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Una lettura di “L’eterno e il Regno”

 

Una  lettura di L’eterno e il regno di MARIA ELISA REDAELLI (15-O7 2015)

Esposizione interessante ed originale quella del Libro l’Eterno e il Regno  di Angelo Filipponi.

L’autore ha strutturato ed imbrigliato la materia storico-culturale  in Parti e Capitoli  che permettono di seguire l’evolversi degli eventi storici nella loro autenticità e non nella dispersione dei fatti.

Essi si intricano bellamente  tra loro creando  l’equilibrio delle parti  ed inducono al ritorno, al ripensamento, volto alle varie tematiche.

In tale modo, ogni lettore, oltre ad acquisire  notizie inedite  e linguaggi diversi, latino, greco, aramaico ecc.  può districare la propria attenzione  seguendo le vie reali  della struttura letteraria,  che è costruita con precisione puntuale  e rigore compositivo.

I protagonisti spaziano  tra i luoghi ben collocati geograficamente  sicché  colui che legge accompagna  con l’occhio della mente  non solo i loro spostamenti, ma quasi, pare di entrare, nel procedere,  per le vie, per i cardi romani, o per stradine  antiche ed entrare negli edifici.

E’ esemplare la ricostruzione di Cafarnao. In un contesto archeologico riprendono vita i selciati, emerge  la compattazione delle strutture, gli usi  degli spazi  nelle varie parti della casa, gestiti  con la finalità di bellezza e fruizione d’insieme. Ciò appare efficacemente  anche nella costruzione di Damash  a pag.316 e sgg:

Le costruzioni sono i significativi  indizi di un’abilità  teatrale  sia per gli attori che per i veri protagonisti. Gli spazi  effondono la propria corporeità, assieme al piacere  della varietà degli incontri  e della assoluta  compresenza  dei personaggi  naturali, nonché delle visioni  della vita  quotidiana  sia degli aristocratici che degli umili, i quali trovano anch’ essi angoli  ove svolgere  i loro ruoli dai più grandi ai più piccoli.

Belle, affascinanti, attraenti, strabilianti  le ville in cui essi abitano: così  con acume estetico l’autore comunica i loro fini, quali stupire ,esercitare il potere, attrarre  e convivere.

La convivenza, infatti,  esercita una larga presa sugli animi. Vi si annidano i ricordi, gli amori, i legami, i tormenti (vedasi il capitolo di L’ alabarca  e i suoi ospiti pag. 103 e sgg)

L’aspetto dell’importanza del denaro, dell’uso che ne viene fatto, del come procurarselo e del come impiegarlo  suscita ammirazione  per come esso sia stato studiato  e reso autenticamente.Non c’è nulla in questa opera scritta  che sia stato utilizzato fuori uso  o travisato.

Degni poi di estrema attenzione  e meditazione  le descrizioni del profondo psicologico  dei protagonisti. Essi sono sovrani, taluni per testare il proprio potere sia grandiosamente che malvagiamente,  ricorrono a tutte le modalità  strumentali, dettate dalla follia, dall’egoità narcisistica, o dalla presunta capacità di potenza. Anche a quei tempi come  testificano Tacito, Svetonio o Dione Cassio accadevano orrendi  crimini, come ai nostri giorni!

Le molte sfaccettature dell’amore umano  trovano intesa nelle singole persone   che vi ricorrono  e che vorrebbero, in qualche modo abusarne.

Molto nutrita risulta la parte conclusiva Spiccano  le testimonianze sulle  tematiche   del Malkuth ha shemaim/ Regno dei Cieli   sull’originale  apertura mentale di Giulio Erode Agrippa  emblema dell’ebreo  contemporaneo, che vive un’esistenza altalenante tra ebraismo dogmatico e messianismo regale.

Questa visione,  che è nuova ed antica  insieme, rimanda a quel meraviglioso periodo  della nascita e della svolta  totale del pensiero religioso  che entra in indagini di indirizzo teologico elevato.  Anche questa è storia, ma è la revisione  in ciascuno di noi, della storia personale ed unica, senza paragoni e o contraddizioni  poiché essa è nutrita dalla Fede e dall’ intesa  sociale che diventa agape

Redaelli Maria Teresa

Traduzione e messaggio del Pater Lucano

Il pater lucano,  connesso col Vangelo  kata Lukan, con gli Atti degli Apostoli e con le Lettere di Paolo di Tarso, è espressione del primo cristianesimo antiocheno: è, quindi, la sintesi del messaggio della Chiesa di Antiochia alla fine del I secolo e segna la divisione dal giudaismo aramaico, e mostra già  i segni di una dilacerazione con il giudaismo ellenistico, a cui è legata  l’Ecclesia christiana alessandrina.

Questo è il testo lucano e questa la nostra traduzione :

pater, agiasthhtoo to onoma sou- padre, sia benedetto il tuo nome santo

elthhtoo h basileia sou – venga il tuo regno ( alcuni codici riportano venga il tuo Santo Spirito/ To Agion Pneuma sou e ci purifichi.)

ton arton hmoon ton epiousion  didou  emin/ to kath’hmeran-il pane quello venuto da sopra,- sufficiente fino al  giorno successivo-,  dà a noi per l’oggi

kai aphes hmin  tas amartias hmoon /kai gar autoi aphiomen panti opheilonti hmin /e perdona a noi i nostri peccati/ed infatti noi stessi li perdoniamo ad ogni  nostro debitore

kai mh eisenegkhis hmas eis peirasmon/ e non ci far cadere nel corso di una prova.

Nel corso di una prova ( di una sperimentazione, di un tentativo  dei cristiani antiocheni, impegnati nel distinguersi dai giudei e nel trovare una collocazione con i pagani,) c’è la ricerca di uno statuto proprio ecclesiale?

Peirasmon include, in connessione con eispheroo, un’area semantica molto vasta in relazione sia a Peirazoo ( che sottende il Peirazoon tentatore per chi è entrato in una prova) che ad  tentativo/peira, pericoloso in via di sperimentazione.

Ne deriva che  proclamare la venuta del Regno con la venuta dello Spirito Santo non è compatibile col timore del Tentatore, se esiste il Regno!:   peirasmon  è segno di un disagio grave durante una prova  inviata da Dio, che dà segnali escatologici,(terremoto, cataclismi naturali,  guerre, stragi), di  caos generale, di difficile soluzione  e di  paura di un rovesciamento  totale di valori, per un definitivo trionfo del Christos.

L’uso del presente  (imperativo) di didou,  del presente indicativo di aphes  e di aphiomen  e del presente  participio di opheilonti  indica un preciso momento storico, burrascoso   per la ecclesia, che si trova in una prova.

Qual è il peirasmon antiocheno?

Antiochia è una metropoli del  mondo romano, sede del governatore di Siria, rinomata in epoca neroniana per la bellezza delle  sue strutture pubbliche, per la località marittima di Dafne, per la tranquillità di vita  della numerosa popolazione mista,  parlante greco ed  aramaico, ricca di templi e sinagoghe, dal culto religioso  permissivo, come a Roma e ad Alessandria, in conformità all’editto  agli alessandrini di Claudio.

Antiochia è la capitale romana di Oriente in quanto il governatore di Siria oltre ad essere epitropos  della regione, controlla tutti gli altri prefetti  e anche i re, avendo un’exousia  strategikh, in quanto coordina le forze militari  in senso antiparthico.

Ad Antiochia Vespasiano è proclamato imperatore (Tacito,  Hist. II 80) dalle truppe di  Muciano e poi da  quelle di  GiulioTiberio Alessandro ad Alessandria.

L’impresa antivitelliana  dei Flavi comincia con l’invio di Muciano a Roma, mentre Tito  conquista e distrugge il Tempio per dare un esempio  della potenza romana agli orientali, specie di lingua aramaica.

Si sa che i  giudei antiocheni, già rei di sedizioni, nel corso della guerra giudaico-romana, e precedentemente  in occasione   della spedizione armena di Domizio  Corbulone, corrono il pericolo di uno sterminio  in quanto accusati di aver incendiato  la piazza quadrata, il palazzo del  governatore, l’ archivio e le basiliche.

Da qui il distacco  dell’ ecclesia dal giudaismo aramaico  e una nuova disposizione senatoriale verso il giudaismo ellenistico, a seguito dell’ascesa al potere imperiale di Vespasiano: i romani non distinguono i  fautori di una setta giudaica dai  giudei e perciò fanno di ogni erba un fascio, colpendo cristiani ellenisti pacifici insieme ad aramaici belligeranti.

E’ probabile quindi che la boulh di Antiochia come quella di Alessandria voti – è costretta a fare  decreti- contro i giudei, che sono rilegati nei loro quartieri  dopo un controllo della  loro costituzione  (haburah)  e della loro identità.

Tale  provvedimento è, però, successivo alla presa di Masada e alla distruzione del tempio di Leontopoli, episodi  ancora di guerra, evidenzianti la  spietata durezza  militare romana in tutto l’Oriente, specie lungo il confine eufrasico.

I  giudei e giudeo-cristiani  restano ancora di più sotto osservanza da parte del governatore di Siria, dopo la fine del rapporto tra Tito e Giulia Berenice di Calcide  (Giuseppe Flavio, Guer. Giud., II,221; Svetonio,Tito,7), nonostante la presenza a Roma di Giulio Erode Agrippa II  e la sua autorevolezza a corte.

Dal 70 al 106 gli ebrei sono sorvegliati speciali  ad Antiochia, ad Efeso e ad Alessandria, insomma in tutto il bacino del Mediterraneo, ora Mare Nostrum in epoca antonina.

A Gerusalemme, dopo  momenti di sbandamento, pur priva del Tempio, sede del Sinedrio, si coagulano in modo sotterraneo e segreto le sette aramaiche, in attesa di  trovare il momento adatto ad un nuova insurrezione, specie  quando si sono ricongiunti i collegamenti con il giudaismo ellenistico, defraudato e  ridotto nella sua attività commerciale  e finanziaria dai Flavi, fautori degli argentarii e nummularii italici ed ispanici.

Il governatore Lucio Flavio Silva, distrutta Masada,  tiene sotto pressione la Giudea, infida,  per quasi otto anni  secondo un mandato ancora militare e quindi  cerca di snidare le cellule aramaiche in un serrato  controllo dei rapporti tra la Parthia e  la città Santa, imponendo collaborazione fattiva al Sinedrio, presidiando gli ingressi sia  dalla Siria che dalla fascia costiera oltre che nella zona, dove prevale  ancora l’elemento  giudaico ( Iturea e regioni circonvicine, compresa la Galilea, da sempre focolaio antiromano).  Anche la zona transgiordana, specie la  Perea, è vigilata, dati i rapporti di lingua tra giudei e  Nabatei, incontrollabile lunga la zona montuosa del Monte  Nebo e di   Macheronte, considerati gli interessi del re Nabateo.

A Roma  la pars aristocratica  senatoria cerca di imporre  una conduzione politica ancora neroniana, quasi opposta a quella della domus imperiale conservatrice,  avida e micragnosa.

Sotto i flavi, comunque, non c’è una reale prova  per gli ebrei ma solo spavento per due terremoti in Antiochia, e sconcerto di fronte alle  spaventose repressioni romane in  Batanea.

Dalla morte di  Giulio Erode  Agrippa II ai primi del II secolo, Traiano ha in mente la spedizione parthica , grazie all’intervento  preventivo del governatore della nuova provincia di Arabia, basilare per l’impresa  Cfr Dione Cassio, St.rom., LVIII,14,4 l

La situazione in Nabatea è cambiata  lentamente, da filoromana la regione è diventata antiromana: dopo la morte di Malco II (40-71), che  ha governato come alleato di Roma avendo servito lo stesso Tito  con milites ed arcieri, la  reggente moglie Shaqilat, continuamente pressata da  richieste giudaiche e giudeo-cristiane, si è lentamente staccata dalla politica di Palma, governatore di Giudea  e si è avvicinata alla federazione Parthica.

La Regina  mantiene il potere governando  per il figlio Rabbel II ,  che,  essendo attaccato su più fronti,  non è in grado di opporsi alla politica romana, ormai tesa all’invasione.

Traiano, già durante la guerra contro Decebalo, ha di mira la conquista della Nabatea   in vista della necessità di una  spedizione  contro l’Armenia prima e poi contro la Parthia.

L’invio  dalla Siria della sesta ferrata  ad occupare Bosra e quello  della III legione dall’Egitto  sono  due atti di una medesima operazione militare per aver il controllo, da un lato, della pars settentrionale e, da un altro,  di quella meridionale in una volontà di annessione e di disprezzo  del re  e della dinastia  nabatea.

La costituzione della provincia di Arabia  non è atto militare di rilievo per un Traiano, che intende portare la guerra in Armenia e poi contro i Parthi: perciò, neanche assume il titolo di Arabicus,  riservandosi il trionfo, dopo l’ impresa Parthica.

Traiano ha chiaro  già  come, dove  e quando stroncare  i connubi aramaici, a  partire dall’ invasione armena- avendo già il favore dei re  di  Iberia e di Albania-  e tagliare il legame diretto con la Parthia della Armenia,  sede del Delfino del re dei re  Parthico, che insedia il figlio primogenito, destinato alla successione, di norma  nello stato vicino confederato, considerato vassallo.

Ad Antiochia al suo arrivo nel gennaio del 114 fa i preparativi per la impresa  armena   (cfr. lo storico Cristiano),  riunisce le truppe condotte da Lusio Quieto e da  Quinto Marcio  Turbone, marcia   verso nord  e occupa la parte settentrionale  e poi si dirige verso Artaxata e la conquista, mentre le truppe di Quieto arrivano fino al Mar Caspio. La campagna dura fino a primavera inoltrata dell’anno successivo, in quanto l’imperatore  deve organizzare la costituzione della provincia, consolidare le basi,  stabilire i luoghi di rifornimenti per la prossima operazione militare contro i Parthi.

Traiano è intenzionato a svernare ad Antiochia  e perciò  procede lentamente nel suo viaggio.

Giunto ad Antiochia, mentre fervono i preparativi per la nuova impresa   e i festeggiamenti  c’è un  terremoto,  ( ce ne erano stati altri due,  in precedenza) devastante, considerata una punizione di Dio  per gli ebrei e per i giudeo-cristiani e l’inizio dell ‘apocalisse.

Così scrive Cassio Dione,  Stor. Rom. LXVIII, 24.1-6 : Mentre l’imperatore Traiano si trovava a soggiornare in Antiochia, un terribile terremoto colpì la città. Molte città subirono dei danni, ma Antiochia fu quella più sfortunata di tutte. Qui Traiano stava trascorrendo l’inverno  e molti soldati e civili erano accorsi qui da tutte le parti, in relazione con la campagna militare, vi erano poi ambascerie, affari e visite turistiche; non vi fu pertanto alcun popolo che rimase illeso, e quindi ad Antiochia il mondo intero sotto dominio romano, subì il disastro. C’erano stati molti temporali e vento portentoso, ma nessuno si sarebbe mai aspettato tanti mali tutti insieme. Per prima cosa si sentì improvvisamente un grande boato, seguito da un tremito della terra, tremendo. Tutta la terra si alzava, molti edifici crollarono, altri si alzavano da terra per poi crollare e rompersi in pezzi al suolo, mentre altri erano sballottati qua e là, come se si trattasse di un’onda del mare, e poi rovesciati, e la distruzione colpì fino all’aperta campagna. Il crollo dei palazzi e la rottura di travi di legno insieme con piastrelle e pietre fu terribile, e una quantità inimmaginabile di polvere si levò, tanto che era impossibile per uno vedere qualcosa o parlare o sentire una parola. Per quanto riguarda le persone, molte che erano fuori casa, furono gettate violentemente verso l’alto e poi a terra, come se fossero caduti da un’alta rupe; altri furono uccisi e mutilati. Anche gli alberi in alcuni casi, sobbalzarono, con le radici e tutto il resto. Il numero di coloro che rimasero intrappolati nelle case e morirono aumentarono, molti furono uccisi dalla forza stessa della caduta di detriti, e un gran numero fu soffocato sotto le rovine. Coloro che giacevano con una parte del loro corpo sepolto sotto le pietre o le travi di legno, patirono una morte terribile, non essendo in grado di vivere troppo a lungo, ma neppure di trovare una morte immediata.

A  nostro parere, i giudeo-cristiani antiocheni credono che il terremoto sia un evento che  anticipi  il ritorno del Christos e che l’impresa antiparthica sia non voluta da Dio.

Il vangelo di Luca in nostro possesso evidenzia molti segni che si riferiscono a fatti compresi tra la Costituzione della provincia di Arabia a quella di Armenia e perfino  alla  fine della spedizione parthica  con la morte e cremazione del corpo di Traiano   ad Antiochia  e al trasporto delle sue  ceneri  attraverso l’ Illiria.

E’ quindi  un lavoro immane trovare nel Vangelo di Luca, segnali – che autorizzano  spiegazioni diverse, a seconda della lettura e dell’angolazione – ma ancora più difficile  rilevarli nel Pater!

Ora il Pater lucano risente del disegno  lucano-paolino ecclesiale antiocheno ,  chiaro nelle opere, soggette a revisione  sacerdotale, di Luca e di Paolo,  celebranti già il regno di Dio, come manifestazione della Trinità sulla terra, come una seconda evangelizzazione sotto il patronato dell’ Agion pneuma, in opposizione a quella matthaica  centrata nel Regno dei cieli  aramaica  e in antitesi – data la  lettura testuale letterale antiochena rispetto a quella allegorica alessandrina-   all’esegesi  egizia, impegnata, seppure con qualche anno di ritardo, sul testo matthaico  greco e sulla preghiera (Cfr Peri ths euchhs di Origene).

Comunque,  il pater lucano sottende nelle due invocazioni-auguri   un’attesa della gloria del Signore, del suo ritorno imminente, dell’universale conoscenza del nome di Dio,  della venuta dello spirito santo  con la cui opera purificatrice  è preparato l’uomo all’incontro finale del Christos, vincitore sul Maligno  tentatore.

La venuta dello Spirito e la purificazione sono epiphaneiai  divine nel Cristiano, che in Cristo è membro della Chiesa e figlio del Padre.  Infatti l’unione  con Cristo   è segno della presenza in noi  di Gesù  col Padre  e con lo Spirito santo ed è sigillo e quindi garanzia  della divinizzazione del fedele stesso (Lettera ai Galati,4.6 e siccome  siete figliuoli . Dio ha infuso lo Spirito santo del Figlio nei vostri cuori  che grida Abba!Abba“) .

L’ unione con Cristo divinizza il cristiano  che è  come lui, con lui e in lui, in quanto figlio diretto e figlio adottivo in una rinascita e nuova creazione (2 Cor.5.17 se qualcuno, pertanto, è in Cristo, egli è nuova creatura).

Perciò il cristiano, in quanto figlio, è erede di Christos ( Rom., 8.12 se figli di Dio, siamo come eredi, coeredi di Cristo)e il segno di ciò è lo Spirito Santo,  che è caparra di eredità (Ef.,1.14).

In Antiochia la venuta del Regno si configura come  venuta dello Spirito Santo che crea in noi un’anima filiale verso il Padre ed un’anima fraterna verso Gesù e i fratelli, infondendo l’amore filiale e fraterno (Rom.,5.5 la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello spirito santo, che ci è stato donato).

Luca, permeato dal pensiero paolino, trasferisce nel Pater  tutta la sua visione di vita  cristiana, venuta fuori dalla predicazione, cosciente di dover dare valori nuovi ad uomini  di diversa cultura, abituati  a semantizzare in relazione  ad un sistema pagano  basato e sullo stoicismo e su una pratica volgare di religio.

La posizione isolata di pater,  è segno di universalismo, da una parte, come invocazione  ad un padre comune  ad opera di  oranti affratellati  dalla comune fede in Christos, dal comune interesse alla Basileia, nel senso di lode e di timore, proprio della pratica religiosa pagana, da un’altra, l’invocazione è espressione  di una diretta comunicazione  in senso confidenziale, individuale, senza determinazioni locali, perché il cristiano, ex pagano, non avendo le coordinate cosmogoniche ebraiche,  può confondere i cieli e il cielo  ed avendo una struttura funzionale concreta,  sulla base della cultura latina dominante  organizzata secondo le conoscenze astronomiche  ellenistiche,  entra necessariamente in equivoco  ed ha la sensazione di un dio locale, come Mitra, Osiride ed altri.

La mancanza di hmoon è segno dell’abbandono da parte cristiana  del privilegio ebraico dell’esclusività di figlio,  erede del patrimonio paterno!.

Luca, in quanto medico, ha una sua formazione scientifica  e conosce l’astronomia di Ipparco  di Nicea (200-120 a C. ) che considera la terra immobile, di forma sferica, posta in mezzo al mondo  come centro e che ritiene il cielo sferiforme, fatto di etere incorruttibile e che il moto delle stelle fisse  è causato dal  movimento rotatorio  della sfera stessa concentrica.

Non ci sono prove per dire che Luca non conosca anche  Gemino di Rodi (I sec  av.C)  che, avendo  esaminato e  misurato la lunghezza delle stagioni  e la durata dei giorni, risulta determinante, con la sua Eisagoogh eis ta phainomena,  quasi  al pari di Sosigene, alessandrino,   per la riforma del calendario giuliano, adottato poi anche in Palestina.

Luca sembra  avere conoscenze stoiche, specie della fisica che distingue To olon / il tutto dall’universo /to pan,  che è il mondo /Kosmos, separato dal  to kenon / vuoto  e che considera  tutte le parti gravitanti intorno ad un centro.

Conosce anche l’esistenza di una causa  (eimarmenh da meiromai ) determinante ogni cosa che accade, che è accaduta o che accadrà e sa che il mondo è un animale ragionevole  e che tutte le cose -compreso l’uomo-  sono determinate dal fato, in una identificazione di Dio con il mondo stesso, in una visione  panteistica.

Infatti  se si stabiliscono rapporti tra il prologo del Vangelo di Luca e  e l’opera di Pedanio Dioscoride di Tarso  si rilevano la stessa perizia medica  e la comune matrice stoica.

In Dioscoride – medico militare del periodo di Claudio e Nerone, al servizio di Domizio  Corbulone  nelle campagne armeno/partiche, scrittore  di Peri ulhs iatrikhs/De Materia Medica, in cui vengono raccolte le ricette  in ordine alfabetico e le idee (il corpo è il vestito dell’anima) propagatesi, con qualche interpolazione, fino al Medioevo e al Rinascimento- e in Luca è comune la ricerca delle guarigioni miracolose, (paradoxa), descritte  sulla base  del verbo aptoo tocco, relato a dunamis  forza e potenza (Luca 8.40-48).

Da questa visione comsogonica e  medica, dunque, la non presenza nel pater lucano dei termini o ouranos e di oi ouranoi, collegati con la manifestazione prodigiosa divina  e, di conseguenza, equivoci.

Le due rogationes, rivolte al Pater, vengono sentite come formule: l’una di celebrazione del nome santo di Dio, ridotta a livello di lode  della potenza  e della forza animatrice  dello spirito vitale divino in una razionalizzazione pagano- stoica del nome e della maestà; l’altra  di consapevolezza della venuta  del regno, della sua realizzazione storica  con l’avvento dello Spirito Santo,  sotto il cui patronato  ci si augura, grazie alla metanoia dei popoli, l’attuazione definitiva della Basileia tou Theou in un rovesciamento delle parti, che va a coincidere con l‘eterno ritorno  (Luca,13,30 ecco vi sono ultimi che saranno  primi  e vi sono primi che saranno ultimi  kai idou  eisin eschatoi  oi esontai prootoi, kai eisin prootoi de esontai eschatoi).

In Luca, infatti,  è continuo l’uso del termine metanoia (da metanoeoo riconosco dopo,  ma anche cambio parere e muto vita e quindi mi pento-Lc.   3,8; 15,7; 15,10;   24,66 ecc. – e mi converto ) in una traduzione di shub ebraico, connesso con la Parabola del figliol prodigo (15,11 e sgg) dove si tratta di un  figlio che torna al Padre, a seguito della presa di coscienza di hmarton – ibidem, 15,18-  .

La richiesta  rientra nel quadro di una mutata mentalità  cristiana e in  un nuovo contesto  provinciale – una Siria in fibrillazione per i preparativi militari, specie nella zona  dell’Eufrate, teatro di guerra tra i due Imperi, quello romano e quello Parthico, specie  per il discusso fronte armeno! -: in essa è sotteso un nuovo modo di vivere  relato all’invocazione  al nome di Dio e alla persuasione  della venuta del Regno e della presenza dello spirito Santo, fuoco divino d’amore.

C’è anche la consapevolezza di non essere  elemento  della communitas  aramaico-siriaca, e quindi c’è la volontà di tenersi lontano dalla guerra e dall’odio da parte del cristiano comunitario che vive già isolato, in attesa del ritorno del signore, senza ideali romano-nazionalistici,  in quanto non partecipa alla leva militare e alle manifestazioni  inneggianti alla vittoria.

A proposito, Ignazio di Antiochia  usa i termini militari, invitando ad essere stratiootai /milites di Christos e a non  disertare   anche se ‘c’è dissenso con i pagani e se si rileva come demoniaca la situazione asiatica.

Nella lettera a Policarpo di Smirne, il patriarca, mentre dà disposizione ecclesiali  e direttivi al vescovo, ai sacerdoti,  ai diaconi invitandoli ad essere forti nel pericolo e  ad essere atleti,  a fidare solo in Dio come i naviganti che invocano i venti favorevoli e sperano nel porto sicuro,  evidenzia un clima di attesa  del Christos, di  chi atemporale e invisibile si è fatto  visibile e passibile  in quanto è  convinto  che i tempi richiedono  prudenza.

Il consiglio a Policarpo ad essere prudente come serpente  e semplice come una colomba di fronte agli attacchi di Satana non è dissimile dal pensiero generale  di  Luca che teme il pericolo satanico  per i fedeli e per la chiesa : Ignazio, si ricordi,  è il primo a  definire la chiesa cattolica ( da katholou   dappertutto  cfr. Lettera agli  abitanti di Smirne 8,2  dov’è Gesù Cristo, lì è la chiesa cattolica ).

D’altra parte Luca  come Ignazio  è  desideroso di ricongiungersi  il più presto possibile a Christos  trionfante, che è modello, di cui bisogna seguire le orme,  convinto di essere anche frumento di Dio  (Cfr Lettera ai Romani,4.3)

Ignazio è martire sotto Traiano in data imprecisata tra il 107 e il 110, autore di sette lettere considerate autentiche – di cui non ci sono testimonianze effettive  nella letteratura subapostolica, apologetica e patristica,   ma solo indirette citazioni frammentarie dopo il X -XI  secolo-.

Al di là  dell’ autenticità delle lettere ignaziane,   confuse con tante altre sicuramente  di epoca successiva,  le  quattro, inviate da Smirne, -durante il suo viaggio di trasferimento nella capitale per affrontare il martirio, scortato da una decuria militare,-  agli abitanti di Efeso, Magnesia,  Tralli   e Roma e le tre da Troade agli abitanti di Smirne e  di Filadelfia e a Policarpo, sono solo espressione di un magistero antiocheno  riconosciuto dalle comunità cristiane asiatiche e sono spia indiretta della centralità di Efeso, che si irradia anche sul Mare Egeo, ancorata al pensiero apocalittico di Giovanni evangelista.

Comunque, sembra che ad Antiochia, nei primi  decenni del II secolo,   esista una cultura cristiana  differente sia da quella efesina che da quella alessandrina, maggiormente basata sulla Caritas e sui vincoli del pasto comune.

Perciò il primo imperativo presente- indicante  la presenza della divinità  che, datrice di un pane etereo   quotidiano, esprime e sancisce un nuovo patto tra padre e figlio  di una nuova comunità (che agisce in relazione alla mutata concezione culturale, secondo Caritas), segnando  il rapporto fraterno tra i fedeli.

L’uso di ton epiousion in Luca ha un connotazione diversa da quella matteana, essendo  in connessione con didou  e tas amartias ,  che in un certo senso stravolge il significato  il pane materiale dato per quel giorno , sottende una valenza significativa di etereo – insito in epeimi sto sopra,  – in quanto  partecipe del fuoco  dello spirito  e quindi più sottile, nel senso geronomiano di supesubstantialis  eucaristico.

La seconda richiesta ha, invece  una duplice valenza  a seconda dell’angolazione: da un lato, esprime la remissione dei  peccati ad opera di Dio  padre misericordioso perché i suoi figli  si condonano reciprocamente i debiti   nel nuovo Regno, azzerando il proprio patrimonio personale, da un altro, mostra  la coscienza dell’orante  di avere fratelli peccatori nei confronti di Dio, ma redenti dal suo sangue  e perciò perdonati, con l’invito ad un rapporto  basato  sul perdono reciproco  e quindi  sull’amore compassionevole  fraterno.

La stessa struttura morfosintattica  dichiarativa  evidenzia la dialità interpretativa:  una di effettiva richiesta di perdono a Dio  e l’altra di costatazione della reciprocità del perdono, sul piano umano del nuovo regno, come base per ottenere  la misericordia divina.

L’area semantica di perdono lucano, dunque, è quella di una sfera di influenza limitata ai soli cristiani  in quanto inglobando aphes tas amartias e aphiomen  ta opheilhmata  panti opheilonti  entra in relazione con diversi oggetti  a seconda del rapporto di dipendenza e di eguaglianza.

La terza richiesta, fatta in forma negativa, evidenzia  la presenza delle forze del Maligno,  senza però la tragicità   sottesa in Matteo, connessa, comunque, con l’epistolario ignaziano.

Il mh eisengkhs  è un’esortazione negativa   con cui si chiede a Dio  di non spingerci nel pieno della  lotta col Demonio, entità superiore,   in quanto noi figli, bisognosi  del Padre, solo  se assistiti, possiamo meritare  positivamente, pur nella sperimentazione della prova.

Peirasmon indeterminato  è una prova generalizzata, considerata  della durata della vita stessa, fatta di tentazioni, che sottendono l’ombra del nemico  peirazoon -non menzionato non opposto a Dio, ma sentito come pericolosa presenza-.

In effetti l’ultima richiesta  ribadisce la fiducia nell’ assistenza divina  di un Dio padre  nel momento  di prova esteso all’esistenza intera   che è misericordioso verso il fedele mai lasciato solo  davanti all’elemento diabolico.

Dunque,  il Pater matteano  e lucano,  al pari dei vangeli contenitori, evidenzia un messaggio nel complesso comune, ma  differenziato perché specificamente   connesso con la situazione storica   propria dei due scritti, per cui la lettura della preghiera   è in relazione ad una diversa  semantizzazione,  avvenuta in  vari momenti storici, in un precisi ambienti , condizionati  da un gruppo  di lettori e di uditori,   nel quadro di una propaganda  diversificata,  a seconda dei particolari  scenari provinciali del II secolo d.C.

Traduzione e messaggio del “Pater” di Matteo

 

In Memoria di mio padre  Vincenzo e di mia madre Alessandrina Pizi

Nel tradurre, cioè nel trasferire dal codice greco ellenistico ( in cui è codificato il pater matteano,  in epoca flavia, in data imprecisata   dopo un lungo periodo di oralità aramaica e greca) a quello italiano  i significanti, ordinati  secondo fonologia e grammatica  e sintassi, in una visione sincrona  parallela delle due strutture  linguistiche, si è costretti  a tenere presente  l’esigenza di traslatare – il termine è usato prima di tradurre  fino al Quattrocento!-  cioè di fare una traslazione locutoria  -metaphrasis– con tutta l’area semantica e referenziale sottesa.

E’, quindi,  un’operazione complessa e difficile, che personalmente ho fatto nel 1992, convinto che non è possibile una lettura di soli segni, di cui non è sicura la traditio testuale.

Il testo matteano  del Pater sembra essere  più  una copia alessandrina di epoca antonina, che  quella originaria greca di epoca flavia.

Abbiamo un testo unico con due concezioni  christiane, una antiochena e una alessandrina .

La complessità  e la difficoltà  di lettura  sono  nell’uso del termine  strutturale – come grafema, sintagma, struttura,  enunciato, polisemico, perciò polivalente  a seconda di come  e di quando è detto, scritto, copiato – del  sistema contenitore evangelico, dei fruitori committenti, degli utenti riceventi,  in relazione alle ubicazioni, nell’ambito dell’ Impero romano, del telos  prefissato dallo scrittore, dalla causalità e  dalla coerenza linguistica-di norma equivoca,  per natura, a meno che non ci sia una convenzionalità  scientifica-.

L’equivoco del PATER è  nell’uso rituale del testo  nelle diverse sedi di recitazione: la preghiera in Asia nel I secolo  ha un suo significato; in Egitto nel II secolo ne ha un altro.!

Per uno che opera distinguendo due fasi storiche (quella del  Malkut ha shemaim ( Basileia toon ouranoon)  e quella della Basileia tou Theou, la lettura del Padre nostro  diventa un’impresa impossibile, ingarbugliata, pazzesca, specie perché il testo greco in nostro possesso  è quello origeniano, cioè del didaskaleion alessandrino, di una scuola che ha dovuto rifondare il cristianesimo, dopo il lungo oscuramento  di Paolo e dopo la fine della Chiesa di Gerusalemme aramaica, dando contenuti nuovi…

La traduzione greca del Testo  Pater hmoon kata Matthaion, come preghiera dettata dal Christos e registrata da un tachigrafo, bilingue (aramaico e greco) in ambiente giudaico in epoca messianica  tra il  (32 e 36 d.c.) nel corso  dell’impresa militare di Lucio Vitellio, che ripristina il kosmos,  l’ordinato sistema statale romano  in Siria, turbato da Artabano III, re dei re di Parthia, è tutta da  studiare  e da verificare  sulla base dell’autentico testo aramaico tramandato…

Esiste un testo aramaico di Matteo?

Esisteva forse, se è vera la tradizione di Eusebio che parla di Panteno,(L’ape sicula), di un suo esilio-missione da Alessandria, di un suo soggiorno in India e del ritrovamento di un Vangelo matteano, portato da Bartolomeo apostolo!…

Dovendosi ricostruire il testo aramaico, la traduzione  cristiana   greca è  fedele trascrizione di ogni lemma  in modo da lasciare integro il significato?

E’ fedele, nonostante le oscillazioni di valore semantico a seconda delle situazioni  di lettura e degli ambienti stessi in cui si legge?.

Diversa è la lettura , litteralis di Antiochia da quella,allegorica, di Alessandria e da quella originale di Gerusalemme ( divenuta ora Elia Capitolina), specie nel quadro di indagini antonine sul nomen christianum (indagato in quanto ha una radice ebraica) nel corso di una persecuzione giudaica, tesa all’estirpazione del cancro ebraico sotto Adriano…

La traduzione  non può non essere  equivoca, impropria, unilaterale:  è il caso d Panteno e di Clemente, uomini del Didaskaleion di Alessandria ,  che vivono accanto a quello ebraico  e che si confrontano con la lecsis  dei Terapeuti  giudaici del Lago Maryut, avendo un proprio politeuma, un sistema gerarchico già ben collaudato e un popolo di credenti in Christos

Più tardi Girolamo, traduttore sanguigno, frettoloso e interpretante non può non essere equivoco! : in tre giorni arrabatta  una lezione del Cantico dei Cantici / Shir Shirim, dell’Ecclesiastico e  e dei Proverbi; ed ancora peggio, in un solo  giorno  con l’aiuto di un ebreo, esperto e perfetto conoscitore  di  lingua ebraica ed aramaica e di un tachigrafo, legge Tobia!

A mio parere non c’è possibilità di resa di un significato  senza  uno specifico processo referenziale, secondo un accertato lavoro di posizionamento.

Un lavoro è  di norma approssimativo e  probabilistico, tanto più sicuro per quanto alto è il grado di scientificità  e di competenza specialistica personale, provata  con paradigmi operativi.

Comunque, se la traduzione dal greco  della koinh al latino e all’Italiano è equivoca,  tanto più  equivoca è quella  derivata dall’aramaico  parlato a quello scritto e da questo al  greco ellenistico- specie alessandrino-, diverso a seconda delle regioni orientali.

In ogni ambiente asiatico ci sono influenze linguistiche locali che portano ad una mistione semantica  e a sincresi concettuali, pur nella fissata convenzionalità  del significante  lessicale e morfosintattico.

Il contributo della musar, cultura aramaico-ebraica, espressa in dabar,   alla paideia  espressa in logos  tipico della lingua comune, è settoriale ed irrilevante  sul piano del segno linguistico  e della valenza  stessa significativa.

La traduzione dei Settanta, seppure arricchita da Alessandro Poliistore, da Aristobulo e specificamente dal pensiero  platonico di Filone alessandrino e dalla tecnica prammatica storica di Giuseppe Flavio e poi dagli Evangelisti e dalla fioritura della letteratura cristiana, risulta esemplare  in quanto connessa con  l’apostolicità ecclesiale  e con l’ispirazione dell’ Agion Pneuma, ma non per questo ha  valore di autenticità.

Apostolocità non significa autenticità: noi fedeli cristiani così abbiamo voluto credere!

Ne consegue che la confluenza della cultura  aramaica, volgare,  è ancora meno significativa di quella ebraica e perciò nella codificazione scritta  la prevalenza è data al significante comune e meno a quello fonemico – se ben ricordato- aramaico, data la diversa risonanza linguistica  e l’impari rapporto tra le due lingue nel seno dell’impero romano,  in quanto la significatività comune  ha prepotere sulla originaria  forma e valenza significativa, per esigenze di  comunicazione generale, in un quadro di  koinoonia.

Inoltre gli evangelisti, uomini non certamente letterati,- anche se pubblicano  di professione come Matthaios  e medico come Luca-, non possono né sanno far prevalere la significatività aramaica, che è condizionata dalla  significatività ebraica del proprio sondergut, specifico della  propria cultura  e necessariamente dànno una genericità di senso, procedendo probabilmente come Girolamo che traduce senso da senso, più che parola da parola, arbitrariamente, anche per impaccio linguistico, data la scarsa conoscenza strutturale della koinh – è il caso specifico del levita Marco! -.

Ora la traduzione- lettura  proposta, è giustificata da motivi cotestuali  e da ragioni  tecnico-comparative proprie di Matthaios, erede della tradizione giudaica, connessa con la lingua aramaica.

L’ aver posto il Pater tra i paragrafi 6.5-8 e 6. 14-5 è segno di un disegno già evidenziato, di presentare  la preghiera cristiana nella sua  tipicità, riferita a quella ebraica e confrontata con quella pagana.

Infatti l’evangelista oppone il 6.5 -la preghiera dei farisei e  scribi, ipocriti- fatta in piedi nelle sinagoghe  o negli incroci, nelle piazze  in modo da essere visibili- a quella del cristiano ( 6.6) che, invece, entra nella sua camera,  chiude la porta e prega in segreto.

Di quale cristiano si parla?! e dove  e come vive un tale christianos?

Poi da una parte oppone al 6.6 della preghiera cristiana  il 6.7 della preghiera battologica – da battologeoo /ciarlo di cose inutili, in quanto faccio  tiritela – propria  dei pagani, che con la polilogia credono di essere esauditi  e dall’altra  mostra come il Theos  conosca  ciò di cui l’uomo ha bisogno, prima ancora di chiederlo e  perciò invita a non fare come gli idolatri.

L’ oun conclusivo è spia della volontà di Matthaios, che riproduce il discorso orale di Christos,  di  chiudere l’insieme  discorsivo sulla preghiera, confrontata con quella negativa  di ebrei e di pagani,  al fine di darne una nuova.

Ma di quale Matthaios si parla?

Non di quello antiocheno, flavio, ma di un Matthaios alessandrino, antonino! Esisteva un vangelo di Matteo con un pater in Alessandria?!…

Il Pater,  quindi, viene situato   e posizionato come novità, dopo avere evidenziato gli errori  dei sistemi di preghiera vigenti.

A conclusione del Pater,  Matthaios fa un’aggiunta prosthhkh con 6.14-15 sul perdono che serve di spiegazione al 6.12.

Con un periodo ipotetico di secondo tipo,( basato sulla protasi ean  gar aphhte tois anthroopois  ta paraptoomata  autoon/  se avrete rimesso agli uomini le loro cadute/colpe-in cui ha grande rilievo ta paraptoomata  (da parapiptooo cado, violo, erro,  devio dalla strada maestra )- aggiunto da Matthaios come alternativa a ta opheilhmata –e sull’apodosi al futuro aphhsei kai umin o pathr umoon o ouranios/anche a voi il padre vostro celeste  rimetterà), Matteo prima  si pone dall’angolazione  positiva del perdono umano  e  del perdono di Dio  e poi da quella negativa (ean de mh aphhte  tois anthroopois, oude  o pathr  umon aphhsei  ta paraptoomata  umoon/ se non avrete rimesso agli uomini le colpe neanche il padre vostro rimetterà le vostre) scende sul piano colloquiale  del voi, dopo la genericità di oi Anthroopoi. Matteo obbedisce  ad un già stabilito ordine di lettura, secondo la disposizione in successione delle parti per l’ufficialità dell’oratio    propria  delle scuole ebraiche,  inficiate da retorica, segue uno schema tipico della tradizione giudaica, ma procede raggruppando in nuclei  la preghiera, pur divisa in due partes.

Le ragione di ordine tecnico-compositivo, unito alla artificialità del discorso motiva una lettura in senso orizzontale  e  in senso verticale per la specifica costruzione parallela propria della poesia ebraica.

Già Origene in I commentari della Sacra scrittura rileva che bisogna operare e in senso verticale  (come  lettura di eventi terreni visti e   intesi  come vicende celesti) e in senso orizzontale (come lettura delle realtà veterotestamentarie, quali simboli e figure neotestamentarie,  a loro volta espressione figurale  del Vangelo Eterno dell’Apocalisse) e in senso morale (Il testo adombra le vicende  dell’anima  contesa  fra il bene e il male  nel faticoso cammino verso la perfezione teleioosis e quelle della Chiesa Sposa di Christos ! cfr. Commento A Matteo, XIII, XIV, XV e  specificamente De   Principiis, IV,2,4.)

Panteno (130?-200), Clemente(150-215) ed Origene (185-264) sono  didaskaloi  christianoi, conoscitori della Bibbia e retori, creatori di un sistema esegetico, scaltriti da esercizi  tecnici ed abili a propagare l’evangelion, philosophoi antignostici, ben connessi col neoplatonismoNessuno oggi conosce il potere del  reale magistero, assoluto, del patriarcato di Alessandria nel II e III secolo sui Christianoi, sparsi nell’ecumene romano – meno di un quinto della popolazione pagana- , di gran lunga superiore a quello  delle sedi ecclesiali  di  Antiochia,  di Roma, di Gerusalemme 

D’altra parte i libri sapienziali( specie  Salmi e Proverbi) mostrano  continuamente, in quanto poetici,   la tecnica del parallelismo dei membri o delle frasi, che risulta elemento tipico della musar, quasi il ritmo cadenzato del pensiero ebraico!.

Le forme più comuni di parallelismo ricorrenti sono tre: sinonimico, antitetico e sintetico. 

Il primo ha uno specifico valore  di termine usato in prima istanza come  lavoro  o iperonimizzato o iponimizzato (rosa-fiore; fiore -rosa; Israele- casa di Giacobbe; Egitto-Barbari),in quanto l’uso dell‘iperonimo viene precisato o specificato con iponimo, mentre quello dell‘iponimo  viene generalizzato con l’iperonimo.

Il secondo si basa sul contrasto in senso di antitesi o di ossimori a seconda se l’antinomia si fonda sull’opposizione  di intere proposizioni o di termini.

Il terzo è un procedimento artificialis, non  solo basato sulla ripetizione o  sull’opposizione del secondo membro  rispetto al  primo, ma  anche su un rapporto analogico, che in un certo senso conclude  e completa il significato secondo una connessione causale o intuitiva,  paragonabile al gioco analogico della nostra poesia  decadente ed ermetica

-E’ il mio cuore/ il paese più straziato– risultanza  di queste case /non è rimasto / che qualche ( brandello di muro/ Di tanti / che mi corrispondevano non è rimasto / neppure tanto/ma nel mio cuore / nessuna croce manca  (Cfr. S., Martino in  A Filipponi, Leggiamo insieme Ungaretti,2006 )-.

Ora il pater, pur non essendo poesia, secondo la struttura classica, basata sulla quantità della sillaba, lo è nel senso più vero  della poesia contemporanea per il ritmo accentuativo e per l’allusività della parola,  oltre che  per l’artificialità  di tutto il sistema matteano e della corrispondenza tra i cinque versetti dell’invocazione  e i cinque della richiesta e alla triplice ricorrenza (anafora) di sou.

Inoltre  la costruzione  poetica, del pater matteano, essendo un sistema sintattico e  semantico perfetto, obbedisce ad una semantizzazione  relata ad una referenza  non solo terminologica ma anche concettuale  perché l’emittente evangelista  traduce termini e costrutti da uno che parla  e che pronuncia parole alludendo poeticamente e fantasticamente,  mentre connette le parti  in relazione al proprio uditorio  con un vasto repertorio  di segni  corporei di accompagnamento.

La traduzione sulla base di una primitiva registrazione, emotiva  originaria in altri contesti,  viene ornata poeticamente  in un tentativo successivo (alessandrino!?) di ricostruzione di quanto detto  e pensato, connesso con il fatto, accaduto prima o dopo  di quella pronuncia fonematica, al fine di una diffusione dei logia del Signore.

Ora, per di più, Matteo  greco  semantizza  secondo schemi  mentali propri  della nuova fede, non ancora stabilizzatasi in canoni, in modo differente rispetto alla versione precedente aramaica della tradizione orale, seguita prima da  Giacomo e  poi dai suoi seguaci  integralisti dell’ekklesia gerosolomitana, scomparsa nel 135 d.C.

Eppure ha procedure stereotipate,  già radicate nel bacino del Mediterraneo,  proprie di fedeli  praticanti ellenizzati e romanizzati,  che ricordano la lezione di un telonhs ed amartoolos, anche se  giudeo-cristiani di formazione alessandrina: il pater di Matteo mostra la mano sottesa del didaskaleion, un già collaudato magistero!

I didaskaloi alessandrini  rispettano la cultura originaria dell’evangelista, evidenziano perfino il procedere simmetrico e la sua forma poetica  in senso lirico: il ritmo è costituito da una successione  più o meno regolare di accenti che coincidono con l’accento tonico senza però una regola determinata  seppure ogni verso (o gruppi di versi ) abbia un suo accento in una successione irrazionale, significativa solo per una scuola, dove predomina la retorica con la lettura allegorica.  

Comunque,  Matteo-  o chi per lui – ha suddiviso il pater in invocazione e preghiera-richiesta, avendo strutturato la prima parte in tre rogationes, ritmate, in modo da stabilire la centralità di elthetoo H Basileia sou, facendo corrispondere ad ogni rogatio una parte pratica paradigmatica nelle tre richieste al Pater,  che presentano tre diverse  strutture, con altrettante forme specifiche.

Il pater matthaico è  così strutturato

1 invocazione; 2.3.4.  Theoria a. del nome santificato, b. del regno, c. della volontà divina; 5 in cielo e terra

1′ richiesta –praxis  in relazione a 2.3.4. come sapienza, come perdono, come vittoria.

Pater hmoon o en tois ouranois   1.

2. Agiasthhtoo to onoma sou,

3. Elthhtoo h basileia sou

4. Genhthhtoo to thelema sou

 oos en ouranooikai epi ghs. 5.

Ton arton hmoon ton epiousion dos hmin shmeron 2′.

kai aphes hmin ta opheilhmata hmoon/ oos kai hmeis  aphhkamen tois opheiletais  hmoon 3′

 kai mh eisenenghs hmas eis peirasmon/ alla rusai hmas  apo tou ponerou 4′.

Di conseguenza  il Pater, letto secondo tale struttura e secondo un’impostazione  che considera unitariamente theoria e pracsis  ha un’organizzazione  sistemica  tale che ad ogni membro  fa corrispondere un altro e  ad ogni rogatio una precisa  e concreta richiesta.

Il suo significato  dipende dalla lettura unitaria  delle due  parti come theoria e pratica  congiunta.

La cultura ebraica,  infatti, si basa  sulla tipologia del sapiente, di  colui che sa confermare la sua parola col suo agire,  la conoscenza della Scrittura con la vita quotidiana.

Il sapiente Giobbe è paradigma della vita  e cultura giudaica  in quanto conoscitore ed osservatore di fatti  umani, filantropo, segnato dal dolore, ma ricercatore di felicità, pur tra infiniti dubbi ed anche se ossessionato da paura, sempre fiducioso e timoroso di Dio.  il sapiente, esaltato nei meshalim/proverbi,  celebrato nei tehellim canti o mizmor canto salmico- accompagnato da una specie di arpa-     è figura di uomo ipotizzata da Matteo nel noi preganti la nuova preghiera /Tefillot.

La pratica di vita ebraica è impostata sul timore del nome  di Dio e sul  timore di Dio, espresso nella benedizione del nome santo come osservanza della legge e come  lode degli attributi di Dio (potenza, bontà, misericordia),  simboleggiata nella sua sapienza  che si manifesta quotidianamente  con interventi continui nella storia  e in natura  nel suo corso (creazione, governo delle cose terrene ed umane, giustizia).

Questo messaggio  è  inviato in modo unitario, secondo una coppia  di  rogazione  e di concreta richiesta, dopo l’invocazione al padre nostro celeste, il cui potere è nel cielo e sulla terra.

La prima coppia è quella di agiasthhtoo to onoma sou / ton arton hmon ton epiousion  dos hmin semeron.

Nell’esame della rogatio  il termine agiasthetoo  significa  sia fatto santo,- cosa impossibile per una creatura specie nella valenza latina di Santificetur –quando invece vale sia benedetto in quanto santo (da agiazoo santifico, consacro,rendo agios).

La lezione è quella di Isaia (6.3 Santo santo santo è il dio degli eserciti : piena è la terra della sua gloria), che è guida per altri  (Ap. 4.8  santo santo santo è il signore Dio  l’onnipotente che era,che è, che viene) in quanto vuole lodare e glorificare il Nome/to onoma  come il Salmista (Salmi  29.2 offrite ad JHWH la gloria del suo nome; ibidem 66.2 inneggiate alla gloria del suo nome, ed ancora in 75.2 noi ti lodiamo ed invocando il tuo nome  narriamo le tue meraviglie; e 103.1 benedici, o anima mia, il suo santo nome; e135.1 lodate il nome di JHWH) e come Daniele (Dan.2.20 Benedetto sia il nome di Dio di eternità in eternità) ed altri.

Infine in agiazoo è la radice di Azomai  (temo, venero), per cui si può ricavare l’idea inclusa di temere e venerare il nome di Dio  perché glorificato dalla maestà stessa divina (Sl.115.1 non a noi, non a noi o JHWH, rendi gloria, ma al tuo nome)

In tale senso  Giovanni (12,18) si esprime (padre glorifica il tuo nome) perché ritiene unica ed eterna la realtà alla fine dei tempi(Zac.14,18 in quel giorno ci sarà solo JHWH  e solo il suo Nome).

Aggiungo che in agiasthhtoo to onoma sou  è inclusa anche l’idea di  partecipazione universale  alla santificazione del nome, come trionfo del bene e del ritorno del Christos in quanto noi tutti  siamo parte del Regno dei Cieli.

Ed allora, siccome il nome è il segno tangibile della potenza  e della presenza di Dio in mezzo all’uomo, sulla terra,  nel cielo e nei cieli, noi esseri umani, come figli che lodano, nell’armonia del concerto delle creature,  dobbiamo esaltare  la gloria di Dio.

Perciò, la benedizione del nome santo di Dio  sottende anche la pratica di una ricerca di Dio, di una speculazione teologica  come adesione  totale della mente, del cuore e delle opere,  che si traduce in adorazione  ed amore di Dio e quindi del prossimo, in modo da entrare  nella santità, condizione per ricevere  la grazia  della sua sapienza.

L’essere conformati  ed integrati nel sistema  della santità  è giustizia, virtù che presiede al rapporto profondo  tra opere , cuore  e pensiero umano  e legge divina, come avvio alla sapienza intesa come lode  come timore di Dio ( Eccl. 1.16 principio della sapienza è temere Dio; 1.17  il timore  del signore è religiosità del sapiente; 1.25 radice  sella sapienza è  temere il signore; 2.1 figliolo, se ti accingi a servire il signore  sii saldo nella giustizia e nel timore;  19.20 ogni sapienza è timore del signore e in ogni sapienza c’è l’osservanza della legge).

Per conseguire la sapienza è necessario l’aiuto costante di Dio che assiste chi lo prega,  assicurando il pane celeste quotidiano.

Artos deriva dalla radice ar, che dà origine a varie aree semantiche  e, ai fini del nostro lavoro, a due: a quella di arariskoo /unisco , saldamente, mi accosto  e preparo; a quella di araomai  prego supplico, e vuol dire  Cibo inteso come pane, focaccia  o cosa preparata e cotta al fuoco  che, con l’aggiunta di ton epiousion, assume un proprio valore, in relazione  alla valenza significativa cotestuale di dos hmim seemeron/ dà a noi ogni giorno la focaccia  che dura per il giorno seguente.

Infatti  ton epiousion rimanda  ad un altro significato , cioè alla manna cibo caduto dal cielo

Matteo, greco, tiene presente la cultura giudaica  e considera il cristianesimo naturale  prosecuzione del giudaismo e perciò unisce le due tradizioni tanto da dare la possibilità ai cristiani alessandrini del II secolo  di velare sotto il pane il significato del rito eucaristico e dare valenze simboliche al pane quale corpo di Cristo, che diventa cibo quotidiano per il fedele che fa parte della Chiesa /sposa di Cristo.

Matteo, quindi, fondendo la tradizione ebraica con la novità della preghiera  in una sintesi  di tefillot giudaica  e proseuchh cristiana, evidenzia l’eredità sapienziale  del suo popolo.

La soluzione successiva di Girolamo come dà significato latino di supersubstantialis  a ton epiousion   non è perciò suggestiva, ma è  in sintonia con quanto aggiungono semanticamente  i maestri alessandrini, i quali rilevano la necessità  di nutrirsi del Christos quotidianamente per combattere contro il nemico e creare uno scudo per il cristiano nell’arco della vita di  un giorno!.

Elthhtoo h basileia sou  è un formula indicante certezza, attesa  augurio con speranza da parte dell’orante, sempre fiducioso e sicuro  che Dio realizzerà  la sua vittoria sul Male  e che attuerà definitivamente il Regno dei cieli: Matteo greco puntualizza  la realizzazione in fase attuativa del regno messianico- quando già è stato abbandonato il pensiero del concreto Malkuth ha  shemaim aramaico, a seguito della fine del sogno di Shimon bar Kokba, della morte di Rabbi Aqiva e  della  estirpazione giudaica dal Kosmos romano-  mostrando Christos come divisione /diamerismon  e  i suoi fedeli sofferenti nel suo nome.

Elthhtooo /venga, aoristo imperativo 3 persona, vale come realizzazione storica già  puntualmente avvenuta,  che comporta comunque,  uno stato continuato di  stabilizzazione con una sottesa  futura perfetta  attuazione escatologica, dall’angolazione presenziale onnisciente divina:  la parousia  del Regno  risulta una  realizzazione presenziale  in cui alla fase della divisione iniziale  subentra quella  del perdono cristiano, dell’impegno del fedele che, nuovo Christos,  cerca di convertire il prossimo e  di salvarlo con una evangelizzazione nuova rispetto a quella della musar aramaica  antiromana.

Dalla lettura unitaria di 2 e 2′ sembra  venire  questo messaggio cristiano alessandrino, diffuso in tutto il Mediterraneo come un’altra visione della funzione del Christos e del Christianos  che ha elaborato un’altra theoria della venuta del Signore!.

Connessa con l’implorazione è, infatti, la richiesta,  quella del rimetti a noi i nostri debiti /come noi li rimettiamo ai nostri debitori, come una fase attuativa della rogatio formulativa.

Infatti Matteo, greco, usa il termine aphihmi con tre differenti valenze significative. a seconda della presenza di un diverso oggetto  e del rilievo dato al complemento :1. aphes ta opheilhmata condona i debiti, connesso con  aphhkamen  tois opheiletais   condoniamo i debiti, azione tipica del banchiere  trapeziths alessandrino– si rilevi il doppio poliptoto!- ;  2. aphiemi ta paraptoomata  perdono  le cadute  che sottende il problema  dei lapsi  nell’ecclesia; 3. aphihmi tas amartias  rimetto  i peccati,  conforme alla evangelizzazione corrente nel II secolo.

Matteo nel complesso rinvia ad un medesimo valore  quello del perdono  che connota l’azione tipica del nuovo patto, basato sulla paternità  di Dio che realizza il suo regno.

Sembra, dunque, che l’evangelista distingua il perdono da parte di Dio della colpa  amartia umana come remissione dei peccati, dal perdono di Dio come condono dai debiti / opheilhmata (rare volte o opheilhths vale colpevole!)  e dal perdono di Dio  per le cadute paraptoomata  e nello stesso tempo separa la sfera del perdono di Dio da quello degli uomini agli uomini.

D’altra parte Matteo greco  nella Nascita di Gesù  1.21 dice :  Gesù salverà il suo popolo dai suoi peccati/apo toon amartioon autoon  e Giovanni sarà lo strumento  dell’avvento dell’era messianica  (h basileia toonouranoon) mediante l’invito alla metanoia (3.2) e  alla confessione dei peccati (ecsomologeisthai tas amartias autoon,5.6).  Insomma tutta la iniziale predicazione, che è sentita  come una pressante  esortazione alla conversione, non è pensabile come scritta da Matthaios aramaico, ma da un greco di epoca posteriore!.

Questo Matteo  mostra continuamente ( non solo col Pater!) la parousia del Regno, evidenziata con miracoli, considerati unitariamente  legati alla remissione dei peccati come affermazione dell’exousia divina  9.2,3,4,5,6.

Nel riportare la guarigione di un indemoniato sordo-muto e nel riferire il giudizio dei farisei  che accusano il Christos  di operare in nome di Belzebul, Matteo trascrive il pensiero di Gesù su un regno diviso in se stesso e contrappone la venuta del Regno dei Cieli, testimoniata dalla cacciata  dei demoni  in virtù dello  Spirito santo (?!), sancita dalla necessità  della scelta di una delle due fazioni, dalla novità del perdonare  e dall’essere perdonati (uso di aphihmi al passivo,12.31-33).

Il Matteo greco-alessandrino  sa precisare il perdono  da parte di Dio nei confronti dell’uomo secondo i canoni dell’epoca giudaica tiberiana  e il perdono reciproco tra gli uomini debitori nei confronti di un Basileus, confuso con un Maran.

Infatti ribadisce il perdono delle offese  in 18.21-22 quando Pietro  chiede quante volte debba  perdonare (si noti  aphhsoo!) il fratello che pecca contro di lui , ma evidenzia  la sua lontananza dai tempi storici nella parabola del servo spietato (18.23).

Il regno dei cieli viene considerato simile ad un Basileus che vuole fare i conti (sunarai logon) coi suoi servi.

Secondo l’evangelista, il signore convoca, fatto il computo,   un debitore eis opheilhths di 10.000 talenti-  una cifra enorme cfr. Antipatro padre di Erode  ed Erode basileus

Il debitore, un privato, non ha  il denaro da restituire (apodounai) e il Basileus  comanda che sia venduto lui, la moglie e i figli  ed ogni suo avere per essere ripagato (apodothhnai ). Il signore, sentite  le preghiere del servo- cosa inverosimile!- gli condona il debito (to daneion aphhken  autooi).

Per comprendere l’insensatezza -in epoca repubblicana romana  poi augustea – di tale condono si pensi che uno Stato insolvente doveva subire la  vendita del patrimonio regale, del capitale dei protoi  con aggiunta di parte del tesoro  sacerdotale templare e  della khora! Secondo il Vangelo il debitore, appena uscito, trova un suo conservo che gli doveva ( oopheilen)  cento denarii circa un milione di vecchie lire-500 euro, poco o  niente rispetto ai 300.000.000.000 circa  condonati-e senza accettare suppliche,  lo fa gettare in prigione, finché non gli restituisce  il debito (oos apodoo to opheilomenon).

Il basileus, sentito l’accaduto, chiama il servo, lo definisce malvagio (poneros), gli ricorda di aver condonato il debito  totalmente (pasan thn opheilhn ekeinhn aphhka), lo rimprovera per non aver avuto pietà  del suo simile  e lo consegna agli aguzzini finché non restituisca  quanto dovuto.

Questa sarebbe la conclusione di Gesù: outoos kai o pathr mou o ouranios poihsei umin  ean mh aphhte  ekastos  tooi  adelphooi autou  apo toon kardioon umoon / anche il padre mio  celeste farà a voi così se non perdonerete (condonerete) ciascuno al  proprio fratello  nei vostri cuori!. 

Non sembra possibile un tale condono  nel Matteo aramaico che certamente non avrebbe mai scritto nel corso della cena pasquale,  dopo  il convito  della nuova alleanza di sangue versato per molti / To aima to peri polloon ekkhunnomenon in remissione  dei peccati eis aphesin  amartioon!.

Eppure anche nel Pater  Matteo greco  usa l’espressione  aphes ta opheilhmata  col significato specifico di condonare  i debiti ad opera  di un creditore (o danisths),che però,  essendo anche un Basileus maran  e giudice kriths  che nel consdonare il debito  rimette  anche tas amartias avendone potere  e perdona ta paraptoomata  la cadute nel mal , propri dell’umanità che, però, è redenta  dal sangue divino  e perciò, può essere continuamente purificata, grazie all’arton concesso quotidianamente! Mah!

Siamo in un’altra epoca, in altra situazione in un’altra condizione storica!?

Inoltre Matteo,  greco, sottende  ad aphes ta opheilhmata tutta l’impostazione positiva, nuova  del messaggio di amore  cristiano, che è la base  per il perdono secondo le norme della Basileia tou Theou  che risulta tratto distintivo del nuovo patto  tra pater e figli -come se conoscesse la parabola lucana del figliol prodigo!-  che devono secondo l’esempio  del Padre – che ha dato il proprio figlio per la redenzione  umana-sentirsi fratelli uniti da un reciproco patto di rispetto e di solidarietà.

La proposizione modale comparativa dichiarativa come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori  rimanda alla conclusione della parabola del  servo spietato, che diventa positiva formulazione  in quanto il padre, condonando ciascuno  i propri debitori, perdonerà i nostri debiti-peccati  facendosi partecipi del Regno, avendo noi favorito l’attuazione della Basileia  sulla terra.

Matteo già in 5.14 aveva mostrato la peculiarità  dell’amore cristiano e la novità,  rispetto alla legge  mosaica, della venuta del Christos  come compimento e non abolizione della legge ebraica: l’amore per i nemici e la preghiera per i persecutori sono i cardini del nuovo regno oltre all’invito ad essere perfetti,  come è perfetto il padre nostro celeste.

In conclusione, la lettura  di Elthetoo h basileia sou … aphes hmin ta opheilhmata hmoon / oos kai hmeis  aphhkamen toi opheiletais  hmoon come un’unica unità semantica  è ricca di possibilità interpretative oltre che di giochi retorici e letterari, ed autorizza  rapporti profondi testuali  sulla base dell’avvento della basileia e del perdono, in una sottensione dell‘amore come pratica  di vita, tipica del christianos.

L’ultima invocazione sia fatta la tua volontà/genethetoo to  thelhma sou con le determinazioni di luogo (oos en ouranooikai epi ghs) è connessa con l’ultima richiesta  pratica ed è costituita  da un periodo composto, formato da due proposizioni principali, una negativa ed una positiva, disposte in modo contrastivo (non indurci in tentazione, ma liberaci dal male/ mh eisenenghs hmas eis peirasmosn, allà rusai hmas apo tou ponerou).

E’ un messaggio unitario che rimanda ad una visione ancora più grande  ed ampia, quella dell’intero pater, oltre che ad una cultura  cristiana evangelica ormai diffusa, quella dell’opposizione alessandrina  Dio Padre /Satana malvagio e  regno dei cieli /regno dell’Ade, i due estremi della preghiera, Pater e Poneros (allitterazione).

Prima di leggere l’ultima unità semantica del Padre nostro  matteano  sembra necessario evidenziare  la cosmogonia ebraica al fine di referenziare il senso del l’insieme, complicato dalla presenza dell’epiteto  attributivo all’inizio del pater indicante la dimora  di Dio  nei cieli ( o en tois puranpois) e dell’ espansione  complementare locale ( e in cielo e in terra  oos en ouranoooi kai epi ghs, situata alla fine dell’invocazione )  e dall’aoristo passivo  indicante il farsi la volontà di Dio  come chiusura dell’intera petizione in una visione unitaria cosmogonica.

Matteo aramaico e tutti gli uditori del Christos  parlante, nel momento  dell’ascolto del termine i cieli associano  al significante Shamaim  dando un preciso significato proprio della Musar aramaica, sulla base della referenza biblica e di certe conoscenze fisiche, a cui oppongono lo Sheol.

Infatti  l’ebreo sa che Dio è nei cieli  (Sl. 33,12-14 dai cieli scruta JHWH e vede tutti i figli dell’uomo, dalla sede della sua dimora osserva tutti gli abitanti del mondo; Sl. 104,2.3  tu distendi i cieli come un drappo, ed innalzi sulle acque la tua stanza; Amos.9.2-6 quando anche si aprissero un varco nello Sheol / di là le mie mani li strapperebbero / quand’anche salissero  di là li farei discendere!…egli ha costruito nei cieli i gradini, ha fondato sulal terra la sua volta ) dove ha la su dimora  posta sopra la volta del Cielo -rakija- la quale poggia sulla terra sulle sue alte montagne (Giobbe, 21,24).

Matteo greco traduce i cieli  come il luogo della dimora di Dio secondo la tradizione aramaica, oltre la rakija/ firmamento, sopra la distesa del mare celeste  costituito da acque  dolci (Gen.1,7) da cui derivano le nuvole,  i fulmini, la grandine  su cui si innalza la cupola del Cielo dei cieli. 

Col termine cielo/o ouranos intende il firmamento  cioè la cupola distesa stabilmente  come una volta frapposta  tra le acque  da cui deriva il termine greco stereooma/base.

Ogni ebreo nel sentire cielo dà il significato  di lastra trasparente – in cui sono fissate  le stelle viventi e su cui poggiano le acque superiori dolci da cui  dipende il colore azzurro- , sotto la quale sono comprese  che acque che scorrono sulla terra -mari, laghi, fiumi, ruscelli-.

Matteo aramaico, perciò, oppone al cielo firmamento  la terra  che è considerata piatta, posta in mezzo alle acque inferiori  salate e sostenuta  da colonne (Sl. 75,4 io ne ho saldato le colonne!).

Ai cieli invece oppone lo Sheol  dimora dei morti, posto sotto la terra,  visto normalmente come dimora dei cattivi (Sl 63,10, ma quelli che desiderano la rovina dell’anima mia  sprofondino  nelle voragini della terra; Giobbe  24,19 come l’aridità e il calore assorbono  acqua di neve , così lo Sheol  i peccatori ) e quindi polo negativo, come dimora di Satana rispetto a quello positivo di Dio.

Dunque la cosmogonia ebraica  illumina  la comprensione  e della prima parte del Pater in cui Matteo mostra Dio padre e  signore dei cieli e il farsi  della sua volontà  in cielo e in terra,  e della seconda parte  in cui  l’evangelista evidenzia  l’opposizione eterna  tra Dio,   principio di bene, signore dei cieli e Satana, principio del Male e signore dell’Ade Sheol, tentatore dell’uomo,  creatura in bilico  tra le due grandi  forze primigenie.

Matteo predicando il regno dei cieli con le due sequenze unite,  manda un messaggio di fiducia  nella volontà di Dio, attuatasi già  con la buona novella, non ancora diffusa nell’ecumene   e contemporaneamente esprime la paura del Malvagio, nonostante la coscienza  che le  porte dell’Ade  (pulai Adou) non prevarranno (ibidem, 16,18) e che sicura sarà la vittoria di Dio.

L’evangelista, greco,  infatti, nel Discorso Escatologico  (24.1 e sgg.) dove mostra i segni indicati da Christos per riconoscere la fine -molti verranno col mio nome 24.4;  sarete odiati a  motivo del mio nome 24.9;la buona novella del Regno sarà annunciata a tutto il mondo  24.14- La presenza del Messia attestata qua e là e il suo ritorno trionfale (24.30) sembra risentire dell’editto di Traiano e perfino di quello di Adriano.

Matteo esalta la vittoria del Christos,  il cui inizio  è la basileia  attuatasi con il farsi della volontà del Padre.

Infatti per lui fare la volontà del padre  è andare a lavorare nella vigna (Isaia,5.1 ) in cui il padrone  ha comandato di andare: la vigna,  però, essendo inizialmente affidata agli ebrei,che hanno ucciso il figlio,è passata ad altri agricoltori (Mt. 21-31 e sgg.)- cfr Origene, Commento a Matteo, cit.

Matteo aramaico mai avrebbe trascritto ciò!

Il passaggio da una basileia  aramaico-ebraica ad una ecumenica alessandrina  avviene in relazione  all’uccisione del figlio che, col suo sangue, redime l’uomo e rende partecipe del regno tutti, indistintamente: un altro segno del messaggio greco matteano!

Infatti il lavorare  nella vigna  è considerato come un avviare alla giustizia  intesa come osservanza della volontà del Padre  che rende l’uomo giusto: è il caso del figlio che, comandato di  andare a lavorare nella vigna,risponde di non aver voglia, ma poi, pentitosi,  fa la volontà del padre (21,28-29).

La stessa divisione degli uomini in buoni e cattivi, eletti e non eletti,  in  relazione al fare la volontà divina (13,47-50, Parabola della rete) è tipica di Clemente alessandrino come anche quella di figli del Regno  ( oi uoi ths basileias 12,36) e figli del Malvagio ( oi uoi tou ponerou 12.36).

Infine  l’evangelista esprime  la definitiva vittoria  di Dio con l’attuazione  del Regno nel giudizio universale, nella separazione dei buoni  e dei cattivi, nella collocazione degli uni nella Gloria e degli altri nel fuoco della Geenna.

Perciò la preghiera del pater risulta ringraziamento  del figlio   che benedice il  sacro nome,  che osserva la volontà,  cosciente del regno divino  e della legge, nonostante la paura del Malvagio, che in tentazione,  può avere possibilità di vittoria.,  se all’uomo manca  l’assistenza del Padre.

Si può dire, quindi, che Matteo aramaico e quello greco dicano la stessa cosa circa la richiesta unitaria,  posta negativamente come mh eiseneghs ( da eispheroo porto in mezzo, introduco,  faccio soccombere), ma corretta  da allà rusai, cioè non di farci entrare nel vivo della tentazione, data la debolezza umana e piuttosto di liberarci, stando al nostro fianco, dalla circuizione del Maligno.

Nel primo è chiara la sorte di Giobbe, provato da Dio  che lo ha portato all’estrema abiezione, prima di intervenire e ripristinare il primitivo stato di eudaimonia; nel secondo – che è su un piano di metafora spirituale, pneumatico, tipico della perfezione/teleioosis – il sistema retorico  contrastivo evidenzia come il fedele,  pur nella prova, avendo l’assistenza divina non soccombe, ma è liberato dalle fauci del Maligno: gli  alessandrini nel loro sistema etico  fanno atto di umiltà perché  marcano a fragilità umana,  chiedendo l’aiuto di Dio, che è scudo e  segno di Vittoria.

In definitiva la richiesta di non farci cadere nelle mani del Diavolo  risulta invito a Dio ad attuare il Suo Regno, a realizzare la sua volontà così da rendere parente l’uomo, quale fratello del Christos, figlio ( Mt 12.50).

L’insieme significativo, negli intenti della propaganda  cristiana alessandrina, pur nella forma iniziale negativa, cela  un messaggio positivo  in quanto sottende  la necessarietà del peirasmos per l’acquisizione del merito individuale, come prova saggiata dell’elezione divina del christianos  pneumaticos,- rispetto ad ilici e psichici destinati alla dannazione-  e come presenza di Dio, padre e poihths facitore della Storia.

Il Matteo greco vede l’instaurazione  della Basileia tou Theou come attuazione della volontà del padre, come ultimo atto  di un percorso iniziato col superamento  dell’etica  ebraica, accettata nella sua essenza: Mt 7.12   Quanto, dunque, desiderate  che gli uomini facciano  fatelo  anche voi  stessi.  Questa è infatti la legge e  i profeti/ panta oun osa ean thelhte ina poiioosin  hmin oi  anthroopoi , outos umeis poieite autois: outos  estin  o nomos kai  oi prophetai.

Strano  è comunque  quel kai oi prophetai anche se è sottinteso il soggetto outoi ! E’ solo un rispetto alla tradizione ebraica, da parte della gerarchia clericale alessandrina già potente, rispetto ai vilipesi giudei!

Dunque, Matteo greco  compendia in Regola d’oro quanto insegnato dal Vecchio testamento  considerato, comunque, inferiore alla  legge esposta da Christos  (cfr. Gio.15,12 s), come prova ulteriore della  lettura  matthaica del Didaskaleion!

In pratica per Matthaios Il Christos, che chiede al Padre  la liberazione dal maligno  evidenzia l’umano timore di essere dominato dalla potenza del Peirazoon, la cui manifestazione come Satana (Belzebul, Mamona) antagonista di Dio, continua nei vangeli,  è considerata oppositiva alla evangelizzazione.

D’altra parte la stessa  intenzione di opporre Regno dei Cieli e Regno dell’Ade ( da a-id = non visibile quindi sotto terra,  come termine equivalente a Sheol,) tende a manifestare il contrasto tra  il padre celeste  e il poneros  ed è segno  di una mentalità diale  radicata nell’animo ebraico, come dimostrazione della sottesa  cultura babilonese  ed iranica.

Di questa cultura  è quel vangelo aramaico di Matteo, portato in India da Bartolomeo, di cui viene trovata una copia da Panteno ( Eusebio, Hist, Eccl. V 12.3), che  lo porta ad Alessandria : non si sa poi  (Eusebio,  Hist. eccl. III, 24.5-6 Epifanio, Panarion, 29.9,4  Girolamo De viris illust., 3)   come  scompaiano.

L’uso greco di o en tois ouranois  è già in Neemia (1,5;2,4 ed altrove)  dove c’è la concezione di Dio clemente e misericordioso  ed anche in Tobia (13,4)  che parla di padre  nostro in aramaico e che tratta della benedizione del  nome santo di Dio (12,14; 8,5; 3,11) e specificamente in Giobbe, dove è palese l’impostazione contrastiva tra le forze del bene  e quelle del male  di Dio e del suo avversario (Haura Mazda ed Ariman).

Anche la presenza contemporanea di Peirasmon  (da peirazoo  tento, sperimento da peira prova da cui experior e periculum)   e di ponhros       ( (da poneoommi affatico  da ponon lavoro  collegato a  penomai   mi stanco per il lavoro) se permette da una parte   un parallelismo sinonimico  di grande rilievo significativo    ai fini della comprensione generale della sequenza da un’altra, però , è segno della della persistenza culturale aramaica.

Infatti  o ponhros  indica una figura di uomo  deformat dalla fatica  in senso fisico,  condizionato da penia  in senso morale  perciò abbrutita  malvagia  incline al male perciò cristianamente diventa  diavolo da diaballoo, calunnio   perché antagonista di Dio, che è entità  luminosa in quanto della stessa radice  diu di Zeus.

La preghiera, quindi ,vale come  richiesta  da parte del figlio al Padre di non darlo nelle mani  del Peirazoon come prigioniero  e di liberarlo: l’implorazione, connessa con la petizione,  acquista una valenza definitiva  di trionfo del bene sul male  di  vittoria  dell’oikonomia divina sulla terra, come espressione finale del ritorno del Christos.

Matteo con l’ultima richiesta   sottende il problema della teodicea (h tou Theou dikh) della presenza del  male nella storia e in natura,  del dolore umano  di creatura,  della retribuzione divina,  del superamento stesso del male in termini giobbiani da una parte secondo un’ ottica semplicistica popolare, e da un’altra  della visione  escatologica della fine della lotta  e dell’instaurarsi della volontà del Padre  universale col ritorno del Christos.

Infatti  l’attuazione  della basileia  con il farsi della volontà divina implica che la giustizia di Dio debba seguire il dikaios,  preservato come figlio  dalla furia della tentazione  e del tentatore, assistito   nel combattimento con  i mezzi necessari  per la vittoria.

La fede in Dio, per il Matteo greco,   è giobbiana fiducia, pur nella coscienza  della pericolosa  presenza del male e della conflittualità  esistente nell’essenza stessa  maligna della vita umana e terrena, ma è anche  speranza del cristiano  che crede nella potenza e sapienza divina,   che riconosce i limiti della condizione umana   e  teme Dio  e, perciò,  sa cercare un senso ai pur misteriosi  disegni divini.

Questa visione sottende la imminente parousia del Signore!

Comunque, il cristiano ha certezza   che chi confida in Dio anche nella prova vince, perché  sa che Dio è potente e paterno e che il suo aiuto è proporzionato al pericolo, conforme alla preghiera  e al rapporto di figliolanza.

In conclusione  il Padre matteano, greco, è   messaggio di sapienza,  di perdono e di vittoria  in un’unica esaltazione del Padre, il cui nome è benedetto,  il cui regno è presente, la cui volontà  è manifesta in cielo e in terra.

La preghiera del figlio è celebrazione del Padre perché acceleri i tempi della vittoria sul nemico ed instauri il suo regno.

La  celebrazione del Nome, la venuta del Regno, il dominio  della Volontà   sono indizio della fine della lotta tra il principio del bene  e quello del male  e  sono segno del ritorno  del  Christos, del suo trionfo,  del compimento del tempo terreno e dell’inizio dell’Eternità.

 

Crucis ofla/pendaglio da forca

 

 

Per anni mi sono chiesto se Paolo negli anni di prigionia romana, come civis, possa aver davvero  testimoniato  Christos, scandalo della Croce, in epoca neroniana.

Mi sorprende che un romano imparentato con gli erodiani tramite la sorella, moglie di un nipote di  Giulio Fasael, primogenito di  Antipatro,  e fratello maggiore di  Erode il Grande, possa comunicare un’ assurdità colossale come il Christos, scandalo della croce, la morte e la resurrezione  di un uomo morto martire per i giudei aramaici, noto come un ladrone/lhisths per i romani,per i filoromani, per i greci.

Resto sconcertato se penso che  Paulus, che si  è appellato all’imperatore per avere giustizia, possa far propaganda  per uno morto in croce, uno considerato in latino  crucis ofla (traduzione  greca di to tou staurou kreadion) cioè un pendaglio da forca, ancora oggi  definito dagli ebrei l’appeso (antonomasia). 

Eppure lui (o  qualcuno della sua famiglia, fornitrice di tende per i castra ),  non può non aver  visto di persona una crocifissione (stauroosis)  di masse di partigiani  aramaici, correligionari!

Lui  e la madre, sotto Claudio,  sposata a Roma,  e i fratellastri non conoscono l’orrore della crocifissione!

Sono davvero confuso ed inorridisco  e mi agito  davanti alle  retoriche  formulazioni di Paolo  sul Vangelo della  croce, fatte in  I Corinzi e in Lettera ai Galati : sono chiare manifestazioni di un delirante profeta, che cerca  di difendersi  di fronte alla duplice accusa  di non essere fondatore della colonia di Corinto   e di non essere apostolos, ancora di più  palese, data la presenza, specie  in Galazia, di uomini di Giacomo, fratello nella carne di Gesù, negatori del messaggio christianos paolino

Nella lettera ai Galati, Paolo va oltre la legge mosaica   e  le sue prescrizioni pratiche, oltre le questioni dottrinali ed afferma il Christos crocifisso e risorto  predicando il Vangelo  per gli incirconcisi.

Egli proclama: a causa della legge  sono infatti morto alla legge, così da vivere per Dio. Sono crocifisso con Christos/Xristooi  sunestaurosomainon vivo più io , vive in me Christos e ciò che ora vivo nella carne,  lo vivo nelle fede di Dio, che mi amò  e si consegnò per me  (paradontos  eautou uper emou, Gal. 2.21).

Da qui , secondo Paolo, l’insensatezza dei Galati  che hanno tradito il vangelo  del crocifisso e  da qui la rivendicazione del suo mandato apostolico  contro i suoi detrattori giudaici, inviati da Giacomo, in una logica di salvezza  non mediante  la legge, ma  mediante  la fede.

Al di là delle  dichiarazioni, del linguaggio emotivo, della retorica, dell’annichilimento della propria persona il civis Paulus  combatte una guerra a Corinto e in Galazia  contro Apollo e i seguaci di Giacomo, eredi del pensiero  del Meshiah/Christos, di cui attendono il ritorno,  essendo  fedeli alla musar cultura aramaico-mesopotamica: i deliri paolini, farneticanti, si scontrano con  la rigida ed integralista morale mesopotamica  e nulla possano, nonostante la superiore culturale della paideia greca.

Da qui anche il dubbio  mio personale sui passi delle due lettere, -nonostante il commento di  Origene, che ne attesta l’autenticità- che potrebbero essere state manomesse nella copiatura,   una volta iniziato in Alessandria il nuovo corso della rivalutazione di Paolo nel II secolo d. C.!

Comunque, mi meraviglio ancora di più se lavoro tecnicamente,  esaminando i termini usati dall’apostolo nella I Corinti,  dove si tratta dell’umanità, della morte in croce  e resurrezione di Christos.

 Paolo condensa in poche righe il suo vangelo della croce  proponendo il primo credo  cristiano all’ecclesia tou theou corinzia, lacerata da skimmata ed erides, divisa  tra giudei e greci che si rilevano nelle diverse nature di legalisti  ebraici e di superstiziosi  pagani, incapaci di distinguere il loro credo, a seconda dei millantati  fondatori.

In una città commerciale, capitale dell Acaia,  con due porti  e con  molte industrie, compresa quella tessile,  che ha popolazione mista  –in quanto vi sono veterani  romani, marinai di varia etnia  e perfino una sinagoga giudaica -è possibile che Paolo predichi il vangelo di Christos crocifisso, sotto il Regno di Nerone, consapevole  anche del crimen di lesa maestà, commesso da Gesù Meshiah aramaico?

Non mi sembra probabile che un giudeo, un fariseo, un civis, che per prima cosa deve  convincere  i suoi fedeli che sono bambini  neepiooi  bisognosi  di latte e  non adulti  di cibo/ brooma , che sono carnali (sarkikoi ‘) non spirituali pneumatikoi, possa  fare proselitismo (vietato)  già in epoca di Claudio, anche se come diakonos  servitore e propagandare il messaggio di Christos crocifisso, un  aramaico che si è  proclamato maran/re, su autorizzazione di Artabano III, in un momento critico  del subito dopo  Elio Seiano  (32-36) per il senato, per Tiberio  e per il popolo romano, rimasti perplessi  alla morte il 18 ottobre del 31 d.c. del potente capo del pretorio, guida indiscussa della politica Orientale, di Siria e di Iudaea ( cfr. Caligola il sublime).

A Corinto  essere di Apollo o essere di Paolo intorno al 52, ancora sotto Claudio, sottende due diverse letture del primissimo cristianesimo: una basata sul battesimo di Giovanni, proprio  degli aramaici  ed una sul battesimo di Gesù con l’acqua del Giordano e con il fuoco dello Spirito di Dio, tipico dei christianoi antiocheni.

Al momento del confronto tra i fedeli di Apollo  alessandrino e quelli di Paolo, ci sono problemi più  gravi di una questione di  ktisis di  apoikia  giudaico-cristiana nell’impero romano…

Oltre la lettura del Vangelo del crocifisso di Paolo  c’è anche quella di  Giacomo (cfr. Giacomo e Paolo).

Ora la lettura paolina sembra poca cosa circa  la ricerca di chi  ha piantato e di chi ha innaffiato  quando si sa che  solo Dio fa crescere la piantina: è  solo un tentativo per deviare il discorso su Christos e su Christos crocifisso che risulta un logismos ingegnoso, artificialis retorico, sublime, data la carica sentimentale…

Paolo parla retoricamente a greci e a giudei: chi pianta non conta nulla  né chi innaffia  ma chi fa crescere, Dio:  Chi pianta e  chi innaffia sono pari. Ciascuno certo, riceverà il proprio compenso  secondo la propria fatica/ idion kopon; infatti siamo collaboratori di Dio/ tou Theou .. sunergoi e voi siete  cultura di Dio,  costruzione di Dio/ Theou georgion, Theou oikodomh  (anafora di Theou e parallelismo simmetrico).

Si rilevi l’uso proprio di  Filone alessandrino di sunergoi, di  georgion, di oikodomh, ed anche di diakonos…

E’ , comunque, un discorso ellenistico, una disputa tra un tarsense ed un alessandrino, di cui  si conosce solo quello  retorico  con  linguaggio da Mysths  di Paolo…non quello di Apollo alessandrino….

I due  nel contrasto tralasciano i problemi del momento,  i dissensi e le depravazioni (incesto, liti e ricorsi al tribunale romano, varie dissolutezze)  anche se si prendono provvedimenti  circa il matrimonio e il celibato dando norme sulle carni sacrificate agli idoli…

Mi sembra che, nonostante la mancanza  del logismos di Apollo,  il nucleo paolino  sia indicazione di una  costruzione/oikodomh  che è descritta come opera  personale, propria di un architetto sapiente/ sophos arkhitektoon, che pone le fondamenta / theinai  Themelion (meno usato rispetto a  themeilia probalesthai) su Christos.

Paolo già si assimila al Christos che è sophos  e architectoon, altrimenti il suo logismos è inficiato già in partenza: nessun uomo  è  sapiente/sophos , e i sapienti umani sono moroi pazzi!

Paolo afferma   di aver posto, lui proprio lui, per grazia divina (kata  kharin tou teou) le fondamenta. anche se è  aborto(toooi ektroomati … kamoi)  l‘ultimo degli inviati,  inadeguato a quel nome per aver perseguitato la comunità (thn ecclhsian tou theou),convinto che la fede è futile/ mataia senza il Christos risorto…

Per Paolo, quindi, non conta  se un altro vi edifica sopra, conta invece il modo come si edifica (poos  epoikodomei): infatti non si può porre altro fondamento,  oltre quello esistente, che è Gesù Khristos .

Passa, poi, ad esaminare la materia con sui si costruisce sul fondamento di Christos crocifisso: oro argento, pietre prefgiate  o legno  fieno, paglia; l’opera di ciascuno  diverrà manifesta la chiarirà infatti quel giorno (dies illa! ) perché si svelerà nel fuoco e l’opera di  ciascuno nel fuoco sarà valutata  per quello che è.  Se l’opera edificata là sopra da qualcuno  rimarrà  egli ne riceverà compenso, se verrà arsa ne subirà danno, ma si salverà proprio come in un incendio (I Corinti 3,12-17).

Si  rilevino i passaggi temporali dal passato al  futuro  mediante un presente, che è occasione di una “proposizione” ideale. 

L‘io paolino, ora, dopo aver mostrato la ekpuroosis  purificatrice del giorno finale, cosciente di essere aborto, l’ultimo dei servitori del signore, ma anche colui che ha  generato uomini nuovi, capaci di essere saggiati dal fuoco, si stempera in un voi  in una comunicazione elitaria sacerdotale, che unisce parlante e uditore in Christos e in Dio.

Dapprima, domanda, in un collegamento di fili del suo ordito mentale sotteso:  non sapete voi di essere tempio di Dio, abitazione dello spirito di Dio?

Poi precisa  in terza persona, facendo salti temporali : Se qualcuno  distrugge il tempio di Dio, sarà distrutto da Dio. Infatti il tempio di Dio  è santo.(Ibidem.3.16-17)

E conclude (riprendendo il voi ) e sancisce (metaforicamente) : quelli  (che sono tempio) siete voi:  questo è un passaggio della retorica alessandrina, tipica della koinonia/comunicazione  interpersonale, filantropica, partecipativa  ellenistica  filoniana, elitaria!.

Paolo predica che sia il costruttore che la costruzione  sono in Christos per cui, sottendendo il proprio io,  può dire : voi  siete  di Cristo e Cristo è di Dio (Ibidem,3,239… aiutanti di Cristo ed amministratori  dei misteri di Dio/ uphretas Xristou kai oikonomous musterioon Theou (ibidem, 4,1).

Si rilevi umeis  de christou, khristos de Theou, perfetto parallelismo simmetrico: voi uomini siete di Cristo, Cristo è di Dio   e  quindi  voi, sarkikoi, siete di Dio in quanto fratelli di Cristo, intendendo  che voi fatti di  carne e Cristo fatto di carne  siete di Dio, perciò  siete cultura di Dio, siete edificio di Dio, (ibidem 3,9) parte visibile di Dio, suoi collaboratori.

Perciò egli rivendica  di aver sofferto per avere  loro come figli: voi  siete miei amati figli: se infatti aveste diecimila precettori  non avreste però moti padri , in Cristo Gesù  vi ho generato io, col vangelo (ibidem,4,5) e poi  li invita ad imitare lui, loro padre (4,14.15) affermando   che il regno di Dio (H basileia tou Theou) consiste non nella parola ma nella potenza di Dio, incerto se usare il bastone (rabdon) o  amore e spirito di mitezza /agaph te peuma praothtos, dopo l’invio di Timoteo…

Da questa angolazione viene fuori il pensiero filoniano  di  unica salvezza  e di un ‘unica sapienza in Dio  e quindi della pazzia /mooria del mondo davanti a Dio …

La conclusione, dunque, paolina -che nessuno si vanti  fra gli uomini. Tutto infatti è vostro: Paolo, Apollo, Cefa e il mondo, la vita e la morte  il presente, il futuro  tutto è vostro e voi di Cristo e Cristo di Dio -vorrebbe indicare il superamento delle divisioni skimmata e delle contese  erides  e in senso rituale e  dottrinale, facendo cadere le accuse di non essere né libero né apostolo, di non aver visto il Signore, in una rivendicazione  palese a tutti, anche ai suoi giudici: il sigillo della mia missione siete voi nel Signore/ h sphragis mou ths apostolhs umeis este in Kuriooi.

Per Paolo ogni corinzio, quindi, è di Christos  al di là dei diakonoi  umani e terreni,  al di là del tempo stesso, per cui nell’attesa del signore non ci sia giudizio né giustificazione…

L’invito successivo (ibidem,11,1) all‘imitazione /mimesis  di Cristo, connesso al suo esemplare modello –Siate miei imitatori come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou gineste, kathoos  kagoo Xristou- è in relazione al logismos  basato sul Christos capo di ogni uomo, sull’uomo capo della donna  e su Dio capo di Christos.

In tale ragionamento si rilevi dapprima il parallelismo simmetrico di kephalh de  gunaikos  o anhr, kephalh  de tou Xristou o Theos  e poi il chiasmo tra  questi due enunciati simmetrici  e  pantos andros h kephalh o Xristos , oltre all’anafora  kephalh.

Il discorso paolino è sulle parti costitutive di un sooma  e non verte affatto su capo-inteso come comando, quindi tratta fisicamente  anche se poi trasferisce in altro senso tutto il suo linguaggio. E’sotteso l’apologo di Menenio Agrippa (Tito Livio, Ab urbe condita  II,32) ,e forse anche un pensiero di  Senofonte ( Mirabili, 2,3.18 ) di Esopo (Favole 288) ed anche  di Cicerone  (De officiis ,3.5.22.)

Paolo avendo  coscienza che pregando possa  parlare glosshi  e  interpretare diermhneuein, passa metaforicamente dal Corpo umano alla Chiesa ed invita i fedeli a non essere bambini nei pensieri e ad aver pensieri maturi in quanto  il parlare lingue è segno  non per i credenti ma per i  non credenti, mentre la profezia non vale per chi non crede ma per chi crede/ glossai eis shmeion eisin  ou tois  pisteousin,allà tois apistois , h de propheteia  ou tois apistois  alla tois  pisteusin ( Ibidem. 14,22).

Il suo ragionamento è, perciò,   in relazione  all’immersione nell’acqua  in un unico Spirito (ibidem 12.13)  e serve per  la costituzione  di un organico  corpo cristiano ecclesiale, il cui capo è Cristo crocifisso: infatti dice: voi siete corpo di Cristo e partitamente sue membra /umeis de este sooma Xristou,kai melh ek melous  (Ibidem 12,28), in cui ogni membro ha una sua specifica funzione svolgente il compito, dato dal  Signore, (apostolo, profeta, maestro,  elemento abile  grazie al  dono delle guarigioni, uomo dotato di poteri o semplice impiegato  nella assistenza o capace di parlare le lingue o altro).

Da qui  la necessitas che in un corpo  ci sia un reciproco scambio  amoroso tra le parti per il bene unitario corporale: la  caritas /h agaph è il vincolo fraterno  tramite  il pulsare reale del sangue del Christos, vita /hayim, senza il quale non serve né la conoscenza delle lingue, nemmeno  di quella degli angeli, né la profezia, né i misteri della scienza.

L’anadiplosi  di agàph  da una parte mette in bella mostra il suo personale esempio tanto da dire: se non ho agaph, nulla sono, e da un’altra il valore della carità  imperitura rispetto al tutto che si dissolve. 

Il futuro come tempo della  dissoluzione delle realtà umane e terrene è marcato con i verbi  katharghthhsontai (le profezie ) Pausontai (le lingue katharghthhsetai (la conoscenza), ancora katharghthhsetai ( to ek  merous la parte )- poliptoto- al momento del compimento dei  tempi (teleioosis ).

Insomma  per mostrare il potere della caritas  mostra il messaggio, tramesso per come lo ha ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture  e venne sepolto  e fu risvegliato dai morti /oti Xristos apethanen uper toon amartioon hmoon . ..kai oti etaphh, kai oti eghgertai ( il terzo giorno);  fu visto da Cefa ,poi da dodici poi  da più di 500 fratelli in una volta /  kai oti oophthh Khphai, eita tois doodeka, epeita epanoo pentakosiois adelphois  ephanpacs..poi fu visto da Giacomo  e poi da tutti gli apostoli .epeita oophthe Iakobooi, eita tois apostolois pasin Ibidem,15,3-4)  marcando il valore ,con enfasi retorica , dell ‘agaph – Che tutto sostiene  tutto crede, tutto  spera, tutto sopporta. (Ibidem13,7-).

Tutta questa parte discorsiva  è pneumatica  e rimanda ad una sistema didascalico,  già collaudato  in vigore ad Alessandria  nel II secolo, specie al tempo di Panteno, Clemente Alessandrino e di  Origene, connesso con le proposizioni di Plotino  e degli stessi gnostici ed è congiunto con il vangelo  di Marco e di Matteo circa la croce emblema da seguire.

C’è un problema per me di ordine temporale: possibile che Paolo abbia un pensiero così strutturato sul vangelo del  Christos Crocifisso in epoca di Claudio (41-54)?

La difesa della fede sulla base del messaggio della croce, instillata in uomini come i corinzi, corrotti pagani e giudei scismatici, è un tentativo di dare unità nel nome del Christos, morto in croce e risorto mediante il vangelo, in  modo elementare, senza sapienza.

Una cosa è fare affermazioni  sulla fondamenta ed una cosa  costituire un pensiero sul Christos crocifisso, che necessita di una scuola, in un altro tempo, dopo la la fine del Giudaismo, dopo la galuth adrianea, quando si è lontani dall’ accadimento della crocifissione stessa  di Gesù  ...

Ci sembra,  perciò, che Matteo 16,24  e  Marco 8.34   siano stati modificati  e manomessi  nel passo dove è scritto ” se uno  vuole venire dietro di me, rinneghi se steso, prenda la sua croce, e mi segua”: i due hanno scritto allo stesso modo, avendo posto – è un mio parere!-un altro termine al posto di croce/stauros, 

Non è pensabile che gli evangelisti abbiamo potuto scrivere nel I secolo, anche se alla fine del periodo domizianeo, per i giudeo-cristiani, seguaci del Christos crocifisso,  di prendere la propria croce,  simbolo di  morte ignominiosa  ancora, dopo oltre  quasi due secoli di crocifissioni come punizione per i popoli che fanno staseis rivolte  e come monito per i  banditi e ladroni, per tutti quelli che turbano l’ordo /kosmos romano imperiale  quando sussiste il pericolo aramaico-parthico  ed è impellente, ed urgente l’estirpazione del cancro giudaico  (cfr.Il II secolo d.C : il trionfo della retorica,del paradosso e della bugia).

Dopo la diffusione del pensiero paolino sul Christos crocifisso e l’esaltazione della croce, divenuta un emblema per il cristiano nel II scolo d.C, in ambiente alessandrino,  qualche copia  dei vangeli viene alterata, essendo molto significativo il seguire Christos, portando ognuno la  propria croce:  è plausibile  che un copista alessandrino abbia alterato il testo paolino e poi altri facendo copie dei  vangeli si siano lasciati condizionare  dalla celebrazione  del valore della croce e quindi hanno cambiato il termine originario  del passo matthaico e marcino ,essendo stauros più significativo per un Christianos, nuovo cireneo,  imitatore di Christos, in epoca  postadrianea!?.

Per Paolo, qualunque sia il suo messaggio reale,   la croce è messaggio  di follia per chi non crede ma per chi è destinato alla salvezza, è  segno di potenza divina,  per cui  il Christos crocifisso scandalon/ trappola per i giudei, e  moorian/pazzia   per i gentili,  è invece potenza e sapienza di Dio

Se fa questa  operazione in Oriente, a Corinto, ad Efeso in Galazia  potrebbe pur avere un qualche valore, ma non a Roma dove ci sono pochi cristhianoi che costituiscono un gruppetto (Una ventina di persone, tra cui parenti) insignificante tra la popolazione pagana romana di oltre un un milione  e mezzo  e perfino tra i 50,000 ebrei delle cinque sinagoghe romane, quasi tutti  giudeo-ellenisti, ricchi  trapezitai /bancari, emporoi,  sacerdoti ed erodiani, ben connessi con la corte imperiale giulio-claudia, e collegati con i giudei alessandrini oniadi Cfr.  anche M.Fr. Baslez, Paolo di Tarso, Sei 1993 , parla di un esiguo gruppo di seguaci, negli ultimi anni del regno di Nerone, poi svanito  per quasi tutta l’epoca flavia).

Un prigioniero che vive, attaccato ad una catena  con un centurione, che predica  lo scandalo della croce/staurou scandalon, un Gesù Messia (unto del signore)  crocifisso  dai Romani nella pasqua del 36 ad opera di Lucio Vitellio (che ha come subordinato Ponzio Pilato, prima della sua stessa destituzione), scrittore delle sue imprese -allora ben conosciute- morto una diecina di anni prima (nel 51)  riverito da tutti, non è credibile né degno di ascolto se non da pochi aramaici antiromani.

Flavio in Bios (3,16) tratta di un suo viaggio a Roma nel 64 per perorare la causa di sacerdoti aramaici imprigionati, detenuti in carcere,  e di una sua visita a Poppea, moglie di Nerone, filogiudaica!

Nessuno ascolta la predicazione  di uno che propaganda il Christos Crocifisso, che significa il messia giudicato ladrone e maran,re illegittimo, ritenuto degno di morte ignominiosa da un   governatore  nikeths parthicus!. 

Lodare  uno morto in croce significa a Roma  andare incontro a denuncia, ad un arresto per vilipendio alla romanitas e all’imperator, ad una condanna a morte: la croce/stauros è strumento di  terrore e  segno della vis romana  che punisce secondo iustitia/dikh i colpevoli.

Un morto in Croce è detto  a Roma crucis ofla (offula diminuitivo di offa  pezzo di carne,  volgarmente sincopatacongiunto  al detto orientale staurou kreadion che significa pezzetto di carne (metonimia  per indicare una parte per il tutto cioè di uomo macellato appeso a d una croce, dopo fustigazione).

Nel gergo popolare il sintagma vale un bandito appeso alla croce, un pendaglio da forca, un ladrone giustamente crocifisso, uno schiavo crocifisso per i suoi delitti, un rivoltoso  catturato e crocifisso dai soldati senza alcuna sentenza e giudizio, tra gli sghignazzi della plebaglia.

Ogni popolo sia in Oriente che  in Occidente, in  Africa, ha subito crocifissioni  dai romani vincitori, che appendevano i vinti , a diecine di migliaia, sulle dorsali collinari, in modo da essere visti  da fratelli e parenti,  da figli, da padri  impotenti di fronte al vincitore, a cui  dovevano servire, in silenzio! Nel  periodo di Paolo, l’Oriente, specie la Syria  è  il paese più crocifisso.

Un tarsense  ellenizzato e romanizzato non può non conoscere il significato di croce nell’impero romano!

A Roma  predicare lo scandalo della croce  è una sfida a Nerone a cui si è  appellato  ed una provocazione per quei milites che lo ho hanno scortato e difeso prima da Gerusalemme a Cesarea Marittima poi durante la navigazione, nel  viaggio verso la capitale, una mortale offesa al centurione a cui è incatenato …

A Roma, a mio parere, il pensiero cristiano col messaggio di Christos crocifisso è impossibile  in epoca neroniana ed anche flavia!

Forse dopo la morte di Adriano  giudeo-cristiani possono aver costituito una comunità ecclesiale  dipendente da metropoli orientale (propendo per Antiochia prima e poi per Alessandria) che possono aver ripreso qualche pensiero mistico paolino circa lo scandalo della Croce, certamente non formulato per come è detto in I Corinzi.

Per meglio capire quanto sto affermando, bisogna  prima decondizionarci dalla nostra tradizione cristiana che dice che noi dobbiamo umiliarci  seguendo l’esempio paolino,  adorando il Christos in Croce , lo scandalo della  croce, per  essere come lui figli di Dio  che accettando la sofferenza e macerati  da essa,  ci assimiliamo al Maestro, che, morto, poi trionfa con la resurrezione  e  ci fa partecipi  del suo Regno eterno  in quanto suoi fedeli, fratelli e  facenti parte del suo mistico corpo.

E  bisogna poi  riflettere non solo su Paolo di Tarso ma anche sulla lezione che viene da Petronio arbiter elegantiarum, un cortigiano neroniano, costretto al suicidio, lo scrittore di un romanzo   Satyrikon di cui abbiamo solo il XIV e il XV  e XVI libro,  che tratta in modo realistico delle avventure di un terzetto Encolpio Ascilto e Gitone, due giovani studenti ed un  amasio, conteso dai due  (Cfr,  E, Paratore,Satyricon di Petronio, Firenze 1933; C. Marchesi  Petronio,Roma, 1921;  V. Ciaffi,  Intermezzo nella coena petroniana 41,10 – 46,8  Rivista di Filologia, 1955 e  Struttura del Satyricon, Torino 1955)

La vicenda delle avventure dei tre si complica con l’incontro con Agamennone un retore e poi con la sacerdotessa Quartilla  e con l’invito a coena da Trimalchione,- un orientale arricchito, parvenus pacchiano  messo alla berlina dalla comitiva di crocconi e parassiti –   e dall’entrata in scena di un poeta come Eumolpo,  che complica la situazione   tanto che il gruppo si separa ed  Encolpio, divenuto schiavo, soffre penosi tormenti  perché non soddisfa le voglie della sua padrona Circe, nonostante il ricorso alle fattucchiere, le preghiere a Priapo e l’uccisione di un’oca sacra, che potrebbe costargli la croce…    E’ un romanzo – incompleto, senza inizio e senza fine –  con la maggior parte  della narrazione  in prosa e con due partes  in poesia -una sulla distruzione di Troia, parodia  dell’ Aloosis Iliou  di Nerone e d uno sulla Guerra civile,  parodia di Farsalia di Lucano-  ,  realistico, un satirico e divertente specchio della  vita quotidiana  romana, che risulta  un affresco   variopinto  di caratteri  e di  contesti secondo l’angolazione di un moderato  e razionale maestro di buon senso, più liberale che severo, in senso  più ellenistico che latino.

Ora Petronio in Satyricon 56,8,  collaris ofla  ( cfr. V. Ciaffi,Satyricon Utet 1967) per indicare un particolare dono da portare via tra i tanti presentati dai ministri /servi/diakonoi del padrone di casa, mostra  un pezzetto di capicollo.

E’  Gitone che guarda  gli apophoreta  del ricco Trimalchione, dopo che ha assistito allo spettacolo di saltimbanchi-  in cui un omone tiene una scala su cui  gradini si muove  un ragazzetto che  canta, mentre sale,  delle ariette – e alla caduta  del ragazzo, tra la sorpresa generale dei convitati  ed una riflessione sulla immutabilità della sorte fatta dal borioso ospite.

Questi passa allegramente  dall’epigramma alla poesia, facendo confronti tra Cicerone e Publirio Siro,  dopo aver trattato dei mestieri più difficili (medico, bancario), disquisito  stolidamente sulla funzione degli animali che non parlano (buoi agnelli, api) per arrivare  a fare considerazioni sul mestiere di Filosofo.

Nella lotteria degli apophoreta  spiccano i nomi dei doni ( “argentum sceleratum”, ” cervical “, “serIsapia et contumelia” “Porri et persica”  “Passeres  et muscarium ” “Cenatoria et forensia”  “Canale et pedale” ,” muraena et littera” , con le specifiche spiegazioni, tecniche culinarie  e non ) pronunciati  da un  ragazzo appositamente scelto per quel compito /puer super hoc  positum officium  (Satyr.,55,7).

Ascilto, che  è uomo intemperantis licentiae,  si burla di tutto e ride  fino alle lacrime,  è redarguito con parolacce, epiteti volgari,  da un commensale alle spalle – la coena è raccontata, come anche il viaggio, da uno del gruppetto  di protagonisti – che suscita l’ira degli amici.

Costui è Ermerote, un orientale  come tanti – ben conosciuti da Petronio, un ex governatore di Bitinia,  suicida nel 66 (Tacito Annales, XVI, 18-19)- forse impiegato  per 40 anni nell’esazione dei tributi/publicanus?! e quindi letterato, scriba che si è asservito di sua volontà, preferendo essere un cittadino romano  che un tributario (malui civis romanus esse quam tributarius) in modo da vivere  così da non essere lo zimbello di nessuno.

Egli, pur essendo un parassita,  vuole  essere un uomo  tra gli uomini camminare a testa alta  senza dovere  niente a nessuno (assem aerarium nemini debeo) ,  non ricevere  citazione alcuna  e  non essere apostrofato nel foro da qualcuno con  restituisci quanto devi/redde quod debes.

Infatti  ha comprato glebulas lamellas   un pò di terra  e nutre,  avendo messo da parte qualche  denario, 20 bocche  e un cane , ha riscattato la sua donna  senza aiuto di altri e se tesso sborsando  mille denarii  ed è stato eletto gratuitamnete  Seviro, intenzionato a morire  senza arrossire  da morto ( sic moriar  tut mortuus  non erubescam. ibidem, 57,6).

Ermerote parla così  perché ha rilevato che Ascilto  è uomo tam laboriosus ma incapace di guardare dietro di sé e perché  vede nell’altro il bruscolo  ma  non vede la trave nel suo occhio (in alio peduclum vides, in te ricinum non vides ibidem ,57,7 ) convinto che tutti gli altri siano ridicoli.

Ed allora , dopo avergli mostrato di dover seguire il Maestro Agamennone, di gran lunga migliore di lui,  apostrofa  Ascilto  che porta alle dita  un certo numero di anelli  d’oro  considerati con disprezzo di bosso  in quanto erano distintivi dell’ordine equestre,  avanzando il sospetto che quelli anelli non sono suoi e quindi che  non è  iscritto tra gli equites.

Ermerote poi  apostrofa bruscamente, insultando anche Gitone   che stando in piedi alla fine,  sbotta anche lui in una  grossa risata e tra le vari offese  lo chiama  crucis ofla  (ibidem, 58,2) ed ha un incipit con anadiplosi  tu, autem  etiam tu rides, caepa cirrata / tu, pure tu ridi cipolla riccioluta  ed aggiunge : Viva i Saturnali (io saturnalia – una festa  servile simile al nostro periodo natalizio, ma equivalente al carnevale   dove si ha il rovesciamento dei ruoli tra padrone e schiavo)  siamo al mese di dicembre? / mensis december est? ed insistendo negli insulti a conclude: quando è che hai versato il tuo cinque per cento , cioè la tassa di affrancamento?/ quando vicesima numerasti?  che credi, o pendaglio da forca , carogna per i corvi! quid facias , crucis ofla , corvorum cibaria!.

Paolo  è un cittadino diverso da Ermerote , che così bolla uno che  gli ride in faccia,ma è un romano che conosce la lingua latina, anche se scrive in greco .

A mio parere  all’epoca giulio-claudia e flavia non è pensabile nemmeno un ricordo positivo  di Christos crocifisso se non in patria e in ambiente aramaico.

Paolo non può  parlare di croce sia nella forma di T che  di t, in termini di simbolo cristiano perché è equivoco il suo significato,  data la referenza di supplizio per condannati  morte,  mediante  sentenze  o  senza sentenze ad opera di militari che combattono contro partigiani  antiromani, specie aramaici filoparthici.

Ne consegue che, secondo la mia lettura del  testo paolino,  i passi circa il vangelo della Croce  non possono essere né di epoca giulio-claudia né flavia solo ma potrebbero aver rilievo in una rilettura del cristianesimo antiocheno  in altre sedi (Alessandria?)in epoca antonina,  quando c’è il trionfo della  retorica, del paradosso e della bugia…

Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).

Monotelismo e la conquista araba di Alessandria

Massimo il confessore e la rifondazione dottrinale del primato di Pietro

Mentre i bizantini discutono sulla volontà (thelema) di Gesù, Christos, e a Costantinopoli il Patriarca  è in grave conflitto religioso con i monofisiti di Siria e di Egitto, Omr Ibn al-As  per ordine del Califfo, guida le sue truppe su Alessandria e la prende l’8 novembre del 641 d.c., favorito- sembra- dal patriarca monotelita Ciro di Fasis (Colchide)…

Con l’Islamizzazione dell’Egitto finisce l’epoca cristiana di Alessandria, -resta un piccola comunità copta- che  è stata  per oltre sei secoli il faro del cristianesimo universale…

Con  la fine della metropoli cristiana, il più grande patriarcato della cristianità cessa la sua attività ed inizia un altro ciclo,  quello arabo, divenendo un centro prestigioso di cultura islamica internazionale, dopo un periodo breve di oscuramento, a causa della belligeranza in corso con l’area cristiana  bizantina…

Alla  drammatica fine, quindi, del patriarcato Cristiano cattolico di Alessandria, in Occidente  accade che si rafforza e si  potenzia il centro cristiano di Roma, ora libero da  pericolose interferenze, anche se è ancora condizionato dal patriarcato costantinopolitano e dalla corte bizantina che,  inviando a Ravenna un esarca fino al 751 d.C, guida la politica dei territori  d’oltremare.

A Roma  è iniziata la vera e propria conquista del primato occidentale  del papato romano- dopo che Recaredo,  da ariano  è diventato catholikos, – anche se la nomina stessa è subordinata al riconoscimento dell’esarca di Ravenna che ha la ratifica dalla corte imperiale bizantina

Quando, però,  sotto il regno di Chindasvindo,(642-53), cominciano le razzie islamiche in Spagna  sotto Othman (644 – 656),  con  delle scorrerie di navi pirate lungo le coste dell’Andalusia, si irrigidisce il credo cattolico romano, che si oppone a quello bizantino, proclamando, prima ancora del concilio ecumenico Trullano, una doppia volontà in Christos, entrando in conflitto con l’esarca e con la corte bizantina.

Il territorio (khora) di Roma e quello dell’ esarcato di Ravenna,  sono  bizantini, stretti ormai tra i ducati longobardici  e sono in cerca di pretesti  per avere  privilegi o per cercare forme di indipendenza e di autonomia…

L’autonomia del pontificato romano, nuova,  si consolida dopo la deportazione, l’esilio e morte del pontefice Martino e di Massimo il confessore, in un avvicinamento politico ai longobardi, già iniziato con Rotari- che asseconda Gundeperga, sua moglie cattolica, avversa ai bizantini dell’esarcato –   continuato con Ariperto,  il sovrano cattolico della dinastia bavarese…

A me sembra chiaro che la chiesa romana abbia un suo nuovo ruolo subito dopo la risoluzione occidentale del monotelismo  tanto da poter dire che  senza la dolorosa  deportazione del papa e del confessore difficilmente Roma, come papato, avrebbe potuto svolgere quella missione  religioso-politica, partorita dalla persecuzione di Costante II, che si aliena il popolo  romano ed italico e la gerarchia romana e lentamente l’avvicina al partito cattolico allora potente a Pavia…

La diversa impostazione dottrinale di Massimo diventa  una rivolta antibizantina e risulta una consacrazione ufficiale della funzione romana del papato in Occidente, sostenuto ai longobardi cattolici bavaresi…

Il monotelismo, allora, non è  solo un fenomeno che dura dal 619 al 679- tempo in cui si elaborano molte dottrine  che  sono concordi col dogma di Calcedonia delle due nature  e del Christos incarnato, per cui in lui  ci sono una volontà divina ed una umana, senza, però, energeia- ma  risulta una risposta occidentale alla autoritarismo cesaropapista e quindi  autorizza una scissione con l’Oriente, data anche il lento declino della lingua greca in Italia…

Massimo il confessore è il teorico per l’occidente della dottrina delle due volontà  e la bandiera della Chiesa latina : con le sue sintesi  sul Christos  e sul kosmos  e con la realizzazione  delle sue   conclusioni spirituali (cfr.  Hans Urs von Baltassar, Massimo il confessore Jaka book,2001) costruisce e fonda di nuovo,  la chiesa romana, secondo noi, e la separa da quella  cesaropapista  costantinopolitana,  dando una svolta  alla costituzione ecclesiale anicia bizantina precedente… Per Massimo Christos assumendo   la nostra natura,  la divinizza e   attua la salvezza umana…

Cristo  assumendo, dunque, la natura umana (e   non la persona umana)  compone la Chiesa, alla quale apparteniamo e della quale noi, cristiani, siamo membra.

In questa epoca, d’altra parte è noto il pensiero  di Sergio di Costantinopoli e di Ciro di Alessandria  e di Pirro ex patriarca di Costantinopoli, cristiani monoteliti che svolgono un ruolo politico differente a seconda delle situazioni e dei contesti…

Onorio I  dapprima è incerto, ma poi   Giovanni IV  e Teodoro   convengono che sia necessario l’interdetto nel terzo Concilio di Costantinopoli (681, il sesto  concilio ecumenico!)…

A Roma il grande promotore  ed esplicatore  tecnico è Massimo il confessore, che si oppone ad Eraclio, la cui dottrina implica  due distinte volontà in Christos, una attiva ed una inattiva in quanto priva di energeia poiché umana…

Massimo, venuto a Roma ,  arrestato con Vitaliano  e deportato a Costantinopoli (18 aprile 658),  diventa, dopo circa un quindicennio dalla presa di Alessandria, assertore della superiorità romana rispetto a quella  patriarcale costantinopolitana…

Infatti  proclama che  Pietro  è beato perché il signore  lo ha confessato come si conviene (Matteo 16,18) e mostra così  che la Chiesa cattolica è la giusta e salvifica confessione di Christos 

E’ Frase storica che  dimostra che  l’evangelizzazione per la ecclesia katholikh  è  legata a Christos suo diretto fondatore  e procede solo  in relazione alle forme pagane e alla latinizzazione secondo le formule decadenti e senza legami  con la situazione storica né italica né occidentale, ormai  barbarica: si crea  cioè solo un’ élite sacerdotale  e si abbandona il popolo all’idolatria, dando solo la formula del credo teologico christiano   niceno-costantinopolitano, tradotto in latino…

Si crea da una parte il clero ,secondo canoni di perfezione, propri degli  schemi monacali orientali e si vuole imporre il culto cristiano, senza incidere sulla credulità popolare, abbandonata al muthos, succube del phobos...

Non si comprende che è vuota la formula dell’ essere uomo  perfetto in quanto clero e che non può esserci  teleioosis senza il privilegio di essere clero e si fissa la situazione di due statuti rigidi, quello del clero e quello del laico, che si incontrano solo nei rituali della preghiera e della liturgia, separati nei due sistemi di vita …

Si stabilisce un sacerdotium separato dal fidelis, si torna ad un sistema pagano sacerdotale di officiante  che si burla della credulità popolare come in epoca ciceroniana: la praxis cristiana sconfessa la theoria…

Essere sacerdote non è  vivere umilmente  come uomo tra gli uomini,  servendo l’altro, in un servizio divino- questo  è il Vangelo di tanti monaci e di preti come  Don Enrico Monti!- ma risulta un affare, una carica, una partecipazione ad un gruppo di significato politico religioso, connesso col potere militare barbarico…

Nel frammento V  Origene  ( Contro Celso )  dice che Gesù  è già sceso sulla terra  e nel VI  si risponde alla sua stessa domanda  su  quale potrebbe essere il senso di tale discesa  (Apprendere  qualche cosa dagli uomini:  ma non è già tutto. Oppure lo sa  ma non lo corregge  e non è in grado di correggerlo  col suo potere divino se  non manda qualcuno  in carne ed ossa per questo scopo…)

Nel frammento 2 del libro V Celso dice: cari giudei ,cari cristiani, nessun dio, nessun figlio di Dio è mai sceso o potrebbe scender quaggiù. Se poi parlate di certi messaggeri,  cosa intendete con questo?. dei o esseri di altro genere,  di altro genere  è ovvio, di demoni.

Nel 14  dello stesso testo, il filosofo pagano  parla della stupidaggine della Resurrezione dei corpi  dopo ekpirosis  e parla della impossibilità di un  corpo dissolto a ritornare integro ...quanto alla carne piena di cose che non è il caso di  nominare, neanche un dio non vorrà, né potrà… renderla eterna…

Che c’entrano, professore, col Monotelismo e con la strutturazione nuova ecclesiale di Massimo le citazioni tratte da Origene ? 

C’entrano, amico.

Sono attinenti e pertinenti in quanto una costruzione divina, se fatta su una entità umana e terrena  ha già in sé i segni della caducità: l’uomo è uomo e non può essere nobilitato oltre certi limiti.

Origene  prima e Massimo poi,  fondendo umano e divino, lacerano la coscienza umana e lo stesso status  dell’homo, la cui perfezione è sempre umana, resta cioè nei limiti umani!

Non può esistere un clero , come quello origeniano e massimiano!…

Ho voluto di proposito parlare  in termini crudi origeniani per far comprendere la non ragionevolezza del pensiero cristiano portato avanti da Massimo, che dimostra che  alle due nature corrispondono due volontà contro le affermazioni monotelite, connesse con monofisitismo, secondo le proposizioni della dottrina calcedonese delle due nature in Cristo…

Il monotelismo non nega, nel Verbo incarnato, l’esistenza, accanto alla volontà divina, di una volontà umana, ma nega che a questa volontà, a questa attività, si possa dare il nome di energeia / energia

Massimo, comunque, non tiene conto del differente ambiente in cui vive in occidente, dove energia ha valore equivoco ed ambiguo  rispetto a quanto significa in oriente …

Ne consegue che  Massimo, sulla scia del compromesso di Sergio  patriarca di Costantinopoli   ha una concezione  basata  sull’energeia  come sola ed unica operazione di Christos  che, però, non deriva dalle due nature ma dalla persona  considerata soggetto unico operante. Papa Onorio è  interpellato da Sergio, che è abile a  mostrargli  la situazione in questi termini:  ci sono contrasti tra chi  afferma che in Cristo ci sono(si fanno)  due operazioni ed altri che  invece in Cristo s e ne  fa  una sola.

Onorio  per evitare i contrasti toglie il termine energeia e al suo posto pone Thelema /volontà: per il papa occidentale, la theoria  non inficia la pratica …

Sergio è connesso con il pensiero di Eraclio e pur non condividendo la soppressione di energeia accetta Thelema, ma la  sviluppa come  affermazione di una sola operatività in Cristo…

L’imperatore Eraclio, avuta l’approvazione  sacerdotale, sancisce tale  pensiero nella sua Ekthesis  secondo la tradizionale formula calcedonese, vietando ogni contrasto: perciò noi conosciamo un solo Figlio, il signore nostro Gesù Cristo, nato da Padre senza principio e da madre  senza macchia,  lo stesso prima dei tempi e negli ultimi giorni, impassibile  e passibile (apathh kai pathhton), visibile ed invisibile(oraton kai aoraton), e di uno solo e lo stesso annunciamo  sia i miracoli  che i patimenti ed attribuiamo  tutta l’operazione divina ed umana all’unico e stesso  Logos incarnato e presentiamo un’unica adorazione  a lui che volontariamente e realmente è stato crocifisso  per noi nella carne ed è risorto  dai morti  ed è risalito la cielo siede alla destra  del Padre  e verrà nuovamente a giudicare i vivi e i morti.

Dunque, l’ekthesis di Eraclio, essendo un compromesso, è boicottata nella propaganda a Roma in una sconfessione del pensiero dello stesso Onorio  e poi   diventa spia di una separazione tra i prelati che chiedono l’intervento dell’esarca  per cui , avvenuto lo  scontro   con i seguaci antimonoteliti  di Martino I  nel 649- sostenuto da Massimo che ha già debellato in Africa l’opposizione  monotelita di Pirro-  si determina  una reazione bizantina…

La condanna del monotelismo  è netta da parte romana  che replica  che è impossibile affermare in Cristo una sola volontà  adunaton en thelhma legein epi Khristou in quanto il termine Christos  indica già non una sola natura ma una ipostasis  composta ( in quanto tutto Cristo è signore e dio e onnipotente  ed ha in sé  la carne che ha portato  senza divisione e senza confusione, per noi e per la nostra salvezza , carne passibile e non onnipotente , creata, visibile, circoscritta, non onnipotente per natura  ma che ha in Cristo una volontà onnipotente. Infatti non nell’ipostasi  Cristo è insieme mortale ed immortale , come non è insieme impotente ed onnipotente, visibile d invisibile,  creato ed increato, ma quelle proprietà sono  per natura, queste per ipostasi cioè per dirla in breve  non per contrasto  di Volontà ma nella proprietà della natura)…

Il concilio Laterano  dei vescovi italici ed africani, convocati dal papa romano,  sancisce questa dottrina: in effetti i vescovati delle due grandi esarchie, quella  d’Italia e quella di Africa,  si ribellano  all’autorità centrale… e, in seguito,  con Giovanni IV  si fanno portavoci nel concilio del  dissenso…

Ed allora la reazione costantinopolitana  è feroce contro le  due esarchie  e si manifesta  con  la rappresaglia dell’ imperatore   Costante II  che arresta e fa deportare il papa a Costantinopoli, per poi  processarlo e confinarlo fino alla morte  in Crimea nel 655.

E Massimo? l’imperatore lo fa arrestare  e poi  gli mutila la mano destra e gli fa tagliare la lingua, lasciandolo  in un eremo fino alla morte, nel 662….

Solo nel concilio di Costantinopoli del 680-81 si riconosce in Cristo la dottrina delle due nature, delle due volontà e delle due operazioni… quando è chiara ormai la visione di un impero mutilo delle province di Siria  e di Egitto, zone dove i monofisiti hanno ancora il loro punto di forza, nonostante l’imposizione – non sempre violenta- del credo islamico…

E’ inutile, e, direi, stupido  stare a giocare sui termini quando è stata spezzata dalla invasione araba l’unità cristiana  dell’impero bizantino. e quando già è avvenuta la separazione reale tra chiesa latina e quella greco-bizantina …

Lampone kalamosfacths

 

Lampone Kalamosphacths

Nel periodo dopo la morte di Cesare secondo gli storici Antonio fa quel che vuole sui decreti /pshphismata e  registri /diagrammata  su ogni scritto autografo del dittatore: Il triumviro sfrutta a  suo arbitrio tutto lo scriptorium  librario cesariano,

Da qui le nomine, arbitrarie, gli ordini,  le commissioni del defunto.

I romani, ridendo, dicevano  che i comandi venivano dall‘Horcus  (Ade) per cui chiamavano i  senatori nominati o caroniti o horcini.

Plutarco parla di Calpurnia, la moglie di Cesare, che si fida di Antonio e  che gli affida la maggior parte delle ricchezze delle casa (ek ths oikias) 4000 talenti (Antonio, 15).

Lo storico  aggiunge che  il console prende anche le carte  (ta biblia) di Cesare, in cui sono annotati gli appunti di decisioni e progetti  (upomnhmata toon kekrimenoon kai dedogmenoon).

Dunque, su questa base  e con aggiunte di sua iniziativa  Antonio nominò  magistrati molti,  senatori molti e  richiamò alcuni dall’esilio e liberò altri dalla prigione,come se queste decisioni fossero state prese da  Cesare (Ibidem).

In effetti Antonio  avendo  tra i copisti Faberio,  un falsario capace di cambiare le lettere, di fare  accomodamenti grafici  in modo da alterare i contenuti, se ne serve  anche per favorire i suoi fratelli

Antonio per oltre tre mesi nel 44 fa  questa operazione con il suo falsario, arricchendosi, tanto che, avendo già comprato  comprare la casa di Pompeo alle Carine, l’arreda ulteriormente con statue  ordinate da  Fulvia, ora sua moglie.

Il sistema di falsificare è antico in Roma e  molto peggiora poi in epoca imperiale  quando sotto Augusto e Tiberio vengono molti alessandrini nella capitale a mostrare i vari sistemi di contraffazione sia testuale nel libri  che  nei documenti  ufficiali e privati.

A Roma e nelle metropoli dell’impero, ci sono funzionari che sono nella curia, addetti alle epistulae, già attestati in epoca  augustea e tiberiana, ed attivi anche con Caligola,  abili a cambiare lettere con opportune correzioni e a sconvolgere il significato, solo con la lettura  testamentaria, fermando la voce dopo invece che prima di alcuni sintagmi, capovolgendo il valore semantico letterale.

Si tenga presente che spesso i documenti sono scritti da  scribi  tachigrafi, non in corsivo, ma in maiuscolo e senza ortografia, che, poi, possono aggiungere o togliere sillabe intere  quando stendono l’intero testo, unico,  specie se privato, multiplo, se pubblico, da appendere in città diverse.

Alcune correzioni risultano solo aggiunzioni tecniche  specie per Omikron che diventa Theta o per theta che, abrasa la lineetta interna, risulta Omikron…

Si sa  che i copisti della Biblioteca alessandrina, in epoca romana sono assunti dai  epitropoi delle province e che  divenuti segretari  e scribi  personali,  scrivono  i  testi dei  decreti ufficiali, ma li correggono anche  o li sanno fare risultare illeggibili in modo da  non avere la possibilità di contestare (Svetonio,  Caligola,XLI)  in caso di mancato pagamento delle tasse, data anche la posizione elevata ed angusta delle tabulae scritte.

Caligola ben conosce il sistema romano di falsificazione e l’evasione fiscale dei senatori e degli equites  e provvede in modo geniale  per evitare sorprese (fa pagare perfino le prostitute, allestendo un lupanare per matrone e  le giovani di buona famiglia nell’interno del Palazzo, indicando tariffe  per ogni donna, dopo averindicato le sue prerogative e pregi, ed invitando i giovani al piacere , facendo loro perfino prestiti…): Eius modi vectigalibus indictis  neque propositis, eum per ignorantiam scripturae multa  commissa fierent, tandem  flagitante populo proposuit  quidem legem, sed et minutissimis litteris et angustissimo loco, uti ne cui describere liceret/ essendo stati i provvedimenti fiscali   banditi  solo a voce e non essendo stati affissi  per iscritto, il popolo si lamentò  e ci furono molte evasioni dovute ad ignoranza delle disposizioni. Allora fece  esporre in pubblico quella legge per iscritto, ma in caratteri minutissimi ed affissa in un luogo inaccessibile da raggiungere,  per cui nessuno potesse fare copia.

Caligola è molto fiscale, specie con chi non paga le tasse  tanto da rifiutare  di riconoscere il diritto di cittadinanza a coloro, i cui antenati  l’hanno ottenuta per sé   e per i propri discendenti (come i Giulii oniadi alessandrini), specie nel caso in cui  questi non fossero i loro figli,  in quanto per lui sono discendenti solo questi con quel grado di parentela   e perciò invalida  i diplomi firmati da Cesare o da Augusto,  considerandoli scaduti e vecchi … attacca perfino per inesatta dichiarazione fiscale  chi si è arricchito dopo l’ultimo censimento ...(ibidem, XXXVIII).

I copisti grammateis  sono estensori  di documenti , che tengono le   carthulae in archivi, suddivisi in pubblici e privati,  sotto in custodia dei sacerdoti, o auguri o  vestali e quindi hanno un carattere sacro…

Antonio non solo come console, ma  anche come augure,  ha la possibilità di manomettere il testamento cesariano e gli ultimi  decreti dittatoriali, affidando il comando provinciale ad uomini di sua fiducia, lasciando i munera  perfino a Cassio e a Bruto, di cui teme la presenza a Roma nei giorni successivi la morte di  Cesare.

In Roma, durante l’impero giulio-claudio,   sono  a corte, presenti ad ogni dettatura, anche  tachigrafi  tironiani, che sono abili a trascrivere rapidamente e a fare copie nel giro di pochi giorni, da consegnare ai tabellarii per la  diffusione  in tutto il kosmos romano nei tempi più brevi possibili  lungo le vie consolari…

I falsari  in epoca giulio-claudia in Egitto  non solo sono attivi nel conio di denario, come risulta da Girolamo (vita di Paolo, 5 c’erano nella cavità dell  montagna  parecchie casupole, in cui si vedevano  incudini e martelli ormai arrugginiti, del tipo con cui si conia il denaro.Secondo la tradizione letteraria egiziana il luogo sarebbe stato una zecca clandestina nel periodo in cui Antonio si era unito a Cleopatra) e da latri autori, ma anche  nella burocrazia servile  amministrativa.

Utile per la definizione del sistema  falsario  è la conoscenza  dei compiti  di un prefetto tiberiano e caligoliano,  sotto cui opera un certo Lampone , alessandrino, grammatokuphoon, cioè uno che  miseramente sta curvo  sugli scritti, che, però,  fa carriera  rapidamente  e si arricchisce.

Il termine, composto da grammata/ lettere scritte  e da kuptoo/  sto curvo ha valore di uomo misero che svolge la professione  di scriba alle dipendenze di un grammateus,  che è uomo di gran rispetto in quanto  scrive o fa scrivere  o legge  documenti o atti pubblici  nell’ekklesia, avendo un impiego di  varia importanza a seconda se è ufficiale pubblico di primo o secondo grado o di terzo.

Il grado dei grammateis è in relazione al posto occupato se presso la corte imperiale, o presso il senato, o presso un magistrato cittadino o un governatore o una comunità religiosa o presso un privato cittadino …

Nel 38 d.  C.  cfr. Filone, in In Flaccum,  tratteggia la figura di Lampone un grammatokuphoon, abile  a cambiare testamenti, leggi ecc.

Ad Alessandria, Lampone è chiamato  Kalamosphacths  (In Flaccum 132) : spesso tutto il popolo, concorde, lo chiamava molto giustamente Kalamosphactes, in quanto uccideva moltissimi con le lettere che scriveva perché rendeva i vivi più disgraziati dei morti: quelli che avrebbero potuto e dovuto  vincere e godersela subivano la sconfitta e un ‘ingiustissima povertà, poiché gli avversari avevano comperato  la vittoria e la ricchezza da uno che dava a buon mercato e vendeva gli averi altrui.

Lampone, nel suo compito di segretario del governatore, presente come scriba dei processi,  sapendo che nessuno può esattamente ricordare tutto, specie le  parole dette espressamente nelle cause da lui registrate e scritte, le modificava a seconda delle somme di denaro ricevute.

Quindi per il popolo il grammateus sa scannare,(significato primario di Sphazoo) sa sgozzare, sa uccidere il malcapitato sotto le sue grinfie,  se l’avversario  testamentario o politico lo paga meglio:  Lampone diventa il protagonista di atti di ingiustizia amministrativa,  quasi una norma nell’imperium romano!

Così scrive Filone parlando dei tanti casi amministrativi della provincia di Egitto  e dell’impossibilità  da parte prefettizia di  memoria ( Ibidem, 133 :  Infatti non era possibile che i governatori ricordassero  tutto di tutti gli affari di una così grande provincia, affluendo sempre nuove cause private e pubbliche, soprattutto nei giudizi …

Ora, dunque,   sulla base dei  casi di Faberio e  di Lampone  si deve pensare  che lo scrivere sia un’arte molto importante, connessa con la sacralità,  nell’impero romano   e che un grammateus, che gestisce molti grammatokuphones, ha un suo reale potere, è al servizio del migliore offerente,  ed opera di solito a scapito delle fasce popolari inferiori perché politicamente legato alla classe senatoria ed equestre …

Lo scrivere, poi, le lettere ebraiche o aramaiche -come  anche quelle greche –  come attività di incisione, richiede una vera arte,  un lungo esercizio  non solo per l’uso del papiro e della pergamena, ma che per la capacità di incidere e tracciare solchi  con lettere leggibili  senza rovinare o macchiare, cosa non facile per l’epoca, dati i materiali…

Io, bambino, col calamaio e col pennino o con la penna stilografica facevo tanti aste ma con tante  cole di inchiostro ed  ero un pasticcione…

Ora, a Roma, pur esistendo tabernae librarie  all’Argiletum secondo Gellio (Noctes Atticae, XVIII,4,1) o al vicus sandalarius,   ci sono in  librarii /bibliopolae, uomini che fanno  commercio ed hanno comprato copisti  non sempre professionisti e talora rozzi copiatori, pagandoli profumatamente molto di più di un normale schiavo

ll Tertios o grapsas della Lettera ai Romani di Paulos appartiene a questa categoria?

Sembra che sia un grammatokuphoon di un civis, idioths/privato, come l’apostolo delle genti,  quindi un uomo  che sa scrivere: noi, ora, non entriamo né nel merito della sua specifica attività né sulla datazione e sul padrone scrittore di Epistulae, ma precisiamo che solo ad Alessandria ci sono, all’epoca, ancora  veri e propri copisti  che   vivono al Museo e formano una casta di professionisti, pagati  dallo stato profumatamente  che hanno aiutanti  di vario valore  cioè i miseri  copiatori   divisi per gruppi a  seconda dell’autore da copiare e della lunghezza del testo…

D’altra parte sotto Claudio sono attestati copisti a corte come  Giulio Polibio, un minister a litteris o a studiis  (Seneca, consolatio ad Polibium )…

Anche Efeso ha copisti di rilievo   ed  Origene in  contro Celso  parla di copiatori   in diverse attività, anche orali,  sia portuali che cittadine,  abili specie nell’esaminare e proporre  le suppliche nell’Artemision  e nel  presentare la documentazione giuridica ed amministrativa, ai pritani  del Consiglio   e nel difendere, se pagati, anche confraternite di meteci…

Lo “storico” “cristiano”!?

 

Lo storico cristiano e la dioikesis (I PARTE)

Non è facile capire come e quando e dove sorge la storiografia cristiana, anche se  si dice  genericamente a corte, presso Costantino, ad opera di Eusebio di Cesarea  e di Lattanzio…

E’ riduttivo far confluire un fenomeno dottrinale  così complesso e disorganico, già avviato  verso soluzioni aggreganti nel nome di Iesous Christos, risorto,- sulla base di logia prima, poi di fatti miracolosi  al fine di una mitizzazione della sua storia umana di giudeo galilaico,  divino redentore, inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo –  nel corso del II e III secolo a seconda delle dioikeseis dominanti in Oriente, prima, (Antiochia, Efeso ed Alessandria, Hierapolis   e in Occidente, poi, (Cartagine, Lione, Vienne e Roma, Milano,Treviri )-,  a soli due nomi:  sarebbe  invece opportuno operare in una ricerca tecnica e scientifica sui  singoli dioichetai provinciali, che hanno storicamente in precisi tempi evidenziato un tipico sistema cristiano, chiaro nella loro opera scritta in una precisa sede, dove sono sollecitati da  urgenti    problemi, che li spingono o ad una testimonianza  scritta del proprio pensiero o ad una difesa del proprio Credo o al martirio…

Non, quindi, una storia dei primi martiri e vescovi della chiesa, ma una storia del  vario cristianesimo provinciale, nelle sedi orientali e in quelle occidentali, nel convulso  habitat domiciliare locale, nel vissuto quotidiano con i rapporti  concreti con la societas pagana senza la coordinazione di retori, che ricostruiscono le origini in relazione alle fonti ormai perdute, comunque vive  ancora nelle comunità cristiane originarie, nel clima euforico ed entusiastico del riconoscimento ufficiale della liceità della propria fides, dopo la grande paura dello sterminio…

Meglio non affrontare nemmeno il motivo del  sorgere del Cristianesimo  in epoca ancora pagana, come tentativo di apologia e di opposizione agli imperatori illirici, dopo una convivenza  difficile,  molto limitata, in epoca commodiana e  severiana…

E’  preferibile prima  rintracciare il corso dei tanti rivoli cristiani sparsi nel kosmos romano, e rilevare i   tanti differenti rapporti con l’imperium, poi seguire  gli storici cristiani e la loro ricostruzione ed infine valutare il reale contributo giudaico-cristiano  nella storia del pensiero classico ed ellenistico, al di là dell‘apostolocità delle sedi …

Ci sembra  opportuno, però,  in sede storica, precisare i  criteri strutturali (che sono alla base della storiografia cristiana) e  le due precise epoche, in cui  il cristianesimo si struttura in modo unitario ed organico  in età costantiniana e  in età teodosiana, tagliando i rami secchi e facendo una sistematica potatura delle eresie e degli scismi, operatisi in oltre due secoli di storia nel kosmos greco-romano pagano, avviato, seppure in modo sincretico,  verso soluzioni integrative delle varie componenti etniche occidentali ed orientali, mentre si attuano due migrazioni, l’una  dalle province verso Roma e l’Italia, e l ‘altra dalle campagne verso le metropoli  dell’impero.

Ci piace precisare, perciò, la struttura diocesana su cui si basa il sistema cristiano primitivo di fare storia, connesso con i riti e con la funzione del clero (diakonos, presbus, episkopos), con le attività missionarie e con l’iniziale evangelizzazione, diversificata a seconda delle sedi…

Effettivamente il cristianesimo (che era rimasto acefalo  o meglio era stato a lungo autarchico, avendo molti centri  con propri dioichetai, episcopoi,  che  si autoproclamavano in nome di una discendenza apostolica, separati  in Occidente e in Oriente, con scarse possibilità di comunicazione) non era stato un fenomeno unitario fino dai primi anni del II secolo…

Si ha la diffusione  del cristianesimo  cioè del Regno di Dio, inteso come una piccola propagazione christiana,  dopo la distruzione del tempio e la presa di Masada,  dopo la rottura col regno dei Cieli e con il giudaismo, chiaro già nel periodo 73 d.C e chiarissimo dal 100 circa fino al 135-136, anni della fine dell’impresa di Shimon bar Kokba ….

La diffusione cristiana è in relazione all’ esempio  dei christianoi  orientali, da tempo stanziati a Roma, e dei loro capi, che avevano visto con i loro occhi il trionfo flavio sul giudaismo e lo avevano celebrato al pari dei pagani, separandosi, quindi, dalla sinagoga, rifiutando lo shabat, la stessa Pesah e i riti giudaici, insomma l’integralismo aramaico della Torah, mantenendo solo la struttura organizzativa  che era quella scismatica oniade, comunitaria-propria dei giuli alesandrini e dei giuli erodiani,  in quanto dipendenti  direttamente da Antiochia, di nome, ma di fatto dalla impostazione del  didaskaleion alessandrino …

Alessandria, già sede di episcopato, sotto il nome di Marco ( ?), ben strutturata come dioikesis  sia in direzione nubiano-nilotica  lungo la la via canopica, che verso  il territorio cirenaico, già alla fine del periodo flavio,  è esemplare come ecclesia christiana nel seno stesso dell’ebraismo alessandrino, in lotta con  le eresie gnostiche e con il pensiero neoplatonico…

L’ Epistola  di Barnaba, datata intorno al 130 d.C  ( che tratta della circoncisione, del sabato e del  tempio) discute sulla  eredità, non più concessa da Dio  ai giudei, empi- conosce  l’autore( un probabile alessandrino non certamente il discepolo autorevole, come Zeus, di Paolo!) gli atti ebraici  esacrandi,  compiuti dai Giudei nella guerra di Kitos contro i greci, a Cipro e a  Cirene ?-,  ma solo ai christianoi, grazie al sangue versato da Christos...

Infatti per Barnaba  il cleronomos è in relazione a Gesù redentore, che ha  versato il suo sangue per molti/ pollois ( inteso come equivalente di  pasin /per tutti- Matteo 26,28-)  per la salvezza dell’umanità,  che viene riscattata dal peccato originale, per colpa /grazia  proprio dei giudei e dei loro capi, che hanno voluto la sua morte…

A parte il fatto che l’umanità per la Bibbia si estingue con il diluvio e che solo Noè il giusto si salva e quindi tramite i suoi figli ricrea una nuova umanità, la cognizione del peccato originale dovrebbe concludersi con tale  stirpe di uomini prediluviana...

S. Agostinocomunque, accettando l’ipotesi adamitica, nel V secolo  crea il pensiero cristiano  del peccato originale e quindi accetta l’invio del figlio ad opera del Padre per la redenzione dell’uomo:  il problema non è nel II secolo, occidentale, ma risulta solo una questione orientale, per di più circoscritta in Antiochia e in Alessandria…

Tutta la questione antigiudaica sorge in ambiente mediorientale e forse esplode  in zona di Cipro ed anche a Cirene,  che è collegata come amministrazione  romana con Creta -in cui  è la capitale della Provincia, Gortina – dove profonda è la rabbia contro il giudaismo reo di delitti estremi

I giudei non hanno capito la volontà di Dio e perciò, essendo colpevoli della morte di Jehoshua, sono indegni dell’eredità, che passa al cristianesimo, nato per il nuovo patto tra Dio e l’uomo, tramite la figura di Iesous Christos Kurios. cfr. Jehoshua o Iesous ?…

Si accentua in questo periodo la concezione di una  ecclesia/communitas  che, essendo separata in mezzo a pagani, greci o barbari, e non avendo contatto con altre comunità cristiane,  risulta ancora confusa con quelle giudaiche eretiche o scismatiche, con cui condivide il Libro sacro, di cui ancora riconosce la dipendenza e a cui va una certa solidarietà, specie nel quadro persecutorio imperiale, specie antonino…

I fatti di quegli anni sono terribili per il giudaismo aramaico che ha attirato dalla sua parte anche quello ellenistico, specie in occasione dell’invasione della Parthia ( Cfr.  Impresa di Lucio Vero in Giudaismo romano, III non ancora pubblicato, rilevabile comunque in temi di Un’altra storia del Cristianesimo in www.angelofilipponi.com ), dopo il tracollo del sistema oniade…

Gli antonini (Traiano ed Adriano) portano alla massima esasperazione il giudaismo  tanto che  i giudei dapprima nel corso della guerra antinabatea poi con la guerra di Kitos  e infine  con quella nazionalistica  di Shimon bar Kokba giungono ad infamie  a crudeltà indicibili, a dimostrazione di un parossismo etnico e di uno squilibrio mai registrato nella storia…

Cosa è successo per giungere a tanto!

Come mai i giudei da ghenos prediletto dai giulio-claudi  in quanto costituito da  molti Ioulioi, di stirpe sacerdotale,  ed erodiani, ricchissimo, ora è diventato nel periodo antonino gens taeterrima, perfida, a detta di Tacito?…

Cosa è successo nel periodo flavio e poi in quello antonino per scadere tanto nella stima della romanitas?

Per la trasformazione del popolo ebraico da ethnos philosophoon  – inteso come genos  sapiente in quanto conoscitore di fatti umani e divini (h tou nomou paideia) ad una stipe molto  miserabile rinviamo al 3 volume di Giudaismo romano   (molte parti sono sparse nel Sito), ma qui  soltanto precisiamo quel che avvenne dopo la fine di Domiziano che incrinò definitivamente i rapporti tra il giudaismo aramaico e il kosmos romano e che favorì la ricongiunzione dei  tre giudaismi (quello gerosolomitano, quello ellenistico e quello parthico)…

Per noi tre avvenimenti sono determinanti  in epoca antonina per acuire la tensione già esistente tra  gli aramaici e la romanitas e per far decidere di tradire il kosmos romano da parte degli ellenisti che erano stati del tutto accantonati e annichiliti  finanziariamente  nel periodo flavio, specie in quello domizianeo.

Il passaggio dinastico dai flavi agli antonini ( Nerva e Traiano) risulta traumatico per gli orientali; la politica  di Traiano di annessione della Nabatea  e la successiva guerra contro i Parthi, coincisa con la ribellione ebraica e la disastrosa ritirata culminata con la morte dell’imperatore  destabilizzano l’ordo imperiale  delle province di Siria e di Asia;  l’avvento al potere di Adriano  e il nuovo assetto provinciale orientale dopo la congiura di Quieto, il rescritto di Adriano antiebraico e anticristiano a Minucio Fundano, governatore di Asia, 122-23,  sono atti utili ai fini della costituzione di un nuovo vinculum  con l’imperatore che,   a seguito della nuova insurrezione Giudaica, interviene di persona  cancellando dal kosmos romano la Iudaea e Gerusalemme, rinomimata Aelia Capitolina, determinando la galuth ebraica, la vera dispersione del giudaismo….

Il documento di Adriano,  pur indirizzato a Fundano, risponde in realtà a un’istanza, sollecitata da Quinto Licinio Silvano Graniano  (Cfr Giustino, Apologia I ed Eusebeio  St. Ecclesiastica, II), predecessore del destinatario, che  ha chiesto lumi sul comportamento da tenere nei confronti dei  Christianoi e delle accuse infamanti che vengono loro rivolte…

Di questo lasso di tempo  (98- 122 d. C) è anche la separazione netta tra il giudaismo e il cristianesimo (il regno di Dio)  che si è già dissociato dal regno dei Cieli  del tutto aramaico, che subisce poi  la stessa sorte dell’ebraismo.

Noi abbiamo mostrato come tutto dipenda dalla politica traianea  che dal 101, dalla morte di Giulio Erode Agrippa II, aveva iniziato una politica antiparthica e che aveva seguitato la  lotta  contro gli ebrei, convinto dello stretto legame  degli  ellenisti ebraici con la Parthia …

La successiva conquista della Arabia e poi la pressione contro i parthi e la nuova spedizione antiparthica del 117,  risultano fallimentari per l’imperatore,  che pur si è fregiato del titolo di parthicus.

La situazione non fu  favorevole a Traiano, che  si era ritirato,  a seguito del tradimento  dei battellieri ebraici, dopo le  battaglie intorno a Ctesifonte,  in direzione settentrionale, sotto il continuo martellamento degli arcieri e della cavalleria catafratta, lungo le vie desertiche per ritornare ad Antiochia …

La lettera di Barnaba- scritta probabilmente  tra il 130 e il 131, in ambiente alessandrino risente degli eventi traianei  e  mostra  tra l’altro, un aspetto, quello della separazione netta tra la la chiesa e la sinagoga,  tra il cristianesimo e il giudaismo,  poi ribadita da Giustino nel dialogo con Trifone in modo più pacato, ma sempre di grande polemica, da parte del giudaismo nei confronti degli eretici cristiani che cercano una vita autonoma sotto Adriano…

Il momento degli apologisti  è  già storia del primo Cristianesimo?.

Si può parlare di storia se si fa apologia del nomen christianum in epoca antonina, senza una reale memoria del fondatore e degli apostoloi ?

Una strana storia sul nomen christianum nel mondo romano, non sul Christos!

Una storia  che mostra  un’integrazione  non avvenuta ed evidenzia la repulsione  dei gentili di fronte alla proposta, ancora circoscritta in aree orientali o africane, di un Gesù Cristo, indefinito tra uomo e dio,dopo la mitizzazione giudaica e la fine del messianesimo   aramaico e del Malkut ha shemaim!

Sono storici Melitone, Giustino,  Atenagora, Taziano, Teofilo di Antiochia ?

Sono storici Tertulliano  e Minucio Felice?

Per noi no.

I primi sono orientali, retori, in cerca di  notorietà, secondo una concezione christiana, mitizzata,   che rivendica il diritto di culto per una esigua minoranza di fedeli, ancora incerti  sulla figura del Christos, nonostante l’accettazione globale del pensiero paolino.

I secondi sono africani dipendenti direttamente o indirettamente dalla dioikesis della metropoli di Alessandria, ancora legata alla lezione allegorica filoniana, date le connessioni con la scuola di Panteno, di Clemente Alessandrino e di Origene: sono maestri di doctrina antignostica, ma non storici, ricercatori di memoria  christiana, propugnatori di una methodos teleia, avendo come esemplari i terapeuti, espressione più pura del giudaismo internazionale.

Tutti questi sono strani christianoi che non hanno niente di storicamente cristiano  ma solo  una certa comunione  di tradizione ebraica, mista con un evangelion  dei Padri apostolici,  che  si arrogano il diritto di  difendere il loro Credo, molto differenziato,   in relazione ai luoghi di residenza, ed  hanno memoria del particolare seme christiano ricevuto, ormai diversificatosi a seconda dei contesti…

La lettera ad Autolico di Teofilo (in PG 6, 1026-1027), perciò,  è solo un documento trinitario, proprio  della comunità antiochena, non una storia  della religio christiana, comunque rispettata  d Eusebio, che pure ha una strutturazione  più apologetica che storica.

In essa Teofilo,  commentando i primi tre giorni della creazione,  pone in relazione, secondo il sistema filoniano, come già lo pseudo Barnaba,  Dio Padre e Logos/ il Verbo  e Sophia Sapienza, secondo un processo trinitario, rifacendosi  a Giovanni  evangelista e al libro dei Proverbi…

La notizia è storica, ma non è oggettivamente cattolica in quanto tipica informazione locale, provinciale, riferita in connessione con la risultanza dell’ecclesia efesina, ancora legata a Paolo e a un Theos-Christos, sulla base  sapienziale proverbiale  giudaica dei meshalim. cfr M. HENGEL,L’incontro tra pensiero giudaico ed ellenistico in connessione con la speculazione sapienziale  giudaica in  Giudaismo ed ellenismo in Paidea 2001-trad, it. di Sergio Monaco-pp. 314-360)...

Non credo che  si possa definire storico un apologista come d’altra nemmeno Giuseppe Flavio in quanto scrittore di apologia, non è vero storico, anche se professa di seguire la verità  Alhtheia e di essere scrittore secondo akribeia, in senso prammatico

In effetti, nonostante l’indottrinamento retorico  da scriba ellenistico e la cultura  stoica  del grapheus  ellenico, la sua opera rimane una toledoth ( uno studio su generazioni), un ricerca sulla funzione giudaica nell’impero romano, fatta dall’angolazione di  una lettura flavia della storia, oppositiva a quella giulio-claudia

Lo stesso Luca, scrittore del Vangelo  e degli atti degli Apostoli non fa storia ma solo vede le generazioni di christianoi, ne segue il destino e ne rileva la funzione tra l’epoca flavia e quella antonina, in una volontà di raccontare  parole e fatti di  Iesous Christos Kurios , fondatore  della setta giudaico- antiochena del Regno di Dio, già distaccata  da quella aramaica  del Regno dei  cieli, ai fini della costituzione di una  ecclesia paolina, strutturata  sulla morte e resurrezione del Christos, venuto per tutti gli uomini, liberi e schiavi. L’applicazione della legge  della carità e dei principi di eguaglianza, con peripeteia ed aprosdokhton al fine del rovesciamento dei ruoli  secondo l’oikonomia divina imperscrutabile dalla creatura umana, non è in relazione al diritto romano, che resta immutato,  ma al nuovo sistema di rapporto  tra la pars dei liberi e quella degli schiavi in nome della comune paternità di Dio.

Il padrone giudaico -cristiano non ha schiavi, e lo schiavo non ha padrone nella famiglia giudaico-cristiana perché (così stigmatizzerà secondo il principio biblico, poi, Agostino in  De civitate Dei 19,15) l’ homo rationalis, naturalis,  è fatto ad immagine e somiglianza di Dio

Già Origene (Contra Celsum,3,29) crede di confutare il filosofo pagano, presentando le comunità di Dio, ammaestrate da Cristo, come pellegrine quasi astri nell’universo rispetto alle comunità   dei popoli in cui vivono, tenendo presente Paolo( lettera ai Filippesi,2,15/).

Il paragone tra i politici delle comunità pagane- che nel loro comportamento non hanno nulla della dignità loro attribuita, per cui sembrano sovrastare  i loro concittadini– e quelli delle comunità cristiane  – che, pur non essendo perfetti in quanto indolenti, comunque, sono superiori nel progresso in virtù – è generico  e rivela solo una non partecipazione alla vita della comunità intera e la non integrazione cristiana nel tessuto sociale comunitario, perché si sentono “spirituali”, unici figli del Padre, secondo la tradizione ebraica (cfr. Pater hmoon dove  hmeis- matthaico-  vale noi giudeo-cristiani).

Cosa  significa essere storico per i  christianoi ?

Ritrovare le linee comuni  di un cristianesimo, sparso  e diviso tra le province romane  e rilevare  il  sistema di vita, in modo unitario, al di là della storicità dei fatti e delle testimonianze discordi.

Eusebio sceglie la via di Egesippo e non quella di Papia, per cui noi possiamo leggere solo una direzione senza avere la minima conoscenza delle differenze  dottrinali e comportamentali delle due impostazioni ecclesiali, se non tramite eretici o cenni da parte di  Melitone e di un antipapa oppositore di Callisto a Roma, Ippolito romano 

Specialmente ci pare necessaria, da una parte, precisare la mentalità,  sorta in sede cristiana di un domicilio transitorio  in una snervante attesa della parousia del Christos trionfante,  non  di appartenenza all’impero romano e, da un’altra, la volontà ancora eversiva del giudaismo minacciato nella sua radice aramaica e nel suo integralismo religioso…

Quindi, questo studio sul periodo antonino serve a precisare la nuova conformazione cristiana e quella sempre più marcatamente aramaica del giudaismo che giunge al massimo scontro con il kosmos romano, risultandone la pars barbara e quindi necessariamente corpo da stroncare, come un cancro da estirpare, insinuato nel testo armonioso del mondo ordinato civile romano.

Il cristiano, popolo, in quanto cliens,  anche se civis, nella pars elitaria provinciale, che amministra la comunitas, non vuole i diritti  e i doveri  civili, rifiuta la sua posizione soggettiva e si massifica all’ombra del clero,  che gestisce la ricchezza comunitaria e che invita a vivere serenamente la propria vita  di uomo nato per morire, contento della sua  quotidianità di dolore  e a pregare  nell’accettazione del male  con  la speranza di un domani paradisiaco, quindi,  a svolgere la sua funzione terrena transitoria  cosciente della promessa di un  premio eterno…

Si badi bene il primo cristianesimo è  costituito da un ‘élite (edah) che guida l’haburah, secondo lo schema comunitario  ancora giudaico: ne deriva che sempre più si presenta come fenomeno elitario che domina una massa di fedeli  che costituiscono l’ecclesia senza effettivi diritti  civili, sia che viva in città che  in comunità montane, e, comunque, periferiche , sparse nell’immenso impero romano orientale specie in Asia minore in Egitto,  e in Siria …

Il popolo cristiano, senza diritti, vivente in una terra non più come propria,  sentendosi un inquilino  che ha un’altra patria, ultraterrena, aspetta la parousia/ritorno del signore e la accelera in un certo senso a seconda della comunità cristiana- chi più chi meno – specie se si adegua alla concezione della verginità e del celibato, forse tipica della linea di Papia …

Secondo questa impostazione il primo cristianesimo vive  seguendo la precettistica cristiana non più quella mosaica, ma avendo diverse forme dottrinali non univoche a seconda delle regioni in cui vive e secondo le sollecitazioni di  gruppi sociali, incivili e barbarici, maturando diverse strutture di separazione  come  quella di Hierapolis dove il culto di Cibele si fonde con quello misterico e  con quello delle profetesse sulla scia della  predicazione di Filippo e delle sue figlie…

Comunque,  solo il clero, patronus  ne trae effettivi benefici perché rafforza il suo potere sacerdotale e ne ha vantaggi economici data la crescente ricchezza ecclesiale  e diocesana, che viene trasmessa da generazione in generazione, tramite i vertici episcopali, essendo per i cristiani favorevole la situazione politica ed assente ogni forma persecutoria di massa: solo i capi di tanto in tanto di  alcune città dell’Asia minore sono inquisiti ma perché non in regola con le tasse perché evasori fiscali  in quanto paganti solo per se stessi , cives, e non per la massa dei fedeli la cui ricchezza è gestita comunitariamente…

La definizione, quindi, della dioikesis cristiana -che era un ‘haburah  antica giudaica, una comunità  giudaica  autonoma  che doveva gestirsi in relazione alla comunità pagana in cui conviveva e alla legge romana a cui sottostava l’intera regione in cui i christianoi  avevano domicilio -. in epoca antonina non è facile …

Abbiamo detto che solo il clero ha una personalità giuridica e non l’elemento popolare che è amministrato  che non ha una sua fisionomia fino al periodo di Caracalla (212), data la sua scarsa registrazione fideistica.

Ne deriva che questo sistema verticistico senza una base di effettiva consistenza giuridica   dura per oltre un secolo  nelle varie province  romane e si stabilizza solo quando crea un forte accumulo di denaro in trapeza,  che fa da deposito per le successive  amministrazioni diocesane, che risultano ricche rispetto alle societates /sunousai pagane.

Inoltre la volontà  dei Christianoi di rimanere separati sia come riti che come culti  li isola  ancoar di più anche perché non censiti,  quasi apolidi, cittadini di un altro Regno  determina un odio delle masse pagane  che si manifesta in improvvise  un rappresaglie contro gli estranei, forestieri.

I pagani hanno di fronte un muro  di fanatici che, pur vivendo loro accanto, non hanno niente in comune con la loro cultura e il loro sistema quotidiano di vita, figure evanescenti controllate da santoni, autoritari che sono maestri che educano con una catechesi strana  che inneggia ad un servitium transitorio  e che da speranza di un tesoro celeste accumulato con la propria vita di sacrificio e di rinuncia: solo il clero ha relazione con la societas   vicina ed ha una sua consistenza civile e quindi è noto all’ amministrazione  locale…

A questa mancanza  di  coscienza civile, chiara in epoca antonina e severiana si aggiunge   una diversa concezione della vita e della morte, non più in senso umano classico, ma in senso spirituale…

Si  precisa di nuovo  che la communitas cristiana, costituita  dal gruppo dirigente e dalla massa di fideles, distribuita in  catecumeni e cristiani,  giuridicamente è rappresentata solo dal clero, essendosi azzerata come dignità soggettiva nel seno comunitario, di cui ognuno è parte effettiva passiva.

Ogni complesso comunitario costituisce così  un gruppo di cui si conoscono solo i vertici, la cui presenza nelle città e nelle province romane  deve essere ancora esplorata nella sua tipica vita reale  entro la communitas maggiore cittadina e provinciale pagana.

Noi riteniamo che le comunitates cristiane si comportino come quelle giudaiche oniadi nel sistema romano imperiale,  di cui hanno ereditato le sedi, le  organizzazioni e le stesse tecniche operative  con le strutture bancarie ed  emporiche.

Come effettivamente e quando realmente ci sia stato questo passaggio non riusciamo a saperlo: ma ci sembra che questo già  sia avvenuto durante la impresa di Shimon bar Kokba, ma forse anche tra le  due guerre giudaiche ( 116-117/ 135-6) o qualche anno prima nel corso della guerra nabatea,  in epoca traianea  più che in quella adrianea.

La vicenda di Ignazio di Antiochia e le sue sette lettere testimoniano da una parte il prestigio di un elemento apostolico (su cui bisogna indagare) e da un’altra il senso di unità tra le chiese  che già hanno coscienza di una precisa gerarchia rappresentativa (vescovo, presbiteri e diaconi) ed ancora di un Dio unitario , non trinitario (anche se ci sono forme di docetismo).

Dopo la morte di Ignazio nel 107 d.C., comunque, Policarpo  ha un suo potere tra i vescovi  in quanto ha una doppia elezione sia petrina che giovannea e il suo discepolo Ireneo esporta  dunque il modello orientale che sottende il sistema trapezitario ed  emporico oniade  in Gallia a Lugdunum, dove si struttura l’organizzazione di tipo orientale già  funzionale  in  Hierapolis con Papia e  a Sardi con Melitone…

Naturalmente non c’è una precisa attestazione o menzione diretta.

Il  pensiero ireneiano  sul cristianesimo (Adversus aereses, Demonstratio) che presenta sotto l’aspetto ideologico la  sottesa realizzazione pratica organizzativa, come elaborazione  di una sua teoria contro lo gnosticismo e il neoplatonismo , diventa segno  di una tradizione cristiana nell’ambito della chiesa cattolica ignaziana, che  utilizza il principio della successione apostolica e con essa il sistema comunitario implicito.

La tradizione degli apostoli, per Ireneo, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità, e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi…

(Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto, coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento.

Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo

Così facendo, Ireneo  radica il potere degli amministratori nelle diocesi e poi quello dei Papi in Roma, in quanto eredi degli apostoli  nelle sedi metropoliti in genere, e di Pietro e  Paolo in  quella romana “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità (propter potiorem principalitatem), è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata…” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG. 7,848).

Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa, a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità (Ib., III, 3, 3: PG. 7,851).

Ireneo, comunque,  dà per scontato la conoscenza di tutta la amministrazione cristiana  e parla solo della funzione spirituale,  non di quella economica, anche se il sintagma  potior principalitas si compone di potior-da potis/e  potente, capace – e principalitas- da princeps, che rimandano a potestas /kuros e a princeps augustus /sebastos con valore chiaramente politico-religioso e si connettono con Roma imperiale.

Noi  deduciamo la presenza di tale organizzazione dal fatto che un capo come Ignazio, senza essersi appellato all’imperatore  e senza avere la cittadinanza romana,  venga accompagnato e protetto da una decuria  nel suo viaggio di trasferimento,  dopo una formale condanna ad bestias.

Non è comprensibile un tale dispendio di denaro per un prigioniero, la cui  potestas  ed auctoritas dovevano essere grandi in Oriente, ma solo in Oriente: tale azione di norma veniva fatta segretamente da oi epi ton aporrhton (agenti segreti), come per Paulus, che pur è cittadino e collegato per parentela con i giuli erodiani,  tramite la sorella, sposata con un nipote di  Giulio Fasael, fratello di Erode il Grande!.

Probabilmente la punizione di Ignazio doveva essere esemplare per tutti, ma specie per i capi delle comunitates cristiane, inquisiti come non paganti le tasse, come estorsori di proprietà indebite.

Ad ogni tappa portuale c’è  la riverenza del vescovo della comunità locale,  coordinata con altre auctoritates, come segno di un collegamento cristiano, societario, tipico del sistema oniade, che diventava una  forma di proselitismo  e di esaltazione della communitas cristiana,   della sua  ideologia cosmopolita, estranea alla vita  del kosmos romano-ellenistico e propensa ad un’altra vita extraterrena, propria di elementi farneticanti e teatrali.

Specie dalla lettura delle sue lettere  ci vien fuori una figura di santo  che aspira a congiungersi con Cristo, anelando  ad essere mangiato per far parte della divinità al più presto: niente traspira della amministrazione di cui è dioichetes,  ma si rileva benissimo dalla presenza di altri capi  che gli si affollano accanto nel suo viaggio verso Roma  e come le sue lettere tendano a mantenere l’organizzazione tale e quale, come se la fine di un individuo non solo non scalfisse il generale funzionamento, ma  anzi lo rafforzasse.

La figura di Ignazio, se vista dall’angolazione economica, potrebbe risultare  diversa: uno epitropos,( epimeletes, dioichetes) che non ha pagato le tasse, un evasore  doveva essere esemplare per tutti i christianoi nel suo iter di  traditio a Roma.

Il santo è stato alonato dalla tradizione cristiana e  quindi non è letto storicamente, secondo la vera accusa romana, ma è visto secondo le linee della vittoria successiva dei cristiani, in epoca costantiniana ed ancora di più in epoca teodosiana quando le ritorsioni nei confronti dei pagani diventano persecutorie  verso coloro che non fanno parte del sistema cristiano.

Dopo Ignazio, la sede di Antiochia  perde di auctoritas perché direttamente controllata dai governatori di Siria, che meglio potevano valutare la situazione giudaica  o  giudaico-cristiana nella città e quindi facevano prevalere l’elemento greco o siriaco.

Quindi, dopo Ignazio,  Antiochia perde di prestigio anche se aumenta il valore della chiesa romana  dove i papi, di nascita  orientale, sono di cultura antiochena.

Al suo posto sembra avere nel mondo cristiano orientale maggiore peso   il centro di Efeso, il più grande porto del Mediterraneo dopo Alessandria, la terza città del mondo romano, con una popolazione non inferiore a 500000 abitanti, dove l’elemento giovanneo aveva prevalso su quello paolino e dove il ricco entroterra agricolo doveva aver fatto prosperare la comunità che, oltre tutto, gestiva anche il commercio  artigianale di immagini,  quello delle attività scultorie e pittoriche, dopo aver soppiantato l’elemento greco  sacerdotale, eunuco, del santuario della dea Cibele  e quello dello stesso santuario dell’ Artemision.

Efeso era il polo cristiano di attrazione di una vasta area  che comprendeva  un raggio di oltre 50 chilometri  all’intorno anche sull’Egeo insulare: le città sotto la sua orbita sono quella citate nell’Apocalisse Smirne, Sardi, Pergamo, Tiatira città della porpora  Laodicea ecc).

Anche la posizione di Erma a Roma, autore del Pastore, è indicativa sul piano dell’organizzazione,   sulla sua ricchezza ,sulla  perdita di denaro , sulle forme di assistenza sulle istituzioni, palesi  in Clemente Alessandrino di Quis dives salvetur  e nella comunità stessa di Alessandria intorno alla fine del II secolo…

La communitas, comunque, è costituita nel II secolo da elemento popolare (artigiano e contadino) che affida all’episcopos  ogni cosa e che da lui  ha la sicurezza  della propria vita  e della propria famiglia  con la protezione cristiana.

I christianoi sono uomini di diversa professione (banausoi/operai  macellai, calzolai, fabbri, panettieri, barcaioli,  marittimi in genere, ma anche medici,  negotiatores,  emporoi/commercianti,  orefici  trapezitai  come ,d’altra parte, afferma Celso   (Origene, Contra Celsum, 3,18,3,44; 3,50; 3,55; 6,12 e altre parti sparse)  e ripete  Minucio Felice (Octavius, 5,4,8,4), elementi operativi per la communitas…

Giustino, che parla di persecuzioni (Apologia,2 ) , non fa testo anche se ci sono morti  a Tiatira ed altre zone e sono massacrati  perfino gruppi come gli abitanti di  Scillium  da  masse di pagani che restano impuniti:  gli  eccidi religiosi  non sono una novità nell’impero romano, specie in epoca Commodiana…

In effetti i gruppi cristiani nelle città diventano una forza politica, se manovrata abilmente da dioiketai episcopoi intelligenti,  che sono patroni,  a seconda delle situazioni, rappresentanti popolari, mestatori, demagogoi.

Perciò, la persecuzione nel II secolo è solo  una questione che riguarda l’imperatore e i vertici e in questo caso,  Ignazio, Policarpo, Ireneo, che risultano casi isolati e ben circoscritti: non hanno rilievo  le poche decine di cristiani uccisi da masse inferocite, a seguito di propagande antigiudaiche ed anticristiane, date le accuse rivolte ad apolidi, felici di raggiungere il premio meritato proprio per aver rifiutato la cittadinanza di questo mondo, in quanto appartenenti ad un  Regno celeste (ourania basileia).

Precisato questo,  bisogna rilevare come si sia cambiata la struttura classico greco-latina  di partecipazione allo stato e come si sia passati ad una indifferenza alla vita cittadina,  insomma, come si siano potuto annullare i propri diritti civili ed  come si si possa essere costituito un  vir fidelis al posto del vir civilis/o politikos, del civis capace di esprimersi solo nel negotium, inadatto all’otium.

E’ questo un problema di insicurezza di molti cives nel I e  II secolo dove l’arbitrio di patroni  teneva soggetto le masse di liberti  semiliberi e di liberi che preferiscono riunirsi  e delegare  i loro diritti  schierandosi sotto una potente famiglia che li ingloba come clientes  o parassiti e simili sotto la propria protezione.

E’ il sistema clientelare modificato del periodo antonino dove pochi hanno il potere effettivo  e dove anche comunità religiose hanno un loro sistema clientelare mediante simmoriai e thiasoi.

In Asia ( in Bitynia e Ponto,  in Cappadocia,  in Pamphilia , in Licaonia e  in Galatia  e in Licia ) e in Commagene,  come  in Syria  e in Ioudaea e in tutto il bacino del Mediterraneo,  come anche in Grecia e Italia e in tutto l’Occidente pochi soggetti giuridici controllano le masse che, sottoposte, vivono la vita quotidiana,  soggette solo  a scadenze festive, in modo bestiale,   protette dagli statuti delle loro corporazioni, popolari,  priapee, di selvaggio edonismo, avulse dalla vita delle classi nobiliari…

E’ questa, però, una questione interna, tra le masse e i capi del corporazioni, siano esse pagane che cristiane, comunque, tutte immorali  ed indocili .

Lo scontro tra cristiani e pagani avviene in questo campo comunitario, da addomesticare ed assoggettare,   tra gruppi  popolari pagani,  legati al sistema  della  tradizione classica -ora connessa con la divinità   di Zeus  e degli dei olimpici o con quella egizia sincretica  di Serapide o con quella del culto di Mitra e del Sol  invictus–   e gruppi di tradizione monarchiana  di radice giudaica o giudaico-cristiana di impostazione oniade.

Non c’è odio né rancore tra confessioni e credi diversi,  anche se soggetti tutti  ferini e servili,  ma c’è da parte di quella di tradizione  giudaica, compresi i cristiani, la coscienza di elezione e di esclusività monoteistica, connessa con l’appartenenza ad un Regno,  che non è di questa terra,  e quindi di aver una cittadinanza in Cielo, e, perciò, di rifiutare la vita stessa terrena.

La cittadinanza in cielo e il rifiuto della vita eterna  rendevano odiosi i cristiani, che come massa erano  simili a l gregge  bisognoso di pastore, incapaci di vivere senza clero.

Inoltre,i cristiani hanno capi sovrani  e non prendono le armi in difesa dei loro concittadini e compatrioti, indifferenti di fronte ai barbaroi invasori armati, distruttori, nemici,  e vanno loro incontro quasi grati di avere la morte.

In epoca antonina sono continui gli episodi  di christianoi che, inermi si fanno uccidere: noi oggi li chiamiamo tutti  martiri della fede e non distinguiamo  i privati cittadini dai milites, militari che hanno un compito  offensivo e difensivo a favore della patria.

I christianoi  non difendono la patria, anelanti di raggiungere il cielo e il meritato premio!.

Allora, davanti ai Quadi e Marcomanni, che dilagavano   e distruggevano ogni segno di civiltà romana, raggiungendo perfino le zone alpine, rifiutare l’uso delle armi di fronte al nemico  si chiamava abbandono di postazione, si bollava come diserzione, si  definiva vigliaccheria,  perché atto indegno della cultura militaristica romano-imperiale, che stava costituendo, sulla base del diritto comune,  di tante genti un solo popolo, dopo aver accolto alcune popolazioni barbariche arrese,  entro il proprio territorio seppure al confine con genti  della stessa stirpe (con la clausola di Dediticii-di uomini che cedono i propri diritti  al momento della deditio -che comportava uno scomporamento dallo ius latino e dal sistema provinciale  e sottendeva una mancanza assoluta di garanzia pure per chi viveva nel territorio romano ed aveva avuto assegnazione provvisoria di terre)…

I christianoi sembrano come residenti provvisori dediticii:  dalle fonti noi non riusciamo a comprendere esattamente il loro  equivoco sistema di vita: la stessa notizia di Plinio il giovane   (Plinio,Epistola X,96,8)  fa un punto  situazionale  ma non  risolve la questione né la lascia intravvedere secondo le direttive traianee:  o meglio, noi abbiamo frainteso Plinio perché lo abbiamo esaminato dall’angolazione cristiana!.

Di conseguenza risulta strano come  uomini che sono irreprensibili  nel comportamento sociale possano essere  testardi nel rifiutare di venerare l’immagine dell’imperatore e i simulacri degli dei pagani, e come possano disobbedire  per  le riunioni in giorni stabiliti  per le pratiche religiose,  che contrastano con la non osservanza delle regole che proibiscono le hetairiai.

Su Plinio si è fatto solo il problema sulla base della sua interrogazione all’imperatore se si debba  punire il solo nome cristiano, mancando gli altri indizi  di delitto/crimen…

La stessa risposta di Traiano  che i cristiani non debbano essere ricercati e che le denunce anonime devono essere trascurate e che siano puniti solo quelli che non ritrattano  e non  invocano le divinità romane, in  una precisa ostinata dichiarazione di cristianità,  sembra una testimonianza della presenza di un problema, non una  soluzione, in quanto lascia in sospeso la  valutazione sull’ ebraismo e  sulla radice giudaico-cristiana, di cui  solo nella spedizione parthica conosce- a sue spese -il reale significato religioso-politico…

Noi  siamo condizionati in questa lettura dalla successiva interpretazione sul piano del diritto,fatto da Tertulliano  (Apologetico II,7) e  siamo costretti a valutare come ingiusto il procedimento contro i cristiani  perché non si può condannare, per il solo nome, uno che non si deve ricercare  e che quindi è assolvibile: questa è storia successiva già organizzata per la difesa del nome cristiano…

Io, partendo da una frase di Filone, che riporta il giudizio, acuto,  di Caligola sui Giudei che  sono solo superstiziosi  più che colpevoli,   leggo  più o  meno lo stesso enunciato, in latino, di Plinio (Epistola 10,96,8)  superstitio prava et  immodica. 

La stessa cosa sembrano dire Tacito (Annales 14,44,4 ss)  e  Marco Aurelio   in A se stesso( II,3) che oppone il logismos pagano alla cecità della pistis cristiana e che rileva che  il  comportamento cristiano  anche davanti alla morte è teatrale, non razionale.

Celso,(ed anche Galeno) e Luciano, soprattutto, ci permettono di chiarire il problema cristiano, se lo si vuole chiarire.

Celso, nella sua opera, riportata, a passi, scelti da Origene ( Vera dottrina)  intorno agli ultimi anni della vita di Marco Aurelio,  fa un preciso ritratto del cristiano e lo vede come un millantatore, come il Gesù, fondatore della setta…

Eppure Celso è un philosophos, uno che  studia e che deve aver notizia anche di Giustino  apologista, ha buone conoscenze testamentarie ed ha presente le  letture evangeliche: il suo discorso vero marca l’ irrazionalismo cristiano  in quanto vede i cristiani privi di logos,  oppositori della paideia greca, uomini che si integrano  mescolandosi in sette/aireseis sacerdotali, che rifiutano il contatto con la realtà, in nome di un’altra vita celeste.

D’altra parte, Celso indaga prima ulla figura del Christos  e scopre  tra l’altro, che fu un mago/goes  millantatore  e  che i suoi discepoli- i capi- al pari,  sono millantatori  e maghi, che approfittano della credulità delle masse in un’ epoca specie come quella del II secolo dove si crede che l’asino vola e si può fare bere la verità di un uomo-dio e  si muta ogni razionale pensiero col paradosso, sorprendente e meraviglioso, fabulistico.

Il razionale Celso rileva che tutto è rovesciato  (secondo  questa logica di ciarlatano, che con la bugia, col paradosso e con la retorica assolve la povertà mentale, facendo diventare  da ultimi primi, da insipienti sapienti in nome di un Christos, risorto, a cui niente è impossibile: chi sa e chi sa fare non deve avanzare, avanzi solo chi non è persona istruita e che non  saggio, chi è  insensato furfante  lo  dimostri con fiducia perché Il successo è suo…

Insomma una tale élite così costituita fa presa solo su gente semplice, volgare, stupida, ossia schiavi, donnette,  giovincelli  spudorati (Origene, Contra Celsum 3,44 e 5,59 )

Per Celso, comunque, la gravità assoluta  di tale logismos è nel   rinnegare il nomos, inteso non come legge ma  come complesso fatalistico legale  che  regola l’universo giudaico -cristiano,  differente perfino dalla normativa mosaica, secondo una logica millenaristica escatologica, propria di un’oikonomia divina.

Vincolati da tale ragionamento, I christianoi creano isole nelle città, nei paesi, nelle campagne, apparentemente ligi ed impeccabili moralmente e socialmente, ma risultano elementi non integrati nel kosmos pagano, convinti di essere cittadini di un altro mondo a cui aspirano di tornare il più presto possibile, totalmente assenti dai circuiti della normalità sociale, irresponsabili rispetto ai doveri dell’uomo normale, del prossimo, in attesa di un Regno di Dio.  

Noi seguendo il logismos di uomini come Celso, Porfirio e poi Giuliano siamo riusciti a comprendere il pensiero cristiano di un Costantino e poi di un Teodosio… dopo aver rilevato la loro esatta biografia e il loro contesto militare occidentale pagano, proprio del sistema civile sociale ed economico-finanziario  del IV secolo...

Cosa hai capito, professore ?  mi si dirà.

Ho capito che bisogna distinguere  che le notizie, da noi sempre lette  allo stesso modo, non hanno nemmeno un segno di verità, ma sono  state aggiornate  al fine della costituzione di un sistema cristiano  per giustificare la caduta dell’impero romano, le invasioni o penetrazioni barbariche, per evidenziare l’esistenza già perfetta di una Chiesa unitaria, apostolica, romana, capace ed abile a manovrare ed abbindolare le masse pagane e giudaico- cristiane,  dando speranza di un premio e di sopravvivenza eterna alla durezza della vita quotidiana  alla fatica giornaliera…

L’errore di questa valutazione è nel sistema di vita cristiana oggettivo, che ha due modi di vivere:  uno fastoso e invidiato, quello  dei protoi (episcopoi  presbiteri e diaconoi) a vari livelli, che godono dei vantaggi sociali e del benessere economico.finanziario  assicurato dalle trapezai e dagli emporia  e dalla  liturgia, dal servizio nelle basiliche, dalle oblazioni specie domenicali e festive;   e quello. povero e dignitoso  delle masse anonime irrazionali, che si accontentano del fasto del cerimoniale connesso con quello pagano   e nella povertà sono felici  perché hanno radicato in ognuno l’elpis /la speranza  di una ricompensa al loro sacrificio,  e della povertà, tanto più grande per quanto è stata maggiore l’accettazione del proprio status  di vita.

Ora se uno parla come Celso,  non è facile capire perché  in senso dottrinario  tutto è  discutibile  e perché  i termini sono equivoci riferiti da un Cristiano (Origene ),che confuta  l’avversario  senza parlare della  quotidianità di vita e della realtà  contestuale  dell’epoca.

Parla  Celso o Origene?

Chi legge pensa e valuta, a seconda di chi realmente scrive e ne è coinvolto, e non ha possibilità di sapere con sicurezza di chi siano le affermazioni  e chi dica la verità in un discorso vero, essendo ambedue (accusatore ed accusato)  nutriti  platonicamente, secondo il doppio logos socratico (vero o falso)  …

Un termine ha valore a seconda di chi lo pronuncia: la visione storica di un pagano è molto diversa da quella di un cristiano; quella dell’uno rimanda ad una cultura; quella dell’altro ad un’altra cultura proprio in un momento in cui c’è sovrapposizione  culturale e non c’è ancora possibilità di rilevare  chi sia il vinto  e chi sia il vincitore: leggere  i fatti  del II e III secolo con l’occhio costantiniano  di Eusebio di Cesarea  non è certamente un fare storia neutrale, data anche l’euforia dei vincitori,  che, usciti da una persecuzione feroce,  hanno un reazione altrettanto feroce…

Inoltre se si parla, satiricamente,  ironicamente, sarcasticamente  come fa Celso, in un dato momento quello di Lucio Vero e Marco Aurelio,  il linguaggio  viene letto in altra situazione da Origene in connessione coi  tempi nuovi severiani, per cui il termine ha oscillazioni  di significato e di referenze notevoli: solo quelli che vivevano in quei contesti potevano effettivamente comprendere  quei messaggi e dare il giusto valore semantico con la stessa referenza, noi potremmo solo intuirli, ma non precisarli con reali messaggi: sarebbe opera  presuntuosa  pensare ad una sicura lettura neutra!

Se  si esamina il sistema cristiano da parte di uomini che vivono quotidianamente la vita, si rivela una grande ambiguità nei termini : uno è il modo di vivere dei capi, uno è quello della massa di fideles , di norma credenti passivi,  ma non esperti di teologia, partecipi entusiasticamente ai riti, senza neanche comprendere il mysterion... .

I capi, theologoi e dioichetai  non fanno niente di illogico ed illegale ma hanno un pensiero  logico e conseguenziale, che sfruttano in modo pratico così da avere un alto tenore di vita,  grazie ai guadagni comunitari che, comunque, sono spesi anche per i poveri, per le vedove, per gli orfani o in opere assistenziali per i malati, moribondi, i tanti afflitti da infermità, affidati  a diakonoi, suddivisi in gruppi, abilitati a scrivere a leggere, a medicare ad evangelizzare.

C’è una frattura fra chi maneggia il denaro e ha le banche e quelli che sono solo operatori comunitari, ormai vittime del sistema gentilizio, addomesticate dalla promessa religiosa di una eternità felice,  conseguibile con la sofferenza terrena  accettata, perché voluta da Dio,  come purificazione di peccati.

I primi sono Protoi e sono equiparati ai capi dei Thiasoi e delle summoriai  e quindi rientrano nelle  élites del II  e III secolo n mentre le masse  dominate  e soggette sono  così istupidite e condizionate da credere alla magia  e sono attirate dal successo economico, dalla fastosità del  cerimoniale  del  papato cristiano e dalla volontà di appartenenza alla comunità che, oltre tutto, garantisce l’elpis futura, un Regno dei cieli  ultraterreno da conquistare con una vita di sofferenza  e di dolore , che costituisce il tesoro da godere, da morti . D’altra parte, la crisi economica ha equiparato coi decenni classi tradizionali  dei  senatori e cavalieri come honestiores,   che  sono il ceto  dei  proprietari terrieri  e dei militari  che detengono anche le riserve auree di moneta, mentre i plebei (operai, artigiani e piccoli  possessori di terre e  umili commercianti) toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d’argento, formano la classe degli humiliores, avvilita e senza più diritti civili.

Forse, dopo la fine dei  Severi, nell’anarchia militare, mentre  il potere imperiale diventa  illirico, i vertici cristiani, organizzati  secondo il sistema oniade e secondo lo schematismo dottrinale  origeniano, nonostante le tante diverse anime sparse del cristianesimo,  trasformano una religio elitaria, arricchita da lasciti e dai profitti bancari  delle communitates, potente per i rapporti finanziari con i militari,   in un sistema apparentemente  caritatevole e  democratico, basato sulla credulità popolare sia pagana che catacumenale, sul  fastoso cerimoniale di riti propri della liturgia domenicale e festiva: si crea, da una parte il muthos del cristiano che vive per morire, che anela di tornare nella patria promessa  a ricevere l’eredità celeste eterna, e, da un’altra, si forma  una potente casta cristiana che ha potere regionale a seconda del numero di Christianoi  della  communitas, specie danubiana ed asiatica, che controlla anche le popolazioni, di confine, barbariche …

Il sistema clientelare, assunto dalla chiesa romana nel II e III e IV secolo, determina  la sua ricchezza, stratificata ad ogni generazione e custodita dalla gerarchia, che si tramanda giudaicamente i tabularia  (gli archivi grammatophulakia) e con essi i poderi, le proprietà con le pertinenze, e i depositi bancari…

Infatti, ad ogni morte di capo subentra un altro capo che ritrova con gli altri compartecipi la ricchezza precedente  sulla base archiviale, che lascia intatta per la successiva comunità  muovendo quei capitali che possono essere  riciclati secondo carità, o  ricevuti in eredità da benefattori: questa è l’unica fides dei diochetai/episcopoi, fedeli trasmettitori del patrimonio  della Chiesa, più che della verità evangelica…

Basilio si lamenta che il fratello  Gregorio, divenuto episkopos di Nissa, eletto da lui – dopo il ripudio della moglie-  non abbia questa acutezza mentale e tale  abilità amministrativa per la conservazione del patrimonio ufficiale della chiesa, timoroso di una diminuizione  patrimoniale …

La fides religiosa, popolare,  è solo una ideologia sincretistica,  una mistione confusa di idee pagane e giudaiche  con cui  l’élite  ha abbindolato le masse, a seconda delle tradizioni locali, su cui si sono poggiate.

Da qui anche la disparità di fides  tra le popolazioni orientali e la mancanza di un credo unitario,  non essendoci nemmeno una comune tradizione sulla figura umana e divina del fondatore Iesous Christos Kurios.

Nemmeno su Dio  c’è unità di pensiero,  monarchiano: ad un theos onnipotente creatore del cielo e della terra, rettore della sorte dell’uomo in quanto provvidente pater si associa un logos  distributore, demiurgo, inviato in epoca storica augustea sulla terra come redentore dell’uomo peccatore,  morto in croce  e risorto, che insieme al padre  invia il paraclito/agion pneuma fecondatore  del seme apostolico evangelico,  animatore dello spirito umano…

Allora, da un parte,  c’è l’ empietà cristiana  che è veramente  assenza  di pietas  in quanto il non sacrificare  agli dei e all’ imperatore è crimen contro lo stato poiché risulta gesto barbarico ed irrazionale contrario alla societas umana, pacifica, tollerante,  politeistica, capace di accettare ogni culto, purché si rispetti quello comunitario e quello del prossimo che ha eguale dignità…

Tutti i cives dell’impero di circa 3.332.000 Km quadrati, dall’altra   parte, conoscono le legge universale romana sancita da Claudio con la lettera agli Alessandrini del 41 D.c.. ogni popolo abbia la sua thrhskeia e non insulti  quella altrui , limitrofo, in un chiaro riferimento, agli ebrei fanatici per il loro credo, impediti nel fare proselitismo, pena sanzioni imperiali.

Tutti i popoli, che costituiscono le singole membra del corpus dell’impero romano, sono eguali di fronte alla legge: Claudio fa decadere  il privilegio  accordato da Cesare di tipicità del culto ebraico e lo ridimensiona, valutando il giudaismo isonomos e isotimos  alla pari delle altre etnie; solo superficialmente sembra che  ripari al male del nipote Caligola, ridando dignità al popolo ebraico, in effetti lo riduce, equiparandolo agli elleni e agli egizi, specie in Alessandria.

Mi sembra opportuno,però, precisare che Claudio, da una parte, equipara il giudeo alessandrino ad un greco, ma, da un’altra,  ne limita lo status di civis/poliths in quanto  lo fa risultare isotelhs cioè di chi, pur forestiero, ha eguaglianza  di gravezze  e carichi  di un cittadino.

Lo status dell‘isoteleia comprta che un  giudeo in Alessandria è un metoikos che  non paga, comunque,  il metoikion– una tassa di 12 dracme annuali- e non ha bisogno di un prostaths /patrono, ma, siccome possiede beni  e terreni,  deve avere gli stessi carichi/incarichi di leitourgia  di un poliths,  anche se non gode della cittadinanza attiva.

In effetti il giudeo ricco alessandrino  deve un servizio allo stato  ordinario (khoregia, gumnosarchia, lampadarchia, estiasis, architheoria) o straordinario, per cui deve  allestire  a turno navi – trihrarchia oltre alla eisphorà , una normale contribuzione in relazione alla ricchezza dichiarata, da utilizzare sia per il culto al proprio dio che a quello del  numen altrui.

Chi non riconosce la comunione dell’autokrator con  Dio e la sua l’auctoritas divina non  ha  la  coscienza  reale del diritto romano al dominio sui popoli: ogni popolo  deve riconoscere la divinità di Roma imperiale come essenziale ai fini del Kosmos  e poi la propria peculiare divinità (il Dio dei padri),  venerata insieme a quella ufficiale: si cerca di amalgamare così i popoli che hanno bisogno di un solo sovrano e di un solo Dio.

Lo zio non è diverso dal nipote: Claudio e Caligola  aspirano ad una legge comune. In Caligola il sublime ho mostrato come  l’imperatore dimostri  che l’ebraismo bara quando dice di sacrificare giornalmente due volte  per  Augusto e per il proprio Dio.

Augusto e Tiberio hanno accettato la falsità  cultuale giudaica, ma non Caligola che vuole equiparare il sistema religioso in ogni parte dell’impero (cf. Caligola Il Sublime, Cattedrale 2008  pp.157-183)  Infatti (Cfr. Legatio ad Gaium,357), durante il processo,secondo Filone, l’imperatore  afferma che i giudei dicono il vero quando  giurano di sacrificare per lui e per il proprio Dio,  ma aggiunge celiando:  Voi avete fatto sacrifici, ma per un altro, anche se a mio favore.  Che utile ho, dunque ? Voi non avete, infatti, sacrificato  a me./ Tethukate ,all’eterooi, kan uper emou, ti oun ophelos;ou gar emoi tethukate.

Caligola (Filone, Legatio ad Gaium 357 ), dopo aver rilevato la natura dell’ animo ebraico- Non sono malvagi, mi sembra,  ma piuttosto  disgraziati ed irrazionali ( dustukheis … anoetoi )-  mostra l’ irrazionalità  dei giudei che non credono  la sua divinità ed  afferma di aver avuto in sorte una natura di Dio (Cfr. Morte di un Dio).

Ora, chiuso il caso di Caligola, sotto Claudio   i christianoi.,che vivono in seno alla communitas ebraica  di Antiochia, copiano lo  statuto del politeuma  alessandrino, secondo la riforma imperiale ed in quanto giudeo-cristiani, cioè una radice ebraica, si propagano con la stessa politeia ebraica, che, non avendo bisogno di un rappresentante prostaths, si eleggono, là dove insediano una colonia apoikia, un dioikeths ammnistratore (episkopos).

Da qui una ramificazione delle colonie cristiane  secondo l‘isoteleia alessandrina, accettate dalle communitates pagane  (ed ebraiche inizialmente) in  Siria, in Asia, in Grecia, insomma  in Oriente, dove convivono isolate, protette dai governatori locali e rispettate nella loro ameicsia /non mescolnaza,  subito divise dai giudei  integralisti inquisiti sotto Traiano ed Adriano.

Dopo Antonino il Pio,  sotto  Lucio Vero, impegnato nella guerra parthica e sotto Marco Aurelio  contro i Barbari, le communitates sono invitate a  partecipare alle leve, ma non accettano il servizio militare  o se lo accettano, non combattono in nome di Iesous Christos Kurios, loro re,  che impone la fratellanza universale e si rifanno perfino ad un decreto di  Giulio Cesare a favore di Hircano  e degli ebrei ( Flavio, Ant. Giud.XIV ) invocando il rispetto della tipicità di vita giudaica e giudaico-cristiana …

E’ superstitio prava et immodica  che, però, sottende  un’ideologia fondata sul logos, sul monarca con funzione divina  e non sul muthos, cosa che poi sarà prerogativa del  Papa romano, come rappresentante di Dio sulla terra, che  assume la stessa funzione imperiale…

Noi  cristiani  fatichiamo ad accettare una tale risultanza e non possiamo pensare che i primi cristiani possano essere così  avulsi  dalla realtà del tempo, così neepioi /bambini  da  rinunciare a vivere credendo  in un prossimo ritorno del  Signore e da sperare in un premio eterno,  tanto da affrettare la propria morte.

Non è umano né naturale  essere figli  esclusivi di un padre provvidente, che accoglie le vittime del sistema politico imperiale-che, pur tirannico, permette una comunità di vita, anche se estranea, seppure  suddita di un altro re  – : l’imperium romano garantisce  con le sue leggi l’integrazione sociale a tutti, anche barbari, dando eguali opportunità giuridiche e democratiche,  purché si paghino le tasse, si abbia un rispetto reciproco tra  le stirpi/ genh e  si veneri ciascuno il proprio Dio.

Non per nulla la figura dell’imperatore romano  passa da una famiglia romano-latina, ad una sabino-italica, ad una  italico-ispanica ad una italico -berbera, per poi essere trace e araba per diventare illirica, in un mescolamento etnico, universale: specie nel periodo dell’anarchia ogni civis  occidentale o orientale, se ha un grado militare, può essere  autokrator/imperatorlegge vivente/nomos empsuchos per tutti i sudditi!

Noi che abbiamo avuto in eredità il  cristianesimo, che siamo stati battezzati senza il nostro consenso, e che abbiamo fatto parte di una parrocchia in  una diocesi, non ci siamo mai posto problemi neanche sui termini  perché  vivendo in una società contemporanea molto diversa da quella dei primi christianoi,– soggetti passivi  condizionati di un’élite spirituale, pneumatica,  teleia/perfetta che li spinge al martirio-, siamo laici, indifferenti alla fede e scettici,  guidati da una gerarchia  ecclesiastica ormai corrotta e coinvolta nel potere politico, asservita da secoli  alla potestas statale,  di cui è stata compartecipe con la sua auctoritas, in un mescolamento di sacro e profano  in nome della Romanitas.

Comunque, il sistema clientelare latino, vigente,  creava nel corso della caduta della domus giulio-claudia e poi di quella Flavi e di quella Antonina  cambi di potere, facendo  sorgere nuovi nuclei di poteri: ora le masse christiane, riunite sotto il vescovo, nelle  cosiddette sedi apostoliche, avevano costruito un sistema difensivo tale da non subire gravi danni nei momenti di transizione e la risposta era stata positiva nel passaggio da quello flavio  a quello  antonino: lo stato non poteva intervenire sulle masse anonime e non schedate nemmeno per la tassazione, ma solo sulla communitas rappresentata dal vescovo e dal clero, la cui opera appariva solo caritativa, ma celava una rete economica e un flusso di denaro senza pari, di cui i fideles non avevano neanche la percezione e solo gli amministratori ne erano al corrente.

Le varie aireseis  delle communitates cristiane, disseminate nell’impero, non erano produttive per gli esattori imperiali e quindi risultavano non paganti le normali tasse in quanto ne erano escluse data la millantata pietas religiosa pauperistica e la concezione  spirituale.

E’ questa impostazione  “psichica” di Clemente Alessandrino,propria di uomini  che vivono disciplinati  da capi , che condizionano la mente infantile dei propri adepti nel formalismo ritualistico e nelle vesti sacerdotali,  grazie ad un oculato sistema di dioikesis (sistema amministrativo) diverso da quello successivo dioclezianeo.

Prima di parlare dei fondatori di questo sistema amministrativo e   storico, ci sembra utile precisare che la mentalità cristiana già chiara in quanto comunità in attesa dello sposo, millenarista, specie dopo la scrittura dell’Apocalisse,  si connota ancora di più in questa ideologia grazie a Montano e  alle sue profetesse  Massimilla e Priscilla, sotto Antonino il Pio, Lucio Vero,  Marco Aurelio e Commodo.

Il fenomeno inizia dalla Frigia, dove ci sono segni di una testimonianza cristiana ad opera di  Filippo, discepolo di Cristo, che con le sue figlie, profetesse,  congiunge la nuova fede con un sistema  mistico-sacrale, connesso con la vocazione turistica dei luoghi intorno alle terme  di Hierapolis ( Pammukkale) dove è dominante  la mentalità pagana, legata a Plutone e a Cibele.

La comunitas cristiana aveva fedeli che in massa si eccitavano seguendo anche pratiche arcaiche, riunite in pianure, in preghiere collettive,  attirate non solo per le guarigioni ma anche per  apparizioni e forme di suggestioni, profezie, in un abbandono della vita reale quotidiana.

La fine del I  secolo e tutto il II secolo sono pieni di magia,tanto che Apuleio (De Magia) discute su una magia volgare normalmente inquisita dalla Lex Cornelia sive de Sicariis  e una magia filosofica e religiosa, espressione culturale teurgica, distaccandola dalle artes malefiche di maneggioni, falsi profeti, magi, taumaturgi  (goetes).

Ora la pratica magica è connessa alla diffusione del gusto del mistero, del religioso , dell’irrazionale  e risulta tipica dei cristiani stessi  che ne sono accusati per i loro riti esoterici anche se  i loro scrittori, comunque, sono avversari di ogni pratica magica, ritenuta  manifestazione dell’opera demoniaca.

Apuleio (Cfr Metamorfosi, IX,14)  e Luciano ( specie in Morte di Pellegrino e Philopseudes ) meglio di altri hanno evidenziato questa componente nel cristianesimo.

In epoca commodiana l’aspetto mitico e magico è predominante nell’impero e proprio nel quadro di una propagandata  ektheosis imperiale  si accumulano le crisi  causate da  movimenti ideali e  spirituali, in senso economico, finanziario, politico e sociale.

Queste, aumentate nel periodo Severiano, ingigantite nella decadenza, si riversano contro le comunitates cristiane, -rimaste per qualche decennio isole felici,- nel periodo Massimino il Trace (235-238)- sotto  Decio (249-251) e sotto  Valeriano (253-259) e    poi  si placano  con   Gallieno, fino a Probo, nonostante alcune sommosse sotto Aureliano(270-275) – che ha  favorito il culto del Sol Invictus-  per riacuirsi  sotto la tetrarchia fino all’instaurazione dell’impero cristiano in Occidente, dopo  la vittoria di Costantino  su Massenzio al ponte Milvio (312) e, poi, in Oriente- dove già il cristianesimo è religio licita grazie a Galerio- definitivamente, dopo quella su Licinio  a Crisopoli  nel 324…

Comunque, al di là del valore delle communitates nel III secolo, per noi è  significativo ed esemplare il montanismo,  confessione eretica,  che pur ha una sua impostazione tipicamente cristiana, tanto amata da Tertulliano stesso, suo adepto.

Il montanismo millenaristico e mistico, pur fedele alla dottrina cristiana della Trinità e della divinità del Cristo, si scontra con le auctoritates locali, come Apollinare di Hierapolis, dioiketes  che amministra i beni  e che ha con sé un gruppo di  uomini scelti,  dediti all’ amministrazione della comunitas…

Il carisma di Montano e delle sacerdotesse mette in crisi l’auctoritas amministrativa, tutta presa nelle questioni terrene e dimentica delle cose eterne,   che, essendo priva di profezia e di capacità di suggestione,  accusa di possessione diabolica i montanisti,  seguiti ed amati dalle folle, non solo locali ma anche regionali, ammirati   e quasi idolatrati, dovunque si trasferiscano (in Africa o a Roma stessa).

I montanisti,  avendo l’ ammirazione popolare gettano il discredito nel sacerdozio,  che risulta corrotto e lontano dalla reale predicazione del Cristo, considerata  propedeutica alla felicità ultraterrena, non utile ai fini di una vita terrena.

Le accuse di Girolamo, successive,  a Montano di essere stato un evirato sacerdote cibelico prima di essere cristiano,  o quelle ireneiane ed  eusebiane  di aver detto “io sono l’eterno” o “io sono il signore onnipotente” sono affermazioni di storici cristiani, che  hanno segnato una linea per ricompattare e riconfluire armonicamente il cristianesimo delle origini a Costantino: la gerarchia ecclesiastica disconosce perfino che Montano è un altro Christos, un profeta  che riforma la chiesa in quanto assistito dal Paraclito  e che  con la sua venuta, autorizzata dal Padre,  possa realizzare  la Nuova Gerusalemme  come eterna dimora dei fedeli.

Sempre in epoca antonina si sta esaurendo la collaborazione imperiale e giudaica alessandrina ellenistica,  ma si è potenziata, quasi come una naturale succursale, la struttura giudaico-cristiana amministrativa diocesana  che sempre di più assume valore grazie alla mantenuta organizzazione di stampo oniade, tenuta abilmente dai vertici cristiani specie orientali, poi viene traslata capillarmente,  tramite Ireneo, in Gallia, anche se già è chiara nella struttura della Chiesa di Roma,  che è succursale di Antiochia.

A nostro parere tale sistema giudaico oniade, non avendo bisogno di collaudo, avendo già funzionato da tempo  in modo perfetto  è funzionale nell’ organizzazione cristiana  fin dall’origine antiochena, ed ora si  è consolidata in senso caritativo (protezione ai vecchi, agli orfani, alle vedove)  in una gestione di capitali, mediante banche (che assicurano denaro liquido in depositi)  e mediante il sistema emporistico, che dà lavoro a tutti i membri comunitari impegnati e nella amministrazione  diocesana  con diverse funzioni e nei lavori di capeloi, vendita al minuto negli emporeia.

Impegnando molti nel lavoro fisico i  pochi eletti gestiscono il capitale sotto l’oculata sorveglianza di un episcopos, economo  di tutto il sistema:  il clero, istruito,  fa funzionare la communitas dei credenti, che costituiscono la base del potere economico con i loro fondi personali e col loro lavoro, che prospera, grazie a riinvestimenti di capitali o al proselitismo sotterraneo (ingresso di pagani ricchi nella communitas,come benefattori, volontari).

Dunque, le tante organizzazioni nel sistema imperiale costituiscono una costellazione di amministrazioni locali benestanti nel mare di crisi economico-finanziario statale, che aumenta, mentre la struttura cristiana progredisce  e prospera (come  oggi  in Italia, dove la crisi è totale, ma alcune amministrazioni locali sono ancora buone e dove  molte famiglie hanno ancora una capacità amministrativa diversa rispetto al sistema di grave recessione,  innescato dal mondo americano, perché ancora legata al sistema agricolo conservatore!) grazie all’ oculato sistema oniade dei vertici.

Inoltre, l’ amministrazione cristiana risultava ancora  migliore nelle grandi sedi e cominciava a mostrarsi ancora più positiva in quelle cosiddette apostoliche:  Roma, Antiochia, Alessandria, Efeso  erano diventate in epoca antonina  sedi amministrative con dioiketai sempre più bravi, capaci di permettere un tenore di vita ammirato dai pagani, a fedeli, soggetti passivi, ammaliati dalla retorica  episcopale (cfr. Il II Secolo d.C: il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia) che pensano solo alla edificazione morale e alla propria spiritualità, in un continuo  avvicinarsi a Dio.

Se la comunità, laica, dà esempio di vita cristiana, i vertici ecclesiali essendo ricchi, sono in competizione con i protoi della città e normalmente li superano, dato il fasto delle vesti, considerati  i cortei e le processioni e la maestosità dei riti,  che richiedono molto denaro e soprattutto avendo molte entrate dal lavoro comunitario e dagli ergatai pagani  dipendenti, aumentano in popolarità tanto da divenire loro stessi  viri civiles, in quanto non sono affatto digiuni di retorica.

Sotto Marco Aurelio  già si parla di ricchezza delle sedi  episcopali in Morte di Pellegrino di Luciano di Samosata (Mondadori 2003).

Già precedentemente, non solo la  sede di Antiochia sotto l’episcopato di Ignazio, ma anche  quella  di città minori  evidenziano  che gli episkopoi hanno un tenore di vita adeguato alla loro posizione di funzionari e di amministratori:  Hierapolis  ha vaste zone cristiane  al tempo di Papia, come anche Afrodisias, e ne controlla le popolazioni.

Insomma in  molte zone,  dove predomina l’elemento cristiano, già all’inizio del II secolo la situazione è florida,  data la oculatezza amministrativa dei capi.

Il protagonista  di Luciano  (uno strano filosofo del tipo di Giustino  apologista!)  è un pagano, certo Proteo, patricida, divenuto cristiano,  fatta carriera tra i cristiani (Morte di Pellegrino,11), diventato profeta, capo dei riti e convocatore delle riunioni, assunte quasi tutte le cariche, commenta e spiega il testo sacro  e molti ne scrive personalmente  e perciò risulta  tanto onorato  come legislatore (nomothetes)  e come protettore (prostates) da  diventare dopo Christos, l’uomo più importante.

Questi, dunque, secondo Luciano, catturato  per l’omicidio del padre,  è dai cristiani liberato dal carcere, dove è ben assistito  da vecchiette, vedove, bambini, orfani  mentre perfino i protoi – che hanno corrotto le guardie- dormono con lui o fanno veglie.

Gli vengono portati pranzi elaborati e  gli vengono recitati perfino discorsi sacri: Proteus, alias o beltistos Peregrinos è chiamato nuovo Socrate.

Da tutta l’Asia vengono legazioni mandate da singole città, che a carico della comunità,   per  aiutarlo, per  difenderlo, per confortarlo (boethesontes sunagoreusontes kai paramuthesomenoi ) dànno fondo a tutte le sostanze.

Perciò, con la scusa della prigionia ,Proteus Peregrinos ,avendo avuto molti beni,  ne ricava un’ entrata non piccola (prosodon kou mikran).

Luciano marca  la vita di questi sciagurati cristiani (oi katodaimones)  che vivono  persuasi che diventeranno immortali e godranno della vita eterna,  se disprezzano la  morte  e vi si consegnano volontariamente , autodenunciandosi:  essi si credono fratelli  dopo aver rifiutato gli dei  greci e venerano quel sapiente crocifisso  vivendo secondo le sue leggi ( ton de anescolopismenon ekeinon sophisten auton -Ibidem, 13).

Luciano mostra come sia facile per uno come Peregrino beffare gente semplice, che disprezza ogni bene terreno e che  lo mette in comune  senza alcuna precisa garanzia,  accettando quanto dicono i capi.

Secondo Luciano un goes incantatore, un technites  capace di fingere e di sfruttare le occasioni diventa ricchissimo  in poco tempo!.

Per Luciano, Proteo, dopo che è scarcerato per insufficienza di prove dal governatore di Asia, torna in patria e lì lasciò i suoi beni (15 talenti  equivalenti a circa 450.000 euro) ai concittadini,  che naturalmente lo venerano come un santo  e quindi è liberato dall’imputazione di patricidio.

Allontanatosi dalla patria,   avendo come sufficiente copertura  i cristiani ( ikana  ephodia  tous khristianous echon)  vive nel lusso grazie alla loro protezione, svolgendo probabilmente  la carica episcopale.

Ma poi, siccome ha  infranto qualche regola sui cibi  vietati,  trovandosi in difficoltà, rivendica i suoi beni paterni,  facendo una  palinodia  per riottenerli,  e chiede un intervento imperiale.

Ma non ha fortuna  per cui inizia il suo terzo esilio, andando in Egitto dove vive ad Egatobulo, esercitando una pratica ascetica che consiste nel rasarsi a metà il capo  impiastricciandosi il viso, nell’eccitare  pubblicamente le sue vergogne  – dimostrando che proprio questo è indifferente –  e nel  colpirsi, le natiche  e facendosele colpire  con uno staffile e compiendo altre cose stravaganti.

Poi, da lì trasferitosi in Italia, comincia ad attaccare l’imperatore  ed, aumentando la sua fama,   è scacciato dal governatore  che lo  giudica pazzo, ritenendo che la popolazione non ha bisogno di un tale filosofo, anche se si è conquistato la fama di uomo di parresia e  di grande indipendenza (Ibidem, 17)  come Musonio, Dione, Epitteto ed altri che sono stati cacciati pure loro  da imperatori.

Venuto in Grecia, in Elide,  decide di fare il grande evento  tale da essere per sempre ricordato: si prepara per quattro anni, dopo aver tecnicamente dimostrato alcune sue verità, specie quella  di voler morire con il fuoco,   annunciando  questo gesto alla fine della olimpiade.

La conclusione di Luciano,  che ne mostra la morte cercata come spettacolo, subito dopo le gare olimpiche ad Olimpia, è descritta così : fece un salto nella pira che aveva precedentemente allestita  comportandosi come un Calano, un gimnosofista…

Il personaggio di Luciano ha qualcosa in comune con  Marcione, che “fiorisce” sotto papa Aniceto (Ireneo, in Adversus haereses, dice  invaluit sub Aniceto) e che arriva a Roma da Sinope-dove ha già svolto la carica  probabilmente di episcopos-  nel periodo di transizione tra due papati, quello di Igino e  di Pio I  e che svolge attività di  trapeziths.

Egli è un abile amministratore che dona  200.000 sesterzi alla comunità romana,  secondo Tertulliano (De Praescriptione Haereticorum,XXX)e che  è già scaltrito da una precedente esperienza finanziaria nel Ponto,  regione ben collegata con le regioni sarmatiche,  cimmeriche  e danubiane, considerato il fatto che è anche armatore (Origene, Dialog.1).

Entrato in urto con le autorità romane -non se ne conosce l’esatto motivo- riprende  il denaro, nonostante la sua professione di fede (Ibidem, XXX) (  Cfr,Tertulliano,  Adversus Marcionem, 1, 20 e De carne Christi, II).

Per meglio orientare  chi mi legge aggiungo che  vi sono in Roma altri esempi di  trapeziti cristiani.

Carpoforo, sotto Commodo, è un banchiere che  ha affidato i suoi capitali ad un trapezita un certo Callisto,  che, secondo Tertulliano e Ippolito  è un imbroglione (uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore,

Callisto gestisce la banca  dove è versato anche il denaro per  gli orfani  e vedove, ma avendo perso tutto fugge   e si getta a mare ma è  salvato e  riportato da Carpoforo suo padrone.

Accusato dai creditori    per salvarsi  accusa i giudei, dopo aver tentato di nuovo la morte.

I giudei lo accusano con prove e lo portano in giudizio dal governatore Fusciano che lo condanna ai lavori forzati in Sardegna  nonostante la protezione dell’ex padrone Carpoforo, che nega perfino la sua cristianità .

Il papa Vittore è convocato da Marcia, amante di Commodo  che si informa discretamente se in Sardegna  tra i condannati ad metalla ci sono cristiani.

Callisto è liberato,  tramite l’intervento congiunto del papa e di  Marcia,  implora il perdono, è lasciato,senza alcuna pena ,  ad Anzio dove  sembra godere di una sovvenzione mensile.

Dopo l’elezione di Zeferino, Callisto   ha l’incarico di organizzare il primo cimitero dell Chiesa e grazie alla sua bravura  amministrativa è eletto prima arcidiacono e poi diviene papa.

Non è in questa sede che dobbiamo mostrare la bravura dei dioiketai  romani, chiara nelle fonti cristiane ma anche in quelle pagane.

Se a fianco loro ci sono uomini come Teodoto  il banchiere, che nominato  vescovo, ha una  paga di 170 denarii al mese   (Eusebio fa pensare che tale sistema retributivo, accettato da papa Vittore, sia lo stesso in Asia !), si può dedurre che il vescovato    è una carica molto ambita, specie quella romana.

Fondamentali risultano, a nostro parere,  due storici, che creano le basi storiche cristiane:  da una parte Eusebio di Cesarea  in greco e in da un’altra Lattanzio in latino…

Come sempre avviene, però, non sono gli storici ma l’epoca di Costantino( e quella di Teodosio a determinare effettivamente quella organizzazione storica e a determinare quel cammino cristiano anche dopo la costituzione della storiografia cristiana, specie per l’apporto di Girolamo di Stridone, di Rufino di Aquileia  e di altri.

Noi qui mostriamo solo la funzione degli  storici, che rispecchiano il cristianesimo di queste due epoche e che sintetizzano a loro arbitrio le storie precedenti e creano  una sola linea cristiana- nonostante le diversità di linee della stessa tradizione cristiana –  in dipendenza da Costantino e poi da Teodosio, che esigono un’ unità dottrinale sulla base  conciliare.

In effetti la loro è una sincresi storica,in cui predomina la spiritualità cristiana  che sottende  una dioikesis (amministrazione) perfetta, mantenutasi inalterata per secoli, anche quando non c’è l’unità di fede…

Professore, a questo punto  devo fermarla.

Devo chiedere  spiegazioni, io che la seguo da anni e che sono quasi una  sua controfigura.

La gerarchia christiana  che fa storia  col veleno in bocca e in coda contro l’impero romano, in nome di una spiritualità e fratellanza universale, staccando le plebi dalla realtà di vita,  facendo spectaculum, disgiungendo la pratica dalla teoria, alla ricerca di un credo teologico per oltre un secolo,  ha effettive possibilità di propagazione religiosa,  essendo limitata dalla condizione di religio  illicita, in quanto superstitio prava et  immodica?

Si può  dire che, dopo la grande persecuzione di Diocleziano, la reazione cristiana elitaria, trova in Costantino, un figlio bastardo di Costanzo Cloro- marito fortunato di Teodora, figliastra di Massiminiano- il suo campione,  come legittimato Nikeths  in occidente,  grazie alla finanza christiana comunitaria   e alle leve cristiane prima, e  grazie  alla nikh  continua del deus sebaoth ebraico, poi, in Oriente ?

Certo, caro discepolo, la strategia cooperavistica finanziaria  ora è accompagnata da un’ideologia, propria, tipica  di Osio di Cordova:  liberare le plebi dal vinculum dell’astensione del servitium  militare e  spingerle alla partecipazione,  alla guerra santa sotto la guida del deus Sebaoth, al fine di avere i favori imperiali e di non correre più il pericolo di una ricorrente  decimazione a quasi ogni generazione…

Per oltre un secolo la gerarchia  episcopale è  quasi sempre decimata ad ogni cambio di potere politico ed ora, essendo salita ai vertici, non si lascia scappare l’occasione della gestione politica ( Si pensi al patto Gentiloni del 1912, cioè all’accordo  segreto, voluto da Pio X, tra i cattolici -UECI-  e Giolitti per arginare il partito Socialista . cfr. Cesare Battisti socialista )…

La storiografia, nonostante la parvenza  umanitaria, è feroce contro i nemici,  velenosissima nella condanna dei peccatori e specie dei persecutori: Diocleziano  è la vittima più illustre, anche se in effetti è il migliore degli imperatori illirici, compreso lo stesso Costantino…

Il fango – come copertura statuaria e come offesa alla memoria .- e il veleno, – come maldicenza, come odio, rancore, cattiveria in genere- sono stati gettati su Caligola, su Nerone, su Commodo, su Caracalla su Eliogabalo,  su Decio ma il massimo cumulo lo si rileva in Diocleziano, che ancora oggi è oggetto di damnatio christiana: lo stato pietoso  del  suo palazzo a Spalato porta i segni  di  scomunica e di  eterna condanna, anche se sottende disonore  per chi non lo riporta allo splendore  di un tempo, come  quello del Mausoleo di  Augusto, vergognoso per i politici Italiani!

Se ho impiegato una decina di anni di ricerca storica e di traduzione  diretta, mirata su Filone e Flavio, per cercare di rovesciare il giudizio negativo su Caligola, penso che non mi sarebbe sufficiente un’altra vita di ottanta anni,  per  togliere le infamie dette e perpetrate  e per rilevare  le tante omissioni, stralci di quadernioni, falsificazioni contro il Nome e l’opera  eccezionale di Diocleziano.

Eppure Diocleziano (284-305) è l‘unico illirico a porsi il problema unitario in quanto profondamente convinto della necessità di affrettare l’avvento della pace  e di normalizzare il mondo con una riforma statale urgente non solo a livello militare ma anche amministrativo, politico economico-finanziario, data la crisi  sempre maggiore negli ultimi decenni del terzo secolo.

Il bisogno di limitare il dinamismo militare congiunto a desiderio di vedere personalmente il funzionamento della sua riforma congiunta con la suddivisione amministrativa delle dioekeses  sono segni di  un vir animi magni, antico, di stampo sillano,-che comunque, non ha la stessa fortuna di inviolabile  del repubblicano dictator, a dimostrazione dell’imbarbarimento dei tempi-.

La sua concezione politica  di un politeia/ costituzione con  due Augusti ( Lui  Iovius e il collega Massimiano, Herculius, come  sovrano dell’Oriente e dell’Occidente con capitali Nicomedia e Milano)  e con  due cesari  (Galerio che ha come capitale Sirmio; e Costanzo Cloro Treviri) è necessaria per i tanti fronti di guerra, considerata la vastità dell’impero romano.

La sua tetrarchia, dopo breve tempo, non funziona per la morte di Costanzo Cloro, per la cui successione  si scatena una lotta che coinvolge  il figlio bastardo del Cesare e il figlio  di Massimiano in Occidente, mentre per l’oriente tutto procede secondo le regole della tetrarchia: Galerio diventa Augusto e Licinio Cesare.

Questi  ultimi nel 311 emettono l’editto di tolleranza e fanno cessare le persecuzioni in Oriente, mentre  in occidente dopo la vittoria di Costantino al Ponte Milvio nel 312  viene emanato l’editto di Milano che proclama il cristianesimo Religio licita

Comunque, Diocleziano avendo acume e senso pratico tale da contemperare la tendenza dell’autonomia   col principio unitario, distribuisce  i membri del collegio  in relazione alla vecchia nomenclatura provinciale:  Diocleziano l’Oriente, Galerio la penisola balcanica,  Massimiano  l’Italia con le province alpine, l’Africa settentrionale e la Spagna, Costanzo Cloro la Gallia e la Britannia.  Tutti e quattro godono della tribunicia postestas e dell’imperium proconsulare maius,  gli augusti hanno solo il privilegio dell’anzianità e  i cesari, avendone sposate le figlie, si sentono maggiormente vincolati come domus regnante.

Diocleziano segue la tradizione, convinto che il potere conferito ai magistrati  sia manifestazione della volontà divina  e della grandezza di Roma  secondo l universalismo  augusteo  e il militarismo cesariano da cui derivano i loro rispettivi  appellativi di Iovius e di Herculius.

L’accentramento amministrativo  è in relazione ai tetrarchi che hanno una attività legislativa e giudiziaria  assistiti dal consilium principis  del quale fanno parte membri equestri e magistri che fanno da ministri  delle sezioni di cancelleria  a libellis ,  ab epistulis,  a studiis  a memoria,  ed  a dispositionibus, a seconda delle funzioni svolte.

I  governatori  provinciali sono a capo  come praesides ed appartengono all’ordine  equestre, mentre i  correctores sono senatori;  le province vengono raggruppate in 12 dioeceses che hanno vicarii in relazione diretta con i tetrarchi ad eccezione  di proconsoli senatorii di Asia, di Africa e di Acaia …

L’accettazione della spiritualità cristiana da parte di Costantino e quindi del decreto di Religio licita è in relazione alla perfetta organizzazione della società  dei fideles, congiunti nella celebrazione della eucaristia e di riti cristiani propri  delle ecclesiai antiche,   che sono  organismi  ben funzionanti  amministrativamente tanto da essere isole economiche positive nel sistema anarchico amministrativo pagano statale del II e  del III e d’ inizio IV secolo, ormai in crisi e in pieno sfacelo, specie dopo l’epoca antonina, in quanto connessa e legata all’anarchia militare …

Capire questi enunciati di base, in senso amministrativo, è  fondamentale  ai fini della comprensione della costituzione storica del cristianesimo, erede del sistema oniade, come economia della salvezza

Certamente il fenomeno di Eusebio sottende un circolo elitario più complesso, che ha fatto già un lungo lavoro di critica delle fonti precedenti in Oriente- specie nella metropoli di Alessandria- in lingua greca, del cristianesimo  ormai  precisato  come Regno di Dio, distinto nettamente da quello dei Cieli, aramaico, inglobato, bisognoso solo di un’ulteriore trasmissione in lingua latina ad opera di  buoni traduttori,… 

Oltre l’aspetto ideologico, la superiore organizzazione episcopale deve essere  schiacciante rispetto alla crisi dilagante dell’economia universale imperiale  tanto che si guarda con invidia e rabbia contro le oasi cristiane su cui i diocheitai, svolgendo la loro funzione amministrativa,  dònno un esempio non tanto  di moralitas ma soprattutto di buona organizzazione locale…

Per meglio precisare il pensiero, bisogna dire che  nell’impero romano esiste il fenomeno  strano di tante  province ricche in uno  stato unitario povero, direi fallimentare nel periodo di Marco Aurelio, in cui l’insieme statale   in grave crisi ha bisogno della lingua vitale  delle piccole cellule cristiane, rigogliose, che, non risentono affatto del malessere generale in quanto hanno una solidarietà religiosa  strutturale  su una base  anche  economica e finanziaria, prospera  tramite la caritas/eleos e un sistema di elemosine e di colletta che favorisce  e riabilita  quelle poche amministrazioni, che  entrano in malattia, contagiate dal male esterno o  raramente rovinate da  amministratori incapaci.

Queste isole cristiane  nel mare pagano, pur avendo scarsi contatti fra loro  (quelle contigue hanno una certa coesione senza però interferenze né amministrative né organizzative), mantengono una comune fede  in Christos  soter ed euergeths uomo-dio  morto sulla croce, venuto  per redimere il mondo dal male, e sono in attesa di un suo prossimo ritorno ed attendono lo sposo  per festeggiare le nozze insieme, nel Paradiso, loro patria.

Nella vita giornaliera i cristiani  appaiono uomini irreprensibili  seppure cives inattivi  ed indifferenti alla vita cittadina in quanto  totalmente presi dall’attesa della parousia del Signore: i capi (di solito si tramandano l’episcopato di padre in figlio, secondo primogenitura) invece, sono intenti nell’amministrazione  dei beni della communitas  in quanto gestiscono con banche e con emporeia tutti i beni dei fideles, che partecipano ai riti,  e settimanalmente  celebrano l’eucarestia, festeggiando la Pasqua, la Pentecoste  e le altre festività, vivendo in quartieri cristiani,  mettendo in comune il lavoro, ripartito secondo le prescrizioni episcopali, avendo loro sinagoghe.  refettori comuni e, perfino, dormitoi comuni in molte comunità…

Le auctoritates,   guidando uomini che  fanno parte dell’organizzazione della dioikesis, compiono i riti e  con lo sfarzo attirano anche i pagani che, vista la funzionalità comunitaria e i benefici, specie per vedove, orfani, vecchi si aggregano alla communitas e sono gestiti dai diaconi, dapprima come neoicatecumeni, poi come fideles, dopo il battesimo .

In questo modo, grande rilievo per l’aggregazione hanno le festività dei primi giorni  di ogni mese  e il giorno dell’inizio dell’anno: le organizzazioni  e le festività variano  a seconda delle regioni romane per cui quelle traciche sono diverse da quelle bitinie o da quelle paflagone o da quelle frigie o cappadoci o armene  dove sono più marcati i  riti connessi con il sistema proprio della zona…

Si ha,  infatti, notizia della ricchezza e potenza delle sedi apostoliche  cristiane che competono con quelle pagane tanto che alcuni storici  parlano di un’economia statale in contrasto con quella  ecclesiastica, che  perfino ha facoltà di incentivare alla fine del III secolo d.C.  la migrazione  dei rustici verso le città per averne il patronato  e ricavarne un utile…

Infatti gli amministratori  percepiscono stipendi da procurator ducenarius  o da centenarius o da sexagenarius a seconda della grandezza territoriale della sede apostolica e  del maggiore o minore numero di fideles. Si sa che a Roma   Asclepiade e  il banchiere Teodoto  che è un discepolo dell’ omonimo cuoiaio propongono ad un certo Natale  di contrapporsi al vescovo Zeferino,  pagandolo con 150 denarii  all’anno, una cifra sestupla rispetto alla paga annua  di un legionario…

E’ chiaro che, in seguito, il credito della sede romana è maggiore se i in Ammiano Marcellino  si trova  conferma non solo  della florida situazione ecclesiale  ma  si mostra  anche una lotta per il potere papale.

Ammniano  parlando della sede romana e delle dispute per il papato mostra  di questi dioiketai/ episcopoi il potere ed evidenzia anche  la contesa tra le fazioni, a causa della potenza del titolo e della sottesa ricchezza (Rerum gestarum libri , XXVVII,3,11-14).

A Roma  il titolo di Pontefice Massimo pagano, anche se non ha più valore,   ancora esiste, mentre  quello Cristiano ha già una sua validità certamente non giuridica, ma ha un riconoscimento ormai ufficiale, come un  honor, essendo scaduta anche la funzione politica del praefectus urbi e di altre cariche repubblicane

Sappiamo così che  alla morte di  Liberio (24 settembre del 366)  si ha  una doppia elezione quella di Ursicino  (a S. Maria in Trastevere) eletto da un ristretto gruppo e  quella di  Damaso (a S. Lorenzo in Lucina) ad opera della maggior parte del clero.

Ci sono morti, dati i grandi interessi in gioco  in quanto il papa, riscuotendo le oblazioni delle matrone, consegue una così grande ricchezza da uscire in pubblico su cocchi e vestire con grande sfarzo  e da superare coi loro  banchetti,  fastosi  come quelli di un re (ut ditentur  oblationibus matronarum, procedant vehiculis insidentes, circumspecte vestiti, epulas curantes profusas, adeo ut  eorum convivia regales superent mensas).

Questa ulteriore ricchezza favorisce una diversa  classificazione della sede romana  in relazione non solo alla grandezza di Roma , antica capitale, ma anche  all’importanza apostolica  delle sedi  per cui la migliore organizzazione al tempo di Damaso,  in epoca di Valente e Valentiniano,  dà un certo rilievo  e credito alla sede apostolica petrina di Roma in Occidente, che già risulta appetibile perché ben amministrata, data la ricchezza patrimoniale dell’Ecclesia,  già in epoca dioclezianea…

 

 

 

Caligola il Sublime secondo Maria Luisa Redaelli

Da Quotidiano.it  15.10.2010

L’indagine storica del prof. Angelo Filipponi sul personaggio di Caligola ha più di un merito.
Anzitutto il professore fornisce al lettore, chiunque egli sia e qualunque sia la sua preparazione culturale, una metodologia di indagine, che è raro reperire nei testi di critica e di analisi storica.
Filipponi si avvale di un metodo cadenzato e raccoglie ogni sorta di eventi, collocati in ordine cronologico, in modo conseguenziale, per cui non solo il lettore acquisisce il quadro storico inconfutabile degli avvenimenti, ma inizia anche a vederne la esatta collocazione fattuale.
Inoltre il lettore apprende ad allargare ogni analisi agli accadimenti, agli ambienti in cui essi si svolgono, alle persone, agli eventi storici capaci di influire sul corso della ricerca. La lettura accurata e costante dei fatti, inoltre, si giova del supporto degli storici dell’epoca, ne vaglia la obiettività e pone le basi per gli esatti approfondimenti delle critiche che si sono riscontrate nei secoli, infine rende ragione solo a quelle scritture che sono del tutto plausibili.
L’autore insegna così al lettore ad aprirsi a plurimi orizzonti, i quali, sistematicamente riferiti, abituano al gioco dell’ incastro degli avvenimenti e dei ruoli, come per abilitarlo al lavoro, facendolo partecipe, tanto da inserirlo nei fatti e fargli, quasi, rivivere le varie vicende. Riesce così che i primi paragrafi del libro preparino il reticolo dei futuri eventi quasi che lo ineluttabile decorso storico di Caligola sia stato già intessuto e basti, solo, dare l’avvio affinché tutte le vicende prendano corpo e diventino esse stesse le protagoniste.
Si ripropone l’eterno quesito per il quale il destino sembra essere il principale protagonista e gli uomini, implicati nei fatti, marionette guidate con sapiente logica, che non lascia sbocchi. Oppure si pone l’interrogativo che tutto succeda per il volere degli uomini, egemoni del destino umano, che sono signori, divinità, facitori del proprio fato e di quello altrui perché abilissimi manipolatori ed interpreti straordinari.
In questo contesto Tiberio, lo stesso Caligola, Claudio, le donne, Livia, le Agrippine, Ottavia, Antonia e Drusilla sarebbero tutti colpevoli e spietati personaggi per un lato, egemoni e protagonisti per l’altro, vittime della saga composta da uomini, e cose, che si muovono per realizzare l’idea di una Roma “Caput mundi ” al fine di far prosperare la fortuna della famiglia Giulio-Claudia.
Essi manovrano le fila della vita e della morte altrui, pur di non perdere prestigio, denaro, forma, favori, ricchezze e soprattutto potere. Sembra al prof. Filipponi che Caligola, invece, operi nella consuetudine, sì, giulio-claudia, ma con una visione nuovissima e geniale, che lo riscatta dal giudizio limitativo degli storici della sua epoca ( Dione Cassio, Tacito, Svetonio, Filone Ebreo, Seneca, Flavio Giuseppe, Plutarco) che formularono su di lui, perplessità ed accuse inadeguate ed altrettanto fecero gli scrittori posteriori, insistendo sulla tematica della follia, risibile e devastante, dell’imperatore: il folle che sperperò la sua vita, gli averi, la potenza di Roma con stravaganze, contraddizioni, ed errori madornali; un demone dominato da mitomania, enfasi, latrocini, uccisioni, devianze orribili e perversioni.
E’ indubbio, come sostiene il Filipponi, che l’infanzia di Caligola sia stata costellata da visioni di eccidi, prima di tutto, quello del padre Germanico poi della madre e dei vari membri della sua famiglia, e che le stravaganze morali e sentimentali di Tiberio, il volgersi frenetico delle congiure dei poteri imperiali, oggetto di giochi politici dei senatori dei cavalieri e dei partiti che erano ora pro o contra l’imperatore, abbiano condizionato la sua politica: tutti questi fatti è possibile che abbiano creato in Caligola la propensione alla dissimulazione e al cinismo.
Tuttavia Caligola, secondo il Filipponi, ha saputo crearsi una sua nicchia dalla quale verso il 38 e il 39 d.C. ha iniziato ad ideare un disegno politico ingegnoso ed una programmata rivoluzione di idee per la quale si doveva mutare la storia di Roma proiettando l’immagine di Roma per tutto il mondo allora conosciuto.
In particolare il principe guarda verso il nord gallico e britannico sulla scia del padre Germanico, morto prematuramente, anche lui iniziatore di questa politica, ma volge la sua attenzione e cura verso Oriente e verso l’Africa, accrescendo l’osservazione attenta e la cura. Attraverso l’amicizia con i giudei, specie con Erode Agrippa, suo maestro, scaltro e abile mediatore tra i romani e i parthi, avrebbe potuto formare uno stato nuovo tale da potere assorbire lo stesso Regno di Artabano III e raggiungere i confini dell’India e della Cina.
Caligola tentò così di apparire anche un sovrano orientale nel modo di vestire, nell’uso delle celebrazioni, per i titoli divini che egli stesso si attribuiva, nel desiderio di risiedere ad Alessandria di Egitto, nell’aprire le sue gesta alla esaltazione del popolo di Roma, che doveva esserne il partecipe, in senso democratico, per uscire dalla limitatezza provincialistica della tradizione romana e trasformarla in una espansione verso le multiformi istanze culturali, che lo spirito del nuovo Impero doveva offrire a tutti: Caligola anticipava così ciò che tentarono di fare gli imperatori della casa Giulia, che lo seguirono.
Caligola fu Il sublime perché fu imperatore e Dio, signore del destino di Roma e suo mentore: egli fu grande uomo di cultura vasta e solida, artista multiforme e geniale, erede della magnificenza di Cesare, di Augusto, Germanico e di Druso suo nonno, legato tuttavia al passato di Roma, senza condividerne i limiti.
Il lavoro critico del Filipponi, ricco e ponderoso, è scritto in lingua concisa essenziale, scorrevole, tipica della concinnitas latina.
L’interpretazione etimologica e filologica delle varie attribuzioni, date all’augusto imperatore, costituiscono la vera ricchezza di questa opera storica dell’autore che esplica le verità storiche, basandosi anche sul significato delle argomentazioni linguistiche e sulla presentazione dei fatti che costituiscono un affresco completo ed indimenticabile degli ambienti, dei personaggi e della vita multiforme che si svolgeva sotto il potere di Roma.

Maria Elisa Redaelli

Un’altra valutazione su Caligola il Sublime

Da Maria Teresa Rosini ( Chi era davvero Caligola ? articolo su Caligola il Sublime  in Quotidiano. It  19.03 .2009) si legge

Chi era davvero Caligola?
Non è che una delle innumerevoli domande che il passato, territorio definito dalla sua irreversibilità, ci pone. Forse neppure tra le più avvincenti.
Ma il nome del soggetto del quesito riecheggia dalle comuni esperienze scolastiche con un tale connotato di negatività e disvalore che vederlo abbinato all’aggettivo “sublime” ci dà come il senso di una clamorosa stonatura, di un macroscopico errore.

Che la storia ci tenda trappole e trabocchetti non è concetto nuovo: nell’interpretazione delle fonti, soprattutto quelle più antiche, antecedenti la scrittura, ogni nuova scoperta rischia di continuo di mandare all’aria cronologie e teoremi costruiti in anni di lavoro e di ricerca e che l’ansia di certezze spesso definiscono in verità cristalizzate, destinate a soccombere nell’ arricchirsi di particolari atti, pur nella loro minutezza, a ribaltarne le prospettive.

Nell’ambito della lettura e dell’interpretazione delle fonti scritte, i problemi lontano dal semplificarsi semmai si accentuano, dato il carattere “volontario” di molte delle fonti scritte.
Chi scrive, con la volontà di rivolgersi direttamente al futuro, cronache, racconti, annali spesso si comporta come gli scrittori contemporanei dell’informazione verso cui nutriamo generalmente una sana diffidenza. I punti di vista non coincidono mai, anzi, per loro stessa natura, muovendo cioè da presupposti democraticamente diversi, possono giungere ad accreditare le “verità” più suggestive e fantasiose.
La lingua, inoltre, può essere un mezzo potentemente ambiguo se non se ne possiede una padronanza tale da intravederne in controluce la struttura portante che ne sorregge la trama dei discorsi.

E’ raro perciò trovare studiosi che prima di accingersi ad una ricerca, sappiano sgombrare la mente da pregiudizi e sovrastrutture, spogliarsi del proprio contesto storico culturale e ricomprendere nel campo di studio l’intreccio di una pluralità di contesti, di lingue, di culture, di eventi dipanandone minuziosamente fili e trame.

Credo che Angelo Filipponi appartenga a questa categoria di studiosi. La sua ricerca “interroga” la vita di “Gaio Giulio Cesare Germanico (31 agosto12 d.C. – 25 gennaio 41), meglio conosciuto come Caligola, terzo imperatore romano della dinastia giulio-claudia”.

La conoscenza delle lingue antiche (greco, latino, aramaico) permette al professor Filipponi di accedere autonomamente alle fonti. E proprio dalla contraddittorietà dei testi riguardanti la figura dell’imperatore (Filone, Flavio) che nasce la motivazione ad approfondirne lo studio.

Può essere un imperatore definito come straordinariamente amato dal popolo e dalle milizie (il suo impero fu chiamato “età dell’oro”) e nello stesso tempo, in altre fonti, essere paragonato alla “bestia” cioè al diavolo, come nel Talmud di Babilonia?
Filone ci racconta un Caligola dalla mente straordinariamente aperta, moderno e dissacrante, interessato a conquistarsi il consenso del popolo e a limitare il potere del senato, animato da una nuova concezione dello stato che potremo definire moderna: unificazione dell’erario col fisco imperiale, sostituzione del senato con i ministeri, spostamento ad Alessandria della capitale.

Un uomo che vuole farsi dio, pur mostrando una concezione sostanzialmente laica e politica del potere, che utilizza strumenti mediatici come travestimenti e cerimoniali fastosi per veicolare un’ immagine suggestiva atta a impressionare il popolo, ma che può essere considerato come una delle espressioni più moderne e innovative della cultura del suo tempo.

Nell’opera di Filipponi entriamo anche nel groviglio degli intrighi che accompagnarono la formazione e la crescita di Caligola: intrighi spesso giocati nel contesto allargato delle potenti famiglie imperiali in cui il potere era una variabile con la quale bisognava fare i conti, quella determinante, che travolgeva ogni parvenza di sentimenti e per cui non c’era niente di davvero privato.

Da esso emergono le figure straordinarie di Tiberio, zio e padre adottivo di Caligola, ritiratosi a Capri lasciando a Seiano il potere nell’intento di piegare il Senato: intento che non riuscirà a realizzare in quanto il Senato corromperà Seiano prospettandogli il ruolo di nuovo imperatore. E quella di Antonia, potente e ricchissima nonna di Caligola, che affida a Tiberio il nipote, per dargli protezione, ma dal quale Caligola dovrà imparare a guardarsi.

Dai dettagli minuziosi del racconto, che consente la consultazione delle fonti, in nota, ma può anche essere letto con l’attenzione prevalente allo svolgersi sorprendente di fatti e circostanze, si costruisce con rimandi precisi un quadro storico culturale dell’epoca di Caligola. Si tenta anche di svelare il mistero e le origini della sua fama di tiranno e pazzo individuando le tante ragioni che i suoi nemici,-i vittoriosi che hanno finito per “scriverne la storia” e i loro alleati, -hanno lasciato predominare nell’attraversare il tempo.