Archivi categoria: Articoli

Ponzio Pilato e i governatori di Siria (Pomponio Flacco e Lucio Vitellio)

Pilato è il quinto procuratore della Iudaea dopo Coponio (6-9) , Ambibulo (9-12), Rufo (12-15) e  Grato (15-26 d.C) e ha un preciso mandato. Il procuratore, un eques e  un  ex pretoriano – congedato dopo 16 anni di ferma  militare, avuta una buona liquidazione, dopo un servitium ben retribuito di 2 denarii al giorno- cfr. Tacito, Annales, I,17,6 – ha l’incarico di reggere la  turbolenta regione delIa Iudaea da Elio Seiano, con l’approvazione di Tiberio,  di frenare il potere degli ioulioi erodiani e del sommo sacerdozio templare e di saggiare il comportamento giudaico in relazione alla proclamazione divina augustea e tiberiana, connesso con la già effettuata persecuzione giudaica in Roma del 19 d.C. (Cfr. Flavio, Ant. Giud. ,XVIII, 80-84 e Tacito, Annales, II,85,4).

Professore, nel 26 d.C. Seiano ha già tanto potere da inviare uomini propri in Oriente, dopo i fatti di Roma, per me misteriosi  del 19 d.C. ?

Marco, tu parli di mistero forse per il nostro pregiudizio su quella porzione di storia  ebraica  di Antichità giudaiche, posta là dove doveva essere, secondo noi, il bios di Gesù, sostituito da christianoi  con la Storia di Paolina  e Mundo-Anubi, forse  accaduta nello stesso periodo ?  o forse perché non riesci ad inquadrare né la figura di un phugas/ esule giudaico, eretico,  fuggiasco da Gerusalemme,  reo di trasgressione di leggi, anche se esegeta interprete della Torah, né  il contesto romano, dove l’uomo può svolgere, nonostante l’anàthema, la sua professione di saggio lettore biblico? o forse perché non riesci a capire storicamente neanche  la figura di  Fulvia, nobile matrona, una proselita romana, di cui  Flavio  indica superficialmente la reale estrazione sociale col solo nomen  gentilicium, neppure, quando è detta moglie di Saturnino!

Ti preciso, allora, rispondendo, per ora,  a questo tuo dubbio, ultimo,  che  Fulvia  è figlia o nipote di un fratello di Fulvia, terza moglie di Marco Antonio, sposata  in prime nozze  con  Claudio Pulcro /Clodio, in seconde nozze con Gaio Scribonio Curione, donna  avida nella sua oikonomia familiare,  come il padre, originario di Tuscolo,  Marco Fulvio Bambalione/balbuziente, secondo Cicerone   homo numero nullo/una nullità – Filippiche,III,16,-  anche se  già ricca  per l’eredità  della madre Sempronia, il cui padreTuditano, nobile e pazzo gettava denaro alla folla dalla tribuna degli oratori!- ti aggiungo che Fulvia  è donna nota anche perché, avendo ereditato una fortuna, è  moglie di Senzio Saturnino, un militare, ex governatore di Siria  e poi di Germania!

Professore, grazie per l’identificazione di Fulvia,  ma  di questa vicenda romano-giudaica non capisco,  oltre alla imprecisa collocazione storica di Flavio, il motivo di una condanna all’esilio, diciamo, in Gerusalemme, del fariseo aramaico  esegeta da parte dei sadducei  sinedriali di Anano I e di Kaiphas e poi a Roma, non  colgo affatto il contrasto per una usuale  e legittima raccolta, come offerta al tempio, data da una nobildonna romana – una vecchia fedele bigotta di riti giudaici!-  oltre la riscossione del tributo per il tempio,  della  doppia dracma, secondo legge, fatta da tre uomini, definiti malfattori,  in anticipo giudicati per la loro intenzione di fare il furto dell’intera somma  di tutta la comunità, dal momento della conversione di Fulvia, persuasa a dare oro e porpora al tesoro templare /gazophulakion !.

Marco, tu  cerchi soluzioni, quando non comprendi il problema generale e pensi che i tre malfattori siano pretoriani infiltrati tra gli ebrei delle cinque sinagoghe, o tre normali ebrei – attirati dai pretoriani al furto sotto loro protezione- che hanno il compito di far apparire i pii ebrei e i loro  saggi sacerdoti  goetes simili a quelli egizi, che ingannano Lollia Paolina.

La nobildonna, devota fedele del Dio Anubi,  era stata scelta tra le tutte le romane  per accoppiarsi col dio egizio, suo segreto innamorato, secondo i sacerdoti, in una determinata notte, quando invece  era desiderata  dal giovane Mundo, disposto a sborsare per un amplesso notturno 250.000 dracme -quasi 43 talenti -, mentre ne spese solo 50.000 -circa 8 talenti-, per soddisfare il proprio capriccio, dati ad Ida, sua confidente, amica del sommo sacerdote egizio (Flavio, Ibidem 65-80) abile a sfruttare la passione del giovane – cfr. Un curioso spiritoso epigramma  www.angelofilipponi.com !, A Roma, dunque, Marco, esistono pratiche straniere condannate dai senatori come culti falsi ed esecrabili che, comunque,  sono ancora, in epoca tiberiana considerati legittimi e sacri, nonostante alcuni eccessi.!

Professore, Tiberio, seguendo le direttive di riforma di Augusto intenzionato a riportare  la romanitas corrotta  ai mores  prisci, sembra che voglia  eliminare i costumi stranieri, ormai radicati in Roma,  specie per l’adesione di donne come  Lollia Paolina ai riti egizi e come Fulvia  a quelli ebraici: l’imperatore sulla base delle ultime denunce ritiene  indegni della romanitas i culti egizi ed ebraici perché  risultano paradigmi comportamentali nocivi   e  fa un editto contro  maghi e profeti, in genere, diretto specificamente contro  i riti religiosi di altre nazionalità.

Marco, Tiberio, considerando  esempi indegni,  quelli  di  patrizie, contaminate da culture straniere, secondo  Flavio,  ordina la cacciata  dall’Urbe, insieme ai maghi e falsi filosofi,  delle famiglie di etnia  egizia e giudaica, mentre per Tacito, sembra trattarsi di un provvedimento, relativo  la questione, già dibattuta in senato,           dell’ asilo.

Infatti  sono molte all’epoca le richieste di usufruire di un asilo proprio, non solo  di famosi templi greci (Artemision),  di città greche – Efeso- e  di isole -Delo-  ma anche di località asiatiche  e siriache (tempio di Apollo a Dafne) o  giudaiche (Tempio di Pan in Paneas ) che vantano  luoghi sacri in cui rifugiarsi,  in caso di  atimia / perdita dei diritti civili e di condanna a morte per reati comuni!

Ho capito, professore, bene: la vicenda ebraica con la cacciata dell’etnia da Roma può rientrare nel problema della limitazione dei luoghi di asilo!

Proprio così, Marco.  Infatti, dopo la denuncia di Senzio Saturnino, amico personale di Tiberio, l’imperatore ordina alla comunità giudaica (sono circa 50.000 persone! un venticinquesimo della popolazione urbana, di cui una parte aramaica ed una ellenistica !)  di abbandonare Roma– Flavio, ibidem 83-.

Roma assiste ad una tragedia immane: famiglie sradicate dai propri focolari, uomini uccisi perche si ribellano ai pretoriani; pianti di donne e di bambini, vecchi  abbandonati e massacrati, un popolo intero alla gogna,  in balia della plebaglia che deruba le case dei partenti incolonnati!  Scene orribili come quelle poi descritte da Filone in In Flaccum ad Alessandria nel 38 d.C.!

Professore, dunque, per la leggerezza di Fulvia, moglie di Senzio Saturnino, Senior –   non escludo  che possa trattarsi anche del figlio!- , autore del processo contro i figli di Erode,  Alessandro e Aristobulo – una donna conformata ai costumi ebraici,  secondo la cultura aramaica, ammiratrice dell’esule, divenuta timorata di fede, zelante nella tzedaqah/ charitas- e per la malvagità di sole 4 persone, Tiberio,  fatto redigere  dai consoli un elenco di quattromila  giudei  per il servizio militare, li inviò nell’isola  di Sardegna, ma ne penalizzò molti di più che, temendo  di andare contro le regole della legge giudaica,  rifiutavano il servizio militare- Ibidem, 84.

Marco,  è sottesa- forse- a questo decreto   un’operazione segreta antiebraica  dei pretoriani, che fanno il loro dovere di inquisizione per ordine dei consoli e poi, dato l’accertamento anagrafico  dei neoi,  stilano un elenco di 4 000 giudei in età per il servizio militare- uccidendo quanti si rifiutano  perché impugnano vecchi decreti cesariani a favore dei Giudei (Cfr. Antipatro,  padre di Erode www.angelofilipponi.com)  destinati  al servizio in Sardinia, notizia confermata da Tacito –

Lo storico latino  certamente dipende dalla fonte ebraica -(Annales II,85, 1): eodem anno gravibus senatus  secretis libido  feminarum, coercita cautumque, ne quaestum  corpore faceret/ nel medesimo anno  gravi decreti  del senato posero  un freno alla dissolutezza delle donne e si provvide che non si facesse mercato del proprio corpo…- Tacito,  ibidem,4 –  …per quattuor milia libertini generis ea superstitione infecta, quis idonea aetas, in insulam  Sardiniam  veherentur, coercendis illic  latrociniis/  che 4 mila liberti, rei di quella superstizione, e in età di portare armi, fossero trascinati a forza nell’isola di  Sardegna a reprimervi il brigantaggio.

Tacito aggiunge  che si ob gravitatem Caeli interissent, vile damnum/ nel caso che fossero morti per l’insalubrità del clima, sarebbe stato un danno da poco…ceteri cederent Italia, nisi certam diem profanos ritus exuissent/ e che i rimanenti altri,  invece, dovevano lasciare l’Italia  a meno che, entro un determinato giorno,  non avessero rinunciato ai loro culti profani.

Dalle due fonti, professore,  si può dire che  l’imperatore  caccia i peregrini, libertini,  externi,  da Roma e dall’Italia e che la probabile  loro morte non ha valore alcuno per i Romani! c’è sotteso grande disprezzo con  odio contro i Giudei, da parte  di Seiano ( e di Tiberio), insomma di Roma per gli ebrei!

Certo. Marco .Questa – lasciamo stare l’indagine sulle motivazioni di tale odio!- è la realtà storica  dell’anno 19, ancor di più segnata da rancore , – di cui non si conoscono le esatte ragioni -,in seguito, per  il giudaismo perseguitato per dodici anni da Seiano,  ritenuto responsabile di un tale eccidio  da Filone che, invece, assolve l’imperatore, stranamente!

L’episodio di Fulvia,  anche se  raggirata da malfattori e dal clero giudaico, ha conseguenze troppo gravi  tanto da  far pensare ad una volontà di estirpare il giudaismo da decenni attivo specie in campo finanziario e commerciale, avendo molti ebrei  ricchi emporia/supermercati  e trapezai /banche in città.  Il decreto tiberiano, applicato da Seiano   doveva avere altre motivazioni connesse con  la terra di origine giudaica  e col fenomeno del giudaismo  ellenistico  che proliferava in modo abnorme  arricchendosi  dovunque, dati i tanti privilegi di cui godevano i giudei dal periodo di  Giulio Cesare avendo vinto la competizione economico-finanziaria  con l’etnia commerciale greca e latina.   Il decreto  tiberiano, quindi, antigiudaico, ha relazione con gli interventi già attuati da Augusto nella questione dell’ esautorazione di Archelao, nella nuova costituzione della Iudaea (Idumea, Giudea e Samaria ) censita ed    annessa come choora all’imperium romano con una forma di autonoma amministrazione prefettizia, anche se sottoposta a quella della Siria.

Quindi, professore, posso ritenere che le direttive di Seiano a Pilato sono simili a quelle romane,  di massima intransigenza per chi, ebreo,  non  fa il dovuto omaggio all’ imperatore sebastos, pur conoscendo la normale relazione  del martire giudaico! Per lei,  la nomina di Pilato, probabile pretoriano,  è una garanzia per una fedele osservanza delle prescrizioni imperiali in Iudaea,  già applicate a Roma! Pilato, per lei, al momento della partenza, nel 26,  anno  di massimo dominio  del potente capo pretoriano, è l’uomo giusto, nel posto giusto e  col mandato giusto!

Certo, Marco, specie dopo l’episodio di Sperlonga, ultimo atto di devozione  e di abnegazione del pretoriano, predisposto al sacrificio della vita personale  per l’imperatore, già ben disposto verso di lui, per avergli risolto coi suoi pretoriani, fedelissimi, il problema dei culti stranieri a Roma e delle popolazioni peregrinae, specie ebraiche ed egizie!.

Tacito, infatti, dice  riferendosi, comunque, ad un periodo precedente,  all’anno 23, quello  della morte di Druso, parlando di Elio Seiano (Annales,  IV, 1-2) di uno stato in pace / res publica composita e  della  domus  imperiale fiorente/ florens, nonostante la cacciata con eccidio dei Giudei .   

L’ accenno  di Tacito, comunque, in tale momento, alla morte di Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore,  è segno di una volontà di un autore di considerare colpevole dell’avvelenamento  Tiberio,  rivelando che, ora, ha la possibilità di dare rilievo al proprio figlio Druso minore, finita la storia  del fratello dioscuro, come se la prescrizione augustea,  non avesse più valore circa la successione imperiale.

Infatti Tacito, pur marcando  la gioia di Tiberio, che ritiene fausta la morte di Germanico –  e non infausta – e che dà la tribunicia potestas al figlio con la ratifica senatoria nel 22 d.C.,  esaltandone la carriera militare, il doppio consolato  e  i  tre  figli, nota:  all’improvviso la fortuna  cominciò ad oscurarsi/repente turbare fortuna coepit ed egli stesso a divenire  crudele e  a prestare le sue forze  alla crudeltà altrui!

Dunque, professore, per lo storico, la vicenda umana di Tiberio, dopo un’apparente fortuna  sembra volgere verso un crudele destino, mentre radioso sembra l’avvenire di Seiano?!

Tacito, facendo seguire il suo giudizio negativo su Elio Seiano, prefetto delle coorti pretorie,  considera, però, da storico che giudica col senno del  poi,  il pretoriano, origine e causa  di questo turbamento e cambiamento imperiale – Ibidem- di cui traccia  un profilo sulla sua  nascita  a Vulsinii/Bolsena,  sui suoi costumi, sulla sua potenza, conquistata col delitto ...insinuatosi con vari accorgimenti/variis artibus, nelle grazie di Tiberio tanto da renderlo nei suoi riguardi  fiducioso ed aperto, mentre agli altri era impenetrabile /adeo ut  obscurum adversum alios sibi uni incautum intectumque  efficeret.

Lo storico conclude dicendo che ciò avvenne non per abilità di Seiano ma per ira degli dei contro Roma, a cui la sua prosperità e la sua caduta furono egualmente funeste.- ibidem-:  Seiano è causa di rovina per Roma e per la casa imperiale, secondo un disegno divino, giudaico!

Tacito dipende dalla fonte giudaica che legge la storia come oikonomia tou Theou?! oppure segue  la tradizione pagana dei theoi invidiosi  della fortuna delle grandi famiglie  e delle nazioni  dominatrici?!

Tacito,  pagano, che ha visto la fine del suocero Agricola  e  rileva il  progressivo decadere del popolo romano in epoca flavia, ha una visione storica, basata sullo  phthonos toon Theoon/invidia degli dei.

Tacito, comunque,  traccia  del pretoriano anche un profilo psico-fisico – non dissimile da quello di Velleio Patercolo (St., II,127)-: ebbe un corpo robusto, animo audace dissimulatore per sé, abile nell’infangare altri, adulatore insieme ed orgoglioso, nelle apparenze esteriori modesto, nell’intimo sfrenatamente  avido di potere, per ottenerlo ostentava  talora una fastosa larghezza, più spesso  attività e vigilanza, che non sono meno dannose,  allorché si adoperano per conquistare il potere !Annales IV, 1,3-.

Dunque, come abbiamo visto nel precedente lavoro la tragedia di Druso minore,  Tiberio,  molto sfortunato, dopo un periodo di incertezza, e di depressione, pur dandosi  un contegno aristocratico, lasciato il potere in mano di Seiano, decide di ritirarsi in  Campania e poi si stabilisce definitivamente a Capri, dopo aver visto ed approvato  il suo operato ostile nei confronti di Agrippina e dei suoi figli. E’ questo  periodo di circa cinque anni  il momento di massimo potere di Seiano che  cerca di realizzare il suo piano  di  graduale ascesa all’impero?!

Certo Marco!, Seiano, dopo l’ invio in Giudea di Pilato,   consegue ogni onore e raggiunge ogni obiettivo, mettendo i membri della  casata, imperiale  gli uni contro gli altri, cosciente di tenere le redini dell’impero perché ha il potere militare sulla base dell’equivoco di una predilezione speciale dell’imperatore.

Lei mi vuole dire che il senato crede che,  obbedendo passivamente a Seiano, faccia il suo dovere verso  l’imperatore in quanto l’uno è imago dell’altro, tanto da  far porre  statue per ambedue  per la città da venerare, data l’assenza di Tiberio, facendo diventare divino anche il pretoriano!.

Certo, Marco, senza questo equivoco di venerazione accordata e alla statua del pretoriano e a quella dell’imperatore,  Seiano non sarebbe  divenuto patronus  di una vastissima clientela senatoria e  non avrebbe potuto  agire  contro la fazione giulia con quella  sicurezza con cui affronta  i fautori ex legati di Germanico, la  moglie  e i suoi figli maggiori.! Infine Seiano è favorito  da una rete di spie, e  dall’ambiguità di Livilla,  moglie del defunto Druso minore, amante da tempo  fedelissima del  pretoriano,  che anticipa ogni mossa,  guidato dalla sorella di Germanico e di Claudio, la cognata di Agrippina, la zia di Cesare Nerone  e di  Druso Cesare,  la figlia indegna di Antonia Minor! Livilla è una madre  che tradisce perfino i segreti di sua figlia  Giulia Livia e del genero, suo nipote! Una donna innamorata pazza del suo uomo, un eques, dimentica del suo passato familiare (moglie di Gaio Cesare e di Druso Minore!) per anni  traditrice del suo stesso sangue!( cfr.  La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime, cit)!

A Seiano, che ha potere militare, in città,  favore certo del  senato ,  plauso popolare e la fedeltà  di Livilla e dei militari, non è difficile ottenere  la tribunicia potestas e l’ imperium proconsulare maius!. Comunque, essendo  montato in superbia, come se davvero fosse diventato  re dell’universo, commette l’errore di trascurare  Antonia Minor, madre di Livilla,  abile a controllare, in silenzio,  la tresca, a far  pedinare, spiare,  seguire i movimenti dei due amanti, registrati  ogni giorno, senza  poter impedire  la tragedia dei  suoi cari- salvando però, Caligola- per non  poter rivelare la colpa della figlia, degenere, all’imperatore! Seiano, comunque,  non sa leggere il disappunto e il dramma della  donna, rispettata da Tiberio per la sua integrità morale giudaica- non si risposa anche se il marito le muore, quando ha 27 anni- !  il pretoriano neanche sa vedere la sua perfetta amministrazione dell‘oikos familiare, tramite numerosi nummularii, latini. trapeziti, agenti finanziari giudaici  sparsi  per il mondo- come Pallante e Felice e  la loro sorella Cenide- specie orientale, superiore perfino a quello stesso dell’imperatore, gestito dall’alabarca di Egitto, l’oniade  Alessandro, il fratello del  filosofo Filone, sommo sacerdote di Leontopoli!  Seiano è convinto di averla neutralizzata, opponendole  la suocera, l’augusta Livia, che Antonia riverisce conoscendola nella sua subdola mente di intrigante Ulisse in Gonnella. 

Comunque, Marco,  il 26 è l’anno della consacrazione ufficiale del potere di Seiano, riconosciuto  universalmente come  braccio destro di Tiberio e come il vero  patronus  e princeps  autoproclamato, capace di indirizzare con propri uomini il pensiero del senatus – cliens!

Il mandato di Pilato, perciò,  anche se univoco nel telos/fine, varia col crescere della fortuna di Seiano, per cui diversa è la sua posizione a seconda degli anni della sua  procura in Oriente, accanto agli altri procuratori  asiatici e specie siriaci  ed egizi, anche loro schierati o con Seiano o con Tiberio o con Antonia e il partito Giulio.

Quindi, nell’anno dodicesimo di regno di Tiberio, o, poco dopo, è da segnare  la prima provocazione contro i giudei, che  ha un suo valore, ma il prefetto, non avendo le spalle coperte, deve cedere agli ordini imperiali  e deve coordinare il proprio compito con quello del procuratore di Siria e coi  sovrani giulii,  figli di Erode il Grande, con  Erode Antipa, tetrarca di  Galilea e  Perea, con  Filippo,  tetrarca di Iturea, Traconitide Auranitide,  Paneas  e  con Giulia Livia Augusta , erede di Salome,  governante  la zona costiera con un procuratore imperiale, Erennio Capitone, teatino.

Pilato e  gli altri, Marco,  dipendono dal prefetto di Siria, epitropos ths olhs Surias Pomponio Flacco, amico stretto di Tiberio, anche di bevute, che ha alla sua corte molti erodiani, tra cui  Erode Agrippa e suo fratello minore Aristobulo IV, figli di  Berenice  e di Aristobulo III.

Questi, già governatore di Mesia – ricordato anche da Ovidio in Epistulae ex Ponto,IV ,9,75, è un fedelissimo tiberiano, collaudato nel suo servizio di governatore tanto che  come amico di Tiberio   aveva eseguito il suo ordine  di destituzione ed esautorazione del re Rescuporide di Tracia, suo amico personale, indotto a seguirlo nei castra romani e poi imprigionato in attesa di essere condotto a Roma, dopo   aver diviso  la regione in parti,  assegnate una a  Remetalce, il figlio,   e l’altra ai figli di Cotys, re precedente.

Quindi, Pilato,  inizialmente, gerarchicamente  è subordinato al  governatore  tiberiano di Siria ed ha un’auctoritas con potestas limitata e condizionata e deve anche  fare una comune politica insieme al governatore di Egitto, Gaio Galerio (14-31), zio di Seneca,  nipote della moglie, e  a  quella di Marco Emilio Lepido, console nel 6 d.C – sostituto ora nel 26  di Norbano Flacco- governatore di Asia,   oltre a quella  del governatore di Acaia, e mantenere buoni rapporti coi reguli ancora esistenti asiatici,  dopo l’esautorazione di Archelao di  Cappadocia  e poi anche di quella successiva  di Remetalce di Tracia.

Ha un  compito  difficile e delicato, dunque, seppure non del tutto autonomo,  Professore?

Marco, i romani avendo copiato il sistema amministrativo dei satrapi  achemenidi e poi quello  Seleucide e Tolemaico,  costituito da epitropoi  epimeletai e dioichetai, uparchoi, creano  in Oriente prima, poi  anche in Occidente,  una rete di funzionari, burocrati zelanti dispotici nella propria area,   che inviano mensili relazioni  ed annuali resoconti  scritti come delegati, che mostrano il proprio lavoro al senato e all’imperatore  circa  il mantenimento dell’ordine interno provinciale,  circa lo stato delle classi sociali, circa  l’applicazione della  giustizia e la riscossione delle tasse e dei tributi  con l’ indicazione  anche dei nomina dei  funzionari pubblicani, che riscuotono, a seguito di censimenti  delle popolazioni rilevate, sul piano fondiario ed economico-sociale.

Pilato, come praefectus, è un funzionario statale tiberiano, che non si  piega né si addolcisce  nel corso del sua azione spietata –  secondo il  significato  dei verbi  camptoo/piego e meilliskoo / addolcisco (Legatio ad Gaium, 301)-  della tipologia di Avillio Flacco  cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com

Professore, il  sistema romano imperiale siriaco è veramente ben impostato ed organizzato in quanto frutto di precedenti  amministrazioni achemenidi e macedoniche ed ora il funzionamento ha raggiunto il massimo grado di efficienza per l’inserimento  mirato dei  coloni militari, in zone chiavi,  grazie anche alla burocrazia  latino-italica, che applica lo ius ed è subordinata  alla vox  dell’unico pastor dell’impero, a cui nulla sfugge di quanto accade in provincia, data anche la rete di spie di cives  libertini ed equestri e di pubblicani.  Eppure, nonostante il funzionamento del sistema universale,  la struttura giudaica  non è ben sistemata  e risulta un cancro, che incancrenisce  tutta  la cellula siriaca,  infettandola come un virus.

Ora capisco, quello che lei  scriveva tanti anni fa su Caligola il sublime quando  diceva  che l’imperatore  riteneva necessario un intervento chirurgico  immediato, volendo estirpare o deportare l’etnia giudaica, che si salvò solo per la  sua morte,  a mano di Cherea!.

Caligola, Marco, fu una mente geniale superiore, un uomo divino, che avrebbe voluto Regnare come Dio sul Kosmos romano, essendo l’unico pastore del gregge umano, dopo la  formazione del Principato dell’eques Ottaviano e dopo l’incerta conduzione imperiale dell’aristocratico Tiberio Nerone!

Certo, professore – Caligola fu Caligola, un imperatore sconosciuto dagli storici!  La legge vivente per i cives sudditi  veneranti il Dio! a lei non piacciono i confronti con uomini di oggi-   Caligola  nomos empsuchos  non è un  uomo come Giuseppe Conte! Per lei- lo so-  la storia non è mai magistra vitae! mi lasci, comunque, dire che il nostro presidente del consiglio, in un momento  storico di emergenza, straordinario, non può e non deve  rimanere sempre incerto  ed incapace di dare una linea di condotta univoca  nella pandemia, e risultare personaggio debole, stritolato tra la comunicazione del comitato scientifico e la necessitas di salvaguardare l’economia, diventando  ogni giorno di più una maschera tragica italica, ridicola  anche  per il contorno di politici spocchiosi di sinistra e di grillini semianalfabeti, inconcludenti, su cui può ironizzare  motteggiando anche il popolo, ancora culturalmente bambino! E’ ora, dopo la seconda ondata del coronavirus,  di predisporre, sulla base certa di relazioni dei  Presidenti delle Regioni, un piano eccezionale per la salvaguardia della salute pubblica, connesso ai  dati sicuri territoriali, raccolti dai singoli  sindaci, nei comuni delle singole province e regioni, isolate a seconda  del  bisogno  effettivo, in relazione allo studio scientifico medico, applicando la normativa  della sovranità, trascurando le lamentele delle opposizioni demagogiche  e le tautologiche  querule degli intellettuali!  bisogna dare  mandato dittatoriale ad ogni sindaco responsabile della  cellula del suo comune,  rispettoso, comunque,  del mandato del presidente  regionale, supervisore,  che avendo  effettivamente  il controllo  preciso e dettagliato di ogni abitante  contagiato di coronavirus,  grazie alle relazioni   locali  delle  singole province, dovrebbe  avere la  situazione reale del contagio nella regione, il cui stato deve essere segnalato ai funzionari governativi, esattamente,  per un energico  piano dettagliato nazionale operativo, unitario, pur con qualche specifica deroga settoriale! Mi scusi, professore, se  ho parlato da  ciarlatano, da demagogo e da stolido intellettuale, non avendo dati per parlare e non avendo chiara la situazione, a causa della  presenza, nel tessuto italiano socio-economico e civile,  della Chiesa e delle mafie  nelle singole Regioni italiane!

Caligola, Marco, –  lasciamo da parte il coronavirus e il povero  Conte, invecchiato di colpo in pochi mesi !- poté fare quel che fece in Roma, in Italia,  in Oriente e in Occidente  avendo al suo servizio un esercito  di funzionari fedelissimi, desiderosi di far carriera in una  burocrazia perfetta, costituita da  ministri – schiavi,   funzionali, educati alla professione secondo le direttive oniadi, che regolavano commercio e stato lagide prima e, poi, il sistema romano-ellenistico imperiale – del  quale i discendenti di Onia  erano compartecipi al profitto dell’imperatore, con precise clausole  contemplanti  le percentuali annue, essendo loro i gestori  maggiori delle riscossioni  delle tasse e dei tributi  dei cives  oltre che delle decime e della tassa per il tempio di Gerusalemme, fissata   per ogni maschio giudaico di età superiore ai 13 anni, data la loro attività bancaria, dal periodo di Cesare,  potenziata da Augusto e da Tiberio,  capaci  di mettere in  comunicazione  anche con messaggi cifrati le singole strutture  fra loro e queste col sistema imperiale,  tanto abili  da  far sentire,-se lo volevano, in caso di convenienza – la  voce del pastore  e la sua volontà a tutte le pecore disperse dell’impero, nel giro di una settimana, con vari mezzi e perfino con segnali  di fumo, inviati da un monte ad un altro!.

I messaggi del sovrano erano  oracoli/logia del dio vivente, la sua legge applicata conformemente alla sua volontà e nessuno osava contrastare un Dio, onnipotente! Caligola fu un  un genio politico ed amministrativo, un giovane educato da Tiberio stesso a regnare, viste le sue qualità superiori ad  ogni altro uomo! Infatti Caligola, seguendo l’esempio  di  Tiberio e di Seiano con gli ebrei romani,  all’epoca,  conosciuta la situazione, decide un intervento chirurgico immediato, di  estirpazione o di  deportazione della stirpe, riluttante ad accettare la  sua ektheosis , avendo avuto le relazioni congiunte di Pilato, di Erennio Capitone   e poi  di Erode Antipa e quella di Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, sulla fine del Regnum messianico e sulla  ekplhcsis/sbalordimento paralizzante, per la crocifissione del maran/re aramaico!

Perché, professore, un principe  amatissimo  dal popolo e dai militari,  la legge vivente  dell’impero romano,  il neos Sebastos, alter Zeus,  uomo equilibrato – non pazzo–  arriva ad una tale risoluzione, dopo oltre cento anni di dominio romano sui Giudei, già  censiti alla pari degli altri popoli sottomessi?

Marco, devo dire che, se mi poni questa domanda,  non conosci  la situazione del 38 d.C. dopo la morte di Drusilla, sua sorella divinizzata come Panthea,  né la rivolta ebraica alessandrina  e il richiamo  a Roma di Avillio Flacco per il processo, come già  era avvenuto per Pilato, l’anno prima, e come avverrà, poi, l’ anno dopo per Erode Antipa!. mi sorprendo perché l’azione di Caligola è in relazione a quella di Tiberio nel 19 e di Seiano, che invia Pilato con un preciso mandato. Sono deluso, Marco, e  ci soffro per una tale  domanda!.

Il 19, il 26 , il 38 e  il 40  sono date che indicano un crescendo di persecuzione ebraica da parte di Roma, tesa alla estirpazione dell’etnia giudaica!.

Professore, ho vaghe idee – non corrispondenti a precise realtà -e  non conosco esattamente i fatti  sottesi alla In Flaccum, e quindi,   non ho chiaro  né la situazione  né i motivi ed ho bisogno di spiegazioni! La mia è un vera richiesta informativa!

Bene. Marco! Prima di ogni cosa, devi considerare la pietas e dei  giudei aramaici e dei giudei  ellenistici, ora congiunti nelle rivendicazioni dopo la fine del messianesimo e a seguito della rivolta samaritana! Sono eventi  traumatici per un giudeo – cfr. Il Messia mancato  www.angelofilipponi.com -!

Caligola, il Neos Sebastos, da poco autokratoor /dominus, Pastor,  dopo la malattia, col suo consilium  principis, insieme a  Emilio Lepido e  sua moglie Drusilla, poi improvvisamente morta,  divinizzata, per suo ordine, nell’impero, e celebrata anche in Alessandria, come dea,  determina, anche per l’azione provocatoria  di Avillio Flacco –  che accusa gli ebrei di nascondere le armi nelle loro case  e che fa intervenire l’esercito,  avendo anche il favore di tutta la cittadinanza greca –  l’insurrezione  dei giudei alessandrini  e il primo pogrom della  storia (Cfr. Una strage di Giudei in epoca caligoliana, Ebook Narcissus  2011), non certamente evitato dall’invio di Erode Agrippa, amico personale, -pur  nominato  tetrarca successore di suo zio Filippo di Iturea, Traconitide,  Auranitide,  Batanea,  Paneas- per una pacificazione  generale.

Il successivo richiamo di Flacco  per il processo –  che termina  con il suo confinamento prima  nell’isola di Andros, e, poi, con la morte – e l’invio di Petronio Turpiliano come governatore di Siria, sono atti che evidenziano già l’attuarsi  della neoteropoiia e della ektheosis  e della volontà imperiale di un culto universale dell’imperator, nomos empsuchos/legge vivente.

Insomma lei, professore, mi vuole ricordare che  c’è di mezzo   un buco storico  messianico,  quello del Malkuth, seguito dalla rivolta samaritana, eventi connessi con una reazione ebraica  alla repressione  alessandrina del 38, fatta dal prefetto,  oltre ad un altro  mandato di Caligola a Petronio,  nuovo governatore di Siria  con l’ordine di estirpazione giudaica,  in caso di non  accettazione del suo colosso  statuario, entro le mura del tempio  (Cfr. Legatio ad Gaium)!

Marco, ti manca l’esame di circa nove anni  e, quindi, ti è impossibile capire la situazione del giudaismo, dopo il fallimento del messianesimo! Dovresti rileggerti quanto ho già scritto  e poi seguitare la nostra conversazione.

E’ vero, non ho competenza non solo su questo periodo ma anche sui cinque anni dall’arrivo di Pilato in Cesarea Marittima fino all’esplosione dell’ euforia giudaica davanti alla venuta del messia  e sua trionfale entrata in Gerusalemme, verificatasi  qualche mese dopo la morte di Seiano, il 18 ottobre del  31!.

Marco, io mi meraviglio che tu non sappia queste notizie  perché hai  seguito lo studio su Giulio Erode il filelleno,  hai lavorato con me e Andrea ad In Flaccum e a Legatio ad Gaium ed hai presentato con gli altri Caligola il sublime e i  libri XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche!

Una cosa, professore  è seguire le lezione  e una  cosa capire lavorando insieme, su concreti problemi  con la volontà operativa di una soluzione, come stiamo facendo ora sul mandato di Pilato!

Ho capito, ora,  che tu sei  nella fase operativa e ti trovi a disagio  nonostante la positiva recezione delle  notizie generali! Sbaglio io, Marco ! Devo stare attento a non dare per scontato quanto dico!  Bene. T i aggiungo che,  comunque, anche l’intervento chirurgico di Caligola, utile per la realizzazione della spedizione parthica ventilata,  all’epoca,  sarebbe stato inutile,  se fosse stato attuato da Petronio, secondo gli ordini ricevuti nel 40! Deve passare ancora  quasi un secolo di storia  prima che si avveri,  quanto deciso da Caligola, che viene realizzato compiutamente da Adriano nel 135 d.C!

E’ opportuno, professore, fermarci per qualche settimana, allora,  e, poi, riprendere il nostro discorso in modo che io sia più preciso anche nelle domande da formulare.

Certo, è giusto che tu rilegga  e studi i testi che ho citato! quando avrai riletto e rivisto tutto…ci rivediamo  e, un pomeriggio, ci mettiamo a  tavolino, a distanza, con le mascherine,  e discuteremo   sul mandato di Ponzio Pilato! …

Hai già fatto  i...compiti, amico mio?!

Sei sempre bravo, il migliore dei miei alunni!

Professore,  ho riletto e studiato  quanto mi ha suggerito e comprendo ora davvero cosa mi dice: il fenomeno ebraico non è solo palestinese, ma universale, in quanto l’ebreo ha apoikiai dovunque, non solo nel Mediterraneo,  nel  Ponto Eusino  o nel mare  Caspio e  nel Mare Rosso,  ma anche in tutti i porti  con le  basi navali,  con le  trapezai  e con la  particolare economia   ed amministrazione  ecclesiale emporistica,  anche oltre i confini dell’impero romano,  in quello parthico e in Seria, nelle isole dell’Oceano Indiano, avendo colonizzato anche il Bosforo cimmerico, le  calde zone africane al confine con i territori romani egizi, cirenaici, numidi ed anche mauri, grazie all’impresa di Quinto Giunio Bleso  contro Tacfarinate nel 31 d. C, – poi, coinvolto, al ritorno in patria  nella caduta del nipote  Elio Seiano, con tutta la sua famiglia-!.

Marco, parli in modo nuovo, dopo lo studio!. Non è, comunque,  il caso che ti ripeta la grande impresa mercantilistica e  finanziaria,  methoria, dei  gestori giudaici di  trapezai  e di emporia sotto Cesare, Augusto, Tiberio e Caligola?.

No, professore, possiamo seguitare a trattare della politica imperiale in relazione al mondo giudaico e rilevare insieme come, in epoca  giulio-claudia fino a Tiberio,  la direttiva  romana  è ancora duplice nei confronti dell’ebraismo,  che è ben distinto  in aramaico da punire e in ellenistico da proteggere  e da seguire nella sua stessa vittoriosa direzione  colonizzatrice e che solo con Caligola  diventa unitaria, in una volontà di sterminio e di deportazione a seguito dell’ ektheosis imperiale, evento che ricompatta il giudaismo in senso antiromano, perché cosciente della imminente rovina! Filone – Legatio ad Gaium– e  gli altri ambasciatori si rinchiudono in una stanza per piangere sulla fine del Tempio e della loro stessa etnia,  storditi ed attoniti alla notizia del decreto caligoliano!.

Se prima  esistono due direttive, una di provocazione  per i giudei  stanziati nella  choora di Iudaea ed una di compartecipazione alla economia mondiale mediterranea  ellenistica per gli ebrei  della diaspora  regolati  e  connessi dall’etnarca e   dall’ alabarca, oniade,  sommo sacerdote e gumnasiarca di Egitto,  al sacerdozio sadduceo gerosolomitano, nonostante l’opposizione farisaica ed essenica e l’avvento del Regno dei  cieli, ora sotto Caligola il pericolo di annientamento  è comune  a tutti i giudei, dovunque si trovino!.

Finito il Regno dei Cieli  tragicamente, perduta la civitas /politeia, con la profanazione del Tempio, la nave ebraica affonda! Così sembra dire Filone in Legatio ad Gaium!

Dunque, professore, devo capire bene  questo, per seguire il suo pensiero:  cioè, nonostante che Roma e il sommo sacerdozio templare  concordano in una politica di comune interesse  per la gestione del tesoro del Tempio, con Caligola si è chiarito l ‘equivoco  ormai della filoromanità giudaica – che,  sacrificando  ambiguamente al proprio Dio e alla maestà del popolo romano e di Augusto, ritiene di essere in perfetta regola con gli altri sudditi dell’Impero e di vivere  secondo legge, quando, invece,  sacrifica solo al proprio Dio  per Roma e per l’imperatore, quando  è  espressamente richiesto il sacrificio al Dio Caligola, pathr, soothr, eurgeths, unico pastore del gregge umano! I  giudei aramaici e i giudei ellenisti, di fronte all’aut  aut di Caligola- venerare un uomo-dio  o Jhwh – preferiscono la morte alla vita, risoluti al martirio  piuttosto che tradire la loro fede e la patria, dicendo Shema Israel, Adonai eloenu, Adonai echad/ Ascolta, Israele, il Signore è il mio signore, il Signore è unico!

Caligola  dimostra  agli ambasciatori alessandrini che bisogna fare atto di latria  a lui Theos, a lui Zeus, unico soothr, eurgeths, Pathr e a nessun altro Dio!  O fare questo o morire!

La risposta giudaica è quella della scelta del martirio alla  venerazione del dio imperiale: meglio morire che tradire la legge!Il giudaismo, unitariamente, aramaico ed ellenistico  si autocondanna al  bando o allo sterminio etnico!

Devi capire, Marco , questo evento con questa situazione propria dell’anno 40 d.C., che si verifica subito dopo il trauma della morte del Messia e della capitolazione di Gerusalemme messianica, taciuto dalla storia cristiana –  a seguito anche di una vittoria  romana sui Parthi e di una sanguinosa controrivoluzione gerosolomitana antimessianica, entro le mura della città assediata-. Ora, il mandato di Pilato, alla luce di questo studio  e dell’esame da noi fatto,  è specifica  applicazione prefettizia in un dato momento storico, limitato alla sola provincia di Iudaea, avvenuto prima della morte di Seiano, che ha già  fatto una sua politica  antiebraica a Roma, ma di scarsa consistenza rispetto al pericolo mortale e di sterminio della etnia  stessa, in epoca caligoliana!

Filone sembra aver chiaro e questo momento tragico seianeo e quello caligoliano – che risulta il più tragico della storia giudaica vissuto mentre attende di essere ricevuto dall’imperatore, come incaricato dai  giudei alessandrini  di far valere le ragioni di una parte dell’ ebraismo, seppure maggioritaria, quella ellenistica- !

Professore, per me cristiano, educato secondo cultura cristiana , non è facile, neanche, dopo aver studiato i suoi testi (Jehoshua o Iesous? Maroni, 2003 e Giudaismo Romano I, II E.book  Narcissus 2014),   seguire né comprendere  il suo argomentare, seppure storicamente corretto, e documentato: Io sono perplesso  ed ho un magone indescrivibile, che mi impedisce perfino di dialogare  con il mio maestro, colpevole di farmi vedere oltre il velo delle parole cristiane e del messaggio ebraico! Abituato alle chiacchiere cristiane e al muthos, il suo dire  mi  stravolge e confonde  ogni mio pensiero,  e distrugge la mia personale  costruzione cristiana. Neanche so confessare  quanto mi accade!

Hai  ragione,  Marco, le parole cristiane senza fatti hanno formato il cristiano che ora, davanti ai fatti, è sconcertato e  crede perfino l’amico, che ha di fronte, un nemico!

Vada, comunque,  avanti, professore!

Bene!.  Io   riprendo il mio discorso! Se vuoi, seguitiamo e facciamo parlare i fatti, documentati!.

Tu sai  che in Iudaea e in Gerusalemme,  specialmente, è  presente un forte gruppo  di  irriducibili e integralisti aramaici filoparthici,  che sono anche sparpagliati  nelle province asiatiche e siriache e in quelle  egizio-cirenaiche  ed acheo-traciche ed insulari, nell’Egeo,  mescolati a giudei ellenistici di lingua greca, di norma loro datori di lavoro,  diffusi in ogni parte del mondo e romano e non romano. Su questi  prima l’ordine di Seiano (Pilato, Pomponio Flacco, Capitone, Erode Antipa, Filippo) e poi quello di Caligola (Petronio Turpiliano) suonano come incitamento alla guerriglia urbana e  provinciale  e a connessioni con il re dei re e con Areta IV di Petra!

Dunque, professore, Pomponio Flacco, Pilato, Capitone e gli egemoones della Decapoli, gli erodiani superstiti, e il governatore di  Egitto, specialmente, hanno tutti un mandato imperiale di provocazione dell’etnia ebraica, che ritiene di essere l’eletta  di Dio, e di aver un solo signore Jhwh, di essere l’unica, pia e religiosa nell’ecumene,  avendo un patto eterno con il Theos, Upsistos,  che l’ha sancito  da secoli con gli antenati patriarchi, di cui segno visibile è il tempio di Gerusalemme, la città santa!.

Marco Caligola spaendo cheigiudei vivono in ogni parate dllimepro romano ha fatto un decreto catholikos/universale Tieni presnte questo, e  lavoriamo cercando  di capire l’operato in Iudaea di Ponzio Pilato, un pretoriano seianeo- se è giusta la nostra lettura di un praefectus, equestre, sannita, formatosi al seguito di Seiano – che ha già lavorato per annientare gli ebrei romani, in ottemperanza degli ordini di Tiberio che abroga,  tra il 17 e 19 d.C., i particolari nomoi delle etnie  domiciliate a  Roma o viventi nell’impero ( Cfr. Tacito  Annales, III, 54-60 ), in relazione al verdetto supremo dei senatori  sulle richieste di provinciali, obbligati, comunque, ad  evitare e vietare l’abuso  di stabilire luoghi di asilo, divenuti  fonte di riunione indebita e covo di uomini perversi.

Inizialmente Pomponio e Seiano dànno disposizioni univoche, claudie, che poi cominciano a divergere  quando il partito claudio si sdoppia e costituisce un gruppo  di fedelissimi filoseanei ed uno filotiberiano,  per cui, essendo assente la voce di Tìberio,  non c’ è unità nell’applicazione dei mandati, come risulta dalla favola sulle rane e del re travicello di Fedro:  le rane gracidano nel pantano al re   travicello,  su cui, perfino, saltano sopra, dopo averne notato l’innocuità cfr. Caligola il sublime, cit!.

Pomponio, in tale situazione,  è oscurato dalla personalità di Seiano ora assimilata all’imperatore,  fraintesa dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, specie dai giuli erodiani e oniadi, che acuisce il clima di rappresaglia tipico del mondo giudaico aramaico,  generando  panico negli uomini di stirpe,  religione  e lingua aramaica, che  sembrano girare alla larga da Gerusalemme  e perfino dalla  Iudaea e dalla Galilea  e Perea stessa,   facendo  strani percorsi   in  Celesiria, in zone fenicie o  montane ituraiche,  per  stanziarsi in Decapoli  e per poi rientrare  da Betsaida o dalla Gaulanitide  nella choora di  Erode Antipa, persecutore anche  lui di aramaici, come Giovanni  il battista  collegato con Areta IV e coi Nabatei (cfr. Gesù meshiah aramaico, methorios e politikos in  www.angelofilipponi.com )

Professore, ora mi spiego, finalmente, i giri che fa il nostro Gesù  che va da Tiro a Sidone  e da lì in Paneas  e poi passa in Gaulanitide e Batanea fino a Gerasa e poi si dirige verso il confine tra la tetrarchia di Filippo e quella di Erode Antipa. Potrebbe essere questo il momento del nuovo matrimonio di Erode Antipa, che, essendo giulio,  oltre all’ostilità di Pilato e Seiano, ha anche quella di Areta IV  e dei seguaci di Giovanni,- che, stanziati a Betania oltre il Giordano/al Kharrar,  sono sotto la protezione del re nabateo, vivendo entro il suo territorio –  ed anche di quelli di Gesù?

Certo, Marco, potrebbe essere così,  perché Areta  sembra fedele seguace di Giovanni, che ha favorito la fuga della figlia da Tiberiade coi suoi uomini,  portandola fino al territorio di Damasco, allora possesso di  suo padre,  intenzionato a vendicarsi  dell’erodiano che ha ripudiato  (D)asha,  dopo 25 anni, e che è anatemizzato dagli esseni per le nozze incestuose!

Davvero, professore, è questo il tempo che  potrebbe coincidere   con la prima predicazione di Gesù del Messianesimo  dopo che il mastro/maestro, dotato di abilità da terapeuta, è venuto a contatto  con emissari di Izate di Adiabene e con Artabano III e con Asineo!. si  sarebbe già nel clima dell‘Avvento  del Regno dei Cieli,  ora pianificato, dopo la morte del cugino, con delegati Mesopotamici, anche loro coinvolti  nel disegno messianico per una riconquista dei territori dell’ex Siria seleucide, rivendicata da decenni dai Parthi?

Marco, posso solo confermare, oltre ai fermenti messianici,  l’ attrito tra Pilato ed Erode Antipa e l’aspro contrasto tra il tetrarca e l’ex suocero re di Petra, in questo periodo di cinque anni oscuri dellla procura di Pilato,  e la vita vagabonda di Erode Agrippa, dopo la morte della madre Berenice a Roma  e specie, dopo quella dell’amico Druso Minore.

Lei ha parlato spesso della vita  dispendiosa  di  Giulio Erode Agrippa, privato cittadino, proprio di uno scialacquatore di un patrimonio  principesco, senza, però,  precisare il momento storico, romano, antigiudaico. Ora me ne può parlare, sulla base delle notizie generali di Flavio?

Per lo storico,  Agrippa fa il viaggio per la Iudaea  quasi con le stesse navi di Pilato e  nello stesso periodo, gravato di debiti  e pressato da creditori perché dopo la morte della madre, lasciato in balia dei suoi capricci,  spese molto del suo denaro per il lusso quotidiano in cui viveva  facendo smisurate spese ed offrendo regali ai liberti di Cesare, sperando di essere aiutato, tanto da  ridursi in povertà (cfr.  Ant giud., XVIII,145 e A, Filipponi incipit romanzo storico l’Eterno e il Regno, ebook Narcissus  2013).  Agrippa, a Roma, avendo un alto tenore di vita grazie all’eredità materna, non toccato dall’editto di  Tiberio perché non libertino  né peregrino ma civis censito come neos, quindi, probabilmente arruolato con qualche incarico diplomatico con Pomponio Flacco, con  Germanico e poi con Druso, si trova al ritorno in città,  all’improvviso,  in condizioni disagiate, indebitato. Forse nel momento del dokimasia/valutazione  il giovane principe  già aveva dovuto  sborsare ai pretoriani inquisitori e ai liberti funzionari denaro per il riconoscimento dei suoi diritti, inficiati dal decreto tiberiano, che non riconosceva la politeia la cittadinanza  antica cesariana, nonostante le amicizie a corte! La sua situazione si era aggravata poi  per la sua natura megalomane e  munifica, ma anche per i debiti contratti  con trapeziti oniadi,  specie dopo la morte di Druso e la cacciata dalla presenza di Tiberio, che non voleva più vedere gli amici del figlio perché la loro presenza lo faceva soffrire -ibidem-. E’ probabile che  si sia accodato, nel viaggio, alla sorella Erodiade, che, separatasi dal marito Erode Filippo,  figlio di Mariamne, figlia del  sommo sacerdote, con l’adolescente Salome e col Tetrarca, all’ epoca a Roma,  tornava  in patria.  Giunto a Cesarea, pressato dai creditori, oniadi,  si ritira a Malata, in Idumea , ed è intenzionato al suicidio. La moglie Cipro, col suo patrimonio erodiano, dotale, fa allentare le richieste oniadi, data anche la famigliarità con Alessandro alabarca (cfr. Caligola il sublime, cit. e   L’ alabarca in www.angelofilipponi.com) e invia lettere alla cognata  perché lo accolga alla sua corte a Tiberiade, città in costruzione ad opera di qainiti galilaici, avendo lo stesso tetrarca fatto appello per popolare  la nuova polis con cittadini di prestigio. Flavio così scrive  spiegando la determinazione  al suicidio di Agrippa evidenziando  l’accorato impegno della moglie che  prega Erodiade di  soccorrere il suo congiunto: tu vedi quanta cura ho, come vedi,  di sollevare in ogni modo il marito, anche se le mie sostanze non sono come le tue -ibidem148-.

A mio parere, Marco, si dovrebbe essere nell’anno della morte dell’Augusta  Livia , il 29,  in cui Capitone, governatore di Azoto ed Iammia  e Faselide, tratta con gli eredi di Salome – tra cui  Agrippa nipote e  Cipro pronipote,- dando somme di liquidazione definitiva  in proporzione al diritto di successione, a seconda delle percentuali, avendo goduto la madre di Tiberio dell’eredità  dell’amica e della rendita del suo patrimonio  per il 51%.  Quindi la  principessa ha denaro in relazione  alla metà dell’intero patrimonio di Salome, che aveva una rendita di 50 talenti annui e prendeva  parte all’eredità, solo ora, alla morte dell’Augusta, del lascito del gran Re alla sorella di 500.000 dracme  d’argento -XVII,190-. Forse in seguito a questa divisione di eredità a cui partecipa, come erede, anche la moglie di Erode Antipa, ad Agrippa viene assegnata   l’abitazione a Tiberiade con  l’incarico di agoranomos e  con una pensione, in relazione alla sua dignità di principe-ibidem149-.

Ti aggiungo anche che  Giulio Erode Agrippa, dopo pochi mesi,  si allontana dallo zio -cognato perché non ritiene soddisfacente la sua sistemazione  e perché umiliato dal Tetrarca che gli  rinfaccia, in un convito a Tiro,  sotto gli effetti del vino, la sua povertà e la dipendenza per il pane quotidiano dalla  sua elemosina.-Ibidem150-.

Perciò, Agrippa si rivolge al proconsole Pomponio Flacco, governatore di Siria, suo amico dal periodo romano, dopo aver chiesto denaro  probabilmente agli  stessi ex liberti di sua madre, -come poi  nel 35 d.C. per il viaggio a Roma da Tiberiade-  prima a Marsia, poi  a Proto che, però,  hanno legami con Antonia, la nonna di Caligola,   il cui gestore  finanziario  generale è l’alabarca di Egitto, suo massimo creditore- Ibidem 156.

Professore, il povero Agrippa si trova  stritolato tra agenti finanziari che, oltre tutto, litigano fra loro per le percentuali!

Marco, il principe nel 33 d.C. oltre  alla  sua precaria situazione  finanziaria, acuitasi dopo la vicenda del suo soggiorno ad Antiochia presso l’amico Pomponio Flacco che, poco prima di morire  lo licenzia, perché accusato dallo stesso suo fratello  Aristobulo, da tempo  suo fidato consigliere,  per la  questione del confine tra Damasco e Sidone – Le due città erano in contrasto da tempo ed Agrippa  favorì nell’arbitrato i Damasceni, che lo avevano pagato per la sentenza favorevole!-, avendolo scopertolo reo di concussione.

Il principe, fuggito da Antiochia e rifugiatosi  ad Antedone, vicino Gaza  nel 35 d.C. perde  il figlio primogenito Antipatro  e cerca denaro  deciso a partire  per l’Italia  su una nave mercantile,  noleggiata, ma è  disperato come nel 29,  all’epoca del suo trasferimento a Tiberaide, quando  si era  nel periodo della guerra tra  suo cognato e Areta IV.

Era  quello il tempo in cui Erode Agrippa  era  Agoranomos/ ispettore del mercato, a Tiberiade ed appariva nei Vangeli come il giovane ricco?

Si-  Forse-, Marco!. Quello poteva  essere  il tempo esatto in cui ancora Giovanni predicava che il regno dei cieli era vicino e richiedeva ai suoi seguaci  il battesimo  penitenziale e  Gesù  predicava il Malkuth venuto  come tempo della metanoia, del cambiamento radicale  e dell’abito bianco nuovo per la festa.

Marco, come vedi, però,  stiamo  mescolando dati certi con altri supposti, contestati dai miei detrattori cristiani, del Malkuth ha shemaim (Jehoshua o Iesous? cit.).

Comunque, all’epoca, Marco,  era iniziata la lite tra Areta   ed Erode  per il ripudio di Dasha   e per l’arrivo a Tiberiade di Erodiade, che non avrebbe potuto  sposare il fratello del marito per la torah/ legge  e perciò incorreva nell‘anàthema  del Battista, nonostante  la segretezza della sua entrata in città. Infatti la figlia di Areta secondo Flavio  aveva chiesto al marito- che credeva che la moglie non  sapesse niente della sua intenzione matrimoniale-, di poter andare a Macheronte,  castello fortificato  al confine tra lo stato nabateo e quello erodiano, di poter avere l’occorrente per il viaggio da un dioicheths/amministratore.

Flavio scrive: la donna passando da un governatore ad un altro per  fare il suo viaggio – probabilmente favorita da Giovanni e dai suoi discepoli, allora stanziati ad al Kharrar, luogo di passaggio della principessa in fuga- , giunse dal padre, a cui raccontò il progetto di Erode.

Areta, dopo la querela, a proposito di una precedente lite per l distretto di Gabala, avendo  volontà di guerra,   fece la rassegna dei soldati, seguito anche da Erode ed ognuno inviò  propri legati per iniziare le ostilità.

Accadde che  nello scontro l’esercito di Erode Antipa fu sconfitto perché al suo seguito c’erano  uomini della tetrarchia ituraica di  Filippo,  zeloti /lhistai che parteggiavano per Areta e per Giovanni  che tradendo, decisero  delle sorti della battaglia.

A Tiberio giunsero da una parte la denuncia di Areta e da un’altra  i resoconti di Antipa  della battaglia e della guerra – che i due non potevano fare senza autorizzazione romana – , tanto che  l’imperatore inviò ispettori – sembra che questa vicenda  preceda la morte del Battista e sia prima della  morte di  Filippo nel 33 d C e quindi  i fatti sono all’incirca poco prima o  poco dopo la morte di Seiano, quando ancora non è deciso l’intervento contro Artabano e contro lo stesso Areta, che si è coalizzato con il re dei re,  in un momento in cui non ci sono rapporti con Roma,  non avendo ancora avuto mandato Macrone, il nuovo capo pretoriano,  di  ripristinare l’ordine in Siria  e regioni vicine -.

Comunque,  Marco, siamo allo stato  di supposizioni, essendo oscure le notizie di Flavio.   Ora, io, ottantunenne, come allora sessantenne, -all’epoca della scrittura di Jehoshua o Iesous?,- non ho pezze reali di appoggio se non  le lamentele  di alcuni giudei  nei confronti della morte  di Giovanni, che consideravano  la sconfitta di Erode  ad opera  di Areta  come   giusta punizione divina e vendetta per la decapitazione del Battista, di cui si fa l’elogio e si mostra la santità di vita  e la sua predicazione  nel deserto (ibidem 116-119).

Si potrebbero addurre anche  le successive lagnanze  dei  sacerdoti  a Pilato per l’iscrizione sulla  croce  secondo  il vangelo di Giovanni – scritto in  epoca antonina   sotto il regno di Antonino il Pio- (138-161)- che comprovano le  fonti di probabile derivazione siriaca,   di un Gesù re, che non regnò  -cfr. Eisler. in www.angelofilipponi.com- di cui  ti ho parlato in altre occasioni.

Perché  accetta con molta cautela quanto dice l’evangelista Giovanni su Pilato?  Non crede che hanno qualcosa di vero  gli altri storici che  adducono la fonte di Giovanni -anche se so che  è di epoca antonina-?

Marco, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.)  ho scritto varie volte, ma ho solo rilevato  lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano,  che ribadisce che quanto scritto sulla croce in triplice lingua non deve essere cambiato. La frase  O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis), e  serve a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un aramaico giudeo di Galilea  (cfr Iesus, the Jew  from Galilee), un  Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Per ora esaminiamo, Marco,  comunque,  l’azione di Pilato,  che esegue gli ordini del capo,  all’epoca di questi fatti, seppure in modo   non conforme con quello generale della provincia siriaca, pianificato da Pomponio Flacco, claudio, tiberiano,  che  protegge il tempio e fa una politica  favorevole ai sadducei e agli erodiani, presenti ad Antiochia.

Professore,  da quanto detto, quindi, lei divide alcuni fatti come  dettati da Seiano  prima della costituzione del presunto  Regno dei Cieli   -di cui parlano gli evangelisti-  ed altri, come  invece  compiuti autonomamente,  dopo la fine del Regno messianico!

Marco, venendo ai fatti, per certo abbiamo tre  episodi  adombrati anche nei vangeli, evidenziati da Giuseppe Flavio in Guerra giudaica (II, 9,2,3,4) ed Antichità giudaiche (XVIII, 55sgg) senza altre conferme storiche,  se non da Filone, anche lui giudeo  (Legatio ad Gaium,298-299).

L’operato, dunque, reale di Ponzio Pilato è solo di fonte giudaica, evangelica, poi rielaborata, specialmente  da scrittori cristiani alessandrini del III e IV secolo, dopo la sistematica  revisione di Eusebio in  epoca costantiniana.

Dunque, esaminiamo i fatti  del quinquennio prima della morte di Seiano  e poi, il fatto dopo la fine dell’episodio  messianico e la resa di Gerusalemme a Lucio Vitellio.

Pilato secondo Flavio (Ant Giud, XVIII,55-59)  introduce  di notte  in Gerusalemme, città santa, le immagini dell’imperatore. Ecco il testo molto simile a quello di Guerra giudaica-(II,169-177): Pilato governatore di Giudea fece partire le truppe da Cesarea e le mandò nei quartieri invernali di Gerusalemme compì un gesto  audace  al fine di sovvertire le leggi giudaiche  introducendo in città i busti degli imperatori, attaccati agli stendardi militari offendendo la nostra legge che vieta immagini/eikones.

Lo storico spiega che i precedenti  procuratori quando entravano in Gerusalemme usavano stendardi senza immagini e precisa che lui fu il primo ad introdurre immagini in città e le pose in alto  e fece ciò senza che il popolo se ne accorgesse  perché era entrato in città di notte. Quando il popolo  se ne accorse, in massa,  si recò a Cesarea  e per molti giorni lo supplicò  di trasferire altrove  le immagini.

Circa venti anni prima di scrivere Antichità Giudaiche, nel 74   Flavio  subito dopo la distruzione del Tempio,  aveva scritto in  Guerra giudaica precisando  che  Pilato aveva  inviato, senza andare a Gerusalemme di persona  e che lo sdegno  per l’offesa alle leggi ebraiche e la rabbia dei cittadini fecero accorrere in massa la gente del contado  e che tutti insiemi, recatisi in fretta a Cesarea  pregarono  di rimuovere le immagini e di rispettare le loro tradizioni  prosternati con la faccia a  terra,  intorno alla residenza del procuratore,  restando immobili per cinque giorni e cinque notti.

E’ chiaro, Marco, che Pilato invia le truppe con i busti secondo gli ordini di Seiano,  ma lui rimane in Cesarea mentre un suo legatus esegue.

Filone, che parla di un cambio di residenza nel 4O d.C., e di un suo insediamento nel Palazzo  gerosolomitano di Erode,  forse si riferisce ad un  altro avvenimento a noi sconosciuto, riportato da una fonte erodiana. Comunque, Pilato fa uno spostamento di castra, strano, perché in iudaea di solito  i legati chiedono il contrario, cioè di  svernare dalle zone  fredde montuose in pianura in riva al mare o nella zona sottostante di Gerico, piuttosto calda, anche d’inverno!

A Cesarea, dunque, Pilato rifiuta  di accondiscendere alle richieste, ma,  vista la folla che ha  fatto un settantina di chilometri, circondare la sua abitazione, pur pacificamente, ed indire la solita contestazione di protesta silenziosa,  prosternata con la faccia a  terra, immobile per cinque giorni e cinque notti- ibidem 171-  motiva il suo rifiuto in questo modo:   se agisco diversamente reco oltraggio all’imperatore Ant. giud. XVIII, ibidem.

Professore, c’è una qualche contraddizione nelle  due versioni di Flavio, tra quella del 74 di Guerra giudaica e quella di Antichità Giudaiche  del 94. Infatti nella seconda Pilato  appare come uomo che venera  l’imperatore come dio mentre gli ebrei  venerano il loro dio unico! Pilato, invece, vuole dimostrare che, come lui anche il popolo ebraico deve sacrificare e venerare l’unico dio, l’imperatore, cosa impossibile  a dirsi prima della distruzione del Tempio, ma possibile a Tempio distrutto, in epoca domizianea!

Vuoi dire, Marco, che Flavio, sacerdote ellenizzato e romanizzato, cortigiano,   è entrato  in merito alla divinizzazione  di Caligola,  ripresa moderatamente da Vespasiano e Tito, che hanno distrutto il Tempio e che  ora, in epoca domizianea, riconosce  che uno solo è il dio, l’imperatore romano! Questo ti sembra di rilevare dall’ esame dei  due testi flaviani,  e per questo ritieni giusta la risoluzione di punire  da parte di Pilato gli ebrei, che  persistono nella loro  volontà di venerazione del proprio Dio, unico   e che  seguitano a  supplicarlo  … fino al sesto giorno,- fino cioè al giorno che precede il sabato- . Egli dispose le truppe in posizione di  attacco  e lui stesso andò sulla tribuna, che era stata costruita nello stadio per dissimulare la presenza dell’esercito,  che era in attesa di ordini… minacciando di punirli subito di morte  se non ponessero fine al tumulto e se non  tornassero nelle  loro località di partenza (Ibidem 58).

Pilato conosce la consueta scena ebraica del martirio di uomini che si gettano bocconi e  si denudano il collo e che affermano che di buon grado preferiscono la morte piuttosto che disobbedire alle prescrizioni della legge!.

Marco, in Guerra giudaica II 172-4,   Flavio mostra i giudei  pronti al martirio, a farsi massacrare,  persistenti  nel non accogliere le immagini di Cesare,  alla minaccia di sterminio di Pilato, assiso su un tribunale nel grande stadio / epi bhmatos en tooi  megalooi  stadiooi e chiarisce lo stratagemma del procuratore ex pretoriano.

Essendo stata convocata la folla come se  volesse dare loro una risposta, (Pilato)  fece ai soldati un segnale convenuto perché circondassero i giudei, in assetto di combattimento, per cui,  quelli, rinchiusi  da una schiera su tre file,  rimasero attoniti  a quella vista inattesa.

Marco, è questo il modo inerme di precedere ebraico, da tempo collaudato di fronte alla bia/violenza dei vincitori, armati!

Flavio  mostra nella sua narrazione  e in Guerra giudaica e in Antichità giudaiche il sistema della vittima, insegnato  dai farisei da decenni, opposto a quello  nuovo degli zeloti, di Giuda il Gaulanita, che risponde all’ oltraggio con oltraggio, al sangue con sangue!. Spesso negli ultimi decenni dietro al sistema vittimistico è nascosta la stasis  armata: all’indifeso  martire si sostituisce  lo zelota armato!

Ogni governatore di Iudaea e di Siria conosce questo metodo, che Flavio  falsamente  mostra come forma  che desta ammirazione, stupore e pietà  nei romani  che, invece, da militari, bollano e catalogano  come codardia, che cela  il fenomeno della resistenza armata  di bande di ladroni  aramaici, collegati con parenti parthici che vivono sui monti  e nelle zone di confine  ciseufraisiche e transeufrasiche, pronti a vendicare i fratelli, inermi, massacrati dai Romani!. 

Per ricordartelo  ti mostro, come ulteriore esempio,  quanto avviene nel 40  d.C. col governatore di Siria Petronio: gli ebrei, essendosi raccolti in una grande  pianura vicino Tolemaide,   con le mogli e coi  figli, per supplicare il governatore  per la salvaguardia della tradizione paterna e per la loro personale salute,  riescono con una preghiera collettiva e con lo spirito di remissione totale  a convincere Petronio, che lasciò tous andriantas  kai tas stratias/le statue e  gli eserciti  a Tolemaide, ed entrato in Galilea,  convocò il popolo e tutti i notabili di Tiberiade , dove parlò della potenza di Roma  e delle minacce di Cesare  per dimostrare che la loro richiesta era irragionevole/ thn acsioosin… agnoomona!

Il governatore aggiunge, infatti,  l’esempio di tutti gli altri popoli, soggetti/Upotetagmenoi, che  mettevano in ogni città, accanto alle statue degli altri dei,  anche la statua di Cesare e poi conclude mostrando di conoscere il modo di agire ebraicoIl fatto che  solo loro si opponessero  a questo uso  era una specie di ribellione  aggravata dall’offesa/to monous ekeinous antitassesthai pros touto skhedon aphistamenoon  einai kai metà ubreoos.!-ibidem194-

Per meglio confrontarlo con quello di Pilato, Marco,  ti mostro la risposta a Petronio degli ebrei  che adducevano la legge  e il costume patrio, secondo cui  non era lecito  collocare nemmeno  un’immagine  di dio  e tanto meno di un uomo, non solo nel tempio, ma neanche in qualunque luogo profano del paese!.

Ti preciso, allora,  anche il pensiero espresso dal governatore che sa bene che ormai da decenni si è convenuto che le insegne possono stare, fuori di Gerusalemme, dovunque, e  che lui, come i cives  giudei è suddito: devo anch’io osservare la legge del  mio padrone tou mou despotou; se io la calpesto  e vi risparmio,  giustamente, sarò messo a morte! Chi mi manda,  non io, vi farà guerra; anche io, come voi, devo obbedire!

Professore so come finisce la questione tra giudei e Petronio perché lei ce lo ha mostrato in Giudaismo romano II -e boolk Narcissus, cit.- evidenziando l‘humanitas del governatore ma anche la  perfidia giudaica, che cela sotto il martirio, la volontà di fare guerra a Cesare.

 Lei, comunque,  mi vuole ricordare che  Polemeesete…ara Kaisari;/farete guerra a Cesare?   è la domanda retorica  posta da Petronio ai giudei, sottesa già circa 10 anni  prima, al tempo di  Pilato obbediente al suo despoths Seiano, che ha coscienza di una prossima guerra polemos – cancellata dalla tradizione umilistica cristiana  del Gesù vittima, agnello sacrificale-.

Infatti, Marco, nel 40  i giudei rispondono alla domanda del governatore: noi sacrifichiamo due volte al giorno per Cesare e per il popolo romano,  ma se lui vuole far collocare le sue statue nel tempio,  deve prima sacrificare  tutto intero il popolo giudaico; insieme con le mogli  e coi figli essi  si sarebbero offerti  alla strage!. -ibidem197.  

Petronio, allora,   ritira le  truppe perché è cosciente della presenza  di un  popolo  aramaico, affiancato dagli  zeloti, anche se ora sono privi dell’assistenza militare dei parthi, vincolati dal recente trattato di Zeugma a non intervenire dopo la loro sconfitta ad opera di Vitellio e la fine dell’idea messianica!.

A questo punto, Professore, mi chiedo se  il comportamento di Pilato sia il medesimo o  diverso   durante la vita di Seiano sotto il governatorato di  Pomponio,  e  se sia del tutto cambiato sotto quello di Lucio Vitellio, un  filogiulio, legato da vincoli politici e economici ad Antonia Minore,  con Valerio Asiatico e Vinuciano, mentre concordo con lei che nel suo discorso sottende  che il ritiro delle  truppe e la millantata philantropia petroniana  sono  una copertura   per una giustificazione  futura di un governatore, astuto, che ha rapporti coi congiurati giudaici a Roma,  che già hanno dato assicurazioni  segrete sulla volontà di uccidere il sovrano-Dio!

Marco, la tua  richiesta sul comportamento di Pilato sotto Pomponio e Vitellio  è  prova  che non  ti è  chiara la situazione romana, né quella della provincia di Siria  – specie di Giudea, dove si è  costituito   il Regno di cieli   tra la  Pasqua del 32 e la Pasqua del 36,- quando a Roma  il comando dell’impero è ripreso da Tiberio dopo la denuncia di Antonia, tramite Cenide, poi comprovata dalla confessione in processo di Apicata, ex moglie di Seiano, circa la tresca amorosa del pretoriano con Livilla, con qualche illazione sulla nascita dei due gemelli, suoi nipoti!.

Tiberio, ora, che conosce  la verità sulla morte di Druso, fatto morire Seiano, grazie alla  collaborazione di Macrone, accertata la veridicità del racconto di Apicata, torturata,  fattala giustiziare con tutta la sua famiglia, compresa la figlia vergine, inquisiti amici e parenti di Seiano,   manda  lettere  a Pomponio e a Pilato,  quando già  a Gerusalemme, sta avvenendo  la stasis  aramaica messianica, mentre affida la nuora infedele alla madre Antonia, nota come donna di costumi integerrimi, che la fa morire di inedia, rinchiudendola nella sua  casa, mentre forse già è stato soppresso, a Ponza, Nerone Cesare,  dando, comunque,  mandato ancora di persecuzione al nuovo capo del pretorio, in senso antigiulio, tenendo  accanto a sé, come ostaggio, l’ultimo dei figli  maschi  di Germanico- precedentemente sotto il controllo della madre, Augusta Livia-  col proposito forse  di affiancarlo a suo nipote  Tiberio Gemello,  educati ambedue da comuni maestri, a Capri, interpretando  il decreto augusteo sulla successione come alternanza e non come precedenza  tra i due rami  imperiali. Non so se ricordi che Macrone  si avvicina, poco  dopo,  a Caligola,  astro nascente, ai  Giuli e ad Antonia, che ha ancora intatto il potere politico su molti uomini legati alla memoria di suo figlio Germanico, preoccupata  apparentemente del suo impero finanziario ed economico, rimasta a Roma,  da dove senza minimamente intralciare l’operato dell’imperatore caprino,  manovra  il senato, anche se non allevia le sofferenze di Druso Cesare imprigionato sul Palatino e nemmeno  quello di Agrippina a Ventotene – maltrattata dal centurione  e quasi accecata! – che vanno ambedue  a morte  all’incirca due anni dopo la morte di Seiano.

Ricordo bene, Professore. Comunque, lei, sottendendo il Regnum del Christos a Gerusalemme,   pensa che Pilato sia a Cesarea Marittima,  protetto  dalla  flotta, agli ordini di Capitone e di  Pomponio Flacco – fino alla sua morte, forse, agli inizi dell’anno 34!- e che  vi rimanga fino all’arrivo di  Lucio  Vitellio, nuovo governatore di Siria con un duplice mandato secondo Antichità giudaiche -ibidem 120,- uno  di fare guerra  ad Artabano III  ed uno contro Areta IV, – reo di aver combattuto senza ordine romano, contro Erode Antipa e di averlo vinto,- con un preciso comando,  quello di marciare contro di lui e di inviarglielo in catene, qualora lo catturasse vivo, e se morto,  di mandargli la testa-   ibidem 115-.

Professore,  dalle fonti in nostro possesso ( Svetonio,  Tiberio LIV; Tacito, Annales  VI, 25; Dione Cassio, Storie, LVIII,11.9) oltre a Flavio, il mandato di Vitellio  sottende che Pilato- non esercitando più la sua funzione prefettizia-   come militare debba essere al  servitium del suo superiore, specie nella  seconda spedizione  contro Areta   al momento dell’occupazione di Tolemaide, città che è presso la grande Pianura in territorio samaritano?

Certo Marco! Pilato deve far parte  con i suoi milites  delle  due legioni di fanteria pesante e leggera e dei reparti di  cavalleria  annessa a loro come ausiliaria -cfr Ant giud., XVIII, 120.- Ti faccio notare, amico, a questo punto,   che in Guerra Giudaica, libro II  non c’è alcun cenno dell’impresa di Lucio Vitellio, anche se poi parla del figlio Aulo Vitellio dettagliatamente, nel IV libro (495,546-547,549, 586,588, 594, 596,  598, 606, 619, 631,633-634, 636, 638, 641, 643, 647, 649-651, 654-655).

Mi è sfuggito questo dato, professore. Strano!

Non è affatto strano, Marco, che nel 74  non si parli di Lucio VitellIo!: ai flavi non piace affatto dare il titolo di storico ufficiale ad uno  che loda l’impresa giudaica del padre di Aulo Vitellio- imperatore dall’aprile a dicembre del 69, loro nemico ed uccisore di Sabino, fratello di Vespasiano!-I flavi impongono di  tacere dell’impresa parthica e della pacificazione giudaica successiva! Il silenzio dei flavi, poi, è utile ai cristiani che eliminano la vicenda del Christos.

Quanto è difficile fare storia, professore!. Troppi silenzi sono imposti dai vincitori agli storici!

Marco, noi dobbiamo pensare che Pilato  ora segua  Lucio Vitellio e che  sia  a fianco di Erode Antipa,  con cui sale a Gerusalemme, dopo aver fatto la strage dei samaritani che  forse  tenevano ancora Tolemaide,  dopo il Malkuth – a cui avevano aderito -.

Mi sembra di aver chiarito  molte cose, professore! Riassumo. Dunque, Tiberio, liberatosi dei  nemici interni, riprende la politica orientale in opposizione  alle pretese  sull’Armenia,-dove Artabano ha posto come re  suo figlio Arsace –   alle rivendicazioni  sulla choora  della Siria, della  fascia mediterranea, della Celesiria e Fenicia, come patrimonio degli achemenidi e dei seleucidi, in una volontà di stroncare i collegamenti tra  i giudei aramaici  di Iudaea, promotori del malkuth celeste / il regno dei cieli e i giudei parthici  e la coalizione antiromana  di Areta IV col re dei re, avendo, inoltre, timore di altre sommosse locali – Flavio XVIII,96-.

Marco, ti faccio,  infine,  notare  che Vitellio ha avuto un mandato difficile più  arduo di quello di Petronio,  che deve reprimere  una rivolta, causata solo dalla volontà di Caligola di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme,  che, comunque risulta  massima provocazione  per il giudaismo messianico,  già sconfitto !

Per noi, Marco, quanto scrive Flavio poi da 96 a 119  riguarda il tempo degli   avvenimenti del  Malkuth ha shemaim, quelli  dei cinque anni del regno di Jehoshua,  epoca da tutti gli storici ritenuta  di inerzia  assoluta dell’imperatore romano, che invece fa una politica nuova orientale tramite Macrone e Caligola,  in cui Tiberio – pur rimanendo a Capri-   ancora  sta facendo le epurazioni in Roma e in Italia  inquisendo seguaci, amici e parenti di Seiano ucciso,  compreso Giunio Bleso, richiamato dopo la vittoria su Tacfarinate. Comunque, Marco, alcuni vecchi storici sembrano concordare con me circa  la confusione cronologica  di Flavio e di Tacito, –  A. Garzetti      (La Data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio  legato di Siria in ” Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni “vol. I, 1956, pp211-229,)  e  L’impero da Tiberio agli antonini, Bologna, Cappelli 1960, – es altri,stranieri,   cominciano ad affrontare  storicamente il contributo reale di Lucio Vitellio, per ovvi motivi stroncato dalla dinastia  Flavia  -cfr.J.P.Lémonon, Ponce Pilate, edAtelier,2007-.

Quindi, professore,  il suo giudizio sull’ultimo atto di Pilato  è in relazione alla figura di Vitellio, un legatus  romano  amato dagli ebrei  ritenuto un benefattore specie dall’elemento sacerdotale ed erodiano, anche se ha distrutto il Regno dei Cieli?

La condanna di Pilato all’esilio è da connettersi col mandato di Vitellio, che conclude la sua missione  antiarsacide  tra  il tripudio dei gerosolomitani  e con la punizione dei samaritani,  azioni, però, non addebitate al governatore  di Siria,  ma al prefetto di Giudea ex seianeo, capro espiatorio della situazione.

Ho pensato  a questa  soluzione  quando scrivevo Vita sublime di G. Cesare Germanico Caligola e.book  Narcissus 2016,  che è testo eguale a  Caligola il sublime 2008 con la premessa di  Per una datazione di  Consolatio ad Marciam di Seneca, in cui individuo in  Erode Agrippa il vero capo di un gruppo di congiurati che, però, sono prevenuti dai pretoriani che, temendo la partenza di Caligola  per Alessandria, nuova capitale, avendo di timore  di perdere la liquidazione,  lo uccidono! Allora ho ritenuto il povero Pilato come condannato per la sua reintegrazione. nel corso già di una  nuova politica caligoliana, nella sua carica  prefettizia,  a subire la malevolenza giudaica samaritana, perché  bollato come crudele seianeo!  ed allora ho rilevato meglio la figura di Petronio Turpiliano, confrontato col suo predecessore Vitellio, che avendo inaugurato una nuova politica nei confronti del giudaismo vinto, è esemplare per il successore!

Per me, Marco, ripeto,  Petronio  che mostra  thauma kai oiktos/ammirazione e pietà  per lo zelo religioso dei giudei e che,  senza decidere niente,  li licenzia, da una parte è funzionario in linea col comportamento di Vitellio accondiscendente verso i giudei, remissivi ed imploranti, e da un’altra  è  vir sospetto! Petronio non è  un praefectus tiberiano e caligoliano che fa sempre  il suo dovere  e spietatamente  esegue, fedele al suo imperatore! uno che agisce disobbedendo agli ordini ricevuti  e tergiversa,  chiaramente è un traditore, collegato con uno dei tanti gruppi di congiurati, dissidenti e contrari al riformismo di Gaio- già deciso ad invadere il territorio parthico e a fare una  preventiva deportazione o un  eccidio dei giudei-!

Erode Agrippa,  tetrarca, allora, a Roma, a corte,  centrale in questa congiura, è l’anello di congiunzione tra  i dissidenti romani e i rivoltosi pacifici  giudaici, tra cui  Aristobulo, che consigliano a Tiberiade,  la strategia di tergiversare e di inviare una lettera a Gaio! Infatti  il governatore di Siria  fa ogni azione secondo legge, da politikos: organizza colloqui coi maggiorenti di Tiberiade, sudditi ora di Erode Agrippa, fa pubbliche adunanze popolari in cui manifesta la potenza militare di Roma e di Gaio, specie quando si rende conto che  i giudei, inoperosi da cinquanta giorni,  non hanno seminato e perciò non possono pagare il tributo.

Inoltre il governatore  mostrando di temere i collegamenti tra giudei e i parthi- che sono della  stessa etnia, lingua e religione- quando  già Caligola ha deciso il bellum parthicum, da iniziare  subito dopo l’insediamento nella nuova capitale di Alessandria, per  dirigere da lì le operazioni belliche,   aumenta i sospetti  di collusione con chi, come Agrippa,  non vuole né la profanazione del Tempio né  una tale guerra contro i fratelli aramaici. Infine mi sembra  strano il discorso (di un magistrato, suddito nei confronti del despoths, suo signore-dio,  lui legatus all’ imperator,) che io  ho tradotto lettera, in discorso diretto,  più efficace rispetto a  quello indiretto:  se vuoi perdere, oltre agli uomini, anche la regione, conviene non violare  la loro legge e far cadere l’ordine dato/ ei mh bouletai pros  tois andrasin  kai thn khooran apolésai, deoi phulattein te autois  ton nomonkai parienai to prostagma!.

Un governatore così può parlare a Caligola?! Impossibile!.Neanche sono parole pensabili da un governatore  tiberiano e  caligoliano, cioè di un una creatura  umana che parla  col suo Dio, di un suddito col suo autokratoor divino, legge vivente, di un legatus col suo imperator!

Ridicola in un tale contesto è la  decisione: preferisco correre il rischio/parakindineuton emoi  mallon! Ancora più sciocco e non praticabile il pensiero successivoh gar tou theou sunergountos  peisas Kaisara sootheesomai met’umoon hdeoosh parocsunthentos uper tosoutoon etoimoos epidoosoothn emautou psuchhn /o  infatti con l’aiuto di dio convincerò Cesare  ed avrò la gioia  di essere salvo  insieme con voi  oppure, se si adirerà, sarà pronto a dare la vita  per un così gran numero di persone!. 

Marco, io penso che solo un traditore filogiudaico, connesso ai circoli anticaligoliani della capitale e coi pretoriani già esautorati e sostituiti coi germani, può seguire il consiglio di Aristobulo, fratello di Agrippa, di Elchia, capo della cavalleria del tetrarca di Galilea e Perea  e di Iturea,  e di un  misterioso Anziano- Flavio, Ant. Giud.,  XVIII 263-288-

Professore condivido il suo pensiero, specie in relazione all’ordine divino di  Gaio di porre la sua statua /colosso entro il tempio di Gerusalemme,-simbolo concreto per la  tradizione, giudaica, di una comunicazione tra dio e il suo popolo eletto-! Professore, perciò io penso  che se questo- la profanazione templare!- accade 10 anni dopo  l’azione di Pilato,  che, invece, conosce  i movimenti già palesi  della ideologia messianica ed esegue conformemente gli ordini di Seiano, assume altro valore rispetto  a quanto poi  detto dai Cristiani, che santificano perfino  l’uomo sotto cui patì il signore,  vedendolo come strumento di Dio,  necessario per la umana  redenzione!  Sto comprendendo bene la lezione ?!

Certo, Marco, Sei Bravo!  Roma già dieci anni prima voleva  applicare con Seiano il piano così crudele di  sterminio di un popolo! -Flavio, Guer.Giud.II,197-

Quindi, professore, devo pensare che una cosa è l’azione di repressione seianea in epoca  Tiberiana  ed una  quella  petroniana in epoca caligoliana, dopo l’eccidio alessandrino,  anche se l’autore  flavio usa gli stessi termini per indicare il comune stupore e meraviglia di fronte alla pietas di un popol,o che preferisce la morte alla vita, per la tradizione patria,  specie se si considera l‘animus occidentale e  lo sberleffo con scorregge  e con altre  villanie  del centurione Celere-(Cfr. Guer. Giud., II, 224-25 ), condannato poi da Claudio, dopo un processo a Roma e dopo il ritorno a Gerusalemme  a morire, costretto a  passare tra la folla di giudei inferociti per l’offesa volgare al Tempio-  ibidem 231.

Claudio dava soddisfazione al popolo giudaico,  facendo punire il colpevole  reo di aver scoperto il deredano e di scorreggiare mentre faceva il servizio di guardia dall’ alto della torre Antonia, facendo sorgere una  sedizione che era costata la morte di 30.000 persone, chi per la ressa, chi per la spada dei soldati romani, in Gerusalemme,  durante la festa degli Azimi!

Dunque, Marco, bisogna fare distinzioni e capire che  Pilato non si trova nella condizione di  Cumano,  quindici anni dopo, inquisito dal suo superiore Ummidio Quadrato, governatore di Siria! Pilato ha il pieno appoggio di Seiano e  la sua condotta provocatoria  è accettata grosso modo da Pomponio  per cui la sua  meraviglia di fronte allo spettacolo di una rappresentazione  di un così intenso spirito religiosouperthaumass to ths deisidaimonias akraton, pur considerata massima da  Flavio, non è reale, ma è una forma letteraria, un topos della pietas giudaica per la romanitas,  degli scribi  ellenistici che traducono il testo aramaico del sacerdote ebraico!

Lei, professore, non  concede che Pilato faccia la successiva operazione di ritirare le truppe e di farle tornare con le semaia a Cesarea  perché impressionato  da tale manifestazione sacerdotale  giudaica!  Pilato è un militare di professione  – lo stesso  soprannome lo dichiara-   che sa di focolai accesi per la Idumea e  per la  Giudea oltre  ai tradimenti samaritani, ora attirati dai  galilei aramaici e peraici della  tetrarchia di Erode Antipa, all’idea messianica  e  quindi è un prefetto prudente  che ritiene opportuno non insistere nella  provocazione in quanto conosce  la connessione  tra samaritani e  galilei, avvenuta  in relazione al divorzio tra Erode e la figlia di Areta e all’arrivo di Erodiade e agli anathemi dei farisei e di Giovanni-  e forse di Gesù – per le nozze incestuose tra zio e nipote. Il ritiro di truppe è una strategia militare di  prudente cunctatio/ temporeggiare  per trovare un’altra soluzione che faccia esplodere l’ insofferenza ebraica  ed autorizzi  l’intervento delle legioni romane  in modo drastico e risolutivo!.

Professore, per lei Pilato ha dato  prima la lezione ai giudei – io come voi, come sudditi, obbediamo all’imperatore, l’unico comune dio! –  e poi senza fare altri interventi, ha portato via le insegne imperiali indesiderate e le ha ricondotte  a Cesarea, secondo gli ordini ricevuti anche se avrebbe voluto personalmente fare diversamente. Infatti in altri tempi lei  ha scritto che  obbedire all’ordine di Seiano era rischiosissimo, essendo conosciuto lo spirito  giudaico e considerato il rapporto tra giudaismo e Gerusalemme: era come interrompere una manifestazione diretta della comunicazione umano-divina  di un popolo col suo Dio sul monte del Tempio, una profanazione con la volontà di provocazione di una stasis/rivolta (Jehoshua o Iesous?,cit.) in un momento in cui si stavano unendo le due anime giudaiche quella aramaica e quella ellenistica, in quanto il popolo seguiva le direttive sadducee  e le loro richieste  di autonomia, perché sdegnati coi romani  che li avevano privati dei loro specifici poteri di propria elezione pontificale e di custodia della  stola,  ora tenuta  sulla Torre Antonia, da un phrourarchos/comandante di presidio. PiIato  conosce inoltre,  il fanatismo integralista dei farisei. che hanno il sicuro supporto armato dei zeloti  ed è incerto sulla condotta   degli erodiani, giuli, che comunicano  con lettere e con corrieri ogni accaduto in Gerusalemme  al governatore di  Siria ( e quindi l’imperatore), informandolo delle sue azioni.

Infatti,  secondo Filone, Tiberio,  conosciuto  che, con la sua azione,  ha provocato  novitas /  tolmatos  kainourgethentos,  in Gerusalemme città santa, è  adiratissimo/barumesis  – Legatio ad Gaium 304/5-. Nella lettera del 40, scritta da Erode Agrippa a Caligola  si dice, in riferimento a questo o ad altro avvenimento, che quattro erodiani denunciano all’epoca  la politica di Seiano e la novitas  di Pilato che provocano la reazione popolare giudaica. Ciò spiega il comportamento di  Tiberio   che ordina  a Pomponio direttamente di far  ritirare le truppe di Pilato  a Cesarea  e a fare  ristabilire il prefetto  nella sede assegnata,  lasciando il palazzo di Erode gerosolomitano, dove si era insediato per dirigere le operazioni antigiudaiche!.

Insomma, Marco,  Pilato più che turbato dalla volontà di martirio giudaico è costretto a ritirarsi  da  un superiore ordine del governatore di Siria che  conosce  meglio di lui il fanatismo giudaico!.

Professore, mi sembra di aver capito  bene la lezione su questa prima  operazione di  Pilato. Mi dica, ora, la seconda.

Marco,  questa è operazione ancora più grave perché Pilato  non solo turba gli equilibri  territoriali e cittadini, ma anche quelli  templari perché, facendo lavori che interessano il tempio, deve pagare gli operai  qainiti, che hanno costruito l’acquedotto, che va dalla zona di Betlemme fino al Tempio, collegando varie sorgenti.

Non capisco il male fatto da Pilato? Anzi mi sembra opera encomiabile, propria di un  prefetto che porta il contributo della scienza romana a vantaggio dei giudei  e quindi  risulta un colonizzatore benefico!

Tu, cristiano,  a distanza di secoli, senza entrare in situazione,   superficialmente leggi l’opera di Pilato come un beneficio per una  popolazione  barbaricamente attardata,  e  non rilevi, come un aramaico, la profanazione del luogo santo intorno a Sion, fatta con operai  che costruiscono un acquedotto romano, in cui è chiara la manus di Roma con la  maestosità  monumentale, opposta a quella religiosa templare. Inoltre neanche rilevi l’illeicità del pagamento di Pilato, che non paga di tasca propria con  denarii del fisco imperiale– neanche la moneta con  l’effigie dell’imperatore può circolare in città!–  romani,  ma col Karbonas, il sacro tesoro del tempio, destinato alle vedove e  ai bisognosi.

Marco,  come giudicheresti un parroco che prende le elemosine e le intasca quotidianamente  per comprare una villa per i nipoti o un governatore italiano eritreo che saccheggia un santuario per fare regali alla moglie o uno inglese che deruba le perle di Shiva per regalarle alla figlia?!

Capisco! ora capisco, professore! E’ un sacrilegio! Insopportabile per un popolo soggetto, analfabeta, sobillato dal sacerdozio!

Seguiamo, Marco, per meglio entrare in merito,  il testo di Flavio (Ant. Giud.,XVIII ,60-62) che tratta della  canalizzazione dell’acqua, un fatto  riportato  anche da Guerra giudaica (II, 175-177), che divergono di poco e  solo nella lunghezza di 200  stadi o di 400  (Guerra Giudaica) ed indicano chiaramente il tempo di epoca seianea  e forse proprio del 30-31 d.C. quando il pretoriano essendo  all’apice della sua fortuna (Caligola il sublime, cit.), approva la dura repressione: Infatti la folla ribolliva di sdegno ed una volta che Pilato si trovava a  Gerusalemme ne circondò il tribunale schiamazzando -era numerosa!- chiedendo  di desistere dall’impresa, unendo insulti e ingiurie  e villanie tanto che il prefetto, che aveva previsto il tumulto, aveva sparpagliato  fra la folla soldati  armati, vestiti  in abiti civili,  con l’ordine  di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti. Perciò ad un certo punto, diede il segnale.

Professore, questa particolare strategia  è tipica dei pretoriani a Roma  già nel 19! Questa  le ha fatto pensare ad un Pilato  ex pretoriano, abile  a mimetizzare i suoi milites tra la folla in abiti civili?

Questo ed altro mi hanno indirizzato a connotare Pilato come pretoriano, abituato ad operazioni segrete specie nel periodo dell’espulsione ebraica da Roma:  travestirsi, infiltrarsi, agire in relazione ad altre spie, coordinate per una  comune azione  sono espedienti  che richiedono tempismo e esercizio – non sono azioni che si apprendono   in un giorno!- che i giudei mostrano in seguito di aver appreso anche loro   nel periodo della procura di Felice uccidendo in Gerusalemme i soldati schierati di guardia a postazioni,  come sicari, zeloti in abiti comuni ebraici armati di sica !

Professore , che succede al segnale convenuto di Pilato?

Accade che all’attacco improvviso  i soldati  picchiano i dimostranti  e il popolo impaurito, fa ressa tanto  che  molti vengono uccisi mentre altri, spaventati, spingendosi tra  loro e calpestandosi muoiono  durante il fuggi fuggi!

Flavio mostra a conclusione uno spettrale silenzio /to pleethos esiophsen/  la folla  ammutolì!

La folla in silenzio sfolla , cedendo alla bia  di Pilato, convinta della irregolarità ed ingiustizia romana! Più che l’altra azione questa fa arrabbiare Tiberio! la scena finale con tanti morti a terra  col silenzio di morte!

Per i giudei dunque, professore,  Pilato non doveva toccare le fonti  che alimentavano  il tempio e non poteva pagare servendosi delle entrate sacre templari!

Marco, dovere di un aramaico è morire pur di far rispettare la legge mosaica che considera intoccabile il Karbonas e che impone la protezione dell’area sacra, dove alita lo spirito di Dio!

Ho capito anche questo, professore!. Devo chiedere, però,  se l’accusa a Pilato   è solo da parte aramaica o da parte ellenistica, che è costituita da sadducei ellenizzati e romanizzati da due secoli e quindi aperti alla industrializzazione e al progresso?

Marco, rifletti! Il clima è già messianico nel trenta  –  c’è l’Avvento del Signore!- e quindi certamente domina lo spirito  di una supremazia della pars aramaica, popolare,  anche in Gerusalemme, su quella nobiliare sacerdotale ed erodiana, che concordano ed accettano il beneficio dell’acquedotto, ma condannano il latrocinio  del tesoro templare per il pagamento dell’opera romana, per cui  si avvicinano ai fratelli tumultuanti !

Bene professore! lei ci ha spiegato il valore dello stadio atticoalessandrino di circa 177,60 metri  e quindi, facendo  i conti, Pilato costruisce  un acquedotto di circa 200-400 stadi, equivalenti a km. oscillanti tra 35,52 e 71,04, mentre la distanza tra le due città non supera i 10 km!

Lo storico dà due diverse  misure  per equiparare forse l’acquedotto ebraico a quelli italici, spagnoli e gallici, avendo vaghe notizie circa il gradiente, ipotizzato  e raccomandato da Vitruvio (De architettura, libro X) o da Frontino  (De aquae ductu)?. Flavio è un sacerdote birbone, un  militare che si occupa di tutto anche di acquedotti  e forse per questo dà due misure sapendo che gli idraulici raccomandano la misura di O,34 per 1000 metri, per cui con duecento stadi già si supera l’indice di Vitruvio, in quanto dopo  5 km si  degrada 17 metri e dopo 10  di 34 metri e dopo 20 di 68, dopo 40  di134 m, cosa  non compatibile nemmeno con quello del Serino!

Le due misure, rispettivamente  superano ampiamente i parametri in relazione alla differenza di altezza della zona sorgentizia betlemita  e di quella gerosolomitana.

Marco, tu sei ingegnere e comprendi meglio di mei – io non ho competenza specifica, anche se ho fatto opere murarie e sono figlio di un fontaniere che faceva ad occhio e parlava di ‘ngannata/  all’incirca, operando alla meglio, provviso-riamenteIl giudeo Flavio, campanilista e apologetico,  fa di queste sparate forse per avvicinare questo acquedotto, opera di Pilato,  di cui,  secondo archeologi ebraici, ci sono ancora tracce nella zona montuosa tra le due città, a quello italico, augusteo!  L’ ebreo vuole fare paragoni forse con quello di Serino, fatto da Agrippa nel 33 a C, per approvvigionare la classis misenensis, dopo  un percorso di 96 km.

Professore,  i vangeli parlano di  Betsetha, di Siloe  e di altre piscine, gerosolomitane mentre la Bibbia parla di Salomone (VIII,186)  delle sue vasche,  all’incirca,  nella zona di  Betlemme!. Cosa pensa  in effetti del lavoro del sannita  Pilato?

Marco, la descrizione di Flavio,  non è  sempre  attendibile; comunque, ti posso solo dire  che né Salomone, che, pur aveva fatto condutture di acque per il tempio,   provvide a rifornire la città di acqua e nemmeno Erode lo fece, che pur pensò ad un rifornimento per Herodion.

So  da  Luigi Moraldi, Antichità giudaiche, volume II,  nota 24 del libro XVIII, 60 , che l‘acquedotto prendeva inizio  a 3 km a sud di Betlemme e  faceva un lungo tragitto – Ain Arrub, Techoah , Betlemme,  Sur Bahir – e portava l’acqua  a Gerusalemme  e che fu restaurato più volte  e solo nel 1918  sostituito con tubi !-pag.1115-

Marco, sappi che la zona di partenza dell’acquedotto  vicino a Betlemme si trova  in una regione montuosa, che è un altopiano  di una  trentina di metri più in alto di Gerusalemme – zona di  Betsetha,  che, all’epoca  di Gesù, era il punto più alto, dove erano  le sorgenti di acqua, a  754 metri,  rispetto a quelli di Ain Etan a metri 783!. Lo storico non ci dice, comunque, il tragitto effettivo  ed è vago  circa le la presenza di condutture in Gerusalemme, per cui il tracciato delle condutture potrebbe essere di molto più lungo rispetto alle attuali distanze tra le due città e il gradiente potrebbe rientrare nella norma romana degli acquedotti.

Professore,  anche se non si può  rilevare il sistema gradiente in relazione  alla distanza effettiva del  luogo di arrivo rispetto a quello di partenza, si può forse dire che Pilato, conoscendo quello del  Serino- Acquedotto augusteo-  che parte da un’altezza di 376 metri del Terminio in Irpinia, un monte della catena dei Picentini, -ripristinato da Tiberio, che da Pozzuoli fa servire tutta la zona di Arco Felice e  dei Campi Flegrei per dirigere  le condutture  verso  Bacoli e Baia e la Piscina Mirabilis,- non segue i criteri  vigenti per un normale graduale scorrimento dell’acqua?

Forse Marco,! ma non è sicuro! Si sa solo che l’acquedotto augusteo servì anche per le condutture di acqua sul ponte di Caligola  -secondo Dione Cassio St.Rom., LIX 17,1-:  vi furono costruite anche stazioni di sosta ed anche alloggi con condutture di acqua corrente potabile ! (Cfr. Caligola il sublime cit.pag.148-)!.

Su questa seconda operazione, professore ho capito tutto-mi sembra-! Ora mi dica della terza, certamente avvenuta dopo il malkuth celeste, sotto la procura di Vitellio, in un altro contesto, in un’altra situazione a seguito di episodi  di guerriglia  per la Grande pianura tra samaritani e giudei e poi tra samaritani e Galilei.

Marco,  noi  delle operazioni fatte in Giudea da Pilato  conosciamo due  compiute prima della morte di Elio Seiano ed una contro i samaritani, datata nel corso dell’arrivo di Lucio Vitellio e della resa della città al vincitore di Artabano, accolto trionfalmente in Gerusalemme nel 36, anno della consegna e della crocifissione del nostro Gesù. Si pensa che tale azione venga fatta dopo la fine del Regnum del maran aramaico, quando Pilato può tornare in Gerusalemme, probabilmente a fianco del governatore di Siria suo superiore,  dal quale ha  forze per attaccare i samaritani, dopo la Pasqua e la crocifissione del Messia.

Da tale suddivisione di Flavio, sembra potersi rilevare l’organizzazione  generale originaria  dell’autore del  XVIII libro di Antichità Giudaiche, che predispone il racconto  della procura di Pilato, una parte prima dell ‘evento messianico ed un’altra dopo.

Infatti l’attuale divisione sul mandato di Pilato, esaminato  tra la descrizione dell’impresa dei busti imperiali- 55-59- e della costruzione di un acquedotto – 60-62 – e la punizione dei samaritani- 85-89  ingloba e il testimonium flavianum e l’episodio di Paolina e  quello della cacciata degli ebrei, scritti successivamente per riempire la porzione dedicata al Christos (63- 84)-.

Marco, Flavio ha parlato delle tribolazioni inflitte ai giudei  da Pilato ed ora aggiunge, come se non ci fosse altro, in mezzo,  quelle patite dai Samaritani.

Infatti scrive, riallacciandosi al discorso precedente sulle azioni  del procuratore – Antichità giudaiche  XVIII 61-.  Anche la nazione samaritana  non andò esente da simili mali – ibidem 85-

Professore, non sorprende che il sacerdote Flavio – ex governatore della Galilea, vinto da Vespasiano ad Iotapata e fatto prigioniero,  conoscitore della  rivalità  di lunga data tra Galilei e samaritani, per il passaggio più comodo per andare a Gerusalemme rispetto a quello  scomodo lungo il Giordano, acuita da Erode il grande e dai romani  che privilegiano Samaria /Sebaste e i suoi abitanti, militari filoromani, esplosa in seguito  in un contrasto armato sotto Cumano (Ant. giud.XX,118-136), settimo procuratore della Iudaea, dopo il sesto, l’ebreo  scismatico, apostata, Tiberio Alessandro,- subito dopo la fine del Regno dei cieli, mostri il mal governo di Pilato?

Marco , il  giudizio  di mal governo a Pilato (che prima con Seiano ha eseguito ordini e, poi, in assenza di potere,  ha operato conformemente alla volontà di Pomponio  e di Tiberio, senza  riuscire a far fronte ad una coalizione aramaica così forte come mai si era verificata- neanche  all’epoca di Antigono asmoneo  e dei tre capi  di un esercito  invasore  parthico di Orode nel 40 a.C. con Labieno,  Pacoro  e  Barzafane- ed infine ha svolto un’operazione di punizione contro i  samaritani, che probabilmente erano stati coinvolti nell’impresa messianica) sembra essere pesante per un procuratore che ha fatto il suo dovere,  a meno  che ci sia nascosto qualche episodio, noto a Lucio Vitellio, che poi fece relazione  e scrisse nelle sue Memporie/ upomnhmata  o noto  ad Erode Antipa  anche lui  zelante relatore del trattato di Zeugma  e dei fatti samaritani.

Il fatto che Pilato è inviato a Roma,  per discolparsi, da Vitellio,  mi pare che sottenda  una volontà di dare un capro espiatorio di un evento indesiderato dai romani,  giustificandolo con la repressione samaritana illegittima, ultimo atto ufficiale  del procuratore di Giudea!

Alla luce dei lettori della  relazione scritta,  Macrone e Caligola, c’è  l’oscuro  silenzio di Giuseppe Flavio in Guerra giudaica sull’impresa di Vitellio:  sembra  che il giudizio  negativo su Pilato abbia un’altra motivazione che può sottendere un fatto  come l’evento messianico, non proponibile da Flavio storico  ufficiale del soothr Vespasiano,  che scrive nel 74 il bellum iudaicum, da poco finito, con la presa di Masada, fortezza in cui  si manifesta  l’ ultima ed estrema eroica  resistenza ebraica.

Marco, secondo  me,  Roma ( Macrone e Caligola)  vuole ricucire, nel 36 d.C. dopo l’evento messianico,  lo strappo con i samaritani che erano stati fedeli con le truppe ausiliarie e con la popolazione  già dal tempo di Archelao in cui galilei e giudei combattevano contro  di loro  tanto che il re veniva accusato dalle ambascerie congiunte di entrambi i fronti, che ne chiesero l’esautorazione  e la ottennero (Guerra giudaica, II,112) il pretoiano e l’astro nascente giudicano,ora, il governo di Pilato e lo puniscono per premiare i samaritani da  utilizzare  forse come alleati nella prossima  guerra coi Parthi,

Caligola appena salito al potere pianifica l’invasione della Parthia destinata ad essere inglobata ed annessa, come  già aveva  preventivato Marco Antonio, il bisnonno del futuro imperatore!

Pilato, pur agendo  secondo legge,  pur andando  solo contro i riti samaritani, non contro giudei  e samaritani che si azzuffano per  motivi religiosi deve essere sacrificato alla nuova politica del nuovo sovrano!.   I samaritani,  guidati da un goes, un ciarlatano definito uomo di menzogna, un demagogo   che, abituato ad imbrogliare la popolazione  dopo averla abbindolata, la guida in massa, al  Garizim, che per la loro tradizione è la montagna  sacra per antonomasia-  sono per Roma  caligoliana  ingiustamente puniti!- Ibidem 85-.

E’ chiaro che  Macrone e   Caligola sono indifferenti alla  cerimonia religiosa   che in un certo senso ricompatta i samaritani, turbati dal movimento messianico,  sul monte Garizim-  dove sarebbe stato mostrato  il vasellame sacro,  nascosto da Mosè-!. I romani  sanno bene che   anche i samaritani si nascondono dietro la pietas religiosa per fare  una rivolta, simile  a quella  del Christos   e perciò  sul Garizim si sarebbero riuniti uomini in armi  e popolo per andare numerosi sul monte- ibidem – Ai due gestori della  politica orientale nel 37, epoca del dell’esilio,  poco interessa se Pilato, ingannato dalla presenza dei militari,  secondo Flavio, li prevenne  occupando prima  di loro  la cima  con un distaccamento  di cavalleria e di soldati con armi pesanti  ed  affrontò quella gente  e in una breve mischia  in parte li uccise, in parte li mise in fuga, mentre prese molti come schiavi e  tra questi mise a morte i capi  più autorevoli – Ant. giud. XVIII,87-

Per loro conta solo  per il momento il ripristino della pax nella zona samaritano-galilaica ! E’ già pronto come  tetrarca, il fedele Erode Agrippa!

Flavio, comunque, tace sulla partecipazione di Vitellio all’impresa di Pilato : il silenzio conviene quando bisogna nascondere episodi non graditi ai vincitori flavi!

Comunque, Marco, Vitellio   è accolto di nuovo  con sommi onori in città che risulta pacificata- dopo la controrivoluzione sadducea ed erodiana, dopo il ripristino della fedeltà a Roma con la costituzione di un nuovo sinedrio,! Anzi, ora  dopo il favore del passaggio dell’esercito con le immagini  nel territorio samaritano, invece  che su quello giudaico,  per la guerra contro Areta,  il prefetto soggiorna riverito dal clero e dagli erodiani, nella città Santa,  avendo stabilito di  passare per la grande pianura/mega pedion.

Nota, amico, come Flavio  conosce bene il luogo, in Guerra giudaica, II 188, parlando di Petronio, descrivendo la città  di Tolemaide che  sorge  all’ingresso della grande pianura  ed è circondata da catene  di montagne: ad oriente,  a sessanta stadi di lunghezza dai monti della Galilea , a sud dal Carmelo   dista centoventi stadi,  a nord dai monti  più elevati che gli abitanti del luogo chiamano  scala dei Tiri e distano cento stadi.

L’ accusa dell’eccidio, fatto da Pilato,  al tribunale di Vitellio,  vincitore di Artabano, e ripristinatore della pax augusta romana in Gerusalemme,  da parte del sinedrio samaritano, che afferma che la  sosta a Turathua  era stata concertata  proprio  per sottarsi alla persecuzione di Pilato- ibidem- che forse li  voleva punire per l’aiuto dato al messia galilaico- non è credibile!.

Perché? professore

i Samaritani non sono più  fedeli ed hanno anche loro motivo di  odio contro la rapacità dei pubblicani – non essendo più esentati da tasse e tributi!-e contro la giustizia romana sommaria!

Noi abbiamo maturato da tempo l‘idea che  combacia e si sposa bene con  la  volontà  dei samaritani– uomini  sempre fedeli sotto Tiberio,  anche se legati  ai giulii   e ad Antonia, che ha all’epoca al suo servizio anche Valerio  Asiatico e  Lucio Vitellio(legati  ancora alla memoria dell’Augusta   in epoca di Claudio)- ormai  convinti di essere accomunati  ai giudei  e di doverne  seguire  la stessa sorte.

Flavio nel 74 ormai non distingue tra le varie popolazioni della  zona  ostili a Roma  e non  facendo cenno alcuno dell’impresa di Vitellio, troppo preso nell’ upourgia  discorso celebrativo dei flavi,  segue invece i vincitori che impongono il silenzio sui vitelliani. Marco, all’epoca , non è conveniente, ai fini di una ricerca  di una pacificazione allora in atto  tra i cives romani a Roma, parlare di Lucio Vitellio, senior, pater di Aulo Vitellio  quando un suo figlio Aulo Vitellio – fatto uccidere dopo la  seconda  battaglia di Bedriaco, insieme al fratello minore Lucio Vitellio  iunior e i nipoti, per aver  decretato la propria rinuncia all’impero, davanti a Sabino fratello di Vespasiano, fatto poi massacrare  proditoriamente dalla plebaglia, ancora a lui favorevole- un generale, di grande valore e di pretigio politico,  capace di risolvere  contemporaneamente la guerra contro Artabano III  ed  annientare il sogno messianico  giudaico, ridando pax alla zona !

Pilato che torna a Roma , come colpevole,  sotto scorta,  risulta immagine  vecchia di una storia Tiberiana   mentre  Vitellio  che  sta per entrare con Erode Antipa  di nuovo  a Gerusalemme nella Pasqua del 37 festeggiato-   rimanendovi   tre giorni  durante i quali  depose il sommo sacerdote  Gionata  dal suo ufficio   e pose al suo posto  Teofilo figlio di Gionata  – è simbolo di una nuova età. quella saturnia del primo Caligola, neos Sebastos!

Infatti , per Flavio, nel quarto giorno  gli fu recapitata una lettera che lo informava  della morte di Tiberio:  egli allora indusse il popolo a giurare   obbedienza a Gaio  dopo aver richiamato l’esercito che marciava  contro Areta sospendendo l’impresa  poiché non c’erano  ordini diretti del nuovo imperatore. Ibidem 123-124.

Sembra, dunque, Marco,  che Vitellio con la seconda entrata in Gerusalemme  giustifica in parte la nostra  supposizione circa il malkuth debellato e la crocifissione  di Gesù,- dalla  quale era iniziato un rapporto amichevole tra Erode Antipa e Pilato, già inquisito,- anche se lo scrittore giudaico mostra ancora  la rivalità del tetrarca e di Areta IV ed anche quella  tra Erode Antipa  e l’epitropos di Siria, a seguito del trattato di Zeugma!.

Cosa era accaduto durante il trattato di Zeugma ?

Secondo Flavio (ibidem, 101-103)  Artabano e Vitellio si incontrarono sull’Eufrate  Si gettò un ponte  sul fiume  ed Artabano e Vitellio si  incontrarono in mezzo al fiume (c’era un isolotto!) ognuno  con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi il tetrarca Erode  diede  una festa  sotto una tenda  da lui innalzata  in mezzo al ponte  con grande spesa  E Artabano inviò suo figlio Dario a Tiberio come  ostaggio  con molti doni tra cui un uomo alto sette cubiti, di nome Eleazar,  che per l’enorme altezza era chiamato Gigante. I due poi tornarono  l’uno a Babilonia  e l’altro ad Antiochia.

Come Vitellio diventa nemico di Erode Antipa, pur essendo ambedue giulii?

Secondo Flavio,-ibidem- Erode desideroso di  essere il primo a comunicare  all’imperatore la notizia  che Artabano aveva dato gli ostaggi, scrisse una relazione  precisa e completa  e spedì corrieri con lettere che lo informassero esattamente e al governatore  non lasciò più nulla di nuovo da comunicare.

Vitellio, infuriato per l’azione fatta da  Erode,  che avrebbe dovuto dovuto rispettare il grado del governatore di Siria, essendo a lui gerarchicamente inferiore,  subì  l’offesa  di sentire dall’imperatore che i  suoi  dispacci erano arrivati tardi, rispetto a quelli di re Giudaico che l’aveva  informato di tutto puntualmente,  circa il trattato di Zeugma!

Professore,  Erode  Antipa “la volpe ” cominciava a temere un’inquisizione sulla sua tetrarchia e sul suo sistema di  governo, incapace di  frenare le istanze messianiche dei suoi galilei,  aramaici, e i loro pericolosi legami  con i  confratelli  parthici e con lo stesso Artabano!

La  fretta e superbia del tetrarca saranno poi fatali davanti a Caligola perché Vitellio nel 39 d. C. si schiera dalla parte di  Erode Agrippa e si vendica dell ‘offesa, recatagli,  convalidando le accuse del nipote  di mal governo della Galilea e della Perea,  della guerra con Areta  e dei contrasti tra il suo popolo e i samaritani.

Erode Antipa e Ponzio Pilato  finiscono ambedue in esilio ad opera di Caligola, Professore! Hanno,  comunque, un valore, ora,  differente dal giudizio della tradizione cristiana. Per me, professore, Pilato è un prefetto di stampo tiberiano, un pretoriano,  esecutore di ordini, non  uomo che si lava le mani, tirandosi fuori, da ignavo,  dai suoi compiti, ma un vir romano che ha potuto  fare  in parte il suo dovere prefettizio  perché capitato in Iudaea nel momento peggiore della storia, quando l’etnia giudaica  è sul punto di subire la massima  punizione, rinviata di un secolo, per la sua fides monoteistica!. Anche lui è una vittima!

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria.ia Einaudi 2016)

 

 

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma  tra storia e memoria. Einaudi 2016)

 

Ho letto il  suo libro – A. Schiavone Ponzio Pilato un enigma tra storia e memoria, Einaudi,2016 -.

E‘ un bel libro, ben scritto, piacevole a leggersi, una  buona ricerca personale, ma non certamente storica e nemmeno memoriale, per cui l’ enigma  Ponzio Pilato resta enigma! 

Il suo tentativo, dottore,  di fare storia naufraga   infrangendosi su uno scoglio seminascosto di  un periodo di 10 anni, poco noto, con pochi documenti, con un buco storico nelle fonti, che è certamente il momento più controverso e più critico dei 23 anni di Regno di Tiberio, perché segnato in Roma stessa da una lotta intestina tra il partito claudio e quello giulio, dopo la morte di Germanico e poi di quella del figlio Druso minore, acuita dal comportamento dell’imperatore, apparentemente rinunciatario al principato augusteo, ma di fatto interessato a cambiare a favore del nipote Tiberio Gemello, quanto stabilito da Augusto per una successione giulia: la volontaria  relegazione a Capri e la cura dell’lmpero, affidata ad Elio Seiano, capo del pretorio, non ben esaminati,  non possono chiarire l’ enigma di Pilato, figura non accuratamente studiata e compresa nei suoi legami con Seiano, noti solo a Filone di Alessandria (cfr. Legatio ad Gaium, E.book Narcissus 2012  e In Flaccum, Una strage ebraica in epoca caligoliana, E.book Narcissus 2011) difficili da comprendersi da uno storico  ambiguo, ebraico, di epoca Flavia, come Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XVIII E.book Narcissus, 2014, 55-62: 85-89;  e da La Guerra Giudaica  II,9.1/4  – Giovanni Vitucci, Fond. Mondadori 1974-).

Se è indecifrabile la situazione storica a Roma, capitale dell’impero, e in Italia, ancora più caotica e misteriosa  è quella dell‘imperium romano  provinciale, specie quella di Siria, rimasta per un quinquennio senza  capi,  a causa di una stasis/res novae, un rivoluzione accaduta  nella sottoprovincia siriaca di Iudaea, il cui capo Jehoshua Barnasha, Bar Iosip, proclamato Messia  dal popolo, dai farisei  e dagli esseni, sostenuto da una coalizione  aramaica, formata da Artabano III, arsacide re dei re, da Areta IV, re dei Nabatei, da Izate di Adiabene e figlio  di  Monobazo,  e da Asineo ed Anileo mesopotamici- cfr. Gesù  Christos  www.angelofilipponi.com – entra trionfante in Gerusalemme, la città santa,  ed è acclamato Messia senza che i romani  – Pomponio Flacco e Pilato, governatori della zona- tentino neanche la minima opposizione per frenare il movimento messianico, esploso con la morte di Elio Seiano il 18 ottobre 31 d.C.

Il silenzio della  Storia romano ellenistica e giudaico-ellenistica  diventa, poi, nel corso di un paio di secoli, memoria  giudaico-cristiana  di un’impresa fallita  e repressa violentemente, sulla base di una toledoth ebraica eroico-messianica,  e favola evangelica della costituzione di un Malkuth aramaico, divenuto nel corso della peste antonina  Regno di Dio, celeste,  predicato da un mastro, figlio di Dio, nato da una vergine, venuto sulla terra in epoca augusta tiberiana  a redimere il mondo dal peccato originale, a patire e   a morire  sotto Pilato, per  risorgere  dai morti, dopo tre giorni e salire al cielo alla destra del Padre,  dopo aver dato a Shimon Pietro  il mandato di fondare  la Chiesa cattolica  ed affidato ai discepoli /episkopoi e dioiketai regionali, l’evangelizzazione  del mondo, su una base greco ellenistica (cfr. Amici cristiani, perché diciamo  Credo? e.book Narcissus 2014,Ma , Gesù, chi veramente, sei stato? E book Narcissus 2013 ).

Il suo lavoro, dr. Aldo, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.) autorizza solo a rilevare lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano- cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com – che ribadisce che quanto scritto sulla croce- I.N.R.I in triplice lingua -non deve essere cambiato.

 O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis)-  non induce lei, studioso di diritto, a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un  aramaico giudeo di Galilea Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Lei avrebbe, allora, potuto  scoprire  la presenza di due fazioni giudaiche di cultura e lingua diversa con un credo unitario, comunque, in un solo Dio: aramaici giudaici filoparthici e giudei ellenistici filoromani, agricoli e morti di fame i primi, commerciali e ricchi i secondi.

Dunque lei,  studioso autorevole, avrebbe potuto indicare  storicamente e contestualizzare  il clima del Regno di cieli messianico, protetto da Artabano III e da Areta IV, e rilevare  il significato della rivolta samaritana, a seguito della morte del Messia e il successivo pogrom giudaico alessandrino di epoca caligoliana, all’atto della deificazione di Drusilla Panthea !.

Perciò,  per lei -come per altri storici italiani e scrittori stranieri  autorevoli, di successo-  la figura di Pilato rimane enigmatica perché non si conosce la sua funzione di uomo di Seiano,  di un ex pretoriano un  eques politico, inviato per provocare i giudei alla rivolta, per dare a Roma la possibilità di estirpare il cancro giudaico integralista aramaico e per abbattere il potere economico finanziario ellenistico, oniade (i discendenti di Onia IV, creatore già nel II secolo a.C. di un sistema ebraico trapezitario e commerciale, perfetto, nel corso del Regno lagide).

Chiaramente lei, come autore tradizionale – non impegnato come laico  in difesa del laos contro il cleros legge cristianamente i fatti e ha una conoscenza generica della storia giudaica, segnata da una guerra antiromana di 200 anni,  dal 63 av. C al 135 d.C. , chiusa con la galuth/dispersione  ebraica, con l’eliminazione della stirpe giudaico-aramaica e con la cassazione del nome stesso di Iudaea e di Gerusalemme divenute Palestina e Aelia Capitolina, ad opera di Adriano, vincitore del figlio delle stelle, Shimon bar Kokba.

Non è il caso, dottore, di iniziare,  coi  propri alunni, universitari, alla revisione della  Storia romano-ellenistica  e di quella ebraico-cristiana e   cristiana  per rilevare un’altra storia,  sull’esempio di un coraggioso, insignificante  ex professore di Liceo, che ha libri inediti su Erode il Grande,  su  Ponzio Pilato e su Erode Agrippa, turannodidaskalos di Gaio Germanico Caligola!

Il professore è più vecchio di lei, dottore!

Per un ” bios” storico di Ponzio Pilato

A Pina Mandolesi, mia moglie

Historia  vero est testis  temporum, lex veritatis, vita memoriae,  magistra vitae, nuntia vetustatis,  qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur ?/Chi se non l’oratore  raccomanda all’immortalità la storia,  testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita,  messaggero di antichità  (Cicerone, De oratore, II, 9,36)

Professore, non è il caso di parlare di Ponzio Pilato e di precisare  davvero il suo decennio  di procura (26-36 d.C.)  in modo scientifico, o almeno il più oggettivo possibile, secondo le formule tuzioristiche, così da migliorare la figura ambigua di Christos uomo, Messia, re,  mastro e zelota?.

Noi, tuoi alunni, sappiamo del Regno dei cieli, aramaico,  differente dal Regno di Dio, ellenistico, ma  non conosciamo Ponzio  Pilato e nemmeno il suo mandato in Iudaea!

Per noi la sua morte  è avvolta nella leggenda, come quella di Gesù! Di lui tutto è indefinito – origine, nome, giovinezza, formazione, cultura, periodo militare, perfino il decennio come amministratore  cum iure gladii, cioè di praefectus con funzioni militari, non è chiaro perché  è sconosciuto il contesto anche geografico  di una regione ellenizzata  e romanizzata, come la Iudaea non ancora sottomessa  e soggetta,  nonostante il censimento di Qurinio e l’invio di già 4 procuratori augustali, dopo quasi 90 anni dalla prima conquista  di Pompeo di Gerusalemme e  dopo 65 dalla  seconda di Sosio,  per ordine del Triumviro Marco Antonio- che eseguiva, di fatto,  il mandato senatorio del 40 a.C. di uccisione di Antigono  filoparthico  e di esautorazione della dinastia Asmonea,  a favore dell’ investitura a re/basileus, nominale, di Giulio Erode-?!

Certo. Marco! Devo precisare molte cose che ho detto in Jehoshua o Iesous?  (Cfr. Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003 ) e in altre opere, a cominciare dal Nomen di Ponzio Pilato.

La figura di Ponzio Pilato non ha sostanza reale umana, come quella di Christos, perché coi secoli  è stata oscurata da quella, alonata, di Gesù uomo-dio,  giudeo di Galilea, messia,  fondatore  di una religione di amore, in un periodo di guerra tra la nazione giudaica e  l’impero romano, che teneva  in una piccola zona, in tre punti diversi, tre guarnigioni, una a Cesarea Marittima di una legione intera, una postazione militare sulla Torre Antonia sopra al Tempio ( 1 coorte)   ed una mista di fanteria e di cavalleria  a Cafarnao in Galilea di supporto al tetrarca  Erode Antipa, oltre alle truppe sebastene ausiliarie e alla presenza in Siria di 4 legioni sul confine eufrasico.

Un grande spiegamento di forze militari per una piccola regione che era 1/132- un centotrentaduesimo dell’impero romano – compresa la fascia costiera mediterranea,  la  Galilea e Perea erodiana e le zone ituraiche sotto Filippo-!

Marco, la tipicità ebraica richiede una particolare attenzione da parte dell’imperatore Tiberio, che considera strategica  l’annessione fatta da Augusto  della Iudaea erodiana (Giudea, Samaria e Idumea e zona costiera) a causa della centralità del Tempio di Gerusalemme  e della perfidia della popolazione giudaica, divisa in ellenistica filoromana (erodiani e sadducei) ed aramaica filoparthica (popolo e piccolo e medio sacerdozio) rispettivamente di cultura  greca/ Paideia, la prima,  e  aramaica /Musar, la seconda,  legata per stirpe, lingua e religione  al  regno dei Parthi, dominato dal re dei re Artabano III, che rivendica i territori di Siria  e Giudea e di Asia Minore  come  propri, secondo la tradizione achemenide, seleucide ed, ora, arsacide.

Il muthos, professore,  ha avuto, dunque,  il sopravvento sulla storia tanto che si favoleggia sulla nascita e sulla morte, sul periodo che precede l’ arrivo  di Ponzio Pilato in Iudaea e  su quello della sua condanna, dopo il richiamo a Roma da parte di Tiberio e il successivo giudizio sotto  Gaio Germanico Caligola!. E’ mio vivo desiderio che lei  orienti  me e i miei compagni in un periodo molto complesso per la definizione stessa della figura di Tiberio e della sua politica  antiparthica, dominata per il primo quinquennio da Elio Seiano e nel secondo da Macrone e Caligola più che da Tiberio, caprino!.

Marco, tu vorresti comprendere esattamente la reazione di Tiberio in senso antiseianeo e poi antiparthico, cosa da me affrontata già in Caligola il Sublime e in Giudaismo romano II e volgarizzata nel romanzo L’eterno e il Regno (Ebook Narcissus 2012)- prima ancora di affrontare il problema della  curatela di Ponzio Pilato – rimandato a Roma da  Lucio Vitellio vincitore di Artabano III,  sotto il consolato di  Ponzio Nigrino e di Acerronio  Proculo, per subire il processo intentato dai Samaritani, condannato dal neos sebastos,  poco prima della sua malattia, prima dell’ attuazione della politica della Neoteroopoiia e dell ‘Ektheoosis!

Mi vuole dire, professore, che Pilato è condannato nel periodo universalmente accettato dagli storici del buono stato di salute di Caligola, ritenuto perfetto principe, amatissimo dal popolo e dai militari, ben guidato dall’onnipotente Macrone – la cui moglie Trasilla è amante del giovane imperatore, da poco vedovo- nella rinnovata  saturnia età dell’oro, secondo Filone (incipit di Legatio ad Gaium !)

Marco, ti aggiungo che è probabile che Pilato sia parente  di Ponzio Nigrino e che sua moglie sia un ‘Acerronia Procula  e non una Claudia Procula! Comunque siano i rapporti  della Domus Pontia  con i consoli dell’anno 37 d.C.   e con i giulio/claudi,  l’esilio a Lione, in una zona gallica,  ebraica, non  è una punizione grave,  da parte di un  Giudice, che risulta clemente! Nella stessa zona due anni dopo, l’imperatore confina Giulio Erode Antipa e la moglie  Erodiade per l’accusa di rapporti tra il prefetto romano e il tetrarca galilaico, alla presenza, ora,  di Lucio Vitellio, scrittore di Commentaria della  recente impresa parthica!.

Professore, vuole iniziare il bios di Ponzio Pilato  dal suo esilio ad opera di Caligola!. Mi piace l’idea!. Iniziamo il lavoro.

Marco, per  prima cosa preciso la non attendibilità storica del ritorno di Pilato in epoca Flavia, in Italia e a Roma, su un carro trainato da bufali indemoniati, che precipitano il corpo del prefetto imperiale, dopo ampi giri nell’Appennino centrale, entro il laghetto ancora oggi detto  di Pilato, sotto il Vettore, divenuto caro nel Medioevo, ai Negromanti dei monti sibillini. Storicamente,  Pilato non può essere rimasto ancora  per oltre trenta anni in un territorio a lui ostile, dopo il richiamo tiberiano! Insieme con questa leggenda picena, cadono tutte le altre di epoca neroniano-flavia  di un iter  in Valle di Aosta  e in Savoia del carro trainato da bufali, prima di arrivare a  Vienne – come anche del passaggio di S .Pietro nella zona (cfr. Valore storico  di Cronaca di Novalesa )-.

La leggenda del laghetto di Pilato, professore, potrebbe sottendere una verità, quella della ubicazione della famiglia  Pontia nell’Appennino centrale e di una nascita  del  futuro procuratore imperiale nel Samnium- IV Regio augustea-?.

Non so,  Marco, anche se non posso escludere  che  Pilato sia un eques  di origine sannita, in quanto  ci sono almeno tre distinti rami di Pontii ( quello di Aquila, di Nigrino e di Pilato) che sembrano essere uomini di una gens  addetta agli acquedotti e alla costruzione di Ponti, stanziati ad Isernia, ad Amiterno  e a Bisenti, ed anche in  Umbria ed Etruria e in altre località anche campane, montuose,  dove hanno Villae, sia  gli Aquila che i Nigrino e i Pilato.

Allora può convalidare una  nascita vestina/teramana di Pilato a  Bisenti?

Marco, non ho prove per dirlo, ma so della presenza di una casa di Pilato con un  impluvium, che ha alcune  condutture idriche,laterizie, posta nel paese della valle del  Fino, confinante da una parte con la Sabina (Amiternum) e da un’altra  con la valle   del Vomano, zona del Picenum (V Regio) ,  dove sembra già insediata da secoli una colonia cananea di lingua aramaica,  fuggita dalla patria,  dopo il ritorno degli ebrei, favoriti da Ciro il Grande nel 536 a.C.!.

Per questo, professore la zona era detta  palestina piceni?

Non credo Marco che la denominazione sia, però,  di epoca augustea  perché il  termine divenne consueto in Italia dopo la galuth ebraica, quando Adriano nel 135 d.C.  denominò  Palestina  la  ribelle Iudaea, dopo la vittoria su Shimon Bar Kokba, ultimo eroe-messia giudaico!

Comunque, nella zona  il sannita Pilato, da giovane, potrebbe aver avuto rapporti con la comunità cananea, aramaica?.Per diventare prefetto  non bisognava conoscere la lingua del luogo? E’ così ? professore!

Ci sono molte leggi  De provinciis consularibus: la lex Poppia stabiisce i costituenti la familia  al seguito del praefectus, la  lex  Sempronia  regola il comportamento degli esattori,  pubblicani, dell’ordine  equestre, in Asia,  mentre l’orazione omonima di Cicerone marca il mal governo di Cesare in Gallia e  quello di Gabinio in Siria e Giudea – che  tradidit in servitutem Iudaeis et Syris, nationibus natis servituti!-  e le leges,  successive,  quando già c’è la divisione in province senatorie e  province imperiali, sembrano stabilire  il criterio  che il proconsole o propretore abbia una competenza linguistica per svolgere proficuamente  il suo compito, così da  aver rapporto diretto con gli amministrati  locali e con la burocrazia provinciale. Comunque e dovunque abbia appreso la lingua aramaica,  Marco, è probabile che la carriera militare di Ponzio Pilato sia stata in relazione a quella del coetaneo  Elio Seiano – che fece il  soldato/primum stipendium meruit- al seguito di Gaio Cesare nella spedizione armena – accanto a cui il sannita rimase in zone di lingua aramaica, al servizio dei  legati  Lollio o Quirinio, o altri!-, dopo il suo ferimento  invalidante e la malattia che  lentamente condusse il dux principe,  alla morte a Limira nel 4 d.C.

Quindi, non solo nella zona italica  Palestina  piceni, ma anche lungo la fascia eufrasica,  dove  le popolazioni parlano l’ aramaico, potrebbe aver appreso,  in compagnia di Seiano, la lingua  parlata in Giudea?. Per lei, anche Seiano ha una cultura aramaica? Per Filone -incipit in Flaccum– il pretoriano è il nemico più grande degli ebrei, dopo Caligola – anche lui  conoscitore della lingua aramaica fin da bambino, probabilmente dall’epoca del suo viaggio a Petra, col padre e con la sua famiglia, alla corte di Areta IV!-

Professore, lei, certamente, non può dire che Seiano e Caligola, in quanto nemici dell’ ebraismo aramaico, debbano aver  necessariamente una cultura aramaica e conoscere la lingua!

Con sicurezza, Marco,  non si può affermare niente,  ma neanche negarlo! Comunque  si potrebbe  pensare che la carriera di Ponzio Pilato, al di là della possibilità di conoscenza linguistica dell’aramaico da parte di Seiano e di Caligola,  sia parallela a quella di pretoriano, eques anche lui,  il cui padre  Lucio Seio Strabone  è prefetto del pretorio sotto Augusto (Tacito, Annales IV, 1)- un esperto di politica orientale,  come prima Senzio Saturnino, come Varo, come Lollio e Quirinio  e i predecessori  di Pilato nella prefettura  della Iudaea.  Certo, Marco, è una supposizione senza prove! Comunque, Pilato  probabilmente  segue il capo pretoriano anche in Pannonia, quando Druso minore,  figlio di Tiberio,  fu accompagnato  per ripristinare l’ordine nella  zona turbata da ribellioni  e da contrasti tra gli stessi soldati di Quinto Giulio Bleso, zio di Seiano.

Pilato, essendo rimasto accanto a Seiano dopo il 15 d.C.,  quando il padre, nominato  praefectus Aepypti,  lascia al figlio il comando unico del pretorio, ne vede la  continua ascesa  negli honores  e  la crescita di potere  quando Tiberio gli concede nel 23 d.C. di costituire una sede  fissa per i pretoriani  nei Castra Praetoria sul Viminale, come premio di un servizio  utile per il mantenimento della sicurezza  civile sociale dei cives!

I pretoriani, insieme agli altri corpi militari urbaniciani, avevano fatto  un grande lavoro per la pulizia degli alvei fluviali, per il mantenimento dell’ordine pubblico  sulla base di un regolamento dettato da Tiberio che  aveva distinto la popolazione in cives e peregrini  externi)/ forestieri,  dando  compiti e funzioni con indicazioni precise circa il comportamento quotidiano, in relazione ad un’etica conservatrice, quiritaria, in linea con le riforme augustee.

Quindi, professore, i pretoriani  vengono organizzati e pagati meglio degli altri corpi militari,  per la loro efficienza e per la varietà di servizi  relativi alle differenti formazioni di specifiche squadre, che hanno funzioni proprie!

Certo, Marco, Tiberio li ricompensa  per la manutenzione della stessa urbs,  divisa in zone, oltre che per i lavori  di convogliamento delle acque dei fiumi Aniene e Tevere, per quelli  delle fognature  urbane, eseguiti  insieme  al corpo dei Urbaniciani e dei Vigiles, tutti uomini attenti a seguire le regole riformistiche dell’imperatore, molto attivo tra il 16-23 d.C. nel migliorare le condizioni di vita dei cives,  deciso anche a limitare il potere degli stranieri, numerosi come popolazione, da anni troppo invadenti in ogni campo, specie religioso e morale e  a punire i tanti goetes/maghi ciarlatani, egizi e siriaci, oltre a quelli ebraici, dando massimo rilievo alla pietas latina, quiritaria, già ripristinata da Augusto!.

Quindi, professore, per lei, Pilato sarebbe uno dei 9000 pretoriani   di stanza a Roma al servitium dell’imperatore stesso? Forse un tribunus di una delle  nove cohortes!   Dunque,  Ponzio Pilato, seguendo Seiano, può aspirare anche lui,  a fare la carriera  prefettizia, il cui vertice è la prefettura di Egitto!

Certo, Marco, la nomina  a  prefetto di Giudea è una promozione  per un eques,  amico del  suo capo e fedele  all’imperatore,  già stabilito in Campania, desideroso di ritirarsi a Capri (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008), che potrebbe permettere, dati i rapporti   amichevoli,  un incarico maggiore, in caso di buon governo amministrativo e militare.

Quindi, l’invio in Iudaea nel 26 d.C.   avviene  per ordine diretto di Elio Seiano, che già ha il controllo totale dell’impero, specie dopo  l’episodio di Sperlonga (Svetonio, Tiberio, XXXIX), quando, dopo la morte di Druso minore, si sono già formate a corte  due partes ostili, quella dei Giulii e quella dei Claudii, ora separate, in quanto ciascuna ha un proprio candidato,  successore al trono.

C’è, dunque, una precisa direttiva politica- anche se coperta e quasi segreta– da parte di Tiberio?

Marco, sembra che ora, nel 26 d.C., il quasi sessantottenne imperatore, scampato alla frana – grazie all’intervento  del pretoriano, che lo protegge, facendo arco col proprio corpo- stanco  del clima cortigiano e delle lotte interne alla famiglia, abbia volontà di appoggiare il suo erede diretto, appena settenne, Tiberio Gemello, facendo andare contro le disposizioni di priorità dinastica, date da Augusto, il suo potente ministro, incaricato segretamente  di  minare il potere della famiglia di Germanico, che ha  precedenza, sostenuta da Antonia, nonna, e da Agrippina maior, madre,  per i nipoti e figli  maggiori Nerone Cesare  e Druso. Ricorda, Marco,  che Tiberio è aristocratico  e  che accetta,  mal volentieri e costretto,  l’impero  quasi coactus,  lamentandosi della miserevole ed onerosa servitù, che gli viene imposta (querens miseram et onerosam iniungi sibi  servitutem),  pur con  la speranza di potersene liberare/ nec tamen aliter  quam  depositurum  se quandoque  spem faceret,   dicendo, comunque di accettare fino a quando giunga il momento  in cui  voi, senatori, stimate  di concedere un qualche riposo alla mia vecchiaia/ videri dare vos   aliquan senectuti meae  requiem – Ibidem XXIV-. Forse, però, dopo la morte del figlio, l’imperatore cambia programma e da astuto politico, senza apparire, decide di sovvertire il decreto augusteo a favore del nipote diretto, tramite l’azione di Seiano, capace di controllare il  senato e le due famiglie con le clientele,  ora opposte.

Lei  accetta parzialmente e  solo in un preciso momento- non certamente  all’atto della accettazione dell’impero –  la tesi di Tacito, comunque, di un Tiberio falso e  simulatore.

Tacito (Annales, I,11-12) scrive dopo che ha visto il fallimento della politica giulio-claudia e  flavia, desideroso di riforme costituzionali! la sua storia è retorica e poco attendibile, essendo filoantonina !

Ho bisogno, professore, a questo punto -oltre alla spiegazione del nomen incompleto – di aver idee più chiare sulla situazione romana  subito dopo la morte di Germanico,  da Augusto stabilito  Cesare come  suo successore, con precedenza sulla diretta discendenza di Tiberio stesso, Claudia!.

Ti meravigli, Marco, che si dica Pontius Pilatus, cioè  solo nomen gentilicium e cognomen, senza praenomen?   Dagli storici conosciamo solo Pontius  con indicazione alla gens Pontia – da pons – e soprannome di Pilatus – che rimanda a Pilum e ad uomo che usa il giavellotto– senza prenome. Anche l’iscrizione, trovata su un blocco di pietra  da archeologi italiani a Cesarea Marittima, accanto al teatro romano, nel 1961, oggi posta al Museo di Israele, a Gerusalemme,  non riporta il praenomen. Vi si legge, infatti:

S.TIBERIEUM  costruzione in onore di Tiberio

(PO)NTIUS PILATUS Ponzio Pilato

(PRAEF)ECTUS IUDA(EA)E prefetto di Giudea

D(ICAVIT) dedicò.

Non posso darti,  perciò, il praenomen a meno che non lo deduca da quello di altri rami della stessa gens, esempio Lucio Ponzio Aquila|!

Marco,  credo  che ora tu voglia- dopo questa  parentesi sul prenome-  che spieghi i motivi della guerriglia urbana nel settennio 20-26 d.C. , dopo la formazione dei due partiti e che ti mostri come Seiano, divenuto onnipotente, grazie all’appoggio di Tiberio e delle truppe pretoriane, a lui fedeli, col favore degli altri corpi  militari della città,  riesca ad imporsi , grazie alla violenza e al tacito consenso tiberiano (cfr. A. Filipponi,  Caligola il sublime, cit. e  Giudasmo romano II Ebook, Narcissus 2011) ai capi del partito giulio,  dominato dalla nonna e dalla madre dei due designati eredi al trono,  sostenuti dagli ex legati di Siria,  fedeli amici di Germanico, desiderosi di vendicarne la morte,  decisi a  far processare Gneo Pisone, ritenuto  reo di avvelenamento  per ordine di Tiberio stesso, ispiratore del delitto.  Ti devo, perciò, fare un quadro preciso della situazione con un punto fermo, quello di un contrasto tra l’imperatore e il figlio Druso Minore, legato da amicizia profonda a Germanico cugino e cognato, avendone sposato la sorella  Giulia Livilla, in seconde nozze.

Per questo, gli storici parlano di Germanico e di Druso come  Polluce e Castore, giovani eroi. belli fisicamente e moralmente,  celebrati come Dioscuri /figli di Giove dal popolo – che aveva esaltato precedentemente allo stesso modo  i figli di Livia,  famosi per  le campagne germaniche, Tiberio e Druso – come vendicatori di Varo!.

Certo, Marco, il trionfo a Roma di Germanico  nel 17 d.C  e l’ovatio  tributata a  Druso Minore sono segni dell’amore dei cives romani per i due giovani  e della volontà senatoria di mantenere l’ordine di successione  secondo il volere di Augusto.  La famiglia giulio-claudia, prima della divisione in partes  è  ricca di  imperatores!

Nel corso della carriera dei due cugini,  eroi nazionali entrambi, non si rilevano inimicizie, ma solo attestati di  reciproca solidarietà e di  amicizia. Perciò, le accuse mai fugate sulla morte di Germanico e il successivo suicidio di Pisone, durante il processo, forse misero in  un maggiore contrasto Tiberio e Druso, padre e figlio,  circa la necessità di invertire la priorità, alla successione imperiale!

Druso minore accetta il volere augusteo, ma non Tiberio, che nel 14 d.C.  aveva fatto uccidere Agrippa Postumo, coerede, senza divulgare la notizia della morte del sovrano, negando di aver dato l’ordine, temendo l’impopolarità. (Cfr. Svetonio Tiberio, XXII), davanti al senato dopo aver fatto rileggere il testamento di Augusto ibidem, XXIII-.  Druso, inoltre, rileva l’intesa  segreta di Tiberio con Seiano, capo dei pretoriani, e ne è geloso,  vedendosi escluso dalla gestione politica tanto da lamentarsene molte volte.

Dunque, professore, Tiberio  e Druso non vanno d’accordo circa  i rapporti con la famiglia di  Germanico! Lei pensa anche che il figlio, inoltre,  rimproveri il padre di dare eccessivo potere al pretoriano  che fa parte  dei 20  amici e famigliari velut consiliarios in negotiis publicis -ibidem, LV -?.

Druso è uomo istintivo, che non solo ha diverbi col padre, ma è  anche ferocemente ostile al pretoriano, che ha il compito di proteggere la sua famiglia  e che, da ambizioso, cerca spazio per diventare intimo dell’imperatore: non per nulla in breve tempo fa fuori molti suoi consiglieri e poi lo stesso figlio, l’ostacolo maggiore alla sua ascesa politica!

E  Tiberio? Tiberio si accorge tardi, dopo otto anni  dalla morte di Druso, della perfidia del suo ministro e nel frattempo lo innalza fino a farlo diventare  quasi pari  di grado a se stesso, col segreto pensiero di distruggere la domus Iulia! : Ad summam potentiam non tam benevolentia (Seianum) provexerat, quam  ut esset cuius ministerio  ac fraudibus  liberos Germanici circumveniret, nepotemque suum ex Druso filio naturalem  ad successionem imperii confirmaret/aveva innalzato (Seiano) al massimo potere  non tanto per benevolenza, quanto per aver qualcuno, tramite cui  irretire i figli di Germanico, al fine di rinsaldare nella successione all’impero il figlio di suo figlio naturale-  Svetonio, Ibidem -.

Dunque, Tiberio, favorendo Seiano, nel suo odio contro i Giulii, non si accorge di condannare  a morte lo stesso figlio, tanto, che Svetonio afferma che l’imperatore non ama nessuno  con tenerezza paterna/ filiorum…patria caritate diligit,  nemmeno  Druso  il figlio carnale/ neque naturalem neque adottivum (Germanico) perché  giudica il figlio indegno per gli errori /Vitiis,  in quanto era di vita eccessivamente molle e rilassato  fluxioris remissiorisque  vitae erat ibidem LII-  e Germanico un eroe troppo esaltato dalle folle  per imprese da nulla! –ibidem-.

Lo storico antonino racconta, a  distanza di anni,  i fatti e i rumores popolari e quindi è lontano dalla verità storica, di un vecchio imperatore che ha compiuto anche lui grandi imprese e che può anche disconoscere alquanto, per una comprensibile senile  punta di  invidia,  il valore di quelle altrui, figlio e nipote,  ma è orgoglioso  di quanto fatto indistintamente dai giulio-claudi, che hanno onorato il nome militare di Roma,  anche se vuole far prevalere la pars Claudia. Druso, da ellenizzato, è uomo aperto, come Germanico verso la cultura ellenica, in senso ecumenico, desideroso di ellenizzare l’Occidente, fidando nella protezione paterna, non preoccupato della presenza di un pretoriano, seppure  stimato dal padre! E Germanico, specie nel periodo della sua permanenza in Siria e dei suoi viaggi in Arabia e in Egitto, ha già una coscienza imperiale, sicuro della benevolenza del padre Tiberio e dell’amicizia del fratello!

I due dioscuri nemmeno vedono gli avversari e non temono l’invidia né di Gneo Pisone né di Elio Seiano: sono eredi imperiali di I e II grado di un’unica domus regnante Augusta/ Sebasth Giulia, che, di fatto è Claudia, essendo Germanico, figlio di Druso maggiore!

Eppure, Professore, la  ruota della storia non gira secondo le speranze dei due giovani, secondo le acclamazioni e i voti  popolari: la morte coglie ambedue i dioscuri, avvelenati entrambi, in circostanze misteriose, quasi allo stesso modo, nel giro di 4 anni!. Inspiegabile quella di Germanico, in provincia,  ma ancora di più incredibile quella di Druso Minore a Roma, nel giro di una settimana  di una presunta malattia, diagnosticata dal medico Eudemo allo stesso Imperatore, destinato a vederne la morte il 24 settembre del 23 d. C.,  e a celebrare il funerale, sontuoso, come quello del cugino- le cui ceneri furono riportate dalla moglie l’anno dopo, nel 20, in  Italia, e portate in processione  da Brindisi fino alla capitale dell’impero nel cordoglio generale delle popolazioni!.

Tiberio, che dignitosamente riprese  subito, per Svetonio, la sua attività imperiale amministrativa, avrebbe potuto subito indagare  e scoprire l’avvelenatore del figlio, invece,  credette  alla fatalità del caso,  alle relazioni mediche e ai resoconti del potente ministro  che coordinò  le manifestazioni funebri: l’imperatore  è preoccupato solo di affidare  al senato i figli di Germanico e quello rimasto dei gemelli di Druso, essendo morto, poco dopo il padre, anche l’appena quattrenne  Germanico Iunior!

Seiano e i suoi pretoriani  furono perfino premiati con la costruzione  dei Castra pretoria poiché negli ultimi anni avevano fatto grandi azioni repressive in Roma e avevano svolto anche funzioni segrete  come  spie /kataskopoi, infiltrati  per scoprire le  attività  strane  della comunità ebraica  ed egizia (Cfr. Flavio Ant Giud. XVIII, Episodio di Paolina ) oltre ad aver risolto, a monte, con un lavoro continuato per mesi, l’intasamento ricorrente  del Tevere.  Gli storici concordano nel dire che  pretoriani all’epoca  operano,  oltre alla protezione della città  con opere  idriche e fognarie- seguendo l’esempio di Vipsanio Agrippa,  che per primo ispezionò le cloache – e alla difesa fisica  di Tiberio stesso, che, rifiutando il titolo di imperatore  e di padre della patria pur ereditati da Augusto,  però,  è seguito  segretamente da uomini  di scorta,  anche se esercita il consolato per breve  tempo e solo tre volte in  23 anni di regno e potrebbe servirsi di littori!.

Tiberio, da aristocratico,  si sente autorevole per nobiltà  e per aspetto  fisico,  oltre che per la statura e per la forza fisica : ricorda Marco, che Tiberio è chiamato leone da fonte Ebraica, e da Fedro, non solo per la chioma lunga e bionda e che dal popolo  è considerato alonato da magia, anche per la presenza del mago Trasillo, suo suggeritore giornaliero per ogni impresa! Perciò, disdegna che sia  chiamato dominus e  che si dicano sacre le  sue attività, desideroso che  le sue opere fossero considerate faticose  proprio di un normale civis: l’imperatore ama mostrarsi  aristocratico, rispettoso del senato  a cui diligentemente riferire circa ogni cosa grande o piccola,  pubblica o privata,  e desidera consultarlo  e sulle imposte e sui monopoli,  sulle costruzioni, sul   restauro dei monumenti  ma anche sulla leva e sui congedi  dei soldati oltre che sull’organizzazione delle legioni, degli ausiliari e perfino  sulle persone  a cui prorogare i comandi militari straordinari e sul contenuto e sulla forma di lettere  da inviare  a re – –ibidem XXX-.

Tiberio  aristocraticamente va da solo al senato  e riverisce il mandato e la figura  di ogni console – diversamente da Augusto, eques  malaticcio, modesto per statura, bisognoso di protezione-  e si alza   alla  loro entrata rimproverando i  consolari che, preposti agli eserciti, non inviano relazione al senato, ma  a lui, a cui chiedono  ricompense militari, secondo i decreti  vigenti di Ottaviano- Ibidem XXXII-.

In effetti Tiberio  è sempre legalmente perfetto formalmente  avendo grande rispetto dei  senatori, anche se, comunque,    rimprovera i consolari desiderosi  di aumentare il peso delle imposte ai provinciali avvertendoli che boni pastoris esse  tondere pecus, non deglubere/  è compito di un buon pastore non scorticare ma tosare le pecore e cosciente del suo potere non li cambia, conoscendo l’animo umano e la brama di arricchire dei  governatori. Si riferisce, professore, all ‘apologo del  ferito, che non scaccia le mosche perché poi sopravvengono altre, più fameliche, con allusione  alla spoliazione dei provinciali al cambio di ogni procuratore, che arriva povero  e torna ricco dalla Provincia!   Certo, Marco. Tiberio difende i provinciali dall’avidità dei governatori specie quelli con delega senatoria.

Insomma, professore, per lei, Tiberio è espressione della legge senatoria ed è uomo che, come aristocratico,  insiste nella riforma augustea, correggendo ogni rilassatezza dei costumi,  riducendo  le spese degli spettacoli dei giuochi,  decurtando  le paghe degli attori,  limitando  perfino il numero delle coppie dei gladiatori,   e legiferando pure  sul circo  e perfino sui prezzi  dei vasi di Corinto e del pesce,  fissando ogni anno il calmiere dei viveri  e delle carni,  incaricando   gli edili di sorvegliare  le taverne e le mescite  ed anche  nella vendita della  pasticceria.- Ibidem XXXIV-. : l’aiuto dei fedeli pretoriani è prezioso!

L’imperatore, anche se deferente verso il senato,  di fatto, regola  a suo arbitrio, tutto anche  la vita delle donne, arrivando  a privare quelle,   scostumate,  della  dignità e dei diritti di matrona,  in caso di prostituzione accertata!. Professore, in questo rigore  morale, Tiberio ripristina  i mores prisci/i  vecchi costumi,   garantendo  da una parte,  una vita  quiritaria comune in Roma e in Italia   assicurando coi pretoriani  una pubblica quiete dando indicazioni per uniformare i suoi ordini a tutto l’impero, affidando  la correzione dell’Oriente ad Elio Seiano! Così mi sta  mostrando un Tiberio che da aristocratico non può seguire totalmente le direttive augustee, essendo la sua natura di un patrizio diversa da quella di un eques, conservatrice l’una,  innovatrice l’altra! Insomma sta convalidando l’affermazione di Plinio il vecchio, che Augusto è beffato dal destino e deve lasciare il potere al figlio di un nemico! sta definendo  Tiberio come un nemico che odia  Augusto benefattore e la sua stirpe,  e come Antipatro, figlio di Erode, è rancoroso verso il padre benefattore (Giulio Erode,  il filelleno www.angelofilipponi.com ).!

Marco, Tiberio è uomo molto permaloso, impenetrabile come i Claudio Nerone  apparentati con gli  Enobarbo (che hanno  barba di bronzo, fegato di ferro e cuore di  piombo)  che ha dovuto ingoiare rospi  e prima dell’esilio a Rodi  a causa di Giulia e dopo il ritorno negli ultimi 10 anni di cogoverno con l’imperatore, assillato dalla madre Livia! E’ necessariamente differente come animus rispetto all’imperatore eques, che, comunque, è costretto a nominarlo alla fine, erede per mancanza di  giulii adottivi, essendo rimasto il solo  Agrippa Postumo, un ercole senza testa, inaffidabile al negotium – dopo la morte di  Lucio Cesare e di Gaio Cesare,  i figli di Giulia, adottati – e   i giovani principi nati da  suo fratello, Druso maggiore ed Antonia – Germanico, Livilla, e Claudio-  e i loro figli,  conoscendone  l’asprezza  e la durezza del carattere, rilevato  nel corso del matrimonio con sua figlia Giulia, dopo la morte del marito Agrippa. Forse  per Augusto  Tiberio doveva essere un imperatore di transizione in quanto la stirpe di suo fratello  Druso maggiore,  doveva essere  quella legittima imperiale. Infatti  già aveva mostrato la  sua predilezione per Druso  con assegnazione del mandato del bellum germanicum  dopo il disastro di Lollio,  a Druso,  che pur più giovane del fratello di 3 anni, aveva compiuto un’impresa eccezionale,  ricacciando i Sicambri, costruendo il canale Reno- Zuidersee , con l’appoggio della flotta romana, stazionante lungo la  costa,  nel Mar del Nord  sconfiggendo i suebi e i catti  e, mediante una capillare invasione, giungendo fino all’Elba, dopo aver superato il Weser . La sua morte nel 9  a.C. fu una tragedia  per la casa regnante, per il mondo romano e  per Tiberio, legatissimo al fratello, che riportò le ceneri a Roma,  scortandole fino al Mausoleo di Augusto!

E’ vero, professore, che allora riserpeggiarono le voci di un Druso figlio naturale di Ottaviano, che aveva  rapito, la moglie e il figlio treenne, Tiberio,  al marito,  Tiberio Claudio Nerone, di Livia Drusilla  – seppure poi si disse che era stata   ceduta e concessa dal marito-  la moglie incinta già di tre mesi, che partorì, comunque, nella casa di Augusto, il figlio, concepito   tra le mura claudie!

Tiberio,   avendo  subito molti ordini insopportabili, rassegnatamente, dall’imperatore,  oltre quello del distacco dal padre naturale, è,   al momento della  morte del fratello,  iuvenis trentatreenne,  descritto da Velleio Patercolo come vir  nutrito dai precetti di illustri maestri,  genere, forma, celsitudine corporis , optimis studiis  maximeque  instructissimum qui protinus  quantus est, sperari potuerat visuque praetulaerat  principem / di altissima  nobiltà,  fornito dalla natura di bellezza,  di statura corporea,  di ottimi studi e di grande intelligenza, il quale, fin dal principio,  faceva prevedere la sua grandezza e già nell’aspetto si presentava come principe  (Ibidem, II, 94,1). Il giudizio morale e fisico  di Patercolo, suo legatus e suo ammiratore popolare,  migliore di quello di Svetonio e di  Tacito, è molto simile a  quello di Druso Minore,  morto trentenne per una caduta di cavallo, accidentale/ adulescens tot tantarumque virtutum,  quot et quantas natura natura mortalis recipit vel industria  perficit/  adolescente  di tante e tali virtù quante e  quali la natura  umana ne comporta e la  pratica   perfeziona,  delle cui inclinazioni  non si saprebbe dire  se fossero più spiccate  per le opere di guerra  o per quelle di pace. Di lui lo storico aggiunge: furono inimitabili la dolcezza del carattere, la cortesia,  l’apprezzamento per gli amici tanto da collocarli al suo stesso piano, e la sua bellezza era  simile a quella del fratello/ morum certe  dulcedo ac suavitas,  et adversus amicos  aequa ac par sui  aestimatio inimitabili  fuisse dicitur, namque pulchritudo corporis  proxima fraternae fuit!

Davvero due figli di Zeus, al di là delle chiacchere popolari, allevati da Augusto nella  linea di successione come eredi di II fascia,  rispetto ai  prediletti figli di Giulia e  di Agrippa di I fascia!

Dunque, professore, ad Augusto, da tempo impegnato a trovare un successore,  morto prima Marcello,  Agrippa poi,  e dopo tre anni anche Druso, rimangono i  figli di  Giulia ed Agrippa, troppo giovani  e quindi, ha bisogno di Tiberio, del pazientissimo Tiberio (Svetonio Tiberio, XXVIII firmus et patiens) a cui impone di di sposare Giulia, donna corrotta, giovane,  lasciva e capricciosa già sua amante nel corso della sua vita matrimoniale col marito, suo suocero. Per lei   Tiberio aveva dovuto lasciare il piccolo Druso minore,  natogli dal matrimonio legittimo con Vipsania Agrippina,  figlia di Agrippa,  da lui teneramente amata, tanto che gli amici, visto il  profondo legame, nel corso del suo regno, una sola volta gliela fecero vedere!

Con Giulia l’austero Tiberio  è marito fedele per qualche tempo  ma dopo la nascita di un figlio nell’11 a.C., morto  dopo pochi mesi, nauseato dalla immoralità della moglie  rinuncia  all’eredità di  Augusto ed abbandona la moglie e si ritira volontariamente in esilio  dimorando come privato civis a Rodi, non ancora quarantenne, stanco degli intrighi di corte  ed  anche dell’imperatore che prediligeva   Lucio e Gaio Cesare,   figli di   Giulia,  destinati all’impero!.

Un brutto periodo quello dell’esilio per Tiberio che passa dagli altari alla polvere, professore?

Certo Marco. Tiberio, isolato a corte, non potendosi fidare nemmeno della madre  Augusta e neppure della moglie – circondata da tanti amanti, politicamente a lui contrari,  in apparenza filoaugustei, ambiziosi -e tantomeno di Ottaviano, suo suocero. non contento del  suo rapporto astioso con la figlia,  dimentico dei servizi del genero, inviso anche per la sua austerità morale ed altezzosità nobiliare,- già incline verso i figli adolescenti  di Giulia,  decide  di imitare Agrippa e come lui   fa un passo indietro e si allontana da Roma e dall’Italia , cinque anni dopo la morte del fratello, al culmine  della sua carriera di militare e di amministratore.

Così  è descritta la rinuncia di Tiberio  da Velleio Patercolo (Ibidem, II,99,1-4 e 100):Tiberio Nerone -due volte console e due volte trionfatore- parificato ad Augusto  per la compartecipazione alla  potestà tribunicia , superiore a tutti  i cittadini tranne uno, e ciò non per sua volontà,  massimo tar i generali,   colmo di gloria  e di fortuna, e in verità  secondo lume  e secondo capo dello stato – con meraviglioso incredibile ed inestimabile  gesto di bontà, di cui si scoprirono ben presto le cause,  quando Gaio Cesare  aveva ormai preso la toga  virile e Lucio era nel vigore delL’età, non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani  ai loro inizi,  chiese al suocero  e patrigno  il permesso di riposarsi  dalle  fatiche ininterrotte, senza peraltro rilevare il motivo della sua decisione/dissimulata causa consilii sui, commeatum ab socero atque eodem vitrico  adquiescendi  a continuatione laborum petiit.

Nessuno- nemmeno la madre,  né la moglie – riesce a dissuaderlo  e lascia i cives amici in lacrime al momento della separazione. Comunque, per Patercolo  nei sette anni , che fu a Rodi, dice che tutti i proconsoli e  i legati che andavano nelle province di oltremare come di fronte ad un principe   recandosi a visitarlo  abbassavano   i lor fasci  davanti a quel privato, ammettendo che l’inattività di lui era più autorevole che le loro funzioni di comando convinti che  cessando Tiberio di tutelare l’urbe  i nemici   avrebbero cambiato strategia operativa nei confronti dell’impero romano : -cosa che in effetti avvenne-  i Parthi, abbandonata l’alleanza romana, misero le  mani sull’Armenia  ed anche la Germania, sviatosi lo sguardo del suo conquistatore,  si ribellò.

E’ proprio vero,  professore, che tutti andavano a Rodi a riverire l’esule?

No certamente!. Tutti quelli che erano del partito giulio non potevano fare atto di omaggio a Tiberio! il fedele Patercolo  esagera  perché gli altezzosi figli di Giulia, figliastri di Tiberio, coi loro legati  non lo degnano di un saluto, ligi agli ordini di Augusto, indispettito nei confronti del figlio di Livia !   Il solo Quirinio è  veramente deferente verso di lui e pochi altri  che lo onorano nei loro passaggi per l’amministrazione delle province orientali.

La rabbia dell’imperatore nei confronti di Tiberio, quasi fosse stato colpevole   per l’abbandono della moglie, solo  dopo il 2 d.C. si attenua  quando  Augusto  annulla il matrimonio e punisce la figlia, e   si placa, dopo una fase di distensione di rapporti, a seguito dell’infelice  esito della spedizione armena, dopo i dissapori tra il principe  e  Lollio, quando  Gaio morente invia lettere al divino padre, in un momento di lucidità mentale suggerendo di non privarsi  del servizio di un uomo, come il suo patrigno. A seguito di questo e anche per le preghiere della madre, Augusto  decide di richiamarlo avendo condannato al confino a Pandateria – Ventotene-   la  figlia, rea di lesa maestà, seguita nell’esilio  dalla madre Scribonia,  dopo aver condannato a morte  i suoi amanti, tra cui, Iullo Antonio costretto al suicidio! Augusto aveva perfino pensato di ucciderla,  considerandola inferiore a Febe , una schiava! -Svetonio, –Augusto LXXV-

Anche il suo ritorno, comunque,  a Roma  non è del tutto felice  perché Ottaviano ha già organizzato la successione  in modo da privilegiare la discendenza di suo fratello Druso Maggiore e non la sua. Infatti viene stabilito il criterio che successore è Tiberio con la clausola che deve adottare  per la sua  successione il nipote Germanico, figlio di  Druso maggiore, in un’esclusione del suo erede naturale Druso Minore, mentre gli viene imposto come collega nella gestione imperiale Agrippa Postumo: si stabilisce così  sulla carta  la prima diarchia imperiale!

In seguito, però, Marco,  Ottaviano avendo avuto  relazioni  negative su Agrippa Postumo circa il carattere e il comportamento /ingenium sordidum ac ferox -Ibidem- , lo rilega  prima a Sorrento e poi a Pianosa. Poco dopo rilega a Tremerus /Tremiti anche la nipote Giulia minore,  la sorella,  rea di adulterio.

Augusto,  come Erode,  non ebbe fortuna  in famiglia, pur  avendo educato la figlia  e la nipote  secondo  gli antichi costumi  e perfino a filare la lana  Svetonio, Ibidem, LXXIV?

No.  Non  ebbe fortuna, anzi  la fortuna lo deluse, Ti aggiungo  che  due amici .   Lucio Adesio e Asinio Epicadio, secondo   Svetonio ( Ibidem, 19)  tentano di portare via dall’ esilio  e Agrippa e Giulia dalle  rispettive isole  di confino,   per presentarli  agli eserciti  illirici e germanici  rivendicanti  ut aequarentur stipendio praetorianis/ di essere equiparati come stipendio ai pretoriani ( cfr.  Svetonio, ibidem ,XXV) ma, sorpresi  nella loro azione,  sono uccisi proprio dai pretoriani.  In seguito,  Augusto sembra che volle riappacificarsi con  Agrippa, che  aveva inviato molte suppliche,  e l’imperatore, poco prima di morire, fece un viaggio segreto con l’amico Paolo Fabio Massimo a Pianosa ed ebbe un incontro  affettuoso col nipote e lo perdonò.

Augusto, tornato a Roma,  si ammalò e seppe dalla moglie e da Tiberio della sua riappacificazione con Agrippa:  Livia lo aveva saputo da Marcia moglie di Fabio, che aveva tradito il segreto!, Si dice che  l’imperatore gli ordinò di suicidarsi  per questa colpa!

Agrippa, comunque,  sperava di essere portato da Clemente, un suo schiavo- che aveva organizzato la fuga dall’isola – in Germania   e di  essere presentato agli eserciti da suo cognato Germanico, che stava reprimendo una rivolta militare.

Il povero giovane fu, invece, sorpreso dall’  improvviso ordine di morte  di Augusto ( o di Tiberio!)   al suo custode, pretoriano, che lo uccise: solo le sue ceneri furono portate da Clemente alla sorella Agrippina maior! .

Quindi, professore, Augusto, pur rilevando  l’ austerità del carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator  convinto che possa  essere  l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.

Certo, Marco, Svetonio stesso  deve anche lui confessare,  che l’imperatore prega spesso  gli dei  di proteggere la salute del figlio  se non vogliono la fine dell’impero romano! Lo storico aggiunge che  non condivide il giudizio di molti che affermavano che Augusto lo avesse eletto  per le preghiere della moglie, spinto dal desiderio di farsi  maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Perciò dice: non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente/circumspectissimum et prudentissimum, abbia agito alla leggera  in un caso  di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato e virtù e vizi di Tiberio ed abbia trovato  maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto  che aveva giurato  in assemblea   di adottarlo nell’interesse dello stato  e che in molte sue lettere lo celebrò come grande  comandante militare ed unico sostegno dell’impero romano.

Professore, Svetonio in questo si allinea al giudizio dato da Filone  in  Legatio ad Gaium!.

Sono contento che ti ricordi che Filone loda entusiasticamente, da giulio, il regno di Augusto e quello di Tiberio ed anche i primi due  anni  di Caligola e ti invito a rileggere  Perché la casata di Erode e quella di Fiolne hanno in comune Ioulios /Iulius? E’ chiaro, Marco che Tiberio abbia ben governato l’impero romano: neanche secoli di critica contro la sua natura  austera da una parte e libidinosa da un’altra mostrata nel periodo caprino,  da vecchio  in riposo, evidenziata dagli scrittori Flavi, antonini e severiani, hanno scalfito il suo aristocratico sistema di guida dell’impero romano, anche se a lungo indeciso tra restitutio rei publicae e  stabilizzazione del principato! Noi lo abbiamo rivalutato giustamente nel leggere la figura di Seiano, quella di Pilato  e quella di Caligola ed abbiamo evidenziato, comunque  come positivo il quadro del regno giulio-claudio, nel suo complesso. 

Bene, professore, le ho fatto fare una grande digressione ed ora riprendiamo il discorso su Pilato. Non mi  voleva mostrare Pilato dal momento del suo esilio?  Riprendiamo da lì e dalla condanna di un giudice clemente, come Caligola!

Sembra,  Marco,  che Pilato sia esiliato con la moglie Procula a Lione dove muore .

Professore io ho molte domande da fare ancora sul regno di  Tiberio e sul comportamento dei pretoriani e quindi di Seiano e di  Pilato nelle varie circostanze di lavoro  ed ora anche su Procula. Io so  che è venerata come santa dagli ortodossi ed insieme al marito è celebrata in Etiopia come una coppia di santi e so che il suo nomen gentilicium è Claudia. E vero? .

Marco ritengo che  non ci sia relazione tra Procula e Claudia della tradizione cristiana  nata da un saluto  della II lettera a Timoteo (4.21) di  Paolo, prigioniero a Roma,  che scrive: ti saluta Eubulo, Pudente, Lino e Claudia e  i fratelli tutti quanti.  Sono leggende le notizie su Claudia  donna della famiglia Claudia, che non seguì  il marito e rimase a Roma, perché  divenuta cristiana! E’ una notizia  derivata di Ambrogio e da altri! .

C’è solo Procula, nome dato  dalla tradizione alla mogie di Pilato,   non esplicitamente  nominato  da parte di Matteo (27,19)che parla di un biglietto della moglie di Pilato che  sta esaminando  il caso di Gesù in cui si parla di un sogno della donna  e di una sua preoccupazione con spavento  per Gesù,  uomo giusto  indagato.

Quindi professore, lasciamo stare Claudia/ Procula  e mi parli dei pretoriani  che  agiscono in occasione  della  deportazione  degli ebrei in Sardinia , collegata alla cacciata degli egizi e dei maghi ed indovini peregrini.

Marco, tu sai che a Roma, come in  Alessandria, ad Efeso  e a d Antiochia,  ci sono forestieri, csenoi , che però pagano le tasse  e sono metoikoi  se svolgono attività commerciali e partecipano anche alle litourgiai; si chiamano a seconda della zona di provenienza e formano comunità  gelose della loro autonomia sia religiosa che sociale! Gli  ebrei, presenti a Roma da oltre due secoli,  hanno costruito una comunità iniziale di base aramaica, poi ellenistica, ed hanno 5 sinagoghe   con doppio rito uno aramaico ed uno  greco-alessandrino  e non formano una stirpe   unitia e concorde  in quanto i primi si servono della torah  e del testo mosaico  originale   mentre gli altri usano una vulgata alessandrina detta Bibbia dei settanta, greca  ed hanno  due sacerdozi diversi quello sadduceo e   quello oniade in connessione con la data di arrivo nella capitale romana.

Lei, professore, ci ha parlato spesso di questa differenza  in quanto i primi sono farisei venuti  all’epoca della loro condanna ad opera degli asmonei  e del  numero  considerevole di giudei  romani (non meno di 50.000)  e quasi tutti aristocratici anche se non mancano popolani svolgenti umili professioni di supporto  ai  ricchi gestori di emporia  commerciali e di trapezai banche,  obbligati alla caritas dalla Tzedaqah, ebrei alessandrini. Sono venuti  nell’urbe a scaglioni  e sono molti di stirpe regale asmonea esiliati da Erode ed altri erodiani  stabilitisi, infine,   per vari motivi, e prima e dopo la morte di Erode nel 4 a,C .  Da quanto ci ha detto deriva che delle 5 sinagoghe, attive al di là del Tevere,  la più grande sia quella più antica  aramaica chiamata Velia,  accanto alla quale c’era  anche una specie di scuola,   didakaleion, che insegnava  la legge mosaica  secondo musar, differente da quella  della paideia greca! .

Marco, dopo la morte di Augusto, Tiberio  ha tumulti in città e nelle  province, specie in Germania superiore e in Pannonia , controllate rispettivamente  da Germanico  e  da Druso Minore.  Perciò  il nuovo imperatore instaura un regime poliziesco  in Città con una specie di coprifuoco  per  un controllo della popolazione romana e specie di quella straniera, dando l’incarico proprio ai pretoriani  di Seiano, che vi aggiunge nel corso dei rastrellamenti quotidiani un corpo speciale di  spie, infiltrate tra le gentes peregrinae, externae,  con un basanisths inquisitore, che indaga  per la distinzione,  difficile per un civis- che ironizza genericamente sui curti Iudaei- tra aramaici e giudei ellenisti.

Tiberio sembra che  autorizzi un servizio  maggiore ai pretoriani  che ora assumono molti compiti   non solo quelli soliti, e perciò  sono ducenarii cioè pagati in modo  più alto rispetto anche ai vigiles e ai milites normali, invidiosi. Non ti  parlo  degli stipendi perché te ne ho parlato in altre occasioni.

Professore,  Augusto aveva scelto Tiberio  per i suoi meriti certamente, anche se era stato costretto dalla  sorte  a   farlo suo successore?

L’imperatore  certamente aveva  grande stima di Tiberio-nonostante una certa antipatia ottavia, equestre, per la famiglia claudia, nobile ed austera – in relazione alla sua  personale grande prudenza scatrezza, unite a forza  in una  fusione delle virtù di Ulisse e Diomede,  tanto da dire, ripetendo versi omerici (Iliade X, 246-7) : toutou g’espomenoio kai ek puros aithomenoio/Amphoo nosthsaimen, epei perioide nohsai/ se fosse con me anche in un braciere ardente ce la caveremmo entrambi, la sua avvedutezza è senza pari! –Svetonio  Tiberio XXI-. Una grande celebrazione pubblica è sottesa alla frase di Omero, che inneggia ai due eroi!

Quindi, professore, Augusto, pur  rilevando  l’ austerità di carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator (Svetonio ibidem)   convinto che possa  essere  l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.

Professore concordo con lei , dunque,  sulla  rivalità , celata, di Tiberio aristocratico  con   Augustus  eques, e sulla sua politica di  servirsi dei pretoriani  di Seiano   per abbattere i suoi nemici  Giulii, ma non riesco  a capire specie dopo la morte dl figlio,  la sua volontà di allontanarsi dalla città , dalla corte,  dal senato : mi sembra quasi un rifiutare  di  regnare e con volontà di lasciare libertà di pianificare un progetto di personale potenza al  suo ministro, ambizioso, ingordo nella sua  brama di  potere,  ritenuto subito dal popolo re dell’universo  rispetto all’imperatore re di un Isolotto!

Non capisco questo capovolgimento  che fu  una tragedia e specie per i Giuli  e per i loro  partigiani e che risulta anche una spaccatura nel partito claudio,   diviso in claudi tiberiani e in claudi seianei.

Marco ritengo che tu debba  prima essere informato sul rapporto tra il pretoriano e la casata tiberiana e poi tra  la famiglia di Druso Minore – Livilla sua moglie-  e  Seiano ed infine  debba conoscere meglio la figura  del capopretoriano -che deve fare i conti con Antonia Minore,  il reale capo della domus Giulia , la nonna di Caligola – Cfr. .Caligola il sublime cit. ) entrando  in merito ai fatti del settennio dal 19 al 26 d.C , e del quinquennio successivo quando mostro esattamente  la situazione  romana  di quegli anni .  E’ un lungo discorso di circa 11 anni  da cui si può dedurre  la successiva politica  apparentemente rinunciataria di Tiberio, aristocratico nauseato dalle lotte in famiglia e da quelle  politiche  cittadine  e senatorie, disgustato dalla sudditanza del senato stesso in relazione all’autokratoor,  perfino del pretoriano Seiano. Tutto questo sarà oggetto della  prossima discussione, se …campo!.

 

 

 

 

 

 

 

Il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico…ed affratella!

 

 

 

 

Il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico…ed affratella! -cfr. Il nostro dovere di Italiani -.

Spes sibi quisque (Virgilio Eneide, XI,309)

 

Marco, oggi, ti invio un messaggio speciale, quasi conclusivo delle mie risultanze incomplete ed imperfette, dopo anni di studio  storico e di traduzioni  mirate alla definizione del Christos umano e alla falsificazione della mistificazione religiosa del clero (e specificamente dell’Unasanta cattolica apostolica romana  ecclesia), del millantato Potere Medievale  temporale Sancti Patri et Pauli  e dell’attuale Stato del  Vaticano: il coronavirus smentisce ogni sapere religioso e scientifico… ed affratella!.

L’uomo,  nella disgrazia,  torna ad essere umano,  paritario, nel Kosmos, pars di un tutto,  particella vitale del creato, come ogni altro essere  animato ed inanimato, fraterno, accomunato dallo stesso destino mortale, cosciente della propria razionalità e naturalezza davanti al male, considerando la propria salvezza non un egoistico utile, ma un  bene comune universale, in quanto ognuno salvando se stesso salva il prossimo, in un allargamento infinito dell’onda benefica, in una coscienza nuova che il bene proprio è bene altrui

Cosa mi vuole dire, professore? Mi vuole forse indicare la via di aver spes solo in me stesso, uomo? “Ciascuno sia speranza a se stesso” non significa salvare se stesso, ma vale salvare l’uomo, in quanto si sottende anche il sacrificio di sé, adulto maturo?

Marco, a te, giovane, capire il pensiero di un  vecchio-bambino!. io so questo solo: ho lavorato per oltre cinquanta anni ad un problema circoscritto e limitato, al Christos umano,  con la volontà di  correggere o di limitare, di rimuovere l’errore del clero, che, superbo della sua  elezione, con la  divinizzazione di Gesù, figlio di Dio, Verbo incarnato, persona di una Trinità divina col Padre e col Paraclito, venuto a redimere il mondo dal peccato originale,  si è dato il  ruolo aristocratico di intermediario tra cielo e terra e di guida del popolo/laico, plebeo!.

Quindi, professore, per lei,  che avrebbe  vanificato il tentativo ebraico cristiano romano ellenistico  del Christos dio, si vanifica ora anche la funzione  sacerdotale della Chiesa e del Vaticano, in una visione fraterna, proponendo un sistema di vita  senza religio  e senza eletti, con speranza solo umana,  di fronte al Male del Coronavirus ?

Marco,  la fratellanza cristiana  è  la  logica stessa con cui si operò nel II secolo d. C., davanti alla peste, antonina,  descritta da Galeno, che sterminò un terzo della popolazione romana (20.000.000 su 60.000000) e che  determinò la decadenza reale dell’impero  a causa del successivo  tracollo economico – finanziario-amministrativo- burocratico, dapprima in Oriente poi nella zona danubiana ed infine  gallico-germanica occidentale! I cives dell’impero,  ammirati davanti alla serenità nella morte dei martiri, condannati perché renitenti alla leva,  desiderosi di ricongiungersi in una patria eterna celeste promessa dal  Clero di una ecclesia  katholikh, ben fondata sulla fratellanza universale della paideia ebraico-ellenistica, si sentirono abbandonati dagli dei  e… vollero… credere in  un dio soothr/salvatore!.

Oggi, dunque, professore,  col coronavirus, lei rileva  anche il fallimento della scienza,  accanto a quello  religioso,- che, comunque dà una speranza eterna, ultraterrena  all’uomo che si sacrifica  e soffre  accettando il male di vivere! – e considera difettoso il principio scientifico stesso  cibernetico, in una vanificazione di ogni theoria  dottrinale,  inadeguata a guidare in modo serio gli umani  nella  battaglia virale, in una dimostrazione di inefficacia, anche politica !

Certo, Marco!. Anche la  scienza, se assurge alla funzione di guida kuberneeths, diventa dannosa, evidenziando una  sottesa volontà di dominio sull’uomo, come se fosse  sovrana, per conto proprio! Sembra  che le risultanze scientifiche sono indipendenti, ma gli scienziati hanno valore solo se assecondano le industrie, datrici di lavoro, e fanno la gloria  delle aziende pagatrici. Gli scienziati, come il clero, al servitium della Chiesa e di Dio, hanno utili personali!

Per lei, quindi, professore,  dapprima esisteva  solo  la maestà divina, salvatrice nei mali, poi,  accanto, si è posta e sovrapposta  la sovranità imperiale dittatoriale, sacrale,  che ha guidato la massa popolare – universale gregge di fronte all’unico pastore-signore,  in caso di eccezionale tragica emergenza – in preda al phobos, alla salvezza! Ora, infine, il popolo è ben  guidato  negli stati dittatoriali da comitati scientifici, costituiti  da sudditi ben pagati, funzionari statali – fisici, astro fisici, chimici, virologi ecc., mentre,  nelle democrazie, la ricerca non ha libertà di parola, ma è controllata  dalle lobby, notarili e giuridiche  e medico- farmaceutiche, politicamente corrotte, amorali!.  

Come  prima non esisteva informazione corretta,  poiché non esisteva la scienza, ma solo la theologia( o theurgia), che risolveva tutto in paradosso, retorica e bugia, ora,  nella varietà delle  situazioni e delle  tante  e diverse forme costituzionali,  in relazione alla cultura  delle nazioni, connesse con gli ambienti geografici e con  la propria storia,   la confusione  è l’arma letale,  che, insieme  con la non univocità di comunicazione, provoca panico, riportando l’uomo alla barbarie primitiva, in ogni parte della Terra:  i probabili versi finali del De rerum natura  lucreziano mostrano la pazzia degli ateniesi, espressione di democrazia, che combattono per porre  i morti sui carri per il rogo, divenendo exemplum di non razionalità, loro, faro di civiltà ancora per la Res publica, dopo quattro  secoli circa!

Gli ateniesi, per Lucrezio Caro, epicureo (  98-55 a.C.), quei saggi ateniesi dell’ epoca di Pericle,  un tempo  pii, ora, di fronte alla  peste del 430/29 a.C.   non più uomini razionali e naturali, non più sereni, davanti al pericolo mortale, scoprono con immenso sgomento  il trionfo della morte sulla vita e, pazzamente sbigottiti, tornano ad essere bestie, arrivando perfino a  multo cum sanguine rixare, incivilmente, appropriandosi della pira altrui, per non abbandonare i cadaveri dei propri morti, per scrupolo religioso, dimentichi del diritto e dell’humanitas! cfr. De rerum natura VI,1285-86:   subdebantque  faces multo cum sanguine saepe/rixantes, potius quam corpora deserentur/ e ponevano sotto le torce, sostenendo spesso lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i cadaveri ! 

L’uomo,  rimasto per secoli sotto una falsa religio  e scientia,  scopre ora, all’improvviso la propria solitudine  davanti alla morte, non avendo conosciuto il vero valore del vivere,  che sottende il morire perché come essere formale, sostanzialmente non razionale  e non naturale, vive senza reale coscienza di vita, senza autonomia autentica, senza …fratellanza!  Essere fratelli nel Kosmos  sottende, oltre alla paritarietà, come primo dovere  la protezione delle fasce di età più deboli, già, per conto proprio,  ben disposte alla morte, anzi pronte al sacrificio per i figli e nipoti!

Tanti vecchi e  tante vecchie  sono, certamente, nel bisogno,   Alcesti, desiderose di dare la vita, senza  pretesa alcuna (cfr.  Euripide, Alcesti, 381:  Il morto giace  e il vivo si dà pace!) Marco, il vecchio-bambino, classicamente,  conosce che la sua vita  è quella della sua famiglia, che vive,  del figlio e del nipote – e che il suo sacrificio lo eterna!

Professore, dunque, bisogna proteggere solo – se si può! nessuno ama morire!-  chi già è disposto a morire serenamente, secondo natura e ragione, divinamente, come Tello ateniese (cfr.  Erodoto, St., I,29-33) convinto, comunque, che fa bene chi  preventivamente salva gli altri, salvando se  stesso, davanti al male comune,  essendo comune  ed unica la stirpe umana!

Bravo, Marco, e bella  la citazione di Tello soloniana!

Dell’humanità del figliuolo di Dio

La differenza tra prosopon  ed upostasis  di Gregorio di Nazianzo (Epistolario), unita ad un certo compatimento del prelato orientale per gli occidentali di lingua  latina – che traducono con imago  i due termini – è segno di una inferiorità linguistica,  rispetto alla ricchezza filosofica e teologica della cultura greca, che sfrutta l’uso grammaticale del genitivo soggettivo per l’assimilazione della qualità con l’essenza del possessore,  per cui la parola di Dio risulta equivalente ed equipollente a Dio è parola, l’amore di Dio  è tradotto cristianamente Dio E’ amore, la gloria di Dio  risulta Dio è gloria!.  Il piatto del passaggio dal Dio unico signore (monarca), ebraico,  alla Trinità cristiana con la cristologia, basata su Iesous Christos uios Theou,  che risulta Theos Christos uios estin, è davvero ben servito! .

 

Marco, conosci Dell’humanità del figliuolo di Dio?

E’ il titolo di un’opera di Pietro L’aretino (1492-1556), in cui l’autore fa un’organica esposizione dell’uomo-dio, servendo un piatto piacevole ed utile in conformità alla richiesta di riformismo rispetto alla riforma protestante!.

Professore, ma non si è sempre detto che l’aretino fece scrivere sulla tomba: di tutti disse mal fuor che di Christo,  scusandosi col dire  non lo conosco.?

L’aretino  è uno scrittore arrivista sia a Roma che a Venezia, e, dovunque si trovi, è desideroso solo di apparire e di godere volendo vivere come un re, anche se nato da una puttana.

Egli  aspira per circa un decennio a diventare cardinale e fa richiesta prima  al papa Clemente VII,  e perciò  scrive opere religiose per mostrare il suo singolare Cristianesimo, umano.

Ha già scritto i licenziosi Sonetti lussuriosi e i Dialoghi amorosi ed anche il Ragionamento della Vanna e dell’Antonia, fatto a Roma sotto una ficaia  e  il  Dialogo nel qual Monna Vanna  insegna alla figliuola, la Pippa, l’arte puttanesca?.

Certo. Dopo questi libri, già divulgati   Pietro  l’aretino, noto come uomo licenzioso, scrive Opere religiose, lette perché opera sua, divorata dai lettori aristocratici e mercatanti istruiti,

Professore, quali opere religiose? 

Marco, io ho  letto, oltre l’Umanità del figliuolo di Dio,  la Vita di  San Tommaso di  Aquino e La  Vita di Santa Caterina di Alessandria, opere successive alla prima, scritte  sotto Paolo III Farnese, per chiedere di nuovo, il titolo cardinalizio!  Sono opere ritenute non pubblicabili in un clima riformistico romano, che vengono poi autorizzate  solo in Venezia nel Seicento!.

Infatti la  nuova richiesta fu subito respinta ed archiviata da  Papa Paolo III  (1534.1545). Il  Papa Farnese  era desideroso di riformare davvero la Chiesa ed aveva chiamato a Roma Ignazio di Loyola, di cui accettava la fondazione dell’Ordine della Compagnia di Gesù ed indisse, poco prima di morire, la convocazione del Concilio di Trento (1545-1563).

Ambizioso, intrigante ed  opportunista l’Aretino, una linguaccia che si vende al miglior offerente!

Il  Cinquecento ha uomini di tal genere!

Di S. Tommaso di Aquino cosa dice?

Parla della sua vocazione e del suo intento di monacarsi come domenicano e racconta del proposito dei fratelli di dissuaderlo  col tentarlo, mediante una prostituta, oltre a narrare la sua carriera di studioso aristotelico e di professore parigino, come discepolo illustre di S. Alberto Magno.

Da pari suo, Pietro l ‘aretino, dapprima, presenta un giovane, di modi effeminati, intento alla lettura e allo studio,  nel castello  paterno di Roccasecca, accanto ad un caminetto, dove brucia legna. Poi mostra una porta che si apre e una donna bella, nuda, che si avvicina  coi lunghi capelli sciolti al giovane studente, a braccia aperte, sorridente!  Infine descrive la reazione di Tommaso, che, preso un  tizzone acceso, lo punta contro la vagina della donna che si gira, e, suo malgrado, mostra la bellezza del suo corpo di retro, mentre fugge impaurita dal  fervore del servo di Dio!

In conclusione l’aretino inneggia alla vittoria  nobile di Tommaso sulla creatura diabolica, sul diavolo che,  pur avendo le  bellissime forme femminili, è scornato perché impotente di fronte alla pietas  di un santo, già intento al servitium Dei /genitivo oggettivo, a servire Dio!

L’aretino  celebra così il trionfo della virtus della purezza sulla lascivia erotica! lo  scrittore mantiene il suo stile descrittivo e non si  discosta dal suo sistema di scrivere  pornografico, anche se tratta un tema religioso!.

E come mai scrive la storia di S. Caterina di Alessandria, ignota in Italia?

I tanti prelati, venuti per il Concilio di Ferrara e di Firenze (1438-1439) e poi dopo la fine di Costantinopoli, ora, vivendo a Venezia  avevano portato la storia di S Caterina di Alessandria e del Monastero di S. Caterina del Sinai  avendo parlato del roveto di Mosè che è ai piedi del Monte Horeb (oggi Monte Musa, che è a fianco dell’altro monte più alto di S Caterina).

Il curioso Pietro l’aretino  subito inventa la sua storia  sulla santa egizia, ora venerata a Venezia.

L’aretino, comunque. scrive questa storia su una  vergine  cristiana, morta martire a diciotto anni,(287-305), ad opera di pagani –  in seguito assimilata con la vicenda  di Ipazia, una scienziata pagana figlia di Teone, uccisa  nel 415  dai monaci parabolani, cristiani-.

La  storia  narrata è  mitica in quanto i dati non sono sicuri, anche se contestualizzata  nella metropoli di Alessandria  nel tempo (anno 305) in cui avviene  l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano   che intendono vedere come funziona la tetrarchia. Infatti la giovane Caterina,  rimasta orfana, è un ‘ereditiera molto  ricca,  molto bella che ha molti spasimanti in Alessandria, ma, una notte, sogna  la vergine Maria, che le  ordina di essere sposa illibata di suo figlio, Gesù.

La donna è felice di essere la numphh/ sponsa Christi, e come tale desidera convertire al cristianesimo  tutti i coetanei innamorati di lei ed avendo avuto una buona istruzione nelle artes liberales  sa ben parlare tanto da convertirli.

Accade però che nel corso del suo apostolato Galerio, successore di Diocleziano, invia ad Alessandria Massimino Daia  come suo Cesare  mentre Costanzo Cloro, ora Augusto, dopo Massimiano, ritirato a vita privata,  ha, a Roma, come Cesare Massenzio.

Il nuovo Cesare, ad Alessandria, convoca le migliori famiglie  romane e greche e tra queste anche quella di Caterina,  per avere  la proskunesis genuflessione  e l’adorazione tramite incenso e Caterina si rifiuta di incensare all’imperatore, perché cristiana.

Massimino, secondo legge deve punirla con la morte, ma  vedendo la giovane ricca e bella, la invita a discutere coi  suoi saggi, essendo segretamente  innamorato anche lui.

Perciò cerca di salvarla, affidandola ai suoi sapienti, ma Caterina con la sua fede e con la sua oratoria  riesce perfino a convertire i saggi di Massimino che, adirato,  li condanna a morte,  insieme alla donna.

Comunque, fa un estremo tentativo, convocando la donna, a cui. rivelato il suo amore, fa la richiesta di matrimonio. Avuto il rifiuto di Caterina, che afferma di essere sponsa Christi, l’imperatore, a malincuore, la condanna al supplizio della ruota dentata.

La sentenza viene eseguita davanti al popolo nella pubblica, piazza, ma la ruota dentata si rompe ed allora Caterina viene uccisa di spada,  secondo la legge, perché  cittadina romana.

La testa viene tagliata!. Miracolo! Non esce sangue, ma solo latte! Angeli prendono il corpo e lo trasportano nel Sinai, sul monte Horeb, presso il roveto ardente, dove  Mosè vide Dio ed ebbe le Tavole della legge!

L’aretino scrive, dunque, come un popolano credulone, senza sarcasmo, che racconta, partecipando  alla vicenda della morte di Caterina?! L’aretino scrive un’opera, volendo formare il cristiano come poi fa Tasso che vuole dare sanità con  la medicina  dolcificata all’egro /malato bambino, che la disdegna?

Forse. Marco!

L’aretino è un intellettuale di successo che fiuta i tempi nuovi e subito si accoda  seguendo il suo naturale istinto:   preso dal fervore religioso,  avendo il fine di aver il cappello cardinalizio, si finge bigotto e dà un exemplum di santità, semplice, piacevole a leggersi e vi aggiunge la storia della madre di Costantino, Elena, che, secondo i prelati ortodossi,  crea una comunità di  monaci per  onorare nel luogo santo, ai piedi dei  monte odierno Mousa e di quello di Santa Caterina, il corpo, rimasto  intatto, della donna,  costruendo un fortilizio- che poi divenne Monastero di S. Caterina/Monh ths agias Aicatherinhs nel 534 d.C., ad opera di Giustiniano, che lo fortifica con alte mura, perché insidiato dai ladroni del deserto-!. Insomma non solo rende bella ed attraente la storia della Santa egizia, ma documenta anche la vicenda connettendola con la tradizione copto-ortodossa, dandole una patina di storicità.

Dunque, professore, l’aretino scrive  un’opera pietosa, quasi assecondando la normativa preconciliare di Trento dei teorici commentatori dell’ars poetica di Orazio, che inclinano  all’utile aristotelico  cioè a moralizzare  il cristiano, edificandolo con esempi di santità,  cambiando  il sistema di  scrivere, volendo  non più delectàre  ma docère?

L’ humanità  del figliuolo di Dio  è opera di transizione, in cui si passa dalla poetica del delectare di Trifone Gabriele, di Bernardino Daniello e di Fracastoro-  che vivono in ambiente veneto a quella del docère di  Minturno, Varchi, Piccolomini, Castelvetro, cioè dal  platonismo edonistico del primo Cinquecento  all’utilitarismo aristotelico controriformistico, teso alla edificazione morale del cristiano del secondo Cinquecento.

Certo in questa opera ci sono parti in cui l’aretino anticipa il sistema del miscère  dulce et utile,  in cui, insomma, il birbo scrittore rinascimentale  mostra di comprendere  le necessità di cambiare del  suo secolo, nel momento del passaggio  della fine della autonomia italiana  con la morte di Clemente VII, ultimo principe nazionale – come già aveva visto Guicciardini -al definitivo passaggio dell’Italia, sotto il dominio spagnolo, evidente  con l’incoronazione a Bologna di Carlo V, in S. Petronio !

Leggendo questa opera, infatti,Marco, sembra che l’autore conosca l‘humanitas di Cristo  anche se controversa, in quanto segue la lettura dei  quattro Vangeli, anche se  cela la sua natura divina, forse per  essere  di esempio concreto ad altri che nell’ ambiente veneto ormai sono avviati verso altre soluzioni cristiane, anche in senso riformistico.

Comunque, Pietro l’aretino  fu un caso letterario  all’epoca, quando gli fu negato il cappello cardinalizio in quanto divise molti che lo sostenevano ed altri che si opponevano decisamente. Si ricordi che il suo editore Francesco  Marcolini da Forli ( morto nel 1559) fu  coinvolto nella difesa del suo autore, pur accusato da più parti ed anche da amici di falsa pietas.  Infatti questi  si scagliò contro i suoi detrattori e  perorò la sua causa per avere udienza dal pontefice  fiorentino,  affermando  che l’aretino diceva : So meglio credere a Cristo che essi non ne san parlare!.

In effetti tutti erano sorpresi della  sua conversione ai temi religiosi, certamente  connessa con i prodromi del concilio di Trento, le cui tesi  non erano più segrete  negli ultimi anni  del pontificato di Clemente VII, essendo note  l’indirizzo riformistico dei cardinali   Farnese e Carafa, ai prelati, che chiesero di bruciare perfino  l e opere  religiose dell’aretino, alla presenza del Tiziano, perché erano opere di un profanatore  e non di un credente. – Non allora si ottiene questo, ma solo nel 1558  si ufficializza la richiesta dei prelati  che diventa esecutiva contro Pietro l’aretino, reo di empietà nei confronti di S.Tommaso e di S Caterina;  le due opere, infatti, vengono pubblicate nel Seicento a Venezia, dopo  l’epoca sarpiana   e l’interdetto alla Repubblica veneta !-.

Mentre in molti vogliono la condanna dell’aretino c’è  la difesa con plauso del fiorentino  Niccolò Martelli (1498-1555), autore di Rime e di un epistolario, e di tante altre opere, amico di molti letterati e devoto discepolo dell’Aretino- dal quale nel periodo romano clementino, quando viveva a Roma  come un mercatante, fu avviato alla poesia-. Il Martelli sempre difese l’opera religiosa dell’Aretino anche  alla corte di Cosimo I, dove sembra che affermò: la Bibbia  è opera piuttosto  prolissa e mal capita, mal letta,  e grazie all’Aretino è ridotta a brevi e vere sentenze, capaci di arrivare all’anima!.

Professore, forse in quegli anni  davvero l’opera  dell’aretino, autore famoso,  ha una funzione di divulgazione  popolare delle Sacre scritture, come quella tentata da Lutero in Germania, con la traduzione della  Bibbia in tedesco, per dare  un libro da leggere al popolo, senza l’intermediazione latina  della Chiesa, depositaria del  testo ed unica interprete! E’ , dunque, un merito dell’Aretino l’aver volgarizzato il vecchio e il Nuovo Testamento, dandone perfino exempla?.

Marco, non mi sembra. La chiesa, al momento della  scrittura, nega solo il cappello cardinalizio! Comunque, Pietro l’Aretino è un precursore dei  tempi nuovi con la sua volgarizzazione dei  Vangeli,  avendo dato ai letterati, che hanno una triplice formazione latino-greco ed italiana, una possibilità di lettura reale del bios/vita  e dei logia  kuriou/ detti  del  Signore,  cosa fatta dalla Chiesa mai né per gli eruditi né per il popolo analfabeta.

Marco, bisogna attendere l’opera novecentesca  di Don Alberione, l’editore di Dio, il fondatore  dei Paolini ( Cfr. www.angelofilipponi, Don Alberione)!.  

Comunque, l’aretino  pubblica l’humanità del figliuolo di Dio  in Venezia, intorno al 1535, prima ancora dell’inizio del concilio di Trento nel 1545-   finito dopo 18 anni di dispute, contraddittorie solo nel 1563 –  in tre libri, compreso l’ultimo sulla Passio/passione.

Professore, come scrisse questo libro sulla vita umana  e sulla morte del figliuolo di Dio, crocifisso dai Romani?

Marco a me sembra che l’autore si rifaccia all’opera di Cipriano di Cartagine  e  al suo Vangelo e alla Bibbia africana, libri che precedono di oltre un secolo  l’opera di Girolamo (cfr. Girolamo e la traduzione in www.angelofilipponi.com ).

Bibbia e vangelo africano di Cipriano si possono conoscere dalle sue opere, le cui idee sottese furono combattute  dai donatisti,  seguaci di Donato di Case Nere (270- 355) che accusavano  i vescovi, che per salvarsi dalla persecuzione di Diocleziano avevano consegnato  i libri sacri ai magistrati, che chiedevano un atto di latria ai cristiani e quindi erano traditori (trado is vale  consegno). I prelati accusati si rifacevano al pensiero di Cipriano che giustificava i lapsi/ gli scivolati, e li riaccoglieva nella Chiesa, previa penitenza, reintengrandoli nella gerarchia sacerdotale. Ora la persecuzione di Diocleziano fu certamente più dura di quella di Decio e Valeriano. Comunque, Donato applicava un rigida moralità condannando anche i sacerdoti e vescovi nominati dai lapsi, convinto che Dio  chiedeva nella prova  il sacrifico della vita  e quindi non accettava  la penitenza come  compenso alla debolezza umana davanti all’imperatore. Il problema donatista  rimase a lungo  come eresia nella Chiesa e inficiava alquanto il pensiero del vescovo di Cartagine. Non è qui il caso di seguitare  a trattare il problema donatista, i cui reali termini non sono chiari anche perché lo storico Eusebio  confonde Cipriano di Cartagine  col mago Cipriano orientale, vescovo di Antiochia!.  Marco, comunque, in un epoca ancora sincretica – edonistica e utilitaristica – tra i teorici del platonismo e i teorici dell’aristotelismo,  l’aretino fa un ‘opera seria  di divulgazione religiosa  circa la passione, la morte e la resurrezione del Signore, secondo la tradizione cristiana, con tutti i mezzi dell’ arte retorica.

Non mancano certamente pagine piacevoli quando parla della bellezza di Maria  Maddalena perché forse indulge troppo a parlare di lei, come di una cortigiana honesta e della sua storia di prostituta  servendosi della forma retorica e delle trovate  lascive,  dilettandosi nella descrizione di scene piccanti erotiche. Certamente non è esatto nel trattare della morte degli innocenti bambini, strappati  dalle mani delle  madri ed uccisi dai soldati di  Erode il grande!. Non è forse  descritto  bene  nemmeno il momento del Battesimo di Gesù ma ripete la scena della apertura dei cieli e della  proclamazione della gloria del padre  e tanto meno  quello dei miracoli, dove l’autore cerca l’effetto per eccitare la meraviglia del lettore.  C’è il lui l’ arte dello scrittore di commedie e di tragedie, che attira la massa di spettatori! Anche nell’episodio del suicidio di Giuda che,  riconsegnato il denaro ai sommi sacerdoti, disperato per il tradimento, si impicca, c’è teatralità! Perfino nella disperazione muta di una madre che ha il cadavere del figlio sulle sue ginocchia, dopo la deposizione del corpo di Cristo  dalla croce, c’è la tragedia di un’ umile creatura che  non comprende il  grande piano salvifico divino e che non ha più neanche lacrime di dolore!

Professore, questa sua descrizione della deposizione del Cristo  mi fa  pensare alla Pietà di Michelangelo, uomo della  stessa epoca!

Che vai pensando, Marco? non c’è alcuna prova che Michelangelo abbia letto la Humanità del figliuolo di Dio! Comunque, Marco, il terzo libro, oltre agli episodi già detti, tratta anche  della resurrezione gloriosa del Cristo e della sua trionfale ascesa al cielo, tra lo stupore dei suoi fedeli apostoli, lasciati come testimoni della sua avventura umana e terrena.

In questa ultima parte è attenuata la solennità discorsiva  e quindi il panegirico e l’ artificio retorico, ma c’ è  sola e semplice esposizione narrativa con enfasi puerile, che sembra derivare da traduzioni latine di amici dell’opera forse di  Cipriano di Cartagine e,  perciò, l’umanità di Cristo rimane contenuta, propria di una creatura che ha comunque, un qualcosa di divino, secondo la lezione ciprianea, meglio conosciuta da Teofilo Folengo  (1491-1544), anche lui autore di un poema in ottave  in 10 Canti  su L’ humanità del figliuolo di Dio!

Che stranezza, Professore! Due popolari scrittori cinquecenteschi inneggiano a Cristo uomo, proprio in epoca vicina a quella controriformistica!

 

 

 

 

Il Genio/Genius

In memoria di Alejandrina Febles Romero

 

Quot capita, tot sententiae

 

 

Il Genio/Genius

 

Il  termine genius, in latino, ha una sua area semantica in relazione alla sfera di un Deus, protettore di ogni singolo uomo,  di cosa, animata ed inanimata, perfino delle azioni umane.

Professore, il termine latino  non ha, dunque,  attinenza effettiva col nostro genio che indica  volgarmente un elemento di eccezionali qualità e capacità, che si segnala, eccellendo in una qualche disciplina, come un antico Eroe – Teseo, Ercole-.

Non è questo  il significato di Genius latino! Marco. Tu usi genio  per antonomasia, cioè dici per traslato un nome proprio per indicare una sua  qualità o qualifica, servendoti  dell’attributo o dell’apposizione, ed allora chiami Cicerone  l’oratore,   S. Francesco di Assisi il poverello, Dante il poeta,  scambiando il nome proprio per quello comune (o viceversa, in quanto indichi col nome comune il nome proprio). Così facendo, entri nell’ area  semantica delle figure retoriche  e definisci impropriamente, in quanto, amplificando enfaticamente,  dilati il significato di chi è definito per antonomasia, in relazione alla qualità in cui eccelle, arrivando a dare valore di eccellenza anche in campi dove non c’è eccellenza, ma solo normalità.

Professore, lei vuole dire che io  generalizzo  per antonomasia e  per enfasi e, perciò, attribuisco ad un  soggetto la perfezione, pur sapendo che ciò non  è possibile in una creatura  umana e terrena, che ha i limiti  nella sua stessa natura. Cosa, allora, è  Genius per i latini? Lei  mi ha parlato di Genius  Augusti e mi ha detto di Genius luci et silvae, ma non ho mai capito bene e ho confuso il termine con ingenium/ingegno, avendo pensato al processo di aferesi. Mi può spiegare?

Marco,  preciso che con Genius non c’entra affatto Ingenium e quindi nemmeno  è accettabile il taglio iniziale di in di ingenium, nonostante  tentativi sincretici cinquecenteschi e settecenteschi! Ti dico  che il lemma Genius,  derivando dal ceppo indoeuropeo,  è dell’area di gignomai  greco e di gigno latino ed ha significato di chi genera vita. Perciò, il termine rimanda ad un Dio generatore di vita, che governa la natura dell’uomo, specie alla pars intima riferita, all’animus, che influisce sulla procreazione e sulla nascita dell’uomo  e,  quindi, esprime un  suo dio tutelare e compagno di vita tanto da determinare il destino, da dividerne gioie e dolori  e da seguirlo perfino nella morte, sopravvivendogli come Lar, specifico patronus.

Genius, dunque , è proprio di una persona o di un luogo  e risulta  una specie di angelo custode, come anima/principio di vita animale della persona stessa!. Lares e Penates sono la stessa cosa?

Marco, i lares sono  divinità di origine etrusca, poi latinizzate, che indicano  il focolare e sono domestici, familiares, privati e patrii e come imagines sono venerati in casa in un piccolo tabernacolo (aedes) o cappella (lararium), anche se si trovano nei crocicchi come lares compitales, o permarini o rurales, in quanto protettori del mare e dei campi. I Penates, invece, sono specifici protettori della famiglia  o delle famiglie patrizie, che compongono lo stato, anticamente come curiae. Si dividono in maiores e minores, in  statali e  famigliari e sono venerati di solito nell’impluvium  all’interno (penus) della domus.

Bene, professore! seguiti su Genius: la comprendo bene!

Marco, si conoscono i genii non solo di un uomo,  ma anche di luoghi  come protettori di case, porte, città, selve, monti, pianure: Orazio (Ep. 2,2,187)  parla  di case e colli  e mari,  affermando che ogni luogo o nazione,  perfino ogni azione umana è in relazione alla protezione del Dio ( o di una Ninfa) che impedisce la profanazione ed è favorevole, dopo intercessione, specie nei giorni a loro sacri o nelle feste designate dallo stato, in cui bisogna portare loro  fiori e vino oppure nelle ricorrenze dei genetliaci personali, in cui bisogna offrire focacce.

C’è su questo argomento una vasta letteratura con esempi di preghiere e  di scongiuri, di feste e  di organizzazioni solenni  in Virgilio ( Eneide, 5,95), in Livio(Ab urbe condita 21, 62,9) in Orazio     (Ep., I,7. 94); in Seneca ( Epist., 12,2),in Svetonio (Caligola, 27,3.) e  in  altri.

Ho già capito la religiosità del popolo romano in Ab Iove principium,/ek Dios archomenos,  ora la capisco ancora di più con Genius!.  Mi dica, però, professore se c’è alcuna congiunzione sincretica in un certo periodo della storia umana tra Genius ed Ingenium?

Sembra, Marco che il fenomeno di una certa congiunzione si sia verificato casualmente e che sia avvenuto  tra Umanesimo e Rinascimento, quando si mette in opposizione  l’Uomo e  Dio allorché gli umanisti, stanchi della theologia medievale, contrastivamente oppongono la sfera umana a  quella  divina, poiché  cercano di creare il mito dell’uomo faber/poieths, dopo la venuta dei greci ortodossi  per il concilio di Ferrara del 1438, prima ancora della  presa di Costantinopoli ad opera islamica nel 1453.

Dunque, sorgendo l’idea di uomo, artefice del mondo,  si ritorna al  pensiero greco-latino,  in una volontà di opporsi al Medioevo, e da  qui sorgono  Archeologia e  Filologia, due scienze tipicamente rinascimentali, con la ricerca dei manoscritti!.In questo clima pagano umanistico si dilata il termine Genius, che assume  i valori semantici sottesi in ingenium, che indica già la naturale disposizione dell’uomo superiore, razionale, che ha da una parte la tensione divina verso l’alto, to adrephbolon  e dall’ altra un atteggiamento vigoroso, passionale, pieno di entusiasmoto sphodron kai enthousiastikon pathos (Pseudo-Longino, Del sublime,VIII.1, a cura di Fr. Donadi, BUR,1991).

Senza entrare in merito all’ antica questione  tra Platone – che considera nello Ione il genio, frutto di entusiasmo – ed Aristotele, che  cerca una mediazione tra Poetikon e maniakon  e che rileva solo  gli effetti sullo spettatore, preso da da ekstasis e da ekplhcsis , dopo che ha accettato il to pithanon/il verisimile – si rileva una visione rinascimentale  basata sulla composizione di Genius latino con uomo dotato di intelligenza innata, unita ora  a chi ha acquistato e conquistato honores, grazie allo studio e al talento, in una certa disciplina, in cui si esplica la capacità intellettiva. Tale posizione composita assume valore nel Settecento,  quando si comincia a considerare il valore non solo  degli spontanei impulsi dell’animus,  ma anche si dà rilievo  ad una eccezionale forza creativa, in relazione all’originalità.

In questa epoca  si comincia a parlare  del Genio della lingua, Genio di  popolo, Genio di un secolo  ed anche di Geni della nazione –Dante Petrarca, Boccaccio-?

Si. Marco.

Da allora  si inizia  a parlare impropriamente di genio e se ne abusa:  è un titolo  non meritato da nessuno, ma utilizzato per  indicare  chi eccelle in una determinata disciplina e rivelando doti sovrumane (Marconi,  Fermi, Einstein ecc. ). In questo senso puoi leggere P. Zumthor- H. Sommer, A propos du mot “genie” in ZrPh LXVI (1950), un testo veramente utile alla comprensione generale del  termine.

Grazie, professore! Genius ed Ingenium hanno, dunque, due famiglie lessicali diverse con proprie aree semantiche!

Bravo, Marco!

Ab Iove principium

Mi vergogno per quanti, parenti ed amici, hanno  potuto ingratamente  e rabbiosamente maledire  ed invidiare la  mia ricerca cinquantennale su Christos con lo studio dei codici e il mio lavoro murario in campagna, pur avendo visto, settimanalmente, il sangue sulla punta della dita, e, specie, ora,  dopo un settennio, in cui mi sono annullato, per amore di Stefano, il nipotino autistico!

 

Si difende chi è falso, con la parola,/ con la parola chi è disarmato attacca;/ chi è immaturo offende con discorsi/il saggio legge, da vecchio-bambino, il codice dell’altro, tace e sorride!

 

 

 Ab Iove principium

Sembra che Virgilio  – Egloghe,III, 60- voglia dire con Ab Iove principium che bisogna, cioè, cominciare qualsiasi opera da Giove, avendo amore e timore del Deus, principio e fine di ogni cosa.

Professore, per un civis, seppure pagano,  senza aiuto divino, non c’è possibilità di successo, non esiste neppure la vita!.Principium , comunque, che valore ha nella cultura universale? Principium è  termine equivoco? ha significato diverso per la cultura giudaico cristiana e per  quella romano-ellenistica?  o, secondo lei  è la stessa cosa, interpretata da due opposte culture e tradizioni?

La tua domanda  mira, Marco, a comprendere se è univoca la duplice fonte da cui si origina da una parte Reshit -principium e da una altra archh-principium? Vuoi sapere se la cultura giudaico-cristiana e  quella mediterranea,fenicio-greco-romana  siano derivate dalla cultura sumerico-accadica?!o altro?

Se ti riferisci a quanto ho scritto in Creazione del Mondo, Premessa a Peri ths Moseos Kosmopoiias di Filone  in www.angelofilipponi.com posso aggiungere qualcosa circa l’impostazione manichea dominatrice della cultura Occidentale con la lettura di Agostino  afro, universalmente accettata  rispetto a quella  di Pelagio  britanno!

Professore, io rilevo che il mondo mitico pagano e poi quello mitico-magico cristiano sostanzialmente sono identici circa il problema del male e  perciò vengono  divise la sfera del divino e quella del terreno in una coscienza comune che ciò che è stabilito in cielo si attua necessariamente in terra, per cui necessita la forma sacerdotale! Il laico, professore, ha bisogno del clero!

Marco,  questa è l’effettiva tua domanda a cui non mi è facile rispondere, in poche parole! In linea generale sembra così, ma in specifico, ci sono molte varianti a seconda dei tempi  storici, una cosa vale  religiosamente nell’ottavo secolo a. C.,una nel periodo repubblicano romano  e giulio -claudio, una in età costantiniana e teodosiana, una in epoca  bizantina, una in quella moderna, una in quella contemporanea. Comunque, brancolo nel buio e devo fare molte distinzioni e non ho una risposta univoca. Posso, però, genericamente, dirti che tutto deriva dalla cultura sumerico-accadica, in cui esiste un tempo senza tempo, un momento atemporale nel quarto e terzo millennio a.C.,  in Mesopotamia, in cui esseri  primordiali vivono beatamente senza coscienza di nulla in una eterea  armonia di luce , in cui non esiste altro, se non una natura, prospettata in scritture cuneiformi sumerico-accadiche  – poi ritrascritta in cuneiforme assiro intorno al I millennio-  informe, pulsante di vita, in un insieme confuso,  universalmente materna, in cielo, in terra, negli spazi siderali, nelle profondità marine, in un unicum  ancora indistinto. Posso,  comunque,  aggiungere  che reshit, secondo la lezione ebraica di Mosè di Genesi  esprime una fase successiva in cui si attua  mediante logos  la volontà del  pathr che, creando il mondo origina  bene e male,  essendo  verbo divino divisore tra luce e tenebre  tra  la vita terrena e l’uomo, l’unico che sa e può leggere  la sua oikonomia divina.  Infine, posso dirti che Esiodo (Theogonia) cerca di porre ordine tra gli dei, che popolano i miti degli ellhnes –  dando una fantastica rappresentazione della presenza del male, come fenomeni naturali  abnormi, mostruosi, terribili –  creando un sistema organico razionale, scrivendo 1022 versi in esametro. Esiodo mostra  inizialmente il Kaos (da cui sorgono l’Erebo, la Notte, il Giorno)  e la Terra partoriente  Urano e il Mare,   mentre  da Ouranos – il cielo– nasce la famiglia dei Titani,  violenti,   come Cronos – il tempo-  ultimo Titano, che  mutila il  padre e domina sugli altri dei, finché Zeus favorito dalla madre Rea –  che per  scamparlo dalla morte dà  al marito  un macigno da ingoiare al posto del figlio – divenuto adulto, lo priva  del Regno.

Esiodo segna così  il passaggio dalla Signoria dei Titani alla monarchia di Zeus, come una trasformazione epocale in quanto alla bia-violenza si sostituiscono il kosmos ordine e dike giustizia sulla terra. E’ un evento  grandioso in cui, nella lotta  successiva con  ribelli titani non ancora domi, si  ridistribuiscono  i poteri  tra gli dei e si   stabilisce la civiltà tra gli uomini (greci e barbari) con un patto eterno tra le  potenze celesti e quelle umane,  suggellando così un nuovo ordo, da cui derivano i miti degli eroi con le unioni tra Dei ed umani, per cui la misera condizione  umana può sublimarsi, anche se   rimasta sotto il male,  che domina l’esistenza  dei viventi, pur capace di propiziarsi con sacrifici, preghiere e culti il Theos. Virgilio col suo Ab Iove principium ha l’idea di principe, di chi prende il primo posto (da primus e da capio) non solo nel parlare al senato e al popolo,  ma anche come potestas ed auctoritas tanto da riformare i costumi e lo statuto romano repubblicano  in imperium come imperator, augustus/sebastos,  dux/hgemoon  nikhths  felix, datore di pace di  giustizia  universale.  Ab Iove principium  equivale  ad avere la stessa auctoritas e potestas di Giove in cielo e in terra  e sottende  da parte di Augusto un’ assimilazione simile a quella del pronipote  Gaio Cesare Germanico Caligola con l’ektheosis, quando si dichiara Dio in terra e solo pastore del gregge umano!.

Virgilio, in epoca augustea sottende una piena sudditanza letteraria  al potere imperale  divino  in quanto l’uomo, gregge,  anche se ha ars  e  sapientia, senza Giove-Augustus, non ha  risultato alcuno, qualunque sia il suo campo di azione:  inutili sono le sue competenze tecniche e i valori individuali, perché ha mezzi umani di una creatura, anche se sa operare e fare opera grande! Senza Deus, non vale essere neanche faber/poihths! E questo vale per gli uomini e per la loro esistenza,  per le città e i loro monumenti, per la natura e  per le coltivazioni dei campi, per gli animali   e per l’allevamento del bestiame, in qualunque situazione e in ogni tempo.

Ogni costruzione umano-terrena  è destinata a cadere, in quanto umana e fisica: senza la protezione celeste non esiste un positivo fenomeno terrenol’umano in quanto terreno è proiezione celeste: la civitas hominis è imago della civitas dei; lo stesso tempo è proiezione dell’eterno!.

Non è il fare che distingue e rende migliore l’uomo, rispetto all’uomo, inattivo ed inoperoso, ma la fortuna! Eppure professore si vive senza Dio come materia e siamo destinati a tornarvi, mediante processi   meccanicistici e materialistici  in un continuum avvicendamento cosmico!Chi fa, comunque, non è superiore a chi non fa!  lo pensa, perché crede di aver una carica in più vitale, ma non lo è perché  c’è un compenso in ogni cosa e vivente; anzi chi fa, potendo vedere rovinato quel che fa, ha anche il dolore della perdita del suo lavoro! La vita di ogni cosa fatta è nelle mani del Theos, anch’esso soggetto al destino. Essere poihths, prapticos, appare una via alternativa ad essere theorikos, che è considerata la via vera ebraico-Christiana, contemplativa, di rifiuto della vita e di ascesi verso la teleioosis, la vera via verso Dio,  una sublime scala  dopo la rinuncia ad ogni azione, volere e pensiero terreno: si scopre il Theos, che è in noi, in natura, solo facendo le hayot/scalini  di una sulam/scala perfettiva!

 Ma è così? si tratta  forse  di una costruzione sacerdotale per consolarsi di essere finiti, limitati ed effimeri, con una pretesa ingiustificata divina!? Il sacerdozio regale, secondo Ario, afferma  di Mostrare Dio a parole, ma a fatti lo nega! Vivere è vivere, come tentare  di vivere pagano, come meglio si può, in relazione solo all’oggi e  a godere del presente, sperando anche  nel Theos onnipotente ed onnisciente, naturale padre, non provvidente, lontano, negli intermundia, celesti!

Essere soli è destino dell’uomo, che pur desidera vivere consociato, brama mostrare di saper fare, di creare uno spazio nella ricerca ansiosa di sé, anche senza mimesis/imitazione!.

Eppure l’uomo razionale, filius,  sulla base del suo essere uomo  e padre, ha voluto credere alla costruzione di un Theos,  che ha una sua oikonomia, un suo disegno su ogni individuo vivente animale e vegetale,  animato ed inanimato, su ogni elemento ed ha posto in parallelo il mondo celeste e il mondo terreno  dopo aver teorizzato   figure intermedie sacerdotali, che fanno comunicare il mondo di lassù con quello di quaggiù, avendo inculcato fin da bambini agli altri simili l’amore il timore per il dio, padre nostro, perché, essendo noi dotati di ragione e di parola, sappiamo vederne l’opera meravigliosa naturale, come prototipo di pater familias. Essi per vivere come re  predicano a loro vantaggio! E  il miracolo naturale non è solo per l’uomo!

Il fare  la volontà del padre diventa operazione di lettura di signa/semaia, inviati, a quelli, predestinati,  della sfera terrena, che hanno il compito di vivere conformemente a quanto deciso lassù, nella sfera celeste!

E’ vero?! Decifrare il codice divino, misterioso, è dare una spiegazione razionale di un piano salvifico umano e terreno come  segno di una creatività umano-divina, di un pazzo theios anthroopos, che solo da vecchio, divenuto vecchio-bambino, si accorge dell’inganno dell’esistere e della propria sudditanza!

Solo, malato, morituro, vede, tra bagliori e nuvole, l’inganno/panourgia  di chi, interprete,  lettore dei segni, si è fatto il dominatore della  sfera terrena  e scopre la phusis, rigogliosa, il vero theos, generatore  del tutto, materiale, mentre è invaso già da necrosi cerebraleIl suo vaneggiare, tardivo, aumenta il credito  della fides tradizionale, come pater familias decaduto, insensato, svampito!,

Professore, ora mi spiego la ragione per cui  Agostino, di impostazione manichea, orientale  ha il sopravvento su Pelagio britanno, di cultura celtica, occidentale?!

Agostino, avendo capito il mondo pagano, le fobie umane e terrene degli esseri viventi, sintetizzato confusamente  la matrice divina del bene e del male  sumerico-accadica, assiro-babilonese-persiano aramaico,  con la sua sincresi cattolica legge il piano terreno esistenziale, conformemente: è  un vir philosophus et astrologus, come Figulo e Taruzio, studioso di natura e storia come Cicerone e Varrone, un cristiano dalle mille esperienze negative, inchiodato ai principi del bene e del male! Agostino non ha inventato nulla, ha solo cristianizzato Platone e Filone di Alessandria! Su Agostino si basa il cristianesimo e il romanticismo idealistico!

Certo! Agostino  è un vir religiosus, un pater familias, attivo, come l’uomo latino che,  come il greco ed come ogni individuo di un popolo mediterraneo, ha pietas  tale da mitizzare ogni evento,  tendendo a riportare tutto ab ovo, alle origini e ad un creatore  e trascura l’esame del vivere in medias res, cosciente della sua miseria umana, desiderosa, comunque, di raggiungere la felicitas/ eudaimonia con makaria-beatitudo, grazie alla fides!.

L’uomo è mortale, come ogni cosa terrena, come ogni stirpe vivente, animale,  come la costruzione materiale di  Roma, la città eterna, che è il simbolo stesso del civis! Una città, utopica, anche se considerata con enfasi iperbolica eterna e divina, data l’eccezionale fortuna dell’Urbs romulea, pur nata da un fratricidio, sorta per un’unione illicita tra un Vestale e un Dio. Anch’essa  è cosa terrena peritura,  parte della natura visibile, ombra, babilonese, di quella intellegibile celeste!

E’una contraddizione, comunque,  la pietas umana! Il civis romano-ellenistico, agricoltore mediterraneo,  arricchito dalle culture orientali, sumerico-accadico- fenicio- caldaiche e da quelle gallico-germaniche occidentali,  sapendo di essere creatura, che vive, cosciente del kosmos, in cui è posto dalla sorte, come  pars di un tutto, ha  fiducia  nella sua sapienza artigianale di faber,  cosciente che niente può esistere senza Giove/Zeusdatore di vita  e  senza gli altri dei, che cooperano alla vita  agricola e al benessere universale!

Da qui, la  necessitas della preghiera arcaica  dei patres  familias, con sacrificio agli dei Consenti– Cfr. Varrone, De agricoltura I,5-6 –parentes magni. Iuppiter pater…Tellus terra mater; secundo Solem et lunam – quorum tempora observantur, cum quaedam  seruntur et conduntur; tertio, Cererem et Liberum quod horum fructus  maxime necessari ad victum: ab his cibus et potio venit e fundo; quarto Robigum et Floram, quibus propitiis neque robigo  frumenta atque arbores corrumpit, neque non tempestive florent. Itaque publice Robigo feriae Robigalia, Florae ludi  Floralia instituti. Item adveneror Minervam et Venerem, quarum unius procuratio  oliveti, alterius hortatum, quo nomine  rustica Venalia instituta. Nec non etiam  precor Lympham ac Bonum Eventum , quoniam sine aqua  omnis arida ac misera agri cultura , sine successu ac bono  eventu frustratio, non cultura/ grandi genitori, Giove chiamato il  Padre e  la terra la madre In secondo luogo invocherò il Sole e la Luna, le fasi dell cui rotazione si osservano quando si semina e quando si raccoglie. In terzo luogo invocherò Cerere e Bacco, perché i loro frutti sono indispensabili per la vita; infatti per opera di questi dei  il fondo produce cibo e bevanda.In quarto luogo invocherò le dee Ruggine e Flora, poiché col loro  patrocinio non si guastano né biade né alberi, ma fioriscono a loro tempo; pertanto, in onore della dea Ruggine  furono istituite pubbliche feste  I Robigalia e in onore di Flora i giochi detti Floralia. Parimenti venero  Minerva e Venere, la prima protettrice degli oliveti, la seconda  degli orti: In suo onore furono istituite  le feste rustiche dette Vinalia. Né mancherò di pregare Linfa e Buon Evento perché senza acqua  ogni genere di coltura  diviene arida e povera ; senza un buon successo  e una felice riuscita  non c’è coltura, ma delusione.

Professore, il sistema agricolo stesso, quindi, è religioso, e le festività sono il segno della celebrazione di questo rapporto tra cielo e terra, tra il deus e l’uomo, come l’antico rituale di preghiera omerico, coevo,  o come la theogonia esiodea successiva!?

Certo. Marco! La vita della natura /phusis  è espressione umana sacerdotale  di un collegamento con la Grande Madre, con Saturno e con la divinità olimpica successiva, regolatrice  dall’alto dei cieli  dell’intero Kosmos.

Il vir  latino,  specie in età arcaica,  (cfr, Plutarco, Romolo Numa), sotto il regno dei primi re,  assimilato  Giove con Tinia, etrusco,  ellenizzatolo come Zeus, lo  considera il seduttore della spartana Leda, trasformatosi in cigno, da  cui  ebbe  da un uovo -o da due?-  Castore e Polluce, Clitennestra ed Elena, concordando con  i greci,  che ricordano  nel tempio di Ilaria e Febe,  a Sparta, la vicenda con un uovo appeso, secondo Pausania – Perihgesis,  II,16,1-.

Professore, in Roma antica ci sono molti collegi sacerdotali, che hanno 12  membri come  gli Arvali, i Salii, i  Flamini,  gli Auguri, gli Aruspici, i Feziali, oltre ad un aristocratico ordo sacerdotum, destinato  alla triade capitolina. Sono, dunque, essi espressione arcaica di questo comune senso religioso dell’uomo italico, paleosabellico-etrusco, poi quiritario?

Il corpus  sacro-religioso, con i suoi  specifici rituali, servendo per la purificazione  dell ‘ager,  della familia, di ogni nato  nella comunitas, ha origini antichissime  e precede l’organizzazione del  clero e del culto divino di Hestia /Vesta e  di Mamars agricolo, quando ancora civilmente esiste solo la tribù, retta dal capo stipite patriarca, che autonomamente svolge funzioni sacrali e non ha bisogno di congregazioni  elitarie, essendoci ancora la rigida divisione tra Ramnes, Tities e Luceres.

Per lei la confederazione delle tribù determina il processo religioso ? Certo ogni tribù con un tribunus e 10 curie  ha vita autonoma, prima di Romolo stesso  e solo quando si collegano le varie gentes delle tre tribù si ha un’organizzazione sociale, nuova con un vertice  di potere, duplicato o triplicato, se congiunto con il sacerdozio,  garante della fusione  tribale gentilizia che ora si suddivide anche il territorio di propria spettanza, divenuto di comune proprietà, di diritto, riservando una porzione al theos, intorno alla città o nel cuore del Tempio.

Certo, Marco, la religiosità con pietas è grande nella  Roma arcaica, pastorale ed agricola:  Romolo e Numa, Tullo Ostilio ed Anco Marzio  e, poi,  i Tarquini etruschi con Servio Tullio, fissano i riti, secondo la tradizione  latina, sabina ed etrusca  e ci hanno lasciato documenti, comprese le leges  sacrae e leges  XII tabularum!.

Mi potrebbe meglio spiegare la loro religiosità, agricola, un cardine della nostra tradizione, mitica?

Marco,  cosa intendi per meglio?  Vuoi che ti provi con documenti ancora leggibili,  quanto dico? Non ti è sufficiente che riporti solo gli antichi riti e cerimonie lustrali delle tante corporazioni sacerdotali antiche di origine autoctona o etrusca?

Se lei non ha nulla in contrario, può riportare anche i testi per meglio spiegare a me e ai miei ex compagni in modo da poter  evidenziare anche a loro, la reale funzione storica delle diverse corporazioni religiose, che hanno funzioni proprie  nell’ambiente agricolo in connessione, poi, con gli eventi naturali- tuoni,  fulmini, pesti, strani accadimenti, come nascite mostruose, terremoti, straripamenti fluviali e maremoti –  anche in relazione al registro militare, basilare per una potenza militaristica come Roma.

Marco, non è facile, ma cercherò di farlo.

Ritengo che tutto parta dalla religio agricola  come superstizione, tesa a rilevare ogni accadimento quotidiano in quanto sono temuti i signa nefasta, a cominciare dall’uscita dalla porta di casa, al mattino:  da questo sentimento fobico c’è il bisogno di esaminare quanto avviene e trarre gli auspicia tramite un auspex, che è uomo addetto all’osservazione degli uccelli (auspicia  da aves  ed aspicio)   secondo  Cicerone – Repubblica,3,43 -.

Marco , dall’iniziale studio del volo degli uccelli  si passa all’esame degli intestini e del fegato di animali e anche dei signa  (come la starnuto, come  videre sidera, come  incontri fortuiti, come   sputare, inciampare sulla soglia di casa, trovarsi di fronte ad animali impuri,  avere contatti inavvertiti, colpire col piede destro o sinistro, salutare prima di una lustratio, come prevenzione dai mala e  dall’invidia altrui, anche fraterna e dalle proprie ombre notturne, dall‘incubo dei somnia !.

Tutto  è utile a  restare immune dal malocchio, dall’invidia, dalle ombre e dai monstra: catene,  ferro, pietre,  ciondoli, simboli apotropaici, arbores, imagines, rituali di preghiere, tipi di  maledizioni ecc. risultano  modi e forme di difesa, popolari.

La categoria dei sogni, è professore, anche essa,  massimamente, sotto indagine?

Certo| Marco. Specie i sogni coscienti ed incoscienti , con la distinzione tra lucidi/ onironauti  e non lucidi che  sono esaminati da interpreti di sogni di vario genere:  nell’antichità  ci sono interpreti classici, ebraici e barbarici in quanto, in qualunque epoca,  il sogno è oggetto di ermeneusis/ interpretazione a vari livelli! Tiresia e Giuseppe  figlio di Giacobbe, Daniele ed  Apollonio di Tiana  sono quelli più conosciuti; ci sono testi come quello di Artemidoro di Daldi –Oneirocritika,  a cura di  Dario Del Corno, Adelphi 1975- uomo del  II secolo d.C. , di  epoca antonina , esperto in chiromanzia e nell’arte augurale, attivo ad Efeso, vivente non lontano dal tempio  di Artemide.

I sacerdoti e  gli auguri, gli  aruspici, i chiromanti, i maghi  hanno bisogno del popolo, impressionato dai semaia /signa del Theos, desideroso di seguire l’orientamento degli interpreti?

Il religioso, come Apollonio di Tiana,  vive nel tempio o  nei dintorni,  e  mira ad indottrinare il laico, conosce misteriosamente  già la verità rivelata e la dà dogmaticamente, nemmeno ascolta l’altro: chi è dentro al tempio disdegna chi è davanti, ma fuori: il fanatico, che è nel fanum  snobba il profano e pontifica!. Siccome, però, gli serve – in quanto senza il profano non esiste fanum, né può costituirsi il collegium sacerdotale – il clero, autoelettosi,  crea l’apparato rituale, sulla base della credulità popolare, ed  avendo bisogno della massa credulona, deve necessariamente apparire sicuro interprete della volontà divina, seppure ineffabile, per un proprio utile e per un suo radioso avvenire, grazie al suo essere persona sacra. I sadducei, sacerdoti templari, avendo modelli  arcaici egizi e zaratustriani,  sono peggiori dei farisei, laici, che hanno forme mistiche proprie anche loro, come gli esseni e i terapeuti, espressione di una cultura associata e consociata più moderna, isolazionistica, della seconda  meta del II secolo a. C., come rifiuto della civiltà  ellenistica, in nome della vecchia tradizione mosaica!

Marco, senza imbrogliati non esistono imbroglioni, senza fedeli non esiste fides, senza laici non esiste élite sacerdotale, un clero, che vive bene  grazie alle fobie popolari, pur predicando sacrifici agli altri su questa terra col proporre un bene eterno, futuro, celeste!.

Un raggiro /panourgia secolare esiste già ai primi vagiti dell’uomo!Il cristianesimo giudaico ne è una radice fruttifera!

Ogni  rituale sacerdotale risulta perfino una scienza, di cui  i sacerdoti stessi non sanno l’effettivo valore  anche se ripetono giaculatorie e nenie  incomprensibili, ormai indecifrabili per gli stessi predicatori, dopo secoli di storia! Così diceva Cicerone ! Nel suo  De Deorum natura , 163,   l’oratore,  marcando con l’anafora multa, scrive: multa cernunt haruspices, multa augures provident, multa oraclis declarantur , multa vaticinationibus , multa somniis, multa portentis/molte cose vedono gli aruspici, molte cose  prevedono gli auguri, molte cose sono segnalate da oracoli, molte da vaticini, molte da sogni, molte da portenti

Tutti quelli che interpretano si sentono scienziati, che agiscono secondo  precise regole, dettate dagli dei, che hanno dato solo all’uomo la capacità di prevedere gli eventi, quando, invece, gli animali avvertono prima ancora dell’ evento, ogni cambiamento naturale, istintivamente?  

Professore, so di un grande rilievo, dato dai romani al Flamen Dialis? me ne dice il motivo?

Prima di spiegarti, devo dirti che penso molto al quadrato di Romolo che fece una Roma quadrata /Plutarco Romolo,9,4 e  che vide  12 avvoltoi (4 x3!), ritenendo che abbia un valore esemplare per la romanitas, segnandola in senso operativo, di una costruzione eterna, ben mitizzata in relazione poi alla speculazione pitagorica e neopitagorica  e mitica  della Sibilla, collegata misteriosamente.

Professore, ma è la theoria contemplativa di Filone, quella della tetraede?.

Si. Marco, Si , sostanzialmente è quella , ma sviluppata in senso giudaico -cristiana! E’ quella delle quattro stagioni, dei quattro venti  delle quattro colonne delle vita, dei quattro vangeli, dei  quattro cavalieri dell’Apocalisse, delle  quattro virtutes /aretai cardinali filoniane, dei 144000  preservati, giunti, tramite  il neoplatonismo ed Agostino,  fino a Bernardo di Clairveaux, che,  costruendo, si basa sull’angolo retto del quadrato con valore  generale di rettitudine. L’immagine del quadrato, essendo  proiezione nell’intelletto umano delle forme della Gerusalemme celeste, risulta  da una parte semplice perché la simplicitas è virtus  monacale che permette nell’umiltà, di accedere ai misteri e da un’altra perché trattare lo spazio partendo da un modulo  di base quadrata- che è possibile sviluppare in tutti i sensi secondo rapporti proporzionali fissi – è la soluzione architettonica più economica, suscettibile di essere riprodotta,  fra le case disperse  della congregazione e di essere applicata da quei bonificatori – i cistercensi-alla pianificazione delle terre  coltivate e dell’irrigazione in  quanto viene dato al fedele, durante il soggiorno nell’abbazia, la possibilità ( o l’impressione) di passare  dal mondo dei sensi al mondo dello spirito!

Dunque, i cistercensi seguendo la tetraede pitagorica,  quella filoniana e quella agostiniana, hanno anche una concezione ciclica della natura, secondo stagioni,  del giorno (ore 12 =4 x3) e della  notte stessa- 4 vigiliae di tre ore?

Certo, Marco, per  i pitagorici il 4 è sorgente, come per Empedocle, che contiene  le radici dell’inesauribile natura.

il quattro è detto natura di Eolo perché come vento  è vario e cangiante ed  anche Eracle  in relazione alla stessa idea di anno con cui si indicano le stagioni  e  i momenti del giorno (mattino mezzogiorno, sera e notte) e  lo chiamano tetlade (invertendo le liquide r e l) perché resiste in quanto  indica che il suo lato resiste al primo attacco dell’uno, facendo rimanere le dimensioni che sono tre e non più di tre ed per di più genera il dieci – Infatti tutte le cose del mondo  nel loro aspetto naturale e in quello  particolare, come anche nei numeri, insomma in ogni cosa  di natura, secondo Giamblico-(cfr. Giamblico, Il numero e il divino, a cura di Fr. Romano, testo greco a fronte, Rusconi,  1995)  -sembra che trovino il loro compimento nell’accrescimento naturale che giunge fino a quattro e ciò che è  peculiare e che contribuisce massimamente all’insieme armonico del risultato è il fatto che il numero 10 – che è gnomone e connessione/gnoomona kai sunochhen uparkhousan risulta  dalla somma del 4 con i numeri che lo precedono ma anche per il fatto che il 4 costituisce il limite della corporeità e della tridimensionalità. Infatti nel 4 sia come angoli che come facce si può osservare il solido più piccolo e che appare per primo, cioè la piramide, così come  il corpo più piccolo percepibile, che è costituito di materia e forma  ed è risultato tridimensionale consistente di quattro termini. Ne deriva che per avere una conoscenza sicura  e scientifica della verità degli enti bisogna conoscere  le quattro scienze matematiche 1. matematica 2. musica,3. geometria, 4. sferica. Il sistema stesso della gematria ebraica, dunque,  non è lontano da tale impostazione di Giamblico!

Per questo motivo, professore, dunque, il passaggio dal sensuale allo spirituale, dall‘inintellegibile all’intellegibile  si opera necessariamente con l’uso della ragione matematica  omnicomprensiva come theologia?

Marco,   il quadrato è il quadrato, figura razionale, utile a delimitare ogni luogo terreno , ogni cosa, ogni idea, anche per Giamblico (cfr. Teologia aritmetica, ibidem)! Le opere di Giamblico sono il fondamento della theologia come  sunagoogh,  summa pitagorica -cfr. B. Dalagaard, Gyamblique de Calcide, exégète et philosophe, Aarus,1972-.

La theologia dell’ aritmetica deriva, quindi, da Giamblico?

Certo , Marco, TA THEOLOGOUMENA THS ARITHMHTIKHS  è opera di Giamblico  che condiziona parte del pensiero  magico e numerico-letterale e, quindi,  ogni lettura medievale allegorica e la stessa gematria, con la pratica e con l’esercizio dei teurgi, esemplari per ogni tipologia di sacerdozio  e pagano e cristiano. Infatti i cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale, pari ai maestri di Teurgia!.

E’ un grande Giamblico?

Giamblico, nato intorno al 270  d.C.a Calcide di Celesiria, da nobilissima famiglia ituraica,  secondo  Eunapio (Eunapii Vitae sophisticarum, Romae,1956, V, 1,2,3 a cura di Giangrande),  sembra  che fiorì sotto Costantino il grande, morto nel 337 d.C., secondo Suda, e che fu discepolo di Anatolio un fautore di Porfirio, di cui fu discepolo, è  stimato a corte presso Costantino  anche se la sua opera, notevole, non ci è stata tramandata- direttamente-  ma è conosciuta  tramite  estratti di Proclo  e di altri Sui misteri egizi e  caldaici (cfr. Angelo Filipponi  in Capovolgimenti di strutture,significati e valori– Il quotidiano.It )

Ti dico solo che le sue affermazioni circa la spiritualità dell’anima sono determinanti per la costruzione  della  cultura giudaica e cristiana sulla  psuchh in relazione all’intelletto e alla scala  di valori degli elementi interposti tra le due entità:  non è questa, comunque,  la sede  di una discussione su questo argomento:  noi  stiamo lavorando  storicamente su  un millennio prima, per definire   il flamen dialis in epoca regia.

Giamblico, comunque,  ritiene che l’uomo con le  sue forze umane intellettive  filosofiche non può conseguire Dio, ma lo può solo con la teurgia. Non per nulla  l’imperatore  Giuliano lo considera uomo divino e  perfezione di ogni umana saggezza–  ritenendo che  già Platone in molti testi  avviava alla mantica e filosofia teurgica, cosa che rilevano poi  Proclo e i neoplatonici successivi come Simplicio e  Filopono e Stobeo ( cfr. Lo “storico” Cristiano).

L’ Henosis–  di cui si parla effettivamente in Misteri degli egizi –  impossibile da conseguire come unione con Dio con l’indagine razionale,è realizzabile col sistema teoretico  liturgico pagano, anche seguendo la mantica tradizionale:  infatti nella trattazione dell’uno e della psuchh/anima si vede una serie di elementi intermedi tra le due entità  per cui si giunge a Dio solo con la pratica  teurgica cioè coi rituali magico-religiosi che autorizzano la  comunione con gli esseri  superiori  divini ordinati gerarchicamente  tra l’individuo terreno e il Kosmos!.

Insomma,  professore, è Giamblico che  riconnette la tradizione sacrale pagana con la divinità  in una riscoperta funzionale  dei riti arcaici romano-ellenistici, usati ora dal teurgo del IV secolo d.C?

La figura del teurgo, Marco,  ha  in sé  i segni di quella pratica  arcaica druidica e pagano- regia, etrusco-paleosabellica,  ma sottende anche la funzione sacrale sacerdotale  giudaico-cristiana.

Anche, quindi, la figura del  flamen dialis, di istituzione regia, come il teurgo di Giamblico, Marco, ha un qualche  valore spirituale, pathetikos, ma non so dire esattamente come possa esserlo. Comunque,  ti aggiungo che in aramaico -gli iturei,  antenati di Giamblico, erano aramaici!-  si definisce con  stra’ahra   l’avversario (il diavolo/peirazoon) il male, il 666, l’altro punto di vista da tenere controllato, come oppositore al Theos  e l’uomo lacerato tra il principio di bene e di male, in quanto  nella creazione- secondo quanto tramandato da Enoch-  la vita pulsa, spinta da due energie cosmiche quella distruttiva luminosa e quella costruttiva tenebrosa, pur essendo  luce e tenebra fenomeni positivi poiché ambedue,  creati da Dio, sono   equivalenti come numero (aur/luce 207 -1 alef, 6 wau,200 resh-; tenebra/rtz 207- 200resh, 7 zain).   Perciò la tenebra è luce che si spegne,  la luce è tenebra che si illumina con la loro  congiunzione danno  come somma 414,  la massima perfezione!

Professore, io non la seguo e,  perciò, non volendo entrare nei calcoli cabalistici, improponibili, direi, assurdi alla comune razionalità e a  me ingegnere, la invito a  rimanere legato al tema, secondo la logica  romana arcaica, anche se  basata sui valori simbolici , secondo i procedimenti  neopitagorici di Giamblico! Ripartiamo, dunque dal flamen dialis, che  è un’istituzione arcaica, sacra per molte ragioni.

Certo, Marco, rimaniamo  attaccati all’epoca regia!  Dunque, Plutarco, che parla nelle vite di Romolo e di Numa del flamine, lo definisce   in  Moralia ( Quaestiones Romanae,III,)  incarnazione animata ed immagine sacra  del Dio – e considera l’aggettivo dialis  per indicare il fedele  di Zeus -da cui deriva il genitivo Dios– . Aulo  Gellio – Noctes atticae X,15,1-32-  riprendendo la lezione di Fabio Pittore, ne vede le funzioni e una serie di divieti e di doveri, comuni anche alla sua donna /Flaminica,  per concludere con l’editto perpetuo del  pretore circa i Flamini e le sacerdotesse di Vesta,   che non devono essere forzati a giurare.

Del Flamine, Terenzio Varrone –II liber rerum divinarum- scrive: egli solo ha un berretto bianco  e perché è il maggiore dei sacerdoti  e perché deve immolare a Giove una vittima bianca!.

Ti aggiungo, Marco, che il flamen dialis,  in quanto espressione della augusta figura di Zeus, essendo obbligatoriamente un patrizio, presenzia alle sedute del senato, ha diritto alla sella curulis  e veste di toga pretexta-con striscia di porpora- ed è preceduto da un littore! Infine ti  dico che, essendo una istituzione sacra  del tempo di Numa (Plutarco, Numa 1,20) ha diritto a portare un copricapo apex, un berretto di pelle,  sormontato da un bastoncino di legno, a cui è attorcigliato un filo  di lana.

Sembra, secondo alcuni, che il termine flamen  derivi proprio da questo filo del copricapo,  anche se altri dicono che ha origine da flo/soffio, che indica l’atto di soffiare sacerdotale  sul fuoco del sacrificio, in quanto deve fare il sacrificio  rituale a Zeus.

Professore, oltre al flamen dialis, che è uno dei tre  flamines maggiori, ci sono anche i minori?

Marco, i flamini maggiori  tenevano in contatto i romani con la triade capitolina (Giove, Marte e Quirino) e, perciò, si chiamavano rispettivamente Dialis,  Martialis e  Quirinalis e, già  con G. Cesare, il divino victor/nikhths, si ebbe  anche il flamine Cesaralis:  tutti erano nominati dal collegium Pontificum. I minori, 12 di numero, variabile,  tenevano in contatto gli dei minori col popolo: il flamine Cereralis con Cerere, quello Florealis con Flora, quello Carmentalis con Carmenta , quello Portunalis con Portuno, quello Pomonalis con Pomona ecc. La sacralità di tutti  era segno della concordia tra cielo e terra, simbolo di un’unione profonda  tra la volontà divina e quella umana indissolubile,  secondo la tradizione agricola mediterranea latino-greca.

Abbiamo qualche rappresentazione del Flamen dialis?

Io ne conosco tre:  quella di Publio Scipione, figlio di Cornelio nella tomba  di Scipione sulla via Appia,   quella di Augusto nel fregio dell’Ara pacis ed  quella di un ritratto  di Lucio Vero Antonino con apex.

Professore, i flamini  avevano qualche altra funzione?

Si. Marco ! quella del  celebrare il matrimonio patrizio della confarreatio, oltre quella di mantenere unite le curie   e di  provvedere al culto dei penati.

Come si svolgeva la confarreatio ?

Marco, era un rito secondo la tradizione,  già all’epoca di Romolo, e solo il flamen dialis poteva  celebrare il coniugium  di nobili imposto a due eguali per diritto : i due sposi  si  spartivano nella fase matrimoniale  una focaccia  di farro, alla presenza di 10 testimoni, con  promessa  giurata di condivisione dei beni  e della vita stessa, dopo la fase della coemptio, che era un vero proprio passaggio di potere della  potestas paterna  a quella del marito. Il flamen dialis è garante della persona della sovranità della donna libera  nella domus, per cui può dire Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia! Della funzione padronale della  domina  sono testimonianza i misteri della Dea Bona, una divinità  matriarcale, innominata, chiamata in molti  modi. che  sono esemplari  come espressione  della libertà morale della romana, specie  nei suoi riti , nella sua sfera femminile, nel suo campo muliebre, distinto rigorosamente da quello maschile.

Professore anche nei Lupercalia entra il flamen dialis?.

Certo, Marco .

La festa dei lupercalia del 15 febbraio ,- poi i cristiani molto tardi la cambieranno con la festa della Candelora, dedicata a Maria,- era una celebrazione pastorale intesa come purificazione del gregge e dell’urbs e quindi dello spazio del pomerio,  all’intorno delle mura cittadine, dedicata a Fauno /lupus e sua moglie Fauna e si rievocava l’incontro dei gemelli, Romolo e Remo, con Faustolo che li trovava al Lupercale- una grotta del Palatino  presso il Germalo,  sacra a Pan Liceo, in cui la lupa aveva allattato i gemelli- e li portava ad Acca Laurenzia/Lupa,  che si prendeva cura dei figli nati alla vestale Rea Silvia da Marte.

Un rito sincretico, dunque, Marco che raggruppava i miti della nascita divina  di Romolo  e del suo allattamento  tra i  pastori. Il nome deriva da due  solidalizi di luperci,- quello dei Quintili e quello dei Fabiani, a cui si aggiunse in epoca cesariana quello dei Giuli,- che correndo intorno alle mura, dopo il sacrificio di capre ( e forse di un cane-strano-!) ad opera del Flamen Dialis, con la fronte segnata col sangue  dal coltello insanguinato sacerdotale,  vestiti con le pelli caprine, divise in due liste,  pendenti ai lati,- come se fossero satiri/fauni- toccavano le pance delle donne, che incontravano, come augurio di fertilità (Ovidio, Fasti,II 282).

Augusto sembra che come flamen dialis  sfrutta la sua libidine, a cui resta legato tutta la vita,  secondo Svetonio  che, –Augusto,LXXI -scrive: circa libidenes haesit, postea quoque, ut ferunt, ad vitiandas virgines promptior, quae sibi undique etiam ab uxore conquirerentur/ Persistette nella libidine, poi, sempre, piuttosto pronto, come riferiscono, a deflorare vergini che gli venivano procurate da ogni arte e perfino da sua moglie!

Svetonio aggiunge che la libidine Antonio la rinfaccia ad Ottaviano, moralista,  nelle lettere, varie volte, e gli ricorda anche le cene segrete dei dodici  Dei  -Ibidem LXIX/ LXX- data la sua volontà di conoscere i segreti degli amici tramite l’adulterio con le loro mogli. Infine Antonio  gli ricorda  accuse vergognose, mosse anche  da parte di Sesto Pompeo, di essersi prostituito al  prozio e allo stesso Irzio in Spagna, tanto da paragonarlo ad un  kinaedus – Ibidem LXVIII- Si ricordi che circolarono voci di omicidio sulla morte del console Irzio dopo la battaglia di Modena e la fine dell’altro console Pansa, ferito nel 43 a. C!.

Lasciamo da parte i vizi di Ottaviano ! E’ vero che  Antonio – che fu il primo flamine di Cesare- fu anche un luperco giulio, augurante  il regnum al dictator, desideroso di fare il bellum parthicum, trattenuto da un detto sfavorevole  della Sibilla, nella festa dei lupercalia del 44 a.C.?

Si. Antonio, secondo gli storici, come magister del suo gruppo si presentò,  dopo la corsa, con una corona a Cesare e come suo flamine lo voleva incoronare, coram populo, mentre il dictator rifiutava  desideroso di averla in Senato, davanti ai patres  che lo dovevano riconoscere  basileus/Rex  per avere gli auspici favorevoli alla impresa parthica, ritenuta dalla Sibilla non fattibile senza il titolo regale.

Cesare, il pius , figlio di Venus, martialis,  non accetta, cosciente di meritare ufficialmente  il titolo  dal senato: infatti, entra nella curia per avere  auspicia fausta e trova la morte, gli idi di marzo dello stesso anno, 28 giorni dopo i lupercalia, trascurando i signa nefasta di sua moglie Calpurnia!

Comunque,  professore, trarre gli auspicia è connesso col mettere  pullarium in auspicium cioè  si fa  classica divinatio,  se si esaminano, col  custode degli uccelli sacri o polli,  le  loro azioni nel momento del cibarsi o nel beccarsi tra loro, e si agisce  di conseguenza   politicamente specie,  in caso di guerra o di tumulti cittadini!?.

La varietà augurale, comunque, Marco, è tale che bisogna esaminare i singoli corpi sacerdotali per comprendere realmente  il fenomeno del trarre auspici, specie gli aruspici.

Chi sono gli aruspici?

Sono sacerdoti di origine etrusca che sono dediti alla  aruspicina, una  vera  scienza , anche se si tratta di divinazione   specifica, basata sull’esame  scrupoloso delle viscere o del fegato. Sono quindi anche loro augures?

Certo, Marco,  sono augures ,  non auspices, ma aruspices,-  ar(u) fegato e spicio vedo-.

Gli augures  guardando il numero,  il grido,  il volo, la direzione  e l’ora dell’apparizione, oltre  al numero e alla famiglia degli uccelli, al  nitore del caelum, specie se sereno o nuvoloso o chiazzato senza nuvole  dànno il loro responso, sulla scia di Romolo che, avendo visto 12 avvoltoi- animali puri nella loro impurità di rapaci che non uccidono ma mangiano gli scarti degli altri- conformandosi  al verdetto celeste, prevale su Remo che ne ha visto 6: ogni segnale  del cielo è una  manifestazione  del miraculum  letto ed interpretato dal  collegium sacerdotale!.

In  De haruspicum responsis   e nella orazione di Cicerone  contro Clodio, che ha commesso vari crimini tra cui quello della profanazione di misteri della Dea bona, riservati a sole donne, mostra il valore delle corporazioni indignate contro il reo. Anche  gli arvali  insorgono perché  lesi nella loro professionalità in quanto garanti della feracità della terra e della donna!

Ricordo vagamente un frammento del Carmen fratrum arvalium, me lo può citare? Mi può aggiungere qualcosa per meglio qualificare questa corporazione sacerdotale?

Certo. Marco.  

Questi sono  i versi della tradizione arvale:

Enos Lases Iuvate/neve lue rue Marmar, sive incurrere in pleores/ satur fu fere Mars limen sali sta berbes/ semunis alternei, advocapit cunctos / enos Marmar iuvato / triumpe priumpe triumpe triumpe triumpe

Il testo, trascritto in Latino, vale.
Nos Iuvate  Lases/ proteggeteci o Lari (la s intervocalica non è ancora rotacizzata) neve luis ruinam, Mars, sinas incurrere in plures/ non permettere,o Marte, che la rovina della pestilenza si diffonda tra i più; Satur sis fere Mars/ sii sazio, o fiero Marte, limen sali/salta sulla soglia; sta verbera/fermati, batti ! Semunes-_deos- alterne (quisoee) invocabit cunctos/ ciascuno invocherà tutti gli dei ;  triumpe triumpe triumpe triumpe, triumpe/batti il piede tre volte.

Il canto dei 12 fratres arvales è lustrale, purificatorio  per i campi (arva)! I sacerdoti, portando i turiboli, incensavano in ogni direzione seguiti a debita distanza dai contadini, in processione, e passavano fra i campi coltivati  facendo la tripodatio cioè una danza campestre per la lustratio agrorum al fine di impetrare, a primavera, buoni raccolti e un pubblico benessere con augurio per la salute del condottiero militare/de ducis salute o per la vittoria finale /de victoria al comandante.

Gli arvali,  i saliarii  ed anche  i feziali  – un corpo sacerdotale addetto ai riti  augurali in caso di guerra da fare o di dichiarazione verbale  da proporre  erano corporazioni anticamente agricole, poi  trasformatisi in militari,  nel corso dei secoli,  a seguito di un costituzione singola di cerimoniali  specifici, che tipicamente li contraddistinguevano, anche con  gli abbigliamenti.

Se gli arvali erano seguiti nelle rogationes agricole, i saliarii avevano il loro seguito in città dopo la  trasformazione di Mamars agricolo in dio guerriero, dopo l’istituzione da parte di Numa dei XII Salii  sacerdoti del culto di Marte, custodi dei 12 ancilia/scudi sacri, apparentemente eguali. In realtà uno solo si diceva caduto dal cielo, ma Il re ordinò ad un faber di costruirne altri 11 identici, confondendoli.

Per suo ordine,  si costituì un corpo sacerdotale, addetto ai sacra ancilia,  i cui portatori  danzavano- salio vale danzo–  seguiti da  una processione di fedeli, durante il mese di Marzo, passando  per le strade di Roma, a volte anche  accompagnati  dai feciali  e da aruspici, se  incaricati in caso di  inizio di una guerra,  di trarre  auspicia dal fegato degli animali e di propiziarsi  il favore divino  con sacrifici,  con danze  e canti.

Professore, io ricordo  vagamente anche un carmen saliare! Me lo può recitare?

Ti scrivo il testo : divom em pa cante/ divorum eum/iovem patrem canite; divum deo supplicate/divorum deo suplicate; / quome tonas leucetie, prai ted tremont quod ubique homunes deivi, conctum mare:/ o Zaul, o domine, es omnium pater; Patulei, Cloesiesi ianeus, es iane, duomus cerus, es oinus  promelios Deivom recum.

Ti do una corretta interpretazione del triplice frammento, con traduzione: Deorun eum (Iovem) patrem canite, deorum deum  suplicate/Cantate Giove padre degli dei e supplicate il dio degli dei /cum tonas lucis auctor, praetremunt te  quot ubique homines divi, cunctum mare (quando tuoni o portatore di luce, si spaventano quanti sono in ogni luogo, gli  dei e tutto il mare; O sol, o domine, es  omnium pater/ o sole o signore tu sei a tutti padre / o Potulei,o Clusi, es ianitor, es Ianus /o Patuleo , o Cuseo- sono due epiteti di Giano- / tu sei colui che apre,  tu sei Giano/tu bonus creator es, unus promedius (maximus) divorum regum /tu sei il creatore buono, tu sei unico massimo tra gli Dei re.

Grazie professore! Ora, per mia curiosità, vorrei che mi parlasse dei Feziali.

Marco, ho intenzione di parlatene in un’altra occasione per illustrarti la figura di un Fetialis, in un affresco dell’Equilino del III secolo av.C.

Per ora  ti dico che essi formano  una corporazione di 20 patrizi,   depositaria del diritto relativo ai trattati di alleanza e all’atto della   di guerra (ius fetiale). Sembra  una normale corporazione sacerdotale  simile  ad  altre  di popolazioni sabine ed italiche, dello stesso statuto. Conosciamo i feziali da Polibio–  St., III 25 –  da Livio – Ab urbe condita  I 24,32 IX 5 -, e da Gellio,- Noctes Atticae ,  XVI,4 ed anche da  scrittori Cristiani

Si sa che i fetiales, andavano a due a due,  uno arava a nome del  popolo romano e si chiamava  Pater patratus, mentre l’altro  era chiamato Verberarius perché portava una zolla di terra come portafortuna  simbolica della patria.  Quando arrivavano in territorio straniero ed entravano in città,  facevano gli scongiuri e uno lanciava la lancia oppure affermava che  rimetteva  la  questione al senato. Di loro si conoscono strani comportamenti e molte maledizioni e contro  i nemici e  contro  il territorio, destinato alla rovina! 

Grazie!

Dunque,  professore, chiudendo il nostro lungo discorso su Ab Iove  principium, posso dire che si  rileva una profonda religio nella tradizione etrusco-latino-sabellica, e  si nota una dipendenza dell’uomo arcaico dal divino, tanto da poter affermare che da tale volontà di pietas derivi la funzione sempre crescente, prima,  del clero pagano,  poi  di quello cristiano, che ha condizionato storicamente  l’uomo, come pellegrino sulla terra!.

Marco, penso che si possa solo dire che  le corporazioni hanno  funzioni propiziatorie  tra il mondo del vivere quotidiano, terreno funestato da mali contingenti  naturali, transeunti e  quello ritenuto divino ed eterno della sfera celeste. Forse, oggi, nel terzo millennio, necessita un cambio di paradigmi in una ripresa della cultura sumerico-accadica,  di uno stato umano  primordiale naturalis, dove non contano affatto  l’Ab Iove principium virgiliano né l’a Christo principium agostiniano.

Dunque, professore bisogna invertire la rotta del  timoniere, kuberneths umano  e terreno verso una realtà astrale,operando  non più solo al pianeta terra  e  al  sistema solare e galattico , e fare paradeigmata cibernetici,  scientifici in direzione  extragalattica  non più  secondo la conformazione alla volontà divina superiore, ad un equilibrio cercato  dall’uomo occidentale pagano  -italico mediterraneo, in modo simile a quello orientale, seppure con pratiche e forme diversificate a causa  della millenaria cultura, rispetto  a quella  occidentale, più recente e barbarica!.

Certamente, Marco, non si deve più considerare  la civiltà come un processo  che va  da oriente verso occidente in una costante e progressiva superiore  acquisizione culturale, che cioè  la cultura civile e sociale va dai Sumeri e dagli accadi, agli assiro babilonesi, ai persiani,ai greci ai Romani e alle potenze romano-cristiane,  in un crescendo di esperienze  e di miglioramenti economiche e di avanzata scientifica razionalizzazione  fino ai contemporanei  processi cibernetici mondiali. L’uomo, che vive sullo stesso pianeta terra, può  godere oggi di una stessa civiltà, pur in diversi tempi e in diverse latitudini,  contrassegnato da un continuo progredire  anche se vi sono ancora zone in forte ritardo culturale!

Professore, in un mondo ormai piccolo villaggio, in cui la globalizzazione e il cambiamento climatico determinano (data l’avidità umana di alcune ristrette lobby, economico-finanziarie ebraico-cristiane, rispetto agli altri esseri animali e  al  sistema vegetale),   catastrofi apocalittiche-  di cui la recente pandemia è una prima  forma di avviso-, si può affermare che  solo  gli studi planetari  di cibernetica  possono indicare nuovi percorsi e formare itinera  graduali mediante signa  per il  futuro uomo – liberato dalle caste di  sacerdoti,   lettori di libri divini,  sibillini, di Bibbie, di Aveste, di Corani,-  guidato da équipes scientifiche che, con un vasto programma di ricerca interdisciplinare, matematico, possono dall’esame degli organismi viventi  e di sistemi naturali  ed artificiali  applicare  non l’ascesi mistica ma la conquista spaziale come nuova comunicazione tra viventi senza  Mosè, Zaratustra, Budda, Christos, Maometto,  secondo funzioni  tipiche degli esseri viventi?.

Marco, questa è una tua affermazione, da ingegnere, io da vecchio-bambino posso dire quanto riesco a capire  del valore della scienza e del pericolo delle caste sacerdotali, che con il sapere teurgico accalappiano le moltitudini!

Professore, vuole dire, comunque,  che non c’è più bisogno di clero, di uomini con apex , che comunicano  il  presunto volere di un Dio, che  forse neanche esiste, ma che c’è bisogno di conoscenza vera ed aperta per un popolo cosciente di essere  un mortale terreno, come i tanti altri fratelli  abitanti dell’universo, aspiranti ad una comunicazione paritaria  universale, non ad una colonizzazione greco-romana-americana  violenta! L’esperienza del Coronavirus del 2020 ha insegnato qualcosa in senso di fratellanza universale e di rispetto reciproco ai popoli  in relazione al male  dominante, al di là della religio, nello sforzo comune di salvezza, nella certezza di una vittoria conseguibile  solo con la scienza!. Dunque, non più classi  sacerdotali che  insegnano- tutti siamo maestri!-  se siamo scienziati, se cerchiamo di migliorare la nostra conoscenza e  tendiamo ad astra,  a congiunzioni non misteriose, né magico- mitiche, ma a reali  comunicazioni al di là di confini solari e galattici. L’uomo è uomo, una creatura, che ha in sé entità divina,  che, con l’errore, costruisce il suo cammino e scala il cielo, sapendolo non più popolato da Dei eterei, ma da elementi materiali, anche senzienti, di sostanza terrena, che hanno  una propria storia anche loro soggetti ad uno stesso Fatum-eimarmenh, in quanto mortali.

Certo, Marco, la religio pagana,  quella ebraico- cristiana-islamica e  quella  induista-buddista, nonostante i meriti,  cedono il primato alla scienza, unica salvezza per l’uomo, unica  fonte di benessere capace di comprendere il messaggio naturale nelle sue varie forme: non c’è sulla terra un’ oikonomia tou theou, un piano salvifico  di un dio  nella storia dell’uomo!

Professore, c’è solo un principium scientifico!?

Marco, col trionfo, però, della scienza c’è il rischio  di rendere automa l’uomo e di privarlo della pars affettiva e sentimentale, la sua reale ricchezza, tanto sfruttata dalla religio!

Lucio Taruzio

A mio cognato, Reno Mandolesi, fisico-astronomo, in occasione del suo compleanno.

 

Marco, conosci Lucio Taruzio?

E’ un amico di Cicerone, di Varrone e di Publio Nigidio Figulo! Un piceno, uno di Fermo!

Mai sentito nominare!. Se me ne parla, sono contento, così posso imparare qualcosa  su Cicerone e Varrone, oltre che su Publio Nigidio Figulo, un gruppo di Pompeiani, anticesariano!

Marco, ne parla Plutarco in Vita di Romolo,12.3-4: ai tempi dell’erudito Varrone, uomo romano molto competente in fatto di storia, un certo Taruzio (Taroutios), suo compagno-etairos- , filosofo, oltre che matematico (philosophos men alloos mathematikos), ma anche versato per puro gusto  speculativo nella ricerca astrologica, in cui era ritenuto  esperto insigne (aptomenos  de ths  peri  ton pinaka methòdou theoorias eneka  kai dokoon en authi periptos einai).

Tu conosci Terenzio Varrone di Rieti (116- 27 a.C) e le sue problematiche storiche antiquarie? Conosci la vita  e il pensiero moralis di Plutarco?

Si .  Più la  vita di Varrone che quella di Plutarco. So che  Varrone  scrisse molto sulla lingua latina, sull’agricoltura,  sulle gentes romane,  sulle familiae troiane e sulle Antiquitates rerum humanarum et divinarum, convinto assertore delle origini sabine dei latini, oltre che ricercatore di matrici greche di Evandro, arcade. Ricordo che lei, a scuola, ci  parlava di Terenzio Varrone come uno degli hgemones/ammiragli della flotta di Pompeo contro i Pirati,  che aveva sotto controllo la zona compresa tra Delo e la Sicilia. Mi sembra  di ricordare, inoltre,  che  Cesare  in Spagna fu attaccato da lui, propretore pompeiano, che non si comportò militarmente, in modo decoroso,  ma il dictator, nonostante questo,  lo incaricò, dopo Munda,   di costituire una biblioteca greca ed una latina, a Roma, come dimostrazione della sua stima letteraria verso la cultura antiquaria del suo avversario. So, infine, che dopo la morte di  Giulio Cesare si  salvò  fortunosamente dalla proscrizione di Antonio  e di Ottaviano  e  poté  iniziare la revisione  della sua immensa opera  di oltre 620 opere, compresa De agricoltura (I,4).

Ricordi molte cose di Varrone! Bravo e sai  che  ottantenne, come ogni buon contadino sabino,  invoca i dodici Dei Consenti, principali guida degli agricoltori- essendo andato durante le feste della semina (sementivis feriis), in aedem Telluris, perché chiamato dall’editumos/ editumo, custode del tempietto, dove incontra altri, tra cui suo suocero, che guardano una tabula picta dell’Italia- (Ibidem,2,1)!.

Parla di una tabula picta, professore? allora c’è in Varrone una prova di una tabula che precede quella di Vipsanio Agrippa, poi  diventata Tabula peutingeriana?

Il guardare in una parete da parte di cives, in attesa del ritorno del  custode templare, una tabula picta  nel tempietto della dea Terra, non credo possa significare un uso militare di tabulae geografiche, ma ritengo di non escludere che nel 39/38  a.C.  ci siano tabulae pictae dell’ecumene romano e specificamente dell’ Italia, utili per la  propaganda universalistica  di Ottaviano, allora, in buoni rapporti, con Antonio, a cui ha dato in moglie la sorella Ottavia!. Marco Varrone, a Roma,  è  considerato sulla base delle affermazioni  precedenti di Cicerone (Academica posteriora,19), il più dotto dei romani. Infatti   l’oratore  diceva  espressamente:  tu in ogni epoca della patria hai fatto luce  sulla base della tua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali,sugli istituti civili e militari sulla dislocazione dei quartieri e sui  vari punti,  sui nomi, sui generi e cause  dei nostri affari e divini ed umani! 

Davvero Varrone  aveva indicato  esattamente gli usi e  i riti religiosi paleosabellici, fusi con quelli etruschi dei romani e fatto ricerca sulle feste e  sui corpi sacri sacerdotali  e sulla fondazione  di Roma  e su Romolo ecista/fondatore,  forse  in opposizione alla doctrina  di Dionisio di Alicarnasso –Ant. Rom.I, 84, 3 –  specie in relazione alla morte di Remo con Faustolo e il fratello-   e a quella di altri greci,  compreso Strabone di Amasea (60 a.C.- 23 d C)!. Probabilmente la sua theoria era  appoggiata  e sostenuta da  Nigidio Figulo (98-45 a.C) uno studioso, neopitagorico,  restauratore in Roma del pitagorismo (Cicerone, Timeo I ), considerato mago da Svetonio, da Girolamo  e segnalato come  tale da Apuleio in De magia  42.

Professore, fu anche Figulo un  pompeiano,  che  segui il dux aristocratico a Farsalo?

Si Marco. Non si sa come e perché Figulo non fu tra quelli che, a Brindisi, andarono ad accogliere il vincitore, da  supplici,  come Cicerone e Varrone!  forse – è pensabile- seguitò a combattere tra i pompeiani a Tapso!. Per questo fu  catturato e non essendo stato graziato, fu inviato in esilio, in un luogo sconosciuto,  dove sembra che morì nel 45 a.C.

Si conosce il tipo di  di neopitagorismo, adottato da Figulo?

Sembra che il suo indirizzo sia non moralis e filosofico, ma  astrologico e divinatorio, con tendenze alla scienza  augurale, visto l’elogio fatto da  Lucano in  Bellum civile, V. 639-672, considerata l’avversione  successiva  di Tiberio Imperatore, che, da politico,  reprime ogni pratica magica-  apparendo strana e contraddittoria la sua condotta in quanto, pur essendo  amico di Trasillo,  è ostile ai presagi e ad ogni forma astrologica e perfino al poema dell’alessandrino romanizzato, Manilio (Astronomica)-!

Vengono ricordati altri libri di Figulo!?

Si. Ci sono rimasti, però,  solo frammenti di  De  extisliber auguralis De sphaera graecanica  et barbarica,  de diis, de ventis e  de somniis.  Agostino lo ricorda in De civitate Dei V,3,  per essere stato il primo a formulare l’idea del vorticoso giro della terra, dopo il suo ritorno dalla Grecia/ a Graecia regressus, se didicisse orbem ad celeritatem rotae figuli torqueri/ aveva appreso che la terra gira con la rapidità del torchio del vasaio.

Allora, da Publio Nigidio Figulo/il vasaio-,  da Varrone e da Cicerone deriva la scienza astrologica del fermano Taruzio?

Non credo che sia così, Marco!. Penso che Taruzio abbia una sua formazione  che,  fusasi con quella autoctona familiare ed italica paleosabellica ed etrusca,  a contatto con gli scienziati alessandrini, portati da Cesare, al fine della riforma del Calendario,  abbia maturato una sua scienza astrologica, comune ad altri, come gli esseni, dello stesso indirizzo pitagorico. Comunque,  Varrone sembra che lo abbia in grande considerazione  per la sua cultura filosofica ed astronomica, anch’essa certamente eclettica e sincretica come  quella dei suoi compagni pompeiani,  etairoi antiquari e bibliotecari, legati fra loro da vincoli di etairia!. Sembra che il fermano abbia un suo tipico modo di osservare il cielo, come quello caldaico,  e che, quindi, sia un insigne scienziato, capace di fare calcoli magici, da magoi, da caldei, non da goetes ciarlatani, allora in voga a Roma, come, poi, all’epoca di Plutarco (48 d.C -126/7 d.C.), nel II secolo d.C.. E sembra che la sua concezione celeste– che cioè quanto succede lassù  determina quaggiù la vita naturale dell’uomo- sia condivisa dagli altri etairoi!

Comunque, Marco,  la sua origine paleosabellica – da cui il nome di taruzio /caruzio attestato da Plutarco stesso nella sua seconda versione circa il mito di  Acca Larenzia,  che sposa un certo Taruzio uomo vecchio e ricco,   che lascia ogni avere alla donna che, poi, lo cede in maggior parte, per disposizione testamentaria/ kata diathkas, (Romolo,4,4) alla città – fa pensare  ad infiltrazioni etrusche  nel basso piceno,  già sotto il  controllo locumonico dalla fine del V secolo a.C!. Inoltre non sono escluse acquisizioni astrologiche magiche  in Asia Minore o in Grecia,  che maturano la sua formazione culturale pitagorica.

Plutarco  aggiunge che Varrone propose al piceno, etairos, di calcolare, risalendo all’ indietro nel tempo, il giorno e l’ora di nascita di Romolo, in base agli influssi astrali, facendo ricorso agli stessi procedimenti, con cui si risolvono i problemi di Geometria  – Romolo, 13,4 -.

Marco, si è tra geoometrai – non ciarlatani religiosi- ,  che devono risolvere geoometrika …  problhmata,  con procedure scientifiche, secondo il metodo del trattato astrologico /h apotelesmatika technh!. Quindi, professore, lei vuole dire che Taruzio è accreditato di un proprio procedimento scientifico, in relazione ai mezzi dell’epoca, di tipo alessandrino.

Lo scrive Plutarco, che ha vasta cultura sacerdotale ed oracolare, non solo storica e filosofica, avendolo avuto impresso, con la virtù, dal padre che, insieme al nonno Lampria, gli aveva insegnato le cose sacre,  la consuetudine alla meditazione, lo studio della  filosofia e della matematica, apprese  da Ammonio, scolarca dell’ Academia, ad Atene!  Testimonia la scientificità del procedimento del Piceno Plutarco, un rappresentante politico e religioso della città di Cheronea, un  ierofante, che tratta affari con proconsoli romani, che viaggia  per la Grecia, per l’Egitto e per l’Asia Minore come autorizzato dai concittadini ad andare a Roma, dove  romani vanno ad ascoltarlo e a consultarlo  per udire la sua parola  di fede in un Dio/Theos   e di certezza della sopravvivenza dell’anima!.

Fa questa testimonianza Plutarco, un uomo dell’oracolo di Delfi,  che  ha tra gli uditori uomini come Aruleno  Rustico, discepolo di Peto Trasea, poi fatto uccidere da Domiziano!.  Plutarco è degno di stima,  anche dopo il ritiro in patria, come uomo animato da sentimento filantropico  e da desiderio di giovare agli altri, come discepolo dell’indirizzo morale di Epitteto, filosofo stoico, cosciente di essere pars del tutto come una cellula del kosmos, che, col suo, pur privato,  ben fare, può  alimentare il bene universale, convinto non di cercare un utile proprio, ma quello della patria intera terrena!

In Consigli  agli inquieti (Moralia)  infatti Plutarco  dice contro chi lo dileggia perché  intento alla misurazione  di una tegola o al trasporto di calce impastata  o di pietre: non lo faccio per me a tirar su questo edificio ma per la patria!

Plutarco –  ricorda, Marco!- è uomo che ha il riconoscimento da Traiano  di una dignità consolare, poi, anche ribadita da  Adriano! E’uomo conforme al pensiero antonino!

Dunque, professore il fermano è considerato da Plutarco  quasi come un suo modello, come una luce razionale  per gli altri !

Io penso, Marco,  come  Vincenzo Cilento  (Diatriba cinica e dialoghi delfici Sansoni, Firenze 1962,p.XXIII), che Plutarco seppe mantenere una tipica dignità anche in un’epoca dove c’era critica specie per  gli oracoli, compreso quello di Delfi,   e celebrare i riti misterici  con scrupolo religioso dell’oracolo delfico, seppure scaduto, come estremo appello alla ragione!.

Per lei, quindi, professore il piceno  anticipa lo stesso Plutarco  nella speculazione magica,  avendo un qualcosa di divino nella sua   predizione astrologica, quasi una visione misterica eleusina ?

Marco, io penso di saper vedere i limiti scientifici  dell’epoca di Augusto  e di saper leggere  le riforme dello stesso Ottaviano, tese a ripristinare il culto arcaico e la tradizione quiritaria, ridicolizzata già da tempo, dalla razionale  superiore cultura ellenistica orientale,  e  comprendo che in Taruzio ci possa essere  una  certa scientificità, secondo i canoni epistemici  alessandrini, relativa al tempo e alla  stessa professionalità di uno studioso, astrologico e filosofico, ben inserito in un gruppo di compagni eruditi, antiquari!. In questo senso l’autore fermano anticipa  il razionalismo e il naturismo  di Moralia e il moderato equilibrio storico  di Vite parallele di Plutarco,  avendo, comunque,  gli stessi difetti, irrisolti,  del pitagorismo e  dello stoicismo del I secolo a.C, rispetto al principato di Augusto!

Plutarco, dunque, trattando del procedimento di Taruzio, scrive : infatti, si segue quello stesso procedimento usato  per predire  la vita di un uomo, sapendo il tempo della nascita, e per ricercare la data di nascita  conoscendone la vita/ths gar auths theoorias  einai, khronon te labontas anthroopou genéseoos  bion proeipein, kai biooi dothenti thereusai  khronon

Professore, il fermano, però, è ritenuto da Varrone, da Terenzio Varrone reatino, uomo in grado di  calcolare, tramite i segni astrologici, ogni fenomeno naturale celeste.

Certo. Da Varrone,  Taruzio è così stimato!.

Infatti Plutarco dice che fece ogni cosa  come richiesto e, pertanto, studiando le vicissitudini e le imprese di Romolo, mettendo, inoltre, insieme informazioni sull’arco di tempo,  in cui era vissuto, sul modo in cui era morto e su altri particolari simili, ebbe certamente un gran coraggio a dimostrare che il concepimento di Romolo era avvenuto nel primo anno della  seconda olimpiade, alla ora terza, del ventitreesimo giorno del mese, che gli egiziani chiamano Choiax, durante un eclisse totale di sole, e che era stato dato alla luce il ventunesimo giorno del mese di Touth, all’alba,  e che, infine  Roma era stata fondata da Romolo il nono giorno del mese di Farmouthi,  tra la seconda e terza ora (Romolo,XII,5-6).

La relazione, forse scritta,  dello studioso a Varrone è, dunque, questa e sorprende  perfino Plutarco che parla di coraggio e di virilità /tetharekotoos kai andreioos  da parte  di Taruzio capace di determinare il preciso concepimento di Romolo  il 24 giugno del 772 secondo il calendario riformato cesariano, e la sua nascita il  24 Marzo  771, all’alba,  durante un eclisse totale di sole e perfino la fondazione di Roma fissata, però il  4 ottobre  forse del 754

Taruzio, professore, fa un errore di calcolo, piccolo, ma sempre errore, che sembra corretto da altri, forse da Varrone stesso,  che  determina un periodo di 12 giorni, che è la durata della festa  delle Palilie, celebrata dal 9  al 21 Aprile  del 753 a.C., secondo tradizione agricola!

Professore,  si è conosciuto il correttore dell’ errore  di Taruzio e  nemmeno chi  fissò la tradizione al 21 aprile del 753?

Non si sa esattamente, Marco. Si sa che Plutarco accetta la data  indicata da Taruzio e da Varrone, quella  del 9 aprile  collegata con le Palilie, feste pastorali dedicate a Pale, che iniziavano proprio in quel giorno e terminavano il 21, e fa un suo commento, convinto che si possa fare in relazione alla posizione degli astri: pensano/oiontai infatti  che  le vicende di una città, come quelle degli uomini, abbiano un tempo ben definito/ kurion…kronon, che si può calcolare in  base alla posizione in cui si trovano gli astri al momento della sua fondazione -ibidem-.

E’chiaro che, comunque, ha dubbi- evidenziati dall’uso della terza persona plurale!- nella conclusione definitiva, che diamo così come è scritta, senza commentarla, consapevoli del pensiero generale greco  di Plutarco sul problema: Alla tauta men isoos  kai ta toiauta  tooi csenooi kai perittooi  prosacsetai mallon h dià to muthodes enochlhsei  tousentugchanontas autois/ queste e tante altre analoghe notizie, certamente,  data la loro peculiarità ed eccezionalità, possono risultare per chi le ascolta interessanti e piacevoli più che noiose per la loro natura favolosa-  Ibidem-. Di conseguenzaMarco, si potrebbe dire che  Taruzio,  pur dimostrando  in relazione all’eclisse di sole, non è unanimemente accettato,  in quanto ci sono diverse opinioni  nel mondo greco orientale e  in quello latino occidentale, sulla data della fondazione di Roma, che veniva variamente fissata.

Forse le critiche vennero dalla pars  orientale, che, pur basandosi sullo stesso evento dell‘eclisse di sole, fissava la data del 21  aprile 753, a detta di  Plinio il vecchio, che ne parlava,  trattando del De astris di Taruzio!.

Infatti, dopo la pubblicazione delle due  monumentali opere di Tito livio- Ab urbe condita libri CXLII-  e di Nicola di Damasco, Storia universale libri CXLIV-  forse riprende il dibattito tra  gli occidentali e gli orientali,  che si rifacevano letterariamente  gli uni alla theoria di  Fabio Pittore  e gli altri a quella di  Diocle di Pepareto,  per definire la  questione della data della nascita di Roma, rimasta in sospeso a lungo, per secoli.

Marco, si ha una certezza  storica solo  quando  un decreto del  senato e del popolo di Roma, approvato dall’imperatore Filippo l’arabo (244-249 d.C.)  stabilisce di celebrare il saeculum miliarum, il millesimo anno dell’Urbe, il 21 Aprile del 248!

Si era giunto, nel frattempo, dopo due secoli e mezzo ad una concordia sulla data della fondazione di Roma: Domus regnanti si erano avvicendate (Giulio -Claudia, Flavia,Antonina, Severiana) fino ai tre Gordiano, a Massimino il Trace e a Filippo il traconita, che regna dopo  la sconfitta di Mesiche, a seguito della tregua ingloriosa  coi Persiani, sasanidi, e della morte di Gordiano III nel 244, mentre i Carpi aprono le ostilità, fronteggiati dal legatus  Decio, destinato ad essere  il primo imperatore Illirico-(cfr. Iordanes, De origine actibusque Getarum, 16,43).

In questo lungo periodo, dunque, si ebbe la concordia sulla data del 21 aprile 753?

Si. Comunque, non si seppe mai chi aveva spostato la data indicata da Varrone e da Taruzio fermano, morto probabilmente negli ultimi anni del I secolo av. C., sotto il regno di Augusto!.

E…bravo Taruzio! Perfino un cratere lunare porta il suo Nome!

Perché scrive Jehoshua e non Yehoshua?

Professore, perché, scrivendo Jehoshua o Iesous?, lei, che conosce bene che iod aramaico ed ebraico si rende di  norma con Y, ha scelto la dizione di Gesù,  Geova, Giosue  con l’uso di J  palatale?

Marco, tu sai che l’alfabeto aramaico ha lettere, che sono consonanti,  e che  Iod, la decima,  si suole trascriverla come Y,  ma  questa in greco e poi in latino e nelle lingue romanze ha un doppio valore di U  e di I  vocalico, anche se, come I,  è consonante – se è all’inizio di termine ed è seguito da vocale, oppure, quando è in positio media tra due vocali -.

Dunque, lei ben sa che da Iod derivano e Ypsilon  e Iota, nona lettera greca?

Certo, Marco, ma so anche che iota greco, iniziale,  seguito da vocale, ha valore non gutturale, ma palatale.

Devo pensare che,  se ha scelto J, lei ha optato per la Iota e non per la ypsilon,  anche per il Tetragramma divino JHWH!.

Marco, io ho fatto una scelta paleografica, in relazione a tante epigrafi lette, avendo fatto studi di epigrafia e di paleografia, avendo operato prima su scriptoria romano-ellenistici e bizantini,   poi su  quelli latino-medievali.

Sembra che il problema sorga, in epoca antonina, nel  II secolo d. C. in Alessandria, quando si fa la trascrizione  dei Vangeli  greci nel Didaskaleion e si usa in Greco Ieesous col fonema Iee,  come già avevano fatto  i Settanta- cfr. Lettera di Aristea a Filocrate, trad. F. Calabi, BUR 1995- e Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche V, 1,  per indicare Gesù /Ieesous di Nun.

I grafemi Ia, Ie,Ih, Io, Iu   assumono valore palatale e diventano  gia, gie/ge, gio, giu: si inizia cioè un processo non gutturale di iod, ma palatale, in quanto  le consonanti sono in relazione all’apertura parziale della bocca, come fonemi pronunciati a bocca chiusa o semichiusa.

Professore, dunque, è solo un fatto di trascrizione delle lettere iniziali del nome di Gesù in Ihsous/Ieesous?

La  trascrizione del nome diventa comune nelle successive scritture, greche, e  viene regolata  ad opera di copisti, specie nel III, IV e V secolo, quando più stretta  è la collaborazione tra gli scrittori in lingua greca e in lingua latina, essendo l’impero romano bilingue (In Oriente la koinè domina nei territori romanizzati, ma anche in Parthia,  dove ancora si sono isole linguistiche  aramaiche; in Occidente  ci sono isole  greche, ma prevale la lingua latina, che predomina in Africa, in Spagna, Gallia,  Britannia e Germania, Italia ed Illiricum!).

Allora  lei, professore, mi vuole dire che la iota  in greco  ha valore  consonantico,  se seguita da  vocale ed ha funzione palatale, distinta da kappa gamma e chi, consonanti gutturali pure, in quanto rispettivamente tenue, sonora ed aspirata!.

Marco, il  fenomeno ancora d più si evidenzia in latino dove la i consonante iniziale, congiunta  ad a,  suona ja /gia come in iam jam/già) ed assume valore di consonante doppia  tra due vocali, come in maior che vale Magior/Major – in Italiano Maggiore-. Non è il caso che ti faccio una lezione di  fonetica o fonematica e  nemmeno di  epigrafia e di paleografia. Devo, però, segnalarti almeno E. M. Thompson, Paleografia Greca  e Latina, a cura di Giacomo C. Bascafè, Hoepli 1940, uno dei tanti testi  da me usati  e consultati.

Professore, mi scusi, ma io non comprendo neanche la distinzione tra  fonetica e fonematica e  tanto meno  quella tra epigrafia  e paleografia?!

Marco, non fare il modesto! mi hai sempre seguito  in corsi di  linguistica e di semantica  ed hai sempre capito le differenze tra grafemi e fonemi e il valore di Fonetica e di Fonematica. Forse  non ti ricordi la distinzione di Epigrafia e  di Paleografia? e forse non sai che l’uso di J anglosassone (germanico), come decima lettera dell’alfabeto inglese e francese,  è recente,  direi successivo alla stampa e diventa comune come lettera negli altri idiomi nel Seicento e nel Settecento, quando J si impone come consonante.

Mi spieghi, professore, io cercherò di seguire.

Non ho intenzione di fare lezione tecnica e perciò procedo per cenni  per farti  comprendere l’uso di I consonantica attraverso l’Epigrafia e la Paleografia.

La prima è scienza che rileva i segni nelle iscrizioni, scolpite sulla pietra  o sul metallo, o altro materiale duro,   destinate ad essere monumento per  il futuro. La paleografia, invece, studia  gli scritti  di qualsiasi argomento, fatti  secondo  stile, col calamo, o con la penna  su tavolette o su rotoli o libri in lingua, di norma, greca o latina.

L’alfabeto greco  – qui non si parla di altro materiale,  pregreco, come sumerico- accadico, egizio, assiro, fenicio , etrusco ecc-  servì  solo per scribi  hllenes ed Hllenistai, che scrissero  in  determinate epoche quel che scrissero, come testimonianza storica e il suo studio si diffuse in Europa, in Asia, in Africa  come codice di una cultura evoluta, che, nelle sue lettere sintetizzava le altre culture  e credeva di avere  una propria metretica con tipica  visione  del mondo,  secondo schemi katholikoi universali mediterranei,  risultanza di un crogiolo di  popoli, mescolatisi a seguito di  una un’ infinita storia di migrazioni  e di stabilizzazioni violente. Si ha, allora,  la  diffusione  del codice greco  con la sua cultura e  letteratura che, con Alessandro Magno, consegue il primato in tutto l’Oriente e crea, poi, una lingua comune / koiné dialektos, che veicola una cultura universale ellenistica su basi elleniche che, comunque, non impedisce la  moltiplicazione di codici,  che entrano in competizione e che in Occidente, a seguito della vittoria  delle legioni romane,  deve dividere il primato con la  lingua latina, tipico prodotto  sincretico di una tradizione etrusco -greco- romano-italica, che si consolida in ogni zona occidentale conquistata, mentre viene progressivamente limitato l’elemento fenicio e greco. L’ ecumene, quindi, viene  civilizzata su una base linguistica latino-greca, per cui fare lo studio paleografico  greco e latino è fare lo studio del mondo antico nella sua  generale civiltà e con gli schemi ellenici, con quelli latini e quelli delle culture gotiche, come espressione di una evoluzione anche linguistica e di nuovi fruitori romanizzati occidentali, europei ed  afri, oltre a quelli  asiatici.

Si ha, quindi, una diversa scrittura delle due lingue, dominanti,   che si mutano in quanto hanno fasi proprie   di sviluppo,  di perfezione e di  decadimento, anche se c’è una coscienza di una superiorità greca, specie cattolica, terminologica, con albagia  retorica dottrinale, filosofico-teologica,  con predominio delle sedi episcopali  orientali di Antiochia di Alessandria, di Gerusalemme e di Costantinopoli, poi,  su quella romana!

Quindi, professore,  lei mi vuole dire che ogni epoca ha un suo stile classificatorio  di una scrittura perfetta calligrafica,  caratteristica,   che si deteriora e decade fino a scomparire, oppure tende a vivere artificialmente,  mentre  si sovrappone un nuovo tipo,  sorto dalla vecchia  struttura formale.

Devo presupporre, quindi, che c’è una storia della scrittura greca e di quella latina!

Certo, Marco. Ad esempio la scrittura  greca  passa dalla forma onciale  del tipo primitivo a quello calligrafico,  cedendo poi all’uso della minuscola. Ti preciso che la scrittura romana- capitale, onciale semionciale e corsiva – nota a tutte le nazioni occidentali,  autorizza la formazione di tipi di scrittura  in  Irlanda e in Inghilterra  ma anche  in Italia, in Spagna e Francia dove sono attestate  forme italiche visigotiche, merovingiche che si servono del corsivo. Senza entrare in merito, la scrittura romana  passa  da una fase  ad un’altra  divenendo  pratica comune. Queste stesse scritture nazionali cedono il passo a forme  nuove di  capitale e di onciale, sostituite infine  dal moderno carattere italico cinquecentesco.

Professore mi sto confondendo, anche se ho capito che lei  mi vuole dire che ogni tipo di scrittura, dopo aver raggiunto il suo acme,  decade  e che dallo studio  delle lettere quindi viene un’indicazione precisa per la datazione in quanto non si può nascondere nello scrivere  la decadenza e la natura imitativa  di ogni calligrafia,  che viene rilevata  e dallo stile ed  dall’assetto formale generale e  perfino  dall’incertezza  dei grafemi. Devo pensare  che, prima dell’invenzione della Stampa, ci sono precise scritture?

Certo Marco! Ce ne sono due: quella calligrafica e quella corrente  o corsiva. Thompson chiude la  prefazione in questo modo: i testi scritti con la prima scrittura  tenevano il luogo degli odierni libri a stampa  ed   avevano una calligrafia accurata, le linee guidate dalla riga, e le pagine circondate  da  margini regolari con le iniziali spesso ornate o miniate. La scrittura corsiva -in cui le lettere impiegate erano in fondo sempre le stesse  dell’altra, ma deformate e modificate, fu prevalentemente impiegata  per gli usi ordinari della vita: la prima disparve  col comparire del torchio tipografico, l’altra necessariamente  rimase.

Perciò, lei classifica e  parla in relazione al materiale scrittorio che esamina, oltre alla lingua e allo stile, secondo competenza epigrafica e paleografica!

Marco, ci sono stati  grandi maestri, studiosi di paleografia settecentesca,  ottocentesca e novecentesca, che servendosi di tegole di argilla, di tavolette cerate, dittici d’avorio latini, papiro, pergamena, carta, esaminando tipi di inchiostro e strumenti scriptorii  hanno  definito esattamente il momento stesso di scrittura, stabilendo la reale fase paleografica.

In effetti, inizialmente si erano distinti nella  ricerca  diplomatica, specie di diplomi clericali e nobiliari e poi avviarono lo studio paleografico, greco e latino, in una volontà di  separare la diplomatica dalla paleografia che, connessa con l’epigrafia latina,  distingueva   scrittura documentaria e diplomatica,  separandola da quella libraria o letteraria,  al fine di tracciare la storia stessa delle scritture.

Perciò, professore, ha importanza non solo la grafia delle lettere ma anche il materiale scrittorio?

Marco, è importante non solo il modo di scrivere lettere, ma anche il materiale, su cui è lo scritto per la definizione dell’antichità della scrittura.

Quindi, trascurando le tavolette cerate,  si ha  col papiro il Kulindros/rotolo e con la pergamene il libro, che sono spie di antichità!.

Mi può dire qualcosa di più per entrare nel merito della questione, per capire che lei non ha trovato la J né in rotolo di papiro né in libro di pergamene.

Marco, la mia competenza in materia non è così alta da poter fare tale affermazione, ma so che si usa iota  greca ed I latina  iniziale con valore palatale, quando sono seguite da vocale e perciò inferisco che ci sia una diretta derivazione da Iod, usato per il nome di Gesù come J .  Un ‘opera, che è  in rotolo/ volumen,  ha la forma  dei documenti più antichi- nel caso di più rotoli che contengono  una stessa opera il tutto si chiama biblion, charta, tomos, bibliotheca, pandettes,  a seconda del tempo-!.

Sappi, Marco. che, comunque,  il titolo è scritto in fondo al rotolo, dove è segnato anche il numero delle colonne  e degli stichoi/linee e  che, se il testo è stato letto, cioè  svolto ed usato per explicare /ecseilein,  c’è la scritta di liber explicitus.

 La scrittura  testuale è solo nella faccia anteriore, ricorda! Rari sono gli opistographoi/opistografi le scritture nel verso, nell’altra facciata. La forma del libro moderno, invece,  deriva da caudex /codex /codice,  dalle tavolette  cerate  e si compone di quaternii/tetras o tetràdion.

Il testo dei rotoli papiracei di norma ha quattro membrane piegate in modo da ottenere 8 fogli, ma può essere composto di  quinternii e sesternii con rispettivi 10 o 12 fogli. Per la rigatura c’è l’uso nelle pergamene  di tracciare le linee su cui si scrive  e quindi  delimitare il testo.

Il testo  dei rotoli papiracei è in colonne dette pagine/ selìdes o schedae, mentre  nei libri in pergamena la scrittura  può occupare tutta la  pagina, ma può anche essere divisa in due colonne,  anche se esistono tre colonne (Codice Vaticano) o  quattro (Codice Sinaitico della Bibbia)!.

Professore, per chiudere un discorso per me difficile, mi  può spiegare esattamente il termine  palinsesto, che ha anche uso moderno e televisivo?.

Il temine palimpshstos – palim/psaoo- vale raschiato di nuovo e sottende  l’ uso  di scribae di cancellare un testo per scrivere sopra un altro messaggio. E’ un tipico sistema greco e latino, noto a Cicerone e a Catullo, non ignoto a Plutarco – Moralia,779-  che paragona il tiranno di Siracusa, Dionisio,  ad un biblion palimpsheston affermando che la sua natura difficile a cancellarsi/ disekpluton è simile alla scrittura mal cancellata di un libro palinsesto. 

Era complicato anche raschiare il testo  professore?

Marco,  non tutti conoscono la difficoltà di cancellare uno scritto tramite grattatura  e raschiatura specie in relazione al materiale   papiraceo o  a pergamena.

Raschiare una tavoletta cerata non era difficile, ma  era difficilissimo, se non impossibile,  fare l’operazione col papiro,  mentre era possibile operare con la pergamena!.

A seconda dei secoli e in caso di bisogno di pergamene si fa l’uso  della lavatura  mediante spugna, per togliere l’inchiostro, che, comunque, tende a far  riapparire,  se la cartapecora non ha superficie levigata,   la scrittura originaria: ecco perché  ancora oggi molti palinsesti  in capitale o in  onciale  possono essere  decifrati, a meno che l’amanuense non abbia  fatto un’opera di obliterazione con latte e farina, raschiata con pomice; se, invece,  ha fatto l’uso di tintura di galla  per levigare e pulire  la vecchia scrittura,   oggi, con reagenti chimici si può riscoprire, anche se annerita, pur incontrando molte difficoltà nel lavoro.

Ti dico solo, Marco , questo, seguendo Thompson: i più preziosi palinsesti latini si trovano nei volumi che furono scritti tra il VII e il IX secolo d.C.

Professore, la ringrazio per la spiegazione di Iod, letto come J palatale, e per le  notizie di  Paleografia, una scienza  per me del tutto ignota. Le sono, davvero molto grato!

Tu, Marco,  sei un raro esempio di gratitudine!

 

 

 

 

Francesco I di Lorena imperatore

 

Francesco I  Imperatore di Austria

Nonno, chi è Francesco I?
E’ quel Francesco III, duca di Lorena e di Bar, che entra in Firenze con la moglie Maria Teresa, figlia di Carlo VI imperatore di Asburgo, il 20 Gennaio del 1739.
Si tratta, Nonno,  del signore che entra in Firenze  rappresentato nella stampa, che è appesa sulla cappa del camino di casa nostra?
Si. Mattia. Quella vecchia ” stampa con la bella cornice, in cui  c’è una carrozza, coi sovrani dentro, preceduti  e seguiti da guardie in alta uniforme, con sullo sfondo il Palazzo Vecchio e la Loggia dell a Signoria, di lato  Sotto, ci sono due scritte che ricordano l’avvenimento: una in italiano ed una in Francese. Me le leggi Nonno?

Certo . Vuoi l’iscrizione di G. B. Piranesi? eccola in tre righe:

Ingresso di Franc.sco III di Lorena e di/Bar in Firenze e della duchessa Maria Teresa/figlia di Carlo VI, e di lui consorte, li 20 genn.1739 ::: Entrée de François III de Loraine et de Bar en/ Florence, et de la Duchesse Marie Thérese/ sa femme, fille de Charle VI, le 20 Janvier 1739.

Mi parli,Nonno, di questo sovrano?

Certamente. Se mi prometti che racconti  la storia alle cugine Sara ed Alice e a tuo fratello Stefano, che sono comproprietari della stampa.

Non è solo mia?

No. E’ di tutti voi, nipoti.  Non credo, comunque, che abbia grande valore commerciale, anche se è stampa unica.

Vuoi sapere la storia di questo duca? Il suo nome completo è Francesco Stefano III di Lorena (1708 -1765). E’ un uomo fortunato, francese  per nascita, marito di un’imperatrice e padre di 16 figli!

Quanti figli?

Pensa, Mattia,  figli  avuti tutti dalla stessa  imperatrice, Maria Teresa di Austria ?!

Francesco Stefano è figlio di Leopoldo di Lorena e di Elisabetta Carlotta di Orleans, duca dal 1729:  vi rinuncia a favore di Stanislao Leszczynski, per ottenere i diritti sulla Toscana  a seguito di un bolla imperiale, dopo la morte del granduca nel 1737, che ha la madre della famiglia  d’Orleans, parente dei granduchi toscani.

Finisce così la dinastia Medici ?! Si nel 1737!In modo inglorioso, con Cosimo III e con suo figlio  Gian Gastone (1731-1737), che non hanno alcun credito in Europa, essendo scaduti progressivamente non solo  perché mal governano,  ma perché uomini tarati da malattie veneree –  che impediscono la procreazione o che debilitano i fisici o che  favoriscono nascite di esseri deformi, o che portano anche alla pazzia -.

La famiglia di Lorenzo il Magnifico è infetta dalla radice, in quanto quasi tutti sono stroncati dalla sifilide,  che è una malattia  venerea, dovuta  a  rapporti non controllati  con donne, già ben conosciuta  nel XVI secolo, ad opera di Girolamo Fracastoro (1476-1553) , che  descrisse i sintomi e le cause, suggerendo anche le cure nel celebre  libro Syfilis sive de Morbo gallico.

Il medico rilevava la mancanza di igiene  nelle corti, la presenza di cortigiane oneste – prostitute con cultura, poetesse, cantanti,  musiciste, danzatrici, artiste in genere di nobili famiglie  e letterate – oltre al vizio fiorentino dell’ omosessualità,   radicato poi anche a Roma,  connesso con l’ambiente ecclesiastico, congiunto ad usura, pedofilia  e  simonia, specie dopo il pontificato di Leone X e di Clemente VII.

Pochi sono  gli elementi  della famiglia Medici sopravvissuti, capaci di  reclamare  diritti : la sola Anna Maria, erede, lasciò beni  e collezioni artistiche alla città di Firenze che,  col lascito, fece il primo nucleo,  di base, per la formazione della Galleria Palatina, unito a quanto era  stato  salvato dalla rapina dei Lorena -Asburgo.

I Lorena Asburgo non governarono  direttamente il granducato  di Firenze e di Siena?

No. Mattia. Dopo quella unica venuta in Firenze, lasciarono  il governo nelle mani di un reggente  di nome Marc de Beauvau, ordinando di portare via da Firenze quadri, collezioni d’arte,  oro e preziosi, perfino libri: decine di carri uscirono  per tre giorni da Porta S. Gallo,  in direzione della corte  di Vienna.

Un furto! una rapina su commissione! Il duca all’epoca è conosciuto come collezionista e “patito” partigiano “crociato” anti turco! Mattia, gli Asburgo svolgono una funzione grande a difesa del cristianesimo, “provato” dalle invasioni dei turchi, arrivati fino a Vienna! Coi fiorentini  fanno un’opera di “pulizia” facendo  incetta di tante opere  e,  in un certo senso, ripuliscono la città, dandole un aspetto moderno, messa in relazione alle altre metropoli dell’impero: essi,  seguendo i principi illuministici, svecchiavano e provvedevano  con riforme oculate  alla modernizzazione di Firenze, sottraendo qualcosa del suo illustre passato per abbellire la capitale asburgica!. Infatti  l’amministrazione  asburgica avvia  un  preciso processo culturale  a Firenze di rinnovamento con razionalizzazione degli apparati pubblici e della viabilità stessa fiorentina, favorendo  lo sviluppo di uno stato rimasto ancora feudale, subito dopo il diploma imperiale del 1737  consegnato al duca Francesco III di Lorena , riconosciuto legittimo successore della Dinastia dei Medici, già promesso sposo di Maria Teresa, figlia dell’imperatore di Austria.

Infatti si  ha l’abolizione dei feudi,  si riconosce l’uso del calendario  gregoriano, vengono appaltati i lavori pubblici, viene promulgata  la legge sulla stampa,   regolamentata  la manomorta   e vengano applicate leggi illuministiche sull’istruzione, secondo criteri riformistici  vigenti già in Austria volute  da Maria Teresa  e suo marito, il duca di Lorena.

Nonno, cosa vuol dire regolamentare la manomorta?

Mattia, sono disposizioni statali, entrate in vigore in Toscana nel 1747, che regolano le tasse dei registri e dei diritti contabili, che si applicano  automaticamente  in concrete circostanze sui beni agricoli plebei,  di vecchie concessioni, a favore di solito della chiesa, che  fruiva già delle decime. Risultano atti di uno stato  paternalistico che  guida le scelte di una burocrazia ora efficiente, in ogni settore, che, operando scorpori anche  indebiti,  viola precedenti principi acquisiti, in nome di  una casta  privilegiata come la Chiesa.

Bene. Nonno, Ho  capito poco. Comunque, andiamo avanti circa la biografia di Francesco III di Lorena Asburgo.

Mattia, Francesco,  divenuto consorte della imperatrice, che assume il potere imperiale nel 1740, alla morte del padre, ha ora incarichi ufficiali, importanti a corte, mentre Maria Teresa   è costretta a subire  l’invasione di Federico II di Prussia, un grande condottiero germanico  che invade la Slesia e  la reclama come propria: la  nuova imperatrice è attaccata anche dalla Francia e da altri stati, compresa la Spagna,  e deve  cedere alcuni  territori  a seguito del  trattato per la pace  di Breslavia.  nel 1741.

Nonostante  la sua abilità diplomatica imperiale –   in cui è evidente la mano del consorte, mediatore  con l’ambasciatore francese di Luigi XV – l’imperatrice  si ritrova a dover fronteggiare  altre  coalizioni europee, guidate da  Federico II sempre appoggiato  dalla Francia, che reclama l’Alsazia.  Solo a  Dresda, si conclude un accordo con una nuova pacificazione,  dopo che il re prussiano ha conquistato Praga, inglobata ed annessa al  suo regno,  poi, nella trattativa di  Francoforte, in cui si stabilisce, fra l’altro, che sia imperatore di Austria anche suo marito Francesco, che  assume il nome di Francesco I, proprio  nel 1745, risultando, così,  il capostipite  dei Lorena-Asburgo.

 

Che tipo di uomo è il nuovo imperatore,  ora vero consorte dell’imperatrice di Austria, erede legittima asburgica dell’impero?

E’ uomo prestante, sovrastato, però, a livello militare e strategico  da un genio politico  come Federico II  di Prussia, che data la sua eccezionale grandezza, sminuisce offuscando la fama dei suoi oppositori, anche se brillanti.

Ciò appare più evidente nel corso della guerra dei Sette anni, 1756- 1763,  in cui  l’impero asburgico,  alleato  ora con la Francia, si oppone a Gran Bretagna,   Regno di Prussia,  Regno di Portogallo ed altri. Secondo gli storici  è un guerra di vaste dimensioni, quasi mondiale, che coinvolge anche la Russia e la Spagna, in quanto si combatte in più continenti in Asia, in Africa nelle Americhe ed anche in Europa: si vuole non solo la distruzione degli eserciti, ma anche la rovina commerciale degli avversari.

Esce vittoriosa  la Gran Bretagna che afferma il suo predominio in Asia e in America, abbattendo la potenza economica e coloniale della Francia.  La pace si ottiene con  due trattati:  uno quello specifico tra Prussia ed Austria detto di Hubertsburg,  che risulta un riconoscimento dello status quo tra i due stati belligeranti,  l’altro quello di Parigi  tra Francia e Gran  Bretagna   che legittima il predominio  inglese in America settentrionale e in Asia.

In questi trattati  vien messo in ombra il contributo di Francesco I,  che risulta diplomatico  secondario,  tanto che l’imperatrice gli affida ora, nel 1763, mansioni  amministrative  e non più  militari.

Francesco I muore poco dopo, nel 1765, senza promuovere anche amministrativamente,  in qualche modo,  il benessere del granducato di Toscana,  rimasto in mano di reggenti, che comunque, rinnovano la cultura fiorentina  e quella italiana, adeguandola a quella austriaca ed  europea.