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Ora… fiduciosi, bisogna sperare.

Professore, ora…  fiduciosi, bisogna sperare! E lei, …che non è credente, è fiducioso!. Cosa sperare se c’è una  pandemia in atto  in continua  mutazione? Avere Mario Draghi  come presidente del consiglio, con una dictatura a termine, risolve il problema italiano, europeo, mondiale, in una situazione pandemica, incontrollabile per le varianti inglesi, sudafricane e brasiliane, essendo, ormai, naufragato il sistema economico finanziario e quello repubblicano democratico occidentale elitario bianco cristiano-giudaico? Noi italiani, anche se europei ed occidentali americanizzati, cosa possiamo sperare, essendo giunti  sull’orlo del baratro, ritornati all’epoca del subito secondo dopoguerra? Noi ancora bambini, non ancora uomini adulti, non certamente  razionali, non ancora  scientifici ed aconfessionali, ancora, comunque, christhianoi sudditi  fedeli di una ecclesia vaticana – un’auctoritas indebita, antirisorgimentale  re-istituita dal fascismo, dopo la breccia di  Porta Pia e la fine del Patrimonium  Sancti Petri et Pauli, illegittimo,  nel 1929 – nemmeno coscienti di un liberalismo laico, cosa possiamo sperare senza neanche  una matura coscienza di sé, pur avendo compreso,  con la pandemia virale, che il bene altrui è ora il nostro stesso bene!

E’ un dato importante, Marco,  l’aver compreso che  apparteniamo all‘humanitas e  siamo naturali !  E’ sottesa la fratellanza universale : viene rovesciata l’idea di superiorità di un uomo su un altro e viene evidenziata la natura comune umana, senza possibilità alcuna di  precedenza, di priorità, di arbitraria prevalenza, al di là delle distanze spaziali  e di ogni prossimità!  E’ saggezza conoscere esattamente quel che si sa, come anche  riconoscere perfettamente quel che non si conosce! E’ da adulto pazientare ed attendere!

Comunque, ora  ci  vuole una metamorphosis, Marco, –   con paliggenesis,  a seguito di peripeteia universale e di aprosdoketon, senza  timore di Dio –  un rovesciamento epocale, un cambio di forma  in cui s’inizia  ad operare  funzionalmente e si finisce di parlare, dopo un esatto  rilievo, storicamente  accertato, del fallimento delle democrazie occidentali, necessariamente  assistenziali,  liberali,  sfruttatrici  delle  materie prime universali  a seguito delle vittorie militaristiche ottocentesche, specie novecentesche,  dominanti su un mondo  ritenuto inferiore, vulgaris,  secondo il colonialismo, derivato  dall’ideologia greco-romano ellenistica imperialistica cristiana. cfr. Un Dio tragico:  peripeteia  e  aprosdoketon in Historia;  Retorica e cristianesimo in  www.angelofilipponi.com

Lei, professore,  quindi, propende  e sostiene una metamorfosi con  totale rinnovamento strutturale, in senso laico, togliendo ai termini ogni valenza religiosa! Per lei necessita  la costituzione di un rinnovato organismo statale, istituzionale, in cui ogni  individuo, entro i suoi limiti, liberamente, coopera in relazione alla direzione  ministeriale  guidata da  menti predisposte alla formazione di un organico sistema  in cui ogni struttura ha una sua funzionale efficienza  al fine del benessere comune,  grazie al funzionamento generale organico e alla diretta responsabilità dei capi,  in un dato ambiente e in specifiche situazioni!.

Marco, per la funzionalità di un  Kosmos in Natura e in Historia  esiste un ordinato sistema, in cui ogni singola struttura funzionale  ha propri connaturati compiti  al fine  del corpus unitario, come nel vecchio apologo di Menenio Agrippa: non solo gli uomini ma anche animali, vegetali e cose hanno una funzione insita,  tale che è buona  per il bene di  tutti  universalmente,  e per l’area terrestre  e perfino per  quella solare galattica e perfino extragalattica!.

In ogni sistema le strutture singole sono parti funzionali di esso e hanno una loro funzionale efficienza  con i soggetti privati,  che hanno coscienza di essere parte del kosmos  statale, da cui ognuno potrà avere benefici, meritati con la propria adesione spontanea e liberale  di individuo, che agisce  non per sé ma per l’altro, naturalmente, in modo fraterno, senza costrizione e promesse.

Professore, l’uomo è essere vivente consociato, politico, e naturale che  tende al proprio bene, convinto, però, che il bene altrui  è quello suo personale, in reciprocità,   e perciò si adatta  conformemente al funzionamento generale, avendo compreso da tempo la negatività procedurale dell’iter  greco-romano giudaico-cristiano, utilitaristico, che  accelera il  processo di catastrofe sociale, storica  e naturale, proprio perché processo  tipico di un’età  barbarica, selvaggia,  irrazionale, puerile.

Dunque, professore,  lei  ritiene che si possa formare  un essere nuovo, laico,  con strutture  rinnovate  differenti da quelle  precedenti,  cambiando  cultura divenendo altro  vir civilis, un  politikos,  che  vive  razionalmente e naturalmente,  esprimendo la propria autonomia civile, lontano dalla degenere  forma  falsamente democratico- pietistica e   dall’imperialismo dittatoriale, partecipando con la sua presenza attiva al bene comunitario statale.

Marco, ora che la  formale democrazia occidentale  langue tramortita   con la sua stessa economia cristiano- ebraica, (mentre sono alte le quotazioni cinesi  e le revanchisme arabo-islamico, in nome di processi nuovi autonomi, sorti  dopo il disfacimento  della cultura comunistico- sovietica, ben connessi con le proprie  autoctone culture  religiose) l‘aver risposto positivamente, da parte italiana,  all’allarme di un presidente della Repubblica,   impaurito dalla pandemia  e dalla non autorevolezza della classe politica e dalla inquietudine di un popolo improvvisamente  di nuovo decaduto in uno stato di  povertà,  simile a quello post bellico,  di fronte  alla straordinarietà degli eventi  e del tracollo  delle economie nazionali e mondiali,  anche se sembra un miracolo di coesione e di responsabilità  nazionale,   è  solo un auspicio di un iniziale cambiamento  strutturale e sistemico!.

Noi, les italiens, diffamati,  non ben compresi in  un’Europa, che teme le nostre congenite fragilità, potremmo essere, invece, una risorsa  e  un  esempio per il kosmos europeo, se il governo Draghi favorisce la nostra metamorfosi -non siamo mica, per caso, eredi  della cultura romano ellenistica  mediterranea -!

Professore, una  sostanziale trasformazione,  con un rinnovamento strutturale,  non avviene  in così breve tempo perché   il fenomeno di cambio  strutturale  non si  verifica  miracolosamente in natura e in storia, anche se  accelerato da un  evento straordinario-  la peste antonina comportò   all’impero romano  la Constitutio antoniniana di Caracalla (211-217),  per cui tutti furono cives romani in ogni parte dell’impero!- e per noi italiani ed europei  la pandemia  attuale produce  effettiva eguaglianza con pari diritti e con nuovi vincoli di   fratellanza nel mondo.

Professore, per noi italiani, bambini, dunque,  è stato un miracolo l’accettazione supina  di un dictator ad opera di forze politiche  falsamente sinistrorse,  umanitario-socialiste e di forze  destrorso-demagogiche  anche loro  falsamente  fasciste, logoratesi nell’ultimo settantacinquennio  repubblicano di una storia italiana  sui generis – filoamericana,  antisovietica, patrocinata dal Vaticano che con la sua valenza religiosa  catholica universale, ha favorito l’anglosassonizzazione di un  popolo agricolo italiano, pagano-cristiano, semianalfabeta!

Per noi italiani,( uomini senza storia, fiduciosi per decenni nel clero e nella  borghesia congiunta con la nobiltà,  che hanno fatto progressi  da boom industriali, per un quindicennio, dal 1950 al 1965, grazie al lavoro bestiale  dei nostri nonni e padri,  dando l’impressione di poter arrivare ai vertici mondiali, sostenuti da una Democrazia cristiana, filoamericana, liberale, liberista, massonica, apparentemente religiosa  – e di poter procedere  in nome di un europeismo ancora  indefinito,-)  venuto  a mancare il supporto sovietico-comunistico nell’1989,  è  venuto  fuori il vuoto politico con la corruzione dei vertici, e si è dato  il via al craxismo e  al berlusconismo, in un tentativo di trovare una qualche soluzione alternativa al fallimento della  sinistra con una funzione  popolare assistenzialistico-caritativa!: governi senza potere popolare hanno caratterizzato gli ultimi decenni, in un mascheramento ancora ideologico, per un popolo davvero immaturo, incapace di fare storia, non educato dalla Scuola al voto e neanche orientato ad una progressiva crescita autentica !

E’ un miracolo esserci affidati a  Mario Draghi  e messi nelle  mani di un uomo di alto profilo europeo e mondiale:  è una presa di coscienza   miracolosa  della nostra reale situazione, una scoperta  utile alla nostra formazione, quasi una  reale partecipazione al problema,  foriera di una capacità di distinzione  a seguito di lavori analitici  paradigmatici.  Ora,  forse, ci sentiamo  protetti e speriamo di uscire indenni dalla pandemia e, migliorati, dopo un’ equa ripartizione  dei fondi europei – dato il nostro  debito pubblico colossale – assegnati per la nostra  deficitaria economia   da ricostruire  su nuove basi e  con un efficiente sistema sanitario! .

Marco, ora grazie al piano programmatico di Draghi si possono  anche seguire   le tappe  del progetto  e verificare l’andamento generale,  avendo chiari gli obiettivi da perseguire  ed ognuno di noi, elementi popolari-per decenni  assenti politicamente! -può mostrare la propria saggezza individuale  a seconda del proprio piccolo ruolo di cellula, pur sempre significativa, senza interferenze , con  la critica personale,   in relazione alle proprie  competenze, senza la chiacchera opinionistica, per il miglioramento stesso dell’atto pratico ministeriale!

Mario Draghi può segnare  una frattura netta col vecchio sistema politico ed avviare  un altro ciclo,  anche se non può sanare un vecchio sistema incancrenito,  data la burocrazia  ministeriale  ancora borbonica e considerate  le  risorse attuali delle  forze governative, dipendenti   dalle direttive europee, timorose e diffidenti per la conoscenza di mafie laiche e clericali, da sempre dominanti in Italia, congenite.

Ora, in un clima di incertezza   per  la  vittoria sulla pandemia e sulle varianti,  anche se c’è sospensione del Patto di stabilità a fondo Sure da 100 miliardi per combattere gli effetti  pandemici sull’occupazione, nonostante gli  aiuti di Stato al varo del Next Generation UE  di 750 miliardi di risorse, attraverso emissione di titoli del debito pubblico europei, anche se ci sono 1800 miliardi della BCE sotto forma di interventi a sostegno dei debiti sovrani  e i 40 miliardi  della Bei sui prestiti agevolati per le piccole e medie imprese e  i  37 miliardi del  Mes pandemico, pur  tenendo conto del nuovo bilancio pluriennale  2021-2027 di 1000 Miliardi, Mario Draghi  risulta per noi tutti  garante di stabilità del  nostro sistema.

La coscienza comune, nuova,  di essere parte dell’Europa, solidale,  e di fare uno corso comune per uscire e dalla pandemia e dalla crisi economica,  potrebbe  favorire la nascita di una nuova figura di un Europeo, uomo non più bambino  bisognoso di  dictatura né di autoritarismo  paternalistico.  ma  persona matura  libera ed autonomo nel  suo procedere razionale e naturale.

Il discorso programmatico di  Draghi,  professore,  sembra segnare un  vera svolta, in quanto risulta  predisposto un  piano,  metodologicamente progettato,  segnato a tappe,  deciso anche nelle  divisioni parziali temporali, secondo preparati paradigmi operativi concreti,  stabiliti in tempi precisi  con  un terminus a  quo ed un terminus ad quem, come compito assegnato  per ogni ministro, responsabile del settore  nel guidare agli obiettivi prefissati per una migliore realizzazione possibile. Quindi,  lei è fiducioso  e spera,  essendo stata annunciata una nuova ricostruzione?

Certo, Marco,  uno che mostra le operazioni da fare, le riforme in cantiere, le direttive in politica estera, sociale ed ambientale,  è  sicuramente rispettoso della parola  data,  essendo  operativo, e,  comunque vada, è degno di rispetto perché si diversifica dal politico italiano  retorico,  essendo teso  certamente alla soluzione del problema, pur nella difficoltà oggettiva.

Per me,  Draghi è  l’uomo che fa historia  in  situazione, in quanto testis temporum  perché ha segnato i tempi ed  avviato tecnicamente   un progetto innovativo  riformistico – anche se da verificare,  a scadenze temporali  precise!- che,  al di là della realizzazione conforme  totale, -in quanto ogni opera umana  ha limiti-   prevede, comunque,  anche  possibilità di sviluppo successivi  ed  ulteriori miglioramenti attuativi, in relazione all’ evolversi delle  situazioni,  nella coscienza  personale di aver orientato,  dando  un segnale di un nuovo corso per le future generazioni.

 

 

 

Ultima forsan!

 

Ultima  forsan!

 

Professore, Ultima forsan,  è iscrizione, posta su meridiane ed  orologi di torri, che avverte il passeggero a considerare che questa potrebbe essere la sua ultima ora!

Certo !amico. E’ l’ultimo avvertimento per noi tutti, cittadini, apolitici, – storditi dalla propaganda demagogica di parolai tautologici, venditori di fumo,  aprattici –  non educati al voto, perché per decenni, tenuti sotto controllo da  formatori occulti, in quanto considerati massa di bambini,  decenni, formati con immagini senza referenza,  mal acculturati, neanche giunti alla fase operativo- concreta, perciò,  lontani da quella  operativo -astratta, che porta dall’erudizione alla maturità, cosciente,  essendo mancata col  sessantotto, l‘auctoritas paterna, congiunta col magistero  orientativo scolastico liberale  e statale, nel corso di  una guerra  fredda tra filoamericani e filosovietici!.

Non si tratta, però, dell’ ultima ora, cristiana, di  noi cristiani, ma si tratta  di noi italiani,  di noi europei – che ci siamo propagandati come élite, bianca,  destinata a reggere il mondo,  secondo i parametri classici  della  cultura romano-ellenistica, basata sulla guerra e sulla giustizia dei vincitori,  colonizzatrice, in una comunicazione superomistica, del  primo novecento (cfr. Teoria dell’ élite, in A. Filipponi., L’altra lingua l’ altra storia, Demian 1995) adottata dai  nazifascisti e poi dagli americano-sovietici in nome del progresso, per il dominio del mondo – ed  anche di  tante altre masse agricole africane ed asiatiche,  centro- sud americane, anche loro, bambine, soggette alla religio e a governi autoritari militaristici, domate dalla miseria e dall’ignoranza  e costrette alla sopravvivenza, accanto  a sistemi  lobbistici verticistici progressistici,  elitari di alta tecnologia!

Amico, ora i padroni del mondo sono decaduti  e  non  sono più nemmeno democratici, in apparenza,  con un anno di pandemia   e tutti, europei ed americani, occidentali  siamo arrivati anche  alla massima  critica sofferenza, scoprendoci  poveri,  bambini mal amministrati da politici, educati come sessantottini, acculturati  senza cultura,  livellati con  lauree –  inutili- avidi, demagoghi,  ambiziosi, tesi ai privati interessi e non al bene comune,  tanto da vendersi al migliore offerente, secondo processi economico- finanziari consumistici.

Ora dobbiamo essere uniti e solidali con  Mario Draghi- che potrebbe  essere  l’uomo della  salvezza- chiamato dal Presidente della Repubblica, (dopo due governi di Giuseppe Conte, inadeguato  in questo particolare momento storico, data la straordinarietà  dell’emergenza non solo pandemica), cosciente  che siamo giunti davanti ad un baratro, sull’orlo dell’estrema rovina!

Spes ultima dea!, professore.

Se tutto va bene  e se Mario Draghi  scoglie la  riserva, avendo avuto il consenso dei politici, se  può  prendere  il timone  delle operazioni finanziario- economiche come buon kuberneths e dioikeths, guida  non solo di una nuova forma politica, straordinaria  per l’Italia, ma anche  per l’Europa verso  la salvezza, sperata, con la vittoria prima sulla pandemia virale,  poi sui mercati  mondiali, infine su una societas ricostruita  per una ristrutturazione economica, dopo una vaccinazione sistematica, del tipo israeliano, sicura per tutti, vecchi e giovani, in ogni parte d’Italia.

Noi, europei  meridionali, che  abbiamo- specie  noi italiani,-   l’eredità mediterranea greco -romana ellenistico-bizantina, anche se degeneri,  conosciamo la necessitas  di una dictatura, nella straordinarietà degli eventi, certamente  meglio degli europei settentrionali!

Ora  non è tempo di divisioni: non  si conta per  avere maggioranza, ma ci vorrebbe unanimità  con  coinvolgimento sociale  perché chi è attualmente  politico deve tradurre in atto i sogni dei  propri concittadini,  dare cioè sanità e salvezza  pubblica, società migliore ed economia  con finanza sotto un unico controllo!

Ci vuole, allora,  un professionista non come Monti un tecnico, servile e  collegato con le grandi lobby internazionali, ma un uomo di alto credito e profilo responsabile dell’Azienda Italia, parte della Europa comunitaria.

Ora ogni politico  di qualsiasi partito, data anche la mancanza di una reale fides, deve sentirsi  vincolato dalla solidarietà dell‘italianità,  e resosi  consapevole del  rischio mortale, imminente,  disciplinatamente, ordinatamente ed umilmente  accettare la conduzione di un leader di provata capacità imprenditoriale , pratico, data la sua abilità strutturale e sistemica, avendo gestito l’azienda economico-finanziaria europea e salvato lo  stesso euro,  garantendone l’autonomia!

Dunque, professore,  per lei necessita  un unitario sentimento  nazionale  in un azzeramento di tutte le lotte partitiche,  che hanno minato lo stato italiano, democratico, dal momento stesso della sua  costituzione repubblicana, scritta all’epoca,  solo in senso antifascista, all’uscita dalla guerra.

Amico, bisogna capire che siamo arrivati alla fine di un processo  partitico, degradatosi progressivamente, che non ha mai riguardato il popolo, che neanche sa leggere e  sa votare, pur  se lentamente   acculturatosi, diplomatosi e laureatosi,   non essendo mai stato educato  civilmente ma solo  immesso in  schieramenti politici su base  cattolica e anticattolica, legati a sistemi malavitosi, abituati alla  compravendita del voto di masse, per cui  non è stato mai possibile  mai neanche verificare la legittimità elettorale,  a cominciare da quella  su Monarchia  e  Repubblica.

Ora, dopo il periodo di dittatura di Draghi,  professore, potrà avvenire una metabolh/ un cambio strutturale, con una palingenesi e metanoia, ed  andare a votare  con la speranza che  il popolo, ora sovrano, possa veramente indicare la sua volontà reale di cambiamento  e dare  legittimo mandato ai suo veri rappresentanti, avendo  appreso, con un nuovo sistema  funzionale  scolastico,  l’opportunità popolare del voto, svincolato dalle trombe  mediali,  lontano dalle letture televisive,  inviando come suoi delegati  personaggi locali e provinciali,  scelti  direttamente per la loro professionalità ed integrità morale,  perché garanti del  proprio  stesso  sistema operativo personale. Il popolo italiano, allora,  si è messo,  davvero,  alle spalle i politici democristiani e comunisti,  socialisti  e liberali, il regime craxiano e  lo stesso fiero giudice Di Pietro, Prodi e  Berlusconi, Monti e  Renzi, ed anche  Conte!
Noi italiani con Mario Draghi, autorevole vir civilis, politico capace di salvarci  dal coronavirus,  e dalla crisi  sociale, economico- finanziaria, dobbiamo accettare ed  afferrare questa  ultima zattera, anche se  con l’appoggio  di Grillini, sprovveduti amministratori, elementi   senza mestiere, con  quello di zingarettiani e renziani  opportunisti desultores,  con quello di berlusconiani centristi ,con quello  di ex fascisti,  meloniani,   o di salviniani, squadracce bossiane, riccastri  lombardi demo- cristiani.

Se Draghi  riesce a  dare autonomia all’Italia  nel seno dell’Europa,  nella coscienza storica di essere nazione fondante  evidenziando la dignità politica  nuova del popolo italiano, consapevole che il bene di ognuno è connesso con quello degli altri,  e che la communitas  richiede  una consapevole coscienza di gruppo, noi possiamo essere  paradigmi operativi  per una  nuova Europa  ristrutturata  e ricomposta con altri criteri e altre forme,  in una visione più universalistica.

Professore, ma noi siamo già in un’altra fase,  in un periodo  storico, sperato,! noi, oggi, 4 febbraio, invece, siamo ancora ad un Draghi, neanche voluto  dalla Meloni, rifiutato da Salvini, non accetto ai Grillini, peones allo sbando!

Amico mio,  dobbiamo tutti  confessare  – ognuno per conto proprio-   che il Pd  ha tradito la sua storia  comunistico-  sovietica  agricolo proletaria, e la sua fortuna organizzativa togliattiana partitica in senso  antivittoriniano,  e che  Renzi ed Italia viva  senza la matrice comunista, elettiva, non hanno né legittimità né credibilità alcuna; che i grillini, sono  solo un movimento caotico, nato dal karakiri partitico nazionale postberlusconiano,  guidato da un guitto, -apolitico, degno di comparse teatrali-  che dovrebbero ricordare almeno qualcuna delle  promesse fatte al popolo,  in senso di  discontinuità partitica; che,  infine,  la destra ha una sua unità solo sulla base  demagogica fascista e populista, non avendo neanche una radice socialista vera  come quella di Mussolini direttore dell’ Avanti, irredentista compagno  di battaglie di Cesare Battisti  deputato austriaco, essendo ormai vuota la  retorica  campanilistica  e nazionalistica!.  Ora…dobbiamo sperare!

 

 

FILOPAPPO

 

Marco, sei mai stato ad Atene?

Si. Professore. Tempo fa, sono stato ad Atene  con mia moglie e mi sono fermato una mezza giornata, prima di andare a Creta e  ho visto, l’Odeion e l’ Acropoli, frettolosamente.

Non hai visto la collina di Filopappo, a sud ovest, e quindi non  ti hanno parlato di un civis  filantropo, principe  della  Commagene, divenuto arconte di Atene, nel periodo Antonino?!.

No. Professore!,Mi hanno parlato di un altro cittadino romano,  Erode Attico. Ma, chi è  Filopappo? Come e perché  una collina ateniese si chiama così?

La collina del Mouseion è detta  comunemente di Filopappo dal nome  di un monarca di Commagene,  di un romanizzato  principe, amante di Atene -come poi Erode Attico (101-177 d.C.)  precettore di retorica,  con Frontone, di Marco Aurelio e Lucio Vero il cui vero nome è   Lucio Vibullio Ipparco Tiberio Claudio Attico Erode, Marathoonios/del demo di Maratona, console nel 143 d.C., incaricato di governare l’Attica e  zone ioniche, costruttore, sul pendio meridionale dell’Acropoli, dell’Odeion,  dedicato a sua moglie, morta, Annia Regilla-  cfr. Aulo Gellio, Noctes Acticae,I,1,2; IX. 2,1-7; XIX,12-. Filostrato, Vite dei sofisti, II. 544-572, a cura di  M. Civiletti, Bompiani 2002-.

Anche il nome di Filopappo  è  altisonante – Gaio Giulio Tiberio  Antioco Epifane,  un vir nato nel 65 d.C.  a Samosata,  capitale della Commagene- patria dello scrittore ellenistico Luciano (120 d.C. -180/190),- così chiamato  perché uomo che ama  il nonno,  cioè Antioco IV di Commagene (13-72 d.C.), figlio di Antioco III e di Iotape, discendente di Antioco I Theos (69 a.C- 36 a.C. ) filoromano, filelleno, astrologo – Cfr. Erode Basileus in Giulio Erode, il filelleno opera inedita- .

La collina prende il nome dal Monumento a Filopappo, fatto erigere nel 116, alla sua morte,  dalla sorella  Giulia Balbilla, poetessa ed amica di Vibia Sabina, moglie di Adriano (117-138).

Filopappo,  uomo, di stirpe regia, ha grande fama ad Atene e meriti propri, se la collina  a fianco dell’ Acropoli, porta ancora il suo Nome?

Certo. Marco!  Il padre, Giulio Archelao Antioco Epifane, si sposa  con  Claudia  Capitolina  alessandrina – era stato promesso, comunque,  prima a Drusilla, figlia di Agrippa I  e poi  a Mariamne, altra figlia del re,  sorella di Agrippa II, che, imponendo la clausola, rifiutata, della conversione  al giudaismo ad un  pagano e  non circonciso, rescinde il contratto di matrimonio  tra le due famiglie regali, da tempo amiche! – ed ha  due figli Filopappo e Giulia Balbilla, nata sette anni dopo il fratello, nel 72 d.C.

Il padre di Filopappo  è  il figlio di Antioco IV – uomo con Giulio Erode Agrippa, a Roma,  presso la domus di Antonia Minore ed è con l’amico turannodidaskalos di Gaio Caligola, educato  già ad essere imperator/autokrator divino,  nel periodo caprino, ad essere un Theos  per il popolo romano, come lo era stato Antioco I (69-36 a.C.) , suo antenato, astrologo  e seguace di Zoroastro  ( di cui si vedono le vestigia imponenti sul  Nemrut  Dagi,  con le tre  spianate, disseminate di teste e di divinità  sedute, con l’aquila  e il leone,  simboli astrologici tipici dello zoroastrismo,  con scalinate, che sembrano portare al cielo, considerata anche l’imponenza del monte di oltre 2000 metri!)-.

Bene, professore, il padre è familiaris giulio, come  Giulio Erode Agrippa! E la madre?

E’ una  Claudia, il cui Padre  è Tiberio Balbillo e la madre- una  sconosciuta alessandrina  di stirpe romana, anche lei-  che, dopo un periodo in  Commagene, torna in Alessandria  con la figlia, a seguito di alcuni anni passati a Roma, dove si ricongiunge per breve tempo  col marito.

Come mai questa separazione tra coniugi ?

Marco, sembra che, dopo la morte di Nerone e la fine  della familia imperiale  giulio-claudia, la Commagene come la Iudaea – che già aveva iniziato la sua rivolta in epoca neroniana- e  le regioni vicine all’Eufrate, aramaiche,  abbiano fremiti di indipendenza da Roma in una rivendicazione  della loro comune appartenenza alla  stirpe mesopotamica, – nel  fatale 69, anno dei tre imperatori (Galba, Otone e  Vitellio)- ancora vivi nel triennio 70-73,  in cui si afferma la figura di  Vespasiano  che  è inizialmente titubante nell’accettazione della elezione militare di legati come Tiberio Alessandro e come  Muciano, nonostante le predizioni di Giuseppe Flavio e di Tiberio Balbillo,  ex governatore di Egitto, scienziato ed astronomo figlio di Trasillo,  pur avendo il favore  del team di  Apollonio di Tiana. Cfr. Vespasiano e il regno in www.angelofilipponi.com

Tieni presente, Marco, che la famiglia regale di  Antioco IV, una volta svincolatasi dai giulii e dai claudii, pur portando  impresso nei nomina ufficiali  Giulio e Tiberio, sembra riprendere la logica tradizione  seleucide di Antioco Epifane e di Archelao di Cappadocia,  congiunta a quella arsacide del re dei re  Vologese e, quindi, rientrare nell’orbita dell’ impero parthico.

Da qui i movimenti insurrezionali  contro Roma, noti al governatore di Siria,  che denuncia il re  come  traditore del foedus a  Flavio Vespasiano, che  è ancora ad Alessandria, incerto  se accettare la nomina imperiale, fattagli da Tiberio Alessandro, governatore di Egitto,  essendo ancora aperta la guerra tra i contendenti  Otone e Vitellio, dopo la morte di Galba. Solo dopo la vittoria su  Vitellio di Bedriaco,  Vespasiano, seppure titubante,  invia il  figlio a completare la presa di Gerusalemme e dà l’ordine di distruzione  del Tempio, mentre i suoi legati  sono intenti ad  assediare  le fortezze di Macheronte  e di Masada – che cadono rispettivamente nel 71 ad opera di  di Sesto Cecilio Basso e nel 73 ad opera di Lucio Flavio Silva-.

E’ questo un periodo storicamente difficile da decifrare  specie  per le incertezze  di Vespasiano, fermo ad Alessandria – circondato da uomini di cultura come Apollonio di Tiana e da profeti come Giuseppe Flavio ed astronomi ierofanti come Tiberio Balbillo,  che  lo esortano a prendere il regno, anche se rilevano  limiti  nella sua stessa personalità dimostrati sotto i giulio-claudi-  e per i suoi primi timidi atti di relazioni internazionali col re parthico Vologese, con cui stipula  un trattato di  non interferenza, reciproca.

Sembra che  in questo periodo, anno 72, Antioco IV,  essendo attaccato da  Lucio Perennio Peto, che invade la Commagene,  fugga in Cilicia,  altra parte del suo regno, rimanendo in attesa degli eventi,  lasciando il figlio e il fratello Callinico a difesa del regno.

Il re, ricevute lettere da  Vespasiano e da Volegese,  si affida ai soldati romani e  si rifugia a Roma, scortato da  militari  che lo  accompagnano  dall’imperatore,  che lo accoglie  e gli concede perfino un vitalizio per mantenere il suo alto tenore di vita.

Cosa fanno Callinico e  il padre di  Filopappo?

Sembra, Marco, che i due, dopo aver resistito  alquanto  alle forze romane, si rifugiano da Vologese in Parthia dove sono accolti benevolmente, in quanto il re dei re ha già fatto un trattato  col nuovo imperatore romano,  a cui scrive nobilmente della lealtà dei re di Commagene  nei confronti di Roma.

Allora, Vespasiano  autorizza  il figlio di Antioco IV a vivere in territorio  romano e  a ricongiungersi col padre a Roma, dove giunge  con tutti gli onori,  poco prima della  morte del padre.

Dopo pochi mesi,  Giulio Archelao Antioco Epifane si trasferisce  ad Atene, dove ha  beni e terre e fautori  col figlio Filopappo, mentre la moglie torna ad Alessandria con la figlia, da poco nata, presso il padre Tiberio Balbillo, ex governatore dell’Egitto dal 55 al 59  che, avendo profetizzato il regno a Vespasiano,   era allora stimato  direttore della Biblioteca!  –   c ‘è  una stele con iscrizione  della ristrutturazione da parte di Balbillo  della Biblioteca alessandrina!-

Chi è, professore, Tiberio Balbillo?

Marco tu lo dovresti aver conosciuto  dai mie lavori su Caligola e su Ponzio Pilato e su Claudio, che è  suo amico ed estimatore del padre Trasillo e della madre Aka II, principessa  di Commagene, legata  a Berenice di Salome, madre di Agrippa e ad  Antonia minor!.

Che c’entra  Antonia Minor?

Balbillo è il figlio di Tiberio Trasillo – erudito di Mendes e mago personale di Tiberio, scienziato egizio,  che vive  sotto la protezione dei  Giulii e dei Claudii- che ha  avuto una formazione  a corte  da  Antonia minore, insieme a tanti altri figli di re  asiatici, ostaggi,  col Gaio Cesare Caligola e con Erode Agrippa e  Antioco IV! Claudio,  perciò, lo volle come tribuno  della  XX legione in Britannia, nel corso della conquista dell’isola,  dove si fece onore  tanto da aver le insegne  trionfali, insieme con  Flavio Vespasiano.

Balbillo, ritornato in Alessandria, è sacerdote del tempio di  Hermes,  sumboulos/consigliere del collegio direttivo del Museo e  poi direttore della   Biblioteca, sotto Claudi , che spesso lo chiama a Roma  per consulto  specie  nella congiura di Messalina  e,  poi, nella scelta di  Agrippina minor, come moglie, anche perché aveva previsto una eclisse  per un suo compleanno, nefasto per altri, ma non per lui, imprecisato. Sotto Nerone, nel primo quinquennio, è nominato Governatore di Egitto nel 55-59 d.C.

Balbillo è attivo  ancora ad Alessandria, come epicureo definito il saggio per la sua cultura astronomica  atomistica, legato da amicizia con Eufrate  – cfr. Plinio, Epist. I,10-  insieme agli altri scienziati del Museo,  nei mesi di incertezza circa il regno di Flavio Vespasiano  che parte dalla città egizia, dopo che l’astronomo gli ha  predetto, oltre ad una buona navigazione,  un felice futuro regno a Roma.

Vespasiano fu sempre grato a Balbillo tanto che  decise, alla  sua morte,  che, ad Efeso, si festeggiassero gli agoni balbilliani,  celebrati ancora nei  primi anni del  III secolo!.

Mi sembra di aver capito il valore della  famiglia di Filopappo e dal lato paterno e da quello materno e il suo orgoglio di appartenere  alla dinastia di Antioco I Theos, discendente dai seleucidi. Ma cosa fece il principe di tanto  grande per Atene e per gli  Ateniesi, per meritare un così alto onore, quello  di un Monumento nella collina del Mouseion?

Si sa che Filopappo si riunisce  alla sorella Giulia Balbilla nel 92 d.C. alla morte del Padre, quando lui come cittadino ellenico diventa arconte della città, essendo votato dal demo di  Bessa, come Philopappos Epiphanou  Bhsseus, quando la madre, restata ad Alessandria, si risposa con Marco Giunio Rufo.   Da Elio Sparziano  (Historia Augusta,   Adriano, 11,3) e dalle iscrizioni del monumento si rileva lo status di  monarca  euergeths/ benefattore munifico della città  che, oltre a cariche politiche,  assume anche come poliths , l’incarico oneroso delle  leiturgiai, specie quella dispendiosa della choregia -che comportava esborso di dracme  notevole per la preparazione  del choros e  l’organizzazione delle feste-  e quella della agonothesia , cioè allestimento delle gare  di lotta, di pugilato e pancrazio. Si sa anche  che è civis romanus e come tale  è ricordato come appartenente alla tribù Fabia, vir di rango pretorio, che è amico di Traiano, che  lo fa console nel  109 e gli fa visita prima nel 112 e poi al passaggio per l’impresa parthica.

Filopappo è in relazione stretta con gli intellettuali e scienziati di Alessandria, coi filosofi dell’epoca, specie epicurei, ed è nota  anche a Plutarco la sua azione politica, fino alla sua morte nel 116, quando già le relazioni militari antiparthiche, negative  contraddicono il titolo di Parthicus,  aggiunto  in seguito a quello di Germanicus e Dacicus all’imperatore!.

Già nel 112  in occasione di una visita ad Atene,  di Traiano con la moglie  Plotina, sembra che  la nipote Matidia Salonina  con la figlia Vibia  Sabina, si leghi di amicizia  con sua sorella Giulia Balbilla –Historia Augusta ibidem – che diventa domina, esemplare di perfetta regalità,  alla  giovane moglie di Adriano, cugino dell’imperatore che l’ha sposata, nel 100 circa.

E’ possibile, allora,  professore, quanto dice Historia augusta sulla successione di Adriano, alla morte di Traiano?

Non è sicuro, ma è probabile perché Traiano nella spedizione parthica -sconsigliata da Filopappo, che già  mal aveva  giudicato  l’annessione della stessa Nabatea – si distacca alquanto dal cugino  che, diffidando dell’elemento ebraico, dissente dalla penetrazione  nel territorio paludoso della Mesopotamia inferiore, alla confluenza di Tigri ed Eufrate, ordinata  al legatus  Quieto, dall’imperatore, già malato, lontano  dalle operazioni di guerra, dopo l’assedio di Hatra alla fine del 116!.

Adriano, poi , dovette fare la ritirata,  disastrosa per l’esercito romano e giunse solo nella primavera, a ranghi decimati,  in Antiochia.  Da lì fu chiamato a  Selinunte, in Cilicia – dove  l’imperatore, colpito da un colpo apoplettico  nell’estate dal 117, quando  era già morente ai primi di agosto,  da  Plotina e da Matidia  Salonina, che, accordatesi  sul silenzio  circa la morte di Traiano, e sulla lettera da scrivere al senato, fecero passare  giorni prima di far acclamare il loro beniamino, marito di Vibia Sabina, imperator, dai soldati.

Mi è chiaro  questo anche perché lei ne ha parlato varie volte trattando degli antonini. Professore, il monumento a  Filopappo fu fatto alla sua morte? Io, da turista, non l’ho visto – ci fermammo all’Odeion.!- Me ne può parlare?

Marco,  so  qualcosa  -e – se ricordo bene –  è una struttura di 9,80 mt per 9,30,  su due piani su un base di  3,08,mt.  che conteneva la camera  sepolcrale di Filopappo.

Mi sembra che Il monumento è in marmo  Pentelico  bianco mentre la base è di marmo poroso  con lastre di marmo dell’Imetto:  tu ingegnere ne conosci le differenze! E’ costituito da un piano inferiore in cui è rappresentato Filopappo, console, con cavallo, carro e   littori e da un altro, superiore,   dove ci sono  le statue di Antioco IV, a sinistra,  quella  di Filopappo al centro,- ma doveva esserci  a destra -ora inesistente-  quella-probabile- di Seleuco  Nicatore, seleucide (356-281 a.C.)  da cui si faceva discendere la stirpe dei re di Commagene.

Nella nicchia  a sinistra  si sono ancora segni della iscrizione in greco che celebrano  la carriera di Filopappo greco, archoon, khoregos  agonotheths con patronimico e demotico (Philopappos  Epiphanou Bhsseus ) nell’altra di qulla  latina   in cui era mostrata la tribù Fabia di Gaius Philopappus   vir  di rango pretorio-  arvalisconsul nel 109 sotto l’impero di Traiano   Augustus Germanicus Dacicus.

Pe me Marco questa Iscrizione latina  è importante perché   Filopappo è  un aramaico  con musar/cultura  aramaica, anche se ellenizzato e romanizzato,  contrario alla spedizione di Traiano antiparthica: la sorella anche lei contraria, nonostante  l’amicizia, con la famiglia imperiale, non fa incidere Parthicus nell’anno 119 all’inaugurazione del Monumento!.

La  sorella, che  fa costruire il monumento, è una grande poetessa? Marco, non credo che si possa parlare di grandezza ma di una normale poetessa novella, dell’epoca adrianea,  arcaicizzante, ricercata, raffinata. Di lei ci restano solo 45 versi, in eolico, imitanti Saffo ed Alceo, in  distico elegiaco (esametro e pentametro) incisi sulla caviglia  destra e piede del monolito destro  dei due Colossi detti di Memnone – due statue di pietra raffiguranti  Amenhofis III-cfr. A.e M. Filipponi, La vita di Giuseppe, e.book 2015- seduto  con le mani poggiate sulle ginocchia – custodi di una area sacra  funeraria di 35 ettari, guardanti il Nilo. Quello con iscrizioni  è il  meno rovinato- si diceva che fosse stato Cambise nel 525 a.C, a recare danni,  ma in effetti fu un terremoto, oltre  alle condizioni atmosferiche, ventose, e alle escursioni termiche, micidiali,  proprie della zona di Luxor-   ed è quello “parlante”, presso il quale si recò anche Apollonio di Tiana nel 70, nel suo viaggio in Egitto , quando era  diretto verso l’ Etiopia   (Filostrato, Apollonio di Tiana  cit. )  e  ancora parlante sotto Adriano che vi giunse il 20-21 novembre del 130 e non più “parlante” dal  momento del restauro fatto da Settimio Severo intorno al  200 d.C.  quando si interruppe la  voce di Memnone  eroe omerico, ucciso da Achille, e che, secondo la tradizione,  rivolgeva  i suoi lamenti alla  Madre Aurora, ogni mattino!.

Giulia Balbilla faceva  da guida al corteo di donne e di uomini che seguivano imperatore e l’ imperatrice perché cittadina egizia, alessandrina, che viveva a corte, poetessa  di una certa fama, ma non tale da essere celebrata in De poetis da Svetonio, che già aveva scritto Il De Caesarum Vita ,  dedicato a Septicio  Claro, capo del pretorio  cfr Plinio il giovane,Epist. I,15 –  che nel 122 è accusato di poco rispetto  nei confronti di Vibia Sabina  insieme allo storico –  (Historia  Augusta, Adriano, 11,3, scrive:  Septicio Claro  praefecto praetorii et Svetonio Tranquillo  epistularum magistro  multisque aliis, quod apud Sabinam, uxorem , in usu eius familiarios se tunc egerant, quam reverentia domus  aulicae postulabat, successores dedit/ (Adriano) diede  successori a Setticio Claro, capo del  pretorio e a Svetonio Tranquillo,  segretario  con altri uffici,  perché  si erano comportati troppo familiarmente con Sabina, sua moglie,  più di quanto richiedeva la riverenza dovuta alla casa imperiale.

Professore, insomma Adriano li caccia dalla corte per aver avuto relazioni confidenziali con la moglie!

E’ , Marco ,  una motivazione generica che copre altro, essendo ben noti rapporti  tra Adriano, amante dal 123 di Antinoo  e  prima di altri giovinetti, non di Sabina, che vive, lontano dal marito, anche se onorata in modo eccezionale  e privatamente e pubblicamente,  senza figli, con una  sua corte, parallela  coviaggiante per ogni parte dell’impero: per la  romanitas di epoca antonina, è una normalità che i  coniugi vivano così,  ognuno alla ricerca del  piacere  personale, secondo il sentimento  epicureo  dell‘eudaimonia. 

I due cacciati da corte che fine fanno?

Non si sa esattamente ma da un’iscrizione di Ippona  sembra che  Septicio Claro  finì in Africa,  e forse anche  lo stesso Svetonio,  che perde  un lauto stipendio da  Ducenarius   in quanto  ha la procuratela a studiis (addetto agli archivi), a  bibliothecis/ responsabile delle biblioteche auliche,   e specie  quella  a litteris ( corripondenza segreta  imperiale).

Dunque, professore, ritorniamo a Giulia Balbilla  che non è una grande poetessa ma è una letterata, amica dell’imperatrice, accompagnatrice  nei suoi viaggi – Spagna , Gallia, Grecia, Egitto e Bitinia-! Ha lasciato certamente versi, allora?

Certo! Versi incisi  su pietra,  sulla caviglia e piede del faraone,  letti  catalogati e numerati  come 28, 29, 30, 31 dai fratelli André  ed Etienne Bernard, Les Inscriptions  grecques  et latines du Colosse de Memnon  Parigi  Bibliothèque  d’étude  de l’Institut francais  d’Archeologie orientale,31 diffusion Picard 1969  (Un interessante ed accurato  studio  risulta quello fatto da A.M. Cirio!- Gli epigrammi di Giulia Balbilla, e altri testi al femminile sul Colosso di Memnone,  Lecce 2011-). Mi dice qualcosa  dei versi di Giulia Balbilla?

Sono versi sentimentali che hanno il tema dell’amicizia/ filia epicurea  verso la sua imperatrice,  triste, senza amore, mai libera,  sempre  sotto controllo,  considerata dai sudditi  secondo Historia augusta  morosa et aspera  ( bizzarramente capricciosa e ruvidamente aspra) incattivita  con gli anni perché non soddisfatta  nelle sue aspettative  di adolescente e  donna,  di moglie, nonostante lo sfarzo della corte

Giulia  canta,  celebrando  l’amica come donna semplice, di aspetto bella,  capace di dare gioia,  capovolgendo  il giudizio ufficiale!  

L’ altro tema, quello  della gloria e fama  del Domus augusta, connessa  e congiunta  con la sua famiglia regale,  è espresso nei versi della pars numerata 29 , come elogio a Giulio Antioco IV  e  Tiberio Trasillo, in una dimostrazione  di essere anche lei Filopappo e dal lato materno e da quello paterno!

Professore, le sono grato per aver soddisfatto le mie curiosità!

Marco, sono un amico, che trova piacere a soddisfare i desideri degli amici: anche io sono filantropo ed epicureo!

 

 

 

 

 

La morte di Druso Minore

In memoria di Vittorio Mazzantini, mio cugino, il sindaco di Folignano, un politico liberale /vir civilis, comis/affabile, capace di tradurre in atti concreti i sogni dei suoi concittadini e di avviare un processo di trasformazione culturale del paesano in cittadino, in un tentativo di cambiare la struttura di un paese agricolo in quella di una piccola città. Sit tibi terra levis!

Necessita svelare il concetto greco della cultura – contrapposto a quello romano! – come una nuova e migliorata phusis, senza interno e senza esterno, senza simulazione e convenzione… come unanimità tra vivere e pensare, apparire e volere… Organizzare il caos, ognuno in se stesso, concentrandosi sui suoi bisogni veri, senza dovere imparare, senza dovere ripetere ed imitare per… capire che la cultura può essere altro che decorazione della vita , cioè in fondo, unicamente dissimulazione e velame, poiché ogni ornamento nasconde la cosa ornata!.

F Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, 1973

 

Professore, ora, possiamo riprendere il nostro discorso – stando lei bene ed essendo estate, senza le paure del coronavirus – sulla tragedia di Druso Minore, che già conosco, superficialmente, secondo l’ornamento storico, pur avendo letto Caligola il Sublime e Giudaismo romano I. e II. e. book. A me sembra strano che Tiberio, imitatore di Augusto – stroncatore di congiure, inflessibile punitore di ogni eversore e sobillatore – lasci impunito, per anni, al suo posto di comando Elio Seiano, il capo pretoriano, favorendo nello stesso tempo, perfino, la sua ascesa al vertice dell’impero!? Non le sembra che manchi qualcosa nella tradizione dei testi classici e cristiani, contraddittori, circa la personalità di Tiberio, il cui imperium è segnato dalla figura antiebraica di Elio Seiano, (un minister infidus e perfidus!) e da quella di un Gesù Christos, un uomo-Dio, crocifisso, morto e risorto per la redenzione umana (un galileo, filoparthico aramaico) venuto sulla terra a predicare il Regno dei cieli, nella pienezza del tempo?.

Certo. Marco! sembra strano! Tiberio dux prudens e cunctator, che autorizza tanto potere, quando ha ancora il figlio e tanti giulii, già maturi per la successione, e che insista su Seiano, anche dopo la morte del figlio, nonostante le dicerie/rumores popolari! Seiano doveva avere qualche particolare virtù, a noi non nota o sottovalutata dagli storici, o avere un piano strategico, non sgradito all’imperatore, conforme, comunque, al suo!

Nel riprendere il nostro lavoro su Ponzio Pilato, un probabile tribunus pretoriano, un fidelis di Seiano – che risulta apparentemente per sedici anni un uomo devoto a Tiberio, passivo esecutore di ordini, un perfetto vicario – forse è il caso, Marco, di ricercare la causa del comportamento di un imperatore aristocratico, sempre molto ligio al dovere, anche se desideroso, poco prima dei settanta anni, di andare in pensione, di non pensare più al negotium, affidato ad un minister, sicuro seguace dei suoi intimi segreti!

Forse necessita in tale ricerca, indicare il piano di Tiberio di creare un suo principato aristocratico, al momento del ritiro in Campania e la sua volontà di modificare il testamento augusteo filogiulio in Claudio- Drusio, poi sostituito dopo la morte del figlio, con l’aiuto di Seiano, con un altro, al fine di sostenere nella successione imperiale, il nipotino Tiberio Gemello contro i predesignati Giulii, sostenuti come legittimi dal senato e da gran parte dell’esercito e del popolo!

Professore, ci si impone, dunque, per la comprensione generale di questo periodo, indagare non solo sull’animus di Elio Seiano, ma anche sul cambiamento dell’imperatore, davvero non comprensibile nella sua volontà di ritiro dal negotium, in quel particolare momento! Ci deve essere stato (o capitato) qualcosa che determina la metabolh? Potrebbe essere insorta una malattia debilitante e menomante! Potrebbe aver avuto bisogno, allora, di un adiutor nella conduzione dell’impero, di un astuto vicario con funzioni amministrativo- militari, come se fosse ancora nei castra ed avesse bisogno di un aiutante di campo! non potrebbe esserci anche il consiglio di astronomi, come Tiberio Trasillo, beneaugurante sul soggiorno Caprino?

A distanza di secoli, Marco, nella contraddizione delle fonti classiche e nella precisa volontà di interpolazione e di ricostruzione ideologica con falsificazione teodosiana e poi bizantino – cristiana degli eventi tiberiani, non è possibile una lettura  unitaria, certa, ma potrebbero essere accettate alcune supposizioni sulla salute fisica dell’imperatore, come malattia, debilitante la mens imperiale, a seguito anche del corso di una pur buona vecchiaia, per un aitante ex militare, amorevolmente assistita da sapienti  orientali! E’ certo, comunque, che Seiano, nel periodo 20-26, proprio nel corso del cambiamento comportamentale di Tiberio, consegue un potere immenso, conquistato anche in un periodo di altri sei anni, segnati da modestia e vigilantia, anonimi. Eppure, dopo un servitium umile, acquista una potestas, nel corso del triennio, 20-23 d.C., tanto da fare ancora per oltre otto anni, dopo la morte di Druso minore, una sua politica imperiale al posto dell’imperatore, specie in Oriente, così da osare, approfittando della sua lontananza, perfino di tenere una sua corte a Roma, di fautori, ambiguamente contento che il popolo veneri la sua statua come quella di un Dio, alla pari di quella imperiale.

Professore, sembra inspiegabile tanto potere ad un eques, pretoriano, sotto Tiberio, imperatore autoritario, un militare deciso, un vero imperator, nikeths/vincitore dovunque, in Occidente ed Oriente?

Marco, la mia ipotesi è che l’imperatore, non più sicuro delle sue capacità, demanda troppo al pretoriano, di cui si è fidato a lungo, gradito anche alla sua familia Drusio- claudia, che trae vantaggi dalla sua persecuzione ai giulii, per cui i patres e gli equites, come suoi clientes, fanno la fila per la salutatio matutina alla porta della sua domus, in cui vive more uxorio con Livilla, la vedova di Druso minore, con l’approvazione del fratello Claudio, anche senza la legittimazione imperiale, anzi nonostante la negazione esplicita di matrimonio alla coppia, prima del trasferimento in Campania, e dello stanziamento nell’ isola di Capri, di un vir, preoccupato solo di mantenere saldo il proprio diretto controllo e potere sulla vicina flotta del Miseno!.

La volontà di mantenere il controllo diretto della flotta e dell’esercito potrebbe essere spia di una non assoluta fiducia nel Pretoriano, intenzionato ad unirsi ad una Giulia, come Livilla, sorella di Germanico e di Claudio, figlia di Antonia Minor e di Druso Maggiore, suo fratello, presunto figlio naturale di Ottaviano, da lui prediletto! Sottende, comunque, la fiducia nel mago Trasillo, il cui genero è  Nevio Sutorio Macrone, marito di sua figlia Ennia, il braccio destro di Seiano in quegli anni!

Certo! E’ questa l’unica prudentia/phroneesis di un imperatore lungimirante, accorto, inflessibile, specie se adirato, abituato alla pratica della divinazione, di un aristocratico che, considerandosi lui stesso mago, -Flavio, Ant. giud. XVIII, 216- ritiene vere le rivelazioni desunte! All’epoca  Tiberio Trasillo, il mago egiziano,   ha gli stessi  rapporti  e con Livilla e con  l’imperatore – che certamente è diffidente- invitato da tutta la familia al riposo e al ritiro a Capri.

Tutti gli storici, professore, convengono che l’animus di Tiberio sia certamente non mite/non comis, ma implacabilmente austerus perché bilioso/iracundus– ibidem 225- tanto che qualche volta gli si accendevano le furie dell’odio, senza motivo, e si infuriava contro quanti gli stimolavano il capriccio e, precipitoso, dava sentenze di morte per colpe di nessun rilievo!.

Marco, Tutti i consiglieri  sono solidali nell’allontanarlo da Roma: la concordanza di opinioni insospettisce  Tiberio, all’epoca intrattabile, anche  per chi tenta di  fare opera di consolatio! Da vecchi, Marco,  si diventa anche cattivi, specie se si è addolorati e depressi! Gli storici, concordi, affermano che i romani, perfino alla sua morte, non hanno il coraggio di rallegrarsi, alla notizia, avendo ansietà nel crederla, temendo che, in caso di non veridicità, l’esultanza poteva tramutarsi in loro rovina!

La lunga assenza di Tiberio da Roma e dal senato, aveva  fatto perdere il favore popolare all’imperatore e favorito una comunicazione equivoca, da cui traeva vantaggio prima Seiano (che appariva il delegato unico ufficiale e rappresentativo in toto dell’imperatore- quasi una sua immagine, nonostante la presenza a Roma della madre augusta Livia, della cognata Antonia e del nipote Claudio, autorevole membro della domus claudia, delegittimato dagli stessi parenti, abilmente manovrati dal potente pretoriano, che aveva  costituito un proprio partito nella lunga lotta per la successione imperiale tra la pars iulia e quella claudia- e dai fedelissimi militari) ed in seguito, Macrone, genero di Trasillo, a sua volta divenuto onnipotente dopo che Tiberio era divenuto odioso a tutti per la sua reazione antiseianea. Insomma, Marco, non solo Seiano, ulteriormente,  isola Tiberio, col sostegno senatorio ed equestre, e con la circolazione delle voci popolari antitiberiane, opportunamente limitate o consentite dai pretoriani, ma anche impedisce la diretta corrispondenza dei patres con l’imperatore, che, per sua fortuna, si è lasciato il diretto controllo della classis misenensis.

Dunque, il fatto che la corrispondenza tra Roma e Capri sia gestita da Seiano e poi da Macrone,  comporta necessariamente una cernita delle notizie da parte di pretoriani, che fanno passare solo quelle di nessuna importanza, in modo che il prefetto del pretorio possa agire autonomamente, specie nel periodo postseianeo, in quanto a Roma i processi continui, di lesa maestà, determinano lutti in numerose famiglie romane, coinvolte!. Il carattere severo ed inflessibile, giusto, comunque, pur nella austeritas, caratteristica della gravitas drusia, congiunta ad asperitas ac duritia, ora nuoce a Tiberio, specie perché, con la lontananza, non può fare gesti di propaganda di clementia, di iustitia e di caritas, in un clima di terrore!

Professore, da quanto mi sta dicendo, a Tiberio nuoce il suo carattere, in vecchiaia,  ma non gli difetta, comunque, l’accortezza, imperatoria, se mantiene la classis misenensis ai suoi diretti ordini!

Certo. Avendo Seiano il controllo dell’Urbe coi pretoriani, unanimemente fedeli, il vecchio imperatore si difende, mantenendo per sé ai suoi ordini i comandanti di tutte le flotte e probabilmente anche degli eserciti occidentali. Seiano aspira a lungo ad aver l’imperium proconsulare, ma Tiberio glielo fa intravvedere solo poco prima della sua condanna a morte, il 18 ottobre del 31, pur avendo autorizzato l’invio di Ponzio Pilato in Iudaea, avendo ora il consenso di Antonia e di Trasillo e di suo genero Macrone, attirato lentamente nell’area dell’imperatore, affidato  totalmente al suo servitium lontano dallo sguardo del suo superiore diretto!.

Professore, la lontananza  da Roma della corte di fedeli a Tiberio, che ancora  tiene insieme tribunicia potestas ed imperium proconsulare  segno del  principato,  diventa un’arma per l’imperatore, seppure dileggiato dal popolo come re di un isolotto rispetto  al pretoriano re dell’universo? Tiberio, perciò, mantenendo per sé ambedue i titoli, ha sotto controllo altre flotte e altri eserciti, oltre quelli orientali antiparthici?.

Certo. Marco. E’ così!. Tiberio gestisce il suo impero, nominando suoi legati, a cui dà un preciso mandato in relazione al territorio da governare, approvando anche le nomine senatorie provinciali.

L’ entità delle flotte e degli eserciti è ben nota a Tacito e ad altri storici. Oltre alla classis misenensis, sul Tirreno, ne ha anche una a Forum Iulium /Frejus, in Provenza, per la protezione della Gallia ed un ‘altra a Ravenna, connessa anche con Aquileia- una base navale utilizzata per rifornimenti e per il commercio dell’ambra – per la difesa delle regioni dell’Adriatico e dello Ionio, con due grandi porti occidentali, quello di Dicearchia/Pozzuoli e quello di Brundisium, collegati coi porti di Hispania ed Africa e di Egitto, di Siria e di Asia, con basi maggiori ad Efeso, a Corinto, a Cesarea Marittima ed ad Alessandria, come appoggio al commercio delle navi mercantili del Mare internum/mediterraneo.

L’impero romano ha anche eserciti dislocati in posizioni strategiche?

Marco, da Tacito sappiamo- Annales IV, 5, 1-4- della presenza di nove legioni sul Reno, di tre legioni in Spagna, mentre in Africa oltre alle truppe del re socio, Giuba di Mauritania, marito di Selene Cleopatra, ci sono sei legioni e due in Egitto: quattro invece tenevano a freno l’immenso territorio che dalla Siria si stende fino all’Eufrate e che confina con l’Iberia e con l’Albania e con altri regni, protetti dalla nostra potenza contro potenze straniere – ibidem, 2-

Lo scrittore aggiunge che in Tracia, invece, governavano i figli di Cotys e Remetalche, mentre due legioni erano in Pannonia, due in Mesia e difendevano il Danubio altre due, che erano stanziate in Dalmazia -Ibidem-.

Anche a Roma ci sono truppe, speciali di servizio nella capitale e nel centro Italia-?

Certo. Sono i pretoriani, uomini selezionati, ben pagati e fedelissimi a Seiano , che aspira ad aver anche il controllo generale delle 30 legioni dislocate nelle province, che sono di numero quasi pari alle milizie sociae, ausiliariae.

Nella stessa Roma ci sono guarnigioni speciali, tre coorti urbane, nove pretoriae, arruolate in generale in Etruria, nell’Umbria nel Lazio antico e nelle colonie- che da gran tempo appartenevano al popolo romano-/ tres urbanae, novem praetoriae cohortes, Etruria ferme Umbriaque delectae aut vetere Latio et coloniis antiquitus Romanis – ibidem -.

Se ho ben capito le truppe stanziate a Roma sono anche delle antiquae coloniae laziali, grosso modo, sabine ed italiche centrali, che hanno, però, la civitas latina?

Marco, sotto Tiberio, comunque, i cives dell’Italia centrale hanno già la civitas romana, non più quella latina – che consisteva in una cittadinanza intermedia tra quella romana e quella dei forestieri, equiparata, dopo la legge Iulia del 90 a.C., ai diritti romani.

Secondo Tacito, vi sono anche truppe transitorie, comunque, utili a seconda dei bisogni delle province, oltre a triremi alleate, a cavalleria e fanteria ausiliarie, che costituivano un complesso di forze di quasi sessanta legioni: un assetto militare formidabile è controllato da Tiberio nei 23 anni di imperium, nonostante gli iniziali subbugli tra i militari, che sperano in riforme e in miglioramenti sostanziali, regolanti la leva, il periodo della ferma, l’ equiparazione di stipendi e comune liquidazione finale, come quella dei pretoriani!

Professore, Tiberio, oltre alla soluzione dei problemi dei militari deve affrontare la gestione amministrativa dello stato, subito dopo la morte di Ottaviano, che aveva appena abbozzato l’opera di riforma . Qual è il suo comportamento?

Tacito ( Ibidem, 6.1-4 ) scrive: Tiberio gestisce cuncta non quidem comi via, sed horridus ac plerumque formidatus / ogni cosa senza alcuna affabilità, ma con asprezza e, per lo più, con l’impaurire!.

Tacito comincia col dire che con Tiberio si ha un regime forte, autoritario, repressivo, di stampo repubblicano, che, poi, si modifica dal 23 d.C. , a seguito della morte del figlio Druso Minore, con un peggioramento di metodo (mutati in deterius principatus initium) – notizia del tutto inesatta, perché, da altre fonti, è nota la perfetta conduzione amministrativa, seppure troppo burocratica e rigida, quindi, lenta, data la prudentia di un dux cunctator, che vigila sul sistema, inflessibilmente, seguendo il singolo operato dei delegati imperiali, specie orientali-( seppure svincolati ormai dal controllo dell’imperatore, assente dalla capitale, dove giungono le relazioni prefettizie). Forse, Tacito allude al periodo specifico di Seiano di circa cinque anni, non comparabile con quello precedente tiberiano, e nemmeno con quello successivo in cooperazione con Macrone e Caligola, in quanto lo scrittore legge i fatti con la stessa visione interpretativa negativa antonina, circa l’amministrazione generale dei pubblica negotia nell’epoca giulio-claudia, in un momento, in cui ormai la corrispondenza epistolare è nelle mani del potente prefetto del pretorio, referente di ogni comunicazione, quasi fosse l’imperatore!.

E’ possibile, professore, che Tiberio aumenta il fare dispotico e tirannico a causa della liberalità di Seiano, che forse ha come modello Germanico, esempio ammirato di comitas? Mi può meglio referenziare il concetto di via comis tacitiano?

Marco, per risponderti devo, allora, parlare di Gaio Cesare Germanico. Tra le molte descrizioni del carattere di Germanico, scelgo quella di Flavio- Ant giud, XVIII,207-210 – e quella di Svetonio – Caligola,III – dove è più chiara la comitas del dux Iulius, espressione perfetta di un educazione liberale romano-ellenistica di un nobile in epoca augustea, sotto la direzione di Ottavia, sorella di Augusto / cfr. Caligola il sublime, cit. p. 27.

Comitas, Marco- da como, is. compsi comptum comere- è qualità di vir che ha natura gioviale e serenità caratteriale, in quanto affabile, gentile e cortese verso l’altro e perciò risulta innovatore, dotato di generale benignità, benevolenza ed humanitas, in una società brutale ed agricola, opposto a chi è, invece, conservatore ed ha le doti di severitas, gravitas et duritia. All’epoca, Germanico e Druso sono i due campioni, celebrati come Dioscuri, cantati da poeti nelle loro opposte qualità, che, quindi, indicano, in modo esemplare, due vie, da seguire, una legata alla tradizione della gravitas romano-quiritaria e l’altra a quella liberale romano-ellenistica – che, nonostante il militarismo spietato dell’iniziale conquista, aveva imposto la lex romana-.

Professore, potrebbe corrispondere via comis a Ypsous h bathous technh? – Cfr. Pseudo Longino, Del sublime, Fr. Donadi, BUR, 1991-.

Marco, io ho letto come sublime la figura di Caligola ( e di suo padre Germanico- l’eroe nazionale- morto per una delittuosa macchinazione di Tiberio, eseguita per mano di Gneo Pisone all’epoca prefetto di Siria, che, tornato a Roma fu quasi sbranato /quasi discerptus dalla folla e condannato a morte dal senato per averlo insultato con parole e fatti nel corso della malattia-) secondo un disegno pazzesco, generale, di revisione di storica, di difficile lettura!

Inoltre, Marco, ho letto Tacito che – per quella frase strutturata antiteticamente e basata nella prima parte sulla variatio, mediante la negazione del sintagma (nome ed aggettivo) corrispondente al concetto di non mitis/comis, mentre per il resto vengono usati due attributi riferiti ad un Viator sottinteso, che sottende l’area semantica del sistema viatorio con la figura di un Tiberio austero e parsimonioso, non gioviale nel viaggio e né affabile con gli altri, ma horridus et formidatus !

Quindi lei, professore, vede due vie, quella sublime caligoliana – ereditata da Germanico- e quella di Tiberio, cioè di persona che è aspro e non compito e che incute paura – . Certo Marco! e ti aggiungo che, secondo me, Tacito scherza ,celiando, e comparando l’imperatore con quel Callippide, ricordato da Svetonio, personaggio che corre corre e non si avanza di un passo, secondo il proverbio greco, in relazione al detto del popolo che ha presente la figura di Tiberio, dux sempre desideroso di ispezionare le province e gli eserciti!

Perciò, sine via comi, Marco, sottende lo stato di animo di Tiberio, ansioso, mai uscito, come imperatore, dall’Italia, anche se, fin dai primi anni del principato, faceva preparare tutto per la partenza e predisporre i veicoli e il necessario per le province, facendo fare perfino le preghiere per il suo viaggio di andata e di ritorno!- ibidem XXXVIII.

Quindi, Marco, secondo me, Tacito oppone la via caligoliana a quella tiberiana -e questo potrebbe essere indizio, utile ai fini della lettura della decadenza dell’oratoria,- ma non penso necessariamente al sistema analogico ed anomalista!

Per una migliore comprensione del mio pensiero ti sintetizzo il pensiero di Svetonio su Germanico, un uomo che riunì in sé tutte le qualità di corpo e di animo in quanto aveva formam et fortitudinem egregiam eccellendo in entrambe le lingue per eloquenza e cultura , riuscendo a conciliarsi l’amore di tutti per la straordinaria bontà/ benivolentia singularis, grazie all’arte incomparabile di attirarsi le simpatie, dovunque e con chiunque … domi forisque civilis, libera ac foederata oppida sine lictoribus adibat, data la semplicità e la pietas in quanto offriva offerte ai Mani, là dove c’erano sepolcri illustri e raccoglieva lui stesso i resti dei caduti nella clades variana, cercandone le ossa e le trasportava con le sue mani…Infine, per Svetonio, fu sempre, anche nei confronti dei detrattori lenis adeo et innoxius, perfino con Gneo Pisone che revocava i suoi decreti e perseguitava i suoi clienti, anche quando scoprì che stava tramando contro di lui persino con atti di magia e di veneficio. Solo, allora, rinunciò alla sua amicizia e pregò gli amici, secondo il costume degli antichi, di vendicarlo, in caso di disgrazia!. Non diversa è la descrizione di Flavio che marca l’amabilità della persona, la compostezza dei costumi e la cortesia del suo comportamento in relazione alla grande dignità del grado, in quanto si mostrava eguale agli altri, per cui era molto stimato non solo dai provinciali, ma anche dal senato, dal popolo e dall’esercito sapendo conquistare tutti con atteggiamento affabile e con la philanthropia. Di conseguenza, universale fu il dolore all’annunzio della sua morte, in ogni parte dell’impero, in quanto era compianto non per finta adulazione, ma per un reale rammarico da ognuno come per una personale disgrazia!.

Grazie, professore, mi sembra di aver chiara la spiegazione di comitas specie dopo l’ exemplum di Germanico! Ora seguitiamo a parlare di Tiberio, che associa forse Seiano proprio perché uomo che, imitando Germanico, in un certo senso contempera l’ austeritas tiberiana con la sua millantata philantropia, confermata anche da Velleio Patercolo, che scrive, però, prima della fine del pretoriano, al contrario di Druso, che la rendeva ancora più dura, perseguendo un iter drusio familiare.

Comunque, Marco, Tacito afferma che prima di allora gli affari pubblici e privati-quelli importanti- si trattavano davanti ai senatori, e ai più autorevoli si permetteva di discutere; se cadevano nell’adulazione, il principe stesso li frenava e nel conferire le alte cariche, aveva riguardo alla nobiltà degli antenati, alla gloria militare, alla eccellenza delle qualità civili, cosicché generalmente appariva chiaro che non si sarebbe potuto scegliere meglio!

Lo storico, plaudendo, quindi, all’opera di Tiberio, aggiunge: i consoli e i pretori conservavano il loro privilegio ed anche le funzioni dei magistrati minori venivano esercitate liberamente e le leggi -fatta eccezione per quella di lesa maestà/si maiestatis quaestio eximeretur- erano saggiamente applicate!.

Dunque, professore, secondo Tacito, che giudica in relazione al pensiero repubblicano antonino, anche nel biennio di consociazione imperiale del figlio Druso, Tiberio è globalmente saggio, anche quando inverte la direttiva di successione augustea in senso claudio?

Sembra che Tacito, come anche gli altri storici, neanche riveli un tale passaggio di imperium – cosa rilevata solo da Plinio il Vecchio! – tra i giulii e claudii, nella comune condanna della domus giulio-claudia!.

Comunque, per quanto riguarda i tributi in frumento, le imposte indirette e le altre pubbliche entrate, lo scrittore rileva che si davano in appalto a compagnie di cavalieri romani.

Che significa, professore, questo per Ponzio Pilato e per i governatori di Siria e di Asia, che sembrano essere sotto il controllo seianeo?

Un tale provvedimento, già in vigore da decenni in Oriente, comporta specie in Giudea, una sicurezza di riscossione da parte di pubblicani che, arruolati in greges, da un praefectus, eques anche lui -come Tacito stesso! – assicurano una certa riscossione, con un pizzo al governatore , che presta la forza militare cavalleresca, che ha, a sua volta, un utile per il servitium! Per l’amministrazione delle province imperiali- Siria, Giudea ed Egitto-, private,- non senatorie – Tacito dice che l’imperatore incaricava gli uomini più integri (res suas Caesar spectatissimo cuique!)- talvolta senza conoscerli (E’ il caso di Pilato, designato da Seiano ?!), fidandosi della loro buona reputazione ed, una volta assunti, venivano mantenuti quasi illimitativamente, tanto da invecchiarsi nelle medesime funzioni/insenescerent!

Altri storici – Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 174- parlano di questo sistema di Tiberio – che soleva narrare l’apologo del ferito e delle mosche in cui il provinciale era uomo, ferito, che non desiderava nemmeno la pietas di un passante che gli scacciava le mosche , preferendo che rimanessero le stesse, che, già, avendo succhiato il sangue, in quanto sazie, davano minore fastidio!

Così, Marco, sembra che Tiberio, bonus pastor, custodisca i sudditi dai governatori, che avidi pastores non tosavano, ma scorticavano il gregge/ Tondere pecus, non deglubere– Svetonio, Tiberio, XXXII-.

Dunque, Tiberio si preoccupa dell’assetto provinciale ed anche di quello giudaico allo stesso modo (Flavio, ibidem, 177-78, nei ventidue anni di governo due sole persone furono inviate ai Giudei, a governare la nazione, Grato e Pilato, che fu suo successore) sembra che si curi anche della plebe e del suo oikos personale, come Antonia, specie quando vuole andare in pensione, avendo già sistemato ogni cosa al meglio, al fine di proteggere gli interessi legittimi del superstite, orfano, figlio di Druso, Tiberio Gemello, affidato ad Elio Seiano, patronus della famiglia di Livilla, ora tutore del piccolo futuro sovrano, in pectore!.

Infatti, così, scrive Tacito -ibidem-: la plebe soffriva per la carestia, ma di ciò non aveva colpa l’imperatore : infatti egli cercò di porre rimedio alla sterilità dei terreni e alle difficoltà dei trasporti marittimi con la maggiore larghezza e sollecitudine possibile. Egli provvedeva che le province non fossero aggravate da nuovi oneri e potessero sopportare quelli già esistenti senza novità e crudeltà da parte dei magistrati: non c’erano pene corporali, né confische di beni!

Perciò, professore, Tiberio avrebbe voluto personalmente punire la novità di un magistrato come Pilato, che, per ordine di Seiano, ha applicato l’uso di pene corporali e si è servito delle confische dei beni sacerdotali gerosolomitani (e poi samaritani)?

Ricorda, Marco, che Filone parla di un Tiberio, sovrano giusto, al momento davvero adirato con Pilato, barumenis ! Comunque, Tiberio risulta iracundus, ma iustus: per i suoi terreni italici, anche se modesti di numero, come appezzamenti e come schiavi, ha cura e li affida come azienda agricola domestica a pochi liberti fidati, incaricati di non fare controversie con cittadini privati e di procedere sempre e solo per tribunale e secondo legge/ ac si quando cum privatis disceptaret, forum et ius!

Esce dalle parole di Tacito – un denigratore dei Giulio-Claudi !- un bel ritratto di aristocratico, che cura la domus in Italia – rispetto ai latifondi di altri patrizi, padroni di eserciti di schiavi – nei suoi rari agri, nei modesta servitia, in mano a pauci liberti!

Tiberio è davvero un bonus pastor, catholikos/universale, per l’impero romano, che risulta ben guidato, dovunque, perché, come giustamente dice Filone in Legatio ad Gaium, ha una personalità morale, armoniosa, conformemente alle doti naturali, ben rilevate da Svetonio – Tiberio LXVIII – e da altri, contrariamente alle affermazioni di Tacito, che lo valuta da anziano, come se fosse stato sempre vecchio!.

Lei, quindi, vuole con questo rivalutare anche Tiberio, dopo aver considerato Sublime il nipote Caligola?

No. Sto mostrando solo la figura morale e fisica di un aristocratico, militare, di grande uomo, statista prudente e condottiero eccelso, che è già nell’opera di Velleio Patercolo, contemporaneo, soldato alle sue dipendenze -cfr. Caligola il sublime, cit.- che conosce bene anche Seiano e ne fa un elogio psicofisico come adiutor tiberiano, moderato, fedele e sicuro, ma descrive i fatti fino al 30 d.C. e manca della valutazione dell’ ultimo settennio caprino, quando l’imperatore è dominato da altri,- Silano, Macrone e Caligola -, ormai domato dalla vecchiaia, costretto al compromesso coi Giulii di Antonia, ad una diarchia Giulio-claudia con l’ erede Giulio e con quello Claudio.

Marco, mi sembra di mostrare oggettivamente quegli anni, oltre tutto sconosciuti storicamente, perché, coincidendo con quelli stessi del Regnum di Christos in Iudaea, sono tramandati male dalle fonti cristiane, che riprendono la figura di un Tiberio, bollato dai flavi e dagli antonini come squallido e turpe imperatore, vecchio e brutto pensionato, che con le spintrie mostra il peggio di se stesso mediante una vita licenziosa,- che è propria di ogni nobile romano ricco, che vive lucullianamente senza privarsi di nessun piacere, voluttuario, compreso quello sessuale-.

Di questi fatti privati -accaduti negli ultimi anni ad un Tiberio, che, riprese le redini del potere, anche se è lontano da Roma, punisce i senatori e gli equites fautori di Seiano e, pur seguitando a demandare le funzioni vicarie, intensifica i processi di lesa maestà e, nel giro di cinque anni, cambia le direttive sianee e ricostituisce il normale funzionamento dell’impero, nominando successori alla pari nel 35-6, Gaio Germanico Caligola e Tiberio Gemello, adottati ambedue, dopo aver ripristinato l’ordo nell’ imperium in Occidente con le vittorie sui Frisi, seppure in ritardo, e in Oriente su Artabano e Areta e il nostro Gesù, tramite il mandato a Lucio Vitellio – mi sembra di narrare particolari utili per comprendere come forse davvero avvennero!. Certamente, mentre a Roma ci sono i processi di lesa maestà e nell’impero si compie l’impresa antiparthica di Vitellio, che chiude l’avventura messianica, l’imperatore vive la sua inimitabile pensione, dedito ad ogni forma dilettevole, anche ai giochi erotici, impegnato, in un otium moderato, secondo il costume pagano dell’aristocrazia romana, essendo nel segreto di un’isola, come Capri, vivendo ogni mese in una delle inaccessibili dodici dimore, adibite ai piaceri più raffinati, anche artistici, in relazione ai segni zodiacali, seguendo i consigli del mago Trasillo, che protegge e rassicura la sua quotidiana, naturale, vita.

Professore, se Craxi e Berlusconi ed altri politici hanno fatto vedere cosa possano fare dei parvenus, decadenti, arricchiti abnormemente, che godono dei privilegi diplomatici, avendo un potere su una piccola nazione come l’Italia, cosa non avrebbe potuto fare Tiberio, col favore dell’isolamento e lontano dagli sguardi e dicerie popolari -Svetonio, Tiberio, XLII, secreti licentiam nanctus et quasi civitatis oculis remotis- , dominus felix di un impero nella massima potenza, di oltre 3.000.000 di Km quadrati?

Il ritratto, fatto dagli storici successivi, a favore della dinastia flavia ed antonina, e dai cristiani, è davvero impietoso e non sincero circa la personalità di Tiberio, esempio mostruoso di depravazione morale e di perversioni orribili! In effetti, Marco, Tiberio, un vecchio, ancora prestante vir, libero dal kosmos, formale di corte, e dalla maschera aristocratica, impegnata nel servitium populare, si autogratifica convinto di averne diritto, avendo puerile volontà di vivere il suo oggi, paganamente, come se fosse l’ultimo, conscio di essere nell‘aetas finale/extrema e di non avere più il dovere pubblico del negotium, essendo senex civis privatus, che deve, quindi, cercare, da epicureo – nonostante i limiti senili della natura umana- la propria felicitas/eudaimonia, in ogni forma materiale, in uno degli ambienti più belli del mondo, in Campania!.

Per attuare questo piano ,Tiberio, fortunato cunctator, doveva avere un corpus ancora sano ed una mens anch’essa sana, nonostante qualche ictus cerebrale, di minima entità, capitatogli in momenti non ben definiti storicamente?

Io ti riporto, Marco, la descrizione fisica di Svetonio. Giudica tu!

Corpore fuit amplo atque robusto, statura quae iustam excederet, latus ab umeris et pectore ceteris quoque membris usque ad imos pedes aequalis et congruens/ fu di corporatura grande e robusta, di statura superiore alla media, largo di spalle e di torace, e ben proporzionato in tutte le parti del corpo, fino ai piedi.

Sinistra manu agiliore ac validiore, articulis ita firmis ut recens et integrum malum digito terebraret, caput pueri vel etiam adulescentis talitro vulneraret/aveva la mano sinistra particolarmente agile e forte e le articolazioni così robuste da trapassare col dito una mela appena colta e sana e da poter perfino ferire alla testa un bambino o anche un ragazzo con un colpetto delle nocche.

Colore erat candido, capillo pone occipitium summissiore et cervicem etiam obtegeret, quod gentile in illo videbatur. Facie honesta in quam, tamen, crebri et subiti tumores cum praegrandibus oculis et qui , quod mirum esset, noctu etiam et in tenebris viderent, sed ad breve et cum primum e somno patuisset, deinde rursum hebescebant/aveva un colorito molto chiaro e capelli che gli scendevano in basso sulla nuca da coprirgli perfino il volto e questa caratteristica ereditaria; aveva un viso nobile, su cui cui però comparivano moltissimi foruncoletti all’improvviso; i suoi occhi erano grandi e cosa ammirabile vedevano anche di notte al buio ma per poco tempo solo quando si aprivano subito dopo il sonno, poi ritornavano normali.

Svetonio rileva perfino il suo camminare con collo rigido ed eretto, col volto spesso contratto, senza scambiare nessuna parola e pochissime e anche con i suoi vicini e , comunque, con estrema lentezza, e non senza gesticolare, mollemente, con le dita!.

Lo storico, infine, aggiunge: Ebbe una salute eccellente e quasi sempre perfetta per tutta la durata del principato, benché fin dai trenta anni si fosse comportato a suo modo, senza il consiglio dei medici e senza il loro aiuto!.

Tiberio razionalmente seguiva la medicina del tempo (Cfr. Il medico di Augusto), secondo le lezioni del medico Asclepiade, convinto che ognuno dovesse essere medico di se stesso, e che dovesse avere una dieta in relazione al proprio fisico, in senso theurgico, certo dell’ineluttabilità del fato.

Professore, un uomo siffatto ancora di più mi sorprende, data anche la sua fama personale di mago poiché si fida di un estraneo, specie dopo la morte immatura del figlio, vir sanus, della stessa stazza, propria dei claudii, accettata fatalisticamente, senza indagini! Forse l’imperatore, avendo avuto segnali di devozione da parte di Seiano, è colpito dal disprezzo della propria vita di uno, che si sacrifica per salvare la sua, nell’ episodio di Sperlonga!?

Non so, Marco, ma Cassio Dione parla di un cambiamento di Tiberio subito dopo la morte di Germanico, che, invece, da Tacito è rilevato tre anni dopo, alla morte di Druso, con un maggior peggioramento alla morte della madre nel 29 ed un ulteriore deterioramento comportamentale, dopo il 31 (Ann. IV,1,1;VI,51,3), mentre in Svetonio c’ è oscillazione tra la prima metabolh del 20 e il ritiro a Capri fino al 18 ottobre del 31 (Tiberio, LXI,1). Comunque, nel commentario di Tiberio stesso – quem de vita sua summatim et breviter composuit- a noi non tramandato, ausus est scribere/osò scrivere in modo insensato. e strano, che aveva fatto uccidere Seiano dopo aver scoperto il suo odio contro i figli del suo Germanico, mentre proprio lui aveva fatto uccidere il primo- Nerone Cesare- quando Seiano era già in disgrazia, e il secondo- Druso Cesare- quando già era caduto!.

Dunque, professore, la crudeltà di Tiberio sembra avere un’altra origine ed è riferita a malattia, connessa con la vecchiaia! Esiste forse un altro Tiberio diverso da quello storicamente tramandato, un piano alternativo perseguito dopo la fine del pretoriano, anche se colpisce amici e conoscenti di sua madre – che neanche onora negli ultimi tre anni di vita, né dopo la morte- e perfino quelli di sua nuora e i suoi stessi nipoti, in una dimostrazione che non era Seiano a spingerlo, ma che da lui aveva solo occasioni per le sue azioni?

Bravo, Marco, mi segui bene! Ho scritto molto su questo ultimo periodo di Tiberio, ma non credo di aver capito bene dallo studio delle fonti -contraddittorie, manipolate successivamente, dagli intellettuali storici post-severiani della Historia augusta, anche loro revisionati da mani cristiane! – e quel poco che ho capito circa la condotta aristocratica di Tiberio risulta una cocciuta, senile volontà di disobbedire alla direttiva di Augusto circa la successione, al fine di assicurare il trono al nipote, figlio di Druso, nonostante i rumores circa la sua nascita illegittima! In questo, seguo il racconto del sacerdote ebraico Flavio, fariseo per scelta e fatalista, come l’imperatore. Cfr. Ant Giud.. XVIII, 205-227 !

Tiberio risulta beffato dal fato nella scelta del successore! Nonostante le sue accortezze e precauzioni, nonostante la sua preveggenza da mago, il destino fa designare Gaio Cesare Caligola successore e non Tiberio Gemello! Augusto e il fatum risultano i vincitori, non Tiberio e la sua ratio theurgica ! Questo è il messaggio di Flavio sulla scelta fatta dall’imperatore Tiberio, vir da considerare non fortunato se si legge l’intera sua esistenza e sfortunato, specie da vecchio!. A dire il vero, alcuni storici parlano di un Tiberio menagramo, un iettatore, uomo che porta sfortuna ai colleghi, nei cinque consolati!. Secondo Cassio Dione, Quintilio Varo, Gneo Pisone e Gaio Germanico, sono portati come esempio. oltre al figlio Druso e a Seiano, in quanto fanno tutti una brutta fine!.

Tiberio non è fortunato neanche nella scelta di Seiano, come consigliere e come ministro in tutti gli affari, specie quando ancora è nella fase di integrità fisica e non in quella di menomazione, quando non è più perfettamente lucido, nelle sue azioni, a causa di probabili ictus progressivi, invalidanti!

Grazie ad Antonia, sua cognata, scopre che Seiano ha un altro piano diverso dal suo, quello della costituzione di una sua personale dinastia con Livilla, sua nipote ed ex nuora!.

Professore, devo concludere che Tiberio senex è uomo costretto a vedere il contrario di quanto stabilito secondo ragione, negli ultimi anni di vita, e a considerare fallita ogni sua speranza, prima con Seiano e poi con Caligola!

Marco, sembra che Cassio Dione- da quale fonte dipende?!- pensi al 20 d.C, come inizio della sua sfortuna., eppure fino ad allora tutto gli era andato bene anche la stessa morte di Germanico, suo nipote, un evento pur infausto, alla sua casata fausto!. Infatti grazie alla fortuna poteva emergere la figura di Druso, relegato in secondo piano dal codicillo testamentario di Augusto che vincolava Tiberio a dare la precedenza ai Giulii!. Pur, in questa situazione favorevole e grazie anche alla nascita dei gemelli quasi contemporanea, l’imperatore , anche se ha al suo fianco stabilmente Druso, non si priva del sostegno e del servitium del fidus pretoriano, più moderato rispetto al figlio, troppo impetuoso!.

In effetti, Marco, sono due caratteri opposti quello di Druso minore e quello di Seiano, bene descritto specie da Tacito e da Velleio Patercolo, in vari momenti, utili per seguire i due, tenendo presente che il pretoriano avendo sei o sette anni più del figlio di Tiberio, ha maggiore prudentia, da vir, rispetto a quella tipica di un adulescens!

Lei, professore, mi vuole dire che specie nei primi anni militari del figlio, Tiberio ha rilevato immaturità di comando in quanto Druso è privo di comitas e quindi non maturato con le artes liberales e con gli studi enciclici, ma si è distinto solo nell’esercizio delle armi? Questo mi vuole mostrare? Tiberio, vir completo per cultura letteraria e militare, considera la formazione del figlio, imperfetta, specie in senso oratorio, perché Druso ha seguito la sua inclinazione austera e severa militaristica dei drusii, in sua assenza, nel periodo del suo esilio rodio, essendo rimasto con la madre!?. Me ne parla in modo che possa entrare in merito e capire i caratteri dei due personaggi ed avere possibilità reale di leggere la scelta tiberiana?

Seguimi, Marco! Quando Seiano, Pilato e lo storico Vellio Patercolo sono già milites maturi sotto Sulpicio Quirinio- legatus in Galazia, Panfilia e Cilicia -(cfr. La nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous? Maroni 2003-) agli ordini di Quintilio Varo (tornato a Roma alla fine del 3.a.C o nella primavera del 2 a.C,- dopo aver sistemato le cose in Giudea a favore di Archelao, figlio di Erode il Grande, morto nel 4 a.C), sembra che giunga come recluta intorno al 2 d. C. il giovane Druso minore, inviato proprio da Quintilio Varo, suo zio dal lato materno ( è marito di Vipsania, – figlia di Agrippa e della sua prima moglie, Pomponia di Pomponio Attico- sorellastra di sua madre! ) in servizio presso Sulpicio Quirinio, che combatte contro gli Onomadesi, in Cilicia, per la cui vittoria il dux ebbe poi ornamenta triumphalia.

Allora, in Cilicia, si conoscono Seiano e Druso?

Non credo, Marco, ma, pur non sapendolo esattamente, posso ritenere probabile che i due siano nello stesso tempo, militari operativi tra Asia Minore e Siria, dove si sta consumando la vita di Gaio Cesare, che ha al suo fianco la moglie Livilla dall’1 d.C., anno del trattato di Zeugma tra il Re dei re e il figlio di Vipsanio Agrippa, – designato successore al trono da Augusto- circondato dai suoi legati, celebrato da Velleio Patercolo, presente. Cfr. St. Rom, II, 101,3-

Il principe, poco dopo ferito da un freccia avvelenata -Cfr. Caligola il sublime cit. – languiva per qualche mese, dopo il ritiro ad Antiochia nella zona di Dafne, e dopo la morte di Marco Lollio,- accusato di concussione dal re di Parthi, Fraate V – . Poi sembra che Gaio Cesare, per consiglio dei medici e forse di Sulpicio Quirinio, sollecitato anche da Tiberio stesso, decida di seguire Livilla, desiderosa di svernare a Limira, sulla costa licia, dove il marito muore tra sofferenze fisiche e disturbi mentali nel febbraio del 4 . d.C., dopo aver scritto lettere a favore del patrigno, esule a Rodi, ad Augusto, vivendo in una zona, oggi molto turistica della Turchia, dove spiccano località come Fethije e Kas, Demre, Feniche, Kumluca e Kemer.

Professore, conosce la zona? Si.

Ci sono stato varie volte. La prima volta negli anni ottanta quando ho percorso la via licia, arrivando in Panfilia, partendo da Marmaris, visitando le città carie e greco-licie come Telmesso. Poi, negli anni novanta in due occasioni, una volta venendo da Kas ed un’ altra da Kemer, andai a visitare le rovine romane della zona licio – panfila, specie Limira, dove ammirai un ponte romano lungo 360 metri, in buono stato, con 26 archi ribassati sul fiume Alakir Caye, costruito forse in epoca augustea per facilitare l’iter verso la Panfilia, fino ad Antalya (Attaleia).

Sembra, Marco, che Druso, nipote di Gaio Cesare,- in quanto figlio di Vipsania Agrippina, prima moglie di Tiberio, amatissima, lasciata nel 12 a.C. per ordine di Augusto , desideroso di dargli sua figlia Giulia, vedova di Marco Agrippa (- non sine magno angore animi – Svetonio,Tiberio,7) sia stato incaricato da Quirinio, amico stretto di suo padre, dopo la campagna cilicia, alla protezione del principe nipote dell’imperatore. E’ probabile che Tiberio dopo l’esilio di 7 anni, destinato ad essere adottato da Augusto il 26 giugno del 4 d.C. a Roma, in una pubblica cerimonia, riporti con sé, facendo viaggio col figlio, recluta, dopo che il giovane aveva fatto il breve tragitto da Limira – dove era stato al servizio dello zio morente, forse insieme a Seiano – a Rodi, luogo di incontro e di partenza.

Marco, è una possibile ricostruzione, ma non c’è alcuna certezza! E’ un’ipotesi per unire insieme i protagonisti della nostra storia, Druso Minore e Pilato- Seiano!

Bene, professore. l’amicizia, comunque, tra i due forse c’è  solo quando l’imperatore, secondo Tacito (Annales, I, 16-30) invia il figlio in Pannonia, nel 14 d.C., dove i soldati si sono ribellati, sentendo odore di guerra civile, essendoci due Cesari, uno, Tiberio designato a governare subito, come successore provvisorio avendo il privilegio di precedenza per adozione, e l’altro, Germanico destinato ad essere suo successore vero con tutta la sua famiglia giulia in quanto figlio di Agrippina, figlia di Giulia!

Tacito (ed anche altri storici) descrive la rivolta delle legioni in Germania (Annales, I, 31), dopo quella in Pannonia, che noi mettiamo per prima perché di quella germanica abbiamo parlato in altre opere, diffusamente.
Le legioni di Germania si sollevarono con tanta più violenza quanto maggiore era il loro numero-erano otto legioni, quattro in Germania superiore, stanziate nei castra a Magonza e quattro in quella Inferiore a Colonia-: i milites erano convinti che Germanico non potesse sopportare che un altro avesse l’impero e che, quindi, si sarebbe messo contro il designato da Augusto, invece, Germanico, dux prudens represse la rivolta e si proclamò fedele a suo zio Tiberio, accondiscendendo alla condizione augustea della successione, a seguito della morte dell’imperatore di transizione.

In Pannonia, invece, regione del medio Danubio, allora parte dell’Illiricum, avviene la rivolta delle tre legioni al comandante stesso Giunio Bleso, che, conosciuta la morte di Augusto e l’avvento di Tiberio o per causa del lutto o in segno di gioia, aveva trascurato gli esercizi consueti -Tacito ibidem,16,1-.

A causa dell’ otium, in cui si trovano, i milites cominciano a lascivire, discordare, pessimi cuiusque sermonibus praebere/insolentire, litigare e dare orecchio ai discorsi dei peggiori, tanto da desiderare svago e riposo/luxum et otium cupere e da disprezzare disciplina e fatica/disciplinam et laborem aspernari -Ibidem-.

In questo stato di mancanza di ordine e di trascuratezza militare ha rilievo quidam Percennius, un tal caporione, miles aggregato, non di leva, che raggruppa i peggiori, che si chiedevano tra l’altro come sarebbe stato il servizio militare dopo Augusto, che aveva formato un corpo di vexillarii cioè di congedati, trattenuti ancora ed organizzati in un corpo separato!.

Per Tacito il facinoroso era dux olim teatralium operarum, un gregarius miles, pronto di lingua, abile a far nascere disordini per la pratica acquisita nelle liti fra istrioni.

Cosa vuol dire dux taetralium operarum ?

Un agente teatrale prezzolato, che guida la claque cioè corpuscoli di spettatori, anche loro rimunerati per applaudire o disapprovare in teatro, a comando, le compagnie di attori, assunte da impresari.

In un esercito, in rivolta, uomini di questo tipo risultavano demagogoi, che eccitavano i soldati ignoranti e, perciò, ogni buon generale li teneva sotto controllo dando loro privilegi per averli dalla propria parte, ma facendoli sorvegliare da gladiatori giulii Cfr. La rivolta dei gladiatori, in Giulio Erode, Filelleno, in www.angelofilipponi.com .

Vi sono molti esempi nella storia romana, ma il più conosciuto è quello di Clodio, popularis, che, nonostante la sua nobile nascita, ha simile comportamento in epoca cesariana, nel periodo militare!

Forse dalla relazione di Bleso a Roma e da altri episodi simili, a lui capitati come comandante militare, Tiberio decide di cacciare dall’urbe gli istriones e con loro anche artisti di vario genere, anche dopo severe punizioni?

Certo. Marco! Tiberio come dux prudens, agli inizi del suo regno non potendo controllare il fenomeno teatrale in città e quello politico, congiunto, demagogico, né potendolo incanalare a suo favore e farselo amico, decide l’espulsione anche se lo fa mal volentieri in quanto è un letterato, che coltiva le artes liberales e latine e greche e in gioventù ha seguito l’oratoria di Messalla Corvino – pur avendo per Svetonio (Tiberio LXX) il difetto di adfectatio et morositas nimia, – ed ha scritto un Compianto in morte di Lucio Cesare, lodato da Augusto che, poi, dopo le lettere di Gaio, lo volle adottare- ed aveva fatto anche poesie in greco, imitando Euforione, Riano e Partenio, avendo dedicato una particolare attenzione alla mitologia, materia tipica dei poetae novi.

Bene, professore, ora mi dica come si comportano Druso e Seiano- la commissione tiberiana- per sedare la rivolta?

Marco, la situazione diventa critica per lo stesso comandante Giunio Bleso, che corre il rischio di perdere la vita perché negli scontri verbali, ha il sopravvento il pensiero di Percennio, che ti sintetizzo.

L’agente teatrale, miles, arringa i compagni invitandoli alla disobbedienza a pochi centurioni – ne sono 60 in ogni legione – e a pochissimi tribuni – solo sei- dicendo che era tempo di rivolgersi all’ imperatore nuovo ed insicuro sul tron , con preghiere o minacce per chiedere di abbreviare il lungo servitium militare e a trattare del congedo, non essendo soddisfatti che solo ai pochi sopravvissuti venivano dati appezzamenti di terra, come poderi, che erano distese di acquitrini e di sterile pietrame!.

Perciò, lamentando il servizio gravoso senza compenso, in quanto i dieci assi cesariani – allora erano di più, 16!- servivano a poco dovendosi comprare vesti, armi, tende, mentre dovevano temere il pizzo reclamato dai centurioni che altrimenti facevano angherie / saevitia centurionum e con loro contrattare l’esenzione dagli onori più pesanti /vacationem munerum.

L’ arringatore giunge perfino a fare proposte concrete: un denario di paga a testa, congedo al sedicesimo anno e non al venticinquesimo, premio in denaro/singulos denarios mererent, sextus decumus stipendii annus finem adferret …in castris praemium pecunia solveretur -ibidem- dopo aver lamentato la durezza del servizio in terra straniera oltre a bastonate, ferite, inverno rigido, estati estenuanti, guerra accanita e pace sterile/ verbera et vulnera, duram hiemem, exercitas aestates, atrox bellum et pacem sterilem.

Infine compara il servizio dei legionari con quello dei pretoriani desiderando di avere lo stesso stipendio e lo stesso trattamento in quanto il servizio di questi era in città, mentre il loro fra popolazioni selvagge, mostrando come dalle loro tende si vedeva il nemico.

Chiude, affermando, polemicamente, che essi non affrontavano pericolo maggiore ed avevano due denari al giorno, a testa, e, dopo sedici anni, venivano restituiti alle loro case!-ibidem-

I legionari – reclute e veterani – a seguito di tali parole decidono di non servire più i centurioni e i tribuni e, dopo essersi consultati tra loro, si mostrano reciprocamente i segni della durezza del servizio, impressi sui loro corpi e decidono di fondere le tre legioni/ tres legiones miscere in unam.

Durante la disputa per la fusione, comunque, sono in disaccordo volendo avere ciascuno il vessillo della propria legione e perciò cambiano parere e dispongono in un sol luogo, in alto, le tre aquile e le tre insegne delle coorti, costruendo un tribunal visibile a tutti, intorno cui riunirsi.

Il comandante li sorprende in questa operazione mentre tentano di ammucchiare le zolle per formare il tumulo, ma è impotente a fermarli con i rimproveri e con affermazioni, in cui dimostra di essere disposto a morire piuttosto che mancare di fede all’imperatore.

Queste sono le parole esatte di Giunio Bleso: macchiatevi le mani col mio sangue! Sarà minor vergogna per voi uccidere il vostro comandante che mancare di fede all’imperatore!. O incolume manterrò la fedeltà delle legioni o sarò sgozzato da esse e la mia morte anticiperà il pentimento!- Ibidem 18,3-

Secondo Tacito, con grande abilità oratoria, Bleso mostra che non si deve far giungere a Cesare notizie di ribellioni e tumulto, ma solo richieste con i desiderata militari, perché non è il momento opportuno di aggravare le preoccupazioni di un principe appena salito al potere, e li invita a scegliere un ambasciatore, facendo le richieste gradatamente, una alla volta.

I soldati scelgono il figlio di Bleso, incaricato di chiedere solo il congedo dopo 16 anni, riservandosi il diritto di fare ulteriori richieste, dopo il successo della prima/cetera mandaturos, ubi prima provenissent -ibidem19,3-

La situazione degenera subito dopo l’invio del messaggero a Tiberio, a causa dei soldati inviati a Nuaporto – una colonia divenuta municipio con Augusto , che aveva voluto collegarla ad Aemona /Lubiana a partire da Aquileia – per costruire strade e ponti, e torri – 62 quadrangolari, di cui si vedono resti- per formare il limes delle Alpi Giulie.

I milites, fabri, si ribellano al prefetto del campo, Aufidieno Rufo, forse uomo troppo rigido coi suoi commilitoni in quanto vecchio soldato, divenuto dopo duro servizio, praefectus castrorum!.

Di fronte ai nuovi tafferugli e alla ripresa della sommossa, Bleso ne fa bastonare e incarcerare alcuni, i più carichi di bottino, per spaventare gli altri, in quanto ancora la maggior parte di centurioni obbedivano al dux. Comunque, la solidarietà tra i soldati fa si che la prigione viene forzata e vengono liberati i disertori e i condannati a morte – Ibidem 21-.

La rivolta diventa maggiore per fatti personali, come quelli di un certo Vibuleno- che piange per la morte del fratello ucciso dai gladiatori del comandante – o per la durezza di comando di un tal Lucilio, detto cedo alteram/ qua un’altra – un centurione crudele, che si serviva della frusta di vite, solito a cambiarla, in caso di rottura- data la flessibilità, durante le staffilature sulle schiene dei legionari- o per lo scontro frontale tra l’ottava e la quindicesima legione, a causa della volontà di uccidere il centurione Sirpico, da una parte, mentre, dall’altra, c’era opposizione: Non si arrivò allo scontro solo per intervento della nona legione, che si frappose fra i contendenti agendo ora con le preghiere ed ora anche con le minacce!.

Cosa fa Tiberio, conosciuta la situazione, all’arrivo del figlio di Bleso, cugino di Elio Seiano?

Tiberio è uomo che nasconde il più possibile gli avvenimenti, non lieti e e quindi, decide, senza consultare nessuno- tanto meno il Senato- di inviare il figlio, Druso, con alcuni cittadini importanti e due coorti pretorie, senza un incarico ben definito, ma con la facoltà di provvedere secondo il bisogno.

Tiberio, essendo preoccupato, vi aggiunge, dopo aver rinforzato le coorti, oltre il consueto, con milizie scelte, ( gran parte della cavalleria pretoriana e il nerbo di germani /robora germanorum, allora addetti, come guardia, alla persona dell’imperatore), ed inoltre il prefetto del pretorio Elio Seiano- dato per collega a suo padre Strabone a Roma- ed in grande autorità presso di lui, mandato per guidare il giovane figlio e per prospettare agli altri sia i pericoli che le ricompense/rector iuveni et ceteris periculorum praemiorumque ostentator.

Dunque, professore, Tacito mostra chiaramente la funzione di rector iuveni et ostentator?

Bisogna comprendere l’esatto valore di rector, che lei già ha usato per Varo e per Quirinio nei confronti del giovane Gaio Cesare, inviato per risolvere la crisi con Fraatace ( Fraate V)!.

Rector ha, Marco, lo stesso significato di guida, di un accompagnatore che ha esperienza militare ed amministrativa tale da suggerire operazioni adeguate, come un maestro fa con un discipulus, consigliato nel momento operativo, in situazione. Augusto aveva ritenuto Gaio Cesare adulescens ed ora Tiberio considera suo figlio, simile anche lui!.

Dunque, Seiano ha funzione di rector nei confronti del giovane figlio di Tiberio, ventottenne! E da allora, fino al 23, è al suo fianco anche se con funzioni diverse, non più come consulente militare, ma come funzionario amministrativo in Roma, come adiutor, aiutante nel disbrigo delle pratiche statali,- più col padre che col figlio- pur mantenendo la carica prefettizia militare, essendo un intermediario tra l’imperatore e la pars popolare e il senato, in quanto fiduciario imperiale.

Forse, professore, il giovane Druso, allora, per un quinquennio non soffre la presenza di Seiano, anche perché lui è celebrato insieme con Germanico/Polluce come  Castore e Tiberio ha, per allora, solo nel pretoriano un fidato esecutore passivo dei suoi ordini, avendo anche dopo il trionfo di Germanico, a Roma nel 17, il figlio di suo fratello uomo prudente e moderato in ogni cosa, come coregnante!. Marco, per Druso, governatore dell’Illirico, e per Tiberio la figura di Seiano comincia a diventare ingombrante dopo la morte di Germanico e la tumulazione delle ceneri nel Mausoleo di Augusto e dopo il consolato di padre e figlio, quando il pretoriano, inizia a mostrare segni di insofferenza nella sua funzione di intermediario tra la nuova diarchia governativa e il popolo e il senato, ormai assoggettati come sudditi, schierati su due fronti e divisi tra fautori giulii e claudii!.

Tacito sembra che, in questa situazione della città, divisa in partes, consideri il vertice di potere di padre e figlio, diale, non univoco perché il vecchio, accusando qualche flessione fisico-mentale, è cocciuto e determinato nei suoi ordini ed ostacola il giovane, che, data l’asperità paterna del carattere, non è in grado di gestire nemmeno l’oikos familiare, e non ha il prestigio né di imporsi alla volontà paterna né di contrastarla!. Da qui la lenta e graduale ascesa del pretoriano abile a sfruttare l’equivoco cittadino e quello familiare, mentre svolge la sua funzione militare a favore dell’imperatore-padre, che ha fiducia nella sua lealtà comportamentale e non ha dubbi sulla sua segreta ambizione, data l’apparente modestia caratteriale, equestre!.

Fatta questa considerazione, Marco, seguitiamo a vedere la situazione in Pannonia!

Professore mi sembra che già Tiberio ha preoccupazione eccessiva nell’inviare Druso, e non ha grande considerazione per il dioscuro claudio rispetto a quello giulio, che agisce da solo e gestisce una situazione molto più complessa e molto più grave di quella pannonica! Non le sembra che un uomo di quasi 28 anni, già destinato al consolato, abbia solo un potere nominale rispetto al rector Seiano e a Gneo Lentulo, e non un mandato eccezionale di un vicario/missus imperiale?! Possibile che solo il carattere insolentemente aristocratico, prepotentemente attivo, impetuoso/ drasterios, autorizza l’imperatore, sempre prudens, a circondare il figlio di uomini moderati?

Marco, Tiberio non ha grande fiducia nelle qualità di mediazione del figlio e conosce il suo cursus militare dalle relazioni dei familiari e di amici, come Varo e Quirinio, ad Augusto che, comunque, ha dato fiducia al giovane e lo ha fatto questore nel 13 d.C. ed ha anticipato la carriera politica, facendogli oltrepassare la pretura. Inoltre è spaventato, non avendo coscienza diretta né della potenza di Maroboduo, re dei Marcomanni, e nemmeno delle condizioni reali in cui versa l’esercito pannonico, ben sapendo del disprezzo verso i figli dei domini da parte di militari, specie dei veterani, costretti da Ottaviano a rimanere in servizio come vexillarii, cioè congedati senza liquidazione!.

Infatti Tacito mostra i legionari nella loro reale condizione di degrado ed indisciplina, all’arrivo del nutrito gruppo di uomini, inviati da Roma per la costatazione del fatto rivoltoso e per la repressione, forzata, anche armata, non per una vera conciliazione tra le partes, dissidenti, circa il servizio militare, da riformare!

Lo storico scrive: i soldati si presentano, come per omaggio, senza fare festa, quasi per officium, non laetae, come era costume!.

Non c’è accoglienza con parata militare per il figlio dell’imperatore!: non gli vanno incontro uomini insignibus fulgentes, sed inluvie deformi et vultu, quamquam maestitiam imitarentur, contumaciae propiores/adorni dei loro distintivi, ma trasandati e sporchi, con aria di sfida più che di dolore, anche se a questo atteggiassero il volto -ibidem 24-

Tacito mostra le prime disposizioni di Druso, appena entrato nel campo/vallum, vedendo la folla imponente di legionari disposti intorno al tribunal: portas stationibus firmare/con posti di guardia rafforzare le porte; globo armatorum certis castrorum locis opperiri / disporre scorte di armati in determinati punti.

Professore, Druso fa chiudere nel mezzo le tre legioni di legionari dissidenti, bloccando con un migliaio di uomini quasi 18000 milites, agendo secondo manuale militare! E’ un’azione di un veterano? E’ un piano attuato da Druso, su consiglio del rector e dei suoi collaboratori, patrizi!.

I soldati pensano a un Druso figlio di famiglia, ma il figlio di Tiberio è pur sempre un claudio, un militare coi fiocchi, duro, che, nel primo servizio militare, dopo aver preso la toga virile, non è stato degenere, se Augusto gli permette il cursus honorum anticipato tanto da diventare console insieme con Norbano Flacco, proprio al ritorno dalla campagna pannonica, con tutta la delegazione paterna, soddisfatta del lavoro svolto, destinato ad avere nel 17 d.C. un’ ovatio per aver vinto Maroboduo, come governatore dell’Illiricum!.

Comunque, nei castra pannonici nel settembre del 14,- piovoso, anticipante l’inverno!- Druso svolge il suo incarico con l’aiuto di altri, tra cui Seiano, cugino di Quinto Giunio Bleso iunior e nipote di suo padre omonimo, senior, governatore, poi inviato in Africa, contro Tacfarinate.

Tacito mostra il tumultuare dei legionari evidenziando la retorica del suo fare storia, secondo i canoni descrittivi del pathos e Druso ritto, all’atto di arringare : Stabat Drusus silentium manu poscens. Illi quotiens oculos ad multitudinem rettulerant, vocibus truculentis strepere, rursum viso Caesare trepidare; murmur incertum, atrox clamor et repente quies; diversis animorum motibus pavebant terrebantque/ Stava in piedi Druso, chiedendo con la mano silenzio. Quelli, ogni qual volta guardavano le proprie numerosissime file, rumoreggiavano con voci minacciose, quando invece guardavano Cesare, tremavano: un mormorio confuso, un clamore spaventevole, poi, all’improvviso, la calma; in balia di questi opposti sentimenti, provavano ed incutevano terrore (Ibidem, 25,1-2).

Druso, interrotto il tumulto, legge ad alta voce la seguente lettera del padre, in cui era scritto: fortissimarum legionum curam, quibusdam plurima bella toleravisset/ egli aveva particolare cura per le fortissime legioni con cui aveva sostenuto tante guerre; ubi primum a luctu requiesset animus, acturum apud patres de postulatis eorum/ non appena il suo animo si fosse riavuto dal lutto, avrebbe trattato coi senatori riguardo ai loro desideri; nel frattempo aveva inviato i figlio perché concedesse senza ritardo tutto quello che si poteva dare subito /misisse interim filium, ut sine cunctatione concederet quae statim tribui posset; il resto doveva riservarsi al senato al quale era giusto lasciare la sua parte, tanto di indulgenza quanto di severità/ cetera senatui servanda. Quem neque gratiae neque severitatis expertem haberi par esset.

Cosa risponde l’assemblea /contio, dopo che il centurione Clemente ha elencato i postulata militaria (congedo dopo 16 anni, compensi al termine del servizio, paga di un denario al giorno, veterani mai più trattenuti in servizio) dopo che Druso, subissato da clamore ostile, risponde confessando che su tutto ciò devono decidere il senato e il padre?

Cur venisset neque augendis militum stipendiis neque adlevandis laboribus denique nulla bene faciendi licentia?/Che era venuto a fare, se non aveva la facoltà di aumentare lo stipendio ai soldati, né alleviare i carichi operativi né concedere alcun beneficio?

Si fa una domanda, cui seguono commenti amari circa il potere di bastonare e di mandare a morte e sul sistema di Tiberio di eludere le richieste di soldati, a nome di Augusto– cosa che il figlio ha ereditato dal padre- a cui fa seguito una frase interrogativa disgiuntiva di grande disprezzo, verso la casa regnante, che sapeva rimettersi sempre e stranamente solo per gli interessi dei soldati, al senato, non consultato mai, se non in caso di castighi e di combattimenti: a loro sarebbero venuti sempre e solo figli di famiglia/ Numquamne ad se nisi filiod familiarum venturos?…an praemia sub dominis, poenas sine arbitrio esse/o forse le ricompense dipendevano dai padroni, le punizioni, invece, erano senza autorizzazione di nessuno ?

Hai capito bene il pensiero di Tacito sulle lamentele dei militari?

Lo storico legge col pregiudizio imperiale antonino e pensa che Augusto e Tiberio deludono le aspettative dei militari fingendo di non essere domini e di dipendere dal senato responsabile della condizione dei legionari, quasi immutata anche al tempo di Nerva e Traiano! La politica senatoria di Vespasiano e Tito è simile a quella dei fondatori dell’impero giulio-claudii, come quella di Nerva-Traiano, anche se apparentemente contrasta con quella di Caligola (ed anche di Claudio e di Nerone) e di Domiziano, che si vestono come i re orientali, di seta e di abiti gemmati, che hanno in testa diademi e si considerano legge vivente ed esseri divini!

Dunque, professore, la missione del figlio della famiglia claudia subisce la contestazione delle legioni che sfogano il loro malumore non su Druso, ma sul rappresentante senatorio, quel Gneo Lentulo, circondato e ferito perché accusato di essere il primo a deprecare la rivolta quando, invece, essendo superiore per età e per gloria militare avrebbe dovuto non incoraggiare l’azione repressiva di Druso, ma avere solidarietà con loro, che perciò abbandonano il tribunal e ad ogni occasione cercano di provocare incidenti. attaccando i pretoriani di Seiano, odiati, e gli amici di Cesare.

Al ferimento di Lentulo segue un ‘eclisse di Luna, che spaventa i soldati che, di conseguenza, accantonato il piano di una collettiva strage, sembrano piegarsi a pentimento.

Ecco come scrive Tacito -ibidem 28-il fenomeno dell’eclisse e il turbamento dei soldati: Un caso fortuito fece trascorrere calma la notte che si era annunciata minacciosa e sembrava dovesse finire con una strage. A cielo sereno, si vide eclissarsi la luna – 26 settembre 14!- I soldati che ignoravano la causa del fenomeno lo intesero come un presagio che riguardasse la loro situazione, mettendo in rapporto le loro sofferenze con lo sparire dell’ astro ed immaginando che sarebbero riusciti felicemente i loro intenti se alla dea venisse restituito il suo limpido chiarore: con strepito di bronzi e suoni di trombe e corni rumoreggiavano, secondo che la luna si faceva più lucente o più fosca si allietavano o rattristavano e quando delle nuvole, che si erano alzate la tolsero di vista si poté credere che fosse scomparsa nelle tenebre .Inclini come sono alla superstizione gli animi, già turbati, piangendo gridano che si preannuncia loro un travaglio senza fine/ aeternum laborem e che gli dei, sdegnati, distolgono lo sguardo dalle loro azioni.

Druso approfitta della situazione favorevole e comanda ai pretoriani di andare tra le tende e far venire Clemente e i soldati stimati dalla massa.

Questi, introdotti fra le sentinelle, nei corpi di guardia, nei posti si sorveglianza alle porte, ora fanno apparire una speranza, ora suscitano timore rimproverando di tenere richiuso il figlio dell’imperatore / filium imperatoris obsidebimus? facendoli ragionare sull’esito delle lotte, sul giuramento da prestare a Vibuleno e a Percennio, uomini che non hanno facoltà di concedere terre ai veterani, perché non possono sostituirsi ai Neroni e ai Drusi. Con queste parole li incitano a passare per primi al pentimento essendo stati gli ultimi a cadere in colpa, facendo capire che le concessioni comuni hanno tempi lunghi e sono lente ad arrivare e che un favore, invece, personale, appena te lo sei meritato subito lo ricevi/ tarda sunt quae in commune expostulantur: privatim gratiam statim mereare, statim recipias.

Professore due domande: è possibile che la lotta tra i giulii, qui detti Neroni, e i Claudi, qui chiamati Drusi, è già iniziata? la rivolta viene frenata con la divisione tra le richieste dei tirones/reclute e quelle dei veterani?

Marco, è probabile che in Germania e in Pannonia i soldati già siano divisi, al testamento di Augusto, in pars Iulia/neronia a favore di Germanico, di Druso maggiore- supposto figlio naturale di Augusto- e in Claudia/drusia a favore di Tiberio che, nella zona aveva operato con Senzio Saturnino ed aveva vinto e Cheruschi e Marcomanni e i loro re, Arminio e Maroboduo. Per quanto riguarda l’operazione di Druso e del consilium principis, la separazione della causa dei giovani soldati da quella degli anziani e di una legione dall’altra sembra che sia ben rilevata da Tacito- Ibidem, 28,5 tironem a veterano, legionem a legione dissociat-

Infatti i soldati- a cominciare dalle reclute- subito rimettono le insegne a posto e poco a poco lasciano tutti le porte e, così, viene ripristinata la disciplina nei tre castra!.

Druso, allora, convocata l’assemblea, anche se inesperto nel dire /quamquam rudis dicendi, con naturale dignità, deplora le azioni passate e approva le presenti dichiarando che non si arrende alla paura o alle minacce ma, che se li vedrà supplichevoli, scriverà al padre affinché, placato, accolga le preghiere delle legioni (ibidem 29).

Subito, su loro richiesta, invia il figlio di Bleso, il cavaliere Lucio Aponio, uomo della sua coorte, e Giusto Catonio, un comandante di una delle prime centurie, al padre Tiberio! -Ibidem-

Sorgono discussioni /certatum sententiis, nel concilium principis: alcuni sostengono che nell’attesa del ritorno degli ambasciatori, bisogna blandire la benevolenza dei soldati, altri invece servirsi di metodi con più energici provvedimenti perché il volgo non ha senso di misura, se non teme minaccia, e se, invece, ha paura lo si può impunemente calpestare, specie se terrorizzato da superstizione. Quindi il comandante è consigliato di aggravare lo spavento facendo sopprimere i promotori della rivolta, già terrorizzati dal fenomeno naturale.

Druso, essendo promptum ad asperiora ingenium (ibidem 29,3) accetta il parere di fare giustizia sommaria sui promotori ed ordina la soppressione di Vibuleno e Percennio e dei principali sobillatori, cercati nelle tende, mentre alcuni compromessi vengono consegnati dai commilitoni stessi, a dimostrazione della propria fedeltà, ed altri sono scovati sbandati fuori dell’ accampamento e uccisi dai pretoriani.

In breve, l’ottava e la quindicesima tornano nei loro castra e la stessa cosa fa la nona, dopo aver atteso, invano, lettere di Tiberio.

Druso, allora, torna a Roma , dovendo intensificare la campagna per la sua elezione a console.

Bene professore.! Mi sembra, ora, di aver capito il suo sotteso messaggio sul figlio di Tiberio, adulescens, dicendi rudis, e promptum ad asperiora ingenium, in quanto mi sono ricordato di una sua spiegazione etimologica su eruditio. Allora, marcava a noi alunni liceali il concetto del suo significato di istruzione come uscita dall’ ignoranza e fase di passaggio alla cultura individuale, come abbandono della rozzezza istintuale e passionale adolescenziale per un avvio alla razionalità di una comitas giovanile, adulta, mostrando anche il passaggio dalla barbaries agricola alla raffinata civiltà cittadina e quindi alla comitas/compitezza e socievolezza urbana, grazie alle artes liberales, di cui l’oratoria era un tassello fondamentale- di cui Tacito, ai suoi tempi, lamenta la fine, in relazione alla perdita della libertà cittadina-!.

Bravo. Marco ! ora veramente hai compreso che Tiberio, accusato da Tacito persino di adfectatio e morositas , cioè di essere giunto a forme leziose ed affettate e a pedante meticolosità, vede il figlio come uomo intemperante e impetuoso, estremamente aspro, non moderato da un processo culturale adeguato. Marco, in Tiberio, orator e dux prudens, insoddisfatto per la formazione del figlio, c’è la condanna della educazione impartita da Asinio Gallo, il marito della ex moglie Vipsasia Agrippina, che lo ha lasciato libero secondo l’inclinazione naturale drusia, rendendolo schiavo e bisognoso di magistri rectores!.

Secondo Tacito, Tiberio ammette davanti al senato la deficienza di Druso, anche quando fa l’elogio del figlio e chiede per lui la tribunicia Potestas (Ibidem, 56,3)!

Dunque, Druso e Seiano, compiuta la campagna pannonica con successo, sono tornati a Roma e svolgono le proprie funzioni, in relazione al proprio grado sociale?.

Certo, Marco!. Druso diventa console con Norbano Flacco e, poi, viene di nuovo inviato in Pannonia con la moglie Livilla, che sembra stabilirsi a Cividale (Forum Iulii), mentre il marito coi legati sta a Carnuntum e, come governatore, favorisce i Marcomanni di Maroboduo contro i Cheruschi di Arminio.

Avvenuto lo scontro tra le due popolazioni barbariche, i Cheruschi vincono i loro nemici nel 18 d.C ed impongono il principe Catualda favorito da Arminio,- che, poco dopo, è ucciso dai suoi amici e parenti invidiosi del suo prestigio, ora che si sono impadroniti anche dei territori dell’alta Sava (Boemia e Moravia) nel 19 d.C, avendo i romani deciso già con Germanico di spostare – nonostante le due vittorie del 16 di Idistaviso e del Vallo di Argrivari- di riportare il confine dal Weser al Reno, a seguito del richiamo del dux giulio da parte Tiberio.

Maroboduo, il re sconfitto e spodestato, chiede aiuto a Druso, che lo accoglie nell’impero romano e poi, col consenso del padre lo autorizza a stabilirsi a Ravenna, dove muore nel 37 d.C, dopo quasi 19 anni di esilio dorato.

Quindi Druso e Seiano sono lontani l’uno dall’altro, fino alla morte di Germanico e anche all’epoca del processo di Gneo Pisone,- essendo l’uno ora a Cividale ora a Carnuntum, mentre l’altro è a Roma con Tiberio, fino a quando padre e figlio diventano consoli nel 21-.

Tacito, Annales, III,31 1, infatti, scrive: seguì il quarto consolato di Tiberio e il secondo di Druso …Tiberio come per ristabilirsi in salute (era stato male!) si recò in Campania: forse intendeva preparare a poco a poco un’assenza lunga ed interrotta o lasciare che Druso esercitasse da solo le funzioni, essendo il padre lontano-.

L’anno dopo, Marco, Tiberio chiede per Druso la potestas tribunicia , carica che Augusto aveva costituita, avendo come collega prima Marco Agrippa e poi lo stesso Tiberio!.

Quindi, Tiberio nel 22 stabilisce che Druso deve succedergli e perciò, gli dà la carica inventata, secondo Tacito, da Augusto che considera questa autorità suprema per non prendere il titolo di re o di dittatore ed innalzarsi, tuttavia, su tutti gli altri con qualche appellativo/ id summi fastigii vocabolum Augustus repperit ne regis aut dictatoris nomen adsumeret ac tamen appellatione aliqua cetera imperia praemineret – Annales, III,56,1.

Per lei, professore, questo progressivo aumento di potere, dato a Druso, fa decidere il pretoriano a tentare di far la scalata al potere con Livilla, sua amante – scoperta, forse, dal figlio di Tiberio che ha spie e fautori in città-?

Marco, considera che il 22 è anche il momento dello stanziamento definitivo dei pretoriani nei Castra praetoria e della certezza di un vinculum tra i soldati e il praefectus, che li ha attirati in vario modo facendo favori ad alcuni, promuovendo altri, quando è nota la intenzione di Tiberio di seguire l’esempio di Augusto e di associarsi Druso al potere /Drusum summae rei admovit.

Ti preciso, Marco, che Augusto aveva stabilito che la stirpe di Druso maggiore aveva precedenza nella successione su quella di Tiberio, pur avendo lasciato il potere al figliastro Claudio: Tiberio aveva regnato per anni lasciando impregiudicata la scelta tra i due cugini, dioskouroi, e solo ora, dopo la morte di Germanico, aveva fatto la scelta definitiva.

Nella richiesta al senato così l’ imperatore parlava – dopo aver pregato gli dei perché volgessero i suoi disegni al bene dello stato- del giovane con misura, senza esagerazioni /modica de moribus adulescentis neque in falsum aucta rettulit – Ibidem, 56,3-

Nota che Tacito scrive che Tiberio considera adulescens un uomo di 36 anni circa, leggendo dalla parte di un padre che diceva esse illi coniugem et tres liberos (una femmina e i gemelli), eam aetatem, qua ipse quondam a Divo Augusto ad capessendum munus vocatus sit / che aveva moglie e tre figli ed era nell’età, in cui lui stesso era stato chiamato dal divo Augusto ad assumere quell’alta funzione.

Tiberio aggiunge nella lettera: neque nunc propere, sed post octo annos capto experimento, compressis seditionibus, compositis bellis triumphalem et bis cosulem noti laboris participem sumi/ che non prematuramente, ma dopo otto anni di prova, in cui aveva represso sedizioni, terminato guerre, meritato il trionfo, e due consolati, Druso veniva assunto a collaboratore di una fatica, a lui già nota – Ibidem 4-

Seiano e Livilla comprendono dalla risposta del senato- che è quella usuale di votare statue per i due principi ed altari agli dei e templi ed archi di trionfo, anche se Silano propone di iniziare a datare l’anno, non dal nome dei consoli ma dalla concessione della tribunicia potestas, mentre Quinto Aterio, da adulatore, vuole che siano incise nella curia in lettere d’oro le deliberazioni senatorie del giorno- che la ratifica senatoria è certa!.

Professore, si pensa, dunque, che dopo questo giorno, inizi la congiura di Seiano, che risulta impostata su due fasi: una di provocazione ed un’altra di reale esecuzione mediante il veneficio.

In tale situazione essendo avvenuta la scelta dell’ adiutor, è probabile che scoppi il diverbio tra i due, che, avendo caratteri forti si scontran, essendo l’uno libero di parola e l’altro, nonostante l’apparenza umile e servile, superbo.

Tacito scrive, facendo il ritratto psicofisico di Seiano:  laborem tolerans, animus audax; sui obtegens, in alios  criminator; iuxta  adulatio et superbia/ ebbe corpo robusto e animo audace; dissimulatore  per sé e diffamatore degli altri, adulatore e contemporaneamente superbo (Annales, IV, 1,3) e rileva qualità pericolose e dannose se usate per la conquista del potere : palam compositus pudor, intus summa adipiscendi libido, eiusque causa modo largitio et luxus, eiusque causa industria ac vigilantia, haud minus noxiae, quotiens parando regno finguntur / apparentemente presenta affettata timidezza ma, nell’intimo è estremamente avido di potere per cui usa fastosa prodigalità, ma più spesso attività e vigilanza, dannose in chi aspira al potere.

Il ritratto di Velleio Patercolo è abbastanza simile a quello tacitiano nel rilevare un corpo resistente alla fatica e un animo pronto ad osare con capacità di ben operare e di dare fiducia ad altri e di dominarsi e di rapportare amabilmente col prossimo, ma anche con la dote di riversare infamie sui vicini, essendo uomo abile ad adulare e contemporaneamente capace di esibirsi in quanto superbo e fanatico, rimanendo, comunque, in apparente riservatezza e compostezza, dato il carattere gioviale e spiritoso, cameratesco di stampo agricolo-militare antico.

Queste qualità di bonomia le dimostra nel preciso ordinamento, rinnovato, del corpus pretoriano in Roma, quando riunisce i milites in un solo campo per addestrarli in modo che essi abbiano spirito di corpo nell’obbedienza ai superiori e nella coscienza della forza da ispirare paura nello scontro con gli altri. Infatti Tacito scrive: ut simul imperia acciperent numeroque,et robore et visu inter se fiducia ipsis in ceteros metus oreretur/affinché ricevessero gli ordini insieme e col numero e con la forza e la vista reciproca ispirassero a sé fiducia e timore agli altri– Annales, IV,2,1-

Seiano si conquista gli animi dei suoi e aumenta il prestigio della prefettura del pretorio, pur adottando una disciplina rigorosa: inrepere paulatim militares animos adeundo, appellando; simul centuriones ac tribunos ipse deligere/ cominciò ad insinuarsi nell’animo dei soldati, avvicinandoli, chiamandoli a nome, e a scegliere personalmente i centurioni e i tribuni -ibidem- Contemporaneamente non si asteneva dal circuire i senatori per ottenere cariche e governi provinciali per i suoi protetti/neque senatorio ambitu abstinebat clientes suos honoribus aut provinciis ornandi -Ibidem-.

Professore, Ponzio Pilato, suo tribuno e cliens, dopo la fine del suo servizio militare, potrebbe essere stato uno considerato da lui adatto a reggere la Iudaea, dopo la prova della cacciata degli ebrei da Roma?-Cfr. Per un bios storico di Ponzio Pilato- ,

Certo per Seiano, dopo la designazione del suo uomo, è uno scherzo avere l’approvazione di Tiberio, che lo asseconda in quanto è facilis et pronus ita ut socium laborum non modo in sermonibus sed apud patres et populum celebraret colique per theatra et fora effigies eius interque principia legionum sineret/ tanto acquiescente da proclamarlo associato alleproprie fatiche non solo in conversazioni private, ma davanti al popolo e al senato – ibidem-.

TIberio, in vista del suo ritiro in Campania, pur avendo designato il figlio, secondo Velleio Patercolo, crede necessario- visto il caratteraccio del figlio e considerata la sua immoderatio politica- affiancargli qualcuno come guida nelle attività o nei mandata, in modo da moderarne l’esuberanza e gli impulsi. Tiberio, anche in questo, segue l’esempio di Augusto che, giovane, si era servito di Statilio Tauro e di Vipsanio Agrippa ed altri in quanto i governanti, avendo grandi affari hanno bisogno di grandi aiutanti/magna negotia magnis adiutoribus egent … facendo così l’interesse dello stato e migliorando la personale formazione / interestque rei publicae quod usu necessarium est, dignitate eminere utilitatemque auctoritate muniri.

Perciò, l’imperatore insiste sulla scelta di Elio Seiano come adiutor  per il figlio, ancora discipulus?!

Velleio Patercolo,- che non conosce i fatti successivi- esaltando la figura di Seiano -già pronto alla congiura– scrive: Ti. Caesar Seianum Aelium, principe equestris ordinis patre natum, materno vero genere clarissimas veteresque et insignes honoribus complexum familias, habentem consulares fratres, consobrinos, avunculum, ipsum vero laboris ac fidei capacissimum, sufficiente etiam vigori animi compage corporis, singularem principalium onerum adiutorem in omnia habuit atque habet, virum severitatis laetissimae, hilaritatis priscae, actu otiosis simillimum, nihil sibi vindicantem eosque adsequentem omnia, semperque infra aliorum aestimationes se metientem, vultu vitaque tranquillum, animo exsomnem/ capace di laboriosità e fiducia, di costituzione del corpo pari al vigore dell’animo, uomo di piacevolissima austerità, di antica affabilità, nell’agire molto simile a chi è estraneo agli affari pubblici, che non pretende nulla per sé e che raggiunge ogni cosa, sempre stimatore di se stesso al di sotto delle sue capacità, nelle valutazioni con gli altri, quieto nel volto e nella vita, infaticabile nell’animo.

Dunque, Tiberio non si svincola da Seiano in questo periodo secondo Cassio Dione , ed associa Seiano a sé,-e qui concorda con Tacito!- come aiutante suo e del figlio, per l’affinità di carattere con lui / ek toon tropoon omoiothtos, e gli concede il rango pretorio/proslaboon tais ge strategikais timais- cosa mai fatta per nessun eques -/ facendolo sumboulon kai upeerethn pros panta!.

Quindi, professore, la scelta di Seiano, fatta da Tiberio per il figlio, ritenuto ancora adulescens, diventa deleteria, perché aumenta il potere del pretoriano, che con Livilla ha pretese, poi, di successione reali, come patronus di Tiberio Gemello ?

Marco, ti preciso che Druso minore ha nomina dal padre e dal senato mentre Seiano ha solo quella del vecchio Tiberio, che  considera adiutor aiutante di campo-  in senso militare, forse- e null’altro, ma risulta equivoco davanti ai militari e al popolo-: l’affermazione di Cassio Dione –sumboulon kai upeerethn pros panta – non è da considerare se non come traduzione greca, molto successiva, di adiutor,  in un ampliamento del significato di consigliere  con referente  di upeeresia  servizio di rematori, in senso universale!-

Per me, comunque , in tale situazione, Tiberio, già non del tutto integro, autorizza la scalata al potere del pretoriano, antagonista opportunista e crea problemi a quel figlio, che vuole aiutare con ministri, bene conoscendo l’arte difficile del goveranre! Comunque, un Tiberio diciamo veramente malato e molto menomato, nonostante la stazza fisica, lo si può vedere effettivamente nell’estate del 36 d.C., quando avviene la destituzione di Ponzio Pilato e viene imprigionato Giulio Erode Agrippa, a Tuscolo, (cfr. Flavio, Ant. Giud. XVIII,185-204) quando dà l’ordine a Macrone -successore di Seiano- che finge di non sentire, convinto di trattare con un rimbambito, che si dimentica facilmente delle cose!

Bene. professore. Abbiamo precisato anche questo aspetto su Tiberio, ora, si affronti la morte del figlio ad opera del pretoriano che, secondo il padre, dovrebbe esserne inizialmente collaboratore nella direzione degli affari pubblici e sua guida!.

Marco, te ne parlo volentieri, ma prima permettimi di fare una questione sul testo di Cassio Dione, che pone accanto alla morte di Druso un racconto di uno strano episodio circa un architetto- che raddrizzò con una tecnica eccezionale il porticus Octaviae, uno degli edifici più grandi di Roma, rinforzando tutto intorno le fondamenta in modo tale che non si spostassero e coprì il resto della struttura con dei pesanti mantelli di lana, imbracandola con delle funi da ogni parte; poi, dopo aver tirato con l’aiuto di molti uomini e con l’utilizzo di argani, lo riporto nella posizione originale (Cfr. Caligola il sublime cit.) e che poi ritornò dall’imperatore (che lo aveva pagato ed onorato per l’ impresa prodigiosa) e gli porse una coppa di vetro, meravigliosa. Andandosene il tekton la fece cadere, di proposito, poi, raccolte le singole parti, con le mani, la riplasmò, come prima, destando lo stupore di tutti, ma non di Tiberio, che ordinò che fosse messo a morte, perché aveva fatto opera di magia, con la ricomposizione!

Perché me ne parla?

Marco, vedo un rapporto tra la dihghsis /narrazione della morte del misterioso architetto e quella di Druso, di Dione Cassio e il racconto del Testimonium Flavianum e della punizione degli ebrei romani per i fatti di Paolina (e Mundo) e di Fulvia (e dei dottori giudaici) in Flavio, quasi un’ analogia, essendo ambedue i testi interpolati e con tratti comuni, sottesi.

Detto questo e precisato che la morte di Druso è in Xiphilino,137,17-140,7 e i fatti, seguenti la morte di Agrippina, in Zonara 2 p. 440,8-441 (p.7 ,11-28D),- due bizantini, il I dell’XI secolo il II del XII – possiamo ora iniziare, Marco, seguendo Cassio Dione e Tacito, che risultano le fonti più autorevoli per una ricerca sulle cause della morte del figlio di Tiberio e del lungo periodo di silenzio ed infine della scoperta, insieme con la congiura, anche del delitto, concertato con la moglie stessa, Livilla, e coi suoi familiari e medici!.

Dall’angolazione di Tacito e Cassio Dione (e di altri ) si può chiaramente vedere, dunque, che la morte di Druso minore avviene nel momento magico del suo Regno, quando a Roma funzionano due poteri legittimi, una diarchia, un padre che ha associato un figlio concedendo la tribunicia potestas, e che, a sua volta, ha l’ausilio- non richiesto – di un esperto, una persona fidata, di famiglia, legatissima ai claudii, dopo la designazione ufficiale alla successione, già avvenuta agli inizi del 20, in concomitanza con la compartecipazione di Seiano, e, poi, a seguito del comune consolato di padre e figlio, con la tacita promessa del ritiro paterno nella zona campana.

Secondo Cassio Dione -ma la notizia è passata al vaglio dei cristiani come già detto!- a Tiberio è capitato qualcosa che lo cambia (forse proprio nel triennio 21-23 o poco dopo la morte del figlio) per cui l’imperatore che era stimato grandemente, ora cominciò a dare adito a perplessità, molto maggiori tanto che risultava menomato o per lo meno non idoneo, come prima, al governo per gli excerptatores, che, tendendo a sovvertire l’ordine/ tarachh kosmou, accostano le notizie tratte da Flavio, Svetonio e Tacito, riportando che quanto avviene sul piano psicofisico di Tiberio, incide tanto da decidere di seguire il consiglio interessato di Seiano di abbandonare Roma per gli otia caprini, in una volontà di vivere senza pensieri, come un pensionato, imperatore emerito.

Cominciamo, dunque, Marco con la descrizione di Cassio Dione – Storia romana, LXVII, 22 , che rileva già la provocazione del pretoriano-, ma mi sembra opportuno prima farti notare che Tiberio, banditi gli attori/istriones, reprime i costumi delle donne incitate alla dissolutezza, concedendo a Seiano il privilegio di aver statue tanto che popolo, senato e consoli stessi cominciano a comportarsi come clientes del pretoriano, che, in assenza dell’imperatore, accentra il potere, nonostante la presenza di Druso Minore, come se fosse l’unico referente in quanto tutti si rivolgono a lui, per questioni pubbliche e non solo private, in quanto senza di lui non si muove foglia a Roma /ouden eti khoris autou toon toioutoon epratteto/senza di lui non si faceva niente.

Questo sembra che accada, quando ancora vive e cogoverna Druso Minore, che naturalmente, stando fisso a Roma, è innervosito dal potere dato dal padre al pretoriano, che è un minister, un servo/uphereths che svolge il servitium/la sua funzione, oltre che cittadina,  anche di guardia specifica del corpo, a lui, erede al trono e alla sua famiglia, e perdi più con eccessivo zelo, cosa che inquieta il giovane, già per natura furioso ed agitato!

Ecco le precise parole di Cassio Dione, che riporta, oltre l’anticipo della fine di Druso, anche l’ alterco tra i due, inesatto circa la colluttazione successiva e il pugno dato!.

Drousos, o pais autou, pharmacoooi diooleto; o gar Seianos epi te thi ischui kai peri tooi acsioomati upermazhsas ta te alla uperogkos hn kai telos kai epi ton Drouson etrapeto kai pote pucs autooi eneteine/Druso figlio di Tiberio, morì per avvelenamento da farmaco; Seiano, infatti, esaltato per il potere e per il rango raggiunto, oltre a dimostrare la sua baldanza in altre occasioni, alla fine si volse anche contro Druso, e, in un’occasione, lo colpì, addirittura, con un pugno.

Secondo Cassio Dione,- che concorda con Tacito- da quel momento il pretoriano cominciò a temere sia Druso che Tiberio, e, pensando che se avesse eliminato il giovane, il vecchio lo avrebbe potuto manovrare con estrema facilità, propinò del veleno a Druso, servendosi dell’aiuto della sua servitù e di sua moglie, che molti chiamano Livilla, altri Livia, di cui Seiano era l’amante/ emoicheuen,!

La colpa, per lo storico,  ricadde su Tiberio perché non abbandonò mai le sue abitudini di vita, né durante la malattia, né al momento della sua morte ed, inoltre, anche perché non concesse a nessun altro di abbandonare le proprie!.

Per lo storico, che legge i fatti dopo decenni, colpevole è Tiberio, un padre imperatore, già malato, che è incerto sul destino dell’impero, già da allora, avendo in mente di porre sul trono non una discendenza giulia al potere, ma il proprio figlio, sul quale nutre qualche dubbio, come esperienza politica, tanto da porgli accanto un altro! La stessa cosa si ripete, dopo oltre 13 anni: l’imperatore a Capri è indeciso sulla scelta tra l’erede giulio, superstite, Gaio Germanico e il figlio di suo figlio, Tiberio Gemello! Svetonio è contraddittorio nel suo parlare perché afferma che Tiberio ha come sospetto Gaio e disprezza il nipote come nato da un adulterio (Svetonio, Tiberio, LXII-ex adulterio conceptum), anche se poi dice che due anni prima della morte, stende un duplice testamento –alterum sua, alterum liberti manu -nominandoli eredi ambedue aequis partibus, costituendoli reciprocamente eredi l’uno dell’altro (ibidem LXXXVI).

Tiberio è uomo molto razionale e scrupoloso nei suoi atti anche se fatalista e mago, analogista, che sa bene che la storia si fa casualmente: i fatti accadano senza intervento di uomini o Dei, che sono tutti condizionati dal fatum!

Lo stesso Flavio (Ant. Giud. XVIII,205-222) – che descrive Tiberio desideroso di determinare razionalmente l’ascesa al potere di Tiberio Gemello, capovolgendo l’ordine di Augusto, col comando ad Evodo di far entrare da lui il nipote, per primo, pur mostrando che il Dio (ebraico! non la Triade capitolina!) annulla la sua scelta! – rileva il fatale andare al colloquio di Caligola, il figlio di Germanico, l’estraneo, il predestinato ad essere il Neos Sebastos/Novus Augustus!. Eppure il vecchio malato imperatore, da nonno innamorato del proprio nipote, aveva pregato gli dei patri di dare un segno per l’elezione del suo successore ed aveva deciso, in cuor suo, che il precettore, all’alba del giorno dopo, senza informarlo della sua recondita intenzione, dovesse introdurre i figli presso di lui: l‘impero sarebbe andato al primo che, il giorno dopo, sarebbe entrato per primo da lui! Tiberio si augurava vivamente di poter trasmettere il potere imperiale al figlio di suo figlio, anche se poneva fiducia nella scelta decisiva divina – ibidem 212-!

L’imperatore malato, vecchio, comunque, accetta il verdetto del fato. anche se prevede da mago, la morte, per ragione di stato, del diletto nipote,  ed ha un colloquio con Caligola, a cui affida caldamente il fratello adottivo,

Da pater  familias confessa che un frater deve  aver pensiero  del frater- avendogli lui, nonno, dato un potere così eccezionale- , che potrebbe essere un muro difensivo per il suo impero, e per la salvezza personale di chi, sublime, è solo nel potere, specie se ha contrari gli dei, che non lasciano impuniti gli atti contrari alla giustizia e contrastanti con essa!

E’ una comunicazione impossibile! E’ un messaggio che non può passare all’ epoca, specie tra Tiberio pastor unico, anhr, del gregge umano – che subito a suo tempo aveva fatto uccidere, appena eletto, l’altro, il giovane Agrippa, di nascosto!- e Caligola, unico pastor, Theos dell’oikoumenh, assoluta legge vivente, che non può aver nessun altro accanto! non per nulla soleva ripetere la farse omerica (Iliade II,204) eis koiranos estoo/uno sia il capo! cfr A. Filipponi, Caligola il sublime, cit. – Il potere assoluto: Caligola Despoths pp 115-123-

Il discorso tra un analogista ed un anomalista (cfr. Peri upsous cit.) seppure di comune cultura, è vuoto, come comunicazione, essendo Gaio Germanico divergente sulla figura di pastor del gregge umano: non un mortale ma un uomo-dio è despoths e kurios della terra e degli uomini, deciso a governare da Alessandria il kosmos romano, in una nuova era saturnia, secondo un progetto sublime, giulio, non claudio!

Quanto detto sulla incertezza di Tiberio è utile alla comprensione generale degli ultimi anni dell‘imperium tiberiano, mentre sull’episodio del pugno/pugs di Druso, si evince un atto di palese tensione e d’ inimicizia tra i due, che, invece, dovevano essere solidali ed uniti nella direzione dello stato: i due, da tempo, erano ostili, anche se affiancati sempre da Tiberio, in quanto diversi per cultura e per formazione, per stirpe e per classe sociale, essendo ambedue smodati per ambizione; Druso poi ha un odio feroce, data anche la superiorità di grado e forse di fisico, per aver intuito la tresca amorosa, alle sue spalle, del pretoriano con la moglie! lo scontro fisico, se avvenuto durante gli ultimi giorni del suo secondo consolato, è ancora, giuridicamente, più grave!

La fonte svetoniana e tacitiana è ancora di più precisa di quella dionea e flaviana, anche se i due storici sono più scheletrici in alcune informazioni, dopo la lunga premessa sulla prefettura del pretorio e sull’azione svolta da Seiano per migliorare il sistema di vita dei pretoriani-dopo l’incendio domato e la possibilità di aver statue dorate nei templi concessa al capo pretoriano!- e circa la presenza nel palazzo imperiale di molti principi oltre a Druso, in età adulta, di nipoti, cioè, non più bambini, pronti per l’ impegno politico: gli storici antonini sembrano seguire il pensiero di Seiano, eques ambizioso, che ha tanti competitori e che “sente” il compito, difficile, di sbarazzarsi di tutti insieme e sceglie di procedere con astuzia e di pazientare nell’organizzare i suoi piani strategici, al momento opportuno con interventi tempestivi. Viene mostrato come primo bersaglio l’uccisione di Druso contro il quale il pretoriano è animato da rancori a causa di un episodio recente: Druso, insofferente del rivale politico, essendo violento per indole, in un diverbio, sorto casualmente fra loro, aveva alzato la mano contro Seiano eques, e, poiché questo gli resisteva, lo aveva colpito in faccia.

L’ episodio, in cui gli storici marcano la resistenza con l’opposizione fisica del pretoriano al suo dominus, è spia di una esplosione rabbiosa improvvisa di una lunga sopportazione da parte di Druso- represso continuamente dal padre!- che reagisce impulsivamente forse a qualche astuta provocazione verbale del pretoriano- abile nel gestire le parole con gesti affabili e scherzosi, secondo il sistema antico cameratesco militare -e alla sua invadenza, mai censurata dall’imperatore, che pur ha potere tirannico su tutti, ma non con Seiano (Annales, IV, 7, 1 )!-

Lo storico, in effetti, scrive che Druso mostra chiaramente insofferenza e rabbia nei confronti del pretoriano, -il cui genetliaco è celebrato nei templi come quello suo e dell’imperatore- di cui si lamenta presso il padre per il comportamento di un uomo, che cerca la popolarità con buoni provvedimenti e rivaleggia nel fasto esteriore con lui, anche coi soldati, da lui conquistati con promesse e con favori reali, convinto che l’imperatore non deve aver bisogno di chiamare un altro, se ha lui come figlio, sano e salvo, che siede accanto, associato nel comando/ querens incolumi filio adiutorem imperii alium vocari – ibidem –

Tacito aggiunge alla lamentela del figlio anche una frase interrogativa, forse pronunciata propria da Druso, che non sopporta nemmeno l’idea di una tale possibilità: quanto mancava ancora perché fosse chiamato addirittura collega/et quantum superesse, ut collega dicatur?!

Druso per Tacito è incauto perché mostra troppo palesemente che Seiano aspira ad essere suo collega (e del padre) e perché non è scaltro nel marcarlo subdolamente e nel denunciarlo all’imperatore pur avendo capito che per il pretoriano erano solo difficili i primi passi per la scalata, e che, una una volta fatti, avrebbe potuto aver propri favoreggiatori e partigiani tra i Claudii, che gli sarebbero corsi a fianco/Primas dominandi spes in arduo: ubi sis ingressus, adesse studia et ministros-ibidem-!

Druso è un vir educato alla parrhsia, alla libertà di parola, mentre Seiano è uomo di astuzia, che media e che trama opportunisticamente nell’oscurità: non c’è mai salvezza per l’incauto aristocratico in una situazione di scontro con un inferiore, astuto ed opportunista!

Druso comprende che Seiano, avendo già a sua disposizione come prefetto i soldati, ha già un suo potere reale militare e che il porre una sua statua nel Teatro di Pompeo significa dare un segno tangibile al popolo della sua avvenuta ascesa, ed, inoltre, che c’è il pericolo che presto, data la promessa di matrimonio tra la figlia di Seiano e Druso, figlio di Claudio, avrebbe avuto comuni dei nipoti nella famiglia dei Drusi/communes illi cum familia drusorum fore nipotes!- ibidem.

Il ragionamento di Druso è il seguente: bisognava obbligare il pretoriano, ora, alla moderazione e ad accontentarsi/precandam post haec modestiam, ut contentus esset -ibidem-.

Tacito-ibidem- infine, svela il segreto: questi e simili discorsi Druso teneva frequentemente e non a pochi, ed anche le sue confidenze segrete erano rivelate dalla moglie infedele/ Neque raro neque ad paucos talia iacebat, et secreta quoque eius corrupta uxore prodebantur!

Quindi, professore, Druso ha molte ragioni per arrivare a dare quello schiaffo o pugno, a Seiano che, per di più sembra reagire? Comunque sia, Tacito sembra oggettivo nel mostrare le mire ambiziose dell’uno e la difesa dell’altro, troppo sicuro della sua superiorità verso la sua guardia del corpo, che ha già tradito la sua fiducia, dimentico dei benefici ricevuti e da lui e dal padre.

Anche Seiano, professore, è uomo ingrato, un miles con la sindrome rancorosa del beneficato, come poi Cherea con Caligola?

L’ingratitudine è una “malattia” chiara in ogni epoca e in ogni contesto sociale: nessuno riconosce il beneficio, tantomeno il beneficato che ha rancore nei confronti di chi è suo palese benefattore di tanto, di quanto si fa l’azione pubblicamente. E’ strano personaggio l’uomo! Quanto migliore l’animale , e perfino il vegetale!

E’ vero, professore, che Tacito ne fa una questione nella morte di Druso, e ne rileva il male, evidenziando la malattia di quanti sono detrattori di Tiberio al fine di una confutazione?

Noi rileviamo che la versione di Tacito non sia diversa da quella di Cassio Dione, che non ritiene credibile che Tiberio sia aitia/ causa della morte del figlio e quindi colpevole perché si comportava così abitualmente e perché aveva, oltre tutto, solo quel figlio, a cui era affezionato e, perciò, punì subito alcuni ed altri in seguito; comunque, in quella occasione entrò in senato e, dopo aver pronunciato l’elogio, che si addiceva al figlio, tornò a casaSt Rom. LVII 22,3-.

Lo storico aggiunge che la sua-di Druso- morte fu causa di morte per molti uomini e tra questi Agrippina e i suoi figli, contro cui (Seiano) aveva aizzato Tiberio, sperando che questo, dopo l’eccidio dei suoi parenti potesse autorizzarlo a sposare Livilla (sua nuora, vedova) da lui amata, ed impossessarsi del potere assoluto, non essendoci più alcun successore diretto legittimo, in quanto Tiberio detestava il giovane nipotino, nato da un adulterio ed inoltre, a causa di Druso, Tiberio inviò in esilio molte persone per ragioni pretestuose.

L’affermazione ultima sul nipotino è inesatta, mentre sembra giusta la tesi di Svetonio che pensa con Tacito e anche con Cassio Dione, che Tiberio ritenga il figlio morto per malattia e intemperanza- cum morbo et intemperantia perisse existimaret– Ibidem LXII-!

Mi sembra strano che solo la fonte giudaica sappia che Tiberio ama svisceratamente il nipote Tiberio Gemello, nato nell’ottobre del 19 forse a Roma dove i coniugi Druso e Livilla svernano, dopo il periodo di governatorato nell’Illiricum, dopo la notizia della morte di Germanico e delle accuse a Gneo Pisone- che oltre tutto passando per l’Illiricum ne ha chiesto l’aiuto – ! Il sacerdote, storico, Giuseppe Flavio ha testimonianza diretta da Erode Agrippa e figli, oltre che da documenti giacenti negli archivi del Tempio, ed è certamente meglio informato!.

Comunque, non è possibile che una donna, del tipo di Livilla, non segua il consiglio fondamentale, per una coniugata, della ex sua suocera e moglie di Tiberio, Giulia maior (Nisi nave plena, traho vectorem!), certamente peggiore di lei, amante di molti uomini, ma abile a soddisfare i suoi piaceri, dopo la sicurezza di essere gravida, rispetto alla parente- certamente considerata stupida vedova innamorata di un solo uomo, se l’avesse conosciuta- !.

Livilla, seppure succube del pretoriano, ha come confidenti e consigliere, a detta di Tiberio, la madre Antonia e la nonna Livia, che conoscono bene le pene inflitte ad una domina, mater familias, coniugata, scoperta, infedele! E’ recente- pochi anni dopo la morte di Druso- il ripudio di Urgulanilla da parte di Claudio, imbecille, che fa esporre la neonata, rifiutata, sulla porta della domus di Plautii! La sorveglianza su Livilla della madre e della nonna è garanzia per Tiberio di legittimità della nascita dei gemelli nell’ottobre del 19d.C., quando è felice, infinitamente felice di essere nonno, grato alla nuora, domina educata ad essere matrona, degna della stirpe, indifferente al fatto di saper cercare e trovare i suoi privati piaceri!

Alla nascita dei gemelli non ci sono contestazioni a Roma né rifiuto da parte di Druso, marito, e di Claudio, pater familias! I rumores sono successivi alla morte del figlio di Tiberio, quando c’è la corte serrata del pretoriano a Livilla- che piange la morte del gemello Germanico quattrenne – comprovata pubblicamente dalla richiesta scritta – già da noi esaminata- all’imperatore del pretoriano, nel 25, tempo in cui è certa la notizia che Tiberio non conosca che Druso veneno interemptum fraude Livillae uxoris atque Seiani- cosa che gli è nota dopo la morte del pretoriano, per cui, esacerbato diventa veramente crudele e non risparmia a nessuno pene e supplizi -Ibidem –

Un vecchio astioso e rognoso come Tiberio non avrebbe risposto con quei termini, che abbiamo già esaminati, ad uno, che aveva seminato nella sua casa, infamandola!

Le donne di casa e Tiberio conoscono bene la lex Iulia de adulteriis coercendis del 17 a. C. di Augusto (Svetonio Augsto, 65,4), per cui solo il pater Familias (Claudio) e il marito Druso possono presentare l’accusa nei due mesi che seguono l’adulterio della donna, poi, anche altri, come testimoni oculari!

Professore, lei mi vuole dire che Seiano, anche se ha spinto all’adulterio la moglie di Druso, non è necessariamente padre dei figli gemelli della donna?!

Si. Marco.

La morale romana è alquanto libera, dopo il fatto dell’ accertata gravidanza ad opera di medici, nei confronti della donna incinta, che vive con le sue assistenti, sotto la sorveglianza della madre o suocera, con rari rapporti col marito, quasi libero dai doveri coniugali , secondo l’etica matrimoniale dell’epoca, dedito ad altri piaceri e con donne e con efebi!.

Perciò, Marco, è vero quello che Tacito riferisce -Annales IV 10,2- che Seiano ha attirato alla scelleratezza con l’adulterio l’infedele Livia/ corrupta ad scelus Livia vinxisse stupro, ma nel periodo successivo alla certificata medica gravidanza della donna nel febbraio del 19 d.C. quando Livilla è ancora in Illiricum !.

Infatti il pretoriano, secondo Tacito, solo nel settembre del 23 pensò che doveva far presto e quindi scelse un veleno, la cui azione lenta somigliasse ad una malattia fortuita. A Druso lo propinò l’eunuco Ligdo a quanto si seppe otto anni dopo/ maturandum ratus dligit venenum quo paulatim inrepente fortuitus morbus adsimilaretur. Id Druso datum per Lygdum spadonem, ut octo post annos cognitum est. ibidem, IV 8,1.

Dunque, professore, per Tacito – che conosce i processi contro Apicata e contro Livilla, e tutti i retroscena dell’avvelenamento e quanto succede nei pochi giorni della malattia di Druso, compresa la presenza continua dell’imperatore non al capezzale del figlio, ma in senato e perfino nel periodo tra la morte e la sepoltura stessa- i senatori partecipano falsamente al dolore per la morte di Druso perché segretamente godevano che rifiorisse la casa di Germanico!. Essi, per lo storico, vedono il vecchio imperatore, aristocratico, come colui che consolando loro in lacrime ha un virile conforto nell’amministrazione statale, proprio mentre commisera l’estrema vecchiezza dell’Augusta, l’età ancora inesperta dei nipoti e la propria già declinante. Essi godono che l’imperatore, che ha come unico sollievo nella presente sventura i figliuoli di Germanico, da lui introdotti in senato come eredi, raccomandati in quanto pronipoti di Augusto e discendenti da nobilissimi avi!.

Marco, sembra che Tiberio dopo la morte del figlio instauri un clima di terrore con l’imporre la lex maiestaitis, regolata direttamente da lui. e non dal senato. Tacito conosce anche il funerale estremamente solenne per la pompa di immagini -come quello di Germanico e forse anche di più- perché si vedevano quella di Enea, progenitore della gente Giulia, di tutti i re albani e di Romolo, il fondatore della città e poi la nobiltà sabina ed Atto Clauso e tutte le effigie dei claudii, in lungo corteo! – Ibidem 9- Inoltre il fatto che celebra Atto Clauso sabino stabilitosi a Roma nel 504 con molti clienti ,- già in Livio Ab urbe condita,II,16 e in Svetonio, Tiberio 1-, personaggio accertato dagli studi del nipote Claudio, che in Tyrrenika, lo ritiene antenato,- è indice di una volontà encomiastica della gens claudia, ora messa in congiunzione con quella giulia!.

Lo stesso Cassio Dione- la cui fonte dovrebbe essere Tacito- ne prende atto quando parla della morte di Gaio Lutorio Prisco, un ippeus ge mega epi poihsei phronoon kai epitaphion epi toooi Germanicooi epiphanh suggrapsas /un cavaliere che era fiero della sua arte poetica e che aveva scritto un insigne epitafio in onore di Germanico -St. Rom. LVII,20,3 – facendo anche un buon profitto. Costui avendo scritto anche su Druso e la sua morte fu processato e condannato e questo suscita lo sdegno di Tiberio, non per il fatto della condanna, ma per la procedura della sentenza, e perciò impose il decreto che un uomo condannato a morte dal senato, non potesse essere mandato a morte prima di dieci giorni…in modo che l’imperatore, anche se assente, potesse sapere le decisioni dei senatori, prima che venissero applicate e potesse così confermarle.

Tiberio rivendica a sé prima di partire, il diritto di conoscere i fatti prima di una emissione definitiva di condanna. Si sa da Tacito che l’imperatore è cauto nelle sentenze e solo, dopo accertata colpevolezza dell’imputato, emette verdetto e perciò le condanne per lesa maestà, volute dal senato, sono applicazioni frettolose da legittimare-. Ann. III,50, 4 e 51,2. -. Infatti lo storico afferma che Tiberio rimprovera il senato secondo il suo consueto ambiguo comportamento, esaltando lo zelo di coloro che punivano severamente gli insulti anche lievi, fatti all’imperatore, deplorando, comunque, un castigo così precipitoso per un delitto soltanto di parole.

Tacito e Dione sembrano seguire fonti diverse nel discolpare Tiberio che, pur mirando a trattenere il senato nelle sue condanne, nel caso suo personale, non prende una decisione circa la tortura dl coppiere e sulla ricerca dell’istigatore del crimine, in quanto, convinto che il figlio sia morto per malattia e per intemperanza! Sappi, Marco, che, andato in Campania e poi stanziatosi a Capri, l’imperatore non ha più una comunicazione diretta di quanto accada a Roma, prima limitata e poi impedita ed infine annullata dal pretoriano. Comunque, i due scrittori sono convinti che Tiberio non può offrire di sua mano il veleno al figlio, senza ascoltarlo ed senza dargli il modo di pentirsi/inaudito filio exitium offerret idque sua manu e nullo ad paenitendum regressu-.

E’ noto che Tiberio è abituato ad agire non frettolosamente ma pacatamente e col figlio è certamente più cauto in quanto mai ha commesso infamia (Ibidem, 11,1).

Professore, la figura di Tiberio, dopo Caligola, già sotto Claudio e Nerone e ancora di più sotto i Flavi, subisce un trattamento spietato di condanna, perché la sua reazione fu, dopo otto anni dal delitto, così drastica contro i senatori e tanto crudele da inaugurare a Roma un lungo periodo di processi e stragi, tanto da aumentare l’odio popolare contro l’imperatore assente, che, non essendo uomo generoso e liberale – se non in occasione di una grave crisi finanziaria, cui ordina per mezzo dei senatori di obbligare i banchieri di investire in beni stabili un terzo dei loro capitali e ai debitori di rimborsare subito un eguale percentuale di loro debiti- Svetonio Tiberio, XLVIII- cfr. A. Petrucci, Mensam exercere. Studi sull’impresa finanziaria romana, Jovine 1991 -.

Si sa che Tiberio ai legionari non diede niente, ma solo ai pretoriani, che non avevano tradito con Seiano, assegnò 1000 denari a testa e alle truppe di Siria (non si conosce se la concessione fu estesa anche a quelle di Iudaea!) alcuni premi per non aver posto l’ immagine di Seiano fra le insegne (nullam Seiani imaginem inter signa coluisset).

Coi militari in genere, specie coi veterani Tiberio è duro e non concede il congedo, anzi stimava che diventando vecchi sarebbero stati posti in congedo dalla morte, cercando di ottenere vantaggio dalle loro morti stesse.– ibidem-.

Tacito, inoltre, tende a mostrare Seiano come il factotum di Tiberio, sovrano non generoso coi milites, ma che ha eccessiva indulgenza nei suoi confronti del pretoriano tanto da permettergli nefandezze di ogni genere /ex nimia caritate in eum Caesaris- ibidem

lo storico riporta anche i pettegolezzi del popolo sulla morte dei dominatori in modo non sempre giusto- atrociore semper fama erga dominantium exitus -Annales, IV 11,2. ritenendo che la prosperità di Seiano e la sua stessa caduta furono parimenti funeste per lo stato Romano a causa dell’ira degli dei/ deum ira in rem romanam cuius peri exitio viguit céciditque (Annales, IV,1), in una condanna e dell’imperatore e del suo ministro.

Tacito, pur conoscendo lo svolgersi della scelleratezza rivelata tramite il processo di Apicata e dell’eunuco e del medico / ordo alioqui sceleris per Apicatam Seiani proditus, tormentis Eudemi ac Lygdi patefectus est, afferma che nessun storico è tanto ostile a Tiberio da attribuirgli la macchinazione delittuosa, anche se ricercavano ed ingrandivano tutte le altre sue colpe / neque quisquam scriptor tam infensus estitit, ut Tiberio obiectaret, cum omnia alia conquirerent intenderentque- ibidem,2.

Lo storico, allora, conclude: Quanto a me sono stato indotto a tramandare questa diceria e a dimostrarla infondata per respingere con un esempio perspicuo le falsi voci e per chiedere a coloro nelle cui mani verrà questa mia fatica che non antepongano notizie incredibili avidamente accolte, a quelle vere e non alterate per la smania di destare meraviglia / avide accepta veris neque in miraculum corruptis antehabeant – ibidem,11,3-.

Tacito aggiunge che Seiano, visti impuniti gli uccisori di Druso, considerato debole il rimpianto del morto da parte pubblica, imbaldanzito dai misfatti, si mise ad escogitare il modo di togliere di mezzo i figli di Germanico, che indubbiamente ora erano successori imperiali, Ibidem, 12, 2.

Professore, lasciamo stare la tragedia dei figli di Agrippina e della stessa donna, di cui ho letto ogni cosa in Caligola il sublime e i piani di Seiano portati a termine successivamente dal pretoriano e valutiamo Seiano o politikos/vir civilis e il suo tentativo di regnare.

Perciò, dobbiamo solo concludere circa la morte di Druso minore, -un figlio amato dal padre che, però, ne causa la morte, forse per proteggerlo e per aiutarlo nella successione, essendo molti i concorrenti giuli, che avevano diritti maggiori, perché figli di Germanico, il destinato da Augusto a formare una dinastia imperiale in Roma-!. Tiberio il mago non prevede la morte del figlio per opera di Seiano, il fedele pretoriano, l’infido amante di Livilla, il perfido massacratore degli ebrei, il suo adiutor confidente, destinato a risultare il meno affidabile tra gli opportunisti ed avidi ministeriales, compreso quel prefetto di Iudaea, Ponzio Pilato, capace di condannare a morte un nabi taumaturgo, di professione tekton, divenuto maran aramaico di un Regno dei Cieli/ Malkut ha shamaim, in quanto eletto da Artabano, re dei re, poi punito da Lucio Vitellio!.

Professore, per me, ingegnere dilettante di Storia, la tragedia di Druso non è opera di un tradimento di un eques, opportunista che, col favore ambiguo di Tiberio, domina in Roma per 16 anni coi suoi devoti pretoriani e con Giulia Livilla, essendo patronus del gemello superstite, suo tutore, venerato come Deus/ theos, specie, dopo lo spontaneo ritiro caprino dell’imperatore, avendo assoggettato senato e popolo!.

Seiano è un alter Augustus, che ha come modello non Tiberio, imperatore di transizione, ma Ottaviano giovane che, dopo la vittoria di Azio, col ratto di Livia, si nobilita oltre la stessa gens divina Iulia adottiva, e crea il Principato! Il pretoriano, come minister adiutor, fa la sua guerra personale contro i Giulii, seguendo apparentemente Tiberio, ma in effetti annientando la famiglia di Germanico- anche Caligola doveva morire!- desideroso di fondare con l’amata Livilla un nuovo principato, una dinastia Giulio-Elia, in un momento in cui ancora lo stato repubblicano non è del tutto morto!

Bravo, Marco. Così leggi tu! ma…. è questa la mia reale lezione storica? Non è Caligola, il vero riformatore del principato augusteo, il neos sebastos, la legge vivente dell’impero, il sublime figlio, superstite, di Germanico, secondo la volontà della triade capitolina, destinato al dominio universale/catholikos, l’uomo-dio, predestinato a riportare sulla terra l’era saturnia?

Ponzio Pilato con Seiano e senza Seiano

La storia  di una inimicizia è … l’ historia di un’amicizia!

Vulgare  amici nomen, sed rara est fides (Fedro, Favole, III,9)

Nomen amicitia est, nomen inane fides! –Ars am. 1,738-

E’ la fede degli amanti /come l’araba Fenice/che vi sia, ciascun lo dice/ove sia, nessun lo sa ( Metastasio,  Demetrio, II.3)

Professore, ora che abbiamo ripreso la nostra conversazione abituale, desidero  avere  spiegazione ulteriore su Ponzio Pilato  e le possibili relazioni prefettizie annuali scritte,  inviate a Tiberio e al senato  per comprendere  come il prefetto  – con Seiano e senza Seiano- possa nel corso della sua missione prefettizia in Iudaea,  rimanere fedele  al proprio partito, pur essendo tragicamente cambiata la situazione romana con la morte del suo capo, proprio quando si vedono i segni della reazione tiberiana!

Marco, tu vuoi sapere, in effetti, se cambia il modo di governare di Pilato, dopo la  morte del pretoriano il 18 ottobre del 31d.C. e dopo l’evento del regnum di un Maran (basileus/re) aramaico in Iudaea, una regione romana: tu sei curioso  di conoscere le possibili  relazioni a Tiberio, cioè gli  scritti apocrifi su Ponzio Pilato e la loro attendibilità! .

Io non credo di poter soddisfare la tua curiositas  perché non  ci sono, allo stato attuale delle conoscenze, scriptiones, redazioni  scritte stabilite in una precisa epoca, con scripta certi, ma codici sospetti, tramandati in diversi tempi, tratti anche da differenti autori, poi  assemblati in modo da essere etichettati come tacitiani o svetoniani o flaviani,  utilizzabili per fini da determinare.

Gli atti di Pilato, certificati  sono quelli da me  indicati in Ponzio Pilato e i Governatori di Siria (Pomponio Flacco e Lucio Vitellio), se le fonti, autentiche, non sono state  toccate  da manipolatori,  desiderosi di contestualizzare la vicenda umana del Christos  in epoca tiberiana e di giustificare  quanto stabilito in Concilia/Sunodoi cristiani del IV, quando la datazione Orientale è diversa ancora da quella Occidentale! Posso solo dire che, se c’è qualcosa, quel poco è supposizione in relazione ad una tradizione del II secolo, di Taziano nel Diatesseron – una sintesi dei quattro vangeli di un apologista che vagamente mostra vita e morte per crocifissione  di un giudeo Galileo che ha patito sotto Pilato ed è risorto dai morti  – e del  Vangelo di Nicodemo- apocrifo di un anonimo probabilmente  degli inizi del IV,  che contiene anche la Sentenza del procuratore e  la Discesa agli inferi di Cristos –  cose tutte riciclate e riconfluenti  negli scritti dei cappadoci (Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo),  nel IV secolo ed infine accolte  nella tradizione cristiana  bizantina e medievale!.

Sono, quindi, professore,  notizie non certe e  in codici  di difficile datazione, vista la  storia imperiale secolare e le due lingue di trasmissione ufficiale, considerata la caduta dell’impero occidentale e la  sussistenza di quello orientale bizantino, di lingua greca, fornito di scriptoria  più adeguati per la trasmissione dei codici rispetto a quelli occidentali in mani barbariche.   Perciò, professore,  credo che l’ avvenimento della  morte di Seiano  collegato alla prefettura di Ponzio Pilato – essendo un fatto  di poca importanza nella stessa storia imperiale, seppure rilevante in quella tiberiana  della domus gulio-claudia –   diventi in epoca teodosiana effettivamente necessario   e risulti  ricerca storica per la fissazione degli enunciati  dogmatici trinitari stessi,  sulla famiglia giulio-Claudia, sull’età tiberiana e sul mandato di Ponzio Pilato e sulla  morte del pretoriano coincisa con l’inizio del Malkuth del Christos!.

Vedo, Marco,  che ragioni davvero, nonostante il tuo credo, di un cristiano che crede  pur quando ragiona!  Sto scherzando bonariamente mentre rilevo che hai ben compreso che la fine di Seiano necessariamente influenza il mandato del praefectus di Giudea, turbato anche  dal successivo evento messianico, perché cambiano i  suoi rapporti con gli altri governatori che devono dimostrare la loro  fedeltà esclusiva all’imperatore e al senato, per mostrare la loro estraneità alla congiura del pretoriano, disgiungendosi dalle direttive seianee antigiudaiche. La morte di Seiano, Marco,  cambia  ogni cosa in Italia e  in  Roma – a cominciare dal ritorno nella capitale  degli ebrei,  che risultano subito  numerosissimi, circa un decennio dopo, (cfr. Svetonio, Claudio XXV, Iudaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantis, Roma expulit/ cacciò i giudei, che continuamente erano in tumulto per la propaganda di Cresto –del Messia buono?-)  –  in un momento di ripristino  di costumi arcaici latini ed  italici e di condanna dei culti  druidici in Occidente – durante e dopo l’impresa britannica-  ed anche in Oriente, di quelli giudaici.   Nelle province, poi, rimangono invariati solo i vertici  prefettizi,  che sono confermati, mentre  sono eliminati  solo momentaneamente i pubblicani esattori del fisco imperiale, ritenuti inaffidabili da un Tiberio,  intento ai processi  romani contro i seianei, apparentemente disinteressato  alla politica e in Occidente, anche dopo le sconfitte di  L. Apronio  ad opera di Frisi e in Oriente dopo la riconquista dell’Armenia da parte di Artabano III. Insomma la fine del pretoriano risulta un capovolgimento grandioso di politica in tutto l’impero romano  e coincide con la Venuta del Signore Christos in un piccolo territorio,  in un’area periferica  ciseufrasica, insignificante, ma  importante per la grandiosa attività del gazophulakion templare e per la funzione etnocentrica del Tempio di Gerusalemme!. E’, comunque, un evento di portata eccezionale, forse, allora, ingigantito dalla fama, perché inatteso ed imprevisto, poi, con gli anni  ridimensionato e quasi dimenticato con le nuove dinastie imperiali e con i tanti fatti accaduti nella stessa zona –  il bellum iudaicum, distruzione del Tempio del 70 e galuth/dispersione  ebraica del 135 d.C.-  fino all’ epoca costantiniana e a quella teodosiana,  che sanciscono la vittoria del Dio ebraico- cristiano, trinitario (Padre -Figlio-Spirito santo)!

Io so, professore,  che per lei,  storico laico e non cristiano, ha immenso valore la neoteropoiia caligoliana con ektheosis e non ha  significato alcuno, perché  muthos, la venuta di Cristo, un rivoltoso aramaico  crocifisso, ma, per me, cristiano, la venuta del Messia sulla terra, annunciata dai profeti e proclamata dal precursore Giovanni Battista  è  un grande avvenimento tanto che  la nascita di Cristo, uomo-dio, figlio del padre, concepito dallo Spirito santo,  grazie ad una vergine,   divide la storia,  e la sua morte con patimento sotto Tiberio  è esempio di vita  per ogni credente, riscattato col suo sangue dal peccato di Adamo ed avviato alla salvezza eterna, in quanto battezzato e seguace delle orme del Soothr/ del salvatore, risuscitato dai morti! lo  accetto lo studio della storia-pur sbagliata – divisa in Ante Christum natum e post Christum natum, – anche se so che questa divisione  avviene nel VI secolo d. C. con Dionigi il Piccolo (che la fa partire dall’anno zero senza conteggiarlo – non esistendo allora lo zero – ed elimina la datazione per Olimpiade  777/6 a.C., quella  Ab urbe condita 753 a.C., e quella,  a cominciare dall’inizio del regno di Diocleziano  284 d.C., allora vigente )- e rilevo, secondo la nostra tradizione,  un Cristo vivente  in me stesso, conformato  alla volontà  di Dio padre, che,  inviando nella pienezza dei tempi, suo figlio, ha redento l’uomo, avendo scelto l’età migliore augusteo- tiberiana, espressione somma  della iustitia  romana e  stabilito il governatore di Iudaea  Ponzio Pilato, ab aeterno,  come   giudice   che –  pur lavandosi le mani, condanna,  a morte, Gesù, anche se proclamato giusto-  ed inconsapevolmente realizza il piano divino storico  di redenzione,  facendo  ricadere il suo sangue sul popolo giudaico e sulla casta sacerdotale, colpevole di un deicidio, e non sulla Romanitas!.

So bene che, come  cristiano, valuto secondo  fides  e non posso come fidelis,  razionalizzare e fare storia con lei, ma ho desiderio di leggere e studiare, seguendo la sua visione razionale, terrena  ed umana della storia!

Marco,  devi fare subito  chiarezza in te  e fare una scelta tra fides e ratio, tra muthos e  Historia!

Comprendo, professore, che ho bisogno  di fare questo, ma ora  sono in questa particolare situazione di incertezza e di dubbio: la  sua  doppia visione della figura di Gesù (una  aramaica, conclusasi con la galuth adrianea ed una greco-ellenistica, vittoriosa)  e forse il suo rilievo, pur  giusto dei due Regni, distinti, quello dei Cieli  secondo  Giacomo il fratello di Gesù e i suoi fedeli,  finiti tragicamente nel 135, e quello di  Dio, costituitosi nel II secolo d.C. , in epoca antonina, ad Alessandria, mi sembrano logici, ma non mi convincono!.

Eppure  lei  ben rileva come  in Alessandria  in epoca antonina  la presenza  di  un’ ecclesia  con didaskaleion autorizzi una nuova impostazione unitaria cristiana!. 

Ciò avviene  sulla base  di una ricostruzione di vangeli  sinottici – iniziata dopo la distruzione del Tempio gerosolomitano, con revisione di tutto il  materiale  orale e scrittorio aramaico e greco, tra il 73 d.C. e  il 135 d.C.- per cui è possibile la  proposta  di un altro Christos  che si fonde con un’altra figura di Messia efesino, giovannea, sotto Antonino il Pio  e si  determina  la nascita della religio cristiana sulla base di lettura  veterotestamentaria  di Filone – secondo ermeneutica alessandrina – e del pensiero  del Neoplatonismo,  in  opposizione allo gnosticismo,  in cui  predomina un’altra figura  del Christos, non più eroico martus del giudaismo, ma simbolo universale di amore e di pace, non più  un rivoltoso  Mastro/Qainita,  ma un maestro  di giustizia, connotato da cultura aramaica e da principi  filosofici stoici!.  

Lei, rilevando  i  segni di una religio composita, inizialmente non unitaria, contradditoria, connessa con quella  antiochena, con  quella efesina  e con altre, eretiche, sparse  in diverse sedi dell’ impero – che  seguono vari indirizzi  in relazione al pensiero di  Paolo e di altri come  Barnaba, Apollo alessandrino – pur non accettando la lezione della tradizione apostolica e quella degli apologisti e dei padri della chiesa, mi orienta verso altre soluzioni, mostrandomi  più la grandezza della cultura greco-romano ellenistica che quella cristiana, in un momento storico, in cui  c’è il  tentativo di unificazione e di koinonia dell’impero romano, che fa gradualmente di tanti popoli uno solo popolo,  assicurando pax ed iustitia, nonostante la peste antonina  e le tante vicissitudini umane e terrene di una costruzione imperiale  grandiosa, ma pur sempre di uno stato umano!

Io sono preso e turbato da tutto questo nuovo mondo ideologico  storico, che sconvolge quanto ho finora considerato un  bene culturale e un bene  reale per il mio vivere quotidiano e dei miei figli!.  Mi trovo, dunque, professore, ad un bivio in quanto  ho problemi di accettazione della mia stessa tradizione culturale  ed  ora,  in questo  lavoro, su Ponzio Pilato,  sento di dover confessare i miei  dubbi e mi devo scusare  con lei,  mio maestro, in quanto capisco che lei ha una visione storica razionale, impossibile da conciliare con quella irrazionale religiosa e riconosco la sua visione  più alta e filosoficamente più  complessa poiché mi mostra un’ età come quella augustea e  tiberiana, senza aloni e senza pregiudizi, simile ad  ogni altra storia  imperfetta,  anche perché è un momento tipico di passaggio tra lo statuto della res publica  e quello del  principato  ad opera di un eques, come Ottaviano,  sostanzialmente scaltro attore, grande politico ed  eccezionale amministratore che, grazie ai suoi meriti  di dux vincitore nella guerra civile contro Antonio,  è salutato Augustus/Sebastos  avendo  potere  tribunizio e proconsolare  da un senato, che  lascia delegittimare le cariche consolari e pretorie, autorizzando la nascita di una basileia universale divina anche in Occidente, tra infiniti contrasti,  contraddizioni e congiure.

Lei mi svela, così, un’altra storia diversa da  quella del muthos cristiano, della nascita di un Christos/Chrhstos  tra canti angelici e tra pastori e magi che portano doni, in un mondo di pace, in un momento di fratellanza universale, voluto da Dio  e scelto per la venuta sulla Terra del suo unico figlio! lo vedo ben altra realtà storica umana e terrena!

Marco, mi dici tutto questo, riassumendo perfettamente il mio pensiero, con la volontà di seguitare insieme il lavoro o per  chiudere qui, con un rifiuto,  la nostra comune ricerca storica, anche se cerchiamo di essere leali con noi stessi, realisticamente efficienti, concreti e razionali?!

No, professore, io voglio capire la storia Tiberiana, il periodo  reale di vita e di morte del nostro Gesù! Desidero seguitare  e lavorare con lei  perché ora non so conciliare il cristianesimo  col regno di Tiberio – che noi cristiani consideriamo momento utile ai fini della nostra salvezza! Noi riteniamo  che la morte del Signore sia necessaria ai fini dell’oikonomia tou theou, per il bene dell’uomo, e  voglio capire  come e quando e perché  inizia il muthos cristiano della  deificazione del Christos: la figura di un giudeo  di Galilea, aramaico, meshiah, kain, kanah, maran- che nasce, però, non a Roma, ma  in ambiente alessandrino, fondatore di religio,  rimasto più o meno nascosta nell’ impero  fino al IV, per avere, poi,  una sua costituzione  anche romana come  ecclesia  antiocheno- alessandrina, costantinopolitano/romana, connessa con quella originaria  gerosolomitana!.

Marco, ti ringrazio per la tua fedeltà,  e per la sagacia con cui hai sintetizzato il mio  razionale pensiero, opposto a quello mitico cristiano!

Io, professore,  ringrazio lei,  che segue la sua strada storica  e che in situazione storica, mi mostra  la morte di Seiano nel suo  reale valore  nella storia romana  e mi permette di dare un giudizio su  Pilato e su Christos stesso, che  risulta solo  un galileo che fa una stasis rivolta contro Roma, perché aramaico  di cultura / musar mesopotamica, collegato coi fratelli transeufrasici, punito perché  proclamatosi maran/re  di Iudaea-, con l’aiuto di  sovrani di una confederazione di stati antiromani, capeggiati  da Artabano III re dei re, costretto ad arrendersi  all’esercito di Lucio Vitellio, che, dopo il trattato di Zeugma,  stipulato col re arsacide,  ha assediato Gerusalemme, che arresasi, lo consegna ai Romani e a Pilato, reintegrato nelle sue funzioni prefettizie, dall’esercito vincitore.

Io, cristiano,  avendo letto la Morte di un Dio in italiano e in inglese        (The death of a God), tradotto da Sue Eendermans,   sono debitore a lei di avermi fatto una lezione su Pilato seianeo, un praefectus, eques e pretoriano tiberiano, inflessibile,  che, dopo la morte del  Signore e l’eccidio dei samaritani, è indagato e processato anche lui a Roma ed inviato in esilio, dopo la morte di Tiberio,  da Caligola,  neos  sebastos/ nuovo augusto, il vero portatore nel mondo romano di un kronikos bios/ vita saturnia, perfetta!   

Bene, Marco.

Ti aggiungo che Eusebio, storico del  cristianesimo nel IV secolo, –  Cfr. Lo “storico” cristiano – considera divino Costantino e XIII apostolos,-avendo vaga coscienza dell’epoca tiberiana  e quindi dei  fatti prima e dopo la morte di Seiano-  e ha interesse solo a mostrare  che Gesù, nato sotto Augusto, muore, patendo, sotto Pilato, in epoca tiberiana cfr. Lo “Storico” Cristiano , www.angelofilipponi.com

Marco, sono passati quasi trecento anni dalla morte di Cristo al momento della fondazione di Costantinopoli, la nuova Roma, la capitale dell’impero e sede nuova del patriarca cristiano, collegato più con i patriarchi orientali di Alessandria, di Antiochia, di Gerusalemme che con quello romano occidentale!

Ti notifico, poi- cfr. Amici cristiani perché diciamo Credo? ebook Narcissus 2015-che solo nel 381d.C. nel concilio di Costantinopoli c’è l’aggiunta storica in lingua greca su Gesù, crocifisso, che patì sotto Ponzio Pilato!. Di questo abbiamo parlato in altre sedi -cfr. Ambrogio e la celebrazione del Natale– ; ora, comunque,  dobbiamo riprendere il lavoro sul periodo tiberiano,  e fissare l’attenzione sugli anni, che precedono  la morte del capo pretoriano e quelli che seguono,  come appendice della scoperta di un tradimento nei confronti dell’ imperatore, che, in un certo senso, l’ha permesso ed autorizzato  con la sua graduale  rinuncia a regnare e col suo ritiro dal negotium, rimanendo in otium  a Capri, avendo, di fatto, abbandonato il governo dell’ impero ad altre mani, considerate degne di fiducia, quelle di Seiano (e quelle di Claudio)!.

Professore, lei  mi stupisce e sorprende coinvolgendo  nella congiura anche Claudio, il fratello di Germanico e di Livilla?

Si. Marco!  Claudio è la figura  nascosta sotto il potere di Seiano, quasi un delegato segreto di un Tiberio, che  rinuncia,  dopo la morte del figlio Druso Minore,  a regnare,   quando è vicino alla settantina, ed ha qualche acciacco fisico- di cui non vuole curarsi perché non ha fiducia nei medici ed è persona facile a cambiare di umore, incupita ed incattivita!

La volontà di rinuncia   anche io l’ ho potuta capire, professore, leggendo A Roma con la madre, fino al 26  e La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime (Cattedrale, 2008 )-, e rivedendo  attentamente, su sua indicazione, Tacito, Annales, IV, fragmentum V, VI e  XI!

Lei, dunque, mette  sotto accusa anche Claudio, l’imbelle figlio di Antonia, ridicolo scherzo della natura per la madre stessa, e lo considera letterato ambizioso  ed arrivista, disprezzato dalla sua stessa famiglia più per la sua conformazione fisica, che per il suo animus?

Per me, Claudio,  disprezzato dalla madre, dalla nonna  e da Augusto più per il corpus che per la mens,  considerato  segnato da imbecilitas da Tiberio, è personaggio da osservare attentamente nei comportamenti e leggere le sue reali azioni, specie nel periodo dominato da Seiano che, coi pretoriani,  terrorizza l’ambiente romano, avendo instaurato un clima  di odio, di parte!.

Dica, allora, professore,  cosa succede a Roma e  nell’impero romano  a  me  che leggo, ancora,  gli avvenimenti  degli anni tiberiani 14- 25 e i successivi fino alla  morte di Seiano, in  chiave mitica cristiana?

Marco,  riprendiamo  il nostro lavoro e cerchiamo di approfondire  gli  11 anni  circa, in sospeso,  centrando  la nostra indagine  più che  sulla  fine di Seiano, su cui abbiamo fatto indagine altrove  in Jehoshua o Jesous ? in Giudaismo romano II e in articoli  del sito-   sul rapporto tra i pretoriani e Seiano, tra il senato  cliens e il pretoriano  al momento  del trasferimento di Tiberio a Capri- cosa anch’essa esaminata in Caligola il sublime-   e  fissiamo, quindi,  la nostra indagine  sugli anni precedenti  e successivi la  morte del prefetto del  pretorio, che è basilare per il nostro studio su Ponzio Pilato.

Dunque, professore, in questo modo mettiamo  in osservazione quasi tutto il  periodo di 23 anni, tanto da poter avere possibilità   di un’altra lettura dell’epoca stessa tiberiana, considerata, però,  in funzione della lettura di  quella caligoliana!?

Marco, mi sembra  che tu abbia qualche dubbio ancora e che stia equivocando storicamente forse perché pensi che in Oriente si abbia la stessa coscienza storica occidentale!. Sapessi, Marco, come si conosce male la storia romana occidentale da parte di  Eusebio (perfino di Giuliano l’apostata!) –  e dei Cappadoci! Non so,  Marco, comunque, esattamente  cosa risulterà da questa indagine comparata, essendo incerto,  data l’ambiguità del testo tacitiano, specie  per le lacune del quinto libro  e i primi capitoli dell’attuale VI libro e dell’incipit stesso del XI  libro di  Annales  – cfr. Annales, a cura di Azelia Arici, Utet,1969 –  da me  esaminati e studiati  per l’individuazione  esatta di Il Buco storico www.angelofilipponi.com (cfr. Taciti Annales, Teste établi et traduit par H. GOELZER,1923).

So solo che dalla lettura tacitiana viene fuori  un Tiberio  molto provato dalla morte di Druso -nonostante la valutazione storica di indifferenza, di apatia e di anaffettività  di un pater familias (cfr. F. Arnaldi, Le idee politiche  morali e religiose di Tacito, Roma 1921 e C. Marchesi, Tacito, Messina 1924)- da quella del nipotino Germanico  Gemello e  da quella di Lucilio Longo – ex console del 7 d.C., un caro amico, l’unico sempre presente nella sua vita! – ed amareggiato  dalle manovre della madre, congiunta con quelle di Livilla, sua nuora  (Tacito, Annales, IV, 15)- pressato da Seiano, che lo incita  a ritirarsi dal Negotium  e da Antonia, che, invece, gli ricorda il dovere, aristocratico, di regnare  per la difesa dei suoi stessi nipoti! L’imperatore, ancora stordito dalle disgrazie, che  va girando per le ville  campane alla ricerca di un rifugio, dove vivere in otium, è figura tragica, letteraria, retorica!

Ti è chiaro questo aspetto della vita di Tiberio? Ti  è chiaro il concetto di negotium come attività politica in Roma  e di otium come riposo dallo stress del comando e della politica imperiale, come un andare in pensione, lontano da ogni cura/preoccupazione degli affari di famiglia  e di stato,  di persona decisa a vivere privatamente per godersi la quiete della natura  per dare sfogo ai suoi reconditi piaceri, gusti, ed anche ai  vizi e  passioni senili, in una libertà sfrenata bambinesca, in relazione al proprio stato finanziario -economico, essendo il dominatore del mondo, l’unico pastore del gregge umano?  Hai, davvero, compreso il telos tiberiano di sistemare, pur restando in ombra,  nel modo migliore possibile, l’impero immenso romano,  affidandolo ad Elio  Seiano, l’uomo migliore, scelto come sua immagine, in quanto  parente, il più affidabile  fra tutti, come amministratore, reggente politico e militare, l’unico degno della stirpe augusta claudia, capace di essere patronus, in attesa della maggiore età di Tiberio Gemello, abile ad eseguire fedelmente i suoi mandata di distruzione della domus Iulia  e della stirpe giudaica, filogiulia, avente nel suo seno molti elementi Iulii ?!

Professore, al di là se ho  chiaro  o meno i problemi da lei posti, a  seguito della  morte di Druso, su cui abbiamo  trattato a fondo, la fonte tacitiana, a mio parere, comunque, dipende da autori a  noi ignoti, e sembra condizionata ora da Flavio ora da altri scrittori a noi sconosciuti, forse dallo stesso  Lucio Vitellio,  mentre  quella di Cassio Dione  è troppo lontana, anche quando segue  Velleio Patercolo e  non è attendibile perché, avendo come idolo  Augusto, lo ritiene basilare per la costruzione della Basileia dei Severi.

Comunque – anche se non capisco tutto e non so operare sulle fonti e sui testi, per lei  tramandati con precisi scopi – il  significato di negotium l’ho avuto sempre chiaro fin dalle prime lezioni, che mi ha fatto!. Non occorre che mi rifaccia l’etimo di nec otium come negazione di otium -non attività politica – e quindi come pratica e lavoro politico per il benessere pubblico, in quanto di tratta di attività  propria  di  vir  minister/ diakonos /servo del popolo, da cui riceve, oltre che  dal sovrano,  mandato di realizzare i propri sogni!

Ho, dubbi, invece,  sul silenzio  dell’ imperatore  per la  morte del  figlio  e circa il  successivo telos tiberiano, oltre al mandatum al pretoriano che, con la sua azione di repressione selvaggia e di feroce persecuzione  ai giuli e  ai giudei  mette la sua faccia  crudele per coprire quella del buon pastore del gregge dell’imperatore divino ed aristocratico, già mostrata nel corso della persecuzione romana giudaica

Marco, forse qualcosa -se non  tutto-  si chiarisce  se, lavorando insieme,  eliminiamo gli equivoci  di comunicazione, nei cinque anni  imperiali “caprini”- trascorsi  dall’imperatore in solitudine,  dorati e passionali-  tra Tiberio  dominus  assente e il suo apparente  fedele cane, ministro  onnipotente, venerato come divino anche lui,  di nome, passivo  esecutore di ordini e pubblico ufficiale, sempre in missione segreta!

  Bene. Procediamo, allora, e  rileviamo il comportamento dell’imperatore, senex, nauseato dalla politica e soprattutto dalla corte, ora divisa nel 25 d. C. tra fautori dei claudi e  fautori dei  giuli, essendo ormai la casa dei cesari /caesarum domus scissa in due partes,  che fanno capo l’una  a Seiano, suo factotum, con l’augusta  Livia e Livilla, i  pretoriani e gli amici, militari e giuristi, oltre al mago personale Trasillo, – unico goes non cacciato nel 19 d.C. perché vir scienziato/ anhr spoudaios kai sophos–   l’altra ad Antonia Minore con Agrippina maior, i suoi figli e il codazzo di ex legati di Germanico, e la maggior parte del popolo romano!.

C’è una frattura incolmabile tra le partes aristocratiche, ambedue divine, in lotta, da un lato, e,  tra  il senato e  il popolo,  da un altro!. Tutti sono sudditi che assistono, impotenti  alla esecuzione dei comandi imperiali, non palesi,  e  riversano odio verso i pretoriani e il loro capo, autore di misfatti sui giudei e sui  Giulii innocenti, annientati dai Claudi!.

Tiberio, durante quei lunghi mesi, di lutto,  è diventato, nonostante la dignitosa  iniziale presenza  al senato per la normale amministrazione,  insofferente  davanti all‘augusta Livia, madre provvidente, ma  sempre invadente e schiacciante, data la sua venerabilità per il popolo  e per l’esercito, in quanto simbolo dell’imperiumaugusteo, ora anche  innervosito  dalle accuse velate di Antonia minore – donna da lui stimata inviolabile nella persona, quasi vestale,  e per la nobiltà e per l’integrità di vita e per la amministrazione dell’oikos antoniano e in Roma e nelle province, vedova  di suo fratello morto, – di non difendere  i figli  di Germanico, eredi legittimi al trono, dalle insidie/insidiae/diabolai  di Seiano, considerato  da tutti quasi un parente dell’imperatore, fedele esecutore di ordini.

Seiano! un parente?

Si! Un parente! Marco.

Dal 20 d.C. si ha una coniunctio familiaris tramite legami di Seiano con Claudio, che è nipote dell’imperatore, in quanto la figlia del pretoriano e di Apicata  è  promessa sposa a Druso- giovinetto sfortunato, destinato a morire soffocato da una pera che tirava in alto e riprendeva a bocca aperta, a Pompei!-  figlio di Plauzia Urgulanilla e di Claudio, pater familias della domus Claudia,   fratello di Livilla e del defunto Germanico! Ricorda,  Marco, che Claudio è il capo della domus Claudia dal momento in cui nel 4 d.C.  suo fratello Germanico passa per adozione alla familia Giulia Augusta e diventa Gaio Giulio Cesare e sposa Agrippina Maior, figlia di Giulia Maior!  Sappi che, per Antonia,  questa coniunctio familiaris, seppure collaterale,  è già un male, in quanto  la donna considera Tiberio,  già politico riluttante,  vecchio, non più vigoroso e potente, come prima, ed ha scarsa considerazione  per il figlio, uomo non certamente degno della  stirpe, in apparenza, date certe deformità, facilmente condizionabile, quasi  sempre scemo e nebuloso, privo di affetti ed insensibile, incomunicabile, in preda a  continue agitazioni, ad uno  sfarfallio di mani, con difficoltà ambulatorie,  anche se  geniale- troppo geniale- in alcuni campi!

Claudio, rappresentante di Tiberio, per la madre,  è un pericolo ulteriore  per la famiglia giulia!  Marco, al di là dei giudizio negativo della madre sul fisico – portentum eum hominis  nec absolutum  a natura sed tantum incohatum/ una caricatura di uomo non finita ma soltanto abbozzata -e sulla stoltezza del figlio tanto che diceva a chi si comportava stoltamente,  ridendo:  sei più stupido di  mio figlio  Claudio/stultiorem …suo filio Claudio !-

Claudio è, comunque,  capo della domus,  utile ai fini di Seiano e di Tiberio. Per il pretoriano la figura di Claudio, come consuocero  può giovargli nel corso delle accuse dei giuli, anche se  conosce  il giudizio stesso di  Augusto – che, d’altra parte, soffriva a vedere un tale nipote disabile, e quindi  neanche  prendeva in considerazione Claudio per la successione, nelle sue lettere alla moglie Livia, riportate da Svetonio (Claudio,IV), – convinto che  abbia  l’auctoritas propria di  elemento  della famiglia imperiale.

La stessa cosa aveva fatto Tiberio  che, però,  lo aveva designato, comunque,   a celebrare  l’elogio funebre del  fratello  Germanico -incaricandolo   di accogliere la famiglia di  Agrippina, che tornava dalla Siria,  con Druso Minore suo figlio,  a  Terracina, per scortarne le ceneri fino alla tomba di Augusto -. A trenta anni  circa, Claudio appare, dopo la morte  di Germanico, l’elemento maschile, predominante del ramo familiare di Druso Maggiore, nonostante l’aspetto fisico, la stranezza comportamentale e l’allineamento filoseianeo, opposto a quello della  madre, sostenitrice del ramo Giulio, adottivo,  della sua familia, designato da Augusto  all ‘impero!

Ora, poi, come  consuocero nominale  di Seiano, Claudio,  dato il fisico da malato, considerata la  presunta instabilità mentale/imbecillitas, non  potendo imporsi sull’aitante pretoriano, lo  segue, essendo lui  patronus  degli equites, come se fosse un suo  uomo ombra – e non un suo superiore!-, infastidendo  probabilmente lo stesso Druso  minore,  console per la seconda volta e poi  reggente  in Roma,  designato futuro successore al trono, facendo innervosire  anche la madre Antonia.

Sappi, Marco, che,  inoltre , morto Druso, Claudio è incaricato di fare anche l’elogio  funebre del cugino, figlio di Tiberio, marito di sua sorella Livilla!.

Ti aggiungo che dalla mia angolazione risulta che la domus Iulia essendo privilegiata rispetto a quella claudia, in questo periodo,  sembra  destinata alla successione, secondo il volere di Augusto,  e che Tiberio apparentemente  ha intenzione di far iniziare la carriera politica in anticipo, presentandoli ufficialmente in senato,  prima   Nerone Cesare, primogenito di Germanico,  poi  Druso Cesare, secondogenito, avendo affiancato, però,  a Seiano, suo nipote Claudio, essendo lui vir,  come  guida  indiretta, claudia,  del corpus pretoriano.

Professore, la figura di Claudio, (la cui imbecillitas rilevata da Tiberio ha valore solo  come debolezza fisica nelle gambe, specie nella ginocchia  e nelle mani, e genericamente per lo stato di  corpus,  vires  e  valetudo / salute del nipote,  -cfr.  Ritratto di Svetonio, Claudio, XXX-non tanto per  l’animus  o la mens,)  era inadeguata  a contenere l’audacia di Livilla e di  Seiano, ambiziosa coppia,  desiderosa di essere riconosciuta  legittima dall’imperatore, ma già convinta di potere dominare Roma e l’impero, in assenza di Tiberio!. Claudio, educato da servi e legato alle donne -Svetonio, Claudio, XXXIV libidinis in feminas profusissimae, marum omnino expers/ !- è uomo che si è conformato alla  logica servile e femminile, senza, però, esserne succube,  anzi  ha capacità di demandare  il comando, come  tutti i membri della famiglia  claudia, abili a far partecipare  gli altri e a coinvolgerli!

Certamente, nella sua vita, ci sono eccessi e stranezze,  riconosciuti come incredibili anche dagli scrittori che,  a stento,  tramandano  le notizie  circa il carattere e il comportamento di Claudio, che autorizza la negatività di giudizio da una parte  e  che, da un’altra,  risulta persona di ristabilizzazione e di restaurazione  dei valori repubblicani,  in momenti storici di gravissimo pericolo,  ancora di più  per uno già menomato fisicamente, titubante ed incerto per la mancanza di fermezza, in situazione concreta, in quanto privo di una visione sistemica generale a causa di tanti poteri decentrati, burocratici, a seguito del fallimento dell’opera  del nipote, sebbene sublime e geniale accentratore  politico!.

Certo, Marco, Nulla avrebbe potuto Claudio, – uomo  deriso all’epoca tiberiana e caligoliana,  opponendosi alla violenza  pretoriana!  solo durante il suo regno,  accettato  ed alonato dai letterati del regime, agisce  in autonomia, confortato dall’aiuto di altri, forse ben scelti,  e mostra il suo reale valore di uomo non come letterato, ma da  pratico, anche se  poi viene  di nuovo dileggiato con maggiore violenza, offeso nella sua persona  dopo la pubblicazione comica e satirica dell’Apokolokuntosis di Seneca-  da lui esiliato in Corsica-  che ne fa un’ apotheosis  al contrario, mostrando  un imperatore morto avvelenato  dalla moglie Agrippina  con un fungo, come condannato a stare in un zuccagiocare eternamente a dadi! Claudio è visto  fin dalla scena iniziale del suo arrivo in cielo, al cospetto di Heracles che lo interroga e di  Augusto, che non  riconosce come suo  familiaris   un  omone claudicante, handicappato che balbetta, che scuote continuamente la testa!  La condanna finale  del povero Claudio, servo dei servi e delle donne, avviene in un processo – ludus, il cui verdetto di inzucchefazione è indegna letteraria vendetta di Seneca  verso  chi ha ampliato l’area senatoria, dando possibilità ad Ispanici e a galli di sedere nel supremo consesso romano ed ha pacificato il mondo dopo Caligola ed ha ingrandito l’imperium romano, burocraticizzato  in ogni singola parte!

Certamente, Claudio diede eccessivo rilievo a Polibio  minister a studiis– aiutante negli studi  e nella scrittura, a Narcisso  suo segretario ab epistulis,  a Pallante – a rationibus–  suo intendente e a tanti altri    che, certamente, approfittano  della sua  meteooria, ma sono uomini  addetti alla  sua cura, schiavi  liberati da sua madre Antonia, fedelissimi,  strapagati,  svolgenti funzioni da burocrati ministeriali, liberti che lo fanno svagare giocando a dadi, tra le pause di lavoro,  uomini utili per lo svolgimento di processi, che lui curava scupolosamente, uomini che  procurano  amanti  e mogli  ad un geniale letterato, libidinoso, insicuro nella sua  accertata disabilità, con l’intento segreto di distrarlo e di trarne qualche beneficio, al momento opportuno! Certamente, Claudio non è sovrano assoluto  come voleva essere Caligola, ma svolge una politica di gabinetto ministeriale, essendo capace di creare consensus   in un gruppo dirigente ristretto,  abile , comunque,  a dare un’ unitaria direttiva all’impero, approfittando perfino dei tanti contrasti interni  dei ministri, ambiziosi,  che seguono obbedienti ai  loro specifici mandati come  se fossero legati   di un  dux supremo , che ha trasferito l’ordine militare nel servitium amministrativo, economico-finanziario e politico.

Così il pur disabile Claudio riuscì ad amministrare  bene il suo regno  migliorando l’economia  provinciale  e  provvedendo al benessere di Roma e dell’Italia,  ai bisogni locali  dando rilievo agli equites e ai liberti  e fece perfino la conquista della  Britannia, dopo aver pacificato  l’Oriente e  mobilitato l’occidente- specie la  Gallia , dopo la definitiva  soppressione dell’elemento  dei Druidi, un particolare sacerdozio  che con le sue teorie e riti religiosi congiungeva la Britannia alla Gallia  –  per la sua impresa militare a cui volle perfino partecipare fisicamente  per sei mesi,  dopo lo stanziamento a Lugdunum, sua patria!

Certo, nella sua  vita i tanti  eccessi narrati dagli storici  mostrano l’incredibilità  con inverosimilità dei fatti accaduti  specie  circa il tradimento di Messalina,  e circa la scelta  della  nuova imperatrice, dopo l’uccisione della moglie infedele ninfomane, capace di farsi firmare anche l’autorizzazione  all’adulterio con Mnestre, obbligato a sottostare  alle sue voglie sessuali con un decreto imperiale!.

Tacito stesso  ritiene incredibile l’episodio romano di Messalina che si sposa  con  il  console designato Silio  a Roma quando il marito imperatore è ad Ostia con le due sue amanti  Calpurnia e Cleopatra, che, tra i giochi sessuali, rivelano il tradimento, in atto, della coniuge! L’autore si vergogna, considerando la cosa ridicola, anche se Claudio è  il bersaglio di comici, di letterati e della critica storica , tutti allineati  con il giudizio stesso negativo della madre Antonia e dello stesso Augusto, di Tiberio e di  Livilla e di Gaio Caligola, come uomo non  in grado di svolgere nessun  incarico di governo e tanto meno  il mandatum tiberiano di controllo del pretoriano!

Così avevano detto e pensato di Claudio,   Augusto, Tiberio e  Caligola e  così poi la storia ha deciso ma … la verità storica è diversa  se esaminiamo quanto scrivono Tacito e Svetonio e Cassio Dione , congiuntamente ad altri, rilevando la diversità di fonti  e i tempi di scrittura

Tacito  confessa: parrà-  lo riconosco-quasi una favola che vi sia stata da parte di qualche mortale  tanta tranquilla impudenza in una città, dove si sapeva tutto e non si taceva nulla,  tanto meno il caso  di un console designato,  il quale  venga congiunto in matrimonio  con la moglie dell’imperatore, in un giorno prestabilito, davanti a  testimoni pronti  a suggellare l’atto, quasi unione legittima, volta a procreare discendenza;  e ch’ella  ascoltasse le parole degli auguri e si ponesse in capo il flammeo e sacrificasse agli dei e  che sedesse a banchettare  in mezzo ai convitati tra baci ed amplessi,  e finalmente trascorresse  la notte in coniugale  abbandono.  Eppure nulla è stato inventato  a fine di sbalordire, io riferisco quello che  ho udito dai vecchi e che essi hanno scritto/Haud sum ignarus  fabulosum visum iri tantum ullis  mortalium securitatis  fuisse in civitate  omnium gnara et nihil  reticente, nedum consulem designatum cum uxore principis,  praedicta die, adhibitis  qui obsignarent, velut suscipiendorum liberorum causa, convenisse, atque illam  audisse auspicum verba, subisse flammeum, sacrificasse apud deos discubitum inter convivas, oscula complexus , noctem denique actam licentia coniugali.Sed nihil compositum miraculi causa, verum audita scriptaque senioribus trado.- Annales, XI  27,1-.

Anche  Svetonio – Claudio XXIX-  confessa: ma ciò che passa ogni possibilità di essere creduta  è che gli fecero firmare personalmente il contratto di matrimonio tra Messalina e il suo amante Silio, facendogli credere  che era una finzione per trasferire su di un altro il pericolo che alcuni prodigi annunciavano contro di lui/Nam illud omnem fidem excesserit quod nuptiis, qua Messalina cum adultero Silio fecerat tabellas dotis et ipse consignaverit quasi de industria simularentur ad avertendum trasferendumque periculum, quod imminere ipsi  per quaedam ostenta portenderetur.

Professore, dunque,  su Claudio bisogna rivedere le fonti  prima  di valutarlo, specie l’ XI  libro di Annales e  alcune parti di Svetonio che   sembrano andare di pari passo per fare alcune  comuni  affermazioni circa l ‘editto per i senatori galli e per quello sul culto ebraico per gli alessandrini,   oltre che per altri motivi utili per  i Cristiani in epoche successive. Sembra, inoltre, che si  voglia convalidare quanto detto, secondo alcuni,  circa la condanna di Valerio  Asiaticoconsiderato un uccisore di Caligola (cfr. incipit del testo dell’XI libro),  secondo  altri per conservare le parole e il decreto di Claudio sui senatori gallici  e il censimento della Gallia, secondo altri, per mostrare la continuità della  politica imperiale in Occidente contro i Frisi, e quella   in Oriente contro Vardane, figlio di Artabano III,  mentre, secondo altri, per mostrare come Claudio fosse uomo dipendente dalle donne e dai servi :  altri, invece, ritengono il testo sia tramandato  per lasciare  tracce dei ludi secolari nel 47 e per evidenziare il ripopolamento ebraico di Roma!. ogni critico dice la sua, non essendo sicuro neppure il testo, essendo ignota la data di manipolazione!

Marco, una cosa è certa!  Noi abbiamo il testo tramandato dell’XI libro  che non è  lectio unica  nei codici (Mediceo II – Laur.68,2=M- e Leidense  -BPL. 16B= L-) anche se la maggior parte dei  critici si rifà all’editio princeps di Vindelino da Spira, Venezia 1470!.

Al di là dei tanti problemi storici  su Claudio, per ora, a  noi interessa  rilevare che il  bambino, svantaggiato, è stato  bollato dalla storia che  segue  specialmente Svetonio: rimasto orfano di padre fin da bambino e durante il periodo dell’infanzia  e della sua adolescenza fu afflitto da parecchie e persistenti malattie /variis et tenacibus morbis (Claudio, II) , indebolito di corpo e di mente/animo simul et corpore hebetato,  tanto  che non fu ritenuto capace di nessun incarico né pubblico né privato  nemmeno con l’avanzare dell’età e perciò  rimasto sotto tutela anche dopo aver  raggiunto la maggiore età, quando fu  affidato alla  guida di un precettore da lui stesso  giudicato inadeguato e  barbaro,  severo ispettore delle stalle.

Claudio, insomma, fin  dal primo periodo di vita ebbe  un particolare trattamento speciale per la sua  salute  malferma, per la sua andatura da autistico e  veniva portato  spesso in lettiga nei rari casi in cui usciva in quanto la familia tendeva  a nasconderlo, come per proteggerlo da  sguardi indiscreti popolari tanto da essere considerato erede dalla successione  di terzo grado e da avere un lascito  basso dal testamento di Augusto e da quello di Tiberio.

L’imperatore Tiberio, allora, professore, affiancandolo a Seiano  ne è cosciente, come ogni altro membro della famiglia!.

Certamente!  Tiberio lo sceglie perché  ne ha l’appoggio  sicuro, utile per la difesa  di fronte alle accuse dell’elemento popolare e militare, già ostile a Seiano! Marco, è qui, l’equivoco  Per me  questo è il momento che  insospettisce  Antonia e  la rende nemica del figlio,  che fino ad allora  la donna aveva considerato un essere indifeso, uno  da proteggere perché figlio nato male – oggi diremmo   autistico, un  asperger  geniale, ma sempre  uno  diversamente abile, con una sindrome di apatia / mancanza di sensibilità  epidermica sensoriale e di sentimenti,  congiunta a disturbi  neurologici di disprassia, insomma  un elemento dissimile da ogni altro della sua nobile famiglia, con forte, maniacale istinto eterosessuale!. Claudio appare ad una madre attenta come Antonia -aiutata e confortate da regine già madri e da liberte istruite, seguita da medici alessandrini – come figlio speciale che ha interessi e comportamenti stereotipati, limitati e ripetitivi  – battere o sfarfallare  le mani in continuazione-con  alterazione e   compromissione della qualità di comunicazione – e verbale e non verbale – e della interazione sociale, per cui vien valutato   da bambino,  da adolescente e da adulto, come soggetto  non affidabile per nessuna mansione e tantomeno di rappresentanza e di attività politica  perché  non  del tutto autonomo  e perché non vede e non sente l’altro, che pur chiama ed è affettuoso a seconda del grado di parentela e di amicizia – né lo saluta, né desidera avere relazione alcuna, ma tende a  tenersi lontano da chiunque,  non avendo vera coscienza del suo interlocutore, forse neanche di se stesso.

E’ la definizione  di un autistico, asperger, perché ha comunque, doti nascoste  e qualità eccezionali  comprovate e notate da  Augusto- inspiegabili all’epoca-

In una lettera alla moglie  -Svetonio, Claudio IV,- Augusto si vergogna   di un tale nipote e non volendolo vedere nel corso delle  feste latine né al monte Albano né a Roma, comunque  si dice  preoccupato che non mangi da solo col suo Sulpicio ed Atenodoro –  due assistenti?-,essendo   desideroso che abbia accanto persone da imitare ( vorrei che scegliesse  con maggior cura e minore avventatezza  qualche amico, di cui imitare il contegno il gestire  e il modo di camminare: povero ragazzo sfortunato /Misellus atuxes!.Nam en tois spoudaiois, ubi non aberravit animus, satis apparet h ths psuxhs  autou eugeneia/ infatti nelle cose serie, quando il suo animo non è smarrito, mostra la sufficiente  sanità della sua anima! ibidem) e soprattutto è meravigliato della  capacità di recitare  versi  a memoria in uno che normalmente balbetta, non riuscendo a capire come qui tam asaphoos loquatur qui possit cum declamat saphoos dicere quae dicenda sunt/uno  che parla in modo così confuso, possa così ben declamarepeream nisi, mea Livia, admiror /possa morire, mia Livia, se non l’ammiro!

Professore, Augusto sottende forse  che a Claudio sia affiancato  Erode Agrippa il coetaneo figlio di Berenice, moglie di Aristobulo figlio di Erode il grande, ragazzo vivente a corte,  desiderando per il nipote la compagnia di un figlio di re, sano, data  l ‘amicizia tra la principessa ebraica ed Antonia, vedove entrambe, allattanti i figli, contemporaneamente, tanto che i due in seguito  si definiscono fratelli di latte!

Marco, è possibile! Antonia ha al suo servizio tanti servi e come dame di compagnia tante amiche regine orientali tra cui Berenice, figlia di Salome, sorella  di Erode.

Grazie per la precisazione, ma come lei può arrivare a  pensare ad un reale  rapporto tra un handicappato e un pretoriano capace di dominare e Roma e  l’impero?

Per lei Claudio  può davvero essere un collaboratore  di Seiano astuto, pur nella sua figura dimessa, problematica più nel fisico che  nella mente,  ambizioso nonostante l’imbecillitas,  pronto  anche  a  tradire  il benefattore  e cognato,  capace di recitare  la parte del finto tondo, per anni?

Marco, storicamente al di là della tradizione  fabulistica  di Claudio impaurito  e nascosto  dietro la tenda dell’ Ermeo, c’ è  un imperatore per elezione  militare  dietro esborso di danaro ,  che ha un principato di quasi 14 anni  non indegni di memoria! La figura di uno destinato all’impero  non è  quella  che gli storici successivi  hanno tramandato!

Si legga Svetonio- Claudio, VI- che scrive: in due occasioni fece due ambasciate  come patronus degli equites  al senato:  una. nel 14 d.C. alla morte di Augusto quando chiese di portare a spalla il corpo di Augusto nel funerale /deoptandum corpus Augusti Romam umeris suis, e la  seconda, dopo la morte di Seiano, per esprimere le proprie felicitazioni e quelle  degli equites  per la  fine del pretoriano/iterum cum oppressum Seianum apud eosdem gratularetur.

Marco, nonostante la  sua  meteooria/oblivio/ dimenticanza  con distrazione ed ablepsia/inconsiderantia/cieca storditaggine  (Svetonio, Claudio, XXXIX) e nonostante  le derisioni dei nobili parenti, che seguono l’esempio  denigratorio della sua  stessa madre e di tutta la  famiglia giulio-claudia, Claudio rimane accanto alla sorella e a Seiano per molti anni in una posizione non certamente disprezzata, sooto Tiberio .

Sembra un dato di fatto! Al momento opportuno infatti se ne dissocia insieme agli equites, che erano stati i più accaniti  sostenitori di Seiano!

Professore,  mi sembra, comunque, poco  proponibile,  che   Clausio sia  vir  intermedio tra Seiano e Tiberio   abile a  svolgere un apparente controllo  come elemento giulio-claudio al potere del pretoriano,  anche se posso accettare la  sua funzione di un familiaris claudio!.

Marco, Svetonio  (Claudio XXXVIII) parla di  Claudio che da imperatore  rivela lui stesso la  sua  astuzia per fare carriera:  non cercò nemmeno di sorvolare sulla sua balordaggine  e in alcuni suoi discorsi di nessuna importanza attestò di averla simulata sotto Caligola  perché altrimenti non  sarebbe riuscito a scampare e a coronare le proprie ambizioni/  Ac ne stultitiam quidem suam reticuit , simulatque a se ex industria, sub Gaio, quod aliter evasurus perventurusque ad susceptam stationem non fuerit, quibusdam orationculis  testatus est.

Dunque,  Marco, se lo fece con Caligola perché non lo avrebbe potuto fare con Seiano e con Tiberio? Non vedo motivo per cui  non lo avrebbe potuto fare! Era facile per lui la pars dello stupidus, davanti a tutti all’epoca ,  anche davanti a Livilla e allo stesso Tiberio, che – senza prendere  in considerazione la richiesta di ricostruzione  della casa, fatta tramite i senatori-  gliela fa ricostruire pagando di tasca propria, risarcendo il nipote personalmente,  rifiutando l’intervento pubblico.  Per Tiberio,   che gli lascia in eredità due milioni di sesterzi – Augusto solo 800.000!- , dopo averlo raccomandato agli eserciti  al  senato e  al popolo romano  insieme agli altri parenti -ibidem,VI- ,  conviene agire in qeusto modo  perché Claudio è sempre un familiaris claudio,  da difendere da chi lo bersaglia di scherni  e da chi impedisce di accomodarsi a pranzo in caso di ritardo  e che obbliga lui, disabile, a  fare il giro della stanza o  da chi  lo colpisce con noccioli di datteri e di olive,  quando si addormenta (ibidem, VII)! Claudio è vir della stirpe dei Cesari!

Il fatto, Marco, che una madre amorevole  come Antonia,- che per  quel  figlio neanche vuole più sposarsi –  passi  ad un odio così profondo verso un povero uomo, stupidus,  con problemi psico-fisici e fisici- tipici FORSE della sindrome autistica,-  insieme a Livia,  è sospetto!.

Sono convinto che tutte le affermazioni negative sul futuro imperatore sorsero  dalle voci servili degli schiavi, che  facevano servitium  speciale a quel deforme  bambino, poi adolescente  e infine uomo, nato nella domus Giulio-claudia,   a seguito anche delle disperate esclamazioni della  madre  Antonia e  della nonna Livia,  che specialmente pro despectissimo semper  habui, non monere, nisi acerbo et brevi scripto aut per intermissos solita /  era solita  considerare – Claudio- sempre con profondo disprezzo  e non gli parlava mai, se non con brevi messaggi e per mezzo di intermediari. 

Marco, non credo che  tu,  ingegnere, sappia tradurre bene  aliquem pro despectissmo semper habere!   Segui la mia traduzione e poi il mio ragionamento! La frase significa  considerare uno  come persona  molto spregevole, tanto da doverne parlare sempre  con massimo disprezzo!. 

Chiaro!. Pur conscendo la tua bravura di tradutore  ho voluto tradurtela per meglio farti  capire la rabbia con indignazione  di madre e nonna contro quel deficiente figlio e nipote fautore, astuto,  di un nemico della famiglia!

Per Svetonio   Antonia, mater, e Livia avia, considerano il pater familias  legittimo della  domus claudia,  da  cui Antonia stessa dipende,  inetto e scemo e delegittimano la sua funzione  a svolgere il compito familiare  e lo denigrano solo per il difetto fisico, di cui si vergognano, come capita a molte mamme e nonne di bambini non conformi al loro pensiero  di bellezza!

Secondo me, Marco  le due donne, al di là del  sentimento personale e della reazione psichica individuale,  che possono avere istintivamente nei confronti di un disabile  ritengono Claudio vir  traditore  in quanto avvalora  ogni azione del pretoriano  (e  di Livilla, sua amante), che, nel giro di un  triennio, apparentemente, su ordine di Tiberio,  neutralizza e poi annienta la famiglia giulia –  prima Agrippina e Nerone Cesare e poi Druso- ed infine attenta anche alla vita di  Gaio Cesare Caligola  tramite le accuse di Sestio Paconiano – uomo audace e malefico  sempre intento   a scrutare i segreti di tutti e  scelto da Seiano per aiutarlo a preparare la rovina di Gaio Cesare  –Tacito, Annales, VI, 3-  

Professore, secondo lei, quindi, col consenso di Claudio c’è lo sterminio della familia Giulia?   perciò per lei la sequela di  denigrazioni sul conto di Claudio  è successiva alla condanna del figlio  da parte della madre stessa  che  lo diffama  per non essersi opposto ed anzi aver acconsentito  alla politica della coppia malefica -Seiano e Livilla-  di distruzione della  stessa famiglia Giulia!.

Marco, la  denuncia di  Giunio Rustico, designato da Cesare  a redigere gli atti  del senato e quindi ritenuto responsabile  dei suoi pensieri segreti, è di supporto a tale ipotesi:  costui, spinto da una  volontà fatale – prima non aveva mai dato prova di coraggio!- o forse per un calcolo errato che gli faceva dimenticare i pericoli imminenti  per paura di altri non certi, si mette  dalla parte degli indecisi ed esorta i consoli a  non incominciare il dibattito – contro Agrippina e Nerone-  dicendo che in pochi istanti  si capovolgono situazioni  della massima importanza: una volta o l’altra il vecchio avrebbe  potuto pentirsi  di aver spento la stirpe di Germanico. (ibidem,V,4,1)!.

Una tale notizia  sottende una possibilità di ravvedimento da parte di Tiberio o di qualcuno della cerchia di Seiano! Tutti sperano che Tiberio si accorga del comportamento di Livilla e del suo amante, che attirano anche l‘imbecille Claudio – non si può definire come e con quali forme o astuzie !-  affamato di sesso, finto tonto, inaffidabile in tutto,  per il loro skopos imperiale!?. Infatti non si oppone alla  coppia  il figlio – che sembra perfino maggiormente congiungersi col potente pretoriano, divorziando da Urgulanilla, per sposarne la sorella, Elia Petina  –  ma sua madre Antonia,  che  vede anzi il figlio apparentarsi  ancora di più con Elio Seiano, che lo vuole   cognato, dopo il divorzio nel 28 con la figlia  di Plauzio  Silvano, figlio  di Urgulania, amica e confidente di Livia, proprio quando si rinnovano le accuse contro Agrippina e i suoi figli!.

Dovette  essere  un atto inconcepibile l ‘accusa di adulterio  ad Urgulanilla col rifiuto di paternità di Claudio nei confronti di Claudia,  figlia appena  nata,  lasciata nuda sulla porta dei Plautii!

Non solo Seiano lo attira  dalla sua parte,  ma anche la sorella,  che lo spinge alla  parentela col suo amante, allora  dominus in Roma.  Eppure lei,  che  aveva ambizioni imperiali e che, avendo sentito da un indovino che  profetizzava che Claudio  sarebbe diventato un giorno imperatore,   deplorò (detestata est)  apertamente ed ad alta voce che potesse toccare al popolo romano una sorte  così malvagia ed iniqua!:  Livilla pensava che lei sola e il suo amante fossero degni della corona imperiale  e non Claudio  sulla cui spalla, invece,  sotto il regno di Caligola,  davvero si posò  un’aquila, dopo un breve volo intorno alla  testa di lui, console, collega del principe-nipote! Ibidem VII.

Per Antonia il divorzio da Urgulanilla di Claudio è  traumatico anche perché deve modificare i rapporti con Urgulania, la nonna, amica di Livia e con altre famiglie romane! Quel figlio amatissimo, infelice,   bisognoso di  cure ed attenzioni speciali dalla nascita  a Lione il 1 agosto del 10 a.C. un anno prima della morte del  marito Druso maggiore, diventa per lei un incubo! Claudio, assistito, amato,  protetto, divenuto unico scopo di vita  tanto da  non volersi più  sposare, nonostante le richieste di tanti pretendenti  ora, che deve essere il fulcro della  famiglia, pater familias, si è lasciato corrompere dal potere della sorella e del pretoriano che si vanta di essere il re dell’universo rispetto all’imperatore re di un isolotto! Per quel figlio subiva  umiliazioni a Roma  specie se lo confrontava col comportamento dignitoso  del  fratello Germanico e delle celebrazioni magnifiche  in suo onore  nel ricordo del giorno della toga virile /togae virili die,  quando fu portato  in Campidoglio, in lettiga, verso mezzanotte, senza nessuna cerimonia solenne/circa mediam noctem, sine sollemni officio, lettiga  in Capitolium latus est!

Il giorno della  stessa assunzione del  titolo di pater familias, connessa con l’assunzione della toga virile, per lei,   mater vedova,  fu una vergogna ed umiliazione  perché non fu una solennità pubblica, propagandata, ma una privata  e segreta cerimonia familiare, indegna di ogni domus nobile romana!

Dal tradimento, secondo me,  possono derivare le frasi cattive proprie di una donna indignata  contro il figlio anaffettivo, apatico,  meteoorikos, bestiale  e bavoso  per la  libido adolescenziale incontrollata, malfermo sulle ginocchia, facile a cadere di faccia,  incapace  perfino di  proteggersi il volto, inabile alla difesa della famiglia!.

Quindi, professore, lei si spiega così la scarsa stima  e   considerazione della madre e quella  della famiglia – compreso Augusto, Tiberio e Caligola-  verso lo atuchhs   Claudio, un omone   alto, massiccio, pauroso, subdolo, anche lui opportunista,  comunque,  capace  di  passare indenne nel periodo tragico per la sua famiglia,  sotto Seiano, difendendosi con la sua  stessa inadeguatezza fisica, risibile,  proprio di un uomo indegno di essere nemmeno calcolato!

Professore, ho letto Robert Graves  Io, Claudio,  una biografia  del 1934, in cui l’autore  fingendo di riprendere il  De meo principato, opera non  pervenutaci,  ricostruisce vita e  regno di Claudio (41-54)!  Cosa ne pensa?

 Io Claudio è un magnifico affresco  familiare, gentilizio,  contestuale -e romano e provinciale- in relazione alla lungimiranza e grandezza di un imperatore, saggio amministratore,  accorto riformatore del sistema  burocratico erariale e fiscale, già vigente e con Tiberio e con Caligola,  moderato pacificatore di ogni contesa ideologica e religiosa, come  pontefice massimo, vero  Augustus/ sebastos  del principato universale giulio-claudio. Solo un grande storico poteva fare una così accurata  ricostruzione storica e socio-economica tanto da  leggere davvero  la pax  religiosa, compromessa dal giudaismo messianico,  partendo dalla figura stessa di Claudio, un diversamente abile, geniale vir civilis / politikos, non certamente indegno della domus giulio-Claudia!

Eppure nessuno della sua famiglia -neppure Tiberio e Caligola- apprezza Claudio, non  considerato  politico vir civilis – forse per le lettere di Augusto che lo vede   timidus ac diffidens   Svetonio-, ibidem XL, – lo descrive sempre immerso in studi, uomo non privo  di facundia nè di dottrina  anzi dedito  con grande passione  agli studi liberali/ neque infacundo  neque indocto, immo etiam pertinaciter  liberalibus studiis  deditus, dedito  fin dall’adolescenza, su consiglio di Tito Livio e di  Sulpicio Flavo  a scrivere historia,  comunque, ritenuto indegno di fare  una carriera politica e tanto meno  degno di  succedere all’impero. Ancora di più  nuocciono a Claudio  i comportamenti ostili e le frasi della madre e della nonna che favoriscono la disistima popolare e quella militare.

Eppure Claudio scrisse due libri sulla dittatura di Cesare  e smise perché non erano di attualità e perciò scrisse 42 libri sulla fine delle guerre civili, seppure corretto dalla Nonna e dalla madre, interessate al buon nome familiare,  convinto di non poter dire la verità sull’epoca passata/ neque sibi de superioribus  tradendi potestatem relictam correptamque saepe a matre et ab avia – Ibidem XLI- !  Scrisse poi una historia De suo principato  in otto libri  ed una Difesa di Cicerone contro i libri di Asinio Gallo e un volume  sulla fonetica inventando tre nuove  lettere, fatte usare durante il suo regno nelle scuole!

Oltre alle 54  opere, in latino, il giovane Claudio, è abilissimo nella lettura, nel commento e  nella recita di  Versi di Omero, ben fissati nella memoria, in Greco, lingua che conosce perfettamente, in cui scrive  e  Storia degli Etruschi/ Tirrenika -20 libri-  in onore dei Plauzi e  di Urgulania, ma anche della famiglia Claudia,  ritenuta di origine  non sabina  ma etrusca,   ed una Storia dei Cartaginesi/ Punika (8 libri per Svetonio e un libro per Cassio Dione St rom. LX,  in quanto aggiunse  un libro,  dopo aver tradotto ad Alessandria 2 libri di Punika  di autore ignoto greco).

Un uomo  che, nel suo scriptorium pieno di schiavi  e liberti eruditi che fanno ricerca come Polibio, poi suo ministro,  scrive oltre 82  libri in latino e in greco, Marco, non può essere lo stupidus,  dileggiato da tutti  familiares, amici e popolo ed  esercito, anche  se certamente aveva   gravi limiti fisici,   manie  libertine  smodate, comportamenti imprevedibili e pazzeschi, davvero incredibili da non ricordare neppure persone fatte uccidere come la moglie Messalina, spesso sollecitata a venire a pranzo, o a vezzeggiare la moglie Agrippina come se fosse una bambina,  pur avendola scelta per la sua eccezionale bravura di amante,  a letto!- Come non deridere il suo correre traballando  vergognosamente intorno al lago– grosso modo intorno all’attuale Colosseo! – per  il suo fanciullesco ammirare le naumachie tra Rodiesi e  Siciliani, implorante impegno nel combattimento  ai marinai, minacciati di sterminio col ferro o col fuoco, che già lo avevano salutato:  Ave, Caesar, morituri te salutant!  Ibidem XXXI.

Professore, qualunque sia  stata la pars  di Claudio alla congiura di Seiano,  ritengo che l’imperatore Tiberio abbia considerato  il povero nipote  come elemento inoffensivo,  imbecille in ogni senso, non solo fisico, un omone dominato da servi e da donne, un familiaris  zotico  apolitico, comunque  familiaris da non toccare, qualunque azione facesse  -XXIX-!

Marco Svetonio, dopo averlo commiserato, per il fisico, bolla Claudio con lo stesso giudizio tiberiano sulle capacità di  politikos/vir civilis  : rimasto orfano di padre fin da bambino e durante il periodo dell’infanzia  e della sua adolescenza fu afflitto da parecchie e persistenti malattie /variis et tenacibus morbis( Claudio, II) , indebolito di corpo e di mente/animo simul et corpore hebetato,  tanto  che non fu ritenuto capace di nessun incarico né pubblico né privato  nemmeno con l’avanzare dell’età e perciò  rimasto sotto tutela anche dopo aver  raggiunto la maggiore età quando fu  affidato alla  guida di un precettore da lui stesso  giudicato inadeguato e  barbaro,  severo ispettore delle stalle. Ed anche se non  gli mancò né l’autorità né la dignità di portamento  sia che  fosse in piedi che seduto e principalmente quando riposava. Era infatti di corporatura  alta  non magra, aveva bei capelli bianchi , il collo robusto e una figura prestante; ma quando camminava le ginocchia  malferme speso gli si piegavano sotto ed egli si prestava  a molte critiche di quando scherzava e quando  era serio. Era indecente nel riso,  bestiale nell’ira  con la schiuma  alla bocca e le narici umide, ed inoltre gli si impastava la lingua  e tentennava  sempre la testa  e questo tremolio si accentuava  al più piccolo atto.

Tiberio, come già  Augusto -che  ne rilevava, in lingua greca, la buona indole morale /H ths psuchhs autou eugeneia (Ibidem, IV) lo gratifica concedendo consularia ornamenta  senza  fargli fare alcun cursus honorum, pur inviando  50 monete d’oro per Saturnalia ed Sigillaria cioè per le feste  dei Saturnali – simili a quelle natalizie  tra il 18 e il 26 dicembre, periodo  in cui si invertivano i ruoli di  padroni e servi  e si scambiavano doni – così da dare opportunità di onore al  povero Claudio  che aveva il suo momento di gloria, in pubblico,  tra il popolo in festa.

Comunuqe, in Roma resta confinato in hortis., in poderi familiari suburbani, lontano da sguardi indiscreti  oppure è lasciato in otium in Campania/ In Campaniae secessu  dove  ha rapporti con persone abiette ed è considerato  ubriacone  e  giocatore.

Bene  credo di avere capito   abbastanza sul rapporto tra Seiano e  Claudio e quello tra Claudio e  Tiberio, ma ora  ho interesse  a conoscere, sulla base dello studio fatto  sulla prima prefettura  di Ponzio Pilato con Seiano,  e su quello  della  seconda  senza Seiano,  la situazione romana,  italica e provinciale,   e verificare, dall’angolazione di Antonia e da quella di Tiberio,  le vicende  delle due partes  contrapposte. Certo,  la  parentela  di Claudio col pretoriano, , per me, è  stata  una sorpresa nella vicenda del tradimento seianeo e della reazione successiva  tiberiana, come anche lo stesso Malkuth, inserito tra la Pasqua del 32 e  quella del 36-!.   Ed, inoltre, la sua ricerca dei codici e delle fonti,  per me utile ai fini della conoscenza unitaria  del principato di Tiberio, senza la frammentazione degli storici,  è ora un nuovo tassello per la totale comprensione del periodo Tiberiano

Sono contento che  il mio lavoro produca frutto e che tu abbia compreso come Tacito  abbia rilevato dalla debilitazione  fisica di Tiberio, dopo la morte del figlio, la necessitas di  puntare sulla coppia Seiano -Claudio, quando invece  prima , nel biennio 21-22, aveva dato dignità a Druso minore e a Claudio, incaricati di accogliere a Terracina le ceneri e la famiglia di Agrippina che tornava da Antiochia e che era sbarcata a Brindisi e da lì accompagnata dal pianto funebre delle plebi apulo- sannito-campane fino all’ arrivo al tempio di Zeus Anxur!

Sembra quasi che, dopo la morte del figlio, sostituisca Seiano con Druso e lo equipari a Claudio per la parentela!. Lo scrittore  evidenzia allora un crollo fisico di Tiberio, -che rimaneva, comunque, nonostante l’età,  un uomo  aitante  nella figura, data la struttura fisica  possente  delle spalle e del tronco,  considerate le gambe lunghe e potenti, dato il volto  maschio, austero, circondato da una capigliatura biondiccia, seppure diradata sulla parte superiore della testa,  tanto da essere ancora  chiamato dai giudei  il leone (ari-h- aleph/resh/ iod-he),  e da essere  amato dalle donne, anche se persona   di carattere  burbero, poco comunicativo e socievole, data l’infanzia raminga  col padre e con la madre, in fuga, da Roma, perché antoniano!-.

Marco, nonostante gli sforzi di Tacito per invecchiare il sovrano e in un certo senso scusarlo  con la malattia senile, le altre  fonti storiche, comunque,  forse influenzate da Velleio Patercolo – un suo militare, legato al suo dux-  dànno un ritratto diverso da quello tacitiano,  che è rimasto  tipico nelle favole di Leone prepotente di Fedro e nei racconti di  Flavio,  che riporta la frase ileone è morto, in aramaico,  detta da Marsia, un liberto di Erode  Agrippa, allora  in prigione, il 16 marzo del 37,  legato ad un centurione,  per volontà dell’imperatore – Ant Giud.,  XVIII, 218-.

La descrizione di Tiberio,  in epoca antonina, però,  come uomo che  si vergogna  del suo aspetto fisico e, perciò desideroso di isolarsi  e di occultare,  con la distanza, la sua crudeltà e i suoi vizi, comunque, rivelati dai fatti ,  è negativa perché ai  posteri  viene tramandata una figura  brutta, quasi  repellente  se si aggiungono poi i particolari vizi, vergognosi,  del periodo caprino:  Aveva  statura alta, un corpo grande e curvo, testa calva, volto sparso da ulcere  e quasi sempre cosparso di impiastriAnnales IV, 37,2.

Non è questo certamente  il vero  ritratto di Tiberio neanche da vecchio! L’autore antonino vede le macchie, prodotte dal  sole, su un uomo di carnagione chiara,  che rovinano il volto pallido,  impiastricciato di Tiberio,  ne rileva  la sua andatura cascante  e curva e  non mostra  la forza  leonina di un  imperatore che, pur malato, a  Capri,  a 78 anni,  si alza e  scaglia una lancia contro un cinghiale.- non si sa se lo  uccide-  dando dimostrazione alla corte della sua efficienza fisica, anche dopo una serie di collassi nel corso degli ultimi 15 mesi  di vita, in un  disdegno di ogni cura dei medici !.

Tiberio è conscio di essere un leone vecchio, costretto a subire le vendette dei suoi nemici, le  cornate dei tori che vendicano vecchie offese  ed anche la coppia di calci di asini, ostili! Per il popolo, però, l’imperatore è un  Leo ancora  nel 25  e Seiano,  caso mai, è   asinus che può ingannare nella caccia gli ignoti, comportandosi da iactator ma  è  deriso da chi lo conosce.  Fedro, Favole,  I,40!

Il popolo   a  Roma  senza Tiberio, che è  in giro tra le ville campane e talora, fermo alla villa di Lucullo,  si  comporta come le rane nel pantano  davanti al re travicello, destinato a tramutarsi  in  idra, dopo la preghiera a Zeus,  che divora  quelle incaute ed impaurite  da proelia taurorum, cioè dagli scontri  tra   i capi Giuli e quelli  seianei Claudi!

La fonte giudaica tramanda una figura  di Tiberio  come uomo forte ed austero, pazientissimo e clemente,  temibilissimo nei momenti di  ira, mentre quella latina di Svetonio e quelle greche  oscillano tra  la rappresentazione potente  di un Tiberio  giovane   militare eccellente,  un  dux prudens,  cunctator,  moderato nel  mettere insieme  festinatio e lentitudo  – finché Augusto  dominato dalla moglie  Livia,   sua madre – che pur gli preferiva il fratello Druso- e dai suoi stretti collaboratori, considera importante la sua candidatura seppure  non primaria, alla successione, utile, comunque, come patronus per i figli di Agrippa, dopo la morte del  padre e poi, ancora  di più a seguito del  matrimonio con Giulia, vedova, nel 11 a.C.  come loro patrigno,-   e quella di uomo rancoroso, duro, inflessibile,  incline a ritirarsi, in caso di competizione,  lui aristocratico, capace di fare  un passo indietro contro l’invadenza di altri, populares, pretendenti.

Quindi,  professore la figura  di  Tiberio  non è univoca nel corso del suo regno, come non lo era stata anche prima sotto Ottaviano Augusto?

Marco,  la vita di Tiberio è segnata da vari momenti dolorosi e negativi  ed è stata dura  sotto Ottaviano Augusto, che lo considera  elemento di seconda fascia, sempre di rincalzo rispetto ai Giuli e anche durante il suo regno, è piena di tragedie  e quindi, come ogni uomo, a seconda dei periodi, ha una sua reale figura  e un suo aspetto differente a seconda delle situazioni e degli episodi  in una continua trasformazione. Insomma, Tiberio,  appare uomo che passa manzonianamente  dall’altare  alla polvere  perché dopo  aver raggiunto il massimo grado di potere, secondo Velleio, si ritira per un settennio, dignitosamente, lasciando Giulia, alla morte del loro  figlio bambino,  ai suoi tradimenti  con molti amanti, tra cui  Antonio Iullo,  a  seguito della scelta di Augusto,  dei figli di Agrippa alla successione, per non intralciare i disegnati  dell’imperatore, giovani inesperti, circondati da  generali/duces/eghmones  arrivisti/ eukairoi!.

Eppure,  già due volte console e col potere di tribunicia potestas e di imperium proconsulare maius, con dignità, in silenzio,  rimane come privato civis  a Rodi, imitando l’esempio dello stesso  Agrippa ed ha il coraggio di lasciare sua moglie, viziosa, anelante ad una dignità propria  imperiale  (cfr. Caligola il sublime,  Cattedrale, 2008).

Morti i giovani immaturi, figli di Giulia – Gaio Cesare e Lucio Cesare neoi dioskouroi –  richiamato da Augusto, è acclamato universalmente  di nuovo salvatore dell’impero a guidare gli eserciti, sconfitti,  in Germania, con Senzio Saturnino ed altri.

Ad Augusto,  che pur riconosce le doti militari  e quelle  amministrative e politiche, la figura di Tiberio  Claudio, figlio di un aristocratico  vecchio nemico,  pur adottato come giulio,  rimane sempre esponente di un ramo secondario dinastico perché privilegia prima Agrippa Postumo – un giovane altezzoso  solo della  sua erculea forza, smodato in tutto e di scarsa intelligenza,- poi, il figlio di suo fratello  Druso maggiore, giovane militare accorto, prudente e di vivace intelligenza, Germanico, marito di Agrippina Maior  figlia di Giulia, sua ex moglie,  con la clausola  di  fondare una dinastia sulla domus  di  suo fratello e non su quella di suo figlio Druso minore!.

Un’altra cocente delusione!

Preso il potere,  alla morte di Augusto, scoppiate  rivolte in Germania e in Pannonia  per le pretese di liquidazione e della lunghezza della ferma militare delle truppe,  non accontentate da lui,  le doma  dando rilievo giusto al nipote,- adottato ora come figlio Giulio  secondo l’ordine di Augusto,- che  consegue grandi risultati militari in Germania, vendicando la sconfitta di Varo  e lo gratifica onorandolo con il trionfo, celebrato nel  17 d.C.,   lodando con ovatio suo figlio, che ha represso le legioni pannoniche con l’aiuto di  Seiano e di suo zio Giunio Bleso. Morto, malauguratamente Germanico ad Antiochia  nel 19, per avvelenamento, ad  opera di  Gaio Pisone,  accusato  velatamente  dalla moglie e dagli amici, pur subendo contumelie di vario genere  e critiche come reo della morte del figlio adottivo, pur avendo processato il suo avvelenatore  e condannato, con qualche indecisione, – data l’amicizia  precedente con lui e con la moglie Plancina – avendo forse troppo goduto della sua  apparente fortuna  negli anni successivi il ritorno delle ceneri del nipote, portate a Roma dalla  Campania,  sotto scorta da suo figlio e da Claudio- il fratello-(essendo  lui e sua  madre assenti, bersagliati, comunque,  entrambi dal popolo, come nemici dei loro parenti), Tiberio rimane aristocraticamente nel suo ruolo di austero imperator,  apparentemente insensibile.

Essere accusato di veneficio è  per lui un altro momento traumatico! Eppure, neppure allora, con tale espressione distaccata, riesce a d avere tranquillità   nei   due o tre anni felici, in cui la sua domus prospera anche per la nascita di due Gemelli (Tiberio iunior e Germanico II) da Druso, suo figlio e da Livilla, sorella di Germanico, quando  sembra cullare il desiderio di creare una propria dinastia, pur rimanendo ligio al dettato augusteo, che impone la precedenza della linea familiare del nipote!.

Non si era sopita la tempesta di critiche per la morte di Germanico quando Tiberio deve piangere per la morte di suo figlio che sembra una vendetta giulia  contro l’imperatore, in quanto già erano attivi i contrasti tra le due  partes.   Tiberio, avendo sperimentato quanto   sia  stato duro il processo per la morte  di Germanico, anche dopo il suicidio di Gneo Pisone, non intenta un processo per la morte dl figlio, che pur lo affligge e debilita,  anche se la sua faccia austera non fa trapelare niente, neanche in senato, dove sbriga la normale pratica funzionale, tanto che  Svetonio può dire che non amò né il figlio naturale né quello adottivo e  gli rimprovera lo svago  del negotium. Eppure è ancora bersagliato dalle contumelie  dei  giuli-  specie i militari e i popolari-  che esigono anche il processo  per la morte di Druso minore!

Professore , la ringrazio per la sintesi storica,  connessa con la  tragedia di Druso Minore , ma nel suo parlare  lei usa  contumelia con qualche specifico significatoIo lo traduco solo come offesa. Prima di riprendere il nostro discorso, mi può spiegare esattamente il suo  reale valore?

Marco,  contumelia ha due radici, che hanno una famiglia lessicale doppia con area semantica duplice, che, comunque, dilatandosi ampliamente, alla fine,  si riuniscono  per dare un significato univoco generale di disprezzo con oltraggio. Infatti dalla prima- da comtemnere – più antica- deriva il valore di  guardare  con indifferenza e con disistima  fino a giungere al disprezzo– che sottende infamia, talora, in caso di persona  incline a libidine – tanto da  dare  l’idea  generale di  offesa infamante; dalla seconda, più recente, di contumeliare /contumeliari, deriva il valore di oltraggiare con sotteso il significato  di  offese nell’onore,  ingiurie, insolenze e  forme di diffamazione. Se pensi che  il termine è usuale per  Tacito e per  Svetonio, uomini vissuti in epoca flavia ed antonina, comprendi come la casata giulia sia messa alla berlina, specie dopo la sistemazione urbana di Nerone  con la sua Domus aurea e le zone sottostanti il colle Oppio,  poi  distrutte dalla  famiglia flavia, nonostante l’armoniosità,  grandiosità  e  perfezione dell’ingegneria  claudia,  per dare nuovo aspetto all’Urbe  con la costruzione del Colosseo – l’anfiteatro Flavio sorge esattamente dove era il Colosso Neroniano!-  e puoi capire la diffamazione capillare con le  tessere delle  spintrie tiberiane, distribuite ai populares e ai  milites  per l’accesso al Lupanare!. Se poi pensi alla  voluta  sovrapposizione di edifici traianei ed adrianei  sulla devastata domus aurea,  ti puoi rendere conto  del grado diffamatorio non solo linguistico, ma anche  architettonico, delle nuove  domus imperiali, ambiziose  nel rivaleggiare con la  domus fondante il Principato stesso!.  Marco, posso, ora  riprendere il discorso?! Soddisfatto?!.

Certo, professore.

Tiberio, Marco, è  innervosito, dunque,  dalle critiche di Antonia, iniziate col mancato processo su Druso,  avvelenato,  e sull’avvelenatore, che circola per Roma, impunito  e nemmeno ricercato,  con accuse velate al capo pretoriano, che, da confidente e da amico lo incita ad allontanarsi da Roma, avendo già un piano per dominare incontrastato sul senato e sulla famiglia Iulia e Claudia.

Antonia, in effetti, accusa, pur velatamente, proprio quel Seiano che è insostituibile amico e protettore,  che appare uomo moderato e  affezionato a lui, ai figli di Druso,  e alla domus sua e di Livilla, di cui è patronus!.

Ora nel 25  d.C.,  professore, l’imperatore subisce ancora di più  i rimproveri della  cognata anche quando  non ha accettato la proposta del pretoriano  di sposare la vedova di suo figlio, morto due anni prima, senza troncare i rapporti amichevoli col  parente pretoriano, desideroso di tenerselo accanto!.

Antonia  rimprovera  l’imperatore, lamentandosi- altro significato sotteso a contumelia–  di permettere a Seiano di  predisporre  un pretoriano di guardia, addetto apparentemente alla sorveglianza della sua domus, -che lei rifiuta,  perché spia  nella casa di  Germanico- rilevando l’invadenza  dei pretoriani nella sfera privata!

Il pretoriano scriba,   secondo Tacito, in effetti  è  un miles con capacità scrittorie,  abile a scrivere, capace di  annotare tutto ciò che capita  in   famiglia,  come su  un diario,  vigile a sorvegliare  i messaggi in arrivo,  a fermare i corrieri in partenza,  a bloccare  non solo  le visite  di amici – come G.  Silio e Tizio Sabino, ambedue amici  stretti di Germanico, romani  degni di onore per le loro imprese militari, specie il primo,  contro Sacroviro, oltre che di Poppeo Sabino, poi governatore di Macedonia- ma anche di amiche di famiglia  come Sosia  e Claudia Pulcra, oltre i nomina dei clientes  della familia e perfino  di seguire ogni membro della domus per la città, mentre  svolge gli atti in pubblico e in segreto (Tacito Annales, IV, 67,4).

Può essere Ponzio Pilato il miles scriba?

Marco, come puoi pensarlo? come fai a  dirlo? che basi hai? Scherzi?  Tra i pretoriani ci sono uomini  di varia specializzazione tecnica, dalle spie/Katoscopoi  ai magistri – che sono  decurioni, centurioni, tribuni e legati,  graduati che sanno leggere e scrivere ed hanno una cultura, a seguito di  una frequenza scolastica, avuta al loro paese di origine o a Roma stessa – che sono uomini di estrazione patrizia ed equestre  – tra cui rarissimi libertini- che guadagnano più del doppio di un normale miles delle legioni stanziate ai confini  dell’impero romano, e che rischiano continuamente la vita ed hanno una ferma di 26 anni e quindi invidiano la vita romana, tranquilla, privilegiata del Pretoriano. Marco,  non sappiamo neanche se Ponzio Pilato sia un pretoriano e tu lo vuoi identificare con uno che,  come scriba,   spia la casata giulia di Antonia?! Non sai quanti storici considerano Ponzio Pilato  homo pileatus, – cioè uno schiavo  imberrettato di  Pileus, messo in vendita dal padrone, che non garantisce  per lui  e quindi, senza qualifica alcuna- oppure  un domesticus  che porta il pileus, un berretto conico di pilos/ feltro, con lunghe strisce  coprenti le orecchie,  nei conviti o nelle feste, come i saturnalia, in servitium, come segno  distintivo di schiavitù?.

Lei dà altra lettura  di Pilatus,  mi sembra,  e quindi non può accettare questa  servile di un Pontius, che è domus  di origine equestre? Certo Marco,  un ventennio dopo, ci sono libertini come Felice,  che hanno incarichi prefettizi,  sotto Claudio, non sotto Tiberio!

Tiberio, all’epoca, dà  grande  rilievo agli equites tra i pretoriani  –  che poi saranno limitati nei loro compiti ed  esautorati da Caligola, che li declassa fino a sostituirli con i Germani, poco prima della data fissata di partenza  per Alessandria, in un progressivo ridimensionamento, subito dopo l’uccisione di  Macrone, – illuso di poter fare quello che aveva fatto  il collega Seiano con Tiberio- e di Trasilla, sua moglie, amante del giovane imperatore, complice del marito!.  Con Claudio i libertini, ex pileatiservi ad pileum vocati (Svetonio Tiberio, 1,2) fanno carriera, come i fratelli di Cenide  cfr. Cenide  e Vespasiano  www.angelofilipponi.com

Ho letto l’articolo ed ho visto i rapporti di  Vespasiano, eques sabino di Vicus Phalaricae, amante di Cenide,  fautore  acceso di Caligola! E’ di questo periodo- mi scusi, professore, se salto di palo in frasca, obbligandola a  salti storici!- il ritorno di Pilato un eques , un praefectus,  a Roma, seguito poi, a breve distanza  da quello di Vitellio? Avviene prima o dopo la morte di Macrone ?

Ritengo, Marco,  che  l’arrivo di Pilato, a Pozzuoli, sia dopo il 18 marzo del 37 d.C., momento dell’arrivo a Roma del nuovo giovane Augusto, in primavera, essendo partito dalla Iudaea quando Vitellio entra per la seconda volta in Gerusalemme,  mentre quella dell’ex governatore siriaco,  potrebbe essere  avvenuta nell’ autunno  o poco prima della morte di Macrone, agli inizi del 38, dovendo il governatore sbrigare le pratiche  di congedo dai segretari provinciali e lasciare le carte in ordine per il nuovo governatore, ancora da nominare, considerata anche la lentezza dei preparativi per la partenza di uno – forse l’ unico fino ad  allora  procuratore romano,  amato e festeggiato nella zona siriaca e specie  giudaica per averla pacificata con l’annientamento del fenomeno messianico – cosa che molto dispiace ai Flavi-!.

Infatti Flavio,  unica fonte  dice:  Vitellio, allora mandò Marcello suo amico  ad amministrare la Giudea  ed ordinò a  Pilato di fare ritorno a  Roma  per rendere conto all’imperatore  delle accuse fattegli dai samaritani  Così Pilato,  dopo aver passato dieci anni  in Giudea, si affrettò a Roma, obbedendo agli ordini di Vitellio,  a cui non si poteva sottrarrePrima di giungere a Roma, comunque, Tiberio era morto- Ant. giud., XVIII,89-.

Tacito, invece,  ci informa su Vitellio, già  giunto a Roma, da tempo,   e lo giudica anche  per la sua attività politica successiva, come iniziatore della proskunesis all’imperatore di un cittadino romano,- cosa fino ad allora non usuale-   eo de homine  haud sum ignarus  sinistram in urbe famam pleraque  foeda memorari; ceterum regendis provinciis prisca  virtute egit:  unde regressus et formidine  C. Caesarisfamiliaritate Claudii turpe in servitium mutatus exemplar apud posteros  adulatorii  dedecoris habetur, cesseruntque  prima postremis, et bona iuventae senectus flagitiosa obliteravit/Non ignoro che quest’uomo  aveva cattivo nome in Roma  e che di lui  si ricordano azioni  molte e disonoranti. Eppure nel governo delle  province si comportò con onestà, degna degli antichi,  tornato poi  di là e divenuto vile cortigiano per paura di Gaio Cesare  e per la famigliarità con Claudio, è rimasto esempio ai posteri  di vergognosa adulazione. I suoi inizi sono stati smentiti dalla  sua  fine  e una vecchiaia  obbrobriosa ha cancellato le virtù della  giovinezza (Annales, VI,32.3/4).

Perciò, Marco,  a te  tirare una possibile conclusione!

Per me, professore,  Pilato come sottoposto  al governatore  di Siria, non potendo nemmeno scappare presso i parthi, ora vincolati dal trattato di Zeugma- come avevano fatto  fino ad allora  i cives della zona, sull’ esempio di Labienus parthicus dux,  inquisiti da Roma, o come fece Rubrio Fabato nel 33,  scappato ai pretoriani per fuggire presso i parthi  a chiedere pietà, non avendo più speranza nelle sorti romane –  è sostituito con un amico di Vitellio, tal Marcello,  non ben identificato –  a meno che non si pensi ad un liberto della famiglia dei  Claudii  Marcelli! – senza un decreto senatoriale! Poi, è inviato in fretta a Roma, come reo di vessazioni contro i provinciali samaritaniPerciò,  probabilmente il suo arrivo  risulta  tra  maggio-giugno, mentre  Vitellio potrebbe essere arrivato o  in autunno o  a primavera dell’anno successivo!.

Bene, Marco, condivido, e ti  aggiungo che Vitellio, potrebbe, -conoscendo il 16 marzo 37,  data di morte del vecchio imperatore e la nomina a Roma del 18 marzo con acclamazione  a Caligola di Neos Sebastos,  essersi fermato mesi ancora in Siria, ad Antiochia,  dove era tornato da Gerusalemme   per le pratiche questorie necessarie  al completamento burocratico delle  operazioni di gestione di  fine mandato.

Pensa che potrebbe,  oltre alla possibilità di svernare a Dafne, essere partito  dopo la fine del periodo di non navigazione  invernale, oppure  aver svernato in un’isola dell’Egeo,  ed essere ripartito, senza fretta, nel periodo iniziale dell’era saturnia dell’inizio del principato, eccezionalmente felice,  caligoliano (Incipit di Legatio ad Gaium). Sorpreso, poi, dalla notizia della malattia di Caligola,  incerto  circa le  voci di nomina imperiale  di Drusilla  e di Lepido,  arrivato a Roma agli inizi del 38, dopo aver inviato vari messaggi con le indicazioni delle sue soste, certamente sorvegliate, si presenta  all’imperatore, guarito,  già deciso a cambiare le sorti del suo principato!  Il suo arrivo in un tale momento è  terribile! il suo ritorno è un incubo! Unica salvezza essere cortigiano orientale, creare la moda della  proskunesis a Roma, in Italia e in Occidente! Un imperator romanus , un nikeths,   si mostra simile ad un rex  postulante! Una vergogna per un civis, per un senatore, un dux  trionfatore sui Parthi!

Lasciamo da parte Pilato e Vitellio e la loro situazione in epoca caligoliana, riprendiamo il nostro discorso  sui pretoriani, sotto Tiberio, sul loro potere e su quello di Seiano che osa chiedere la mano della vedova, ex moglie del figlio dell’imperatore, nonostante la vigilanza di Antonia sul suo comportamento quotidiano e l’ostilità del partito giulio.

E’ uno scontro tra due  forme di spionaggio,  uno pubblico ed uno privato, tra quello pretoriano e quello dei liberti di Antonia?

Certo, Marco,  Antonia  è  scaltra ed  abile ad investigare, a ricercare e a spiare i documenti stessi imperiali, ben sapendo che la presenza a Roma di Tiberio è  per lei e i suoi,  garanzia di diritto, temendo  che il pretoriano possa riuscire a portarlo fuori di Roma e farlo cessare da una concreta attività politica. Peccato  che Tacito non  abbia lasciato niente del processo a Livilla!

Per lei, nonna,  è vitale  evitare  che l’imperatore lasci Roma sotto il comando di Seiano, essendo le forze dei claudi, sostenute dai pretoriani di molto superiori a quelle dei giuli, destinati allo sterminio! Neanche l’appello ai vecchi militari- allora  comandanti di legioni, in Tracia, in  Germania, in Spagna, lontani da Roma- al senato (ormai quasi totalmente  cliens del pretoriano)  e al popolo – facilmente addomesticabile da demagoghi  seianei – sarebbe stato sufficiente alla loro salvezza di Giuli!.

Professore, non è il caso di mostrare il  reale clima di quei due  anni successivi la morte del figlio, non accertata, per una migliore comprensione della situazione di guerra civile imminente!

Marco, il 24 e il 25 secondo gli storici sono anni dominati da Seiano, che, avendo riunito nei castra praetoria  i milites, li ha ormai conquistati con ogni mezzo (cfr. Caligola il sublime, cit)- chi in un modo chi in un altro – e che risulta esecutore  fedele degli ordini di Tiberio , che appare il vero  committente,  deciso a stroncare  gli amici di Germanico –  Gaio Silio e la moglie- ,  fare cessare  le nuove guerre servili in Italia,  suscitate da T. Curtisio, ma anche a far processare Vibio Sereno, accusato dal figlio  omonimo, con la collaborazione di due suoi amici  Gneo Lentulo e Seio Tuberone, mentre viene intensificata  la guerra contro Tacfarinate, seppure già sotto controllo del  re Antioco figlio di Selene Cleopatra , oltre a processare  Cremuzio Cordo per una nuova ed inaudita  imputazione/ novo ac tunc primum audito crimine – Annales IV,34- che cioè un intellettuale  ha lodato G. Cassio come l’ultimo dei Romani.

 Per Tacito,  repubblicano, è un vero delitto di lesa maestà!

Oltre a questo contesto,  Marco, mi preme, farti comprendere l’animo di Tiberio, uomo sospettoso certamente,  melanconico, impenetrabile, circa  la questione della  divinizzazione dell’ imperatore romano e di Roma, che, comunque, è ben rilevato da Tacito,  in precise occasioni. Me le mostra professore?

Una è durante il processo di Vozieno Montano, che è da collegare con la risposta, moderata , intelligente e tipica di un uomo prudente, riflessivo e  politico, a Seiano, sul rifiuto di dargli  la nuora  in sposa, pur volendo mantenersene la fedeltà e l’amicizia. Dunque, Tiberio mostrando  la  solita fermezza//constantiam meam per non aver  opposto  un rifiuto alle città di Asia, richiedenti il permesso di costruzione di un tempio in suo onore,  ne spiega il motivo  in relazione ad un’altra  richiesta simile, di ambasciatori della Spagna ulteriore, desiderosi  di innalzare un tempio alla madre e a lui, seguendo l’esempio orientale: Vi farò, dunque, conoscere  le ragioni del mio precedente  silenzio e nello tempo stesso la mia decisione per l’avvenire.- Ibidem 37.2- ,

Ascolta bene, Marco! Tiberio, dopo aver detto che lui segue l’esempio di Augusto, che  non impedì di edificare  un tempio a Pergamo, dedicato a lui e a Roma,  aggiunge: io, che mi faccio una legge  di rispettare ogni azione ed ogni parola di lui /qui omni facta dictaque  eius vice legis observem- ibidem- ne ho seguito l’esempio,  perciò accetto il culto della mia persona  con l’aggiunta della venerazione del senato/placitum iam exemplum promptius secutus sum, quia cultui meo  veneratio senatus adiungebatur  – ibidem-

L’imperatore, poi, dice:   mi sia,  comunque, perdonato l’averlo fatto una volta,  in quanto il lasciarmi adorare in effigie  come un dio, in tutte le province, sarebbe atto  di vanità e di orgoglio /effigie numinum sacra(ri) ambitiosum, superbum ed aggiunge : et vanescet Augusti honor,  si promiscis adulationibus  vulgatur /e lo stesso onore di Augusto risulterà cosa vana, se lo si fa con adulazioni indiscriminate!

Tiberio, perciò,  afferma: ego me, patres conscripti,  mortalem esse, et hominum officia  fungi datisque habere si locum principem impleam, et vos testor, et meminisse  posteros volo/ o senatori, io non sono che un mortale;  i doveri che assolvo sono quelli di un uomo e  a me basta tenere il posto più alto: voi me ne siete testimoni ed io voglio che me lo ricordino i posteri, i quali renderanno alla mia memoria  un onore più che sufficiente,  se mi giudicheranno degno dei miei avi, sollecito delle  vostre  fortune,  forte nei pericoli, impavido contro le offese, quando è in gioco il bene dello stato. -ibidem 38 1-

Il discorso, per me proprio della scuola analogista, opposto a quello anomalista di Caligola  (Pseudo Longino  Del Sublime, a cura di Francesco Donadi, Bur 1991)-ibidem  2-3  è il seguente: Haec mihi in animis  vestris templa, hae pulcherrimae effigies et mansurae; nam quae saxo struuntur, si iudicium posterorum in odium vertit, pro sepulchris spernuntur /questi i miei templi nelle vostre anime; queste le statue  più belle  destinate anche a durare. Infatti quelle di marmo, se la stima di posteri si converte in odio,  sono guardate con disprezzo come sepolture. La conclusione  è questa:    Proinde  socios cives et deos ipsos et deas precor, hos ut mihi ad finem usque  vitae quietam et intellegentem  humani divinique  iuris duint, illos ut, quando concessero cum laude et bonis recordationibus facta atque famam nominis mei prosequantur/perciò prego gli alleati,  i cittadini e gli dei stessi e le dee  che  questi mi concedano fino al termine  della vita  uno spirito sereno e la capacità di interpretare le leggi divine ed umane, e  che quelli, quando avrò lasciato la terra,  accompagnino  con lodi e con parole di riconoscenza il ricordo delle mie azioni e la fama del mio nome. 

Professore, devo fare una domanda lessicale- mi sembra strano duint!- ed una ideologica, forse non compatibile con la  visione di un aristocratico, desideroso di memoria  eterna umana!?

Marco, per quanto riguarda il lemma  duint sappi che è  una forma  arcaica di do, das, congiuntivo presente coniugato come sim, forse usato da Tacito per evidenziare un’area sacra, vista da un’angolazione tragico-comica (propria di Nevio  più che di Plauto e Lucilio!), un vizio arcaicizzante degli scrittori antonini!; per quanto riguarda  la divinizzazione,  tema a me caro per la figura di Gesù Christos,  Tiberio pagano, materialista,  naturalista, astrologo  è uomo cosciente di sé mortale,  effimero!  e, quindi, la probabile ironia di Tacito ci appare  inadatta  freddura e non  posta al momento giusto!. Comunque, l’imperatore  privatamente  in discorsi con amici disapprova quel genere di culto verso la sua persona anche quando ha ricevuto  ed accettato il titolo di Augustus, pur disdegnando  il titolo di pater patriae, rifiutato varie volte.

Dunque, professore,  il fatto che Tiberio non vuole avere  il culto divino della  sua  persona,-  criticato da molti che pur  leggevano come  indice di modestia  ed altri di diffidenza,  altri di bassezza di animo-  è segno  di un uomo che ha fatto storia  e che vuole essere ricordato come vir degno della tradizione  familiare,  secondo il costume  quiritario romano,  non  quello greco-ellenistico degli eroi mitizzati e divinizzati come Heracles/ Ercole e  Dionusos/Libero.

Infatti Tacito  non distingue tra culto  greco, che crea il mito di Ercole e Libero e  quello latino che ha come eroe mitizzato Quirino, e non mostra le  diverse  forme occidentali e  latine  di muthos rispetto a  quelle greche   anche se tutti i culti in genere arrivano alla divinizzazione, che è in relazione  in Roma, alla concessione  fatta da  Ottaviano, quando già è Augustus, ai Tarraconesi   templum ut in  colonia Tarraconensi strueretur Augusto,  petentibus Hispanis  permissum, datumque in omnes provincias  exemplum/chiedendo gli spagnoli  il permesso di erigere  un Tempio ad Augusto  nella  colonia di Tarragona  fu loro  consentito  e si creò così un precedente esemplare per tutte le  province  ibidem I, 78 – Tacito ha una concezione già domizianea di culto imperiale – cfr K. Von Fritz, Taciti Agricola, Domitian and the problem of the Principate, 1967-

Tiberio aristocratico celia su Augusto eques– se le parole riportate da Tacito sono queste-: Melius Augustum  speraverit, riferendosi  al fatto che molti  fra i mortali ambirono  agli onori più alti / optumos  quippe mortalium qui altissima cupere!.  

Tiberio  ritiene che ognuno deve guadagnarsi col lavoro un favorevole ricordo di sé: i principi tengono già tutti gli altri beni ed uno solo devono cercare di  guadagnarsi  insaziabilmente : un favorevole ricordo di sé,   in quanto, col disprezzo della gloria, si disprezzano anche le virtù/unum insatiabiliter parandum, prosperam sui memoriam; nam contemptu famae contemnvirtutesibidem, IV,38,4-.

Dunque, professore, Tiberio ha una concezione del potere in senso umano quiritario patrizio, di una di sovranità venerabile per la  continuità di sangue aristocratico  claudio,  superiore rispetto a quello giulio mitico ellenistico?.

In questo  Filone, infatti, concorda e  non con quello giulio  Caligoliano, esemplare per Domiziano per Commodo e per Caracalla -cfr. The death of a God www.angelofilipponi.com ! –

Vedo che mi segui!. Ti aggiungo che nella risposta a Seiano è ancora più evidente questo aspetto. Esamina tu stesso dalla fonte tacitiana. Tiberio sa bene – anche tramite Antonia che teme il coniugium  per la dichiarata volontà del pretoriano di punire iniquas  Agrippinae offensiones idque liberorum causa/ i risentimenti non giusti di Agrippina e ciò a causa dei figli– che la lettera, inviata da Seiano, è scritta  da retori  della casa giulia, sotto il magistero interessato di Livilla, sua nuora, per cui  l’imperatore richiede tempo  per uno studio e riflessione!.

Infatti  Tacito  dice  che era, allora,  uso anche se  l’imperatore era presente, presentare la richiesta per scritto /moris quippe  tum erat quamquam presentem scripto adire e che c’era, anche se con qualche ritardo, una  risposta imperiale.

Prima di mostrarti, comunque,  il testo della lettera ti aggiungo che   i pretoriani   già  facevano i i turni per irretire in discorsi  sediziosi il giovane Druso Cesare  e lo contrapponevano  al fratello maggiore Nerone Cesare, facendogli balenare la speranza del principato (Tacito, Annales,IV,60)  per  rovinarli entrambi ed inoltre che controllavano i loro amici e fautori  giulii, avendo fatto il processo già a Silio e fatto condannare-anche se già suicida-  lui  e la moglie inviata in esilio  con i beni confiscati a Sosia  al 50% , per intercessione di  Emilio Lepido, comandante militare  capacem sed aspernantem/ capace ma noncurante  – ibidem I,13,2 -.

Eppure per avere la condanna di Silio  bisognò fare ricorso all’aiuto del console Varrone e ad un intervento dell’imperatore  – Tacito  Ibidem IV,  19, 2-  Cesare si oppose  dicendo che era costume dei magistrati  citare in giudizio  cittadini privati e  che non si doveva sminuire  l’autorità del console, –  le  cui cure provvedono  alla  salvezza dello stato.-… Sosia era accusata di essere complice del marito  che  aveva  di nascosto e lungamente tenuto  mano a Sacroviro, nella guerra germanica, di aver macchiato con l’avidità la sua vittoria. Certamente  né l’uno né l’altra  potevano liberarsi da accuse di concussione: ma tutto il processo si volse sull’imputazione di lesa maestà (cuncta quaestione  maiestatis exercita)-ibidem-

Professore, erano tempi in cui la delazione era quotidiana e le condanne erano di lesa maestà, ma c’era qualcuno che riusciva a salvarsi rimanendo  moralmente pulito, in un tale clima di odio?

Marco, si . Ti cito  proprio  Emilio Lepido, ex proconsole di Asia , morto per cause naturali, forse, -sembra nel 33 d.C,, che fa proposte contrarie all’imperatore e a  Seiano impunemente, convinto di far assegnare del 50%,  non secondo legge- metà agli accusatori e metà ai figli-  ma un quarto agli accusatori ed il resto ai figli – come poi  faceva suo figlio nei confronti di Caligola, che giudicava degno di esilio Avillio Flacco,  secondo Filone  – imponendo  coraggiosamente  un intervento correttivo di pena – in quanto  giudicato  gravem et sapientem virum/uomo saggio ed autorevole, capace di emendare molte decisioni adulatorie di altri,  conservando la sua influenza e favore presso l’imperatore,  senza  dover usare la circospezione!.

Tacito, allora, si pone il problema tipico del  periodo domizianeo, se forse anche la propensione dei principi verso gli uni, la loro avversione verso altri non dipendano come tutto il resto dal volere del  fato e dalla sorte del nascere, oppure se una parte  sia lasciata alla nostra accortezza  e se tra la spavalderia che conduce alla rovina e il servilismo  che disonora si possa seguire una strada  che non sia né abietta né pericolosa.- ibidem-!

In tempi di dittatura e sovranità assoluta, Marco,  il dubbio di Tacito su una via intermedia tra  morire e  parlare apertamente per un uomo parrasiasths /libero di parola  è  una forma  retorica perché è difficile rimanere  autorevole quando parlare può significare morte anche se  il personale  consilium è tipico di chi ha avuto  buona sors nascendi  e  propizio fatum.-ibidem 20.3-.  Sola Antonia, essendo privilegiata da nascita e dal destino di essere la madre di Livilla, cognata dell’ imperatore, coerede dei beni imperiali augustei,  donna capace di gestire un impero commerciale e finanziario mondiale coi suoi segretari personali, coi suoi trapeziti alessandrini, coi  suoi liberti latini  con le sue relazioni coi legati di tutto l‘imperium romano ed occidentale ed orientale,  risulta intoccabile punto di aggregazione e di riferimento di ogni opposizione al regime stesso ed  anche alla forza armata di Seiano!

Antonia, come l’augusta Livia, risulta  davvero inviolabile per Tiberio ma sembra che non fu per Caligola theos!-cfr. Caligola il sublime cit- ma non Agrippina e i suoi figli vulnerabili per il loro stesso nomen oltre che per la loro coscienza di superiorità rispetto a tutti gli altri in quanto  sicuri di essere  stirpe divina Augusta! Lo stesso Claudio  dovette fare il deficiente e legarsi al carro di Seiano lasciando la moglie  Urgulanilla   e  sposarne la sorella  Elia Petina, inimicandosi la madre e la vecchia nonna, prossima a morte.

Professore, lei mi vuole comunicare che sotto Tiberio non erano sicuri, data l’equivocità di condotta dell’imperatore stesso,  dissimulatore,  nemmeno i membri della famiglia di Augusto, come non lo erano stati già Germanico e Druso minore, suo figlio?!

La domina Antonia  lamenta velatamente consapevole che Tiberio mal dissimula la letizia per la morte di Germanico/Germanici mortem male dissimulavit – III,2,2 ( nonostante abbia fatto  ogni  legittimo dovere  funebre ed abbia fatto scortare le ceneri ed Agrippina provenienti dall’Apulia,   da Terracina a Roma fino al mausoleo di Augusto,  avendo inviato il  figlio e Claudio !)-  temendo la subdola azione di Seiano  che delle sue parole e delle sue azioni  narra solo ciò che risulta  evidentemente, sfruttando solo alcune   a suo vantaggio, denunciandole, all’occasione,  all’imperatore, che già va girando  in Campania alla ricerca di quies, come aveva fatto in precedenza, quando dava spazio a  Druso di svolgere funzioni imperiali, come per associarlo al potere, senza  notificarlo al senato!

Antonia lamenta che Tiberio è informato,  falsamente, che  i nipoti a Roma   si armano e  formano un fronte antimperiale, dal prefetto del pretorio, che  tace invece  la sobillazione  continuata delle  spie nei confronti dei due  fratelli,  iuvenes inesperti,  Cesare Nerone e  Druso Cesare, convinti a  ricercare la protezione negli eserciti di Germania  presso Getulico, a richiedere  palese  aiuto al senato  e al popolo, spinti perfino  ad andare platealmente ad abbracciare la statua del divo Augusto, nel punto più frequentato del foro.

Insomma   Antonia,  avendo chiara coscienza delle ragioni della morte di Druso minore, dei mirati interventi dei pretoriani e  conoscendo la tresca  immorale tra sua figlia  e il pretoriano, diversamente da Tiberio,  è in bilico tra dovere  familiare e dovere pubblico   e perciò cerca solo di proteggere la domus di Germanico allontanando  da Roma, dopo la Morte dell’Augusta Livia, nel 29 , Gaio Cesare Caligola, che è inviato, a Capri dall’imperatore,  dopo l’elogio funebre da lui fatto per l’ava, quando già   si  sta  verificando la tragedia di Agrippina, nonostante la protezione di Asinio Gallo, avido di potere, incapace di conseguirlo, marito di Vipsania, sorellastra – cfr. Caligola il sublime, cit. e Giudaismo Romano II ebook Narcissus 2014-.

Tiberio, professore,  ha già demandato ogni compito provinciale a Seiano?

Marco, credo che Tiberio non abbia  dato l’imperium proconsulare maius,  ma solo  quello limitato all’Oriente e specie all’area siriaca, settore difficile e ribollente di staseis  per il fenomeno messianico, mentre quello occidentale è lasciato ai governatori, che mantengono il mandato imperiale invariato, secondo la prassi tiberiana  di  dilazionare il tempo  di durata prefettizia.

Professore, considerato che Tiberio ed Antonia sono due volponi politici scaltri e impenetrabili nelle loro mene, è possibile che Tiberio pensi che la pars Giulia, convinta dell’avvelenamento di Germanico da parte sua,  abbia reagito con l’avvelenamento di suo figlio?  O che alla cognata, desiderosa di far pagare sangue con sangue  all’imperatore, allora, nel massimo della fortuna, conveniva la morte di Druso, che così chiudeva il problema della successione  a favore dei Giuli?

Marco, ci ho pensato spesso ma non credo che si possa accusare Antonia  perché lei già  con LIvilla, sua figlia, moglie del figlio di Tiberio,  suo nipote, ha già il potere di tutto l‘imperium coi figli di Germanico, che hanno  la precedenza nella successione, essendo Agrippina la figlia della figlia stessa di Ottaviano Augusto.

Per lei, professore, quindi il male è in Livilla che,  come  Giulia maior  e poi Giulia minor e tante altre giulie, aspira ad un potere proprio imperiale, da dividere solo con l’amato eques Seiano, non coi nipoti e neppure con la madre, in quanto desiderosa di una propria dinastia divina col pretoriano, stimato e prediletto da Tiberio, tenuto all’oscuro sulla vicenda amorosa dei due!

Dunque, Marco, tu , influenzato dalla lettura domizianea di Tacito,    valuti Tiberio davvero una mente perfida, malevola, rancorosa, che già nel 20 quando  dispensa Nerone Cesare dal viginterato e lo fa sposare con la figlia di Druso,  ha già progettato di fare suo figlio erede al trono  contravvenendo all’ordine di precedenza di Augusto?  Sappi che Tiberio  è  un aristocratico,  vecchio, che non manca di parola,  che vuole andare  in pensione, a godersi quanto meritato con la sua personale vita al servitium dello stato, convinto di aver ben meritato e di lasciare una fama di vir politico,  degno dei suoi avi!.

Di Tiberio, nonostante le crudeltà narrata, i tanti ambigui processi  e i suoi stessi isterici  interventi – episodio di Montano.-42,1 (Tiberio dovette quindi ascoltare le contumelie, da cui veniva straziato, in segreto, e ne fu così colpito da mettersi a gridare,  che si sarebbe giustificato o subito o dopo l’istruttoria:  stentarono  a calmarlo le preghiere di molti e l’adulazione di tutti!)- e le perversioni sessuali, senili,  nessuno storico ha parlato  di lui come monstrum! Ti aggiungo che lo stesso Tacito  mostra Tiberio  come straziato dai rimorsi a seguito dei processi del 31, e specie di quello di Cotta Messalino -un nobile decaduto  dissoluto, disonoratosi con azioni infamanti -che aveva ingiuriato G. Cesare (Caligola)  come uomo quasi incertae virilitatis/  di scarsa virilità  e di aver offeso la memoria dell’Augusta madre, convinto di essere protetto dal suo Tiberiolo,  contro  gli accusatori Lepido ed Arrunzio,  in una lettera, scritta al senato: possano gli dei  e le dee farmi perire di una morte peggiore di quella di cui mi sento  consumare giorno per giorno, se so che cosa io vi debba scrivere,  senatori, o come vi debba scrivere  o che cosa io non debba assolutamente scrivere.  in questo momento!.

Il commento  ad un tale rimorso dello storico è questo:  a tal punto  le sue colpe e le sue vergogne  si erano trasformate  per lui stesso in tortura!. E non invano il maestro di ogni sapienza soleva affermare che, se il cuore dei tiranni  si potesse  mettere a nudo,  lo si vedrebbe straziato  di colpi; infatti, la crudeltà,  la dissolutezza  e le azioni ingiuste  producono nell’animo  le medesime ferite che le sferzate producono sui corpi.

Marco, dopo avere scomodato Socrate con la citazione di Platone  Gorgia LXXX,524,  lo storico  scrive: né l’altissima sorte né il raccoglimento in solitudine preservavano  Tiberio dal rivelare lui stesso i tormenti della sua coscienza e il suo castigo!/quin tormenta pectoris  suasque  ipse poenas fateretur!  Annales, VI,6,1-2!.

Per lei, quindi, come Flavio, anche Tacito non è attendibile, proprio perché retorico e lontano dai fatti di cui parla in modo aneddotico come Svetonio! Quindi, si può dire che la grave colpa di Tiberio  è quella di non avere indagato sulla morte del Figlio, subito, ed operato drasticamente , in ritardo, contro la coppia malefica  Livilla-Seiano!

Certo,  se lo avesse fatto subito,  la storia sarebbe stata diversa e  quanto seppe dall’ indagine  dal processo di Apicata nel  31-32  gli sarebbe stato utile per frenare l’ascesa di  Seiano: la morte di  Druso dovuta all’inimicizia di  Seiano e  alla infedeltà coniugale  di Livilla, rimane troppo a lungo invendicata e partorisce col tempo  tanti rumores  insieme a contumelie ed ironie sull’imperatore, incontrollabili, nonostante il processo all’ex moglie di Seiano e a Livilla stessa!.

La storia, però, non si fa con i se!

Comunque, professore  il destino fu crudele e con Antonia e con Tiberio poi  divenuti simboli di  scaltrezza e di cunctatio,  di perfidia   senatoria, di vecchi politici! le ragioni  di una non volontà di sapere  sono  più di un animo  disturbato fin da bambino come quello di Tiberio,  abile a negare e a  chiudersi nel dolore, per fare una corazza  al suo male infinito, come per nasconderlo, mentre la vita seguita a fluire  come se nulla fosse successo!  eppure Tiberio, pur con questo carattere  seppe  governare  bene l’impero anche negli ultimi anni, pur  segnati dal potere eccessivo di Seiano e  poi di Macrone, autorizzati anche  dalla  debolezza senile, più mentale che fisica di fronte agli immensi problemi di un impero colossale!.

Marco, per ultimo, ti dico con certezza  che  Antonia conosce il testo della lettera  di Livilla,  che è istigatrice di Seiano, come  donna insistente nel ricordare la promessa di matrimonio, avuta dal pretoriano- promissum matrimonium, flagitante Livia,  Ibidem 39,1- che oltre tutto, ha già  divorziato, per fare la sua legittima richiesta all’imperatore!

Ecco  – il testo – Tacito, Annales, IV,30,1-!

Tacito scrive : Seiano accecato dalla eccessiva fortuna  e per di più infiammato dalla bramosia di una donna, poiché Livia gli rammentava continuamente le nozze promesse, presenta un’ istanza all’imperatore/ nimia fortuna socors et muliebri insuer  cupidine  incensus , promissum matrimonium flagitante Livia, componit ad Cesarem  codicillos.

Professore, non era pericoloso per Seiano presentare due anni  dopo la morte di Druso,  codicilli richiedenti il matrimonio, lui eques, con la figlia di Antonia e di Druso Maior, ex moglie di due Cesari, Gaio Cesare e Druso minor,  figlio dell’ imperatore stesso, avvelenato e morto nel giro di una settimana tra sofferenze inaudite? Non poteva essere un’autoaccusa?

Marco, il pretoriano ha già un potere nel 25 tale che può effettivamente evidenziare la sua volontà di essere e di  rimanere al  servitium diretto dell’imperatore e non di cercare di fare carriera,  essendo una guardia  del corpo felice  di servire  il padrone, uomo fidelis  verso l’Augusto,  come  lo era per gli altri dei,  tanto da  confidare le sue speranze  e i suoi desideri  alle orecchie dei principi, prima che agli dei, a seguito della  benevolenza di Augusto, padre,  e alle moltissime prove di stima, dategli dal figlio Tiberio / benivolentia Augusti patris  et mox plurimis Tiberii iudiciis  ita insuevisse, ut  spes votaque sua  non prius ad deos  quam ad principum aures conferret.-ibidem-

Professore, Seiano, prima della richiesta, fa una professione di fede nel suo dominus theos, legge vivente?

Al di là della captatio benevolentiae, il pretoriano aggiunge che mai aveva pregato di ottenere dignità onorifiche, ma preferiva vigilare e  lavorare come  semplice soldato tra i soldati, per l’incolumità dell’imperatore /  Neque  fulgorem unquam precatum  honorum exubias et labores,  unum e militibus pro incolumitate imperatoris malle -ibidem,2-

Lei ha mostrato come Seiano  ritiene  cosa bellissima/ optimum aver ottenuto già la possibilità  di parentela con Tiberio?

Marco, la cosa non deve sorprendere se già nel 20  è  coniunctione Caesaris dignus crederetur- Ibidem III,29,3, di essere cioè ritenuto degno d’imparentarsi  con l’imperatore , essendosi stabilito di dare al figlio di Claudio e  di Urgulanilla,  di nome Druso, la figlia di Seiano, macchiando, secondo Tacito, la nobiltà della stirpe con l’innalzare eccessivamente Seiano,  già sospetto di nutrire aspirazioni smodate!.

Marco, è quello l’anno in cui Tiberio concede  a Cesare Nerone ormai in età giovanile  di essere dispensato dal viginterato cioè  di far parte di un gruppo di magistrati- triumviri capitales, triumviri monetales  quattuorviri  addetti alle strade  e decemviri incaricati di comporre le liti-  e di poter chiedere la  questura cinque anni prima  dell’età legale, accontentando il popolo con una elargizione di grano e sale,  felice  già di vedere giunto alla pubertà il figlio di Germanico,  divenuto Pontefice  e sposato con la figlia di Druso minore,  Giulia.

Proprio quello è l’anno  in cui Druso Minore già  ha potere imperiale a Roma e lo gestisce , trascuratamente, in apparenza,  a parere dei senatori  mentre il padre fa le prove in Campania per la sua futura pensione?

Marco, la fonte di Tacito – autore  che legge i fatti, interpretandoli dall’angolazione del tempo domizianeo (cfrVon  Fritz, cit. e E. Paratore,storia della letteratura Latina,Sansoni,2000) –  non è attendibile -migliore è quella di Flavio e di Cassio Dione che pur rilevando il modo giovanile di reggere lo stato mentre Tiberio è assente, mostrano una volontà di vedere  il figlio successore, già console e  destinato al secondo consolato nel 21, cosa che può avere determinato la rabbia nei giuli  che  sono ancora in lacrime, nel vedere il predominio claudio e con Tiberio e con Druso e con Seiano, specie dopo che lo zio  Giunio Bleso è salutato imperator a seguito della fortunata  guerra in Africa.

L’affermazione di Tacito sembra rimandare ad un giudizio posteriore di almeno 70 anni:  si rideva  anche per concessione al giovane del pontificato perché la potenza dei cesari era all’ora agli inizi e il ricordo della libertà era recente   perché aveva richiesto anche la questura  cinque anni prima dell’età legale,  adducendo come argomento  che  a lui  e a suo fratello erano state fatte le stesse concessioni su richiesta senatoria  da Augusto per cui i senatori consideravano la parentela di un patrigno coi figliastro meno stretta  che non quella di un avo col nipote!-ibidem  29,2-.

Al di là del pensiero ironico  di Tacito, professore,  lei mi vuole dire che lo scrittore,  scrivendo dopo circa tre generazioni,  legge i fatti  specie quelli del 22 -3  – a cominciare dalle preghiere – fatte dai  feciali, da quelle  dei senatori  e degli equites  per la  salute dell’augusta-e dagli onori riservati, come già al fratello,  a Druso Cesare,  che prende la toga virile,-  li interpreta per rilevare l’obsequium senatorio, la clemenza di Tiberio  nei confronti di Lucio Ennio- reo di lesa maestà per aver convertito in oggetti di argento una sua statua , anche se degno di punizione secondo il giurista  Ateio Capitone  che, per ben meritare coi potenti,  macchia le benemerenze di uomo politico e il suo alto valore di cittadino privato-., al fine di mostrare la decadenza dei costumi e l’avviata deriva della  società romana?

Marco, per Tacito mentre si consolida la forza del principato /principatus vim, crolla ogni concezione  socio-civile e morale  tanto che decide di  riferire solo le opinioni notevoli per nobiltà o per bassezza/insegnes per honestum aut notabili dedecore, ritenendo  compito precipuo delle annales  di preservare dall’oblio gli atti virtuosi  e di far sì che  contro le parole e le azioni disoneste  vi sia il timore  dell’infamia da parte della posteritàAnnales, III,65-

Marco esamina questa frase aggiunta:  Del resto  quegli anni furono talmente avvelenati ed insozzati dalla simulazione, che non solo i  più alti personaggi dello stato, ma tutti i consolari, gran parte di quelli che avevano esercitato la pretura  ed anche molti senatori  subalterni gareggiavano nell’alzarsi a proporre onoranze  scandalose ed eccessive!-ibidem.

Tacito giunge perfino  a concludere che Tiberio, ogni qualvolta usciva  dalla curia, fosse solito esclamare in greco o homines ad servitium paratos!/ tanto da scrivere: Scillicet etiam illum, qui libertatem publicam nollet, tam proiectae  servientium patientiae taedebat/ è chiaro che anche colui, che pur non avrebbe  voluto la libertà pubblica, era disgustato dalla abietta soggezione, da schiavi, dei senatori.

Professore, così, comunque, dà  segnali di stima per Tiberio,  un aristocratico che si vergogna del  comportamento di tutta la società romana, compresa la sua stessa classe senatoria, che,  ora, come il popolo è degna di servire, nonostante la cultura  libertaria italica ed occidentale! Il disprezzo del pastor per il gregge  diventa una lezione per il nipote intelligentissimo, Caligola!

Capisco, perciò, come il potere specie sovrano segna le coscienze degli uomini! Ma, ora nella lettera di Seiano all’imperatore  non c’è segno di  reale servilismo  ma solo obsequium formale con un tono amichevole ?

Certo Marco!  Seiano invita l‘imperator a tenere presente un amico,  che mira a godere solamente della  gloria  di una  parentela, deciso, comunque,  a non sottrarsi dai doveri professionali  impostigli,  in una rivendicazione di fedeltà  di un eques, suo strenuo difensore, desideroso  solo di voler vivere accanto  contro gli iniqui  risentimenti di Agrippina, attiva contro di lui, a causa dei suoi figlioli/ adversus iniquas Agrippinae  offensiones  idque liberorum causa.

Come  e cosa  risponde Tiberio ad una tale lettera e ad un amico, che vuole proteggerlo dalle insidie /offensiones dei Giuli (Agrippina e Figli)?

Tiberio, passati alcuni giorni di riflessione, convoca il pretoriano e gli comunica con molta diplomazia, non disgiunta da fermezza, dopo aver lodato la pietas  ed accennato poco ai benefici  ricevuti dal servitium, il suo rifiuto  al  matrimonio e lo motiva con precise  ragioni, avendo chiara la situazione  che in Roma già esistevano statue sue e del pretoriano, da venerare, e che i clientes suoi ormai erano anche del suo prefetto, ritenuto pars della sua domus!

Tiberio ha, quindi, ben compreso il piano  di scalata al potere del pretoriano, già nel 25!. Peccato che noi  non possiamo rilevarlo esattamente dalle fonti  storiche che hanno  prima e dopo la morte di Seiano un buco e a poco serve  il V fragmentum libri, che  si riferisce da una parte  all’anno 29  ma che sottende gli ultimi mesi di quell’anno, di tutto il 30  e tutto il 31 , tramandati in modo confuso, disordinato, volutamente criptato!

Eppure, furono gli anni tiberiani in cui accaddero  avvenimenti  controversi e gravi per la domus giulia, come la relegazione di Agrippina, l’esilio e la morte di Nerone Cesare, l’imprigionamento di Druso Cesare  e sua fine,  ma anche la morte di Seiano, improvvisamente  crollato! Infine le contemporanee notizie sulle staseis/ricolte   dei Frisi in Germania e  delle popolazioni aramaiche in Siria e in Giudea  a causa del fenomeno messianico  turbarono i cives romani che dovettero rimanere sorpresi dagli eccidi delle guarnigioni   circondate ed annientate prima sul confine eufrasico e poi nella capitale giudaica  dalla coalizione dei Parthi e coi Nabatei  coi giudei,  che proclamavano al grido di Maranatha  l’ arrivo del Signore e  il  suo malkuth/regno eterno, mentre tutta la pars orientale era coinvolta nella ribellione antiromana quando  Tiberio  non interveniva direttamente, affidandosi per il momento ai governatori,  che morivano,  quasi allo stesso tempo (Emilio Lepido- 33- a Roma  dove viveva dal 28 a seguito del richiamo dalla  provincia  di Asia, con  una certa indipendenza verbale; Pomponio Flacco,33;  Artassia,34 ; il tetrarca  Filippo 34 ) mentre  il praefectus  Ponzio Pilato  era costretto a  rinchiudersi, a  Cesarea, dopo il tentativo di frenare gli insorti a Gerusalemme e la costituzione del Malkuth ha shemaim e mentre Erode Antipa si  rifugiava a Macheronte!.

Di tutto questo  si conosce poco dalle fonti latine, poco da Plutarco e  Dione Cassio, poco da quelle giudaiche  e solo più tardi nel II secolo dopo la fine dell’impresa di Shimon bar Kokba,  apologisti cristiani e poi i padri della chiesa  risollevano il velo della  storia,  cominciando a tessere  una trama cristiana, chiara con i constantinidi e i teodosiani.

Comunque, professore del periodo 32-36  in Giudea ancora sotto il potere nominale di Ponzio Pilato, non  si sa  niente se non   qualcosa di vago e cronologicamente contorto, anche per la stessa impresa vitelliana, fissata  all’incirca  tra la fine del 35  e il 16 marzo del 37, raccontato in due anni in modo confuso da Tacito, che lo dichiara  espressamente  – Annales VI,38,1- e da Flavio secondo una logica giudaica manovrata  dal regime flavio, dominante,  aspirante ad essere domus soterica dopo l’anno terribilis dei quattro imperatori- tra cui un Vitellio, la cui stirpe è ovviamente esecrata -.cfr. Caligola il sublime e Giudaismo romano II ,cit. sulla spedizione di Lucio Vitellio  sulla politica di Sinnace,  sull’elezione romana di Tiridate e su Artabano III  e le popolazioni caucasiche, specie dopo la ribellione dei Cieti cappadoci,  puniti per ordine di Vitellio da  M. Trebellio , dopo la caotica situazione  in  Seleucia , a seguito delle lettere  intercorse tra Fraate e Ierone, satrapi delle più potenti prefetture parthiche (validissimas praefecturas  Tacito, Ibidem 41 ) e  i rapporti controversi di Abdagese -protettore e fautore di Tiridate , re inviato da Tiberio,- e  lo stesso  Artabano allora esule in  Adiabene,  secondo Flavio, Ant. Giud. XVIII!.

Professore, una situazione veramente caotica, incredibilmente intrecciata, forse, subito dopo la sconfitta  e il trattato di Zeugma!

Sono troppi, Marco,  i dubbi e non so dipanare bene la matassa troppo attorcigliata, considerata l’ambiguità delle fonti stesse,specie quella rimasta mutila di Annales  XI, giù trattante di Claudio!

Tacito, oltre tutto,  non ci aiuta  a capire, come nemmeno Flavio e nemmeno Dione Cassio e tantomeno Vitellio,-scrittore di Upomnemata–  anche se   si può intuire qualcosa e  comprendere   il mistero della impossibilità da parte di Tiberio di trovare un sostituto a Pomponio Flacco in Siria-, cfr. Annales, VI,26, 2,- dopo la nomina di E. Lamia, (prefetto di Roma  che, comunque, morì prima ancora di  avere  l’autorizzazione a partire per la Siria| – cosa che gli  aggiunse alta considerazione/dignationem addiderat): viene letto un messaggio di Cesare  nel quale deplorava  che gli uomini più valenti e più adatti   a comandare eserciti  rifiutassero tale incarico, tanto che  egli doveva ricorrere alle preghiere,  perché qualcuno dei consolari  si inducesse ad assumere il governo di  province !.

Un munus tanto onorifico,  rifiutato da tutti,  anche a seguito di preghiere da parte dell’imperatore , caro Marco, fa veramente pensare ad una situazione siriaca, veramente  micidiale, proibitiva, pericolosissima per un consularis, per cui bisogna ritenere che l’impresa di Lucio Vitellio sia ancora più grande di quanto abbiamo  per anni pensato, nonostante la sovrapposizione del giudizio dei  Flavi!  Il fatto che   proprio nel 34 anno  compare la  fenice in Egitto, cosa che si verificava post longum saeculorum ambitum/dopo una lunga serie di secoli , un uccello che  si vedeva a secoli di distanza come già detto da Erodoto-Storie, II,73-, poi notificato da Seneca- Lettere a  lucilio.XLII,1- e in epoca cristiana da Ambrogio –Hexaemeron, V,79- portatrice di eventi eccezionali in quanto l’uccello, quando è vicino a  morte costruisce un nido  e vi infonde il principio fecondatore /vim genitalem, da cui nasce  un nuovo uccello e che la prima cura di questo, appena  adulto,  è di dare sepoltura al padre, non temerariamente, (neque id  temere!) ma, dopo aver sollevato un certo peso di mirra e provato le proprie per un lungo tragitto, quando si sente capace di resistere al carico e  al volo, la fenice si addossa/subit il corpo del padre e lo trasporta all’altare del Sole, sul quale lo arde. Tutto ciò è incerto e arricchito da favole!-   

Davvero, professore c’è di tutto per favoleggiare! La fenice, simbolo di Christos è allora nel 34,  invece figura di Caligola neos Sebastos soothr per il mondo romano,  che  brucia il padre/Tiberio sull’altare del Sole/Ottaviano Augusto, allegoria alessandrina dell’ eternità del Regno nuovo del  principe Romano nella celebrazione dell’ektheosis del 40 d.C., poco dopo la vittoria vitelliana sui Parthi !

E’ possibile quanto dici in relazione alla mia supposizione ed affermazione, sottesa a Caligola il sublime,  Marco, se si legge Censorino, De die natali,XVIII,10  e si comprende la rinascita ogni cinquecento anni della Fenice. Ma, avendo il cristianesimo, in epoca constantiniana vinto sul paganesimo, il muthos  della fenice, che riappare ogni mille anni – Millenarismo!?- assume un altro valore quello di Lattanzio- De ave Phoenice – in cui Christos nikeths  è il theos, nomos empsuchos, segno di vita eterna per il cristiano!

Comunque, Marco, rimanendo sul 34 d.C. e sul  periodo oscuro di  uno o due  anni precedenti e successivi a questo,   si può dire di sicuro solo che  Tiberio, pur rimanendo a Capri, pur dando rilievo grande a Macrone  dirige l’imperium  cercando di regolarizzare  il mondo causasico, barbarico,  e di opporlo ad Artabano e ai parthi,  in attesa di una spedizione militare con un dux capace e fedele!  Sappi, però, che non si conoscono nemmeno le quattuor et quadraginta orationes contro Liviam- Non si sa se la causa è comune con quella contro Apicata o se sono due i processi per le due donne,  anche se sono  rimasti  lacunosi alcuni discorsi  del libro VI libro –  tra cui forse  dovevano essere quei 44  tenuti  in Livillam ( V.6.1)- dei quali Tacito riporta solo il discorso di un amico di Seiano, innominato, che,  avendo  deciso di morire,  non ha paura di attirare vergogna su di sé  e  malevolenza su Seiano!

Tacito così scrive: la sorte è mutata se (TIBERIO) colui che lo ha avuto collega e genero perdona  a sé questo errore,   perseguitando gli altri che scelleratamente accusano l’uomo che prima avevano vergognosamente blandito. Io non starò a  distinguere se sia miseria peggiore  essere accusato per amicizia o accusare un amico, non metterò alla prova né la crudeltà né la clemenza di alcuno, ma, con libera decisione e con l’approvazione  della mia  coscienza preverrò il pericolo. Vi prego di ricordarmi  non piangendo, ma piuttosto rallegrandovi di poter annoverare anche me tra quelli che con una morte onorata si sono sottratti ai pubblici flagelli – Ibidem, 1-3-.

Ti aggiungo, Marco che  Terenzio, pretoriano ed eques, come Pilato, in un momento   in cui tutti mentono,  a Roma, dove tutti rinnegano l’amicizia con Seiano   solo  lui rimane fedele  alla sua memoria  e pur accusato, lo difende dicendo in senato:  forse il riconoscere la colpa  gioverà meno alla mia condizione che non il negarla, ma, comunque la cosa debba finire, confesserò che non soltanto  sono stato amico di Seiano, ma  ho desiderato  divenirlo e mi  sono rallegrato di esservi riuscito!. L’avevo conosciuto come collega  del padre nel comando delle coorti pretoriane, più tardi l’avevo visto assumere contemporaneamente funzioni civili e militari/urbis et militiae munia -VI,8,2-. I suoi parenti e famigliari  venivano colmati di onori, l’intimità con Seiano era il titolo più valido all’ amicizia di Cesare/ut quispe Seiano intimus ita  ad Caesaris amicitiam validus -ibidem-.Quelli, invece, a cui egli era ostile, dovevano lottare con la miseria e con la paura. Io non prendo ad esempio nessuno: difenderò, a mio solo rischio,  tutti quelli che come me,  furono estranei ai suoi ultimi intrighi. Infatti noi non onoravamo Seiano  di Volsinii,  ma il membro delle  famiglie  Giulia e Claudia  congiunto ad esse  in parentela, il genero tuo, Cesare, il tuo collega nel consolato,  colui che esercitava le tue stesse funzioni  nel governo/Non enim Seianum vulsiniensem et Claudiae et Iuliae domus  partem, quas adfinitate occupaverat, tuum, Caesar, generum, tui consolatus  socium, tua officia in re pubblica capessentem colebamus.

Senti, Marco, come parla Terenzio che conosce il rapporto intimo  tra il suo capo e  Livilla nuora di Tiberio e il loro amore manifestato coram popolo quando Tiberio è assente, anche se non ha concesso il matrimonio: non tocca a noi  valutare  chi tu innalzi  al di sopra degli altri, né le ragioni  per cui lo innalzi: a te  gli dei  hanno dato il supremo  diritto di decidere  in tutte le cose e a noi rimane  la gloria di obbedire. Noi  ora  vediamo quello che accade sotto i nostri occhi, a chi tu dispensi ricchezze e distinzioni, a chi dài la massima possibilità di nuocere o di beneficare.  Nessuno potrebbe negare che Seiano l’abbia posseduta: indagare i sentimenti del principe,  i suoi disegni segreti è cosa illecita  e pericolosa, né d’altra parte si otterrebbe lo scopo.

Ascolta  la sua conclusione: non considerate, o senatori, l’ultima giornata  di Seiano, ma 16 anni della sua vita! Noi veneravamo Satrio e  Pomponio (due uscieri ministeriali):  essere conosciuti dai suoi liberti e persino dai suoi schiavi, che vegliavano alla sua porta, era ritenuto un vantaggio prezioso.  Che dunque? si dovranno per questo indistintamente  difendere tutte le azioni di Seiano? certamente no: ma si faccia una giusta distinzione: Si puniscano di tradimento  contro lo stato  e il complotto contro la vita dell’imperatore; quanto all’ amicizia e  ai suoi obblighi  la loro fine medesima avrà assolto da quelli te, o Cesare  e noi insieme! Per i pretoriani, per i senatori, per il popolo la coppia Livilla- Seiano domina, a Roma, avendo l’appoggio dell’Augusta, anche se è controllata ed ostacolata da Antonia.

Livilla giulio-claudia con Seiano,  onnipotente ministro tiberiano,  è la vera domina,  di fatto,  anche se non è  di nome! Claudio, suo fratello, è al suo fianco, contro Agrippina e suoi figli che pur protetta da  Antonia è costretta a subire  i tradimenti di molti dei suoi, a seguito della persecuzione congiunta di Tiberio e di Seiano, costretta a vedere  diminuire i suoi seguaci, specie  dopo  che accusatori  con un tranello, avendo sentito i discorsi di Tizio Sabino, accusato di lesa maestà, ne ottengono condanna di morte  (Annales, IV. 68-69-70 )  e dopo la cattura di Druso Cesare,  irretito dai discorsi dei seianei ed attirato dalle spie, che lo raggirano con la speranza di scalzare il fratello maggiore, allora vacillante ed insicuro, nonostante i diritti di precedenza alla successione  imperiale.

Tacito conclude dicendo: in nessun altro caso  Roma fu più costernata ed atterrita; ciascuno dissimulava  anche coi parenti più stretti  si evitavano incontri, e colloqui, ogni orecchio sia di amici che di sconosciuti era sospetto; persino  le cose mute ed inanimate, come il tetto e le pareti,  venivano guardate con diffidenza!( Ibidem 69.3).

Sul caso Sabino, portato dai pretoriani a morte,  oggetto di commiserazione,   lo stesso Tiberio  interviene  con un’accusa contro il consolare  di aver  corrotto i suoi liberti ed attentato alla sua vita: … il condannato veniva tratto  al supplizio con la bocca coperta  dalla veste e la gola serrata  e  per quanto gli era possibile, si sforzava di gridare che così si inaugurava l’anno, che queste vittime si sacrificavano a Seiano. Ovunque  volgesse lo sguardo  ovunque  giungessero le sue parole  era fuga e deserto: le strade  le piazze  si vuotavano  e certuni ritornavano poi indietro e si facevano vedere  di nuovo  spaventati dal fatto di aver avuto paura.- Ibidem 70.1-.

Pensa, Marco, che il primo dell’anno romano  è festivo e quindi  la giornata di norma si passa  in mezzo alle cerimonie sacre e agli augùri e nemmeno si possono usare  le parole profane, ora, invece si adoperavano le catene  e il capestro!

Anzi Tiberio,  secondo Tacito, l’aveva perfino studiata  e meditata  una tale azione perché  non si pensasse  che qualche cosa potesse impedire  ai magistrati nuovi  di aprire  il carcere  così come aprivano i templi e i santuari – Ibidem-.

Lo storico – ibidem- anzi aggiunge: infine l’imperatore ringraziò  i senatori di aver punito un nemico dello stato  ed aggiungeva che la sua vita era in pericolo  e che egli sospettava  insidie di avversari . Non indicava, però,  nessuno a nome, tuttavia ciascuno era certo che alludesse a Nerone e ad Agrippina!.

Dunque, professore, come lei già ha mostrato in Caligola il sublime, negli anni 28-31  a Roma  sono quasi tutti sianei, a detta anche dell’eques  pretoriano Terenzio, che è un’altra figura di Ponzio Pilato,  persona  solo più fortunata,  dello stesso ceto sociale e professione!.

Certo  Pilato, perciò, sa bene che al  suo ritorno in Patria l’attende un giudizio e che l’esito del processo non può essere diverso da quello di Terenzio, anche  se arriva in un momento veramente fortunato,  il più bello della storia romana in cui si crede che ci sia un neos prodigioso sul trono  imperiale,  Gaio Cesare (Caligola scarpetta-sandaletto per i militari, come Cassio Cherea,  che lo avevano visto piccino nel 15), che  avrebbe realizzato i sogni di ognuno sulla terra  e  riportato la mitica età saturnia, a seguito della  venuta della  fenice, uccello precursore del miracolo divino!

Marco,  per di più voglio mostrarti quello scriba -che tu  ingenuamente ritenevi potesse essere  Pilato – nel corso della  vicenda della  morte di Druso figlio di Germanico nel  33 –  Annales, I,23-24-, legata alla richiesta  di seppellire  Asinio Gallo ex marito della  sua ex moglie Vipsania ed amante di Agrippina, sua sorellastra –  fatta all’imperatore da alcuni – compianto da Tiberio, che, imprecando, dà la concessione, lamentandosi che  gli era stato sottratto un accusato senza che la sua colpa fosse riconosciuta  pubblicamente, come se in tre anni gli fosse mancato il tempo  per processare un vecchio,  che era stato console  e padre di tanti consoli/Scilicet medio triennio defuerat tempus  subeundi iudicium consulari seni, tot consularium parenti!

La morte di Asinio  determina  anche quella per Agrippina che conosciuta la morte di Asinio,  prende la decisione di morire di fame, saputo anche della morte orrenda del figlio Druso!  Il giovane, madre,  pur di mantenersi in vita, mastica  l’imbottitura del proprio giaciglio  per otto giorni/ cum se  miserandis alimentis , mandendo  e cubili tomento, nonum ad diem  detinuisset .

Eppure Tiberio aveva pensato nell’ottobre del 31, nel corso della novitas di Seiano, di opporgli proprio Druso, giovane  molto popolare  in Roma, in caso di sollevazioni plebee,  e sembrava, poi, chiusa la vicenda del pretoriano, che lo avesse  perdonato anche per le implorazioni della nuora, ed, invece, poi lo volle  far morire, preferendo la crudeltà al pentimento. 

Senti cosa capita a Druso  prima di morire:  si accanì contro  il  defunto imputandogli amori  infami, odio mortale contro  i suoi ed intenzioni ostili verso lo stato, ed ordinò la pubblica lettura del diario  in cui erano state registrate giornalmente tutte le azioni e le parole di lui: atrocità maggiore non fu mai veduta: che per tanti anni fosse stato a fianco di Druso  chi aveva l’incarico d spiarne il volto, i lamenti e perfino  i più segreti sospiri  e che l’avo abbia potuto udire leggere e produrre tutto ciò in pubblico,  sembrerebbe incredibile se  le lettere del centurione Attio  e del liberto Didimo  non designassero per nome  i servi che avevano respinto e spaventato Druso, ogni volta che tentava di uscire  dalla sua camera. Il centurione aveva riferito, come una grande  prodezza, anche le proprie parole  piene di ferocia  e le imprecazioni che il morente, fingendo dapprima un eccesso di follia, aveva lanciato,  quasi in delirio.

Povero giovane  e povera Agrippina! E’ vero, professore, che Tiberio fa un decreto per accomunare  l’evento della morte di Agrippina con  quella di Seiano   tra i giorni nefasti per lo stato, dopo aver fatto morire il giovane Druso?

Marco, su Agrippina – di cui Tacito  fa un breve ritratto  come donna incapace di equanimità ed avida di dominio, di un virago  con passioni virili,  che, comunque, nella prigionia si era spogliata di ogni femminile debolezza– Tiberio  osservò che lei era morta nel giorno stesso, in cui  due anni prima Seiano aveva scontato la pena e volle che tale coincidenza  fosse tramandata alla memoria  e diede vanto  di non averla fatta strangolare  né gettare nelle Gemonie: gliene furono rese grazie da senato  e si stabilì che  ogni anno  nel XV  giorno prima delle calende di  Novembre (18 ottobre),  data dell’una e dell’altra morte si facesse una offerta a Giove!.

Professore, grazie per avermi mostrato la morte di Druso e quella della madre, ma non comprendo il sacrificio a Zeus né il suo significato?

Marco, i romani, In caso di calamità pubbliche,  solevano fare sacrifici a Zeus, perciò Tiberio, scampato al pericolo mortale con Seiano e poi con Agrippina, ora vuole ringraziare la divinità  per la sua incolumità, per scongiurare, oltre tutto le maledizioni lanciate  contro lui dal nipote Druso.

Il vecchio fece fare suppliche  alla triade capitolina   per la  sua salute  temendo i  sinistri presagi augurati  all’avo di pagare il fio dei suoi delitti,   alla stirpe degli antenati e  ai discendenti, per aver  trucidato la nuora,  il figlio del fratello  e i nipoti, avendo riempito di stragi l’intera sua casa-ibidem-.

Aggiungi a questo la simulazione  dei senatori, che interrompono la lettura della lettera dell’imperatore,  fingendo esecrazione, mentre si insinuava in loro un senso di pauroso stupore per il fatto che un uomo  così astuto in passato e così abile  nel coprire le proprie colpe, ora fosse giunto a tale impudenza da offrire a tutti, quasi fossero abbattute  le pareti del  carcere, lo spettacolo del proprio  nipote sotto la sferza  di un centurione, colpito per mano di servi, implorante, invano, il sostentamento ultimo della vita-  Ibidem 24, 2-3-!

Tacito vuole mostrare non solo  il degrado morale  dei senatori ma anche  quello  della stirpe Giulio Claudia, anche se  talora evidenzia un certo  rigurgito di coscienza senatoria  come  quando, dopo il discorso  di Terenzio, pur votando  tutti  la morte dell’imputato, poi, come ravveduti,  condannano all’esilio o a morte anche gli accusatori, dimostrando che erano stati scossi dalle parole vere del pretoriano.

Anche questo,  comunque, professore,  rientra nell’XI libro,  certamente  tramandato,a seguito di molteplici manomissioni ed interpolazioni con  adattamenti  mirati e strumentali alle esigenze dei manipolatori trasmettitori e occidentali e cristiani!?

E’ sottesa la volontà comune di rimpasto senatorio  con elementi non solo italici ma  anche gallici, ben collegato con l’editto di Claudio  che è skopos, comunque, non unico  ben legato con quello di tramandare notizie sul ritorno a Roma degli ebrei e con quello di mostrare  la volontà imperiale di assicurare loro la libertà di culto, concessa a patto che cessino di considerarsi stirpe divina e di infangare i riti  degli altri popoli, degni di onorare ognuno  i propri dei: Claudio ribadisce  la libertà di culto a tutti i popoli e ridimensiona la pretesa giudaica di una superiorità religiosa, già punita dal nipote, dopo il privilegio  iniziale riconosciuto  da Cesare ed accettato da Augusto e Tiberio, che, dato opportunità di  vivere e prosperare  nell’imperium con propri politeumata, avevano fatto proselitismo e  creato un sistema  commerciale con emporia e con trapezai  tale da essere l’etnos dominante nel kosmos, essendo sparso in ogni parte dell’ ecumene, sviluppando un concezione di caritas nuova rispetto  a quella pagana   determinando un’epopea mercantilistica senza precedenti avendo la supremazia  economica e religiosa,  grazie alla protezione  romana  in una propagazione di un Dio unico, onnipotente  pater:  Claudio  nell’editto per gli alessandrini  dimostra  che oltre a conoscere la grandiosità del fenomeno economico  giudaico e la proliferazione  delle sinagoghe nell’impero romano dato il domicilio  giudaico in ogni città piccola o grande dell’impero  viventi secondo  la legge dei padri  protetti dalla lex romana,   vieta il proselitismo ed impone  equità religiosa  prescrivendo libertà di culto ad ogni popolo e limitando la superiorità giudaica  rigida nella sua coscienza di elitarismo religioso quasi fosse un popolo santo!.

E’ probabile che tutte le altre  forme  sono diversivi che coprono questo  segreto nel XI libro e forse anche in tutto il buco storico  cioè dare possibilità di interpretazione  utile a seconda degli enunciati tramandati in relazione ai tempi in cui volutamente  lasciati  come    tradizione tacitiana   per chi vincitore  fa la storia e  può manovrare sui documenti di uno storico, pietra fondamentale per ogni ideologia.

Lei vuole dire,  professore, che Tacito, da solo o con  altri storici, è  utilizzato  per  propri fini  da  giudei alessandrini  e poi da  christianoi  nel corso dei secoli, fino al momento del  concilio di  Costantinopoli quando necessita una certa chiarezza storica  su  Christos nato e morto dopo sofferenze  in epoca tiberiana in modo che possa diventare esemplare modello di vita come risorto dai morti e rimanere come ente vivente nella Ecclesia unica, santa, catholikh, apostolica.

Possibile che il testo del libro XI di Annales abbia un così grande valore  e celi un mistero, congiunto con tutti gli altri libri non  tramandati?

Marco, questo mi risulta  dal lavoro sui codici in cui tanti hanno cercato  probabili letture, operando dalla propria angolazione con serietà, senza teologali interpretazioni sacerdotali  interessate,  ed io ho fatto un’operazione scrupolosa, cercando  di trovare dati certi circa la venuta del Christos  senza pretese di  ritrovamenti sensazionali, cosciente, invece,  dell’insufficienza della ricerca e della debolezza del mio ingegno, soggetto spesso  ad equivoci e a gravi errori!

Lei, professore, ama lo studio di codici antichi,  ma io, che non ho  alcuna competenza e mi perdo nel ginepraio degli scritti antichi tramandati e non tramandati,   la prego  di trascurare questo argomento e di seguitare, invece  a mostrare i motivi  per cui Tiberio  non concede la mano di Livilla a Seiano, che pur vuole tenersi ancora amico.

Marco, Tiberio  mostra a Seiano che  lui non può comportarsi come un pater familias, privato, ma è  imperatore vir civilis, pubblico, che sa distinguere l’interesse privato da quello pubblico. Egli, come aristocratico, diversamente da Augusto eques, che  lui pur sempre ha seguito come esempio, è vincolato dalla pubblica opinione, tipica di repubblicani!. infatti Tiberio afferma che se  fosse  un privato avrebbe risposto che la decisione doveva essere di Livia, che dopo u  duplice matrimonio con patrizi si accontentava di vivere con  un eques , avendo come consigliere una madre ed un’ava.

Con questa sua affermazione  l’imperatore sottende  che ha messo in relazione da una parte Livia e l’Augusta  madre – morta nel 29 e quindi il rifiuto precede tale data!-  e da un’altra  Agrippina ed Antonia,  rivelando che è a  conoscenza della lotta interna  alla famiglia giulio-claudia (cfr. Caligola il sublime anche per la successiva richiesta di Agrippina di matrimonio, negata!) e, quindi, teme complicazioni nel caso di concessione matrimoniale nella sua famiglia già lacerata e divisa/in partes …distraxisset!

L’imperatore poi marca la non possibilità per Seiano miles et eques,  di rimanere in tale stato considerata la dignità di Livilla, già moglie  di Gaio e di Druso, in quanto i cives romani filogiuli, avendo visto  la potenza di Germanico fratello  e di Druso suo nonno,  non potranno sopportarlo, desiderando  per lei  un ulteriore grado di potere e quindi anche per il suo consorte,  essendo la donna, nobile, incapace di rimanere in uno Stato inferiore!

D’altra parte, oltre  alle voci della pars ostile,  ci sono anche dissensi tra i seguaci di lui,  Seiano,- che già ha superato  l’ordine equestre in quanto ora i magistrati cives si aprono la strada per chiedere  e  come  clientes  lo consultano per i loro affari, avendo  lui di molto superato gli amici  di Augusto,-  che, essendo  astiosi ed accusando l’imperatore, in effetti, negano il consenso

Perciò, Tiberio saggiamente respinge la  richiesta anche se sa che i due convivono e formano una coppia acclamata ed amata, come legittima in Roma! Comunque,  afferma che non segue l’esempio di Augusto che certamente, avendo  dato  grande rilievo a  Proculeio cognato di Mecenate – suo fervente seguace  nelle varie campagne specie quella alessandrina- cfr. Dione Cassio, St.Rom.,LIV,3, Plutarco, Antonio, 77; Orazio,  Carmina II,2, Plinio il vecchio XXXVI,59.,- lo premia, come fa  con  Marco Agrippa, eques  ( e poi con  lui stesso, patrizio) a cui concede   la  figlia Giulia,  per avere una discendenza propria!.

Lei ha mostrato le frasi sibilline di Tiberio alla  fine del  discorso imperiale di rifiuto al suo collaboratore -Annales  IV,41,7 : ecco quanto per amicizia non ho voluto nasconderti : del resto non mi opporrò ai disegni tuoi e di Livia/atque ego pro amicitia non occultavi: ceterum neque  tuis neque  Liviae destinatis adversabor!

Me le può spiegare?

Marco, in Caligola il sublime ho evidenziato che Tiberio  nega il matrimonio ma  si riserva per il futuro di ricompenare a tempo opportuno il pretoriano. Infatti rimanda  tutto ad un altro tempo  in cui  dice di sdebitarsi davanti al senato,  davanti al popolo e all’esercito, conformemente alla sua  gratitudine personale:  Ipse quid intra animum volutaverim, quibus adhuc necessitudinibus  immescere te mihi parem, omittam ad praesens referre/che cosa io abbia pensato dentro di me  con quali vincoli io ritenda  legare te a me come pari, io tralascerò di dire.

Seiano è convinto che il segreto pensiero di Tiberio sia immiscère te mihi parem cioè di associare te, eques  a me, pater,  come pari mescolando ed equiparando le dignità!

Questa è la conclusione:   io ti mostrerò solo questo/ id tantum aperiam monet  che cioè nihil esse tam exelsum , quod non virtutes  istae tuusque in me animus mereantur, datoque tempore vel in senatu vel  in contione  reticebo/ che non c’è un compenso tanto eccelso che le tue virtù  e i  tuoi sentimenti  nei miei confronti  non meritino.  A tempo debito  o in senato o in pubblica assemblea non ne tacerò! 

Mi è chiaro, professore, che Tiberio con la promessa  di associarlo all’impero  si mantiene fedele Seiano, che sa che i suoi sentimenti  e i suoi meriti hanno diritto ad un compenso eccelso, cioè  ottenere Tribunicia potestas ed imperium proconsulare maius, diventare Imperatore!

Dopo il rifiuto, convivendo ormai con Livilla, Seiano  per forza deve  cercare di convincere Tiberio a lasciare  Roma  per avere quies  prima in Campania e  poi a Capri -Cfr X  Caligola ilsublime  cit.- e così dimostrare di essere degno del governo di tutto l’impero.

Seiano, non volendo indebolire, però,  la propria potenza,  conosciuta l‘invidia di cives romani,  è indotto  a limitare il numero di Clientes per stornare  da sé i muti sospetti, le voci malevole,  l’odiosità di giorno in giorno   crescente…, inizia  ad allontanare la corte  assidua di  clientes  dalla  sua casa e  ad indurre Tiberio a vivere lontano da Roma in luoghi ameni /metuens  tacita suspicionum, vulgi rumorem ingruentem invidiam …  adsiduos in domum coetus arcendo…ut Tiberium ad vitam procul Roma amenis locis degendam impelleret.

Una così grande promessa da parte dell’imperatore diventa un capestro per Seiano ed anche per Ponzio Pilato, fedele seguace in Provincia!

Dunque, professore  secondo lei, Pilato che costruisce l’acquedotto e che paga col tesoro del tempio, incurante delle lamentele congiunte di sadducei e farisei,  conosce la  notizia della promessa di Tiberio al suo capo, avendo ricevuto lettera o  messaggi segreti che lo invitano ad agire contro i giudei?

Certo, Marco,  ciò che si fa a Roma diventa notizia  a  Gerusalemme nel giro di un settimana!  la  provocazione prefettizia aumenta con la certezza della raggiunta consociazione di potere imperiale  tra Tiberio e Seiano  che  risulta  quasi certa proprio quando è prossima la fine del pretoriano, essendo pronti i piani di Tiberio  per l’annientamento del potente ministro e di Livilla, già nell’estate del 31, quando i due ritengono di essere all’apice della loro fortuna!

A mio parere,Tiberio dux prudens e  cunctator per prima cosa interrompe il servizio di corrispondenza epistolare  pubblico  con le province e  lascia libero  quello privato  che Seiano è riuscito a avere nele sue mani tanto da non far giungere notizie reali a Tiberio, isolato a Capri, da Roma: la sola Antonia col suoi  agenti commerciali e coi  trapeziti può accedere alla corte caprina di Tiberio e giungere alia sua domus, sorvegliata dai pretoriani seianei. La denuncia  del tradimento ad opera  di Cenide (o Pallante) tramite lettera consegnata  a mano all’imperatore, con  la borsa dei sesterzi,  che  subito si assicura  il favore degli ammiragli della  flotta  del Miseno e coinvolge Macrone, il capo pretoriano della scorta imperiale a Capri e di milites ed equites campani, che è intermediario tra Tiberio e Seiano, staccandolo  dal suo superiore e legandolo con il capo dei Vigiles romani Lacone, in gran segreto, all’insaputa di tutti, coinvolgendo perfino  Druso  prigioniero, con la promessa di  liberazione prossima, tenendo all’oscuro il senato, infido strumento clientelare di Seiano, ormai imperatore alla pari di Tiberio,  venerato con statue proprie in Roma stessa come Augustus.  Tutto questo, Marco,  lo puoi, comunque, leggere , meglio, e in Giudaismo romano II e in  Caligola il Sublime!.

Grazie,  professore, la storia di Pilato e quella di Seiano  mi sembra di averla compresa bene e anche quella circa il Christos-  qui velatamente accennata- la cui storia vera è tra la I prefettuta di Pilato con Seiano e la II prefettura   senza Seiano.

 

 

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Esseni

I N T R O D U Z I O N E   ad  Esseni /Quod omnis probus  di Filone

Gli esseni secondo Filone e secondo Giuseppe Flavio

Filone di Alessandria è il primo a parlare di Essaioi e a dare una sua spiegazione del nome.
Egli ne parla in Quod omnis probus nella parte centrale di un trattato sull’ o asteios il cittadino che, in quanto saggio sophos, è giusto dikaios, e libero eleutheros, mentre per contrasto tratta di o phaulos stolto che, in quanto kakos malvagio, essendo l’opposto del kalokagathos, non avendo le virtù del buono, non è libero, né consegue la eudaimonia.
Filone ne parla anche agli inizi di De vita contemplativa, mettendo in relazione la vita degli esseni e quella dei terapeuti, proponendo due sistemi positivi, uno prapticos ed uno theorikos, mettendo in evidenza ESSAIOON, in prima sede e facendo l’anastrofe di peri: Essaioon peri dialekhtheis, oi ton praptikon ezhlosan kai dieponhsan bion en apasin…autika kai peri toon theoorian aspasamenoon… ta proshkonta lecsoo / Finora abbiamo parlato degli esseni che, in gara, praticano meglio di tutti la vita attiva…ma ora dirò quelle cose che bisogna dire sugli uomini, dediti alla contemplazione
In questa opera chiaramente l’alessandrino vuole mostrare due diversi tipi di vita, l’uno esclusivamente giudaico praptikos, l’altro, theorikos, katolikos, universale mettendo, dunque, i principi ideali pratici e contemplativi in opposizione.
Il suo è un metodo filosofico sincretistico ed eclettico che sottende una coscienza civile romano-ellenistica, ben fusa con quella ebraica alessandrina.
La fusione perfetta tra paidea ellenistica e musar giudaica comporta una scelta politica di integrazione nel kosmos imperiale romano del giudaismo, che ha conseguito nel corso del regno della domus giulio-claudia, una supremazia commerciale sui greci e sugli stessi latini tanto da risultare dominante sia in Oriente che in Occidente, odiosa per lo strapotere marittimo, coloniale, trapezitario.
Filone, dunque, esprime l’elitarismo della cultura giudaico-ellenistica che ha nella sua famiglia oniade la massima rappresentanza sia per la relazione fruttifera con gli erodiani, figli e nipoti di Erode il Grande  che con i sadducei del tempio di Gerusalemme.
La famiglia degli oniadi concorre, però, per il primato sacerdotale coi sadducei in quanto erede di Onia IV, figlio di Onia III, ultimo legittimo sommo sacerdote, ed ha dalla propria parte gli esseni stessi, che pure aspirano a sostituire il sacerdozio templare indegno e corrotto.
Infine il giudaismo scismatico e sincretistico filoniano ha connessioni profonde anche con gli aramaici gerosolomitani e con quelli di Adiabene e di Mesopotamia e con la corte stessa di Artabano III, che accorda la sua protezione al commercio interno del suo regno e che protegge ed autorizza i contatti, tramite il mare persico, con India, raggiunta da navi romane- su decreto di Augusto stesso – di proprietà di naucleroi alessandrini giudaici, con la tratta Clisma/Arsinoe- Baricaza.
La persecuzione di Gaio Caligola mette a rischio non solo l’economia giudaica ma anche la stessa stirpe, senza distinzione tra aramaici ed ellenisti.
Il metodo filoniano, perciò, passa in secondo ordine rispetto alla priorità apologetica e alla polemica nei confronti coi greci, ora preminenti nella città di Alessandria e in Roma stessa.
A ciò si aggiunge la personale depressione di Filone dopo il pogrom descritto in in Flaccum, che congiunge l’esperienza della atimia giudaica universale al declassamento sociale e familiare, specie dopo l’imprigionamento dello stesso fratello Alessandro Alabarca e al minacciato sterminio della etnia giudaica, dopo la proclamata volontà di profanazione del Tempio e l’ektheosis caligoliana.
Il phobos delle eschata e della fine giudaica fa da sottofondo a questa opera in cui l’autore cerca, comunque, di evidenziare la sua superiorità oniade e la propria integrazione nella coscienza della libertà di sophos e di greco, in una denuncia dei barbari aramaici, integralisti, mostrando la sua appartenenza alla megalopolis, civilis: Filone fa quello che farà un trentennio dopo, la boulè alessandrina che condanna a morte i sicari, venuti in cerca di protezione, dai confratelli, in ossequio alla volontà di Vespasiano vincitore.
La sua è, da una parte, rivendicazione con adesione all’areté e all’idea platonica, come personale dichiarazione di filoromanità, fusa con quella degli elementi greci, che sono avversari ed oppositori alla sua etnia e, da un ‘altra, è condanna degli esseni e degli zeloti antiromani, smodati nel loro integralismo, ma contemporaneamente è tentativo di mostrarli come uomini pii, pacifici, agricoli, non portatori di armi, tesi al puro esercizio, spirituale, come tanti altri uomini romano-ellenistici e stranieri, che tendono però alla libertà e all’eudaimonia e a Dio10 secondo un triplice schema prefissato quello di Philòtheos, philàretos, philànthroopos.
E’ dunque, un voluto equivoco, che si esprime proprio nelle antinomie e nelle antitesi, nelle opposizioni di termine, secondo processi retorici per una giustificazione, improponibile secondo la ratio latina.
E’ lo scontro di due culture volutamente non evidenziato per phobos, data la superiorità militare romana e conosciuto il pericolo di una debacle con la dialettica greca: c’è dunque in Filone e poi in Flavio un dire e non dire, un tacere, un omettere, un marcare valori non universali, che risultano in seguito, a seconda delle letture, utili per altre propagande.
L’opposizione al kosmos romano ellenistico è sottesa o velata nella disarmonia e nella non unitarietà dei gruppi essenici e nella loro varietà operativa, di cui si hanno prove nella coscienza profonda della superiorità dell’eletto da Dio e dei suoi diversi ed opposti valori rispetto all’etica dominante, derisa e condannata.
La rivendicazione sommo sacerdotale, poi vittoriosa sotto Erode Agrippa, con l’uso del sistema solare contro quello lunare templare, la scelta tradizionale agricola e comunitaria col rifiuto del commercio e dell’uso della moneta, la resurrezione dei corpi connessa con quella farisaica, la ricerca dell’eudaimonia terrena tramite l’askesis ed infine l’unione mistica con Dio non sono segni che possano conciliarsi in un animo che cerca la pietas/Threscheia religiosa, che tende alla perfezione divina in una volontà di sublimarsi continuamente, pur mantenendo l’animus barbarico immitis partho-mesopotamico, espressione di una condraddizione profonda aramaica radicale e integralista,che trova la forza di vivere nella cieca fiducia in Dio, nella gretta obbedienza al legalismo mosaico e nella santificazione del nome di Dio, in una giustificazione settaria del proprio martirio, in una selvaggia aggressione all’armonia cosmica dell’impero romano, pacificato in Occidente e in Oriente e quasi già fuso grazie al dominio illuminato della domus Giulio-claudia, che ha conseguito sulla terra la vita saturnia.
Comunque, il sistema adottato da Filone sia in De vita contemplativa che in Quod omnis probus potrebbe essere stato un geniale tentativo di anticipazione di autocondanna del giudaismo, che si autopunisce per l’eccessivo grado di progresso economico e trapezitario conseguito a scapito delle altre etnie, in una revisione della propria storia, in una intuizione della necessità di ridimensionamento del proprio sistema emporico, in una volontà di ritorno alla società agricola, secondo un modus graduale imposto forse dalla corte stessa, su pressioni di Antonia Minor13.
Insomma Filone, giudeo alessandrino oniade, ellenizzato, capisce che il giudaismo ellenistico da una parte ha sconvolto ed ammalato il mondo occidentale, contaminandolo con la sua egemonia travolgente, esempio invidiato di ricchezza, data l’avidità giudaica, l’aischrokerdeia e pleonecsia, l’immensa fortuna accumulata, grazie alla predilezione di Dio verso i fedeli, ma specie alla superiore organizzazione imprenditoriale.
Filone sa, da un’altra, che l’aramaismo, predicato da Esseni e farisei, è un cancro per la romanitas, date le continue sedizioni nel territorio romano di Iudaea, refrattaria ad ogni integrazione, nonostante la filoromanità dei sadducei e degli erodiani- la classe dominante- che schiacciano, insieme con i pubblicani, gli agenti del fisco imperiale, il piccolo e medio sacerdozio e il popolo gerosolomitano e palestinese, intenzionati da sempre a federarsi col regno parthico di Artabano.
Filone, cioè in Quod omnis probus, proprio nel 40 d.C.  sotto Caligola, vuole mostrare a tutti gli altri popoli facenti parte del kosmos imperiale, non l’aspetto militaristico e l’integralismo di corpuscoli aramaici di Iudaea, ma la spiritualità essenica come garanzia di un equilibrio e di una purezza del popolo ebraico mentre in Vita contemplativa vuole manifestare il fenomeno terapeutico come unico al mondo per l’ascesi graduale a Dio e la congiunzione con la divinità stessa, come un sistema speciale di vita , nonostante il numero dei terapeuti sparsi non solo in Egitto, ma in tutto il mondo, per meglio marcare la peculiarità giudaica ellenistica di conseguimento del massimo grado di teleiosis/ perfezione, in senso sacerdotale.
Dunque il theologos rassicura il mondo romano che la Iudaea ha esempi di purezza e di libertà proprio in quegli stessi esseni, che sono paradigma di virtù per tanti popoli, e non possono essere considerati dai romani come santoni che aizzano il popolo alla guerra, fomentano il fenomeno degli zeloti, incrementano il numero, addestrandoli militarmente in nome di una patria, mesopotamica di origine, in una decisa volontà di unione con la federazione di stati partici, di lingua aramaica.
C’è in Filone una riflessione sulla necessità di ridimensionamento della fortuna giudaica, quasi una proposta alla boulè cittadina di frenare il progressivismo ellenistico commerciale e di lasciare spazio alla concorrenza delle altre etnie, visto il monopolio emporistico giudaico odioso agli altri popoli – come la fede nel Dio unico- nel quadro della lex imperiale romana universale?.
Insomma Filone, già sotto Caligola, comincia anticipatamente ad allinearsi verso le direttive che poi saranno definite nel decreto di Claudio con la lettera gli alessandrini quando ripristina il sistema giudaico azzerato dal nipote e vieta il proselitismo, fonte di eccessivo arricchimento per la stirpe giudaica, minacciando dure pene in caso di oltraggio alla fides altrui.
Ora l’opera di Filone, se non viene ben inquadrata in questa situazione, da precisarsi in ogni termine, diventa estremamente equivoca, e il pensiero filoniano risulta volutamente offuscato, essendo di fronte ai problemi contingenti, incerto, ambiguo, falso, titubante, pencolante tra la sua filoromanità e la sua ebraicità, proprio perché evidenzia la dilacerazione dell’anima ebraica, da una parte, e la difficile ricerca, da un’altra, di conciliare ellenismo romano e giudaismo farisaico, in quanto la prassi contraddice la parola.
E’ inconciliabile il soggettivismo romano-ellenistico con l’oggettivismo aramaico collettivistico: solo con la costruzione della figura umano-divina di Christos, si è cercato di fondere l’inconciliabile, di conseguire l’ineffabile, precluso all’uomo creatura, grazie alla intermediazione dell’uomo-dio.
Noi dobbiamo staccarci dalla tradizione cristiana, erede della cultura classica soggettivistica, perché, seguendo Clemente, Origene e specie Eusebio, seguitiamo a cristianizzare un ebreo: è nostro dovere di storici mostrare la vera natura di giudeo di Filone, seppure oniade, ellenista e sincretista.
D’altra parte,  Alessandria del periodo 26-44 d.C. è, in effetti, città, dove l’elemento greco, riesce, grazie alla nuova politica imperiale, a limitare la supremazia giudaica, dapprima, e poi ad avere il definitivo sopravvento.
Dall’esempio dei greci alessandrini viene un monito di ribellione a tutti i greci dell’ecumene romana, che aggrediscono in modo selvaggio il giudaismo e ne scuotono la supremazia, come ben evidenzia Giuseppe Flavio nel XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche e nel V, VI e VII libro di Storia Giudaica e In Apionem, dimostrando come, in ogni città ellenistica, i greci attaccano e limitano il potere giudaico, facendo stragi e come, perfino nel regno partico, contagiato, inizi lo stesso processo di annientamento, in un crescendo inarrestabile di massacri e di stermini.
La sua lettura, dunque, dell’essenismo è in relazione non solo alla storia ebraica ma anche al kosmos romano e alla sua armonia, alla ricerca di una sua collocazione ora nel momento tragico caligoliano, quando la barca giudaica va a fondo, dopo l’atimia.
La lettura dei due testi richiede una particolare competenza delle cose ebraiche, altrimenti si rischia di usare i termini solo filosoficamente.
Per prima cosa, perciò, dato il presunto valore di venerabile di Essaios, si deve chiarire e rilevare le varie letture fatte a seguito della specifica citazione di Filone Alessandrino, che ha di mira esattamente la situazione storica caligoliana ed alcuni episodi tragici mostrati sia in in Flaccum che in Legatio ad Gaium, che in tutta opera di Peri toon aretoon.
Fatta questa premessa necessaria su Filone, si può seguire come Flavio consideri gli esseni in due epoche diverse, in relazione all’episodio della sconfitta bellica e della distruzione del tempio prima, e, poi, un ventennio dopo, sotto Domiziano, che sembra seguire l’esempio dispotico di Caligola, imitato anche nell’ektheosis.
Gli esseni, al tempo di scrittura di Storia Giudaica nel 74, sono stati sterminati, il tempio è stato distrutto e Vespasiano ha trionfato sulla Iudaea capta ed ha imposto ai giudei di versare la doppia dracma, dovuta al tempio, ora, invece, al fisco imperiale, a Roma: lo storico, scrittore aulico della famiglia flavia, sacerdote sadduceo, fariseo per scelta, fatto prigioniero ad Iotapata dopo una resistenza di 7 settimane all’esercito romano, liberato dalla schiavitù, mutato il nome di Giuseppe ben Mattatia in Giuseppe Flavio, dà una sua soggettiva versione, utile per la costruzione dell’imperium flavio, facendo una operazione di compromesso storico, di elogio del principato nuovo di Vespasiano e di nobilitazione, anche religiosa, della sua domus di origine sabina, servile.
Guerra giudaica è opera ancora zeppa delle lotte, sorte nel seno dell’ebraismo, stordito ed incapace di capire ancora la sconfitta militare e la fine del tempio, risuonante dei contrasti tra i superstiti per le reciproche accuse tra le diverse fazioni filoromane, compromesse a vari livelli.
La prigionia personale, il periodo quasi quadriennale della schiavitù e l’affrancamento sono momenti contemporanei alla scrittura della varie fasi della disfatta giudaica esaminata da schiavo e da liberto, libero e riconoscente verso il suo ex padrone: c’è, comunque, la fierezza sacerdotale con il fanatismo, nonostante la sconfitta di un incaricato dal sinedrio gerosolomitano a proteggere e a governare militarmente la Galilea.
Accanto a lui sono altri ebrei che accusano ed invidiano il suo presente stato di favorito e protetto dalla corte flavia, altri che hanno una visione opposta della storia giudaica o hanno dato una lettura apocalittica come Giusto di Tiberiade e suo padre Pistos, lhisthai patrioti come Giovanni di Giscala, che pagano, dopo la detenzione in prigione, con la vita, la loro fede alla torah e a Dio.
All’epoca della scrittura, dopo la distruzione del Tempio e il massacro degli stessi esseni ad opera di Vespasiano, i fatti non possono essere narrati secondo verità per come sono avvenuti, né possono essere valutati oggettivamente, essendo in gioco il favore dei vincitori che fanno scrivere la storia a loro vantaggio: Giuseppe Flavio è servo fedele del suo padrone Vespasiano e dei suoi figli, non può non spendere una parola a loro favore, non può non nascondere quanto di negativo hanno fatto in terra di Giudea col loro esercito: l’elogio prevale sulla serietà di racconto, la reticenza in caso di dubbio, c’è silenzio quanto si può nuocere al nomen imperiale.
Compito dello storico deve essere quello stesso degli scrittori augustei , (Livio e Nicola damasceno) in una celebrazione della dignità della domus Flavia al pari di quella, divina, Giulio-claudia.
Scrivendo, perciò, Guerra Giudaica, opera autorizzata dalla monarchia flavia, Flavio considera martures gli esseni, ma sottende al termine greco oltre alla testimonianza di fede religiosa , anche un‘aureola di santità per uomini che hanno predicato la rivolta, la stasis, che hanno combattuto per la libertà giudaica dalla sopraffazione romana.
La sua opera è molto criticata dai giudei che vivono a Roma come Giusto di Tiberiade, anche lui storico, ma di fede diversa e seguace ora anche lui dei figli di Erode Agrippa I, cittadino di rango pretorio, oltre che re di Iudaea, la cui figlia Berenice è amante di Tito e il cui erede Agrippa II è uomo di grande rilievo nell’impero.
Perciò i due filoromani ben inseriti a Roma- pur se in diversi ruoli, Flavio come storico ufficiale, Giusto come segretario personale del figlio di Agrippa I – servono l’uno l’imperatore, l’altro un principe ebreo, uno dei più fedeli alleati ed amico personale dei flavi, pur accapigliandosi per ragioni di difficile comprensione, a distanza di secoli, anche se non lasciano capire gli stessi motivi del loro litigio e di uno scontro ideologico.
Probabilmente il diverso grado di reticenza e il silenzio su certi episodi tragici sono alla base delle questioni tra i due.
Pur avendo lavorato per anni su di loro, non mi sembra di aver capito esattamente le ragioni dell’ aspra contesa fra i due, che si risolve forse a tarallucci e vino specie perché Flavio chiama Giusto un suo figlio.
Comunque, Flavio, scrittore aulico, non può non celebrare il martirio degli esseni anche se lo sottende con chiarezza e perfino ne ammira la morte nelle poche righe del II, 8.11,152, quando, senza nominare i carnefici Flavi, mostra i venerabili /augusti/sebastoi felici di morire per la patria, coscienti di essere poi onorati dalla toledot .
Perciò Flavio santifica gli esseni, ma considera lhisthai gli zeloti/ladroni, che insieme ai farisei e ai sicari e al popolo hanno voluto la guerra, a lungo scongiurata dai sadducei e dagli erodiani e l’hanno persa .
Sembra accomunare ai lhisthai anche il gruppo nazireo di Giacomo il giusto, fratello di Gesù, fatto uccidere da Anano II, dopo un periodo di comando essenico di circa 26 anni.
Il parlare di Giacomo, fratello di Christos, un giusto, un recabita, un baluardo del popolo, tamias del tempio in quanto custode del gazophulakion e forse un prostates di una metà di sacerdoti e leviti, addetti al servizio templare, è per lui una necessitas, quasi un dovere che, però, aumenta la confusione, aggroviglia la matassa ebraica da districare.
Anche se la figura di Giacomo, descritta da Flavio è stata ritoccata, rimaneggiata varie volte, in tempi diversi, resta il fatto certo che i suoi seguaci secondo alcune frasi spurie, espulse dal testo, determinano con il loro integralismo, la distruzione del Tempio e che per il loro colpevole integralismo si arriva alla sconfitta nella guerra coi romani.
Al di là del reale pensiero di Flavio su Giacomo e i suoi naziroi o ouranioi in Guerra Giudaica manca la condanna degli esseni, anche se noti per l’antiromanità e per la loro predicazione avversa ai filoromani ai sadducei e agli erodiani.
Eppure Flavio, ex governatore di Galilea, conosce bene gli zeloti e i loro educatori esseni e perfino il luogo dove vive il gruppo ascetico dei 4000 e il rapporto culturale tra questi e gli aramaici di oltre Eufrate. Flavio non parla degli esseni, come maestri di pancrazio, ma lo sottende in quanto essi, avendo l’educazione dei giovani a loro assegnati come neofiti, ne facevano prima abili atleti, abilitandoli, inizialmente nel primo anno di attesa, alla conoscenza del corpo, come difesa personale e come esercizio continuato. Probabilmente specie nell’imminenza della guerra, l’arte del pancrazio era basilare per la formazione fisica del giovane, destinato all’essenismo, essendo ridotta l’attività di askesis spirituale.
In Regola della guerra è scritto che nei tre anni di attesa si dia ancora valore al sacrificio e all’esercizio tecnico, ma solo il giorno precedente il sabato, vista la guerra secolare tra Roma e considerato il culto del sabato per i pii giudei del Qumran.
Flavio, dunque, nasconde molto circa il reale significato dell’opera degli esseni: li ammira come comandante militare, li teme dopo il suo tradimento e il passaggio nell’esercito romano, che lo utilizza come interprete, li compiange alla loro morte, ma rimane saldo nel suo amore servile per i Flavi, al cui carro trionfale si è stretto, fiducioso nella clemenza e nella munificenza imperiale.
La romanitas e l’ellenizzazione vincono su una coscienza dilacerata e spingono all’eukairia/opportunismo, congiunta con l’amor proprio sacerdotale elitario, che rinuncia all’ideale messianico e sposa il messianesimo vespasianeo, cioè quello di un messia venuto da Oriente per pacificare l’Occidente nel caos della guerra civile tra Galba ed Otone tra Otone e Vitellio ed infine tra Vitellio e il vincitore dei Giudei. Vespasiano è il soothr salvatore del mondo romano: questo lo storico aveva visto in sogno a Iotapata, quando insieme ad un altro ebreo si arrese, proprio allora che dominava ancora Nerone, dopo il suicidio di massa dei difensori della fortezza, suoi concittadini.
La descrizione della morte degli esseni tradisce il narratore flavio che ha commozione nel seguire le fasi della tortura e nel notare l’eroismo dei compatrioti, che sicuramente lo bollano come traditore.
La stessa commozione mista ad ammirazione è mostrata quando i sicari muoiono uccisi dai loro stessi parenti alessandrini, che timorosi di incorrere nell’ira dell’imperatore, sacrificano i fratelli per la loro incolumità e salvezza.
Non è una rinuncia alla sua fides ebraica, ma è un compromesso per sopravvivere, pur nel dolore della schiavitù: non c’è più il comandante, né il sacerdote, ma c’è l’ebreo che tradisce anche la fides, pur di salvare se stesso, i propri figli e la propria stirpe di fronte alla romanitas vincitrice, destinata da Dio all’impero universale, senza però flettere nella propria adesione al patto eterno con Jhwh, sempre cosciente della propria elezione.
Dunque, la storia degli esseni, descritta da Flavio subito dopo la distruzione del tempio è quella che ora viene proposta come lettura da fare da questa angolazione del trauma ebraico e risulta molto diversa da quella successiva di epoca domizianea di Antichità giudaiche.
Quindi Filone, in epoca caligoliana, mostra due diversi esempi di perfezione di vita giudaica ed associa al contemplativo l’esseno evidenziando unitariamente il saggio giudeo libero, data la sua cultura spirituale, rispetto a chi stolto, senza la vera cultura filosofica , è schiavo perché è preda delle passioni.
Perciò vede gli esseni come un exemplum non solo per l’ecumene greco-ellenistica ma anche per le altre culture come quelle del regno partico e di quello indiano dei Satavahana .
Flavio invece indica una sola via essenica ma la legge in modo diametralmente opposta, a seconda del momento storico che vive.
Ne parla sia in Guerra Giudaica che in Antichità giudaica XVIII,18-22 e chiama esshnoi quelli definiti da Filone essaioi,
In Guerra Giudaica,Giuseppe Flavio ne parla dopo una premessa obbligatoria sulla politeia romana nella sotto provincia di Iudaea (Giudea, Samaria ed Idumea) dipendente dalla provincia di Siria, anche se con un proprio prefetto, di rango equestre, Coponio, definito epitropos, stabilita da Augusto stesso, dopo l’esautorazione di Archelao.
Questi ha il mandato di restaurare l’ordine in Giudea, di punire i capi della stasis rivolta cioè un certo Sadoc e Giuda il gaulanita, un dottore galilaico che ingiuria i connazionali perché pagano il tributo ai romani quando essi hanno un solo padrone, Dio, e non un mortale.
Dopo questo preambolo, Flavio tratta delle 3 sette (aireseis) giudaiche preesistenti e considera Giuda Gaulanita fondatore della quarta airesis e specificamente, dopo aver trattato dei sadducei e dei farisei, parla degli esseni in questi termini:
II. 8.2 Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche, ad una appartengono i farisei – di una sono partigiani faziosi politici (airetistai) i Farisei – alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità quelli che si chiamano esseni, i quali sono giudei di nascita legati da mutuo amore (philallhloi) più strettamente degli altri. Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza ( then ..enkrateian) e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato e perciò adottano i figli degli altri quando sono disciplinabili allostudio, li considerano persone di famiglia e li educano ai loro principi; non è che condannino in assoluto il matrimonio e l’aver figli, ma si difendono dalla lascivia  delle donne perché ritengono che nessuna rimanga fedele ad uno solo;
8,3. non curano la ricchezza ed è mirabile il modo come attuano la comunità di beni giacché impossibile trovare presso di loro uno che possegga più degli altri; la regola è che chi entra, metta il suo patrimonio a disposizione della comunità sì che in mezzo a loro non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza ed essendo gli averi di ciascuno uniti insieme, tutti hanno un unico patrimonio come tanti fratelli.
Considerano l’olio una sozzura e se qualcuno involontariamente si unge, pulisce il corpo: infatti hanno cura di tenere la pelle asciutta e di vestire sempre di bianco. Gli amministratori (epimeletai ) dei beni comuni vengono scelti mediante elezione e così pure da tutti vengono designati gli incaricati dei vari uffici.
8.4. Essi non costituiscono una sola città, ma in ogni città ne convivono molti.
Quando arrivano degli appartenenti alla setta da un altro paese essi mettono loro a disposizione tutto ciò che hanno come se fosse loro proprietà e quelli si introducono presso persone mai viste prima come se fossero amici di vecchia data: perciò quando viaggiano, non portano con loro assolutamente niente, salvo le armi contro i briganti; in ogni città viene eletto dall’ordine un curatore dei forestieri, che provvede alle vesti e al mantenimento.
Quanto agli abiti e all’aspetto della persona somigliano ai ragazzi educati con rigorosa disciplina. Non cambiano né abiti né calzari se non dopo che i vecchi siano completamente stracciati o consumati dal tempo.
Fra loro nulla vendono o comprano, ma ognuno offre quanto ha a chi ne ha bisogno e ne riceve ciò di cui ha bisogno lui: anche senza contraccambio è lecito a loro di prendere da chi vogliono.
8.5. Verso la divinità sono di una pietà particolare; prima che si levi il sole non dicono una sola parola su argomenti profani, ma soltanto gli rivolgono certe tradizionali preghiere come supplicandolo di sorgere. Poi ognuno viene inviato dal suo superiore al mestiere che sa fare e dopo aver lavorato con impegno fino alla quinta ora di nuovo si riuniscono insieme e, cintisi i fianchi di una fascia di lino, bagnano il corpo in acqua fredda e dopo questa purificazione entrano in un locale riservato dove non è consentito entrare a nessuno di diversa fede, ed essi, in stato di purezza, si accostano alla mensa come ad un luogo sacro.
Dopo che si sono seduti in silenzio, il panettiere  distribuisce in ordine i pani e il cuciniere  serve ad ognuno solo un piatto con una sola vivanda.
Prima di mangiare, il sacerdote pronuncia una preghiera e nessuno può toccare i cibo, prima della preghiera; così al principio e alla f ine essi rendono onore a Dio come dispensatore della vita…

Ponzio Pilato e i governatori di Siria (Pomponio Flacco e Lucio Vitellio)

Pilato è il quinto procuratore della Iudaea dopo Coponio (6-9) , Ambibulo (9-12), Rufo (12-15) e  Grato (15-26 d.C) e ha un preciso mandato. Il procuratore, un eques e  un  ex pretoriano – congedato dopo 16 anni di ferma  militare, avuta una buona liquidazione, dopo un servitium ben retribuito di 2 denarii al giorno- cfr. Tacito, Annales, I,17,6 – ha l’incarico di reggere la  turbolenta regione delIa Iudaea da Elio Seiano, con l’approvazione di Tiberio,  di frenare il potere degli ioulioi erodiani e del sommo sacerdozio templare e di saggiare il comportamento giudaico in relazione alla proclamazione divina augustea e tiberiana, connesso con la già effettuata persecuzione giudaica in Roma del 19 d.C. (Cfr. Flavio, Ant. Giud. ,XVIII, 80-84 e Tacito, Annales, II,85,4).

Professore, nel 26 d.C. Seiano ha già tanto potere da inviare uomini propri in Oriente, dopo i fatti di Roma, per me misteriosi  del 19 d.C. ?

Marco, tu parli di mistero forse per il nostro pregiudizio su quella porzione di storia  ebraica  di Antichità giudaiche, posta là dove doveva essere, secondo noi, il bios di Gesù, sostituito da christianoi  con la Storia di Paolina  e Mundo-Anubi, forse  accaduta nello stesso periodo ?  o forse perché non riesci ad inquadrare né la figura di un phugas/ esule giudaico, eretico,  fuggiasco da Gerusalemme,  reo di trasgressione di leggi, anche se esegeta interprete della Torah, né  il contesto romano, dove l’uomo può svolgere, nonostante l’anàthema, la sua professione di saggio lettore biblico? o forse perché non riesci a capire storicamente neanche  la figura di  Fulvia, nobile matrona, una proselita romana, di cui  Flavio  indica superficialmente la reale estrazione sociale col solo nomen  gentilicium, neppure, quando è detta moglie di Saturnino!

Ti preciso, allora, rispondendo, per ora,  a questo tuo dubbio, ultimo,  che  Fulvia  è figlia o nipote di un fratello di Fulvia, terza moglie di Marco Antonio, sposata  in prime nozze  con  Claudio Pulcro /Clodio, in seconde nozze con Gaio Scribonio Curione, donna  avida nella sua oikonomia familiare,  come il padre, originario di Tuscolo,  Marco Fulvio Bambalione/balbuziente, secondo Cicerone   homo numero nullo/una nullità – Filippiche,III,16,-  anche se  già ricca  per l’eredità  della madre Sempronia, il cui padreTuditano, nobile e pazzo gettava denaro alla folla dalla tribuna degli oratori!- ti aggiungo che Fulvia  è donna nota anche perché, avendo ereditato una fortuna, è  moglie di Senzio Saturnino, un militare, ex governatore di Siria  e poi di Germania!

Professore, grazie per l’identificazione di Fulvia,  ma  di questa vicenda romano-giudaica non capisco,  oltre alla imprecisa collocazione storica di Flavio, il motivo di una condanna all’esilio, diciamo, in Gerusalemme, del fariseo aramaico  esegeta da parte dei sadducei  sinedriali di Anano I e di Kaiphas e poi a Roma, non  colgo affatto il contrasto per una usuale  e legittima raccolta, come offerta al tempio, data da una nobildonna romana – una vecchia fedele bigotta di riti giudaici!-  oltre la riscossione del tributo per il tempio,  della  doppia dracma, secondo legge, fatta da tre uomini, definiti malfattori,  in anticipo giudicati per la loro intenzione di fare il furto dell’intera somma  di tutta la comunità, dal momento della conversione di Fulvia, persuasa a dare oro e porpora al tesoro templare /gazophulakion !.

Marco, tu  cerchi soluzioni, quando non comprendi il problema generale e pensi che i tre malfattori siano pretoriani infiltrati tra gli ebrei delle cinque sinagoghe, o tre normali ebrei – attirati dai pretoriani al furto sotto loro protezione- che hanno il compito di far apparire i pii ebrei e i loro  saggi sacerdoti  goetes simili a quelli egizi, che ingannano Lollia Paolina.

La nobildonna, devota fedele del Dio Anubi,  era stata scelta tra le tutte le romane  per accoppiarsi col dio egizio, suo segreto innamorato, secondo i sacerdoti, in una determinata notte, quando invece  era desiderata  dal giovane Mundo, disposto a sborsare per un amplesso notturno 250.000 dracme -quasi 43 talenti -, mentre ne spese solo 50.000 -circa 8 talenti-, per soddisfare il proprio capriccio, dati ad Ida, sua confidente, amica del sommo sacerdote egizio (Flavio, Ibidem 65-80) abile a sfruttare la passione del giovane – cfr. Un curioso spiritoso epigramma  www.angelofilipponi.com !, A Roma, dunque, Marco, esistono pratiche straniere condannate dai senatori come culti falsi ed esecrabili che, comunque,  sono ancora, in epoca tiberiana considerati legittimi e sacri, nonostante alcuni eccessi.!

Professore, Tiberio, seguendo le direttive di riforma di Augusto intenzionato a riportare  la romanitas corrotta  ai mores  prisci, sembra che voglia  eliminare i costumi stranieri, ormai radicati in Roma,  specie per l’adesione di donne come  Lollia Paolina ai riti egizi e come Fulvia  a quelli ebraici: l’imperatore sulla base delle ultime denunce ritiene  indegni della romanitas i culti egizi ed ebraici perché  risultano paradigmi comportamentali nocivi   e  fa un editto contro  maghi e profeti, in genere, diretto specificamente contro  i riti religiosi di altre nazionalità.

Marco, Tiberio, considerando  esempi indegni,  quelli  di  patrizie, contaminate da culture straniere, secondo  Flavio,  ordina la cacciata  dall’Urbe, insieme ai maghi e falsi filosofi,  delle famiglie di etnia  egizia e giudaica, mentre per Tacito, sembra trattarsi di un provvedimento, relativo  la questione, già dibattuta in senato,           dell’ asilo.

Infatti  sono molte all’epoca le richieste di usufruire di un asilo proprio, non solo  di famosi templi greci (Artemision),  di città greche – Efeso- e  di isole -Delo-  ma anche di località asiatiche  e siriache (tempio di Apollo a Dafne) o  giudaiche (Tempio di Pan in Paneas ) che vantano  luoghi sacri in cui rifugiarsi,  in caso di  atimia / perdita dei diritti civili e di condanna a morte per reati comuni!

Ho capito, professore, bene: la vicenda ebraica con la cacciata dell’etnia da Roma può rientrare nel problema della limitazione dei luoghi di asilo!

Proprio così, Marco.  Infatti, dopo la denuncia di Senzio Saturnino, amico personale di Tiberio, l’imperatore ordina alla comunità giudaica (sono circa 50.000 persone! un venticinquesimo della popolazione urbana, di cui una parte aramaica ed una ellenistica !)  di abbandonare Roma– Flavio, ibidem 83-.

Roma assiste ad una tragedia immane: famiglie sradicate dai propri focolari, uomini uccisi perche si ribellano ai pretoriani; pianti di donne e di bambini, vecchi  abbandonati e massacrati, un popolo intero alla gogna,  in balia della plebaglia che deruba le case dei partenti incolonnati!  Scene orribili come quelle poi descritte da Filone in In Flaccum ad Alessandria nel 38 d.C.!

Professore, dunque, per la leggerezza di Fulvia, moglie di Senzio Saturnino, Senior –   non escludo  che possa trattarsi anche del figlio!- , autore del processo contro i figli di Erode,  Alessandro e Aristobulo – una donna conformata ai costumi ebraici,  secondo la cultura aramaica, ammiratrice dell’esule, divenuta timorata di fede, zelante nella tzedaqah/ charitas- e per la malvagità di sole 4 persone, Tiberio,  fatto redigere  dai consoli un elenco di quattromila  giudei  per il servizio militare, li inviò nell’isola  di Sardegna, ma ne penalizzò molti di più che, temendo  di andare contro le regole della legge giudaica,  rifiutavano il servizio militare- Ibidem, 84.

Marco,  è sottesa- forse- a questo decreto   un’operazione segreta antiebraica  dei pretoriani, che fanno il loro dovere di inquisizione per ordine dei consoli e poi, dato l’accertamento anagrafico  dei neoi,  stilano un elenco di 4 000 giudei in età per il servizio militare- uccidendo quanti si rifiutano  perché impugnano vecchi decreti cesariani a favore dei Giudei (Cfr. Antipatro,  padre di Erode www.angelofilipponi.com)  destinati  al servizio in Sardinia, notizia confermata da Tacito –

Lo storico latino  certamente dipende dalla fonte ebraica -(Annales II,85, 1): eodem anno gravibus senatus  secretis libido  feminarum, coercita cautumque, ne quaestum  corpore faceret/ nel medesimo anno  gravi decreti  del senato posero  un freno alla dissolutezza delle donne e si provvide che non si facesse mercato del proprio corpo…- Tacito,  ibidem,4 –  …per quattuor milia libertini generis ea superstitione infecta, quis idonea aetas, in insulam  Sardiniam  veherentur, coercendis illic  latrociniis/  che 4 mila liberti, rei di quella superstizione, e in età di portare armi, fossero trascinati a forza nell’isola di  Sardegna a reprimervi il brigantaggio.

Tacito aggiunge  che si ob gravitatem Caeli interissent, vile damnum/ nel caso che fossero morti per l’insalubrità del clima, sarebbe stato un danno da poco…ceteri cederent Italia, nisi certam diem profanos ritus exuissent/ e che i rimanenti altri,  invece, dovevano lasciare l’Italia  a meno che, entro un determinato giorno,  non avessero rinunciato ai loro culti profani.

Dalle due fonti, professore,  si può dire che  l’imperatore  caccia i peregrini, libertini,  externi,  da Roma e dall’Italia e che la probabile  loro morte non ha valore alcuno per i Romani! c’è sotteso grande disprezzo con  odio contro i Giudei, da parte  di Seiano ( e di Tiberio), insomma di Roma per gli ebrei!

Certo. Marco .Questa – lasciamo stare l’indagine sulle motivazioni di tale odio!- è la realtà storica  dell’anno 19, ancor di più segnata da rancore , – di cui non si conoscono le esatte ragioni -,in seguito, per  il giudaismo perseguitato per dodici anni da Seiano,  ritenuto responsabile di un tale eccidio  da Filone che, invece, assolve l’imperatore, stranamente!

L’episodio di Fulvia,  anche se  raggirata da malfattori e dal clero giudaico, ha conseguenze troppo gravi  tanto da  far pensare ad una volontà di estirpare il giudaismo da decenni attivo specie in campo finanziario e commerciale, avendo molti ebrei  ricchi emporia/supermercati  e trapezai /banche in città.  Il decreto tiberiano, applicato da Seiano   doveva avere altre motivazioni connesse con  la terra di origine giudaica  e col fenomeno del giudaismo  ellenistico  che proliferava in modo abnorme  arricchendosi  dovunque, dati i tanti privilegi di cui godevano i giudei dal periodo di  Giulio Cesare avendo vinto la competizione economico-finanziaria  con l’etnia commerciale greca e latina.   Il decreto  tiberiano, quindi, antigiudaico, ha relazione con gli interventi già attuati da Augusto nella questione dell’ esautorazione di Archelao, nella nuova costituzione della Iudaea (Idumea, Giudea e Samaria ) censita ed    annessa come choora all’imperium romano con una forma di autonoma amministrazione prefettizia, anche se sottoposta a quella della Siria.

Quindi, professore, posso ritenere che le direttive di Seiano a Pilato sono simili a quelle romane,  di massima intransigenza per chi, ebreo,  non  fa il dovuto omaggio all’ imperatore sebastos, pur conoscendo la normale relazione  del martire giudaico! Per lei,  la nomina di Pilato, probabile pretoriano,  è una garanzia per una fedele osservanza delle prescrizioni imperiali in Iudaea,  già applicate a Roma! Pilato, per lei, al momento della partenza, nel 26,  anno  di massimo dominio  del potente capo pretoriano, è l’uomo giusto, nel posto giusto e  col mandato giusto!

Certo, Marco, specie dopo l’episodio di Sperlonga, ultimo atto di devozione  e di abnegazione del pretoriano, predisposto al sacrificio della vita personale  per l’imperatore, già ben disposto verso di lui, per avergli risolto coi suoi pretoriani, fedelissimi, il problema dei culti stranieri a Roma e delle popolazioni peregrinae, specie ebraiche ed egizie!.

Tacito, infatti, dice  riferendosi, comunque, ad un periodo precedente,  all’anno 23, quello  della morte di Druso, parlando di Elio Seiano (Annales,  IV, 1-2) di uno stato in pace / res publica composita e  della  domus  imperiale fiorente/ florens, nonostante la cacciata con eccidio dei Giudei .   

L’ accenno  di Tacito, comunque, in tale momento, alla morte di Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore,  è segno di una volontà di un autore di considerare colpevole dell’avvelenamento  Tiberio,  rivelando che, ora, ha la possibilità di dare rilievo al proprio figlio Druso minore, finita la storia  del fratello dioscuro, come se la prescrizione augustea,  non avesse più valore circa la successione imperiale.

Infatti Tacito, pur marcando  la gioia di Tiberio, che ritiene fausta la morte di Germanico –  e non infausta – e che dà la tribunicia potestas al figlio con la ratifica senatoria nel 22 d.C.,  esaltandone la carriera militare, il doppio consolato  e  i  tre  figli, nota:  all’improvviso la fortuna  cominciò ad oscurarsi/repente turbare fortuna coepit ed egli stesso a divenire  crudele e  a prestare le sue forze  alla crudeltà altrui!

Dunque, professore, per lo storico, la vicenda umana di Tiberio, dopo un’apparente fortuna  sembra volgere verso un crudele destino, mentre radioso sembra l’avvenire di Seiano?!

Tacito, facendo seguire il suo giudizio negativo su Elio Seiano, prefetto delle coorti pretorie,  considera, però, da storico che giudica col senno del  poi,  il pretoriano, origine e causa  di questo turbamento e cambiamento imperiale – Ibidem- di cui traccia  un profilo sulla sua  nascita  a Vulsinii/Bolsena,  sui suoi costumi, sulla sua potenza, conquistata col delitto ...insinuatosi con vari accorgimenti/variis artibus, nelle grazie di Tiberio tanto da renderlo nei suoi riguardi  fiducioso ed aperto, mentre agli altri era impenetrabile /adeo ut  obscurum adversum alios sibi uni incautum intectumque  efficeret.

Lo storico conclude dicendo che ciò avvenne non per abilità di Seiano ma per ira degli dei contro Roma, a cui la sua prosperità e la sua caduta furono egualmente funeste.- ibidem-:  Seiano è causa di rovina per Roma e per la casa imperiale, secondo un disegno divino, giudaico!

Tacito dipende dalla fonte giudaica che legge la storia come oikonomia tou Theou?! oppure segue  la tradizione pagana dei theoi invidiosi  della fortuna delle grandi famiglie  e delle nazioni  dominatrici?!

Tacito,  pagano, che ha visto la fine del suocero Agricola  e  rileva il  progressivo decadere del popolo romano in epoca flavia, ha una visione storica, basata sullo  phthonos toon Theoon/invidia degli dei.

Tacito, comunque,  traccia  del pretoriano anche un profilo psico-fisico – non dissimile da quello di Velleio Patercolo (St., II,127)-: ebbe un corpo robusto, animo audace dissimulatore per sé, abile nell’infangare altri, adulatore insieme ed orgoglioso, nelle apparenze esteriori modesto, nell’intimo sfrenatamente  avido di potere, per ottenerlo ostentava  talora una fastosa larghezza, più spesso  attività e vigilanza, che non sono meno dannose,  allorché si adoperano per conquistare il potere !Annales IV, 1,3-.

Dunque, come abbiamo visto nel precedente lavoro la tragedia di Druso minore,  Tiberio,  molto sfortunato, dopo un periodo di incertezza, e di depressione, pur dandosi  un contegno aristocratico, lasciato il potere in mano di Seiano, decide di ritirarsi in  Campania e poi si stabilisce definitivamente a Capri, dopo aver visto ed approvato  il suo operato ostile nei confronti di Agrippina e dei suoi figli. E’ questo  periodo di circa cinque anni  il momento di massimo potere di Seiano che  cerca di realizzare il suo piano  di  graduale ascesa all’impero?!

Certo Marco!, Seiano, dopo l’ invio in Giudea di Pilato,   consegue ogni onore e raggiunge ogni obiettivo, mettendo i membri della  casata, imperiale  gli uni contro gli altri, cosciente di tenere le redini dell’impero perché ha il potere militare sulla base dell’equivoco di una predilezione speciale dell’imperatore.

Lei mi vuole dire che il senato crede che,  obbedendo passivamente a Seiano, faccia il suo dovere verso  l’imperatore in quanto l’uno è imago dell’altro, tanto da  far porre  statue per ambedue  per la città da venerare, data l’assenza di Tiberio, facendo diventare divino anche il pretoriano!.

Certo, Marco, senza questo equivoco di venerazione accordata e alla statua del pretoriano e a quella dell’imperatore,  Seiano non sarebbe  divenuto patronus  di una vastissima clientela senatoria e  non avrebbe potuto  agire  contro la fazione giulia con quella  sicurezza con cui affronta  i fautori ex legati di Germanico, la  moglie  e i suoi figli maggiori.! Infine Seiano è favorito  da una rete di spie, e  dall’ambiguità di Livilla,  moglie del defunto Druso minore, amante da tempo  fedelissima del  pretoriano,  che anticipa ogni mossa,  guidato dalla sorella di Germanico e di Claudio, la cognata di Agrippina, la zia di Cesare Nerone  e di  Druso Cesare,  la figlia indegna di Antonia Minor! Livilla è una madre  che tradisce perfino i segreti di sua figlia  Giulia Livia e del genero, suo nipote! Una donna innamorata pazza del suo uomo, un eques, dimentica del suo passato familiare (moglie di Gaio Cesare e di Druso Minore!) per anni  traditrice del suo stesso sangue!( cfr.  La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime, cit)!

A Seiano, che ha potere militare, in città,  favore certo del  senato ,  plauso popolare e la fedeltà  di Livilla e dei militari, non è difficile ottenere  la tribunicia potestas e l’ imperium proconsulare maius!. Comunque, essendo  montato in superbia, come se davvero fosse diventato  re dell’universo, commette l’errore di trascurare  Antonia Minor, madre di Livilla,  abile a controllare, in silenzio,  la tresca, a far  pedinare, spiare,  seguire i movimenti dei due amanti, registrati  ogni giorno, senza  poter impedire  la tragedia dei  suoi cari- salvando però, Caligola- per non  poter rivelare la colpa della figlia, degenere, all’imperatore! Seiano, comunque,  non sa leggere il disappunto e il dramma della  donna, rispettata da Tiberio per la sua integrità morale giudaica- non si risposa anche se il marito le muore, quando ha 27 anni- !  il pretoriano neanche sa vedere la sua perfetta amministrazione dell‘oikos familiare, tramite numerosi nummularii, latini. trapeziti, agenti finanziari giudaici  sparsi  per il mondo- come Pallante e Felice e  la loro sorella Cenide- specie orientale, superiore perfino a quello stesso dell’imperatore, gestito dall’alabarca di Egitto, l’oniade  Alessandro, il fratello del  filosofo Filone, sommo sacerdote di Leontopoli!  Seiano è convinto di averla neutralizzata, opponendole  la suocera, l’augusta Livia, che Antonia riverisce conoscendola nella sua subdola mente di intrigante Ulisse in Gonnella. 

Comunque, Marco,  il 26 è l’anno della consacrazione ufficiale del potere di Seiano, riconosciuto  universalmente come  braccio destro di Tiberio e come il vero  patronus  e princeps  autoproclamato, capace di indirizzare con propri uomini il pensiero del senatus – cliens!

Il mandato di Pilato, perciò,  anche se univoco nel telos/fine, varia col crescere della fortuna di Seiano, per cui diversa è la sua posizione a seconda degli anni della sua  procura in Oriente, accanto agli altri procuratori  asiatici e specie siriaci  ed egizi, anche loro schierati o con Seiano o con Tiberio o con Antonia e il partito Giulio.

Quindi, nell’anno dodicesimo di regno di Tiberio, o, poco dopo, è da segnare  la prima provocazione contro i giudei, che  ha un suo valore, ma il prefetto, non avendo le spalle coperte, deve cedere agli ordini imperiali  e deve coordinare il proprio compito con quello del procuratore di Siria e coi  sovrani giulii,  figli di Erode il Grande, con  Erode Antipa, tetrarca di  Galilea e  Perea, con  Filippo,  tetrarca di Iturea, Traconitide Auranitide,  Paneas  e  con Giulia Livia Augusta , erede di Salome,  governante  la zona costiera con un procuratore imperiale, Erennio Capitone, teatino.

Pilato e  gli altri, Marco,  dipendono dal prefetto di Siria, epitropos ths olhs Surias Pomponio Flacco, amico stretto di Tiberio, anche di bevute, che ha alla sua corte molti erodiani, tra cui  Erode Agrippa e suo fratello minore Aristobulo IV, figli di  Berenice  e di Aristobulo III.

Questi, già governatore di Mesia – ricordato anche da Ovidio in Epistulae ex Ponto,IV ,9,75, è un fedelissimo tiberiano, collaudato nel suo servizio di governatore tanto che  come amico di Tiberio   aveva eseguito il suo ordine  di destituzione ed esautorazione del re Rescuporide di Tracia, suo amico personale, indotto a seguirlo nei castra romani e poi imprigionato in attesa di essere condotto a Roma, dopo   aver diviso  la regione in parti,  assegnate una a  Remetalce, il figlio,   e l’altra ai figli di Cotys, re precedente.

Quindi, Pilato,  inizialmente, gerarchicamente  è subordinato al  governatore  tiberiano di Siria ed ha un’auctoritas con potestas limitata e condizionata e deve anche  fare una comune politica insieme al governatore di Egitto, Gaio Galerio (14-31), zio di Seneca,  nipote della moglie, e  a  quella di Marco Emilio Lepido, console nel 6 d.C – sostituto ora nel 26  di Norbano Flacco- governatore di Asia,   oltre a quella  del governatore di Acaia, e mantenere buoni rapporti coi reguli ancora esistenti asiatici,  dopo l’esautorazione di Archelao di  Cappadocia  e poi anche di quella successiva  di Remetalce di Tracia.

Ha un  compito  difficile e delicato, dunque, seppure non del tutto autonomo,  Professore?

Marco, i romani avendo copiato il sistema amministrativo dei satrapi  achemenidi e poi quello  Seleucide e Tolemaico,  costituito da epitropoi  epimeletai e dioichetai, uparchoi, creano  in Oriente prima, poi  anche in Occidente,  una rete di funzionari, burocrati zelanti dispotici nella propria area,   che inviano mensili relazioni  ed annuali resoconti  scritti come delegati, che mostrano il proprio lavoro al senato e all’imperatore  circa  il mantenimento dell’ordine interno provinciale,  circa lo stato delle classi sociali, circa  l’applicazione della  giustizia e la riscossione delle tasse e dei tributi  con l’ indicazione  anche dei nomina dei  funzionari pubblicani, che riscuotono, a seguito di censimenti  delle popolazioni rilevate, sul piano fondiario ed economico-sociale.

Pilato, come praefectus, è un funzionario statale tiberiano, che non si  piega né si addolcisce  nel corso del sua azione spietata –  secondo il  significato  dei verbi  camptoo/piego e meilliskoo / addolcisco (Legatio ad Gaium, 301)-  della tipologia di Avillio Flacco  cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com

Professore, il  sistema romano imperiale siriaco è veramente ben impostato ed organizzato in quanto frutto di precedenti  amministrazioni achemenidi e macedoniche ed ora il funzionamento ha raggiunto il massimo grado di efficienza per l’inserimento  mirato dei  coloni militari, in zone chiavi,  grazie anche alla burocrazia  latino-italica, che applica lo ius ed è subordinata  alla vox  dell’unico pastor dell’impero, a cui nulla sfugge di quanto accade in provincia, data anche la rete di spie di cives  libertini ed equestri e di pubblicani.  Eppure, nonostante il funzionamento del sistema universale,  la struttura giudaica  non è ben sistemata  e risulta un cancro, che incancrenisce  tutta  la cellula siriaca,  infettandola come un virus.

Ora capisco, quello che lei  scriveva tanti anni fa su Caligola il sublime quando  diceva  che l’imperatore  riteneva necessario un intervento chirurgico  immediato, volendo estirpare o deportare l’etnia giudaica, che si salvò solo per la  sua morte,  a mano di Cherea!.

Caligola, Marco, fu una mente geniale superiore, un uomo divino, che avrebbe voluto Regnare come Dio sul Kosmos romano, essendo l’unico pastore del gregge umano, dopo la  formazione del Principato dell’eques Ottaviano e dopo l’incerta conduzione imperiale dell’aristocratico Tiberio Nerone!

Certo, professore – Caligola fu Caligola, un imperatore sconosciuto dagli storici!  La legge vivente per i cives sudditi  veneranti il Dio! a lei non piacciono i confronti con uomini di oggi-   Caligola  nomos empsuchos  non è un  uomo come Giuseppe Conte! Per lei- lo so-  la storia non è mai magistra vitae! mi lasci, comunque, dire che il nostro presidente del consiglio, in un momento  storico di emergenza, straordinario, non può e non deve  rimanere sempre incerto  ed incapace di dare una linea di condotta univoca  nella pandemia, e risultare personaggio debole, stritolato tra la comunicazione del comitato scientifico e la necessitas di salvaguardare l’economia, diventando  ogni giorno di più una maschera tragica italica, ridicola  anche  per il contorno di politici spocchiosi di sinistra e di grillini semianalfabeti, inconcludenti, su cui può ironizzare  motteggiando anche il popolo, ancora culturalmente bambino! E’ ora, dopo la seconda ondata del coronavirus,  di predisporre, sulla base certa di relazioni dei  Presidenti delle Regioni, un piano eccezionale per la salvaguardia della salute pubblica, connesso ai  dati sicuri territoriali, raccolti dai singoli  sindaci, nei comuni delle singole province e regioni, isolate a seconda  del  bisogno  effettivo, in relazione allo studio scientifico medico, applicando la normativa  della sovranità, trascurando le lamentele delle opposizioni demagogiche  e le tautologiche  querule degli intellettuali!  bisogna dare  mandato dittatoriale ad ogni sindaco responsabile della  cellula del suo comune,  rispettoso, comunque,  del mandato del presidente  regionale, supervisore,  che avendo  effettivamente  il controllo  preciso e dettagliato di ogni abitante  contagiato di coronavirus,  grazie alle relazioni   locali  delle  singole province, dovrebbe  avere la  situazione reale del contagio nella regione, il cui stato deve essere segnalato ai funzionari governativi, esattamente,  per un energico  piano dettagliato nazionale operativo, unitario, pur con qualche specifica deroga settoriale! Mi scusi, professore, se  ho parlato da  ciarlatano, da demagogo e da stolido intellettuale, non avendo dati per parlare e non avendo chiara la situazione, a causa della  presenza, nel tessuto italiano socio-economico e civile,  della Chiesa e delle mafie  nelle singole Regioni italiane!

Caligola, Marco, –  lasciamo da parte il coronavirus e il povero  Conte, invecchiato di colpo in pochi mesi !- poté fare quel che fece in Roma, in Italia,  in Oriente e in Occidente  avendo al suo servizio un esercito  di funzionari fedelissimi, desiderosi di far carriera in una  burocrazia perfetta, costituita da  ministri – schiavi,   funzionali, educati alla professione secondo le direttive oniadi, che regolavano commercio e stato lagide prima e, poi, il sistema romano-ellenistico imperiale – del  quale i discendenti di Onia  erano compartecipi al profitto dell’imperatore, con precise clausole  contemplanti  le percentuali annue, essendo loro i gestori  maggiori delle riscossioni  delle tasse e dei tributi  dei cives  oltre che delle decime e della tassa per il tempio di Gerusalemme, fissata   per ogni maschio giudaico di età superiore ai 13 anni, data la loro attività bancaria, dal periodo di Cesare,  potenziata da Augusto e da Tiberio,  capaci  di mettere in  comunicazione  anche con messaggi cifrati le singole strutture  fra loro e queste col sistema imperiale,  tanto abili  da  far sentire,-se lo volevano, in caso di convenienza – la  voce del pastore  e la sua volontà a tutte le pecore disperse dell’impero, nel giro di una settimana, con vari mezzi e perfino con segnali  di fumo, inviati da un monte ad un altro!.

I messaggi del sovrano erano  oracoli/logia del dio vivente, la sua legge applicata conformemente alla sua volontà e nessuno osava contrastare un Dio, onnipotente! Caligola fu un  un genio politico ed amministrativo, un giovane educato da Tiberio stesso a regnare, viste le sue qualità superiori ad  ogni altro uomo! Infatti Caligola, seguendo l’esempio  di  Tiberio e di Seiano con gli ebrei romani,  all’epoca,  conosciuta la situazione, decide un intervento chirurgico immediato, di  estirpazione o di  deportazione della stirpe, riluttante ad accettare la  sua ektheosis , avendo avuto le relazioni congiunte di Pilato, di Erennio Capitone   e poi  di Erode Antipa e quella di Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, sulla fine del Regnum messianico e sulla  ekplhcsis/sbalordimento paralizzante, per la crocifissione del maran/re aramaico!

Perché, professore, un principe  amatissimo  dal popolo e dai militari,  la legge vivente  dell’impero romano,  il neos Sebastos, alter Zeus,  uomo equilibrato – non pazzo–  arriva ad una tale risoluzione, dopo oltre cento anni di dominio romano sui Giudei, già  censiti alla pari degli altri popoli sottomessi?

Marco, devo dire che, se mi poni questa domanda,  non conosci  la situazione del 38 d.C. dopo la morte di Drusilla, sua sorella divinizzata come Panthea,  né la rivolta ebraica alessandrina  e il richiamo  a Roma di Avillio Flacco per il processo, come già  era avvenuto per Pilato, l’anno prima, e come avverrà, poi, l’ anno dopo per Erode Antipa!. mi sorprendo perché l’azione di Caligola è in relazione a quella di Tiberio nel 19 e di Seiano, che invia Pilato con un preciso mandato. Sono deluso, Marco, e  ci soffro per una tale  domanda!.

Il 19, il 26 , il 38 e  il 40  sono date che indicano un crescendo di persecuzione ebraica da parte di Roma, tesa alla estirpazione dell’etnia giudaica!.

Professore, ho vaghe idee – non corrispondenti a precise realtà -e  non conosco esattamente i fatti  sottesi alla In Flaccum, e quindi,   non ho chiaro  né la situazione  né i motivi ed ho bisogno di spiegazioni! La mia è un vera richiesta informativa!

Bene. Marco! Prima di ogni cosa, devi considerare la pietas e dei  giudei aramaici e dei giudei  ellenistici, ora congiunti nelle rivendicazioni dopo la fine del messianesimo e a seguito della rivolta samaritana! Sono eventi  traumatici per un giudeo – cfr. Il Messia mancato  www.angelofilipponi.com -!

Caligola, il Neos Sebastos, da poco autokratoor /dominus, Pastor,  dopo la malattia, col suo consilium  principis, insieme a  Emilio Lepido e  sua moglie Drusilla, poi improvvisamente morta,  divinizzata, per suo ordine, nell’impero, e celebrata anche in Alessandria, come dea,  determina, anche per l’azione provocatoria  di Avillio Flacco –  che accusa gli ebrei di nascondere le armi nelle loro case  e che fa intervenire l’esercito,  avendo anche il favore di tutta la cittadinanza greca –  l’insurrezione  dei giudei alessandrini  e il primo pogrom della  storia (Cfr. Una strage di Giudei in epoca caligoliana, Ebook Narcissus  2011), non certamente evitato dall’invio di Erode Agrippa, amico personale, -pur  nominato  tetrarca successore di suo zio Filippo di Iturea, Traconitide,  Auranitide,  Batanea,  Paneas- per una pacificazione  generale.

Il successivo richiamo di Flacco  per il processo –  che termina  con il suo confinamento prima  nell’isola di Andros, e, poi, con la morte – e l’invio di Petronio Turpiliano come governatore di Siria, sono atti che evidenziano già l’attuarsi  della neoteropoiia e della ektheosis  e della volontà imperiale di un culto universale dell’imperator, nomos empsuchos/legge vivente.

Insomma lei, professore, mi vuole ricordare che  c’è di mezzo   un buco storico  messianico,  quello del Malkuth, seguito dalla rivolta samaritana, eventi connessi con una reazione ebraica  alla repressione  alessandrina del 38, fatta dal prefetto,  oltre ad un altro  mandato di Caligola a Petronio,  nuovo governatore di Siria  con l’ordine di estirpazione giudaica,  in caso di non  accettazione del suo colosso  statuario, entro le mura del tempio  (Cfr. Legatio ad Gaium)!

Marco, ti manca l’esame di circa nove anni  e, quindi, ti è impossibile capire la situazione del giudaismo, dopo il fallimento del messianesimo! Dovresti rileggerti quanto ho già scritto  e poi seguitare la nostra conversazione.

E’ vero, non ho competenza non solo su questo periodo ma anche sui cinque anni dall’arrivo di Pilato in Cesarea Marittima fino all’esplosione dell’ euforia giudaica davanti alla venuta del messia  e sua trionfale entrata in Gerusalemme, verificatasi  qualche mese dopo la morte di Seiano, il 18 ottobre del  31!.

Marco, io mi meraviglio che tu non sappia queste notizie  perché hai  seguito lo studio su Giulio Erode il filelleno,  hai lavorato con me e Andrea ad In Flaccum e a Legatio ad Gaium ed hai presentato con gli altri Caligola il sublime e i  libri XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche!

Una cosa, professore  è seguire le lezione  e una  cosa capire lavorando insieme, su concreti problemi  con la volontà operativa di una soluzione, come stiamo facendo ora sul mandato di Pilato!

Ho capito, ora,  che tu sei  nella fase operativa e ti trovi a disagio  nonostante la positiva recezione delle  notizie generali! Sbaglio io, Marco ! Devo stare attento a non dare per scontato quanto dico!  Bene. T i aggiungo che,  comunque, anche l’intervento chirurgico di Caligola, utile per la realizzazione della spedizione parthica ventilata,  all’epoca,  sarebbe stato inutile,  se fosse stato attuato da Petronio, secondo gli ordini ricevuti nel 40! Deve passare ancora  quasi un secolo di storia  prima che si avveri,  quanto deciso da Caligola, che viene realizzato compiutamente da Adriano nel 135 d.C!

E’ opportuno, professore, fermarci per qualche settimana, allora,  e, poi, riprendere il nostro discorso in modo che io sia più preciso anche nelle domande da formulare.

Certo, è giusto che tu rilegga  e studi i testi che ho citato! quando avrai riletto e rivisto tutto…ci rivediamo  e, un pomeriggio, ci mettiamo a  tavolino, a distanza, con le mascherine,  e discuteremo   sul mandato di Ponzio Pilato! …

Hai già fatto  i...compiti, amico mio?!

Sei sempre bravo, il migliore dei miei alunni!

Professore,  ho riletto e studiato  quanto mi ha suggerito e comprendo ora davvero cosa mi dice: il fenomeno ebraico non è solo palestinese, ma universale, in quanto l’ebreo ha apoikiai dovunque, non solo nel Mediterraneo,  nel  Ponto Eusino  o nel mare  Caspio e  nel Mare Rosso,  ma anche in tutti i porti  con le  basi navali,  con le  trapezai  e con la  particolare economia   ed amministrazione  ecclesiale emporistica,  anche oltre i confini dell’impero romano,  in quello parthico e in Seria, nelle isole dell’Oceano Indiano, avendo colonizzato anche il Bosforo cimmerico, le  calde zone africane al confine con i territori romani egizi, cirenaici, numidi ed anche mauri, grazie all’impresa di Quinto Giunio Bleso  contro Tacfarinate nel 31 d. C, – poi, coinvolto, al ritorno in patria  nella caduta del nipote  Elio Seiano, con tutta la sua famiglia-!.

Marco, parli in modo nuovo, dopo lo studio!. Non è, comunque,  il caso che ti ripeta la grande impresa mercantilistica e  finanziaria,  methoria, dei  gestori giudaici di  trapezai  e di emporia sotto Cesare, Augusto, Tiberio e Caligola?.

No, professore, possiamo seguitare a trattare della politica imperiale in relazione al mondo giudaico e rilevare insieme come, in epoca  giulio-claudia fino a Tiberio,  la direttiva  romana  è ancora duplice nei confronti dell’ebraismo,  che è ben distinto  in aramaico da punire e in ellenistico da proteggere  e da seguire nella sua stessa vittoriosa direzione  colonizzatrice e che solo con Caligola  diventa unitaria, in una volontà di sterminio e di deportazione a seguito dell’ ektheosis imperiale, evento che ricompatta il giudaismo in senso antiromano, perché cosciente della imminente rovina! Filone – Legatio ad Gaium– e  gli altri ambasciatori si rinchiudono in una stanza per piangere sulla fine del Tempio e della loro stessa etnia,  storditi ed attoniti alla notizia del decreto caligoliano!.

Se prima  esistono due direttive, una di provocazione  per i giudei  stanziati nella  choora di Iudaea ed una di compartecipazione alla economia mondiale mediterranea  ellenistica per gli ebrei  della diaspora  regolati  e  connessi dall’etnarca e   dall’ alabarca, oniade,  sommo sacerdote e gumnasiarca di Egitto,  al sacerdozio sadduceo gerosolomitano, nonostante l’opposizione farisaica ed essenica e l’avvento del Regno dei  cieli, ora sotto Caligola il pericolo di annientamento  è comune  a tutti i giudei, dovunque si trovino!.

Finito il Regno dei Cieli  tragicamente, perduta la civitas /politeia, con la profanazione del Tempio, la nave ebraica affonda! Così sembra dire Filone in Legatio ad Gaium!

Dunque, professore, devo capire bene  questo, per seguire il suo pensiero:  cioè, nonostante che Roma e il sommo sacerdozio templare  concordano in una politica di comune interesse  per la gestione del tesoro del Tempio, con Caligola si è chiarito l ‘equivoco  ormai della filoromanità giudaica – che,  sacrificando  ambiguamente al proprio Dio e alla maestà del popolo romano e di Augusto, ritiene di essere in perfetta regola con gli altri sudditi dell’Impero e di vivere  secondo legge, quando, invece,  sacrifica solo al proprio Dio  per Roma e per l’imperatore, quando  è  espressamente richiesto il sacrificio al Dio Caligola, pathr, soothr, eurgeths, unico pastore del gregge umano! I  giudei aramaici e i giudei ellenisti, di fronte all’aut  aut di Caligola- venerare un uomo-dio  o Jhwh – preferiscono la morte alla vita, risoluti al martirio  piuttosto che tradire la loro fede e la patria, dicendo Shema Israel, Adonai eloenu, Adonai echad/ Ascolta, Israele, il Signore è il mio signore, il Signore è unico!

Caligola  dimostra  agli ambasciatori alessandrini che bisogna fare atto di latria  a lui Theos, a lui Zeus, unico soothr, eurgeths, Pathr e a nessun altro Dio!  O fare questo o morire!

La risposta giudaica è quella della scelta del martirio alla  venerazione del dio imperiale: meglio morire che tradire la legge!Il giudaismo, unitariamente, aramaico ed ellenistico  si autocondanna al  bando o allo sterminio etnico!

Devi capire, Marco , questo evento con questa situazione propria dell’anno 40 d.C., che si verifica subito dopo il trauma della morte del Messia e della capitolazione di Gerusalemme messianica, taciuto dalla storia cristiana –  a seguito anche di una vittoria  romana sui Parthi e di una sanguinosa controrivoluzione gerosolomitana antimessianica, entro le mura della città assediata-. Ora, il mandato di Pilato, alla luce di questo studio  e dell’esame da noi fatto,  è specifica  applicazione prefettizia in un dato momento storico, limitato alla sola provincia di Iudaea, avvenuto prima della morte di Seiano, che ha già  fatto una sua politica  antiebraica a Roma, ma di scarsa consistenza rispetto al pericolo mortale e di sterminio della etnia  stessa, in epoca caligoliana!

Filone sembra aver chiaro e questo momento tragico seianeo e quello caligoliano – che risulta il più tragico della storia giudaica vissuto mentre attende di essere ricevuto dall’imperatore, come incaricato dai  giudei alessandrini  di far valere le ragioni di una parte dell’ ebraismo, seppure maggioritaria, quella ellenistica- !

Professore, per me cristiano, educato secondo cultura cristiana , non è facile, neanche, dopo aver studiato i suoi testi (Jehoshua o Iesous? Maroni, 2003 e Giudaismo Romano I, II E.book  Narcissus 2014),   seguire né comprendere  il suo argomentare, seppure storicamente corretto, e documentato: Io sono perplesso  ed ho un magone indescrivibile, che mi impedisce perfino di dialogare  con il mio maestro, colpevole di farmi vedere oltre il velo delle parole cristiane e del messaggio ebraico! Abituato alle chiacchiere cristiane e al muthos, il suo dire  mi  stravolge e confonde  ogni mio pensiero,  e distrugge la mia personale  costruzione cristiana. Neanche so confessare  quanto mi accade!

Hai  ragione,  Marco, le parole cristiane senza fatti hanno formato il cristiano che ora, davanti ai fatti, è sconcertato e  crede perfino l’amico, che ha di fronte, un nemico!

Vada, comunque,  avanti, professore!

Bene!.  Io   riprendo il mio discorso! Se vuoi, seguitiamo e facciamo parlare i fatti, documentati!.

Tu sai  che in Iudaea e in Gerusalemme,  specialmente, è  presente un forte gruppo  di  irriducibili e integralisti aramaici filoparthici,  che sono anche sparpagliati  nelle province asiatiche e siriache e in quelle  egizio-cirenaiche  ed acheo-traciche ed insulari, nell’Egeo,  mescolati a giudei ellenistici di lingua greca, di norma loro datori di lavoro,  diffusi in ogni parte del mondo e romano e non romano. Su questi  prima l’ordine di Seiano (Pilato, Pomponio Flacco, Capitone, Erode Antipa, Filippo) e poi quello di Caligola (Petronio Turpiliano) suonano come incitamento alla guerriglia urbana e  provinciale  e a connessioni con il re dei re e con Areta IV di Petra!

Dunque, professore, Pomponio Flacco, Pilato, Capitone e gli egemoones della Decapoli, gli erodiani superstiti, e il governatore di  Egitto, specialmente, hanno tutti un mandato imperiale di provocazione dell’etnia ebraica, che ritiene di essere l’eletta  di Dio, e di aver un solo signore Jhwh, di essere l’unica, pia e religiosa nell’ecumene,  avendo un patto eterno con il Theos, Upsistos,  che l’ha sancito  da secoli con gli antenati patriarchi, di cui segno visibile è il tempio di Gerusalemme, la città santa!.

Marco Caligola spaendo cheigiudei vivono in ogni parate dllimepro romano ha fatto un decreto catholikos/universale Tieni presnte questo, e  lavoriamo cercando  di capire l’operato in Iudaea di Ponzio Pilato, un pretoriano seianeo- se è giusta la nostra lettura di un praefectus, equestre, sannita, formatosi al seguito di Seiano – che ha già lavorato per annientare gli ebrei romani, in ottemperanza degli ordini di Tiberio che abroga,  tra il 17 e 19 d.C., i particolari nomoi delle etnie  domiciliate a  Roma o viventi nell’impero ( Cfr. Tacito  Annales, III, 54-60 ), in relazione al verdetto supremo dei senatori  sulle richieste di provinciali, obbligati, comunque, ad  evitare e vietare l’abuso  di stabilire luoghi di asilo, divenuti  fonte di riunione indebita e covo di uomini perversi.

Inizialmente Pomponio e Seiano dànno disposizioni univoche, claudie, che poi cominciano a divergere  quando il partito claudio si sdoppia e costituisce un gruppo  di fedelissimi filoseanei ed uno filotiberiano,  per cui, essendo assente la voce di Tìberio,  non c’ è unità nell’applicazione dei mandati, come risulta dalla favola sulle rane e del re travicello di Fedro:  le rane gracidano nel pantano al re   travicello,  su cui, perfino, saltano sopra, dopo averne notato l’innocuità cfr. Caligola il sublime, cit!.

Pomponio, in tale situazione,  è oscurato dalla personalità di Seiano ora assimilata all’imperatore,  fraintesa dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, specie dai giuli erodiani e oniadi, che acuisce il clima di rappresaglia tipico del mondo giudaico aramaico,  generando  panico negli uomini di stirpe,  religione  e lingua aramaica, che  sembrano girare alla larga da Gerusalemme  e perfino dalla  Iudaea e dalla Galilea  e Perea stessa,   facendo  strani percorsi   in  Celesiria, in zone fenicie o  montane ituraiche,  per  stanziarsi in Decapoli  e per poi rientrare  da Betsaida o dalla Gaulanitide  nella choora di  Erode Antipa, persecutore anche  lui di aramaici, come Giovanni  il battista  collegato con Areta IV e coi Nabatei (cfr. Gesù meshiah aramaico, methorios e politikos in  www.angelofilipponi.com )

Professore, ora mi spiego, finalmente, i giri che fa il nostro Gesù  che va da Tiro a Sidone  e da lì in Paneas  e poi passa in Gaulanitide e Batanea fino a Gerasa e poi si dirige verso il confine tra la tetrarchia di Filippo e quella di Erode Antipa. Potrebbe essere questo il momento del nuovo matrimonio di Erode Antipa, che, essendo giulio,  oltre all’ostilità di Pilato e Seiano, ha anche quella di Areta IV  e dei seguaci di Giovanni,- che, stanziati a Betania oltre il Giordano/al Kharrar,  sono sotto la protezione del re nabateo, vivendo entro il suo territorio –  ed anche di quelli di Gesù?

Certo, Marco, potrebbe essere così,  perché Areta  sembra fedele seguace di Giovanni, che ha favorito la fuga della figlia da Tiberiade coi suoi uomini,  portandola fino al territorio di Damasco, allora possesso di  suo padre,  intenzionato a vendicarsi  dell’erodiano che ha ripudiato  (D)asha,  dopo 25 anni, e che è anatemizzato dagli esseni per le nozze incestuose!

Davvero, professore, è questo il tempo che  potrebbe coincidere   con la prima predicazione di Gesù del Messianesimo  dopo che il mastro/maestro, dotato di abilità da terapeuta, è venuto a contatto  con emissari di Izate di Adiabene e con Artabano III e con Asineo!. si  sarebbe già nel clima dell‘Avvento  del Regno dei Cieli,  ora pianificato, dopo la morte del cugino, con delegati Mesopotamici, anche loro coinvolti  nel disegno messianico per una riconquista dei territori dell’ex Siria seleucide, rivendicata da decenni dai Parthi?

Marco, posso solo confermare, oltre ai fermenti messianici,  l’ attrito tra Pilato ed Erode Antipa e l’aspro contrasto tra il tetrarca e l’ex suocero re di Petra, in questo periodo di cinque anni oscuri dellla procura di Pilato,  e la vita vagabonda di Erode Agrippa, dopo la morte della madre Berenice a Roma  e specie, dopo quella dell’amico Druso Minore.

Lei ha parlato spesso della vita  dispendiosa  di  Giulio Erode Agrippa, privato cittadino, proprio di uno scialacquatore di un patrimonio  principesco, senza, però,  precisare il momento storico, romano, antigiudaico. Ora me ne può parlare, sulla base delle notizie generali di Flavio?

Per lo storico,  Agrippa fa il viaggio per la Iudaea  quasi con le stesse navi di Pilato e  nello stesso periodo, gravato di debiti  e pressato da creditori perché dopo la morte della madre, lasciato in balia dei suoi capricci,  spese molto del suo denaro per il lusso quotidiano in cui viveva  facendo smisurate spese ed offrendo regali ai liberti di Cesare, sperando di essere aiutato, tanto da  ridursi in povertà (cfr.  Ant giud., XVIII,145 e A, Filipponi incipit romanzo storico l’Eterno e il Regno, ebook Narcissus  2013).  Agrippa, a Roma, avendo un alto tenore di vita grazie all’eredità materna, non toccato dall’editto di  Tiberio perché non libertino  né peregrino ma civis censito come neos, quindi, probabilmente arruolato con qualche incarico diplomatico con Pomponio Flacco, con  Germanico e poi con Druso, si trova al ritorno in città,  all’improvviso,  in condizioni disagiate, indebitato. Forse nel momento del dokimasia/valutazione  il giovane principe  già aveva dovuto  sborsare ai pretoriani inquisitori e ai liberti funzionari denaro per il riconoscimento dei suoi diritti, inficiati dal decreto tiberiano, che non riconosceva la politeia la cittadinanza  antica cesariana, nonostante le amicizie a corte! La sua situazione si era aggravata poi  per la sua natura megalomane e  munifica, ma anche per i debiti contratti  con trapeziti oniadi,  specie dopo la morte di Druso e la cacciata dalla presenza di Tiberio, che non voleva più vedere gli amici del figlio perché la loro presenza lo faceva soffrire -ibidem-. E’ probabile che  si sia accodato, nel viaggio, alla sorella Erodiade, che, separatasi dal marito Erode Filippo,  figlio di Mariamne, figlia del  sommo sacerdote, con l’adolescente Salome e col Tetrarca, all’ epoca a Roma,  tornava  in patria.  Giunto a Cesarea, pressato dai creditori, oniadi,  si ritira a Malata, in Idumea , ed è intenzionato al suicidio. La moglie Cipro, col suo patrimonio erodiano, dotale, fa allentare le richieste oniadi, data anche la famigliarità con Alessandro alabarca (cfr. Caligola il sublime, cit. e   L’ alabarca in www.angelofilipponi.com) e invia lettere alla cognata  perché lo accolga alla sua corte a Tiberiade, città in costruzione ad opera di qainiti galilaici, avendo lo stesso tetrarca fatto appello per popolare  la nuova polis con cittadini di prestigio. Flavio così scrive  spiegando la determinazione  al suicidio di Agrippa evidenziando  l’accorato impegno della moglie che  prega Erodiade di  soccorrere il suo congiunto: tu vedi quanta cura ho, come vedi,  di sollevare in ogni modo il marito, anche se le mie sostanze non sono come le tue -ibidem148-.

A mio parere, Marco, si dovrebbe essere nell’anno della morte dell’Augusta  Livia , il 29,  in cui Capitone, governatore di Azoto ed Iammia  e Faselide, tratta con gli eredi di Salome – tra cui  Agrippa nipote e  Cipro pronipote,- dando somme di liquidazione definitiva  in proporzione al diritto di successione, a seconda delle percentuali, avendo goduto la madre di Tiberio dell’eredità  dell’amica e della rendita del suo patrimonio  per il 51%.  Quindi la  principessa ha denaro in relazione  alla metà dell’intero patrimonio di Salome, che aveva una rendita di 50 talenti annui e prendeva  parte all’eredità, solo ora, alla morte dell’Augusta, del lascito del gran Re alla sorella di 500.000 dracme  d’argento -XVII,190-. Forse in seguito a questa divisione di eredità a cui partecipa, come erede, anche la moglie di Erode Antipa, ad Agrippa viene assegnata   l’abitazione a Tiberiade con  l’incarico di agoranomos e  con una pensione, in relazione alla sua dignità di principe-ibidem149-.

Ti aggiungo anche che  Giulio Erode Agrippa, dopo pochi mesi,  si allontana dallo zio -cognato perché non ritiene soddisfacente la sua sistemazione  e perché umiliato dal Tetrarca che gli  rinfaccia, in un convito a Tiro,  sotto gli effetti del vino, la sua povertà e la dipendenza per il pane quotidiano dalla  sua elemosina.-Ibidem150-.

Perciò, Agrippa si rivolge al proconsole Pomponio Flacco, governatore di Siria, suo amico dal periodo romano, dopo aver chiesto denaro  probabilmente agli  stessi ex liberti di sua madre, -come poi  nel 35 d.C. per il viaggio a Roma da Tiberiade-  prima a Marsia, poi  a Proto che, però,  hanno legami con Antonia, la nonna di Caligola,   il cui gestore  finanziario  generale è l’alabarca di Egitto, suo massimo creditore- Ibidem 156.

Professore, il povero Agrippa si trova  stritolato tra agenti finanziari che, oltre tutto, litigano fra loro per le percentuali!

Marco, il principe nel 33 d.C. oltre  alla  sua precaria situazione  finanziaria, acuitasi dopo la vicenda del suo soggiorno ad Antiochia presso l’amico Pomponio Flacco che, poco prima di morire  lo licenzia, perché accusato dallo stesso suo fratello  Aristobulo, da tempo  suo fidato consigliere,  per la  questione del confine tra Damasco e Sidone – Le due città erano in contrasto da tempo ed Agrippa  favorì nell’arbitrato i Damasceni, che lo avevano pagato per la sentenza favorevole!-, avendolo scopertolo reo di concussione.

Il principe, fuggito da Antiochia e rifugiatosi  ad Antedone, vicino Gaza  nel 35 d.C. perde  il figlio primogenito Antipatro  e cerca denaro  deciso a partire  per l’Italia  su una nave mercantile,  noleggiata, ma è  disperato come nel 29,  all’epoca del suo trasferimento a Tiberaide, quando  si era  nel periodo della guerra tra  suo cognato e Areta IV.

Era  quello il tempo in cui Erode Agrippa  era  Agoranomos/ ispettore del mercato, a Tiberiade ed appariva nei Vangeli come il giovane ricco?

Si-  Forse-, Marco!. Quello poteva  essere  il tempo esatto in cui ancora Giovanni predicava che il regno dei cieli era vicino e richiedeva ai suoi seguaci  il battesimo  penitenziale e  Gesù  predicava il Malkuth venuto  come tempo della metanoia, del cambiamento radicale  e dell’abito bianco nuovo per la festa.

Marco, come vedi, però,  stiamo  mescolando dati certi con altri supposti, contestati dai miei detrattori cristiani, del Malkuth ha shemaim (Jehoshua o Iesous? cit.).

Comunque, all’epoca, Marco,  era iniziata la lite tra Areta   ed Erode  per il ripudio di Dasha   e per l’arrivo a Tiberiade di Erodiade, che non avrebbe potuto  sposare il fratello del marito per la torah/ legge  e perciò incorreva nell‘anàthema  del Battista, nonostante  la segretezza della sua entrata in città. Infatti la figlia di Areta secondo Flavio  aveva chiesto al marito- che credeva che la moglie non  sapesse niente della sua intenzione matrimoniale-, di poter andare a Macheronte,  castello fortificato  al confine tra lo stato nabateo e quello erodiano, di poter avere l’occorrente per il viaggio da un dioicheths/amministratore.

Flavio scrive: la donna passando da un governatore ad un altro per  fare il suo viaggio – probabilmente favorita da Giovanni e dai suoi discepoli, allora stanziati ad al Kharrar, luogo di passaggio della principessa in fuga- , giunse dal padre, a cui raccontò il progetto di Erode.

Areta, dopo la querela, a proposito di una precedente lite per l distretto di Gabala, avendo  volontà di guerra,   fece la rassegna dei soldati, seguito anche da Erode ed ognuno inviò  propri legati per iniziare le ostilità.

Accadde che  nello scontro l’esercito di Erode Antipa fu sconfitto perché al suo seguito c’erano  uomini della tetrarchia ituraica di  Filippo,  zeloti /lhistai che parteggiavano per Areta e per Giovanni  che tradendo, decisero  delle sorti della battaglia.

A Tiberio giunsero da una parte la denuncia di Areta e da un’altra  i resoconti di Antipa  della battaglia e della guerra – che i due non potevano fare senza autorizzazione romana – , tanto che  l’imperatore inviò ispettori – sembra che questa vicenda  preceda la morte del Battista e sia prima della  morte di  Filippo nel 33 d C e quindi  i fatti sono all’incirca poco prima o  poco dopo la morte di Seiano, quando ancora non è deciso l’intervento contro Artabano e contro lo stesso Areta, che si è coalizzato con il re dei re,  in un momento in cui non ci sono rapporti con Roma,  non avendo ancora avuto mandato Macrone, il nuovo capo pretoriano,  di  ripristinare l’ordine in Siria  e regioni vicine -.

Comunque,  Marco, siamo allo stato  di supposizioni, essendo oscure le notizie di Flavio.   Ora, io, ottantunenne, come allora sessantenne, -all’epoca della scrittura di Jehoshua o Iesous?,- non ho pezze reali di appoggio se non  le lamentele  di alcuni giudei  nei confronti della morte  di Giovanni, che consideravano  la sconfitta di Erode  ad opera  di Areta  come   giusta punizione divina e vendetta per la decapitazione del Battista, di cui si fa l’elogio e si mostra la santità di vita  e la sua predicazione  nel deserto (ibidem 116-119).

Si potrebbero addurre anche  le successive lagnanze  dei  sacerdoti  a Pilato per l’iscrizione sulla  croce  secondo  il vangelo di Giovanni – scritto in  epoca antonina   sotto il regno di Antonino il Pio- (138-161)- che comprovano le  fonti di probabile derivazione siriaca,   di un Gesù re, che non regnò  -cfr. Eisler. in www.angelofilipponi.com- di cui  ti ho parlato in altre occasioni.

Perché  accetta con molta cautela quanto dice l’evangelista Giovanni su Pilato?  Non crede che hanno qualcosa di vero  gli altri storici che  adducono la fonte di Giovanni -anche se so che  è di epoca antonina-?

Marco, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.)  ho scritto varie volte, ma ho solo rilevato  lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano,  che ribadisce che quanto scritto sulla croce in triplice lingua non deve essere cambiato. La frase  O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis), e  serve a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un aramaico giudeo di Galilea  (cfr Iesus, the Jew  from Galilee), un  Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Per ora esaminiamo, Marco,  comunque,  l’azione di Pilato,  che esegue gli ordini del capo,  all’epoca di questi fatti, seppure in modo   non conforme con quello generale della provincia siriaca, pianificato da Pomponio Flacco, claudio, tiberiano,  che  protegge il tempio e fa una politica  favorevole ai sadducei e agli erodiani, presenti ad Antiochia.

Professore,  da quanto detto, quindi, lei divide alcuni fatti come  dettati da Seiano  prima della costituzione del presunto  Regno dei Cieli   -di cui parlano gli evangelisti-  ed altri, come  invece  compiuti autonomamente,  dopo la fine del Regno messianico!

Marco, venendo ai fatti, per certo abbiamo tre  episodi  adombrati anche nei vangeli, evidenziati da Giuseppe Flavio in Guerra giudaica (II, 9,2,3,4) ed Antichità giudaiche (XVIII, 55sgg) senza altre conferme storiche,  se non da Filone, anche lui giudeo  (Legatio ad Gaium,298-299).

L’operato, dunque, reale di Ponzio Pilato è solo di fonte giudaica, evangelica, poi rielaborata, specialmente  da scrittori cristiani alessandrini del III e IV secolo, dopo la sistematica  revisione di Eusebio in  epoca costantiniana.

Dunque, esaminiamo i fatti  del quinquennio prima della morte di Seiano  e poi, il fatto dopo la fine dell’episodio  messianico e la resa di Gerusalemme a Lucio Vitellio.

Pilato secondo Flavio (Ant Giud, XVIII,55-59)  introduce  di notte  in Gerusalemme, città santa, le immagini dell’imperatore. Ecco il testo molto simile a quello di Guerra giudaica-(II,169-177): Pilato governatore di Giudea fece partire le truppe da Cesarea e le mandò nei quartieri invernali di Gerusalemme compì un gesto  audace  al fine di sovvertire le leggi giudaiche  introducendo in città i busti degli imperatori, attaccati agli stendardi militari offendendo la nostra legge che vieta immagini/eikones.

Lo storico spiega che i precedenti  procuratori quando entravano in Gerusalemme usavano stendardi senza immagini e precisa che lui fu il primo ad introdurre immagini in città e le pose in alto  e fece ciò senza che il popolo se ne accorgesse  perché era entrato in città di notte. Quando il popolo  se ne accorse, in massa,  si recò a Cesarea  e per molti giorni lo supplicò  di trasferire altrove  le immagini.

Circa venti anni prima di scrivere Antichità Giudaiche, nel 74   Flavio  subito dopo la distruzione del Tempio,  aveva scritto in  Guerra giudaica precisando  che  Pilato aveva  inviato, senza andare a Gerusalemme di persona  e che lo sdegno  per l’offesa alle leggi ebraiche e la rabbia dei cittadini fecero accorrere in massa la gente del contado  e che tutti insiemi, recatisi in fretta a Cesarea  pregarono  di rimuovere le immagini e di rispettare le loro tradizioni  prosternati con la faccia a  terra,  intorno alla residenza del procuratore,  restando immobili per cinque giorni e cinque notti.

E’ chiaro, Marco, che Pilato invia le truppe con i busti secondo gli ordini di Seiano,  ma lui rimane in Cesarea mentre un suo legatus esegue.

Filone, che parla di un cambio di residenza nel 4O d.C., e di un suo insediamento nel Palazzo  gerosolomitano di Erode,  forse si riferisce ad un  altro avvenimento a noi sconosciuto, riportato da una fonte erodiana. Comunque, Pilato fa uno spostamento di castra, strano, perché in iudaea di solito  i legati chiedono il contrario, cioè di  svernare dalle zone  fredde montuose in pianura in riva al mare o nella zona sottostante di Gerico, piuttosto calda, anche d’inverno!

A Cesarea, dunque, Pilato rifiuta  di accondiscendere alle richieste, ma,  vista la folla che ha  fatto un settantina di chilometri, circondare la sua abitazione, pur pacificamente, ed indire la solita contestazione di protesta silenziosa,  prosternata con la faccia a  terra, immobile per cinque giorni e cinque notti- ibidem 171-  motiva il suo rifiuto in questo modo:   se agisco diversamente reco oltraggio all’imperatore Ant. giud. XVIII, ibidem.

Professore, c’è una qualche contraddizione nelle  due versioni di Flavio, tra quella del 74 di Guerra giudaica e quella di Antichità Giudaiche  del 94. Infatti nella seconda Pilato  appare come uomo che venera  l’imperatore come dio mentre gli ebrei  venerano il loro dio unico! Pilato, invece, vuole dimostrare che, come lui anche il popolo ebraico deve sacrificare e venerare l’unico dio, l’imperatore, cosa impossibile  a dirsi prima della distruzione del Tempio, ma possibile a Tempio distrutto, in epoca domizianea!

Vuoi dire, Marco, che Flavio, sacerdote ellenizzato e romanizzato, cortigiano,   è entrato  in merito alla divinizzazione  di Caligola,  ripresa moderatamente da Vespasiano e Tito, che hanno distrutto il Tempio e che  ora, in epoca domizianea, riconosce  che uno solo è il dio, l’imperatore romano! Questo ti sembra di rilevare dall’ esame dei  due testi flaviani,  e per questo ritieni giusta la risoluzione di punire  da parte di Pilato gli ebrei, che  persistono nella loro  volontà di venerazione del proprio Dio, unico   e che  seguitano a  supplicarlo  … fino al sesto giorno,- fino cioè al giorno che precede il sabato- . Egli dispose le truppe in posizione di  attacco  e lui stesso andò sulla tribuna, che era stata costruita nello stadio per dissimulare la presenza dell’esercito,  che era in attesa di ordini… minacciando di punirli subito di morte  se non ponessero fine al tumulto e se non  tornassero nelle  loro località di partenza (Ibidem 58).

Pilato conosce la consueta scena ebraica del martirio di uomini che si gettano bocconi e  si denudano il collo e che affermano che di buon grado preferiscono la morte piuttosto che disobbedire alle prescrizioni della legge!.

Marco, in Guerra giudaica II 172-4,   Flavio mostra i giudei  pronti al martirio, a farsi massacrare,  persistenti  nel non accogliere le immagini di Cesare,  alla minaccia di sterminio di Pilato, assiso su un tribunale nel grande stadio / epi bhmatos en tooi  megalooi  stadiooi e chiarisce lo stratagemma del procuratore ex pretoriano.

Essendo stata convocata la folla come se  volesse dare loro una risposta, (Pilato)  fece ai soldati un segnale convenuto perché circondassero i giudei, in assetto di combattimento, per cui,  quelli, rinchiusi  da una schiera su tre file,  rimasero attoniti  a quella vista inattesa.

Marco, è questo il modo inerme di precedere ebraico, da tempo collaudato di fronte alla bia/violenza dei vincitori, armati!

Flavio  mostra nella sua narrazione  e in Guerra giudaica e in Antichità giudaiche il sistema della vittima, insegnato  dai farisei da decenni, opposto a quello  nuovo degli zeloti, di Giuda il Gaulanita, che risponde all’ oltraggio con oltraggio, al sangue con sangue!. Spesso negli ultimi decenni dietro al sistema vittimistico è nascosta la stasis  armata: all’indifeso  martire si sostituisce  lo zelota armato!

Ogni governatore di Iudaea e di Siria conosce questo metodo, che Flavio  falsamente  mostra come forma  che desta ammirazione, stupore e pietà  nei romani  che, invece, da militari, bollano e catalogano  come codardia, che cela  il fenomeno della resistenza armata  di bande di ladroni  aramaici, collegati con parenti parthici che vivono sui monti  e nelle zone di confine  ciseufraisiche e transeufrasiche, pronti a vendicare i fratelli, inermi, massacrati dai Romani!. 

Per ricordartelo  ti mostro, come ulteriore esempio,  quanto avviene nel 40  d.C. col governatore di Siria Petronio: gli ebrei, essendosi raccolti in una grande  pianura vicino Tolemaide,   con le mogli e coi  figli, per supplicare il governatore  per la salvaguardia della tradizione paterna e per la loro personale salute,  riescono con una preghiera collettiva e con lo spirito di remissione totale  a convincere Petronio, che lasciò tous andriantas  kai tas stratias/le statue e  gli eserciti  a Tolemaide, ed entrato in Galilea,  convocò il popolo e tutti i notabili di Tiberiade , dove parlò della potenza di Roma  e delle minacce di Cesare  per dimostrare che la loro richiesta era irragionevole/ thn acsioosin… agnoomona!

Il governatore aggiunge, infatti,  l’esempio di tutti gli altri popoli, soggetti/Upotetagmenoi, che  mettevano in ogni città, accanto alle statue degli altri dei,  anche la statua di Cesare e poi conclude mostrando di conoscere il modo di agire ebraicoIl fatto che  solo loro si opponessero  a questo uso  era una specie di ribellione  aggravata dall’offesa/to monous ekeinous antitassesthai pros touto skhedon aphistamenoon  einai kai metà ubreoos.!-ibidem194-

Per meglio confrontarlo con quello di Pilato, Marco,  ti mostro la risposta a Petronio degli ebrei  che adducevano la legge  e il costume patrio, secondo cui  non era lecito  collocare nemmeno  un’immagine  di dio  e tanto meno di un uomo, non solo nel tempio, ma neanche in qualunque luogo profano del paese!.

Ti preciso, allora,  anche il pensiero espresso dal governatore che sa bene che ormai da decenni si è convenuto che le insegne possono stare, fuori di Gerusalemme, dovunque, e  che lui, come i cives  giudei è suddito: devo anch’io osservare la legge del  mio padrone tou mou despotou; se io la calpesto  e vi risparmio,  giustamente, sarò messo a morte! Chi mi manda,  non io, vi farà guerra; anche io, come voi, devo obbedire!

Professore so come finisce la questione tra giudei e Petronio perché lei ce lo ha mostrato in Giudaismo romano II -e boolk Narcissus, cit.- evidenziando l‘humanitas del governatore ma anche la  perfidia giudaica, che cela sotto il martirio, la volontà di fare guerra a Cesare.

 Lei, comunque,  mi vuole ricordare che  Polemeesete…ara Kaisari;/farete guerra a Cesare?   è la domanda retorica  posta da Petronio ai giudei, sottesa già circa 10 anni  prima, al tempo di  Pilato obbediente al suo despoths Seiano, che ha coscienza di una prossima guerra polemos – cancellata dalla tradizione umilistica cristiana  del Gesù vittima, agnello sacrificale-.

Infatti, Marco, nel 40  i giudei rispondono alla domanda del governatore: noi sacrifichiamo due volte al giorno per Cesare e per il popolo romano,  ma se lui vuole far collocare le sue statue nel tempio,  deve prima sacrificare  tutto intero il popolo giudaico; insieme con le mogli  e coi figli essi  si sarebbero offerti  alla strage!. -ibidem197.  

Petronio, allora,   ritira le  truppe perché è cosciente della presenza  di un  popolo  aramaico, affiancato dagli  zeloti, anche se ora sono privi dell’assistenza militare dei parthi, vincolati dal recente trattato di Zeugma a non intervenire dopo la loro sconfitta ad opera di Vitellio e la fine dell’idea messianica!.

A questo punto, Professore, mi chiedo se  il comportamento di Pilato sia il medesimo o  diverso   durante la vita di Seiano sotto il governatorato di  Pomponio,  e  se sia del tutto cambiato sotto quello di Lucio Vitellio, un  filogiulio, legato da vincoli politici e economici ad Antonia Minore,  con Valerio Asiatico e Vinuciano, mentre concordo con lei che nel suo discorso sottende  che il ritiro delle  truppe e la millantata philantropia petroniana  sono  una copertura   per una giustificazione  futura di un governatore, astuto, che ha rapporti coi congiurati giudaici a Roma,  che già hanno dato assicurazioni  segrete sulla volontà di uccidere il sovrano-Dio!

Marco, la tua  richiesta sul comportamento di Pilato sotto Pomponio e Vitellio  è  prova  che non  ti è  chiara la situazione romana, né quella della provincia di Siria  – specie di Giudea, dove si è  costituito   il Regno di cieli   tra la  Pasqua del 32 e la Pasqua del 36,- quando a Roma  il comando dell’impero è ripreso da Tiberio dopo la denuncia di Antonia, tramite Cenide, poi comprovata dalla confessione in processo di Apicata, ex moglie di Seiano, circa la tresca amorosa del pretoriano con Livilla, con qualche illazione sulla nascita dei due gemelli, suoi nipoti!.

Tiberio, ora, che conosce  la verità sulla morte di Druso, fatto morire Seiano, grazie alla  collaborazione di Macrone, accertata la veridicità del racconto di Apicata, torturata,  fattala giustiziare con tutta la sua famiglia, compresa la figlia vergine, inquisiti amici e parenti di Seiano,   manda  lettere  a Pomponio e a Pilato,  quando già  a Gerusalemme, sta avvenendo  la stasis  aramaica messianica, mentre affida la nuora infedele alla madre Antonia, nota come donna di costumi integerrimi, che la fa morire di inedia, rinchiudendola nella sua  casa, mentre forse già è stato soppresso, a Ponza, Nerone Cesare,  dando, comunque,  mandato ancora di persecuzione al nuovo capo del pretorio, in senso antigiulio, tenendo  accanto a sé, come ostaggio, l’ultimo dei figli  maschi  di Germanico- precedentemente sotto il controllo della madre, Augusta Livia-  col proposito forse  di affiancarlo a suo nipote  Tiberio Gemello,  educati ambedue da comuni maestri, a Capri, interpretando  il decreto augusteo sulla successione come alternanza e non come precedenza  tra i due rami  imperiali. Non so se ricordi che Macrone  si avvicina, poco  dopo,  a Caligola,  astro nascente, ai  Giuli e ad Antonia, che ha ancora intatto il potere politico su molti uomini legati alla memoria di suo figlio Germanico, preoccupata  apparentemente del suo impero finanziario ed economico, rimasta a Roma,  da dove senza minimamente intralciare l’operato dell’imperatore caprino,  manovra  il senato, anche se non allevia le sofferenze di Druso Cesare imprigionato sul Palatino e nemmeno  quello di Agrippina a Ventotene – maltrattata dal centurione  e quasi accecata! – che vanno ambedue  a morte  all’incirca due anni dopo la morte di Seiano.

Ricordo bene, Professore. Comunque, lei, sottendendo il Regnum del Christos a Gerusalemme,   pensa che Pilato sia a Cesarea Marittima,  protetto  dalla  flotta, agli ordini di Capitone e di  Pomponio Flacco – fino alla sua morte, forse, agli inizi dell’anno 34!- e che  vi rimanga fino all’arrivo di  Lucio  Vitellio, nuovo governatore di Siria con un duplice mandato secondo Antichità giudaiche -ibidem 120,- uno  di fare guerra  ad Artabano III  ed uno contro Areta IV, – reo di aver combattuto senza ordine romano, contro Erode Antipa e di averlo vinto,- con un preciso comando,  quello di marciare contro di lui e di inviarglielo in catene, qualora lo catturasse vivo, e se morto,  di mandargli la testa-   ibidem 115-.

Professore,  dalle fonti in nostro possesso ( Svetonio,  Tiberio LIV; Tacito, Annales  VI, 25; Dione Cassio, Storie, LVIII,11.9) oltre a Flavio, il mandato di Vitellio  sottende che Pilato- non esercitando più la sua funzione prefettizia-   come militare debba essere al  servitium del suo superiore, specie nella  seconda spedizione  contro Areta   al momento dell’occupazione di Tolemaide, città che è presso la grande Pianura in territorio samaritano?

Certo Marco! Pilato deve far parte  con i suoi milites  delle  due legioni di fanteria pesante e leggera e dei reparti di  cavalleria  annessa a loro come ausiliaria -cfr Ant giud., XVIII, 120.- Ti faccio notare, amico, a questo punto,   che in Guerra Giudaica, libro II  non c’è alcun cenno dell’impresa di Lucio Vitellio, anche se poi parla del figlio Aulo Vitellio dettagliatamente, nel IV libro (495,546-547,549, 586,588, 594, 596,  598, 606, 619, 631,633-634, 636, 638, 641, 643, 647, 649-651, 654-655).

Mi è sfuggito questo dato, professore. Strano!

Non è affatto strano, Marco, che nel 74  non si parli di Lucio VitellIo!: ai flavi non piace affatto dare il titolo di storico ufficiale ad uno  che loda l’impresa giudaica del padre di Aulo Vitellio- imperatore dall’aprile a dicembre del 69, loro nemico ed uccisore di Sabino, fratello di Vespasiano!-I flavi impongono di  tacere dell’impresa parthica e della pacificazione giudaica successiva! Il silenzio dei flavi, poi, è utile ai cristiani che eliminano la vicenda del Christos.

Quanto è difficile fare storia, professore!. Troppi silenzi sono imposti dai vincitori agli storici!

Marco, noi dobbiamo pensare che Pilato  ora segua  Lucio Vitellio e che  sia  a fianco di Erode Antipa,  con cui sale a Gerusalemme, dopo aver fatto la strage dei samaritani che  forse  tenevano ancora Tolemaide,  dopo il Malkuth – a cui avevano aderito -.

Mi sembra di aver chiarito  molte cose, professore! Riassumo. Dunque, Tiberio, liberatosi dei  nemici interni, riprende la politica orientale in opposizione  alle pretese  sull’Armenia,-dove Artabano ha posto come re  suo figlio Arsace –   alle rivendicazioni  sulla choora  della Siria, della  fascia mediterranea, della Celesiria e Fenicia, come patrimonio degli achemenidi e dei seleucidi, in una volontà di stroncare i collegamenti tra  i giudei aramaici  di Iudaea, promotori del malkuth celeste / il regno dei cieli e i giudei parthici  e la coalizione antiromana  di Areta IV col re dei re, avendo, inoltre, timore di altre sommosse locali – Flavio XVIII,96-.

Marco, ti faccio,  infine,  notare  che Vitellio ha avuto un mandato difficile più  arduo di quello di Petronio,  che deve reprimere  una rivolta, causata solo dalla volontà di Caligola di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme,  che, comunque risulta  massima provocazione  per il giudaismo messianico,  già sconfitto !

Per noi, Marco, quanto scrive Flavio poi da 96 a 119  riguarda il tempo degli   avvenimenti del  Malkuth ha shemaim, quelli  dei cinque anni del regno di Jehoshua,  epoca da tutti gli storici ritenuta  di inerzia  assoluta dell’imperatore romano, che invece fa una politica nuova orientale tramite Macrone e Caligola,  in cui Tiberio – pur rimanendo a Capri-   ancora  sta facendo le epurazioni in Roma e in Italia  inquisendo seguaci, amici e parenti di Seiano ucciso,  compreso Giunio Bleso, richiamato dopo la vittoria su Tacfarinate. Comunque, Marco, alcuni vecchi storici sembrano concordare con me circa  la confusione cronologica  di Flavio e di Tacito, –  A. Garzetti      (La Data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio  legato di Siria in ” Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni “vol. I, 1956, pp211-229,)  e  L’impero da Tiberio agli antonini, Bologna, Cappelli 1960, – es altri,stranieri,   cominciano ad affrontare  storicamente il contributo reale di Lucio Vitellio, per ovvi motivi stroncato dalla dinastia  Flavia  -cfr.J.P.Lémonon, Ponce Pilate, edAtelier,2007-.

Quindi, professore,  il suo giudizio sull’ultimo atto di Pilato  è in relazione alla figura di Vitellio, un legatus  romano  amato dagli ebrei  ritenuto un benefattore specie dall’elemento sacerdotale ed erodiano, anche se ha distrutto il Regno dei Cieli?

La condanna di Pilato all’esilio è da connettersi col mandato di Vitellio, che conclude la sua missione  antiarsacide  tra  il tripudio dei gerosolomitani  e con la punizione dei samaritani,  azioni, però, non addebitate al governatore  di Siria,  ma al prefetto di Giudea ex seianeo, capro espiatorio della situazione.

Ho pensato  a questa  soluzione  quando scrivevo Vita sublime di G. Cesare Germanico Caligola e.book  Narcissus 2016,  che è testo eguale a  Caligola il sublime 2008 con la premessa di  Per una datazione di  Consolatio ad Marciam di Seneca, in cui individuo in  Erode Agrippa il vero capo di un gruppo di congiurati che, però, sono prevenuti dai pretoriani che, temendo la partenza di Caligola  per Alessandria, nuova capitale, avendo di timore  di perdere la liquidazione,  lo uccidono! Allora ho ritenuto il povero Pilato come condannato per la sua reintegrazione. nel corso già di una  nuova politica caligoliana, nella sua carica  prefettizia,  a subire la malevolenza giudaica samaritana, perché  bollato come crudele seianeo!  ed allora ho rilevato meglio la figura di Petronio Turpiliano, confrontato col suo predecessore Vitellio, che avendo inaugurato una nuova politica nei confronti del giudaismo vinto, è esemplare per il successore!

Per me, Marco, ripeto,  Petronio  che mostra  thauma kai oiktos/ammirazione e pietà  per lo zelo religioso dei giudei e che,  senza decidere niente,  li licenzia, da una parte è funzionario in linea col comportamento di Vitellio accondiscendente verso i giudei, remissivi ed imploranti, e da un’altra  è  vir sospetto! Petronio non è  un praefectus tiberiano e caligoliano che fa sempre  il suo dovere  e spietatamente  esegue, fedele al suo imperatore! uno che agisce disobbedendo agli ordini ricevuti  e tergiversa,  chiaramente è un traditore, collegato con uno dei tanti gruppi di congiurati, dissidenti e contrari al riformismo di Gaio- già deciso ad invadere il territorio parthico e a fare una  preventiva deportazione o un  eccidio dei giudei-!

Erode Agrippa,  tetrarca, allora, a Roma, a corte,  centrale in questa congiura, è l’anello di congiunzione tra  i dissidenti romani e i rivoltosi pacifici  giudaici, tra cui  Aristobulo, che consigliano a Tiberiade,  la strategia di tergiversare e di inviare una lettera a Gaio! Infatti  il governatore di Siria  fa ogni azione secondo legge, da politikos: organizza colloqui coi maggiorenti di Tiberiade, sudditi ora di Erode Agrippa, fa pubbliche adunanze popolari in cui manifesta la potenza militare di Roma e di Gaio, specie quando si rende conto che  i giudei, inoperosi da cinquanta giorni,  non hanno seminato e perciò non possono pagare il tributo.

Inoltre il governatore  mostrando di temere i collegamenti tra giudei e i parthi- che sono della  stessa etnia, lingua e religione- quando  già Caligola ha deciso il bellum parthicum, da iniziare  subito dopo l’insediamento nella nuova capitale di Alessandria, per  dirigere da lì le operazioni belliche,   aumenta i sospetti  di collusione con chi, come Agrippa,  non vuole né la profanazione del Tempio né  una tale guerra contro i fratelli aramaici. Infine mi sembra  strano il discorso (di un magistrato, suddito nei confronti del despoths, suo signore-dio,  lui legatus all’ imperator,) che io  ho tradotto lettera, in discorso diretto,  più efficace rispetto a  quello indiretto:  se vuoi perdere, oltre agli uomini, anche la regione, conviene non violare  la loro legge e far cadere l’ordine dato/ ei mh bouletai pros  tois andrasin  kai thn khooran apolésai, deoi phulattein te autois  ton nomonkai parienai to prostagma!.

Un governatore così può parlare a Caligola?! Impossibile!.Neanche sono parole pensabili da un governatore  tiberiano e  caligoliano, cioè di un una creatura  umana che parla  col suo Dio, di un suddito col suo autokratoor divino, legge vivente, di un legatus col suo imperator!

Ridicola in un tale contesto è la  decisione: preferisco correre il rischio/parakindineuton emoi  mallon! Ancora più sciocco e non praticabile il pensiero successivoh gar tou theou sunergountos  peisas Kaisara sootheesomai met’umoon hdeoosh parocsunthentos uper tosoutoon etoimoos epidoosoothn emautou psuchhn /o  infatti con l’aiuto di dio convincerò Cesare  ed avrò la gioia  di essere salvo  insieme con voi  oppure, se si adirerà, sarà pronto a dare la vita  per un così gran numero di persone!. 

Marco, io penso che solo un traditore filogiudaico, connesso ai circoli anticaligoliani della capitale e coi pretoriani già esautorati e sostituiti coi germani, può seguire il consiglio di Aristobulo, fratello di Agrippa, di Elchia, capo della cavalleria del tetrarca di Galilea e Perea  e di Iturea,  e di un  misterioso Anziano- Flavio, Ant. Giud.,  XVIII 263-288-

Professore condivido il suo pensiero, specie in relazione all’ordine divino di  Gaio di porre la sua statua /colosso entro il tempio di Gerusalemme,-simbolo concreto per la  tradizione, giudaica, di una comunicazione tra dio e il suo popolo eletto-! Professore, perciò io penso  che se questo- la profanazione templare!- accade 10 anni dopo  l’azione di Pilato,  che, invece, conosce  i movimenti già palesi  della ideologia messianica ed esegue conformemente gli ordini di Seiano, assume altro valore rispetto  a quanto poi  detto dai Cristiani, che santificano perfino  l’uomo sotto cui patì il signore,  vedendolo come strumento di Dio,  necessario per la umana  redenzione!  Sto comprendendo bene la lezione ?!

Certo, Marco, Sei Bravo!  Roma già dieci anni prima voleva  applicare con Seiano il piano così crudele di  sterminio di un popolo! -Flavio, Guer.Giud.II,197-

Quindi, professore, devo pensare che una cosa è l’azione di repressione seianea in epoca  Tiberiana  ed una  quella  petroniana in epoca caligoliana, dopo l’eccidio alessandrino,  anche se l’autore  flavio usa gli stessi termini per indicare il comune stupore e meraviglia di fronte alla pietas di un popol,o che preferisce la morte alla vita, per la tradizione patria,  specie se si considera l‘animus occidentale e  lo sberleffo con scorregge  e con altre  villanie  del centurione Celere-(Cfr. Guer. Giud., II, 224-25 ), condannato poi da Claudio, dopo un processo a Roma e dopo il ritorno a Gerusalemme  a morire, costretto a  passare tra la folla di giudei inferociti per l’offesa volgare al Tempio-  ibidem 231.

Claudio dava soddisfazione al popolo giudaico,  facendo punire il colpevole  reo di aver scoperto il deredano e di scorreggiare mentre faceva il servizio di guardia dall’ alto della torre Antonia, facendo sorgere una  sedizione che era costata la morte di 30.000 persone, chi per la ressa, chi per la spada dei soldati romani, in Gerusalemme,  durante la festa degli Azimi!

Dunque, Marco, bisogna fare distinzioni e capire che  Pilato non si trova nella condizione di  Cumano,  quindici anni dopo, inquisito dal suo superiore Ummidio Quadrato, governatore di Siria! Pilato ha il pieno appoggio di Seiano e  la sua condotta provocatoria  è accettata grosso modo da Pomponio  per cui la sua  meraviglia di fronte allo spettacolo di una rappresentazione  di un così intenso spirito religiosouperthaumass to ths deisidaimonias akraton, pur considerata massima da  Flavio, non è reale, ma è una forma letteraria, un topos della pietas giudaica per la romanitas,  degli scribi  ellenistici che traducono il testo aramaico del sacerdote ebraico!

Lei, professore, non  concede che Pilato faccia la successiva operazione di ritirare le truppe e di farle tornare con le semaia a Cesarea  perché impressionato  da tale manifestazione sacerdotale  giudaica!  Pilato è un militare di professione  – lo stesso  soprannome lo dichiara-   che sa di focolai accesi per la Idumea e  per la  Giudea oltre  ai tradimenti samaritani, ora attirati dai  galilei aramaici e peraici della  tetrarchia di Erode Antipa, all’idea messianica  e  quindi è un prefetto prudente  che ritiene opportuno non insistere nella  provocazione in quanto conosce  la connessione  tra samaritani e  galilei, avvenuta  in relazione al divorzio tra Erode e la figlia di Areta e all’arrivo di Erodiade e agli anathemi dei farisei e di Giovanni-  e forse di Gesù – per le nozze incestuose tra zio e nipote. Il ritiro di truppe è una strategia militare di  prudente cunctatio/ temporeggiare  per trovare un’altra soluzione che faccia esplodere l’ insofferenza ebraica  ed autorizzi  l’intervento delle legioni romane  in modo drastico e risolutivo!.

Professore, per lei Pilato ha dato  prima la lezione ai giudei – io come voi, come sudditi, obbediamo all’imperatore, l’unico comune dio! –  e poi senza fare altri interventi, ha portato via le insegne imperiali indesiderate e le ha ricondotte  a Cesarea, secondo gli ordini ricevuti anche se avrebbe voluto personalmente fare diversamente. Infatti in altri tempi lei  ha scritto che  obbedire all’ordine di Seiano era rischiosissimo, essendo conosciuto lo spirito  giudaico e considerato il rapporto tra giudaismo e Gerusalemme: era come interrompere una manifestazione diretta della comunicazione umano-divina  di un popolo col suo Dio sul monte del Tempio, una profanazione con la volontà di provocazione di una stasis/rivolta (Jehoshua o Iesous?,cit.) in un momento in cui si stavano unendo le due anime giudaiche quella aramaica e quella ellenistica, in quanto il popolo seguiva le direttive sadducee  e le loro richieste  di autonomia, perché sdegnati coi romani  che li avevano privati dei loro specifici poteri di propria elezione pontificale e di custodia della  stola,  ora tenuta  sulla Torre Antonia, da un phrourarchos/comandante di presidio. PiIato  conosce inoltre,  il fanatismo integralista dei farisei. che hanno il sicuro supporto armato dei zeloti  ed è incerto sulla condotta   degli erodiani, giuli, che comunicano  con lettere e con corrieri ogni accaduto in Gerusalemme  al governatore di  Siria ( e quindi l’imperatore), informandolo delle sue azioni.

Infatti,  secondo Filone, Tiberio,  conosciuto  che, con la sua azione,  ha provocato  novitas /  tolmatos  kainourgethentos,  in Gerusalemme città santa, è  adiratissimo/barumesis  – Legatio ad Gaium 304/5-. Nella lettera del 40, scritta da Erode Agrippa a Caligola  si dice, in riferimento a questo o ad altro avvenimento, che quattro erodiani denunciano all’epoca  la politica di Seiano e la novitas  di Pilato che provocano la reazione popolare giudaica. Ciò spiega il comportamento di  Tiberio   che ordina  a Pomponio direttamente di far  ritirare le truppe di Pilato  a Cesarea  e a fare  ristabilire il prefetto  nella sede assegnata,  lasciando il palazzo di Erode gerosolomitano, dove si era insediato per dirigere le operazioni antigiudaiche!.

Insomma, Marco,  Pilato più che turbato dalla volontà di martirio giudaico è costretto a ritirarsi  da  un superiore ordine del governatore di Siria che  conosce  meglio di lui il fanatismo giudaico!.

Professore, mi sembra di aver capito  bene la lezione su questa prima  operazione di  Pilato. Mi dica, ora, la seconda.

Marco,  questa è operazione ancora più grave perché Pilato  non solo turba gli equilibri  territoriali e cittadini, ma anche quelli  templari perché, facendo lavori che interessano il tempio, deve pagare gli operai  qainiti, che hanno costruito l’acquedotto, che va dalla zona di Betlemme fino al Tempio, collegando varie sorgenti.

Non capisco il male fatto da Pilato? Anzi mi sembra opera encomiabile, propria di un  prefetto che porta il contributo della scienza romana a vantaggio dei giudei  e quindi  risulta un colonizzatore benefico!

Tu, cristiano,  a distanza di secoli, senza entrare in situazione,   superficialmente leggi l’opera di Pilato come un beneficio per una  popolazione  barbaricamente attardata,  e  non rilevi, come un aramaico, la profanazione del luogo santo intorno a Sion, fatta con operai  che costruiscono un acquedotto romano, in cui è chiara la manus di Roma con la  maestosità  monumentale, opposta a quella religiosa templare. Inoltre neanche rilevi l’illeicità del pagamento di Pilato, che non paga di tasca propria con  denarii del fisco imperiale– neanche la moneta con  l’effigie dell’imperatore può circolare in città!–  romani,  ma col Karbonas, il sacro tesoro del tempio, destinato alle vedove e  ai bisognosi.

Marco,  come giudicheresti un parroco che prende le elemosine e le intasca quotidianamente  per comprare una villa per i nipoti o un governatore italiano eritreo che saccheggia un santuario per fare regali alla moglie o uno inglese che deruba le perle di Shiva per regalarle alla figlia?!

Capisco! ora capisco, professore! E’ un sacrilegio! Insopportabile per un popolo soggetto, analfabeta, sobillato dal sacerdozio!

Seguiamo, Marco, per meglio entrare in merito,  il testo di Flavio (Ant. Giud.,XVIII ,60-62) che tratta della  canalizzazione dell’acqua, un fatto  riportato  anche da Guerra giudaica (II, 175-177), che divergono di poco e  solo nella lunghezza di 200  stadi o di 400  (Guerra Giudaica) ed indicano chiaramente il tempo di epoca seianea  e forse proprio del 30-31 d.C. quando il pretoriano essendo  all’apice della sua fortuna (Caligola il sublime, cit.), approva la dura repressione: Infatti la folla ribolliva di sdegno ed una volta che Pilato si trovava a  Gerusalemme ne circondò il tribunale schiamazzando -era numerosa!- chiedendo  di desistere dall’impresa, unendo insulti e ingiurie  e villanie tanto che il prefetto, che aveva previsto il tumulto, aveva sparpagliato  fra la folla soldati  armati, vestiti  in abiti civili,  con l’ordine  di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti. Perciò ad un certo punto, diede il segnale.

Professore, questa particolare strategia  è tipica dei pretoriani a Roma  già nel 19! Questa  le ha fatto pensare ad un Pilato  ex pretoriano, abile  a mimetizzare i suoi milites tra la folla in abiti civili?

Questo ed altro mi hanno indirizzato a connotare Pilato come pretoriano, abituato ad operazioni segrete specie nel periodo dell’espulsione ebraica da Roma:  travestirsi, infiltrarsi, agire in relazione ad altre spie, coordinate per una  comune azione  sono espedienti  che richiedono tempismo e esercizio – non sono azioni che si apprendono   in un giorno!- che i giudei mostrano in seguito di aver appreso anche loro   nel periodo della procura di Felice uccidendo in Gerusalemme i soldati schierati di guardia a postazioni,  come sicari, zeloti in abiti comuni ebraici armati di sica !

Professore , che succede al segnale convenuto di Pilato?

Accade che all’attacco improvviso  i soldati  picchiano i dimostranti  e il popolo impaurito, fa ressa tanto  che  molti vengono uccisi mentre altri, spaventati, spingendosi tra  loro e calpestandosi muoiono  durante il fuggi fuggi!

Flavio mostra a conclusione uno spettrale silenzio /to pleethos esiophsen/  la folla  ammutolì!

La folla in silenzio sfolla , cedendo alla bia  di Pilato, convinta della irregolarità ed ingiustizia romana! Più che l’altra azione questa fa arrabbiare Tiberio! la scena finale con tanti morti a terra  col silenzio di morte!

Per i giudei dunque, professore,  Pilato non doveva toccare le fonti  che alimentavano  il tempio e non poteva pagare servendosi delle entrate sacre templari!

Marco, dovere di un aramaico è morire pur di far rispettare la legge mosaica che considera intoccabile il Karbonas e che impone la protezione dell’area sacra, dove alita lo spirito di Dio!

Ho capito anche questo, professore!. Devo chiedere, però,  se l’accusa a Pilato   è solo da parte aramaica o da parte ellenistica, che è costituita da sadducei ellenizzati e romanizzati da due secoli e quindi aperti alla industrializzazione e al progresso?

Marco, rifletti! Il clima è già messianico nel trenta  –  c’è l’Avvento del Signore!- e quindi certamente domina lo spirito  di una supremazia della pars aramaica, popolare,  anche in Gerusalemme, su quella nobiliare sacerdotale ed erodiana, che concordano ed accettano il beneficio dell’acquedotto, ma condannano il latrocinio  del tesoro templare per il pagamento dell’opera romana, per cui  si avvicinano ai fratelli tumultuanti !

Bene professore! lei ci ha spiegato il valore dello stadio atticoalessandrino di circa 177,60 metri  e quindi, facendo  i conti, Pilato costruisce  un acquedotto di circa 200-400 stadi, equivalenti a km. oscillanti tra 35,52 e 71,04, mentre la distanza tra le due città non supera i 10 km!

Lo storico dà due diverse  misure  per equiparare forse l’acquedotto ebraico a quelli italici, spagnoli e gallici, avendo vaghe notizie circa il gradiente, ipotizzato  e raccomandato da Vitruvio (De architettura, libro X) o da Frontino  (De aquae ductu)?. Flavio è un sacerdote birbone, un  militare che si occupa di tutto anche di acquedotti  e forse per questo dà due misure sapendo che gli idraulici raccomandano la misura di O,34 per 1000 metri, per cui con duecento stadi già si supera l’indice di Vitruvio, in quanto dopo  5 km si  degrada 17 metri e dopo 10  di 34 metri e dopo 20 di 68, dopo 40  di134 m, cosa  non compatibile nemmeno con quello del Serino!

Le due misure, rispettivamente  superano ampiamente i parametri in relazione alla differenza di altezza della zona sorgentizia betlemita  e di quella gerosolomitana.

Marco, tu sei ingegnere e comprendi meglio di mei – io non ho competenza specifica, anche se ho fatto opere murarie e sono figlio di un fontaniere che faceva ad occhio e parlava di ‘ngannata/  all’incirca, operando alla meglio, provviso-riamenteIl giudeo Flavio, campanilista e apologetico,  fa di queste sparate forse per avvicinare questo acquedotto, opera di Pilato,  di cui,  secondo archeologi ebraici, ci sono ancora tracce nella zona montuosa tra le due città, a quello italico, augusteo!  L’ ebreo vuole fare paragoni forse con quello di Serino, fatto da Agrippa nel 33 a C, per approvvigionare la classis misenensis, dopo  un percorso di 96 km.

Professore,  i vangeli parlano di  Betsetha, di Siloe  e di altre piscine, gerosolomitane mentre la Bibbia parla di Salomone (VIII,186)  delle sue vasche,  all’incirca,  nella zona di  Betlemme!. Cosa pensa  in effetti del lavoro del sannita  Pilato?

Marco, la descrizione di Flavio,  non è  sempre  attendibile; comunque, ti posso solo dire  che né Salomone, che, pur aveva fatto condutture di acque per il tempio,   provvide a rifornire la città di acqua e nemmeno Erode lo fece, che pur pensò ad un rifornimento per Herodion.

So  da  Luigi Moraldi, Antichità giudaiche, volume II,  nota 24 del libro XVIII, 60 , che l‘acquedotto prendeva inizio  a 3 km a sud di Betlemme e  faceva un lungo tragitto – Ain Arrub, Techoah , Betlemme,  Sur Bahir – e portava l’acqua  a Gerusalemme  e che fu restaurato più volte  e solo nel 1918  sostituito con tubi !-pag.1115-

Marco, sappi che la zona di partenza dell’acquedotto  vicino a Betlemme si trova  in una regione montuosa, che è un altopiano  di una  trentina di metri più in alto di Gerusalemme – zona di  Betsetha,  che, all’epoca  di Gesù, era il punto più alto, dove erano  le sorgenti di acqua, a  754 metri,  rispetto a quelli di Ain Etan a metri 783!. Lo storico non ci dice, comunque, il tragitto effettivo  ed è vago  circa le la presenza di condutture in Gerusalemme, per cui il tracciato delle condutture potrebbe essere di molto più lungo rispetto alle attuali distanze tra le due città e il gradiente potrebbe rientrare nella norma romana degli acquedotti.

Professore,  anche se non si può  rilevare il sistema gradiente in relazione  alla distanza effettiva del  luogo di arrivo rispetto a quello di partenza, si può forse dire che Pilato, conoscendo quello del  Serino- Acquedotto augusteo-  che parte da un’altezza di 376 metri del Terminio in Irpinia, un monte della catena dei Picentini, -ripristinato da Tiberio, che da Pozzuoli fa servire tutta la zona di Arco Felice e  dei Campi Flegrei per dirigere  le condutture  verso  Bacoli e Baia e la Piscina Mirabilis,- non segue i criteri  vigenti per un normale graduale scorrimento dell’acqua?

Forse Marco,! ma non è sicuro! Si sa solo che l’acquedotto augusteo servì anche per le condutture di acqua sul ponte di Caligola  -secondo Dione Cassio St.Rom., LIX 17,1-:  vi furono costruite anche stazioni di sosta ed anche alloggi con condutture di acqua corrente potabile ! (Cfr. Caligola il sublime cit.pag.148-)!.

Su questa seconda operazione, professore ho capito tutto-mi sembra-! Ora mi dica della terza, certamente avvenuta dopo il malkuth celeste, sotto la procura di Vitellio, in un altro contesto, in un’altra situazione a seguito di episodi  di guerriglia  per la Grande pianura tra samaritani e giudei e poi tra samaritani e Galilei.

Marco,  noi  delle operazioni fatte in Giudea da Pilato  conosciamo due  compiute prima della morte di Elio Seiano ed una contro i samaritani, datata nel corso dell’arrivo di Lucio Vitellio e della resa della città al vincitore di Artabano, accolto trionfalmente in Gerusalemme nel 36, anno della consegna e della crocifissione del nostro Gesù. Si pensa che tale azione venga fatta dopo la fine del Regnum del maran aramaico, quando Pilato può tornare in Gerusalemme, probabilmente a fianco del governatore di Siria suo superiore,  dal quale ha  forze per attaccare i samaritani, dopo la Pasqua e la crocifissione del Messia.

Da tale suddivisione di Flavio, sembra potersi rilevare l’organizzazione  generale originaria  dell’autore del  XVIII libro di Antichità Giudaiche, che predispone il racconto  della procura di Pilato, una parte prima dell ‘evento messianico ed un’altra dopo.

Infatti l’attuale divisione sul mandato di Pilato, esaminato  tra la descrizione dell’impresa dei busti imperiali- 55-59- e della costruzione di un acquedotto – 60-62 – e la punizione dei samaritani- 85-89  ingloba e il testimonium flavianum e l’episodio di Paolina e  quello della cacciata degli ebrei, scritti successivamente per riempire la porzione dedicata al Christos (63- 84)-.

Marco, Flavio ha parlato delle tribolazioni inflitte ai giudei  da Pilato ed ora aggiunge, come se non ci fosse altro, in mezzo,  quelle patite dai Samaritani.

Infatti scrive, riallacciandosi al discorso precedente sulle azioni  del procuratore – Antichità giudaiche  XVIII 61-.  Anche la nazione samaritana  non andò esente da simili mali – ibidem 85-

Professore, non sorprende che il sacerdote Flavio – ex governatore della Galilea, vinto da Vespasiano ad Iotapata e fatto prigioniero,  conoscitore della  rivalità  di lunga data tra Galilei e samaritani, per il passaggio più comodo per andare a Gerusalemme rispetto a quello  scomodo lungo il Giordano, acuita da Erode il grande e dai romani  che privilegiano Samaria /Sebaste e i suoi abitanti, militari filoromani, esplosa in seguito  in un contrasto armato sotto Cumano (Ant. giud.XX,118-136), settimo procuratore della Iudaea, dopo il sesto, l’ebreo  scismatico, apostata, Tiberio Alessandro,- subito dopo la fine del Regno dei cieli, mostri il mal governo di Pilato?

Marco , il  giudizio  di mal governo a Pilato (che prima con Seiano ha eseguito ordini e, poi, in assenza di potere,  ha operato conformemente alla volontà di Pomponio  e di Tiberio, senza  riuscire a far fronte ad una coalizione aramaica così forte come mai si era verificata- neanche  all’epoca di Antigono asmoneo  e dei tre capi  di un esercito  invasore  parthico di Orode nel 40 a.C. con Labieno,  Pacoro  e  Barzafane- ed infine ha svolto un’operazione di punizione contro i  samaritani, che probabilmente erano stati coinvolti nell’impresa messianica) sembra essere pesante per un procuratore che ha fatto il suo dovere,  a meno  che ci sia nascosto qualche episodio, noto a Lucio Vitellio, che poi fece relazione  e scrisse nelle sue Memporie/ upomnhmata  o noto  ad Erode Antipa  anche lui  zelante relatore del trattato di Zeugma  e dei fatti samaritani.

Il fatto che Pilato è inviato a Roma,  per discolparsi, da Vitellio,  mi pare che sottenda  una volontà di dare un capro espiatorio di un evento indesiderato dai romani,  giustificandolo con la repressione samaritana illegittima, ultimo atto ufficiale  del procuratore di Giudea!

Alla luce dei lettori della  relazione scritta,  Macrone e Caligola, c’è  l’oscuro  silenzio di Giuseppe Flavio in Guerra giudaica sull’impresa di Vitellio:  sembra  che il giudizio  negativo su Pilato abbia un’altra motivazione che può sottendere un fatto  come l’evento messianico, non proponibile da Flavio storico  ufficiale del soothr Vespasiano,  che scrive nel 74 il bellum iudaicum, da poco finito, con la presa di Masada, fortezza in cui  si manifesta  l’ ultima ed estrema eroica  resistenza ebraica.

Marco, secondo  me,  Roma ( Macrone e Caligola)  vuole ricucire, nel 36 d.C. dopo l’evento messianico,  lo strappo con i samaritani che erano stati fedeli con le truppe ausiliarie e con la popolazione  già dal tempo di Archelao in cui galilei e giudei combattevano contro  di loro  tanto che il re veniva accusato dalle ambascerie congiunte di entrambi i fronti, che ne chiesero l’esautorazione  e la ottennero (Guerra giudaica, II,112) il pretoiano e l’astro nascente giudicano,ora, il governo di Pilato e lo puniscono per premiare i samaritani da  utilizzare  forse come alleati nella prossima  guerra coi Parthi,

Caligola appena salito al potere pianifica l’invasione della Parthia destinata ad essere inglobata ed annessa, come  già aveva  preventivato Marco Antonio, il bisnonno del futuro imperatore!

Pilato, pur agendo  secondo legge,  pur andando  solo contro i riti samaritani, non contro giudei  e samaritani che si azzuffano per  motivi religiosi deve essere sacrificato alla nuova politica del nuovo sovrano!.   I samaritani,  guidati da un goes, un ciarlatano definito uomo di menzogna, un demagogo   che, abituato ad imbrogliare la popolazione  dopo averla abbindolata, la guida in massa, al  Garizim, che per la loro tradizione è la montagna  sacra per antonomasia-  sono per Roma  caligoliana  ingiustamente puniti!- Ibidem 85-.

E’ chiaro che  Macrone e   Caligola sono indifferenti alla  cerimonia religiosa   che in un certo senso ricompatta i samaritani, turbati dal movimento messianico,  sul monte Garizim-  dove sarebbe stato mostrato  il vasellame sacro,  nascosto da Mosè-!. I romani  sanno bene che   anche i samaritani si nascondono dietro la pietas religiosa per fare  una rivolta, simile  a quella  del Christos   e perciò  sul Garizim si sarebbero riuniti uomini in armi  e popolo per andare numerosi sul monte- ibidem – Ai due gestori della  politica orientale nel 37, epoca del dell’esilio,  poco interessa se Pilato, ingannato dalla presenza dei militari,  secondo Flavio, li prevenne  occupando prima  di loro  la cima  con un distaccamento  di cavalleria e di soldati con armi pesanti  ed  affrontò quella gente  e in una breve mischia  in parte li uccise, in parte li mise in fuga, mentre prese molti come schiavi e  tra questi mise a morte i capi  più autorevoli – Ant. giud. XVIII,87-

Per loro conta solo  per il momento il ripristino della pax nella zona samaritano-galilaica ! E’ già pronto come  tetrarca, il fedele Erode Agrippa!

Flavio, comunque, tace sulla partecipazione di Vitellio all’impresa di Pilato : il silenzio conviene quando bisogna nascondere episodi non graditi ai vincitori flavi!

Comunque, Marco, Vitellio   è accolto di nuovo  con sommi onori in città che risulta pacificata- dopo la controrivoluzione sadducea ed erodiana, dopo il ripristino della fedeltà a Roma con la costituzione di un nuovo sinedrio,! Anzi, ora  dopo il favore del passaggio dell’esercito con le immagini  nel territorio samaritano, invece  che su quello giudaico,  per la guerra contro Areta,  il prefetto soggiorna riverito dal clero e dagli erodiani, nella città Santa,  avendo stabilito di  passare per la grande pianura/mega pedion.

Nota, amico, come Flavio  conosce bene il luogo, in Guerra giudaica, II 188, parlando di Petronio, descrivendo la città  di Tolemaide che  sorge  all’ingresso della grande pianura  ed è circondata da catene  di montagne: ad oriente,  a sessanta stadi di lunghezza dai monti della Galilea , a sud dal Carmelo   dista centoventi stadi,  a nord dai monti  più elevati che gli abitanti del luogo chiamano  scala dei Tiri e distano cento stadi.

L’ accusa dell’eccidio, fatto da Pilato,  al tribunale di Vitellio,  vincitore di Artabano, e ripristinatore della pax augusta romana in Gerusalemme,  da parte del sinedrio samaritano, che afferma che la  sosta a Turathua  era stata concertata  proprio  per sottarsi alla persecuzione di Pilato- ibidem- che forse li  voleva punire per l’aiuto dato al messia galilaico- non è credibile!.

Perché? professore

i Samaritani non sono più  fedeli ed hanno anche loro motivo di  odio contro la rapacità dei pubblicani – non essendo più esentati da tasse e tributi!-e contro la giustizia romana sommaria!

Noi abbiamo maturato da tempo l‘idea che  combacia e si sposa bene con  la  volontà  dei samaritani– uomini  sempre fedeli sotto Tiberio,  anche se legati  ai giulii   e ad Antonia, che ha all’epoca al suo servizio anche Valerio  Asiatico e  Lucio Vitellio(legati  ancora alla memoria dell’Augusta   in epoca di Claudio)- ormai  convinti di essere accomunati  ai giudei  e di doverne  seguire  la stessa sorte.

Flavio nel 74 ormai non distingue tra le varie popolazioni della  zona  ostili a Roma  e non  facendo cenno alcuno dell’impresa di Vitellio, troppo preso nell’ upourgia  discorso celebrativo dei flavi,  segue invece i vincitori che impongono il silenzio sui vitelliani. Marco, all’epoca , non è conveniente, ai fini di una ricerca  di una pacificazione allora in atto  tra i cives romani a Roma, parlare di Lucio Vitellio, senior, pater di Aulo Vitellio  quando un suo figlio Aulo Vitellio – fatto uccidere dopo la  seconda  battaglia di Bedriaco, insieme al fratello minore Lucio Vitellio  iunior e i nipoti, per aver  decretato la propria rinuncia all’impero, davanti a Sabino fratello di Vespasiano, fatto poi massacrare  proditoriamente dalla plebaglia, ancora a lui favorevole- un generale, di grande valore e di pretigio politico,  capace di risolvere  contemporaneamente la guerra contro Artabano III  ed  annientare il sogno messianico  giudaico, ridando pax alla zona !

Pilato che torna a Roma , come colpevole,  sotto scorta,  risulta immagine  vecchia di una storia Tiberiana   mentre  Vitellio  che  sta per entrare con Erode Antipa  di nuovo  a Gerusalemme nella Pasqua del 37 festeggiato-   rimanendovi   tre giorni  durante i quali  depose il sommo sacerdote  Gionata  dal suo ufficio   e pose al suo posto  Teofilo figlio di Gionata  – è simbolo di una nuova età. quella saturnia del primo Caligola, neos Sebastos!

Infatti , per Flavio, nel quarto giorno  gli fu recapitata una lettera che lo informava  della morte di Tiberio:  egli allora indusse il popolo a giurare   obbedienza a Gaio  dopo aver richiamato l’esercito che marciava  contro Areta sospendendo l’impresa  poiché non c’erano  ordini diretti del nuovo imperatore. Ibidem 123-124.

Sembra, dunque, Marco,  che Vitellio con la seconda entrata in Gerusalemme  giustifica in parte la nostra  supposizione circa il malkuth debellato e la crocifissione  di Gesù,- dalla  quale era iniziato un rapporto amichevole tra Erode Antipa e Pilato, già inquisito,- anche se lo scrittore giudaico mostra ancora  la rivalità del tetrarca e di Areta IV ed anche quella  tra Erode Antipa  e l’epitropos di Siria, a seguito del trattato di Zeugma!.

Cosa era accaduto durante il trattato di Zeugma ?

Secondo Flavio (ibidem, 101-103)  Artabano e Vitellio si incontrarono sull’Eufrate  Si gettò un ponte  sul fiume  ed Artabano e Vitellio si  incontrarono in mezzo al fiume (c’era un isolotto!) ognuno  con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi il tetrarca Erode  diede  una festa  sotto una tenda  da lui innalzata  in mezzo al ponte  con grande spesa  E Artabano inviò suo figlio Dario a Tiberio come  ostaggio  con molti doni tra cui un uomo alto sette cubiti, di nome Eleazar,  che per l’enorme altezza era chiamato Gigante. I due poi tornarono  l’uno a Babilonia  e l’altro ad Antiochia.

Come Vitellio diventa nemico di Erode Antipa, pur essendo ambedue giulii?

Secondo Flavio,-ibidem- Erode desideroso di  essere il primo a comunicare  all’imperatore la notizia  che Artabano aveva dato gli ostaggi, scrisse una relazione  precisa e completa  e spedì corrieri con lettere che lo informassero esattamente e al governatore  non lasciò più nulla di nuovo da comunicare.

Vitellio, infuriato per l’azione fatta da  Erode,  che avrebbe dovuto dovuto rispettare il grado del governatore di Siria, essendo a lui gerarchicamente inferiore,  subì  l’offesa  di sentire dall’imperatore che i  suoi  dispacci erano arrivati tardi, rispetto a quelli di re Giudaico che l’aveva  informato di tutto puntualmente,  circa il trattato di Zeugma!

Professore,  Erode  Antipa “la volpe ” cominciava a temere un’inquisizione sulla sua tetrarchia e sul suo sistema di  governo, incapace di  frenare le istanze messianiche dei suoi galilei,  aramaici, e i loro pericolosi legami  con i  confratelli  parthici e con lo stesso Artabano!

La  fretta e superbia del tetrarca saranno poi fatali davanti a Caligola perché Vitellio nel 39 d. C. si schiera dalla parte di  Erode Agrippa e si vendica dell ‘offesa, recatagli,  convalidando le accuse del nipote  di mal governo della Galilea e della Perea,  della guerra con Areta  e dei contrasti tra il suo popolo e i samaritani.

Erode Antipa e Ponzio Pilato  finiscono ambedue in esilio ad opera di Caligola, Professore! Hanno,  comunque, un valore, ora,  differente dal giudizio della tradizione cristiana. Per me, professore, Pilato è un prefetto di stampo tiberiano, un pretoriano,  esecutore di ordini, non  uomo che si lava le mani, tirandosi fuori, da ignavo,  dai suoi compiti, ma un vir romano che ha potuto  fare  in parte il suo dovere prefettizio  perché capitato in Iudaea nel momento peggiore della storia, quando l’etnia giudaica  è sul punto di subire la massima  punizione, rinviata di un secolo, per la sua fides monoteistica!. Anche lui è una vittima!

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria.ia Einaudi 2016)

 

 

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma  tra storia e memoria. Einaudi 2016)

 

Ho letto il  suo libro – A. Schiavone Ponzio Pilato un enigma tra storia e memoria, Einaudi,2016 -.

E‘ un bel libro, ben scritto, piacevole a leggersi, una  buona ricerca personale, ma non certamente storica e nemmeno memoriale, per cui l’ enigma  Ponzio Pilato resta enigma! 

Il suo tentativo, dottore,  di fare storia naufraga   infrangendosi su uno scoglio seminascosto di  un periodo di 10 anni, poco noto, con pochi documenti, con un buco storico nelle fonti, che è certamente il momento più controverso e più critico dei 23 anni di Regno di Tiberio, perché segnato in Roma stessa da una lotta intestina tra il partito claudio e quello giulio, dopo la morte di Germanico e poi di quella del figlio Druso minore, acuita dal comportamento dell’imperatore, apparentemente rinunciatario al principato augusteo, ma di fatto interessato a cambiare a favore del nipote Tiberio Gemello, quanto stabilito da Augusto per una successione giulia: la volontaria  relegazione a Capri e la cura dell’lmpero, affidata ad Elio Seiano, capo del pretorio, non ben esaminati,  non possono chiarire l’ enigma di Pilato, figura non accuratamente studiata e compresa nei suoi legami con Seiano, noti solo a Filone di Alessandria (cfr. Legatio ad Gaium, E.book Narcissus 2012  e In Flaccum, Una strage ebraica in epoca caligoliana, E.book Narcissus 2011) difficili da comprendersi da uno storico  ambiguo, ebraico, di epoca Flavia, come Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XVIII E.book Narcissus, 2014, 55-62: 85-89;  e da La Guerra Giudaica  II,9.1/4  – Giovanni Vitucci, Fond. Mondadori 1974-).

Se è indecifrabile la situazione storica a Roma, capitale dell’impero, e in Italia, ancora più caotica e misteriosa  è quella dell‘imperium romano  provinciale, specie quella di Siria, rimasta per un quinquennio senza  capi,  a causa di una stasis/res novae, un rivoluzione accaduta  nella sottoprovincia siriaca di Iudaea, il cui capo Jehoshua Barnasha, Bar Iosip, proclamato Messia  dal popolo, dai farisei  e dagli esseni, sostenuto da una coalizione  aramaica, formata da Artabano III, arsacide re dei re, da Areta IV, re dei Nabatei, da Izate di Adiabene e figlio  di  Monobazo,  e da Asineo ed Anileo mesopotamici- cfr. Gesù  Christos  www.angelofilipponi.com – entra trionfante in Gerusalemme, la città santa,  ed è acclamato Messia senza che i romani  – Pomponio Flacco e Pilato, governatori della zona- tentino neanche la minima opposizione per frenare il movimento messianico, esploso con la morte di Elio Seiano il 18 ottobre 31 d.C.

Il silenzio della  Storia romano ellenistica e giudaico-ellenistica  diventa, poi, nel corso di un paio di secoli, memoria  giudaico-cristiana  di un’impresa fallita  e repressa violentemente, sulla base di una toledoth ebraica eroico-messianica,  e favola evangelica della costituzione di un Malkuth aramaico, divenuto nel corso della peste antonina  Regno di Dio, celeste,  predicato da un mastro, figlio di Dio, nato da una vergine, venuto sulla terra in epoca augusta tiberiana  a redimere il mondo dal peccato originale, a patire e   a morire  sotto Pilato, per  risorgere  dai morti, dopo tre giorni e salire al cielo alla destra del Padre,  dopo aver dato a Shimon Pietro  il mandato di fondare  la Chiesa cattolica  ed affidato ai discepoli /episkopoi e dioiketai regionali, l’evangelizzazione  del mondo, su una base greco ellenistica (cfr. Amici cristiani, perché diciamo  Credo? e.book Narcissus 2014,Ma , Gesù, chi veramente, sei stato? E book Narcissus 2013 ).

Il suo lavoro, dr. Aldo, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.) autorizza solo a rilevare lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano- cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com – che ribadisce che quanto scritto sulla croce- I.N.R.I in triplice lingua -non deve essere cambiato.

 O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis)-  non induce lei, studioso di diritto, a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un  aramaico giudeo di Galilea Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Lei avrebbe, allora, potuto  scoprire  la presenza di due fazioni giudaiche di cultura e lingua diversa con un credo unitario, comunque, in un solo Dio: aramaici giudaici filoparthici e giudei ellenistici filoromani, agricoli e morti di fame i primi, commerciali e ricchi i secondi.

Dunque lei,  studioso autorevole, avrebbe potuto indicare  storicamente e contestualizzare  il clima del Regno di cieli messianico, protetto da Artabano III e da Areta IV, e rilevare  il significato della rivolta samaritana, a seguito della morte del Messia e il successivo pogrom giudaico alessandrino di epoca caligoliana, all’atto della deificazione di Drusilla Panthea !.

Perciò,  per lei -come per altri storici italiani e scrittori stranieri  autorevoli, di successo-  la figura di Pilato rimane enigmatica perché non si conosce la sua funzione di uomo di Seiano,  di un ex pretoriano un  eques politico, inviato per provocare i giudei alla rivolta, per dare a Roma la possibilità di estirpare il cancro giudaico integralista aramaico e per abbattere il potere economico finanziario ellenistico, oniade (i discendenti di Onia IV, creatore già nel II secolo a.C. di un sistema ebraico trapezitario e commerciale, perfetto, nel corso del Regno lagide).

Chiaramente lei, come autore tradizionale – non impegnato come laico  in difesa del laos contro il cleros legge cristianamente i fatti e ha una conoscenza generica della storia giudaica, segnata da una guerra antiromana di 200 anni,  dal 63 av. C al 135 d.C. , chiusa con la galuth/dispersione  ebraica, con l’eliminazione della stirpe giudaico-aramaica e con la cassazione del nome stesso di Iudaea e di Gerusalemme divenute Palestina e Aelia Capitolina, ad opera di Adriano, vincitore del figlio delle stelle, Shimon bar Kokba.

Non è il caso, dottore, di iniziare,  coi  propri alunni, universitari, alla revisione della  Storia romano-ellenistica  e di quella ebraico-cristiana e   cristiana  per rilevare un’altra storia,  sull’esempio di un coraggioso, insignificante  ex professore di Liceo, che ha libri inediti su Erode il Grande,  su  Ponzio Pilato e su Erode Agrippa, turannodidaskalos di Gaio Germanico Caligola!

Il professore è più vecchio di lei, dottore!

Per un ” bios” storico di Ponzio Pilato

A Pina Mandolesi, mia moglie

Historia  vero est testis  temporum, lex veritatis, vita memoriae,  magistra vitae, nuntia vetustatis,  qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur ?/Chi se non l’oratore  raccomanda all’immortalità la storia,  testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita,  messaggero di antichità  (Cicerone, De oratore, II, 9,36)

Professore, non è il caso di parlare di Ponzio Pilato e di precisare  davvero il suo decennio  di procura (26-36 d.C.)  in modo scientifico, o almeno il più oggettivo possibile, secondo le formule tuzioristiche, così da migliorare la figura ambigua di Christos uomo, Messia, re,  mastro e zelota?.

Noi, tuoi alunni, sappiamo del Regno dei cieli, aramaico,  differente dal Regno di Dio, ellenistico, ma  non conosciamo Ponzio  Pilato e nemmeno il suo mandato in Iudaea!

Per noi la sua morte  è avvolta nella leggenda, come quella di Gesù! Di lui tutto è indefinito – origine, nome, giovinezza, formazione, cultura, periodo militare, perfino il decennio come amministratore  cum iure gladii, cioè di praefectus con funzioni militari, non è chiaro perché  è sconosciuto il contesto anche geografico  di una regione ellenizzata  e romanizzata, come la Iudaea non ancora sottomessa  e soggetta,  nonostante il censimento di Qurinio e l’invio di già 4 procuratori augustali, dopo quasi 90 anni dalla prima conquista  di Pompeo di Gerusalemme e  dopo 65 dalla  seconda di Sosio,  per ordine del Triumviro Marco Antonio- che eseguiva, di fatto,  il mandato senatorio del 40 a.C. di uccisione di Antigono  filoparthico  e di esautorazione della dinastia Asmonea,  a favore dell’ investitura a re/basileus, nominale, di Giulio Erode-?!

Certo. Marco! Devo precisare molte cose che ho detto in Jehoshua o Iesous?  (Cfr. Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003 ) e in altre opere, a cominciare dal Nomen di Ponzio Pilato.

La figura di Ponzio Pilato non ha sostanza reale umana, come quella di Christos, perché coi secoli  è stata oscurata da quella, alonata, di Gesù uomo-dio,  giudeo di Galilea, messia,  fondatore  di una religione di amore, in un periodo di guerra tra la nazione giudaica e  l’impero romano, che teneva  in una piccola zona, in tre punti diversi, tre guarnigioni, una a Cesarea Marittima di una legione intera, una postazione militare sulla Torre Antonia sopra al Tempio ( 1 coorte)   ed una mista di fanteria e di cavalleria  a Cafarnao in Galilea di supporto al tetrarca  Erode Antipa, oltre alle truppe sebastene ausiliarie e alla presenza in Siria di 4 legioni sul confine eufrasico.

Un grande spiegamento di forze militari per una piccola regione che era 1/132- un centotrentaduesimo dell’impero romano – compresa la fascia costiera mediterranea,  la  Galilea e Perea erodiana e le zone ituraiche sotto Filippo-!

Marco, la tipicità ebraica richiede una particolare attenzione da parte dell’imperatore Tiberio, che considera strategica  l’annessione fatta da Augusto  della Iudaea erodiana (Giudea, Samaria e Idumea e zona costiera) a causa della centralità del Tempio di Gerusalemme  e della perfidia della popolazione giudaica, divisa in ellenistica filoromana (erodiani e sadducei) ed aramaica filoparthica (popolo e piccolo e medio sacerdozio) rispettivamente di cultura  greca/ Paideia, la prima,  e  aramaica /Musar, la seconda,  legata per stirpe, lingua e religione  al  regno dei Parthi, dominato dal re dei re Artabano III, che rivendica i territori di Siria  e Giudea e di Asia Minore  come  propri, secondo la tradizione achemenide, seleucide ed, ora, arsacide.

Il muthos, professore,  ha avuto, dunque,  il sopravvento sulla storia tanto che si favoleggia sulla nascita e sulla morte, sul periodo che precede l’ arrivo  di Ponzio Pilato in Iudaea e  su quello della sua condanna, dopo il richiamo a Roma da parte di Tiberio e il successivo giudizio sotto  Gaio Germanico Caligola!. E’ mio vivo desiderio che lei  orienti  me e i miei compagni in un periodo molto complesso per la definizione stessa della figura di Tiberio e della sua politica  antiparthica, dominata per il primo quinquennio da Elio Seiano e nel secondo da Macrone e Caligola più che da Tiberio, caprino!.

Marco, tu vorresti comprendere esattamente la reazione di Tiberio in senso antiseianeo e poi antiparthico, cosa da me affrontata già in Caligola il Sublime e in Giudaismo romano II e volgarizzata nel romanzo L’eterno e il Regno (Ebook Narcissus 2012)- prima ancora di affrontare il problema della  curatela di Ponzio Pilato – rimandato a Roma da  Lucio Vitellio vincitore di Artabano III,  sotto il consolato di  Ponzio Nigrino e di Acerronio  Proculo, per subire il processo intentato dai Samaritani, condannato dal neos sebastos,  poco prima della sua malattia, prima dell’ attuazione della politica della Neoteroopoiia e dell ‘Ektheoosis!

Mi vuole dire, professore, che Pilato è condannato nel periodo universalmente accettato dagli storici del buono stato di salute di Caligola, ritenuto perfetto principe, amatissimo dal popolo e dai militari, ben guidato dall’onnipotente Macrone – la cui moglie Trasilla è amante del giovane imperatore, da poco vedovo- nella rinnovata  saturnia età dell’oro, secondo Filone (incipit di Legatio ad Gaium !)

Marco, ti aggiungo che è probabile che Pilato sia parente  di Ponzio Nigrino e che sua moglie sia un ‘Acerronia Procula  e non una Claudia Procula! Comunque siano i rapporti  della Domus Pontia  con i consoli dell’anno 37 d.C.   e con i giulio/claudi,  l’esilio a Lione, in una zona gallica,  ebraica, non  è una punizione grave,  da parte di un  Giudice, che risulta clemente! Nella stessa zona due anni dopo, l’imperatore confina Giulio Erode Antipa e la moglie  Erodiade per l’accusa di rapporti tra il prefetto romano e il tetrarca galilaico, alla presenza, ora,  di Lucio Vitellio, scrittore di Commentaria della  recente impresa parthica!.

Professore, vuole iniziare il bios di Ponzio Pilato  dal suo esilio ad opera di Caligola!. Mi piace l’idea!. Iniziamo il lavoro.

Marco, per  prima cosa preciso la non attendibilità storica del ritorno di Pilato in epoca Flavia, in Italia e a Roma, su un carro trainato da bufali indemoniati, che precipitano il corpo del prefetto imperiale, dopo ampi giri nell’Appennino centrale, entro il laghetto ancora oggi detto  di Pilato, sotto il Vettore, divenuto caro nel Medioevo, ai Negromanti dei monti sibillini. Storicamente,  Pilato non può essere rimasto ancora  per oltre trenta anni in un territorio a lui ostile, dopo il richiamo tiberiano! Insieme con questa leggenda picena, cadono tutte le altre di epoca neroniano-flavia  di un iter  in Valle di Aosta  e in Savoia del carro trainato da bufali, prima di arrivare a  Vienne – come anche del passaggio di S .Pietro nella zona (cfr. Valore storico  di Cronaca di Novalesa )-.

La leggenda del laghetto di Pilato, professore, potrebbe sottendere una verità, quella della ubicazione della famiglia  Pontia nell’Appennino centrale e di una nascita  del  futuro procuratore imperiale nel Samnium- IV Regio augustea-?.

Non so,  Marco, anche se non posso escludere  che  Pilato sia un eques  di origine sannita, in quanto  ci sono almeno tre distinti rami di Pontii ( quello di Aquila, di Nigrino e di Pilato) che sembrano essere uomini di una gens  addetta agli acquedotti e alla costruzione di Ponti, stanziati ad Isernia, ad Amiterno  e a Bisenti, ed anche in  Umbria ed Etruria e in altre località anche campane, montuose,  dove hanno Villae, sia  gli Aquila che i Nigrino e i Pilato.

Allora può convalidare una  nascita vestina/teramana di Pilato a  Bisenti?

Marco, non ho prove per dirlo, ma so della presenza di una casa di Pilato con un  impluvium, che ha alcune  condutture idriche,laterizie, posta nel paese della valle del  Fino, confinante da una parte con la Sabina (Amiternum) e da un’altra  con la valle   del Vomano, zona del Picenum (V Regio) ,  dove sembra già insediata da secoli una colonia cananea di lingua aramaica,  fuggita dalla patria,  dopo il ritorno degli ebrei, favoriti da Ciro il Grande nel 536 a.C.!.

Per questo, professore la zona era detta  palestina piceni?

Non credo Marco che la denominazione sia, però,  di epoca augustea  perché il  termine divenne consueto in Italia dopo la galuth ebraica, quando Adriano nel 135 d.C.  denominò  Palestina  la  ribelle Iudaea, dopo la vittoria su Shimon Bar Kokba, ultimo eroe-messia giudaico!

Comunque, nella zona  il sannita Pilato, da giovane, potrebbe aver avuto rapporti con la comunità cananea, aramaica?.Per diventare prefetto  non bisognava conoscere la lingua del luogo? E’ così ? professore!

Ci sono molte leggi  De provinciis consularibus: la lex Poppia stabiisce i costituenti la familia  al seguito del praefectus, la  lex  Sempronia  regola il comportamento degli esattori,  pubblicani, dell’ordine  equestre, in Asia,  mentre l’orazione omonima di Cicerone marca il mal governo di Cesare in Gallia e  quello di Gabinio in Siria e Giudea – che  tradidit in servitutem Iudaeis et Syris, nationibus natis servituti!-  e le leges,  successive,  quando già c’è la divisione in province senatorie e  province imperiali, sembrano stabilire  il criterio  che il proconsole o propretore abbia una competenza linguistica per svolgere proficuamente  il suo compito, così da  aver rapporto diretto con gli amministrati  locali e con la burocrazia provinciale. Comunque e dovunque abbia appreso la lingua aramaica,  Marco, è probabile che la carriera militare di Ponzio Pilato sia stata in relazione a quella del coetaneo  Elio Seiano – che fece il  soldato/primum stipendium meruit- al seguito di Gaio Cesare nella spedizione armena – accanto a cui il sannita rimase in zone di lingua aramaica, al servizio dei  legati  Lollio o Quirinio, o altri!-, dopo il suo ferimento  invalidante e la malattia che  lentamente condusse il dux principe,  alla morte a Limira nel 4 d.C.

Quindi, non solo nella zona italica  Palestina  piceni, ma anche lungo la fascia eufrasica,  dove  le popolazioni parlano l’ aramaico, potrebbe aver appreso,  in compagnia di Seiano, la lingua  parlata in Giudea?. Per lei, anche Seiano ha una cultura aramaica? Per Filone -incipit in Flaccum– il pretoriano è il nemico più grande degli ebrei, dopo Caligola – anche lui  conoscitore della lingua aramaica fin da bambino, probabilmente dall’epoca del suo viaggio a Petra, col padre e con la sua famiglia, alla corte di Areta IV!-

Professore, lei, certamente, non può dire che Seiano e Caligola, in quanto nemici dell’ ebraismo aramaico, debbano aver  necessariamente una cultura aramaica e conoscere la lingua!

Con sicurezza, Marco,  non si può affermare niente,  ma neanche negarlo! Comunque  si potrebbe  pensare che la carriera di Ponzio Pilato, al di là della possibilità di conoscenza linguistica dell’aramaico da parte di Seiano e di Caligola,  sia parallela a quella di pretoriano, eques anche lui,  il cui padre  Lucio Seio Strabone  è prefetto del pretorio sotto Augusto (Tacito, Annales IV, 1)- un esperto di politica orientale,  come prima Senzio Saturnino, come Varo, come Lollio e Quirinio  e i predecessori  di Pilato nella prefettura  della Iudaea.  Certo, Marco, è una supposizione senza prove! Comunque, Pilato  probabilmente  segue il capo pretoriano anche in Pannonia, quando Druso minore,  figlio di Tiberio,  fu accompagnato  per ripristinare l’ordine nella  zona turbata da ribellioni  e da contrasti tra gli stessi soldati di Quinto Giulio Bleso, zio di Seiano.

Pilato, essendo rimasto accanto a Seiano dopo il 15 d.C.,  quando il padre, nominato  praefectus Aepypti,  lascia al figlio il comando unico del pretorio, ne vede la  continua ascesa  negli honores  e  la crescita di potere  quando Tiberio gli concede nel 23 d.C. di costituire una sede  fissa per i pretoriani  nei Castra Praetoria sul Viminale, come premio di un servizio  utile per il mantenimento della sicurezza  civile sociale dei cives!

I pretoriani, insieme agli altri corpi militari urbaniciani, avevano fatto  un grande lavoro per la pulizia degli alvei fluviali, per il mantenimento dell’ordine pubblico  sulla base di un regolamento dettato da Tiberio che  aveva distinto la popolazione in cives e peregrini  externi)/ forestieri,  dando  compiti e funzioni con indicazioni precise circa il comportamento quotidiano, in relazione ad un’etica conservatrice, quiritaria, in linea con le riforme augustee.

Quindi, professore, i pretoriani  vengono organizzati e pagati meglio degli altri corpi militari,  per la loro efficienza e per la varietà di servizi  relativi alle differenti formazioni di specifiche squadre, che hanno funzioni proprie!

Certo, Marco, Tiberio li ricompensa  per la manutenzione della stessa urbs,  divisa in zone, oltre che per i lavori  di convogliamento delle acque dei fiumi Aniene e Tevere, per quelli  delle fognature  urbane, eseguiti  insieme  al corpo dei Urbaniciani e dei Vigiles, tutti uomini attenti a seguire le regole riformistiche dell’imperatore, molto attivo tra il 16-23 d.C. nel migliorare le condizioni di vita dei cives,  deciso anche a limitare il potere degli stranieri, numerosi come popolazione, da anni troppo invadenti in ogni campo, specie religioso e morale e  a punire i tanti goetes/maghi ciarlatani, egizi e siriaci, oltre a quelli ebraici, dando massimo rilievo alla pietas latina, quiritaria, già ripristinata da Augusto!.

Quindi, professore, per lei, Pilato sarebbe uno dei 9000 pretoriani   di stanza a Roma al servitium dell’imperatore stesso? Forse un tribunus di una delle  nove cohortes!   Dunque,  Ponzio Pilato, seguendo Seiano, può aspirare anche lui,  a fare la carriera  prefettizia, il cui vertice è la prefettura di Egitto!

Certo, Marco, la nomina  a  prefetto di Giudea è una promozione  per un eques,  amico del  suo capo e fedele  all’imperatore,  già stabilito in Campania, desideroso di ritirarsi a Capri (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008), che potrebbe permettere, dati i rapporti   amichevoli,  un incarico maggiore, in caso di buon governo amministrativo e militare.

Quindi, l’invio in Iudaea nel 26 d.C.   avviene  per ordine diretto di Elio Seiano, che già ha il controllo totale dell’impero, specie dopo  l’episodio di Sperlonga (Svetonio, Tiberio, XXXIX), quando, dopo la morte di Druso minore, si sono già formate a corte  due partes ostili, quella dei Giulii e quella dei Claudii, ora separate, in quanto ciascuna ha un proprio candidato,  successore al trono.

C’è, dunque, una precisa direttiva politica- anche se coperta e quasi segreta– da parte di Tiberio?

Marco, sembra che ora, nel 26 d.C., il quasi sessantottenne imperatore, scampato alla frana – grazie all’intervento  del pretoriano, che lo protegge, facendo arco col proprio corpo- stanco  del clima cortigiano e delle lotte interne alla famiglia, abbia volontà di appoggiare il suo erede diretto, appena settenne, Tiberio Gemello, facendo andare contro le disposizioni di priorità dinastica, date da Augusto, il suo potente ministro, incaricato segretamente  di  minare il potere della famiglia di Germanico, che ha  precedenza, sostenuta da Antonia, nonna, e da Agrippina maior, madre,  per i nipoti e figli  maggiori Nerone Cesare  e Druso. Ricorda, Marco,  che Tiberio è aristocratico  e  che accetta,  mal volentieri e costretto,  l’impero  quasi coactus,  lamentandosi della miserevole ed onerosa servitù, che gli viene imposta (querens miseram et onerosam iniungi sibi  servitutem),  pur con  la speranza di potersene liberare/ nec tamen aliter  quam  depositurum  se quandoque  spem faceret,   dicendo, comunque di accettare fino a quando giunga il momento  in cui  voi, senatori, stimate  di concedere un qualche riposo alla mia vecchiaia/ videri dare vos   aliquan senectuti meae  requiem – Ibidem XXIV-. Forse, però, dopo la morte del figlio, l’imperatore cambia programma e da astuto politico, senza apparire, decide di sovvertire il decreto augusteo a favore del nipote diretto, tramite l’azione di Seiano, capace di controllare il  senato e le due famiglie con le clientele,  ora opposte.

Lei  accetta parzialmente e  solo in un preciso momento- non certamente  all’atto della accettazione dell’impero –  la tesi di Tacito, comunque, di un Tiberio falso e  simulatore.

Tacito (Annales, I,11-12) scrive dopo che ha visto il fallimento della politica giulio-claudia e  flavia, desideroso di riforme costituzionali! la sua storia è retorica e poco attendibile, essendo filoantonina !

Ho bisogno, professore, a questo punto -oltre alla spiegazione del nomen incompleto – di aver idee più chiare sulla situazione romana  subito dopo la morte di Germanico,  da Augusto stabilito  Cesare come  suo successore, con precedenza sulla diretta discendenza di Tiberio stesso, Claudia!.

Ti meravigli, Marco, che si dica Pontius Pilatus, cioè  solo nomen gentilicium e cognomen, senza praenomen?   Dagli storici conosciamo solo Pontius  con indicazione alla gens Pontia – da pons – e soprannome di Pilatus – che rimanda a Pilum e ad uomo che usa il giavellotto– senza prenome. Anche l’iscrizione, trovata su un blocco di pietra  da archeologi italiani a Cesarea Marittima, accanto al teatro romano, nel 1961, oggi posta al Museo di Israele, a Gerusalemme,  non riporta il praenomen. Vi si legge, infatti:

S.TIBERIEUM  costruzione in onore di Tiberio

(PO)NTIUS PILATUS Ponzio Pilato

(PRAEF)ECTUS IUDA(EA)E prefetto di Giudea

D(ICAVIT) dedicò.

Non posso darti,  perciò, il praenomen a meno che non lo deduca da quello di altri rami della stessa gens, esempio Lucio Ponzio Aquila|!

Marco,  credo  che ora tu voglia- dopo questa  parentesi sul prenome-  che spieghi i motivi della guerriglia urbana nel settennio 20-26 d.C. , dopo la formazione dei due partiti e che ti mostri come Seiano, divenuto onnipotente, grazie all’appoggio di Tiberio e delle truppe pretoriane, a lui fedeli, col favore degli altri corpi  militari della città,  riesca ad imporsi , grazie alla violenza e al tacito consenso tiberiano (cfr. A. Filipponi,  Caligola il sublime, cit. e  Giudasmo romano II Ebook, Narcissus 2011) ai capi del partito giulio,  dominato dalla nonna e dalla madre dei due designati eredi al trono,  sostenuti dagli ex legati di Siria,  fedeli amici di Germanico, desiderosi di vendicarne la morte,  decisi a  far processare Gneo Pisone, ritenuto  reo di avvelenamento  per ordine di Tiberio stesso, ispiratore del delitto.  Ti devo, perciò, fare un quadro preciso della situazione con un punto fermo, quello di un contrasto tra l’imperatore e il figlio Druso Minore, legato da amicizia profonda a Germanico cugino e cognato, avendone sposato la sorella  Giulia Livilla, in seconde nozze.

Per questo, gli storici parlano di Germanico e di Druso come  Polluce e Castore, giovani eroi. belli fisicamente e moralmente,  celebrati vendicatori  della sconfitta di  Quintilio Varo, come Dioscuri /figli di Giove, dal popolo – che aveva esaltato precedentemente allo stesso modo  i figli di Livia,  famosi per  le campagne germaniche, Tiberio e Druso !.

Certo, Marco, il trionfo a Roma di Germanico  nel 17 d.C  e l’ovatio  tributata a  Druso Minore sono segni dell’amore dei cives romani per i due giovani  e della volontà senatoria di mantenere l’ordine di successione  secondo il volere di Augusto.  La famiglia giulio-claudia, prima della divisione in partes  è  ricca di  imperatores!

Nel corso della carriera dei due cugini,  eroi nazionali entrambi, non si rilevano inimicizie, ma solo attestati di  reciproca solidarietà e di  amicizia. Perciò, le accuse mai fugate sulla morte di Germanico e il successivo suicidio di Pisone, durante il processo, forse misero in  un maggiore contrasto Tiberio e Druso, padre e figlio,  circa la necessità di invertire la priorità, alla successione imperiale!

Druso minore accetta il volere augusteo, ma non Tiberio, che nel 14 d.C.  aveva fatto uccidere Agrippa Postumo, coerede, senza divulgare la notizia della morte del sovrano, negando di aver dato l’ordine, temendo l’impopolarità. (Cfr. Svetonio Tiberio, XXII), davanti al senato dopo aver fatto rileggere il testamento di Augusto ibidem, XXIII-.  Druso, inoltre, rileva l’intesa  segreta di Tiberio con Seiano, capo dei pretoriani, e ne è geloso,  vedendosi escluso dalla gestione politica tanto da lamentarsene molte volte.

Dunque, professore, Tiberio  e Druso non vanno d’accordo circa  i rapporti con la famiglia di  Germanico! Lei pensa anche che il figlio, inoltre,  rimproveri il padre di dare eccessivo potere al pretoriano  che fa parte  dei 20  amici e famigliari velut consiliarios in negotiis publicis -ibidem, LV -?.

Druso è uomo istintivo, che non solo ha diverbi col padre, ma è  anche ferocemente ostile al pretoriano, che ha il compito di proteggere la sua famiglia  e che, da ambizioso, cerca spazio per diventare intimo dell’imperatore: non per nulla in breve tempo fa fuori molti suoi consiglieri e poi lo stesso figlio, l’ostacolo maggiore alla sua ascesa politica!

E  Tiberio? Tiberio si accorge tardi, dopo otto anni  dalla morte di Druso, della perfidia del suo ministro e nel frattempo lo innalza fino a farlo diventare  quasi pari  di grado a se stesso, col segreto pensiero di distruggere la domus Iulia! : Ad summam potentiam non tam benevolentia (Seianum) provexerat, quam  ut esset cuius ministerio  ac fraudibus  liberos Germanici circumveniret, nepotemque suum ex Druso filio naturalem  ad successionem imperii confirmaret/aveva innalzato (Seiano) al massimo potere  non tanto per benevolenza, quanto per aver qualcuno, tramite cui  irretire i figli di Germanico, al fine di rinsaldare nella successione all’impero il figlio di suo figlio naturale-  Svetonio, Ibidem -.

Dunque, Tiberio, favorendo Seiano, nel suo odio contro i Giulii, non si accorge di condannare  a morte lo stesso figlio, tanto, che Svetonio afferma che l’imperatore non ama nessuno  con tenerezza paterna/ filiorum…patria caritate diligit,  nemmeno  Druso  il figlio carnale/ neque naturalem neque adottivum (Germanico) perché  giudica il figlio indegno per gli errori /Vitiis,  in quanto era di vita eccessivamente molle e rilassato  fluxioris remissiorisque  vitae erat ibidem LII-  e Germanico un eroe troppo esaltato dalle folle  per imprese da nulla! –ibidem-.

Lo storico antonino racconta, a  distanza di anni,  i fatti e i rumores popolari e quindi è lontano dalla verità storica, di un vecchio imperatore che ha compiuto anche lui grandi imprese e che può anche disconoscere alquanto, per una comprensibile senile  punta di  invidia,  il valore di quelle altrui, figlio e nipote,  ma è orgoglioso  di quanto fatto indistintamente dai giulio-claudi, che hanno onorato il nome militare di Roma,  anche se vuole far prevalere la pars Claudia. Druso, da ellenizzato, è uomo aperto, come Germanico verso la cultura ellenica, in senso ecumenico, desideroso di ellenizzare l’Occidente, fidando nella protezione paterna, non preoccupato della presenza di un pretoriano, seppure  stimato dal padre! E Germanico, specie nel periodo della sua permanenza in Siria e dei suoi viaggi in Arabia e in Egitto, ha già una coscienza imperiale, sicuro della benevolenza del padre Tiberio e dell’amicizia del fratello!

I due dioscuri nemmeno vedono gli avversari e non temono l’invidia né di Gneo Pisone né di Elio Seiano: sono eredi imperiali di I e II grado di un’unica domus regnante Augusta/ Sebasth Giulia, che, di fatto è Claudia, essendo Germanico, figlio di Druso maggiore!

Eppure, Professore, la  ruota della storia non gira secondo le speranze dei due giovani, secondo le acclamazioni e i voti  popolari: la morte coglie ambedue i dioscuri, avvelenati entrambi, in circostanze misteriose, quasi allo stesso modo, nel giro di 4 anni!. Inspiegabile quella di Germanico, in provincia,  ma ancora di più incredibile quella di Druso Minore a Roma, nel giro di una settimana  di una presunta malattia, diagnosticata dal medico Eudemo allo stesso Imperatore, destinato a vederne la morte il 24 settembre del 23 d. C.,  e a celebrare il funerale, sontuoso, come quello del cugino- le cui ceneri furono riportate dalla moglie l’anno dopo, nel 20, in  Italia, e portate in processione  da Brindisi fino alla capitale dell’impero nel cordoglio generale delle popolazioni!.

Tiberio, che dignitosamente riprese  subito, per Svetonio, la sua attività imperiale amministrativa, avrebbe potuto subito indagare  e scoprire l’avvelenatore del figlio, invece,  credette  alla fatalità del caso,  alle relazioni mediche e ai resoconti del potente ministro  che coordinò  le manifestazioni funebri: l’imperatore  è preoccupato solo di affidare  al senato i figli di Germanico e quello rimasto dei gemelli di Druso, essendo morto, poco dopo il padre, anche l’appena quattrenne  Germanico Iunior!

Seiano e i suoi pretoriani  furono perfino premiati con la costruzione  dei Castra pretoria poiché negli ultimi anni avevano fatto grandi azioni repressive in Roma e avevano svolto anche funzioni segrete  come  spie /kataskopoi, infiltrati  per scoprire le  attività  strane  della comunità ebraica  ed egizia (Cfr. Flavio Ant Giud. XVIII, Episodio di Paolina ) oltre ad aver risolto, a monte, con un lavoro continuato per mesi, l’intasamento ricorrente  del Tevere.  Gli storici concordano nel dire che  pretoriani all’epoca  operano,  oltre alla protezione della città  con opere  idriche e fognarie- seguendo l’esempio di Vipsanio Agrippa,  che per primo ispezionò le cloache – e alla difesa fisica  di Tiberio stesso, che, rifiutando il titolo di imperatore  e di padre della patria pur ereditati da Augusto,  però,  è seguito  segretamente da uomini  di scorta,  anche se esercita il consolato per breve  tempo e solo tre volte in  23 anni di regno e potrebbe servirsi di littori!.

Tiberio, da aristocratico,  si sente autorevole per nobiltà  e per aspetto  fisico,  oltre che per la statura e per la forza fisica : ricorda Marco, che Tiberio è chiamato leone da fonte Ebraica, e da Fedro, non solo per la chioma lunga e bionda e che dal popolo  è considerato alonato da magia, anche per la presenza del mago Trasillo, suo suggeritore giornaliero per ogni impresa! Perciò, disdegna che sia  chiamato dominus e  che si dicano sacre le  sue attività, desideroso che  le sue opere fossero considerate faticose  proprio di un normale civis: l’imperatore ama mostrarsi  aristocratico, rispettoso del senato  a cui diligentemente riferire circa ogni cosa grande o piccola,  pubblica o privata,  e desidera consultarlo  e sulle imposte e sui monopoli,  sulle costruzioni, sul   restauro dei monumenti  ma anche sulla leva e sui congedi  dei soldati oltre che sull’organizzazione delle legioni, degli ausiliari e perfino  sulle persone  a cui prorogare i comandi militari straordinari e sul contenuto e sulla forma di lettere  da inviare  a re – –ibidem XXX-.

Tiberio  aristocraticamente va da solo al senato  e riverisce il mandato e la figura  di ogni console – diversamente da Augusto, eques  malaticcio, modesto per statura, bisognoso di protezione-  e si alza   alla  loro entrata rimproverando i  consolari che, preposti agli eserciti, non inviano relazione al senato, ma  a lui, a cui chiedono  ricompense militari, secondo i decreti  vigenti di Ottaviano- Ibidem XXXII-.

In effetti Tiberio  è sempre legalmente perfetto formalmente  avendo grande rispetto dei  senatori, anche se, comunque,    rimprovera i consolari desiderosi  di aumentare il peso delle imposte ai provinciali avvertendoli che boni pastoris esse  tondere pecus, non deglubere/  è compito di un buon pastore non scorticare ma tosare le pecore e cosciente del suo potere non li cambia, conoscendo l’animo umano e la brama di arricchire dei  governatori. Si riferisce, professore, all ‘apologo del  ferito, che non scaccia le mosche perché poi sopravvengono altre, più fameliche, con allusione  alla spoliazione dei provinciali al cambio di ogni procuratore, che arriva povero  e torna ricco dalla Provincia!   Certo, Marco. Tiberio difende i provinciali dall’avidità dei governatori specie quelli con delega senatoria.

Insomma, professore, per lei, Tiberio è espressione della legge senatoria ed è uomo che, come aristocratico,  insiste nella riforma augustea, correggendo ogni rilassatezza dei costumi,  riducendo  le spese degli spettacoli dei giuochi,  decurtando  le paghe degli attori,  limitando  perfino il numero delle coppie dei gladiatori,   e legiferando pure  sul circo  e perfino sui prezzi  dei vasi di Corinto e del pesce,  fissando ogni anno il calmiere dei viveri  e delle carni,  incaricando   gli edili di sorvegliare  le taverne e le mescite  ed anche  nella vendita della  pasticceria.- Ibidem XXXIV-. : l’aiuto dei fedeli pretoriani è prezioso!

L’imperatore, anche se deferente verso il senato,  di fatto, regola  a suo arbitrio, tutto anche  la vita delle donne, arrivando  a privare quelle,   scostumate,  della  dignità e dei diritti di matrona,  in caso di prostituzione accertata!. Professore, in questo rigore  morale, Tiberio ripristina  i mores prisci/i  vecchi costumi,   garantendo  da una parte,  una vita  quiritaria comune in Roma e in Italia   assicurando coi pretoriani  una pubblica quiete dando indicazioni per uniformare i suoi ordini a tutto l’impero, affidando  la correzione dell’Oriente ad Elio Seiano! Così mi sta  mostrando un Tiberio che da aristocratico non può seguire totalmente le direttive augustee, essendo la sua natura di un patrizio diversa da quella di un eques, conservatrice l’una,  innovatrice l’altra! Insomma sta convalidando l’affermazione di Plinio il vecchio, che Augusto è beffato dal destino e deve lasciare il potere al figlio di un nemico! sta definendo  Tiberio come un nemico che odia  Augusto benefattore e la sua stirpe,  e come Antipatro, figlio di Erode, è rancoroso verso il padre benefattore (Giulio Erode,  il filelleno www.angelofilipponi.com ).!

Marco, Tiberio è uomo molto permaloso, impenetrabile come i Claudio Nerone  apparentati con gli  Enobarbo (che hanno  barba di bronzo, fegato di ferro e cuore di  piombo)  che ha dovuto ingoiare rospi  e prima dell’esilio a Rodi  a causa di Giulia e dopo il ritorno negli ultimi 10 anni di cogoverno con l’imperatore, assillato dalla madre Livia! E’ necessariamente differente come animus rispetto all’imperatore eques, che, comunque, è costretto a nominarlo alla fine, erede per mancanza di  giulii adottivi, essendo rimasto il solo  Agrippa Postumo, un ercole senza testa, inaffidabile al negotium – dopo la morte di  Lucio Cesare e di Gaio Cesare,  i figli di Giulia, adottati – e   i giovani principi nati da  suo fratello, Druso maggiore ed Antonia – Germanico, Livilla, e Claudio-  e i loro figli,  conoscendone  l’asprezza  e la durezza del carattere, rilevato  nel corso del matrimonio con sua figlia Giulia, dopo la morte del marito Agrippa. Forse  per Augusto  Tiberio doveva essere un imperatore di transizione in quanto la stirpe di suo fratello  Druso maggiore,  doveva essere  quella legittima imperiale. Infatti  già aveva mostrato la  sua predilezione per Druso  con assegnazione del mandato del bellum germanicum  dopo il disastro di Lollio,  a Druso,  che pur più giovane del fratello di 3 anni, aveva compiuto un’impresa eccezionale,  ricacciando i Sicambri, costruendo il canale Reno- Zuidersee , con l’appoggio della flotta romana, stazionante lungo la  costa,  nel Mar del Nord  sconfiggendo i suebi e i catti  e, mediante una capillare invasione, giungendo fino all’Elba, dopo aver superato il Weser . La sua morte nel 9  a.C. fu una tragedia  per la casa regnante, per il mondo romano e  per Tiberio, legatissimo al fratello, che riportò le ceneri a Roma,  scortandole fino al Mausoleo di Augusto!

E’ vero, professore, che allora riserpeggiarono le voci di un Druso figlio naturale di Ottaviano, che aveva  rapito, la moglie e il figlio treenne, Tiberio,  al marito,  Tiberio Claudio Nerone, di Livia Drusilla  – seppure poi si disse che era stata   ceduta e concessa dal marito-  la moglie incinta già di tre mesi, che partorì, comunque, nella casa di Augusto, il figlio, concepito   tra le mura claudie!

Tiberio,   avendo  subito molti ordini insopportabili, rassegnatamente, dall’imperatore,  oltre quello del distacco dal padre naturale, è,   al momento della  morte del fratello,  iuvenis trentatreenne,  descritto da Velleio Patercolo come vir  nutrito dai precetti di illustri maestri,  genere, forma, celsitudine corporis , optimis studiis  maximeque  instructissimum qui protinus  quantus est, sperari potuerat visuque praetulaerat  principem / di altissima  nobiltà,  fornito dalla natura di bellezza,  di statura corporea,  di ottimi studi e di grande intelligenza, il quale, fin dal principio,  faceva prevedere la sua grandezza e già nell’aspetto si presentava come principe  (Ibidem, II, 94,1). Il giudizio morale e fisico  di Patercolo, suo legatus e suo ammiratore popolare,  migliore di quello di Svetonio e di  Tacito, è molto simile a  quello di Druso Minore,  morto trentenne per una caduta di cavallo, accidentale/ adulescens tot tantarumque virtutum,  quot et quantas natura natura mortalis recipit vel industria  perficit/  adolescente  di tante e tali virtù quante e  quali la natura  umana ne comporta e la  pratica   perfeziona,  delle cui inclinazioni  non si saprebbe dire  se fossero più spiccate  per le opere di guerra  o per quelle di pace. Di lui lo storico aggiunge: furono inimitabili la dolcezza del carattere, la cortesia,  l’apprezzamento per gli amici tanto da collocarli al suo stesso piano, e la sua bellezza era  simile a quella del fratello/ morum certe  dulcedo ac suavitas,  et adversus amicos  aequa ac par sui  aestimatio inimitabili  fuisse dicitur, namque pulchritudo corporis  proxima fraternae fuit!

Davvero due figli di Zeus, al di là delle chiacchere popolari, allevati da Augusto nella  linea di successione come eredi di II fascia,  rispetto ai  prediletti figli di Giulia e  di Agrippa di I fascia!

Dunque, professore, ad Augusto, da tempo impegnato a trovare un successore,  morto prima Marcello,  Agrippa poi,  e dopo tre anni anche Druso, rimangono i  figli di  Giulia ed Agrippa, troppo giovani  e quindi, ha bisogno di Tiberio, del pazientissimo Tiberio (Svetonio Tiberio, XXVIII firmus et patiens) a cui impone di di sposare Giulia, donna corrotta, giovane,  lasciva e capricciosa già sua amante nel corso della sua vita matrimoniale col marito, suo suocero. Per lei   Tiberio aveva dovuto lasciare il piccolo Druso minore,  natogli dal matrimonio legittimo con Vipsania Agrippina,  figlia di Agrippa,  da lui teneramente amata, tanto che gli amici, visto il  profondo legame, nel corso del suo regno, una sola volta gliela fecero vedere!

Con Giulia l’austero Tiberio  è marito fedele per qualche tempo  ma dopo la nascita di un figlio nell’11 a.C., morto  dopo pochi mesi, nauseato dalla immoralità della moglie  rinuncia  all’eredità di  Augusto ed abbandona la moglie e si ritira volontariamente in esilio  dimorando come privato civis a Rodi, non ancora quarantenne, stanco degli intrighi di corte  ed  anche dell’imperatore che prediligeva   Lucio e Gaio Cesare,   figli di   Giulia,  destinati all’impero!.

Un brutto periodo quello dell’esilio per Tiberio che passa dagli altari alla polvere, professore?

Certo Marco. Tiberio, isolato a corte, non potendosi fidare nemmeno della madre  Augusta e neppure della moglie – circondata da tanti amanti, politicamente a lui contrari,  in apparenza filoaugustei, ambiziosi -e tantomeno di Ottaviano, suo suocero. non contento del  suo rapporto astioso con la figlia,  dimentico dei servizi del genero, inviso anche per la sua austerità morale ed altezzosità nobiliare,- già incline verso i figli adolescenti  di Giulia,  decide  di imitare Agrippa e come lui   fa un passo indietro e si allontana da Roma e dall’Italia , cinque anni dopo la morte del fratello, al culmine  della sua carriera di militare e di amministratore.

Così  è descritta la rinuncia di Tiberio  da Velleio Patercolo (Ibidem, II,99,1-4 e 100):Tiberio Nerone -due volte console e due volte trionfatore- parificato ad Augusto  per la compartecipazione alla  potestà tribunicia , superiore a tutti  i cittadini tranne uno, e ciò non per sua volontà,  massimo tar i generali,   colmo di gloria  e di fortuna, e in verità  secondo lume  e secondo capo dello stato – con meraviglioso incredibile ed inestimabile  gesto di bontà, di cui si scoprirono ben presto le cause,  quando Gaio Cesare  aveva ormai preso la toga  virile e Lucio era nel vigore delL’età, non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani  ai loro inizi,  chiese al suocero  e patrigno  il permesso di riposarsi  dalle  fatiche ininterrotte, senza peraltro rilevare il motivo della sua decisione/dissimulata causa consilii sui, commeatum ab socero atque eodem vitrico  adquiescendi  a continuatione laborum petiit.

Nessuno- nemmeno la madre,  né la moglie – riesce a dissuaderlo  e lascia i cives amici in lacrime al momento della separazione. Comunque, per Patercolo  nei sette anni , che fu a Rodi, dice che tutti i proconsoli e  i legati che andavano nelle province di oltremare come di fronte ad un principe   recandosi a visitarlo  abbassavano   i lor fasci  davanti a quel privato, ammettendo che l’inattività di lui era più autorevole che le loro funzioni di comando convinti che  cessando Tiberio di tutelare l’urbe  i nemici   avrebbero cambiato strategia operativa nei confronti dell’impero romano : -cosa che in effetti avvenne-  i Parthi, abbandonata l’alleanza romana, misero le  mani sull’Armenia  ed anche la Germania, sviatosi lo sguardo del suo conquistatore,  si ribellò.

E’ proprio vero,  professore, che tutti andavano a Rodi a riverire l’esule?

No certamente!. Tutti quelli che erano del partito giulio non potevano fare atto di omaggio a Tiberio! il fedele Patercolo  esagera  perché gli altezzosi figli di Giulia, figliastri di Tiberio, coi loro legati  non lo degnano di un saluto, ligi agli ordini di Augusto, indispettito nei confronti del figlio di Livia !   Il solo Quirinio è  veramente deferente verso di lui e pochi altri  che lo onorano nei loro passaggi per l’amministrazione delle province orientali.

La rabbia dell’imperatore nei confronti di Tiberio, quasi fosse stato colpevole   per l’abbandono della moglie, solo  dopo il 2 d.C. si attenua  quando  Augusto  annulla il matrimonio e punisce la figlia, e   si placa, dopo una fase di distensione di rapporti, a seguito dell’infelice  esito della spedizione armena, dopo i dissapori tra il principe  e  Lollio, quando  Gaio morente invia lettere al divino padre, in un momento di lucidità mentale suggerendo di non privarsi  del servizio di un uomo, come il suo patrigno. A seguito di questo e anche per le preghiere della madre, Augusto  decide di richiamarlo avendo condannato al confino a Pandateria – Ventotene-   la  figlia, rea di lesa maestà, seguita nell’esilio  dalla madre Scribonia,  dopo aver condannato a morte  i suoi amanti, tra cui, Iullo Antonio costretto al suicidio! Augusto aveva perfino pensato di ucciderla,  considerandola inferiore a Febe , una schiava! -Svetonio, –Augusto LXXV-

Anche il suo ritorno, comunque,  a Roma  non è del tutto felice  perché Ottaviano ha già organizzato la successione  in modo da privilegiare la discendenza di suo fratello Druso Maggiore e non la sua. Infatti viene stabilito il criterio che successore è Tiberio con la clausola che deve adottare  per la sua  successione il nipote Germanico, figlio di  Druso maggiore, in un’esclusione del suo erede naturale Druso Minore, mentre gli viene imposto come collega nella gestione imperiale Agrippa Postumo: si stabilisce così  sulla carta  la prima diarchia imperiale!

In seguito, però, Marco,  Ottaviano avendo avuto  relazioni  negative su Agrippa Postumo circa il carattere e il comportamento /ingenium sordidum ac ferox -Ibidem- , lo rilega  prima a Sorrento e poi a Pianosa. Poco dopo rilega a Tremerus /Tremiti anche la nipote Giulia minore,  la sorella,  rea di adulterio.

Augusto,  come Erode,  non ebbe fortuna  in famiglia, pur  avendo educato la figlia  e la nipote  secondo  gli antichi costumi  e perfino a filare la lana  Svetonio, Ibidem, LXXIV?

No.  Non  ebbe fortuna, anzi  la fortuna lo deluse, Ti aggiungo  che  due amici .   Lucio Adesio e Asinio Epicadio, secondo   Svetonio ( Ibidem, 19)  tentano di portare via dall’ esilio  e Agrippa e Giulia dalle  rispettive isole  di confino,   per presentarli  agli eserciti  illirici e germanici  rivendicanti  ut aequarentur stipendio praetorianis/ di essere equiparati come stipendio ai pretoriani ( cfr.  Svetonio, ibidem ,XXV) ma, sorpresi  nella loro azione,  sono uccisi proprio dai pretoriani.  In seguito,  Augusto sembra che volle riappacificarsi con  Agrippa, che  aveva inviato molte suppliche,  e l’imperatore, poco prima di morire, fece un viaggio segreto con l’amico Paolo Fabio Massimo a Pianosa ed ebbe un incontro  affettuoso col nipote e lo perdonò.

Augusto, tornato a Roma,  si ammalò e seppe dalla moglie e da Tiberio della sua riappacificazione con Agrippa:  Livia lo aveva saputo da Marcia moglie di Fabio, che aveva tradito il segreto!, Si dice che  l’imperatore gli ordinò di suicidarsi  per questa colpa!

Agrippa, comunque,  sperava di essere portato da Clemente, un suo schiavo- che aveva organizzato la fuga dall’isola – in Germania   e di  essere presentato agli eserciti da suo cognato Germanico, che stava reprimendo una rivolta militare.

Il povero giovane fu, invece, sorpreso dall’  improvviso ordine di morte  di Augusto ( o di Tiberio!)   al suo custode, pretoriano, che lo uccise: solo le sue ceneri furono portate da Clemente alla sorella Agrippina maior! .

Quindi, professore, Augusto, pur rilevando  l’ austerità del carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator  convinto che possa  essere  l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.

Certo, Marco, Svetonio stesso  deve anche lui confessare,  che l’imperatore prega spesso  gli dei  di proteggere la salute del figlio  se non vogliono la fine dell’impero romano! Lo storico aggiunge che  non condivide il giudizio di molti che affermavano che Augusto lo avesse eletto  per le preghiere della moglie, spinto dal desiderio di farsi  maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Perciò dice: non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente/circumspectissimum et prudentissimum, abbia agito alla leggera  in un caso  di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato e virtù e vizi di Tiberio ed abbia trovato  maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto  che aveva giurato  in assemblea   di adottarlo nell’interesse dello stato  e che in molte sue lettere lo celebrò come grande  comandante militare ed unico sostegno dell’impero romano.

Professore, Svetonio in questo si allinea al giudizio dato da Filone  in  Legatio ad Gaium!.

Sono contento che ti ricordi che Filone loda entusiasticamente, da giulio, il regno di Augusto e quello di Tiberio ed anche i primi due  anni  di Caligola e ti invito a rileggere  Perché la casata di Erode e quella di Fiolne hanno in comune Ioulios /Iulius? E’ chiaro, Marco che Tiberio abbia ben governato l’impero romano: neanche secoli di critica contro la sua natura  austera da una parte e libidinosa da un’altra mostrata nel periodo caprino,  da vecchio  in riposo, evidenziata dagli scrittori Flavi, antonini e severiani, hanno scalfito il suo aristocratico sistema di guida dell’impero romano, anche se a lungo indeciso tra restitutio rei publicae e  stabilizzazione del principato! Noi lo abbiamo rivalutato giustamente nel leggere la figura di Seiano, quella di Pilato  e quella di Caligola ed abbiamo evidenziato, comunque  come positivo il quadro del regno giulio-claudio, nel suo complesso. 

Bene, professore, le ho fatto fare una grande digressione ed ora riprendiamo il discorso su Pilato. Non mi  voleva mostrare Pilato dal momento del suo esilio?  Riprendiamo da lì e dalla condanna di un giudice clemente, come Caligola!

Sembra,  Marco,  che Pilato sia esiliato con la moglie Procula a Lione dove muore .

Professore io ho molte domande da fare ancora sul regno di  Tiberio e sul comportamento dei pretoriani e quindi di Seiano e di  Pilato nelle varie circostanze di lavoro  ed ora anche su Procula. Io so  che è venerata come santa dagli ortodossi ed insieme al marito è celebrata in Etiopia come una coppia di santi e so che il suo nomen gentilicium è Claudia. E vero? .

Marco ritengo che  non ci sia relazione tra Procula e Claudia della tradizione cristiana  nata da un saluto  della II lettera a Timoteo (4.21) di  Paolo, prigioniero a Roma,  che scrive: ti saluta Eubulo, Pudente, Lino e Claudia e  i fratelli tutti quanti.  Sono leggende le notizie su Claudia  donna della famiglia Claudia, che non seguì  il marito e rimase a Roma, perché  divenuta cristiana! E’ una notizia  derivata di Ambrogio e da altri! .

C’è solo Procula, nome dato  dalla tradizione alla mogie di Pilato,   non esplicitamente  nominato  da parte di Matteo (27,19)che parla di un biglietto della moglie di Pilato che  sta esaminando  il caso di Gesù in cui si parla di un sogno della donna  e di una sua preoccupazione con spavento  per Gesù,  uomo giusto  indagato.

Quindi professore, lasciamo stare Claudia/ Procula  e mi parli dei pretoriani  che  agiscono in occasione  della  deportazione  degli ebrei in Sardinia , collegata alla cacciata degli egizi e dei maghi ed indovini peregrini.

Marco, tu sai che a Roma, come in  Alessandria, ad Efeso  e a d Antiochia,  ci sono forestieri, csenoi , che però pagano le tasse  e sono metoikoi  se svolgono attività commerciali e partecipano anche alle litourgiai; si chiamano a seconda della zona di provenienza e formano comunità  gelose della loro autonomia sia religiosa che sociale! Gli  ebrei, presenti a Roma da oltre due secoli,  hanno costruito una comunità iniziale di base aramaica, poi ellenistica, ed hanno 5 sinagoghe   con doppio rito uno aramaico ed uno  greco-alessandrino  e non formano una stirpe   unitia e concorde  in quanto i primi si servono della torah  e del testo mosaico  originale   mentre gli altri usano una vulgata alessandrina detta Bibbia dei settanta, greca  ed hanno  due sacerdozi diversi quello sadduceo e   quello oniade in connessione con la data di arrivo nella capitale romana.

Lei, professore, ci ha parlato spesso di questa differenza  in quanto i primi sono farisei venuti  all’epoca della loro condanna ad opera degli asmonei  e del  numero  considerevole di giudei  romani (non meno di 50.000)  e quasi tutti aristocratici anche se non mancano popolani svolgenti umili professioni di supporto  ai  ricchi gestori di emporia  commerciali e di trapezai banche,  obbligati alla caritas dalla Tzedaqah, ebrei alessandrini. Sono venuti  nell’urbe a scaglioni  e sono molti di stirpe regale asmonea esiliati da Erode ed altri erodiani  stabilitisi, infine,   per vari motivi, e prima e dopo la morte di Erode nel 4 a,C .  Da quanto ci ha detto deriva che delle 5 sinagoghe, attive al di là del Tevere,  la più grande sia quella più antica  aramaica chiamata Velia,  accanto alla quale c’era  anche una specie di scuola,   didakaleion, che insegnava  la legge mosaica  secondo musar, differente da quella  della paideia greca! .

Marco, dopo la morte di Augusto, Tiberio  ha tumulti in città e nelle  province, specie in Germania superiore e in Pannonia , controllate rispettivamente  da Germanico  e  da Druso Minore.  Perciò  il nuovo imperatore instaura un regime poliziesco  in Città con una specie di coprifuoco  per  un controllo della popolazione romana e specie di quella straniera, dando l’incarico proprio ai pretoriani  di Seiano, che vi aggiunge nel corso dei rastrellamenti quotidiani un corpo speciale di  spie, infiltrate tra le gentes peregrinae, externae,  con un basanisths inquisitore, che indaga  per la distinzione,  difficile per un civis- che ironizza genericamente sui curti Iudaei- tra aramaici e giudei ellenisti.

Tiberio sembra che  autorizzi un servizio  maggiore ai pretoriani  che ora assumono molti compiti   non solo quelli soliti, e perciò  sono ducenarii cioè pagati in modo  più alto rispetto anche ai vigiles e ai milites normali, invidiosi. Non ti  parlo  degli stipendi perché te ne ho parlato in altre occasioni.

Professore,  Augusto aveva scelto Tiberio  per i suoi meriti certamente, anche se era stato costretto dalla  sorte  a   farlo suo successore?

L’imperatore  certamente aveva  grande stima di Tiberio-nonostante una certa antipatia ottavia, equestre, per la famiglia claudia, nobile ed austera – in relazione alla sua  personale grande prudenza scatrezza, unite a forza  in una  fusione delle virtù di Ulisse e Diomede,  tanto da dire, ripetendo versi omerici (Iliade X, 246-7) : toutou g’espomenoio kai ek puros aithomenoio/Amphoo nosthsaimen, epei perioide nohsai/ se fosse con me anche in un braciere ardente ce la caveremmo entrambi, la sua avvedutezza è senza pari! –Svetonio  Tiberio XXI-. Una grande celebrazione pubblica è sottesa alla frase di Omero, che inneggia ai due eroi!

Quindi, professore, Augusto, pur  rilevando  l’ austerità di carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator (Svetonio ibidem)   convinto che possa  essere  l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.

Professore concordo con lei , dunque,  sulla  rivalità , celata, di Tiberio aristocratico  con   Augustus  eques, e sulla sua politica di  servirsi dei pretoriani  di Seiano   per abbattere i suoi nemici  Giulii, ma non riesco  a capire specie dopo la morte dl figlio,  la sua volontà di allontanarsi dalla città , dalla corte,  dal senato : mi sembra quasi un rifiutare  di  regnare e con volontà di lasciare libertà di pianificare un progetto di personale potenza al  suo ministro, ambizioso, ingordo nella sua  brama di  potere,  ritenuto subito dal popolo re dell’universo  rispetto all’imperatore re di un Isolotto!

Non capisco questo capovolgimento  che fu  una tragedia e specie per i Giuli  e per i loro  partigiani e che risulta anche una spaccatura nel partito claudio,   diviso in claudi tiberiani e in claudi seianei.

Marco ritengo che tu debba  prima essere informato sul rapporto tra il pretoriano e la casata tiberiana e poi tra  la famiglia di Druso Minore – Livilla sua moglie-  e  Seiano ed infine  debba conoscere meglio la figura  del capopretoriano -che deve fare i conti con Antonia Minore,  il reale capo della domus Giulia , la nonna di Caligola – Cfr. .Caligola il sublime cit. ) entrando  in merito ai fatti del settennio dal 19 al 26 d.C , e del quinquennio successivo quando mostro esattamente  la situazione  romana  di quegli anni .  E’ un lungo discorso di circa 11 anni  da cui si può dedurre  la successiva politica  apparentemente rinunciataria di Tiberio, aristocratico nauseato dalle lotte in famiglia e da quelle  politiche  cittadine  e senatorie, disgustato dalla sudditanza del senato stesso in relazione all’autokratoor,  perfino del pretoriano Seiano. Tutto questo sarà oggetto della  prossima discussione, se …campo!.

 

 

 

 

 

 

 

Il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico…ed affratella!

 

 

 

 

Il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico…ed affratella! -cfr. Il nostro dovere di Italiani -.

Spes sibi quisque (Virgilio Eneide, XI,309)

 

Marco, oggi, ti invio un messaggio speciale, quasi conclusivo delle mie risultanze incomplete ed imperfette, dopo anni di studio  storico e di traduzioni  mirate alla definizione del Christos umano e alla falsificazione della mistificazione religiosa del clero (e specificamente dell’Unasanta cattolica apostolica romana  ecclesia), del millantato Potere Medievale  temporale Sancti Patri et Pauli  e dell’attuale Stato del  Vaticano: il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico… ed affratella!.

L’uomo,  nella disgrazia,  torna ad essere umano,  paritario, nel Kosmos, pars di un tutto,  particella vitale del creato, come ogni altro essere  animato ed inanimato, fraterno, accomunato dallo stesso destino mortale, cosciente della propria razionalità e naturalezza davanti al male, considerando la propria salvezza non un egoistico utile, ma un  bene comune universale, in quanto ognuno salvando se stesso salva il prossimo, in un allargamento infinito dell’onda benefica, in una coscienza nuova che il bene proprio è bene altrui

Cosa mi vuole dire, professore? Mi vuole forse indicare la via di aver spes solo in me stesso, uomo? “Ciascuno sia speranza a se stesso” non significa salvare se stesso, ma vale salvare l’uomo, in quanto si sottende anche il sacrificio di sé, adulto maturo?

Marco, a te, giovane, capire il pensiero di un  vecchio-bambino!. io so questo solo: ho lavorato per oltre cinquanta anni ad un problema circoscritto e limitato, al Christos umano,  con la volontà di  correggere o di limitare, di rimuovere l’errore del clero, che, superbo della sua  elezione, con la  divinizzazione di Gesù, figlio di Dio, Verbo incarnato, persona di una Trinità divina col Padre e col Paraclito, venuto a redimere il mondo dal peccato originale,  si è dato il  ruolo aristocratico di intermediario tra cielo e terra e di guida del popolo/laico, plebeo!.

Quindi, professore, per lei,  che avrebbe  vanificato il tentativo ebraico cristiano romano ellenistico  del Christos dio, si vanifica ora anche la funzione  sacerdotale della Chiesa e del Vaticano, in una visione fraterna, proponendo un sistema di vita  senza religio  e senza eletti, con speranza solo umana,  di fronte al Male del Coronavirus ?

Marco,  la fratellanza cristiana  è  la  logica stessa con cui si operò nel II secolo d. C., davanti alla peste, antonina,  descritta da Galeno, che sterminò un terzo della popolazione romana (20.000.000 su 60.000000) e che  determinò la decadenza reale dell’impero  a causa del successivo  tracollo economico – finanziario-amministrativo- burocratico, dapprima in Oriente poi nella zona danubiana ed infine  gallico-germanica occidentale! I cives dell’impero,  ammirati davanti alla serenità nella morte dei martiri, condannati perché renitenti alla leva,  desiderosi di ricongiungersi in una patria eterna celeste promessa dal  Clero di una ecclesia  katholikh, ben fondata sulla fratellanza universale della paideia ebraico-ellenistica, si sentirono abbandonati dagli dei  e… vollero… credere in  un dio soothr/salvatore!.

Oggi, dunque, professore,  col coronavirus, lei rileva  anche il fallimento della scienza,  accanto a quello  religioso,- che, comunque dà una speranza eterna, ultraterrena  all’uomo che si sacrifica  e soffre  accettando il male di vivere! – e considera difettoso il principio scientifico stesso  cibernetico, in una vanificazione di ogni theoria  dottrinale,  inadeguata a guidare in modo serio gli umani  nella  battaglia virale, in una dimostrazione di inefficacia, anche politica !

Certo, Marco!. Anche la  scienza, se assurge alla funzione di guida kuberneeths, diventa dannosa, evidenziando una  sottesa volontà di dominio sull’uomo, come se fosse  sovrana, per conto proprio! Sembra  che le risultanze scientifiche sono indipendenti, ma gli scienziati hanno valore solo se assecondano le industrie, datrici di lavoro, e fanno la gloria  delle aziende pagatrici. Gli scienziati, come il clero, al servitium della Chiesa e di Dio, hanno utili personali!

Per lei, quindi, professore,  dapprima esisteva  solo  la maestà divina, salvatrice nei mali, poi,  accanto, si è posta e sovrapposta  la sovranità imperiale dittatoriale, sacrale,  che ha guidato la massa popolare – universale gregge di fronte all’unico pastore-signore,  in caso di eccezionale tragica emergenza – in preda al phobos, alla salvezza! Ora, infine, il popolo è ben  guidato  negli stati dittatoriali da comitati scientifici, costituiti  da sudditi ben pagati, funzionari statali – fisici, astro fisici, chimici, virologi ecc., mentre,  nelle democrazie, la ricerca non ha libertà di parola, ma è controllata  dalle lobby, notarili e giuridiche  e medico- farmaceutiche, politicamente corrotte, amorali!.  

Come  prima non esisteva informazione corretta,  poiché non esisteva la scienza, ma solo la theologia( o theurgia), che risolveva tutto in paradosso, retorica e bugia, ora,  nella varietà delle  situazioni e delle  tante  e diverse forme costituzionali,  in relazione alla cultura  delle nazioni, connesse con gli ambienti geografici e con  la propria storia,   la confusione  è l’arma letale,  che, insieme  con la non univocità di comunicazione, provoca panico, riportando l’uomo alla barbarie primitiva, in ogni parte della Terra:  i probabili versi finali del De rerum natura  lucreziano mostrano la pazzia degli ateniesi, espressione di democrazia, che combattono per porre  i morti sui carri per il rogo, divenendo exemplum di non razionalità, loro, faro di civiltà ancora per la Res publica, dopo quattro  secoli circa!

Gli ateniesi, per Lucrezio Caro, epicureo (  98-55 a.C.), quei saggi ateniesi dell’ epoca di Pericle,  un tempo  pii, ora, di fronte alla  peste del 430/29 a.C.   non più uomini razionali e naturali, non più sereni, davanti al pericolo mortale, scoprono con immenso sgomento  il trionfo della morte sulla vita e, pazzamente sbigottiti, tornano ad essere bestie, arrivando perfino a  multo cum sanguine rixare, incivilmente, appropriandosi della pira altrui, per non abbandonare i cadaveri dei propri morti, per scrupolo religioso, dimentichi del diritto e dell’humanitas! cfr. De rerum natura VI,1285-86:   subdebantque  faces multo cum sanguine saepe/rixantes, potius quam corpora deserentur/ e ponevano sotto le torce, sostenendo spesso lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i cadaveri ! 

L’uomo,  rimasto per secoli sotto una falsa religio  e scientia,  scopre ora, all’improvviso la propria solitudine  davanti alla morte, non avendo conosciuto il vero valore del vivere,  che sottende il morire perché come essere formale, sostanzialmente non razionale  e non naturale, vive senza reale coscienza di vita, senza autonomia autentica, senza …fratellanza!  Essere fratelli nel Kosmos  sottende, oltre alla paritarietà, come primo dovere  la protezione delle fasce di età più deboli, già, per conto proprio,  ben disposte alla morte, anzi pronte al sacrificio per i figli e nipoti!

Tanti vecchi e  tante vecchie  sono, certamente, nel bisogno,   Alcesti, desiderose di dare la vita, senza  pretesa alcuna (cfr.  Euripide, Alcesti, 381:  Il morto giace  e il vivo si dà pace!) Marco, il vecchio-bambino, classicamente,  conosce che la sua vita  è quella della sua famiglia, che vive,  del figlio e del nipote – e che il suo sacrificio lo eterna!

Professore, dunque, bisogna proteggere solo – se si può! nessuno ama morire!-  chi già è disposto a morire serenamente, secondo natura e ragione, divinamente, come Tello ateniese (cfr.  Erodoto, St., I,29-33) convinto, comunque, che fa bene chi  preventivamente salva gli altri, salvando se  stesso, davanti al male comune,  essendo comune  ed unica la stirpe umana!

Bravo, Marco, e bella  la citazione di Tello soloniana!