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Fatti, non Parole!

Logos de anagkastikos, ou men stochastikos

Chi si sente grande e gode dei favori popolari neanche vede  il popolano, bisognoso, implorante,  che gli sta davanti, in attesa!? 

 

Il mio metodo è  frutto di logos, un processo razionale di risultanza, che ha una deterministica necessitas, in cui, di norma, l’intuizione è possibilità di colpire il bersaglio/stochos e di fare goal, non una realtà procedurale.

Infatti procedo dopo aver fatto e, quindi, dopo aver visto il risultato dell’azione,  tanto da poter codificare come anankasticos il tutto, tuzioristicamente probabile, anche se non oggettivo, né scientifico, comunque,  controllabile e verificabile.

Se, invece, procedo per intuizione, posso indovinare quanto succede avendo abilità di sagacia e di penetrazione  razionale, in relazione ad una logica  discorsiva conclusiva, che,  però, non è autorizzata al giudizio  dalla valutazione, ma  solo da un eccesso di fantasia.

Dunque, la docimologia può avere bisogno di una intuizione nel discorso, ma poi deve procedere solo su una deterministica relazione fattuale storica, senza la quale ogni dato è fantastico

Chi è stochastikos passa da una intuizione ad un’altra senza verifica e procede in senso platonico-ellenico e  crede secondo parametri neoplatonici  romano -ellenistici,  creando un’ermhneusis fabulistica perfino sulla base lessicale filologica e forma un corpus religioso fenomenico, con la retorica, sfruttando l’ekplhssis popolare e il paradosso fenomenale.

Lo storico  prammatico di derivazione greca o greco-ellinistica, sia latino che ellenico, avendo bisogno di mecenati, che politicamente sorreggono la basileia, (Cfr.Dione Cassio, Storia Romana, 1-40)  e quindi, facendo consensus,  formano una Constitutio ecclesiale religiosa che è basilare per ogni  monarchia assoluta…

Lo storico prammatico  ha avuto grande successo nella storia  proprio come scrittore di  opus rhetoricum maxime…

Tiene conto delle notizie  e va dietro a fonti più volgarmente note e non ne esamina  la fides: parla di acribeia ma non è acribhs, parla di alhtheia ma non è alhthhs.

Storici così impostati sono lontani dall’autenticità, come oggetto di studio, ma ricercano una vaga alhtheia  secondo criteri di acribeia generalizzata, non  degeneralizzata.

Sono uomini di parte che non sottopongono ad una analisi critica né loro stessi né le notizie trasmesse sull’argomento.

Ne  deriva  che quello che un tempo appariva alhtheia diventa improvvisamente muthos,  pur restando integra la fides religiosa col paradossale mysterium

Le theoriai  basate sul logos e  non sull‘ergon, sono belle, ma non vere, e sono basate sulla  stupita meraviglia/ ekplhxis  e tendono all’utile/ khrhstoths, specie se hanno una patina di arcaicità.

Il loro successo dipende dalla fusione di  miscère dulce et utile  tipico contributo di un cortigano che  serve il padrone papa e   l’aristocrazia fruitrice ( sia  raffinata che incolta ), proprio delle poetiche delle Controriforma  cattolica, di politici, letterati,  segretarii, impegnati nel mantenere la pietas religiosa  nel popolo, povero, ignorante, bestialmente nutrito di slogan pittorici, artistici,  letterari.

Nei mercati e nelle fiere e nelle solennità festive, sono pagati   banditori  religiosi, e nelle basiliche quaresimalisti, oratori prezzolati dai vescovi, che desiderano  richiamare  frotte di laici per la preparazione all’evento Pasquale, alla celebrazione della Morte e Resurrezione del Christos …

Iesous Chrhstos  di Svetonio – Claudio XXIII,4, impulsore Chresto…-  potrebbe valere Christos, – ma anche non significarlo, data la già avvenuta morte da oltre un decennio, al di là della  funzionalità diversa del verbo Khraomai e Khrioo,  perché utile ai fini religiosi tanto che  l’inglese J. Bale  (The pageant of Popes, 1555) poté far dire a Leone X  in una Lettera al cardinale Bembo,  poco dopo  la sua elezione nel 1513 ( o ad un suo fratello)  Historia docuit quantum nos iuvasse  illa de Jesu Christo fabula …

Per lo storico prammatico, stochastikos, tutto  fa brodo, purché  si riconoscano i pregi letterari e politici...ai fini di una carriera … La corte  premia lo scrittore  servile, lo promuove nelle cariche  amministrative, che diventa segretario , distinto a seconda delle funzioni…

Quanto è difficile il lavoro di chi seriamente deve  ricercare qualcosa e deve fare etimologia, cioè  trovare esattamente l’etoimos/il reale- in quanto cosa preparata effettivamente per il passato e per il presente,  senza deviazioni ideali,  che potrebbero dare vantaggi individuali ed autorizzare altri pensieri impropri  e senza certezze – convinto solo della possibilità dell’errore e di dover subire giuste critiche … utili per crescere  in autonomia ed autenticità personale! ….

Gli storici Classici fino a Guicciardini e a Sarpi e  i commentatori  Cinquecenteschi dell’Ars Poetica di Orazio trattano del modo di poetare e mostrano come la poesia sia frutto di ingenium ed ars,  evidenziando quale sia  il vero, sia storico che poetico, pur se si adattano al verisimile,   cercando  di attirare con il dilettevole il lettore  e contemporaneamente  tentando di  essere utile  tendono al fine della formazione del civis, ora cortigiano, secondo i principi aristotelici, fusi con quelli platonici (Cfr A. Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian Teramo 1995)…

Da lavori su  Antonio Sebastiani Minturno (1500-1574),  Benedetto Varchi (1503-1565),  Alessandro Piccolomini (1505-1870) e Ludovico Castelvetro (1505-1570)  viene una lezione sulla distinzione di vero storico e vero poetico, sulla  funzione dell’arte,  che,  dopo il concilio di Trento 1545-1563, dominata dal moralismo cattolico, decade a causa della necessità di uniformarsi ai canoni  decretati e fissati dalla  tradizione cristiana cattolica, secondo gli schematismi  catecumenali.

Resta aperta solo la via dell’artificio artistico col trionfo del barocco, mentre l’artista, non più libero nella sua espressione,   si vende per il  proprio particulare al committente,  sovrano assoluto,  sia re  che papa, rimanendo ancorato al soglio regale e pontificio, fino alla rivoluzione francese ….

Gilgamesh

Caro Mattia, ti voglio raccontare la favola di Gilgamesh re di Uruk, oggi Warka (Diwaniyah), una città della Bassa Mesopotamia (Iraq) non lontana da Umma,  vicino a Nassiryah. E’ un’opera scritta in  cuneiforme, prima sumerico, poi accadico, molti molti secoli fa, migliaia di anni prima di Cristo.

Allora, oltre cinquemila anni fa,  la città era la più grande del mondo e lì viveva un popolo, i Sumeri, che non conoscevano il peccato, ma solo gli dei  del cielo e la terra, dove i regnanti combattevano fra loro    e disputavano per costruire il tempio, luogo di incontro tra il mortale e l’immortale,

Il tempio  dur.an.ki  era la casa della la casta sacerdotale, destinata a fare sacrifici e riti propiziatori per gli altri uomini!

Perché, nonno, mi vuoi raccontare ora, che sto facendo storia  romana,  Gilgamesh?

Mattia, la vuoi la favola?!

Me la potevi raccontare  quando facevo Sumeri, Assiri, Babilonesi?

Mattia, la vuoi sentire o no  la favola di Gilgamesh?

Va bene, Nonno !  Raccontala….

Ci sono molte versioni  di questa favola,  a seconda dei tempi di narrazione, dell’importanza dei  dominatori di quella terra (Sumeri, Accadi, Neo sumeri,  Assiri, Babilonesi,  Persiani, Macedoni);  nonno ti racconta quella narrata forse  da Beroso, nato a  Babilonia, greco, attivo  nel III secolo av. C., scrittore di Babilioonikà in tre libri.

Lo scrittore,  vivente ad Antiochia, presso  Antioco II (261-246 a.C.), faceva l’interprete e il consulente militare, ma era anche un sacerdote caldeo, un astronomo, capace di predire il futuro sulla base delle conoscenza degli astri, delle costellazioni, abile lui stesso ad osservare i fenomeni  celesti  nel corso dell’allineamento in Capricorno.

La sua opera è giunta a frammenti  ed è citata da autori  ebraici e cristiani, come  esempio di  favola/muthos, rispetto alla verità/ aletheia giudaico-cristiana.

La favola di Gilgamesh in Beroso doveva avere un particolare rilievo nel I e II libro di Babilioonikà  subito dopo la trattazione della creazione del mondo  tanto da  dovere essere una testimonianza dell’antichità della religione sumerica, precedente quella di ogni altro popolo, compreso l’egizio e l’ebraico.

Caro Mattia, c’era una volta  in una regione posta tra il Tigri e l’Eufrate, quasi alla confluenza tra i due fiumi, una grandissima città, chiamata Uruk.

Viveva Gilgamesh ad Uruk, dove regnava con intelligenza, ma in modo spietato sui propri sudditi, che  soffrivano per la sua crudeltà.

Era un essere  gigantesco, che aveva una complessione fisica  che gli permetteva di essere anfibio, cioè di respirare aria e ma anche di vivere sotto acqua,   di  rimanere alla luce del giorno ma anche nel più profondo buio.

In relazione a  questa doppia natura, Gilgamesh aveva  una potenza di molto superiore a quella umana degli altri.

Allora i sudditi  pregavano il Dio  di inviare in loro soccorso uno pari a Gilgamesch in modo da contrastarlo in qualche modo.

La dea A.ru.ru dàva vita ad un essere,  En.ki.du, dai tratti umani incerti, dotato anche lui  di  una doppia natura, più ferina che ittica, che viveva nelle foreste in mezzo ad animali, di cui era  amato e riverito protettore.

Il mostruoso individuo veniva attirato ad Uruk presso una ierodula, una specie di strega e sacerdotessa, che lo trasformava in un vero uomo, comunque gigantesco,  tanto da non essere più riconosciuto dagli animali, che si rifugiavano, timorosi,  nelle foreste.

Enkidu, seguendo la maga, veniva in città ed incontrava  Gilgamesh ed iniziava un combattimento  che seminava distruzione,  dovunque, data la mole dei due  antagonisti, che, comunque, pur lottando, scherzavano fra loro  e ridevano  e, alla fine, cedevano ad una sincera amicizia, destinata a durare per sempre.

Nonno, i due diventano, amici  ed insieme che fanno?

Mattia,  i due  si allontanano dalla civiltà della città   e vanno alla  ricerca di imprese gloriose, essendo giganti, di cui non si conosceva neanche  se la reale provenienza era  terrena o celeste o marina.

Tra le tante imprese, fatte da loro,  mi piace narrare quella contro il gigante Hum.ba.ba,  nota in ambiente accadico, qualche secolo dopo.

Era  Hum.ba. ba un essere potentissimo, incaricato di custodire la foresta dei Cedri.

Gilgamesh ed En.ki.du  lo vincevano  dopo lungo combattimento e lo sottomettevano al loro volere: i due  discutevano sulla sua sorte, incerti sul cosa farne, ora che non era più pericoloso.

Gilgamesh, razionalmente,  riteneva che Hum.ba.ba vinto e chiedente di vivere,  doveva essere risparmiato;   Enkidu, essere primordiale, non pensante, passionale,  decideva di ucciderlo, trascinando l’amico, che pure intuiva  il valore di morte e di simbolo del cedro, segno di lunghissima vita o di immortalità o di armonia. insita  nel gigante sconfitto, elemento naturale.

Hum.ba.ba  era  a suo modo  l’unione di cielo e terra,  forza primigenia, simbolo dell’eternità stessa del cedro,  il cui Me/destino si compiva, ma non finiva,  diventando, al di là della morte, una forza vitale in un processo di  permanente risurrezione mediante nuove forme di vita.

Infatti, mentre i due mangiavano, poco dopo, ricompariva Hum.ba.ba per dividere il cibo  con loro,  per una specie di comunione,  in un banchetto simbolico cosmico, come se si volesse indicare  un ciclo triplice  di rinascita, di  trasformazione e di perpetuazione di vita.

Nonno, non capisco tutto quello che vuoi dire, ma comprendo che ogni elemento ha una sua  vita ed è  partecipe della vita universale.

E che  succede, Nonno?

Interveniva, allora, Inanna, divinità del mattino,  della luce e della forza  nella sua massima espressione  di  violenza amorosa  che, innamorata di Gilgamesh, lo dichiarava eroe,  come riconoscimento della sua bellezza e del  valore e si contrapponeva  a sua sorella  Eresh.ki.gal, dea della morte e signora degli inferi.

La dea proclamava il suo amore per l’eroe che invece la rifiutava e si allontanava .

Gilgamesh conosceva  le innumerevoli avventure  amorose della dea, che  agiva crudelmente  coi suoi amanti, che  finivano tutti tragicamente  in un  buio senza fine, misterioso.

Inanna, adirata per il rifiuto,   pregava il dio An, suo padre,  di scatenare il Toro celeste contro i due amici e di punirli.

I due  vincevano,  dopo un lungo combattimento, il Toro celeste e lo facevano a pezzi  e, inorgogliti, sfidavano la dea, contro cui Enkidu scagliava una zampa del toro, ed incalzandola giungeva fino  ad un contatto con lei,  tanto che  improvvisamente, come fulminato,  si afflosciava,  senza vita, essendo compiuto il suo Me/destino.

Davanti al cadavere dell’amico e alla sua rigidità, Gilgamesh scopriva la morte e, straziato dal dolore,  davanti al corpo, muto per la paura,  prendeva coscienza della necessità di  sfuggire alla sorte mortale e di cercare l’immortalità.

Nonno, solo alla morte di Enkidu, scopre il valore  della condizione dell’uomo e  il significato dell’immortalità?

Si. Mattia

Enkidu è un altro se stesso  e perciò  l’eroe capisce  la morte, sentendola vicina, parte della sua vita  stessa.

E che fa, allora, Nonno?

Gilgamesh sa che Enlil,  il dio dell tempeste, il supremo,  ha  distinto   An cielo  da Ki  terra ed  ha voluto un legame tra i due per gli uomini, il tempio,  e che ha imposto  lo sterminio degli esseri umani, che infastidiscono il suo sonno, col diluvio,  ed ha premiato  con l’immortalità solo Zi.ud.sud.du,  salvato da Enki  signore della terra  e dell’intelligenza,  grazie all’uso di  un’arca.

Perciò, Gilgamesh, sa che   gli uomini,  i semi e gli animali, posti nell’arca, salvatisi dal diluvio,    hanno ripopolato la terra  e da loro conosce  che  il patriarca vive  isolato dagli altri in una landa misteriosa e desolata ai confini del mondo.

Ed  allora  Gilgamesh va alla sua ricerca in un viaggio interminabile.

L’ eroe compiva così  numerose imprese, Mattia,  incredibili, rimanendo anche mesi sotto acqua,  prima di incontrare  Zi.ud.sud.du l’uomo dalla vita di lunghissimi giorni.

Questi abitava in una zona, in cui non c’erano vie,  né acque, né  alcun accesso e perciò l’eroe rimaneva spesso  pensieroso ed incerto se  cessare la sua  ricerca dell’immortalità, ma faceva sempre prevalere la volontà di  finire l’impresa, quando ricordava il corpo immoto di Enkidu.

Un giorno scoprì,  sotto i suoi piedi,  una voragine e da lì trovò il pertugio che, dilatandosi,  per strani viottoli,  con molti giri, quasi concentrici,  giunse improvvisamente davanti al Vegliardo.

Gilgamesh  implorava il vecchio, dalla barba bianca ma aitante come un giovane atleta,  che a lui fosse data la possibilità di non morire, affermando che aveva fatto  un percorso impossibile e di non aver lasciato tracce del suo passaggio.

Zi.ud.sud.du non diceva niente, ma  gli diede una pianta marina; poi con un cenno lo licenziò e gli fece capire con segni che lontano da lui  avrebbe dovuto conservarla, per mangiarla al momento opportuno, per avere la giovinezza, quando avvertiva i segni della vecchiaia .

Felice, Gilgamesh affrontava il viaggio di ritorno, ma durante il tortuoso cammino tra i tanti meandri sotterranei,  muovendosi a stento, s’imbatteva con un serpente che gli rubava la pianta e la mangiava  sotto gli occhi increduli dell’eroe.

E che fece Gilgamesh, nonno ?

Niente.

Vide solo il serpente che cambiava pelle e  ne prendeva  una nuova, prima di fuggire!

Sconsolato,  prese atto che  a lui non restava altro che la condizione umana e che presto il suo Me destino si sarebbe compiuto, come per Enkidu.

E tornò ad Uruk e regnò con dolcezza e giustizia  sugli altri uomini, suoi sudditi,  con cui aveva un comune destino di morte.

Nonno, mi è piaciuta la favola di Gilgamesh!

Quando la mie cugine, Sara ed Alice,  saranno più grandi la racconterò anche a loro, in attesa di poterla narrare, in modo più semplice,  a mio fratello Stefano.

Per una promozione di Ma,Gesù, chi veramente sei stato?

Per una promozione di  “Ma, Gesù chi veramente sei stato?”

 

“Con il libro “Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” – spiega Angelo Filipponi –   si vuole ricucire lo strappo secolare tra Giudaismo e Cristianesimo  e dare reali possibilità di dialogo, sulla scia delle formulazioni del Concilio Vaticano II alle tre confessioni monoteistiche, compreso l’Islamismo, che  ha in Abramo e in Gesù due figure, che risultano cardini fondamentali  nel Corano.
La volontà di rendere umana la figura di Gesù è un’esigenza prioritaria per un dialogo interconfessionale: bisogna, perciò,  lavorare sul fatto culturale non su quello religioso, facendo storia romana e storia di una provincia romana, quella di Siria con la sotto provincia di Ioudaea, aramaica, collegata e con la comunità della diaspora ellenistica, mediterranea, e con quella   a confine con l’impero parthico, dove vivono altri giudei della stessa lingua e religione.

In questa operazione è fondamentale la distinzione tra Gesù uomo, Qain, kanah,  Meshiah, Maran da Gesù rabbi, redentore dell’umanità, figlio di Dio, persona della Trinità.
Senza di questa, Gesù il fratello grande /maggiore, saggio, ebreo, che ha un posto di rilievo nella storia giudaica  e perfino nella fede di Israel, ha funzioni e meriti improponibili per un sereno dialogo, perché non poté, nella situazione ebraica e romana di quel tempo determinato, insegnare a pregare, a digiunare,  ad amare il prossimo, a comprendere il significato del sabato, il regno di Dio e quello del giudizio: “egli fece qualcosa, ma  non  insegnò”.

“Se si vuole accettare il suo presunto insegnamento, – prosegue l’autore –  bisogna rivalutarlo, dopo lungo esame testuale e critico  e poi accettarlo ed inziare il colloquio con le altre confessioni, specie quella ebraica, da cui è nato il Cristianesimo.

Si potrà, allora, dire che Gesù ha una sua misura umana con connotati ebraici e che la chiesa e i concili sono altra cosa e si potrà aggiungere che allora la mano di Gesù è una mano fraterna, senza parlare di Messia e di stimmate.
Sia dunque un Jesus of culture non un Jesus of religion: su questa strada noi cristiani abbiamo moltissimi fratelli giudei (e forse musulmani)”.

“Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” è un’opera assolutamente  nuova per l’originalità dell’indagine linguistica e storica e per le risultanze sul Primo Cristianesimo. Segue l’introduzione dello stesso Angelo Filipponi.

“Dopo molti anni di ricerca sul bios di Jesous Christos Kurios e sui logia matthaici ho sentito la necessità di indicare vie di lavoro su due comunità, quella del Malkuth ha Shemaim (Basileia toon ouranoon /regno dei cieli) aramaica e quella della Basileia tou Theou /regno di dio, ellenistica, giudaico-pagana e mostrarne due diversi percorsi, dal momento stesso della morte del Signore: la prima si era conclusa con la  comune Galut ebraica  nel 135 d.C. sotto Adriano; la seconda, invece,  era risultata  vincitrice sul paganesimo, dopo varie vicende, con Costantino prima e poi,  usciva trionfante, con Teodosio e la sua discendenza.
Durante questo lavoro, nel lungo studio sui testi,  mi è sembrato utile, ai fini unitari della ricerca sul Christos, esaminare il reale valore del termine Rabbi/ Rabbuni/didaskalos/maestro e la sua possibile attribuzione come ” titolo”  ad un Qenita/ tektoon/falegname/carpentiere architetto/ mastro, in terra giudaica.
Ora nel fare questa azione di divulgazione mediante un libretto ( in cui ho raccolto altri articoli conosciuti del sito www.angelofilipponi.com ) mi sono prefisso di mostrare e dimostrare che:

  1. Gesù non è stato un Rabbi, ma solo un Qain/ mastro/Tektoon (e quindi rilevare la sua alfabetizzazione e il suo livello culturale in relazione al suo status di giudeo galilaico, aramaico di lingua);
  2. Gesù non ha potuto costituire, di conseguenza, un pensiero autonomo teologico,  ma neppure parlare circa il divino né dire parabole o inventare preghiereavere discepoli, pronunciare semplici enunciati come io sono la via, la verità, la vita (Gio.14.6), né discutere con i dottori;
  3. Gesù ha, però, fatto paradoxa erga che noi diciamo miracoli (monstra),  perché lo consideriamo poihths – creatore del mondo,  in quanto logos-verbum del Padre, ma tutto ciò è senno del poi: queste opere paradossali  gli servirono solo per essere conosciuto e diventare maran/basileus.
    In questo opuscoletto non entro in merito al Malkuth/ basileia, né al periodo di realizzazione, né alla durata, né alle condizioni che lo permisero, in un clima antiromano e filoparto (Cfr. “Jehoshua o Jesous?”, Maroni 2003 e “Giudaismo romano II” eBook Narcissus 2011).

Il testo Ma, Gesù , chi veramente sei stato? , edito da eBook Narcissus, è in vendita a soli 6,49 euro.

 

La morte di Alessandra

 

Morte di Alessandra

 

Dopo lo strangolamento di Mariamne, la corte di Erode non è più la stessa.

Sono finiti i litigi e gli scontri, e perfino i pettegolezzi: non esistono più due partes ostili, che hanno ciascuna una vita propria di relazioni; ora domina un rigido protocollo che regola  visite, colloqui, ricevimenti, feste    e banchetti nella reggia, ora ristrutturata.

Non c’è più traccia di vita galante intorno al re e al trono, in mancanza della regina; solo in occasione di visite di  monarchi stranieri si rivede una  certa vivacità cortigiana, senza allegria/euphrosunh.

Anche per l’arrivo di Archelao di Cappadocia, fraterno amico del re,  non si fa festa, ma solo ricevimento ospitale: la moglie  con la figlia Glafira, col seguito di cavalieri e di dame,  non consola ma rattrista Erode, circondato  da Alessandra  e da Alessandro ed Aristobulo in vesti funebri.

Perfino lo scambio dei doni tra i due re e le loro famiglie è una cerimonia, dovuta, una festa preparata, come il banchetto sontuoso rigidamente allestito secondo la casheruth ebraica, servito da servi e paggetti tristi, anche nelle vesti.

Eppure i sovrani di Cappadocia, intenzionati ad incontrare Ottaviano sulla costa, hanno deviato per un saluto ad Erode e per la sua famiglia in lutto!. Certo la famiglia si sta ricompattando in nome dei piccoli orfani da educare insieme con i precettori, secondo le regole della dinastia asmonea, concorde nel seguire la paideia greca e la musar aramaica, conformemente alla formazione greca, ma anche a quella rabbinica.

Si sono riunite insieme per questo skopos  Alessandra e Cipro e con loro le fedeli dame asmonee e quelle idumee – tra cui Doris e Salome- ed hanno stabilito di essere conformi alla doppia tradizione,  in modo da formare  ragazzi ebrei capaci di integrarsi nel sistema culturale romano-ellenistico sotteso alla koinh dialetktos/ lingua comune.

Il rabbino e il therapeuoon devono insieme operare per dare la migliore formazione, quella di un saggio alessandrino, conformato alla ameicsia, cioè ad  una cultura mista che, però, permette la separazione dai goiym, senza escludere l’ascesi verso Dio, in quanto è risultanza operativa,  frutto di philosohoi, che hanno adottato una methodos per vivere in mezzo ad idolatri, mantenendo integro il tipico sistema ebraico basato sull’amore e timore di Dio e  sulla venerazione del  suo nome santo.    

Erode stesso approva ed anzi anticipa la notizia che ha intenzione  di inviare, a tempo debito, a Roma i suoi due figli presso Asinio Pollione o  Valerio Messala.

Le idumee in questo periodo, che dura circa sei/sette mesi,  appaiono, agli inizi, più serene ed appagate ora che Alessandra è vicina a loro,  alla pari, quasi sorella,  senza le altezzosità di una volta.

Dopo la sua commedia  per la condanna di Mariamne, la regina ha vissuto giorni di tristezza  profonda: le è stato difficile vivere in angoscia e depressione per circa un mese in un,o stato di lutto, passando da una volontà di sfregiarsi per la vergogna  e il desiderio  di fustigarsi per il pentimento.

Perciò  è  grata  per il sostegno ricevuto e per l’accoglienza  nel circolo delle relazioni idumee, a cui si è adeguata anche nel vestire: lei, che vestiva da domina romana, a fronte scoperta, con orecchini d’oro e con gioielli al collo, con i capelli  arricciati  che le scendevano sulle spalle,  ora  mette gli abiti come quelli di Cipro e delle sue ancelle, coperte nel capo fino ai piedi e con una veletta sul volto,  che lascia liberi solo gli occhi, secondo la rigida tradizione aramaica.

Erode, perfino,  si stringe alle donne e ai parenti e gira di tanto in tanto  dalla parte dei piccoli orfani, muto, facendo carezze non sempre accettate, talora accompagnate da pianti isterici e da grida di rimprovero delle vecchie nei confronti dei nipoti piagnucolosi.

Il re sta vivendo un momento di cupa solitudine: a sera si sente  solo nel vedovo letto, quando è più forte la mancanza della sua donna invocata e rimpianta.

La reggia, di giorno,  senza Mariamne, non ha luce,  non  dà niente al re che comincia a diradare le udienze,  a non presentarsi al consiglio  dei dioichetai/amministratori, alle feste d’inizio mese, a non curare gli affari pubblici,  trascurati tanto da non nominare nemmeno un sostituto.

Per Erode Mariamne era la regina legittima, la sua regina, di cui si sentiva  suddito e come uomo e come re, devoto, di cui  cercava di essere  ministro degno e zelante, desideroso di essere riconosciuto nel suo lavoro e premiato!

La sua vita per un decennio era stata un servizio: ogni atto  del suo regno, ogni legge, ogni cerimonia, ogni festa, ogni evento era per un abbraccio, per un bacio, per un cenno di approvazione, per finire con una esaltante unione dei corpi nel regio talamo!.

Per Erode la sua vita con Mariamne era un canto, ma diventava il più sublime dei canti,  il suo shir shirim, ogni volta che la regina asmonea era solidale nella sua politica ed  era festosa per i suoi  successi!.

Ora, invece, senza Mariamne, alzarsi il mattino è noia, le ore sono monotone, ogni azione è vana e vuota di significato.

Flavio così puntualizza il dolore del re – Ant. Giud., XV,240-: il desiderio del re si accese ancora più forte perché tale era stato anche prima, come abbiamo riferito. Essendo il suo amore  per lei  non privo di passione  e non derivando da una lunga convivenza, ma essendo stato fin dall’inizio  molto veemente e la libertà della coabitazione non avendo frenato neppure la continua crescita, ora più che mai  era preda di essa, quasi si trattasse di una punizione divina per la morte di Mariamne,  e si sentiva dalla sua bocca il nome della moglie  e si udivano  fortissimi lamenti.

Lo scrittore (Ibidem) aggiunge che fantasticava ogni genere di  distrazioni possibili, abbandonandosi a banchetti e a gozzoviglie, ma nulla di tutto ciò lo sollevava.

L’autore, come scrittore di muthos, mostra le sofferenze dell’innamorato, che spasima senza la sua amata: è un topos letterario, sfruttato, data la realtà della tragedia e del vero sentimento amoroso del re!

La depressione è al massimo grado se Erode comanda ai servi di far chiamare Mariamne come se fosse ancora viva e capace di prestare loro attenzione!

Erode, allora, stando in questa situazione, decide di andare nel deserto, che  è luogo di pentimento per ogni ebreo, desideroso di essere solo e di purificarsi dai propri peccati: si ricordi che Erode  ha amici tra gli esseni, uomini da lui rispettati ed amati, a lui, comunque,  fortemente avversi perché philoromaios e philhllhn, cioè usurpatore del titolo regale col sostegno di Roma e re che ha tradito la tradizione aramaica a favore di quella greca, avendo introdotto giochi e pratiche straniereIbidem 267- . L’andare nel deserto doveva essere, secondo il giudizio essenico, atto penitenziale ma diventa per lui un esercizio di caccia, come un allenamento militare  che lo solleva, ma secondo Flavio- ibidem 244- ciò non durò per molti giorni.

Si è già trasferito a Samaria, che dista una giornata di cammino da Gerusalemme, ma in quel luogo che gli ricorda il suo matrimonio non trova serenità,  anche se lì aveva usato allora la strategia, nella convinzione della sicura vittoria con l’altezzosa asmonea, della sopportazione e pazienza, sottesa al detto latino  despice ac suspice/ guarda dall’alto in basso con disprezzo e guardami con sospetto!

Per lui, militare, cosciente della vittoria finale, a letto, Karteria kai praooths/ la pazienza con mitezza  era una gioiosa attesa della deditio/resa!

Erode è un soldato romano, abile a fare col grande scudo rettangolare la testudo in modo da avvicinarsi al nemico impunemente, facendo agmen quadratum  presentando una protezione pergolata a carapace  per gettare al momento opportuno, il grido di combattimento ed alzare improvvisamente gli scudi e scagliare lance contro l’incauto nemico.

Quante vittorie il re aveva riportato dopo lunga sopportazione  sull’altera  regina asmonea!

Ora, però,  bisogna vivere e non sa  vivere senza Mariamne!

Alla sua personale sofferenza si aggiunge anche  il grido di dolore del suo popolo, provato prima dal terremoto ed ora dalla peste come conseguenza del primo, affrontato senza le necessarie attenzioni igieniche: gli giungono, infatti, messaggeri che gli riferiscono di una epidemia di peste /loimoodhs nosos, nella vallata del Giordano.

Temendo per la sua stessa vita, fa  circoscrivere un’ampia zona intorno alla città con pali muniti di  cartelli scritti in latino e greco Apàge, Noctua/ àpage,  glaucs/ vattene, Gufo e con una serie di cippi e di segni apotropaici o funghi  priapei per tenere lontano il malocchio!.

Avendo paura ordina di pregare Dio di contenere la sua giusta ira  e di tenersi lontano dal suo popolo, sventurato.

La peste avanza invece e miete vittime anche lungo la vallata del Mar Morto e poi sulla costa.

Ancora di più sente su di lui  la mano  di Dio che lo punisce ed applica la sua mhnis/collera dia thn gegenhmenhn paranomian en thi Mariamnhi   per l’iniquità perpetrata nei confronti di Mariamne!.

Ancora di più  si convince dell’ira di Dio, vaticinata  dai santi esseni,  specie quando cade malato di una malattia mortale, di cui i medici non trovano le medicine adatte per la guarigione.

Per Flavio -ibidem 245- la sua malattia nosos consiste in una infiammazione e  suppurazione della cervice  con perdita improvvisa temporanea  di coscienza/ flogoosis kai  pusis tou iniou  kai ths dianoas apeellagh.

Gli storici si sono affannati a dimostrare che Erode ebbe ictus o paralisi, progressive,  disturbi psichici, comunque,  dovuti a depressione e stress.

Di certo c’è una sintomatologia che può autorizzare una diagnosi di ictus cerebrale  momentaneo e parziale con perdita di memoria.

Flavio-ibidem 245/246- aggiunge: nessuno dei rimedi provati gli era di giovamento, anzi l’effetto era opposto. Tutti  i medici che gli erano intorno ritennero cosa migliore assecondare ogni suo desiderio, chi perché la malattia  era resistente ad ogni farmaco somministrato, chi perché il re non era in grado di seguire una dieta diversa da quella a cui l’obbligava la malattia, affidando alla fortuna la tenue speranza di guarigione che dipendeva dal suo tenore di vita /to duselpi ths soothrias en ecsousiai ths diaiths anatithentes thi tukhhi.  

In questo periodo di assenza di Erode, Alessandra nota che Custobar/Kos(t)obaros/Costubar, marito di Salome è ora più deferente e gentile, ossequioso come un tempo nei suoi confronti e che perfino Dositheo,  tenutosi a lungo alla larga, ora  tende ad avvicinarsi insieme ad  altri.

Questi, amici di Erode, sono con lui a Samaria, ma tornano a Gerusalemme spesso dalle loro donne e portano cattive notizie.

Dai famigliari di Erode trapelano notizie circa la sua salute, amplificate dalla servitù: Il re è malato! Il re è malato di una malattia mortale!

Alessandra, a Gerusalemme, a corte, avuta conferma della esattezza della malattia, riaccende nel suo cuore la speranza di regnare davvero e ringrazia Adonai di essersi ricordato di lei, finalmente. La donna ha bisogno di uomini che l’aiutino a lottare non solo per lei ma anche per i figli di Mariamne,  legittimi eredi. Non è difficile pensare  alle persone, a cui chiede  aiuto e consiglio !

Flavio-(ibidem 247-248)scrive: Alessandra, che stava invece a Gerusalemme, sentendo in che stato si trovava Erode, si affrettò a prendere il controllo delle  guarnigioni; queste erano due:  una  è della città  e una del tempio e queste chi ce le aveva, diventava signore dei giudei; infatti senza queste non si faceva sacrificio, cosa che pareva impossibile che non si facesse,  in quanto sceglievano piuttosto di morire che non adempiere al solito culto della pietà religiosa.

Flavio, dunque,  spiega  che  una volta prese le due fortezze, quella che  sovrasta la città e la Baris, che è sopra il tempio, si è padroni di Gerusalemme e quindi della regione giudaica Lo storico  elenca i motivi che sono due: uno di ordine logistico strategico ed uno tipico della natura del giudeo che  ha pietas e  perciò deve fare sacrifici al suo Dio e, in caso di impedimento,  preferisce dare la propria vita.

Perciò Flavio aggiunge, dopo aver rilevato la sua fretta e  una volontà di anticipare possibili complotti (ibidem 249-250):

Alessandra parlò ai comandanti di ta phrouria/fortezze dicendo che  dovevano lasciare a lei e ai figli di  Erode, a  meno che non volessero  darle a qualcun altro, desideroso di farsi signore dopo la morte del re.

 Secondo Flavio essi ascoltarono non certamente con benevolenza/ouk epieikoos quei discorsi, perché , già fedeli per il passato al re, ora erano più restii per odio verso Alessandra,  e perché pensavano  che non era bene, essendo ancora vivo Erode, di perdere la speranza.  E fra questi,  che  erano amici del re, c’era uno, di nome Achiab, suo cugino.

Alessandra,  certamente,  non è bene consigliata  a fare  discorsi di tale genere  con  toni  autoritari ai phrourarchoi, uomini  di nomina regia, e parenti, quando è ancora vivo Erode e pecca di mancanza di to epieikes, risultando inopportuna, ingiusta  e precipitosa anche se sembra presentarsi come tutrice e garante  per i figli di Mariamne e di Erode, in difesa dei loro diritti  alla successione contro  eventuali aspiranti al trono.

Nel discorso è implicita la presenza di altri, che possono aspirare alla successione, che potrebbero essere il figlio di Doris,  Antipatro, o  parenti ambiziosi del re, come Custobar.

Forse l’uomo in ombra è proprio Custobar, che sa bene dell’odio/misos  di tutti nei confronti di Alessandra, scaduta specie dopo il suo atteggiamento da commediante avuto durante il processo della figlia, che aspira  da tempo a neoterismos.

Se suo  è consiglio, comunque, non porta bene né alla regina né a lui.   Se invece Costubar fa esporre  la regina per nascondere il suo complotto, allora la sua operazione è geniale.

L’uomo è un politico, opportunista,  e la sua impresa non riesce  a causa della scaltrezza della moglie che  rivela tutto al fratello malato e lo denuncia a Ferora e ad altri, neutralizzando la sete di potere del marito.

Infatti Flavio  dapprima scrive:  Subito furono inviati alcuni a  far conoscere ad Erode il discorso di Alessandra. Ed egli senza indugio comandò che  fosse uccisa.

Dunque,  Alessandra, accusata di tradimento da Achiab, che è certamente collegato con Ferora e il clan idumeo,   senza processo viene condannata a morte verso la fine  dell’anno 28, da un Erode ancora non ben ristabilito dalla malattia.

Flavio poi  mostra quanto accade dopo la morte di Alessandra rivelando il complotto di  Custobar che  da tempo trama ai danni di Erode   in quanto non si sente inferiore  perché archoon, né  uomo di minore ricchezza e potenza tra gli idumei , per cui crede di avere gli stessi titoli per aspirare al comando di Erode.

Infatti Flavio insiste sul termine Archoon  che in Idumea non vale semplice arconte o magistato ma indica persona che primeggia con potere sacerdotale e politico ed è princeps  e despoths equivalente a Basileus delle monarchie ellenistiche con exousia cultuale.

Lo storico nel mostrare  il valore  Costubar  rispetto ad Erode  coniuga il verbo archoo molte volte  – facendo poliptoto – in modo da mettere in confronto i due, come se fossero antagonisti.

A seguito, comunque, della morte di Alessandra,  e dell’inchiesta  per scoprire i complici della regina,  vien fuori l’esistenza di una ragnatela di aramaici filoasmonei, ben mimetizzati, che hanno protetto in segreto  uomini  creduti morti da Erode, capaci di destabilizzare il regno.

A questo segue la notizia improvvisa del ripudio di Costubar ad opera di Salome, sua moglie, cosa insolita, illegale, non conforme alla legge giudaica.

Il ripudio è collegato all’accusa di tradimento  nei confronti del marito che insieme ad altri  progettano una rivolta.

E’ probabile che tale azione sia stata inizialmente  concordata con Alessandra, che contemporaneamente avrebbe dovuto occupare le due fortezze  e quindi assumere il potere regio per i nipoti Alessandro e Aristobulo.

Salome prova la sua accusa con un fatto antecedente di 12 anni quando i figli di Baba, affidati a suo marito sono stati non soppressi ma mantenuti in vita, nonostante il loro aiuto ad Antigono, il re asmoneo.

Flavio (ibidem 259-260) così scrive dopo avere mostrato screzi e dissapori tra i due coniugi: la donna inviò a Costubar un documento di ripudio sciogliendo il matrimonio che non era conforme alla legge giudaica. Infatti presso di noi è permesso fare questo solo all’uomo e  alla dona divorziata neppure è permesso di  sposarsi di nuovo,  per conto proprio senza l’assenso del primo marito. Salome invece scegliendo di non seguire le regole del suo popolo, di sua propria autorità,  ripudiò il suo matrimonio dicendo al fratello che si era separata da suo marito per lealtà verso di lui, affermando che  aveva scoperto  che suo marito  con Antipatro,  Lisimaco e con Dositheo  progettavano una rivolta  e come prova dell’ accusa portava  il fatto che i figli di Baba da dodici anni  erano tenuti in salvo  da Custobar; e  la cosa stava proprio così. 

La rivelazione sorprende Erode essendo per lui la notizia inaspettata: anzi il re precedentemente secondo Flavio (Ibidem 261) aveva fatto qualcosa contro di loro  ritenendo il loro comportamento a lui contrario, ma ora da molto tempo gli erano usciti dalla memoria.

Ma chi sono i figli di Baba?

Premetto che ho ripreso questo  XV  libro  dopo oltre trenta anni, per una revisione generale testuale e per scrivere, oltre alle note ,  Alessandra, suocera di Erode. Preciso che ho sempre pensato che la trascrizione di Barbaba sia al posto di Barabba con aferesi di aleph /alfa, secondo la lettura greca destrorsa bar(a)bab. Rettifico affermando che, comunque, non ho mai trovato nei codici  conferma a quanto dico neppure in quelli di B. Niese e di A. Naber (cfr.  Flavius Josephe I et II Les Antiquités  juives, Livres I a III introduction, texte, traduction et notes par Etienne Nodet, ‘Editions Du Cerf 1993).

Sono, dunque, i  figli di  Padre, certamente uomini superiori  In Idumea per autorità ad Antipatro, padre di  Erode, e a Custobar, legati  al culto di Cose, quindi figli di  un sommo sacerdote con potere politico, idumeo, vinto da Giovanni Hircano, che impone il culto giudaico.

Sembra quindi che Custobar gerarchicamente è inferiore al Padre, pur essendo anche lui sacerdote del culto di tale Dio idumeo.

La notizia  è di Flavio: i suoi antenati erano sacerdoti di Cose  che dagli idumei era ritenuto Dio; in seguito Hircano (Giovanni)  mutò il loro modo di vivere  facendo adottare i costumi e le leggi dei giudei .(ibidem 254). Lo storico parla dei figli di Baba per mostrare la figura di Custobar  come un capo idumeo  che mal sopporta il dominio di Erode  e che in segreto ne mina il potere, rimanendo legato alla famiglia asmonea. Flavio, seguendo una fonte filoerodiana, quella di Nicola di Damasco, tratteggia  il personaggio come  ambizioso e desideroso di novità perché di ordine sacerdotale,  un conservatore dei culti precedenti la conquista  giudaica e perciò  rileva: Custobar non voleva limitare le sue speranze  ed aveva per  questo buoni motivi, la nascita e la ricchezza  acquisita con  la continua e spudorata ricerca di vergognosi profitti.

Lo storico aggiunge perfino: e non era poco quello che egli aveva in mente!.

Infatti, dapprima, è pretendente alla mano di Salome,  rimasta vedova dopo l’uccisione di Giuseppe, e da Erode, che da poco ha preso il potere a Gerusalemme,   ha come moglie la sorella  e il  titolo di governatore/ archoon dell’Idumea e di Gaza, probabilmente intorno al 35 a.C.

Secondo Flavio Custobar   accolse  con gioa questi favori  che erano al di là di ogni  sua spettativa  ed innalzato al di sopra della sua fortuna,  poco alla volta,  andò oltre  ogni limite : riteneva non giusto  eseguire gli ordini di Erode, che pur era comandante/archoon, e adottare i costumi dei giudei da parte degli idumei, anche se soggetti a loro(Ibidem 255 ):

Perciò è probabile che Custobar avendo una volontà di potere autonoma fosse prima collegato con Antigono e poi segretamente  con Alessandra, durante il regno di Erode.

Comunque la sua condotta non è  di un fedele  suddito in quanto da  aramaico e filoparthico, contesta  il  potere di Erode  e  non ritiene giusto adottare i costumi giudaici   e neanche essere come idumeo  soggetto ai giudei.

Perciò Flavio (ibidem256) dice: inviò messaggeri a Cleopatra  dicendo che l’Idumea  era sempre appartenuta  ai suoi antenati  e che  era quindi giusto che  lei chiedesse ad Antonio   questa regione  ed affermò che gli stesso  era pronto a trasferire  a lei la sua lealtà.

Lo storico spiega che non fa questo  per desiderio di essere suddito di Cleopatra  ma perché pensa  che sottraendo l’Idumea ad Erode  può diventare lui signore  della regione e raggiungere traguardi maggiori.

Erode, dopo che Antonio nega la regione a   Cleopatra, a Laodicea, avendo saputo del rapporto epistolare con la regina di Egitto,e conosciuto tutto l’intrigo,   vuole uccidere Costubar ma per supplica della sorella, sua  moglie, e della madre  gli concesse la vita  e il perdono, ma, da quel momento, lo  guardò con sospetto per il crimine compiuto.

Dunque, Erode, riavutosi a stento dalla malattia, pur indebolito di animo e di corpo, trovava dovunque cose mal fatte e manchevoli  e cercava pretesti  in ogni causa per  punire  che gli capitava. Sembra che ora Flavio segua un’altra fonte, avversa ad Erode, visto secondo un’ottica senile, degli ultimi anni di Regno.

Comunque, il ghet, il  libello di ripudio, della sorella  e l’accusa provata  con la mancata uccisione dei figli di Baba, determinano  la fine di Custobar,  reo di disobbedienza al proprio re per i fatti di 12 anni prima,  ed ora del complotto con Alessandra.

Erode varie volte  avrebbe voluto  punire i figli di Baba  perché erano uomini che avevano un comportamento contrario a lui , ora però  anche  se se n’era dimenticato, – il re soffre di amnesie!- la faccenda viene a galla con l’accusa  di sua sorella!.

Questo è Il racconto è di Flavio : Quando Antigono era re e le forze di  Erode assediavano  la città di Gerusalemme e sotto la spinta della miseria  che colpiva gli assediati  molti ricorrevano per aiuto ad Erode  e ponevano in lui le loro speranze, i figli  di Baba, invece ,che godevano  di un’alta posizione  ed avevano un grande influsso sulle masse  restavano leali ad Antigono, parlavano sempre male di Erode ed esortavano il popolo  a mantenersi dalla parte del re, il cui potere veniva dalla nascita  Tale era la politica di questi che  pensavano che ciò fosse vantaggioso. 

Lo storico aggiunge:  Dopo la presa della città,  quando Erode controllava ogni cosa,  Custobar aveva il compito di chiudere le uscite  e custodire al città  per impedire la fuga dei cittadini che erano in debito o che seguivano una politica di opposizione verso il re. Siccome Custobar sapeva che  i figli di Baba  erano stimati ed onorati da tutti, pensando che, se li avesse salvati,  avrebbero avuto parte importante ad ogni cambiamento  di governo, li allontanò dal pericolo  e li nascose nella sua regione. 

Ora, dunque, i fatti dicono che Custobar non è stato fedele ad Erode, il quale per lui e i figli di Baba e gli altri seguaci del dio Kos(T)e non è degno di regnare  perché non ha  i diritti di nascita.

Custobar ancora di più è  infedele perché  precedentemente  Erode avendo sospetto della cosa, aveva  indagato su di lui, che  però lo rassicurò  giurando  che non sapeva assolutamente nulla di quegli uomini ed inoltre il re avendo promesso una ricompensa  per ogni informazione su di loro   ed avendo fatto compiere ogni genere di ricerche,  Costubar non si decise  a confessare  poiché era convinto  che avendo negato una volta,  non sarebbe rimasto impunito  se fossero stati trovati  ed era obbligato a tenerli  nascosti  non solo per lealtà verso di loro,  ma anche per necessità.

Ora, però, Erode informato da Salome che deve provare coi fatti quanto dice  mandò sul luogo, nel quale quelli si trovavano,  e li fece trucidare.

Lo storico conclude che  della famiglia di Hircano non rimase vivo nessuno, pur sapendo dei figli di Mariamne (Ibidem 266 ).

Così,  dopo questa strage, Erode decide  di  uccidere i suoi amici e famigliari, Custobar, Lisimaco, Antipatro detto Gadia e anche Dositheo.

La nuova strage  secondo Flavio avrebbe chiuso per sempre il problema dei rapporti con la stirpe asmonea, ma non è così.

Erode non ha ucciso tutti quelli della famiglia di Hircano  perché ci sono figli di Mariamne che hanno il dovere della vendetta, avendo   succhiato odio fin da bambini contro di lui, loro padre, distruttore della loro famiglia da parte materna !

Il regno, che sembra completamente in mano di Erode  perché non ci sono  più uomini che possono  contrastare  le sue  azioni,  non è affatto sicuro, nonostante la fiducia in lui di Roma, di Ottaviano e di Marco Vipsanio Agrippa.

Giulio Erode in Giudea resta sempre un re illegittimo che compie azioni illegali  perché non conformi alla tradizione giudaico-aramaica, in quanto  non ha il potere, conforme alla  volontà/ thelhma  di Dio.

La morte di Mariamne

Ho fatto tutto quello che ho fatto, prima. guardando, esaminando e studiando ogni struttura minima del sistema ammirato, poi.  facendo esercizio, sbagliando, rifacendo, autocorreggendomi in un continuum ripetitivo, inesauribile, con lo skopos della perfezione teleioosis, più sul piano utilitaristico che su quello ornamentale, infine. accontentandomi di quanto so fare ed è nelle mie possibilità fisico-tecniche artigianali, come risultanza tuzioristica, seria, di un povero uomo, di una creatura mortale, senza dogmatismi.

 

Morte di Mariamne

 

Flavio scrive:  era donna  ottima  per padronanza di sé e magnanimità, ma aveva il difetto dell’intemperanza e per natura propendeva alla lite, data l’ambiziosa volontà di prevalere (Ant Giud., XV,237).

L’autore mostra, da una parte, l’educazione/paideia aristocratica liberale, la cui  nobiltà ha il pregio dell‘egkrateia e della megalepsuchia e, da un’altra, la naturale mancanza di to epeikes, congiunta col carattere di persona propensa al voler sempre vincere/ to philonikon. 

Lo storico, dunque,  sottende in questo giudizio la formazione liberale di una donna di famiglia regale e la presenza di precettori therapeuontes, che creano la base di una cultura aristocratica, collegata con gli studi enciclici, sviluppante parrhesia/ la libertà di parola, connessa con la coscienza di nobiltà che si esprime nella moderazione  e nella munificenza perfetta, nel clima di fortuna familiare, ma inadeguata e nefasta in caso di cambio di sorte e perdita di potere.

Infatti ta egkuklia comprendono, oltre i diritti comuni di tutti i politai, il corso di scienze e di arti (mathhmata) che ogni cittadino libero deve compiere, prima di entrare nella vita civile e fare parte della società politica.

Essendoci stato l’avvicendamento tra gli asmonei e gli erodi ad opera dei romani -che, avendo vinto i Parthi (precedenti  legittimi elettori, considerata la supremazia nell’area eufrasica  del re dei re), hanno ora  il diritto di dare la basileia ad uomini di fiducia-  Alessandra, superstite filoparthica, è a corte sopportata più per il matrimonio di Mariamne con Erode che per il valore della stirpe, ormai senza ricchezza e senza cariche, con il solo nominale prestigio.

Ora la famiglia asmonea, in una tale nuova situazione, avrebbe dovuto studiare una strategia per sopravvivere e  per passare indenne tra i pericoli di una corte, in cui predomina l’elemento filoromano, di cultura idumea e nabatea,  in relazione  alla prima moglie di Erode,  Doris – di cui non si sa neppure se vive nello stesso ambiente, seppure in posizione secondaria, rispetto all’altra nuova moglie, – col proprio figlio Antipatro, coccolato certamente  dalla nonna Cipro e dalla zia Salome, partecipi, pur donne, del consilium principis.

Invece Mariamne e la madre disdegnano perfino il contatto con le donne della famiglia del re, che agli inizi, fresco sposo e nuovo re, è innamorato della moglie, la quale non dà per quasi un anno e mezzo segni di maternità.

La giovane sposa, che è molto legata alla storia della sua infelice famiglia,  poi,  piange la morte del fratello, si lamenta di essere sorvegliata con la madre da Giuseppe, vivendo, in assenza del marito, un delicato momento tra dolori, ansie, incertezze, sobillata ed aizzata da Alessandra – che si sente ancora legittima regina e non ha la coscienza di essere diventata suddita del genero, nonostante le umiliazioni e le  continue sconfitte- ed è  sempre  mal vista e non accettata dal clan idumeo, fin dai primi mesi di matrimonio, che l’accusa di sterilità.

Per una donna  di nobile nascita, che, pur amatissima dal marito, risulta  subito cattiva, per il suo carattere arrogante e liberale,  non è facile  mantenere il controllo di fronte a gente più matura che provoca ad arte, che paga cortigiani per farla esplodere in una comunicazione superba con espressioni alterate di disprezzo verso la stirpe inferiore degli idumei, più abile nel litigio – Ant Giud XV,237-.

E’ probabile che Mariamne , esacerbata e provocata,  abbia detto quanto poi dicevano i suoi figli, Alessandro ed Aristobulo, venti anni dopo, ad Antipatro, figlio primogenito  di Erode, che insieme a tutti gli altri erodiani,  ostacolavano i loro diritti alla successione, cioè di fare diventare scritturale di villaggio ogni idumeo di corte in relazione allo stato presente e all’educazione ricevuta -Ant giud, XVI, 203-.

Mariamne, nella sua guerra privata con le donne  idumee  alteramente  le invita a deporre gli abiti regali e a mettere gli stracci come divisa di una professione servile.

Lo storico, dunque, considera Mariamme una donna cattiva perché viziata dall’educazione regia impartita dalla famiglia, asmonea, secondo le regole della basileia ellenistica  e  quindi la giudica  colpevole  in quanto incapace di venire a patti con la realtà di una corte idumea e nabatea  illegittimamente regnante, di origine  certamente non nobiliare, ma neanche plebea, perché ricca e benestante secondo la logica arcaica tribale mesopotamica.

Per lo storico Mariamne è ancora di più resa  kakh  dal marito che, adorandola, l’autorizza ad essere regina e a comportarsi in modo scontroso a seconda dell’umore, non solo con i cortigiani e con i parenti acquisiti- specie con la madre e con la sorella del re- ma anche con lui in quanto lo vede suddito d’amore e ritiene che  mai da lui potrebbe avere una qualche reazione irrazionale ed imprevista, dato l’innamoramento, e tanto meno subire un qualcosa di grave o avere la paura di affrontare un minimo pericolo.

Forte di avergli dato altri quattro figli, dopo la nascita desideratissima del primo maschio nel 35, la regina impone una dittatura più sul re che sulla corte: la sua indiscussa bellezza fisica e la nobiltà comportamentale -Ibidem 237 –  sono baluardo e difesa insormontabile di una donna razionalissima ed anaffettiva  davanti ad  Erode, re sentimentale, passionale, acquietato sessualmente, a precise scadenze!

La donna non conosce,  però, la perfidia della  stirpe  né la natura di Erode, suo marito, la sua  ambizione, pertinacia,  arrivismo  e opportunismo, la megalomania  -Ant Giud., XVI, 150-159.

Erode  è altalenante nella furia sentimentale, capace di innalzare alle stelle ma anche di gettare alle stalle  quanto  ha di più caro e sacro, feroce nella determinazione  barbarica e quindi funesto nell’ira improvvisa, nonostante la coscienza dei sicuri pentimenti e dell’incapacità di vivere senza Mariamne.

Nei casi di cecità assoluta e di irrazionalismo bestiale non c’è freno per Erode ed allora non serve  né bellezza né nobiltà: alla bia non c’è rimedio!

Ho voluto precisare questo aspetto  in quanto ho letto il rimprovero di Alessandra   verso la figlia bollata come kakhn kai akhariston nei confronti del marito.

I due aggettivi si completano nel ritratto  di  persona scaduta dai canoni della rettitudine di comportamento della basileia in quanto la kakia/cattiveria indica uno status di decadimento volgare di un’ aristocratica rabbiosa coi populares, mentre l’akharistia connota l’ingratitudine nel rapporto con un uomo innamorato e disponibile  ai capricci di una  moglie giovane, definito euergeths.

Alessandra, infatti, rileva, in una situazione di gravissimo pericolo anche per lei, depressa,  che secondo l’etica regale, in relazione al rapporto tra moglie e marito, sua figlia subisce cose giuste per siffatti atti audaci e temerari/ dikaia paskhein epi toioutois tolmhmasis  dicendo che ou gar ameipsasthai  deontoos  toon pantoon autoon euergeths/ non c’è modo di contraccambiare adeguatamente un benefattore grandioso.

La regina  afferma che la figlia non si è comportata in modo conforme all’educazione ricevuta,  i cui cardini sono agathia ed eukharistia, avendo lei compiuto atti temerari ed osato eccessivamente, approfittando della generosità del marito euergeths: la madre condanna così a morte la figlia e la insulta!  C’è ostentata teatralità  al fine di un calcolo personale e politico, per salvaguardare egoisticamente se stessa e dissociarsi dalla condotta della figlia, in una connessione improvvisa con l’opposto clan idumeo, da sempre ostile!: a tanto porta la paura della morte, anche in un animo nobile!

Mi è sembrato necessario, prima di riprendere la narrazione precisa dei fatti del Bios del grande Re, fare questa premessa  alla morte di Mariamne, sia per comprendere la donna ventottenne, nel suo pieno fulgore di bellezza,   che Alessandra,  domina di circa 45 anni, maturata nel dolore e nella rabbia repressa di vittima rispetto al fortunato genero, protetto da Dio,  in quanto politicamente sconfitta.

Secondo Flavio, Erode,  tornato dal suo viaggio trova  la corte divisa tra le donne asmonee – sempre più convinte di dovere predominare, ( la madre per la sua alterigia  regale, la figlia. oltre che per la nobiltà, anche per l’ascendente che ha sul suo uomo,  conosciuto nella sua passione amorosa e nel suo sentimento)- e le idumee agguerrite per i successi del parente.

Il pettegolezzo è una norma nelle corti, ma in quella di Erode ha maggiore rilievo perché i due gruppi si odiano profondamente e cercano un motivo per fare esplodere il rancore represso dall’una  e dall’altra parte.

Per fortuna di Erode  la situazione non precipita  e resta inalterata       per un mese dal momento del suo ritorno.

Un nuovo evento  attira  i cortigiani, divisi nella gioia alcuni e nel compianto gli altri:  la vittoria di Ottaviano e la morte di Antonio e di Cleopatra.

Erode si è barcamenato nei litigi tra le due partes,  sopportando e mitigando le opposte richieste delle due famiglie, rimanendo in una posizione di moderata tolleranza ed ora partecipa alla festa per la vittoria del suo  nuovo patronus, anche se  in cuore suo è turbato ed ha molti motivi di rimpiangere il povero Antonio.

La convocazione  in Egitto da  parte dell’ autocratoor è, comunque, una liberazione   e risulta un lieto evento, che lo libera da quel covo di vipere, che è la sua corte.

Si dovrebbe essere intorno alla fine di settembre del 30, quando ancora Ottaviano va alla ricerca di Cesarione. Flavio scrive che Erode allora si affrettò ad incontrare Cesare e lasciò gli affari privati così com’erano.

Lo storico aggiunge: quando arrivò in Egitto, prese a discutere degli affari con Cesare con una maggiore libertà come un vecchio amico, e gli furono concessi favori molto grandi (Ibidem 217).

Erode , dunque,  avendo  stabilito a  Rodi buoni rapporti diplomatici con  Ottaviano, è rimasto in relazione con lui  tramite messaggeri e lettere e perciò, diventato amico philos, si comporta  nel parlare con maggiore libertà /metà pleionos parrhsias eis logous .

Si sa che Ottaviano regalò quattrocento galati,  che erano stati  guardie del corpo di Cleopatra; gli restituì il territorio che gli era stato tolto  a causa di  lei, aggiungendo, inoltre,  al suo regno Gadara, Hippo, Samaria, e  Gaza marittima, Ioppe e Torre di Stratone (Ibidem) .

Non di sa quanto tempo il re rimanga in Egitto, ma non sembra molto perché   Ottaviano parte da Alessandria a metà ottobre.

Flavio sinteticamente scrive: Avute queste cose ed accompagnato Cesare fino ad Antiochia, ritornò indietro e quanto più felicemente faceva le cose fuori di casa, tanto più era travagliato in casa, specie con la moglie, di cui pareva che fosse stato molto felice, poiché l’amò non meno di quelli che sono famosi nelle storie d’amore.

Lo storico sottende,  da una parte,  un viaggio durato oltre un mese, in cui Erode scorta l’autocrator, cavalcando al suo fianco, ammirato e splendidamente vestito (lamproteros), pagando le spese del viaggio fino ad Antiochia  per poi ritornare a Gerusalemme,  e da un’altra  mette in opposizione la felicità del viaggio nel rapporto con estranei col travaglio in casa a causa dei contrasti coniugali, nonostante un gamos eutuchhs.

Flavio parla a lungo di questo matrimonio, che ha dato  cinque figli (Alessandro, Aristobulo, Salampsio, Cipro ed un figlio) e che ha procurato   eudaimonia  ai due sposi,  protagonisti di una vicenda d’amore, degna di dihghsis/narrazione!.

Lo scriba greco usa i termini dell’istoria erootos per mostrare Erode come personaggio di un romanzo ellenistico, come Dafni  di Longo e come Cherea di Caritone.

Flavio (o meglio chi scrive in greco per lui!) conosce certamente il muthos erootikos, fiorente come genere letterario già nel I secolo e ancora di più nel II, in quanto il suo linguaggio retorico è vicino a quello di Il romanzo di Calliroe di Caritone  e forse anche alle Storie di Apollonio di Tiana di Filostrato.

Flavio scrive – Ibidem 218-: eroota gar oudenos elattoo toon istoroumenoon epeponthei metà tou dikaiou  ths Mariamnhs /  infatti aveva patito  giustamente  un passione amorosa per Mariamne non inferiore a nessuno di quelli di cui si raccontano storie.

Il termine Orgh di Cherea- che dà un calcio violento (Caritone di Afrodisia  il romanzo di Calliroe,  a cura di Renata Roncali Bur1996,  elaktise I,  IV,12)  al ventre della moglie uccidendola (all’apparenza)-  indica una improvvisa rabbia furiosa e potrebbe essere  quella stessa di Erode  che, agitato, condanna a morte Mariamne .  Secondo Flavio  Egli amò Mariamne secondo merito, in quanto  era tra le altre cose casta e fedele, anche se aveva il difetto della naturale molestia femminile e dell’eccessiva libertà di parola, data la sua coscienza di essere la regina  rispetto al civis idioths,  suo suddito, per di più  servo di amore, in quanto innamorato pazzo.

Infatti la donna domina il marito  in quanto sa come prenderlo  come maschio e come re, e lo assoggetta ai suoi voleri coram populo, davanti a tutta la corte e specie di fronte al clan idumeo e nabateo, che venera il tradizionale maschilismo,  paternalismo e  autoritarismo regio.

In un clima di sospetti e di insinuazioni da parte delle donne  idumee – ridotte al silenzio e costrette a tramare insidie e a vedere il trionfo di Mariamne, prolifica e festeggiata ad ogni parto- passato circa un anno dal ritorno dall’Egitto, scoppia la tempesta tanto più forte per quanto è stata tenuta sotto controllo.

Il periodo, in cui  si acuisce la sfida tra le due  famiglie dovrebbe essere tra il gennaio del 29 a.C.  ed inizio marzo del 28, un  tempo  di circa 14 mesi, alla cui fine  Mariamne viene strangolata per ordine del marito.

La donna  in questi lunghi mesi  è attaccata, spiata e messa sotto osservazione dalle donne idumee,  decise ad annientarla, tese a cercare il minimo pretesto per incriminarla e farla inquisire dal marito, che  a sua volta  è seguito da servi, da spie,  da ministri che, leggendo ogni smorfia,  ogni gesto, ogni comportamento per la definizione delle azioni successive, in modo da prevenirlo e da determinarne giudizio, riportano fedelmente a Salome e  a Cipro ogni dettaglio, registrato.

In questo assedio Mariamne  trascorre mesi, dopo che Erode è tornato da Cesare: la colpa varie volte viene velata dal re, ma poi diventa  un’accusa  effettiva in una precisa occasione.

Flavio (Ibidem, 222-223) scrive: Erode a mezzodì voleva riposarsi e si presentò da sua moglie, spintovi dall’amore che le portava. Entrò, ma non giacque con lei perché la donna lo cacciò rinfacciandogli la morte del padre(Nonno) e del fratello. Perciò essendo Erode molto sdegnato e disposto a punirla, Salome, sorella del re, sentito questo, mandò il coppiere regale a dirgli che Mariamne aveva preparato una bevanda- farmakon- per eccitarlo ad amarla di più.

ll servo riferisce l’accaduto e le donne, idumee – forse anche Doris e  la moglie di Fasael, oltre alla vecchia Cipro-  fanno scattare il loro piano per rovinare definitivamente la  giovane donna, ritenendo  finalmente giunto il giorno della vendetta sulla base di un filtro d’amore, di un pharmacon, come prova di un’accusa di veneficio, mista ad un ventilato adulterio.

La donna, innervosita da tante pedinamenti e da tanti rumores/ voci pettegole ed ingiuste contro di lei, onesta, è astiosa nei confronti di Erode anche lui stretto tra odio ed amore  e  costretto a passare da uno stato di tranquillità e ad uno di sdegno.

Il  rifiuto di prestazione sessuale  da parte della regina  è un atto di stizza che diventa poi un’ accusa contro il re,- uccisore tra l’altro anche del nonno- che,  per non reagire esce indispettito dalla camera, seguito dallo sguardo attento della servitù.

Nel complesso, comunque,  il re  da tempo avrebbe voluto punire  l’orgoglio della moglie  che ancora occupava parte dei suoi sentimenti, dopo 10 anni dal matrimonio,  ma non aveva la forza di disfarsi della donna. In conclusione l’avrebbe punita  volentieri, ma temeva  che con la morte di lei, involontariamente avrebbe inflitto  una punizione più grande a lui che a lei (Ibidem, 212).

Lo storico non è più storico ma  narratore  ellenistico del  muthos erootos che segue i canoni delle vicende amorose dei protagonisti con intrighi di corte e con la  manifestazione epiphaneia dei sentimenti più intimi di Erode, non più compos sui.

Erode è visto dilacerato tra to stugein  e to stergein, tra il disgusto dispettoso-che lo fa sputare per l’odio rabbioso- e la tenerezza  di un abbraccio con amoroso trasporto di innamorato, da un autore che usa  l’ allitterazione di st iniziale e di g(ein) finale per evidenziare il contrasto tra odio ed amore, che sottende l’opposizione asprezza-dolcezza.

Lo scrittore  legge la situazione dall’angolazione delle donne  idumee, represse ed ostili, che, trovata l’occasione ottima per vincere  sparlavano  spettegolando/dielaloun  spargendo non piccole calunnie ou mikrais… diabolais  per fomentare in Erode  misos omou kai zelotupian/ odio insieme a gelosia (ibidem 212-213).

La pars idumea, e specie la perfida Salome, approfitta del momento, vedendo il nervosismo nel  volto stesso del re,  gli invia un coppiere /oinokhoon addestrato per questa operazione,  a denunciare  Mariamne con molta cautela, in relazione al comportamento di Erode.

Ecco quanto scrive in discorso indiretto Flavio a proposito del  filtro d’amore- pharmakon,  che fa scoppiare la tempesta, tenuta a lungo sotto controllo (ibidem224):

Se il re ne fosse turbato e chiedesse che tipo di bevanda fosse, dicesse…  Pharmakon, che ella aveva chiesto di dare al re, ma se non si turbasse, non  gli dicesse altro perché Mariamne non era in pericolo.

Detto questo, lo mandò a parlare ad Erode. Costui facendo finta di parlare di cose importanti affermava che Mariamne gli aveva dato del denaro perché gli somministrasse una bevanda affinché  l’amasse di più. (Ibidem, 225)

Il coppiere  è uomo ammaestrato da Salome a seguitare solo se vede Erode partecipe della rivelazione a seguito del termine pharmakon – equivoco, anche per la sospensione (dopo legein…)  presente nel testo, come significato  in greco in quanto vale cosa giovevole o malefica, in relazione al contesto -: il re era commosso ed eccitato e, quello seguitò a dire che era  pharmakon ciò che lei gli ordinava di dare,  ma non sapendo il suo effetto, lo aveva manifestato a lui affinché  gliene mostrasse gli effetti.

Erode, allora, fa  chiamare l’eunuco/ eunoukhon di Mariamne, il più fedele, quello senza  il quale la donna non fa niente ed ordina di  torturarlo.

Perciò il re, che prima era furibondo, udite queste cose, divenne molto più turbato, tormentava l’eunuco che era fedelissimo a Mariamne per sapere del pharmakon, sapendo bene che tale cosa non poteva essere procurata senza di lui.

L’eunuco, che era partecipe dei segreti, non disse niente del farmaco, ma manifestò che l’odio rancoroso/ ekhthos derivava da quelle cose che aveva detto Soemo (ibidem 227).

Il sentire nome di Soemo, unito a quello della moglie, fa impazzire Erode, che  mentre ancora l’altro, torturato,  sta parlando,  sbraita e  grida che Soemo era stato sempre fedelissimo a lui e al regno e mai avrebbe dovuto tradire le sue istruzioni, a meno che non avesse spinto troppo in là la sua intimità con Mariamne ( Ibidem 228).

L’uso del verbo proerkhomai (che vale vado avanti, progredisco, faccio passi avanti gradatamente  in un discorso o in una comunicazione)  fa pensare che Flavio indichi che Soemo abbia tentato approcci  personali, durante la sua assenza, con Mariamne in quanto aggiunge ulteriormente paraiteroo (comparativo assoluto di pera), che significa troppo avanti (troppo oltre) nel rapporto comunicativo.

Insomma le donne idumee fanno sospettare Erode che la moglie possa averlo anche  tradito con Soemo (c’è un figlio, senza nome,  tra i figli di Mariamne!).

Erode, esagitato,  comanda che Soemo sia  arrestato ed ucciso immediatamente, ma  riserva un diverso trattamento a Mariamne e perché consorte e perché asmonea, temendo il giudizio di romani, presenti a corte e l’odio popolare.

Flavio dice:  concesse alla moglie un processo/crisin, dopo aver riunito  gli uomini  più vicini a lui  e presentò un’accusa ben formulala  e dettagliata  contro di lei su filtri e su farmaci, allestiti da lei (ibidem, 229). Erode, in quanto sovrano assoluto, nominato da Roma, ha autorità completa nel suo regno e non deve giustificare la sua azione: questo aveva sancito Antonio davanti a Cleopatra, a Laodicea, affermando che ogni re  è libero nel suo regno, altrimenti che re è!

I presenti  e i suoi consiglieri, formanti il suo consilium principis, pur edotti  giuridicamente,  emettono sentenza di morte contro ogni tradizione giuridica, specie quella ebraica mosaica (cfr. Il giudice di Filone alessandrino) impauriti  a causa dell’agitazione di Erode e delle sue violente escandescenze.

Flavio così scrive, quasi per correggere l’immediata illegittima condanna, a  seguito di una pacata riflessione:  Dopo la sentenza  e a lui e ad alcuni  presenti  sembrò bene non  dover procedere con troppo fretta alla esecuzione,  ma di rinchiuderla in una delle  fortezze del regno.( Ibidem, 230).

Il consiglio, in un momento di calma, persuade probabilmente  il re rientrato in sé,  a non avere fretta nell’eliminazione di una donna a lui cara – della cui mancanza potrebbe soffrire, dato l’intenso amore ancora palese verso di lei -.

L’intervento di Salome, – che è tra i consiglieri del re insieme ad altri membri della sua famiglia – decisa a mettere a morte la regina, risulta  un avvertimento politico per il fratello – che deve temere i  sudditi aramaici finché vivono gli asmonei, loro legittimi sovrani – convince Erode della necessitas della immediata morte di Mariamne.

La mia traduzione di Flavio  in discorso diretto rende bene la malvagia  intenzione  di Salone che impone  di fare eseguire la sentenza, se vuole regnare senza rivolte:   se lei rimane in vita, guardati dalle insurrezioni del popolo/tas tarachas tou plethous!.

 Flavio descrive, infine,  lo spettacolo della morte di Mariamne  mostrando la commozione generale  della corte, senza cenno ad Erode, la  serenità della regina,  che va  a morte  conforme alla sua paideia regale  e per contrasto la metanoia improvvisa, imprevista  della madre Alessandra,  anch’ essa accusatrice.

E’ una dihgesis   drammatica,  lunga ( Ibidem 232-239), retorica e tecnica, propria di uno buon  scrittore  ellenistico, che segue la fonte di Nicola di Damasco, uomo presente a corte come therapeuoon di Alessandro ed Aristobulo, i piccoli figli di 8 e 6 anni  .

I termini usati, specie per mostrare il  cambiamento improvviso di Alessandra, -che presa da  phobos (sotteso, non esplicito nel testo),    si accinge  a recitare la parte di accusatrice  per salvare se stessa, cosciente che su di lei  incombe ora la morte, dopo le parole di Salome-  segnano i  momenti significativi della tragedia asmonea e della madre e della figlia.

In effetti i termini rivelano il tracollo psico- fisico di Alessandra, fino ad allora spietata antagonista di Erode  per la supremazia, nonostante le sconfitte,  con l’esplodere dell’egoistica volontà di vivere, come  istinto di sopravvivenza, nel balzare su, da isterica, /ekpedhsasa e nel rinfacciare/ loidoroumenh  alla figlia la non conformità di vita rispetto all’educazione ricevuta, proprio lei, che con un comportamento indecoroso vuole  ingannare  da commediante / kathupokrinasthai  askhhmonos gli  altri  cortigiani.

La donna suntheoorhsasa ton kairon,  studiata attentamente e razionalmente la situazione, venutagli meno la forza di combattere all’improvviso, come spossata, crolla per paura, e cambia strategia istantaneamente e passa dalla parte del vincitore e si accanisce contro la figlia condannata, delle cui azioni lei è certamente correa, Lo spettacolo è indecente, indecoroso, vergognoso davanti alla corte  di idumei, di aramaici, di romani, di cortigiani e di servi,  da parte di un regina madre, indegna di una figlia condannata a morte,  silenziosa e dignitosa nell’avviarsi al luogo dello strangolamento.

I termini tecnici usati da Flavio segnano i momenti salienti della tragedia  di  due infelici  donne, da cui una esce sublimata,  anche se  morta, l’altra, distrutta moralmente, pur rimanendo viva.

Flavio (ibidem,232) spiega: vista la situazione e avendo ben poca speranza  di sfuggire ad un trattamento simile  da parte di Erode,  cambiò la sua attitudine in una maniera sconveniente, in modo  opposto alla sua  precedente arroganza/enantioos pros to prooton thrasos lian aprepoos meteballeto.

Dopo l’esame dalla sua angolazione dei rapporti  sbagliati della figlia col marito, giunge a compiere atti indegni, oltraggiandola  e strappandole i capelli – Ibidem234 –

Flavio aggiunge mettendo in contrasto tramite mende il comportamento della madre e della figlia, seguendo il giudizio unanime degli spettatori : pollh  men oos eikos,  kai para  toon alloon  h katagnoosis hn  ths  apreppous prospoihseos, mallon de enephanh  par’auths ths apollumenhs/c’era molta disapprovazione con condanna, come era naturale, da parte degli altri, di tale indecorosa simulazione mentre da parte della condannata  apparve  la dignità…

Ed infine, secondo  lo scrittore,  Mariamne, senza pronunciare una parola, senza mostrare turbamento davanti alla sceneggiata, dimostra fermezza di spirito, nonostante il vergognoso comportamento  materno.

Flavio, nella conclusione,  anche se  tende  a fissare il significato del silenzio, unito alla  sprezzante nobiltà del carattere di Mariamne, chiusa in sé, crea la tipologia della martire (utilizzata poi  dai cristiani), che davanti al tiranno  sacrifica la propria vita: andò  a morte calma, intrepida, senza cambiare colore e fino all’ ultimo diede manifesti segni  della sua nobiltà  a chi la guardava.

Lettere di Cleopatra ad Alessandra

La morte di Cleopatra

Lettere  di Cleopatra ad Alessandra

I. Kleopatra  Alecsandrai (dativo) khairein

Tu mi parli di Tuchh, narrandomi  tutto ciò che di male (e di bene) ti capita,  cioè quod  infelix et infaustum fit in opposizione a quod felix et faustum est, e credi di lottare con un destino crudele, contro cui il tuo volere razionale nulla può, per cui ti senti, per le sventure, miserabile e degna di compassione da parte di altri che hanno verso di te, da un lato,  sumpatheia e, da un altro, empatheia.

Contemporaneamente mi parli della tua infelicità, come meritata, in quanto porzione di sorte- moira- voluta dal Theos  che fa la storia tua e del tuo popolo e che ha una sua oikonomia di pathr, secondo imperscrutabili disegni divini, che si sviluppano e si attuano  tragicamente  mediante peripeteiai  e aprosdokhton improvvisi, sconvolgendo il razionale e naturale mondo umano.

Tu giudea, monoteista, figlia di sommi sacerdoti, erede di un popolo di philosohoi, che vive del timore di Dio e del suo nome santo, pensi davvero che debba scontare colpe per purificare te e la tua stirpe dai peccati amarthmata e quindi di dover fare penitenza?

Tu scrivi questo a me, regina di politeisti, che credono nelle forze primigenie  naturali  tanto da autorizzare la costituzione su base teologica del potere /kratos ad opera di letterati e di sacerdoti, che, avendo anche  exousia, sono abili a tenere a freno col paradosso il popolo ignorante: lo dici a me nuova Iside, Hator madre, pronta per un’ altra vita?

Tu piangi la morte di tuo padre Hircano, un vecchio di ottanta anni,  noto per la moderazione, perché ucciso da Erode un civis romano, che ha compiuto, in ricompensa dei tanti benefici ricevuti, un’azione non giusta né pia.

Il tuo logos  è basato  sulla condizione  dell’uomo -maschio o femmina- di un essere nato per morire, costretto a vivere, soggetto a fortuna, cioè  al caso che gira la ruota  della vita dell’individuo, dei popoli e dell’universo stesso creato.

Nessuno è padrone di sé, amica mia: siamo tutti, al di là della propria funzione di monarca, di privato, di servo, soggetti ad anagkh: ognuno di noi, nascendo, ha il suo destino, che fatalisticamente si compie.

Per me, educata secondo paideia  greca e cultura egizia al timore degli dei patri sia antropomorfici che zooantropomorfici, il vivere è necessitas mortale come h anagkh diamonoon o come h ek theoon anagkh, in quanto capace di  permeare la materia, che si deteriora con gli anni.

Nonostante il condizionamento religioso infantile, io so, da ente divino/ oon divino, comunque,  risolvere, capire e razionalmente accettare tutto ciò che accade, diversamente dagli occidentali romani, che hanno fiducia di essere padroni di sé nell’ essere ciascuno fabbro della sua fortuna/ suae faber quisque fortunae,  al di là della continua verifica dell’evolversi ineluttabile degli eventi.

Il sistema mio, ereditato da una tradizione millenaria congiunta con quella  greco-macedonica  da Tolomeo soter alla funzione ecumenica di Alessandro, è segno e risultanza divina di un metodo di adattamento alla realtà umana di creatura e all’armonia cosmica, in relazione alla maestà  faraonica regia.

Anche tu, come me,  penso che sappia vivere e morire in quanto accettiamo naturalmente  e razionalmente il destino di vita e di morte di ogni creatura, solo il romano invece vive nella presunzione dell’ eternità della stirpe, di superiorità rispetto a tutti i popoli, convinto di avere la funzione di sottomettere gli altri e di essere costruttore di una catena genetica infinita, che è il corpo unico della  Romanitas trionfante e catholikh/universale, che è il Kosmos, unitario, nato dal contributo di tutte le parti viventi,  in una visione supernazionale , che non tiene conto della fragilità dell’individuo, operoso per il bene comunitario.

Ogni civis,  facendo  la storia di Roma Aeterna, si eterna!; questo è  l’insegnamento,  ricevuto da  Cesare,  per il piccolo Cesare!

Per il senato romano conta Roma non la persona del civis romano, vale solo il divenire eterno e divino della Romanitas, il culto della dea Roma!. 

Perciò , io Cleopatra ho già organizzato  serenamente la mia morte, trasferendomi nel mio Mausoleo, non ancora finito, ma pronto ad accogliermi come Iside.

Da moglie di Cesare, da compagna di Antonio, da romanizzata, salvo mio figlio Cesarione, legittimo erede del Divus Iulius, l’emblema stesso dell’eternità di Roma, come l’eletto proclamato dalle genti, esaltato dalla theoria dei dotti del Museo, che l’hanno opposto di diritto al figlio adottivo di uno stesso Pater.

La vittoria di Ottaviano è effimera ed è su Antonio e su di me: Cesarione è libero, forte, invitto: la ricchezza dei faraoni, da me conservata segretamente per lui, e il genio di Cesare non potranno non sconfiggere Ottaviano signore di breve durata dell’ oikoumenh!

Il regno di mio figlio, dei miei nipoti, pronipoti,  sarà universale secondo i sogni di Cesare! Mio figlio è Cesare Alessandro!

Antonio, invece, da romano, magnanimo e da militare valoroso ha cercato prima la morte combattendo,  sfidando  perfino a duello il suo avversario  e poi si è gettato nella mischia con la fanteria contro la cavalleria di Cornelio Gallo, il sostituto ottavianeo di Pinario Scarpo, capo delle legioni  di Libia,  riportando un effimero successo tanto, comunque,  da premiare il  migliore, a sera, incoronandolo e dandogli una corazza e un elmo d’oro.

Il mattino successivo, dopo la notte di festeggiamenti, tutti i soldati, romani,  hanno disertato, compreso il premiato!.

Eppure il povero caro Antonio si  era illuso di poter far tornare con lui anche i milites di Gallo che, comunque, non aveva fatto toccare né raccogliere i biglietti di propaganda antoniana, scagliati con frecce, ed  aveva impedito col suono delle trombe di sentire la voce del vecchio imperator .

Antonio, dopo aver  lasciato una guarnigione a Porta Luna, in crisi ad una grave depressione,  è tornato a corte.

Siccome il 14  di gennaio è il suo compleanno,  l’ ho  festeggiato, dopo averlo coccolato, onorandolo come  mio signore e celebrando con ogni sfarzo la festa. Ho perfino trascurato il mio genetliaco, per suo amore!

Antonio ha cominciato,  allora, a bere insieme ad altri, riuniti nell’ associazione di Compagni di morte, di amici destinati al suicidio/sunapothanoumenoi.

Per giorni è andato a Faro e un giorno ha voluto vedere i suoi marinai, anche loro votati alla morte, desiderosi di combattere davanti a lui.

 Salutano lui come imperator, che li guarda orgoglioso dalla cima della torre del Faro; sciolte le vele vanno gridando contro la flotta nemica, ma improvvisamente alzano i remi e si salutano  con gli altri marinai delle navi opposte!

 Dopo questo fatto, Antonio non è tornato a corte, ma è rimasto a Faro in solitudine: Trascorreva lì i suoi giorni  fuggendo il consorzio umano, e diceva che apprezzava  e voleva imitare la vita dell’ateniese Timone, ritenendo di aver sofferto vicissitudini simili: anche lui offeso e trattato con ingratitudine dagli amici, per questo diffidava di tutti gli uomini e li aveva in odio.

In questo  periodo abbiamo saputo del tradimento di Alexa di Laodicea e di Erode, tuo genero.

Né io né Antonio ci siamo meravigliati del tradimento di Giulio Erode, un cane fedele  e mieloso, se il padrone è vicino, scodinzolante, servizievole, sempre vicino a chi comanda, troppo zelante come socius!

Un opportunista/ eukairos non può lasciarsi sfuggire l’occasione di saltare sul carro del  vincitore, se  si sente accarezzato, anche se sente ancora il caldo richiamo del vecchio padrone!

Da Alexa non me lo sarei aspettato: era un discepolo di Timagene, un retore famoso per la  parrhsia; era  amico di  Antonio fin da giovane; era di gran lunga il più influente  tra i greci /pleiston ellhnoon duntheis: io lo consideravo il miglior strumento per convincere il mio amato  perché capace di distoglierlo dai buoni propositi nei confronti di Ottavia, avendo per me un’ammirazione cieca ed una venerazione profonda !

Tu certamente l’avrai conosciuto, cara Alessandra, a  corte, da Erode : Antonio lo aveva inviato perché lo distogliesse dal cambiamento /ths metabolhs ephecsoon: solo lui l’avrebbe potuto fare!

Ha osato, invece, presentarsi da Giulio Cesare con Erode, fidando in lui. Erode pensa a sé e non gli è stato di nessun aiuto: è stato arrestato, portato  prigioniero a  Laodicea, fatto uccidere ed ha pagato per il suo tradimento verso di me  e verso Antonio, suo benefattore.  

Che dire ancora, cara Alessandra, ognuno crea a modo suo un proprio sistema di difesa umano verso la Tukhh:  tu , io, Antonio poniamo vane palizzate contro il destino al quale, si dice, anche gli  dei  come un semplice ebreo, come un greco o egiziano, come un romano, non possono non  inchinarsi.

Io ho pensato anche alla fuga ed ho fatto lavorare intensamente architetti ed operai per completare l’istmo intorno ad Arsinoe- Clima, proseguendo un ‘impresa grande  nobile ed ardita, iniziata dalla mia stirpe.

Eppure neanche questa è riuscita; tutto è vano ed inarrestabile quando la ruota corre veloce dall’alto: è frantumato il mio thelema di trasportare le navi, la flotta intera  sull’istmo così da farle navigare  nel golfo arabico, nella speranza di poter andare ad abitare in un paese straniero, portando forze e ricchezze sufficienti  per sfuggire alla  schiavitù e alla guerra. L’istmo che divide il Mare  Eritreo dal mare antistante l’Egitto, che sembra fare da confine  tra l’Asia e l’Africa,  è  di  100 stadi  nel punto più stretto tra i due mari: gli arabi di Malco e gli ebrei di Erode, come demoni, hanno bruciato le mie navi ed hanno precluso questa ultima via.

Ed  Antonio, non potendo morire  da valoroso in battaglia come i suoi gladiatori, -avrebbe tanto voluto  esser loro accanto e spronarli  fino alla fine gloriosa-  ha  dovuto proteggere Alessandria, sebbene invano!- ha impresso e scolpito, comunque,  ognuno di loro nel suo cuore e li compiange!

 Neanche sente chi gli consiglia di far finire la ierogamia, di  tornare dalla sua Ottavia e dalle piccole Antonie e lo esorta ad uccidere Cleopatra!.

Avrebbe una vita tranquilla ad Atene,  se mi uccide!  Avrebbe  regni per i figli se uccide il mostro!.

Antonio fa lo stupido e ride, da  ebete,  come un vecchio bambino, come uno dei vostri terapeuti, immerso già nell’eternità!

Sorridente, va dritto, a piedi, senza scorta, al Ginnasio, per svolgere la funzione di  gumnasiarcha supremo: ha stabilito per marzo–aprile, nel periodo delle Antesterie, un tempo festoso per i viventi inimitabili /amimhtobioon,  di iscrivere tra gli efebi Cesarione, mio figlio e di Cesare, ed Antillo, anticipando  i tempi per il figlio suo e di Fulvia.

Il giorno dopo quel grande evento, ho stabilito di stare una giornata intera con mio figlio, come madre e regina col figlio re, in una comunicazione più di sguardi  che di parole, più di azioni che di logoi.

 Ho contemplato  Tolomeo Cesare XV  con l’Ureo, col serpente  sacro d’oro, vestito con praetexta orlata col laticlavio!.Un faraone imperator!

L’ho salutato alla romana, l’ho baciato all’egizia; poi abbiamo banchettato io e lui, Cleopatra mhthr  e il neos Kaisar, in allegria, mentre giovani donne  danzano e cantano, invocando l ‘Eutuchia, l’ Amore e la Gloria. Abbiamo bevuto e gettato le coppe alle nostre spalle, come segno augurale.

 A sera si è licenziato da me e dalle donne  per ricomparire vestito da Tribuno, inviato con messaggi e lettere creditizie sigillate col doppio sigillo, quello di Cleopatra e quello di Tolomeo  Cesare, in Nubia, come una recluta in incognito,  per destinazione ignota, con mandata segreti.  

L’ho visto in tutta la sua bellezza e altezza, nella sua vitalità atletica, vero figlio di Cesare, anche nell’aspetto!.

 

  II. Kleopatra  Alecsandrai  khairein

Ti lamenti della sorte, insicura del futuro tuo e di quello di tua figlia, cercando comprensione (forse solidarietà) in una che non ha più nessun potere, costretta  a vivere per il trionfo del Vincitore.

Ormai un esercito sta penetrando da Pelusio ed un altro urge intorno a Porta Luna  di Alessandria sotto il comando di Cornelio Gallo, che attende l’ordine di entrare e di congiungersi.

All’insaputa di Antonio ho ceduto Pelusio e così facendo  ho già aperto  Porta Sole, inviando al Vincitore perfino uno scettro d’oro, una corona d’oro e un seggio regale,  pure d’oro, come segno di resa, di richiesta di trattativa diplomatica sulla base della cessione del trono.

Non ho avuto risposta. Antonio, per conto suo, ha mandato Antillo con una delegazione romana,   senza Cesare Tolomeo- perché malato?!- per un’intesa in nome della stessa famiglia Iulia.

Ottaviano è già alle porte di Alessandria e si è commosso al vedere il giovane figlio di Antonio, ma non ha trattato con lui! Questa è la mia situazione. Un’attesa  di entrare nel Mausoleo, mia tomba! Attendo non la conquista di Alessandria, ma messaggi cifrati di salvezza per mio figlio, lontano dalla patria!

E tu piangi per le tue disgrazie? 

E tu, piangendo,  preghi, e, disperata,  gridi in aramaico, in una raddoppiata invocazione di supplice: Eloi! Eloi! Lemà sabacthani! /Dio, Dio, perché mi hai abbandonato! Reciti la parte  iniziale del salmo di David il grande: lontano dalla mia salvezza/ sono le voci del mio ruggito. Mio Dio/ invoco di giorno/ e  tu non mi rispondi/ nelle ore della notte / e non ho pace.

Io ti dico, cara Alessandra, di non disperare e te lo dico col Canto dell’Arpista egizio: Osiride, che ha il cuore tranquillo non ascolta  le lamentazioni, non sono esse che liberano l’uomo dall’altro mondo.  Iside nemmeno è ascoltata…  Tutto è distrutto, tutto è finito: il male che batte il paese non ha fine. La morte, solo rifugio, quest’oggi,  è  davanti a me  come quando un uomo aspira a rivedere il suo focolare dopo aver passato numerosi anni in prigionia…. Rallegra il tuo cuore  perché ti è salutare l’oblio

Tu mi parli, cara Alessandra, delle tue sventure personali, familiari e patrie, marchi le tue sofferenze  e quelle di tua figlia Mariamne  e ti lamenti della sorte meimarmenh e dell’insensatezza di Tuchh  e dell’oikonomia segreta del tuoTheos upsistos, il venerato Shaddai

Deplori l’arroganza di tuo genero Erode,  che  ti tiene prigioniera  e che abusa, anche se innamorato,  dell’amore di tua figlia, costretta  a vivere accanto ad un rudis popularis e alla sua famiglia volgare!.

Tu mi scrivi che Erode ora  è più potente di prima e che la sua insolente superbia ora  condiziona la tua Mariamne, che non trova soluzione  al suo vivere. Erode è stato reintegrato nel suo regno ed è tornato  a corte con una concessione di Ottaviano e con  un decreto del senato romano: il favore di Adonai  è su di lui, che scampa sempre ai pericoli, anzi ne trae sempre vantaggi.

Lascia da parte la rabbia, giusta:essa frantuma  e sbriciola la tua anima. Accetta serenamente come Giobbe quanto accade  e fa scivolare la pioggia sul tuo mantello.

Tu parli di un Theos che  assiste  Erode e che invece ha abbandonato la tua famiglia da  ebrea vittima, simile  all’unto del signore sofferente, al Messia, agnello sacrificale  che porta su di sé i peccati del Mondo!

 Alecsandra, Alecsandra, il dolore ebraico, come  la tua stessa condizione di assuefazione dolorosa,  non è uno status reale, ma una lunga sofferenza come un’agonia prolungata all’infinito.

E’ poca cosa questa, o Alecsandra, e non ha niente di divino:  è solo una lunghissima alternanza, comunque,  casuale, insolita!

Piccoli e grandi sono niente agli occhi dell’Altissimo, come le loro storie felici o infelici: sono formiche schiacciate sotto il piede di un uomo che cammina,; sono  case inghiottite dal vortice di un fiume in piena, sono città popolose nel centro di un cratere di un sisma.

Ed io, Cleopatra? Chi sono? una piccola greco-egizia, prossima a morte, che si crede Dea!

Io cosa dovrei dire e fare? dovrei uccidere secondo Ottaviano, mio figliastro  signore, Antonio, mio signore marito!

 Ascolta! Cara.

Mi ha inviato un giovine di nome Tirso, in apparenza e a parole belloccio e fiero del suo compito:  con lui dovrei regnare! Con lui come sostituto nel talamo di Antonio, a me legato da sacri vincoli e da catene invisibili ai profani!.

Un liberto, non privo di intelligenza, abile a parlare  in modo persuasivo, troppo giovane per trattare con una donna  altera e straordinariamente superba!

Un meirakion  tremante di fronte a una regina adulta, nuda, che avanza verso di lui, vogliosa: per la paura il suo uccellino si nasconderebbe nel ventre!

Thanatos è liberatore della mia vicenda, altrimenti  per me c’è lo scempio di una regina  legata al carro del trionfo di Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare, col quale io, regina trionfai un giorno, a Roma,  su mia sorella, sotto lo sguardo severo di Calpurnia, la moglie romana del dictator!

Questa è la sorte di me donna e di me regina:  per chi nasce sovrana  essere mortale  non è solo dover soffrire  e morire ma  è soprattutto saper uscire teatralmente dalla vita, come divinità.

Il tuo Theos pather ha ora nascosto il suo volto, ma ricompare  talora per lenire la tua sofferenza.

Il mio Diònisos, invece  se ne è andato definitivamente col suo corteo di Satiri ed ha lasciato Alessandria: l’ho avvertito  questa notte  e mi sono svegliata di colpo, con un dolore nel petto.

Sento ancora  un frastuono mentre la città è immersa nel sonno, nel silenzio e nella  paurosa attesa  del futuro, improvviso, che risulta un suono misto armonioso di  vari strumenti, fuso con  un clamore di folla,  unito a grida  e danze di satiri, quasi fosse un corteo dionisiaco, che si snoda tumultuante. E sembra che proceda attraverso il centro dalla città verso la porta esterna, rivolta dalla parte di nemici  e che là il tumulto, dopo aver raggiunto il massimo grado, cessa.

Il sangue mi si gela, il silenzio blocca il mio respiro, non so né pensare né dire qualcosa.     

Alle prime ore dell’alba Ottaviano, trionfante, è entrato da Porta Sole, orientale,  con l’esercito, ed ha atteso al Gimnasio, dopo aver fatto poco più di una metà dell’odos principale della città, mentre dall‘altra  Porta orientale, festoso, Cornelio Gallo ha fatto i suoi dodici stadi per ricongiungersi col suo imperator.

Si è compiuto il destino di Alessandria lagide!.

 

III. Kleopatra  Alecsandrai Khairein

Alecsandra,  amica mia, questa è l’ultima lettera che ti invio: Ottaviano  mi ha preso prigioniera perfino nel mio Mausoleo.  Ora attendo l’atto finale  della mia sorte.

Ero già chiusa nel Mausoleo a  Lochias, decisa a morire, avendo saputo da un primo messaggero che  mio figlio Cesarione  viveva  in  sicurezza in una località segreta: volevo insegnare ad Antonio la via da seguire per morire dignitosamente, mostrare l’impavidità  di una regina di fronte a Thanatos, di una femmina cosciente di essere presto al cospetto di Anubi, dare l’esempio al  maschio civis romano, solo col gladio da configgere con bestiale ferocia  nelle proprie carni.  

Avevo saputo che Antonio avevo chiesto ad Eros, un suo fidato servo, di mantenere la  promessa fattagli di ucciderlo, qualora glielo avesse chiesto. Avevo sentito dire che  l’uomo, sguainata la spada, la sollevò come per colpire il suo dux, ma appena lui volse indietro la faccia, colpì invece se stesso.

Antonio invece già scosso dal suicidio di Eros, ascoltò, in silenzio, il racconto della mia morte , dettagliatamente descritta secondo le mie direttive  dai miei fedeli servi, opportunamente  inviati da lui.

Antonio, rotto il silenzio, disse: Brava Cleopatra !, Che cosa aspetti ancora Antonio? la sorte/h tukhh ti ha sottratto l’unico  ed ultimo pretesto per amare la vita!. Poi, dopo un pò aggiunse: Bravo Eros  non potendolo fare tu, mi hai insegnato  cosa devo fare io!.

  E subito si colpì  al ventre  e si lasciò cadere su un piccolo letto, ma non aveva  dato un colpo tale da provocare morte istantanea.

 L’emorragia, però,  era cessata  dopo che si era coricato; allora  si riprese un po’ e chiese ai presenti di finirlo.

Tutti fuggirono dalla stanza, mentre Antonio  gridava e si dibatteva.

Saputo questo, cara Alecsandra, ho inviato  il mio segretario, Diomede, con l’ incarico di portarlo nel Mausoleo.

Quando ha sentito la mia voce è rimasto sorpreso, stordito a  vedermi affacciata alla finestra del Mausoleo.

Ho ordinato di portarlo fin sotto il grande portone, senza aprirlo per timore dei romani.

Io stessa con le mie ancelle, facendo sforzi congiunti,  l’ho tirato su,  in alto, lentamente,  dentro il Mausoleo.

L’ho visto cosparso di sangue  ed agonizzante , con le mani tese verso di me.

Mi sono seduta a terra l’ho accolto tra le braccia, sdraiato  sopra le  mie gambe.

Mi sono chinato su di lui baciandolo;  mi sono strappato le vesti, battendomi il petto, graffiandomelo. Gli ho asciugato il sangue, l’ ho chiamato signore, marito imperatore /despothn , andra , autocratoora.

Alecsandra , davanti a lui morente ,  mi sono dimenticata di ogni mio male, pensando alla sua sofferenza e ho sentito chiedere tra i lamenti vino per la sete o per la speranza di morire prima!?.

Allora lui mi ha guardato e con voce flebile mi ha consigliato di  pensare alla mia salvezza, invitandomi a fidarmi solo di Proculeio e mi ha esortato a non piangere per le presenti vicissitudini e a considerarlo fortunato per la sorte  avuta, in quanto è stato epiphanestatos anthroopoon genomenos /il più illustre tra gli uominikai pleiston iskhusas/avendo  avuto un potere grandissimo  ed è stato  sconfitto in modo non ignobile da romano, ad opera di un romano / kai nun ouk  agennoos romaios  upo romaioon kraththeis. 

E’ Morto  così Antonio!

Ho saputo da Decelio, incaricato da me a portare la spada  ad Ottaviano per notificare la sua morte, che questi si è  ritirato  in un angolo e ha pianto, a lungo, l’uomo che è stato suo parente,  collega nel governo, compagno  di tanti combattimenti ed imprese.

Poi  Ottaviano è tornato lo scaltro dioikeths  ed abile politico che non si lascia sfuggire l’occasione  propizia per incorporare le mie ricchezze  e per prendere viva  me per  il suo trionfo.

Ha inviato  Proculeio al Mausoleo con l’intento di farmi prigioniera, e con l’ordine di impedire che io mi uccida e di scovare i miei tanti depositi finanziari e i miei tesori, salvaguardandoli dal fuoco.

Ho capito, nonostante il consiglio di Antonio, di non potermi fidare di Proculeio, ministro fedele ad Ottaviano,e  mi sono ulteriormente rinchiusa nelle parti più interne del Mausoleo,  col cadavere diell’amato,  profumato con tutte le essenze più preziose.

Allora Proculeio mi ha raggirato con uno stratagemma: mentre sto discutendo con  Cornelio Gallo che  prolunga il colloquio, sulle condizioni di resa della città  da una fessura   del Mausoleo, essendo il legatus sopra  una scala, dalla parte opposta Proculeio con un’altra  scala  entra attraverso quella finestra  aperta- da cui  è stato fatto passare  Antonio-  ed è sceso con due aiutanti verso di me ancora parlante.

Ho sentito  solo il grido di Carmione: infelice Cleopatra sei presa viva!

Poi sono stata affidata  alla custodia di Epafrodito, che ha il compito   sorvegliarmi a vista,  di concedere quanto mi necessita  e di preoccuparsi che io resti viva, pena la morte.

Prima hanno frugato  le mie vesti  e dalla cintura hanno tolto lo spadino, hanno  toccato la mia persona in ogni parte,  esplorando perfino la mia bocca alla ricerca di armi o di veleno.

Sono rimasta  prigioniera in attesa di eventi,  per tre giorni, mentre sento grida di giubilo: il popolo applaude il nikeths,  lo chiama  despoths, soothr , euergeths. La  Città è salva perché destinata ad essere proprietà privata dell’autokratoor come l’Egitto

Mi hanno, invece,  riferito che Ottaviano ha salvato Alessandria dalla rapina militare e dalla distruzione in onore di Alessandro,  per la bellezza  e grandezza dei monumenti  e per amicizia con Arieo Didimo.

Arieo, simbolo della cultura del Museo e dell‘akharestia degli intellettuali,  per primo tra gli alessandrini,  è salito sul carro del vincitore, pronto con tutti gli altri membri, accademici, a fare la propaganda sebasta  per Giulio Cesare Ottaviano,  a mettersi al servitium di Roma.

Ora che  ho svolto con le mie ancelle le esequie per Antonio,   mi accingo a morire.   Non ho voluto nella stanza romani che, comunque, sono in quella accanto!

Mi è giunto un  secondo corriere  senza messaggio, che per me significa  sicura salvezza e libertà di Cesarione in terra straniera.

A lui consegno questa  lettera  per te, amica  mia, mentre sento i passi dell’uomo che ci porta la coena.

Solo  dopo,  mi sdraierò sul letto ed Ira e Carmione mi prepareranno per l’incontro con Iside e con Hathor, che mi scorteranno da Anubi.

Errooso kai khaire

 

 

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

 

Giulio Erode e  Giulio Cesare Ottaviano

 Con la battaglia di Azio, la sconfitta di Antonio significa  per Erode precipitare in un baratro, in un vano tentativo di appiglio,  un incubo notturno, alla ricerca affannosa di un’ancora di salvezza, di una luce: il re giudaico è tale più  per volontà di Antonio che  per un decreto del Senato!.

Il triumviro, dominus dell’Oriente,  andando oltre il decreto del senato del 40,  ha ucciso il legittimo monarca Antigono, filoparthico, aramaico, per dare il titolo a  Giulio Erode, dopo aver preso  Gerusalemme tramite il Legatus Sossio/Sosio, al di là dei suoi meriti personali e di quelli paterni nei confronti non solo della sua  persona di triumviro, ma anche di quella di  Cesare e della Res publica romana.

Senza il patronus un re cliens non ha il suo referente politico, né ha più un’area di potestas e quindi auctoritas né sul Tempio né su Gerusalemme,  né nella corte  con le sue due famiglie divise, né coi protoi giudaici e col sinedrio, volti verso il nuovo dominus dell’impero romano e  tanto meno col popolo, che  è da sempre filoasmoneo, aramaico, antiromano.

La vittoria di Ottaviano, neanche preventivata, data la superiorità navale  e quella terrestre di Antonio, è per lui un terremoto politico, superiore al sisma catastrofico naturale, una punizione divina, che rovescia il normale ordo razionale umano e rovina la sua personale costruzione, facendo franare, alla base, il suo Regno.

Bisogna ricostruire tutto, a cominciare dalle amicizie, dopo averle ben ponderate, rovesciare le relazioni umane, perfino cambiando i contatti con le donne asmonee e con gli altri monarchi delle zone vicine, adeguarsi al loro stesso sistema procedurale, entrare in rapporto diretto col nuovo governatore di Siria: la corruzione con migliaia di talenti potrebbe non essere utile senza la sicurezza dei passaggi nelle mani realmente amiche, senza la certezza dell’approdo nelle casse di Ottaviano, ora stanziato a Samo.

Correre a Samo, facendo un iter di oltre 2000 km  quasi 11000 stadi, via terra, come anche via mare,  non sarebbe stato fruttuoso: avrebbe dovuto poi aspettare il suo turno  dopo avere chiesto udienza, a seguito di un‘ottenuta convocazione: Erode è un avversario politico, convertito dopo la vittoria, che chiede il perdono, facendo la proskunesis, come un cliens!.

Erode comprende che  deve solo attendere l’occasione propizia  e la convocazione  ufficiale del Vincitore.

Quindi  Erode  attiva il suo servizio di spie, di  emissari, di ambasciatori e ripristina i contatti tramite i piccioni viaggiatori  di suo padre per  conoscere gli eventi prima degli altri, specie per sapere i fatti prima di Alessandra  che ha buoni rapporti epistolari sia con Roma che con Alessandria, e con Ottavia e Giulia Livilla e con Cleopatra.

Dal 2 settembre a dicembre del 31 ha le orecchie aperte in attesa di un evento  che gli dia la possibilità di una sua  azione  a favore  di Ottaviano  e nel frattempo ha propagandato  la sua  separazione netta da Antonio e Cleopatra.

Questa sua scelta, pur dolorosa, fa volgere, per contrapposizione, verso la pars antoniana, anche se  perdente,  le  regine asmonee, che, ancora di più offese dopo la morte di Hircano, sono ambigue quotidianamente con lui, equivoche  nel loro carteggio e con l’egizia e con le romane, controllate nelle parole, misurate dai loro scribi.

 

Erode, ucciso HIrcano, secondo Flavio –ibidem, 183-  è in pensiero, essendo stato convocato poco prima della fine dell’inverno,  perché deve affrontare il lungo viaggio per Rodi  e non sa la data di ritorno e neppure se ritorna sano e salvo a casa: non si attendeva da Cesare niente di bene in quanto lui era stato amico di Antonio e sospettava di Alessandra che potesse prendere occasione per muovere il popolo contro di lui  e fare sedizioni nel regno.

Erode sa che deve tenere lontane le sue due famiglie, ostili fra loro, sistemare il regno in modo che nessuno si possa impossessare delle redini del comando, tenute da suo fratello Ferora, tutore dei suoi figli Alessandro e Aristobulo, oltre che di Antipatro, suo primogenito,  vivente con la madre Doris, prima moglie, ora riunita con la famiglia  idumea, che controlla tutte le fortezze militari di Gerusalemme e di Giudea, pronto ai suoi ordini  ad inviare denaro, mezzi, vettovagliamento  muli e cammelli per l’attraversata del deserto da parte dell’esercito romano e a coordinare anche i rifornimenti di acqua da parte nabatea.

Erode sa che Ottaviano intende prendere l’Egitto passando per Pelusio, dopo un tragitto di una quindicina di giorni, a partire da Ascalona ed entrare in città da Porta Sole.

Flavio così scrive- ibidem184/185- : affidò ogni cosa a Ferora, suo fratello e pose Cipro sua madre e sua sorella (Salome) e tutta la famiglia in Masada, raccomandando di prendere il potere, se sentisse di qualche pericolo, incombente su di lui. Pose la moglie Mariamne – che non poteva comunicare con la madre e la sorella, in quanto sue nemiche – con Alessandra in Alessandreion e lasciò come tesoriere/tamias Giuseppe e l’Itureo Soemo, suoi fedeli amici da tempo, ed allora,  sotto forma di onore e di amore, come loro guardie.

Lo storico aggiunge –ibidem 186-: A questi aveva ordinato che se sentivano qualche cosa pericolosa  circa lui, le uccidessero entrambe e, insieme a Ferora, suo fratello, conservassero il regno ai suoi figli.

Per Flavio, quindi, Erode lascia solo la fortezza di Alexandreion ad Alessandra che rimane comunque sotto custodia in quanto il tamias Tesoriere  Giuseppe e il phrourarco Soemo, che sono amici di Erode, hanno disposizioni di uccidere le regine  in caso di cattive notizie.

Lo storico aggiunge –ibidem, 187- : Lasciati questi ordini, egli andò in fretta a Rodi per incontrare Cesare.

Viene usato il termine prima  speudoo  e poi  epeigomai per indicare l’essere frettoloso  come  stato ansioso di Erode  nel primo,  come fretta reale, nel secondo,  di incontrare  il vincitore Ottaviano, da cui dipendono vita e  corona.

Da quanto seguita a dire lo storico sembra che Ottaviano sia nel capoluogo omonimo di Rodi dove riceve il re giudaico, di nuovo semplice civis, in attesa della sentenza dell’autokrator:   quando la sua nave giunse in città, depose la corona,  senza però diminuire in niente altro la sua dignità. Quando arrivò il momento dell’udienza,  ebbe licenza di comunicare con lui e mostrò piuttosto chiaramente la sua grandezza conservando l’onore della sua maestà.

Non si piegò né a preghiere, come si fa in tali situazioni, né a richieste come se non lo dovesse per i suoi errori, fidando, comunque, senza scusarsi, della ragione da lui usata nei suoi atti.

Erode secondo Flavio- Ibidem189 –proclama subito  la sua amicizia per Antonio  Senza alcun dubbio io sono stato amicissimo di Antonio ed ho agito sotto suo ordine  perché ottenesse il totale potere, ma non sono stato nel suo esercito perché ero occupato nella scaramuccia contro gli arabi, tuttavia gli avevo mandato denaro e grano,  anche se questi erano un contributo più modesto di quanto avrebbe dovuto fare.

Il re giudaico parla a lungo di Antonio come suo benefattore  e di un dovere verso l’amico di prender parte ai suoi pericoli, rischiando con tutto quello che ha, con la vita,  personalmente, e con i suoi averi, senza mai abbandonarlo.

Aggiunge che  soprattutto è rimasto fino alla fine buon consigliere/ sumboulos di Antonio  suggerendogli che l’unica via per salvare  se stesso, senza perdere il suo potere  era di uccidere Cleopatra  –Ibidem191-.

Flavio riporta perfino le parole di Erode, come  segno che la sua storia deriva dai Registri di  Memorie/Upomnemata  personali, raccolte da Nicola di Damasco, nel periodo in cui  questi è maestro dei suoi figli: se si fosse sbarazzato di lei, gli sarebbe stato possibile  mantenere il suo potere  e più facilmente avrebbe  trovato il modo  di giungere ad un’intesa/ sumbasis  con te invece che mantenerti nemico -Ibidem 192-.

La conclusione, nobile,  del re di fronte ad Ottaviano è la seguente:  Se, essendo in collera con Antonio, condanni  anche il mio affetto verso di lui, io non rinnegherò mai quanto ho fatto fino ad oggi, né mi vergogno di parlare apertamente della fides verso di lui. Se tu non tieni conto delle apparenze ed  esamini il comportamento con i benefattori  e la tipologia della mia amicizia,  comparata con l’esperienza di quanto è passato,  potrai davvero conoscermi: infatti col solo cambiamento del nome avrai in me l’esempio del vero “ideale” di una stabile amicizia – Ibidem 193 -.

E’ chiaro che già Ottaviano conosce da lettere tutto questo e ha sotto gli occhi il rapporto inviatogli da Quinto Didio sull’aiuto ricevuto da  Erode nell‘affaire dei gladiatori e nella  distruzione delle navi di Cleopatra, fatta insieme con  Malco. Perciò Ottaviano  incassa i doni e gli 800 talenti, di cui ha bisogno per l’invasione dell’ Egitto, elogia  per il suo comportamento dignitoso  Erode, che gli assicura anche l’aiuto- un incarico gravoso per qualsiasi re, più pesante per il re giudaico che ha subìto un sisma catastrofico- con carovane di cammelli e muli, carichi di acqua  e di viveri, nel tragitto difficile della durata di oltre 10 giorni per un esercito da Ascalona  verso Pelusio  in una zona desertica.

Perciò, secondo Flavio da uomo onorevole e splendido/ philotimos kai lampros Ottaviano  gli concede la sua benevolenza,  invitandolo ad essere amico come lo è stato con Antonio, gli rimette la corona in testa,  reintegrandolo nel regno più stabilmente di prima.

Infatti il re giudaico ottiene  per l’interesse della sicurezza del suo trono  un nuovo decreto del  senato con una sua personale concessione dell’imperator,  utile per i suoi discendenti e per la successiva elezione dei governatori di Giudea, quando questa sarà annessa al territorio romano, divenendo quasi un feudo personale dei Giuli, come l’Egitto.

L’argentarius Ottaviano ha fatto i suoi affari con rimettere il diadema ad Erode!

E’ probabile che i due  facciano il viaggio  verso L’Egitto via  Cipro, costeggiando la Caria, la Licia, la Panfilia, la Licaonia e l’Isauria  per sbarcare Erode in un porto fenicio o a Tolemaide,  mentre  Ottaviano si dirige verso Dafne ed Antiochia da dove iniziare a  dirigere le operazioni belliche.

Erode  è autorizzato a tornare al suo regno alla fine di marzo, i primi di aprile , dopo circa tre mesi di assenza,  dopo promessa  di ritrovarsi a Tolemaide  ai primi di maggio per l’invasione  dell’Egitto con tutto l’occorrente per il viaggio nel deserto (guide, carovane di cammelli, acqua, viveri,  denaro).

Erode torna felice a corte per il successo avuto  e per lo scampato pericolo, ma al ritorno dal suo viaggio marittimo  la famiglia, ora riunita, a corte   è turbata mentre Alessandra e Mariamne sono furiose contro di lui/khalepoos  ekhousas – Ibidem 202-

Secondo Flavio -ibidem 203-: le donne  erano convinte, come era naturale sospettare, che  erano state sistemate nella fortezza  non per la loro incolumità fisica,  ma per essere mantenute in custodia  e senza alcuna autorità sugli altri o su se stesse.

Erode  si accorge che Mariamne  è ancora di più arrabbiata, quando il re desidera  avere un rapporto con lei, che resta fredda, insensibile, rancorosa.  

Lo storico scrive: anzi Mariamne  considerava l’amore del re niente altro che un pretestuoso bisogno, una finzione per il proprio interessato piacere. Si tormentava perché a causa sua  lei non avrebbe  avuto alcuna speranza di sopravvivere  anche se lui fosse andato incontro  a grandi guai  e si ricordava  delle istruzioni   precedentemente date a Giuseppe.-Ibidem 204-

Erode, dunque , risulta di nuovo incapace di gestire la situazione  familiare  a causa dell’ostilità delle due  partes, l’una che vede sfumate per sempre le proprie speranze di regno, l’altra che pensa concretamente di predominare a corte,  rilegando le asmonee, in un ruolo di prigioniere, ridando fiducia alla prima moglie e ai diritti di primogenito del giovane Antipatro.

In questo clima di nervosismo, pettegolezzi e invidie,  il re non può godersi  i festeggiamenti per gli onori riceviti dai romani e  la sua nuova, maggiore libertà di azione che lascia storditi quelli che  si aspettavano  l’opposto, come se  col favore di Dio, lui scampasse sempre ai pericoli  in una maniera sempre più brillante- ibidem 198-

Flavio, che pur conosce l’anatheema degli esseni,  insiste nel verificare come il Dio assista Erode, lo  protegga e lo faccia uscire dalla prova del fuoco ringiovanito!

Comunque, prepara i rifornimenti dovuti ai romani  per la spedizione in Egitto e si presenta a Tolemaide, alla data stabilita, secondo gli ordini, col suo apparato regale   

Flavio – Ibidem, 199- così scrive:  quando Cesare arrivò  Erode lo accolse a Tolemaide con tutta la magnificenza regale / pashi thi basilikhi therapeiai ed ospitò il suo esercito dando il benvenuto con doni ed abbondanza di provvigioni/ ksenia kai toon epithdeioon aphtonian.

E poi aggiunge-Ibidem– : Egli tu annoverato tra i più leali  amici di Cesare   e cavalcava  con lui che passava in rassegna  le truppe ed alloggiò  sia lui che i suoi amici  in cento cinquanta stanze (androosin), allestite con ricca magnificenza per il loro  confortevole benestare.

 Oltre al denaro,  Erode rifornisce  i romani di ogni cosa necessaria per l’attraversamento del deserto tanto da avere l’ammirata   gratitudine  dei soldati che, avendo perfino il vino, durante la marcia  ritengono che il re abbia fatto più di quanto avrebbe potuto e dovuto in quanto il servizio era grande e splendido.

Lo storico allora chiude elogiando la sua azione:  Cesare si convinse ancora di più  della sua lealtà e devozione  ma ciò che  portò ad accrescere  di più  il credito fu il fatto  di aver adeguato  la sua generosità al bisogno del momento.

Non si sa se Erode- nessuna fonte lo mostra attivo ad Alessandria- accompagni solo fino a Pelusio o che partecipi alla spedizione   per l’ assedio della città  dopo il passaggio del confine, anche se si conosce che l’esercito romano entra  da Porta Sole, orientale, e da Porta Luna, occidentale,  per incontrarsi al Ginnasio,  quasi al centro dell’odos principale .

 

E‘ credibile che il re torni indietro e  ritorni a corte  a Gerusalemme dove trova lo stesso clima , anche nei momenti di intimità con Mariamne che,  insieme alla madre, spera, gufando,  negli insuccessi politici del re in modo da proporre  la propria  candidatura di regina.

Mariamne , poi  secondo Flavio – ibidem 208 -: nel suo risentimento si meravigliava come non avessero mai  fine i pericoli che da Erode la sovrastavano  ed essendo risentita  pregava  che egli non ottenesse da Cesare  alcun trattamento favorevole  perché la sua  vita con lui sarebbe stata  intollerabile  se avesse avuto successo.

Perciò le donne  sono sempre più vicine a Soemo, che è incline a cedere credendo nelle loro possibilità  e convinto di non dover subire danno in considerazione del folle amore di Erode per la moglie, in caso contrario.

Infatti, Soemo, secondo Flavio,  fu fedele  al re solo agli inizi, quando  eseguiva  tutte le istruzioni ricevute, ma in seguito  persistendo le donne  con promesse e regali gradatamente  si diede per vinto  e finalmente svelò le istruzioni  del re soprattutto indotto dalla  convinzione  nella probabilità   che sarebbe sfuggito  ai pericoli  che gli potevano venire da parte del re e che avrebbe fatto molto picare alle  donne.

Erode, invece,  ha un successo superiore al credibile e  lo comunica alla moglie,  appena giunto,  desideroso non solo di condividere l’evento con lei ma anche  di abbracciarla e fare l’amore.

Di Erode tutti gli storici rilevano il profondo amore per Mariamne!

Mariamne, invece di rallegrarsi,  pareva  più abbattuta che felice e  le fu impossibile nascondere i suoi sentimenti, a causa del suo disprezzo verso il marito  e della superiorità dei propri antenati, ma al suo abbraccio lei mandò un sospiro di disapprovazione  e diede chiarissimi segni  mostrando che era dispiaciuta  più che compiaciuta dei racconti che lui faceva,  tanto che ad Erode venne un sospetto, connesso alla costatazione ovvia, che lo contristò profondamente.

 Flavio marca – ibidem 210- oute… khairein  mallon h khalepoos  pherein    non rallegrarsi rispetto  al subire contristata la situazione del successo del marito

Erode pur offeso dal comportamento irrazionale ed altezzoso della moglie, sapendo di amarla,  si contiene,  convinto che se  avesse  ecceduto nel punire,  lui sarebbe risultato la vera vittima.

Comunque , giunge a corte la notizia della fine della guerra e dell’imminente  ritorno ad Antiochia  di Ottaviano, vincitore,  e della morte di Antonio e di  Cleopatra, già nota alle due regine, che hanno una corrispondenza segreta con la regina egizia.

Erode, dovendo fornire il mezzi per il nuovo viaggio di Ottaviano  e del suo esercito,  si affretta  ad incontrare Cesare in Egitto e  a lasciare  da parte i suoi affari privati.

Sembra che in questa occasione Giulio Erode vada realmente in Egitto.

Secondo Flavio, mentre Erode sta per andare all’incontro con Ottaviano, Mariamne – Ibidem.212 – portò da lui  Soemo e riconobbe la sua gratitudine per la cura che aveva avuto di  lei  e chiese al re di affidargli il governo di un distretto.

Erode, fatta la concessione a Soemo, per amore della moglie,  fa il suo viaggio in Egitto e discute con Ottaviano  degli affari con una certa libertà come con un vecchio amico.

Erode ha molti doni,  tra cui quattrocento Galati che erano stati  guardie  del corpo di Cleopaptra, da Ottaviano che gli restituì il territorio che gli era stato tolto da lei  ed inoltre aggiunse al suo  Gadara, Hippo, Samaria, e sulla costa  Gaza,  Antedone,  Ioppe e Torre di Stratone.

 Ottenuti questi territori, Erode  risulta re  ancora più famoso degli altri sovrani,   resta al fianco di Ottaviano, che passa  di nuovo attraverso il suo territorio fino ad Antiochia.

Scortatolo fino al confine,  dopo due mesi dalla partenza, torna indietro per ritornare a Gerusalemme.

La morte di Hircano

La morte di Hircano

 

La situazione a Gerusalemme e in Giudea, a seguito  della sconfitta di Antonio ad Azio il 2 settembre del 31,  muta totalmente per il re Erode.

Eppure il re è tornato vincitore della guerra contro i nabatei! E’ poca cosa di fronte alla notizia della vittoria di Ottaviano.

L’imperium romano  è riunito ed una sola persona è il reggitore dello stato: Occidente ed  Oriente sono sotto un solo uomo che è  dominus in Roma e nell’impero!.

Cosa può significare la sua vittoria in una guerra,  che  non è stata neanche   una guerra ma una spedizione punitiva per riavere  il debito di mille talenti, mai pagati dal nabateo a Cleopatra, complicata per di più da un terremoto, catastrofico, di cui approfittano gli arabi?

E’ stata solo  una periolkh, cioè un malmenamento strategico,  divenuto un complicato caso militare, perché inizialmente, essendo risultato vincitore Malco a causa delle paure giudaiche della vendetta di Dio, Erode deve  difendersi dalle accuse e con un abile discorso deve scaricare ogni colpa su Nabatei, infidi e capaci di uccidere gli ambasciati, da barbari fuorilegge.

Eppure il theos, deus sebaoth  fa rifulgere il suo valore e la sua onestà, la giustizia  della sua impresa, il  suo sicuro favore verso di lui, come se fosse il prediletto!

Questa è la versione sacerdotale  di Flavio, che legge la storia  in Dio!.

Giulio Erode è un capopopolo, un demagogo giulio, romano! E così  da tribuno popolare trascina alla vittoria il popolo, desideroso di giusta vendetta!.

La vittoria certamente  lo rende popolare in Giudea,  anche perché gli onori vengono anche da parte araba che riconosce il suo patronato sui Nabatei.

Ma ora la sconfitta di Antonio cambia tutto, vanifica ogni successo, rimette in forse il suo stesso regno, specie di fronte ad Hircano ed Alessandra e a sua moglie, Mariamne, che hanno già relazioni con la famiglia del Vincitore.

A fine settembre Erode si è già allineato col Vincitore: ha avuto notizia della sconfitta di Azio da Alexa di Laodicea, inviato di Antonio, che glielo ha mandato con la raccomandazione per il re giudaico di rimanere fedele, di proteggere il suo partito, i suoi alleati e di essere quel caposaldo della sua politica, temuto anche da Ottaviano,  re alleato controllore della frontiera orientale dell‘Egitto.

Il vincitore è Ottaviano che per ora è dalla parte di Hircano e la sua famiglia (Ottavia e Giulia Livilla)  ha  emissari e spie nella corte che hanno precise istruzioni  per staccare Erode da Antonio.

In tale situazione la sconfitta di Antonio fa riesplodere i contrasti tra il popolo aramaico e i filoromani sadducei e acuisce a corte  la lotta tra i fautori degli asmonei  ora filottavianei ed Erode ora senza la protezione antoniana.

Antonio non è più il suo referente patronus, romano:  è già abbandonato da tutti i re alleati orientali passati dalla parte del vincitore, che  a settembre lentamente da Azio si dirige verso Atene, si accorda con i greci  e distribuisce il grano avanzato  alle popolazioni, -che a causa della guerra  sono diventate povere  e ridotte in miseria perché spogliate di  tutto ( di denaro, di servi e  di animali da soma)-.

Le notizie non sono univoche per Erode: è certo solo che Ottaviano da Atene sta sistemando la situazione orientale, specificamente quella macedonica e quindi ha saputo della defezione dell’esercito di Canidio  e  che, poi, giunto a Samo, da lì ha iniziato la risistemazione razionale dell’Asia e  della Siria.

Perciò Plutarco (Antonio, 72) dice che Antonio al suo approdo in Libia già conosce il tradimento di Erode (e di Alexa) e quindi cerca contatti con Ottaviano insieme a Cleopatra che chiede il regno di Egitto per i suoi figli, mentre lui  contratta di poter vivere coem privato cittadino o ad Atene o ad Alessandria.

Eppure Alexa di Laodicea, inviato  subito da Erode per non fargli cambiare fronte è un antoniano, amico di Cleopatra  e per lei parteggia  in modo subdolo e  cortigiano tanto da denigrare sempre e in ogni occasione Ottavia, acquistandosi così l’odio di Ottaviano, che ha giurato di ucciderlo!.

Questi ha ben informato Erode della situazione  reale  di Antonio, ora intenzionato solo a  difendere l’Egitto, l’unica regione rimasta sotto il suo controllo, avendo perso anche la Libia.

Per Dione Cassio (St.Rom.,LI,6) Antonio, recatosi da Pinario Scarpo, comandante del suo esercito a Paretonio,  non solo non è ricevuto, ma sono uccisi i suoi ambasciatori,  per cui è costretto a ritirarsi in Alessandria.

Comunque, Antonio seguendo Cleopatra  decide di svernare e di prepararsi  per il prosieguo della guerra  con le forze terrestri, convinto di poter recuperare il favore dei popoli e dei re alleati con la diplomazia.

Invece la situazione politica è del tutto mutata perché l’eco della Vittoria e la propaganda antiantoniana  distruggono il mito del dux imperator invitto, su cui poggia ogni speranza.

Il fidus Alexa tradisce anche lui Antonio e rimane a corte presso Erode ed è in relazione con quanti sono dalla parte ottavianea, entrando nell’orbita stessa di Alessandra  e di Hircano.

Gli asmonei ora sperano di poter riprendere il trono ad opera di Ottaviano poiché Erode ancora non ha una sua decisa politica, nella incertezza della reale situazione in cui versa il suo patronus, nonostante le cattive notizie.

Questo è fatale al vecchio  Hircano che ha ripreso un carteggio epistolare con Malco, che già è filottavianeo e quindi potrebbe esser di aiuto.

Nella scarsità di notizie Flavio mostra solo l’oikonomia divina, accentuando  la peripeteia con aprosdooketon ad opera di Dio, la cui economia non è leggibile da uomo semplice, né da storico, ma forse solo da propheths, che evidenzia come il theos sia favorevole ad Erode, che  in quella difficile  condizione politica  fa operazioni utili per salvaguardare il suo regno.

Una volta capita la situazione grazie alle tante lettere  che gli giungono da amici romani, come Pollione,  Messalla  e Sossio, dai re vicini, da opportunista, Erode fa le sue scelte prioritarie: 1. Aiutare Quinto Didio, nuovo governatore di Siria, contro i gladiatori che si aprono la strada in Siria per ricongiungersi con le truppe egizie di Antonio e cooperare a distruggere le navi egizie  ad Arsinoe/Clisma, favorendo anche i nabatei nell’impresa contro Cleopatra,  intenzionata a scavare un istmo  per un’eventuale fuga attraverso il Mar Rosso; 2. Uccidere il vecchio Hircano  pericoloso in caso di una scelta regale tra gli asmonei e gli antipatridi da parte di Ottaviano.

L’uccisione di Hircano, l’ultimo superstite asmoneo, un vecchio più che ottantenne,   rientra in una logica  di prevenzione in modo che  il potere romano non  possa contare su alcun erede maschio asmoneo: Erode è convinto che, senza gli asmonei,  anche se viene privato del regno lui, un  erede, comunque, della sua  famiglia  potrà avere il trono per i meriti certi di  Antipatro  verso la romanitas e la domus giulia!.

Quindi ora Erode  deve operare con cautela  su due fronti, uno interno ed uno esterno: il primo richiede prudenza, diplomazia, scaltrezza  per evitare oltre tutto, furibondi scontri in famiglia, che già da tempo rompono l’unità dei rapporti coniugali e famigliari, il secondo  richiede abilità diplomatiche e grande determinazione militare  al fine di aver appoggi e riconoscenza dal governatore di Siria, la cui parola  praetoria potrebbe essere determinante durante il colloquio con Ottaviano, che ha già fatto il giudice unico inflessibile con i re antoniani,  secondo una propria strategia nell’ assegnare  titoli ad alcuni  o nel negarli ad altri, facendo uccidere i malcapitati, imprudenti.

Erode è convinto di giocarsi la vita e il regno se la sua azione non è riconosciuta nel suo giusto valore da Ottaviano, l’erede adottivo di Cesare, l’uomo contro cui ha combattuto per anni in quanto fautore di Cesarione Tolomeo, figlio legittimo di C. Giulio Cesare e di Cleopatra, figliastro di Antonio.

La soppressione di Hircano, in quel particolare momento storico, è rapida dopo una denuncia di tradimento, dopo aver prodotto  prove  schiaccianti contro il vecchio sovrano al Sinedrio, che ratifica la condanna a morte.

E’ un capolavoro di abilità diplomatica e politica!

Erode avendo il potere exousia  del tempio e  del suo tamias  ha denaro da distribuire ai suoi ministri, ai cortigiani, ad ambasciatori  e da inviare ad amici legati romani avidi, per salvaguardare il suo nomen da possibili accuse.

Controlla la sua famiglia (membri asmonei idumei nabatei, servi, eunuchi) la sua corte (ministri, amministratori epimeletai, dioichetai, scribi,sadducei, spie)  il sinedrio  e sfrutta la sete di potere di Alessandra, la sua stessa parrhsia, la sua voglia di vendetta e la continua lamentela verso il padre imbelle ed inoperoso, pur in quella specifica favorevole  situazione, sa gestire la gioia dei suoi nemici e l’infida natura degli amici.

Erode  domina il difficile momento storico,  regola  il suo governo  mediando tra le parti, imponendo la sua politica  avendo capacità di sopportare con moderazione  ogni cosa – metriopathein – pur avendo incertezze nel suo animo  a motivo dell’invidia, in quanto tutti pensano- e ne godono- che non possa rimanere impunito, data la grande amicizia con Antonio.

Seguiamo Flavio, che tiene presente Hircano unico asmoneo  rimasto e lo stato di agitazione a corte  – Ant Giud.   XV, 164-165 –  : Allora gli amici persero ogni speranza poiché amici e nemici pensavano  che  lui a causa della passata amicizia con Antonio dovesse essere necessariamente in pericolo. Perciò gli amici perdevano ogni speranza  che nutrivano in lui e tutti i nemici, sebbene facessero finta di averne dolore, tuttavia, di nascosto, erano tutti contenti sperando che nel mutamento di situazione  le loro cose si mutassero in meglio.

Erode controlla da tempo Alessandra e sua moglie Mariamne che nella loro libertà di parola e di azione credono di non potere essere limitate, data la loro regalità,  sentendosi offese  dalla presenza stessa della madre e della sorella del re, deluse  dalla neghittosità di Hircano,  padre dell’una  e  nonno dell’altra.

Infatti Flavio dice (ibidem,166-167): Alessandra, ostinata e pertinace, sperando  in una migliore fortuna  col mutarsi delle cose, parlò al padre e lo supplicò di  non lasciar andar avanti la malvagità di Erode contro la loro famiglia, e di sostenere le loro  speranze.  Ella stimava di scrivere a Malco, re di Arabia,   pregandolo di accoglierli in caso di fuga,  in quanto,  se Erode, nemico di Cesare, fosse da Ottaviano  fatto uccidere, in una simile circostanza lui avrebbe avuto il regno per il favore del popolo e per la dignità della stirpe.

Lo storico mostra chiaramente  che  Anche se Alessandra  s’impegnava a spingerlo a questo, Hircano tuttavia era contrario al suo parlare. La donna, ostinata, non cessava mai di stimolarlo e standogli vicino notte e giorno, accusava Erode di insidie contro di lui  ed infine lo spinse a dare una lettera a Dositheo, suo amico per il re Nabateo, in cui era scritto di mandare cavalieri arabi per accompagnarlo, al Mare Asfaltite (Mar morto), luogo che è lontano da Gerusalemme duecento stadi –Ibidem 168-.

Per Flavio Dositheo  ha le caratteristiche dell’uomo di onore,  vincolato al destino degli asmonei:  Hircano si fidava molto di Dositheo stimandolo, insieme con Alessandra, buon amico come uomo che era parente di Giuseppe, che  Erode aveva fatto uccidere  e perché era il fratello maggiore  di quelli che erano stati uccisi a Tiro da Antonio –Ibidem 169-.

Erode sa che Hircano è uomo imbelle che non cerca neoterismos, e  non si è mai curato della sua corrispondenza,  avendo la philia con Antonio.

Ora invece, incombendo  quella stessa philia come una minaccia mortale su di lui  secondo amici e nemici- avendo lui  avuto un ruolo di primo pieno nella  collaborazione  a creare la figura di Cesarione figlio naturale  di Cesare, in antagonismo alla  politica dell’ erede adottivo cesariano- , incerto nella condizione di  solitudine politica, avendo paura del giudizio di  Ottaviano, che potrebbe premiare l’ultimo asmoneo, esautorando la sua famiglia, proprio per la sua amicizia con  triumviro orientale, teme perfino il buon vecchio!.

Erode, dunque, decide la morte del vecchio monarca mentre attende da opportunista un’occasione per presentarsi  al signore del mondo  romano  con le carte in regola affidandosi totalmente alla fortuna, maneggiando per incriminare Hircano, sfruttando anche la perfidia dei cortigiani.

Flavio( Ibidem 171-2 ) scrive: Ma tutto ciò non fece fedele Dositheo verso Ircano  in questa circostanza. Egli ,stimando di diventare più amico di Erode,  porse la lettera al re, che non solo lodò lui per la fedeltà, ma anche gli ordinò di seguitare  nell’impresa e di portare la lettera a Malco e di prenderne la risposta, stimando così di poter conoscere ancora meglio le sue intenzioni. Dositheo fece prontamente queste cose e l’arabo riscrisse che avrebbe accolto Hircano e coloro che andavano con lui e mandò anche chi li dovesse condurre con cautela  da lui.

Appena Erode ebbe questa risposta, subito chiamò Hircano ed indagava sul patto che aveva fatto con Malco.

I rapporti con Malco dopo la periolkh non ci sono noti.

Si ritiene, però,  che i due  si riavvicinano nel comune interesse di fare una politica filottavianea in modo da presentarsi ambedue ad Ottaviano come vittime di Cleopatra, con la distruzione delle navi sulle stretto in un boicottaggio dell’impresa   di taglio dell’istmo nella zona di Arsinoe.

Ancora di più, da questa angolazione,  si può arguire che il delitto di Erode  risulta una precauzione  eccessiva verso un uomo suo benefattore, non  affidabile per i romani nel ruolo antiparthico.

Erode ha già  inviato lettere, unite a quelle di Didio per una verbale accettazione del dominio di Ottaviano  con documentazione  del suo troncato rapporto con Antonio e Cleopatra .

Non è pensabile un viaggio  via terra di oltre 11.000 stadi (quasi 2500 km, fino a Samos)  in  un momento  di belligeranza in terre lacerate da odi contrapposti.

Forse  potrebbe essere plausibile ma improponibile  un tragitto via mare sotto la protezione della flotta ottavianea, ma  non è pensabile  poiché Erode non è pronto alla difesa e  non sa neanche se è ricevuto.

Qualche mese più tardi si vede  quanto sia impegnativo il viaggio a Rodi e  quanto sia difficile per lui lasciare in modo ordinato il suo regno, facendo precise operazioni utili alla la sua conservazione: eppure la distanza da Rodi è minore -2000 stadi circa-, anche se  richiede  molti giorni   per arrivarci,  facendo  sosta a Cipro, visto che Erode conosce la località, avendone fatto esperienza già nel 40!.

Erode non deve certo rendere conto delle sue azioni nel Regno, a lui dato dai Romani, ma deve difendersi dall’accusa di fides antoniana, da cui, comunque, verbalmente ed operativamente si è già dissociato!

La condanna  a morte del sinedrio e la esecuzione capitale rientrano nella norma  di diritto giudaico, coperte comunque da pietas per un vecchio, indegnamente ucciso da uomini che risultano empi perché gli devono tanto! 

Flavio ne fa la difesa mostrando che Hircano non ha commesso crimini  perché uomo moderato, che senza ambizioni politiche non è incline a neoterismos, riportando anche il pensiero di altri, che divergono dalle notizie trovate nelle memorie di Erode – Ibidem,174 Altri,  però, pensano piuttosto che Erode ordinò queste insidie contro HIrcano  per ucciderlo e dicono che in un convito domandò ad Hircano , che era senza alcun sospetto, se aveva avuto lettere da Malco e quello rispose di averle avute come missive di saluto ed allora Erode chiese di nuovo se aveva avuto doni e lui rispose che aveva avuto solo quattro giumenti. Allora Erode, presa questa  come scusa, gridando che questi doni erano stati mandati per fare  tradimento, lo fece uccidere. Io manifesterò la morigeratezza dei suoi costumi  a dimostrazione che Hircano non aveva commesso peccato/amartema alcuno da dover morire in tale modo.

Così, comunque,  lo storico, convinto che Erode abbia trovato pretesti per uccidere  conclude –ibidem 182- :

Lui pareva essere per natura moderato metrios  in ogni cosa  ed aveva governato lasciando la maggior parte degli affari agli amministratori/diokeitai , disinteressandosi  degli affari statali  generali  perché non aveva abilità  di governare un regno. Si deve alla sua natura docile e buona/ epieikeia se Antipatro ed Erode avanzarono così tanto,  e ciò che alla fine dovette sperimentare dalle loro mani non è né  giusto né pio.

La morte di Hircano, dunque, da  Flavio è considerata azione empia e politicamente inutile.

 

 

 

 

La “fides” dei gladiatori

Antonio e i gladiatori

La fides dei Gladiatori

Antonio è un dux generoso, che ricompensa chiunque gli faccia qualcosa, specie i valorosi, ma, dopo Azio, abbandona tutti  e tutti lo tradiscono: non gli giovano affatto gli atti di magnanimità e di munificenza.

Un esempio ce lo mostra Plutarco (Antonio,66,7-9), al momento della fuga stessa da Azio,  quando è intenzionato a rifugiarsi in Libia e si imbarca su una nave mercantile che  trasporta denaro,  suppellettili, regali di gran valore in argento e in oro  e dà tutto come bene comune agli amici, invitandoli a prendere quelle ricchezze e a salvarsi.

L’ autore aggiunge  che,  viste le loro lacrime e la non volontà distaccarsi da lui, scrive al suo intendente a Corinto, di nome Teofilo,  figlio di Ipparco, che già è diventato amico di Ottaviano, di  dare loro sicurezza e  di nasconderli  in attesa degli eventi.

Plutarco- ibidem,68,1 –dice  anche che all’ora decima  cessa la battaglia  e che lui è già in fuga e che  lascia, seguendo  Cleopatra  e le sue sessanta navi intatte,  i suoi soldati a morire che, comunque, seguitano a combattere ancora, mentre le grandi navi sono in fiamme  e 5000 sono i morti.

Eppure, secondo Plutarco (Ibidem, 61), aveva non meno di 500 navi da guerra  di cui parecchie poliremi a otto e  a dieci,  adorne in modo superbo e fastoso, un esercito  che contava 100.000 fanti  e 12-000 cavalieri, che  combattevano con lui,  ai suoi ordini sono gli alleati  Bocco di Libia, Tarcondemo della Cilicia superiore, Filadelfo di Paflagonia, Archelao di Cappadocia, Mitridate di Commagene,  Sasala di Tracia … mentre si limitavano a mandare un esercito  Polemone dal Ponto, Malco dall’Arabia,  Erode di Giudea, Aminta re di Licaonia e di Galazia  ed anche un corpo ausiliario era inviato dal re di Media.  

Antonio, avendo subito  da Cleopatra la volontà di una battaglia navale  e autorizzata la sua  presenza, data la grandezza della flotta egizia, assecondando i cortigiani sia alessandrini che romani, ne paga le conseguenze disastrose, in quanto la guerra civile non è mai piacevole. I romani poi sono stanchi di tante guerre  fratricide: in un periodo di neanche cinquanta anni  hanno combattuto fra loro, con Mario e Silla, con Cesare e Pompeo, ed ora con Ottaviano ed Antonio.  Quindi, appena conosciuto il vincitore, tutti saltano sul carro del trionfatore.

Antonio fugge, dunque, seguendo Cleopatra,  dimostrando, secondo Plutarco (Antonio,66.7) chiaramente di non comportarsi né come capo, né da uomo  e di non esser in grado di agire razionalmente, ma –come disse  qualcuno, scherzando  che l’anima dell’innamorato vive in un corpo altrui- di farsi trascinare da quella donna come se fosse unito a lei  e si muovesse con lei.

Lo storico aggiunge:  Antonio, appena vide  allontanarsi la sua nave, dimentico di tutto,  tradendo ed abbandonando  coloro che combattevano  e morivano per lui, si trasferì su una quinquireme , accompagnato solo dal siro Alexa  e da Scellio  e seguì colei che già l’aveva rovinato e avrebbe finito di rovinarlo.

La condanna dell’autore è quella di tutti i romani, che non vedono più un dux, ma un uomo passionale,  istupidito da una straniera, e che concordi, occidentali ed orientali, ora  decidono si seguire  Giulio Cesare Ottaviano  e la sua propaganda antiegizia, che  mette in secondo ordine la sua guerra contro il figlio legittimo di Cesare e marca l’indecenza del comportamento del cognato fedifrago, imperator traditore delle proprie truppe.

In effetti Antonio ha lasciato in Macedonia inattive 19 legioni di fanteria invitte e 12.000  cavalieri  ed ha comandato a Canidio (Plutarco, ibidem  67) di ritirarsi in fretta  attraverso la Macedonia verso l’Asia.

Antonio, mentre fugge  e resta muto a lungo sulla prua della nave diretta in Libia, non ha contatti con nessuno e quindi non riceve dispacci sul comportamento dei re asiatici, che defezionano (i primi sono  Deitaro ed Aminta!), a catena (ibidem, 63): non può sapere che tutto il suo assetto orientale è cambiato e che già Ottaviano sta ristrutturando l’area con nuovi ordini.

Nonostante questo, i suoi milites seguitavano  a combattere (ibidem 68) e lo rimpiangevano e lo attendevano, convinti che improvvisamente  sarebbe riapparso  loro da qualche parte  e dimostrarono tanta fedeltà  e tanto valore che neanche dopo che la sa fuga era resa nota,  per sette giorni rimasero  uniti senza badare a Cesare, che mandava messaggeri e solo alla fine, dopo che il loro generale Canidio,  di notte, se ne andò ed abbandonò il campo,  rimasti del tutto soli, traditi dai comandanti, passarono al vincitore.

In effetti  P. Canidio lascia il posto di comando, dopo aver obbedito all’ordine di Antonio  ma poi, saputa la notizia,  notifica ai suoi legati e tribuni  la realtà degli eventi, pur avendo iniziato la marcia  attraverso la Macedonia verso l’Asia, e senza avvertire le truppe,  si allontana e raggiunge il centro operativo di Ottaviano.

L’esercito di Antonio triumviro  non esiste più,  anche se ci sono sporadici gruppi di combattenti romani antoniani, secondo Cassio Dione (LI,1. 4-5).

Ottaviano raggiunse e sconfisse  senza combattere il resto dell’esercito, che si stava dirigendo in Macedonia; altri reparti erano già fuggiti: di essi i soldati romani si recarono presso Antonio, gli alleati  che avevano combattuto con lui tornarono alle loro case  e non continuarono la guerra contro Ottaviano, ma se ne stettero quieti. Le altre popolazioni che già da tempo  erano sotto il dominio di Roma, vennero ad accordi con lui,  alcune subito, altre in seguito.

Ottaviano riorganizza la rete dei re dell’Asia,  punendo alcuni col detronizzarli ed altri elevandoli al regno imponendo tributi e cambiando costituzione  alle città antoniane.

Così scrive Cassio Dione  ( ibidem, 2, 1-3): punì tutti i re, eccettuati Aminta ed Archelao, privandoli dei possedimenti che avevano ricevuto da Antonio. Tolse il regno a Filopatore, figlio di Tarcondimoto, a Licomede, re di una parte  del Ponto cappadocico  e ad Alessandro, fratello di Giamblico – poi fatto uccidere dopo averlo portato a Roma per il trionfo- e diede il suo regno ad un certo Medeio.

Per quanto riguarda i senatori, gli equites e i più ragguardevoli dei romani, molti, in quanto antoniani, furono puniti con l’obbligo di versare somme di denaro, altri furono uccisi, altri risparmiati, tra cui Sossio (Ibidem 4)

In questo clima di defezioni  e di tradimenti, ancora di più sorprende la vicenda di uomini considerati  la feccia del mondo romano, i gladiatori.

Questi  risultano migliori  di senatori, duces e re, superiori per affetto perfino ai milites regolari, desiderosi di onorare il munus l’incarico loro dato, risultando gli unici uomini di onore.

Dione Cassio (St.Rom. LI,7) ne parla più di ogni altro storico, compreso Giuseppe Flavio, che ne fa solo cenno  con un riferimento ad Erode che aiuta Quinto Didio  contro i gladiatori, dando il primo  segno del tradimento del re giudaico (Ant. Giud., XV,195).

Il re giudaico filantoniano, contattato da  messaggeri di Archelao e  convinto da Alexa a tradire Antonio,  per presentarsi  al dominus assoluto  dell ‘impero a Samo, porta le lettere di Quinto Didio, governatore di Siria, che notifica ad Ottaviano l’azione di Erode  contro i gladiatori, antoniani.

Avendo sterminato la linea maschile degli asmonei aramaici,  la raccomandazione di Didio  è per Erode un’ancora ulteriore di salvezza: il re non sa che Ottaviano ha in grande considerazione  la sua regalità a  causa della necessitas di  fare il tragitto tra Ascalona e Pelusio con l’esercito, a primavera, per l’invasione dell’Egitto  e quindi ha bisogno di  denaro, viveri e di acqua  lungo il tragitto  dovendo ripetere il percorso di Gabinio e di Antipatro e di Mitridate Pergameno,  fautori e soccorritori  di Giulio Cesare, impelagato in Alessandria.

 Ottaviano, incorporate le truppe di Antonio nel suo esercito, secondo Dione Cassio (Ibidem, 3. 1-4) rimanda in Italia i veterani dell’uno e dell’altro schieramento senza dare alcun compenso e disperde gli altri in varie località.

Temendo disordini  e ribellioni  da quelli che hanno militato già in Sicilia contro Pompeo, li licenzia o li integra con altri reparti più tranquilli. E per di più avendo sospetti sui liberti, a cui ha imposto tasse  eccessive, riduce  di un quarto  il tributo, in quanto  è conscio di tenere in pugno la situazione dei militari perché ha legati e tribuni di sicuro affidamento che tengono  ben sottoposti i singoli reparti con la speranza di grosse retribuzioni, dopo la conquista dell’Egitto.

Comunque, i soldati, giunti a Brindisi, congedati si sentono defraudati e  sono sdegnati perché non  ricevono nessun premio, per cui iniziano tumulti.

Secondo Dione Cassio- ibidem,3. 5-6-, siccome il triumviro diffida dell’auctoritas di Mecenate, un semplice cavaliere, lasciato a Roma  a governare la città e il resto d’Italia,  invia da Samo  Agrippa  apparentemente  con altro incarico, ma con l’intento di coadiuvare  il governatore, dando ad ambedue  in ogni questione, grande autorità tanto da leggere  loro stessi le lettere inviate al senato e ad altri, prima di inviarle, pronto a fare i cambiamenti che essi volevano.

In relazione alla auctoritas data fa portare loro due anelli con due sigilli, con cui sigillare i decreti e si serve di un codice segreto per la comunicazione-  Ibidem 7-.

Il suo ritorno in Italia è in relazione a Marco Crasso, un ex sostenitore di Sesto Pompeo e poi di Antonio, la cui azione,  da console,  è da contrastare  maggiormente, dato il malcontento militare, potendo risultare un pericolo, dato il valore dell’uomo .

Per Cassio Dione  ( ibidem, 4.4-7): quando il senato ebbe notizia del suo viaggio verso l’Italia, gli corse incontro la completo, eccettuati i tribuni e due pretori che ebbero l’ordine di restare in città. Gli andarono incontro anche i cavalieri, la maggior parte del popolo e vari cittadini, alcuni in qualità di delegati delle loro città ed altri di propria  iniziativa. Di fronte all’arrivo di Ottaviano e alle manifestazioni di affetto da parte di tanta gente non ci fu nessun tentativo di rivolta. Vennero a Brindisi anche i veterani, alcuni spinti dalla paura, altri dalla speranza di guadagni, altri  perché erano stati convocati. Ad alcuni di loro Ottaviano diede  del denaro; a quelli, che avevano combattuto con lui in tutte le campagne militari, distribuì anche della terra. Dai paesi italici, che avevano parteggiato per Antonio, portò via i cittadini e diede le loro città e i loro  poderi ai soldati, trasferì a Durazzo o a Filippi la maggior parte di quelle persone, alle altre distribuì o promise  di distribuire denaro in cambio dei poderi perduti.

Lo storico da una parte mostra l’omaggio dell’Italia e di Roma al vincitore e da un’altra evidenzia la sagacia nummularia di Ottaviano,  abile argentarius,  che promette di pagare a guerra ultimata, col  tesoro egizio, dando in pegno i suoi stessi beni, pur di acquietare i milites.

Ottaviano sistema questi ed altri affari urgenti, fa l’amnistia  anche per chi non è andato a riverirlo a Brindisi  e riparte per la Grecia per svernare a Samo, secondo alcuni dopo 27 giorni,  per Dione Cassio invece dopo 30 giorni.

In una situazione non ancora  del tutto definita, in un momento di declino delle speranze degli antoniani e di euforia degli ottavianei, lo storico nota  con stupore che mentre molti,  senatori, re,  capi, cavalieri e cittadini, pur avendo avuto notevoli benefici da Antonio e Cleopatra, li abbandonano, alcuni gladiatori invece, gente del tutto disprezzata, mostrano verso di loro un fortissimo attaccamento e si battono con grande valore, andando contro quei re che per oltre un decennio hanno acclamato Antonio.

Lo storico vuole mostrare l‘ingratitudine  dei grandi nobili  rispetto alla  fides e alla gratitudine di gente  ritenuta abietta: segue perciò ammirato la vicenda di un gruppo di gladiatori che, essendo a Cizico e formando un reparto speciale  chiamato Iuliano, perché costituito da Cesare  stesso, poco prima della battaglia di Farsalo, con la funzione di addestratori  delle reclute dei reparti asiatici, decide di rimanere fedele ad Antonio e Cleopatra e di raggiungerli in Egitto.

Sarebbe  stata una passeggiata, come una esercitazione acclamata di una pattuglia   di milites acrobatici  prima di Azio, ma dopo Azio, con tutte le defezioni dei re, la loro operazione  diventa un’impresa proibita impossibile pazzesca: non era più proponibile, né razionale passare attraverso tutta l’Asia, la Siria, la Giudea e poi fare la traversata desertica, prima di arrivare al confine Egizio!

Questi uomini hanno seguito  Antonio  dopo Filippi  e per un decennio  sono stati trattati come  attrazione  militare per le città dove venivano chiamati ad esibirsi con l’autorizzazione non solo del triumviro ma anche dei re locali!

Ora, dunque,  sono decisi a  fare un’impresa temeraria partendo da Cizico, città della Frigia minore  nella Propontide,  aprendosi la strada tra tanti nemici  per portare aiuto ad Antonio che li ha  costituiti come corpo speciale e pagati anticipatamente per le gare alessandrine per il Trionfo su Ottaviano!

Secondo Cassio Dione- Ibidem, 7.3 –: essi si stavano esercitando a Cizico in vista dei giochi che Antonio e Cleopatra  contavano di far svolgere in onore della loro vittoria su Ottaviano.

Dunque, Antonio ha pagato la commissione  al loro capo lanista, che di solito è figura bieca, un caporale forzuto,  – che si vende al maggiore offerente,- il gestore di un ludus scuola per gladiatori che per il munus deve  presentarsi al suo datore di lavoro.

Il lanista dipende però da un editor o munerarius che  ha il compito di allestire  la truppa e  prepararla a fare le competizioni  là dove  è richiesta la presenza.

Era un corpo speciale quello Iuliano,  che non doveva essere inferiore ai duecento uomini, ben addestrati a seconda dell’uso delle armi e della specializzazione individuale, in cui ogni membro si  esercitava giornalmente in continui allenamenti, in un’area  abbastanza vasta, messa a disposizione dall’autorità locale!

Il munerarius è responsabile non solo del comportamento dei gladiatori  professionisti ma anche del loro vestiario, della loro dieta, della loro salute, dei  loro servi,  delle camere  da letto, e dei carri di trasporto, dei muli, dei tanti schiavi che fanno servizio, compresi i medici, per la communitas gladiatoria.

Essi, dovendo fare la spedizione,  marciano  a seconda della denominazione  specialistica e formano cinquantine coi loro distintivi di  Traci, Retiarii, Mirmilloni  e Secutores, procedendo in formazione quadrata, protetti forse da arcieri e funditores oltre che da un qualche cavaliere, che nel corso dell’impresa si aggiungono per solidarietà e per amicizia al loro piccolo esercito di disperati.

  Dunque, questo gruppo di gladiatori  con il lanista  e  con l’editor  è fedele ad Antonio, cui ha dato la propria fides e la mantiene anche dopo Azio.

La notizia della  sconfitta ad Azio invece modifica l’assetto delle  province secondo i voleri di Ottaviano che cambia anche i vertici provinciali e ii perfino i re come già abbiamo detto.

Perciò il corpuscolo di gladiatori  s’imbatte prima con i re della zona e  poi col nuovo epitropos di Siria  Quinto Didio  e con Erode  e le truppe  giudaiche e nabatee.

Tutta l’impresa è seguita da Cassio Dione  che dice: appena furono informati  di quanto era avvenuto, corsero verso l’Egitto in loro aiuto. Si batterono gagliardamente contro Aminta in Galazia,  contro i figli di Tarcodimoto  in Cilicia, un tempo amici di Antonio e Cleopatra,  ed ora per la  presente  situazione passati  alla parte opposta  e contro Didio  che impediva loro il passaggio.

 La durata dell’impresa dovrebbe essere  tra la fine  di settembre e  gli inizi di dicembre: la sua conclusione dovrebbe essere avvenuta  nella zona sotto il controllo di Erode e di  Malco, se  Flavio dice  dell’ aiuto dato da Erode al governatore di Siria.

E’ un Erode che ha già incontrato Ottaviano tramite  emissari per legatos, (non certamente di persona!)  a Samo, e che ha avuto garanzie di poter seguitare a regnare e che ha promesso per la primavera, la sua assistenza con mezzi e con viveri- acqua compresa- e la sua partecipazione alla spedizione contro l’Egitto!

Cassio Dione informa che  i gladiatori,  però, non riescono ad arrivare in Egitto perché circondati da ogni parte, non vollero accettare, neppure  in quella difficile circostanza, alcuna proposta di resa, quantunque Didio avesse fatto molte promesse e mandarono a chiamare Antonio, convinti che ai suoi ordini avrebbero combattuto meglio.

E’ chiaro che  essi credono ancora Antonio  comandante di truppe  se non in Siria in Africa,  mentre il triumviro tradito  da tutti ora è relegato in Egitto.

Cassio Dione -Ibidem- allora aggiunge:  Dato che Antonio non era accorso di persona e che non aveva inviato nessun messaggio, pensarono che fosse morto  e perciò, a malincuore,  vennero ad un accordo, a condizione di non fare più i gladiatori.

Ottennero da Didio il permesso di abitare a Dafne, un sobborgo  di Antiochia nell’attesa che Ottaviano fosse informato di quanto avvenuto.

Probabilmente si è nel periodo in cui Ottaviano è in Italia, ma appena è tornato in Grecia e sta a Samo, è informato della fine dell’impresa dei gladiatori, quando già ha ordinato  di far  passare la flotta  nello stretto di  Corinto trasportando, smontando e rimontando le  navi da un porto all’ altro della città.

Cassio Dione infine  rileva la loro fine mostrando come  Valerio Messalla Corvino, amico di Erode, un altro ex antoniano ,separi i gladiatori, smembrando il corpo, disperdendo gli uomini in varie regioni, in reparti  dove non è facile aggregarsi.

Così lo storico dice (Ibidem, 7)…ingannati da Messalla furono dispersi  chi qua e chi là, col pretesto di arruolarli nelle legioni e furono eliminati nel modo che sembrò più opportuno.

Messalla è un amico di Antipatro, suo padre, un membro dell’antica gens Valeria,  repubblicano,  combattente con Bruto e Cassio a Filippi, poi presentatore di Erode al senato nel 40,  passato  poi dalla parte di Antonio, infine entrato nelle file di Ottaviano grazie a questa operazione contro i gladiatori, combinata col re giudaico: Messalla è console nel 31 e combatte ad Azio contro Antonio, meritando  il comando di una missione in Asia Minore e l’ incarico di una spedizione nelle Gallie nel 30 a.C..

Qui probabilmente  Messalla, avendo portato con sé alcuni gladiatori, nel corso della  soppressione della  rivolta degli Aquitani nel 28 a.C. –   celebra  perfino un trionfo nel 27!- fa scomparire uno alla volta,  mandandoli a morire contro i nemici in imprese disperate.

Da Tacito si sa che  nominato praefectus urbi nel 26 a.C Messalla rinuncia alla carica dopo pochi giorni, adducendo  strane motivazioni, legate alla sua incapacità di esercitare l’incarico.

Da quel momento non compare più  in pubblico  se non  nel 2 a.C.,  quando come  princeps senatus,  come esponente dell’aristocrazia romana, avanza la proposta dell’attribuzione a Ottaviano del titolo di pater patriae.

In questo venticinquennio  circa  si dedica alle lettere e alle arti  e raggruppa intorno a sé letterati  che formano un cenacolo chiamato dal suo nome ed alcuni, come Tibullo, celebrano anche le sue imprese militari con un’ elegia  e con un poemetto, altri lodano le sue amicizie  con Orazio ed Ovidio.

La letteratura, cortigiana ed oziosa, ora suddita,  non lascia traccia della  soppressione subdola e infida di uomini che fino alla fine sono leali col loro  dux, seppure sconfitto, dando un esempio di fides agli aristocratici, che suona come schiaffo plebeo alla nobiltà romana, sempre  in vendita!

La storia tragica di un eroismo anonimo diventa leggenda, che copre perfino la pietas dovuta alla fides di sfortunati, veri uomini d’onore.

Il giudice di Filone Alessandrino

Il giudice di Filone alessandrino

                   L E T T U R A   di Filone Alessandrino 

 Ta  Peri Dikastou  – Le cose circa IL GIUDICE-

  Ai miei cari amici  

Marcello Caioni, Marco Cinciripini ed Andrea Grandoni

 

  DE  IUDICE di   Filone Alessandrino

Le sacre leggi non solo esigono  un animo sincero e tranquillo  e non turbato da quelli che seguono le regole di Mosè, ma soprattutto da quelli a cui tocca il potere di giudicare o per elezione o per caso.

Sarebbe assurdo che fossero pertinaci nella colpa quelli che prescrivono il diritto agli altri: a loro bisogna richiedere  invece una vita esemplare ed encomiabile.

Come, infatti, il fuoco che brucia qualunque cosa gli si accosti, accende violentemente dapprima le cose a lui connaturali e come  la neve al contrario raffredda quelle fredde per natura  e le altre, così il giudice deve essere pieno di giustizia quando sta per amministrare la giustizia ad un altro, dal quale come da una fonte  promanano le dolci acque della legge, bevibili da chi ha sete di giustizia.

Ciò accadrà finalmente così  se chi sale il tribunale per giudicare, pensa  di essere giudicato non meno di giudicare  e contemporaneamente, assuma la prudenza per non essere ingannato, la giustizia per dare a ciascuno il suo, la fortezza per non essere piegato dalle preghiere e dalla pietà,  da infierire sulle bande di delinquenti.

Infatti bisognerà stimare benemerito dello stato  chiunque avrà a cuore queste virtù come chi seda al pari di un buon nocchiero le tempeste degli affari, affidati alla sua lealtà per la sicurezza e salute di quelli che dipendono dal suo arbitrio.

Prima di ogni cosa la legge ordina di badare di non sentire la vana esposizione dei fatti come se dicesse:o tu, cura di avere le orecchie ben “purgate”-liberate da scorie-

Saranno ben purgate  se saranno ripulite  piuttosto spesso dai dotti discorsi, se escludono le vane, troppo usate, volgari, condannabili favole di finzione scenica e poetica, che esagerano con molte parole le cose da nulla.

Da questo risulta chiaro di non accogliere  vana diceria  o qualcos’altro  concorde con quanto detto precedentemente.

Chi accetta testimoni auricolari, accetta  in modo vano, non sano: infatti gli occhi  si frappongono intervenendo tra le cose stesse e in un certo senso  toccano gli affari, li percepiscono tutti, con l’aiuto della luce, tramite cui vengono tutti  illuminati e colti.

Le orecchie, poi, hanno, come disse rettamente uno degli antichi, hanno minore fede  degli occhi, come quelle che non hanno un rapporto con le cose stesse, ma con i discorsi, che interpretano le cose, che non seguono sempre e necessariamente il vero.

Mi sembra che  alcuni legislatori greci desunsero questo capitolo della legge  dalle santissime tavole di Mosè e proibirono di portare  testimonianza secondo l’udito: non bisogna giudicare certe quelle cose che uno vede, né egualmente di sicura fede quelle cose che uno ascolta.

Il secondo precetto di un giudice è di non ricevere doni: i doni, infatti,come dice la legge, accecano gli occhi, ostacolano la giustizia, costringono la mente ad allontanarsi dalla retta via.

Inoltre è da uomo scellerato essere indotto all’ ingiustizia tramite doni e da uomo pessimo  non rendere giustizia senza  premio, per la sua opera.

Vi sono alcuni cittadini, pretestati,  intermedi tra i giusti e gli ingiusti, che, pur educati a difendere gli oppressi dagli oppressori, si comportano come giudici venali e mercenari.

E se qualcuno si lamenta, essi negano di  aver prevaricato e che la lite l’ha vinta chi doveva e che la parte avversa è stata giustamentevinta.

Questa scusa è malvagia: bisogna infatti che ci siano due qualità in una sentenza di un buon giudice: che sia incorrotta e legittima.

Il giudice, corrotto da doni  non comprende, del resto, di disonorare la giustizia, bellissima per sua natura, e pecca volutamente: prima perché si abitua all’avidità di denaro, roccaforte di ogni iniquità, poi perché, accettato il denaro, punisce quello a cui avrebbe dovuto rendere giustizia.

Perciò Mosè  in modo salutare ammonisce di dover amministrare la giustizia secondo diritto sottendendo che la si amministra ingiustamente talora se i presidenti aspirano ai doni, non tanto nei giudizi, ma, direi, quasi in tutte le attività giornaliere, sia  per mare che per terra – appunto perché è possibile trovare qualcuno che ridà un piccolo deposito al fine  di insidiare di più quello che riceve che per giovargli, cioè per poter, data prova di fiducia  nel piccolo,  prendere l’intrappolato con maggiore perfidia.

Questo è  non fare giustizia secondo diritto perché la restituzione della cosa altrui è fatta  per  permettere di accumulare un guadagno maggiore.

La causa principale di peccati di tal genere è l’abitudine alla bugia, con cui fin dalle fasce  le nutrici  e le madri  e tutta la schiera di servi e di liberi imbevono il loro pupillo e lo educano sempre con fatti e con parole.

Questo vizio si radica nell’animo come se fosse connaturato, ma anche se fosse aggiunto dalla natura,  bisogna che sia estirpato con una sistematica  pratica della virtù.

Che cosa infatti c’è di  prezioso come la verità?

E questa il legislatore, sapiente, scrisse nel posto più santo, in quella parte della veste pontificia, dove è la principale forza dell’anima, affinché rendesse  il sacerdote più augusto mediante questo ornamento.

alla verità aggiunse la  virtù congiunta, che egli chiama manifestazione, affinché fossero come  immagini di un discorso: questa o è concepita nell’animo o oppure si manifesta.

Infatti la verità ha bisogno della manifestazione tramite cui si apre agli altri , qualunque cosa sia nascosta nell’animo, come l’ altra ha bisogno  della verità per la perfezione della vita e delle azioni, tramite le quali si giunge alla felicità.

Terzo precetto per un giudice è che esamini le cause delle parti, prima del giudizio. Eliminato ogni rispetto delle persone, sia che esse siano cittadini, amici, familiari sia invece avversari, estranei, forestieri, né l’amicizia né l’odio impedisca in qualche modo l’indagine, altrimenti bisogna  percuotere il giudice come cieco che cammina senza bastone perché non guida né aiuta  nessuno.

Perciò  un buon giudice non deve guardare  le persone che sono giudicate, deve piuttosto considerare la pura e nuda sola natura delle cause per non giudicare secondo opinione, ma secondo verità  e pensare che il giudizio è cosa  di Dio, di cui  lui, giudice,è ministro e procuratore.

Al procuratore non  compete ciò che è di Dio, dal quale come ottimo riceve  questo deposito, come il migliore di tutte le cose.

Oltre agli altri già detti precetti ce n’è un altro molto notevole, quello  di non commiserare il povero poiché il nostro legislatore condisce altrove  tutte le leggi con l’umanità e la pietà e propina sanzioni e minacce  per i superbi e gli arroganti, propone grandi premi a chi aiuta quelli che si trovano in difficoltà, a chi conserva i propri beni non come propri e li comunica con  gli altri che ne hanno bisogno.

Vera è  la sentenza del famoso antico fondatore che gli uomini  mai si avvicinano di più alla somiglianza di Dio, se non quando sono benefici.

Che cosa dunque può accadere di meglio del fatto che  la creatura imita Dio immortale e  non creato?

Pertanto il ricco non custodisca nel tesoro domestico oro ed argento, ma lo metta in mezzo  per alleviare i poveri con la benevolenza, né, seppure uomo illustre, alzi la testa ma, desiderando vivere  in modo paritario, permetta di godere della libertà anche ai non illustri.

Chiunque si innalzi per forza sia protettore dei più deboli, non percuota né getti fuori gli inferiori come nel pancrazio, desideri invece giovare con le proprie forze anche agli altri.

Chi attinge infatti alle fonti della sapienza, caccia dal suo animo  l’invidia ed inoltre va in aiuto all’ altro, facendo passare con discorsi nella sua anima  la conoscenza tramite  le orecchie.

Se trova giovani di buona indole, come polloni di nobile pianta, gode  pensando di avere eredi della ricchezza spirituale nascosta, che sola è vera ricchezza.

Perciò li prende con sé e coltiva i loro ingegni finché non li conferma nella virtù   fino a vedere il frutto prodotto.

Le leggi sono piene zeppe di precetti ed esempi di questo genere  e sono suddivise distintamente a favore dei bisognosi e perciò non è lecito commiserarli solo nel giudizio.

Infatti la commiserazione è dovuta agli infelici: chiunque di sua volontà fa male  non é infelice, ma iniquo; del resto la pena è proposta per gli iniqui, come l’onore e il premio per i giusti.

Pertanto a nessun povero per la sua povertà può essere rimessa la pena, se merita non la commiserazione, ma la pena.

E chi si  appresta a giudicare, deve, come un buon banchiere, distinguere la natura degli affari, affinché, cambiati i segni, non siano confusi i buoni con i cattivi.

Avrei potuto dire anche molte altre cose sui falsi testimoni e sui giudici, ma per non essere troppo prolisso passerò all’ultimo precetto del decalogo, che in breve contiene così come tutti gli altri, il sintagma: non desiderare.

 

 

Giustizia e giudici in Giudea

 

In Giudea l’educazione, fin dai tempi più antichi,  verteva sulla giustizia e perciò era privilegio dei leviti e dei sacerdoti, ma si era comparata con quella di altri popoli, che forse avevano la stessa matrice.

Infatti il mazdeismo, praticato dai medi  fin dall’ottavo secolo era un culto nazionale che non comportava né templi né statue come quello ebraico.

Il dio Supremo era Auhra Mazda, simboleggiato dalla volta celeste, mentre il creato era sorto da una coppia di dei, Anahita, dea della fecondità e Mitra, dio fecondatore. Grazie a loro il caos iniziale cessava ed iniziava la distinzione in elementi ordinati ed ordinanti sotto forma di dei, il fuoco, l’aria, la terra, l’acqua.

La novità del mazdeismo  era nella concezione dualistica morale che rappresentava la lotta tra il bene e il male  e nella idea nuova di un Messia, la cui venuta sarebbe stata di salvezza al mondo e sarebbe stata  di epifania  del dio supremo  e del suo regno eterno.

La gerarchia sacerdotale meda, rappresentata dai Magi, assumeva nel settimo secolo maggior rilievo grazie a Zaratustra, un profeta che in un momento di crisi  sociale, risoltasi poi con la monarchia di Deioce, ( Re  dei medi 699-656 a.C, che riunì le tante tribù e costituì capitale Ecbatana   Cfr.  Erodoto,Storie, I,96-102) predicò la realizzazione del regno celeste mediante la purezza  dei costumi, la saggezza e la giustizia.

Il mondo persiano e quello ebraico sembrano pervasi dalla stessa linea morale e dalla stessa ricerca di giustizia, in quanto conformati allo stesso modo secondo i principi del mazdeismo.

L’ebraismo, modellato inizialmente da Mosè secondo la giustizia egizia, palese in Esodo (23,1-3;3,6-8)e in Deuteronomio(16,18;17,8) e in Levitico(19,15)  nel periodo babilonese e  in quello più lungo sotto i persiani, pur mantenendosi fedele alla Legge mosaica, inglobò elementi mazdaici ed achemenidi, che si legavano perfettamente al corpo giuridico mosaico e che rafforzavano i principi stessi dell’antica torah, attualizzandoli.

L’educazione stessa  giudaica del fanciullo e i tempi educativi risultano quasi eguali a quelli persiani, in quanto derivanti da una stessa fonte.

L’educazione persiana infatti presenta sorprendenti affinità con quella degli ebrei: il predominio di un popolo sull’altro forse può spiegare certe somiglianze di costume.

I due popoli seguono due percorsi, sebbene vicini e paralleli, in connessione con le loro tradizioni culturali, anche se quella giudaica, in quanto sottoposta, sembra aver subito qualche trasformazione e qualche influenza.

Il popolo giudaico cadde sotto i Persiani, dopo la sconfitta di Nabonide ad opera di Ciro, che prese Babilonia e imprigionò Baldassar, reggente figlio del re, nell’ottobre del 538 a. C.

Con la vittoria  i deportati in Babilonia e il territorio giudaico vennero sotto il potere persiano.

La Giudea  rimase sotto i persiani per più di due secoli, fino alla vittoria di Alessandro Magno su Dario III: inizia allora il periodo, che va dal  312 fino al 199, sotto i lagidi e dal 199 al 146 sotto i seleucidi, senza comprendere il periodo della vita di Alessandro e gli anni della lotta tra i diadochi:  il I e II libro dei Maccabei e Giuseppe Flavio datano dal 312  la storia, anno della vittoria a Gaza di Tolemeo su Demetrio.

La politica dei re persiani si basava sul rispetto della lingua e della religione dei popoli soggetti, che, stanziati nei loro territori, dovevano obbedire solo alle leggi generali dell’impero uniformandosi  solo alla virtù della giustizia.

Ciro quindi fu un benefattore per giudei che furono rinviati sotto la guida di Zorobabel e di Giosuè, un principe e un sacerdote nella loro patria di origine, dove si integrarono con quelli che erano rimasti, cercando di mantenere il culto di JHWH, inalterato, nonostante le contaminazioni avvenute nel corso della “cattività”.

Secondo Esdra (6,13-22) le grandi speranze dei rimpatriati si tradussero solo nella ricostruzione del tempio, che risulta finito nella Pasqua del 515, anche se si presentava  più piccolo e modesto rispetto a quello di Salomone (Zaccaria. 2.14-17; Aggeo,1e sgg. ).

In questo  ventennio circa, si era passati da Ciro  a Cambise e a Dario, e l’impero persiano aveva conquistato l’Egitto e quindi la terra di Giudea era stata attraversata dagli eserciti  e la popolazione era ancora rimasta secondo le regole tipiche della medizzazione, anelando ad un proprio tempio, a ritrovare in esso la propria identità di nazione.

D’altra parte  dal periodo di Dario, che aveva riformato il sistema persiano, la Giudea era stata inserita nella 5^ satrapia Transeufratea, che comprendeva la regione posta tra l’Eufrate e l’Habor, la Siria, la Palestina, la Fenicia e Cipro  e aveva avuto forse favori dalla corte  tanto da aver iniziato a costruire le fondamenta del tempio verso il 519 ( Esdra 5.1-16), nonostante l’ostilità dei vicini e poi da finirlo.

Bisogna precisare che nell’ambito della satrapia i persiani avevano suddiviso i popoli in province, governate da Pehah (governatori), tra loro ostili ed invidiosi, in caso di favori imperiali.

Gli episodi narrati in” Daniele” e la figura stessa dell’eunuco, favorito a corte, possono spiegare il clima  di gelosie e di invidie, in cui i giudei, spinti da Aggeo, (Cfr.Aggeo) un profeta contemporaneo di Zaccaria, postesilico, ricordato in Esdra (5,1; 6,14),ricominciarono la costruzione del tempio fino a  completarla.

Dopo un settantennio i giudei solo nel 445 con Artaserse ebbero il privilegio di costruire le mura di Gerusalemme in modo da separarsi dai paesi vicini  e così mantenere meglio le loro tradizioni.

In quel periodo tre generazioni si riunirono intorno al proprio santuario, conservando però i costumi acquisiti nel periodo babilonese mentre il sacerdozio  manteneva solo un ‘alleanza tra popolo e Dio  secondo criteri propri di una tradizione lassista, senza lo zelo mosaico, conseguenza di un “imbastardimento” culturale.

I sacerdoti, infatti, a detta di Malachia,(Cfr. Malachia), ultimo profeta, esercitavano male il loro ministero: offrivano sacrifici  a Dio con animali difettosi, trascuravano lo studio della Bibbia  o erano scarsamente preparati, non facevano pagare le decime, trascuravano il riposo sabbatico, non seguivano i poveri e le vedove, accettavano matrimoni misti e permettevano facilmente i divorzi, non avevano il vero timore di Dio poiché non veneravano il suo Nome.

Insomma la comunità non aveva una  fede che diversificasse  i giudei dagli altri popoli, con i quali convivevano.

Certo essi avevano tentato di separarsi dagli altri popoli chiedendo di potere ricostruire una prima volta le mura sotto Serse (485-465) e poi sotto Arteserse I (465-425), ma le loro speranze erano state frustrate dal pehah di Acco (Galilea) e di Samaria.

L’episodio di Ester, se inserito nell’epoca di Serse, potrebbe spiegare le speranza  di un popolo, che, accusato, doveva essere distrutto e che fu salvato dall’innamoramento del re per la bella nipote di Mardocheo, divenuto regina da ancella ( Cfr. Ester e Erodoto, VI, 64).

L’inizio di un riscatto e di una purificazione  comincia sotto il regno di Artaserse Icol 445 quando viene accordato a Neemia il permesso di ricostruire le mura di Gerusalemme: ciò aveva per il popolo ebraico un significato di separazione  e costituiva la  prima forma per la propria purificazione graduale per ritrovare la originaria purezza e rinnovare un nuovo patto tra il popolo e Dio.

La medizzazione aveva uniformato l’impero achemenide, basato sulla giustizia, aveva imposto Ahura Madza e specialmente i principi del bene e del  male, stravolgendo tanta parte della cultura giudaica, basata sull’unico Dio e si era risolta in una fonte di peccato per i giudei zelanti, che rifiutavano di integrarsi nel sistema persiano plurirazziale ed ecumenico.

Fino ad allora essi erano  stati sbandati e senza la legge che li vincolasse perchè il sacerdozio aveva deviato dalla retta via segnata da Mosè, permettendo nel lassismo generale la medizzazione contestuale: le varie ondate di ritorno avevano fatto incontrare vari gruppi con varia cultura medizzata e quindi Israel formava non un corpo compatto religiosamente, ma univa corpuscoli di fedeli di diverso zelo e di diversa interpretazione della legge  a seconda della propria storia e dell’ambiente di iniziale formazione.

Da Malachia sembra, comunque, che tre erano le cause di  maggiore contrasto: il Sabato, il matrimonio misto, l’elemosina.

Inoltre risulta  che grande era la tensione tra i gruppi perchè in tutti c’era quella volontà di   isolarsi e di rinnovare il patto che  si poteva  attuare, più tardi, con Esdra, nonostante le difficoltà e le opposizione dei  vicini.

Neemia esprime dunque l’esaltazione  per le mura ricostruite e  mostra, da governatore della provincia giudaica per conto  di Artaserse I, la compattezza popolare   al momento della ricostituzione di Gerusalemme come faro di civiltà per tutti gli ebrei della diaspora e per tutto il territorio provinciale.

La stessa suddivisione in 12 peleg, distretti mandamentali, che pur risalivano all’epoca babilonese, tende a ritrovare l’originaria impostazione culturale anche su un piano nominale geografico e a formare quasi un’isola nel sistema interno della 5 ^ satrapia.

Le successive riforme di Neemia, che effettua una seconda missione intorno al 430, vertono sulla regolamentazione del clero, sul riposo sabbatico  e fondamentalmente sul rinnovamento dell’alleanza tra il popolo santificato e Dio.

La sua opera viene completata da Esdra, “scriba e sacerdote della legge del regno di Dio” arrivato a Gerusalemme, in qualità di ispettore religioso forse nel 398 a. c.

Il riformatore è inviato da Artaserse II (404-358 ) col compito di cercare ufficialmente giudici  secondo il sistema giudiziario persiano, in base all’educazione persiana, secondo le regole di formazione medica.

Il sacerdote mentre cerca giudici che devono applicare giustamente la legge, con condanne a morte, con multe pecuniarie, con bandi di espulsione per i trasgressori, codifica  la legge, la fissa secondo la torah mosaica, pur mantenendosi apparentemente ligio a quella persiana, e ricostruisce l’unità ebraica  riconoscendo il culto di JHWH  e la superiorità del tempio di Gerusalemme, regolando le entrate tributarie, come segno di partecipazione  per i fedeli sparsi in tutto il regno persiano: Esdra insomma ricostituisce il patto di alleanza tra Popolo e Dio, in modo severo, in una ristrutturazione  totale del sistema giudaico, in una netta separazione dai non circoncisi.

Questi pochi dati storici sono stati scritti solo per far comprendere come la storia e cultura giudaica possano essere state influenzate da quelle persiane: non è il caso di operare più diffusamente sui rapporti storici e culturali intercorsi

Dalle fonti greche si hanno elementi utili per rilevare una marcata somiglianza tra il sistema persiano e quello giudaico: noi le abbiamo comparato con quelle bibliche perchè  vediamo la dipendenza culturale ebraica.

Erodoto (I, 136) afferma che i persiani” insegnano,a partire dall’età di cinque anni fino ai venti  solo tre cose : cavalcare , tirar d’arco e dire la verità” ed aggiunge (ibidem, I38) che la menzogna è da essere considerata la cosa più turpe.

Senofonte in Ciropedia (I, II, 3-14) tratta dell’educazione persiana: mostra “la piazza della liberta di Pasargade, divisa in quattro settori, uno per i fanciulli, uno per i giovani, uno per gli adulti, uno per coloro che non sono in età di portare le armi.

Precisa come  poi,  ognuno,  a seconda dell’età, debba presentarsi ad una certa ora e  come “per i fanciulli si scelgono fra gli anziani quelli che sembrino in grado di svilupparne al meglio le virtù, per i giovani quelli fra gli adulti che siano capaci di ottenere i migliori risultati educativi, per gli adulti gli uomini che siano più indicati a predisporli ad eseguire i compiti e gli ordini impartiti dalla suprema autorità e per gli anziani si selezionano dirigenti con l’incarico di sorvegliare che anch’essi compiano i loro doveri”.

Per lo storico i persiani usano la piazza  solo per l’educazione ed evitano il commercio perché implica la bugia, il raggiro, la disonestà, in quanto desiderosi di formare perfetti cittadini.

Secondo Senofonte le dodici tribù (anche se ne sono  citate dieci) dividono in gruppi i loro  figli e li affidano a relativi maestri, selezionati perché li educhino.

L’educazione si realizza in effetti  in due fasi: una che va dai 5 ai I5/6, detta dei fanciulli; l’altra dei giovani  dura 10 anni ed arriva fino ai 25/6.

L’autore greco  si mostra sorpreso nel vedere che i persiani “ frequentano la scuola  ed imparano i principi della giustizia e dichiarano essi stessi che vi si recano a questo scopo, proprio come da noi lo scolaro dice di andare a  scuola per imparare a leggere e a scrivere”.
Senofonte passa poi ad esaminare l’organizzazione della vita dei giovani: “per dieci anni, a partire da quando sono usciti dalla fanciullezza, dormono … nei pressi degli edifici governativi e questo sia per fare la guardia alla città sia per potenziare la loro attitudine alla temperanza…”.

Quando i persiani hanno compiuto il  decimo  anno tra i giovani possono passare nella categoria degli adulti e vivono per 25 anni  così: “ in primo luogo, non meno dei giovani, si tengono a disposizione dei magistrati per ogni incarico di salute pubblica che richieda l’intervento di individui maturi ormai nel carattere, ma tuttora vigorosi. In occasione di una campagna militare…Trascorsi i 25 anni previsti passano, poco più che cinquantenni,  nella classe di coloro che sono di nome e di fatto anziani, che svolgono le funzioni di giudici in quanto giudicano, non essendo più abili per la guerra, rimanendo in patria, le cause pubbliche e private: sono loro ad emettere le sentenze di morte e a scegliere tutti i magistrati.

 Se un giovane o un uomo maturo viola qualche norma tradizionale, il magistrato preposto alla singola tribù o chiunque altro lo desideri, ha facoltà di denunciarlo e gli anziani, dopo averlo ascoltato, emettono il verdetto: il condannato perde ogni suo diritto per il resto della vita.”

Ora la Bibbia,  postesilica,parla continuamente di giustizia e di temperanza, oltre che di prudenza e fortezza,  su cui è basata l’educazione ebraica,  ed evidenzia anche i precedenti  prestiti sumerici, egizi, ma specialmente persiani.

Secondo la concezione iranica e zaratustriana (cfr. Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, 329 –  361., Sansoni 1975,)  l’uomo è lacerato dal dissidio tra il male e il bene, ma procede nel cammino della vita mediante la giustizia (”arta” ).

Questa virtù,  citata nelle “gatha”,( parti dell’ Avesta) è continuamente chiesta ad Ahura Mazda da Zaratustra,  ossessionato dalla necessità del castigo dei malvagi e della ricompensa ai virtuosi, desideroso di esser assistito da Spenta Mainyu (lo spirito benefico) e di tenersi lontano da Angra Mainyu (lo spirito distruttore) .

La funzione di Dio nei confronti dell’uomo è ben marcata nel mazdeismo zaratustriano, che considera centrale  la provvidenza divina,  la quale  invia i due spiriti per seguire i figli del bene e quelli del male,  lacerati nell’eterna lotta (Cfr. Regola della Comunità ,in Luigi Moraldi,  I manoscritti di Qumran, Tea 1994  III 16-25; IV 1-26)

Anche il mondo persiano  è pervaso dalla ricerca di Arta, anche se il nome di Zoroastro non è mai presente nelle iscrizioni achemenidi, mentre è attestato il nome di Ahura Mazd : è innegabile , comunque,  che l’imperium  dei “re dei re” abbia avuto una forte impostazione giuridica e morale zaratustriana, testimoniata e dalla cultura giudaica e da quella greca.

E’ patrimonio culturale del Persiano inoltre l’antinomia , Asha /Druj , in cui l’area semantica del primo termine ingloba sia Verità che Giustizia, che risultano idee complementari, mentre quella del secondo marca sia la Menzogna che l’Ingiustizia.
In più parti Zaratustra si definisce “ un sincero nemico del seguace della Menzogna e un potente sostegno dei seguaci della verità “(Cfr. R.C. Zaehner, Zoroastro e la fantasia religiosa,trad, Ital. Milano 1962,p.33).

Perciò i persiani nobili sono educati fin da bambini alla Verità e se non sono leali perdono lo Xvarenah  non hanno più quel Charisma che permette loro di governare e di avere rapporto  autorevole con gli altri.

(Circa la sincerità cfr. Erodoto,Storie, I,136; Platone, Alcibiade, I,122a; Nicola di Damasco, F Gr Hist 90 F62; Strabone, Geografia, XV, 3, 18)

Anche nell’iscrizione di Behistun, voluta da Dario (cfr. A Pagliaro-A Bausani, Storia della letteratura Persiani, 1960, pp 22-28) si legge: perchè io non ero sleale, perchè non ero bugiardo,non ero violento, né io né la mia famiglia, secondo Giustizia  io mi comportavo.”

Sembra perfino che Dario si ribella al padre Artaserse, che già preferiva l’altro figlio Oco, perché era scaduto nella sua Xvaranah quando gli aveva promesso Aspasia e poi  dopo avergliela data, l’aveva relegata come sacerdotessa in un tempio e molti si sentivano sciolti dal giuramento di fedeltà col vecchio re spergiuro.(cfr. Plutarco, Vita di Arato ed Artaserse).

La cultura greca ha tramandato il grande rispetto per la giustizia dei persiani che è una caratteristica  dei  magi, la casta sacerdotale, ridimensionata, ma sempre operosa nel quadro del culto e della pietà achemenide.

La Bibbia postesilica e Filone insistono sulla educazione, come anche i Vangeli e i testi qumranici, come basilare per la formazione di un giudeo.

Dall’esame comparato ci deriva un quadro morale, certamente derivato dalla cultura iranica, ma  ben integrato nella tradizione giudaica, basata sull’euergesia e sulla aletheia  (ben fare e dire il vero), tanto da essere diventato un’espressione tipica dell’etica del “popolo eletto”.

Prima di”  leggere”dall’angolazione di Filone e dei Vangeli ci sembra opportuno, rilevare come i Qumranici di Regola dell’Assemblea, che probabilmente comprendono i fautori del “Regno dei  cieli”  galilaici, siano pervasi di giustizia  e siano riformatori del culto, del tipo di Esdra, desiderosi di un Nuovo patto di Alleanza, e perciò risentano di quella stessa influenza medica, forse per un’esigenza di separazione dalla cultura ellenistico-romana, aborrita.

Gli esseni di Qumran sono sadoqiti, sacerdoti discendenti da Sadoc,(anche se non sappiamo da quale linea esattamente derivino,) che sono collegati con i sadoqiti del tempio di Leontopoli, in Egitto, con i Terapeuti, che anelano ad un nuovo sacerdozio, poiché quello tenuto dai sadducei, gerosolomitani, è illegittimo.

Essi hanno una coscienza di separazione in linea con la concezione di dissociazione  dal mondo e dalla politica perseguita dai tempi dell’esilio: per loro l’interiorità, in quanto spiritualità, deve essere separata dalla loro formalità esteriore.

Essi sanno che Giasone, fratello di Onia III,” benefattore della città ,difensore del popolo e zelante della legge” ( II Macc. 3.1,15.12)  passato  all’ellenismo, era stato contrastato da  Menelao ed  era stato costretto all’esilio a Sparta, dove moriva insepolto e che, dopo di lui iniziava una successione illegittima nel sacerdozio gerosolimitano.

Essi riconoscono solo la stirpe di Onia IV, trasferita in Egitto come legittima e che quella degli Asmonei  prima (costituita arbitrariamente al tempo di Gionata , maccabeo) era sacrilega e che quella di Erode il Grande (che aveva creato sommo sacerdote il Babilonese Ananelo ) poi  era  anch’ essa illegittima.

I sadoqiti quindi sulla base sacerdotale predicano l’avvento di un nuova era, di un nuovo patto ed hanno l’adesione popolare ed attendono un Mashiah, un laico che, unto dal signore ricrei  un patto nuovo, faccia trionfare la giustizia  sulla terra, abolendo ogni altro regno, dopo aver punito i figli delle tenebre, i sacerdoti del tempio, i loro seguaci ellenizzati, palestinesi e quelli della diaspora e i nemici stranieri, i Kittim romani ed alleati ( Cfr. Esseni, quod omnis probus in www.anglofilipponi.com) .

La loro regola sottende sinteticamente il nuovo processo formativo ed educativo dei figli della luce ed ha certamente punti di contatto con il sistema legislativo di Nehemia e con quello riformistico di Esdra, che  sono chiaramente influenzati dalla cultura persiana.

E’ quindi la regola dell’Assemblea, connessa d’altra parte in vario modo al Documento di Damasco, alla Regola della Guerra e ancora di più alla Regola della Comunità  un anacronistico “percorso” di sacerdoti  zelanti della legge, che considerano i sommi  sacerdoti del Tempio illegittimi e delegittimano perciò la stessa autorità laica costituita!.

Queste opere esprimono il pensiero di uomini che condannano il popolo perché è contaminato dal “benessere commerciale e industriale” dell’ellenismo e perché  ha deviato dalla retta via: i sacerdoti perciò  ritengono necessario seguire di nuovo il modello di Esdra di purificazione e  di guerra: i romani, invasori,  e l’ellenizzazione sono i due attuali nemici da combattere e da sterminare, come allora i persiani e la medizzazione.

Per comprendere bene i processi di un popolo,- che, educato alla Torah  e represso, tende da bambino, sempre a mantenere inalterata la sua fede- bisogna considerare il sistema educativo sacerdotale, impostato sull’organizzazione  e l’obbedienza   e rilevare come  nei momenti  di pericolo esterno  le forze represse si coagulino intorno al clero, emblema della legge e della giustizia: in questo clima di reazione domina la regola e con essa i sacerdoti, che sbandierano Verità e giustizia, in nome di Dio, fanaticamente per ritrovare un proprio equilibrio dopo lo scontro “religioso”, sempre considerato vittorioso dai superstiti, come evento voluto da Dio.

La condanna dell’ellenismo era iniziata già con Gesù ben Sirach  che aveva considerato la religione giudaica un insegnamento  di sapienza superiore ad ogni saggezza umana  pagana ed era convinto che la vittoria sarebbe stata dei depositari della fede.

Chiaramente il siracide ha piena coscienza che la fazione dominante sacerdotale  è ormai ellenizzata e che è filo seleucide

D’altra parte  Antioco IV  senza capire la particolare fides giudaica, incapace di ogni commistione  con la religione greca, aveva inteso il rifiuto giudaico popolare come un’offesa alla sua regalità divina  e come una insubordinazione ostinata.

Aveva fatto perciò violenza contro la cultura giudaica, favorito dal clero che seguiva le sue disposizioni  e che già era ellenizzato.

L’ostinata lotta e la ribellione conseguente del 168  avevano dimostrato l’animus giudaico e la sua volontà di separazione: il libro di Daniele ne è una prova in quanto l’autore invita a resistere e a rimanere saldo nella coscienza della PRESENZA di Dio e nella certezza della vittoria.

In effetti però il fariseismo, cioè la separazione di religione e politica, è una coscienza tradizionale giudaica che si disinteressa della vita politica e che vive solo di spiritualità.

La rottura di tale tradizione avviene nel mondo giudaico solo in casi di esasperazione: infatti la mistione di sacerdozio e di potere politico degli asmonei, la perdita di autonomia ad opera dei romani, l’investitura del perfido civis  idumeo Giulio  Erode e dei suoi figli erodiani, filoromani  determinano un movimento nazionalistico che inizialmente è popolare e che solo più tardi ingloba il fariseismo, nelle sue varie anime, compresa quella essenica.

Il movimento nazionalistico comunque ha come guida il fariseismo solo a seguito dell’inasprimento del dominio romano e del processo di ellenizzazione romano ellenistica, avvenuto in epoca augustea, nel corso del Regno di Erode, specie negli ultimi anni.

Il fariseismo altrimenti tendeva ad una sua interiorità e quindi non si lasciava compromettere da ogni forma politica: la punta avanzata di tale schieramento, quella essenica, ancora più tardi, forse nel periodo di Jehoshua Barnasha, si compromette con il nazionalismo giudaico popolare, diventando la voce della ribellione stessa in nome di Dio…

Filone e La Regola dell’Assemblea

 

Per un migliore confronto tra la cultura medica ebraica e la cultura essenica,

leggiamo, dunque la Regola dell’Assemblea, tratta da L. Moraldi , I manoscritti di Qumran, ibidem:

  1. E’ questa la regola per tutta l’assemblea di Israel, alla fine dei giorni, quando si uniranno alla comunità per camminare 2.in conformità al giudizio dei figli di Sadoc, i sacerdoti, e degli uomini del loro patto che hanno rifiutato di camminare  sulla via 3. del popolo: sono questi gli uomini  del suo consiglio i quali hanno custodito il suo patto in mezzo all’ empietà per espiare la terra.

4.Allorchè giungeranno, raduneranno tutti gli arrivati dai bambini alle donne e leggeranno alle loro orecchie 5. tutti gli statuti del patto e li istruiranno in tutte le loro disposizioni affinché non sbaglino, commettendo inavvertenze.

6.E questa è pure la regola per tutte le milizie dell’assemblea per ognuno che è nato in Israele.

Fin dalla giovinezza 7. lo si istruirà sul libro della meditazione e , secondo la su età, lo ammaestreranno sugli statuti del patto, ed egli  8.riceverà la sua educazione nelle loro disposizioni per dieci anni, dall’ingresso nelle categoria dei ragazzi.

All’età di 20 anni passerà 9. tra gli arruolati, entrando, in base, alla sorte, in mezzo alla sua famiglia, in comunione con l’ assemblea santa e non si accosterà 10.ad una donna per conoscerla, per giacere da maschio, se non quando egli avrà compiuto i 20 anni, allorché conoscerà il bene 11. e il male.

Allora lei sarà accettata per testimoniare su di lui le ordinanze della legge  e per partecipare all’udienza delle decisioni 12. con pieno diritto.

All’età di 25 anni entrerà a partecipare alle strutture fondamentali dell’assemblea13. santa, per compiere il servizio dell’assemblea.

All’età di 30 anni potrà essere promosso ad arbitrare una lite 14. e un giudizio, a prendere posto a capo delle migliaia di Israele, tra i comandanti delle centurie e ai comandanti delle cinquantine,15. tra i comandanti delle decurie, tra i giudici e i funzionari secondo le tribù e in tutte le loro famiglie, in obbedienza ai figli 16. di Aronne, i sacerdoti, e a tutti i capi famiglia dell’assemblea che la sorte ha designato a partecipare 17. ai servizi ed entrare davanti all’assemblea. E secondo la sua istruzione, congiunta alla perfezione della sua vita, rinsaldi i suoi fianchi per il posto (assegnatogli) nell’esercizio.

  1. del servizio, della sua opera in mezzo ai suoi fratelli. Sia molto o poco ciò per cui è al di sopra di quello, ognuno onorerà il suo prossimo.19 Con l’aumentare degli anni di ognuno il compito in servizio dell’assemblea gli sarà affidato proporzionalmente alle sue forze.

Ma nessun uomo poco dotato 20. entrerà nel sorteggio per accedere a un posto sopra l’assemblea di Israele per  emettere una sentenza o per assumere una carica dell’assemblea 21.o per accedere ad un posto nella guerra  destinata ad abbattere le nazioni. La sua famiglia lo iscriverà soltanto nell’elenco della milizia e farà il suo servizio da operaio secondo il mestiere.

I figli di Levi staranno ciascuno al suo posto, 23. agli ordini dei figli di Aronne, per fare  entrare  e far uscire tutta l’assemblea, ognuno al suo posto, sotto il comando dei capi 24. famiglia dell’assemblea-capi , giudici e funzionari secondo il numero di tutte le milizie -al comando dei figli di Sadoc, i sacerdoti, 25. e di tutti  i capi famiglia dell’assemblea.

E quando vi sarà la convocazione di tutta la congregazione per un giudizio o 26. per un consiglio della comunità o per una convocazione militare, li santificheranno per tre giorni, affinché ognuno che viene sia sia preparato per la data fissata.

Questi sono gli uomini da chiamare al consiglio della comunità, a partire dall’età di 20 anni…: tutti  28. i sapienti dell ‘assemblea, gli intelligenti e gli istruiti , quelli la cui vita è perfetta, e gli uomini coraggiosi unitamente 29. ai capi tribù a tutti i loro giudici ai funzionari ai capi delle migliaia e ai capi delle centurie II,1 delle cinquantine e delle decurie  e ai Leviti, ognuno nella sua divisione di  servizio. Questi 2. sono i notabili chiamati al convegno, coloro che sono convocati al consiglio della comunità, in  Israele3.alla presenza dei figli di Sadoc,i sacerdoti. Chiunque sia colpito da una qualche impurità 4. umana, non entrerà nella congregazione di Dio.

Chiunque è colpito da queste sicché non possa tenere un 5.posto nell’assemblea e chiunque è colpito nella sua carne, paralizzato ai piedi o 6. alle mani  zoppo o cieco o sordo o muto , colui che è colpito nella sua carne da una tara  7. visibile agli occhi un uomo vecchio, vacillante, da non poter reggere in mezzo all’assemblea, 8.costoro non entreranno a partecipare in seno all’assemblea dei notabili, giacché angeli 9. santi sono nella loro assemblea .Se qualcuno di costoro ha qualcosa da dire al consiglio di santità, 10. lo interrogheranno;ma questa persona non entrerà in seno all’assemblea, poiché è colpita.11. Questa sarà la seduta dei notabili, chiamati al convegno per il consiglio della comunità, quando Dio avrà fatto nascere 12. il messia in mezzo a loro. Entrerà il sacerdote a capo di tutta l’assemblea di Israele e poi tutti 13. i suoi fratelli, i figli di Aronne,, i sacerdoti i chiamati a convegno, i notabili, e siederanno 14.,davanti a lui, ognuno secondo la sua dignità.

Dopo entrerà il Messia di Israele e davanti a lui siederanno i capi15. delle tribù di Israele, ognuno secondo la sua dignità, in base al suo posto nei loro accampamenti e secondo le loro disposizioni di marcia.Tutti 16.  i capi famiglia dell’assemblea, con i sapienti dell’assemblea santa, siederanno davanti ad essi, ognuno secondo 17. la sua dignità.

E quando si raduneranno alla mensa comune oppure a bere il vino dolce, allorché la mensa comune sarà pronta 18. e il vino dolce da bere sarà versato, nessuno stenda la sua mano sulla primizia 19. del pane e del vino prima del sacerdote, giacché egli benedirà la primizia del pane 20. e del vino dolce e stenderà per primo la sua mano sul pane.

Dopo, il messia di Israele stenderà le sue mani 21. sul pane e poi benediranno tutti quelli dell’assemblea della comunità, ognuno secondo la sua dignità. in conformità di questo statuto  si comporteranno 22. in ogni refezione, allorché converranno insieme almeno dieci uomini.

Dalla lettura , al di là dei problemi esegetici e  storici, sembra possibile rilevare che l’assemblea  (’edah) è una comunità essena di “puri”,organizzati anche militarmente , che “camminano” secondo il patto e combattono contro chi si è allontanato dal patto, nella certezza del ritorno di Israel, come inizio della fine dello stato pervertito presente, dominato dai falsi sacerdoti e dalla cultura ellenistica, esprimenti il regno del male , le tenebre, Belial.

I giusti sono convinti di essere nel tempo apocalittico e  quindi escatologico.

E in secondo luogo è rilevabile la presenza di due guide , due unti che realizzeranno, con l’aiuto di Dio, il trionfo del bene , della giustizia e della legge del nuovo patto : la regolamentazione è funzionale a tale ritorno di Israele e propedeutica alla lotta vittoriosa sotto la guida degli unti del signore.

I giudici  come capi  e la giustizia, come virtù essenziale  al pari di prudenza, temperanza e fortezza, hanno un grande rilievo nel quadro del reclutamento e dell’organizzazione essenico-qumranico.

La “regola”  è soprattutto ricerca di giustizia, che è la virtù di tutta la comunità che “cammina in conformità al giudizio dei figli di Sadoc “, che “ha custodito il suo patto in mezzo all’empietà per espiare la terra”.

Ed essa è connessa con La regola della Comunità(Cfr, L. Moraldi, op. cit. ), dove sembra che il Maskil ( il saggio)  istruisca i “santi” a vivere  secondo le regole  comunitarie :

 “a cercare Dio con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima e a fare ciò che è bene e retto dinanzi a  lui 3. come ha ordinato per mezzo di Mosé  e per mezzo di tutti i suoi servi e profeti; affinché amino 4. quanto egli ha scelto ed odino quanto egli ha respinto, affinché si tengano lungi da ogni male  5. e si applichino a tutte le opere buone, affinché pratichino 6. sulla terra la verità,  la giustizia   e il diritto; affinché non vivano nella ostinazione del loro cuore colpevole e degli occhi adulteri 7. commettendo ogni male; affinché introducano nel patto di grazia tutti coloro che sono volenterosi nell’adempimento degli statuti divini;8. affinché si uniscano nel consiglio di Dio e camminino davanti a lui nella perfezione di tutte 9. le cose  rivelate  nei tempi stabiliti delle testimonianze per loro; affinché amino tutti i figli della luce, 10. ognuno secondo il posto che ha nel consiglio di Dio e odino tutti i figli delle tenebre , secondo la colpevolezza, che ha 11. di fronte alla vendetta di Dio…”

Da queste regole  deriva un’organizzazione da una parte militare e da un’altra religiosa e cultuale che divide i buoni dai cattivi , i destinati alla vittoria e al regno  e i sicuri vinti, capaci, comunque,  di trionfare solo a causa delle tenebre .

In questo senso il monito del Documento di Damasco(cfr L. Moraldi,op.cit,)  suona già condanna a morte per gli esclusi  e trionfo per i giusti :  “ a tutti  voi che conoscete la giustizia e comprendete le opere di Dio. poiché egli nascose il suo volto ad Israele e al suo santuario e  consegnò alla spada “ gli  infedeli, che deviarono “dai sentieri della giustizia”.

Arta, zaratustriana ed achemenide , è dunque anche la base in Israele di ogni educazione e formazione  specie per gli Esseni, uomini che attivamente praticano la virtù e per i Terapeuti, santi che interpretano la torah e che fanno vita contemplativa

Filone in tutta la sua opera parla della giustizia, come di un cammino  da percorrere , disagevole e dirupato , opposto alla via maestra delle strade romane e persiane, comode e larghe carrozzabili,  che è la via del ben dire e del ben  fare, in una fusione di teoria e pratica ( di Halakah e  Haggadah).

Nel presente trattato, parlando del “giudicare o per lezione o per sorte”, parla espressamente del giudice  e marca il termine giustizia, giudicare, giudicato, recuperando anche le altre tre virtù cardinali, prudenza fortezza e temperanza. sempre considerate unitariamente come cardini nell’educazione giudaica.

Il giudeo, come il persiano, educato alla giustizia solo dopo il trentesimo anno è giudice  e quindi ha capacità di valutazione tali che gli permettono di emettere una sentenza giusta, senza lasciarsi prendere emotivamente da chi parla sulla base del vedere e del sentire , a non lasciarsi corrompere da doni.

Infatti il giudice sa ( Deuteronomio,16.18-20) che “i doni accecano gli occhi, ostacolano la giustizia , costringono la mente ad allontanarsi dalla retta via” ed inoltre una volta divenuto corruttibile si abitua all’avidità, che fa commettere ingiustizia e fa condannare chi avrebbe dovuto avere giustizia.

Filone mostra sulla base della legge di Mosè che la causa principale di peccato è l’abitudine alla bugia.

Qui l’autore si diffonde a trattare dell’educazione sbagliata ad opera di donne prima e poi di servi ed infine a anche di liberi che permettono la bugia e la fanno radicare nell’animo

Filone  parla poi della necessità di un decondizionamento, tramite la pratica della verità , congiunta con la manifestazione, facendo l’esempio delle immagini nei discorsi: il dire il vero non ha significato se non è manifesto, se non c’è la cassa di risonanza contestuale, senza il clima di giustizia. che assicura la manifestazione.

E su questa base dà un terzo precetto : “che il giudice esamini le cause  delle parti:… e guardi non  le persone che sono giudicate  ma la pura e nuda natura della causa.. pensando che il giudizio è cosa di Dio, di cui il giudice è ministro e procuratore”.

Alla base c’ è la coscienza della funzione del giudice che deve pensare “di essere giudicato non meno di giudicare  “ e che perciò deve essere fornito di “prudenza per non essere ingannato”, di ” giustizia per dare a ciascuno il suo” e di “ fortezza per non essere piegato dalla preghiera e dalla pietà tanto da infierire sulle bande di delinquenti”

 

Filone ellenista e la giustizia

L’impostazione filoniana risente anche della tradizione della cultura giuridica greca, che si era sviluppata da Lisia  fino al diritto lagide (Cfr. Lisia): egli è un ellenista che accoglie della tradizione aramaica solo lo spirito, non la lettera che invece è interpretata allegoricamente sulla base di una traduzione greca, quella della Bibbia dei Settanta, che già di per se stessa in quanto non aramaica, è già eretica.

Filone perciò da una parte innova in quanto è eretico rispetto alla cultura della giustizia giudaica aramaica, ma dall’altra  è conforme alle prescrizioni della interpretazione ellenistica  giudaica della legge adattata secondo il nomos platonica ed originalmente impostata secondo la philantropia  (tzedaqah ) con applicazioni commerciali e bancarie.

La sua visione della giustizia è propria di un methorios, di uno che è al confine tra tradizione giudaica palestinese ed innovazione culturale ellenistica, di un progrediente verso forme ascetiche e mistiche che ha come modello Giacobbe/Irael, l’ebreo destinato a vedere Dio, ad essere terapeuta (cfr Vita Contemplativa, inizio).

Filone esprime, comunque, la giustizia come forma di Dio e  potenza della sua stessa volontà, di cui l’uomo è solo servo, secondo la lettura allegorica farisaica.

Da qui lo zelo di servire Dio come trionfo del suo nome, cui necessariamente segue l’amore verso  il prossimoal di là dell’amicizia e  famigliarità,cittadinanza  ed estraneità; da qui il giudizio conforme a verità.

D’altra parte il giudice non deve essere preso da commiserazione verso il povero perché egli svolge un servizio di giustizia: in altra sede devono essere la misericordia e la commiserazione per il debole, per il povero, per il bimbo, per la vedova: in sede di giudizio deve esserci solo la giustizia.

La legge è chiara e Mosè ha trattato in molti punti della necessità di proteggere gli elementi poveri ed indifesi, ma ha distaccato la pietà dalla giustizia, separando i giusti dagli iniqui.

In Legatio ad Gaium ci sono due passi in cui Filone parla della giustizia  romana, facendo solo la comparazione con quella giudaica e dando il suo personale giudizio. Nel primo dice espressamente parlando di Avillio Flacco, governatore tiberiano, valutato positivamente per  un quinquennio e negativamente nell’ultimo anno sotto Gaio a causa della precarietà della sua stessa vita , nel mutato panorama politico posttiberiano:”dopo pochi giorni emanò un editto, in cui ci chiamò inquilini e stranieri, senza darci la possibilità di intentare causa, ma condannandoci senza essere giudicati. Che cosa ci poteva essere di più tirannico di questo? lui in persona si arrogava la parte di delatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore di pena”.

Egli condanna l’auctoritas del giudice che tirannicamente  fonde tutte le  funzioni e ne invalida il giudizio, anche se rileva la straordinarietà del fatto perché in precedenza si rendeva vera giustizia “dandosi giudici equi, udite ed esaminate le parti, emettevano sentenza, senza che nessuno rimanesse ingiudicato e pronunciavano parere  né a favore né contro, ma secondo giustizia.”

Su Gaio Caligola invece nel secondo passo Filone dà un giudizio più severo: l’imperatore   viene visto come giudice, già intenzionato a condannare Flacco, che giudica per non sembrare che volesse emettere contro di lui una sentenza capitale per odio privato prima del giudizio, senza attendere né accusa né difesa.

Egli mostra la falsità del giudice e la ferocia del tiranno.

Vengono visti  gli accusatori di Flacco, come sottoposti, che  intentano un processo al loro superiore “un padrone  non può essere citato in giudizio da schiavi, nati in casa o comprati”

Filone qui condanna la politica stessa di Caligola che  proprio nel 38 a.c. favorisce la delazione dei servi a scapito delle classi egemoni senatorie ed equestri: egli coglie la volontà dell’imperatore di distruggere il senato e gli equites in quanto classi che hanno fatto condannare la sua famiglia e determinato la morte di sua madre Agrippina, dei suoi fratelli Nerone e Druso.

Per lui il giovane imperatore sovverte l’ordine divino delle classi sociali e favorendo i liberti diventa sovrano assoluto, in quanto non più controllato dall’auctoritas senatoria: è questo per lui già un atto contro la legge divina, anche se riconosce che il sovrano è nomos empsuchos .

Perciò il suo esame  tende a rilevare  la venale dimenticanza dei giudici, che  ascrivono  la lite perduta alla parte che avrebbe dovuto vincere. “Presa la ricompensa oltre l’ onorario, faceva risultare vincitore chi invece era perdente per diritto”.

In uno stato di non diritto, la mancanza di giustizia diventa emblema di assolutismo e Gaio Caligola simbolo di pazzia Moria/insania.

Caligola viene visto come giudice contro il popolo giudaico, accusato di empietà e di lesa maestà divina : Filone mostra il tiranno che giudica, non un giudice, facendo di lui l’exemplum di ogni ingiustizia

Il senso di Giustizia di Filone è quello della Bibbia e dei Vangeli: infatti c’è una profonda connessione tra il pensiero dell’alessandrino e il Vecchio testamento, ( cfr, Es.34,7;Num, 14,18;Eccl. 7,2o;Ne.1,3) anche se è sotteso qualche elemento della filosofia greca, specie platonica .

Egli ha chiaro il compito di giudice ben espresso in Legatio ad Gaium  350 . Compiti infatti del giudice  sarebbero stati questi: sedere con i consiglieri scelti secondo nascita, esaminare la causa rimasta inattesa  per 400 anni  ed ora per la prima volta  rimessa in discussione  contro diecine di migliaia di giudei  alessanderini,  disporre dall’una e dall’altra parte  i litiganti  con i loro sostenitori, ascoltare a vicenda  le parti a seconda della misurazione della clessidra,  chiamare a consulta i consiglieri, proferire quanto bisognava  palesemente con una sentenza  la più giusta possibile.

Il giudizio sui giudei alessandrini, però, non è una causa, ma una farsa e uno spettacolo  e non c’è tribunale, ma lo spettro di un  carcere. Infatti Caligola  accetta di riceverli  non in una sede ma mentre cammina  facendo una passeggiata in visita alle case di Mecenate e di Lamia, per un sopralluogo  circa la loro abitabilità e la loro possibilità di residenza urbana regale.

Non c’è l’ufficialità di un processo ma solo una peripatetica  discussione sui costumi giudaici, sulla loro astensione dalla carne di maiale e sulla loro opposizione alla divinità di Gaio .

Non c’è in Gaio neppure acrimonia né ostilità, ma solo commiserazione per un popolo attardato culturalmente che crede utopicamente: sono solo dei disgraziati  ….

Il suo giudizio non è una condanna, definitiva : l’amicizia per Agrippa che probabilmente ha ottenuto il permesso  di farli ricevere, seppure malato,  ha fatto dire solo parole ed  ha impedito la morte di tutta la legazione.

Caligola è convinto che senza imperium senza l’auctoritas/ exousia di un imperator/autocrator, di un solo monarca  non ci può essere giustizia  nell’oikoumene e che il mondo senza la sovranità imperiale cadrebbe nel caos  a cominciare  da Roma e dall’ Italia  perché mancherebbe la giustizia, cioè il Theos nomos empsuchos.

Caligola ha un visione cosmopolita in quanto è sovrano di molte genti,  eguali davanti al suo potere giuridico, previa integrazione nella paideia greca e nella cultura  della tradizione quiritaria!.

Filone, invece, conformato secondo i prostagmata lagidi e poi cesariani ed augustei ha una visione privilegiata del giudeo ellenista, protos in Alessandria e nel mondo romano: da ebreo, figlio ed erede del Padre  non comprende l di  trovarsi di fronte un Theos,  un innovatore rivoluzionario,  che ha già reso,   a Roma,  mediante l’obbligo della salutatio matutina,  sudditi senatori ed equites!

C’è in Caligola la volontà di essere unico sovrano del gregge umano!

Solo chi è al di sopra delle parti è in grado di assicurare  la giustizia  in quanto  sa subordinare il bene privato al bene comune:  è lui stesso il garante dello stato e stato stesso!

E’ legge vivente/ Nomos empsuchos  Caligola come già Cesare! Germanico, più di Augusto e  Tiberio,  vuole l’unione tra popolo e imperatore, tra militari ed imperatore  e cerca di rinsaldare il rapporto nel corso della sua breve vita!

Il figlio sempre più e con ogni mezzo- anche con  la celebrazione dell’epiphania divina, durata un anno- stringe  i legami con i populares :  è rappresentato teatralmente il  suo sentimento di giustizia  nonostante la sua fierezza aristocratica  e la  sua coscienza che la natura fa nascere uno servo ed uno comandante.

Caligola ha chiara  la  sorte umana  come status di tutti  nati per servire e di uno per comandare, in una precisa  definizione della paritarietà tra i sudditi e della distinzione netta tra governati e l’imperatore: Uno è il capo: gli altri, tutti eguali, sono gregge!

Per Caligola le masse avevano diritto paritario alla giustizia rispetto alle altre classi , ridotte alla stessa  condizione in quanti soggette allo stesso modo  e allo stesso sovrano: la giustizia uguale per tutti al di là della stirpe e del censo.

Solo con la stabilizzazione della divinità imperiale si ottiene  la iustitia  per i sudditi, i  cui diritti vengono calpestati in provincia  dai proconsoli  e dai pubblicani e in Roma dai  patres senatorii che si congiungono con gli equites e privano il popolo delle forme sociali e le corrompono attraverso le competizioni elettorali,  pilotate.

Caligola, dunque, riprende con il suo stato assolutistico il disegno cesariano connesso  in un certo senso con il sistema graccano…

In questo modo livella le classi sociali  abolendole e non  solo sostiene lo sviluppo dell’impero   e ripristina le prerogative tribunizie ma anche estende il diritto  di cittadinanza, tutela le assegnazioni  di terre le distribuzioni di grano,  lo stesso ius provocationis  il valore delle assemblee e la loro promulgazione di legge  e la applicazione locale.

Col dare giustizia il monarca  con  la sua divina supremazia  avrebbe conciliato le necessitates della plebe urbana e di quelle provinciali  e soddisfatto il loro bisogno di pax interna,  favorendo il commercio  tra le singole parti imperiali, Occidente ed Oriente,  senza l’alterigia nobiliare e  senza la tracotanza finanziaria dell’economia equestre: Caligola  persegue questo programma dopo l’ektheosis,  conscio che la sovranità imperiale divina è al di sopra della stessa sovranità popolare (cfr. De Iosepho).

Attua questo con uno studiato piano   con logica implacabile, direi con virtuosismo di un giurista,  proprio di una mente sublime e lo  porta alle estreme conseguenze  per avere in mano la  legge  e il popolo.

Dunque, Caligola  inventa l’assolutismo nella sua reale applicazione senza la falsità della auctoritas augusta, andando oltre  la funzione legalistico-amministrativa della basileia ellenistica !?

I suoi molti imitatori  Domiziano, Commodo, Caracalla, Alessandro  Severo non capiscono  l’aristocrazia caligoliana e  la sua democratica visione storica e tanto meno  intendono la sua infinita tensione al Divino  con la monarchia divinizzata come base  del potere!.

Le sue vittorie parthiche o germaniche (da cui sarebbe venuto il benessere generale) – col voto  senza appello  plebiscitario e con la forza degli eserciti- avrebbero  concesso  non solo consensi unanimi ma anche  sarebbero state fonte di  denaro  necessario per la integrazione dei popoli per altre campagne militari e per le riforme democratiche  e contemporaneamente avrebbero salvaguardato la disciplina romana e formato un’altra cultura  cattolica, universalistica, fusa con la cultura ellenistica.

Al di là comunque dei fatti avvenuti nel periodo di Caligola la giustizia  è romana, vista anche da Filone, dopo la morte del  tiranno e  il suo regolare ripristino con Claudio- che ristabilisce il  tradizionale kosmos, l’ordine con il riconoscimento dei diritti degli ebrei di Alessandria e di tutto l’ecumene  sulla base dei precedenti atti giudiziari sia romani che lagidi-.   

Da quanto  risulta dalle comparazioni fatte, però,  sembra  che   esiste  una profonda identità tra formulazioni filoniane e quelle neotestamentarie (Mt. 6.12; Lc, 17,3.10; Rom. 7, 1 sgg; Gal. 3, 22 Ef. 2,3 ecc.).

In conclusione, la giustizia è virtù fondamentale per il giudeo e per Gesù  stesso, giudeo,  che  la esprime come bisogno fisico nelle Beatitudini (Mt 5,6):”Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”, come nutrimento essenziale della vita umana.

Filone  è desideroso di evidenziare la superiorità degli eletti ed è cosciente che il sapiente vive in una dimensione superiore, quella della morale, che diventa il limite o meglio è segno di  elezione: i giusti e gli ingiusti non possono essere confusi.

Il giusto non giudica, ma non deve essere accusato: Dio è il suo patronus; il regno della giustizia è già un segno della sua predilezione e della sua presenza.

In molte altre opere  ( De Josepho, De  migratione, De vita Moesis ecc) Filone dimostra come la vita giudaica si realizza solo seguendo la giustizia e come Abramo, Giacobbe e Giuseppe  abbiano segnato le tappe di un cammino di giustizia, che è in effetti quello della santità giudaica, come realizzazione conforme dei precetti della Legge, come moralis come  euergesia, come Haggadah.