Archivi categoria: Articoli

Niceta e il Te deum

 

A Niceta Cosi, mio caro consuocero, con grande affetto

 

 

Vieni dalla Terra, Vieni in Cielo, Vieni (Vita di Apollonio di Tyana, VIII, 30)

Chi è Niceta di Remesiana?

Non credo che tu lo conosca,  Marco. Te ne voglio parlare perché è un dardano,  di cultura  latina,  cattolico, un compositore di inni religiosi, un cristiano moderato.

Conosco i troiani coma dardani: mi dica dove si trova la Dardania ?

La Dardania faceva parte della Mesia (in quanto  è zona balcanica posta tra Kosovo Albania e Macedonia)  poi con Diocleziano  diventa regione  dell’Illirico.

Una delle città di maggior rilievo è Naisso (Nis in Serbia), luogo dove  Claudio II, il gotico, annienta i Goti nel 268,  e dove nasce a Costanzo Cloro,  nel 274,  il figlio Costantino da Elena.

Perché mi vuole parlare di Niceta di Remesiana ?

Per molti  motivi, che restringo a tre: 1. per dimostrare che il Te deum è opera sua e non di Ambrogio; 2. per mostrare le tecniche dell’innografia nel IV secolo  in una zona  contesa  tra pars orientale e pars occidentale, diventata di lingua latina; 3. per evidenziare come l’innodia non sia sola una pratica privata ma pubblica, usata per la liturgia, specifica per la celebrazione dei martiri, di cui si riscoprono le ossa, all’atto della tumulazione o della consacrazione delle reliquie, cfr. Ambrogio, grates tibi, Iesu,novas per il ritrovamento dei resti di Gervasio e Protasio ( S. Ambrogio Inni, Fabbri editori  a cura di A. Bonato,1997).

Si è, dunque, in un clima teodosiano di affermazione del cristianesimo triumphans e della ricerca dei martiri cristiani per la consacrazione degli altari! Bene. Mi dica ora chi è Niceta?

E’ un civis romanus  di rilievo (335 -414) che ritiene che con l’innografia si possa  migliorare il credo cattolico – i cristiani del IV e V secolo si servono degli inni per la liturgia, ma vanno cercando forme e formule nuove innodiche, adattate  al ritmo, incuranti della prosodia,e della metrica  in un libero rimaneggiamento dei salmi e dei cantici  dell’Antico Testamento, in una ripresa degli spunti innografici del Nuovo testamento collegati col Magnificat/Megalunei  cfr Luca 1,46-55 di Maria, che esalta rendendo grande in cuor suo il Signore-in un servitium dei comunitario e privato.

E’ Niceta un uomo, provincialis, moderato nei confronti di pagani ed ebrei e   di ariani: conosce anche  Anicio Paolino, di Nola (355-431) -figlio del governatore di Aquitania, governatore anche lui per  acclamazione popolare  in Spagna,-  e sua moglie Therasia, il loro sistema di vita cenobitico-  Cfr.  Gens Anicia – e  ha  relazioni con Damaso e  Gerolamo,  con Ambrogio ed Agostino e perciò dovrebbe aver una carica ecclesiale.

Non è, dunque, uno sconosciuto cantore di inni, barbarico, anche se dimenticato da  Girolamo in  De viris illustribus?.

No . Sembra  perfino conoscere lo spagnolo Aquilino Giovenco, lodato anche da  Girolamo( vita 84) come capace di tradurre alla lettera i vangeli, anche se abbelliti dal suo estro poetico,  data la sua abilità nell’usare l’esametro e considerata  la ricerca dell’effetto retorico e  della facile esemplificazione dei detti, scritti per l’edificazione morale dei credenti.  

Niceta  dovrebbe essere, invece,  considerato come iniziatore dell’innodia  o come uno che è stato capace di innestare sugli inni omerici  l’inno cristiano, in  lingua latina,  in una zona connessa anche  ai luoghi  di un’area  pagana o  ariana.

Niceta appare già lontano dalla forma dei primi cristiani che seguono il principio paolino (Colossesi, 3,16) in quanto   ancora legati ai salmi ebraici,  rimasti  nella stessa concezione del dio giudaico da amare e temere,  proprio della scuola alessandrina che si è distinta col Protreptico   e col  Pedagogo di Clemente Alessandrino,  che ha una coscienza innica  lirica del canto secondo una linea  dossologica ed eucologica.

Sembra che Niceta  si distacchi dalla musica  sinagogale, comunque,    e mostri un legame con quella pagana  cfr E. Wellesz, la musica cristiana nei primi secoli dell’età volgare in Musica medievale fino al  Trecento  Milano 1963.

Il poeta,  insomma,  innova l’inno sacro  secondo una doppia lettura del termine,  mettendo insieme  Canto  ebraico e quello pagano, già fuso con l’innografia greco-ellenistica con l’inno latino- Carmen saeculare oraziano – a voci alternate, con chiusura corale  cfr .C. Magazzù, Dieci anni di studi di Paolino di Nola ( 1977-87) in Bollettino di studi latini 1988.

D’altra parte il termine umnos deriva da una doppia radice  quella di  umneoo/ canto  e quella   di uphainoo /tesso un canto,   da cui uphh tessuto: l’inno cristiano, quindi, risulta  un canto, tessuto, come una tela,   per un eroe (o  per un dio)  che viene celebrato  in ricorrenze del genetliaco o della morte, specie per i martures. 

Sembra che ambedue le derivazioni attestino  un preciso atto di religiosità e  un momento liturgico, misto di intreccio di canto e di tecnica aedica, accompagnato dal suono della cetra, che sottende una composizione tramata, fatta al telaio, da artisti professionisti, che sfruttando la coralità popolare del choros e  la voce di un solista , sanno servirsi della strofe e dell’antistrofe e di una chiusura corale.

Professore, mi vuole dire, cioè, che  nel IV secolo già l’innodia cristiana funziona perfettamente in quanto  si conoscono gli effetti retorico- ritmici dell’ anafora e dell’ anadiplosi,   del chiasmo  e del sistema del parallelismo  simmetrico, del poliptoto,  tipico dell’innografia greco -ellenistica e di quella pagano-latina?

Marco,  l’inno in quanto ha l’incipit tipico di una invocazione  con gli attributi del dio o eroe cantato, è già  nell’innografia pagana (negli inni omerici e in quelli di Callimaco –Artemin …umneomen, thi tocsa lagooboliai  te melontai … cantiamo Artemide a cui sono cari l’arco e la caccia delle lepri  . cfr  Callimaco, Umnoi III) e in quella cristiana con lo stesso Padre nostro/ Pater hmoon, o en tois ouranois  di Matteo, che, seguendo  i salmi- che sono tehillim Lodi/inni– sfrutta l’anafora di sou (agiastheto to onoma sou, eltheto h basileia sou/ genetheto to thelema sou ).

Ricorda, Marco,  che si è nell’area sacra, templare, e all’atto di una professione di fede,  nella preghiera/euchh di salvezza  dell’uomo creatura al Dio Creatore,  secondo due  direttive quella della l’esaltazione del nome di Dio e quella  del suo timore!.

I cristiani, avendo avuto esempi dalle sinagoghe ebraiche in cui inizialmente pregano, poi, staccandosene riprendono il testo del vangelo greco  di Luca con traduzione latina  col Magnificat  con  Benedictus, col  Gloria e Nunc dimittis , Alleluia ed altri  connessi con Paolo in lingua latina (Efesini 5, 16.9 ), ed iniziano- non si sa esattamente in quale sede – a cantare  e a salmodiare servendosi dell’accompagnamento musicale della  cetra.

Professore, da quanto dice c’è, dunque, un fenomeno innodico greco ed uno latino   e quindi  è propenso a credere che ciò sia tipico del periodo postdioclezianeo in una volontà di ringraziamento per la fine della persecuzione e l’avvento di una nuova era .

Certo, Marco  la salmodia greca  e l’innografia ellenica precedono le corrispettive forme  latine, che sono successive alla Tetrarchia, costituita da Diocleziano, che con la sua feroce persecuzione sembra annientare il primo cristianesimo, che, invece, torna a vivere, come risuscitando,  grazie al sangue dei suoi martiri, ora celebrati, con la nikh/vittoria  di Costantino.

Quando effettivamente  il canto latino, dunque, ha una sua fisionomia,  una forma propria  nella liturgia cristiana occidentale, divenendo una pratica di devozione non solo privata ma anche pubblica?

Per alcuni ( G, Del Ton, Gli inni di S, Ambrogio, Como 1940  e  J. Fontaine, Naissance de la poésie dans l’Occident Chretien. Esquisse d’une histoire de la poesie chretienne latine du III au VI siècle, Paris  1981) solo dopo Vittorino di Petovio  (250-304)  e specie dopo Ilario di Poitiers (310 -367) esiste  nell’inno  un pensiero teologico  cristiano, con un clero organizzato che  officia  pubblicamente e fa liturgie in Occidente secondo la regole  di Ireneo di Lione , entro cui si configura e si  struttura  la innografia latina.

Infatti dopo l’esilio in Oriente di Ilario, in mezzo agli ariani, ci sono prove  reali di innografia  in cui  c’è un  reale servitium fidei, che si esprime con inni e canti, cantori ed artisti,  in quanto il santo  è convinto nel  Trattato sui Salmi che qualunque cosa si legga nei salmi si riferisca a Christos e prefiguri significatamente  la sua venuta, la passione, il suo regno, adombrando anche  il mistero  del suo corpo/Chiesa.

Tutto questo diventa espressione di una  testimonianza  sicura e  chiara in Atanasio  (Vita di Antonio)- dove si legge che i monaci di Nitria usano cantare  i capisaldi della loro fede con salmi ed inni– che nel suo esilio in Occidente diffonde il sistema innodico greco nell’organizzazione sistemica ecclesiale, già propria del patriarcato alessandrino.

Il Te deum di Niceta diventa  così  un esemplare canto liturgico occidentale ben fuso con quello atanasiano,  in quanto attualizza il credo  atanasiano e la sua innografia  nel  contesto dardanico di confine tra le due partes dove le paure dell’ avvento del demonio, che si incarna  nei visigoti invasori, sono maggiormente sentite.

Da qui la preghiera-ringraziamento  a Dio  che si degni di  assistere la chiesa riunita in canti nella prova e di liberarla dalle forze demoniache.

Professore, io non conosco il testo del Te deum, me lo  può dire, visto che lei lo sa a memoria, da quando era chierichetto, e che lo ha cantato molte volte nei  cinque/ sei anni  negli anni cinquanta.

Subito, Marco! Ecco il Testo con semplicissima ed elementare traduzione e commento:

Te deum laudamus/ Te dio lodiamo

te dominum confitemur /Te dio confessiamo

te aeternum patrem omnis terra veneratur/ Te eterno padre tutta la terra venera

Nota la ripetizione di te  in sede princeps, che è tipica come anafora di se greco sia pagana che cristiana, in un’epoca monarchiana, di un dio uno,  signore e padre eterno come Zeus,  e sembra connessa con lo shemà israel, Adonai eloenu, Adonai echad.  Rileva che il  duplice te -anadiplosi- ha come soggetto noi, mentre il successivo te ha come soggetto omnis terra per evidenziare il concerto universale terreno alla lode del Signore, cantata dagli uomini.

Tibi omnes angeli /A te tutti gli angeli

tibi caeli et universae  potestates/ A te anche  tutte le potestà del cielo

tibi cherubim et seraphim incessabili voce proclamant: A te i cherubini  e i serafini cantano, standoti davanti,  con voce incessante

Il tibi anaforico simile a soi  è probabilmente antico  ed è ancora ebraico e rimanda ad un periodo in cui ci sono le connessioni con la sinagoga,  che inneggia a Dio, celebrato non solo in terra ma anche nei cieli  da tutte le gerarchie angeliche con voce incessante (cfr. Ezechiele e Matteo incipit  del padre  nostro con la benedizione del nome divino).

Sanctus sanctus  sanctus /Santo santo santo

Dominus deus sabaoth /Il  signore dio degli eserciti.

Anche il sanctus è  in relazione al trisagion, ma nell’Illirico ha ora una nuova funzione celebrativa,  connessa con la esaltazione divina di Costantino non più glischros viscido come  un verme trachala -epitome De Caesaribus 41,16- ma anhr theios, favorito dal dominus deus sebaoth, ora tredicesimo apostolo, dopo Nicea, ministro di un Dio militaristico, sempre nikeths Vincitore/ Sol invictus, Neos Theos .

Pleni sunt caeli et terra maiestati gloriae tuae/ I cieli e la terra sono pieni della maestà della tua gloria 

La visione del cielo e della terra pieni della maestà della divina gloria è il compendio del canto angelico, che esprime anche la manifestazione di Dio in ogni luogo terreno con la sottesa presenza  (Shekinah).

Te  gloriosus apostolorum  chorus/ Te il glorioso coro degli apostoli

Te prophetárum  laudábilis númerus/Te il numero lodevole dei profeti

 Te mártyrum candidátus  laudat exércitust/ Te il bianco esercito dei martiri loda. 

Te per orbem terrárum / Te per il mondo

sancta confitétur Ecclésia,/ la santa chiesa confessa 

Patrem imménsæ maiestátis; /come padre di immensa maestà

venerándum tuum verum  et únicum Fílium; come unico e tuo vero venerabile figlio 

Sanctum quoque Paráclitum Spíritum/ come anche santo paraclito spirito . 
Qui l’anafora (triplice ripetizione) di te  è usata prima per indicare  che il coro glorioso degli Apostoli e il numero lodevole dei Profeti  e  il bianco esercito  dei martiri che  lodano Dio, a cui viene aggiunto un altro te il cui soggetto è la santa chiesa,  che confessa per tutto il mondo romano  unificato da  Costantino  il Dio uno  e trino ( le persone-ipostaseis  sono viste nella potestà immensa del Padre, del venerabile  unico e vero  figlio  e dello spirito Santo Paraclito).

Marco, nota l’uso di Paraclito (paraklhtos ad -vocatus, chiamato vicino) ancora considerato protettore  come Upostasis  di Spirito  Santo inviato solo dal Padre!.

E’ un’affermazione della diffusione cristiana cattolica nel mondo di epoca teodosiana dopo il concilio Costantinopolitano del 381, secondo le formulazioni tipiche di Gregorio di Nazianzo, poi subito enunciate con un incipit  di strofa di Tu ripetuto per cinque volte con funzioni, però, diverse.

Tu rex glóriæ,  Christe. Tu,o Cristo, sei il re della gloria
Tu Patris  sempitérnus es Filius./ Tu sei il figlio sempiterno del Padre  

Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem,  Tu destinato a prendere il compito di liberare l’uomo

non horruísti Virginis úterum/ non hai avuto orrore dell’utero della Vergine. 

Tu, devícto mortis acúleo, / Tu  dopo aver v
into la spina della morte 
aperuísti credéntibus regna cælórum./hai aperto ai credenti i regni dei cieli

Tu ad déxteram Dei sedes,  in glória Patris/Tu siedi alla destra di Dio nella gloria del padre
Iudex créderis  esse ventúrus./ Tu  sei creduto destinato a tornare come giudice 

Se prima c’è la ripetizione quadruplice di Te ora la ripetizione con poliptoto di tu è quintupla  sul Christos Kurios  come re di gloria, come  figlio dl padre sempiterno, come dio venuto a liberare l’uomo, che non ha avuto timore e vergogna di entrare nell’utero di una vergine- si  sta preparando il clima che partorirà la definizione della theotochos ad Efeso 431!-   come chi ha aperto  il regno dei cieli dopo aver  vinto l’orrore della morte, come dio che siede alla destra del padre nella sua gloria in quanto creduto  giudice degno di venire  a giudicare i vivi e i morti alla fine dei tempi.

Insomma Marco, qui c’è tutta la formulazione del Credo  costantinopolitano di Gregorio di Nazianzo cfr. Amici cristiani perché  diciamo Credo?

Te ergo, quæsumus; tuis fámulis súbveni,/ Te,dunque preghiamo cantando; soccorri i tuoi servi, 

quos pretióso sánguine redemísti/ che hai redento col tuo prezioso sangue
ætérna fac cum sanctis tuis in glória numerári /e fa in modo che siamo iscritti nel numero dei tuoi santi nella eterna gloria.

Rileva, Marco, l’uso isolato  di te che è connesso idealmente in modo riassuntivo con il precedente pensiero e che è collegato con benedicimus te (tibi) , dopo altre quattro invocazioni.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine/ salva il tuo popolo, o signore,
et bénedic hereditáti tuæ/ benedici la tua eredità.  
Et rege eos,  et extólle illos usque in ætérnum/reggili ed innalzali in eterno . 
Per síngulos dies benedícimus te;/ Te benediciamo ogni giorno
et laudámus nomen tuum in sæculum /Lodiamo il tuo nome nei secoli ,  

et in sæculum sæculi/ nei secoli di secoli.

Dignáre, Dómine, die isto/ degnati o signore oggi   
sine peccáto nos custodíre / di custodire noi senza peccato
.

Il nucleo della richiesta  è  dignare, domine, die isto   Degnati imperativo di dignor, o signore, oggi, in questo giorno: si conclude la supplica   con la richiesta   di custodire noi preganti   di questa chiesa  dardanica senza peccato  con la supplica biblica  del miserere nostri in anadiplosi /Kyrie, eleison)

Miserére nostri, Dómine,  miserére nostri/ abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi.

Marco, rileva da una parte il parallelismo simmetrico  di verbo-pronome  con la ripetizione del sintagma in sede princeps  e sede extrema  e  la centralità di Domine, Kyrie-Adonai, da un’altra .

Le due ultime suppliche,  in congiuntivo esortativo, sono: sia fatta comunque, la tua misericordia intesa come volontà pietosa su di noi  perché  abbiamo sperato in te, nostra salvezza: è una conclusione oggettiva, come preghiera con supplica e ringraziamento comune.

La positio extrema di  in te,   di chiusura, sul piano di nos  plurale, di preghiera comunitaria,   autorizza a mettere in sede princeps  in te  che aumenta valore, ora,  per la ripetizione marcata,  all’istanza personale  dell’orante scrittore, espressa in prima persona sottintesa,  anche lui  pieno di speranza nel Signore  e nella sua misericordia ( poliptoto di miserere/ misericordia ) che chiede  di non essere confuso in eterno.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos/ Che sia fatta la tua misericordia su di noi 
quemádmodum sperávimus in te/e  perciò abbiamo sperato in te
In te, Dómine, sperávi:! In te ,o signore, ho sperato 

non confúndar in ætérnum /che io non sia confuso in eterno.

Dunque, professore , l’inno  ha valore comunitario e personale  ed è preghiera-ringraziamento a dio, scritto in uno specifico momento di phobos, quello del  passaggio dei goti invasori  e perciò non può essere di  Ambrogio, morto il 397.

E ‘ un inno da attribuire a Niceta , Marco: non è mia, comunque,  l’attribuzione allo scrittore dardano,  ma è vecchia di oltre un secolo  ( cfr S . Eward Burn, Niceta of Remesiana, His life  and books, Cambridge 1905).

Per me Ambrogio, tra l’altro,  è troppo velenoso con gli ebrei come si evince dall’episodio dell’incendio della  sinagoga di  Callinicum /al Raqqa sull’Eufrate: Il vescovo milanese scrive a Teodosio  di punire il governatore, che ha fatto ricostruire ai cristiani, a loro spese,  la sinagoga da loro distrutta nel 388!

Ambrogio  ha coscienza della vittoria cristiana e ne vuole godere da vincitore: non gli interessa la pacifica convivenza a differenza dell’imperatore!

Cosa avrebbe detto e  fatto davanti ad un Alarico distruttore ariano di comunità cattoliche, eletto  da Arcadio nel 398 magister militum in Illiricum, l’anno dopo la sua morte!.

Il suo odio per gli ariani è ancora più profondo di quello contro i giudei e i pagani ! E’ questa la realtà delle dioikeseis cristiane, ricche  ed ostili, ai pagani,  ai giudei e ai barbari cristiani ariani.

Professore, l’integralismo cristiano ortodosso  fa stragi in nome di Dio!

Sembrerebbe.

 

Michelangelo ed Ascanio Condivi

Michelangelo ed Ascanio Condivi

Ascanio Condivi (1525-1574) scrittore di La  Vita di Michelangelo (1475-1564).

Ascanio Condivi, nato a Ripatransone,  si trasferisce a venti anni  a Roma, sotto il pontificato di Paolo III (1534- 1549) e diventa discepolo di Michelangelo Buonarroti.

Vivendo per quasi  un ventennio accanto a Michelangelo,  impara il mestiere  di pittore e  di scultore, seguendolo anche negli spostamenti

Roma è città corrotta da secoli, ma dalla fine del Quattrocento è diventata  patria di prostitute che,  in quanto honestae, cioè educate  secondo le buone maniere, grazie alla nobiltà di famiglia o alla educazione ricevuta, sanno conversare piacevolmente,poetare,  danzare sobriamente, cantare, recitare  e stare alla pari delle dominae/signore,  rivaleggiando con loro nei salotti.

Esistono nella corte pontificia, cortigiane –   letterate,  poetesse, musiciste  pittrici di talento, che hanno al loro fianco amiche ed amici, (come Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, 1490-1547), che non disdegnano rapporti di qualsiasi genere – o vere prostitute  (come  Imperia  la divina, 1486-1512, la Venere  papale, innamorata del popolano Angelo del Bufalo e  protetta dal banchiere Agostino Chigi) che hanno ammiratori ed amanti cardinali come Iacopo Sadoleto e come Pietro Bembo  o il papa stesso, o artisti come Raffaello Sanzio (cfr.Amore e Psiche  Il trionfo di Galatea).

Lutero, venendo a Roma nel 1510,  rileva l’ immoralità della curia romana, gli illeciti commerci dei romani coi pellegrini,  la scadimento della religiosità perfino nelle messe, dette in fretta e furia, la simonia  cardinalizia.

Eppure  subito dopo i papi Medici ( Leone X e Clemente VII),  già con Papa Paolo  III  ci sono i primi segni di un riformismo  religioso – che si concluderà con  il concilio di Trento- e viene stabilita la Regola dei  Gesuiti e si ripropone l’Indice dei Libri proibiti.

Nei primi anni di pontificato di Papa Farnese, Michelangelo è a Firenze  ad eseguire ancora in obbedienza agli ordini di Clemente VII, mentre Ascanio Condivi, agli inizi, sembra turbato davanti a tanta corruzione in Roma!

L’immoralità, infatti, non cessa se, sotto  Paolo IV,  vi sono   casi di  preti, inquisiti come simoniaci e concubini,  e se il nepotismo raggiunge i vertici tanto che Pio IV  incrimina e condanna  a morte i nipoti di papa Carafa e deve subire una congiura contro la sua persona.

Papa Pio V, poi,  deve sopprimere ordini, sia maschili che femminili,  e regolare i costumi  depravati del clero,  col sostegno di  Ignazio di Loyola e di Roberto Bellarmino.

A Roma si vive in un clima di paura e di inquisizione, mentre  il vizio fiorentino  dell’omosessualità, avendo  contaminato  la corte e i ceti abbienti,   spaventa con la sifilide( il temuto morbo gallico)dell’amante .

Lo stesso Vasari  e il Tasso, infine, sono casi di coscienze turbate,  in crisi, che arrivano ad eccessi parossistici. Il  primo, uomo vicino a Michelangelo, temendo provvedimenti  a causa dello scandalo di una vita condotta con Maddalena Bacci, da cui ha  avuto due figli illegittimi,  si  sposa con  la sorella,una bambina   di undici anni,  per regolarizzare il suo stato! Il secondo, dopo palesi segni  di pazzia, muore in S. Onofrio sul Gianicolo, mentre attende di essere incoronato poeta per ordine di Clemente VIII!

In un contesto romano  così malato, Michelangelo, il grande artista, ormai settantenne,   tornato  da poco  da Firenze – dove ha ripristinato e riorganizzato il disegno della Biblioteca Laurenziana  per ordine mediceo –  lavora, avendo commissioni da Paolo IV  ed anche da Pio IV, pur dovendo ancora  completare la tomba di Giulio II   Della Rovere, per il quale aveva dipinto la Cappella Sistina.

 Ascanio segue  il maestro, che ha abbandonato la pittura e la scultura, avendo  avuto l’incarico dal papa  di sistemare architettonicamente  la facciata di Palazzo Farnese e la fabbrica della Basilica di  S. Pietro, dopo la morte di Antonio Sangallo . 

Dopo la morte di Vittoria Colonna e del suo amico Luigi Del Riccio  e del fratello,  si stringe ancora di più l’amicizia dello scultore col discepolo ripano, col qual revisiona il gruppo del Cristo con la Vergine e con Nicodemo (suo autoritratto).

Michelangelo sfrutta anche la  perizia letteraria del discepolo   nel mettere in ordine le sue poesie, già ben valutate  dal  Domenico Varchi.

In occasione  dell’ uscita di Vite dei più eccellenti pittori scultori  ed architettori da Cimabue insino ai nostri giorni di Giorgio Vasari nel 1550, Michelangelo non apprezza la  descrizione di alcuni episodi    della sua biografia, considerati inesatti a causa  dei  maneggi dei  nipoti di Giulio II e  della polemica sulla Tomba del papa, in relazione alla  doppia commissione e per altre questioni, ed incarica Ascanio di scrivere la sua  Biografia ufficiale, che viene pubblicata  nel 1553.

Il ripano, avendo le carte del grande artista, seguendo il suo stesso pensiero,  scrive la sua opera  con sommo gradimento di Michelangelo.

Lo stesso Vasari, nel 1566,  riscrivendo la sua opera,  si attiene a quanto scritto da Ascanio Condivi e la pubblica con Giunti editore.

Morto Michelangelo, Ascanio torna a Ripatransone, dove si sposa con Porzia,  figlia di Giovanni, una nipote di Annibale Caro, traduttore dell‘Eneide, anche lui piceno (Civitanova).

Non si sa se Ascanio, vissuto accanto a toscani, a Roma, conosca Giulio, il figlio naturale di Alessandro il Moro, duca di Firenze che, dato in adozione ad una famiglia picena, ha fatto carriera religiosa  tra i Francescani ed  è  noto come Padre Gesualdo, il quaresimalista,  che vive in un monastero a Ripatransone ed è confessore, sembra,  presso un ordine femminile agostiniano, poi  inquisito e soppresso.

A Ripatransone ci sono molti sacerdoti e frati che trovano in Ascanio  il personaggio che può portare avanti  con successo   la richiesta alla Curia romana di avere il titolo di Diocesi (cfr. Alfredo Rossi, Vicende Ripane, 2002).

Infatti,  alla città di Ripatransone viene  concessa la diocesi, istituita ufficialmente da Pio  V nel 1571, grazie anche alla intercessione  del cardinale Felice Peretti (divenuto, poi, papa Sisto V nel 1595), molto stimato all’ epoca  anche dal Cardinale  Ugo Boncompagni (poi Gregorio XIII, suo predecessore nel papato), che sottoscrive la petizione.

La morte di Ascanio a 49 anni avviene per un disgraziato incidente alla ruota del suo calesse, nel corso dell’attraversamento  del torrente Menocchia, in piena, ingrossato dalle piogge.

E’ il 10 dicembre del 1574.

 

 

 

 

Egesippo

 

In memoria di Frére Luc Brésard, un grande studioso, un vero monaco 

 

Gerolamo così  descrive Egesippo in De viris illustribus,22 ( Cfr. Gli uomini illustri a cura di Aldo Ceresa-Gastaldo, EDB 2014):

22.1 Egesippo, vicino al tempo degli apostoli, scrivendo tutta la storia degli avvenimenti della Chiesa, dalla passione del Signore fino alla sua epoca, e  raccogliendo, da ogni parte, molte  notizie  miranti all’utilità dei lettori, compose cinque libri con stile semplice così da rendere anche il modo di dire di coloro di cui seguiva la vita,

Professore è vera questa affermazione del Santo sulla composizione di un  libro in 5 volumi e sulle notizie  raccolte per l’utile dei lettori cristiani ?

Certo, Marco , Gerolamo sa da Eusebio ( St. Eccl. IV,22,3). che Egesippo da Corinto va  a Roma, dove sotto Aniceto, scrive  le  memorie upomnhmata, di cui non si sa bene se sono sue testimonianze o notizie tratte da Bellum Civile di Flavio, con aggiunzioni personali.

Mi può dire qualcosa sul personaggio Egesippo?

Marco, si sa poco di Egesippo, la cui opera non ci è giunta se non tramite allusioni o  citazioni o trascrizioni di altri autori  specie da parte di Eusebio, che lo segue  preferendolo a Papia di Ierapolis.

E’ un giudeo,  nato forse intorno al 110, in una località  giudaica non precisata,  cresce in ambiente giudaico ed è incerto- è da escludere se è già Christhianos!- se partecipa alla impresa di Shimon bar Kokba, il messia secondo rab Aqivà: è probabile che come cristiano si sia tenuto lontano dal conflitto!.

Dopo la Galuth adrianea- che risulta non solo  cacciata definitiva dall’impero romano del giudaismo ma  una quasi totale eliminazione popolare   (oltre 850. 000 furono i morti), con la cessazione del nome stesso di Gerusalemme ora chiamata Helia Capitolina e con la cancellazione dalla cartina geografica di Iudaea, sostituita con Palestina- Egesippo (Hegesippus -Iooshpos greco-Iosippus latino, attestato anche come Yosippon nel X sec. in una parafrasi di Bellum Iudaicum, da cui derivano, oltre ad  una duplice versione armena, una versione araba e una forse slava cfr. Eisler) sembra vivere  per qualche tempo  a Corinto.

Mentre la Palestina  ha nuovi cives stanziati  al posto dei giudei, uccisi o profughi,  e nuovi vescovi a Gerusalemme,  non più uomini  della famiglia del Signore,  che erano stati sicuramente ostili ai romani ( cfr. Giustino apologista, Apologia I ed  Eusebio che indica i   nuovi vescovi gerosolomitani ), Egesippo, come cristiano, evita  la strage, a seguito di una guerra durata 200 anni tra Romani e giudei, iniziata con la presa di Gerusalemme nel 63 a. C. da Pompeo  e finita con la morte di Shimon e di Aqiva, dopo la sconfitta  di Bethar nel 135.

Ma, allora, professore il materiale  di  5 libri  come parafrasi del bellum civile in  Codex Ambrosianus C 105 o  in quello Cassedianus  del VI-VII secolo  in latino,  perché è riconducibile a Iosippus  o  alla mano perfino di Ambrogio?

Io seguo V. Ussani (critica di Hegesippus, Bellum Judaicum, in Corpus ScriptEcclesLatin., Vol.LXVI, Vienna 1932)  che  ne ha contestato l’attribuzione. Comunque, ancora oggi, si dice che sia di Iosippus, sulla base di indicazioni di Gerolamo di Stridone, (331-420) uomo occidentale per cultura, che segue la via tracciata da Eusebio, nonostante il sodalizio con  Evagrio  e la sua esperienza eremitica in Calcide e il suo perfezionamento in  lingua greca  ed ebraica. Infatti egli conserva intatto l’ interesse alla cultura latina  insieme a Damaso e a Rufino  e a Pammachio, essendo legati tutti alla corte di Treviri e  connessi col vescovo di Aquilea.

Lo studio di Eusebio   e i commenti alle Homeliae in Hieremiam e quelle  in Ezechielem di Origene sono indice ancora di un costante interesse latino  da parte di Gerolamo anche quando è in sede costantinopolitana  nel periodo del concilio  di Costantinopoli, a cui la sua partecipazione risulta stranamente  insignificante rispetto a quella di Gregorio di Nazianzo, suo maestro. Le notizie  geronomiane su Panteno Vita36, su Clemente,38 e su Origene 54, congiunte con le informazioni di Eusebio  dànno un ‘idea dell’origenismo  come  pietra di inciampo nel primo cristianesimo, come eresia da confutare- Eppure  Origene dovette avere rapporto e forse qualche legame con Iosyppus  nel periodo, pur breve, trascorso  a Roma sotto il pontificato di Zefferino…

Lo stretto sodalizio di Gerolamo con le donne romane, la morte di Damaso e il suo iter verso la Terra Santa con la sua stabilizzazione in Palestina dopo un viaggio  d’istruzione in Egitto, sono solo  occasioni di conoscenza non di  una svolta culturale:  non per nulla non è visto con rispetto dagli orientali e  neppure dal vescovo di Gerusalemme Giovanni,  suo superiore, e neppure da Palladio( la storia Lausiaca, cit) …

Cosa è capitato, Professore, nel 393, che fa orientare Gerolamo in modo contrario ad Iosippus  e contro il suo vescovo Giovanni, antiorigeniano, tanto da farlo  abiurare all’origenismo  a cui fino ad allora era stato legato?

Non è facile spiegare quello che succede.

Si sa solo che tutto inizia con la denuncia al vescovo Giovanni di Epifanio di Salamina (Cfr Ep. 51 ed ep.57) che invia la traduzione della lettera geronominiana  con la sintesi delle accuse mosse ad Origene.

Si ritiene che Origene sia un pericolo per la teologia cristiana per la sua cultura greca , che non è traducibile in lingua latina. Da qui  l’ordine di Giovanni a Rufino e a Gerolamo, occidentali di schierarsi in un senso o nell’altro di  abiurare o di acconsentire  all’origenismo.

Rufino rifiuta,  Gerolamo acconsente e perciò si formano due Partes che si contrastano  in nome di Origene  e della tradizione poi  origeniana latina, sostenuta da  Rufino e da Giovanni gerosolomitano.

In effetti già da tempo in Egitto si lotta  per la fides al pensiero di Origene e ci sono scissioni tra i  i monaci di Nitria  che ne sono entusiasti mentre quelli  di Scete sono ostili specie per quanto riguarda la theoria   della natura del Logos,  della eternità della creazione  la preesistenza delle anime e l’apokatastasis.

Che cosa,  professore suscita alla fine del IV  sec. la prima crisi  origeniana. Lei ne parla in molte parti della sua opera (Cirillo e Nestorio , Cirillo e Porfirio, ed Apokatastasis ed Origene) ma non ne ha fatto mai la reale situazione. Lo potrebbe fare in questa sede?

Marco, è un questione complessa che riguarda il primo cristianesimo al  momento della sua vittoria e del trionfo teodosiano  e perdura per oltre un trentennio investendo le chiese di Alessandria, di Gerusalemme,  di Salamina, quella di Costantinopoli, di Antiochia  toccando anche la sede romana, marginalmente.

Tutta la Pentarchia è lacerata dal fenomeno improvviso della prima crisi origeniana, accesa dal vescovo  di Salamina, nel momento del trionfo cristiano, di confisca dei beni pagani ed ebraici con basiliche e sinagoghe  cristianizzate come chiese, di esaltazione dei martiri cristiani con ricerca delle loro reliquie…

In tale  situazione  trionfalistica l’integralismo domina, specie quello alessandrino e molti cambiano di schieramento e lo fanno anche improvvisamente. Gerolamo e Teofilo di Alessandria ne sono due esempi.

Epifanio di Salamina, innescata la miccia,  chiede, come ricompensa  una formale abiura da Origene a Gerolamo, il cui fratello Paoliniano è stato eletto  sacerdote dal prelato in una zona palestinese sotto il potere di Giovanni di Gerusalemme, non di sua spettanza.

Perciò, Gerolamo si inimica con Rufino, da sempre amico- che resta origeniano ( quando ancora  vive nel Getsemani mentre lui è a Betlem, accusati entrambi  dal monaco egizio  Aterbio di origenismo), e poi, tornato a Roma traduce Peri archoon i principi in latino- e si schiera con Epifanio, antiorigenista.

Il contra Iohannem Hieroslomitanum è  un testo utile per la comprensione  della sua posizione  dottrinale  di Gerolamo e per lo scontro con Rufino  che insieme ad Apologia in Hieronimum dà una reale visione dei fatti: viene mostrata  non solo la posizione dottrinale di Gerolamo ma anche quella del patriarca di Alessandria, Teofilo.

Questi è un noto origenista  che coi suoi monaci di Nitria propaganda il pensiero di Origene  ed invia alcuni Lunghi fratelli da Giovanni di Gerusalemme per aiutarlo contro Epifanio, denunciato perfino al papa romano Sisinnio. Improvvisamente c’è un voltafaccia di Teofilo che diventa antiorigenista:  sembra che il patriarca sia costretto ad una palinodia pubblica cioè ad una ritrattazione  (cfr. Palinodia in Filone), a seguito di accuse di avidità finanziaria, di stragi di ebrei, di  mal conduzione del patrimonio episcopale da parte di monaci di Scete che lo tengono perfino prigioniero e  lo torturano.

L’arrivo dei Lunghi fratelli – i monaci di Nitria perseguitati ora da Teofilo- in Costantinopoli alla corte di Arcadio e l’accoglienza da parte del patriarca Giovanni Crisostomo.  che è protetto dalla regina Eudossia,  sono segno dell’origenismo imperante a corte. Teofilo va, allora,  anche lui a Costantinopoli e briga con Eutropio e con il sovrano, servendosi di una munificenza regale,   corrompendo i cortigiani  tanto da far mandare in esilio Giovanni Crisostomo  e far vincere l’antiorigenismo.

Tornato in patria non insiste nella sua posizione integralista  e lascia che  il dissidio origeniano svanisca da solo. Alla sua morte, infatti, a distanza di quasi nove anni dal sinodo della Quercia  costantinopolitano, la questione  sembra dissolta durante già i primi atti del patriarcato del nipote Cirillo.

Da quanto  detto, professore, si può dedurre che la linea iosippiana occidentale è in relazione con la crisi origeniana?Forse che  Teofilo, Epifanio e Gerolamo nelle loro  opere mostrano  col loro antiorigenismo,  svanito dopo il sinodo ad quercum del 403, un pensiero teso alla difesa dell’apostolicità delle sedi patriarcali  e quindi accettano la linea  storica di Eusebio e la sua scelta di Iosippus, al posto di Papia?

Marco, mi è difficile rispondere: Epifanio ha mostrato in Panarion le eresie del primo cristianesimo, Teofilo ha fatto il carnefice dei pagani e degli ebrei per potenziare la sede papale di Alessandria ed ha vinto perfino su quella di Costantinopoli,  oscurando la voce stessa di Innocenzo I papa romano (401-417),  pur riconosciuto alla pari del patriarca di Costantinopoli  da Teodosio I; Gerolamo ha la gloria della Vulgata e risulta il paladino degli oppressi, mostrando l’aspetto mistico. Sono uomini che hanno, dopo il loro antiorigenismo,  una funzione grande nella chiesa cattolica  ed hanno tramandato il loro pensiero  con la scaltrezza della retorica frontoniana!.

Il fatto, però, che il papato romano non abbia voce nel sinodo della quercia lascia perplessi sul valore della chiesa romana e sul rispetto verso Rufino  e la chiesa di Aquileia allora potente, connessa anch’essa al nome dell’ecista  Marco evangelista.

Comunque,  Marco,  si può dire che  poi col patriarcato di Cirillo inizia ad Alessandria un momento magico di euforia e di supremazia sulla cultura orientale, a cui è legata anche Roma, che  già dal periodo Atanasiano, risulta  alquanto dipendente dal pensiero alessandrino cristiano, anche se  con Teodosio è diventata   principale sede occidentale.

E’chiaro, Marco, che Iosippus,  essendo garanzia di apostolicità anche per Roma Petrina, resti autore  importante per la sede romana rispetto alle sedi episcopali  orientali,  riconosciute come apostoliche.

Gerolamo infatti scrive 22,2 : Egli afferma di essere andato a Roma sotto Aniceto che fu il decimo papa, dopo Pietro  e di essersi  essersi fermato fino ad Eleutero, vescovo della medesima città il quale a suo tempo era stato diacono di Aniceto.

Ed aggiunge 22.3 :inoltre disputando contro gli idoli  per mostrare da quale errore si iniziarono a svilupparsi compose una storia in base alla quale rivela in che epoca egli fiorì.

Sembra che  per Gerolamo Iosippus fiorisca al tempo di Adriano, che è  imperatore innamorato di Antinoo,  che è indicato  come deliciae e cura cioè  favorito (22,4-5).

Si sa che Antinoo muore in Egitto e che ha un culto divino con giochi e  sacerdoti  oltre  alla fondazione in suo onore di una città Antinopoli non lontano da Ermopoli. Sorprende che proprio in questo lasso di tempo Adriano, mentre potenzia il culto di latria per Antinoo, assimilandolo anche a Dioniso ed a Hermes,   sconfigge i Giudei e li stermina.

Il tacere di un tale fatto eclatante  è per me equivoco ed ambiguo per un cristiano del IV secolo che vive  proprio in una località palestinese in uno stato romano ufficialmente cristiano: è comprensibile, però,che  Gerolamo betlemita  non indichi i segni ancora presenti nella zona. Parla, invece, diffusamente della Roma Cristiana petrina, inficiata da  gnosticismo,   di  Aniceto (155-166) e di Eleutero(,175-189) due papi  di scarso valore , orientali, come Sotero (166-175), omesso dal santo,  per indicare il lungo tempo di fermata nella città eterna di Iosippus (oltre un trentennio!).

Anche per me, professore,  la voce di Gerolamo  non suona come reale memoria, perché condizionata da auctoritas esterna sia ecclesiale che imperiale!

Professore, la storia è scritta dai vincitori!I christianoi vincitori hanno scritto la loro storia! In nome di Christos, uomo- dio, nato, morto  e risorto!

 

Praefatio di Samuel Adrianus Naber

Praefatio di Samuel Adrianus Naber

Nel dover recensire Antichità di Giuseppe bisogna dire separatamente sui dieci primi libri,  dei quali i migliori codici sono quelli che seguono/ De Iosephi Antiquitatibus recensendis separatim dicendum est de decem prioribus libris, quorum optimi codices  sunt qui sequuntur:

Codex Parisinus Gr. 1421 saec. XIV (R).

Codex Bodleianus  miscell. Gr. 186 saec. XV (O).

Codex Marcianus Gr. 381 saec.XIII (M).

Codex Vindobonensis  Histor. Grec.2 saec.XI (S).

Codex Parisinus  Gr. 1419 saec .XI (P).

Codex Laurentianus  plut. 69,20 saec.XIV (L).

Est praeterea epitome (E)quam Zonaras (Zon.) sequitur, quae sola nunnumquam veram scripturam servavit. Interdum  versionis  quoque latinae (Lat) aliquis usus est/. C’è inoltre il compendio seguito da Zonara,  che solo talora conserva la vera scrittura, Qualche volta c’è un qualche uso anche della versione latina. 

Professore, vedo che Naber cita  i codici, Zonara e perfino fa un qualche uso di una  Versione latina, imprecisata.

Per versione latina Naber intende,Marco,   quella di Cassiodoro – incerta, anche se sembra impossibile la scrittura di Cronica e di Historia gothorum senza Antichità giudaiche –  su cui sembra sia stata fatta la traduzione da parte di J. Schluessler nel 1470 ad Augsbourg,  poi in lingua italiana, francese ed inglese rispettivamente da Lauro Modenese,1549 da Arnaud d’Handilly 1675 e da  William Winston 1736, mentre i commentari attuali sono sulla base critica testuale di Benedikt Niese e di S. Adrianus Naber  e di Tackeray (Loeb) in inglese,  Reinach in Francese e  et Shalit in ebraico. (cfr. Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, I, Narcissus, Novembre 2011).

Ma, professore, chi è Naber?

Marco,  Samuel Adrianus Naber (1828-1913) è un olandese, grecista, discepolo di Caret Gabriel Cobet,  con cui discute la Tesi su Antocide, fondatore di Mnemoyne. E’ professore dell’Università di Amsterdam (1871-1898), assertore della theoria di critica testuale, secondo cui un testo classico deve rimanere nella forma in cui è stato trasmesso, anche se ammette di poter fare adnotationes  sulla base filologica.

Credo che lei lo abbia scelto per questo motivo, dopo aver visto ed esaminato le  pagine  VII -XXV di adnotationes .

Certo, Marco.  Uno che fa critica testuale  su Omero ( Quaestiones Homericae 1877)  e su Frontone (1867) e sul Nuovo Testamento considerato constitutio lacera   e ritiene  le Lettere di S Paolo molto mutile, mi dà più affidamento di altri, che  accettano supinamente il testo senza adnotationes. Per di più non mi sembra che Naber abbia  una particolare tecnica  o cura formale  circa la perizia attica  e, perciò, è considerato da me buon trasmettitore del testo di Giuseppe  Flavio, di cui io ho copia di Antiquitates Iudaicae (XX libri) e Bios  anche se  manco di Contra Apionem  e Storia Giudaica (VII libri).

De hisce omnibus, uti et de  reliquis emendandi subsidiis, qui plura cupit, is  Niesium adire debebit, cuius praefactionem doctissimam et bonis observationibus refertam  cum fructu cognoscet/Su tutti questi chi desidera di più,  dovrà avvicinarsi e familiarizzare con  Niese, e servirsene sugli altri sussidi di emendazione, di cui conoscerà fruttuosamente la dottissima prefazione, piena zeppa  di buone osservazioni.  

Cosa Naber intende per Sussidia emendandi ?

Naber desidera emendare senza correggere e  senza cercare altri mezzi sussidiari  di riserva, utili per rendere il testo tràdito migliore  a chi lo deve leggere, pur riconoscendo  i meriti di Niese.

Inter libros manuscriptos  primum locum occupat R, quocum O  plerumque conspirat. Ab his duobus  discrepant reliqui omnes , qui inter se  satis similes sunt, sed originem produnt ab illis diversam/ fra i libri Manoscritti  ha il primo posto R, con cui concorda per lo più O. Da questi due  discordano  (stonando) tutti gli altri , che fra loro sono abbastanza simili, ma hanno origine diversa da  quelli.

Dunque, Professore, per Naber,  è attendibile solo R  il Codex Parisinus, che concorda  plerumque con O il Codex Bodleianus, che comunque, è  miscellanaeus cioè che raccoglie testi diversi.

Itaque Neisio, desertis vestigiis superiorum editorum, prae ceteris Regium illum codicem, sequi placuit, etamsi  ipse ultro concedat, quod ante  pedes  positum est, saepe veriores  lectiones in altera librorum familia  servatas esse/ Perciò a Niese, abbandonate le tracce delle precedenti edizioni, piacque  quel famoso Codice Regio preferendolo a tutti gli altri, anche se concede ulteriormente – cosa che  è stato posto davanti ai piedi-  che spesso furono conservati in altra famiglia di libri lectiones veriores / testi più attendibili

Cosa significa  Regium illum Codicem?

Naber intende Il codex Regius Parisiensis Bn gr.1421 che contiene A.J. 1:13-10:274 con un lacuna 1:66-92.  e lo indica come R. ma conosce anche O. Oxoniensis cioè Bodleianus miscellanaeus, M. Marcianus, S. Vindebonensis, P. Parisinus Bn grec. 14 19, cioè testo con sommari. L. Laurentianus , V. Vaticanus, A. Ambrosianus – che è un’ editio princeps  del Frobenius del 1544 su un manoscritto Escolariensis  304,  di cui lo steso Niese dice che  è un figlio di M ed è contaminato da edizioni latine anteriori  ed anche da excerpta   bizantine di Costantino Porfirogenito (Excerpta Peiresciana ) oltre che da allusioni e  citazioni patristiche. Bisogna aggiungere che, oltre al Codice  Vaticano latino 1922 (IX sec) e al codice Berol. lat 1926  (XII),  c’è una traduzione  del Bellum Iudaicum di Rufino di Aquileia del IV secolo, non unanimemente accettata. Ma ci sono anche  alcuni codici  greci attribuiti ad Egesippo- Heg- (Codex Ambrosianus 5 e Codex Cassedianus  del VI  sec.)  da cui deriva una traduzione latina  falsamente attribuita ad Ambrogio. Ci sono inoltre, sempre derivate da Egesippo greco, una traduzione siriaca del Sesto libro di  Bellum  e un traduzione siriaca  di un libro, detto V libro dei Maccabei, in cui  sembra che si dica che Flavio abbia scritto il Bellum prima in aramaico e poi in greco.

Quantum video, in ea re Niesius frustra fuit et in adnotatione critica breviter ostendi, me infinitis locis rediisse ad vulgatas reliquorum librorum scripturas, quas longe  duco praeferendas/.Quanto vedo-  in quella occasione Niese  risulta vano e nell’ annotazione critica lo mostro brevemente- che io sono ritornato in molti passi  alle vulgate scritture dei  rimanenti libri, che io considero di gran lunga preferibili.

Est varia lectio Antiq.IX 284, qua Niesius  inprimis confidit,sed aut fallor aut falsa specie se decipi passus est, qua de  re dicam sicubi ad illum locum pervenero/  E’ varia la lettura testuale di  Antichità IX,284, in cui Niese specie confida , ma o io mi inganno o lui ha sopportato di  essersi ingannato sotto falso aspetto, su questa cosa io dirò come  giungerò  a quel locus/passo.

Codex R perite tractatus  saepe proderit, sed scatet (scaturire, essere fuori in copia, brulicare)   vitiosis lectionibus  et lacunis, quae sine reliquis libris sanari non possunr.  Est praeterea sciendum, codicem  M medium  quendam locum  tenere saepeque proxime abesse a bonitate codicis Regii/.Il codice R,  se trattato con perizia, spesso sarà giovevole(utile) ma sarà pieno(brulicherà) di testi difettosi e di lacune, che non possono essere risanate senza gli altri libri. Inoltre bisogna sapere che il codice M occupa  un posto intermedio e spesso risulta di pochissimo distante  dalla bontà del Codice  Regio.

Dunque, per Naber,  si può utilizzare con cautela  R, ma si deve tenere presente anche M?

In effetti Marco,  Naber utilizza anche altri. cfr. Adnotationes

Ex brevi adnotatione, quae mihi sola concessa  fuit, lectores  non plenissime  efficere poterunt, in hoc meo cum Niesio dissensu  uter rectius viderit, sed curavi tamen ut locos indicarem, quorum est imprimis in ea quaestione habenda ratio. Ceterum quoties  nihil referebat vel plane incerta erat  vera scriptura, a Bekkero non recedendum censui/ Dalla breve annotazione  che  a me solo fu concessa i lettori non potranno a pieno  far tesoro  in questo mio dissenso con Niese per comprendere   chi dei due  più ha visto  rettamente, ma io tuttavia mi son preoccupato di indicare i passi,  di cui bisogna rendere conto  specialmente in tale questione. D’altra parte tutte le volte  che niente veniva- si non si aveva risultato- o  la vera scrittura risultava davvero incerta, mai  ho pensato  di dover recedere da Bekker.

Si tratta di Flavii Iosephi  opera omnia  ab Immanuele Bekkero   recognita Lipsia 1855-6 ?

Certo, Marco. Naber  ha come punto fermo critico filologico  Bekker, il quale   ha presente il pensiero di  critici testuali cinquecentisti  come A. P. Arlenis  e di  S. Gelenius.

Scribit Benselerus ad calcem  operis de hiatu: “libri De bello iudaico De vita sua  et contra Apionem scripti, diligentius, libri quibus Antiquitates Iudaeorum descripsit, negligentius, et libri ad Maccabaeos et de mundo universo falso ei adscripti negligentissime hac in re compositi” . Scrive  Benselerus ( Gustav Eduard Benseler1806-1868) a fine d’opera sulla frattura: I libri De bello Iudaico, De vita sua e Contro Apione sono scritti piuttosto diligentemente, i libri in cui scrisse le Antichità Giudaiche sono scritti piuttosto negligentemente, I libri per i Maccabei e  su Tutto il mondo, a lui falsamente ascritti,  furono composti in questa circostanza molto negligentemente. 

Il giudizio critico riportato di Benseler è conforme e a quello di C, G. Cobet (Flavius Iosephus  in Mnemosyne IV 1876)  e a Bekker?

Si, Marco , ma sono tenuti presenti altri come Fr. Krebsius, che è raffinato lessicologo (cfr. Thrhskeia), abile emendatore correttore ed esplicatore dei testi dei Vangeli di Matteo e di Marco, oltre che di quello di Luca e Giovanni   e perfino della Retorica di Aristotele.

Comparuit mihi  in hisce utique decem prioribus  libris hiatus  ab Iosepho satis  diligenter vitatos esse eandemque sententiam tuetur  fr. Krebsius in Der Wochenschrift fuer Klassische 1886 p.1094 itaque  feci quod debui, ut ne vocales indecore concurrerent, sed facile  potest fieri,ut in pusilla re  quaedam me fugerint/ a me si mostrò chiaramente in questi libri e per lo meno nei dieci primi libri  che le  fratture erano state evitate abbastanza diligentemente da Giuseppe  e  sembra essere dello stesso parere Fr. Krebsius  in Der Wochenscrift fuer Klassische  Philologie 1886 p.1094. Pertanto io ho fatto quanto ho dovuto affinché non concorressero indecorosamente termini significativi, ma può accadere facilmente che  in una secondaria ed insignificante situazione, mi siano sfuggite.

Comunque, Marco, Naber è sollecitato ad una maggiore attenzione e diligenza da altri  che lo hanno preceduto nel lavoro, di cui riporta i Nomi.

Ad maiorem diligentiam  me Dindorfius provocavit, qui in Fleckseinii Annalibus  vol 99 p.821 sqq,suscepit probare, Iosephum, quantumvis esset alienus ab Attica elegantia, tamen  satis accurate  cavisse  ne peccaret  in nominum et verborum formas itaque ducem  secutus sum, Niesio  ultra quam decuit neglectum/ ad una maggiore diligenz mi invita stimolandomi .Dindorf che in Fleckseinii Annalibus intraprese a comprovare che Giuseppe, sebbene  fosse estraneo alla eleganza attica , tuttavia s’ingegnò abbastanza   accuratamente a non commettere errori nelle forme dei nomi e dei verbi,  perciò io lo seguo come guida, anche se trascurato da Niese.  più di quanto meritatamente si debba .

Ha molta stima di Dindorf ( Gugliemus Dindorfius)- che scrisse Flavii Iospehi opera, graece et latine, recognovit  Guglielmus Dindorfius  Paris 1845-6,- diversamente da Niese.

Quod  in Relationibus Teubnerianis  significavi, vir doctissimus  A. E. I Holwerda mihi concredidit inexaustam gazam observationum in Iosephum. quas  pater reliquerat qui nuper hoc est ante triennum, exacta aetate senex octogenarius  obiit. Hic  ante quinquaginta annos  fecit adnotandi initium, quo tempore  nondum prodierat  Parisina Dindorfiii Editio indeque factum est quod necesse fuit. quum uterque excuteret Havercampianas copias  ipsi Havercampio non usurpatas, millies uterque incidit in eandas correctiones, quae nunc prostant  in Dindorfii  recensione inde hinc fluxerunt in Editionem  Bekkeri./ciò che io ho mostrato significatamente in Relationes Teubnerianae, un uomo dottissimo A.E. I. Holwerda ha condiviso, credendo, con me l’inesausto tesoro  delle osservazioni  in Giuseppe, che il padre  aveva lasciato, il quale è morto  circa tre anni fa, vecchio di veneranda età, ottuagenario. Questi iniziò le adnotationes cinquanta anni fa , in un tempo in cui non ancora era uscita  l’edizione parigina di Dindorf  e da qui fu fatto ciò che era necessario, ambedue,   stampando le copie Havercampiane  dallo stesso Havercamp non usate illecitamente, fecero mille volle le stesse correzioni che ora sono nella recensione di Dindorf  e da lì fluirono nell’edizione di Bekker.

Dalla sua traduzione capisco professore che  Holwerda figlio  è d’accordo con Naber  circa la lezione del padre (Emendationum flavianarum specimen scripsit et de novae operum Josephi editionis consilio disseruit G. H. Holwerda, Gotinschemi 1847) .

Bisogna aggiungere, Marco, che per Naber sia  Dindorf che Holwerda seguono la lezione di Havercamp (Flavii Josephi , qui reperiri  potuerunt opera omnia  graece et latine… recensuit  Sigebertus Havercampus, Amsterdam, 1726) arricchita dal  contributo sembra di Spanheim (E. Spanhemius, app.II).

Sed eliminatis iis quorum alter antevertendo honorem praecerpsit (colse prima del tempo per sfruttare il vantaggio, facendo estratti) ,haud pauca supersunt egregie observata et correcta , quae nunc primum in lucem prodibunt, quum tempora olim  rei laudem non concesserint/Ma eliminate quelli, dei quali l’uno facendo versioni per primo colse prima del tempo per sfruttare il vantaggio facendo estratti. restano non pochi egregiamente esaminati e corretti, che ora dapprima verranno alla luce , non avendo concesso i tempi, una volta, la lode della impresa.

Quodsi  quis autem in hoc primo volumine Holwerdae  inedita  expectatione pauciora invenerit, scito venerabilem senem  anno 1847 edidisse Emendationum Flavianarum specimen, in quo quum procedente opere semper pauciora  ex commentariis  excerpserit, non mirandum est.in operis introitu rarescere et editorum numero superari/ e che se qualcuno in questo primo volume di Holwerda troverà poche cose inedite minori di quanto si pensasse, sappia  che il venerabile vecchio fece uscire uno specimen una prova esemplare  di emendazioni flaviane, in cui..avendo fatto excerpta  sempre di minor numero dai commentari , non biosgna meravigliarsi  che nel prologo dell’opera sono rari e superati dal numero di editori.

Uncinis quadratis inclusi novos paragraphorum  numeros, qui Niesio debentur itemque eius exemplum imitatus indicavi Sacri codicis locos ,qui Iosepho inter scribendum  ante oculos fuerunt / ho incluso in parentesi uncinate i numeri nuovi dei paragrafi che sono dovuti a Niese  e similmente, imitando il suo esempio,  ho indicato i passi del codice sacro, che Giuseppe ebbe nello scrivere sotto gli occhi  (TM o Septuaginta?) .

Ut breviter indicarem, virorum  doctorum probabiles coniecturas , his siglis usus sum /Per indicare brevemente le congetture dei vari dottori  mi sono servito di queste sigle:

Bk. indicat nomen Bekkeri.

Cocc. indicat  nome  Cocceii.

Df. indicat nomen Dindorfii

Ern. indicat nomen Ernesti.

Hw. indicat nomen Holwerdae

Ns. indicat nme Niesii.

Nr.indicat meum ipsius

Amstelodami , m. Maio 1888

S.A.N.

Per ultimo, professore, vorrei chiederE due cose per meglio capire: 1. il testo biblico che Giuseppe ha davanti  agli occhi è quello di TM o di LXX?  2. perché  per Biblioteca Latina  Naber riprende  il testo di G. A. Ernesti Lipsia 1773-4 e non quello  precedente di J A.Fabricius , suocero di Reimarus?

Non è certo quale  testo della Bibbia abbia Flavio davanti, se abbia il Testo masoretico o la Bibbia dei LXX: la questione all’epoca di Naber era molto controversa  a causa della propensione di Fabricius e di Reimarus per la seconda ipotesi. Forse per questo Naber si rifà più a Biblioteca latina rivista da  Ernesti che a quella originaria di Fabricius.  Marco, è, comunque, solo una supposizione!

Athenais Eudocia

Marco, conosci Athenais Eudocia (400-460)?

No, professore. So vagamente qualche notizia circa il suo matrimonio con  Teodosio II e i contrasti con Pulcheria.

Ti devo dare, quindi, i dati essenziali  biografici prima di potertene parlare in senso cristologico per mostrarti la sua posizione nestoriana e poi monofisita, eutichiana. Forse è bene che tu rilegga  Cirillo e Nestorio ed anche Cirillo e Porfirio oltre a Pulcheria e il riconoscimento della cristianizzazione di Giacomo !

Ascoltami bene e sappi che Eudocia è un soggetto molto controverso  anche se poi la leggenda se ne impadronisce e la santifica  subito dopo la morte, anche in senso catholikos, oltre che ortodosso.

La critica ottocentesca, invece,   la condanna  sia come donna che come imperatrice e come letterata (Cfr. Eudocia Athenais, Storia di S. Cipriano, Adelphi, 2006)

A me risulta, comunque,  un personaggio creativo, vivace,  laico, che,  pur se deve vivere in un mondo di  estremismo e  radicalismo religioso come quello di Pulcheria  e del consorte Marciano o di Teodosio II, suo marito, riesce ad avere una sua tipica funzione, difficile, ancora oggi da precisare.

Sembra che sia nata  nel 400 ad Atene  dal retore Leonzio (ignota è la madre) che la lascia orfana presto ma con un buon capitale tale da consentirle il trasferimento nella capitale dell’impero orientale,  Costantinopoli, dove ci sono forse i parenti della madre, uno zio di nome Asclepiadoro.

Per la sua eccezionale  bellezza è notata da Pulcheria, sorella maggiore di Teodosio, – che vede in lei l’ideale sposa per il fratello, nel 419 circa- e da Paolino, magister officiorum.

Pulcheria, come reggente dell’impero,  la fa educare cristianamente al fine di aver una cognata che deve vivere conformemente alle regole  della corte.

Dopo una breve istruzione in senso cattolico,  l’augusta la fa battezzare come Eudocia, desiderosa di vederla zelante fedele.

La  vita della donna  cambia quando diventa Augusta /basilissa  col matrimonio nel 421.

Nel giro di un decennio nascono figli, tra cui Licinia Eudossia,  Flaccilla e nel 431, Arcadio, che muore bambino.

Nel 423, dopo la morte di Onorio,  la pars occidentale dell’impero romano è in mano dell’usurpatore Giovanni primicerio, per cui  Galla Placidia, costretta a fuggire  col figlio Valentiniano, è accolta a corte a Costantinopoli da Pulcheria e da Eudocia.

Le donne combinano un matrimonio politico tra parenti,  tra Eudossia, bambina di pochi mesi, e Valentiniano, ragazzo di cinque anni,  con la promessa di un invio di eserciti in Italia. Infatti il generale Ardaburio minister militum  e suo figlio Aspar occupano Grado ed Aquileia per poi prendere Ravenna e uccidere l’usurpatore, ridando il legittimo trono a Valentiniano.

La notizie le conosciamo tramite  Socrate di Costantinopoli (Storia ecclesiastica, VII, 21,X).

La corte  è un monastero secondo le regole  di Pulcheria  e del patriarca Attico, che impongono la castità anche alle sorelle dell’augusta.

Il dissidio tra la colta e paganeggiante imperatrice – amata dal popolo e dai militari, specie dopo la pace con i Persiani, celebrata da lei con Inni in esametri –   e la bigotta Pulcheria scoppia ben presto ed  è causa di litigi e di delazioni  in quanto si sono formate due partes, che coinvolgono prelati e ministri come Paolino  e il prefetto Ciro di Panopoli,  apparentemente a parole,  per cause religiose cristologiche, ma, in pratica,  per  il controllo della corte e per l’appoggio imperiale.

Si è in un clima di bigottismo religioso, di celebrazioni di martiri e di  ritrovamenti di reliquie, di lotte cristologiche e monofisite, eutichiane.

Professore, non mi ha mai parlato di Eutiche, lo può fare ora?

Eutiche  (378-454) è il fondatore del monofisitismo: ritiene cioè che in Christos incarnato ci sia  una persona/prosoopon( ipostasis) in quanto uios Filius/verbum-logos  con sola natura phusis divina.  Sappi che è un archimandrita di un convento  di Costantinopoli, amico di Crisafio,  – concubilarius di Teodosio, un suo discepolo,  potente eunuco a corte – rimasto ignoto fino a quasi 70 anni. E’ un fervente antinestoriano e convinto seguace di Cirillo di Alessandria che ha imposto  ad Efeso il culto di Maria  theotokos/deipara  ed ha formulato nel 431 la theoria della natura divina  del Christos.

Comunque, Eutiche è accusato dal patriarca di Costantinopoli, Flaviano, nemico di Crisafio, solo l’8 novembre del 448 che  lo fa condannare da un sinodo episcopale perché professa che, dopo l’incarnazione,  in Christos prevale la natura divina su quella umana, come inghiottita dall‘upostasis del logos.

La condanna all’esilio è ribadita prima da un altro sinodo di Efeso del 449  e poi dal Concilio di Calcedonia, indetto da Marciano, a cui partecipa anche una delegazione latina,  inviata da Leone I,   per la quale la formulazione è questa: in Christos incarnato ci sono due nature phuseis e una persona con la sussistenza dell‘ upostasis dell’uios logos/ filius verbum!.

Grazie, professore.  Ho capito qualcosa: devo riflettere molto per entrare nel merito. Beati i miei amici che dicono il  Credo senza comprendere nessun termine  e ripetono a memoria  le bizantine formulazioni, mal tradotte in latino ed ancora peggio in Italiano!  Ora può seguitare a parlare di Eudocia.

Eudocia, Marco,  ha vita difficile a corte, avendo un altro modo di pensare ,  in quanto appartiene ad una cultura pagana, laica, ateniese, aperta, filantropica, kosmiootera. 

Cosa intende, professore, con tale comparativo?

Voglio dire che  come augusta  è pia  ed ha una conveniente  diaita  kosmia/ un sistema di vita armoniosamente cristiano, attenta ai  doveri coniugali, ma  è donna libera e  desiderosa di Cosmopolismo,  di evidenziare  cioè un’humanitas magnanima,  che supera quella cerchia della corte teodosiana, chiusa nella rigidità e regolarità del culto cristiano  e della pratica quotidiana delle preghiere ortodosse, scandite ad ore stabilite.

La regina si sente come  prigioniera in un saio monacale, dentro le mura di un convento, guardata a vista da Crisafio e dal Patriarca  Proclo di Costantinopoli: le sue lettere a Leone I, papa romano, fanno trasparire un tale stato di animo!.

La regina, perciò, contrastata dal Proclo prima e da  Flaviano, poi,  invisa  a corte, nonostante la sua attività  di costruttrice in città e la cura del prossimo, non ha più possibilità nemmeno di difesa a causa delle dispute cristologiche, a cui,comunque, si sottrae, pur scrivendo il proprio pensiero  al papa romano,  che è succube delle imposizioni   dottrinali  costantinopolitane, come è chiaro nel sinodo di Efeso del 449.

Eudocia è condannata anche se già è in esilio, ma Flaviano paga con la vita  il suo integralismo religioso, anche se la leggenda  tramanda una translatio delle reliquie  su una nave, autorizzata da Galla Placidia a  trasportarle a Ravenna, dove mai arriveranno perché venuta una tempesta, muoiono i marinai e la barca approda  senza ciurma a Giulianova Castrum novum Piceni, dove ancora oggi riposano le sue spoglie mortali.

Si tenga presente che poco prima del suo primo volontario esilio il 25 settembre del 437, c’è un terribile terremoto a Costantinopoli secondo Teofane (758-818) -Cronaca–  che per 4 mesi terrorizza la popolazione che vive  stabilmente non in città ma  all’aperto nell’Ebdomon.

Di questo periodo si conosce un intensificarsi di preghiere  e  l’uso della celebrazione del Trisagion, la ripetizione per tre volte di Agios  secondo la precettistica della scuola di Giovanni  Crisostomo,  il cui discepolo è il Patriarca Proclo: Agios o Theos, agios ischyros, agios athanatos, eleison hmas. da cui derivava il latino Sanctus, Sanctus, Sanctus Deus Sebahot  – divenuto oggi dio dell’Universo-

Secondo la tradizione dopo  le reiterate preghiere, un angelo appare e  il terremoto cessa.

All’epoca,comunque, la stessa opera sincretica  di Eudocia su Kuprianos è una vera sfida al bigottismo  di corte – specie nel biennio 426-7  di Sisinnio – sotto il patriarcato dello stesso Nestorio: la regina sorprende coi suoi versi omerici  i suoi lettori, cortigiani, raffinati,  che seguono le paradossali trovate  geniali,  i suoi meravigliosi racconti  naturali e le sottili analisi psichiche.

Lo stesso pellegrinaggio a Gerusalemme del 438-39 risulta, quindi, nella Conversio di Cipriano, al di là di un velato esilio da corte,  una reale  apertura giovanile al mondo, alla varietà e alla bellezza universale, una ricerca di  libertà.

Specie la sosta ad Antiochia, descritta enfaticamente e il suo elogio della città fatto in senato, hanno un valore encomiastico particolare e  mostrano un nuovo tono, direi, pagano  ( Storia di Cipriano, cit. I,11-14).

Il rilievo dato al sobborgo di  Dafne e al Tempio di Apollo, congiunto alla descrizione del luogo, realistica, con la visione di una pianura  di allori  e di  cipressi, zampillante di acque, con riferimento alla  classica  fonte Castalia  è una celebrazione  del culto  pagano ( cfr. Apollonio di Tyana e Gesù di Nazareth).

Il Senato  antiocheno,  stabilendo di onorarla con una statua, riconosce il sotteso spirito paganeggiante nella cristiana augusta!.

La sovrana, celebre  a Costantinopoli, raccoglie l’omaggio anche di un’altra metropoli, dopo aver ricevuto onori anche ad Efeso, proprio a Dafne, là dove  lei più tardi mostrerà la vicenda di santa Giusta  e la sua vittoria come cristiana sulle forze diaboliche del mago Cipriano, che scopre nel corpo della vergine il segno invincibile  della Croce.

Eppure, nonostante la paganità dei versi omerici e la volontà kosmiotera, l’augusta svolge una funzione cristiana quella di ricercare in Gerusalemme  le reliquie dei martiri, i segni della passione di Cristo e quelli della prigionia di Pietro, fratello di Andrea l’apostolo fondatore della chiesa costantinopolitana.

Ricorda, Marco,  che nel nome degli apostoli,  Pietro Romano e   Andrea Costantinopolitano, si è  già stabilito il doppio primato in Occidente e in Oriente nel quadro della Pentarchia  (gli  altri tre patriarcati sono  quello di Gerusalemme, quello di Alessandria e quello di Antiochia)! I patriarchi della Nuova Roma e quello della Vecchia Roma hanno il dominio sugli altri! In effetti il dominio è della sede costantinopolitana, dove regna l’autokrator da cui ha auctoritas il Patriarca, esecutore dei voleri del nomos empsuchos imperiale, espressione vera del thelema divino sulla terra, secondo il diktat di Costantino, tredicesimo apostolo.

Fatte le debite ricerche mirate, la regina, comunque,  a Gerusalemme trova le reliquie di S Stefano protomartire e le catene portate da Pietro, conservate dalla comunità gerosolomitana.

Così si disse. Così furono accettate a  Costantinopoli.

Infatti al ritorno con le reliquie c’è una festa a corte dove si fanno   riti religiosi per la deposizione  dei reperti secondo le cerimonie  prescritte, dopo la consacrazione ufficiale ad opera del patriarca.

La tempesta contro la regina  giunge, comunque, all’improvviso con la delazione di Crisafio, che accusa la regina di adulterio con Paolino E’ accaduto che Teodosio ha regalato una mela frigia  ad Eudocia, che l’ha donata a Paolino che, senza saperlo, ne fa dono all’imperatore , stupito di ricevere la stessa mela, data alla moglie.

Crisafio, incaricato dell’indagine  formula un’accusa dettagliata su Paolino, che viene immediatamente condannato a morte.

Eudocia, invece, pochi giorni dopo, è esiliata  e,  seguita da un corteo di dame e scortata  da truppe, come una prigioniera, fa lo stesso  precedente iter, in modo  clandestino e   si ritira a Gerusalemme, dove resta per un ventennio circa e dove muore  il 20 ottobre del 460.

Una brutta storia,  professore, questa di Eudocia?! Una favola è la mela frigia? Quale  ragione reale potrebbe aver indotto Teodosio a decretare l’esilio della moglie?

Marco, a parte la favola della mela frigia,  che sottende una deficienza mentale improbabile da parte di due  presunti amanti, che da buoni bizantini sanno giostrare, invece, abilmente  tra gli intrighi di corte, le ragioni  dapprima devono essere cercate a Costantinopoli dove le due principali  responsabili delle  quaestiones religiose sono Pulcheria e Eudocia, che sono a capo di eterie segrete e coprono  la prima con l’integralismo religioso la  pars di conservatori  e la seconda con  il monofisismo l’altra pars di innovatori, avendo ambedue rispettive indefinite brame politiche.

L’imperatore, succube di Crisafio, decide l’esilio prima della sorella e poi della moglie  fidando molto sulla diplomazia e sulla sapienza politica del concubilarius, ora  divenuto magister officiorum. In effetti le due donne  reclamano un proprio ruolo a corte: Pulcheria come ex reggente ha mire politiche congiunte al cesaropapismo, avendo ambizione  di tenere soggiogato il clero, pure nel cerimoniale;  Eudocia  tende ad avere una sua autonomia  per gestire  l’indeciso marito nella diplomazia, nella amministrazione statale e nella conduzione finanziario-economica,   dissennata e disastrata a causa dei tributi da pagare, annualmente, ai barbari, specie ad Attila.

L’una  acquista meriti vantando  verginità e  cristallina condotta morale  con pietas religiosa; la seconda mostrando amore coniugale e  formale  compostezza con  una rigida osservanza dell’etichetta di corte, pur  con qualche cedimento verso la cultura nestoriana  o verso il credo eutichiano, nonostante la propensione verso gli ebrei e l’ostentata protezione delle formule  pagane, indulgendo alla retorica e al sistema metrico omerico,

Il rigido costume di corte  connota Pulcheria; la retorica, il verso omerico e  i suoi centoni, la vita di S.  Cipriano e la magia, invece, mostrano  l’animo di Eudocia, più pagano che cristiano.

Perciò, Pulcheria è richiamata dall’esilio dal fratello, alla sua morte,  Eudocia  non è richiamata  dal marito né dalla cognata  e né dal marito Marciano e neppure dal successore Leone I.

Perciò, professore, si può dire che  sconta la pena solo Eudocia  perché cristiana paganeggiante, eretica monofisita,  una catholikh mai integrata con la corte bizantina teodosiana ?!

Non so se è così, Marco: la donna cerca di essere vera cristiana per come dice nelle lettere a papa Leone ( Cfr Epistolario ed. Ballerini  1,640 e Migne, Patr. Lat. L ,9 e sgg)  ed  è creduta dal clero latino e non da quello costantinopolitano che mantiene sempre lo stesso atteggiamento ostile verso la regina,  nonostante i cambi di potere. Eppure Crisafio, con la sua politica filounna e con la sua amministrazione economica ha rovinato l’impero,  attaccando gli ebrei e il  loro sistema  finanziario, massacrando anche le nobili famiglie pagane: solo dopo anni di malgoverno   è inquisito e condannato a morte nel 451 da Marciano, che  costringe Attila  a non avanzare più proposte di tributi,  dopo averlo sconfitto in battaglia, nel corso di un’invasione.

Da quel momento il re unno cambia strategia nei confronti dell’impero romano  dì Oriente e  si dirige verso i confini dei quello  di Occidente, più debole,  e fa la campagna gallica e poi italica, fermato da Leone I(!?) ,  per poi tornare verso Costantinopoli per chiedere di nuovo  invano annuali  tributi a Marciano  che, invece, rafforza il suo esercito, disposto alla guerra: la morte di  Attila fa terminare il pericolo unno.

Cosa fa la regina a Gerusalemme?

Eudocia, nel suo esilio, alterna il domicilio tra Betlemme e Greusalemme ed avendo a disposizione  molto denaro,  costruisce  mura  per la città santa, protegge gli ebrei e il loro sistema bancario,  perseguitati  da Pulcheria, dedita alla revisione dei suoi versi, meritandosi di essere acclamata  da tutti come la patrona dei deboli ed essendo vero asilo per i pagani, nella  superiore coscienza della sua azione kosmiootera filantropica.

Professore,  Eudocia sa mantenere  il modus /metrioths  di una vera augusta, anche da esiliata,  sotto la parvenza bizantina catholikh!

Così sembra,Marco!

 

 

 

Il corpo di s. Marco

 

Il corpo di S Marco è a Venezia?

Marco, il corpo di S Marco fu trafugato da Alessandria nel gennaio dell’ anno del Signore 828  d.C da Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, che, per una tempesta, erano capitati  nella città egizia, controllata dai Saraceni.

Da Francesco Zanotto ed altri (Storia Veneta vol.I,  Scripta Edizioni) si legge: Era questo involto da capo a piedi in una clamide di seta tessuta e sigillata con molti impronti: si conchiuse di sostituirvi il corpo di Santa Claudia, e di farne il cambio per guisa, che non se ne dovesse scorgere indizio. Tagliarono per ciò il manto di retro; estrassero il corpo di San Marco, e l’altro di Santa Claudia vi collocarono;  cosicché in sul dinanzi ne rimasero intatti i suggelli. Quindi i Veneziani trasportarono il corpo dell’Evangelista alle loro navi, coprendolo di erbaggi e di carne porcina in odio a’ Saraceni.

Era il corpo di S. Marco  quello portato a Venezia  il 31 gennaio?! Noi, professore, da anni,   riteniamo che il corpo trafugato non sia  quello di Marco ma di Alessandro Magno, il cui shma/monumento funebre, a causa del maremoto, era stato ritrovato, danneggiato,  ma con il sarcofago ben ancorato alla pietra alessandrina di base, mentre ogni altro monumento cittadino era stato trasportato via dalla furia del riflusso di onda, compreso il sacellum, il piccolo recinto consacrato con altare e reliquie  di S. Marco evangelista, fondatore dell‘Ecclesia di Alessandria per Eusebio (Cfr. Cirillo e Porfirio).

Così, anni fa, lei, professore,  ha scritto:

Un venticinquennio – come già detto- prima  dell’elezione di Teofilo a patriarca di Alessandria, la città era stata devastata da uno tsunami che,  nella sua onda di riflusso,  aveva ritirato il mare di oltre 2 Km ed aveva, tra l’altro,  riportato alla luce il shma di Alessandro con la stella argeade ad otto punte, disseminata, dovunque, e distrutto il martyrion di Marco,  ritenuto fondatore dell’ecclesia alessandrina christiana (Palladio, Storia Lausiaca,  introduzione di Christine Mohrmann, Testo critico  e commento a cura di G.J.M.Bartelink  trad. di Marino Barchiesi, Fondazione  Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori, 1974,  in  Peri Philoroomou scrive  che il monaco, intorno al 400, visita  to Martyrion tou Marcou) .

La popolazione fu sorpresa dall’onda di  ritorno mentre osservava il litorale scoperto e fu decimata dal riflusso…

Il fatto del 365 è utilizzato da Teofilo per l’assimilazione della stella argeade con il labaro costantiniano…

Il prelato  mette insieme da una parte i due simboli e da un’altra collega il martyrion di un ipotetico ecista cristiano con il sooma di Alessandro, il fondatore di Alessandria…

Secondo me, Teofilo, vescovo di Alessandria simpadronisce del sooma di Alessandro e lo pone nella fondamenta del Martyrion tou Markou, anch’esso devastato,  con la base del monumento sepolcrale in pietra alessandrina,  di  una tonnellata e mezza con stella argeade…. assimilato come simbolo cristiano, data la somiglianza apparente, in quanto costituita da una croce greca con un’altra che la taglia trasversalmente  a forma di  Ch (Christos)

E’ un vandalismo  calcolato o un nuovo sistema,  divenuto norma a seguito degli editti di Teodosio I ? … Teofilo e Cirillo sono uomini  perfidi cioè integralisti fedelissimi al loro credo, capaci di tutto…

Ciò sarebbe sconvolgente e significherebbe  che fu fatta un’adulterazione  incredibile – una ignobile falsificazione-  quella di uno  scambio di sooma … il corpo di Alessandro scambiato con quello di un Marco…

Oggi tale  pietra con la mummia di Alessandro potrebbe trovarsi in S. Marco per misteriosi disegni della oikonomia divina, che ha salvato dalle mani musulmane una così grande eredità e l’ha radicata in territorio  cristiano veneto…

E’ possibile? io chiedo, oggi, a lei, professore.

 Marco, l’idea mi ripugna: ho visto, però, nel corso della mia vita tante contraffazioni, tanti plagi, tante  adulterazioni che non ci sarebbe nemmeno da meravigliarsi di questo  scambio  cfr. Teofilo di Antiochia e cfr. O. Von Lemm,  Zu einen Encomium auf den hl. Athanasius in kleine koptische  studien  n. LVII pp 89-137.

Per te, Marco, vorrei aggiungere  che non furono, comunque, i due ad avere l’idea di sugkrisis, ma la geniale sostituzione potrebbe essere  stata di un patriarca, loro predecessore, di  Atanasio ( Cfr. Ario ed Atanasio).

Perché  e come? professore. Dove era Atanasio all’epoca?

Atanasio era tornato dall’esilio nel 361, grazie all’editto di Giuliano l’apostata , dopo che per sette anni era rimasto  ad Alessandria  nascosto presso una vergine, da cui era servito ed assistito,( cfr. Palladio, cit.  Peri parthenou )  per poi riapparire in chiesa ben vestito tanto che tutti, attoniti,lo contemplavano come un vivente, uscito dai morti/ oos ek nekroon zonta.

Poco dopo, sotto Gioviano (363-4),  aveva perturbato l’ordine nella città, col suo integralismo religioso catholikos, avendo già causato la morte orribile di Giorgio patriarca ariano, il 24 dicembre 361, anche se aveva fatto tentativi di sunarmozein cioè di pacificazione, mediante composizioni  ed adattamenti  a favore degli ariani, massimamente adirati contro il patriarcato ortodosso

Mentre Atanasio fa un’ operazione nei primi mesi del 365 di  conciliazione, impossibile al momento, per il grave dissidio dottrinale e per la feroce avversione dei cristiani contro pagani ed ebrei,  è colpito da un decreto  anche di Valente (364-378)  perché incriminato  di aver turbato la tranquillità popolare  e per aver provocato ulteriori odi tra le etnie e tra le confessioni religiose.

Sembra che alla fine di maggio o i primi di Giugno, Atanasio  si nasconde prima nella  Mareotide e poi tra i monaci  del Natrum…

Le  agitazioni popolari, a causa dell’intransigenza delle due partes cristiane,  non sono frenate nemmeno da Sebastiano  magister Aegypti…

Si suole dire, professore, che in quel giugno del 365  Atanasio si eclissa  e  vive tra i monaci  scomparendo da Alessandria. Perciò, si può affermare che il Santo non è presente quando si verifica il fenomeno del maremoto, che procura apocalittiche devastazioni e molte  morti!.

La ricomparsa di Atanasio, Marco, subito dopo l’evento  disastroso, e la sua pacificazione di fronte alla immane catastrofe  sembrano un miracolo  anche per gli ariani  tanto  che il patriarca appare  come un aggelos del Signore, che  aiuta a ricostruire la città ed è benefico/euergeths verso tutti, indistintamente, compresi ebrei e pagani.

Appare un nuovo Atanasio  che è accolto come  un soothr da ogni cittadino di Alessandria che accetta ora il suo patriarcato ortodosso catholikos.  

 Atanasio, svolgendo per un settennio questa funzione  pacificatrice, diventa il ricostruttore della città a cui dà una fisionomia chiaramente cristiana.   

La Pars orientale di Alessandria, quella di Porta Sole, la più colpita, intorno a Lochias,  dove c’era il shma di Alessandro, anche se maggiormente devastata,  conserva, comunque,  le strutture della città ellenistica lagide, mentre quella occidentale, quella di Porta Lunae,  col Martyrion di S Marco – situato sul litorale, verso  est , in un sobborgo di Alessandria, ancora  intorno al 400 – non ha più tracce  del passato, essendo stata rasa al suolo dall’onda di riflusso.

Sembra che il santo, abile demagogo,  sostenuto dalla piazza, sappia avviare la ricostruzione,  riuscendo ad avere l’appoggio delle autorità locali politiche e di quelle religiose.

Professore, lei, quindi, pensa che Atanasio sia l’uomo che sa sunarmozein/ comporre  to sooma/ il corpo, chiuso nel sarcofago di Alessandro Magno  nel Martyrion di Marco-il cui sooma è scomparso, disperso dalla furia delle onde il 21 luglio – ed avviare la ricostruzione con la consacrazione col nuovo ecista cristiano?!

Marco, è probabile che il santo mostri che Dio,  facendo risparmiare dalla natura il sepolcro  di Alessandro  abbia  indicato  con segni certi  la sua volontà di abbinare  nel culto l’ eroe  greco e  l’evangelista  cristiano, assimilati  e congiunti nella  funzione di patroni della città!.

E’ anche probabile che Atanasio faccia seguire la consacrazione dell’altare del  vecchio Martyrion  con reliquie di Marco,  che,  così, diventa il simbolo della nuova città di Alessandria.

Forse Libanio,  che parla (Orazioni,49,12) del corpo di Alessandro in mostra in Alessandria nel 390, sotto Teodosio, si confonde e sbaglia di proposito avendo visto solo il peribolos/recinto, ancora esistente, e la pietra  e non il sooma.

Comunque,  potrebbe essere avvenuto lo scambio, anche se scorretto e, direi, scellerato, se qualche anno dopo Gregorio di Nazianzo nel suo enkomion  fa qualche esempio circa  i modi di  operare di Atanasio!.

Lo stesso Gregorio di Nazianzo potrebbe perfino non sapere niente,  come potrebbe ignorarlo poi Giovanni Crisostomo che, andando in Egitto nel 400 chiede invano  agli alessandrini dove sia il corpo di Alessandro: Costantinopoli e Antiochia  sono ostili a Teofilo di Alessandria, data la rivalità tra le Chiese!

Neanche Achille Tazio sa qualcosa,   che pur è alessandrino, ed è autore del romanzo Leucippe e Clitofonte, dove si parla di Alessandria !

Marco, non possiamo, però, esserne certi: troppo pochi  sono i segni   e le prove  per il sostegno della nostra supposizione: ci vorrebbe una verifica eclatante!

Professore, ho letto nel Resto del Carlino  di questi giorni che la dottoressa  Katherin Hall –  Dunadin School of Medicin di Otago in nuova Zelanda – ha fatto uno studio sulla base delle descrizioni storiche  delle fonti  greche  e latine -Flavio Arriano, Q. Curzio Rufo, Plutarco –  sulla morte del grande condottiero ed ha concluso che Alessandro, dopo 11 giorni  di agonia, fu considerato morto, ma non lo era affatto, perché il suo corpo non puzzava né  presentava segni di decomposizione.

Secondo la  dottoressa il macedone  fu colpito dalla sindrome di Guillain Barré , da un batterio, tipico della zona babilonese,  che paralizza gli arti inferiori progressivamente colpendo  il sistema immunitario dell’individuo che, a sua volta, attacca il proprio  sistema nervoso periferico tanto da portare alla morte il soggetto, attaccato.

Faccio la domanda pazza, di cui  quasi mi vergogno, professore, a lei:  non si potrebbe indicare alla dottoressa che va cercando il corpo di Alessandro in Alessandria (sotto la Moschea di nabi Daniel o sotto la Moschea Attarine?)  e in altre località,  di questa possibilità veneziana del corpus Marci ?

Capisco bene quante siano le pratiche  per una tale concessione, quante  siano le carte da riempire, quanti  siano i permessi da ottenere, quanti euro  ci vogliono!

Marco,tu ingegnere, faresti una vera ricerca ispettiva e medica su una base così fragile come la nostra improbabile stupida  idea o come quella di altri illusi e folli ricercatori !.

Io,  povero privato professionista, no!

Sarebbe una pazzia!: lo capisco dalla sua faccia, professore . Non mi occorre nemmeno la risposta! 

Ma…che  prova  eclatante sarebbe…  se la dottoressa dimostrasse che quel corpo fosse morto per la sindrome di Guillain- Barré!

La sua scoperta convaliderebbe il sospetto secolare  del vergognoso commercio di reliquie del cristianesimo e della presenza negli altari  di ossa di morti comuni, non di santi!

Marco, sogni troppo! dice il professore (che scuote la testa  e serra le labbra).

Teofilo di Antiochia

 

Gregorio di Nazianzo- Orazione 21,  19 in Tutte le orazioni (Bompiani, Milano 2000)  scrive :Outoo kai ton erhmitikon bion tooi koinoonikooi katallattai: deiknus oti esti kai ieroosunh philosophos kai philosophia deomenh mustagogias/Cosi Atanasio -mesiths kai diallakths-concilia  la vita eremitica con quella condotta in comunità mostrando  che il sacerdozio è una filosofia  e che la filosofia ha bisogno dell’esercizio mistico sacerdotale.

 

Oggi, Marco, vorrei trattare della gestione della comunità cattolica alessandrina all’epoca di Atanasio, subito dopo il Concilio di Nicea e la prima condanna dell’arianesimo, al momento del suo esilio romano e del valore universale del patriarcato alessandrino.

Perché, professore,  vuole precisare questo aspetto, forse perché noi cristiani pensiamo  che il papato di Roma all’epoca abbia valore  superiore, quando, invece, è ancora una succursale orientale, di scarsa importanza ?

Seguimi nel discorso, lungo e non facile, e poi  tira le conclusioni.

Inizio la trattazione del mio pensiero sul papato di Alessandria e sul suo potere catholikos  con Luca.

Noi, oggi, leggiamo Luca 1,1-4 nel prologo al suo vangelo che  scrive:

poiché molti hanno messo mano  a stendere una narrazione dei fatti che si sono compiuti fra noi ( riferimento a Giovanni  15,27) secondo quanto ci hanno tramandato coloro che fin da principio furono i testimoni oculari e i ministri della Parola  parve bene anche a me di  scrivertene con ordine Eccellentissimo-  kratiste-  Teofilo, dopo aver seguito da vicino  diligentemente ogni cosa fin dagli inizi, affinché  ti renda conto con certezza  delle cose in cui fosti istruito

Professore,  sono perplesso  da anni davanti a ministri della Parola e ad eccellentissimo Teofilo!. Noi abbiamo pensato, sulla base delle false indicazioni cristiane,  sempre, ad un figlio di Anano I ( Cfr Teofilo!). Ora, invece, penso che si possa parlare – e lei me ne potrebbe  autorizzare- di un magistero della Parola come Gesù, verbo  incarnato, secondo la scuola alessandrina: ma questo è possibile solo dopo le tre lettere di Ad Autolico di Teofilo di  Antiochia!.Teofilo di Luca,  allora, potrebbe essere Teofilo di Antiochia? E’ possibile, quanto sto dicendo, compreso il Kratiste, riferito a Teofilo, (diverso da ecsookhotate che vale kata ecsochhn/ secondo eccellenza  di epoca giustinianea, intesa come carica politico-religiosa )?

Marco, ho posto il discorso col vangelo di Luca  per mostrarti un’aporia/ oggetto di discussione  con diaphora dissidio, per orientarti secondo la logica dei cristiani vincitori post costantiniani dopo la paura dioclezianea di sterminio.  Desidero cioè che tu prenda atto esattamente dei fatti e delle azioni cristiane dalla fine del I secolo a tutto il II e il III secolo, fino al IV.

Perciò ti avverto di non spostare  il problema dall’epoca dei vangeli sinottici a quella del Didaskleion alessandrino, o della ecclesia antiochena di Teofilo, ma di procedere con cautela nell’esame!.

Marco, sei troppo rapido nelle tue affermazioni e nel tuo procedere!: non è un rimprovero! : dico solo che è necessaria la cautela nel capovolgere i fronti e nel passare da un’epoca ad un’altra: ci vogliono prove  reali tangibili; senza di esse  si fanno ipotesi plausibili probabili.

Cerchiamo di verificare se è plausibile, degna di plauso-da plaudere- e credibile, la tua ipotesi  su Teofilo di Antiochia, per poi procedere su quella di Gregorio di Nazianzo che legge la Vita di S. Cipriano e  la Vita di Atanasio,- che ha  già scritto la vita di Antonio, creando un  Paradeigma/exemplum-?!.

Noi sappiano, dunque,  che l’ecclesia di Antiochia è fondatrice di tutto il cristianesimo ed ha grande valore dai primi anni del II secolo insieme ad Efeso, dove c’è ancora il magistero di Giovanni(?).

Sappiamo che da tale sede si è formata una serie di colonie/apoikiai , tra cui  quella di Roma, mentre altre poi si formeranno da quella di Alessandria, autonoma, in cui si sviluppa una centralità magistrale grazie a Panteno, accanto a quella giudaico-cristiana, filoniana.

Sappiamo, infine, che molte altre colonie cristiane sono diffuse in  Antiochia di Pisidia  e in altre zone dell’Asia Minore, che hanno un proprio credo cristiano con capi locali.

Cerchiamo, ora, di  esaminare  Kratistos,  uno dei superlativi di agathos, che ha valore diverso a seconda dei tempi: indica  il più forte, in senso guerriero,  ma può indicare specie al plurale gli ottimati come classe sociale  sulla base di kratos,ous/ forza, e quindi  sottende signoria  e potere, ma  vale anche come eccellentissimo in quanto si tratta di un potente che ha autorità su una zona di norma estesa geograficamente, come un prefetto del tipo di Felice o di Festo,  ambedue definiti da Luca in Atti degli apostoli ( 23.26 e  24.3) kratistos, riverito come un’eccellenza  tra i funzionari imperiali.

Anche Flavio intorno al 94 d.C.  in Contro Apione  definisce Epafrodito  Kratiste androon  e lo chiama  timiootate moi / uomo pregevolissimo  degno di molta stima .

Possiamo dire che  da Domiziano fino ai primi antonini  il termine è usato per i tanti governatori romani dell’imperium e quindi si potrebbe spostare la datazione di Luca il caro dottore che fin  da giovane ha  seguito la comitiva di Paolo, ed ha scritto  la sua opera dopo la scrittura di Giuseppe Flavio di Antichità Giudaiche e di Contro Apionem, che sono del 94.

Non possiamo, allora, più dire che Teofilo   sia il figlio di Anano che è morto sembra nella repressione intorno al 66 d.C.  dopo la fine di Anano II!?

E quindi,Professore?

Si può allora parlare di un Teofilo di Antiochia  un uomo nato tra il Tigri e l’Eufrate-  un  adiabene forse?-  nei primi anni dell’epoca traianea, convertito al cristianesimo intorno agli anni 150-60, divenuto vescovo di Antiochia nel 169  morto sotto Commodo, come di un kratistos eccellentissimo capo?

Non dico questo, Marco. Sto seguendo il tuo discorso e sto vagliando la situazione in epoca antonina.  Per me storicamente sarebbe un non senso, un anacronismo palese, ma per i cristiani, antiocheni,  abituati a confondere, a fare  volutamente combinazionesugkrisis, potrebbe anche essere una normalità sovrapporre i personaggi in quanto tendono all’edificazione morale, tramite ricordi storici, senza fare critica storica: Teofilo di Anano  e Teofilo vescovo di Antiochia potrebbero essere l’uno nell’altro, indistinti.

Da anni seguo la vicenda di una stessa operazione su Cipriano di Cartagine e Cipriano di Antiochia di Pisidia, avendo come base l’orazione  24  di Gregorio di Nazianzo del 379 e Storia di S. Cipriano di Eudocia Augusta, opera in versi -esametri-  scritta dopo il 450, anch’essa con un doppio personaggio.

Si fa confusione di un autore del III secolo, morto nel 258  con un altro omonimo morto nel 302/3 in un epoca di  celebrazione dei  martiri, dopo la vittoria costantiniana e poi teodosiana,  nel clima di lotte ariane, in una pazza ricerca delle reliquie per  gli altari da consacrare nelle chiese.

Mi vuole dire, professore, perciò, che è un uso cristiano sugkrinein fondere historia e muthos,   mettere insieme personaggi di età diverse  ai fini dell’edificazione morale e della formazione del fedele  christianos?.

Sembra.

Il riunire due in uno, disponendoli ordinatamente per una congiunzione armoniosa  è certamente  tipico del IV secolo: non deve sorprendere, quindi, che Atanasio metta insieme/ amphotera sunhrmosato  Regno dei cieli e Regno di Dio, fondendo le imprese di un capo aramaico militare  con un predicatore itinerante del II secolo,cioè di Jehoshua con Iesous.

Dagli encomi e dai panegirici  retorici, propri delle celebrazioni  delle memorie  cristiane,  deriva anche la coscienza di vittoria e sui  pagani e sugli ebrei con rivendicazioni, al momento della ricerca dei martiri e delle loro ossa.

Marco, parlo di un fenomeno agiografico diffuso già nel II e III:  I christianoi essendo separati gli uni dagli altri  a volte anche scismatici, eretici nelle loro formulazioni e poco comunicanti tra loro,  viventi in comunità spesso  acefale,  isolati,  pregano un loro Dio, hanno  credi differenziati  con dioichetai ed episkopoi,  la cui funzione morale è  in relazione al loro specifico ruolo locale.  Rispondendo su Teofilo di Antiochia,  devo confessare che Teofilo è basilare per il cristianesimo del II secolo  perché è connesso col pensiero filoniano su Dio  Pater e su Dio Logos,  di cui fa una precisa distinzione quella tra  logos endiathetos/  logos pensiero e logos prophorikos logos parola  chiara  in De vita Moisis : il logos appare in due forme  e  nell’universo e nella natura umana; nell’universo sotto la forma dell idee  immateriali ed esemplari, dalle quali è formato il  mondo intellegibile,  e sotto al forma delle realtà  visibili che sono delle imitazioni  e delle copie di queste idee; nel’uomo una di queste  forme è interiore, l’altra è esternata dalla parola , la prima è come una fonte, la seconda scaturisce da essa: una è sede  e fonte delle virtù  ideali; l’altra è guida e maestro di virtù,  ma in quanto logos spermatikos,  è suscitatore e  generatore di virtù nell’anima.

Inoltre Teofilo  nella sua opera rileva la generazione del Verbo dalla sostanza (ousia) del padre  e l’identificazione dello Spirito Santo con la Sapienza/Sophia. Il to gennan precede il to dhmiourgein in quanto il figlio  è generato non creato e Dio ingenerato in quanto   del padre ingenerato della natura  per cui il figlio non è poihma ma gennhma 

Infine Teofilo segue la teoria della predestinazione e della retribuzione del Siracide  affermando che  l’anima è immortale e che l’immortalità è un dono di Dio ai buoni.

Il Teofilo di Antiochia ha un credo  quasi simile, data la comune connessione al pensiero platonico filoniano,  a quello alessandrino, sebbene differisca per la lettera rispetto all’allegoria.

Quindi  i due Teofilo sono compatibili per i christianoi.

Potrebbe, professore, dunque   Eusebio prima, poi Atanasio  e Gregorio di Nazianzo  nella lotta tra la scuola di Antiochia e quella di  Alessandria fare una tale confusione nella crisi,  a seguito della  questione ariana e della lettura diversificata di Origene?.

Marco, ora il problema è molto più complesso perché  diventa storico ed investe la tradizione del Credo stesso  ( cfr. Amici cristiani perché diciamo Credo ?). non solo  negli anni tra il concilio di Nicea e quello di Costantinopoli, ma si allunga fino al periodo postteodosiano.

Bisogna aggiungere che non solo per questi motivi ma anche per il culto dei martiri e per il relativo commercio delle reliquie potrebbe essere possibile uno scambio di persona o confusione di due persone o di tante altre sugkriseis sulla definizione filosofico-teologale  del Pathr, dello Uios e dell’ Agion Pneuma, a seguito della condanna origeniana e dell’arianesimo, pur nel clima politico del regno di Costanzo II filoariano  e dell’apostasia di Giuliano e  del periodo stesso preteodosiano, concluso con la sconfitta di Valente nel 378. 

Io, Marco,  avrei due casi,  uno è quello del mito di Giacomo maggiore, il fratello di Giovanni,   la cui vita è vista in connessione  con quella del mago Ermogene  e l’ altro è quello di  Cipriano di Cartagine  confuso con  Cipriano di  Antiochia di Pisidia.

Del primo ho fatto  cenni in qualche mio lavoro (cfr.Il mito di Santiago);   del secondo  non ne ho mai parlato, ma  per me è una vera vergogna specie dopo che ho letto  Eudocia Augusta  Storia di S Cipriano. 

Marco,  perciò, io non posso escludere che  ci sia confusione tra Teofilo di Anano e Teofilo di  Antiochia, ma neanche posso affermarlo  anche se ho avuto molti dubbi quando lavoravo allo storico Cristiano sulla serietà (successiva)  di Eusebio, Atanasio e  Gregorio di Naziano e di Girolamo  e dello  stesso Agostino.

Eusebio, infatti, parlando di   S. Cipriano, il mago di Antiochia di Pisidia, lo  confonde con l’omonimo Santo di Cartagine, che appena conosce di nome, anche se successivamente ritenuto  padre della Chiesa, nato il 205 e morto martire sotto Valeriano nel 258, scrittore famoso per i trattati sui Lapsi, per le lettere e per il De ecclesiae  catholicae unitate.

Eusebio ha già fatto propria l’assimilazione di Tecla  di Seleucia,  fedele citata in Atti degli apostoli, con Tecla di Iconio  e quella di  Giusta con  Giustina  connesse con personaggi come Paolo di Tarso e Cipriano di Antiochia di Pisidia…

Io non so dirti se  tutto questo dipenda da Eusebio o  sia diventato d’opinione pubblica dopo la consacrazione sincretica dei due Cipriano ad opera  di Gregorio di Nazianzo ( cfr J. Coman, Le deux Cyprien de Saint Gregroire de Nazianze  in Studia patristica IV,2 Berlino 1961) anche se ti posso affermare che la cosa  è considerata  giusta con Simeone Metafraste ( Patrologia Graeca 115 colonna 856 c): non per nulla ci sono molti codici  sul martirio di Giustina e di Cipriano  che diventano popolari anche in Occidente (a Sarentino di  Bolzano  puoi  andare a vedere il loro martirio, pitturato, nella chiesa di S. Cipriano – in effetti i due non muoiono- data la magia del santo-  nel calderone di  pece, ma in seguito per taglio di testa ).

Nel lavoro sulla cristianizzazione di Giacomo, fratello di Gesù,  (cfr.  Pulcheria e il riconoscimento   della cristianizzazione di Giacomo) dopo che Atanasio ha incluso la lettera di Giacomo  nel canone cristiano  e Girolamo  l’ha considerato capo della chiesa di Gerusalemme in De viris illustribus, ho potuto verificare il clima bigotto  di Costantinopoli e il commercio delle reliquie a seguito di un’operazione religiosa circa la verginità e la maternità di Maria, prima e dopo il Concilio di Efeso.

Come possa avvenire  confusione di tale genere  a noi oggi ripugna, ma è spiegabile, data la grande separazione culturale che comincia chiaramente  con la  distinzione tra pars occidentale e pars orientale  prima ancora della divisione  quadruplice  di due Augusti coi rispettivi  Cesari  con quattro capitali  Treviri e Milano da una parte e Nicomedia e Sirmio  dall’altra, propria della Tetrarchia dioclezianea…

Le comunità cristiane sono scarse in Occidente, anche dopo la colonizzazione di Ireneo (130-202), la cui opera episcopale in epoca antonina  sotto Marco Aurelio deve essere rivista  come espressione di una cultura efesina   giovannea, tipica di Policarpo,  ancora non ben definita circa l’umanità e divinità del Christos. La stessa venuta a Roma non è omaggio a papa Eleuterio, insignificante papa, dioicheths  di una piccola comunità antiochena, ma  è   una visita di  un prelato orientale capace di dare direttive  e di  orientare anche Ippolito Romano, in un clima gnostico.

La sua opera Adversus Aereses in cinque libri,  scritta in difesa della umanità e divinità di Christos non ancora  accettata in un Occidente pagano, tende solo a fissare l’ apostolocità della fondazione delle Chiese.

Comunque, le comunità  hanno sporadici rapporti, più che tra loro, con la metropoli colonizzatrice, da cui hanno le direttive generali orientali, specifiche in caso di scontri ideologici  tra Antiochia ed Alessandria:  il numero di fedeli occidentali  è insignificante rispetto a quello dei christianoi orientali.

Perciò, Marco, la confusione di  personaggi e di santi  è possibile specie in Occidente e a Roma,  dove il cristianesimo è predicato in lingua  greca, che,non essendo conosciuta, autorizza letture strane e contraddittorie  dei  Vangeli e dei capisaldi culturali  cristiani, interpretati secondo un’ottica pagana.

Cipriano mago, considerato il più potente fra tutti, capace di assoggettare lo stesso Satana,  diventa  leggenda per tutto il secolo IV, tanto che ancora nel  V secolo   Eudocia  Augusta scrive in esametri, secondo schemi omerici, la storia  Vita di  S Cipriano – Cfr. Vita di S. Cipriano a cura di Claudio Bevegni  Adelphi 2006 (la traduzione del saggio di Nigel  Wilson è di Francesco Tissoni)-.

Tieni presente, Marco, che Atanasio, componendo la vita di S.Antonio sa di fare un’euphemia con epainos   in senso agiografico  ed ha chiaro l’intento di divulgare il monachesimo  in Occidente.

Senti ancora, Marco,  come il nazianzeno loda il credo atanasiano: noi, orientali,  attenendoci alla  dottrina ortodossa  parliamo di una sola sostanza  e di tre ipostasi, piamente dette  ths mias ousias kai toon trioon upostaeon legomenoon men upo hmooon euseboos (to men gar thn phusin deloi ths theothtos, to de tas toon trioon idiothtos) nooumenoon de kai para tois  Italois omoioos/  parliamo di una sola sostanza  e di tre ipostasi (per riferirci con la prima alla natura della divinità,  con la seconda alle proprietà dei tre) e gli italici la pensano alla stessa maniera.

Ora bada bene, Marco, come il nazianzeno ( conformemente ad Atanasio ) valuta  noi italici e gli occidentali di lingua latina: alla ou dunamenois dia stenothta   par’autois  glootths kai onomatoon penian, dielein apo ths   ousias thn upostasin  kai dià touto anteisagoushs ta prosoopa, ina mh treis ousiai paradechthoosi, ti genetai/poiché non possono distinguere a causa della  ristrettezza  della loro lingua  e della penuria del vocabolario fra sostanza ed ipostasi, introducono per questo le persone per evitare di parlare di tre sostanze.

I latini  non hanno termini per tradurre upostaseis e devono tradurre con persone cioè con prosoopa immagini, cambiando valore e senso.

E allora  aggiunge prima  Oos lian geloion h eleinon/ ciò suscita  più riso che pietà! e poi conclude. Pisteoos edocse diaphora h peri ton  hchon smikrologia/ un piccolo problema, riguardante dei suoni,  assunse l’entità di una divergenza di fede.

Immagina ,Marco,  quanti altri fraintendimenti ci saranno stati  nel II e III  secolo per il difetto di lingua latina nei Vangeli: l’accusa di sabellianesimo contro le tre persone nasce da qui,  come anche quella ariana contro le tre upostaseis.

La conclusione definitiva è che le eresie sono  tutte invenzioni dello spirito di rivalità / ta ths philoneikias anaplasmata.

Gli orientali e gli occidentali, dunque, professore, si accusano di eresia  per il differente grado di ricchezza linguistica sul piano filosofico dottrinale teologico e  per spirito di rivalità /philoneikia!

Marco, io personalmente non ho tirato una conclusione, ma comunque, l’ho quasi  autorizzata: forse anche tra me e te c’è un problema linguistico dovuto, però, ad età.

Musonio Rufo ed Apollonio di Tyana

Remittere animum … quasi amittere est/ lasciare senza freni  l’animo è come perderlo. ..Sundhsai kai sunarmosai thn ormhn thi tou proshkontos kai oophelimou phantasiai / collegare ed adattare l’impulso alla rappresentazione del dovere e dell’utile (questo è il compito della natura).

Esiste un carteggio tra C. Musonio Rufo e Apollonio di Tyana. Lo conosci, Marco?

No. So solo che potrebbe esserci stato nel periodo in cui Apollonio  è a Roma, negli ultimi anni di regno di Nerone, all’incirca nel periodo di prigionia di Paolo di Tarso!.

Sembra che sia così, Marco, se si legge Filostrato, Vita di Apollonio di Tyana, 4, 46:  si trovava allora prigioniero  nelle carceri di Nerone anche Musonio, che dicono fosse il più perfetto tra gli uomini nella filosofia ed evidentemente non conversarono tra loro, dato il rifiuto di Musonio, perché entrambi non avessero a correre il pericolo, ma resero epistolari le loro relazioni, siccome li andavano a trovare Damis e Menippo. Tralasciando le lettere di minore importanza  ti porterò le più necessarie  da cui è possibile scorgere qualcosa di grande.

Professore, da Filostrato risulta che  Musonio sia quello che più si avvicina alla teleioosis, rispetto ad altri filosofi dell’epoca ?

Certo. Sembra così.

Tu, Marco, sei sorpreso, sentendo questa affermazione  nel primo decennio del III secolo. Devi sapere che di Musonio e del suo discepolo  Epitteto, s’impadronisce l’agiografia di uomini del II secolo come  un certo Lucio,  che riunisce le Diatribe o  Valerio Pollione, anche lui, suo epitomatore, contemporaneo di Adriano!?

Perché parla dell ‘agiografia,   una tecnica medievale, parlando di uomini che enfatizzano  nel II Secolo d.C. la pratica di vita stoica,  sostanzialmente del  I secolo?

Parlo così non per riferirmi al modo di scrivere degli agiografi   medievali, come il bizantino Simeone Logoteta Metafraste, ma al sistema di santificazione cristiana evangelica  alessandrina, a seguito della revisione parziale dei Vangeli sinottici.

Uso il termine perché si anticipa un processo di santificazione di uomini che diventano prima eroi di un sistema filosofico, praticato davvero con comportamenti formali esteriori da cinici, che, poi, risultano semidei benefattori dell’umanità, sulla base della deificazione caligoliana, neroniana e  domizianea  dell’imperatore.

Nelle piazze di Roma, di  Alessandria, di Antiochia, di Efeso  e di Corinto, e delle grandi città romane  vengono esaltati e celebrati filosofi veri come Apollonio e come Musonio, ma anche ciarlatani   e goetes, mistico-misterico- taumaturghi come  Paolo di Tarso, di cui non si parla, anche se  processato dallo stesso Tigellino.

Inoltre è accertato che in Roma c’è un clima di delazioni a causa di eventi  come l’incendio della città nel 64, l’apparizione di una cometa nel 65 e  una strana epidemia nel 66, con terribili contrasti tra  partes contendenti.

Mi vuole dire, perciò, che insieme si confrontano filosofi veri e falsi profeti, la cui vita, magnificata dal popolo, diventa esemplare?

Marco, affermo che il fenomeno della propaganda popolare si diffonde grazie a persuasori  letterati patentati  e incrementati dalla politica imperiale che, favorendolo,  ne ha  un qualche profitto.

Sotto Nerone ci sono a corte uomini come Simon Mago- di cui bisogna rileggere esattamente il profilo  e rivedere l’esatta funzione  di scismatico – e Tiberio Claudio Balbillo ex governatore di Egitto,  che sostengono il diritto dello stato augusto e di Roma divina  e adorano la figura del Theos  imperiale, mentre  le guardie esigono la venerazione anche delle statue pubbliche dell‘autokrator, il cui culto è regolato da prescrizioni del corpo sacerdotale  templare.

Bene, professore! Lei, comunque, è scettico nei confronti anche di autori pagani  come Tacito,  Plinio il Giovane,  che raccolgono rumores popolari, voci, dati, lemmi vari per come li sentono, senza vagliarli e neanche vuole  citare quelli cristiani poiché sono  stati rivisti, supervisionati e  riordinati ad un fine religioso nel IV e V secolo, specie il Gaio citato da Eusebio in St. Eccles,2,25,6.7  relativamente agli anni 199-217, circa i trofei  su Pietro e Paolo ?- cfr. Lo “storico” “Cristiano” e il Mito di Pietro-

Perciò, non dovrei accettare  nessuna notizia, se non dopo lunghi esami ed accurato  studio, in relazione all’epoca di scrittura e a quella di esistenza  reale con le specifiche ideologie contemporanee.

Insomma,  dovrei non considerare affatto   tutta la  critica ottocentesca e  quella novecentesca fino agli anni sessanta, inclinata al mito di Pietro e Paolo, alle connessioni tra Seneca  e Paolo e perfino a quelle tra Musonio ed Apollonio!

Comunque, professore,  mi dice qualcosa sulla vita di Musonio in modo da sistemarlo nel I secolo  secondo  la logica del mio personale archivio mentale?.

Subito. Ti avverto, però, che Tacito di Historiae  II,81, di Annales  XV,19  è  ambiguo ed equivoco  per quanto riguarda  il luogo di nascita -Volsinii- e il tempo, la persecuzione di Nerone e l’accusa         (Annales XIV,59, XV,71, XVI,35), per cui i suoi dati sono da confrontare con quelli di Cassio Dione, Storia Romana, LXII,27 e di Filostrato, Vita di Apollonio , VI,6 e di altri.

Le notizie biografiche sono scarne e tutte incerte. Sembra che sia di ceto equestre, come Seiano,  figlio di un Capitone – forse parente di quel Capitone  governatore della zona di Azoto e località marittime, ereditate da   Livia Giulia, alla morte di Salome-   nato il 30 d.C.

E’ indubbio solo il dato di filosofo stoico discepolo di  Barea Sorano, fiorito in epoca di Nerone, sotto cui nel 65  subisce un processo ad opera di Ofonio Tigellino perché accusato di essere partecipe della congiura dei Pisoni,  per cui è esiliato a Gyaros, dopo aver svolto lavori pubblici allo stretto di Corinto.

Nel 69 d.C. sotto Galba sembra che denunci Publio Egnazio Celere, un infido filosofo stoico,  per aver accusato il suo maestro, andando contro i suoi princìpi.  Richiamato da Tito,  non sembra sia ben visto sotto Domiziano, sotto cui muore intorno al 90,  anche se Plinio Il Giovane ( Epistole, III,11) sembra  propendere per il primo anno di Nerva.

Ed ora mi può mostrare perché sia definito il migliore per teleioosis  nel I secolo, tramite la sua opera?

Nel I secolo, Marco, lo stoicismo non è quello  logico ed astronomico,  ma risulta solo etico secondo l’impostazione   di Posidonio di Apamea. Ne deriva  che il filosofo diventa un vero e proprio  maestro di vita secondo i parametri del magistero  di Arieo  Didimo che, coi figli,  domina a corte  sotto Augusto.

I saggi dell’impero vengono a Roma in cerca di fama e di benessere  con la segreta speranza di entrare a contatto con l’imperatore e in famigliarità  con i suoi diretti  consiglieri, nonostante l’ostentato cinico disprezzo  della ricchezza e la libertà di parola (parrhsia). Si è creato già il mito del mecenatismo coi munera a poeti, storici, filosofi!

Si crea così  una tipologia di saggio, seguito  da discepoli (Apollonio  ne ha 34  nei boschi di Ariccia, ridottisi ad 8 all’entrata nella capitale per paura dell’editto di Nerone contro chi  si dedica a ricerche inutili, pratica l’astrologia e si serve del mantello per scopi magici!), che risulta un misto tra il rigore dello stoico e quello del cinico, in quanto c’è volontà di fustigare il vizio  con l’ ostentazione della rettitudine praticata esemplarmente, con una vita secondo natura e secondo ragione.

Quindi, si vedono santoni poveri e malvestiti con bastoni e lunghi capelli, con mantelli di vario colore  che vivono di elemosine, nelle vicinanze di templi,  che  seguono modelli di vita austeri- di norma sono celibi, onesti, tendono alla giustizia e considerano il corpo come un asinello,  dediti esclusivamente alla ricerca spirituale, in un rifiuto della vita attiva per quella contemplativa-.

Non viaggiano da soli ma sono seguiti da comitive di discepoli  che formano ecclesiai comunità maschili,  che devono avere dalle autorità locali  il soggiorno nelle città in cui arrivano ed intendono fermarsi.

Sono uomini  che hanno una precisa tradizione  familiare ed etnica,  a cui  aggiungono un fare ascetico personale,  desiderosi di costruire un Kosmos, nuovo, ma tra questi ci sono  profeti apocalittici, come Paolo, predicatori  di un ritorno imminente del Christos crocifisso per il giudizio universale.

Musonio, poi, essendo etrusco e avendo metodo, è uomo abituato all’esercizio continuato,  resistente alla fatica, apatico, insensibile alla sofferenza e  al successo, teso solo alla parrhesia, incapace di compromesso, testardo nella sua coerenza.

E’ un’epoca, professore, dunque, di ricerca spirituale,  di cui si approprieranno, poi,  i cristiani come se da loro fosse iniziata una nuova era di amore, di venerazione di un unico Theos,  secondo una logica universalistica, che, invece, è del sistema classico romano-ellenistico  proprio del civis cosmopolita, che si sposta da una parte all’altra del Mediterraneo  entro ed anche fuori dei confini dell’impero!.Lei è, quindi, d’accordo con J. Carcopino ( Daily  Live in Ancient Rome, New Haven , 1940)  e con I. Gallinari, ( Il pensiero pedagogico morale di Musonio Rufo, Roma 1959)?.

Certo! Marco.  Il preteso carteggio, però,  di  Paolo e Seneca è di una ricerca  superficiale, basata sulle risultanze storiche di  una cultura  successiva,  tipica della seconda metà del II secolo, ripresa,  poi, nel  periodo costantiniano e teodosiano.

Non si può vedere niente di cristiano in Seneca, se non quegli aspetti  filantropici tipici della cultura ispanica, e latino-italica  connessa con le regole d’oro giudaiche  assorbite dal filosofo  durante la  formazione  egizia alessandrina, durata quasi 17 anni, vissuti nell’ambiente ebraico di Alessandria.

Sottende, professore, una cultura ebraica alessandrina, connessa con quella di Hillel il Vecchio -60 a. C- 7d.C?

Marco, non solo questo, ma anche tutta la tradizione ebraica greca alessandrina, confluita dal II secolo av. C . in Filone. Bisogna, inoltre, pensare che  ci sia poco o niente  di Cristiano in Musonio, che è la risultanza  culturale  dell’apporto etrusco metafisico, combinato e fuso con l’etica stoica. Per te,  Marco, potrebbe essere illuminante lo studio  curato da Ilaria Ramelli (in Musonio  Diatribe, Bompiani testi a fronte, 2001).

Ne deriva che il filosofo nel periodo neroniano e poi in  quello flavio è un vir romanus,  che vive armoniosamente  nel Kosmos  imperiale secondo il volere del Theos universale, che è Zeus, che è tutto e solo può essere proclamato giusto/kurios monos dikaioshtai.  

Non ti inganni  che tale affermazione è in Siracide 18,2, che con la teoria della retribuzione, concretizza  la teodicea ebraica in terra egizia,  dove secondo i principi stoici si è costituita la monarchia assoluta lagide, che è legge vivente in terra, rappresentante di Zeus. (Cfr.  M. Hengel, Giudaismo ed ellenismo, Paideia  Brescia 2001). Perciò Sorano, Musonio ed Epitteto appaiono i prototipi di martures/testimoni, virtuosi, che  si scontrano col potere, quando  esso risulta tirannico,  in quanto perfetti contemplativi,  che conseguono il Bene assoluto, essendo capaci di  vedere Dio e comunicare con lui, (cfr Filone,  De vita Contemplativa – I terapeuti-) :  Apollonio, insieme a loro, (non Christos e  neppure Seneca  e tanto meno Marco Aurelio!) è  lui, il saggio, che è virtuoso e comunica con Dio!,

Allora, professore, tutto il pensiero  stoico del I secolo d.C. è quello etico di Musonio?

Marco, tutto quello che si   è salvato di Diatribe  non è una fortuna, ma rientra in un piano cristiano di appropriazione del sistema etico stoico, congiunto con quello filoniano platonico, perseguito nel II secolo e poi nel III e concluso nel IV e V.

Non  è qui il caso di  parlare di Filone; non posso, però,  non mostrarti il reale valore di Musonio Rufo nel secolo in cui scrive le 21 Diatribe – maggiori  perché più consistenti come resti– e le 32 minori – che sono solo frammenti-.

Dalla lettura generale  di Diatribe si può rilevare, Marco, quanto segue:

  1. L’importanza  fondamentale del ponos/fatica nell’educazione  alla virtù del bambino, che deve maturare nell’esercizio fisico e spirituale in modo da  consolidare  e stabilizzare la dianoia/mente,  che è parte dell’anima con cui si fa filosofia,  che, secondo i criteri di autonomia e di libertà  sancita dalla costituzione divina, permette la via della virtù che indirizza alla città di Zeus/ Dios Polis,  al Kosmos  universale.   (Diatriba,VII): privazione di piaceri,  sopportazione di fame e sete, abilità di distinzione di bene e male sono  anaggastikai necessarie al raggiungimento della osioths con eudaimonia per una futura makaria.

2. Non contano le parole, ma le opere e il filosofo insegna coi fatti e pratica il perdono in modo da redimere l’altro oppositore, avviandolo ad una elpis crhsth  ad una speranza utile.

3. L’uomo deve tendere  continuamente  a temperare le passioni in una esaltazione  continua dell’umiltà/  elattousthai e ad annullare la sfrenata sopraffazione/ pleonektein, in una volontà di scongiurare il male della guerra  e di predicare il bene della pace in mezzo ad eserciti contendenti, incurante della propria incolumità:   Musonio  si lascia giudicare e sostiene la propria difesa impavidamente  coi sovrani tirannici,  convinto della sua forza  fisica e morale  e conscio del valore del suo modus vivendi; si  insinua tra gli ambasciatori  degli eserciti contrapposti di Vitellio e di  Antonio Primo, correndo il pericolo di vita  (cfr. Tacito, Hist., III,90, 1.4); mai domo, è imperterrito nel corso del suo insegnamento, ligio al dovere.

4. La famiglia per Musonio (Diatribe XII, XIII,XIV XV)  è il nucleo  vitale  della società: Il matrimonio con la concordia dei due coniugi  autorizza  la felicità   della coppia  che consegue, grazie al sesso,  con l’arrivo dei figli, la somma eudaimonia naturale con l’incremento della stirpe e il benessere  della cellula familiare per quanto più  numerosa è la prole:  il matrimonio non è solo  foedus  per l’acquisizione del patrimonio  muliebre da parte maschile come tesoro comune per il  sostentamento della prole, ma e anche rinsaldamento del vincolo nobiliare  e riconoscimento del valore della donna che  passa dalla funzione di elemento passivo, con dote,  ad attivo propulsore della nuova famiglia, costituita,  entro cui svolge la sua missione educatrice formativa. La concordia familiare con la reciproca stima ed  amore della coppia, nel rispetto dei ruoli,  è il cardine dell’armonia familiare, su cui ruota l’educazione  dei figli come cives di un Kosmos statale, conformati  al dovere e a  dare anche la vita per il bene comunitario. La donna, dopo anni burrascosi  di licenza femminile repubblicana,  torna ad essere, in connessione con le regole augustee, il centro del focolare, la domina del patrimonio,  la patrona della fortuna familiare  grazie alla saggia regia amministrativa patrimoniale, esempio domestico di virtus per le figlie!.

Professore,  sembra che Musonio sia un christianos,  che, all’epoca, non ha alcun pensiero autonomo e che appena è distinto forse da un ebreo! Faccio  un’illazione, se ritengo che  chi conosce Musonio ed ha conoscenza dei Vangeli  potrebbe aver creato una via  cristiana della contemplazione, facendo un’ ulteriore suggrìsis con il neoplatonismo alessandrino e con l’esempio dei terapeuti del lago Maryut!?

Marco, tu forse intuisci, ma non so se si può affermare che uno  come Clemente Alessandrino, scrivendo il Pedagogos (II,10,100) in Alessandria, non può non tenere presente Musonio – d’altra parte ammirato- che mostra varie volte che la virtù della donna sposata o nubile non deve essere provata da nessuno, perché  si commette peccato,  contrario non solo alle legge umana  e naturale ma anche a quella divina!. Ritengo, comunque, che il Didaskaleion abbia molto in comune con Musonio e non Musonio col  Didaskaleion!.

A questo punto,  credo che non serva mostrare il carteggio tra Apollonio e Musonio, avendo capito che  probabilmente è un falso utile per tenere uniti due personaggi  venerati e stimati, secondo la moda di mettere a confronto   Eracle e Teseo, Omero ed Esiodo, Cristo con Simeone ed Anna, Socrate e Musonio, ecc.  Comunque, mentre leggiamo le due Lettere  di Apollonio, mi piace conoscere come Filostrato  in Vita di Apollonio veda lo scontro tra il pretoriano e il filosofo e cosa  si dica di Musonio, condannato a lavori pubblici e poi all’esilio.

Marco, ecco, il testo con traduzione della prima coppia di lettere,  con domanda e risposta:

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio al filosofo Musonio Salve.

Boulomai para se aphikomenos  koinoonhisai soi logou kai steghs, oos  ti onhsaimi se, ei ge mh apisteis, oos Heraclhs  Thhseaecd Aidou eluse. graphe ti boulei. Errooso /Voglio, essendo giunto presso di te, condividere parola e stanza con te,  per poterti giovare in qualcosa se almeno non sei scettico a credere che Eracle liberò una volta Teseo dall’Ade.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein Musonio al filosofo Apollonio Salve 

Oon men enenohthhis,apoikesetai soi epainos, anher de o upomeinas apologiana kai oos ouden adikei deicsas eauton luei.errooso/ di quelle cose che pensi ti sarà concessa la lode; un uomo che si difende da solo si libera da solo col mostrare anche di non avere alcuna colpa.

Nella domanda di Apollonio, Marco,  c’è la coscienza di  essere superiore alla auctoritas statale perché essendo ligio alla pietas religiosa,  è taumaturgo, e perché, essendo consapevole dei poteri magico- misterici e carismi naturali,  incute timore come goes  e desta sentimenti di  soggezione anche al persecutore,inquisitore. Perciò, cosciente di questo suo essere sopranaturale  vuole condividere con lui logos e  stegh, desideroso di giovargli (oninhmi  vale  offro un vantaggio proficuo, dando aiuto effettivamente  fruttuoso).

Nella  risposta  dello stoico al pitagorico c’è l’ orgoglio di Musonio  che ringrazia del pensiero  della condivisione, rifiutata,  seppure degna di lode. Lo stoico deve dimostrare pubblicamente e da solo l’integrità morale del  suo magistero in quanto sa  che in chi si difende da sé  è già sottesa l’incompatibilità della colpa.

Sono due sistemi di vita volutamente contrapposti e, direi, scenograficamente resi vivi.

Ed ecco la seconda coppia  con domanda e risposta.

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio saluta il filosofo Musonio

Sookraths o Athhnaios upo toon philoon luthhnai mh boulhtheis, parelthe en to dikasthrion, apethane de. errooso./Socrate l’ateniese,  non volendo essere difeso da suoi amici, andò al tribunale, ma morì.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein/Musonio saluta il filosofo Apollonio

Soocraths apethanen epei mh pareskeuasen eauton eis apologian, ego de apologhsomai. Errooso/ Socrate morì perché non si era preparato nella difesa, io, invece, mi difenderò.

Apollonio, non volendo che l’amico corra rischio, ricorda la vicenda dell’ateniese  Socrate- accusato da Anito  e Meleto – che,  rifiutando la difesa degli amici,  morì: il tyaneo vuole mettere  Musonio in condizioni ottimali di apologia col prestigio della sua figura di essere sovrumano e taumaturgo e col deterrente della sua occulta magia.

La risposta  è tipica  della scuola stoica che condanna quella platonica, compresi Platone e Socrate,  considerati poco pratici  e non scientifici, più dediti al logos che al ponos,  incapaci di coniugare insieme dire e faticare: per Musonio la morte di Socrate avviene per mancanza di preparazione tecnica nella difesa /apologia; non ci sarà la sua morte perché lui di persona si difenderà preparando accuratamente  la sua difesa.

E’ abile il retore che ha scritto questo due coppie di domanda-risposta: il poliptoto  apologia-apologhsomai ne è prova!.

Dunque, Marco, cosa  vuoi sapere  se hai compreso che il carteggio  non è del tempo di vita  dei due protagonisti ma è di epoca successiva?

Mi piacerebbe sapere come Filostrato racconta esattamente l’avvenimento dell’arresto dei due, del loro comportamento davanti ad Ofonio Tigellino  e del diverso stato di animo alla diversa sentenza? Amo entrare in merito alle situazioni per capire qualcosa.

Apollonio da Creta arriva a Roma con 34 discepoli, accolto  dai cittadini  in molte città italiche,  prima di arrivare ad Ariccia, dove incontra il filosofo Filolao di Cizio,  che fugge per il decreto di Nerone, che ha già incominciato  a torturare i filosofi, rei di magia e di  occultismo.

Apollonio, avendo chiesto a Filolao cosa faccia l’imperatore ogni giorno -e avendo saputo che Nerone gareggia alle corse al circo e sta coi gladiatori e  canta suonando la cetra nei conviti,  credendo  cosi  di servire il popolo, senza accorgersi di infamare il suo ruolo-  afferma  che non è meno cieco del Ciclope.    

Apollonio, siccome molti discepoli si spaventano  per i decreti dell’imperatore  e se ne vanno,  dichiara che questi divieti non provengono da Zeus, volendo significare che bisogna seguire il volere del Dio e non quello degli uomini.

Non compare nell’accusa il termine magia né quello di astrologia             – proprio di chi inquisito come goes – e sembra  che il delatore, ignoto, basi il crimen di lesa maestà  su una frase detta dal Tyaneo al filosofo Menippo -arrabbiato contro il popolo che prega Dio per la salute dell‘artista  Nerone, ammalatosi di un ‘epidemia influenzale,  che  ha come sintomi iniziali tosse, gonfiore di gola, voce rauca o afonia-: Calmati, Menippo, gli dei hanno ben diritto di prediligere un buffone  e di conservarlo.

Chiaramente, professore la comitiva  di Apollonio con uomini celebri come Demetrio e come Menippo, è seguita da spie neroniane, ora appositamente  messe  per  sorvegliarne ogni movimento  di personaggi, già autorizzati dal console  Gaio Luccio Telesino a vivere in un tempio romano, accanto ai sacerdoti, che fanno un servizio pubblico.   Accade, allora, qualcosa di grave, oltre alla frase incriminata,  per essere convocato in Tribunale?

No. Marco, Solo l’ incidente di Demetrio, espulso da Roma.  Ti spiego.

Apollonio, dunque,  vive vicino ad un tempio coi filosofi cinici Demetrio e Menippo.

Demetrio è un focoso scettico corinzio  che, nell’occasione dell’inaugurazione di un ginnasio, alla presenza dell’imperatore, del senato e dei Cavalieri   attacca  con violenza, imprecando contro Nerone esteta, che si esibisce nel canto;  Apollonio, invece, circondato da una folla , che è in delirio per le prestazioni artistiche dell’imperatore,  non usa parole velenose né motti pungenti ma è cauto e  moderato, quasi estraneo alla cerimonia e alle grida.

Eppure  Demetrio, senza più freni,   declama contro i voluttuosi,  gli effeminati  romani, infiacchiti dai bagni e poi  contro lo stesso Nerone che,  mezzo nudo, si esalta nel canto ed è preso da  euforia tanto da non badare affatto al filosofo cinico: solo Tigellino  interviene  arrestando l’incauto corinzio  e dà l’ordine di cacciarlo dall’Italia  e rispedirlo in Grecia!

Nonostante l’episodio di Demetrio,  il tyaneo resta a Roma  ed assiste  ad un ‘eclissi   e, notando  che il sole si oscura improvvisamente e si fa notte quasi alla sesta ora ( a mezzogiorno),   davanti alla folla impaurita  esclama: si produce un evento che non produce nulla.

Comunque, non succede niente di nuovo: la comitiva risulta, però, più sorvegliata  fino al momento della convocazione al tribunale ad opera di un  noto delatore, che è seguito da pretoriani,  i quali   intimano di seguirli davanti al prefetto del pretorio.

Dal colloquio con Tigellino, professore,  cosa si può “comprendere“?

Il capo del pretorio  durante il processo,  dapprima, interroga l’accusatore, un vecchio delatore, che ha un rotolo in mano con le accuse scritte.

Poi  il pretoriano lo invita  a leggere il testo di accusa, mentre tiene d’occhio il tyaneo e i suoi compagni.

Il delatore apre il rotolo e  trova il foglio senza testo di accusa: non ci sono segni di scrittura, come se mai nessuno vi avesse scritto.

Il prefetto constata che il rotolo è vergine e resta sbalordito, incredulo, mentre  ancora di più l’accusatore è annichilito per lo stupore, muto  davanti al  miracolo della  cancellazione dell’accusa. Ambedue guardano Apollonio,  convinti di avere a che fare con un essere sovrumano, con  un terribile genio!. 

A questo punto Ofonio Tigellino  conduce il tyaneo  in una sala segreta  e gli domanda  privatamente chi sia, lontano da occhi ed orecchie indiscrete.

Il filosofo,  ora padrone della situazione,  con calma, dichiara il luogo di nascita,  il nome  dei suoi genitori, confessa la sua vita da pitagorico,  votato a conoscere la filosofia,  che autorizza  la conoscenza  degli dei e degli esseri, in quanto è più facile conoscere gli altri che se stesso.

Tigellino  desidera sapere  da dove gli venga l‘ecsousia / il potere di smascherare i demoni e dissipare gli spettri ed ha timore  -consapevole che  Apollonio deriva tale potere dalla stessa  fonte che  gli fa scoprire i criminali e i sacrileghi – nell’inquisire sul suo enunciato: si produce un evento che non produce nulla.

Il Tyaneo  dice che lui  non è un indovino e che non predice niente ma ha la scienza che Dio ispira ai sapienti  da lui prediletti.

Infine il pretoriano fa due domande su Nerone,  una sull’imperatore Dio ed una  sull’imperatore  cantante.

Apollonio  alla prima  risponde: non temo il numen imperiale  perché  lo stesso dio che ha dato a lui  la forza di essere temuto  a me ha dato la forza di non aver niente da temere e,  circa la seconda, invece, dicepenso meglio di quanto pensi tu; infatti se tu lo credi degno di cantare  non sapresti, come me, incoraggiarlo a tacere.

Tigellino  lo libera credendolo un essere soprannaturale, ma chiede  qualcuno come garanzia ed allora il filosofo afferma   che nemmeno lui può garantire per se stesso  e quindi non c’è nessun altro che possa garantire per un uomo che nessun potere  potrebbe incatenare.

Professore, la figura di Apollonio è veramente enigmatica e difficile da decifare  e si presta all’accusa di magia in quanto presenta una connotazione paradossale!

Quanta differenza,comunque   tra il colloquio di Christos con Ponzio Pilato e questo tra Ofonio Tigellino ed Apollonio di Tyana,  anche se  il tempo di scrittura  dei due episodi non sono  lontani.

Questo lo dici tu, Marco, che pensi secondo la formazione  da me ricevuta,  condizionato da Una lettura del Padre Nostro, opera  da me scritta negli anni novanta  e mai pubblicata.

Forse, è così come lei dice!

E di Musonio e Tigellino  cosa pensa, professore?

Musonio non ha voluto la difesa di un un essere sovrumano, che d’altra parte, non conosce di persona, ma solo di fama.

Musonio è un  robusto uomo di fatica che, nonostante la sua ottima difesa  è interrogato, dopo  un periodo di carcere.

Sembra che il sublime  e divino Apollonio desideri andare a trovarlo  ma che non sia ricevuto da Musonio, che vuole fare apologia a suo modo,  secondo ragione e secondo natura,  a dimostrazione della sua etica stoica.

Non si conosce esattamente  il colloquio tra Tigellino e Musonio, si sa solo che il filosofo  è condannato ai lavori e pubblici prima e poi all’esilio a Gyaros: il pretoriano applica la sua giustizia in conformità del decreto di Nerone, senza rilevare la distinzione  tra i filosofi,  rei di lesa maestà.

Il clima del  colloquio tra Tigellino e Musonio  può essere rilevato dall’incontro che la tradizione dice che sia avvenuto tra Demetrio e il filosofo che,  pur stando a  lavorare con la zappa  all’istmo di Corinto, ironizza su Nerone, che canta e suona.

E’ accertato che Nerone nel 66 anti in molti teatri della Grecia!

Il corinzio Demetrio, vedendo  Musonio al  lavoro al taglio dell’Istmo di Corinto, -un’opera grandiosa voluta da Nerone, utilissima per la città che ha due porti  in modo  da evitare la circumnavigazione del Peloponneso – è in silenzio ed afflitto.

Sembra che Musonio, rivolto verso l’amico, che, emotivamente   soffre per lui che lavora come uno schiavo, deponga la zappa in terra ed  esclami: ti affliggi di vedermi  lavorare al taglio dell’istmo! ti piacerebbe di più  vedermi  suonare la cetra  come Nerone!?

E’ sarcasmo stoico  nei confronti dell’imperatore ed è ironia verso lo scettico ,sanguigno, empaticamente coinvolto nelle disgrazie del prossimo.

Forse un cenno sarcastico al canto di Nerone tradisce Musonio  all’atto del colloquio, anche se ben preparato e logicamente strutturato, col potente prefetto del pretorio!

Il  pretoriano  potrebbe essere stato turbato ed innervosito dall’humor stoico, apatico, che comprime e reprime l’animus affettivo-sentimentale, che blocca l’impulso /ormh emotivo!

Professore, grazie per questa storia, reale, su Musonio!

Apprezzo molto  di più la sua figura  forte di  stoico e di uomo, nonostante la natura apatica,   che quella debole ed esangue, mitizzata secondo alonature sentimentali  del Christos uomo-dio.

Secondo me  il remittere animum, comunque non equivale a  quasi demittere, ma c’è pure un via di mezzo  tra il  galoppo sfrenato del puro impulso e  le briglie tirate  del rigido dovere utilitaristico.

La natura dà in dote ad ogni uomo,  in modo vario, un proprio impulso e lo sa guidare e contemperare con l’esercizio, in relazione alle necessità del vivere quotidiano, mediante chiari e precisi segnali di fortunato successo, graduato progressivamente, ma può bloccarlo in casi estremi.

Yolanda di Gerusalemme

In memoria di Bice Recinelli

La storia di Yolanda (Isabella) di Brienne  1212-1228, nata ad Acri e morta  di parto ad Andria, è davvero  infelice.

Anni fa, ho visto presso un antiquario a Martinsicuro una sua statua, di autore incerto!.

Yolanda è  regina  titolare  di Gerusalemme dalla morte, per complicanze puerperali,  della madre  Maria di Monferrato, che l’ha avuta da Giovanni di Brienne.

Essendo sotto la protezione di  Ermanno di Salsa, maestro dell’Ordine Teutonico, a Gerusalemme,  è promessa sposa di Federico II, dopo la morte della moglie, Costanza di Aragona, secondo gli ordini di Innocenzo III.

Il nuovo papa Onorio III (1216-1227) afferma la superiorità feudale papale su molti regni europei e sull’Italia centrale e settentrionale, avendo, comunque, due obiettivi: la crociata contro i  fatimiti di Egitto e la riforma della  Chiesa.

Onorio III impone un giuramento a Federico II  nel 1220 di non unire le due corone, quella imperiale e quella siciliana perché deleteria al Potere papale, oppresso e da nord e da sud  dalla casata svevo-normanna.

Il papa  in questo modo ha piena libertà di manovrare,  appoggiato dal partito guelfo, mentre l’ imperatore solo, nominalmente,  dà auctoritas al figlio legittimo  Enrico e poi, dopo il 1237, al figlio, naturale  Enzo, per le questioni  italiane.

Nel 1223 per spingere Federico II, già vedovo, ad una spedizione militare contro l’emiro egizio, il papa  propone il matrimonio con Yolanda di Brienne, che ha il titolo di erede del regno di Gerusalemme.

La donna, figlia di Giovanni di Brienne e di Maria di Monferrato  all’epoca ha solo 11 anni e vive a Gerusalemme, ed è stata educata  regalmente dalla seconda moglie del padre  Stefania, figlia di Leone di Armenia.

Giovanni  governa come reggente per la figlia  il Regno di Gerusalemme, che costituisce  ancora  nominalmente con la contea di Tripoli e di Edessa e col principato di Antiochia  l’insieme dei potentati cristiani  cattolici latini, ben connessi con l’imperatore bizantino, ortodosso…

Si riuniscono  Federico II e  Onorio III e Giovanni di Brienne  a Ferentino   per concordare il matrimonio, poi meglio definito nella dieta di San Germano, e per indirizzare ad una crociata il sovrano tedesco, allo scopo di  liberare la terra Santa dal pericolo islamico fatimita.

Federico II nell’agosto del 1225 invia 20 Galee per portare la giovane sposa a Brindisi, prima,  e, poi, a Palermo.

Il re di Sicilia ed imperatore di Germania, già impegnato  da Onorio a  dividere il suo potere imperiale da quello regio perché  il papato si sente stritolato tra le forze germaniche e quelle siciliane, inclina ora a volgere le proprie mire espansionistiche  verso Oriente…

La sua diplomazia  segue le linee normanne di predomino nell’area greco-bizantina e in quella cristiano-latina…

La sua educazione è quella di un cosmopolita, che conosce varie lingue, tra cui l’arabo e il greco, avendole apprese nel periodo fanciullesco, nella fucina multiculturale,  che è la  Palermo normanna,  prima della nomina a quattordici anni  nel 1208 a re di Sicilia, riconosciuto da papa Innocenzo III, senza più tutori.

Ora con la sposa quattordicenne, lui abituato all’harem, uomo più arabo che cristiano, accoglie  Yolanda  e stabilisce  di fare la cerimonia in terra pugliese, dove sono convocati  sia i notabili greco-bizantini che quelli-orientali latino-cristiani, sia  quelli tedeschi che normanni.

Nel duomo di Brindisi si celebra il 9 novembre il matrimonio, che, però,  non è consumato perché l’imperatore, data la puberale età della  ragazza, si rinchiude nel suo harem.

Il padre della regina  e il papa  ne sono risentiti, senza, però, rompere il contratto col vincolo della dote:  comunque, in seguito,  a Palermo, nelle camere nuziali della corte,  viene concepito Corrado, che nasce nel 1228  e, poco dopo, la madre muore per complicanze, come già sua madre  Maria di Monferrato…

Il suo matrimonio è voluto da Onorio che ha interesse  alla crociata di Federico contro i fatimiti di Egitto, che sono vincolati da anni con un trattato  di alleanza con l’imperatore germanico  e re di Sicilia, a cui sono legati da fraterna amicizia.

Il legame  tra Federico e Al Malik al Adil, fratello del Saladino, emiro del Cairo,  è vantaggioso  per entrambi per il dominio del Mediterraneo.

Il trattato assicura la reciproca assistenza in caso di guerra contro i regni latini, l’impero bizantino, gli arabi di Mosul e le potenze cristiane occidentali…

Perciò, nonostante l’investitura nominale a re di Gerusalemme,  Federico diplomaticamente rinvia le varie sollecitazioni papali ed infine, nel 1129, partito per una fantomatica crociata,  si accorda con l’emiro di Egitto, nonostante che Giovanni sia diventato imperatore di Costantinopoli,  come reggente di Baldovino II,  fino al 1237…

Col trattato Federico ha la concessione  di far passare e di non turbare il normale pellegrinaggio verso la terra santa dei cristiani per  10 anni…

Il papa scomunica Federico come inadempiente, nonostante  che  l’imperatore adduca come scusa una pestilenza  e prometta una nuova Crociata, a tempo opportuno…

Inoltre Onorio impone a Giovanni, a cui è tornato, dopo la scomunica dello svevo- normanno, il titolo di re di Gerusalemme, di devastare le terre del Meridione pugliese e di attaccare con la flotta anche le  terre del regno siciliano…

Mentre il papa è intento a  riformare la  chiesa  sulla base di un censimento, indetto  a seguito della stesura del Liber censuum romanae ecclesiae ( cfr Cl. Rendina, Registro del proprietà  e delle entrate della curia,  Newton Compton, 1990), i crociati  senza l’ausilio di Federico,  fanno la VI crociata  e sono sconfitti dall’emiro egizio per il dissidio tra  Gervasio  di Palearia e Giovanni di Brienne  ad Acri…

La vicenda, quindi, di Yolanda, non fortunata sposa di Federico II,  determina una frattura tra il papato e l’imperatore, che si acuisce anche nell’Italia settentrionale  e centrale con la lotta tra guelfi filopapali e ghibellini  filoimperiali  e diventa  guerra dopo il 1237, alla morte di Giovanni di Bienne…

Infatti Federico II, sconfiggendo i milanesi, che sono a capo della II Lega Lombarda, il 27 novembre del 1237, a Cortenuova, ristabilisce l’ordine imperiale e fortifica  la pars ghibellina …

Con l’episodio, poi ,  della battaglia  del Giglio nel 1241,  re Enzo, suo figlio,  ostile alla politica di Gregorio IX,  che ha avuto assicurazioni  dal comune guelfo  di Genova di  aiuto navale nel tragitto da Nizza ad Ostia,   fa una strage di prelati, convocati per un concilio a Roma e tiene prigionieri i cardinali  scampati alla morte, nonostante le suppliche papali, avendo  l’appoggio della marineria siciliana.

Le navi liguri, infatti, attaccate da Andreolo, figlio di Ansaldo dei Mari, ammiraglio federiciano genovese, sono sconfitte  dalla flotta avversaria,  che ribadisce in Toscana il primato ghibellino.

Il giovane re, Enzo, sposatosi con Adelasia di Sardegna, ha  come  dote l’isola e poi anche   il titolo di patronus dellaTuscia  nominalmente da Corrado, suo fratellastro, divenuto  imperatore di  Germania  e re di Gerusalemme, in quanto figlio di Yolanda,  e  sostenuto da suo padre Federico, inizia un conflitto col papato e coi guelfi  con l’aiuto anche del cognato Ezzelino da Romano, che ha sposato Selvaggia, figlia naturale del re siciliano…

Per  un decennio  l’Italia settentrionale e centrale, nel corso della minore età di Corrado IV  è lacerata da lotte tra guelfi e ghibellini fino alla battaglia  di  Fossalta nel 1249, in cui  Enzo è fatto prigioniero dai Bolognesi, che lo tengono –  ben oltre la morte di Federico II nel 1250 – in carcere,  fino al 1272…

 

IL Crocifisso nel Graffito del Palatino

 

Il Crocifisso nel Graffito del Palatino

A Roma, al Museo Nazionale delle Terme, c’è un graffito scoperto nel 1856 dall’archeologo padre Raffaele Garrucci -(1812-1885), autore di numismatica e di articoli sul sincretismo frigio–  sulle pendici ovest del Palatino, tra le rovine del Paedagogium.

Sembra che  alla fine del II ed inizio del  III secolo d. C.  l’edificio sia frequentato da giovani, di varie classi sociali, tra cui anche cristiani,  siriaci giudeo-cristiani e  romani.

Si tenga presente che all’epoca  quelli che noi chiamiamo papi sono invece capi di una succursale antiochena,  presbuteroi  o episkopoi  di una dioikhsis  amministrativa, con  trapeza/banca ed emporion/ rivendita con deposito di merci.

Noi abbiamo parlato di questo periodo come quello della formazione del mito di   Pietro ( Cfr. www.angelofilipponi.com  Il mito di Pietro)  e  quello  di Gesù  e di Apollonio ( cfr. Apollonio di Tyana e  Gesù di Nazareth ) ad opera del Didaskaleion di Alessandria e del Circolo di Giulia Domna.

In effetti in ambiente romano – ellenistico, sulla base della tradizione egizia zoo-antropomorfica  e in relazione alla  metempsicosi pitagorea e al valore didascalico morale delle favole esopiche, nel periodo della neosofistica,  a Roma si sviluppa una cultura  simbolica, connessa coi riti  e cerimoniali esotici asiatici…

Il culto di Seknet, dea leonessa, con quello di Thot , dio della sapienza dal volto di Ibis,con  quello di   Anubi  dio sciacallo, che  guida le anime negli inferi, è unito con quello primordiale greco dei giganti, dei centauri, dei satiri, fusi con quelli del mito dell’occhio di Ra, dei racconti della  gatta etiope, dell’agnello che predice la conquista assira dell’Egitto e dell’asino sapiente che guida una comitiva nel viaggio sul Nilo…

Luciano di Samosata è un testimone delle pseumata/menzogne che risultano solo fantasie di un narratore paradossale…

Abbiamo mostrato come  l’ ambiente pagano  predominante  reagisca nei confronti della mitizzazione di esseri umano-divini, di eroi di duplice natura, chiamando in giudizio sia i cristiani che i goetes/maghi o  ciarlatani di varia cultura, giudei,  filosofi specie stranieri, in prevalenza siriaci, asiatici ed egizi, propositori di nuovi culti.

Nel graffito del Paedagogium  si rivela l’irrisione di un compagno ad un fedele di Christos, Alexamenos, che venera il suo dio morto in croce.

All’ epoca i pagani, quindi, giudicano immorali e vergognosi i costumi  dei cristiani, confusi spesso con giudei, a cui è rivolta la stessa accusa: il graffito è la vera prima testimonianza della morte in croce di Iesous Christos, Soothr.

I cristiani, poi,   a sentire Luciano (Morte di Peregrino)  o Celso (Discorso Vero) sono maggiormente derisi  per la figura di Christos  soothr ed euergeths  degli uomini.

ll venerare un Dio  mostruoso dalla testa di asino  e dal corpo di  uomo  crocifisso  è pratica vergognosa, d’altra parte degenere come il culto ebraico,  sotto accusa  anch’esso secondo Giuseppe Flavio (Contro Apione, 2,7) e secondo Tacito ( St. V., 3).

Insomma si può dire che sotto gli ultimi antonini, i cristiani, fedeli ad un culto onolatrico, bollati solo per il nomen christianum, seguaci di un Christos, che ha commesso un crimen maiestatis,  appaiono come una setta di cospiratori,  ostili alla società civile,  legati tra loro da patti di omertà, renitenti alla leva, in quanto aspirano a tornare nel Regno del Padre, che è nei Cieli, loro patria.

L’accusa, fatta ai cristiani,  è comprovata da Minucio Felice (Ottavio  9,3,  a cura di Fernanda Salinas, Mondadori 1992): Nec de ipsis, nisi subsisteret veritas, maxima et varia  et honore praefanda  sagax fama loqueretur, audio eos turpissimae pecudis  caput,  asini, consecratum inepta nescio qua persuasione venerari:  digna  est nata  religio talibus moribus/  D’altra parte, se non ci fosse un fondamento di verità, la voce popolare, così sagace  non li accuserebbe  di delitti gravissimi  e di ogni tipo, delitti da nominare chiedendo scusa. Sento dire che  non so per quale convinzione demenziale  venerano la testa consacrata del più ignobile  tra gli animali, l’asino: è proprio una religione  degna di questi costumi e fatta apposta per praticarli.

La notizia è  vera se è  riportata anche da Tertulliano, (Apologetico, 16,1 e 12).

Ambedue gli autori cristiani,  parlando della nefandezza, di cui sono accusati i correligionari, come onorare i genitali del proprio capo spirituale o sacerdote, adorandoli come se fossero  parti sessuali di chi li ha generati, rivelano la realtà di vita coi rapporti coi pagani.I

ll  culto di latria, che comporta  incensare e mandare baci ad un dio  (pur asino-uomo crocifisso)   è per i pagani un segno che i fedeli di tali  pratiche  vergognose e pervertite  sono tipiche  di uomini perditi et scelerati.

Oltre questa, c’è l’accusa infamante di un rito sacrificale di un bambino accoltellato, fatto a pezzi, dopo che è stato infarinato ad opera di un neofita,  mentre gli altri bevono il sangue: i pagani inorridiscono davanti a tale pratica orribile e portano i cristiani in tribunale!.

Riprovevoli e disgustosi  sono  considerati  il mangiare il corpo del dio, simbolica, sotto forme di gallette di farina  e il bere il sangue di Cristo, considerati sacrilegio dal collegio pontificale, diretto dal Pontifex Maximus.

C’è, dunque, una condanna esplicita del sacerdotium pagano al culto del Christos, uomo-asino!

Comunque, l’infanticidio dovrebbe essere una pratica simbolica come quella dell‘eucarestia, propria dei christianoi,  che sono una radice giudaica.

Lo stesso Apollonio di Tyana è accusato del crimen di infanticidio  davanti a Domiziano, che perseguita, senza distinzione,  filosofi, goetes e seguaci di Cristo, come perturbatori del Kosmos romano-ellenistico.

Anche la celebrazione di banchetti cristiani  non è vista dai pagani come riunione  di fedeli, che  come fratelli e sorelle mangiano il corpo e  bevono  il sangue del Dio morto per loro,  secondo i dettami dell’amore e della caritas!.

Il convito, celebrato ogni domenica, detto agape in greco e in latino dilectatio, esprime secondo Tertulliano, Apologeticum19,16,  il sentimento di amore fraterno comunitario. E’ così ?

Leggiamo, come lo vedono, invece, i pagani : (Ottavio, cit. 9,6-7): et de convivio notum est, passim omnes loquuntur;id etiam Cirtensis nostri testatur  oratio. ad epulas solemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus sexus omnis homines et omnis aetatis.illic  post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis  ebrietatis fervor exarsit, canis, qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est , ad impetum et saltum provocatur. sic everso  et exstincto conscio lumine impudentibus tenebris nexus infandae  cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsinon omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum/ Si  sa anche del loro banchetto, tutti ne parlano qua e là,  e lo conferma anche il discorso del nostro amico di Cirta. Si riuniscono per il festino, in un giorno stabilito, con tutti i loro figli, le sorelle, le madri, persone  di ogni sesso ed età. E là, dopo un copioso banchetto, quando l’atmosfera del  convivio si è riscaldata  e l’ardore dell’ebbrezza li ha accesi di una libidine incestuosa, un cane assicurato ad un candelabro viene aizzato con un bocconcino  di carne, lanciato oltre il limite  del guinzaglio, a slanciarsi in avanti e a saltare. Così, una volta rovesciato  e spento il lume, che fa da testimonio alla scena, intrecciano, col favore delle tenebre, che non conoscono il pudore, legami di una passione innominabile, affidandosi all’incertezza del caso. Tutti sono pertanto incestuosi  nella stessa misura  almeno per la complicità se non per il comportamento  effettivo, dal momento che  per il desiderio di tutti, nessun escluso, si desidera qualsiasi  cosa possa accadere  negli atti di ogni singolo partecipante.

Quindi, i pagani credono che i cristiani fanno orgia  domenicale,  come loro,  con l’aggiunta, però,  di incesti.

Minucio Felice aggiunge che i pagani  si chiedono perché  tanto impegno per nascondere e tenere lontano dagli sguardi  indiscreti tutto ciò che  è  oggetto di culto  per i cristiani, quando  le nobili azioni  fioriscono davanti agli occhi di tutti e solo quelle malvagie restano segrete.

Esecrabile è il fatto di non avere  altari, né  templi, né immagini di dei,  oltre al non riunirsi  pubblicamente per venerare  il loro dio,  in una volontà di nascondersi,  in quanto  c’è la coscienza  di meritare una punizione.

Perciò,  disprezzano un dio – di cui non si conosce la provenienza- unico, solitario,  scollegato da tutto, ignoto ad ogni popolazione dell’impero ,  venerato, comunque, dal  miserabile popolo ebraico  cuius …nulla vis  nec potestas est, la cui  forza  e potenza è nulla,  tanto da essere prigioniero dei romani con tutto il  popolo  (ibidem 10,3).

Le accuse ai cristiani per Tertulliano sono  frutto  dell’odio e dell’ignoranza dei pagani che, invidiosi, vedono crescere la comunità di numero in ogni parte dell’impero e rilevano la presenza cristiana perfino a corte.

Il graffito del Palatino con la sua testimonianza della crocifissione di Gesù è una dimostrazione del clima di dileggio e di irrisione, in cui si trovano a  vivere  realmente i cristiani nella città di Roma, come una minoranza sparuta, monoteista,  in mezzo ad una maggioranza di politeisti,

Perciò, la situazione  è diversa da quanto detto dagli apologisti e   dalla tradizione cristiana!.

Alexamenos è un pais ragazzo, preso in giro da un amico che fa il graffito del suo dio-asino a  Roma, secondo l’educazione pagana ricevuta antigiudaica ed anticristiana.

E ‘stata trascurata nella rappresentazione  della testa di un dio asino-uomo, una Y a destra, come  un qualcosa di inutile, quasi un segno in più , quando invece  o potrebbe  simboleggiare  Christus est salus in greco Christos Ygieia estin, oppure significare  che l’autore del graffito è un pitagorico in quanto la y è un sigillo della scuola. 

Sarebbe una Y(gieia) acronimo  per indicare che la salute viene dalla croce e che il  Crocifisso è il salvatore , via, vita (e  verità) per il ragazzo cristiano, che ha fatto di sua mano la risposta.

La rappresentazione  del compagno cristiano  Alexamenos,  che manda baci ed incenso  ad un essere umano con testa di asino con le orecchie,  legato per i polsi  ad una croce a forma di Tau,  vestito di una corta tunica , coi piedi poggianti su una traversa, ha per noi oggi un alto valore in quanto è prova della realtà storica del momento antonino!.

Anche Giovanni Pascoli, latinista eccezionale e grande professore di Latino e greco, scrivendo Paedagogium, un poemetto di esametri, ha letto in modo diverso il graffito dalla tradizione?!

Il poeta ha una sua lettura del fatto  mostrando la scena  di un uomo dalla testa di asino tum fixi est hominis cervix asinina caputque/auritum, incensato come un dio  crocifisso, e  poi  inventando  il nome di Carelio per identificare il giovane pagano che, chiuso in cella per punizione, si vendica facendo il graffito con l’iscrizione?!

Il Pascoli chiude  mostrando Carelio, soddisfatto  della sua azione: Scribit ALECSAMENOS SEBETE THEON et sibi plaudit!

Noi, cristiani,  oggi, consideriamo blasfemo il graffito del Palatino!