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Musonio Rufo ed Apollonio di Tyana

Remittere animum … quasi amittere est/ lasciare senza freni  l’animo è come perderlo. ..Sundhsai kai sunarmosai thn ormhn thi tou proshkontos kai oophelimou phantasiai / collegare ed adattare l’impulso alla rappresentazione del dovere e dell’utile (questo è il compito della natura).

Esiste un carteggio tra C. Musonio Rufo e Apollonio di Tyana. Lo conosci, Marco?

No. So solo che potrebbe esserci stato nel periodo in cui Apollonio  è a Roma, negli ultimi anni di regno di Nerone, all’incirca nel periodo di prigionia di Paolo di Tarso!.

Sembra che sia così, Marco, se si legge Filostrato, Vita di Apollonio di Tyana, 4, 46:  si trovava allora prigioniero  nelle carceri di Nerone anche Musonio, che dicono fosse il più perfetto tra gli uomini nella filosofia ed evidentemente non conversarono tra loro, dato il rifiuto di Musonio, perché entrambi non avessero a correre il pericolo, ma resero epistolari le loro relazioni, siccome li andavano a trovare Damis e Menippo. Tralasciando le lettere di minore importanza  ti porterò le più necessarie  da cui è possibile scorgere qualcosa di grande.

Professore, da Filostrato risulta che  Musonio sia quello che più si avvicina alla teleioosis, rispetto ad altri filosofi dell’epoca ?

Certo. Sembra così.

Tu, Marco, sei sorpreso, sentendo questa affermazione  nel primo decennio del III secolo. Devi sapere che di Musonio e del suo discepolo  Epitteto, s’impadronisce l’agiografia di uomini del II secolo come  un certo Lucio,  che riunisce le Diatribe o  Valerio Pollione, anche lui, suo epitomatore, contemporaneo di Adriano!?

Perché parla dell ‘agiografia,   una tecnica medievale, parlando di uomini che enfatizzano  nel II Secolo d.C. la pratica di vita stoica,  sostanzialmente del  I secolo?

Parlo così non per riferirmi al modo di scrivere degli agiografi medievali, ma al sistema di santificazione cristiana evangelica  alessandrina, a seguito della revisione parziale dei Vangeli sinottici.

Uso il termine perché si anticipa un processo di santificazione di uomini che diventano prima eroi di un sistema filosofico, praticato davvero con comportamenti formali esteriori da cinici, che, poi, risultano semidei benefattori dell’umanità, sulla base della deificazione caligoliana, neroniana e  domizianea  dell’imperatore.

Nelle piazze di Roma, di  Alessandria, di Antiochia, di Efeso  e di Corinto, e delle grandi città romane  vengono esaltati e e celebrati filosofi veri come Apollonio e come Musonio, ma anche ciarlatani   e goetes, mistico-misterico- taumaturghi come  Paolo di Tarso, di cui non si parla, anche se  processato dallo stesso Tigellino.

Inoltre è accertato che in Roma c’è un clima di delazioni a causa di eventi  come l’incendio della città nel 64, l’apparizione di una cometa nel 65 e  una strana epidemia nel 66, con terribili contrasti tra  partes contendenti.

Mi vuole dire, perciò, che insieme si confrontano filosofi veri e falsi profeti, la cui vita, magnificata dal popolo, diventa esemplare?

Marco, affermo che il fenomeno della propaganda popolare si diffonde grazie a persuasori  letterati patentati  e incrementati dalla politica imperiale che, favorendolo,  ne ha  un qualche profitto.

Sotto Nerone ci sono a corte uomini come Simon Mago- di cui bisogna rileggere esattamente il profilo  e rivedere l’esatta funzione  di scismatico – e Tiberio Claudio Balbillo ex governatore di Egitto,  che sostengono il diritto dello stato augusto e di Roma divina  e adorano la figura del Theos  imperiale, mentre  le guardie esigono la venerazione anche delle statue pubbliche dell‘autokrator, il cui culto è regolato da prescrizioni del corpo sacerdotale  templare.

Bene, professore! Lei, comunque, è scettico nei confronti anche di autori pagani  come Tacito,  Plinio il Giovane,  che raccolgono rumores popolari, voci, dati, lemmi vari per come li sentono, senza vagliarli e neanche vuole  citare quelli cristiani poiché sono  stati rivisti, supervisionati e  riordinati ad un fine religioso nel IV e V secolo, specie il Gaio citato da Eusebio in St. Eccles,2,25,6.7  relativamente agli anni 199-217, circa i trofei  su Pietro e Paolo ?- cfr. Lo “storico” “Cristiano” e il Mito di Pietro-

Perciò, non dovrei accettare  nessuna notizia se non dopo lunghi esami ed accurato  studio, in relazione all’epoca di scrittura e a quella di esistenza  reale con le specifiche ideologie contemporanee.

Insomma,  dovrei non considerare affatto   tutta la  critica ottocentesca e  quella novecentesca fino agli anni sessanta, inclinata al mito di Pietro e Paolo, alle connessioni tra Seneca  e Paolo e perfino a quelle tra Musonio ed Apollonio!

Comunque, professore,  mi dice qualcosa sulla vita di Musonio in modo da sistemarlo nel I secolo  secondo  la logica del mio personale archivio mentale?.

Subito. Ti avverto, però, che Tacito di Historiae  II,81, di Annales  XV,19  è  ambiguo ed equivoco  per quanto riguarda  il luogo di nascita -Volsinii- e il tempo, la persecuzione di Nerone e l’accusa         (Annales XIV,59, XV,71, XVI,35), per cui i suoi dati sono da confrontare con quelli di Cassio Dione, St. Rom. LXII,27 e di Filostrato Vita di Apollonio , VI,6 e di altri.

Le notizie biografiche sono scarne e tutte incerte. Sembra che sia di ceto equestre, come Seiano,  figlio di un Capitone – forse parente di quel Capitone  governatore della zona di Azoto e località marittime, ereditate da   Livia Giulia, alla morte di Salome-   nato il 30 d.C.

E’ indubbio solo il dato di filosofo stoico discepolo di  Barea Sorano, fiorito in epoca di Nerone, sotto cui nel 65  subisce un processo ad opera di Ofonio Tigellino perché accusato di essere partecipe della congiura dei Pisoni,  per cui è esiliato a Gyaros, dopo aver svolto lavori pubblici allo stretto di Corinto.

Nel 69 d.C. sotto Galba sembra che denunci Publio Egnazio Celere, un infido filosofo stoico,  per aver accusato il suo maestro, andando contro i suoi princìpi.  Richiamato da Tito,  non sembra sia ben visto sotto Domiziano, sotto cui muore intorno al 90,  anche se Plinio Il Giovane ( Epistole, III,11) sembra  propendere per il primo anno di Nerva.

Ed ora mi può mostrare perché sia definito il migliore per teleioosis  nel I secolo, tramite la sua opera?

Nel I secolo, Marco, lo stoicismo non è quello  logico ed astronomico,  ma risulta solo etico secondo l’impostazione   di Posidonio di Apamea. Ne deriva  che il filosofo diventa un vero e proprio  maestro di vita secondo i parametri del magistero  di Arieo  Didimo che, coi figli,  domina a corte  sotto Augusto.

I saggi dell’impero vengono a Roma in cerca di fama e di benessere  con la segreta speranza di entrare a contatto con l’imperatore e in famigliarità  con i suoi diretti  consiglieri, nonostante l’ostentato cinico disprezzo  della ricchezza e la libertà di parola (parrhsia). Si è creato già il mito del mecenatismo coi munera a poeti, storici, filosofi!

Si crea così  una tipologia di saggio, seguito  da discepoli (Apollonio  ne ha 34  nei boschi di Ariccia, ridottisi ad 8 all’entrata nella capitale per paura dell’editto di Nerone contro chi  si dedica a ricerche inutili, pratica l’astrologia e si serve del mantello per scopi magici!), che risulta un misto tra il rigore dello stoico e quello del cinico, in quanto c’è volontà di fustigare il vizio  con l’ ostentazione della rettitudine praticata esemplarmente, con una vita secondo natura e secondo ragione.

Quindi, si vedono santoni poveri e malvestiti con bastoni e lunghi capelli, con mantelli di vario colore  che vivono di elemosine, nelle vicinanze di templi,  che  seguono modelli di vita austeri- di norma sono celibi, onesti, tendono alla giustizia e considerano il corpo come un asinello,  dediti esclusivamente alla ricerca spirituale, in un rifiuto della vita attiva per quella contemplativa-.

Non viaggiano da soli ma sono seguiti da comitive di discepoli  che formano ecclesiai comunità maschili,  che devono avere dalle autorità locali  il soggiorno nelle città in cui arrivano ed intendono fermarsi.

Sono uomini  che hanno una precisa tradizione  familiare ed etnica,  a cui  aggiungono un fare ascetico personale,  desiderosi di costruire un Kosmos, nuovo, ma tra questi ci sono  profeti apocalittici, come Paolo, predicatori  di un ritorno imminente del Christos crocifisso per il giudizio universale.

Musonio, poi, essendo etrusco e avendo metodo, è uomo abituato all’esercizio continuato,  resistente alla fatica, apatico, insensibile alla sofferenza e  al successo, teso solo alla parrhesia, incapace di compromesso, testardo nella sua coerenza.

E’ un’epoca, professore, dunque, di ricerca spirituale,  di cui si approprieranno, poi,  i cristiani come se da loro fosse iniziata una nuova era di amore, di venerazione di un unico Theos,  secondo una logica universalistica, che, invece, è del sistema classico romano-ellenistico  proprio del civis cosmopolita, che si sposta da una parte all’altra del Mediterraneo  entro ed anche fuori dei confini dell’impero!.Lei è, quindi, d’accordo con J. Carcopino ( Daily  Live in Ancient Rome, New Haven , 1940)  e con I. Gallinari, ( Il pensiero pedagogico morale di Musonio Rufo, Roma 1959)?.

Certo! Marco.  Il preteso carteggio, però,  di  Paolo e Seneca è di una ricerca  superficiale, basata sulle risultanze storiche di  una cultura  successiva,  tipica della seconda metà del II secolo, ripresa,  poi, nel  periodo costantiniano e teodosiano.

Non si può vedere niente di cristiano in Seneca, se non quegli aspetti  filantropici tipici della cultura ispanica, e latino-italica  connessa con le regole d’oro giudaiche  assorbite dal filosofo  durante la  formazione  egizia alessandrina, durata quasi 17 anni, vissuti nell’ambiente ebraico di Alessandria.

Sottende, professore, una cultura ebraica alessandrina, connessa con quella di Hillel?

Marco, non solo questo, ma anche tutta la tradizione ebraica greca alessandrina, confluita dal II secolo av. C . in Filone. Bisogna, inoltre, pensare che  ci sia poco o niente  di Cristiano in Musonio, che è la risultanza  culturale  dell’apporto etrusco metafisico, combinato e fuso con l’etica stoica. Per te,  Marco, potrebbe essere illuminante lo studio  curato da Ilaria Ramelli (in Musonio  Diatribe, Bompiani testi a fronte, 2001).

Ne deriva che il filosofo nel periodo neroniano e poi in  quello flavio è un  vir romanus,  che vive armoniosamente  nel Kosmos  imperiale secondo il volere del Theos universale, che è Zeus, che è tutto e solo può essere proclamato giusto/kurios monos dikaioshtai.  

Non ti inganni  che tale affermazione è in Siracide 18,2, che con la teoria della retribuzione, concretizza  la teodicea ebraica in terra egizia,  dove secondo i principi stoici si è costituita la monarchia assoluta lagide, che è legge vivente in terra, rappresentante di Zeus. (Cfr.  M. Hengel, Giudaismo ed ellenismo, Paideia  Brescia 2001). Perciò Sorano, Musonio ed Epitteto appaiono i prototipi di martures/testimoni, virtuosi, che  si scontrano col potere, quando  esso risulta tirannico,  in quanto perfetti contemplativi,  che conseguono il Bene assoluto, essendo capaci di  vedere Dio e comunicare con lui, (cfr Filone,  De vita Contemplativa – I terapeuti-) :  Apollonio, insieme a loro, (non Christos e  neppure Seneca  e tanto meno Marco Aurelio!) è  lui, il saggio, che è virtuoso e comunica con Dio!,

Allora, professore, tutto il pensiero  stoico del I secolo d.C. è quello etico di Musonio?

Marco, tutto quello che si   è salvato di Diatribe  non è una fortuna, ma rientra in un piano cristiano di appropriazione del sistema etico stoico, congiunto con quello filoniano platonico, perseguito nel II secolo e poi nel III e concluso nel IV e V.

Non  è qui il caso di  parlare di Filone; non posso, però,  non mostrarti il reale valore di Musonio Rufo nel secolo in cui scrive le 21 Diatribe – maggiori  perché più consistenti come resti– e le 32 minori – che sono solo frammenti-.

Dalla lettura generale  di Diatribe si può rilevare, Marco, quanto segue:

1.L’importanza  fondamentale del ponos/fatica nell’educazione  alla virtù del bambino, che deve maturare nell’esercizio fisico e spirituale in modo da  consolidare  e stabilizzare la dianoia/mente,  che è parte dell’anima con cui si fa filosofia,  che, secondo i criteri di autonomia e di libertà  sancita dalla costituzione divina, permette la via della virtù che indirizza alla città di Zeus/ Dios Polis,  al Kosmos  universale.   (Diatriba,VII): privazione di piaceri,  sopportazione di fame e sete, abilità di distinzione di bene e male sono  anaggastikai necessarie al raggiungimento della osioths con eudaimonia per una futura makaria.

2. Non contano le parole, ma le opere e il filosofo insegna coi fatti e pratica il perdono in modo da redimere l’altro oppositore, avviandolo ad una elpis crhsth  ad una speranza utile.

3. L’uomo deve tendere  continuamente  a temperare le passioni in una esaltazione  continua dell’umiltà/  elattousthai e ad annullare la sfrenata sopraffazione/ pleonektein, in una volontà di scongiurare il male della guerra  e di predicare il bene della pace in mezzo ad eserciti contendenti, incurante della propria incolumità:   Musonio  si lascia giudicare e sostiene la propria difesa impavidamente  coi sovrani tirannici,  convinto della sua forza  fisica e morale  e conscio del valore del suo modus vivendi; si  insinua tra gli ambasciatori  degli eserciti contrapposti di Vitellio e di  Antonio Primo, correndo il pericolo di vita  (cfr. Tacito, Hist., III,90, 1.4); mai domo, è imperterrito nel corso del suo insegnamento, ligio al dovere.

4. La famiglia per Musonio (Diatribe XII, XIII,XIV XV)  è il nucleo  vitale  della società: Il matrimonio con la concordia dei due coniugi  autorizza  la felicità   della coppia  che consegue, grazie al sesso,  con l’arrivo dei figli, la somma eudaimonia naturale con l’incremento della stirpe e il benessere  della cellula familiare per quanto più  numerosa è la prole:  il matrimonio non è solo  foedus  per l’acquisizione del patrimonio  muliebre da parte maschile come tesoro comune per il  sostentamento della prole, ma e anche rinsaldamento del vincolo nobiliare  e riconoscimento del valore della donna che  passa dalla funzione di elemento passivo, con dote,  ad attivo propulsore della nuova famiglia, costituita,  entro cui svolge la sua missione educatrice formativa. La concordia familiare con la reciproca stima ed  amore della coppia, nel rispetto dei ruoli,  è il cardine dell’armonia familiare, su cui ruota l’educazione  dei figli come cives di un Kosmos statale, conformati  al dovere e a  dare anche la vita per il bene comunitario. La donna, dopo anni burrascosi  di licenza femminile repubblicana,  torna ad essere, in connessione con le regole augustee, il centro del focolare, la domina del patrimonio,  la patrona della fortuna familiare  grazie alla saggia regia amministrativa patrimoniale, esempio domestico di virtus per le figlie!.

Professore,  sembra che Musonio sia un christianos,  che, all’epoca, non ha alcun pensiero autonomo e che appena è distinto forse da un ebreo! Faccio  un’illazione, se ritengo che  chi conosce Musonio ed ha conoscenza dei Vangeli  potrebbe aver creato una via  cristiana della contemplazione, facendo un’ ulteriore suggrìsis con il neoplatonismo alessandrino e con l’esempio dei terapeuti del lago Maryuth!?

Marco, tu forse intuisci, ma non so se si può affermare che uno  come Clemente Alessandrino, scrivendo il Pedagogos (II,10,100) in Alessandria, non può non tenere presente Musonio – d’altra parte ammirato- che mostra varie volte che la virtù della donna sposata o nubile non deve essere provata da nessuno, perché  si commette peccato,  contrario non solo alle legge umana  e naturale ma anche a quella divina!. Ritengo, comunque, che il Didaskaleion abbia molto in comune con Musonio e non Musonio col  Didaskaleion!.

A questo punto,  credo che non serva mostrare il carteggio tra Apollonio e Musonio, avendo capito che  probabilmente è un falso utile per tenere uniti due personaggi  venerati e stimati, secondo la moda di mettere a confronto   Eracle e Teseo, Omero ed Esiodo, Cristo con Simeone ed Anna, Socrate e Musonio, ecc.  Comunque, mentre leggiamo le due Lettere  di Apollonio, mi piace conoscere come Filostrato  in Vita di Apollonio veda lo scontro tra il pretoriano e il filosofo e cosa  si dica di Musonio, condannato a lavori pubblici e poi all’esilio.

Marco, ecco, il testo con traduzione della prima coppia di lettere,  con domanda e risposta:

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio al filosofo Musonio Salve.

Boulomai para se aphikomenos  koinoonhisai soi logou kai steghs, oos  ti onhsaimi se, ei ge mh apisteis, oos Heraclhs  Thhseaecd Aidou eluse. graphe ti boulei. Errooso /Voglio, essendo giunto presso di te, condividere parola e stanza con te,  per poterti giovare in qualcosa se almeno non sei scettico a credere che Eracle liberò una volta Teseo dall’Ade.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein Musonio al filosofo Apollonio Salve 

Oon men enenohthhis,apoikesetai soi epainos, anher de o upomeinas apologiana kai oos ouden adikei deicsas eauton luei.errooso/ di quelle cose che pensi ti sarà concessa la lode; un uomo che si difende da solo si libera da solo col mostrare anche di non avere alcuna colpa.

Nella domanda di Apollonio, Marco,  c’è la coscienza di  essere superiore alla auctoritas statale perché essendo ligio alla pietas religiosa,  è taumaturgo, e perché, essendo consapevole dei poteri magico- misterici e carismi naturali,  incute timore come goes  e desta sentimenti di  soggezione anche al persecutore,inquisitore. Perciò, cosciente di questo suo essere sopranaturale  vuole condividere con lui logos e  stegh, desideroso di giovargli (oninhmi  vale  offro un vantaggio proficuo, dando aiuto effettivamente  fruttuoso).

Nella  risposta  dello stoico al pitagorico c’è l’ orgoglio di Musonio  che ringrazia del pensiero  della condivisione, rifiutata,  seppure degna di lode. Lo stoico deve dimostrare pubblicamente e da solo l’integrità morale del  suo magistero in quanto sa  che in chi si difende da sé  è già sottesa l’incompatibilità della colpa.

Sono due sistemi di vita volutamente contrapposti e, direi, scenograficamente resi vivi.

Ed ecco la seconda coppia  con domanda e risposta.

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio saluta il filosofo Musonio

Sookraths o Athhnaios upo toon philoon luthhnai mh boulhtheis, parelthe en to dikasthrion, apethane de. errooso./Socrate l’ateniese,  non volendo essere difeso da suoi amici, andò al tribunale, ma morì.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein/Musonio saluta il filosofo Apollonio

Soocraths apethanen epei mh pareskeuasen eauton eis apologian, ego de apologhsomai. Errooso/ Socrate morì perché non si era preparato nella difesa, io, invece, mi difenderò.

Apollonio, non volendo che l’amico corra rischio, ricorda la vicenda dell’ateniese  Socrate- accusato da Anito  e Meleto – che,  rifiutando la difesa degli amici,  morì: il tyaneo vuole mettere  Musonio in condizioni ottimali di apologia col prestigio della sua figura di essere sovrumano e taumaturgo e col deterrente della sua occulta magia.

La risposta  è tipica  della scuola stoica che condanna quella platonica, compresi Platone e Socrate,  considerati poco pratici  e non scientifici, più dediti al logos che al ponos,  incapaci di coniugare insieme dire e faticare: per Musonio la morte di Socrate avviene per mancanza di preparazione tecnica nella difesa /apologia; non ci sarà la sua morte perché lui di persona si difenderà preparando accuratamente  la sua difesa.

E’ abile il retore che ha scritto questo due coppie di domanda-risposta: il poliptoto  apologia-apologhsomai ne è prova!.

Dunque, Marco, cosa  vuoi sapere  se hai compreso che il carteggio  non è del tempo di vita  dei due protagonisti ma è di epoca successiva?

Mi piacerebbe sapere come Filostrato racconta esattamente l’avvenimento dell’arresto dei due, del loro comportamento davanti ad Ofonio Tigellino  e del diverso stato di animo alla diversa sentenza? Amo entrare in merito alle situazioni per capire qualcosa.

Apollonio da Creta arriva a Roma con 34 discepoli, accolto  dai cittadini  in molte città italiche,  prima di arrivare ad Ariccia, dove incontra il filosofo Filolao di Cizio,  che fugge per il decreto di Nerone, che ha già incominciato  a torturare i filosofi, rei di magia e di  occultismo.

Apollonio, avendo chiesto a Filolao cosa faccia l’imperatore ogni giorno -e avendo saputo che Nerone gareggia alle corse al circo e sta coi gladiatori e  canta suonando la cetra nei conviti,  credendo  cosi  di servire il popolo, senza accorgersi di infamare il suo ruolo-  afferma  che non è meno cieco del Ciclope.    

Apollonio, siccome molti discepoli si spaventano  per i decreti dell’imperatore  e se ne vanno,  dichiara che questi divieti non provengono da Zeus, volendo significare che bisogna seguire il volere del Dio e non quello degli uomini.

Non compare nell’accusa il termine magia né quello di astrologia             – proprio di chi inquisito come goes – e sembra  che il delatore, ignoto, basi il crimen di lesa maestà  su una frase detta dal Tyaneo al filosofo Menippo -arrabbiato contro il popolo che prega Dio per la salute dell‘artista  Nerone, ammalatosi di un ‘epidemia influenzale,  che  ha come sintomi iniziali tosse, gonfiore di gola, voce rauca o afonia-: Calmati, Menippo, gli dei hanno ben diritto di prediligere un buffone  e di conservarlo.

Chiaramente, professore la comitiva  di Apollonio con uomini celebri come Demetrio e come Menippo, è seguita da spie neroniane, ora appositamente  messe  per  sorvegliarne ogni movimento  di personaggi, già autorizzati dal console  Gaio Luccio Telesino a vivere in un tempio romano, accanto ai sacerdoti, che fanno un servizio pubblico.   Accade, allora, qualcosa di grave, oltre alla frase incriminata,   per essere convocato in Tribunale?

No. Marco, Solo l’ incidente di Demetrio, espulso da Roma.  Ti spiego.

Apollonio, dunque,  vive vicino ad un tempio coi filosofi cinici Demetrio e Menippo.

Demetrio è un focoso corinzio  che, nell’occasione dell’inaugurazione di un ginnasio, alla presenza dell’imperatore, del senato e dei Cavalieri   attacca  con violenza cinica, imprecando contro Nerone esteta, che si esibisce nel canto;  Apollonio, invece, circondato da una folla , che è in delirio per le prestazioni artistiche dell’imperatore,  non usa parole velenose né motti pungenti ma è cauto e  moderato, quasi estraneo alla cerimonia e alle grida.

Eppure  Demetrio, senza più freni,   declama contro i voluttuosi,  gli effeminati  romani, infiacchiti dai bagni e poi  contro lo stesso Nerone che,  mezzo nudo, si esalta nel canto ed è preso da  euforia tanto da non badare affatto al filosofo cinico: solo Tigellino  interviene  arrestando l’incauto corinzio con l’ordine di cacciarlo dall’Italia  e rispedirlo in Grecia!

Nonostante l’episodio di Demetrio,  il tyaneo resta a Roma  ed assiste  ad un ‘eclissi   e, notando  che il sole si oscura improvvisamente e si fa notte quasi alla sesta ora ( a mezzogiorno),   davanti alla folla impaurita  esclama: si produce un evento che non produce nulla.

Comunque non succede niente di nuovo: la comitiva risulta,però, più sorvegliata  fino al momento della convocazione al tribunale ad opera di un  noto delatore, che  è seguito da pretoriani,  i quali   intimano di seguirli davanti al prefetto del pretorio.

Dal colloquio con Tigellino, professore,  cosa si può comprendere?

Il capo del pretorio  durante il processo  dapprima interroga l’accusatore, un vecchio delatore, che ha un rotolo in mano con le accuse scritte.

Poi  il pretoriano lo invita  a leggere il testo di accusa, mentre tiene d’occhio il tyaneo e i suoi compagni.

Il delatore apre il rotolo e   trova il foglio senza testo di accusa: non ci sono segni di scrittura, come se mai nessuno vi avesse scritto.

Il prefetto constata che il rotolo è vergine e resta sbalordito, incredulo, mentre  ancora di più l’accusatore è annichilito per lo stupore, muto  davanti al  miracolo della  cancellazione. Ambedue guardano Apollonio,  convinti di avere a che fare con un essere sovrumano, un  un terribile genio!. 

A questo punto Ofonio Tigellino  conduce il tyaneo  in una sala segreta  e gli domanda  privatamente chi sia, lontano da occhi ed orecchie indiscrete.

Il filosofo,  ora padrone della situazione,  con calma, dichiara il luogo di nascita,  il nome  dei suoi genitori, confessa la sua vita da pitagorico,  votato a conoscere la filosofia,  che autorizza  la conoscenza  degli dei e degli esseri, in quanto è più facile conoscere gli altri che se stesso.

Tigellino  desidera sapere  da dove gli venga l‘ecsousia / il potere di smascherare i demoni e dissipare gli spettri ed ha timore  -consapevole che  Apollonio deriva tale potere dalla stessa  fonte che  gli fa scoprire i criminali e i sacrileghi – nell’inquisire sul suo enunciato: si produce un evento che non produce nulla.

Il Tyaneo  dice che lui  non è un indovino e che non predice niente ma ha la scienza che Dio ispira ai sapienti  da lui prediletti.

Infine il pretoriano fa due domande su Nerone,  una sull’imperatore Dio ed una  sull’imperatore  cantante.

Apollonio  alla prima  risponde: non temo il numen imperiale  perché  lo stesso dio che ha dato a lui  la forza di essere temuto  a me ha dato la forza di non aver niente da temere e,  circa la seconda, invece, dicepenso meglio di quanto pensi tu; infatti se tu lo credi degno di cantare  non sapresti, come me, incoraggiarlo a tacere.

Tigellino  lo libera credendolo un essere soprannaturale, ma chiede  qualcuno come garanzia ed allora il filosofo afferma   che nemmeno lui può garantire per se stesso  e quindi non c’è nessun altro che possa garantire per un uomo che nessun potere  potrebbe incatenare.

Professore, la figura di Apollonio è veramente enigmatica e difficile da decifare  e si presta all’accusa di magia in quanto presenta una connotazione paradossale!

Quanta differenza,comunque   tra il colloquio di Christos con Ponzio Pilato e questo tra Ofonio Tigellino ed Apollonio di Tyana,  anche se  il tempo di scrittura  dei due episodi non sono  lontani.

Questo lo dici tu, Marco, che pensi secondo la formazione  da me ricevuta,  condizionato da Una lettura del Padre Nostro, opera  da me scritta negli anni novanta  e mai pubblicata.

Forse, è così come lei dice!

E di Musonio e Tigellino  cosa pensa, professore?

Musonio non ha voluto la difesa di un un essere sovrumano, che d’altra parte, non conosce di persona, ma solo di fama.

Musonio è un  robusto uomo di fatica che, nonostante la sua ottima difesa  è interrogato, dopo  un periodo di carcere.

Sembra che il sublime  e divino Apollonio desideri andare a trovarlo  ma che non sia ricevuto da Musonio, che vuole fare apologia a suo modo,  secondo ragione e secondo natura,  a dimostrazione della sua etica stoica.

Non si conosce esattamente  il colloquio tra Tigellino e Musonio, si sa solo che il filosofo  è condannato ai lavori e pubblici prima e poi all’esilio a Gyaros: il pretoriano applica la sua giustizia in conformità del decreto di Nerone, senza rilevare la distinzione  tra i filosofi,  rei di lesa maestà.

Il clima del  colloquio tra Tigellino e Musonio  può essere rilevato dall’incontro che la tradizione dice che sia avvenuto tra Demetrio e il filosofo che,  pur stando a  lavorare con la zappa  all’istmo di Corinto, ironizza su Nerone, che canta e suona.

E’ accertato che Nerone nel 66 anti in molti teatri della Grecia!

Il corinzio Demetrio, vedendo  Musonio al  lavoro al taglio dell’Istmo di Corinto, -un’opera grandiosa voluta da Nerone, utilissima per la città che ha due porti  in modo  da evitare la circumnavigazione del Peloponneso – è in silenzio ed afflitto.

Sembra che Musonio, rivolto verso l’amico, che, emotivamente   soffre per lui che lavora come uno schiavo, deponga la zappa in terra ed  esclami: ti affliggi di vedermi  lavorare al taglio dell’istmo! ti piacerebbe di più  vedermi  suonare la cetra  come Nerone!?

E’ sarcasmo stoico  nei confronti dell’imperatore ed è ironia verso lo scettico ,sanguigno, empaticamente coinvolto nelle disgrazie del prossimo.

Forse un cenno sarcastico al canto di Nerone tradisce Musonio  all’atto del colloquio, anche se ben preparato e logicamente strutturato, col potente prefetto del pretorio!

Il  pretoriano  potrebbe essere stato turbato ed innervosito dall’humor stoico, apatico, che comprime e reprime l’animus affettivo-sentimentale, che blocca l’impulso /ormh emotivo!

Professore, grazie per questa storia, reale, su Musonio!

Apprezzo molto  di più la sua figura  forte di  stoico e di uomo, nonostante la natura apatica,   che quella debole ed esangue, mitizzata secondo alonature sentimentali  del Christos uomo-dio.

 

Yolanda di Gerusalemme

In memoria di Bice Recinelli

La storia di Yolanda (Isabella) di Brienne  1212-1228, nata ad Acri e morta  di parto ad Andria, è davvero  infelice.

Anni fa, ho visto presso un antiquario a Martinsicuro una sua statua, di autore incerto!.

Yolanda è  regina  titolare  di Gerusalemme dalla morte, per complicanze puerperali,  della madre  Maria di Monferrato, che l’ha avuta da Giovanni di Brienne.

Essendo sotto la protezione di  Ermanno di Salsa, maestro dell’Ordine Teutonico, a Gerusalemme,  è promessa sposa di Federico II, dopo la morte della moglie, Costanza di Aragona, secondo gli ordini di Innocenzo III.

Il nuovo papa Onorio III (1216-1227) afferma la superiorità feudale papale su molti regni europei e sull’Italia centrale e settentrionale, avendo, comunque, due obiettivi: la crociata contro i  fatimiti di Egitto e la riforma della  Chiesa.

Onorio III impone un giuramento a Federico II  nel 1220 di non unire le due corone, quella imperiale e quella siciliana perché deleteria al Potere papale, oppresso e da nord e da sud  dalla casata svevo-normanna.

Il papa  in questo modo ha piena libertà di manovrare,  appoggiato dal partito guelfo, mentre l’ imperatore solo, nominalmente,  dà auctoritas al figlio legittimo  Enrico e poi, dopo il 1237, al figlio, naturale  Enzo, per le questioni  italiane.

Nel 1223 per spingere Federico II, già vedovo, ad una spedizione militare contro l’emiro egizio, il papa  propone il matrimonio con Yolanda di Brienne, che ha il titolo di erede del regno di Gerusalemme.

La donna, figlia di Giovanni di Brienne e di Maria di Monferrato  all’epoca ha solo 11 anni e vive a Gerusalemme, ed è stata educata  regalmente dalla seconda moglie del padre  Stefania, figlia di Leone di Armenia.

Giovanni  governa come reggente per la figlia  il Regno di Gerusalemme, che costituisce  ancora  nominalmente con la contea di Tripoli e di Edessa e col principato di Antiochia  l’insieme dei potentati cristiani  cattolici latini, ben connessi con l’imperatore bizantino, ortodosso…

Si riuniscono  Federico II e  Onorio III e Giovanni di Brienne  a Ferentino   per concordare il matrimonio, poi meglio definito nella dieta di San Germano, e per indirizzare ad una crociata il sovrano tedesco, allo scopo di  liberare la terra Santa dal pericolo islamico fatimita.

Federico II nell’agosto del 1225 invia 20 Galee per portare la giovane sposa a Brindisi, prima,  e, poi, a Palermo.

Il re di Sicilia ed imperatore di Germania, già impegnato  da Onorio a  dividere il suo potere imperiale da quello regio perché  il papato si sente stritolato tra le forze germaniche e quelle siciliane, inclina ora a volgere le proprie mire espansionistiche  verso Oriente…

La sua diplomazia  segue le linee normanne di predomino nell’area greco-bizantina e in quella cristiano-latina…

La sua educazione è quella di un cosmopolita, che conosce varie lingue, tra cui l’arabo e il greco, avendole apprese nel periodo fanciullesco, nella fucina multiculturale,  che è la  Palermo normanna,  prima della nomina a quattordici anni  nel 1208 a re di Sicilia, riconosciuto da papa Innocenzo III, senza più tutori.

Ora con la sposa quattordicenne, lui abituato all’harem, uomo più arabo che cristiano, accoglie  Yolanda  e stabilisce  di fare la cerimonia in terra pugliese, dove sono convocati  sia i notabili greco-bizantini che quelli-orientali latino-cristiani, sia  quelli tedeschi che normanni.

Nel duomo di Brindisi si celebra il 9 novembre il matrimonio, che, però,  non è consumato perché l’imperatore, data la puberale età della  ragazza, si rinchiude nel suo harem.

Il padre della regina  e il papa  ne sono risentiti, senza, però, rompere il contratto col vincolo della dote:  comunque, in seguito,  a Palermo, nelle camere nuziali della corte,  viene concepito Corrado, che nasce nel 1228  e, poco dopo, la madre muore per complicanze, come già sua madre  Maria di Monferrato…

Il suo matrimonio è voluto da Onorio che ha interesse  alla crociata di Federico contro i fatimiti di Egitto, che sono vincolati da anni con un trattato  di alleanza con l’imperatore germanico  e re di Sicilia, a cui sono legati da fraterna amicizia.

Il legame  tra Federico e Al Malik al Adil, fratello del Saladino, emiro del Cairo,  è vantaggioso  per entrambi per il dominio del Mediterraneo.

Il trattato assicura la reciproca assistenza in caso di guerra contro i regni latini, l’impero bizantino, gli arabi di Mosul e le potenze cristiane occidentali…

Perciò, nonostante l’investitura nominale a re di Gerusalemme,  Federico diplomaticamente rinvia le varie sollecitazioni papali ed infine, nel 1129, partito per una fantomatica crociata,  si accorda con l’emiro di Egitto, nonostante che Giovanni sia diventato imperatore di Costantinopoli,  come reggente di Baldovino II,  fino al 1237…

Col trattato Federico ha la concessione  di far passare e di non turbare il normale pellegrinaggio verso la terra santa dei cristiani per  10 anni…

Il papa scomunica Federico come inadempiente, nonostante  che  l’imperatore adduca come scusa una pestilenza  e prometta una nuova Crociata, a tempo opportuno…

Inoltre Onorio impone a Giovanni, a cui è tornato, dopo la scomunica dello svevo- normanno, il titolo di re di Gerusalemme, di devastare le terre del Meridione pugliese e di attaccare con la flotta anche le  terre del regno siciliano…

Mentre il papa è intento a  riformare la  chiesa  sulla base di un censimento, indetto  a seguito della stesura del Liber censuum romanae ecclesiae ( cfr Cl. Rendina, Registro del proprietà  e delle entrate della curia,  Newton Compton, 1990), i crociati  senza l’ausilio di Federico,  fanno la VI crociata  e sono sconfitti dall’emiro egizio per il dissidio tra  Gervasio  di Palearia e Giovanni di Brienne  ad Acri…

La vicenda, quindi, di Yolanda, non fortunata sposa di Federico II,  determina una frattura tra il papato e l’imperatore, che si acuisce anche nell’Italia settentrionale  e centrale con la lotta tra guelfi filopapali e ghibellini  filoimperiali  e diventa  guerra dopo il 1237, alla morte di Giovanni di Bienne…

Infatti Federico II, sconfiggendo i milanesi, che sono a capo della II Lega Lombarda, il 27 novembre del 1237, a Cortenuova, ristabilisce l’ordine imperiale e fortifica  la pars ghibellina …

Con l’episodio, poi ,  della battaglia  del Giglio nel 1241,  re Enzo, suo figlio,  ostile alla politica di Gregorio IX,  che ha avuto assicurazioni  dal comune guelfo  di Genova di  aiuto navale nel tragitto da Nizza ad Ostia,   fa una strage di prelati, convocati per un concilio a Roma e tiene prigionieri i cardinali  scampati alla morte, nonostante le suppliche papali, avendo  l’appoggio della marineria siciliana.

Le navi liguri, infatti, attaccate da Andreolo, figlio di Ansaldo dei Mari, ammiraglio federiciano genovese, sono sconfitte  dalla flotta avversaria,  che ribadisce in Toscana il primato ghibellino.

Il giovane re, Enzo, sposatosi con Adelasia di Sardegna, ha  come  dote l’isola e poi anche   il titolo di patronus dellaTuscia  nominalmente da Corrado, suo fratellastro, divenuto  imperatore di  Germania  e re di Gerusalemme, in quanto figlio di Yolanda,  e  sostenuto da suo padre Federico, inizia un conflitto col papato e coi guelfi  con l’aiuto anche del cognato Ezzelino da Romano, che ha sposato Selvaggia, figlia naturale del re siciliano…

Per  un decennio  l’Italia settentrionale e centrale, nel corso della minore età di Corrado IV  è lacerata da lotte tra guelfi e ghibellini fino alla battaglia  di  Fossalta nel 1249, in cui  Enzo è fatto prigioniero dai Bolognesi, che lo tengono –  ben oltre la morte di Federico II nel 1250 – in carcere,  fino al 1272…

 

IL Crocifisso nel Graffito del Palatino

 

Il Crocifisso nel Graffito del Palatino

A Roma, al Museo Nazionale delle Terme, c’è un graffito scoperto nel 1856 dall’archeologo padre Raffaele Garrucci -(1812-1885), autore di numismatica e di articoli sul sincretismo frigio–  sulle pendici ovest del Palatino, tra le rovine del Paedagogium.

Sembra che  alla fine del II ed inizio del  III secolo d. C.  l’edificio sia frequentato da giovani, di varie classi sociali, tra cui anche cristiani,  siriaci giudeo-cristiani e  romani.

Si tenga presente che all’epoca  quelli che noi chiamiamo papi sono invece capi di una succursale antiochena,  presbuteroi  o episkopoi  di una dioikhsis  amministrativa, con  trapeza/banca ed emporion/ rivendita con deposito di merci.

Noi abbiamo parlato di questo periodo come quello della formazione del mito di   Pietro ( Cfr. www.angelofilipponi.com  Il mito di Pietro)  e  quello  di Gesù  e di Apollonio ( cfr. Apollonio di Tyana e  Gesù di Nazareth ) ad opera del Didaskaleion di Alessandria e del Circolo di Giulia Domna.

In effetti in ambiente romano – ellenistico, sulla base della tradizione egizia zoo-antropomorfica  e in relazione alla  metempsicosi pitagorea e al valore didascalico morale delle favole esopiche, nel periodo della neosofistica,  a Roma si sviluppa una cultura  simbolica, connessa coi riti  e cerimoniali esotici asiatici…

Il culto di Seknet, dea leonessa, con quello di Thot , dio della sapienza dal volto di Ibis,con  quello di   Anubi  dio sciacallo, che  guida le anime negli inferi, è unito con quello primordiale greco dei giganti, dei centauri, dei satiri, fusi con quelli del mito dell’occhio di Ra, dei racconti della  gatta etiope, dell’agnello che predice la conquista assira dell’Egitto e dell’asino sapiente che guida una comitiva nel viaggio sul Nilo…

Luciano di Samosata è un testimone delle pseumata/menzogne che risultano solo fantasie di un narratore paradossale…

Abbiamo mostrato come  l’ ambiente pagano  predominante  reagisca nei confronti della mitizzazione di esseri umano-divini, di eroi di duplice natura, chiamando in giudizio sia i cristiani che i goetes/maghi o  ciarlatani di varia cultura, giudei,  filosofi specie stranieri, in prevalenza siriaci, asiatici ed egizi, propositori di nuovi culti.

Nel graffito del Paedagogium  si rivela l’irrisione di un compagno ad un fedele di Christos, Alexamenos, che venera il suo dio morto in croce.

All’ epoca i pagani, quindi, giudicano immorali e vergognosi i costumi  dei cristiani, confusi spesso con giudei, a cui è rivolta la stessa accusa: il graffito è la vera prima testimonianza della morte in croce di Iesous Christos, Soothr.

I cristiani, poi,   a sentire Luciano (Morte di Peregrino)  o Celso (Discorso Vero) sono maggiormente derisi  per la figura di Christos  soothr ed euergeths  degli uomini.

ll venerare un Dio  mostruoso dalla testa di asino  e dal corpo di  uomo  crocifisso  è pratica vergognosa, d’altra parte degenere come il culto ebraico,  sotto accusa  anch’esso secondo Giuseppe Flavio (Contro Apione, 2,7) e secondo Tacito ( St. V., 3).

Insomma si può dire che sotto gli ultimi antonini, i cristiani, fedeli ad un culto onolatrico, bollati solo per il nomen christianum, seguaci di un Christos, che ha commesso un crimen maiestatis,  appaiono come una setta di cospiratori,  ostili alla società civile,  legati tra loro da patti di omertà, renitenti alla leva, in quanto aspirano a tornare nel Regno del Padre, che è nei Cieli, loro patria.

L’accusa, fatta ai cristiani,  è comprovata da Minucio Felice (Ottavio  9,3,  a cura di Fernanda Salinas, Mondadori 1992): Nec de ipsis, nisi subsisteret veritas, maxima et varia  et honore praefanda  sagax fama loqueretur, audio eos turpissimae pecudis  caput,  asini, consecratum inepta nescio qua persuasione venerari:  digna  est nata  religio talibus moribus/  D’altra parte, se non ci fosse un fondamento di verità, la voce popolare, così sagace  non li accuserebbe  di delitti gravissimi  e di ogni tipo, delitti da nominare chiedendo scusa. Sento dire che  non so per quale convinzione demenziale  venerano la testa consacrata del più ignobile  tra gli animali, l’asino: è proprio una religione  degna di questi costumi e fatta apposta per praticarli.

La notizia è  vera se è  riportata anche da Tertulliano, (Apologetico, 16,1 e 12).

Ambedue gli autori cristiani,  parlando della nefandezza, di cui sono accusati i correligionari, come onorare i genitali del proprio capo spirituale o sacerdote, adorandoli come se fossero  parti sessuali di chi li ha generati, rivelano la realtà di vita coi rapporti coi pagani.I

ll  culto di latria, che comporta  incensare e mandare baci ad un dio  (pur asino-uomo crocifisso)   è per i pagani un segno che i fedeli di tali  pratiche  vergognose e pervertite  sono tipiche  di uomini perditi et scelerati.

Oltre questa, c’è l’accusa infamante di un rito sacrificale di un bambino accoltellato, fatto a pezzi, dopo che è stato infarinato ad opera di un neofita,  mentre gli altri bevono il sangue: i pagani inorridiscono davanti a tale pratica orribile e portano i cristiani in tribunale!.

Riprovevoli e disgustosi  sono  considerati  il mangiare il corpo del dio, simbolica, sotto forme di gallette di farina  e il bere il sangue di Cristo, considerati sacrilegio dal collegio pontificale, diretto dal Pontifex Maximus.

C’è, dunque, una condanna esplicita del sacerdotium pagano al culto del Christos, uomo-asino!

Comunque, l’infanticidio dovrebbe essere una pratica simbolica come quella dell‘eucarestia, propria dei christianoi,  che sono una radice giudaica.

Lo stesso Apollonio di Tyana è accusato del crimen di infanticidio  davanti a Domiziano, che perseguita, senza distinzione,  filosofi, goetes e seguaci di Cristo, come perturbatori del Kosmos romano-ellenistico.

Anche la celebrazione di banchetti cristiani  non è vista dai pagani come riunione  di fedeli, che  come fratelli e sorelle mangiano il corpo e  bevono  il sangue del Dio morto per loro,  secondo i dettami dell’amore e della caritas!.

Il convito, celebrato ogni domenica, detto agape in greco e in latino dilectatio, esprime secondo Tertulliano, Apologeticum19,16,  il sentimento di amore fraterno comunitario. E’ così ?

Leggiamo, come lo vedono, invece, i pagani : (Ottavio, cit. 9,6-7): et de convivio notum est, passim omnes loquuntur;id etiam Cirtensis nostri testatur  oratio. ad epulas solemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus sexus omnis homines et omnis aetatis.illic  post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis  ebrietatis fervor exarsit, canis, qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est , ad impetum et saltum provocatur. sic everso  et exstincto conscio lumine impudentibus tenebris nexus infandae  cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsinon omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum/ Si  sa anche del loro banchetto, tutti ne parlano qua e là,  e lo conferma anche il discorso del nostro amico di Cirta. Si riuniscono per il festino, in un giorno stabilito, con tutti i loro figli, le sorelle, le madri, persone  di ogni sesso ed età. E là, dopo un copioso banchetto, quando l’atmosfera del  convivio si è riscaldata  e l’ardore dell’ebbrezza li ha accesi di una libidine incestuosa, un cane assicurato ad un candelabro viene aizzato con un bocconcino  di carne, lanciato oltre il limite  del guinzaglio, a slanciarsi in avanti e a saltare. Così, una volta rovesciato  e spento il lume, che fa da testimonio alla scena, intrecciano, col favore delle tenebre, che non conoscono il pudore, legami di una passione innominabile, affidandosi all’incertezza del caso. Tutti sono pertanto incestuosi  nella stessa misura  almeno per la complicità se non per il comportamento  effettivo, dal momento che  per il desiderio di tutti, nessun escluso, si desidera qualsiasi  cosa possa accadere  negli atti di ogni singolo partecipante.

Quindi, i pagani credono che i cristiani fanno orgia  domenicale,  come loro,  con l’aggiunta, però,  di incesti.

Minucio Felice aggiunge che i pagani  si chiedono perché  tanto impegno per nascondere e tenere lontano dagli sguardi  indiscreti tutto ciò che  è  oggetto di culto  per i cristiani, quando  le nobili azioni  fioriscono davanti agli occhi di tutti e solo quelle malvagie restano segrete.

Esecrabile è il fatto di non avere  altari, né  templi, né immagini di dei,  oltre al non riunirsi  pubblicamente per venerare  il loro dio,  in una volontà di nascondersi,  in quanto  c’è la coscienza  di meritare una punizione.

Perciò,  disprezzano un dio – di cui non si conosce la provenienza- unico, solitario,  scollegato da tutto, ignoto ad ogni popolazione dell’impero ,  venerato, comunque, dal  miserabile popolo ebraico  cuius …nulla vis  nec potestas est, la cui  forza  e potenza è nulla,  tanto da essere prigioniero dei romani con tutto il  popolo  (ibidem 10,3).

Le accuse ai cristiani per Tertulliano sono  frutto  dell’odio e dell’ignoranza dei pagani che, invidiosi, vedono crescere la comunità di numero in ogni parte dell’impero e rilevano la presenza cristiana perfino a corte.

Il graffito del Palatino con la sua testimonianza della crocifissione di Gesù è una dimostrazione del clima di dileggio e di irrisione, in cui si trovano a  vivere  realmente i cristiani nella città di Roma, come una minoranza sparuta, monoteista,  in mezzo ad una maggioranza di politeisti,

Perciò, la situazione  è diversa da quanto detto dagli apologisti e   dalla tradizione cristiana!.

Alexamenos è un pais ragazzo, preso in giro da un amico che fa il graffito del suo dio-asino a  Roma, secondo l’educazione pagana ricevuta antigiudaica ed anticristiana.

E ‘stata trascurata nella rappresentazione  della testa di un dio asino-uomo, una Y a destra, come  un qualcosa di inutile, quasi un segno in più , quando invece  o potrebbe  simboleggiare  Christus est salus in greco Christos Ygieia estin, oppure significare  che l’autore del graffito è un pitagorico in quanto la y è un sigillo della scuola. 

Sarebbe una Y(gieia) acronimo  per indicare che la salute viene dalla croce e che il  Crocifisso è il salvatore , via, vita (e  verità) per il ragazzo cristiano, che ha fatto di sua mano la risposta.

La rappresentazione  del compagno cristiano  Alexamenos,  che manda baci ed incenso  ad un essere umano con testa di asino con le orecchie,  legato per i polsi  ad una croce a forma di Tau,  vestito di una corta tunica , coi piedi poggianti su una traversa, ha per noi oggi un alto valore in quanto è prova della realtà storica del momento antonino!.

Anche Giovanni Pascoli, latinista eccezionale e grande professore di Latino e greco, scrivendo Paedagogium, un poemetto di esametri, ha letto in modo diverso il graffito dalla tradizione?!

Il poeta ha una sua lettura del fatto  mostrando la scena  di un uomo dalla testa di asino tum fixi est hominis cervix asinina caputque/auritum, incensato come un dio  crocifisso, e  poi  inventando  il nome di Carelio per identificare il giovane pagano che, chiuso in cella per punizione, si vendica facendo il graffito con l’iscrizione?!

Il Pascoli chiude  mostrando Carelio, soddisfatto  della sua azione: Scribit ALECSAMENOS SEBETE THEON et sibi plaudit!

Noi, cristiani,  oggi, consideriamo blasfemo il graffito del Palatino!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Theophàno la bizantina

Theophàno la bizantina, machomene/combattente, imperatrice del Sacro Romano Impero Germanico in quanto moglie di Ottone II, è riconosciuta come l’artefice della Renovatio Imperii,  il sogno di suo figlio Ottone III e di  Silvestro II(940-1003).

Al di là del contributo politico di Gelberto d’ Aurillac/ Silvestro II, Teophàno  è donna energica,  che sa usare le lingue classiche  latino-greco, oltre che germanico e franco, e  combattere,  virilmente, universalmente nota  dopo la morte del marito,  come Basileus/rex  e come  Autokrator/Augustus.

La bizantina  è convinta di essere  la legittima erede di Roma Imperiale – nonostante la presenza araba nel Mediterraneo e  quella barbarica  tra il sacro impero romano germanico e quello bizantino – e perciò si  firma  Theophanius, gratia divina, imperator, Augustus.

Si firma così Theophàno nel 990, in un suo atto imperiale, come un maschio,  pur vivendo in una società di militari germanici, maschilisti, ignoranti ed analfabeti.

Nonno, io leggo nel libro di storia  che il suo nome è Teofane e non so neanche dove  devo mettere l’accento?

Mattia,  Teophàne è un nome maschile,  portato anche da santi cristiani cattolici, mentre Teophàno /Theophània è nome femminile, derivato  dalla nonna, moglie dell’imperatore Niceforo II.

Mi racconti la sua storia, Nonno, da quando arriva in ItaIia?

Certo.

Theofano, nata a Bisanzio nel 958  da Giovanni  Skleros (parente del Basileus regnante, Giovanni Zimisce ) e da Sophia Foca (figlia del predecessore Niceforo II), quattordicenne sbarca in Puglia, dopo un viaggio fortunato, sotto la protezione di S. Niccolò di Mira, le cui spoglie mortali sono state già trasferite a Bari, con una dote  regale, per il diciassettenne Ottone II  imperatore di Germania, insignito anche del titolo di Signore  dei themi di Puglia e Calabria, nel 972.

Cosa porta come dote, nonno? e cosa vuol dire Themi?

Nel passato, ogni donna, a seconda della ricchezza familiare, portava abiti,  oggetti preziosi,  terre  e  denaro al proprio marito, che rimanevano patrimonio personale in quanto dote, che, per legge era quanto era necessario per vivere secondo il  proprio rango, dato dal padre, dopo il contratto matrimoniale, stipulato.  La dote di Theophano è quella di una regina.

Centinaia di carri, scortati da soldati, con cui la basilissa ama addestrarsi militarmente ogni giorno nelle pause del viaggio: oltre al vestiario personale, di seta,  Theofano  porta  ad Ottone carri pieni  di madreperle, di pietre preziose, di ebano, di oro,d’argento e  di bronzo, che formano una carovana,  seguita da militari, dignitari di corte, pedagoghi, maestri di cerimoniale, da dame e damigelle, protetti da ippeis /cavalieri, mentre il popolo  fa ala per chilometri, finché il corteo non giunge a Roma.

Il thema, Mattia,  è una circoscrizione amministrativa  voluta, sembra da Eraclio I (610-641)  sia in Oriente che nell’Italia Meridionale  e poi fissata definitivamente da Costante II (641-668) in tutto l’Occidente bizantino, compresa l’ Africa.

Theophano, giunta a Roma, dopo 15 di giorni dallo sbarco, si incontra con Ottone II, diciassettenne, arrivato con le sue truppe germaniche.

Posso andare avanti? Mi segui bene?

Si, Nonno.

Dopo l’accoglienza trionfale popolare dei Romani,  il  papa Giovanni XIII  prima celebra il matrimonio  poi  l’incoronazione imperiale.

L’ avvenimento  viene propagandato  in Germania e in Oriente perché si  pensa così di ricostituire  e di rinnovare l’Antico Impero Romano, in modo unitario, senza più la suddivisione in  pars occidentalis et pars orientalis, anche se Ottone II  e  Giovanni Zimisce  regnano in modo autonomo  nella loro specifica sfera come sovrani fratres/adelphoi/fratelli!

In un clima festoso il popolo romano acclama,  partecipando all’evento, nonostante  l’ostilità della famiglia dei Crescenzi, allora onnipotente in città, che ha tra l’altro il controllo del Tevere e del Castel S. Angelo, anche se compromessi e condizionati dal favore dell’ elezione  a pontefice  di un membro della famiglia ad opera dell’imperatore.

Cosa fanno i due sposi ?

I due si separano per qualche settimana, dopo il loro matrimonio.

Mentre la moglie si dirige verso il Nord per raggiungere la Germania, Ottone,  desideroso di vedere la dote della donna,  vuole sciogliere il voto di fare un pellegrinaggio alla grotta di S. Michele al Gargano, in Monte S. Angelo: un viaggio utile per  constatare di persona le condizioni delle popolazioni e conoscere gli amministratori bizantini.

Si riuniscono dopo alcuni giorni,  poco prima di Verona,  da dove procedono insieme e passano le Alpi, i primi di Settembre.

Theophano, una bizantina,  come si trova a corte con i Sassoni?

Inizialmente non si trova  bene, finché non si adegua all’ignoranza e al carattere militaresco dei sudditi e alla invadenza della regina Adelaide di Borgogna, sua suocera, madre di suo marito.

Lei è troppo altezzosa poiché ha ricevuto una perfetta educazione e vive secondo il cerimoniale di corte bizantino, mentre in Germania tutto è  atto militaresco, cameratesco, informale: lei alterna latino  e greco, disdegna il sassone  e il franco e di solito è muta  di fronte all’imperatore, suo marito, e   risulta  chiusa e  fredda verso tutti.

Eppure già sono nate le prime due figlie, Adelaide e Sophia: La donna sente l’ostilità della corte  ed ancora di più si chiude  tra i le sue dame e i suoi  maestri bizantini.

Ora comunica poco anche col marito, impegnato nella politica interna a limitare il potere del cugino Enrico il litigioso  e a combattere  su due fronti, uno  contro gli Slavi e contro il re di Danimarca Harald I, l’altro contro il re di Francia, che gli contesta il dominio sulla Lorena.

Theophano è  esclusa dalla direzione  militare, anche se partecipa alle imprese, stando segregata nella sua tenda con le sue dame, coi suoi cortigiani e guardie,  per volontà del consilium principis.

Cosa è il consilium principis?

Sono i feudatari maggiori che accompagnano l’imperatore nelle imprese e combattono, cavalcando al suo fianco,  in quanto consiglieri nelle strategie  militari.

Theophano e suoi consiglieri bizantini non hanno voce  nel comando delle azioni di guerra, anche  durante la campagna di Italia del 98O-983.

La  spedizione inizia quando già  Theophano ha avuto la terza figlia ed è incinta di Ottone III: l’imperatore conduce con sé la moglie con l’incarico di trattare coi parenti bizantini  e per concordare un’azione comune contro gli arabi di Sicilia, mentre lui in persona ha fatto trattati con i duchi longobardi.

Nonno, è uno grande scontro? e chi vince?

Lo scontro  definitivo tra l’imperatore e l’emiro di Sicilia  Abu  Al Qasim,- dopo un  vano colloquio tra l’arabo e Ottone con Theofano interprete – avviene a Stilo (località vicina a  Capo Colonna) il 14  luglio del 982.

La cavalleria sassone e  quella degli alleati sconfiggono  le  truppe di Al Qasim, che muore in combattimento, ma i musulmani, pur senza guida,  continuano a combattere infliggendo molte perdite al nemico, per cui Ottone è costretto a ritirarsi.

Il sovrano si accontenta di una nominale vittoria, inutile, ai fini politici,  non avendo avuto il necessario supporto  navale bizantino, lasciando in sospeso  la situazione meridionale

Cosa fa, poi, Ottone II?

Fa una marcia verso il Nord, seguendo due percorsi, uno con l’esercito che risale lungo l’Adriatico dalla penisola salentina, che trascura  di passare per Roma, allora lacerata da lotte popolari, l’altro con la comitiva della moglie, protetta dal duca di Benevento e di Spoleto, attraversa i territori, ai piedi dell’Appennino, e, superato il Tronto, passa per il Piceno  per dirigersi verso Verona, luogo di convegno, dove Ottone indice una dieta.

Cosa  significa  dieta?

Mattia , dieta  indica il dies /giorno stabilito  per un’assemblea plenaria imperiale indetta dall’imperatore.  Si tratta, perciò, di una riunione dei principi più importanti dell’impero, che  procedono  all’elezione imperiale  o  deliberano per questioni amministrative o problemi  giuridici, come  organo giurisdizionale ed esecutivo.

Nella dieta Ottone II fa acclamare suo figlio, ancora treenne, imperatore dai nobili di Germania e lo fa scortare, insieme alla sua intera famiglia in patria, mentre lui  ridiscende verso Roma seguiti dai duchi longobardi  e i migliori cavalieri sassoni.

La città eterna è in subbuglio, a seguito delle lotte familiari per il pontificato conteso:  l’imperatore si ammala di malaria e muore  il 7 dicembre del 983, ed è sepolto  a Roma, unico fra tutti gli imperatori , per volontà espressa di Thephano, che, poco dopo elegge Giovanni XIV un filoimperiale, ostile alla famiglia  Crescenzi.

Dopo la morte del marito cosa fa Theophano?

Fa l’imperatrice, anche se ora deve mediare abilmente tra le varie correnti contendenti  germaniche  e deve attirare  dalla sua parte  la suocera  Adelaide per vincere la resistenza di Enrico il litigioso, facendo il compromesso di una condivisione di potere,  nella gestione dell’impero.

I suoi sette anni di potere dal 984 al 991 sono celebrati come una fioritura letteraria e  come  pacificazione generale per la costituzione di un Impero Rinnovato  Unitario.

La bizantina per prima cosa regola il potere papale, sottomesso alla sua volontà e al suo arbitrio, coma basilissa  capo del rito religioso, sicura che il clero deve dipendere dall’imperatore per qualsiasi nomina ecclesiastica.

Ella adotta il sistema bizantino: come in Oriente il patriarca di Costantinopoli, prima autorità ecclesiastica,  è  eletto dal Basileus, così nell’Impero Germanico il papa  di Roma, seconda  autorità nell’Impero romano dal periodo di Teodosio, deve  ricevere il titolo dall’imperatore!.

In politica interna, quindi,diffonde una nuova cultura, basata sulla philanthropia /humanitas  imperiale  che viene propagandata specialmente da Gelberto d’Aurillac  e da Bernoaldo di Hildesheim  per tutto l’Occidente, diffusa in lingua latina, mentre a corte  sono imposte lingua greca e lingua latina.

La corte si ingentilisce per la nuova cultura, che va sorgendo e che si configura come Renovatio Imperii, come una rinascita dell’impero.

In politica estera  Theophano  predilige l’ eirenh Pax/pace, imposta con le armi al re di Danimarca e ai Bulgari, dopo un trattato di summachia/alleanza militare con Alessio II  bulgaroctono /Uccisore di bulgari, con cui, nonostante la parentela, ha rapporti, ambigui, a causa di  congiure, fatte contro il Basileus  da parte dei suoi famigliari .

Muore di  malattia nel 991 ed Adelaide prende la reggenza dell’impero fino al 996, anno in cui Ottone III raggiunge la maggiore età.

Beroso e Flavio

In ricordo di Elio Galanti, mio amico, uomo di divina allegria e di grande animo,  un pediatra di rara simpatia e perizia tecnica, un professionista sicuro  nel rapporto coi  genitori e con  gli altri  dottori, un giocoliere, amato dai bambini.

An ti pracshis kalon metà ponou, o men ponos oikhetai, to de kalon menei, an ti poihshis aiskhron metà hdonhs, to men edu  oikhetai, to de aiskhron menei/qualora tu faccia qualcosa di bello  con fatica, la fatica se ne va, mentre il bello resta,  qualora tu faccia qualcosa di vergognoso con piacere, il dolce se ne va, mentre resta la vergogna.  Musonio

 

Flavio, trattando del diluvio e dell’arca di Noè, fa menzione di Beroso, del quale parla nel I libro  di Antichità Giudaiche, I,  146-148, dove  si tratta  della stirpe di Arfacsad, che genera Salah   che genera Eber, da cui Faleg, da cui  Reu , da cui  Serug , da cui Nahor , il cui figlio  Terah  genera   Abramo, Nahor e Aran, uomini della decima generazione dopo il diluvio.  Morto Aran, Abramo  ne adotta il figlio Loth e sposa la figlia Sara, mentre Nahor sposa l’altra figlia  Milka. 

Beroso, professore,  fa storia mediante genealogie e Flavio, che segue la Bibbia, fa la medesima cosa?

Flavio, Marco, segue la genealogia biblica/ Toledoth di Beroso, che legge ancora i testi cuneiformi assiri, in cui c’è l’eredità astronomico -astrologica babilonese, con sottesa la concezione dell‘unicità di un creatore.

Beroso, infatti, senza citare il  nome di Abramo  ( Ant. Giud.,I,158) ne fa menzione:  nella decima generazione dopo il diluvio vi fu tra i Caldei  un uomo, giusto e grande, espertissimo nelle cose celesti. 

Flavio imita il modo di narrare di Beroso, traducendo anche lui dai testi dei padri , e quindi dall’ aramaico,  mentre l’altro dal cuneiforme  accadico-assiro (Ant giud X,218): nessuno mi incarichi di riferire  nella mia opera qualche evento così come io l’ ho trovato  nei libri antichi,  perché proprio agli inizi della mia Storia (giudaica)  mi sono schermito da coloro  che possono trovare mancante la mia narrazione o scorgere in essa qualche errore  ed affermai che sto traducendo solo i libri ebrei  in lingua greca   promettendo di riportarne  il contenuto, senza nulla aggiungere  di proprio alla narrazione,  né omettere alcunché  del loro contenuto.

Professore, chi è  Beroso?

E’ uno scrittore babilonese del periodo di Antioco I,  a cui dedica il suo libro,   vivente ancora a  Antiochia,  e fondatore di una scuola di astronomia a Cos. Ne ho parlato nelle note al I libro di Antichità Giudaiche. E’ un autore che fiorisce  nei primi decenni del III secolo a C.

Quasi tre secoli prima di Giuseppe Flavio?

Circa. Marco.

E’ un  lettore di storia che deve fare una sintesi di oltre 2000 anni per adattare la sua cultura a quella achemenide e seleucide dell’impero macedonico-persiano, universale  di Siria, trattando specificamente dell’impero assiro-babilonese.

Essendo  sacerdote,  astronomo ed astrologo, probabilmente discendente di una di quelle famiglie sacerdotali caldaiche,  incaricate di studiare il cielo notte e giorno già dagli assiri, poi dagli Achemenidi ed infine dai Seleucidi, è scrittore ancora  capace di leggere  il cuneiforme assiro di cui parlo in De Kosmogonia.

E’ autore serio,  citato da Vitruvio  De architettura IX 6,2 e da Plinio, Nat Hist. VII,12.

Allora ha un grande valore storico?

Certo.

Prima di  parlare del valore  dello storico, comunque,  devo aggiungere che  gli amanuensi cristiani, nel ricopiare il testo di Flavio, talora omettono le citazioni  dirette di  Beroso – Cfr. M. Jursa,  I babilonesi, Il Mulino 2007-.

Ad esempio, su Sennacherib  dopo il racconto di Erodoto, Flavio dice: come abbia regnato sugli assiri ed abbia diretta  una spedizione  contro tutta l’Asia e  L’Egitto ( Ant. Giud., X,20), Beroso scrive come segue… manca  il testo del babilonese che ne parlava forse nel II libro !

Strano! professore.

Comunque, noi  sappiamo qualcosa  di Ta  Babulioonikà  del babilonese Bel.usur ( Bel, proteggi), chiamato in greco  Bhroossos o Bhrosos,  sacerdote astronomo, celebre ancora tra i cristiani mesopotamici nel II secolo dopo Cristo, in eta antonina.

Devo pensare, professore, che l’ opera di Beroso è rimasta integra fino almeno al  II secolo d.C. e che poi è stata trascurata dai copisti christianoi  alessandrini,  intenzionati ad  oscurare  la tradizione mesopotamica,  come già  si stava facendo anche  con quella  egizia di Manetone, scrittore di Ta Aiguptiakà, vissuto sotto Tolomeo Soter  e  Tolomeo Filadelfo, a noi noto grazie ad un’ Epitome  successiva?.

Forse. Non so.

Beroso, con la sua opera,  comunque, nel contesto ellenistico, dominato dalla koinè dialektos e quindi dalla cultura greco-macedone, ben connessa con la cultura medico-persiana, rivendica la superiorità culturale babilonese, erede della tradizione più che bimillenaria  mesopotamica,  accadico-sumerica, non certamente inferiore astronomicamente a quella  pure millenaria egizia.

Beroso e  Manetone, come sacerdoti, avevano trasmesso in greco la loro cultura, scritta in cuneiforme e in geroglifico, mediante documenti, per mostrare  le loro Antichità, evidenziando la peculiarità religiosa, connessa con la Creazione del mondo  grazie alla loro osservazione astronomica e ai muthoi astrologici.

Beroso, poi, aveva mostrato anche in cuneiforme  il diluvio universale, unico a noi giunto, oltre quello biblico, col poema di Gilgamesch, direttamente, in quanto la lineare B, antenata del greco , non ci ha tramandato neppure lo tsunami di Thera,  anche se il poema omerico ha nel XII libro dell’Iliade un  qualche rimasuglio di un diluvio, di cui ci sono echi anche in Manetone e in scrittori greci.

Gli scritti dei due autori sono espressione di  una cultura  astronomica  comune –  di cui i Greci si appropriano con Ecateo e con Erodoto  e quindi rielaborano  culturalmente  solo il senso e l’ originalità di episodi arcaici, mitici  – che evidenzia la genesi del mondo, oltre la narrazione agricola di Esiodo in Theogonia.

Beroso e Manetone,   invece, sono i primi a parlare di un diluvio, di dinastie antiche,  dell’esistenza di mostri,  di  uomini-pesce. di  giganti, di uomini divini,  rivelando un muthos  di Dei sooteres, di  Dei risorti e di una perpetuità di vita, intesa come naturale avvicendamento di vita -morte.

Tutto un mondo gigantesco antidiluviano è mostrato da Beroso   su cui archeologi come Leonard Woolley,  che scopre i cimiteri reali di Ur (2400 a C.), cerca di rilevare la popolazione  e sistemi di vita organizzati.

Ho già letto quanto lei ha scritto in Creazione del  mondo Forse è bene qui riepilogarlo.

Certo, Marco

Ecco il succo di quanto ho scritto precedentemente.

L’ infinita documentazione di tavolette, riordinate dal periodo di Sargon II (722-704 a. C.) e di Sennacherib (704-681a.C.)  disseminati nei  musei  delle grandi città europee ed americane è un patrimonio di immenso valore, oggi, abbastanza conosciuto e di grande utilità, specie se comparato con gli altri patrimoni astronomici ed astrologici di altre culture, seppure venate da forme religiose.
Sono queste tavolette, trovate a Ninive e specie Kuynjik ( Cfr  R.F.  Harper, Assyrian and Babylonian literature , Londra 1901; Simo Parpola,   Letters from assyrian scholars to the Kings Esarhaddon and Assurbanipal, Eisenbrauns, 2007)  rendiconti quasi giornalieri dell’andamento degli astri, durante il giorno e durante la notte, inviati da  incaricati dal sovrano di leggere ciò che, scritto nel cielo, poi si verifica sulla terra, ineluttabilmente.
La funzione dei vedici non doveva essere diversa da quella sumerica, accadica ed assira se gli astrologi di  Assarhaddon (681-669) e di Assurbanipal (668-631) dànno un ‘idea della conoscenza  astrologica e della sua influenza sul destino umano secondo le concezioni  religiose: moralitas e sapienza astrologica  diventano espressione di un retto vivere e di un saggio operare di re e di sacerdoti, legislatori  che dal cielo traggono le regole per una positiva vita sulla terra.
Ora sia per i vedici che per gli assiri conformarsi ai voleri celesti è la massima legge di questa ricerca esplorativa astronomica che diventa divinazione, che comporta  una serie di formazioni di collegi sacerdotali, abili ad esplorare il volere del cielo, del Dio celeste.
Sacerdoti, magi e legislatori  profetici, assumono, perciò, valore immenso nell’ antichità.
Ora la scuola vedica, quella caldaica ed egizia sembrano aver dominato la scena delle osservazioni  celesti ed aver influenzato in vario modo sia  la speculazione  zoroastriana,  che quella giudaica  e poi greca.
Sulla base di tale osservazione celeste deriva la normativa per l’uomo, la legge, e, quindi, la morale umana: i re mesopotamici, persiani, i comandanti greci e romani, basileis ellenistici timorosi del cielo e di Dio, fanno leggere il cielo per conformarsi al volere divino, convinti che gli astri siano esseri viventi  che, con la  loro razionale disposizione ed armonia,  influenzano la vita sulla terra.
Perciò ogni uomo, dotato di potere politico prima di ogni azione interroga la classe sacerdotale scriba e magica, in quanto capace di osservare il cielo e quindi di profetizzare, ed agisce in conformità delle risposte: guerra e pace, vita o morte  dei sudditi, politica conservatrice o innovatrice  sono legati alla interpretazione dei segni celesti e poi dei segni scritti della Legge, fissate da legislatori, anche loro  dotati di potere ermeneutico celeste.
La pietas dei re e dei capi militari era segno della loro  elezione divina e del loro potere sugli altri, del loro radioso destino ...

Ora , professore, mi sembra più  chiaro  il pensiero di Beroso e Flavio.

Essi, secondo me,  mostrano una theoria, di derivazione sumerica, naturalistica, immanente, di cui è espressione la festa del Capodanno, con la ierogamia di due dei, che  è connessa con quella regale in modo da sottendere la sincresi tra il piano divino e quello umano, che ne è la la figurazione concreta terrena  in quanto  il sovrano è rappresentante del dio.

Contemporaneamente, però, i due  ne mostrano un’altra di derivazione semitica accadica,  fusasi con quella egizia,  che si basa sull’ideologia  di una materia terrena, instabile connessa col divenire,  opera di un dio che si colloca  al di fuori del mondo, in una personalizzazione  dell’assoluto che comporta antropomorfismo, con distinzione tra bene e male, lotta eterna dei principi,  in attesa dell’arrivo di un soter.

Insomma sembra che non sia sumerica la creazione di un Dio  Pater e poihths, ma è accadico ed egizio: risulta allora che  da qui derivi lo zoroastrismo  col suo dualismo che sottende soteriologia ed escatologia, e  che, quindi, anticipa giudaismo  cristianesimo.

Mi piace mostrare come  la cultura arcaica, mesopotamica -confluente nella figura di  Abramo  e di  Isacco e di Giacobbe  e i suoi figli  e nipoti  tutti di formazione mesopotamica, anche dopo la migrazione a Canaan, trasmigrati In Egitto, dove acquisiscono un’altra cultura  connessa, col culto di Amon / ra,-sia divenuta  altra religione, a seguito della riforma atoniana, destinata a precisarsi come giudaica, a cominciare da Esdra.

Tutto questo assetto culturale  sincretico, a contatto con la cultura, prima, persiana e poi greca, crea un popolo di philisophoi che si afferma come giudaico come  risultanza  complessa storica di due regni quello di Israele e quello di Giuda, nati dalla disgregazione del Malkuth davidico,   a seguito dei regni di Salomone e Roboamo, che ne rompono l’unità tribale.

Secondo Martin Hengel (Giudaismo ed ellenismo, Paideia 1988) tale cultura ha  massimi rappresentanti in Qohelet e nel Siracide  concordi nel dare rilievo al caso / migreh e ai  propugnatori  del kairos/ tempo in quanto ciò che accade è bene  perché ordinato all’interno dell’immutabile flusso di tempo di Dio.

Il giudaismo, maturato nel tempo di passaggio dal regno persiano 535-331 a quello macedonico   e distintosi in due  partes, una aramaica ed una  greco-ellenistica,   nella lotta contro l’impero seleucide (298-167), per la propria autonomia costituzionale,  per entrare in crisi, infine,  dopo la sua affermazione come popolo aramaico  che si oppone  nel corso di due secoli  per la propria sopravvivenza contro l’impero romano,  per  mantenere integra ed indenne la sua cultura, concedendo anche ad una sua  radice di  completare la stessa visione del mondo,  in nome dell’unicità di Dio e di un sacerdotium e  di un regnum, in cui il cristianesimo diventa assertore successivamente con la forza  di una fusione tra  chiesa cattolica e militarismo costantiniano e teodosiano.

Mi sembra, comunque, che il sacerdote Flavio  sappia leggere nella cultura ebraica  le tracce della tradizione  mesopotamica sumerico- accadica ed assiro -babilonese oltre che persiana e macedonica, grazie alla lezione di Beroso.

Perciò si può dire con Alfred Jeremias (Handbouch der altorientalischen Geisteskultur, Berlino 1929) non solo che  il problema sumerico si dimostra  sempre più  come il problema più importante di ogni altro nella storia  del pensiero umano, ma anche  che la radice di Abramo con la sua figura di patriarca  è  basilare per il monoteismo dell’ebraismo  e quindi anche per la prima propaggine del cristianesimo e per la seconda propaggine dell’Islamismo.

Flavio, che cita Beroso, può essere scomodo alla tradizione  ebraica, cristiana ed islamica in quanto  rivela un mondo ancora da scoprire quello sumerico -accadico,- di cui si hanno  tardive volgarizzazioni, di età assiro babilonese ed achemenide- fondamentale per il monoteismo!.

Beroso, infatti, congiunge tutta questa tradizione mitico-religiosa  con quella ellenistica, in cui cerca un proprio spazio   sacerdotale.

La citazione di Flavio in  Antichità Giudaiche  I ,93  a proposito del diluvio e dell’arca  di Noè  risulta esplicita testimonianza che precede la Bibbia: qualche parte della barca è  in Armenia  sul Carduaio  monte del  Kurdistan  irakeno  ed alcuni portano di quel bitume in giro e ne fanno uso come talismano. Anche Flavio  si rifà a Beroso, collettore caldaico,  circa la longevità dei patriarchi calcolata secondo cicli di 60, 600 (grande anno), 3600 ( ibidem, 102)., e circa il re babilonese Balada ( Merodach Baladan)  attivo nell’epoca di Isaia , X,35.

Se ci fosse rimasta l’opera  completa di Beroso, avremmo potuto  rilevare  i rapporti e le relazioni tra la  cultura di Esra  e quella coeva sia persiana che caldaica, sicuramente espressa dall’astronomo babilonese.

La storia non si fa con i se e, perciò, noi possiamo dire solo quanto ci rimane di Beroso che è poca cosa, sufficiente, però, a mostrarci la dipendenza ebraica dalla cultura mesopotamica e specificamente caldaica.

Si sa che  Ta Babulioonika  è opera composta di tre libri, in cui l’autore aveva mostrato la storia  nel I  libro  Sumerico-accadica  nel II  quella Assiro -Babilonese, per trattare nel III  degli Achemenidi fino a  Dario III e poi fino ai Seleucidi, successori di Alessandro Magno,

Sono tanti  gli oltre seicento anni di  storia, professore, collegati con quello del Regno di Israele e di quello di Giuda, ambedue distrutti, il primo da Sargon  II e il secondo da Nabucadrezar!

Uno che scrive di questi argomenti non può non essere formativo specie per i giudei, tornati da Babilonia,  ancora alla ricerca, prima  di una propria identità nazionale  sotto i Persiani e poi di una autonomia sotto i Seleucidi.

Perciò, le chiedo, professore, cosa può aver imparato da uno come Beroso, l’autore di Antichità giudaiche?.

Secondo me   Flavio  come  Beroso  può avere fatto  un  progetto apologetico in modo da inserire l’antichità giudaica nel tessuto culturale di quella  romano- ellenistica, tanto da dare una funzione  tipica  ad un popolo vinto, ma non domo,dopo la distruzione del Tempio, nel tentativo di mantenere la doppia anima dell’ebreo, mesopotamica da una parte e ellenistica da un’altra.

E come il babilonese con  i  greci seleucidi, pur mostrando la tipicità e straordinarietà  della propria  cultura  astronomica caldaica,  si era  inserito nel sistema plurinazionale  siriaco, così Flavio cerca di evidenziare la pietas di un popolo di philosophoi   desideroso di integrazione secondo i moduli delle altre gentes che costituiscono il corpus armonico dello stato romano, conscio, però, di far parte del kosmos romano-ellenistico  senza più la superbia sacerdotale.

E’ forse un disegno di un idealista, che deve confrontarsi con la realtà dell’imperium flavio!

Sembra, comunque  che  la funzione di Beroso sacerdotale e astronomica  possa essere stata esemplare  in quanto come scriba nutrito dalle culture assiro babilonesi e persiane, ha successo  presso basileis macedoni, che tendono ad una basileia ecumenica. I Seleucidi  e prima e dopo Antioco III  aspirano  ad  un sovrano divinizzato, che tenga unite le varie gentes che popolano la chora siriaca,  il cui territorio  va dal Mediterraneo al’India!

Perciò la dihghsis di Beroso è  come quella dei padri che  inviavano messaggi continui al sovrano assiro e babilonese  facendo relazione  scientifica di quanto avevano  osservato nel cielo e nei cieli in modo  da essere  utili ai fini di un  governo  pacifico  regio, quasi ad anticipare i mali che prima si manifestano in alto per poi calarsi in basso : l’alto dei cieli e la terra sono un unicum per il babilonese e per l’ebreo! 

Quella di Beroso doveva essere una prosa senza encomi  e senza menzogna, basata su arta/la verità, in un impegno scientifico a leggere  i messaggi celesti per l’incolumità del sovrano!.

Quella di Flavio  unisce  certamente cielo e terra   secondo la pronoia divina  che attua  la sua oikonomia  secondo piani imperscrutabili, eterni.

Berosso,  indagando sulle fasi lunari, sui movimenti celesti, sui monsoni e sulla varietà climatica dà consigli utili  per gli agricoltori e per i marinai  e sembra che riprenda la cultura sumerico-accadica ai fini del benessere di un uomo celeste, il sovrano, che è mediatore tra cielo e terra.

Beroso tratta anche  della festa delle Sacee, celebrata ogni anno a Babilonia, simile a Roma  a quella dei saturnalia, che durava per cinque giorni: un prigioniero, condannato a morte, era vestito da re, assiso sul trono del re, e rivestito del potere regale  aveva   licenza di divertirsi in qualunque maniera gli piacesse;.alla fine dei cinque giorni di festa,  veniva spogliato delle sue vesti regali, flagellato, e impiccato o impalato.

Per Beroso tale consuetudine  derivava dal sistema di indagine celeste  dei magi che vedendo l’ incontro di costellazioni o eventi celesti nuovi  rilevanti lutti ,  avvertivano il sovrano che provvedeva ad eleggere un altro re destinato a subire quanto di nefasto era già scritto nel cielo!

Dal testo di Flavio si  evince, professore,   una reale adesione al pensiero dell’astronomo, anche se vi sono segni  di una conoscenza dei riti e costumi caldaici?

Per me, Marco, non è certo che Flavio abbia  totalmente seguito l’opera di Beroso o se l’ha seguita,  non possiamo misurarne il rilievo a causa della mancanza dei libri  del babilonese.

Il testo in nostro possesso, quello sul sogno di Nabucadrezar  e della interpretazione di Daniele, indica, comunque,  che l’ebreo  essendo amico dei magi caldaici  non vuole la loro rovina, e che anzi ci sia loro legato dalla  comune catena dell’esplorazione celeste.

La citazione di Flavio su Beros , quindi, conferma una certa  comunione di intenti (X, 219-226) ed una medesima ideologia  nel mostrare una grande statua in piedi  destinata alla distruzione  il cui capo era d’ oro, le spalle di argento, le braccia il ventre e le cosce  di bronzo, le gambe e i piedi di ferro… nel constatarne la  frammentarizzazione a causa di  una pietra  che, staccatasi da una montagna, corse  contro la statua e l’atterrò  facendola a pezzi  e non lasciando  integra alcuna parte,  riducendo bronzo e ferro in polvere più sottile della farina…nel seguire il soffio di un forte vento che la disperse qua e là!

Ancora di più  è simile la conclusione, secondo vaticinio!: la pietra, invece, si ingrandì  tanto che pareva  riempire tutto il luogo/ ton de lithon aukshsai  tosoutoon  oos apasan  up’autou touton echei ton tropon.

Il sistema allegorico  è comune ad entrambi e la pietra  diventa simbolo anche  per i cristiani, i cui padri della chiesa  identificano la fine della  statua come fine di ogni potere umano, artificiale, ed in un’esaltazione del Lithos sulla materia e aurea, argentea, bronzea e ferrea.

Flavio, il sacerdote ebraico  gioca sul significato di ton Lithon (Ant. GIud.,  X, 210) :  invita i curiosi a leggere  il libro di Daniele nei Libri sacri  giudaici e a non chiedere a lui il significato: io non ritengo opportuno  riferirlo. Da me, infatti, ci si aspetta che scriva il passato e ciò che fu fatto e non il futuro/ edhloose kai peri tou lithou Dainhlos  tooi basilei  ta parelthonta kai ta gigenhmena suggraphein outè mellonta opheilonti.

Flavio segue il sistema allegorico filoniano, connesso con quello terapeutico ed essenico, di matrice caldaica!

Anche i terapeuti e gli esseni sono discepoli di Beroso!

Valore storico di Cronaca di Novalesa

Novalesa è un cenobio  imperiale, fondato da Abbone alle pendici del Moncenisio, un  franco  la cui contea ingloba una villa romana  di grandi proporzioni.

Esistono ancora in epoca franco-longobardico, professore, le ville romane? Si. Certo.

Per chi non sa, Marco, bisogna specificare che una villa romana,  in relazione alla estensione in iugeri.,  si definisce piccola, media o grande.

Quella piccola va da 125 iugeri a 1200; la media arriva fino a 5000-6000, la grande fino oltre 24000 : un iugero vale circa 1/4 di  ettaro (10.000 mt).

Perciò, una villa  piccola va da  32 ettari  a 300, la media  arriva fino a 1500 ettari, la grande supera  i  6000 ettari?

Si.  Queste sono le dimensioni.

Le ville romane  agricole  sono sparse in tutto l’impero romano sia di Occidente che di Oriente: quelle occidentali sono presenti in Africa,  nella penisola iberica, gallica, germanica,  britannica, italica, illirica, balcanica e marcano a macchia di leopardo   la  cultura di una agricoltura avanzata romana, sempre congiunta, anche in epoca medievale, con l’ impero Orientale, dove a Costantinopoli ancora esiste  il  legittimo Basileus catholikos, universale.

Specie, in epoca di Abbone,  quando la presenza imperiale bizantina è viva e potente, nonostante la perdita dell’esarcato di Ravenna,  quando ancora   neanche si  parla di fine dell’impero  di Occidente e tanto meno di una restitutio  imperiale .

L’ incoronazione  successiva di Carlo Magno ad opera di Leone III   come costituzione   di un Sacro Romano Impero (e quindi come  Sacro romano impero germanico), è costruzione  illegittima successiva, creata dalla propaganda della curia papale!.

Dunque, un conte franco Abbone residente in civitate secusina, in terra dicta viennensis, in ipsa valle  apud Novalesiam monasterium fundavit in honorem beati Petri ( cronaca di Novalesa, libro I, frammento IV,2).

In terra viennensi, nella valle dell’Isère,  Cesare non fondò Colonia Iulia Viennensis   là dove era la capitale degli Allobrogi?.

Ricordi bene.

Vienne è una colonia iulia, privilegiata dai giulio -claudi più di Lugdunum, dove era la zecca imperiale.

Vienne  ancora oggi porta impressi i segni del privilegium iulium in quanto Druso maior  visse nella zona con Antonia minor, secondogenita di Antonio triumviro,  e forse lì nacquero Germanico e  Livilla, mentre Claudio sembra nascere a Lugdnunum.

Il tempio di Augusto e di Livia, il Giardino di Cibele , il Circo, lo stesso Teatro sono  costruzioni datati tra la fine del I secolo av. C. e gli inizi del I secolo d.C.

Nella zona  sono inviati in esilio  dagli imperatori  elementi giuli /iulioi della famiglia erodia : è  esiliato  Vienne nel 6 d. c. da Augusto il re di Giudea Giulio Erode Archelao  e nel 38  d.C. sotto Caligola è confinato  anche il fratello Giulio Erode Antipa.

Ciò significa che lì c’era una colonia giudaica con esponenti dell famiglia giulia e che l’esilio  in terra gallica non era una grave punizione, se Erodiade volle condividere la sorte del marito, nonostante la sua non incriminazione  nel  suo processo a Roma.(Cfr A.Filipponi,  Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

E’ probabile che nella zona  già nel I secolo ci siano molti cives romani  ebraici, commercianti emporoi e nummularii, argentarii /trapezitai  e quindi  lì è  presente una sinanoga  o più).

Esiste in Gallia un vero culto monoteistico, ebraico, cui, in seguito si aggiunge una colonia christiana.

Sia a Lione -dove  in epoca di Marco Aurelio  è attivo  come episkopos un orientale , Ireneo di Smirne , scrittore di Adversus Haereses  e Demonstratio apostolicae praedicationis – che a Vienne sono attestati christianoi ed  ebrei, che si servono della stessa sinagoga inizialmente e poi  sotto gli Antonini, si dividono in quanto i secondi sono perseguitati e i primi  risultano di norma  non inquisiti o lasciati  relativamente in pace, a meno che non vi siano tafferugli dovuti a furore popolare anticristiano  in una zona dove la maggioranza è di lingua greca.

La sede episcopale di Vienne  sembra avere maggiore rilievo  di quella di Lione, pur celebrata per i suoi  martiri,   fino al 476 ed anche dopo  nel Medioevo.

Io ricordo, professore,  che il  valore  di Vienne in Gallia  è crescente  anche per la gloria dei monaci di Novalesa perfino dopo la distruzione del monastero ad opera dei Saraceni!

Infatti,  Marco ,  è patria  di Eugenio II alla fine del XII secolo e nel 1311-12 è sede di un Concilio universale /Catholikos.

Comunque, in epoca merovingia, la formazione del monastero avviene a suffragio dell’anima dei  genitori  e in memoria del figlio  morto, quando già esiste la legenda di Vualtharius/Gualtiero (II,7-12) 

Abbone stabilisce inoltre  che census, qui deinceps a Gallia Romam portabatur, ibi portaretur.

infine Abbone  fecit testamentum, quod Valchino archiepiscopo  Ebredunensi, cuius nepos ipse fuerat, conscribi, fecit  et per Ludebertum clericum scribi./ fece testamento, che fece sottoscrivere dall’arcivescovo  Walcuno di Embrun  di cui era nipote,  scritto dal chierico Ludeberto.( ibidem, frammento IV Libro in Cronaca di Navalesa  a cura di G.C. Alessio,  Giulio Einaudi editore, 1982)

Al di là della  difficile identificazione di Walcuno col vescovo di Torino, sede  lontana e non franca ma longobardica,   la ricchezza della villa  romana sotto un arcivescovo è segno che   già da secoli per editto  di Costantino in Occidente vige l’episcopale  iudicium  che comporta anche l’auctoritas su  altri vescovi sotto la propria giurisdizione,  oltre che sul clero di Vienne e di  Maurienne.

Abbone, che  fa un’azione come quella di Vespasiano  con i Giudei, a cui viene imposto di pagare la doppia dracma non più al tempo distrutto ma al fisco imperiale, è dominus  assoluto di una zona romana, da cui esige tributo.

Il fondatore di Novalesa, con l’istituzione del monastero  non  invia a Roma il censo che viene dalla Gallia, ma trattiene il denaro  non riconoscendo l‘auctoritas romana.

In questo modo arricchisce il monasteriolum  originario che diventa  una  proprietà fondiaria,  di grandi dimensioni. Siamo in epoca ancora  merovingia.  Infatti dopo aver indicato la data del 30 gennaio del 726  e il nome del primo abate, Godone,  Abbone, come Carlomanno  e poi Rachis,  abbandona la vita  da militare per diventare monaco.

E’ dunque un  modo proprio dell’ottavo secolo sia franco  (merovingio e carolingio) che longobardico, ripreso dal costume bizantino coevo, di monacarsi da parte di uomini di alta nobiltà (Cfr. Il monastero, centro di Potere  ausiliario con Rachis e Carlomanno, fratello di Pipino il Breve).

Il fenomeno, professore, diventa usanza  tra   tra i conti merovingi  e poi  i duchi longobardi e  poi tra i nobili carolingi, tra le popolazioni germaniche,  quasi una moda arimannica?

Marco, ad ogni insuccesso militare, c’ è di solito un ritiro in convento con cedimento dell’auctoritas al fratello minore!.

Al di là di questo  che può indicare una nausea  degli individui e una crisi del sistema militaristico,  il monastero svolge una sua funzione colonizzatrice  in quanto è punto di incontro di abati e  monaci -che amministrano il fondo- di milites che lo difendono e  di vulgus popolo, cui è affidata la gestione reale e la lavorazione dell‘ager publicus  con conseguenti munera ed officia.

Necessita, quindi, la presenza di atti fondativi precisi con documenti  al di là delle memoria popolare per la legittimazione delle proprietà di fronte ad altre fonti di potere, specie quelle episcopali.

Proprio per questa necessità  la historia e il muthos si  fondono  e creano  una legenda, tutta da verificare.

A proposito,  Alessio nell’introduzione di Cronaca : scrive  che è il risultato del gioco tra la traccia più debole del ricordo storico e il lavoro della pura fantasia.

Egli precisa  che chi narra  sull’abbazia di Novalesa  è mitico nel giostrare  tra elemento storico e quello fantastico  anche quando recupera  la tradizione  merovingia   e quando  aggiunge la notizia romana neroniana  con la memoria del beato Pietro  e quella di Teodorico .

Leggi, Marco,  con me, la notizia di Pietro (S. Pietro, Shimon Kefa!) in terra gallica:   S. Petrus … certe , ut habemus ex Cronacis Novalicensis  antiquissimi  monasterii, eum ad Alpes, usque Secusiam ad Novalitiam pervenit,  ut plus ultra  pergeret, nisi inceptum iter abrupisset, quantocyus  revocatus a fratribus  ob alterius  Simonis, nempe Magi, seductionem, maximo in discrimine  versantibus  / Certamente S. Pietro, come apprendiamo  dalle cronache dell’antichissimo  monastero novaliciense, quando giunse alle Alpi di Susa e poi alla Novalesa, più oltre  si sarebbe spinto se non avesse dovuto interrompere il suo cammino,  richiamato il più presto  dalla comunità cristiana,  che a Roma  era in gravissimo pericolo  a causa delle frodi  dell’altro Simone,  naturalmente, il Mago.

La notizia di S. Pietro  che va verso Vienne e   che è richiamato dalla comunità romana sottende un viaggio  di andata e ritorno  che  in età neroniana  richiede più di un anno di cammino!?

Leggi questa altra notizia su Teodorico  che il cronista  confonde con omonimi merovingi e che ritiene contemporaneo di S. Colombano, che non è ancora nato quando lui muore!.

Professore so che Teodorico è morto il 526 . Ma chi è S. Colombano?

E’ un irlandese, nato a West Leinster nel 543, monaco a lungo a Bangor. Passato in Francia  nel 588,  si stabilisce  in Borgogna col favore di  re Gundramo che gli concede un luogo dove essere eremita.

Andatosene perché seguito da troppi monaci, fonda Luxeuil e poi Fontenay , avendo un modo di gestire  la pietas diverso da quello episcopale . Trovatosi in contrasto col potere  giudiziale vescovile e con quello di Brunechilde,  è  dalla regina arrestato e rinviato in Irlanda.

In questa fase riesce a fuggire e pellegrino giunge a Milano dove,  accolto dalla regina Teodolinda  e da  Re Agilulfo nel 612, può fondare Bobbio col favore regio.

Lei, professore, mi vuol dire che la Cronaca non  dà notizie storiche e chi scrive o non ha notizie o le confonde!

Marco,  io ti scrivo  solo quanto leggo: Et cum Theodericus, non rex Francorum,  sed filius reginae Brunchildis, que beatum a Luxorio  expulit Colombanum, sed ille rex Gotthorum qui occidit  duos senatores praeclaros  et exconsules  Simachum et Boetium, qui 98 die  postquam papa Johannes  defunctus est, subito mortuus est  et Rome impeditus intrare Constantinopolim  venit et  a Zenone  imperatore  honorifice susceptus et ei statuam auream  equestrem fecit  et eum Regem Italie constituit  et venit et pugnavit  apud Veronam et  Ravenne eum occidit et rex factus; et quinto anno regni sui Abbo  construxit  monasterium Novalici. Godonem  abbatem constituit/ era allora re Teoderico, ma non il Franco, figlio della regina Brunechilde, che caccio da Lexeuil  il beato Colombano, ma quello  re dei Goti, che uccise due senatori  consolari illustri, Simmaco e Boezio, che morì improvvisamente novantotto giorni dopo la scomparsa  di papa Giovanni e che impedito di entrare in Roma, volse a Costantinopoli dove l’imperatore Zenone lo ricevette con ogni onore e gli eresse una statua aurea equestre e lo nominò re di Italia . Egli vi giunse  e combatté presso Verona ed uccise lui (Odoacre) e a Ravenna fu fatto re. Nel quinto anno del suo regno Abbone  costituì il Monastero di Novalicio. Vi pose come  abate  Godone. 

Marco, è chiaro che la Cronaca confonde e sbaglia  perché qui non si tratta né di Teoderico, nipote (non figlio ) di Brunechilde. né di Teoderico re dei Goti, ma  di un Teoderico IV re dal 721 al 737, che governa grazie a  Carlo Martello, che lo tira fuori dal convento di Chelles, dopo la morte di Chilperico II,  che non ha eredi.

Comunque,  involontariamente la Cronaca  dà notizie storiche circa la lotta  negli anni finali del regno di Teodorico, tra papato di Giovanni, un suddito filoimperiale,   dipendente dalla sede episcopale di Costantinopoli  e la potestas regia gotica, la cui auctoritas  deriva dall’ imperium   di Zenone, che ha nominato prima Teodorico suo patricius al posto di Odoacre, poi re.

C’è qui sottesa  la testimonianza che,  all’epoca teodericiana,   non c’è coscienza di una separazione con  frattura, né di fine di un impero Occidentale ma  di una presenza certa di un impero unitario romano  con sede a Costantinopoli, che  rivendica con Giustino e poi con Giustiniano  il possesso delle terre in mano di re  barbarici.

Professore, la cronaca di Novalesa è un documento,  da cui si può,  tra tanti miti,  rintracciare almeno qualcosa di storico!

Marco, se si cerca, alla fine qualcosa di positivo lo si trova sempre. Esiste positivo o negativo? La storia, come la vita, è un magma unicum indefinito, afunzionale, dove ribolle indistintamente ciò che diciamo male e ciò che consideriamo bene !

Ma è così davvero, Professore?

Marco   non so  veramente  nulla: anche se ottantenne, non so dire niente:  ho desiderio vivo di essere sempre  di più un vecchio-bambino delirante.

Riflessioni su un articolo di una mia collega cristiana

Perché, dopo anni, rifletto su un articolo di una collega christiana?

Il lavoro dello storico è come quello dell’investigatore (una specie di “Eremita” con una lanterna in mano) che istruisce un’indagine, partendo da ipotesi e si pone sulle tracce, in questo caso fredde di secoli, per trovare, interpretare e collegare “segni” da cui inferire, alla fine, una verità, laddove prima non c’era una certezza. Con questa idea della ricerca storica ho iniziato la lettura della I° parte dell’opera del Prof. Angelo Filipponi “GIUDAISMO ROMANO” ed ho trovato immediatamente una consonanza con la metafora della “torcia nella doppia grotta buia”, sia perché è un’immagine suggestiva che cattura subito il lettore e gli offre la possibilità di porsi lui stesso come compagno di viaggio investigativo insieme all’autore, anche lui con la sua torcia e la sua piccola luce nel buio da esplorare e, dunque, fonda un patto narrativo tra chi ha scritto e chiunque leggerà, sia perché spiega, con un’efficace immagine, tutto il nucleo del testo e, soprattutto, del lavoro che l’ha costituito.

In sostanza l’autore dice al lettore; “Cercavo di indagare su una cosa ed ecco che dal buio me ne viene fuori un’altra, ignorata e nascosta dal tempo. Ricostruivo il rapporto fra la Gens Giulio-Claudia e Gens-Erodia e, mentre indagavo sulla pars sacerdotale erodiana, ecco che è emersa, dall’oblio della storia, la pars popolare, piccolo sacerdotale, farisaica, zelotica, essenica ed integralista”.

Da qui il moltiplicarsi di tracciati; dal “gomitolo” storico emergono, la visione dei rapporti tra la stirpe di Erode e la politica Giulio-Claudia; il mondo giudaico-agricolo di lingua aramaica e quello ellenistico commerciale che parla greco; la belligeranza del giudaismo palestinese con la Romanitas e gli interessi commerciali della Romanitas con il giudaismo ellenistico e molto altro ancora, in una fitta trama di rapporti da cui prendono vita grandi figure storiche, ma anche, richiamata nel testo per passione conativa, la figura dell’autore.

Egli dissemina alcuni suoi momenti personali di una storia soggettiva, ben posteriore rispetto a quella di cui ha scritto e che è, comunque, contesta con quella. La storia, almeno per me, di una, “conversione rovesciata” (Dal Logos al logos) che però mi sembra lasciare aperta l’ipotesi di altre “caverne” possibili ed inesplorate, ipotesi suggestiva, su cui seriamente dovrebbe distendersi l’Epochè (sospensione del giudizio).

Giustamente il Prof. A. Filipponi ha parlato di un lavoro storico, non teologico.

Ho riportato quasi tutto l’articolo della collega,  che ho sempre stimato  e che ancora stimo per la sua umanità e maternità, per  la sua  professionalità e per la vita cristiana.

Ha colto davvero il senso della mia cinquantennale ricerca e della mia inadeguatezza nel lavoro di uomo, conscio dei suoi limiti, di persona che cerca e che trova sempre caverne inesplorate, man mano che si addentra nel sàpere.

Rita Borrello, la mia cara collega, veramente ha capito la conversione rovesciata di chi,  pur nutrito di cristianesimo,  rifiutata la pratica christiana dell‘agape,  come falsa religiosità, ha cercato  ed ha trovato una via contemplativa,  in una volontà di  allontanarsi  e separarsi dalla massa di fideles, catturata da secoli  dal clero e dall’Ecclesia, ormai non più capaci di orientamento, nonostante l’impostazione dogmatica conciliare.

La ricerca  secolare di beni materiali e terreni, propria della gerarchia cristiana, la demonicizzazione del sesso, – il vero motore della vita, l’ autentica anima  del creato-  la mistione di sacro e profano, di spirituale e di temporale, il muthos religioso, il formalismo sociale politico cattolico, la volontà di mantenere  analfabeti, irrazionali, anche le eccellenze  tramite il mysterium,  e   la costituzione dello Stato Vaticano, dopo il fallimentare Potere barbarico  del Patrimonium Sancti Petri e Pauli sono tappe  di un iter clericale, molto  dannoso per l’orientamento di una libera ed autonoma  coscienza umana.

La coscienza, infine, che in Cristo con Cristo e per Cristo  l’oikonomia divina  realizza la civitas terrena,  secondo il thelema  di Dio Pater in una terra,  pianeta centrale nell’universo galattico ed extragalattico,  in cui  L’UOMO è re, secondo logos, è  una pretesa ridicola, falsificata dall’astronomia, dalla fisica, dalla chimica.

La mia collega, unica fra tanti altri, ha capito il suo collega lavoratore, che nel lavoro continuato, senza affanni e senza ansie,  in un’alternanza  di manus e mens,  è giunto  a mostrare, con una methodos nuova,  che  è possibile conseguire uno stato  di vecchio-bambino, Cfr.Essere Neepios,  in cui si dissolvono le contraddizioni umane e naturali, e si  ha  un’armonia, scandita da un tempo divino,  anche se si  vive ancora nelle miserie terrene e familiari, come anticipo  di eternità.

Comunque, onore a Rita Borrello.

Una balena nel 548 d.C.

Oggi,  Marco, ti parlo del muthos della balena biblica, avendo trovato in uno storico, come Procopio,  l’episodio di una balena vera  nel Mare Nero all’epoca di Giustiniano.

A che mi serve, professore?

A niente, come ogni mio altro lavoro!. Può essere utile a capire forse come gli antichi  usano il Muthos, a  seconda dei tempi e come ogni popolo, in relazione alla propria tradizione,  si serva delle favole.

Un aramaico o un assiro  ha un suo modo di comunicare, un greco ellenistico un altro, un bizantino un altro ancora!

Come vuole, Professore, io ascolto  e cerco di capire.

Di una balena  parla  pure  la Bibbia :  conosci l ‘episodio di Giona,  famoso anche ai tempi di Cristo.?

Mi ricordo, ed una volta, anni fa,  lei mi ha dato anche una ricerca da fare.

Bene, Marco.E’ un racconto biblico,  ma  niente si sa del profeta.Non si conosce dove viva, né quando viva, anche  se  si sa  che vive prima della distruzione di Ninive, avvenuta nel 612 a.C…

Il profeta è un galileo, figlio di Amittai di Gad Hefer?

Forse. Alcuni ritengono che viva nel periodo di Geroboamo II (786-746 a C.) ma non si sa se sia  lo stesso personaggio: non sembra possibile una tale identificazione, in un’epoca troppo alta  (tra  Anadnirari III e  Tiglatpileser745-727): forse è da porre  tra Esharaddon e  Assurbanipal, morto nel 626, 14 anni prima della distruzione di Ninive!

Nessuno, comunque, professore,  conosce dove si trovi Giona  quando Dio gli ordina di predicare contro la città di Ninive?

Si parla, però, Marco, di una fuga a Tarsis, senza precisare la località di partenza!

Dove si trova Tarsis? E’una città?

Dove sia Tarsis   è ignoto.  A quale località corrisponda è ancora tutto da provare.

Così, comunque,  è scritto (Giona,1.2): Giona ! orsù vai  a Ninive  la grande città ed annuncia  ad essa che le loro malvagità sono ascese fino a me.

Secondo la Bibbia (Ibidem 3 ) , perciò, Giona si alzò, ma per rifugiarsi a Tarsis lontano dalla presenza di Dio.

Per un uomo del VII secolo a.C. non c’è luogo lontano da Dio, ma c’è la possibilità di allontanarsi dalla propria terra, dal Tempio,  da Gerusalemme, dai propri correligionari!

C’è la possibilità, professore, per un ebreo del Regno di Israele, (o di Giuda come noi pensiamo) di allontanarsi dalla patria  ormai sotto il dominio assiro, dai parenti, ma non dal proprio Dio,  onnipotente, onnisciente, che vede tutto? Si può ritenere  che Tarsis, lontana dalla sua patria, rifugio antico dei benianimiti, sia terra senza Dio, alla fine del VII secoloTarsis  è  una città marittima?! Dove  potrebbe essere situata?.

Marco, fai molte domande e non è facile rispondere.

La Bibbia con  Isaia ( 2.16 )- un profeta attivo sotto  Azaria, Jotam, Achaz, Ezechia, morto intorno al 689 – dice, dopo aver affermato che nel giorno del signore l’uomo sarà umiliato e ci sarà  la gloriosa maestà divina: il giorno di Jahve  Sebaot/ è contro ogni superbo ed altero/, contro ogni esaltato per umiliarlo/ contro tutti i cedri del Libano alti e  sublimi/ e contro tutte le querce di Basan, / e contro tutti gli eccelsi monti /e contro tutti i sublimi colli/e contro ogni alta torre / e contro ogni inaccessibile muro/e contro tutte le navi di Tarsis / e contro tutte le navi più belle…

Con Ezechiele – un  altro profeta   vissuto sotto Josia e Joakim,  deportato in Babilonia nel 598, quando già Ninive era stata distrutta da Ciassare e da Napopolasar  nel 612 – la Bibbia (27,26), in un’esaltazione dell’azione di Nabucodonosor,  che attacca Tiro, vista nella sua grandiosa attività commerciale  con tutte le sue dipendenze e cantata in modo funebre con un cantico (27.3-9), dice: La navi di Tarsis navigano per il tuo commercio, così divenisti ricca e gloriosa nel cuore dei mari.

La Tarsis dei due profeti non dovrebbe essere lontana da Tiro: Tarso di Cilicia sembra poter essere la città biblica lungo il Cidno  con navi : un marinaio con un paio di settimane da Tiro ci arriva facilmente, anche da Torre di Stratone.

Per  Giona, galileo, la fuga verso Tarsis, pur lunga, è possibile  e probabile:Tarso dista dal lago di Tiberiade, poco meno di 700 km. non sembra possibile, invece, una fuga verso il Mediterraneo occidentale.

Tarso/ Tarsis  è più probabile di Tarsis sul Quadalquivir (nuova Cartagena) o di Tarsis  in Sardegna che molti studiosi hanno voluto  veder come possibili rifugi occidentali del profeta sulla base di Erodoto (St. I,163)  o di Polibio (3,  24.2,5).

Sembra da preferire chiaramente la versione di Isaia   e di Ezechiele in relazione alla attività comune mercantile e  alla  epopea commerciale, stroncata  non da Nabucodonor ma da Alessandro Magno.

E’ da escludere- data la figura di un Galileo aramaico che ha una conoscenza scarsa  in epoca assira del Mediterraneo occidentale-, quella direzione,  mentre gli è più familiare quella orientale e specie  la costa cilicia.

Dunque,  professore, Giona  un galileo può allontanarsi tanto e arrivare aTarso di Cilicia?

Si pensa che per sfuggire a Dio possa  essersi spostato nel Mediterraneo orientale,  forse a Tarso di Cilicia,  e da lì  costeggiando la penisola anatolica sia giunto con navi alla stretto dei Dardanelli,  attraversato il Mar di Marmara,   e  possa essere entrato poi attraverso il Bosforo  nel Ponto Eusino.

Comunque, Giona si allontana da Dio per non obbedire alla sua volontà: sembra che il profeta divenuto marinaio, desideri vivere  da sconosciuto  in un paese straniero.

Come può essere arrivato sul Bosforo, visto che  i marinai  giurano secondo un sistema tipico di quella zona ?cosa significa  giurare su Zeus lithos (to Dia lithon),?

Marco, sorprende che ci sia un giuramento   tra i marinai, descritti dalla Bibbia sulla base della sorte, secondo un procedimento noto anche a  Polibio.

Chi scrive il  libro di Giona  dice che  da Tarsis  il profeta va verso una destinazione sconosciuta  e che  è sorpreso da  una bufera  con un gran vento, che sfascia la nave,  pur sgravata da  pesi.

Allora i marinai, prima  di affondare, iniziano a lanciare oggetti e poi tirano le sorti.

Tirare la sorte è un sistema tipico della cultura marinaresca babilonese, che rimanda quindi ad una tradizione aramaica,  presente in Ezechiele 27,21,26 e in Isaia in 22,16.

Comunque non è certa  neppure la identificazione di Tarsis   con Tarso  di Cilicia,(Flavio, Ant Giud IX,  208), né con Tartesso di Sardegna   Cfr. Erodoto, St., I,164;   Polibio, St., III,24,2 e5).

Si sa, comunque  che è imbarcato su un nave  non del Mediterraneo ma del Ponto Eusino: e come è arrivato  in quella zona?

Secondo me, Marco, mediante navigazione:  da Tarso all’imbocco dei Dardanelli  ci sono molte  migliaia di Chilometri. E da lì al Bosforo  ci sono  600 km.

E che ci fa un Galileo nel Ponto Eusino?

Non so. Ninive si trova sulla sponda sinistra del fiume Tigri ed è in una pianura  non lontano da  Arbil attuale: Il profeta non può esserci arrivato per un cammino terrestre, ma può aver  sfruttato anche il corso di fiumi.

La nave, su cui si imbarca Giona ,  è sballottata dalle onde ed i marinai, allora,  lo buttano in acqua perché sanno che è un uomo non pio, un disobbediente  a Dio…

E Jahve fece venire un gran pesce per inghiottire  Giona e Giona rimase per tre giorni e tre notti nel  ventre del pesce.

Professore, è Il muthos della balena!, Niente di strano. L’autore Biblico  scrive per un popolo di ignoranti!   Sa risolvere ogni problema col prodigioso: Giona prega Dio e il pesce lo rigetta sulla terra  a nord di Ninive, senza indicare il luogo.

Dove ?! Marco

Nella zona di Trebisonda?.,Marco.  Ma da  Trebisonda a Nivive la distanza è di quasi mille km, percorribile in  quasi due mesi di cammino ? o deve fare una viaggio fluviale?.. quando c’è Muthos tutto  è possibile come nella  storiella di  Luciano  di Samosata  che  racconta  di  una balena che inghiotte  il protagonista insieme  con la barca… tornato da un viaggio lunare, dopo che era andato oltre le colonne di Ercole ed era stato assalito da un vento tempestoso  ..

Così scrive Luciano, amico mio,  quando la barca tocca l’acqua, dopo  aver navigato verso le nuvole  tanto da vedere l’isola di Nefelecoccigia ..oos de tou udatos epsausamen  quando toccammo acqua ci rallegrammo  e provammo un’immensa gioia  .. ci tuffammo in acqua e  e nuotavamo perché c’era bonaccia  e il mare era calmo: ogni cambiamento in meglio risulta  principio di  mali maggiori di solito: allora  dopo aver navigato per due giorni col tempo  bello, allo spuntare del terzo giorno, al sorgere del sole  improvvisamente oroomen theeria kai khth polla men kai alla, en de megiston  apantoon oson stadioon chilioon kai pentakosioon to megethos/  vediamo bestie e cetacei  et tra le altre una balena la più grande di tutte della lunghezza di 1500 stadi (uno stadio 178 mt cioè 267.000 mt,  267,000 Km!).

Professore, E’ il solito Luciano iperbolico, che descrive il fatto favoloso senza garantirne la veridicità, lasciando al lettore  la libertà di valutare come vorrà (cfr. Come si debba scrivere la storia)!

Certo Marco, tu ricordi allora  anche le frasi successive:

Essa veniva contro di noi con la gola aperta, sconvolgendo il mare già a grande distanza ed avvolta di schiuma tutto all’intorno e digrignando i denti molto più lunghi dei falli in uso tra noi, tutti aguzzi come pali e  bianchi come l’avorio… essa con una sola sorsata ci inghiottì con tutta la nave  che senza essere maciullata finì nell’interno..(Cfr. Storia Vera I, 30).

Lasciamo da parte  l’incredibile storia di Luciano, professore, e mi parli invece di una reale  balena, arenata nel  Ponto Eusino secondo la  descrizione esatta di  Procopio di Cesarea nell’anno 548 d.C (Storia Gotica, III,XXIX).

Procopio,in modo preciso e scientifico, da storico, scrive: allora fu presa una balena che quei di Bisanzio chiamavano Porfirione…

Questa balena aveva infestato il Ponto Eusino per cinquanta anni  ma in modo non contino, comparendo  ad intervalli. Molte furono le navi che ella affondò e molti i naviganti che sbatté violentemente e che mandò a Kore in lontananza.  Giustiniano aveva a cuore che questa balena fosse presa, ma non si trovava  nessun mezzo  adatto a compiere tale impresa e perciò nessuno portava a termine quanto l’imperatore ordinava.

Procopio afferma  che, comunque, alla fine fu presa  e lo racconta: Il mare era  in perfetta bonaccia ed una grande quantità di delfini si era radunata alla bocca del Ponto Eusino.

Questi, vista la balena,  subito fuggirono  alla rinfusa  e i più giunsero alla foce del Salgari  un fiume della Bitinia (cfr  Strabone, Geografia,  XII, 2).La balena ne prese alcuni e  voracemente inseguiva gli altri  finché senza accorgersene  si trovò a ridosso  della terra ferma  in una zona dove c’era  mota  grande e profonda  per cui con violenza  la balena si agitava  facendo grandi sforzi per potersi tirare fuori  dalla melma, senza però riuscirci  perché più si agitava e più sprofondava. Gli abitanti del luogo, visto ciò e sentito il rumore, di corsa vennero con le asce e la  colpivano  da ogni parte incessantemente,  finché non la ebbero uccisa.

La tirarono poi su,  a pezzi e  con grosse funi  la posero su carri: era lunga trenta cubiti (cm 44,45)  e larga dieci.(circa 13 metri e larga  un 4,5 metri- un Capidoglio spiaggiato in questi giorni  è di circa 9,50 metri-). Infine la spezzarono e se la divisero in parti e se ne  cibarono subito mentre  misero sotto sale le parti restanti.

Questa, Marco, la conclusione dello storico: altri facciano le loro disquisizioni, io  penso che l’uccisione della balena  fece  cessare ben molti mali...

Una cosa è la descrizione storica, una quella mitica!.

Epistula CXLVII di Bernardo

 

Oggi, Marco, desidero mostrare ( e dimostrare) che  chi cerca lo spectaculum è  …un  theoricos,  e risulta  inutile …politikos.

Bernardo  di Clervaux  si serve  dello spectaculum ed  è teorico, funzionale solo per l’ecclesia, non vero politikos:  L’Epistula  CXLVII  (Migne, Patrologia latina) è una  sua lettera a Pietro il Venerabile, abate di  Cluny, datata anno Christi 1138, in risposta a due lettere del cluniacense (Migne, Patrologia latina), esemplare del suo sistema di scrivere e del suo agire politico.

La lettera  sembra scritta da  Bernardo, qualche settimana dopo il 25 gennaio del 1138, quando ha notizia  della morte di Anacleto II, di Pietro di Pietroleone.

Si conosce la notizia  da storici come Falco Beneventano, da Pietro Diacono (Cronic.. Casin. IV,130) da Romualdo Salernitano (Annales, in Arndt  M.G,H. e in Del Re,  cronisti e scrittori  sincroni della  dominazione normanna in Puglia e Sicilia, Napoli 1845), oltre che da Ernaldo, il  biografo di Bernardo  e dall’annalista Saxo  e da Ottone di Frisinga (VII,22) che aggiunge:  fu sepolto in San Pietro, ma poi i suoi avversari  distrussero la sua tomba.

Perché proprio questa lettera e non altre ?

Per me,  Marco, Bernardo è un grande abate, eccezionale predicatore, un maitre a penser, un persuasore di grande efficacia retorica, un’asceta  mistico, che sa dominare le proprie passioni, e che  poggia  su un piano espressivo retorico  i suoi contenuti  astratti, mirando all’utile  del proprio ordine  convinto che essere christianus  significa fare il bene della Madre Chiesa. 

La lettera  CXLVII è  un compendio  di retorica, di fede, di pensiero cristiano.   

Dove si trova l’abate?

Bernardo si trova ancora in Italia Meridionale, dopo la fine dell’impresa di Lotario III: ha fatto trionfare la theocrazia terrena e una Chiesa spiritualizzata ed astratta cenobitica e  curiale, mettendo in mostra un rigore religioso  ascetico  contro la millantata  romanitas, rapace, anacletiana.

Ora ha il compito, conclusa l’impresa italica  di Lotario III,   di sistemare il Mezzogiorno italiano,  controllare,  regolare Ruggero II  duca di Sicilia, vinto dall’imperatore,  e di punire i rimasti abati  e popolazioni  ancora scismatiche meridionali.

In nome della sua fides, innocenziana, e del suo ascetismo borgognone, si è diretto verso Salerno, dove si è rifugiato il duca siciliano, che, dopo aver ripreso Nocera, la zona di Capua e Terra di lavoro e costretto il principe di Napoli a dichiararsi suo vassallo, è, però, incappato in una sconfitta presso Rignano ad opera dei filoinnocenziani, capitanati da Rainulfo di Alife, nonostante l’aiuto dei beneventani e dell’abate di Montecassino.

Il santo, venerato fra  le popolazioni, vuole imporre una tregua  per porre fine  allo scisma  e per far ritornare definitivamente nella Chiesa romana, l’unità, e ripristinare l’ordo pontificio nelle ex terre matildine, contese tra i comuni toscani, ed  è convinto della vittoria degli imperiali ora anche filopapali, dopo la seconda discesa di Lotario.

L’imperatore, vista la situazione nella zona padana, aveva concesso,  infatti,  la constitutio de Feudis a Roncaglia e passando lungo la pars adriatica   si era fermato ad Ancona e aveva passato  la Pasqua a Fermo, avendo l’appoggio delle flotte  veneziane e bizantine, nonostante  l’opposizione del marchese Guarnieri. Passato il Tronto e giunto al Gargano, prese Troia, Canne e Barletta,  aveva celebrato la sua vittoria sul duca Ruggero  in fuga, a Bari,  nella cattedrale di S. Nicola, dopo la morte del suo cancelarius  Bruno di Colonia.

Bernardo aveva seguito l’imperatore e  da Sutri con Innocenzo II si era diretto prima ad Anagni e poi a Montecassino, opponendosi al cancelarius di Ruggero, Guarino, e mettendo in crisi Senioretto  l’abate cassinese – da cui  in seguito riceverà somme di denaro- avendo conquistato Benevento  ….

Ora, invece, a Salerno, il cistercense  ha di fronte Ruggero che fa una politica dilatoria e temporeggiatrice, convinto che il tempo  è a lui favorevole e che  respinge ogni offerta di pace  e non concede neppure di parlare dello scisma.

Il duca  detta lui le condizioni facendo  esplicita richiesta  di interrogare e del partito innocenziano e di quello anacletiano   tre  cardinali rappresentanti diretti della duplice elezione romana.

A sette anni dallo scisma i cardinali devono confessare  la verità sulla legittimità del fatto elettivo, davanti ad un potere laico, quello normanno  del Duca di Sicilia interessato, comunque, a ratificare  la non illegittimità di Anacleto II, avendone avuto una bolla di consacrazione regia.

Viene ricreata la situazione  dell’elezione di Anacleto II del 14 febbraio del 1130,  viene indicata perfino l’ora sesta  con la chiesa di S.Marco e di Anacleto II  viene stigmatizzata nella  legittima consacrazione ufficiale in S. Pietro ad opera di  Pietro di Porto il 23 dello stesso mese.

Tutto, elezione e consacrazione anacletiana, è descritto secondo la solennità canonica  del mos romanus  davanti al popolo  e alle gerarchie ecclesiastiche  per indicare la vox populi e la vox ecclesiae e per mostrare i fatti in luce et manifesto, unanimi voto et desiderio.

Vengono ricordate  anche l ‘elezione notturna tra il  13  e 14 febbraio,  di nascosto, in umbra mortis ( In tenebris, in occultis tenebris),  di Innocenzo II, subito dopo o poco prima della morte di Onorio II, e la sua consacrazione, successiva,  in S. Maria Nova da  parte di Giovanni cardinal  Vescovo di Ostia, senza la presenza del popolo.

Le due elezioni  vengono fuori dai Regesta pontificum  romanorum di Jaffé, Lipsia 1885, dove si possono trovare e quello di Innocenzo col voluminoso bollario ed epistolario e quello  ridotto di Anacleto.

Nell’occasione del convegno detto di Lagopesole, 9-18 luglio  1137,  i cardinali fanno le trattative di S. Germano che si concludono, dopo quattro giorni, col  trattato  Mignano e discutono  sulle modalità elettive e sui contrasti dello Scisma.

Ruggero, nella relazione scritta cardinalizia dell’  elezione e consacrazione  papale, abilmente   individua  la deficienza canonica  dei concili fatti  circa l’autenticità  elettiva di Innocenzo II,  rilevando la costruzione organizzata  da Aimerycus e dai cardinali callistini, francesi e borgognoni, visti e conosciuti  come  già impostati  retoricamente e moralmente sulla figura del pontefice esule  da Roma, – secondo loro città corrotta e corruttrice a causa  della casata dei Pierleoni di origine giudaica e popolare-.

Non sfugge  a Ruggero il significato politico della dimora  a Pisa, e poi di quella a Genova ed infine del domicilio di oltre due anni in territorio francese: le flotte pisane e genovesi, l’esercito di Luigi VI, l’ adesione degli ordini religiosi borgognoni ed infine la la promessa di aiuto imperale germanico sono il frutto di un riconoscimento universale occidentale ad Innocenzo II  che sa sfruttare i suo esilio e  far convincere l’imperatore a riportarlo  in Roma come legittimo papa e ad opporsi a lui, naturale sostenitore di Anacleto II.

Da normanno,  il  duca ha seguito l’ascesa della famiglia Pierleoni, di cui è espressione  concreta Anacleto II, Pietro di Pietro Leone, cugino di Ildebrando di Soana (Gregorio VII) e nipote di Gregorio VI!.

Ruggero conosce la potenza del clero francese  e sa dell’ostilità di Aimerycus, di Pietro il venerabile e di Bernardo nei suoi confronti: considerano il suo potere diabolico e lo bollano come tyrannus  disquisendo sul termine in opposizione a rex e ad imperator  secondo la visione teocratica gregoriana.

L’orbis romanus è visto secondo la fides : imperatore, monarchi e signori  sono milites Christi e perciò milites Sancti Petri, soldati di  San Pietro  e del suo vicario sulla terra: è accettato il principio  che  la dignità regale nasce dall’orgoglio umano, quella vescovile e sacerdotale è istituita dalla pietà divina: l’una cerca senza riposo una gloria vana, l’altra  aspira sempre alla vita celeste. Il tutto è sintetizzato nella formula di potestas terrena  diabolica e di auctoritas divina  (Ep.2  del Registro di Gregorio VII, I,IV in Jaffè Monumenta gregoriana in  Bibl. rerum germanicarum  II, Berlino 1865)

Professore , quindi, secondo Ruggero  ancora si procede sulla base di pregiudizi  per cui si è fatta una distinzione non esatta su pars sanior et melior  innocenziana e pars prava et insana  anacletiana?

Certo, Marco.

I rancori della curia francese, – che volutamente trascura  i canoni  dell’elezione   innocenziana, ritenuta utile alla Ecclesia e condanna  la legittimità della consacrazione ufficiale anacletiana,- fanno stravolgere  la realtà dei fatti e determinano l’alonatura  del proprio  candidato innocuo,  seppure non innocente.

ll gioco retorico su Innocenzo col poliptoto  è segno  di una biblica adesione al candidato esule, esaltato coi Salmi e per contrasto si fa propaganda negativa sulla sobolem iudaicam, sulla iudaica congregatio , sull’esercizio dell’usura  del primo Leone, figlio di  Benedetto Cristiano, così   chiamato in onore di Leone IX ( Cronicon Mauriniacense in Migne , M.G.H SS XXVI,39) che lo sfruttava come personale nummularius!

E’ un’alonatura  retorica  che comporta condanna dell’altro candidato,. L’uno è benedetto,  maledetto l’altro. E’ così?

Certamente, anche se ora  c’è un giudice laico che   ha  le relazioni scritte e le sa leggere, anche se tardivo è il suo intervento! .

Siccome Ruggero sa che l’ esilio pisano e francese di Papa Innocenzo II  è stato fondamentale per la definizione ufficiale del titolo con riconoscimento  regio ed imperiale a Liegi, richiesta dagli abati borgognoni e dai cardinali callistini, più giovani rispetto a quelli  gregoriani romani nei concili di Etampes, Wuerzburg e Reims, ora perciò  a Salerno  con la relazione della duplice commissione  fa stabilire  definitivamente la legittimità e canonicità della doppia elezione per emettere un giudizio sul papa autentico in modo da verificare realmente le due figure all’atto dell’elezione  e non sulla base delle opposte propagande. 

Con i cardinali innocenziani c’ è, inoltre, Bernardo, sublime oratore, il campione della Chiesa. Tra gli  avversari c’è qualcuno  che possa  contrastare  l’abate di Clairvaux?

Si. Purtroppo, dopo anni di lotte, oramai tutto è a favore dell’Ecclesia universale  innocenziana!

Eppure Ruggero, anche se è morto  da poco Pietro di Porto, ha dalla  parte  anacletiana Pietro da Pisa , illustre canonista, figura di prelato da tutti amata e stimata, con Matteo e con Gregorio di S Eustachio, che hanno condiviso col pontefice ed approvato la sua elezione  a re di Sicilia con la bolla XLI,  contenente il  diploma di concessione del titolo regio.

I tre membri innocenziani (Aimerycus, Gerardo di S Croce e  Guido di Castello) sono noti dalla cronaca di Falco Beneventano che  parla di una dibattito sereno durato 8 giorni, seppure   intramezzato da trattative  e da incontri diplomatici, insieme con Bernardo: essi  hanno, comunque, nonostante il contesto a loro poco favorevole, coscienza di essere la pars vincente.

A Salerno dunque,  Bernardo  vorrebbe far valore la sua  Theoria vanificata  alquanto da Ruggero  di Altavilla, che ad Avellino  nel settembre del 1130, avendo abbattuto le autonomie locali specie di Benevento,  era riuscito a creare un partito anacletiano basato su Monteccassino   e il suo abate Crescenzio,  cardinale di S Marcellino e Pietro, congiunto col Meridione e formando un unicum tra curia papale e  sistema regio.

In quella sede, perciò,  Bernardo è cauto anche se fermo nella sua  fides innocenziana, conscio che la creazione del regno normanno  a seguito della consacrazione ufficiale  a Benevento  il 22 settembre  è atto di una cancelleria che è connessa con quelle precedenti di  Urbano II e di Pasquale II!:Ruggero  per quel titolo risulta ancora Rex  Siciliae et Calabriae et universae terrae ed ha diritto di erigere la Sicilia caput regni, essendo poi consacrato a Palermo dall’arcivescovo – che è premiato dal re con diritto di legazia per l’isola -, avendo il principato di Capua  e honorem quoque Neapolis  e come vassallo del papa, paga seicento schifati annui.

Che comportamento tiene Bernardo nella disputa finale del convegno?

Da umile servo della Chiesa, che ha in pugno la vittoria, e che scaltramente si adegua alla situazione e al contesto: dice parole bibliche e fa gesti teatrali  recitando la pars di chi accoglie  perdonando l’altro peccatore!

Nella disputa, Bernardo, come plenipotenziario aggiunto ai  cardinali innocenziani,  a fine convegno,  non  affronta il problema della legittimità dell’elezione,  ma, sposta la comunicazione e la questione   sulla   situazione morale critica della  Chiesa, il cui corpus, provato  e  diviso,  è martoriato dal male dello Scisma, già risolto, comunque,  per lui, dall’universale adesione popolare e clericale  ad Innocenzo II.

Il santo,  segaligno, assente, impenetrabile nel suo divino ascetismo, presa la parola,  inizia il discorso  secondo enfasi retorica  in modo semplice, capzioso, sicuro, seguendo un procedimento  sofistico tipico della scuola parigina,  parlando della nave di Noè, che si salva dal Diluvio.

E’ la nave della Chiesa, della Res publica romana ecclesiastica  l’arca salutis  dell’humanitas intera!

Ad occhi chiusi il santo  afferma rivolgendosi direttamente a Pietro da Pisa : una è l’arca su cui salvarsi e,  al di fuori di essa non c’è Salus.

L’interlocutore, anche lui logico, pure lui formato alla stessa scuola anche lui retorico, ormai convinto della soluzione, nonostante la canonicità e legittimità di Anacleto, e della necessità di una  comune salvezza nella stessa barca, sembra annuire al discorso di Bernardo

Il cistercense, allora,  subito aggiunge,chi fabbrica due arche  può essere certo che – non essendo sommersa  quella di Noé- avrebbe tratto con sé  a morire  quelli che vi avessero preso posto.

Il santo, senza dare possibilità di replica reale, insiste nel dire, incalzando : avendo  Anacleto costruito un’arca,  Innocenzo un’altra  è necessario che una delle due sia sommersa.

Dovremo perciò scomparire  con Innocenzo tutti  gli ordini religiosi che in tutto il mondo stanno per lui: I certosini, i Camaldolesi, i Cluniacensi i Premonstratensi e gli stessi Cistercensi  et universi qui nocte et die  serviunt Deo in vigliis et orationibus, in ieiuniis et in laboribus multis ?

Secondo Bernardo, perciò, è meglio che muoiano  vescovi sacerdoti  anacletiani popolari e nobili -salvo alcuni, tra cui il presente re – che la ChiesaSe dunque assolverete un’arca,  salverete la Chiesa universale, se l’altra solo Anacleto coi suoi!

Questo è il discorso conclusivo di Bernardo, asceta, che ha coscienza della presa  delle sue parole, considerate dettate dallo spirito santo, perciò, voce di Dio vero.

La conclusione verbale, pur coinvolgente,  per un abile retore, come Bernardo  è poca cosa, se manca il gesto  politico di perdono e di accoglienza fraterna sulla barca della salvezza.

Allora l’abate di Clairvaux, alto ed ieratico si avvicina al piccolo  Pietro, cogitabondo , e porgendo la mano  lo invita a salire sulla barca più sicura.

Bernardo a Salerno  vince  retoricamente e politicamente, ma è inutile politikos  che risulta un predicatore di fronte a Ruggero, un re laico, che guida truppe e cristiane e musulmane, che ha un’altra cultura politica senza schematismi religiosi, basata  sulla realtà situazionale di un Mezzogiorno a lui devoto ed ormai unificato sotto il potere normanno.

Le parole retoriche e la politica innocenziana servono solo agli ecclesiastici e ai bizantini, theocratici, ai teutonici imperialisti, non ai normanni, popolari teologicamente ambigui, anche se crociati!    

Il santo convince tutti ma non Ruggero che crede che Anacleto sia  pontefice, giusto e popolare e che la sua famiglia  Pierleoni sia migliore di tutte altre  filoimperiali  perché  non disgiunge la pratica dalla parola!

Il gesto ad effetto inganna tutti ma non il normanno che non vede in Innocenzo  le sofferenze patite, nè peregrinationes, nè ieiunia né elemosinae e neppure in Anacleto che, comunque,è  più coerente nella sua azione papale ambigua, nella proposizione delle due chiavi e nella supremazia del Dictatus papae  del cugino Gregorio VII, oltre che nella logica delle due spade, pur nella coscienza ebraica della necessità della separazione dei due poteri (quello temporale e quello spirituale).

Ruggero comprende solo che l’abate, scaltro, è riuscito a far trionfare la sua tesi  ma sa che la realtà delle forze dell’opposizione non sono solo religiose come in Aquitania e in  Milano ma risultano potenze estranee allo Scisma: La vittoria di Bernardo è  propria di una retorica religiosa e non supera le ragioni nascoste  di una società in fermento come quella comunale settentrionale e come quella di un assestamento meridionale e di un Patrimonium sancti Petri et Pauli illegittimo controllato dalle potenti famiglie romane e dal popolo, anche  dopo la morte di Anacleto II.

Ruggero  non tiene in alcun conto  l’euforia del partito innocenziano vittorioso e scioglie la seduta: decide di sottoporre il verdetto definitivo alla sua corte di consiglieri a Palermo  in base alle relazioni scritte  di un rappresentante innocenziano e  di uno anacletiano

Perciò  tutto ancora deve essere definito, nonostante la  retorica spettacolare di Bernardo! il re, politico,  vince sull’abate politico di convento!

A Palermo  infatti, nel Natale del 1137,  la nuova assemblea rinnova  la sua adesione ad Anacleto, anche se è nota la notizia del rientro di Innocenzo a Roma sotto la protezione dei Frangipane e  dei Corsi.

Dove si trova Bernardo al momento della morte di Anacleto II?

Non si  sa in quale parte di Italia settentrionale si trovi Bernardo, forse sull’Appennino centrale  tosco-romagnolo,  pronto a tornare al suo chiostro, quando gli giunge la notizia della morte di Anacleto II, la cui fine non chiude il rapporto  tra i Pierleoni e il re di Sicilia, che conserva il titolo e la supremazia in tutto il Meridione.

Il santo  alla morte del nemico, non placa il suo sdegno, non  smorza i toni della polemica e non arresta il suo rancore  in nome della fratellanza cristiana davanti a thanatos, rimettendo a Dio il giudizio definitivo sull’uomo e sul Cardinale, i cui atti , episcopali e papali sono stati  pari a quelli innocenziani  scritti ed archiviati come bolle  con segni divini universali!

Bernardo nemmeno sa contenere  la sua gioia: noi capiamo bene l’esplosione di un momento  poiché  vive  ancora in un clima di passioni  e di lotta, di dolore morale e di esasperazione  delle stesse forze fisiche per lo Scisma!.

L’abate di Clairvaux ancora  ribolle delle proprie accese pulsioni  dei suoi sentimenti di amore verso l’unità della Chiesa e della sua personale scelta della figura di Innocenzo II.

Egli giustamente aspira alla  soluzione dello scisma, al ripristino della pace  nelle città e  nelle regioni occidentali, ispanico-francesi e in Germania costatando ancora la  divisione  tra i cittadini  a causa dell’elezione di Anacleto II Pierleoni, considerato anticristo,  antipapa anche se legittimamente eletto,  in quanto privo delle virtutes  proprie di un pontefice, essendo uomo di stirpe giudaica  venale e corrotto, corruttore, capace di  rovinare la messe del signore,  bisognosa di una sola guida!

Lo scenario italico, ribollente di lotte comunali,  di latrocini,  di guerre fratricide nel Settentrione ,  ancora di più acuisce la sua rabbia  verso la chiesa romana, infedele nonostante la presenza di Innocenzo II unico papa e la duplice

venuta di Lotario in Italia.

Ruggero ancora di più domina tanto che anche dopo Anacleto può creare un altro antipapa Vittore  IV anche alla presenza del legittimo papa, da poco rientrato a Roma, ma tenuto   sotto pressione grazie al potere dei Pierleoni, suoi fedeli: la Chiesa borgognona non ha vinto sulla Chiesa romana; i cardinali callistini  hanno imposto il loro papa, non la loro riforma!

L’esplosione, quindi , di Bernardo può essere anche  accettata e compresa, nonostante che l’abate manchi  misura e di pietas  nei confronti di un ecclesiastico, benemerito, di certo, non leo rugiens in innocentem  agnum,  e non inferiore per vita, per morale,  per cultura e per  lungimiranza  politica del suo competitore, Innocens di nome.

Professore, forse ho capito, qualcosa del problema dello scisma ma della lettera 147- sicuramente scritta secondo retorica, strutturata con le regole del  cursus e di tutte i pregi dell’ars i praedicandi- cosa può dire, oltre al valore  documentale, culturale e letterario?

Non voglio fare una lettura tecnica,  ma mostrare solo l’animus  dell’ abate, che  ha un  incipit, costituito da un exordium  speciale

Visitet te Oriens  ex alto, o bone vir,  quia visitanti me in terra aliena  et in loco peregrinationis  mea consolatus es  me. Bene fecisti, intelligens super  egenum et pauperem. Absens  eram  et absens etiam longo tompore ; et recordatus es nominis mei, homo magnus, occupatus in magnis.

Il rapporto tra di due abati  è di lunga durata, dal momento dello sbarco di Innocenzo II a S. Giles  l’undici  settembre del 30, dopo  che il papa ha inviato lettere a Diego di Compostela,  quando si costituisce il fronte innocenziano, formato  oltre che  da loro due anche da Aimerycus, garanti  dell’unità della chiesa di Francia di Germania e di Inghilterra, di tutto l’occidente.

Rilevo solo  l’intreccio di te e me  e l’uso del congiuntivo presente visitet in poliptoto con visitasti  oltre ad Oriens- Il sole che sorge –  che sottende Occidens– Il sole che cala –  per indicare il rapporto epistolare che lega i due, voluto da Dio –Sole, che li assiste nel suo corso regolare e che li tiene legati consolandoli a vicenda e favorendo in terra straniera la sua missione  e  il suo pellegrinare .Metto in evidenzal’affermazione bene fecisti   in quanto Pietro ha  compreso  non solo la condizione di egenus et pauper, ma anche   quella di essere absens (anadiplosi ) dalla Patria e soprattutto noto  come Bernardo faccia captatio benvolentiae  col lodare l’amico, gia chiamato, o bone vir, come homo magnus,  occupatus in magnis  (cfr  poliptoto simile s  quello di De vita contemplativa di Iulianus Pomerius , di oraziana memoria) che si ricorda del suo nome.

La chiusura di questa parte  epistolare è fatta con la benedizione del Sanctus Angelus  di Pietro, suggeritore, e   Deus Noster, persuasore:  Benedictus sanctus angelus tuus, qui tuo pio pectore id suggessit: benedictus Deus noster, qui persuasit.

Il nucleo della lettera inizia con En  teneo  in cui  specifico valore introduttivo ha En, un’interiezione che vale di norma ecco ora tengo, ma significa anche, dunque  ho per mano  ( possiedo queste lettere) tanto da poter  dire  bene ,ah!  e da poter dare valenza riassuntiva e conclusiva   che autorizza la precisa affermazione di gloriarsi e di vantarsi   presso gli estranei del messaggio del cluniacense  specie quando questi   lascia trasparire propri sentimenti, effondendo la sua anima

I successivi tre enunciati complessi con l’ anafora di Glorior in sede princeps spiegano che il suo gloriarsi dipende

1.. dal  fatto che Pietro lo tenga non solo in memoria ma anche  in gratia

2, dal fatto che lui per il privilegio dell’amore  sia riconfortato abbondantemente dalla dolcezza   del suo pectus ( petto  metonimia per cuore ).

  1. e soprattutto dalle tribolazioni patite per la Chiesa ,il cui trionfo risulta essere la sua gloria, che innalza il suo capo.

En teneo unde glorier  apud extraneos, litteras tuas  et illas litteras  in quibus  tuam mihi animam effudisti.

Glorior quod teneas me non modo in memoria,sed et in gratia

Glorior privilegio amoris tui, refectus sum  de abundantia suavitatis pectoris tui

Non solum autem, sed et glorior in tribulationibus, si quas dignus habitus sum pro Ecclesia pati.

Haec plane  gloria mea et exaltans caput meum, ecclesiae triumphus.

Marco, esamina  Plane  che ha valore  non solo di  completamente ma anche  chiaramente  ed è segno della coscienza del suo lavoro ribadito con il poliptoto mea/meum.

Professore, mi scusi , sono in difficoltà io, che la seguo da anni e che ho lavorato con lei, cosa può opporre il popolo o anche il miles, nobile guerriero semianalfabeta, di fronte alla doctrina S. Petri?

Niente!  il sacerdotium ha sempre ragione : il laborator fa il laborator e il miles il miles; ad ognuno il suo mestiere!

Come arriva ad esultare della morte di Anacleto?

Per gradi, Marco, lentamente, pacatamente in apparenza, ma poi improvvisamente mostra la  ferocia di un  animo barbarico militaresco.

Dapprima, infatti,  mostra che Lui e Pietro sono stati socii nel tempo della lotta e lo saranno insieme nel tempo della consolazione : essi hanno dovuto collaborare e soffrire con la Madre Chiesa  per non far lamentare la Chiesa che implora col Salmista di tenersi stretti accanto a lei quando i nemici fanno impeto.

Nam si socii fuimus,erimus et consolationis. Clloborandum  fuit et compatiendum  matri, ne et nobis quereretur  dicens . qui iuxta me  erant de  longe steterunt et vim faciebant  qui quaerebant animam meam  Psalm, XXXVII,12,13.

Poi  fa seguire il ringraziamento a Dio – recitando il Te deum– che ha assistito e dato la vittoria alla chiesa, la onora aumentando la maestà nei lavori, portandoli a compimento tanto da volgere Tristitia  nostra in Gaudiumluctus noster  in Cytaram:

Deo autem gratias qui dedit ei victoriam, honestavit eam in laboribus  et complevit labores illius . Tristitia nostra in gaudium e luctus noster in cytaram versus est.

Infine   Bernardo crea la scena di un paesaggio da una parte invernale, da un’ altra primaverile , essendo la data della morte  di Anacleto in gennaio inoltrato  evidenziando il passaggio dello Hiems, l’ andarsene e il recedere degli acquazzoni e lo spuntare dei fiori in terra nostra, mentre marca il tempo di potatura quando è tagliato il sarmentum inutile  e il putre membrum (chiasmo).

Hiems transiit, imber abiit  et recessit, flores apparuerunt in terra nostra, tempus putationis advenit  anoutatum est sarmentum inutile, putre membrum.

Alla natura  fa seguire l’ azione vendicativa di Dio, che agisce  conformemente alla oikonomia divina, che punisce Anacleto, assorbendolo, inghiottendolo  risucchiandolo  per trasportarlo in ventrem Inferi

Vien punito ille, ille iniquus qui peccare fecit Israel.

Allora cita Isaia (abbiamo stretto alleanza con la morte/ e con lo Sheol abbiamo fatto un patto) ed Ezechiele che parla del malvagio che ha breve vita.

Ecco l’intero passo della lettera  col famoso incipit : Ille, ille iniquus  qui peccare fecit Israel morte absorptus est  et traductus in ventren inferi. Fecerat quippe  secundum prophetam, pactum cum morte,et cum inferno foedus inierat (Isaia ,XXVII,15): ideoque  iuxta Ezechielem  factus est perditio, et non subsistit in aeternum.

Bernardo, dopo aver  mostrato che Anacleto fu un altro nemico  e  il maggiore  tra tutti ed anche  il peggiore,  tuttavia   fu da Dio troncato,  si ricorda che  il defunto papa fu uno degli amici della chiesa anche se di quelli di cui  ci si può  lamentarsi secondo il detto del Salmista.

Alius quoque omnium  sicut maximus,ita et pessimus inimicus  abscissus est nihilominus et Is erat unus ex amicis ecclesiae sed illis , de quibus solet queri etdicere: Amici mei et prossimi mei  aversum me appropinquaverunt et steterunt (Psal. XXXVII,12) Ai qui restant, cito speramus  de similibus idem iudicium

La condanna è totale su Anacleto  e sui suoi  partigiani che  presto avranno la stessa  sorte.

Marco, così scrive ragiona e condanna Bernardo di Clairvaux, un abate santo, un dottore della Chiesa!