribadisce il valore della paideia e in Roma e in Atene, già evidenziata ad Aelia Capitolina, con un decreto.

Marco Aurelio  insiste su questa  volontà  di uniformare l’impero in senso  latino per l’Occidente e in senso greco per l’Oriente, essendo intenzionato a  contrastare  i christianoi che hanno  una cathedra  orientale greca a Roma, non autorizzata, e  che  fanno conferenze logoi  in un tentativo di apologia. Sembra quindi, che  che da ciò  derivi la nomina romana della  prima cathedra data a Nepoziano,  che ha una retribuzione annua di centomila sesterzi  di molto superiore a quella di Atene,  conferita  a Philagros. In effetti la nomina ateniese è determinata dalla rivalità tra i due maestri di eloquenza Publio Erdoneio Lolliano e d Erode Attico, che all’epoca è ostile a Marco Aurelio,  in quanto fautore di Avidio Cassio. Solo dopo la riappacificazione con Erode Attico- cfr. Vita Marci, 27,1- e la sua iniziazione ai misteri eleusini di  Demetra  l’imperatore elegge Claudio Eliano,  che è un discepolo di Erode Attico, come  successore di Philagros. E’ chiaro che anche in questo Marco Aurelio sa gestire la sua immagine e il suo prestigio  secondo i canoni sofistici, ambiguamente , mostrando sempre la parte migliore di sé  da propagandare insieme, col figlio, ora associato, presente alla iniziazione eleusina,  in relazione al significato della  continuità imperiale.

Tanti storici del  passato, a cominciare da E. Gibbon, hanno detto che l’epoca  antonina  è un momento magico dell’impero romano e che  Marco Aurelio  è sovrano  sublime!

Hanno detto!

Marco,  pensa come vuoi,  a me risulta  quanto ti ho detto e mostrato  circa  il sistema militare e quello  amministrativo, oltre alla moralitas, non solo dall’esame di  Historia Augusta , ma anche dai documenti  cristiani e dallo studio sulla retorica di Frontone e di altri,  anche se si registra  una qualche dissidenza dalla pars ebraica di Giuda Ha Nasi,  forse perché salvaguardata ed immune rispetto alla persecuzione cristiana.

Comunque, siccome il sistema scriptorio è certamente falso e la documentazione  ufficiale è cortigiana, non  essendoci documenti tali che possono  autorizzare un giudizio certo e sicuro, anche perché i fatti sono letti a distanza di anni, dopo l’evento terribile di una pestilenza, devastante interi territori, distruttrice di archivi  locali e di  atti,  capace di cancellare  sistemi di vita comune  e normali consuetudini,  è opportuna la sospensione di giudizio/epochh, in attesa di scoperte concrete!.

Si può dire, però, che dai documenti  e dai fatti accertati si può evincere che la figura di Marco Aurelio è differente da quella propagandata e dai pagani e dai Christianoi, per come la tradizione l’ha fissata ed etichettata!

A mio parere, Marco Aurelio  stesso, essendo  un abile manipolatore di  opinione,  più abile di Adriano, ha voluto recitare la parte gestendo la sua immagine  pacifica  di filosofo stoico  con la sua opera di scrittore,  avendo  tenuto sotto controllo la cultura ufficiale,  volendo  risultare un eclettico cultore, un teorico fatalista,  pagano,  secondo  la pura tradizione romano-ellenistica,  marcando il fenomeno cristiano, -di cui  non conosce né il valore eversivo  dottrinario né la propagazione accanto alle sinagoghe con le ecclesiae  e i loro episcopoi, gestori di capitali non censiti dalla burocrazia imperiale, capaci di moltiplicarsi con la caritas/agaph,  essendo disponibili verso i pagani assistiti  durante la pestilenza-.

Operando così nel  primo decennio  in Occidente, Marco Aurelio potrebbe essere riuscito  a dare l’idea di uomo pacifico e  filosofo stoico nel corso del suo mandato occidentale, ma per sua sfortuna, dopo la morte di Lucio Vero, vi sono due spedizioni militari germaniche – una prima ed una secunda expedio-  con una rivolta in Oriente, durata oltre due anni- che  fanno naufragare,  insieme con la peste, tale rappresentazione teatrale imperiale! Lui stesso ci indica  il suo volto, accusando di teatralità i cristiani, in una sottensione  di falsificazione di atti e di  theorie!  Gli ultimi 11 anni di vita  sono una marcia continua dall’Occidente all’Oriente e dall’Oriente all’Occidente  e un traslocare da una parte all’altra, alla ricerca di un punto da dove  dirigere le operazioni militari nella zona balcanica!

La sua morte a Vindobona,  o in una località non lontana da Carnuntum, sconfessa  il suo ideale filosofico stoico e pacifista e la theoria del migliore.

Solo, in una tenda militare  quel 17 marzo del 180,  sofferente per una malattia mortale, deciso ad affrettare la morte con il digiuno, dopo il saluto teatrale agli amici,  invitati a meditare sulla peste e sulla brevità di vita umana, senza il figlio Commodo, impegnato sul fronte del Danubio e senza la figlia Lucilla,  lascia il mondo romano in una crisi  economica, sociale,  finanziaria e morale, spaventosa, neanche immaginabile, apocalittica.

Professore,  vuole alludere come Fraschetti,  alla  situazione disastrosa dell’impero  dopo la morte di Crispina e alla congiura christiana  dell’ amante di Commodo, Ceionia  Marcia,  una timorata di Dio, secondo Erodiano 1, 16,3-4   e al fallimento della  banca  romana di Carpoforo, secondo la testimonianza di Ippolito, Philosophumena  IX, 12,10?

Marco,  bravo!. Hai studiato bene Teofilo di Antiochia   e la Chiave di Melitone?

 

 

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Tabula Peutingeriana

 

Dio è in tutto e tutto ha la voce  di Dio: egli è nel fruscio delle foglie di una quercia, negli uccelli, nei sogni, nelle sorti, nei polli sacri, nelle acque, nei brividi, negli starnuti, nel fuoco, nell’incenso, nella farina, nei cristalli…in noi tutti, in ciascuno di noi, nei microrganismi come i   batteri e perfino nel coronavirus. 

Nonno, mi hanno parlato di una Tabula Peutingeriana? io non so neanche cosa sia. Me ne puoi parlare?.

Certo,  Mattia !Voglio sapere, però, se lo chiedi per fare bella figura coi compagni o per una tua esigenza personale.

Nonno, tu mi conosci bene?! Io vivo con Stefano! e Stefano non parla e non ascolta: è sempre assente e lontano!Io amo sapere e spero tanto che un giorno mio  fratello ascolti una tua lezione, tramite le mie parole!

Scusami, Mattia! So  quanto tu sia bravo con Stefano! Conosco il tuo animo! Cosa vuoi sapere sulla Tabula Peutingeriana? Nonno ti dice quel che sa, in modo semplice, adatto a te, ragazzo di 12 anni.

Che cosa è? Nonno.

E’ una specie di Carta geografica! Sembra che l’ideatore iniziale di questa Charta speciale, geografica,  redatta  per scopi militari,  sia Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, che riprende un pensiero di Gaio Giulio Cesare, intenzionato ad avere una rete viaria efficiente e funzionale  nell’area gallica, sulla base del tracciato della Via Aurelia,  in Occidente, e nella zona orientale  come sviluppo della via Egnatia, di cui parla anche Strabone in Geografia, V.

Nonno, si tratta, dunque, di un Carta geografica, utile per i viaggi in Occidente e in Oriente!.

Diciamo che è una carta geografica” speciale“, Mattia!.

E’  una charta, colorata  e figurata, formante una striscia  lunga 6.745 cm e larga 33 cm, che rappresenta  tutto il mondo oikoumene,  circondato dall’Oceano,  in cui i continenti Europa,  Asia, Africa sono ben distinti e divisi tra loro  dal Mar Mediterraneo e dal Don /Tanais e dal Nilo. E’ opera del monaco di Kolmar, che,  con la sua riproduzione, mantiene la funzione originaria della cartha!. Essa conserva il tracciato della via  Aurelia, che congiungeva Roma  con Pisa e poi con Luni,  dove si connetteva  la  Via Aemilia Scauri, che  si prolungava fino a Vado (Savona),  deviando da una parte, con la via Iulia Augusta verso Aosta  per raggiungere, poi, oltrepassate   le Alpi,  Marsiglia ed Arles in direzione di Pirenei,  e, da un’ altra, verso  Arezzo che dominava la Via Cassia , procedendo  per  Bononia/Bologna, si connetteva con la via Flaminia. Insomma c’era una rete viaria,  già utilizzata in epoca  repubblicana, ora migliorata con Ottaviano Augusto  sotto cui sembra che  si inizi un’ elaborazione cartografica stradale.

Quando Marco Vipsaino  Agrippa   ed Augusto si occupano delle strade per fare delle Chartae?

Agrippa (64-12 a.C. ) dopo la battaglia di Azio, avendo risistemato l’urbe  e le vie, che partivano da Roma, avendo costruito il Pantheon, ha  cura di  una Charta mundi e fa una redazione rappresentativa  del cursus publicus,  mettendo in evidenza la presenza di paroichiai/ stazioni di posta, servizi  per cavalli,  terme, fari, boschi, monti, porti,  indicando con due case le città e i villaggi e con un medaglione le metropoli  dell’impero (Roma, Alessandria, Efeso, Antiochia), insomma rilevando quanto poteva essere utile ad un Viator/ viandante  privato o  cursor tabellarius/pubblico corriere.

Agrippa, inoltre, essendo curiosus  di geografia, sotto la sua supervisione,  coi suoi tabularii, redasse una completa mappa dell’impero, che più tardi, dopo il 12 av.C., anno della sua morte, fu incisa su marmo da Augusto ed in seguito esposta in un colonnato da sua sorella Polla, nel porticus Vipsaniae nel 7 a.C.

Ci è rimasta questa  originaria charta, nonno?

No, Mattia! Abbiamo, però, una Charta (che potrebbe avere  qualcosa dell’idea  di Agrippa,  arricchita da altri anonimi redattori di carte, descritte dall’autore dell’Itinerarium Antonini  specifico per la Britannia, o anche  da quello dell‘itinerarium  burdigalense e  da quello dell’itinerario di Santiago del Liber Sancti  Iakobi, – oltre alla mappa di Madaba-) che noi oggi conosciamo come  Tabula peutingeriana, di cui abbiamo una copia in bianco  e nero, conservata  a Parigi; una, settecentesca, in una collezione di un antiquario marchigiano – Gianni Brandozzi-  una  a Pola, conservata nel Museo sotterraneo dell’Arena ed un’altra a colori  a Vienna del XII-XIII  secolo, detta  anche Codex Vindebonensis.

Perché è così chiamata?

Vindebonensis è un aggettivo per indicare che  la charta proviene da  Vienna, chiamata dai Romani Vindebona, dove ancora oggi è la Tabula  Peutingeriana, cioè di Peutinger.

Chi è Peutinger ? Nonno

Konrad Peutinger (1465 -1547 d.C.)  è un umanista, collettore di molte iscrizioni romane, desideroso di riunirle,  che ha come amico un altro umanista Konrad Celtis, il quale ha trovato, a Worms, un gruppo di pergamene  geografiche  e le ha unite insieme formando una tabula unica di 11 pergamene -mancante, però, della dodicesima- divise in partes e in segmenta.

I due avrebbero voluto  pubblicare  insieme iscrizioni e Tabula, ma non lo fecero e Peutinger mantenne nella Biblioteca presso l’imperatore Massimiliano I, di cui era segretario, il tutto.  Nel 1591 l’opera di pubblicazione avviene ad Amsterdam ad opera di Johannis Moretus.

Tu l’hai vista questa charta,  Nonno?

Si , Mattia. In una gita scolastica a Vienna, alla Biblioteca Nazionale Austriaca,  nel 1970, con i liceali del Giacomo Leopardi di S. Benedetto del Tronto.

Me la descrivi?

Nonno ti dice di una rappresentazione del monaco di Kolmar, che nel 1265, fece le  divisioni in 12 partes – le 11  restanti  con la pars, ora mancante della zona ispanica -.

Mattia, la Tabula è conosciuta anche come Fragmenta  tabulae antiquae/ Frammenti di un’antica tavola, che  riproduce forse un documento geografico, o più documenti,  esistenti,  di epoca romana – la charta di Agrippa? o  altro, cioè chartae degli itinerari  di cui abbiamo detto?  quello indicato come antonino ma di Caracalla (figlio di Settimio Severo)?   o quello burdigalense? o quello di Santiago?- dove erano  segnate perfino  città romane scomparse come Pompei, città distrutta   al Vesuvio nel 79 d.C, o città   come Costantinopoli, fondata nel 330,  ed alcune città tedesche,  distrutte nel V secolo d C.!.

Che significa? nonno

Vuol dire  che la copia romana  riprodotta dal Monaco di Kolmar è  quella di itinerari propri del periodo successivo a Giustiniano (527-565), – seguìta anche dallo scrittore  spagnolo del Liber Calixtinus del 1138,  che tratta  della vita di S. Giacomo Matamoros/uccisore dei Mori-, che conservano, senza verificare, il nome di città romane, ormai non più esistenti o non ancora fondate.

Dunque, Nonno, la tabula oggi visibile  è una copia esistente per i pellegrini  del periodo che va da Giustiniano  (527-565) fino al XII secolo?

Bravo Mattia! Si tratta, infatti,  di una tabula probabilmente  usata  agli inizi solo per i militari, poi per i pellegrini che andavano  a Roma, a Gerusalemme e a Santiago. E’ una tabula di grande importanza per i cristiani cattolici più che ortodossi, che invece, con gli ebrei  si servono della mappa di Madaba, che ha come centro  solo Gerusalemme!

Infatti  se  nel IV secolo la tabula  era utile  per i cristiani  per andare a vedere la chiesa di S. Pietro costruita a Roma da Costantino  e per i pagani per andare a Dafne al santuario di Apollo presso Antiochia, poi  nel V e VI  secolo sembra che abbia, secondo  l’itinerarium burdigalense,  valore comune  anche per  uomini di fede diversa  essendo stato sfruttato e dai crociati e dai pellegrini di Santiago,   tanto da essere ripresa  nel XIII secolo dal Monaco di Kolmar.  Infatti  l’itinerarium , scritto nel 333-334 sotto Costantino.  mostra il tragitto che va da Bordeaux (Burdigala) a Gerusalemme,   come  resoconto di un viaggio di un anonimo a Gerusalemme che seguiva la via Domizia  in Gallia  e che,  passate le Alpi al Monginevro, attraversava l’Italia settentrionale, lungo la via Postumia  fino a Aquileia per viaggiare  lungo la vallata del Danubio, per giungere a Costantinopoli ed infine,  attraversate l’Anatolia e la Siria,  arrivare a Gerusalemme: era indicata anche la via del ritorno al  pellegrino che  poteva fare due tragitti, uno via  mare da Cesarea fino a Pisa e da lì, via terra, tramite la via Iulia Augusta  e via Emilia per  tornare in Gallia , oppure un altro,  passare per la via Egnatia in Macedonia  fino a Valona  e da lì attraversare l’ Adriatico su navi veneziane,  per giungere ad Otranto, da cui  per la  via Traiana Calabra  e la via Appia  arrivare  a Roma per congiungersi con la via Flaminia e Via Emilia fino a Milano, per poi, tramite la via Iulia Augusta  e  l’Emilia Scauri raggiungere la Gallia!.

Nonno, in questo lungo viaggio quante sono le città nominate nella charta? Ci sono anche quelle della nostra zona?

Sono  segnate  555 città  e località varie,  con fari, terme, porti, foreste,  monti, santuari: essa mostra l’ambiente proprio dell’epoca, in modo appiattito, data la ristrettezza della  larghezza della striscia  rappresentata! E della nostra zona sono segnate Cupra maritima, Castro Truentino/ S.Benedetto Tronto e Castro novo/Giulia Nova  fino  a  Pescara/ Ostia Eterni!

Vuoi dire, nonno, che la charta ha  ancora il valore dell’epoca costantiniana, in cui convivono e cristiani e pagani ?

Si. Mattia!  Sono ben centrali S. Pietro a Roma e  il santuario di Apollo a Dafne, le due mete dell’impero romano del IV secolo!.

Quando sarai grande ed hai voglia di approfondire su questo argomento, puoi iniziare lo studio da  Tabula peutingeriana,- Codex vindebonensis, a cura di G, Ciurletti,  Trento  1991; (o da  F. Prontera, Tabula peutingeriana. Le antiche vie del Mondo  Firenze Olschki 2003)!.

Nonno, io ho ancora una curiosità! Quale? Mattia.

Nella trattazione della tabula, mi hai solo accennato alla mappa di Madaba, ma io non so  né dove sia  esattamente, né come sia fattae nemmeno   per chi sia stata utile nei secoli ?

Sono contento, Mattia, che tu me lo chieda anche perché  ci sono stato con tua nonna, quando siamo andati, tanti anni fa,  in Giordania,  dove  è la città di Madaba,  che  ha nel pavimento della chiesa bizantina di S. Giorgio  la famosa Mappa, a mosaico.

L’hai vista e fotografata sicuramente? Allora la potrò vedere   perché nonna la conserva gelosamente in qualche parte!

Certo, Mattia.

La mappa di Madaba, di epoca giustinianea, ha una funzione non solo per i giudei- che  amano Gerusalemme anche dopo la distruzione  del tempio e la loro definitiva dispersione ad opera di Adriano- ma anche per i cristiani (più per gli ortodossi orientali che per i cattolici occidentali) ed è una prova della centralità persistente  della città, santa  per la morte e resurrezione di Cristo secondo i Cristiani e per il ricordo della sacrificio di Isacco e della città di David  secondo gli ebrei!

La mappa anticamente misurava 21  metri  per 7  e conteneva oltre due milioni  di tesserae  colorate, ora  l e sue dimensioni attuali sono di 16 mt per 5 .

La mappa del mosaico raffigura un’area che va dal Libano al delta del Nilo e dal Mediterraneo al deserto orientate  fino all’Eufrate ed è probabilmente dell’ ultimo periodo di Giustiniano,  morto nel 565.

Ci sono raffigurazioni  del Mar Morto con due barche da pesca,  con molti ponti che collegano il Giordano e pesci che nuotano nel fiume e si allontanano; non manca il deserto di Moab con un leone  alla caccia della gazzella; c’è Gerico con le palme, c’è Betlemme ed altri siti cristiani –  quasi 150 città e villaggi  con etichette-

In questa mappa, Mattia, sono segnati dettagliatamente,   per indicare il grande rilievo che si vuole dare alla città, parti specifiche,  caratterizzanti Gerusalemme:   La porta di Damasco, La porta dei leoni, la Porta d’oro, la porta di Sion,  la  Chiesa del Santo Sepolcro.

Caro Mattia,  avrei finito  il mio discorso congiunto sulla Tabula e sulla Mappa di Madaba – che, storicamente,   a mio parere, è opera successiva a quella  del pavimento musivo di Bet Alfa (Israele) di Marionos e di suo figlio, Hanina,  artisti del periodo di Giustino I ( 518-527).

E’ bello, Nonno,  sentire le tue spiegazioni: tu insegni senza libri mi fai partecipare a quanto tu hai veramente  visto, appreso e capito e cerchi di chiarire davvero ogni cosa!  Grazie. Basta questo, per oggi! Nonno.

Mattia, dici così, birbone,  perché sono tuo nonno? Guarda Stefano, che cammina qua  e là instancabilmente,  su e giù, muovendo le manine, per la stanza! Sembra ridere anche lui!

 

Ricordo di Tullia Binni

A ricordo perenne di Tullia Binni

E’ per noi tutti  un bene – un reale sollievo – ricordare e celebrare Tullia Binni

– una donna, sfortunata fin dai primi giorni di vita, per la  fine   assurda del padre Tullio- morto con la Lambretta, mentre andava a ritirare le paste per festeggiare il battesimo-;   ancora più sfortunata per lo  strazio della morte  immatura di  Sara, sua figlia- una dottoressa con due lauree  di valore eccezionale,  i cui barlumi  letterari pochissimi hanno potuto constatare, apprezzare  e lodare-;

– fortunata, comunque  nel matrimonio  con un  marito  affettuoso, innamorato, come Niceta Cosi – quasi un padre  nei suoi confronti e un  sostegno  nel periodo di  afflizione  per la dolorosa perdita   e nel corso  della sua malattia mortale – e per la nascita di due splendide figlie, suo orgoglio;

– una madre,  sportiva, giovanile, quasi sorella con le sue  figlie belle e  radiose, intelligente ed aperta con loro –  brave,  studiose e desiderose di affermarsi nella vita-: una signora orgogliosa della sua famiglia,   degnamente  seguita da Nora, che sempre le è stata devota e che, negli ultimi tempi, è stata esempio di amore filiale per tutti;

– una nonna, disponibile sempre  per le sue dolci e graziose nipotine, amate, vezzeggiate e  viziate con i regali più belli e  coi vestitini più costosi, desiderosa di gareggiare in amore, quasi presaga della fine;

-una suocera, affezionata e presente  col genero Mirko, sempre discreta e mai invadente;

-un’impiegata comunale funzionale e professionale nel lavoro; responsabile  e corretta, in ogni caso, disponibile verso tutti, amichevole nei rapporti e gentile nei modi, cara a tutti i compaesani, ai colleghi  e al sindaco di Monsampolo per la sua opera. 

Tullia,  riposa in pace! Sei stata un raggio di luce nella nostra vita!  Possa tu essere nella luce  dell’Armonia universale e radiosa, con Bice, tua madre, e con Sara, scintillare sprazzi luminosi,  come per stigmatizzare  i ricordi  di un marito ottimo,  di una figlia meravigliosa, di nipotine  festose e  di un affettuoso Mirko, uomo degno della tua famiglia!.

Basilio II

Perché, nonno, mi vuoi parlare di Basilio II?

Mattia, ti voglio dedicare, oltre agli altri articoli, come Theophano la bizantina,  anche questo su Basilio II, che- dopo la brutta vicenda  di Giovanni  Zimisce e di Theophano la spartana- prende il regno, ma non riesce a governare per tredici anni, autonomamente, per i maneggi della madre, mentre dispensa da ogni attività politica il fratello Costantino, coregnante, più giovane di due anni. E’ un mio personale regalo per te per  un  tuo orientamento nella cultura bizantina tra la fine del X e l’inizio del XI secolo.

E’ un momento storico importante, Nonno,  di un grande re, inizialmente dominato da ministri e dalla madre! Che fa la madre?

Dopo la morte dell’amante Zimisce nel 976, richiamata dal figlio dall’esilio,  diventa amante di  Barda  Scleros, per paura delle manovre di Barda Focas, altro  parente di Basilio II, che, per di più, deve subire che il suo regno sia amministrato  da Basilio, suo parakoimenos, cioè cubiculario vizir, un  fratellastro del padre, suo zio tutore.

Come conosci questa storia, Nonno?

La conosco da Michele Psello, autore di Cronache, – su cui ho lavorato tanto tempo fa- che marca il lungo stato di guerra   civile scatenato da Barda Scleros prima e poi da Barda Focas.

La guerra civile, nonno, è  sempre un grave danno per i cittadini  che combattono tra loro ?

E’ un male che dura tredici anni, alternato con una guerra contro il califfo di Bagdad!

Il giovane re,  a corte, è sovrastato dallo zio omonimo  e dalla madre  secondo Michele Psello (1018-1096), un filosofo  e storico,  professore dell’università imperiale di Costantinopoli, che narra di Barda Scleros, che,  esautorato da Basilio, tutore, dal comando dell’esercito, si ribella trascinando nella rivolta  contro il re le popolazioni anatoliche,  da cui è acclamato Re.

Secondo Michele  – il cui nome originario era Costantino  cambiato al momento dell’entrata in monastero,  chiamato anche col soprannome di Psello perché balbuziente,  upogrammateus/ un segretario della cancelleria imperiale- la regina col tutore  nomina, allora,  Barca  Focas capo dell’esercito, che, desideroso di riportare la pace nell’impero grazie alle proprie doti fisiche  e  militari, riduce all’impotenza l’usurpatore,  sfidandolo a duello.

C’ è un duello,  nonno, tra cavalieri Bizantini ?

Si, Mattia, davanti ai due eserciti schierati che inneggiano ai loro due campioni! Scleros è un atleta , valorosissimo e indomabile; Focas è un gigante, reduce da  molte sfide  vinte. Il primo, dopo breve e solenne cavalcata, si ferma ed attende impavido  l’assalto del  gigantesco avversario per colpirlo con la lancia.

E’ presente lo stesso Basileus? Chi vince, nonno ?

Vince Focas,  dopo alterne fasi di combattimento,  alla  presenza del diciottenne sovrano, da poco maggiorenne!

Scleros, comunque, pur ferito e semiaccecato, riesce a liberarsi. In seguito,  viene sconfitto  e si ritira,  dopo la battaglia di Pancalea, nel 979, in buon ordine, ed infine  fugge presso il sultano abasside di Bagdad, a cui offre i suoi servizi.

Barda Focas, vincitore, tornato a Costantinopoli, dopo un breve periodo di incertezza circa il rapporto con Basilio II, decide di fare trattative col basileus  per la carica di domestikos, tolta allo zio Basilio, che viene esiliato, dopo l’annullamento di ogni suo decreto.

Il re è costretto dalla circostanze  ad  accettare le richieste del potente aristocratico  anatolico,  perché ha bisogno del favore dell’esercito, avendo i fatimidi, musulmani egizi, attaccato Aleppo, desiderosi di  occupare la Siria, approfittando  della guerra civile bizantina.

Quindi,  Barda Focas  ritorna trionfante a Costantinopoli e rimane  al servizio di Basilio!.Com’è fisicamente e moralmente il Basileus?

Psello informa che è di statura di poco inferiore alla media, ma ben proporzionato, ben esercitato nelle armi, buon cavaliere, culturalmente  preparato,  ma calcolatore in ogni occasione,  misogino, cioè uomo che non solo si tiene alla larga dalle donne ma  le odia: nel suo regno quasi cinquantennale non c’è alcun cenno di femmina, essendo stato fin da bambino, certamente condizionato, traumatizzato, segnato dai tanti intrighi di corte, dalla morte del padre nel 963,  a cinque anni,  dalla fine violenta di Niceforo II nel 969, suo patrigno  ad opera della madre e di Zimisce!  Infatti non si sposa mai e non ha harem, al contrario del  fratello coregnante Costantino VIII, che vive  sempre con donne  e  nei banchetti, pieno  di avventure licenziose, pur non disdegnando l’arte militare, in un rifiuto costante di ogni impegno cortigiano politico.   Basilio II, invece, è  impareggiabile tattico  ed impegnato politicamente, abile tanto da risultare il migliore basileus bizantino, dopo Giustiniano, capace di portare a termine personalmente  le campagne militari, anche di lunga durata.

Ora, che è libero dal tutore, può governare, nonostante l’ingombrante ombra di Barda Focas ?  Quali sono le sue imprese?

Mattia,  la sua  grande impresa  è quella bulgara, che  ha, però, agli inizi, esiti non felici. Infatti  la inizia nel 984 con un grande esercito, condotto a reprimere  la  ribellione  dei 4 comitopuli in Macedonia, lasciati da Zimisce quasi  semindipendenti, che avevano  ricompattato i bulgari contro i bizantini.

Samuele, l’unico superstite di quattro  comitopuli, si autoproclama re,   avendo al suo fianco  Romano, il figlio, castrato, del precedente zar Boris, ed attacca  all’improvviso Basilio II, giunto in Tessaglia, non lontano da Larissa   e lo sconfigge in una sanguinosa battaglia al passo della Porta di Traiano, nel 986.

E’ un momento tragico per il Basileus  che giura con l’esercito di vendicarsi dei bulgari, prima di allontanarsi perché costretto a  spostare il fronte delle operazioni militari in Anatolia, dove Barda Scleros e Barda Focas, convinti dell’inesperienza del giovane re, hanno congiunto le loro forze, approfittando dello sbandamento, a seguito della disastrosa sconfitta bulgara.

Cosa accade, Nonno?

Mattia, accade che il califfo di Bagdad  invia  con truppe in Anatolia  Barda Scleros  per destabilizzare il Basileus, che, nel frattempo, conosce anche il tradimento di Barda Focas, autoproclamatosi  anche lui signore della regione,  per di più alleatosi con il vecchio nemico semicieco, al comando delle truppe abassidi. I due dividono l’esercito per arrivare da due diverse direzioni a Costantinopoli. Allora, il re decide di allearsi con Vladimir di Kiev  e di accettare la sua proposta  di matrimonio con la sorella porfirogenita Anna, concludendo  le trattative diplomatiche,da tempo iniziate.

Avute da Vladimir, senza alcun compenso, truppe variaghe, il re  le  congiunge  col suo esercito e  marcia contro Barda Focas che, nel frattempo, ha imprigionato Scleros, intenzionato ad uno scontro: Basilio II, impavido lo attende  con la spada sguainata nella destra e con l’immagine della Panagia -la Madonna tutta santa –  nella  sinistra.

La guerra finisce miracolosamente perché Barda Focas, mentre galoppa contro di lui,  improvvisamente comincia sbandare fino a cadere di cavallo, e a rimanere inanimato a terra.

Cosa  gli succede nonno?,

Probabilmente l’uomo o è colpito da un colpo apoplettico  o  essendo stato avvelenato da un veleno a lenta azione, cade  morto davanti al re,  che grida al miracolo coi suoi  militari!

Vladimir, allora, sposa la porfirogenita Anna?

Certo, nel 988 il principe russo,  variago, che  è pagano ed adora più di cento dei, che ha già 5 mogli e che ha un harem con 800 concubine, sposa Anna  con rito bizantino e si converte al cristianesimo,  insieme al suo popolo, battezzato lungo il fiume Dnepr, da  sacerdoti venuti da Costantinopoli.

Nonno,  cosa significa variago ?

Mattia,  variago come termine,  etimologicamente, indica persona che naviga sui fiumi  della Bielorussia, Ucraina e Russia attuale, svolgendo attività piratesca, ma avendo necessità  di conservare le derrate alimentari  e il frutto del commercio  in luoghi sicuri,  deve necessariamente fare giuramento  di non depredare i vicini e fare patti.

Possibile, Nonno,  che i Russi  solo nel 988 diventano cristiani?

Si, Mattia, fino ad allora erano popolazioni finniche, pirati fluviali,  barbari e pagani, pericolosi per le popolazioni viventi  a contatto con i bizantini della  Crimea e del Mar Caspio!.

Abbiamo una precisa documentazione di fatti   grazie alla Cronaca dei  tempi perduti   che  ha due racconti quello dei  quattro missionari e  quello di Cherson, una località della Crimea.

Me ne parli, nonno?

Il primo racconto  tratta di  un invito fatto da Vladimir a quattro missionari di diverse fedi, convenuti per disputare sulla vera religione. Vladimir (958-1015),  fino a  trenta anni,  era stato uomo dedito ai piaceri sessuali, ai banchetti, alla caccia, indifferente ai culti religiosi molto vari e strani, e talora anche spietato nei combattimenti, poi, convertito,  diventa buono, generoso, mite tanto  da essere considerato Santo dal suo popolo.

Dunque, venuti  a Cherson,  un  musulmano bulgaro,  un ebreo kazaro, un bizantino greco, e  un  latino germanico, Vladimir li interroga separatamente e chiede come vivano la loro religione   e poi li fa discutere  tra loro, ponendosi come arbitro. I quattro a turno, parlano, illustrando la loro fede  e Vladimir ascolta in modo interessato ma si dice convertito solo dal discorso del missionario bizantino greco che, dopo aver trattato del Vecchio e del Nuovo Testamento,  mostra l’Unità di Dio e la figura di Gesù, senza evidenziare  i suoi  insegnamenti,  e  che gli promette il banchetto eucaristico. Il racconto di Cherson  tratta invece  di Vladimir che invita nel 987  i suoi capi militari –boiari-ad andare a studiare per un anno a Costantinopoli e a dire il loro parere circa il cristianesimo, al loro ritorno. Davanti al re e alla corte tutti  i boiari  sono entusiasti per la bellezza  della liturgia e per il fasto degli abiti sacerdotali e dei riti bizantini, per  cui si stabilisce la collettiva conversione al Cristianesimo ortodosso.

Mi puoi dire, Nonno,  la differenza di fede tra un cristiano  ortodosso ed uno  cattolico?

Mattia, tutti i cristiani dicono di essere nella docsa orth/ opinione retta  e risultano ortodossi ed hanno una fede universale cioè sono cattolici, ma storicamente si dividono nel 1054 quando il patriarca Cerulario  e il cardinale di Silva Candida rappresentante  del papa Leone IX , si scomunicano a vicenda per la questione del filioque. Da allora la chiesa  bizantina si autodefinisce solo ortodossa e quella latina solo cattolica CONVINTE AMBEDUE DI DETENERE LA RETTA OPINIONE.

Il problema, Mattia, è quindi, nella formulazione del Credo: gli ortodossi, infatti, dicono  di credere nello Spirito Santo che procede dal Padre; noi cattolici diciamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.

Hai capito, Mattia? spero di si. Lasciamo questo argomento e riprendiamo il nostro discorso su Basilio II, che, ora,  regna e può fare una politica nuova amministrativa, abolendo i privilegi nobiliari e clericali  dei latifondisti e  favorendo la piccola proprietà terriera, in modo da aver il consenso popolare, Infatti emana  la Novella, un insieme di leggi, che  sono retroattive in quanto hanno valore quelle  del periodo di Romano I   e che annullano le Crisobolle/decreti del tutore Basilio, come già detto, aggiungendo la tassa dell‘alleleggyon.

Che tassa è ?

E’ un tassa che un tempo pagavano i villaggi  e i popolani durante la basileia di Romano I ed ora, invece, devono pagarla al loro posto i nobili  che non hanno più privilegi.

Basilio con questa nuova legislazione frena il potere del clero e dei dunatoi/potenti   e, quindi all’interno, non ha problemi, anche se in politica estera  gli restano  nemici gli  islamici in Oriente (Il califfo di Bagdad  e i Fatimidi di Egitto) e in Occidente i Bulgari.

Comunque,  la politica occidentale  ora subisce l’influenza della potenza crescente dello  Zar Samuele, che ha raggiunto le rive dell’ Adriatico – minacciato non solo dagli arabi ma anche dai bulgari, nonostante il sorgere della potenza navale di Venezia- , in competizione con l’impero germanico degli Ottoni.

Già la repubblica marinara italiana ha valore tra i grandi stati ?

I bizantini hanno i temi adriatici,  ora minacciati dai bulgari che,  avendo conquistato tutta la Grecia e l’Albania, entrano in contrasto col Doge veneziano Pietro II Orseolo  ed anche con  l’impero germanico. Allora,  Basilio ha relazioni diplomatiche intorno al 992 anche  con l’impero germanico  di Ottone III, il figlio di Theophano la bizantina, che chiede in sposa, sua nipote Zoe,  che verrà perfino mandata in Italia, ma conosciuta la morte dell’imperatore, torna in patria e sfuma l’opportunità di una congiunzione tra i latini ottoniani  e i bizantini !

Venezia, comunque, caro Mattia,  si lamenta  delle tasse  troppo alte da pagare all’entrata nello stretto dei Dardanelli.

Infatti ad Abido ogni nave doveva pagare la dogana all’entrata e all’uscita!.

In quegli anni gli ammiragli veneziani si lamentavano che  le tasse erano diventate sempre maggiori ed  aumentate eccessivamente,  essendo il prezzo sette volte superiore a quello pagato sotto Leone VI . Allora Basilio, riduce la tassa  facendo pagare 3 soldi, all’entrata, e 15 all’uscita, per ogni nave veneziana  a patto che  la repubblica accetti di trasportare le truppe bizantine dalla Grecia in Italia. Si conosce anche un trattato tra Basilio e il doge, riconosciuto come  dux veneticorum et dalmaticorum in quanto viene ratificato il dominio sulla Dalmazia, ad opera di Pietro II  Orseolo che aveva sconfitto i pirati dalmati ed occupato la terra – cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia- Bologna Il Mulino   2004. Sembra, Mattia, che sia di questo periodo  la concessione  di fondaci in Costantinopoli per i veneziani che possono fare i loro commerci  garantendo il trasporto nel tragitto-Grecia-Italia  alle truppe bizantine. Alcuni storici ritengono che tali privilegi già i Veneziani li avevano nel periodo di  Leone VI  e portano la testimonianza  dell’esistenza  nella Biblioteca Nazionale Marciana della Corona del Basileus Sophos  e  di un codice miniato di  un Salterio con una raffigurazione di un Basilio II, giovane  (Codice Marciano greco Z,17 -421-f.III r).

Avendo dunque sistemato le relazioni diplomatiche coi veneziani e con l’impero germanico Basilio   sferra l’attacco decisivo nella  seconda fase del la guerra bulgara.

E  naturalmente  vince e  si vendica dei bulgari?

Alla fine certamente Basilio riesce a vincere, ma  impiega molti  anni  e ha molti combattimenti non sempre favorevoli.  Comunque ,  dopo un  lungo periodo altalenante dal 991 al 1000, la guerra comincia a declinare a favore di bizantini  che ottengono la definitiva vittoria nel 1014. Conosciamo i fatti  da Giovanni Scilitze- 1040-1110 – autore di Sinossi della storia (Patrologia graeca, voll. 121-122)

Lo scrittore bizantino ci informa sulla fine della guerra  bulgara di cui abbiamo precise notizie anche da un grande critico come G. Schlumberger (Basile II, toeur des bulgares, Paris  1900) e da altri storici,.

Viene  giustificato  il titolo di Basilio II  Bulgaroctono,  in quanto vengono indicate le ragioni della spietata e crudelissima vendetta, dopo la riconquista della Macedonia e della  odierna Bulgaria  e  dopo la deportazione forzata degli abitanti in Cappadocia e in Armenia e a  seguito della vittoria  di  Cimbalungo, il 29 luglio del 1014 nella valle dello Strimone.

Giovanni Scilitze  così scrive, dopo la presa di Serdica/Sofia: L’imperatore abbattuto il muro,  rimasto deserto, li inseguì. Molti caddero, molti di più furono presi: a stento riuscì a sfuggire a tale pericolo Samuele, che si salvò grazie a suo figlio: questi, che resisté valorosamente contro gli assalitori, lo mise su un cavallo e lo mandò nel castello di Prilep. L’imperatore fece accecare i circa quindicimila bulgari che, raccontano, aveva catturato e comandò che i mutilati, a gruppi di cento ognuno dei quali guidato un orbo, tornassero da Samuele.

Pensa, Mattia,al dolore e alla umiliazione di Samuele nel vedere arrivare  i suoi 15000 soldati,  divisi in 150 colonne di cento uomini ciascuna, guidate ognuna  da un monocolo, legati luno dietro l’altro !

Samuele si arrende e  per il dolore  muore due giorni dopo aver visto tale spettacolo pietoso!

Non mi piace Basilio II! Uomo troppo crudele e bieco, capace di mantenere odio  e di vendicarsi dopo anni!

Mattia, eppure Basilio II va perfino a ringraziare la Panagia ad Atene, dove ha il suo santuario sul Partenone!

Gli ateniesi cristiani hanno riconvertito il Partenone di Fidia,   dedicato ad  Athena parthenos/Vergine, in chiesa della Madonna vergine e tutta santa, madre del Christos!. 

E da Atene  si dirige  trionfalmente via mare  verso Costantinopoli per il suo trionfo come Burgaroctono.

Basilio regna ancora?

Certo, felicemente fino al 1022, quando gli si ribella il figlio di Barda Focas, Niceforo,  che si autoproclama  basileus di Anatolia, ma viene ucciso da sicari!

Basilio II muore nel 1025, mentre  ancora sta preparando una spedizione militare contro gli arabi di Sicilia, deciso a riconquistare l’isola, con l’aiuto delle navi veneziane.

I veneziani, nonno, ormai hanno  una funzione nell’ impero bizantino!

Da Basilio II inizia la decadenza  bizantina che coincide con l’ascesa della repubblica marinara italiana, che ne determinerà perfino, nel corso della IV crociata,  una parziale caduta il 12 Aprile del 1204, descritta da Niceta Coniata- 1155-1217- autore di Grandezza e Catastrofe di Bisanzio.

Niceta! si chiama come il nonno di Sara e di Alice?

Si Mattia,lo storico della  presa di Costantinopoli si chiama come Niceta Cosi, mio consuocero, padre di tua zia Nora!

Il nostro dovere di Italiani

Il nostro dovere  di italiani

 

Dovremo convivere col Coronarivus. Se ami l’Italia, mantieni la distanza”.

La conclusione della comunicazione di Giuseppe Conte, perentoria, propria di una necessitas  fenomenale,  è classicamente strutturata  con  un enunciato complesso, in cui risulta  anancastico il dovere primario per l’immediato futuro,  previsto scientificamente, di convivere col Coronavirus, a cui è strettamente legato un periodo ipotetico di primo tipo, della realtà, con protasi all’indicativo  e con apodosi  iussivo-prescrittiva.

Con tale enunciato comunicativo il presidente del Consiglio,  avendo preso atto di un fatto, informa  che il popolo italiano, insieme  con lui, compartecipe della tragedia comune- da qui l’emotivo noi, non usato secondo la retorica del plurale maiestatis!- deve avere coscienza certa  della situazione  di un evento eccezionale – che ha propri tempi di durata, ignoti – e della necessità per il futuro di un adeguamento al fenomeno, sottendendo che, di conseguenza, ogni cittadino per il bene collettivo, debba mantenere le distanze interpersonali – da qui l’uso  della funzione conativa del tu, che coinvolge ognuno, che, responsabilmente, per amore di patria, si autodelimita e si sacrifica!.

Dalla comunicazione di Conte  risulta un dovere comune per noi tutti  Italiani, che facciamo parte di una stessa comunità, connessa con quella europea, necessariamente collegata con quella mondiale- essendo noi creature viventi in  un unicum sistema kosmico– : convivere col Coronavirus!

Il dovere è imposto da un comitato scientifico  italiano, connesso con quello europeo, internazionale mondiale, ai Politici -che ora non sono di un colore partitico, ma sono solo uomini che, per caso/anagkh,  sono al  potere  con funzioni  di capi,  che fanno da mediatori  tra il mortale virus ancora  sconosciuto e la massa popolare, gregge certamente condizionato dal Governo che, conoscendo le previsioni scientifiche di esperti, indica l’orientamento, stabilendo tempi  e comportamenti.

Noi popolo, così massificato, dobbiamo  essere sudditi, data la mortale situazione, obbedire, eseguire  ed accettare, adeguandoci alla comune direttiva governativa, seguendo scrupolosamente quanto metodologicamente ci sarà prescritto, ognuno a seconda della categoria di appartenenza.

Non possiamo trasgredire e fare secondo volontà individuale o secondo parametri religiosi o partitici, davanti ad una catastrofe preventivata umano-animale, come abbiamo fatto per secoli, in altre situazioni  e tempi, seguendo  i comandi religiosi,  aristocratici, dittatoriali,  demagogici, di clero o  tribuni  fuorvianti in nome di una caritas christiana e di bisogno economico. E’ tempo ora di  prendere coscienza, da una parte,  della potenza distruttrice del  Coronavirus  e, da un’altra,  di essere certi di esser maturati un poco e  di  essere eruditi  in quanto passati da una fase infantile astratta  ad una  prepuberale, operativa concreta,  seppure tipica di ragazzi di 11-12 anni, che necessitano di un orientamento  sicuro scientifico, probabile, tuzioristico,  al fine di una sopravvivenza reale naturale, non spirituale e non retorica!.

Perciò,  senza puerili, femminili e bizantine discussioni, da  ragazzi improvvisamente razionali  ed adulti, liberi da suggestioni  mitico-religiose -tipiche di clero, di mafie e di  demagogie di parte- pur  desiderosi di riavviarci al lavoro professionale, attendiamo con pazienza il nostro tempo di ripresa operativa,  fiduciosi  in un orientamento governativo –  non importa se di un Conte retorico e  fumoso, comunque, dignitoso e  rappresentativo! –  dettato da un’équipe scientifica, credibile. Questa è la strada più probabile,  se vogliamo prima  salvare la nostra vita  e poi anche la nostra economia, ed, infine, mantenere la nostra identità di nazione, la migliore tra i popoli: se seguiamo una via sincretica, confusa,  andremo irrazionalmente e naturalmente verso il baratro! : la confusione è propria di un gregge,  impaurito, preda degli isterismi religiosi e  demagogici!  Storicamente ci siamo salvati, spesso, anche da soli e, talora, guidati da orbi, ora teniamoci questa guida, operativa, almeno, col consenso di noti virologi!

Quindi, a questo dovere, noi italiani, popolo/ragazzo, dobbiamo far seguire, per amore di patria, un comportamento quotidiano  di disciplina,  adeguato a paradigmi operativi, precisi  e chiari, determinati da apposite commissioni professionali tecniche.

Ogni categoria, grazie ad organismi costituiti propri,  dovendo  assicurare l’obbedienza e la responsabilità dei soggetti –  attivi, non elementi passivi-  dovrebbe creare un protocollo comportamentale – ad esempio  per ingegneri, per professori e studenti,  per i gelatai, parrucchieri, fornai, ecc., senza generalizzazioni olistiche, generanti confusione – di cui è garante  allo Stato con propri delegati comunali, provinciali e regionali!.

Questo, però, implica e sottende una società con popolo adulto non ragazzo! Perciò che Dio- io non Credo in Dio!- ce la mandi buona!

Lo slogan temporaneo, comunque, di una dittatura governativa, necessaria davanti alla straordinarietà del fenomeno del Coronavirus, è: mantenere la distanza  tra noi, anche coi parenti, servendosi  di mascherine e  guanti, all’occorrenza!.

 

L’articolo, letto,  segue  il precedente,  scritto come commento a Zuppa di Porro.

Signor Porro,  lei denuncia e condanna giustamente la mancanza di un piano normale, amministrativo–politico-socio-economico  di Giuseppe Conte,  manifesta nel vuoto della tautologia comunicativa di un uomo di formazione  democristiana, sorpreso in una situazione letale universale, imponderabile.  Ma, lei,  apparentemente bravo, a parole, si è letto all’ atto della sua valutazione, da giudice? La comunicazione è un’arte, mentre lei, emotivamente, utilizza solo l’informazione, rabbiosa!

Io sono un vecchio, di 81 anni, che condivide con lei che la comunicazione globale di Giuseppe Conte è retorica informazione, priva di  indicazioni procedurali, pur elementari, per il riavvio alla normalità di un’Italia, sprofondata nella sua massima crisi repubblicana, in senso economico-finanziario, morale e politico-sociale.

Comunque, a lei, prima di fare un esame, con valutazione della parola di un altro, da avvocato,  conviene una ponderata organizzazione strutturale e  sistemica, non segno di  una perizia linguistica tecnica, ma  di una precedente operazione concreta e professionale, scientifica, già provata e riprovata, sperimentata per un reale lavoro, personalmente verificata.

Il suo esame, attuale, è quello di uno della parte politica, avversa, difettoso in vari punti,  fuorviante ed  unilaterale- come sempre accade quando si è all’opposizione-: Lei non trova equilibrio – nel suo contrasto corpo a corpo, tumultuoso, dilettantesco e demagogico –  e  nemmeno conosce  la reale  situazione italiana da decenni compromessa, acuita già da tempo con  la fine della democrazia cristiana  e poi dalla politica autoritaria di Craxi, a seguito del  giurisdizionalismo paesano di Di Pietro ed infine precipitata con  Berlusconi e con Monti (cfr L’altra lingua, l’altra storia, Demian 1995), fino alla farsa del Pd renziano e gentiloniano,  alla tragi-commedia dei due governi Conte, complicata in modo abnorme dal Coronavirus.

Perciò lei, non avendo un organico sistema di valutazione, come gli  altri, argomenta su basi strutturali logiche,  risultando un informatore non affidabile, mal informato, utile solo per le curiosità e per la notifica di semplici dati, nonostante la fumosa animosità, anche se puntuale nelle osservazioni.

Poveri noi italiani, che stiamo a casa impauriti dal Coronavirus, obbligati a sorbirci i sapienti virologi, i commentatori, gli intrattenitori  e i giornalisti di regime, i politici – che dovrebbero  realizzare i nostri sogni!-, ignoranti e inadeguati perfino a  comunicare il pensiero partitico, del tutto incapaci di orientare paradigmaticamente e  di guidare con cautela nei prossimi mesi i concittadini, decisi a riprendere la quotidiana fatica professionale, nonostante i pericoli del male incombente, pur senza regolare protezione!    Forse, da soli, noi, popolo italiano, senza capi, con o senza l’aiuto europeo, pur come un figlio senza padre, orfano, ma di nobile origine, decaduto, grazie al proprio sacrificio, educato dai propri errori, erudito senza i falsi maestri, e maturato –finalmente!- grazie al Coronavirus, sappiamo sopravvivere- lo abbiamo fatto per secoli perfino con l’aiuto nefasto della Chiesa!- e  procedere in relazione, alla nostra storia e alla sottesa  cultura, di gran lunga superiore a quella altrui!.