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L’arresto di Gesù

Gesù non fu arrestato. ma si consegnò ai romani per il bene di molti.

Il racconto dei sinottici sembra non dissimile, anzi pare quasi identico, ma solo per i profani e per i superficiali, che leggono secondo la normale lettura secolare evangelica.

infatti i tre evangelisti mostrano la  particolare peculiarità con telos, proprio  in relazione alla lunghezza di tempo di oralità trascorso e al momento di scrittura  effettiva di ogni singolo vangelo ad opera di Matthaios e del Protomarco, mentre quello di Luca essendo di epoca antonina risente della retorica,  del paradosso  e della bugia del periodo.

Infatti se leggiamo Luca  rileviamo  il  prestito tematico  di Marco, che è da confrontare anche con la narrazione di Matteo.

Leggiamo, dunque, insieme il testo  di Luca ( 22,47-53)

Mentre egli ancora parlava  (siamo sul monte degli Ulivi)  ecco una turba  di gente: li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, che si accostò a Gesù per baciarlo.

Gesù gli disse: Giuda,con un bacio tradisci il figlio dell’uomo? Allora quelli che erano con lui , vedendo ciò che stava per accadere dissero: Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote  e gli staccò l’orecchio destro.

Ma Gesù intervenne dicendo: lasciate, basta così E toccandogli l’orecchio lo guarì.

Poi Gesù disse verso coloro che erano venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio  ed anziani: siete usciti  con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me, ma questa è la vostra ora , è l’impero delle tenebre.

Se lo paragoniamo a Marco 14,43-52 e  e poi a Matteo 26,47-56 rileviamo  sostanzialmente l’arresto di una persona  difesa da altri uomini, fuori della mura cittadine,  nella località del Getsemani ad opera del sinedrio (formato da  sommo sacerdote, con diakonos , non ben precisato nel servizio)  e da anziani, preceduti da armati che risultano uomini  dello strategos templare, collegati con Giuda uno dei Dodici Apostoloi.

Si parla dell’arresto di un Gesù chiamato figlio dell’uomo  che afferma di aver svolto  quotidianamente la  sua azione palesemente nel tempio, davanti a al popolo e davanti anche agli anziani e allo stesso sommo pontefice  senza alcun timore, senza essere né disturbato né preso e perciò mostra  sorpresa nell’essere assalito con spade e bastoni, fuori della città,  come se fosse un Lhisths.

Dunque, Luca riporta il fatto dell’arresto di Gesù figlio dell’uomo ma aggiunge il paradosso cioè il risanamento dell’orecchio tagliato dalla spada di un discepolo, che difende il maestro, vedendolo in pericolo.

E’ lucano, inoltre, il mettere insieme la vostra ora  con l‘impero delle tenebre cioè considerare il momento propizio e l’opportunismo politico dei sacerdoti e degli erodiani  come satanico, come proprio dell’impero delle tenebre, come momento dei goyim romani, o dei filoromani  cioè come ripristino dello status quo precedente.

Insomma Luca, senza sapere, ci  autorizza a concludere che Il maran aramaico, arrestato come un lhisths /ladrone, deve cedere il posto ad un basileus di nomina romana, a seguito della vittoria di Lucio Vitellio su Artabano III e del trattato di Zeugma concluso anche col beneplacito del tetrarca di Galilea Erode Antipa.

Luca, però, che scrive  all’inizio dell’epoca traianea, mostra un esempio di maestro taumaturgo, goes, pacifico , che  disdegna la makaira  ed  ha appena il ricordo di un sinedrio.

Gesù figlio dell’uomo, secondo l’evangelista, predica l’eirene, e propaganda,   in quanto è uomo di luce, il regno della giustizia  e comunque cede alla bia delle armi, quando c’è l’impero delle tenebre, quando Dio si nasconde e al suo posto impera Satana.

 Insomma il messaggio di Luca è conforme a quello paolino, farisaico,  ma è spiritualizzato secondo la logica del cristianesimo della Basileia tou Theou.

Diverso è invece il telos di Matteo e quello di Marco.

Infatti  Matthaios, aramaico e  greco, mostra (avrebbe mostrato)  l’adempimento delle scritture  cioè il  tradimento ad opera di Giuda che porta l’agnello al sacrificio.

Il Matteo aramaico e quello greco dovevano avere  molti elementi della  vera tradizione della paradosis ed endeicsis  di Gesù ( Cfr Paradosis ed endeicsis)  quando Gesù incarica Giuda di consegnarlo ai romani vincitori, tramite gli anziani e i sinedriali di nuova nomina.

D’altra parte  non è credibile nemmeno il patto tra Giuda e i sinedriali per l’identificazione del maestro, conosciuto da tutti e da tutti osannato, di una  figura umana che è chiamato Messia: il saluto  del traditore al rabbi e il bacio sono racconti posteriori, utili per sentenze ed apoftegmi ( Con un bacio tradisci il figlio dell’uomo), sfruttabili  come segni  tipici di tradimento…

Ogni politico a Gerusalemme conosce il messia: l’unica spiegazione potrebbe essere che il termine traditore,  chi abbandona una pars per andare da un’altra pars e deficit  da uno ad un altro, saltando sul cavallo del  vincitore- una norma nelle guerre civili- sottende qui, oltre questa connotazione , anche l’invio di una massa di gente non aramaica, filoromana e filoroerodiana, ostile all’unto del Signore da parte di un Sinedrio, costituitosi dopo la sconfitta di Artabano e l’assedio di Lucio Vitellio alla città, in un clima controrivoluzionario  antimessianico.

E’ chiaro che è sotteso un altro fatto, quello della cattura  dei fautori del Malkuth ha shamaim ad opera di populares, ellenizzati congiunti con i gruppi di erodiani e sadducei che  impongono  la dimissione dal potere al maran aramaico, che non ha più l’appoggio parthico.

La presenza delle truppe romane  davanti a Gerusalemme  determina la fine del Messianesimo e la consegna del deposto maran.

Il servo del sommo sacerdote, inviato  con Giuda, esegue un atto dovuto da parte del sinedrio a seguito del  ristabilimento dell’ordine da parte di Roma  secondo il mandato di Tiberio a Lucio Vitellio che deve completare la sua impresa solo con la punizione di Areta IV, socio di Artabano e traditore del foedus con Roma.

Per Matteo, dunque,   Gesù accetta il verdetto della storia, dell’oikonomia divina della sconfitta parthica, consapevole dell’adempimento delle profezie, convinto della  necessitas  di dover sottostare all’ultimatum  romano (consegna del capo della stasis aramaica o presa e saccheggio della città) per il bene della nazione.

Il suo ordine di rimettere la spada nel  fodero significa resa e coscienza che altro è il disegno del padre anche se dice   Pensi forse che io non possa pregare il padre mio  che mi darebbe subito più di  12 legioni di angeli?

Il sogno resta sogno e la realta è quella dell’assedio della città: davvero Gerusalemme   è assediata (o lo potrebbe essere, se fosse necessario)   da 12 legioni romane!

Vitellio volendo concludere il suo mandato con la guerra contro I nabatei, ha già assediato la città santa ed attende la risposta al suo ultimatum, mentre marcia contro  Areta IV…

La frase di Gesù indica la coscienza ebraica di dover accettare  le condizioni di pace, imposte, pur dilacerata per la fine del sogno messianico e degli ideali della musar  oltre che   per il ritorno dei filoromani e il trionfo della paideia e del kosmos ellenistico …

I figli i della luce devono sottostare a quelli delle tenebre nel regno del Maligno – Satana-.

Il cristianesimo così crea la figura dell’agnello condotto al macello e il muthos del sangue versato per molti, secondo le  scritture …

Marco greco, cioè  il testo  di Marco che noi leggiamo, invece, sembra dipendere  dal racconto di Matthaios  aramaico e greco ed essendo  privo della   frase proverbiale –tutti quelli che mettono mano alla spada di spada periranno–  marca il fatto che tutti abbandonano e fuggono, all’arresto di Gesù.

Vi aggiunge,però,  la sua personale testimonianza di giovinetto che nudo, fugge insieme con gli altri, lasciando il lenzuolo, con cui si copriva quando era con gli altri nel Getsemani/frantoio.

Marco, dunque, precisa che lui è  testimone oculare dell’arresto- se è vera la tradizione – di matrice alessandrina- che identifica l’evangelista con il giovane nudo che fugge: è un ulteriore indizio di una memoria dell’accaduto, visto dall’angolazione di un ephebos  levita, impaurito, di fronte all’ adesione del sinedrio, intenzionato a seguire il ripristino dello  status quo precedente l’impresa messianica in Iudaea, da parte della politica Tiberiana,  secondo i mandata di Macrone e di Caligola, coreggenti dell’impero, durante la malattia mortale terminale dell’imperatore…

I commentari storici di Strabone

Giuseppe Flavio spesso in Antichità giudaiche cita Strabone di Amasea  (64 a.C. -24 d. C).

Le tante notizie storiche, raccolte da  F.Jakoby ( Die Fragmente der Grieschischen Historiker II, App 430-436 291-295 -commento- ) mi hanno dato l’occasione di uno studio sui frammenti  flaviani, sul loro valore e sulla possibilità di capire il motivo di una mancata tradizione dell’opera storica di Strabone.

Perché conservare solo l’opera geografica e non quella storica? quando  c’è stata una tale decisione e da  chi  è stata presa? o e’ stato il  caso a determinare una tale  scelta?

Se la scelta storica è quella di Asinio Pollione, cioè di un indirizzo repubblicano, pompeiano  e non cesariano,  il rifiuto dei lettori è da mettersi in relazione con l’adesione alla propaganda  ufficiale ottavianea!

Quindi la mancata tradizione del manoscritto storico è in linea con tanti altri oppositori  del sistema augusteo.

Strabone è a Roma in Varie occasioni : si trova giovanissimo in città alla morte di Cesare nel 44,  e nel  35, dopo  la vittoria di Nauloco di  Ottaviano ed Agrippa, e subito dopo Azio nel periodo tra il 31- e il 27 a.C.

I suoi rapporti a Roma sono dunque continui con famiglie di patroni di cui non conosciamo i veri nomina, ma si può arguire dal cognomen riferito ad una peculiarità oculare- propria dell famiglia di Pompeo Strabone o di Seio Strabone capo pretoriano,  padre di Elio Seiano – che sono della famiglia o dei fautori pompeiani o di  antoniani.

E’  uomo che segue la spedizione in Arabia di Elio Gallo  – non si sa con quel mansione e a quale titolo, ( è una supposizione, non documentata- che sia tra i 500 esperti inviati da Erode, che ha già fidanzato suo figlio Alessandro con Glafira figlia di Archelao, sovrano di Strabone).

E’ certo, però, che vive ad Alessandria a lungo e che continua in vecchiaia a tornare a Roma fino, sembra, alla morte di Giuba (23 d.C).

La sua opera storica non è di un ottavianeo ma è di un pompeiano  del tipo di  Tito Livio,  che è  autore latino, però,  utile per la propaganda in lingua latina.

Strabone, invece, in lingua greca, non è   ritenuto degno  come storico, di circolazione, quasi subito, perché sovrastato da altri storici e letterati di corte che dominano l’ambiente del Palatium di Ottaviano Augustus /Sebastos.

E’ accertato il ruolo dominante degli alessandrini a corte.

Allora ho messo in relazione i dati di Strabone con quelli di  Dionisio di Alicarnasso e  di Nicola di Damasco e con altri  letterati-ma anche con histriones  come Elicone sotto Caligola,  e poi con quelli  successivi di Appiano e di altri, che in varie riprese e  differenti tempi dominano la corte imperiale.

Si sa che Strabone scrive Istorika Upomnhmata /Storici commentari in 47 libri.

Di essi ci sono rimasti frammenti, di cui si conosce qualcosa grazie a Giuseppe Flavio che lo riporta in Antichità Giudaiche  a cominciare dal XIII libro.

Infatti si pensa che lo storico abbia  scritto 4 libri di prefazione e di premessa  come introduzione all’opera in un tentativo di congiunzione tra l’opera di Polibio e gli avvenimenti successivi fino al tempo di Tiberio (primo decennio di regno).

Infatti l’opera storica  di Strabone era  intitolata ta metà Polubion/ le cose dopo Polibio  in 43 libri.( + i 4 di introduzione).

L’inizio dell sua storia  prende in esame l’anno 146, quello in cui finisce l’opera polibiana, la cui grandezza è nella struttura /systasis  della costituzione mista  romana, in una condanna della basileiamonarchia e della democrazia.

Polibio è fino alla epoca augustea il modello di  Posidonio e  di  Sempronio  Asellione -( cfr. D. MUSTI, Il pensiero storico romano, in G.CAVALLO-P.FEDELI-A.GIARDINA (a cura di), Lo spazio letterario di Roma antica, Roma 1989, pp.177-240;  Cfr. A . LA PENNA, La storiografia, in F. MONTANARI (a cura di), La prosa latina: forme, autori, problemi, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, pp. 13-93 ) .

Noi siamo interessati a conoscere se c’è qualche punto di congiunzione tra  Strabone e  Tito  Livio, che hanno una certa propensione  verso il principato augusteo, inteso come inizio di un processo nuovo e di una nuova storia ma anche come fine di un’epoca, quella repubblicana.

Augustus come alfa ed omega della storia sottende anche una particolare predilezione divina verso l’unto del  signore, padrone della Storia  e verso Roma la megalopolis, l’urbs per eccellenza, che è  il mondo in piccolo, eterna  perché dotata di Nike  e datrice di eirenh.

Augustus non è solo un titolo di  egemoon sebastos, ma sottende il favore eterno verso un popolo quello romano  di un Theos che ha destinato alla supremazia la romanitas, il cui compito è imperare, pacificare le diverse etnie e  regere cum iustitia.

Virgilio in modo sublime in Eneide VI,851-3 sintetizza: tu regere imperio populos, Romane, memento/(hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem,/parcere subiectis et debellare superbos.

Perfino il popolo ebraico, eletto, riconosce la supremazia di Roma con la sebasteia  e l’investitura del suo stesso Dio su un popolo di goyim, destinato al comando del mondo: vittoria, pianificazione giusta temporanea  e integrazione pacifica dopo la stato di belligeranza, inteso anch’esso come quasi  momento di  aspirazione ed attesa dei popoli della conquista violenta romana,trauma provvidenziale per l’ingresso nell’imperium.

Un disegno salvifico delle gentes pagane è solo adombrato negli storici greci secondo pronoia divina stoica!?

il sole che tramonta ( la repubblica) e il sole che sorge (principato) sono metafore  dell’eternità del potere romano rinnovato, in senso imperiale, su una base naturale, in un recupero della cultura alessandrina antoniana , ora al servizio di Ottaviano – Serapide, katolikos.

Strabone sembra avere un’ideologia utopistica antoniana, diversa da quella attuata dagli alessandrini di corte,  in opposizione alla cultura instaurata in Roma dagli alessandrini del Museo e specie da Didimo Arieo, dai figli e dagli altri  filosofi- scribae  della Biblioteca, a cui poi si legano i letterati del circolo di Mecenate, che cooperano in relazione alla loro specifica attività, incapaci di non obbedire agli haud mollia iussa ( Virgilio,Georgiche,III,41).

Perciò, noi abbiamo letto i frammenti in questa chiave, anche se sono pochi e  irrilevanti a tale fine, ma, se comparati con la conclusione del VI libro di Geografia  sull’Italia e con altre parti dell’opera straboniana  è possibile intuire qualcosa del suo reale pensiero politico.

Flavio, comunque,  in Ant. Giud.  XIII , 287   testimonia  il pensiero di  Strabone di Cappadocia (è il primo riferimento al cappadoce  che parlando  di Giovanni Hircano  tratta della situazione  favorevole ai Giudei in Egitto, dove i figli di Onia -, che già  avevano costruito il tempio d i Heliopoli simile a quello di Gerusalemme- Helchia e Anania , ebbero  il comando dell’esercito egizio): La maggioranza infatti  di chi era ritornato dall’esilio e di chi in seguito  fu inviato a Cipro da Cleopatra , passò subito a Tolomeo. E soltanto i giudei del distretto di Onia rimasero fedeli a lei perché i loro concittadini Helchia ed Anania godevano di un favore speciale presso la regina.

Su Aristobulo I – che governò un solo anno e che fece circoncidere gli Iturei  parlando della  sua natura gentile  e modesta e del suo filellenismo- Flavio dice. riportando il giudizio di Strabone ibidem,319.. questo uomo fu utile molto vantaggioso per i greci allargò i confini del suo territorio  ed unì a loro una porzione degli Iturei obbligandoli con il vincolo della circoncisione.

Flavio trattando dell’ impresa di Tolomeo Latyro contro Alessandro Jamneo  cita Strabone insieme con Nicola damasceno   che aggiungono che oltre all’invasione della Giudea il re egizio  prese d’assalto anche Tolemaide (Ibidem 347).

In Antichità Giudaica XIV, 34, Flavio tratta di Pompeo che a Damasco sente le accuse   di Hircano e quelle di Aristobulo  e per comprovare al veridicità dei fatti   cita Strabone il cappadoce,  Venne un’ambasceria dll’Egitto con una corona del valore di quattromila pezzi d’oro e dalla Giudea vite o giardino , opera d’arte chiamata da loro terpolé/eden- piacere.

Flavio cita  Strabone, insieme a Nicola e a Tito Livio – autore di una Storia romana –    sulle imprese  di Pompeo e specie quella della  presa di Gerusalemme  nel 63 sotto i consolato di Cicerone, ( ibidem 68): lo studio su Pompeo sottende un sua visione storica pompeiana e della sua iustitia da contrapporre a quella cesariana (antoniana e ottavianea) ? !

E’ troppo poco per poterlo dire! scarsi sono i riscontri in altre parti di Geografia , insignificanti!

Risultano vani come  quanto dice Flavio col supporto di Strabone e di Nicola  (ibidem,104) circa le spedizioni di Pompeo e di Gabinio, suo legatus contro i Giudei e poi contro gli Egizi per installare nel regno Tolomeo Aulete.

Flavio porta  anche la testimonianza di Strabone sulle notizie (ibidem112) della ricchezza del tempio di Gerusalemme  e della rapina fatta da Crasso,  in riferimento ad un deposito di Cleopatra  III nell’anno 102 (XIII,349) che fu spostato  da Mitridate VI Eupatore, ed inviato  a Coos, dove  prese  il denaro che aveva qui -nel tempio- depositato la regina Cleopatra insieme  ad ottocento talenti dei Giudei. 

Le notizie  flaviane desunte da Strabone non sono verificabili tramite altre fonti!

Più importante  la notizia sulla condizione dei giudei sotto Mitridate e  poi nel periodo pompeiano, relativa la situazione giudaica in Cirene  e sulla città stessa(ibidem, 115,116,117,118).

Flavio parla della situazione  dei giudei sotto Mitridate  e della condizione di quelli di Cirene,  facendo riferimento a Strabone : nello stato di Cirene ci sono quattro classi: la prima  è dei cittadini, la seconda  degli agricoltori, la terza degli stranieri /metoikoi, la quarta dei Giudei. Questo popolo si è sparso  in ogni città e non è facile trovare  nell’ecumene un luogo che non abbia accolto questa nazione e nel quale non abbia fatto sentire il suo potere.  Ed avvenne che Cirene che ha gli stessi reggenti dell’Egitto, lo abbia incitato  sotto molti aspetti, in particolare incoraggiando e  aiutando l’espansione dei gruppi di Giudei organizzati  che osservano le leggi nazionali giudaiche.  In Egitto, ad esempio, un territorio è stato messo da parte per una abitazione giudaica e in Alessandria una grande parte  è stata sistemata per questa nazione. Quivi risiede  pure uno di loro  installato come etnarca  che governa la nazione, decide le controversie, ha la supervisione dei contratti e dell ordinanze  come  capo di stato sovrano.  In Egitto la nazione fiorì  perché i Giudei in origine erano egiziani e perché  quelli che lasciarono  quel paese, andarono poi ad abitare nelle vicinanze, e migrarono a Cirene  perché questo paese  è confinante col regno egizio, non diversamente dalla, Giudea che , per meglio dire, prima, faceva parte di quel regno

I seleucidi, dopo la Guerra di Celesiria, a seguito della vittoria del Panion  tolsero agli egizi la Giudea con Fenicia,  che divenne parte integrante del Regno siriaco.

Flavio (ibidem137) ,mentre parla della campagna di Cesare  e della ricompensa fatta a d Hircano e ad Antipatro riporta due affermazioni di Strabone  una da collegarsi con quella di Asinio Pollione.: dopo Mitridate (il pergameno) anche Hircano il sommo sacerdote  dei giudei si recò in Egitto; L’altra , ècollegata con Hypsicrate: Mitridate andò da solo in campo, ma Antipatro  procuratore della Giudea fu chiamato ad Ascalona da lui  e gli condusse tremila uomini e spinse gli altri principi  a fare altrettanto.  Anche il sommo sacerdote Hircano  prese parte alla campagna

In Ant Giud XV,9,10 Flavio parla dell’uccisione di Antigono ad opera di Anotnio e porta la testimonianza di Strabone:  Antonio decapitò Antigono  che gli era stato condotto ad Antiochia. Egli fu il primo romano che decise di decapitare un re poiché pensava che non vi fosse nessun altro mezzo che potesse mutare l’attitudine dei Giudei affinché accettassero  Erode, che era stato posto al suo luogo. Infatti neppure sotto torture si sarebbero sottomessi a proclamarlo re;  tanto alto era il concetto che avevano del re precedente. E così pensava che tale infamia scemasse, in qualche modo, il ricordo che avevano di lui ed attenuasse l’odio che nutrivano per Erode.

E’ questa testimonianza, per noi , molto importante per al definizione di Erode re/basileus  per merito dei romani.ha anche valore per la decisa volontà popolare di aver un re asmoneo, legato al sistema parthico, da cui riceve l’investitura aramaica di maran /re. Flavio tramite Strabone mostra due partes in lotta e come Antonio  si erga a giudice tra le fazioni e decida per la soluzione del regno erodiano filoromano, in una volontà di integrare il giudaismo nel mondo sovranazionale ellenistico -romano,

E’ questo un tentativo fatto dall’imperium romano durato oltre un secolo fino alla distruzione del tempio con diverse modalità e concluso con  Adriano, con lo sterminio  e la Galuth.

Strabone, quindi, ha una visione antoniana anche se combaciante con quella poi dominante ottavianea , propria dell’auctoritas di Augustus/sebastos.

In Ant Giud. XVIII, 22  c’e’ una testimonianza indiretta  di Strabone in quanto Flavio  parla  di Ctisti tra i daci che vivono come gli esseni:  Sono chiamati così i  fondatori -E’ chiaro il rifermento a   Geografia VII,296

in conclusione, si può dire che di Strabone storico abbiamo da Flavio  solo frammenti e che  la sua opera di  storico non ci è giunta e perciò ogni concreta affermazione è da ritenersi inesatta ed incompleta  senza reali convergenze e relazioni  con altri scrittori.

Comunque Flavio è un militare che tenta, come governatore di Galilea,  di frenare l’invasione di Vespasiano, dux neroniano; Strabone è anche lui un militare cappadoce che segue l’ impresa  arabica di Elio Gallo: essi seguono Polibio e la tradizione greca e disdegnano quella latina specie di uomini  che non sono  militari, ma retori,  che fanno storia senza avere competenze specifiche e e non conoscono la vita di castra . La loro storia è dunque una storia “pratica” rispetto a quella “theorica” latina!

Questi non hanno  in  alcuna  considerazione la letteratura latina dell’epoca e non stimano neanche Tito Livio (una sola volta citato) che ha invece precisi intenti di emulazione con la storia greca specie di quella di  Polibio.

Comunque sembra  che  l’idea che con Augusto finisca un’epoca ed inizi un nuovo mondo, possa essere propria di  di Dionisio di Alicarnasso  e di Strabone, poi ripresa di Nicola di Damasco.

Forse la trattazione della guerra di Perugia  prima e poi del titolo di Augustus Sebastos accettato da Ottaviano- su proposta di Manucio Planco nel 27- che si proclama Imperator Caesar divi filius, -come conclusione della  coniuratio occidentale, che  ora è da fondersi con quella orientale- autorizza gli storici in lingua greca  a considerare finita le res pubblica  e a ritenere imperante l’auctoritas dell’autokrator catolikos

Le opere  di  J.P.Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) di R.  Holland, ( Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007) mostrano come gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno , inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios ,  eirenepoiios. soothr ecumenico,  nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del  salvatore del mondo.

Tutto il mondo di 50.000.000 di politai  – di cui 300.000  sono stati  commilitoni,di Ottaviano, inviati e distribuiti nelle colonie o rinviati nei municipia dopo il servitium di leva, ricompensati con assegnazione di  premi in denaro e di terre (Res gestae  divi Augusti,3)- ora è partecipe del principato e della implicita ideologia.

Sembra perciò che Flavio,  che trascura la fonte latina e cura quella greca straboniana -in cui è manifesta proprio nell’opera rimasta-mostri una cultura eclettica  sulla base del modello polibiano.

Strabone  infatti è quasi un romano di adozione in quanto  ha frequentato uomini come  Aristodemo  maestro suo e  dei  figli di Pompeo (Gneo e Sesto),  anche se rimasti alquanto rudes, secondo Velleio Patercolo ed Anneo Floro.

Segue poi  Tirannione che  è  maestro dei  figli di Cicerone , ma è amico anche di Senarco  di Sidone e di Boeto anche lui di Sidone  tutti personaggi viventi a Roma.

Sembra che  conosca lo stesso Posidonio di Apamea. sull’Oronte, da cui ha una impostazione secondo phusis ed ethos  e pare che abbia relazione con lo stesso   Atenodoro di Tarso,  che è un amico e consigliere  di Ottaviano.

Da tutti questi orientali trapiantati a  Roma a  Strabone  viene  una lezione culturale  in senso polibiano e  posidoniano,  specie in senso morale stoico.

Il migliore critico su Strabone sembra essere  W. Aly , Der Geograph  Strabon uber Literatur und Posidonios Athen 1972…

Il critico,  a nostro parere,  comunque, insiste troppo sul carattere aristotelico quando nell’epoca esiste solo un tecnicismo ed un culto della praxis   in un rifiuto del  dogmatismo dottrinale quindi filosofico, in quanto non  ci sono più neanche più scolarchi ma figure di eclettici che come goetes abbindolano la classe media e popolare . Perciò non mi sembra molto regolare  il suo pensiero circa la stretta connessione tra Strabone  e il peripato. con l mediazione di Posidonio

 Non per nulla F.Adorno (La filosofia  antica, II Milano 1965)  rileva che  le correnti filosofiche in Roma   hanno  un valore di congiunzione di Negotium et otium, di moralis e di phusica    al di là di ogni impostazione  filosofica  (Cfr. A .M. Biraschi Introduzione a Strabone Geografia, Italia -V-VI- Milano Bur 2000)

Sembra che l’opera  storica di Strabone  non  abbia  più rilievo storico nel  II secolo dopo la pubblicazione del 160 di Appiano, che chiude la  sua storia con il regno di Traiano.

Secondo noi un’opera non viene più tramandata non   per un caso,  ma per una volontà precisa imperiale che  rileva una qualche contrarietà o avversione al vigente sistema  culturale! .

Noi, comunque,  allo stato attuale, non  sappiamo dire chi  ha fatto la scelta geografica di  Strabone e non possiamo dire neanche  che sia avvenuta nei primi decenni del III secolo sotto i Severi e neppure in epoca cristiana.

E’ una scelta strana : storia e geografia sono come tempo e spazio, entità di una stessa sostanza, univoca che suora l’aspetto cronotopico …

Certo Strabone storico sarebbe stato molto importante per la comprensione delle cose giudaiche, dati i rapporti tra la corte  di Erode e quella di Archelao,   e per la conoscenza dell’impero parthico di Artabano III, di cui si conosce solo una forte ostilità nei confronti di Tiberio ma non se ne conoscono le reali cause.

The Death of a God

 

THE DEATH OF A GOD

Rome, 24th January 41: the death of Caligula Theòs

 

The death of a God.

Flavius Josephus (Ant. giud., XIX, 211), after describing the plot to kill Gaius Caligula and the event of his actual death, concluded by saying that the sovereign had treated his friends Agrippa and Antioco, turannodidaskaloi, with love and respect. Gaius then became demokraticotatos, very democratic, and distanced himself from his own paideia and docsa, nobility, and from his very Basileus/re: thus his friends’ affection turned to hate, and they plotted against him and killed him.

At the beginning of his book, Flavius Josephus had demonstrated how Gaius had made himself a Theos, and had emphasized the ectheosis forced on his subjects (ecsetheiaze d’eauton, kai tas timas ouketi anthropinas hesiou gignesthai para toon uphkooon autooi/ he assumed godly characteristics and insisted on his subjects honouring him in a way which was not suitable for a man). Flavius Josephus also wrote about the persecution against Judaea and the Hellenic Jews, the fact that Rome was reduced to a normal city – after Alexandria had been made the capital – the weakening of the Senate, and the drastic reduction of the cavaliers’ privileges, ending in exile or confiscation of their worldly goods.

For the historian, after Gaius celebrated becoming a god, he declared to be equal to Zeus, who he saw as his brother. According to Philo (Legatio ad Gaium), a precise deification cursus had been planned, step by step, by an équipe from Alexandria serving the emperor, in a transition from the heroic phase of a minor deity to an increasingly important intitolatura of greater divinity.

This project was then made into a wonderful show for the people, lasting for all of the year 40. There were divine performances (epiphaneiai) in which the god was extolled by means of special effects, thanks to the scientific inventions of that period; these enabled Gaius to be presented as omnipotent in his acts of hurling lightning, of creating thunder, a numen dominator of all kinds of phenomena and natural elements (earth, water, air, fire), even healing any type of disease.

As I have already shown in Caligola il Sublime, the way in which the God Gaius was worshipped was a real cult, with its own priests paid by the state, its own series of rituals, its own sacred animals and temples dedicated to Caligula, and even its own feast days. Following the cult of the numen of Gaius was compulsory all over the Roman world: every city and village made sacrifices and prayed to Theos Gaius, as had happened in Dora (Ant. Giud. XIX, 308), where the latria cult of the emperor led to stasis/revolution and to tarachh/riots in an anti-Judaic sense. This was the case even after the accession of Claudius, who, in compliance with previous decrees, had to declare that every etnospopolo was free to have a specific religious cult/threskeia, according to their own traditions/ethos.

Only the Aramaic Jews (and some Druid groups) protested, and these were crushed by the governor of Syria, Petronius Turpilianius, who, reluctantly, had to obey the decree of deportation or bloodshed if the population did not obey the imperial decree to erect the statue of the new god in the temple of Jerusalem.

The death of the God Caligula saved the Jews and also the governor, who was slow in giving his orders.

Nobody believed Theos had been murdered in Rome because a god does not die; it appeared to be one of the many theatrical performances of that time, and so the anastasis toon nekroon of the God was expected.

For this reason, Rome was at a standstill for more than a day; the only people to react were those who knew that the God was a man, that is, those who knew that the god was really dead, murdered by the praetorians, not by noble conspirators. The praetorians, removed from office, demanded their severance pay and were afraid they would not receive it if the God moved away from Rome with his new German bodyguards.

Rome and the Empire were shocked by the death of the God.

At the beginning, Philo of Alexandria, in Rome at that time as head of a Jewish delegation, must have taken part in the imperial theopoiia in opposition to the Greek Alexandrian team. The delegation had been heard by Gaius just before his death, but sentenced by the court; together with De Josepho and the Vita di Mosè, Philo greatly influenced and conditioned the deification of Jesus Christ.

Only the common Aramaic Jews and some Hellenic Jews mourned Jesus Christ when he died at Easter in the year 36 (this according to Christian calculations, incorrect). Five years later, nobody, or hardly anybody, remembered his crimen/crime against the Roman Empire when it was compared to the more important event of a deicide: this took place in Rome with regard to a sebasth/august venerable, the autokrator imperator, the nomos epsuchos legge vivente/the law in person for men.

Who in the Christian world can understand this ambiguous situation, which occurred in the Roman Empire over a period of five years and was perfect knowledge for Jews, Greeks and contemporary Latin people?

Who, educated according to Christian principles, ever thought that Theos Caligula would be honoured as a God also in Judaea, immediately after the death of the Messiah, and even in Jerusalem, destroyed by the knowledge of the end of Malkuth ha shemain?

Who, as a Christian, has complete knowledge of these events? Which Christian historian has ever understood Caligula’s ektheosis or has even vaguely thought of a connection with the obscure episode of an Aramaic rebel who, shortly beforehand, declared he was maran king in Palestine during a Roman political crisis in Tiberian times?

Philo, a Jew, in the incipit of Legatio ad Gaum, described Caligula’s kingdom enthusiastically as the coming to power of an era suturnia, of a popular delirium of all the ethnic groups of the Empire. The latter were enamoured of their young prince, who, however, after his illness, began persecuting the Jews and carried out a massacre in Alexandria, this coinciding with the death and divinization of Drusilla, his sister and mistress, as Pantea (Cf. A. Filipponi, Una strage di Giudei trad. In Flaccum, parallel text E. Book, Narcissus).

However, Philo does not talk about the persecution of Sejanus in Palestine by Pilate; after Artabano’s defeat by Vitellius, this persecution must have had tragic consequences, and, maybe after the end of the Malkuth ha shemaim, created dangerous connections with the Alexandrian Jews.

Why was it that Philo, Apion and Seneca, all eye witnesses (or nearly) to the two events, did not tell us exactly what had happened?

Apion, so attentive to mirabilia (paradoxa), anti-Judaic, a grammarian considered to be another Homer by Tiberius, as well as his resonator (cembalo), cf. Flavius Josephus (contra Apionem), as pointed out by Pliny the Elder, did not mention these episodes at all, despite Christ’s miracles (monstra).

And Seneca, who lived in Alexandria for almost seventeen years and was often a guest of Philo’s brother, an alabarch (customs official), left evidence of how much he hated Caligula in his writings, but nothing at all about what happened in Jerusalem and Alexandria.

I am citing only these three scholars, but I could add many others, starting with Agrippa I, Lucius Vitellius, the Emperor Claudius and Agrippina the younger, all of whom left us documents, as did many historians excluded from the Christian tradition. Cf. il buco storico.

Flavius Josephus, who was well versed on Judaic sacerdotal sources, was fully aware of the Jews’ great responsibility for the death of the God Caligula. On the other hand, he described the praetorian Cassio Cherea’s thoughtless act as heroic, barely mentioned the death of Christ (Ant Giud, XVIII, 63-64), a tekton/Kain non rabbi/sophisths, proclaimed Meshiah by the people (supported by the Essenes and the Pharisees) and captured, defeated and killed by the Romans, who had resolved the Armenian-Palestine problem thanks to the Zeugma treaty.

In conclusion, Flavius Josephus conveyed the following message, consistent with the Judaic tradition: the Romans, Tiberius-Macron-Caligula, killed the Messiah and brought the malkuth ha shemaim to an end, overcoming the popular uprising in Judaea (which then spread to Alexandria, where the first pogrom in history was carried out); instead the Jews (Agrippa I, Philo and the great Greek trapezitai) were, together with others, mainly responsible for the death of the God Gaius Caligula, idolized by the people and by all the romanitas.

At that time, the two events were not comparable, and for the very same reason, the two deified men should not even be linked nowadays.

The first, Caligula, of his own free will, became a god thanks to imperial power (exousia) and left certain signs which were useful for other deifications, both imperial and non-imperial; the second, a Jewish messiah who was defeated and crucified, was deified, despite countless protests, about three centuries later according to the Caligulian paradigm, after his definition of uios and logos with respect to Pathr and Pneuma for the constitution of the divine Unity and Trinity.

The deicide was a novitas for the inhabitants of the Empire, who witnessed the death of the immortal God, killed by human beings who carried out what had already been planned.

The idea of death of a God was formed by the very reference to the murdering of Caligula by conspirators, with regard to the astonishment manifested by contemporaries on hearing the news.

Instead, for descendants like us, the idea of attributing the death of God to Jesus, after the exchange of nomen/name, upostasis/person and divine attributions, results in an absurdum artificial, a literary fabrication, and becomes a mysterium.

L’absurdum is that historically, Caligula’s deification has been archived as the ridiculous act of a lunatic, on the basis of propaganda by Jews who were incapable, due to their strict compliance with the laws, of tolerating any other god apart from JHWH, and of accepting the normality of the prevailing basileia divina ed assoluta of Hellenic origin, which unified the Roman ethnic groups. Instead the image of the defeated Messiah was invented and preserved; because of Jesus’ resurrection, he was deified, identical parameters and the same terminology as those used for the Roman emperor being adopted. This all took place in a gradual process by the Christian people that lasted centuries, thanks to the power of the diocesan/administrative organizational structure and to the oniade financial and economic system present all over the Empire. (Trad.inglese di SUE  EERDMANS)

Il ritorno di Erode e la riconquista di Ventidio Basso

 

Il ritorno di Erode e  la riconquista di Ventidio Basso

 

 

L’ordine romano è turbato in una grande zona delimitata a Nord dal Ponto Eusino e dal Caspio  fino al Mar Mediteraneo a sud –ovest, e ad Est in Nabatea nella zona transgiordana.

I governatori romani, fuggiaschi, sono sotto la protezione della flotta stazionante nel mare greco di Manucio Planco, governatore nominale di Siria, costretto  a ritirarsi sulle isole dell’Egeo (Cassio Dione, St.Rom., XLVIII, 24), essendo quasi tutta la costa di Caria e di Licia e parte della Panfilia, occupata dai parthi.

Quinto Labieno è giunto in Cilicia, seguendo gli ordini di Pacoro, il figlio di Orode, che si presenta come il liberatore dei greci e loro soothr.

Plinio (Nat.Hist.,V,93) e Strabone (Geog.XIV,66) concordano  nel mostrare la morfologia,  l’orografia e l’idrografia  della zona tra Cilicia e Siria e nel riconoscere la funzione divisoria del fiume Melas (Manuygat Cay) e nel menzionare le porte  cilicie Kuliakiai Pulai, il passo del Tauro/Guelez Bogaz, a 1100 metri, a nord,  e  a sud-est  le Amanikai Pulai o passo del monte Amano, al confine tra le due province romane.

Per il rilievo, nella zona distinguono la Cilicia Aspra/ Tracheia e il Tauro, ad Ovest,  l’Antitauro  a Nord, l’Amano ad est e la pianura cilicia  kilikia pedias.

Ventidio, dunque, sbarcato in Panfilia, avanza verso la pianura cilicia,  favorito dalla flotta di Planco,  facendo ritirare verso l’interno le truppe parthiche di  Quinto Labieno.

Si sa che le truppe antoniane di Ventidio e di Planco  sono costituite da 13 legioni (circa 78.000 uomini)  e da 6.500 cavalieri, oltre agli auxilia truppe ausiliarie locali di combattenti partigiani.

Nel complesso, quindi, c’è un corpus militare di circa 100.000 uomini, che comprende reparti speciali di veliti, armati alla leggera, e di frombolieri,  cohorti di elementi  dotati di funda (frombolo), capaci di  gettare  fino a  400 metri proiettili, posti in una borsa, che portano a tracolla,  contenente pietre di argilla e palline di piombo a forma di prugna  (20-30 grammi).

Questi sono chiamati comunemente Balearici, ma sono anche greci, oltre che delle isole Baleari (e specialemnte quelli antiparthici sono cretesi) che hanno diverse competenze in quanto lanciano chi a breve distanza 100-150 metri, chi a media  200-250 e chi a 300-400 metri ed oltre.

La novità assoluta di questo reparto è che il fromboliere, se è appostato, è micidiale in quanto  colpisce l’arciere che ha una gettata minore, specie se è  a cavallo e tira dal basso verso l’alto.

Non si conoscono le esatte date di partenza delle truppe di Ventidio Basso: si crede che Planco con Fulvia sia partito con urgenza agli inizi del 40, mentre il legatus piceno alla fine dell’anno o nei primi  giorni del 39.

Dunque c’è un lasso di tempo di oltre 10 mesi tra le due partenze di truppe antoniane.

Ventidio  è probabile che sbarchi in Panfilia non molto prima di Erode, che arriva a Tolemaide a metà febbraio  per dirigersi in Idumea e poi a Masada con forze anche romane, per liberare i suoi  parenti.

Perciò il legatus antoniano è nella costa cilicia già ai primi di marzo, quando Labieno parthicus imperator è diventato popolare in Asia e per la monetazione e per la propaganda- grazie ai biblia– e  per il suo effettivo valore militare.

Il traditore ha le simpatie dei cives romani, ex pompeiani, che sono passati dalla sua parte perché schierati contro i triumviri.

Anche i re della zona  asiatica sono o neutrali come Castore di Galatia, o antiromani  come Ariarate di Cappadocia  ed Antioco di Commagene (E. Noé, Province Parthi e Guerra civile : il caso di Labieno in “athenaeum”, Pavia.vol 85, 1992;  A. Morello, Titus Labienus et Cingulum-Quintus Labienus Parthicus, Nummus et Historia IX, 2005).

Secondo gli accordi con Barzafarne e con Pacoro, Labieno penetrato  in Frigia, in Licia e in Caria senza aver opposizione,   in breve conquista la zona,  marciando spedito e distruggendo le città nemiche, incontrando  qualche resistenza secondo Strabone (Geogr.XVI,1,28)  ad Alabanda e a Mylasa, dove c’è l’opposizione di Ibrea- poi costretto alla fuga- congiunta con quella di Zenone di Laodicea.

Nel frattempo in Giudea Antigono, idolatrato dagli aramaici,  è riuscito a conquistare Gerusalemme e a controllare il Tempio, con l’aiuto di Barzafarne.

Ventidio procede lentamente in quanto è dux prudens.  Attraversata la Pianura cilicia, protetto dalla flotta, risalendo  il corso del fiume Melas, giunge alle porte Cilicie, facendo  sloggiare Labieno dalla sua postazione.

Questi si ritira, sperando nell’aiuto dei rinforzi della cavalleria parthica,  sia quella degli arcieri che quella catafratta,che sono poco distanti, ma procedono con tempi diversi.

Mentre Ventidio si fortifica  in zona, aspettando  l’arrivo di altre legioni, da poco sbarcate, i parthi, senza essersi collegati con Labieno, convinti della superiorità numerica,  temendo di essere presi, poi, alle spalle dai romani, che stanno sopraggiungendo, attaccano improvvisamente il legatus piceno.

Ventidio, che non ha un esercito numericamente consistente, si trincera ancora di più, fingendo paura, e si rinchiude nei castra, naturalmente ben protetti  e poi, fa uscire come per una sortita i suoi all’improvviso e ricaccia i  nemici, già giunti a ridosso dell’accampamento romano, impossibilitati nell’uso delle frecce dal contingente balearico,  già appostato, verso la Cilicia Tracheia, in direzione della pianura, dove  sono  travolti dalla stessa cavallaria catafratta, pressata dalle sopraggiunte legioni di soccorso  (Cassio Dione, St.rom.,XLVIII,5) .

Dei superstiti solo alcuni  si collegano con le truppe di Labieno,  inutilizzate,  che, sfiduciate, in parte si arrendono, in quanto romani, in parte si sparpagliano per la Cilicia Tracheia tanto che lo stesso Labieno  rimane per giorni nascosto per poi fuggire verso Cipro, là dove è preso dal governatore Demetrio,  da cui è ucciso.

Allora Ventidio si dirige  prima a nord, verso il Monte Amano e poi piega verso sud- est alle pulai amanikai che sono sul confine tra Cilicia e Siria, dopo che si è congiunto con le legioni di Poppedio Silone, preoccupato della presenza delle truppe di Barzafarne.

Mentre la manovra di congiunzione delle truppe romane non è ancora completata, le truppe di Silone, giunte ai piedi del monte Amano, sono attaccate dai Parthi, che utilizzano ora la cavalleria catafratta e mettono in serio pericolo le legioni romane di  retroguardia.

Ventidio fa girare  parte del suo esercito,  volgendolo a sud  verso le spalle della cavalleria parthica  ed attacca di fianco  Barzafarne, costretto a combattere su due fronti, già trivellati dai proiettili a lunga gettata dei balearici,  poi simula la fuga trascinando i nemici  nella direzione, dove ha predisposto un reparto in agguato.

I milites di Silone, liberati dalla morsa, inseguono i parthi.che  improvvisamente si trovano intrappolati  tra tre schieramenti , quello di Ventidio, quello di Silone e quello dei romani appostati nei castra.

E’ una completa vittoria, per cui l’esercito riunito ora  insegue  i nemici,  che ripassano l‘Eufrate, ad ondate,   in fuga, nella zona di Zeugma, da tempo libera dai contingenti romani.

Pacoro, che li ha  riuniti e poi  ricondotti  entro i confini, ora è eletto re dei re, dopo la morte ( o abdicazione) del padre.

C’ è’ un periodo di pausa breve nelle ostilità di un  tre/quattro mesi, in cui ci sono i funerali del re morto (periodo di interregno) e la proclamazione ufficiale di Pacoro riconosciuto sovrano  da tutti i re della confederazione partica, riuniti  a Ctesifonte.

Secondo Flavio in questa fase Ventidio, mentre sta risistemando la Siria, sconfina verso la Giudea  e marcia verso Gerusalemme rifacendo lo stesso cammino di Pompeo.

Non si sa se lo faccia per ordine di Antonio per estorcere denaro agli ebrei gerosolomitani o come è presumibile per una sua volontà di razziare, dando libertà di rapina al suo esercito, in un territorio chiaramente filoparthico, come premio ai milites vincitori nella battaglia del Tauro e in quella dell’Amano.

Si sa (Cassio Dione, St. Rom., XLVIII,59) che occupa facilmente la Palestina  spaventando il maran  Antigono, che essendo a conoscenza della sconfitta di Barzafarne, suo alleato, cerca di venire a trattative, accettando di pagare qualsiasi cifra, pur di mantenere il trono.

Dopo una sosta, Ventidio, inspiegabilmente, ripassa il confine e riprende la sua opera di riorganizzazione della Siria.

Secondo Flavio (Ant. giudaica, XIV, 412-442) entra in Giudea per portare aiuto a Giuseppe, fratello di Erode, che non ancora è liberato dall’assedio a Masada , pretendendo non poco denaro  da Antigono, da Antioco e dal nabateo Malco per aver prestato aiuto a Pacoro, seppure in modi differenti.

E’ chiaro che Ventidio come ogni dux prende denaro dai nemici, a cui impone un tributo da spartire tra il comandante supremo e i suoi legati e i sodati, che devono trascorrere l’inverno nella zona montana e  devono avere viveri, panni coperte a sufficienza, in considerazione dell’inclemenza del tempo e della abbondante nevicata, testimoniata da Flavio (Guerra giud.I,, 288-9).

Dunque, secondo Flavio,  colmato di danaro, Ventidio lascia Silone con un distaccamento per evitare  che, ritirando tutte le forze, il suo procedere risulti brigantesco, proprio di un lesths.

E’ una giustificazione assurda, se riferita al fatto che il legatus  ci è andato per punire quelli che hanno favorito i parthi e per avere non poco denaro, oltre che per i bisogni di non dover svernare in zone montuose, piene di neve.

Lasciare Silone in Giudea  è un ordine di Antonio, che esige di detronizzare Antigono e di fare re Erode secondo il decreto senatorio: la spiegazione dello storico ebraico è collegata con la costruzione successiva  della storiografia augustea!.

Ne deriva che Antigono in relazione al passaggio, pur breve in Giudea del legatus di Antonio, pur conoscendo il mandato senatorio, cerca di circuire Silone, che saccheggia la zona, corrotto da lui e dalle sue ricchezze  (chrhmasin up’Antigonou diephtharmenos, mentre Erode, avviato verso Masada  è  costretto a fermarsi, a causa della resistenza di Ioppe, a lui ostile.

Di conseguenza, sembra che Silone, ora che non esiste più il pericolo parthico, prende denarii e dal maran e dal basileus di nomina senatoria: un legatus romano in terra straniera  pensa, a vittoria  sicura,  all’ esclusivo guadagno personale e  al bene  dei suoi soldati per acquistare popolarità e fare fortuna in politica, al ritorno a Roma.

Potrebbe esserci problema in caso di non obbedienza al proprio dux, che certamente autorizza una tale normale azione, sempre, però, nel rispetto del mandato generale di cacciare i parthi e favorire in Giudea Erode: questa sembra la normativa per i romani!

In questa operazione generale tesa ad estorcere ricchezza dall’una e dall’altra parte, Silone  è incalzato  e pressato  da parte dei fanatici partigiani giudei antiromani ed è Erode a liberarlo (Ibidem, 294).

 Il basileus ebraico, dopo la presa di Resa, avanza verso Gerusalemme, aiutato dalle truppe di Silone e concede l’amnisita ad ogni avversario (doosoon de kai tois diaphorootatois amnhstian, Ibidem295) e fa proclami facendo girare intorno alle mura della città banditori, chiedendo la resa.

Erode si dice l’inviato per il bene del popolo e per la salvezza della città.(ibidem).  

Flavio mostrando la clementia di Erode, ne rileva la non ebraicità rispetto ai  giudei gerosolomitani, che ostacolano con lanci di frecce la comunicazione, in un rifiuto di ogni offerta da parte di un nemico filoromano ed evidenzia il corrotto comportamento di Silone.

Secondo Flavio Silone  en Iudeaai  chremasin  up’Antigonu  diaphtharmenos (etugchane) bighellonava per la Giudea corrotto da Antigono (Guer.Giud. I,191).

Si rilevi  che diaphtheiroo  vale vado vagando rovinando e corrompendo e sottende persona corrotta da qualcuno  con danaro, estranea alle vicende e alle situazioni locali, obbligata a svolgere un servitium.

 Silone non ha altro interesse nella zona se non il guadagno suo e dei suoi milites, in attesa dell’ordine di togliere le tende per altri siti.

Non per nulla Ventidio lo attende in Cyrrestica e quindi è volto verso la spedizione antiparthica ancora incompleta ed è poco interessato alla vicenda del Basileus nominato dal senato, a cui deve  prestare aiuto, se serve.

E’un italico che cerca di sfruttare la situazione, senza entrare in merito alle lotte e alle divisioni tra giudei aramaici  antiromani e giudei ellenisti filoromani!

Infatti aiuta  il re a prendere una fortezza, lo segue e lo ringrazia quando è liberato dai fanatici aramaici lhistai.

 E’ il comportamento romano verso un socius di rango inferiore, anche se basileus locale!

Erode, di fronte alla avidità romana (thn dorodookian)  di Silone, che  è intenzionato ad andarsene in altre zone se non riceve compensi immediati, perché i dintorni della città sono stati spogliati da precedenti requisizioni di Antigono, è costretto a  ritirarsi.

Silone, inoltre, ha problemi nel suo esercito non abituato a climi rigidi, come quello gerosolomitano, montuoso.

Nei castra c’è un tumulto per la protesta dei milites che, a causa della insufficienza dei viveri e del freddo, chiedono di svernare in luoghi più confortevoli.

Ad Erode  non resta altro che implorare.

Fa infatti un accorato appello ai romani, a Silone, ai capitani, al plhthos dei soldati  supplicandoli di  non abbandonare chi ha l’appoggio di Cesare, di Antonio e del senato.

Nell’inverno del 39/38, inclemente, dato il rigore del freddo  a causa dell’eccezionale nevicata, Silone non può opporsi alla volontà dei milites che hanno vinto in due battaglie i parthi e tanto meno non soddisfare le loro esigenze primarie, avendo perfino frenato le loro rapine nel territorio, ora amico.

Erode, conscio della situazione, abile amministratore, dioikeths come suo padre,  requisisce viveri  da ogni parte  e fa  venire da Samaria- dove ha ora fissata la dimora ai suoi famigliari, a sua madre, alla sua fidanzata e a parenti- grano, vino, olio e bestiame e rifornisce l’esercito di Silone, nonostante gli ostacoli frapposti da Antigono

Erode, per prima cosa,  da Gersulemme dove c’è un clima rigido fa scendere  l’esercito romano  a Gerico, zona molto più mite, dove vengono posti gli Hiberna.

Erode,  inoltre, è impegnato a scortare i viveri, perché Antigono ha mobilitato i suoi partigiani per impedire il rifornimento ai romani: Il basileus ha dieci coorti (cinque romane e cinque ebraiche) con mercenari e pochi cavalieri, cattura i nemici ed entra in Gerico, abbandonata dagli abitanti, concedendo la città al saccheggio dei romani, che trovano ogni ben di Dio ( Ibidem 302).

Dunque, bisogna concludere sulla vicenda  di Silone corrotto  e sulla gestione  dei tributi imposti dal legatus piceno che non c’è niente di strano né di inspiegabile in quanto fatto dai legati antoniani, in un territorio considerato nemico o in preda all’anarchia: i romani sanno trarre profitto dalle divisioni interne e da guerre civili!

Ventidio, dunque, secondo gli ordini di Antonio, fatto svernare bene l’esercito in Hiberna con tutti i conforts grazie ai viveri dei socii come Erode, e ai tributi estorti ai nemici nella primavera dl 38, lasciata una guarnigione per Erode e per la difesa delle zone circonvicine,  si dirige verso il Nord.

E’ accaduto durante l’inverno che  Artavaste II re di Armenia   si è alleato con i parthi e con  Pacoro che, fresco marito di sua sorella,  divenuto re dei re,  è desideroso di riprendere le ostilità contro Roma interrotte con la sconfitta sul monte Amano.

I parthi, dunque,  con l’aiuto degli armeni attaccano le regioni del settentrione asiatico, non ben protette dai romani, sorpresi ancora nei quartieri invernali, separati, gli uni dagli altri e mal collegati, date le  scarse comunicazioni.

Viene, allora, richiamato anche il contingente che sta aiutando Erode nella lotta contro Antigono, comandato da Poppedio Silone.

A dire il vero Ventidio chiama anche Erode  a portare aiuti  insieme con Silone  (Ibidem, 309).

Il re giudaico, però, prima di partire deve stanare i briganti che si sono rintanati nelle spelonche, che sono su montagne dirupate, inaccessibili da ogni parte  salvo che per sentieri  tortuosi e strettissimi (Ibidem, 310)..

Flavio aggiunge per mostrare l’imprendibilità dei briganti:  sul davanti  poi la roccia,  in tutta la sua lunghezza  si ergeva a strapiombo su profondissimi burroni, attraversati da torrenti (Ibidem).

 Erode. perciò, ricorre ad uno stratagemma: fece calare dall’alto, mediante delle ceste dinanzi all’imboccatura delle caverne i soldati più gagliardi i quali uccisero i briganti  insieme con i loro e stanarono col fuoco quelli  che cercavano di starsene al riparo (ibidem). Il re ,fabbricando casse, legate con catene di ferro, con una macchina (si tratta di una le calava giù  dalla cima del monte perché non si poteva scendere dalla parte superiore  perché il monte era ripido, né dalla parte inferiore si poteva salire contro di loro.

 Il re usa delle machinae descensoriae, del tipo delle tractoriae per arrivare là dove  hanno nido i lhistai.

Flavio  ricorda  l’episodio del vecchio, padre di sette figli che  sono uccisi  da lui prima di uccidere  alla fine  se stesso e la moglie, insultando il re, definito pusillanimeclemente.

Flavio fa il ritratto del perfetto martus ebraico  col vecchio padre , exemplum di eroismo per ogni giudeo, antesignano dei tanti edim aramaici antiromani, testimoni martures di timore e di amore verso Dio,  come Rab Aqiva!

Nonostante l’attacco durante inverno, Ventidio avanza  sempre in zone montuose, lentamente, guardingo, parvis itineribus/ a marce lente, facendo poche miglia al giorno, con guide locali fidate  e, dopo  alcuni giorni, avendo riunito il suo esercito  quasi completamente,  si stanzia in Cyrrestica, ponendo i castra  a metà monte su un falso piano, ricco di acqua e di vegetazione.

La morfologia del monte Gindaro, raggiunto alla fine di aprile, autorizza opere di occupazione sistematica  lungo i versanti ed appostamenti in alto, fino alla cima, oltre ad opportune fortificazioni, mentre si attende la totale ricongiunzione delle forze romane, dislocate in diverse stationes della Siria e della Palestina.

Ventidio, mentre sistema i corpi di frombolieri di Creta e delle Baleari in punti strategici del monte, in modo da sfruttare i  loro lanci e la loro precisione, opportunamente riparati, quasi invisibili, mimetizzati, fa spargere voces  tentenziose circa il passaggio dell’Eufrate da parte dell’esercito di Pacoro: il dux invia turmae di cavalieri ispano-gallici  a tenere sotto controllo la zona di Zeugma, con l’ordine di rimanere sempre a debita distanza in modo da potersi ricongiungersi col resto dell’esercito.

Secondo Cassio Dione (St., XLIX. 19. 2-3) Ventidio si serve di Canneo un principe  partho a lui devoto, fidatissimo (pistotaton) per costringere (ed ingannare)  Pacoro a fare il viaggio più lungo in  modo da avere il tempo di poter riunire l’esercito.

Pacoro è così pressato a passare il fiume più a sud, ma il re, vedendo i movimenti della cavalleria romana a Zeugma, nella zona vicino a Samosata, subodorando inganno,  preferisce avviarsi invece verso nord, preceduto  dagli arcieri a cavallo,  seguiti a distanza dalla lenta cavalleria catafratta, mentre compatta procede  anche la fanteria (Cassio Dione, St. Rom.,XLIX,2).

Nel frattempo verso la fine di maggio, Ventidio  approfittando della lentezza dei nemici, costretti ad un lungo giro in pianura,  riunisce il suo esercito a nord, là dove pensa  che proprio arrivi  Pacoro,  che deve passare, comunque,   per Samosata, in una zona non molto lontana dalla capitale della Commagene per congiungersi con Antioco.

L’esercito dei parthi, congiunto con quello del re  di Armenia e di Commagene (sembra!) è superiore a quello dei romani e dei contingenti ausiliari., quando  giunge  sotto il monte Gindaro, come per un assedio.

Il luogo è distante dalla capitale di Siria oltre 50 Km e nessun altro esercito è nella zona!

Ventidio, come al solito, è già  appostato in posizione elevata   non lontano da Chyrro in Cyrrestica dove ha lasciato un piccolo contingente nascosto sulle colline: deve solo attirare verso le sue postazioni  l’esercito avversario.

Accade che, pur essendosi  ricongiunto l’esercito  ai piedi del monte Gindaro il 9 di giugno del 38, parte della cavalleria gallica, ritornando da una missione di avanscoperta, è inseguita dagli arcieri a cavallo- un’unità veloce parthica -, che, nella foga  iniziano i combattimenti.

Ventidio, che  attende da tempo questo momento, ordina alla cavalleria romana di ripiegare verso la dorsale del monte portando sotto il tiro dei frombolieri gli arcieri a cavallo.

Questi, convinti di poter svolgere il loro compito, arrivano a ridosso dei castra,  seguiti a distanza dalla cavalleria  catafratta e dal grosso della fanteria parthica, guidata da Pacoro e  da Artavaste II.

Non si sa se  Antioco, imparentato con Orode II, a cui ha dato la figlia come moglie, partecipi, specie dopo le sconfitte, essendo un re socius  dell’impero romano.

Secondo Frontino (Strategemata, cit) , comunque,   la tattica di Ventidio è  da manuale strategico ed è resa  perfetta dall’irruenza del giovane Re, che con  i fanti  circondano il monte.

La battaglia è a favore dei romani  perché il  re, valoroso ma imprudente,  fa attaccare, la fanteria convinto di aver la supremazia territoriale, credendo di trovare Silone in difficoltà, mentre è ancora ai piedi del monte e di annientare la cavalleria Gallica, che invece aggira il monte, protetta dai frombolieri che lanciano  proiettili con una pioggia di missili a lunga gittata Dione Cassio St.,XLIX,20,2).

La situazione della battaglia volge subito a  sfavore di Pacoro  man mano che il gran re  si avvicina alle postazioni nemiche.

Secondo Cassio Dione (St. Rom., XLVIII, 5) e Strabone,(Geog. 16,2) gli arcieri a cavallo, fatto il loro attacco iniziale, tirate poche frecce, sono bloccati dai frombolieri a media gettata  e quindi  non possono avanzare sulle pendici del monte, mentre la cavalleria catafratta e il re sono fermi, ai piedi del monte, ancora impegnati con la fanteria di Silone e con la cavalleria  gallo-ispanica.

Gli arcieri a cavallo, colpiti dai micidiali colpi dei frombolieri, invisibili, precipitosamnete, alla rinfusa,  sono costretti a ritirarsi seminando panico  negli altri reparti  tra cui passano, a cavallo.

Approfittano dello sbandamento generale  la cavalleria gallica  e le truppe stanziate lungo la collina, che si scontrano con la fanteria avversaria, comandata dal re Pacoro, coraggiosamente inervenuto nel mezzo della mischia, mentre disorientata rimane la cavalleria catafratta, che nell’intruppamento  neanche può disporsi completamente.

Inoltre sotto una pioggia di proiettili lanciati dai frombolieri -che giungono a segno anche da grande distanza  fino a colpire la stessa  cavalleria catafratta, ferma,  bersagliata  dai colpi  della postazione dei lanciatori balearici, dislocati alle pendici- il giovane re colpito e ferito, è affrontato da un corpo speciale di  veliti armati all leggera che  inseguono  a piedi,  in discesa,  gli arcieri.

Nello scontro,  un centurione romano  taglia la testa di Pacoro e la alza trionfalmente gettando la costernazione  nei Parthi, che ora si affollano in difesa del  cadavere regale e con sforzi riescono a portare via,  in fuga, protetti  dalla cavalleria catafratta, che anche questa volta, comunque,   è inutilizzata.

Senza il capo dell’esercito,  il re di Armenia si arrende, circondato,  mentre  le truppe  si dirigono verso Samosata  dove Antioco si è già trincerato.

I parthi, morto  il re,  si disperdono  chi verso la Media chi verso il territorio della Commagene, considerato amico, data la parentela tra i regnanti.

Ventidio, dopo la vittoria, lentamente, dispone l’esercito  e   procede alla sistemazione  della Commagene e dell’Osroene, prima di  assediare la cità di Samosata, dove si  è asseragliato il re Antioco, mentre i re degli Iberi, degli Albani e della Colchide, e i dinasti locali siriaci mandano messaggi, mostrando la loro neutralità o filoromanità (cfr S.Andreantonelli, Historiae Asculanae liber IV Padova Typis Matthaei  de Cadorinis  1673pp162-165,183 (Storia di Ascoli, trad. Paola Barbara Castelli e Alberto Cettoli, indici e  note di G. Gagliardi, Ascoli Piceno G.e G. Gagliardi Centro Stampa Piceno, Giugno 2007.p.187, 213-218, 267).

In questa fase messaggeri di Antonio annunciano a  Ventidio di mandare mille cavalieri e di distaccare due legioni in aiuto di Erode ed annunciano il suo stesso arrivo.

Nel frattempo Erode in Giudea attende che arrivino le truppe comandate da Machera, un personaggio sconosciuto, forse un civis romanus  ebreo, un tribunus antoniano.

Erode è impegnato nella lotta contro Antigono, che subito cerca di contattare Machera per corromperlo ed avere il suo aiuto.

Machera sembra accettare inizialmente, ma prevale  il denario di Erode che è più munifico oltre al fatto che deve essere  coerente alla politica verso il suo dux Ventidio e il triumviro Antonio (Guer Giud.,I 317).

Perciò procede contro Antigono  che però coi suoi partigiani aramaici lo costringe a ritirarsi ad Emmaus, dimostrando di aver forze  ancora intatte.

Erode, pur  adirato con Machera  per l’insuccesso,  si lascia convincere dalle sue preghiere e persuaso dalle motivazioni addotte, insieme a lui, si dirige, a marce forzate,  verso Samosata.

Probabilmente vuole incontrare Antonio direttamente, per dare mano agli assedianti antoniani e favorire l’impresa del triumviro venuto per dirigere le operazioni antiparthiche.

E’ chiaro che Ventidio ha ceduto le insegne del suo potere nelle mani di Antonio, che seguita l’assedio alla città.    Samosata, già intenzionata ad arrendersi  al legatus piceno  per 1000 talenti, ora invece  all’arrivo di Antonio  e al cambio di comando è animata da uno spirito nuovo di coscienza nazionalistca e di antiromanità.

Lo stesso re Antioco  sentendosi minacciato   diventa fulcro della difesa della Commagene e simbolo di antiromanità in tutta la zona.

L’arrivo di Erode con Machera favorisce l’impresa di Antonio che può direttamente rilevare il valore  militare, già noto, di Erode, e la sua abilità di  mediazione politica.

Flavio mostra il cameratismo  di Antonio nell’accogliere Erode  e nel  congratularsi  per i pericoli superati   e nel dirsi felice di averlo eletto re. (Ant. Giud.XIV 446).

Dopo la resa di Samosata nella primavera  del 37,  Erode ha concrete speranze di Regno (cfr Cassio Dione,St.Rom.,  XLIX,22) avendo a disposizione l’esercito romano di oltre 100.000 uomini e il nuovo governatore di Siria, appena nominato.

La città di Samosata, comunque, si arrende con un compromesso, dopo accordi tra il re Antioco ed Antonio, che ha urgenza di sistemare la Siria e di  creare una siepe di regni amici perché deve  ripartire per Antiochia e poi  per Atene  alla volta dell’Italia.

Antonio ha fretta di tornare in Italia dove Ottaviano sta facendo preparativi contro Sesto Pompeo, rompendo gli equilibri del trattato di Miseno.

Perciò si vuole presentare davanti al collega triumviro col successo per legatum della guerra parthica di grande effetto sulla romanitas orientale ed occidentale per la vendetta  della morte di Crasso:  Gindaro  e Carre sono i veicoli di una propaganda antoniana di una rivincita romana sui Parti!

Non c’è quindi Invidia per il suo legatus, ma ammirazione per la sua fortuna, che risulta  una sua  personale gloria.

La notizia di Flavio  come quella  degli altri storici è da leggersi solo come espressione di un’altra storia dopo la fine di Antonio: l’ invidia della fortuna di Ventidio (Ant Giud. XIV, 423) è costruzione successiva in quanto il legatus ha a Roma le supplicationes e il trionfo, anche se il merito  effettivo va al comandante superiore.

 Il re Antioco, comunque,  paga solo  trecento talenti  e i romani si ritirano.

Antonio ha urgenza di conoscere esattamente quanto accade in Occidente e  vuole dirigersi con la flotta verso Brindisi, per imporsi a suo cognato Ottaviano, ora che la moglie è incinta della seconda figlia, Antonia  minor,  che nasce poi il 31 Gennaio del 36.

Mentre Erode torna in patria, portando truppe romane ora guidate di Gaio Sosio per la conquista di Gerusalemme Antonio  conia, oltre tutto,  una moneta che ha  sul recto la sua sua faccia e  nel retro la figura nuda di Ventidio Basso che regge con la destra una lancia e con la sinistra un ramoscello di olivo.

E’ questo un segno del grande rilievo che il triumviro dà all’impresa del legatus piceno, rinviato a Roma per il trionfo con tutti i suoi legati e coi prigionieri di guerra e lettere per il senato.

Perciò non il caso  di insistere  come fanno molti sull’ invidia di Antonio, ma è bene parlare di un normale avvicendamento provinciale, già prefissato con le dovute sostituzioni – al posto di Ventidio è  G. Sosio, ottimo legatus abile  nella presa di Gerusalemme nel 37,  ricompensato anche lui col trionfo dal suo dux triumvir,  filoantoniano fino alla battaglia di Azio  quando è fatto prigioniero e poi liberato da Ottaviano.

Perciò la notizia di  Cassio Dione, che afferma che  non  è assegnato a Ventidio nessun premio, non è esatta.

Il vero dux della guerra anche se per legatum è Antonio che rinuncia al trionfo  romano, e  lo assegna invece al fidus legatus piceno, che torna ricco, come ogni altro legatus,   dalla provincia e può ricostruire la sua casa confiscata dal senato, – essendo stato  dichiarato hostis durante la guerra modenese,-  anche se  già restaurata al momento della partenza per l’impresa parthica.

Quindi  bisogna rettificare che Ventidio ha da Antonio premi e ricoscimenti militari e ricchezze  con lettere per il senato  attestanti le motivazioni per il meritato trionfo.

E’ rinviato con onori a Roma per la celebrazione del  trionfo stesso nel 37 con gli uomini formanti il suo consilium principis, coi prigionieri, con le i trofei parthici e con le insegne.

Antonio, d’altra parte trionfa  a Roma con Ventidio, che ha combattuto e vinto secondo i mandati del triumviro che ha  anche se assente.

Infine Antonio appare in quel momento come colui che vendica la morte di Crasso con la morte di Pacoro a  distanza di 15 anni.

Plutarco si sofferma su  Ventidio Basso e  tratta diffusamente del valore della scelta dei legati sia da parte di Antonio che di Cesare,  affermando che erano più fortunati  a condurre spedizioni militari  per mezzo di altri  che guidandole loro stessi.

E perciò porta altri esempi illustri, come quello di Ventidio: Infatti anche Sosio  generale  di Antonio ottenne molti successi in Siria; Canidio, altro generale lasciato da Antonio in Armenia,  sconfiggendo il re degli armeni  e i re degli iberi  e degli albani, giunse fino al Caucaso;   e la fama della potenza di Antonio si accrebbe tra i barbari  (Plutarco, Antonio, 34).

Le fonti concordemente parlano di Ventidio invidiato da Antonio ed esautorato cioè di un uomo che, ricevuto il trionfo, non è nominato più.  Il ritiro di Ventidio è quello di ogni civis privato/idioths: fuori dal Negotium c’è solo l’otium, di solito anonimo.

 

Giudizio delle fonti su Ventidio e su Erode

 

Abbiamo cercato di mostrare il ragionamento di Plutarco, greco, filottavianeo,  e di Cassio Dione, che scrive in relazione  alle fonti a distanza di oltre duecento anni.

Per le notizie di Velleio, favorevoli all’imperium augusteo e tiberiano e di Tacito filoantonino, l’impresa di Ventidio è solo una fortunata coincidenza, utile, comunque, all’impero romano   dopo la sconfitta di Crasso, ed anche dopo quella di Antonio,  sulla base della guerra diplomatica, vinta da Ottaviano Augusto che nel 20 a. C. impone una pax, esigendo ostaggi  parthici, educati a Roma in vista  della  successione stessa.

La vicenda di Ventidio, quindi, deve essere vista non  dall’angolazione  di un Occidentale della pars ottavianea dominante a Roma ma dall’angolazione dei populares cesariani, dei piccoli e medi proprietari terrieri, italici, che vedono nel legatus l’ emblema del romano antiparthico, il primo ed ultimo vincitore dei Parthi in battaglia, anche se ora ritirato a vita privata e non più rappresentativo.

Ventidio, al di là delle stesse lagnanze – neppure presenti in Giovenale (Satire-)  popolarì e satiriche (riportate da Gellio),  scrive la storia dell’italicità, socia, pur vinta dai romani,  per cui  l’umile mulattiere diventa il simbolo dell’invitto esercito romano in Oriente  ed exemplum della rivincita  romana  dopo la disfatta di Crasso, in una dimostrazione delle virtutes tipiche dell’Italia centrale -umiltà, costanza e prudenza e fortezza-..

L’orgoglio nazionalistico romano è chiaro negli storici sia dell’epoca che di età successiva in un’equiparazione della peritia di un idioths popularis rispetto a quella millantata di un militarismo aristocratico.

Noi, comunque, dobbiamo considerare Ventidio come Pollione che da legatus chiude l’attività politica, dopo il trionfo sui  dalmati e parthini: letteratura e storia sono i campi, dopo aver appesa la spada, di un antoniano che vive sotto il regime ottavianeo a Roma!  E’l’unico modo per vivere dignitosamente   di fronte agli avversari politici, della pars vincitrice.

Il caso di Pollione, che crea per primo una biblioteca pubblica a Roma, dopo aver restaurato l’atrium libertatis  e  che raggruppa opere d’arte greche, diffondendo l’uso delle esercitationes in pubblico non fa scalpore, anche perché dopo il coronamento del trionfo ad oltre 52 anni,  può rientrare nella norma della vita sociale non più politica.

Lo stesso Valerio Messala, che crea cenacoli letterari, anche lui antoniano, finisce come Ventidio.( Cassio Dione,St.Rom., XLIX, 2) a vivere in ozio.

L’otium letterario è una necessitas per chi ha fatto vita militare a lungo e l’ha coronata col trionfo, senza essere, per di più, dalla pars del triumviro vincitore.

Ventidio scompare anche lui nell’otium, nella non attività politica perché non più collaboratore di Antonio, trascurato e da Ottaviano, che ha un militare come Vipsanio Agrippa nel suo consilum principis,  e non può fidarsi di un mulattiere piceno borghese, famoso,  ancora patronus dei piccoli possessori di terra, anche se non può misconoscere  i meriti di chi è stato l’unico  a trionfare  sui parthi (Plutarco, Antonio, 34).

Mi sembra giusto ricordare – come fa Alighiero Massimi- Frontone (2,1,5)  che afferma nelle Orazioni:  Ventidius ille, postquam parthos fudit fugavitque ad victoriam suam  praedicandam orationem a G. Sallustio mutuatus est.  

Sallustio  è per Ventidio l’exemplum da cui prendere in prestito l’oratio, intesa non solo come parola e discorso, ma anche come arringa con ragionamento per celebrare la sua vittoria.

Dell’orazione (cfr O.Hirshfeld, Dellius ou Sallustius in  Mélanges Boissieur, Parigi 1903)   c’è eco in Tacito (Germania, 37, e Historiae, 5,9).

Forse l’oratio ventidiana  è  da mettere in relazione al passaggio tra la domus Flavia e quella antonina in quanto Traiano può avere un modello, nella sua sfortunata impresa parthica,  in Ventidio, unico legatus vincitore dei parthi,  specie se si considera la successiva sconfitta antoniana, tanto deprecata da Patercolo e da Floro!.

Lo stesso Gellio chiude il racconto della storia/muthos del mulattiere console col dire che morte obita, publico funere sepultum esse / alla sua morte ricevette pubbliche onoranze funebri (Notti attiche, XV, 4).

Ci sembra utile per concludere definitivamente circa la figura di Ventidio  quanto afferma Strabone (Geografia, XVI, 1,289 mostrando come i parhi abbiano fatto in epoca augustea concessioni alla suprerazia dei romani, rinviando a Roma i trofei sottratti a Crasso, e come Fraate  ha affidato ad Augusto anche i suoi figli e i figli dei figli per assicurarsi tramite ostaggi l’amicizia  tanto da chiedere perfino il nome chi li possa comandare.

Strabone infatti dice: (Ibidem, VI, 4,2 C 288): i parthi vengono spesso a cercare  chi li governi e sono quasi pronti  ad abbandonare tutta la loro autorità nelle mani dei romani/oi de nun metiasin enthende  pollakis ton basileusonta, kai schedon ti plhsion eisi tou epi Roomaiois poihsai thn sumpasan eksousian.

Ed infine il geografo magnificando Augusto e Tiberio e l’imperium, ne giustifica l’egemonia  affidata ad un solo uomo oos patri come ad un padre e lodando il potere autocratico imperiale capace di assicurare pace ed abbondanza di beni (ibidem).

Ed aggiunge in conclusione:  Dunque,  l’episodio di Samosata  rientra nella guerra di Antonio contro Antioco di Commagene, dopo una guerra iniziata tardivamente da Roma sotto  il consolato di L.Marcio Censorino e C Calvisio Sabino, anno 39, poi conclusa  nel 38 sotto i consoli Appio Claudio Pulcro e G.Norbano Flacco.

Subito dopo Antonio, giunto in Commagene dà a Sosio il mandato, dopo aver destituito Ventidio, di governare la Siria  e torna in Italia. Sosio sottomette  gli Aradi e vince Antigono poi fatto uccidere da Antonio ad Antiochia, che dà il trono ad Erode.

 Mentre Sosio è intento a risistemare  la Siria secondo gli ordini di Antonio, che, giunto ad Atene, presa sua moglie incinta  si presenta con una imponente flotta  a Brindisi, in Parthia, a Ctesifonte, dopo una breve guerra dinastica fra i pretendenti al trono, Fraate diventa re dei re e subito fa le sue epurazioni  a seguito degli schieramenti  tra i figli di Orode II  dimostrando  crudeltà nella repressione interna.

Sempre da  Strabone (ibidem)  si sa che molti sudditi tra cui Monese inviano ambascere a Roma  per chiedere aiuto- anno 36- consolato di Agrippa e Gallo.

Essendo questa la situazione internazionale, Erode  si trova in gravi difficoltà nella guerra contro Antigono, anche se Erode ha l’appoggio di Sosio che ha mandato avanti 2 legioni mentre il resto  dell’esercito segue a distanza (Ant. Giud. XIV, 450).

Antiogno  ha  ancora la sua roccaforte in Galilea e  i suoi maggiori sostenitori nei lhistai e tiene saldamente Gerusalemme.

Secondo Flavio Erode diede l’incarico a suo fratello minore (Ferora) di provvedere a loro (Galilei) e cingere di mura Alessandreion.

 Questi secondo Flavio subito preparò il necessario per i soldati e ricostruì Alessandreion  precedentemente rovinato. Tutta l’impresa contro Antigono  è lasciata comunque, nelle mani  di Giuseppe a cui è proibito di fare azioni personali  anche se ha l’appaggio di Machera, da lui considerato elemento  non sicuro (-ou bebaion ibidem323-).

Erode nel ritorno da Samosata passa per il Libano  e la  Celesiria e fa reclutamento di soldati per congiungersi poi con le legioni di Antonio. Nel fratempo avviene la morte di Giuseppe, suo sostituto nella guerra contro Antigono.

Secondo Flavio – Guerra Giud  ( I,323-327) e  Ant Giudaica  XIV, 448-455- Erode perde Giuseppe perché il giovane  si scordò dei consigli del fratello,  che andava da Antonio e condusse l’esercito per i monti avendogli dato Machera cinque squadre per mietere il frumento a Gerico..I soldati romani erano poco pratici  come quelli che era stati scelti per la Siria,  ed egli fu assalito dai nemici e fu lasciato solo  in luoghi difficili, dove combattendo coraggiosamente fu ucciso e perse quasi tutto l’esercito in quanto furono sterminate cinque squadre. Antigono, vinti i nemici, tagliò la testa a Giuseppe e la vendette a Ferora suo fratello per 50 talenti. Insomma la situazione alla  fine del 38 non è favorevole ad Erode che entra in Galilea quando questa è in rivolta a seguito della sconfitta di Giuseppe  e i populares coi lhisthai hanno  fatto una stasis contro la nobiltà galilaica  e hanno affogato nel lago  i partigiani di  Erode.

Inoltre, subito dopo, la rivolta si è estesa anche in Giudea tanto che Machera è costretto a  fortificare il luogo chiamato Gitta.(ibidem).

Erode Basileus

Erode Basileus

 

 

Plutarco (Antonio, 35) dice che Antonio, ek tinoon  diaboloon  parocsuntheis pros Kaisara / irritato con Cesare per alcune calunnie,  salpa per l’Italia  con trecento navi.

Il triumviro non è accolto a Brindisi e deve ormeggiare a Taranto: gli vengono mosse critiche non solo sulla spedizione parthica, anche se ha risolto vittoriosamente la guerra,  ma riceve anche velenosi attacchi personali dalla propaganda del  cognato avversario.

Ottaviano che ha  allenato le sue truppe  facendo spedizioni in Illiria e in Dalmazia  ed ha allestito una flotta, arruolando rematori, addestrandoli alle manovre e alla battaglia sotto la guida di Marco Vipsanio Agrippa,non ha ottenuto successo reale su Sesto Pompeo  a causa di  naufragi, dovuti  a tempeste ma anche ad imperizia, nonostante la bravura del legatus. 

Agrippa ha  progettato una scuola di marineria e creato un molo  per l’ addestramento dei marinai.

Agrippa  è descritto di Velleio come uomo che non cede alle fatiche né alla veglie, né ai pericoli, (II,79,1) capace di obbedire ma solo ad uno, ambizioso di comandare agli altri in ogni occasione insofferente di indugi ed uso a far seguire l’azione alle decisioni.

Avuta l’autorizzazione da Ottaviano,  l’ammiraglio  elimina il tratto  che separa il lago Lucrino dal mare e la Via Erculana e fa comunicare il lago Lucrino con Averno e col mare. creando il porto Giulio per le esercitazioni marittime.

La notizia è confermata da Svetonio (Augusto 16) e da Plutarco (Antonio 35 ).

Agrippa in questo modo fa esercitare marinai e rematori in modo da insegnare le perfette manovre marinaresche e belliche.

Quindi,  Ottaviano si prepara alla guerra contro Sesto Pompeo che ha governato per anni su Sicilia, Sardegna, Corsica, ma non sull’Acaia,- occupata da Antonio-  come stabilito per il patto di Miseno nel 39, anche se ha mantenuto fede agli impegni di liberare il mar dai pirati e  di provvedere di grano Roma.

Eppure non gli sono  restituiti i i beni paterni (17.500.000 di dracme)  anche se c’è stata l’amnistia  per i repubblicani anticesariani.

Antonio a Taranto, fatta sbarcare la moglie incinta  (non già madre di una seconda bambina come dice Plutarco) di Antonia minor, la fa incontrare col fratello insieme a Mecenate e ad Agrippa che in quel anno  è console.

La donna, secondo Plutarco, supplica il fratello di non renderla la donna più infelice in quanto, essendo moglie di un triumvir e sorella dell’altro, in caso di guerra, lei deve piangere o per uno o per un altro,  al di là degli esiti bellici.

Secondo Pularco, Ottaviano toccato  e commosso dalle parole della sorella arriva a Taranto eirhnikoos/con intenzione pacifica.

Plutarco  mostra uno spettacolo bellissimo Theoma kalliston:

un grande esercito di fanteria che rimaneva tranquillo e molte navi che stavano immobili presso la costa mentre  i comandanti e i loro amici  si scambiavano visite  e dimostrazioni di affetto.

Lo storico aggiunge: Antonio per primo trattenne a pranzo  Cesare  che aveva concesso anche questo favore a sua sorella. Poi si accordarono  che Cesare avrebbe dato  ad Antonio due legioni per la guerra parthica, mentre Anotnio avrebeb dato a Cesare  cento navi  dai rostri di bronzo. Ottavia , oltre ai patti stabiliti, ottenne per il fratello  da parte del marito venti navi leggere  e per il marito da parte del fratello,  mille soldati.

Secondo Pultarco (ibidem), dopo gli accordi, i due si separano, l’uno si dedica alla guerra contro Sesto Pompeo che si conclude a Nauloco nel settembre del 36 (Cfr. Cassio Dione, St.Rom., XLIX, 8-9-10), e l’altro  passa in Asia  e gli affida Ottavia coi figli, che ha avuto da lei e da Fulvia.

La notizia degli accordi è in tanti altri scrittori che sottendono  il ripudio di Ottavia e la nuova tempesta di amore per Cleopatra,  secondo Plutarco,  fatta venire subito dopo in Siria  conodotta  da Fonteio Capitone, un plenipotenziario di sua fiducia, già usato  anche  a Taranto.

Flavio in Guerra giud. I, 387  dice  che Antonio si  ritira in Egitto ed incarica Sosio di governare la Siria e di sostenere Erode nella guerra  contro Antigono.

In effetti Flavio è inesatto perché, come abbiamo precisato, Antonio dopo Samosata va ad Atene  e  da lì in Italia. Comunque, in questa situazione dell’impero romano, la vicenda di Erode e la sua ascesa al regno sono poca cosa nei confronti dei  grandi avvenimenti come la guerra contro Sesto  o il pericoloso ritorno di fiamma di Antonio per Cleopatra subito dopo l’arrivo ad Antiochia in Siria.

Nell’inverno  del 38 a.C. Erode ancora è in lotta con Antigono che, dopo la morte di Giuseppe,  ha ripreso l’offensiva e il basileus di nomina romana deve conquistarsi il regno, saldamente nelle mani del rivale che ha l’appoggio e dei lhistai e del popolo, oltre che degli esseni e dei farisei.

In questo periodo Machera ha già fortificato Gitta (Ibidem,328) ed  Erode da Dafne  arriva sul Monte Libano (Ant Giud.XIV, 452)  ed arruola  800 uomini, montanari e con l’esercito romano va a Tolemaide e poi in Galilea.

Avuta secondo gli ordini di Antonio una legione da Sosio, che procede lentamente, si dirige verso Gerico  per vendicare la morte del fratello: è  fiducioso nella sua buona stella e nella divinità (ibidem 328-30) e  nei romani, che ora  inviano una seconda legione.

Perciò, dopo avere pagato il trumviro per l’aiuto ricevuto  decide di  invadere la Galilea, anche se  sotto una tempesta di neve, che ostacola i movimenti e rallenta la marcia.

 Flavio comincia col mostrare Erode come dotato di preveggenza  quasi fosse  un profeta, che ha visioni circa la fine del fratello,mentre è a Dafne,  come un destinato da Shaddai/upsistos altissimo  ad una sorte regale.

Lo storico insiste nel tratteggiare la figura prosopon  di un anhr theios da contrapporre all’uomo di menzogna  secondo la propaganda degli aramaici.

Probabilmente letterati ellenisti creano il mito dell’eroe vincitore in opposizione all’anahtema  inflitto dagli esseni. Bisogna inferire quindi che già Erode dispone di un gruppo di letterati che  propagandano il suo regno e la sua politica filoromana.

Infatti Flavio lo definisce  anhr theophilestatos (331) uomo assai caro al cielo, poi mostra un caso miracoloso daimonion  ti… teras accadutogli – episodio del tetto crollato, appena  esce da un banchetto-. infine  narra il suo ferimento leggero dopo un’imboscata da parte di seimila nemici (Ant Giud., XIV, 456: sono espedienti letterari per evidenziare  come la provvidenza vigili sulla vita dell’eletto re.

Erode e l’esercito romano di reclute, comunque, cadono in un’ imbocata tesa da Antigono, che ora ha anche dalla sua parte la Galilea che si è ribellata contro i suoi notabili e contemporaneamente molti giudei hanno ripreso l’ostilità e proteggono i Lhistai, cioè i patrioti, anche in città e a Gerusalemme, dove  gli antipatridi sono odiati.

In questa lotta per la supremazia in Giudea ora sembra prevalere Antigono.

Questi  non solo ha un seguito di uomini coraggiosi, ma anche un gran numero di seguaci, ben guidati da Pappo, tina toon etairoon,  uno dei suoi compagni,  incaricato di contrastare Machera ed Erode che, venuto in soccorso del romano, si scontra coi i seguaci del rivale a Cana  secondo Guer Giud, (I,334), ad Isana, alla frontiera tra Samaria e Giudea, secondo  Ant giud. (XIV.458).

Per la prima volta Flavio registra un cambiamento di orientamento in Giudea:  mostra infatti  come il popolo, passi dalla pars erodiana e tradisca Antigono.

E’ sotteso che i romani hanno vinto i Parthi e che Erode è l’amato di Adonai e che quindi  non è bene andare contro il volere di  Dio!

E’ l’applicazione concreta del pensiero farisaico essenico: bisogna cedere alla bia ed accettare la Basileia di Erode!

Già prima dello scontro di Isana, Flavio manifesta la volontà  sacerdotale di Dio: accettare l’imperium dei romani e quello della famiglia di Antipatro! Anche dal male può venire il Bene!

Erode, l’uomo di menzogna, odioso ad ogni aramaico ora è richiesto di amicizia da alcuni, che odiano Antigono  e  da altri, impressionati dai suoi successi e da molti mossi da un cieco desiderio di cambiamento/tous men ge pollous enhgen epithumia metabolhs alogos (Guer Giud I,336).

Flavio racconta l’attacco della battaglia, mostra gli schieramenti  e la foga dei combattenti  come per registrare il volere di Dio e dice: seguì una strage grande mentre gli uni erano risospinti nel villaggio, donde erano partiti ed Erode incalzava quanti rimanevano indietro, uccidendone  un gran numero. Penetrò insieme coi nemici nel villaggio,  dove ogni casa era gremita  di armati  ed anche i tetti  erano prini di difensori (339 ).

Vede epicamente l’azione di Erode, che sbaraglia quelli di fuori  e sfascia le case  costringendo ad uscire  chi sta dentro:  questi i più li uccise in gruppi,  facendo crollare loro addosso i tetti, mentre quanti cercavano di sfuggire dalle rovine erano finiti dalle spade  dei soldati e si formavano tanti mucchi di cadaveri che le strade erano sbarrate  ai vincitori. Ad una simile mazzata  i nemici non resistettero ed infatti quelli di loro che si andavano nuovamente raggruppand, come videro il mucchio degli uccisi  nel villaggio si dispersero  in fuga (Ibidem 339).

Dopo questa vittoria Erode vuole completare il suo successo andando a Gerusalemme, ma è impedito da un violentissimo temporale (cheimooni .. sphodrotatooi), anch’esso segno  funesto per chi non segue il verdetto divino.

Flavio ora insiste ancora sul miracoloso e paradossale mostrando come Erode  accaldato, essendo andato al bagno, senza scorta ,  incontra  uomini  che, pur avendo le armi in pugno (un primo, un secondo, un terzo e molti altri)- , sconvolti dal terrore, passano davanti a lui, inerme, di corsa, tremando, Ibidem  341. Dio è favorevole  e la natura ha una sua manifestazione violenta brutale !?

E’ caso?!

E’lettura ermeneutica farisaico-essenica!

Ogni segno è interpretato allegoricamente!

Erode, dunque, sconfitto, ad Isana, Pappo, uccisore di suo fratello Giuseppe, e tagliatogli la testa, la manda a suo Ferora (per pareggiare i conti!) e poi  conduce l’esercito  fino alle mura  di Gerusalemme, ponendo i castra dalla parte del tempio, esattamente dal lato dove la città è vulnerabile, quello settentrionale.

Si ritiene che l’inizio dell’assedio avvenga intorno alla fine di maggio del 37 a.C.: Erode deve attendere Sosio che marcia  lentamente perché deve passare attraverso tutte le città di Siria e risistemare la regione,

Il re, invece, diviso l’esercito dà ai suoi etairoi anutikootatoi   ai suoi compagni ( una specie di  consilium principis romano, i cui membri costituiscono l’etairia, una corporazione di amici e sodali, giovani, che mangiano e fanno servizio militare insieme, di solito anche parenti) compiti di tagliare gli alberi nei sobborghi, di costruire tre terrapieni e di innalzarvi sopra delle torri.

Nell’attesa dell’arrivo di Sosio, Erode va  a Samaria e si sposa con Mariamme, la figlia di Alessandro di Aristobulo e di Alessandra di Hircano, cugina di Antigono, imparentandosi con gli asmonei, di cui è il successore.( Guerra Giudaica, I, 344).

E’ un atto politico che permette al nuovo re di conciliare le fazioni anche se resta l’accusa di filelleno e di antiaramaico e quindi vive con l’anathema di uomo di menzogna.

Erode deve temere per la sua vita davanti ad ogni integralista che ritiene suo dovere ucciderlo!

Il matrimonio  è  rito che unisce  con un vincolo sacro due giovani innamorati, specie Erode che, pur essendo marito per la seconda volta e già padre di Antipatro, vive una reale passione di amore.

L’unione di un idumeo-arabo, convertito al giudaismo – forse anche circonciso-  non risolve, comunque, il rapporto conflittuale tra Erode e la stirpe giudaica di lingua aramaica, ferocemente ostile,  anche se autorizza  compromessi con la pars ellenizzata del Tempio e della diaspora, specie alessandrina.

Resta, comunque, anche l’odio tra la fazione asmonea aristobulea e quella hircaniana, mentre si attenua col matrimonio il divario ideologico e culturale tra gli erodiani e gli hircaniani, fino quasi ad una graduale assimilazione nel nome del Basileus regnante. Sadducei ed oniadi alessandrini che dominano l’economia templare, si collegano, con vincoli  maggiori, nel corso del regno erodiano, sempre di più,  intorno agli antipatridi.

Sosio, arrivato dalla Fenicia col grosso dell’esercito, circonda  Gerusalemme con tutte le forze congiunte, costituite da undici corpi di fanteria (endeka telh pezooon) da seimila cavalieri oltre agli ausiliari siriaci che erano non pochi (Ibidem,346).

Sulla lunghezza e durata dell’assedio lo stesso Giuseppe è in contraddizione.

Infatti in Ant.Giud. XIV, 476 e 487  oscilla tra due o tre mesi, mentre Guer. giud.V, 398 parla di  sei mesi  e Guer Giud.I,351  di cinque mesi.

Probabilmente l’assedio iniziato verso  la fine di maggio si chiude nell’estate del 37 tra la fine di luglio e i primi di Agosto (Cfr  S. Mazzarino, il pensiero storico classico, II, Bari, 1966).

Erode,  tornato da Samaria, partecipa all’assedio di Gerusalemme:  Sosio la conquista dopo aspre battaglie, solo con l’espediente di Pompeo, cioè attendendo il sabato, giorno di riposo per i combattenti ebraici.

Dione Cassio trattando dei danni subiti dai romani nel  corso dell’assedio e del valore militare ebraico dice: questa gente giudaica è terribile quando si adira: to gar toi genos thumothen pigrotaton estin, XLIX,22)  perché è fedele al Dio e va incontro alla  propria rovina, e l’attende serenamente  quando  i nemici  sferrano l’attacco decisivo e si lascia martirizzare.

Per un pagano non è concepibile razionalmente il timore di Dio, come sacrificio della vita per onore del Signore, la cui volontà  è oikonomia divina imperscrutabile per la creatura!

Eppure Cassio Dione rileva  gli eroici atti dei giudei  che alla  fine sono costretti alla resa  da un esercito così potente dopo cinque mesi.

Flavio mostra la grande strage fatta dai romani di cui si ha eco anche nel Commentario di Ababuc, un manoscritto del Mar Morto (i romani fanno perire  di spada molti, giovani, uomini vecchi donne,  e piccoli bambini   e non risparmiano neppure il frutto del ventre. L. Moraldi, I manoscritti di Qumran, Utet 1971) Flavio mostra la fine tragica di Antigono, anche lui vittima  del timore di Dio, come ogni aramaico: uscito dalla Baris (la fortezza poi chiamata Antonia, che sovrasta il Tempio)  si getta ai piedi di Sosio, ma questi, senza muoversi a pietà per la sua sventura, lo beffeggiò, chiamandolo Antigone, però, non lo lasciò andare libero come una donna, ma lo fece incatenare e mettere in prigione. (Ibidem 353).

Vorrei ai miei discepoli, a questo punto, spiegare il motivo per cui Sosio, secondo il sacerdote Flavio- ora attento (si fa per dire perché non è lui che scrive, ma lo scriba greco a cui detta) anche alle tragedie di Sofocle- tratta Antigonos come Antigonh.

Antigone è una tragedia greca di Sofocle scritta per le Dionisiache nel 442 a C. che tratta  di un esercito invasore -quello di Polinice- che circonda Tebe,  di un  duello in cui  Eteocle difensore della città, muore combattendo col fratello gemello,  e dell’ordine del  re Creonte di lasciare insepolto l’invasore, anche se figlio di Giocasta  e del figlio  Edipo, il sovrano precedente.

La tragedia sofoclea è tutta nella decisione di Antigone sorella di Polinice (e di Eteocle) di non obbedire al nomos despoths, alla legge sovrana umana, ma alle agrapta nomima, alle leggi divine non scritte, celesti, precedenti quelle terrene, per cui la donna, inquisita, rea confessa,  viene condannata a morte, poi commutata in prigione.

Antigone è compianta dal coro per aver obbedito ad una superiore giustizia senza temere quella umana.

Tutto questo è celato sotto il poliptoto antigonos-antigone  con la sottensione di un’effeminatezza regale.

Antigono viene portato ad Antiochia, dove pochi mesi dopo Antonio lo fa uccidere, come abbiamo già accennato.  La notizia è in Cassio Dione, St.Rom.,  XLIX,.2,6: Antonio volle che Erode regnasse su di loro,  dopo aver ordinato  che Antigono fosse  legato ad un palo  e frustato- punizione non inflitta mai ad un re  dai romani-  e poi anche ucciso.

Anche Plutarco (Antonio,36 )  tratta della morte di Antigono  quando parla di donazioni fatte da Antonio a molti privati di tetrarchie e regni  allorché riconosce come  re del Ponto Dario,  re di Pisidia Aminta,  re di Cilicia e Licaonia Polemone  e di re privati, invece, del titolo regale.

Allora viene fatto l’esempio di Antigono:  lo fece pubblicamente decapitare infliggendogli una punizione che nessun altro re prima di lui  aveva subito.

Tutto il discorso di Plutarco è in relazione ai doni fatti a Cleooatra nel 36 e ai suoi figli in quanto Antonio come Heracles  suo progenitore, non aveva affidato a una sola donna la sua discendenza,  né aveva avuto timore  delle leggi di Solone, che imponevano di dover rendere conto delle gravidanze  ma aveva dato libero corso alla natura per lasciare molti capostipiti e germogli di stirpi (alla thi phusei  pollas genoon archas  kai katabolas  (ibidem ).

Comunque, sia gli autori greci che Flavio descrivono il comportamento di Antonio che risistema la Siria, come opera di un saggio dioikeths, che prende provvedimenti necessari per il riequilibrio delle fazioni  nelle varie città, dopo la bufera parthica.

Il triumviro vuole assicurare la pax romana poiché ha bisogno di tranquillità alle spalle nell’imminenza di una guerra antiparthica.

Bisogna di nuovo precisare che la costituzione di una basileia cosmopolita che unisca il regno dei lagidi con quello seleucide – di cui Roma ha attualmente solo un porzione – è disegno cesariano da realizzare per la sua stessa dinastia (romana ed egizia, compreso Cesarione): la prima tappa è la conquista del Regno arsacide, dopo aver dato ad Erode quello giudaico e potenziato quello egizio con le zone fenicie, giudaico-nabatee costiere, con tutto il commercio dei balsami

 E’ un piano di espansionismo militare e commerciale  verso Oriente, non sgradito  neanche al triumvir occidentale!

Flavio, comunque, ha presente specie in Antichità giudaiche il valore degli asmonei che con gli arsacidi hanno lottato per decenni per affermare prima la propria autonomia e poi  il  nazionalismo aramaico contro il potere seleucide: allo scrittore ebraico non sfugge il significato di maran aramaico rispetto a basileus ellenistico, titolo dato dai romani ad Erode!

Lo storico di cultura sacerdotale, nonostante il suo tradimento, rimane nell’animo un fiero oppositore e un fariseo, nazionalistico, pur avendo a cuore l’utile personale e le donazioni romane.

Sull’imprigionamento e sulla morte di Antigono, re legittimo aramaico, secondo la tradizione, Flavio mostra la sua posisione sacerdotale,  in una sottesa condanna del basileus legittimo di nomina romana, un idumeo-arabo ellenizzato, un privato, abile solo a governare ed amministrare conformemente ai mandata  senatori ed imperiali, capace  di tener congiunto un popolo  di origine aramaica,  che ha nel Tempio la sua unità polietnica,ormai  sparso in tutto il mondo ed ellenizzatosi, in quanto contaminato dal commercio e da Mammona/il denaro.

Il tempio di Gerusalemme è un affare troppo grande per Roma  ed Erode per oltre un trentennio è garante di questa enorme entrata nel fisco imperiale.

Solo l’Artemision di Efeso può competere per le entrate  e per gli ex voto, per le corporazioni di orafi, e per i tanti addetti (sacerdoti, portinai e cantori, macellai sacrificatori, rivenditori di carne macellata e di pelli), col Tempio di Gerusalemme, il cui valore di tesoro aumenta poi in epoca imperiale e supera di tanto ogni altro  santuario.

Solo questa spiegazione può far comprendere la politica di compromesso di Augusto argentarius  sul Regno di Iudaea!

Erode è un gran furbone che ora, a tempio conquistato,  deve badare alla avidità dei romani, insaziabile specie davanti alle porte templari  spalancate,  davanti alle  13 supharoth /buche a forma di corno, senza la protezione dello stragegos  e delle guardie  del tamias/tesoriere, protettore  del Gazophulakion.

Allora per il suo stesso interesse, Erode  si erge a muro con i suoi mercenari contro i romani, che vogliono entrare nel tempio col pretesto di vedere (ormai tutti sanno che il tempio non ha simulacri:  è vuoto, non ha più- forse- neanche l’arca, nascosta dai sacerdoti!)

Infatti Flavio dice e in Guerra Giudaica e in Antichità giudaiche che il re  deve preoccuparsi di tener testa perfino agli alleati stranieri (summakoi allophuloi) affinché non vedano le cose sacre vietate  ad un Giudeo.

Secondo Flavio l’azione di Erode  è dettata da pietas religiosa: il re  trattenne ora con le preghiere  ora con le minacce, talvolta con l’uso delle armi, stimando che la sua vittoria sarebbe risultata  più rovinosa di una sconfitta/hthhs chalepoteran thn nikhn upolambanoon (Guer Giud., I 354 ) se quelli fossero riusciti a posare lo sguardo su qualcuno degli oggetti che non potevano vedere.

La conclusione dello Storico è questa: Riuscì ad impedire  il saccheggio della città, protestando con fierezza presso Sosio che se i romani avessero svuotato la città di beni e degli uomini lo avrebbero lasciato re di un deserto e che a ripagarlo  della strage di tanti cittadini egli non considerava bastevole  nemmeno il dominio del mondo.

Il discorso enfatico e retorico  è costruito su lasciarlo re di un deserto/katleipein auton erhmias basilea, un’espressione  ripetuta molte volte in Flavio specie da Erode Agrippa che l’adatta anche a Claudio, subito dopo la uccisione di Caligola quando il senato pensa di poter riprendere la costituzione, pur essendo circondato dai pretoriani!

Ad Erode basta regnare sui giudei, non avere il potere sul mondo! Si accontenta del regalo della Iudaea!

Erode vuole un regno di vivi e non di morti e percio da dioikeths che sa capire a volo le situazione, paga senza battere ciglio: ad ogni romano  per compensarlo del mancato saccheggio dà denaro a seconda del grado  militare e a Sosio offre una ricompensa molto regale (basilikootata de auton edoorhsato Sosion, ibidem 356).

Erode è re munifico perché ha al suo fianco i più grandi banchieri/trapezitai alessandrini!

Sosio, dopo aver dedicato una corona al Dio, si ritira portando con sé Antigono giudicato  re vile, che, comunque, va incontro al suo tragico destino.

Ad Erode Basileus non basta neppure,- dopo che i romani, stracolmi di danaro,  si sono allontanati dal suo territorio, dopo  che i suoi etairoi sono stati ricompensati con premi e i suoi nemici aramaici sono stati puniti,- di fare monetare i preziosi delle casse di Antigono  altrimenti non può far doni  ad Antonio e al suo seguito.

Amara è la conclusione dello storico che mostra la debolezza di Erode proprio nella sua ricchezza finanziaria, invidiata ed ambita  (ibidem359).  Neppure così  riusci a procurarsi una completa sicurezza /ou men eis  apan ecsoonhsato to mhden pathein.

Fino alla battaglia di Azio, Erode, insieme con  Malco,  deve temere l’avidità di Antonio e deve proteggersi  dalle mire vogliose di Cleopatra sul ricco territorio di Gerico e sulla Nabatea marittima! Roma vende il titolo di re, vende le cariche, vende tutto.

O venale città, ti venderesti se trovassi un compratore!  Così dice Giugurta andandosene da Roma, dopo aver corrotto col denaro tutti (Bellum Iugurthinum,35: urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit).

Al tempo di Erode, dopo circa settanta anni,  niente è cambiato. anzi si è giunti al massino della corruzione!

Sembra?!.

Non c’è mai, a Roma, un limite alla corruzione!

Ventidio Basso ed Erode Basileus

 

Ventidio Basso ed Erode Basileus

 

In Guerra Giudaica (I,288) si dice Bentidios o romaiooon strategos  pemphtheis  ek Surias Parthous aneirgein / Ventidio il capo dei romani inviato a respingere i parthi dalla Siria.

Si rilevi l’uso di aneirgoo il cui valore  è  respingo e  ricaccio qualcuno oltre i confini.

In Antichità Giudaica XIV 395 è scritto: Bentidios men oun  etugchane  tas tarachas  tas dia  Parthous en tais polesin  ousas  kathistamenos / stava sedando gli sconvolgimenti che c’erano nelle città.

Si rilevi l’uso medio di Kathistamai  con l’accusativo  con valore di costituisco ed ordino  nel senso di riportare ordine sedando tumulti.

Il mandato di Ventidio, perciò,  (e quello di Poppedio Silone, collegato a quello del suo dux in quanto facente parte del consilium principis, destinato alla Giudea) è quello di respingere i Parthi e di sedare  le tarachai sommosse  delle città di Siria e di Celesiria e di Asia.

Questa sembra essere la logica di un’impostazione storiografica, quella di Nicola di Damasco, la fonte flaviana, greca. Se esaminiamo la fonte latina in nostro possesso, quella  – che deriva forse da Asinio Pollione,-  di Velleio Patercolo (St., II,78,1 virtute et ductu Ventidii ) e quella di Anneo Floro si rileva un altro aspetto del mandato, connesso ad una matrice   favorevole ad Ottaviano,

Così l’epitomatore scrive (II, XIX, 9,4-7): sotto il comando di Pacoro, giovane principe, essi avevano disperso i  presidi di  Antonio; il legatus Saxa  aveva ottenuto solo dalla spada  di non cadere in mano loro. Infine essendoci stata tolta la Siria, il male sarebbe dilagato ancora di più, perché i nemici riportavano vittorie per conto loro, sotto il pretesto di portare aiuto  (sub auxilii specie), se Ventidio, anche lui legatus  di Antonio con incredibile fortuna (incredibili felicitate),  non avesse distrutto le milizie di Labieno, lo stesso Pacoro  e tutta la Cavalleria parhica, lungo l’intero arco tra l’Oronte e L’Eufrate. Perirono 20.000 uomini. E non senza il disegno del nostro comandante (nec sine consilio ducis), il quale, simulando la paura, lasciò  che i nemici si avvicinassero al nostro accampamento fino al punto che,  superato lo spazio di un lancio, tolse loro l’uso delle frecce. Il re cadde combattendo da uomo fortissimo. Allora, portata in giro la testa per le città, che si erano ribellate, la Siria fu riconquistata  senza guerra. Così ripagammo la morte di Crasso con quella di Pacoro.

Floro, dunque, che conosce anche il prosieguo della guerra parthica, fatta poi con insuccesso da Antonio, bollato come uomo di immensa vanità – immensa vanitas hominisdesideroso  di titoli,  di far scrivere sotto le sue statue i nomi dell’Arasse e, fatta guerra senza motivo, senza disegno e neppure dichiarazione di Guerra- considera l’azione di Ventidio  incredibilmente fortunata, anche se ne sottende valore e abilità strategica.

Sia Velleio che Floro, militari di professione,  mostrano l’ampiezza geografica del teatro di guerra di Ventidio,  ponendo i confini tra l’Oronte e l’Eufrate, e ne riconoscono la prudentia ed ammirano le strategie magistrali per annullare gli effetti della cavalleria catafratta, temutissima dai milites.

Tali doti sono magnificate da Sesto Giulio Frontino (Stratagemata, 2,2, 5. 2. 5,36-3 7), che rileva la tattica  di simulare la fuga e di attirare in loca iniqua il nemico, dopo aver nascosto truppe di riserva,  evidenziando anche  un sistema di attesa, tale da far arrivare gli hostes al limite dei castra, in modo da rendere inutile il lancio stesso delle frecce ed impedire lo spiegamento della cavalleria catafratta – micidiale in pianura-  in zone montuose, precedentemente conquistate.

Da Floro si capisce anche come Ventidio, ricacciati i Parthi , dopo la definitiva vittoria di Gindaro,  sfrutti la vittoria, sedando le sommosse delle citta ribelli, filopartiche, mostrando la testa dell’ucciso Pacoro,  loro  liberatore, stroncando così ogni rivolta in Siria.

Il mandato di Ventidio, con successo portato a termine,  è velato dalla storiografia greca, passata poi ad Ottaviano, senza poter oscurare, comunque,  il valore della impresa di Ventidio anche perché è riscattato il nomen romano in tutto l’Oriente ed è mostrato come impossibile per i parthi tentare una impresa di conquista senza una base navale certa.

Comunque, paradossalmente, nuoce a Ventidio Basso,  nonostante il riconoscimento del triumviro e il trionfo romano, la stessa successiva disastrosa impresa di Antonio, che viene marcata dalla propaganda ottavianea ai fini della dissacrazione del nomen dell’avversario a favore dell’apologia  del triumviro occidentale.

Da qui forse la riduzione dell’impresa, marcata incredibili felicitate.

In questo clima politico ottavianeo, viene, invece, esaltata la figura di Erode, che assume, insieme poi con Ottaviano ed Agrippa, un ruolo più grande di quello meritato che cresce nel corso degli anni, in quanto la provincia giudaica diventa un punto centrale nella politica di riforma ottavianea, subito dopo la vittoria di Azio.

La letteratura poi ha buon gioco circa il valore di un uomo che da privato diventa re,  il quale si sposa con  Mariamne, l’erede della fortuna asmonea  e crea una nuova  stirpe  regnante nella zona palestinese   fino a quasi tutto il I  secolo d.C.

 Da qui l’ alone di Erode come colui che scaccia i Parthi dalla patria,  toglie il regno ad Antigono, il maran /re asmoneo aramaico, seppure si serva anche delle truppe romane, in relazione agli ordini di Antonio, tramite i messaggi di Dellio.

Il legatus Ventidio fa una politica romana di ripristino  dell’ordine in Siria,  ben diversa da quella  di un  civis romanus privatus, eletto dal senato, re,  impegnato ad  eliminare il concorrente aramaico e a sostituirsi  e quindi a ripristinare l’ordine in Gerusalemme e la normalità di culto nel Tempio, secondo gli interessi finanziari  di Roma.

Infatti da questa angolazione si deve rileggere la vicenda di Erode – un  tetrarca giudaico, esautorato- di molto  minore, rispetto a quella del legatus piceno, un dux che fa,  con un esercito numeroso, la storia dell’imperium.

La retorica di Nicola di Damasco è chiara, nell’era di Flavio, un sacerdote nazionalista, specie nella fuga da Gerusalemme, quando la Giudea è  ormai  in mani di Antigono: c’è mitizzazione dell’eroe, idealizzato  con  prosopopea,  seguito  nel suo viaggio per terra  e per mare,  fino all’arrivo a Roma, tanto da   costruire  una sorta di  romanzo con esaltazione della virtus/arete del giovane civis tetrarca  destinato al Regno, col concorso dei romani.

Flavio insiste sulla figura di Erode filororomano, già creata da Nicola di Damasco, che conosce la vita del basileus nella sua interezza, in quanto è biografo di corte,  avendo bisogno di miti per evidenziare al suo pubblico prima aramaico, poi greco, la storia ed archeologia ebraica, in modo da mostrare il valore della  sua etnia nel mondo sopranazionale romano.

Flavio, seguendo la sua fonte,  mostra due storie, di cui una, quella maggiore  è descritta per sommi capi, l’altra  è seguita nei dettagli in un rilievo non solo dei fatti, ma anche dei Pathh/sentimenti umani tanto da fare partecipi i lettori, quasi sospesi ed ansiosi nel corso della personale avventura, che comprende anche una vicenda di pietas filiale e fraterna, secondo la logica familiare ebraica.

Lo studio di questa parte del racconto flaviano sia di Guerra Giudaica (I,274-285) che di Antichità giudaica( XIV, 352-389) comporta, quindi, una  lettura diversa a due livelli, una di politica internazionale ed una  di politica locale con episodi  di guerriglia civile interna tra due fazioni opposte, già da un ventennio.

Le due guerre,  quella maggiore e quella minore, sono guidate da uno stesso regista, che è Antonio, che coordina, per quanto è possibile  in quelle circostanze  e in  quelle  condizioni, i due protagonisti, comandanti  militari.

Ora lo storico ebraico, preso dalla mimesis del damasceno,  narrativamente  trascura la cornice esterna, romano-parthica,  che è guerra di predominio su un’area di oltre un milione di Km quadrati,  mentre concentra la sua attenzione sull’altra che riguarda neanche un ventesimo di territorio, una minima porzione della regione contesa dai romani e dai parthi, una piccola pars, ma la sua patria.

Perciò il lettore non deve farsi ingannare dallo spirito nazionalistico ed aretologico di un sacerdote, partigiano, come Flavio,  che fa una narrazione  per mostrare l’impresa dell’eroe che consegue i suoi obiettivi, passando attraverso peripezie, sofferenze, rivoluzioni popolari, ricongiunzioni patetiche.

La ricostruzione, da noi fatta, è una risultanza di una ricerca al fine di mettere in chiaro non solo i ruoli  dei duces  ma anche le finalità degli scrittori antichi, ormai allineati secondo l’ideologia imposta da Ottaviano, come pax augusta nell’ ecumene e come ordine erodiano connesso con lo ius imperiale, vigente per tutte le partes dell’impero, compresa la Giudea.

In questo lavoro, dunque, sono messi insieme la vicenda di un dux vincitore dei nemici stranieri, barbaroi– anche se sono più ellenizzati dei romani occidentali gallo-ispanici ed italici-  nel corso di  poco più di diciotto mesi, in diversi contesti geografici con grandi masse di militari spostate tra la primavera del 39 e il giugno del 38, battaglia di Gindaro e  quella di un condottiero ebraico che, tornato in patria, salva la sua famiglia, conquista un regno,  datogli dal senato sulla carta,  nominalmente, a  Roma, alla  fine dell’anno 40 a.C.

La fuga di Erode  e il  suo viaggio a Roma  per anni sono stati per me un problema non solo per la definizione del percorso, delle vie  terrestri e dei tragitti navali, ma anche per i rapporti  tra il dux dell’impresa parthica e le peripezie di un civis giudaico fuggiasco, bisognoso di essere reintegrato in relazione della sua precedente identità, come filoromano figlio di Antipatro,  nella sua zona di potere.

Sulla base concreta della traduzione del testo di Antichità giudaica,  man mano si è rilevato e il sistema viario  e quello commerciale e quello monetario, utilizzato dal civis giudaico, all’epoca dei fatti,  congiunto con le indicazioni provenienti dallo studio, contemporaneo, su Filone di Alessandria, in un viaggio così lungo per un uomo in fuga dalla patria, che deve uscire indenne dal confine romano, invaso, entrare in area egizia e  in pieno inverno, a mare chiuso,  iniziare una navigazione proibitiva,  arrivare in Italia e fare la Via Appia ed infine  essere ricevuto in  senato e  dopo sette giorni ripartire per ritornare a liberare i suoi assediati a Masada dai nemici esterni e da quelli interni.  Da Filone (30-25 a.C.-42-3 d.C)  ho avuto illuminazioni circa il politeuma alessandrino, circa il sistema economico–finanziario,   l’organizzazione specifica di quello  oniade ed ho potuto risolvere tanti altri problemi.

Il racconto, comunque, sembra la favola di Erode  fuggiasco, che, ottenuto il titolo nominale di re, con audacia e  fortuna impone,  grazie all’ aiuto romano, dato del senato, nella sua patria popolata di filoparthi.

Il racconto è un‘epopea  in cui  sono fusi encomio e   prosopopea con apologia al fine di alonare un civis, divenuto Basileus, per meriti propri e familiari, con l’approvazione senatoria e triumvirale.

Nella favola/muthos, dunque, si deve aggiungere l’aiuto americano dei romani  che, come soccorso divino provvidenziale,  sovverte i valori, abbassando i potenti ed innalzando i  deboli, dopo la vittoria sui parthi, come trionfo della Iustitia!.

Quindi, ritrovave la  vera storia  è  rilevare nella politica romana  la funzione dei piccoli regni tra impero romano ed impero partho, il valore effettivo del legatus romano e del suo consilium principis sia nei rapporti con i re della zona compresa tra il Ponto Eusino e il Mar Caspio cioè  con gli stati  di Colchide, Iberia,  Albania,  Armenia,  oltre che di Cappadocia, Ponto, Cilicia, insomma degli stati più o meno toccati dall’invasione parthica: un lavoro, dunque, che interessa  la pars romana asiatica, siriaca e palestinese e quella direi barbarica, in quanto non ancora  del tutto assoggettata dalle milizie romane che hanno imposto reguli locali di nomina senatoria.

E di conseguenza, così operando,  mi è stato  possibile mettere in chiaro il rapporto subordinato di un vice legatus come Poppedio Silone, la cui auctoritas  è superiore  a quella del Re nominato dal senato stesso, anche se appoggiato e sostenuto dalle armi romane. Allora si comprende come la lotta  per il primato in Giudea  tra Antigono di Aristobulo ed Erode è una contesa intestina che dipende dalla vittoria tra i parthi e i romani, ma è  la stessa tra Aristobulo ed Hircano.

Prima c’erano Pompeo e Cesare e Gabinio ora ci sono Antonio Ventidio e Silone a proteggere la pars più debole militarmente filoromana contro quella aramaica predominante sadducea  durante l’invasione parthica  favorita anche dai farisei dagli esseni, dal popolo  compattamente.

Quindi  Flavio, facendo storia, fa una storia nazionalistica palese in Guerra Giudaica I, 387, quando Erode nel 31 dopo Azio è incerto sul suo futuro a causa della sconfitta di Antonio.  Lo storico dice: Pareikhen mentoi  deous  pleon h epaschen/eppure incuteva più timori di quelli che provava ed aggiunge sorprendentemente –assurdamente- Cesare non riteneva ancora di aver tolto di mezzo Antonio finché a costui rimaneva Erode.

Un’affermazione pazzesca!

Come mettere in rapporto (confronto, raffronto) Ottaviano dominus/autocratoor e un rex periferico che è in conflitto con altro re locale, quello di Petra,  ora  quando è venuta meno la sua autorità, perché è stato sconfitto il suo patronus?

 Lo scrittore ebraico, traditore del suo popolo, fa questa affermazione in epoca Flavia, dopo che ha visto l’impresa di Vespasiano sooter venuto dall’Oriente, per la pacificazione del Mondo- acclamato imperator  dai soldati di stanza in Egitto e Siria  sotto la regia di Tiberio Alessandro e di Licinio Muciano, presso il quale l’ex governatore di Galilea è prigioniero ed interprete!

La fuga di Erode e  questa frase (oupoo gar ealokenai Kaisar Antoonion ekrinen Herodou summénontos), specialmente sono spie di una narrazione non fedele, anacronistica, estremamente nazionalistica, come poi sarà quella dei Christianoi antiocheni- una setta ebraica-, dopo la sconfitta dl Shimon bar Kokba, quando finisce il sogno giudaico messianico con l’annientamento ad opera di Adriano.

Galuth vale cacciata con estirpazione dal territorio romano! Galuth non è diaspora, colonizzazione con dispersione del seme giudaico e nel mondo romano e in quello parthico e in quello indiano!  Galuth è termine da studiare per lo storico, specie del cristianesimo primitivo.

Perciò ridimensionato il giudizio dello storico ebraico e rivista la narrazione di stampo ellenistica, prammatica, tesa all’ educazione popolare, a docere/ insegnare  e al diletto del lettore, a delectare/piacere, bisogna concludere stabilendo un modo nuovo ed altri criteri  valutativi storiografici.

Di conseguenza come  non è possibile il rapporto tra Ottaviano ed Erode  così  neanche è pensabile quello tra Ventidio Basso e il re giudaico, specie nel periodo della fuga: neanche in retorica si congiungono, pur con l’ossimoro, magna/parva, altrimenti si produce lo spoudogelaion una combinazione di  serio e ridicolo! Ventidio Basso, quindi, è un dux supremo delle truppe antipartiche che coordina le forze dei tanti reguli della zona  e  i loro auxilia,  senza avere compiti di risoluzione del problema, ma solo di appoggiare la pars filoromana e di arginare il pericolo dell’invasione.

Poppedio Silone, popularis, che  va contro le masse popolari giudaiche è un legatus sannita,  dimentico  della tradizione familiare italica sociale, integrato ormai nel sistema militare romano, che diventa arbitro della lotta per la supremazia in Giudea  tra i due contendenti.

I due, comunque, sono uomini antoniani, certamente avidi come tutto gli altri romani, corrotti come ogni legatus fino ad allora passato in terra giudaica,  che seguono il loro capo che li guida da Atene, conscio della loro corruzione e della loro avidità.

Quindi, la politica estera antiparthica e quella interna sono  frutto di un’operazione antoniana di cui il legatus piceno e quello sannita risultano i risolutori , secondo la legge delle armi e delle stragi militari, adottate in situazione.

Alla luce di  quanto maturato nel corso dei miei studi, indipendentemente dal  lavoro  di  Alighiero Massimi, storico, autore di Vendidio Basso (Ed Cesari, Ascoli, 1986), aggiungo la mia esperienza in senso trapezitario e commerciale, sugli oniadi alessandrini, come ampliamento e contestualizzazione all’ opera filoniana, già espressa in altre opere:  è un piccolo contributo alla cultura!

Ai tanti storici letterati, come Massimi stesso, che non riescono a capire come Erode sia sempre pieno di moneta, preciso quanto da me rilevato nell’esame dell’ebreo ellenistico trapeziths, methorios, naurchos, emporos, sul valore immenso del gazophulakion  templare.

Allora si può mettere in evidenza come Erode  maneggi sempre denaro ed intendere la rete finanziaria e commerciale da cui è protetto nel corso della sua fuga avventurosa, di cui si è servito suo padre Antipatro e perfino lo stesso Cesare nella guerra alessandrina.

E’ anche possibile dare  razionali spiegazioni alla perplessità di tanti illustri storici tedeschi  come Otto (op.cit) , Prause (op.cit.) e Schreckemberg (Die Flavius –  Josephus- Tradition in Antike und Mittelalter, Leiden 1972), titubanti nel credere alle azioni di Erode fuggiasco a Rodi  e sconfessare la tesi di S. Mazzarino  (Il pensiero storico Classico,II,2)  – in seguito- nella scelta christiana di Flavio storico.

Chi di voi lettori può pensare che un civis romano è una specie di signore/ Kurios in Oriente, anche se idiooths, il quale, oltre al possesso della khoora giudaica ha un potere da despothes, se ha la finanza e l’oikonomia dell’alabarca di Egitto al suo servizio? Stabilire le funzioni e i compiti  dell’alabarca di Alessandria in epoca erodiana e posterodiana è stato per me  un  lavoro mostruoso, connesso con le relazioni con gli argentariii, i mensarii e i nummularii latini prima e poi col tempio di Leontopoli e di Gerusalemme, ma è stato ancora più duro  anche calcolare il patrimonio di Gaio Cesare Germanico Caligola con l’eredità di Tiberio, mista a quella antoniana della linea di Antonia minor, di cui  therapeuoon ed epitropos è Alessandro alabarca, padre di Tiberio Alessandro, governatore di Egitto, colui che con Licinio Muciano per primo acclama imperatore il mulattiere Vespasiano (A. Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

Chi mai nel corso dei secoli ha ragionato secondo una logica trapezitaria e commerciale  di sostegno alla regalità del sovrano di Giudea?

Nemmeno un maestro come lo storico A. Momigliano (Asinio Pollione,in Enc. Ital., XXVII (1935) o come J Carcopino   (Giulio Cesare, Milano, 1982)!: lo stesso Levi (op.cit.) non ha operato in questo senso, preferendo lavorare sul sistema finanziario economico latino!

Chi può capire il valore di mammona, se non ha fatto la distinzione tra il potere aramaico, barbarico, agricolo di Malkuth ha shamaim /H Basileia toon ouranoon, e quello commerciale  ellenistico,sotteso a  H basileia tou Teou?

Solo chi conosce l’ellenizzazione e romanizzazione del potere erodiano e la connessione profonda col sistema oniade alessandrino, può vedere un servitium capillare economico finanziario sotteso alla basileia erodiana, utile per l’oikonomia universale?!

Forse!  solo  se si rileva questo connubio economico tra Roma e  Gerusalemme, è possibile leggere la predilezione degli imperatores, interessati alla Iudaea e a chi la gestisce, dato l’immenso profitto templare e trapezitario.

Da questa angolazione si comprende allora il  reale valore, –data la congiunzione del tempio di Gerusalemme, simbolo unitario di una fides  agricola tradizionale e di quella ellenistica della diaspora –  del Regno giudaico, costituito  in epoca  antoniana e poi augustea.

Oltre a questo, si  può scoprire che non si tratta di un piccolo popolo in un piccolo territorio,  ma di un grande popolo, sparso nel mondo romano e parthico  (per non parlare in terre estreme come India ed Indonesia) di oltre 4.500.000 di uomini  methoroi, abili trapezitai, cambavaluta, saggiatori, esperti uomini di finanza che dominano il bacino del  Mediterraneo, quello del Ponto Eusino e del Mar Caspio, di armatori/nauarchoi   che dominano il porto di Alessandria, di Efeso, di Corinto  ecc., oltre che le bocche nilotiche per la penetrazione in Arabia, in India e nell’interno dell’Africa, non ellenizzata e non romanizzata.

Non si può leggere l’avventura della fuga secondo la scrittura di un autore che romanza la vicenda del fuggiasco, immettendo tutti gli elementi utili alla formazione e al diletto del lettore, abituato alla storia  come opus letterario.

Dunque, Erode  è  un civis bisognoso di aiuto già in Giudea,  nella sua zona di competenza, limitato militarmente, vinto dagli aramaici e dai parthi, incapace di muoversi senza l’appoggio di reparti romani, dati su richiesta da un incaricato da Ventidio Basso, che deve poi rispondere insieme al suo concilium principis  al triumviro di ogni sua azione, specie quando va oltre il mandato, sulla scia delle vittorie.

Nella logica senatoria romana il caso sfortunato di Erode  diventa  segno della necessitas di una nuova politica  senza legati romani in Giudea, fiduciosa solo nel governo di un re autoctono  capace di  riunificare il popolo, seppure così  riottoso ed opposto in senso aramaico  e  farlo crescere per una possibile integrazione dopo quasi venti anni dalla conquista iniziale del Tempio da parte di Pompeo, obbligato ad essere rispettoso solo della prescrizione mosaica e della tradizione davidica del culto templare.  L’elezione di Erode a re, un mezzo idumeo- arabo, comunque, di antica tradizione mesopotamica ebraica, seppure non legittima,  data la presenza  degli asmonei,  è garanzia di una stabilizzazione della zona – che mai in seguito  ci sarà- nonostante  la propaganda  filoromana di liberazione dai parthi e i successivi cambi di politeia/ costituzione.

Anche se il re è  stato un filocassiano, facente parte della cohors  del consilium principis del Cesaricida, come Valerio Messalla,  comunque passati ad Antonio, ora congiunto anche con Ottaviano, è chiaramente un filoromano, in quanto figlio di Antipatro, un civis arruolato come legatus  da Gabinio e da Cesare, un perfetto romanizzato, militare eccezionale di stampo mariano, connesso con Hircano, l’emblema del sacerdozio e  del culto del Tempio, legge vivente spirituale per ebrei  palestinesi, aramaici ed ellenistici.

Accanto a questa nuova lettura storica  c’è un’altra ancora più grande, quella revisionistica della storia romana -vista dall’angolazione giudaica-  e della sua  reale politica  in Oriente,  che risulta  un lavoro di falsificazione della stessa storiografia augustea  di  Didimo Arieo, di  Livio, di Dioniso di Alicarnasso di  Nicola di Damasco, scritta in senso universale catolikoos.

Ricercare il reale ruolo in un impero di dimensioni gigantesche di un despoths locale, che non ha neanche il diritto di battere moneta e di fare guerra ad un vicino regulo, senza autorizzazione senatoria ed imperiale è trovare un’oggettiva ragione per un monarca assoluto come Ottaviano, un o politikos eccezionale, ma ancora di più,  scaltro mensarius ed abile nummularius, un geniale riformatore, comunque  amorale, al di sopra del diritto stesso, capace per il proprio interesse,  di conservare il regno ad un uccisore di figli, da lui apertamente dileggiato secondo Macrobio (Saturnalia, 2,4,11: meglio essere figlio di porco che  figlio di Erode!).

Ad Ottaviano Augusto interessa Il grande profitto finanziario ed economico che Erode può assicurare all’impero, con la gestione del Tempio,che riscuote la doppia dracma da oltre 4.500.000 di giudei aramaici ed ellenistici, oltre agli introiti delle elemosine, delle offerte durante le celebrazioni delle feste rituali!

Ottaviano il nummularius  fa subito i conti: finché Erode assicura il kerdos, la Iudaea ha la monarchia; ogni costituzione altrimenti dovrà essere provata al fine della conservazione immutata del  profitto romano templare.

Avendo, dunque, scritto Giudaismo romano ed avendo bene compreso il valore del tempio  e del gazophulaion, ho cercato di capire il potere di un civis orientale a Roma e in Italia, rispetto al senato e  alla magistratura repubblicana, ora servile, e poi avendo pubblicato  vari testi sul Cristianesimo ed essendo letto da uno studioso serio come il preside Alighiero Massimi, abile nelle sintesi storiche, filologo e glottologo, metricologo, un uomo di altra cultura rispetto alla media nazionale ed internazionale,  aperto ad ogni problematica, mi si è ulteriormente precisato il ruolo di molto superiore di un legatus rispetto ad un rex come Erode del tipo di Deiotaro, Ariarate/Archelao,  Polemone, Antioco  ed altri dinasti,  formanti la rete di reguli antiparthici, a capriccio dei romani nominati e deposti.

Un grazie immenso alla memoria di Massimi, da parte di un  ricercatore riconoscente e grato per gli stimoli ricevuti nel corso di conversazioni amichevoli!

Una riconoscenza sincera verso un uomo libero ed amante del sapere!: c’è stato col maestro  di generazioni di ascolani un legame non  di alunno, ma di figlio, seppure per breve tempo (gli ultimi dieci anni), ascoltato, però,  con rispetto e stima,-  reciproci- in un vero rapporto culturale, in una comunicazione di altri tempi.

Anzi ho potuto rilevare esattamente, grazie all’acutezza delle sue riflessioni, il valore di un mandato senatorio, che può essere in un certo senso allargato a discrezione del legatus, che agisce in situazione e poi risponde dei suoi atti al suo ritorno in patria, secondo l’esempio collaudato di Silla, di Lucullo, di Pompeo,  di Gabinio, di Cesare, nipote di Mario da cui inizia il processo di graduale distruzione del potere repubblicano nobiliare, su base militare e popolare.

Ho così letto il mandato di Ventidio Basso che controlla i reges locali, ne condiziona la politica, perché considerati alla pari di un civis romano orientale, il quale può avere greges di publicani,  arruolare milites, quasi da esercitare in piccolo un potere censorio e pretorio,  ed ottenere il supporto dal governatore della zona in ogni evenienza, purché paghi le tasse e sia fidus alla normativa senatoria.

Nel corso di tanti anni, spesi nella ricerca  della presenza romana in zone orientali, specie nel tentativo di comprendere il ruolo del civis Paulus di Tarso, ho potuto anche conoscere le funzioni e  le possibilità operative di Herodhs poliths, specie nel periodo dell’invasione parthica e della successiva sua nomina di Basileus, epoca in cui il figlio di Antipatro è l’unico referente di una comunitas, famiglia. tribus e genos  idumea.

Il suo ruolo è messo in relazione con quello di Deitaro re di Galazia  dal 63 al 41, che, passato   attraverso varie vicende –  tra cui quella della  morte di Cesare contro il quale, secondo molti, ha cospirato, dopo che ha avuto una decurtazione di territorio inizialmente lasciatogli integro dal dictator a Zela (Cfr. Cicerone Pro rege Diotaro).

Ancora di più è confrontato con quello di Ariarate di Cappadocia, sostituito da Antonio con Archelao- divenuto poi  consuocero di Erode dopo il matrimonio tra  Glafira ed Alessandro, figlio di Mariamne- che, comunque, ha diritto di monetazione in quanto erede di famiglia regale.

Sono stati studiati i reguli orientali   come esempi per mostrare ai miei lettori  il reale valore  della figura di Erode, piccolo dinasta ebreo rispetto al grande impero romano.

Infine si fa notare che la fonte giudaica esagera anche perché vuole presentarsi davanti agli altri popoli con meriti che oggettivamente l’ebraismo non ha, al di là del patrimonio finanziario e nonostante la grandezza commerciale e coloniale.

Per me il problema è solo nella sede geografica dello stato  di Giudea, il cui rilievo nell’impero romano è minimo  senza il tesoro del tempio, fonte di ricchezza inestimabile grazie al culto divino, ai sacrifici e alle festività obbligatorie per ogni ebreo della diaspora, già tenuto a pagare, oltre alle tasse,  la doppia dracma per il tempio e ad andare  a visitare annualmente  il Santuario.

La ragnatela delle colonie della diaspora ellenistica ebraica, diffusa non solo nell’impero romano ma anche in quello parthico e in  India  e altrove, nell’Oceano indiano, è da leggere  in relazione al politeuma alessandrino, una particolare politeia concordata con Cesare, in una ripresa della costituzione ebraica autonoma  alessandrina  voluta dai lagidi,   che regola  non solo i giudei egizi (un milione; di cui 500000 in Alessandria) ma anche  gli altri di tutto il mondo sia romano che parthico,  in una specifica connessione con i fratelli aramaici sia di Palestina che di Parthia.

Ora con questo libro su Erode Basileus forse aggiungo qualcosa a quanto già detto e presento un’altra lettura  del fenomeno ebraico in epoca romana.

Dunque, Ventidio Basso, secondo lo storico Massimi risulta  un “pratico” sia per cultura che per temperamento. Egli rappresentava … gli interessi della borghesia italica che aspirava apertamente ormai solo ad essere difesa nelle sue posizioni  economiche ma anche ad essere riconosciuta  come una delle riserve ufficiali della nuova classe dirigente dell’impero. Egli avrebbe potuto  quindi  condividere in pieno per poi sfruttare  convenientemente l’iniziativa di Lucio Antonio, cercando in tal modo di salvare i prorietari terrieri  dalla confisaca dei campi  e di fermare l’ascesa do Ottaviano.Ma in primo luogo doveva rendersi conto  che i veterani non potevano essere accontentati senza che si rischiasse una sommossa dagli  esiti imprevedibili, in secondo luogo che la stella di Antonio splendeva sempre meno in Italia (P Ventidio Basso,cit.  p.77).

Secondo lo storico ascolano,  perciò, Ventido non si compromette con Lucio, essendo  anche in gara con l’azione di Asinio Pollione  per polarizzare le simpatie degli antoniani delusi e dei cesariani incerti.

Massimi aggiunge che anche Sallustio ritiene che con  la diadochizzazione di Antonio solo Ventidio poteva avere l’ambizione  di realizzare il programma di Cesare consistente nella municipalizzazione dell’Italia e nell’assicurazione dei confini orientali dell’impero.

La conclusione dello storico è connessa con quella di S. Mazzarino (L’impero romano, Bari 1973): Questa politica …doveva ricercare la conciliazione all’interno dell’Italia, in funzione  della lotta contro i nemici esterni, restaurando la virtus tradizionale, in una difficile prova di sintesi tra imperialismo e morale, tra guerra di conquista e indifferenza di fronte alle ricchezze depredate … l’unico rimedio consisteva nel rinnovare la classe dirigente e nell’estendere la citadinanza romana, costituendo  poi colonie coi nuovi cittadini mescolati agli antichi. I nuovi cittadini erano la vigorosa borghesia del mondo italico che ormai aveva rimarginato le ferite della guerra sociale.

Al di là, comunque, della condanna della sociètà  repubblicana romana, della decadenza dell’aristocrazia, l’ex mulattiere, il cesariano  Ventidio popularis, avrebbe potuto sovvertire, più di Antonio e di Ottaviano le  regole sociali e politiche del potere  solo  nella direzione poi presa da Ottaviano che secondo il patrimonio ideologico tradizionale e la formazione del latifondo, in una conversione dell’avaritia con la virtus, in un ripristino dei mores maiorum in un abbattimento della nobilitas logorata dal potere politico stesso   e corrotta  dalla propria ambitio!.

Ventidio Basso col il suo consilum principis,  che ha a capo Poppedio Silone, figlio del  condottiero della  lega italica, nella guerra sociale, è un piceno integrato ora nel sistema romano  e guida un grande esercito sotto la direzione di un cesariano, come lui, popularis, per la riconquista dell’Asia, della Siria, della Palestina, delle terre già acquisite come patrimonio dell’imperium da un ventennio.

Sbarcato tra la Panfilia e la Cilicia nella primavera del 39  Ventidio si  dirige subito verso la pianura cilicia, anche se l’esercito parthico   ha già preso possesso del Tauro,  del passo tra le due province romane.

Ormai la propaganda parthica ha avuto il sopravvento e Pacoro con la sua praooths e philantroopia ha conquistato i greci e in Palestina  ormai l’aramaismo trionfa incontrastato dopo che la Galilea si è liberata degli antipatridi, che hanno solo il possesso, a stento, dell’Idumea.

A Gerusalemme dove si è insediato Antigono con le forze di Barzafarne c con l’aiuto della cavalleria del coppiere, non esistono neanche più frange di filoromani.

L’elemento farisaico e quello essenico e popolare è ormai contro gli antipatridi e contro Hircano e contro i romani

Insomma, tutto il territorio asiatico siriaco e palestinese è sotto il controllo parthico, non solo militarmente ma anche  culturalmente in quanto ormai le città stesse ritrovano la loro radice seleucide ed achemenide.

I parthi, però, non avendo una flotta e non avendo il supporto di nessuna città marittima, sono praticamente  chiusi e bloccati dagli ammiragli romani che stazionano davanti alle coste con le loro navi pronti a sbarcare eserciti e a  penetrare verso l’interno della Siria.

E’ facile, quindi,per  Ventidio sbarcare, e ricacciare i Parthi  sia del satrapo Barzafarne- così chiamato  in Antichità Giudaica mentre  è detto Barzafrane in Guerra Giudaica),  che del romano Quinto Labieno, che  da oltre due anni è al servizio del re dei re, impossibilitato a tornare tra i suoi dopo la sconfitta di Cassio e il trionfo di Antonio e di Ottaviano.

In conclusione si può dire che in Giudea, al momento dello sbarco di Ventidio Basso,  la pars di Elice connessa coi farisei e con la  fazione dei sadducei asmonei, forma lo schieramento di Antigono, che ha anche l’aiuto delle truppe parthe di  Barzafarne, mentre l’altra ora senza Hircano, mutilato e deportato e senza Erode, in fuga, dopo la morte di Fasael,  non ha forze militari ma solo un piccolo nucleo asserragliato a Masada, assediato, senza acqua e senza più viveri.

La propaganda filopartha ha vinto non solo in Giudea e in Celesiria ma anche in Siria e in Asia, dove Pacoro è considerato principe liberatore dal giogo romano e dove circolano tra i cives romani anche biblia  volantini  diffusi da Labieno  per rivendicare la sua azione di uomo, di cesaricida e di pompeiano e di repubblicano,  antitriumviro.

La politica di Orode II è stata vincente  sia nell’appoggio  dato ai  cesaricidi che nel accogliere i fuggiaschi disertori subito dopo Filippi: il tradimento dei romani e di Quinto Labieno è sfruttato come cambio di mentalità degli asiatici che riconoscono la clemenza e la filantropia del Gran Re, garanzia comune di giustizia per gli aramaici e per i greci.

La Nike/Vittoria di Labieno sul legatus antoniano  Decidio Saxa, che non può impedire la presa di Apamea e si uccide,  diventa simbolo della protezione del Theos, che autorizza la celebrazione del Parthicus Imperator, il tradimento di Ariarate di Cappadocia e di Antioco di Commagene: solo Castore  di Galazia e Zenone e suo figlio Polemone restano filoromani.  A Roma si teme un bagno di sangue in Asia  per i cives romani e per  gli italici come nell’88 sotto Mitridate (cfr Cicerone, De Lege Manilia,7; Appiano,Mitridateios,XII, 22-23). Per fortuna la propaganda filantropica basata sulla clemenza e giustizia di Pacoro non scatena le folle aramaiche e greche antiromane.

Tutta l’Asia, comunque,  è passata dalla celebrazione di  Roma e  di Antonio Neos Duonisos al saluto entusiastico verso  l’esercito parthico, guidato dal pompeiano Quinto Labieno, despoths,  che governa come un satrapo, a nome di Orode II, che batte moneta propria e che nel retto fa scolpire  la sua faccia e nel retro un  cavallo sellato.

Laodicea, Mylasa e tante altre città acclamano l’avvento del  Regno dei Parthi, esprimendo con l’entusiastico saluto alla cavalleria partha, il disgusto per il cattivo governo di Roma nel periodo postpompeiano.

In Giudea sembra scomparsa  la costituzione voluta da Cesare a favore di Hircano, espressione sacerdotale dell’unità ebraica nel mondo romano e parthico,  che assicura la regolarità del culto del tempio e di Gerusalemme, il cuore della nazione, l’anello di congiunzione tra Dio e il suo popolo eletto.

 

 

 

 

 

 

Una vecchia questione

 

Una vecchia questione

Risposta a P. P.

Io e P. P.  siamo amici,  siamo stati in seminario (io in Ascoli e lui a Montalto, Ripatransone, Fano); abbiamo avuto eguale esperienza giovanile  (meglio, adolescenziale) e ci siamo sempre rispettati.

Lui riconosce, a parole,  le mie indubbie capacità di studioso e di ricercatore, ma chiaramente  disconosce  i meriti,  quando  afferma  che gli è stato sempre difficile un dialogo con me,  sottintendendo da una parte  la sua disapprovazione per la mia ricerca storica  (su Roma, sull’ellenismo,  sull’ebraismo e specialmente sulla figura umana di Gesù) e  dall’ altra rivelando il suo disagio di fronte alla mia specifica preparazione  storica, linguistica e semantica e alla sua modestia argomentativa.

Ora sulla base dell’Articolo apparso al n.3 anno 2005 del mensile Riviera delle Palme  “Una personale conclusione sulla storia del Cristianesimo”, riportato parzialmente e tagliato in varie parti, e dato alle stampe (senza mia autorizzazione e  senza le debite correzioni di bozza) in mia assenza,  dal  Direttore  ( che vi ha aggiunto una sua  premessa ), fa un suo intervento.

L’amico si sente sollecitato ad  intervenire  “ non tanto dalle argomentazioni addotte dall’autore, quanto dalla nota premessa della redazione  preoccupata ad attutire il colpo sul lettore “.

In effetti P.P.  sente il dovere di difendere il suo credo ed è preoccupato  per la  fede .

Egli comincia  col  precisare l’inesattezza del termine  conclusione  che a suo dire sottende  che le argomentazioni sono giunte al capolinea.

Io faccio notare all’amico che si tratta  non di un  solo lessema, ma del sintagma “ una personale conclusione”,  che ha un preciso valore unitario come risultanza   e che  è  fase iniziale in un percorso  di revisione,  definito nei miei lavori  linguistici, paradigma analitico conclusivo (che precede quello sintetico e quello critico),  che implica  solo  un parziale punto situazionale su una ricerca conclusa, non terminata, sull’argomento del cristianesimo (la ricerca,  in quanto tale,  non è mai esaustiva!), portato avanti per trentotto anni, ininterrottamente.

L’intervento di P. P.,  dettato da vecchie polemiche col direttore della rivista, è, comunque, centrato non specificamente sulla storia, ma  genericamente  sulla  fede,  distinta  dal  fideismo, e in sottordine su Gesù (inteso come un lieto evento, non una edulcorata storiella).

A parte la implicita polemica su storiella,  “stupida” perché fatta su una trascrizione sbagliata del testo ( io ho scritto: la datazione storica… è certo comprovata dalle altre indicazioni storiche su Pilato, sui tetrarchi Erode Antipa  e  Filippo…. letta dal direttore  indicazioni-storielle), chiaramente P.P.  è fuori tema e non in linea col mio lavoro storico (d’altra parte, in varie occasioni egli ha confessato di essere disturbato dal mio lavoro sul Cristo, tanto da  interrompere  la lettura di Jehoshua ed Jesous?-Maroni,2003-, opera da me portata  a lui,con affetto, per una valutazione serena) .

Non è quindi neppure necessario replicare sulle sue osservazioni: le sue argomentazioni (favorite dagli errori di trascrizione e da interpolazioni,  da puerili giudizi  e aggiunzioni al mio testo, specie su Girolamo) sono quindi inutili e  vano sfoggio di pura eloquenza e  gratuita cultura, da me  ben conosciute .

Inoltre, il suo intervento avrebbe avuto un senso solo dopo l’articolo di Alighiero Massimi (Riviera delle Palme, n.1 anno 2005, Angelo Filipponi, un profondo studioso di grande talento) che  lodava la profondità della mia  ricerca  e non ora  su un articolo così mal assemblato: avrebbe dovuto capire che quel testo aveva solo qualcosa del lavoro del suo amico ed avrebbe dovuto chiedere, data l’amicizia di  più di mezzo secolo, l’articolo completo, d’altra parte già conosciuto, perché  da tempo scritto, inviato ai direttori del Messaggero e di Corriere Adriatico e di riviste specializzate.

In merito ad un lavoro storico tanto complesso, di così lunga durata, che studia,  oltre la figura umana di Gesù, anche la storia di un quinquennio (che va dal 18 ottobre 31 al 36 d. C), fatta con un’ indagine non solo sui fatti storici, ma anche su quelli economici, in varie lingue ( aramaico, greco e latino) al fine di determinare la situazione storica giudaica, giudaico- ellenistica e giudaico-parthica e di  inserirla nel contesto dell’impero romano e di rilevare la guerra di circa duecento anni tra il giudaismo integralista e  l’ordinato sistema politico romano  prima repubblicano, poi imperiale (famiglia giulio-claudia; flavia ed antonina), P.P. ha il coraggio di  giudicare il tutto come  “nulla di nuovo sotto il cielo”,  sulla scia di  Qohelet.

Pur comprendendo l’amico  e la sua superficiale lettura, devo necessariamente far rilevare  le novità storiche  di un tale lavoro, oltre alla novità di metodo.

Ho piena coscienza di aver fatto scoperte culturali e letterarie, degne di essere propagandate a livello internazionale:

  1. Scoperta del ruolo nella storia romana della figura di Giulio Erode Agrippa figlio di Aristobulo di Erode il grande  e di Berenice, therapeuon -educator di Tiberio il giovane,  turannodidascalos di Caligola , fratello di latte di Claudio,  filosofo scettico, maestro dei cinque tropoi  che portano alla sapienza e assertore dell’epoché , re di Giudea (41-44).
  2. Individuazione e caratterizzazione di  Antonia minor, figlia di Ottavia e di Antonio, moglie di Druso Maggiore, madre di Germanico, Claudio  e Livilla,  sotto l’impero di Tiberio e sua antagonista  nella successione  con la costituzione di un partito giulio,  opposto a quello claudio, sua funzione mercantile e rapporto con il sistema bancario giudaico.
  3. Rilievo del vuoto di potere in Siria dal 18 ottobre 31 al 36 d. C, a seguito della influenza di Artabano III nell’area eufrasica,  dopo la  fine  di Elio Seiano, specie dopo la morte del governatore  Pomponio Flacco,  a causa anche  del mancato invio di L. Lamia come governatore da parte di Tiberio (che, impegnato a far fuori i suoi nemici seianei, trascura la politica orientale).
    1. Studio sulla figura umana di Jehoshua Barnasha Meshiah (Jesous Christos Kurios ), qanah,kain, maran.( zelota, mastro-architetto, re), sulla sua probabile epopea (vittoria  sui romani, entrata in Gerusalemme, conquista della città bassa, poi della torre Antonia e del Tempio, proclamazione del Malkuth, federazione con la Parthia, nuovo patto con Dio e riconsacrazione del tempio, nuovo calendario e nuovi sacerdoti, sua morte, dopo la conquista di Gerusalemme ad opera di Lucio Vitellio ).
    2. Scoperta della funzione mercantile trapezitaria (bancaria) degli oniadi (figli di Onia IV fuggito in Egitto nel 146 a. c.)  e specie  dell’alabarca di Egitto, Alessandro, della sua potenza economica dei suoi rapporti con Antonia minor, con Caligola e Claudio e quindi di tutto il giudaismo ellenistico con la famiglia giulio claudia  e con le comunità greca ed egizia alessandrina.
    3. Scoperta della presenza di un sacerdozio essenico in Gerusalemme accanto a quello sadduceo nell’epoca di Giulio Erode Agrippa e della funzione intermedia del  sommo sacerdote  Teofilo, figlio di Anano I, (a cui sono dedicati da Luca  Vangelo ed Atti degli apostoli)  .

    7. Novità  assoluta  è la  scoperta che sotto il sintagma  regno dei Cieli si cela una fase storica  che va dal 63 a.C. fino alla distruzione del Tempio del 70 d.c.  e che  termina con la Galuth (cacciata definitiva  del giudaismo dalla Palestina ad opera di Adriano dopo la rivolta di Shimon Bar Kokba 134-136 d.c.) ben distinta  da quella  conosciuta e contrassegnata  con il sintagma Il regno di Dio, che  inizia ad Antiochia  nel 43-44  e che diventa Cristianesimo, una religione licita con Costantino: per secoli si è pensato che i due sintagmi fossero solo sinonimi.

    1.  Di Teofilo, l’eccellentissimo Teofilo a cui Luca dedica il suo vangelo ( e poi anche Gli atti degli apostoli), nessuno sa chi sia.

    Saperlo non è un bene per i cristiani: è un figlio di Anano I e fratello di Anano II , che fece uccidere Giacomo il fratello nella carne di Gesù, cognato di Kaifas  Nel 37, l’anno dopo la morte di Gesù,  Vitellio dà la carica di sommo pontefice a Teofilo  al posto di Gionata, (suo fratello deposto)   cfr. Flavio, Ant. Giud. XVIII,123.   Curiosità nella curiosità: tutti i cinque figli di Anano I furono sommi sacerdoti, oltre al genero Kaifas ( Ant-Giud.,XX,198 )Teofilo fu rimosso da Erode Agrippa nel 41 e al suo posto fu fatto sommo sacerdote Simone, figlio di Boetho detto Cantera.

    Kaifas fu per 18 anni sommo pontefice  e dopo di lui si succedono i figli di Anano I: gli anano furono annientati dagli zeloti (cfr Guer. Giud. IV,160 e sgg).

    Non è qui il caso di mostrare le tante altre novità  linguistiche (sulla lettura del Padre Nostro, su passi evangelici  e biblici  ecc)  letterarie (circa il Peri Upsous,,circa  il sistema allegorico ecc. ) culturali e storiche, ma ritengo di poter affermare di essere uno storico,  che proprio perché in possesso di un metodo  linguistico-storico (con cui ho insegnato ed insegno proficuamente)  ho  potuto scrivere ponderosi saggi storici (tra cui ha  grande  rilievo  Giudaismo romano,  un ‘opera inedita per ora,  in tre tomi  che mostra, tra l’altro, la guerra tra Giudaismo e  Roma  con molte implicazioni socio- economiche,   includente anche la vicenda di Gesù Cristo),  ben valutati  da specialisti  come Riccardo Calimani  (autore di Gesù l’ebreo ,Rusconi Editore, di Paolo  Scie Mondatori) e da altri.

    Ricordo, inoltre, all’amico  che le traduzioni di Giuseppe Flavio, di Filone, di Clemente Alessandrino (oltre che quelle latine di Bernardo e di Goffredo di Auxerre) e la conoscenza, seppure modesta, dell’aramaico, mi hanno dato possibilità di lettura diversa rispetto a quella tradizionale e di maggiore comprensione degli enunciati in esame, grazie ad una migliore conoscenza  del contesto.

    Mi meraviglio che l’amico, conoscendo me come professore  (che  gli si è proposto per anni come formatore e come insegnante, fornito di metodo e che spesso gli ha illustrato le fasi del metodo, le suddivisioni in paradigmi conclusivo -analitico, sintetico, critico, ben evidenziati in tante lezioni tecniche sia a scuola che con libri –Leggiamo Insieme ..Ungaretti,  e in saggi come L’ Altra lingua, l’altra Storia, Demian, Teramo 1995 e  nel commento inedito al De Joseph di Filone di Alessandria), abbia potuto  scrivere:  A Filipponi manca il metodo storico, pertanto, non riesce ad evitare che le sue ricerche diventino apologetiche. Lui sa benissimo che io ho scritto  solo per ricercare  non per fare apologie  (non sono di parte).

    Tutto si può dire su uno studioso come Filipponi,  ma  neppure si può  pensare   che non abbia metodo: tutta la  vita è stata dedicata allo studio, alla ricerca  metodologica, alla storia: lo provano le mie tecniche operative e  la mia biblioteca,   lo dimostra l’ assenza dalla vita cittadina, l’anachoresis,  con la professione (oltre quella di  gelataio e  contadino ) muratore, unico svago ai tanti, lunghissimi studi di varia natura; lo testimoniano i miei alunni (professionisti seri),  che seguono  le mie impostazioni metodologiche linguistico-semantiche e storiche.

    E P. P. pensi al significato di amicizia, specie in senso senecano, rifletta sulla differenza e perfino sulla diversità di cultura  e soprattutto eviti di  dare giudizi  specie  perché  tra me e lui, ormai vicini ai settanta anni, c’è una grande  barriera culturale che diventa per lui, cosi teleologicamente confessionale, un abisso: è bene  però, accettare l’altro, senza volerlo etichettare, senza tentare valutazioni,  meglio ancora amarlo, cristianamente, senza conoscerlo.

    S. Benedetto  del Tronto ( che non è stata mia patria, nonostante il mio domicilio sessantennale) almeno stia zitta (a cominciare dal mio amico) su un suo cittadino volutamente ignorato e lo lasci lavorare in santa pace.

    Angelo Filipponi

    S. Benedetto del Tronto, 12.11.2005

Fuga di Erode

Da civis a Basileus!

La fuga di Heroodhs Iulios, civis romanus

La fuga di Erode da Gerusalemme, già occupata da Antigono, grazie all’aiuto di Barzafarne,   è  descritta da Flavio sia in Guerra giudaica che in Antichità Giudaica.

Gli antefatti sono il suicidio di Fasael- che si fracassa la testa su una sporgenza per non patire la prigionia (forse al suicidio, difficile in quelle condizioni di fuga, è preferibile la versione di un avvelenamento, tramite medici!) e la mutilazione di Hircano da parte di Antigono che gli stacca i lobi delle orecchie per invalidare il pontificato, che richiede perfetta integrità fisica.

Flavio cambia la toledot Generazioni  giudaica in  historia, concepita come opus rhetoricum maxime, dove al racconto  di un viaggio, diviso in quattro parti, si accompagna, oltre alla descrizione dei luoghi,  una serie di disavventure/ peripeteiai  con pathos, tanto da fare  un Romanzo ellenistico, con scene di pietas fraterno e filiale  e con la tensione amorosa sottesa.

Flavio, quindi, dopo aver scritto la sua prima opera in aramaico,con la pubblicazione in lingua greca  fa storia come ogni scrittore,  anche se professa di  servirsi dell’acribeia e di ricercare la verità,  ma in effetti fa un’opera prammatica secondo l’epoca in obbedienza ai canoni vigenti.

Così  narra Flavio in  Ant. Giud, XIV, 353 drammaticamente la vicenda della fuga da Gerusalemme, verso Herodion, lontana appena sette km, di Erode che porta in salva la sua famiglia: pose sopra i giumenti sua madre (Cipro), la sorella (Salome), la figlia di Alessandro, figlio di Aristobulo, che egli doveva prendere come moglie (Mariamne) e la madre di lei figlia di Hircano (Alessandra), le cose necessarie per il viaggio ed insieme ad una moltitudine, così andò in fretta in Idumea, senza che i nemici lo sapessero.

Lo storico, oltre ai dati per la comprensione della fuga, mostrail pathos, in un tentativo di emotiva partecipazione alla vicenda,ed aggiunge: non si può trovare  uomo così duro  per natura da non avere pietà, vedendo le donne  piangenti con i bambini,condotte  via, piangendo di dover abbandonare la patria, senza sperare di avere qualche bene.

E, dopo questa nota commossa, lo storico riprende: Erode sopportando con coraggio la crudezza della sorte  e forte contro ogni pericolo,  confortava i suoi durante il viaggio, invitandoli a non lasciarsi prendere dalla malinconia, la quale poteva essere pericolosa  nella fuga, con la quale solo sperava di salvarsi.

Nel fare questo breve  tratto si verifica  l’incidente della ruota del carro, su cui è trasportata Cipro, sua madre,  ed Erode, già scosso dalla mancanza di notizie circa la sorte del fratello Fasael, preoccupato dalla presenza dei parthi, oltre che degli avversari  politici, che lo incalzano, si deprime tanto da cercare il suicidio.

Flavio così dice: Erode quasi si uccise vedendo la madre in pericolo di morte, quando si rovesciò il suo carro.

Allora, preso da dolore e dallo spavento, timoroso che fosse raggiunto dai nemici, in questo stato disperato, trasse la spada per uccidersi, ma fu dai presenti trattenuto, i quali gli dissero: non dare questa soddisfazione ai nemici: non si addice a te, uomo forte liberarti così dai nemici e a loro consegnare i tuoi  più cari.

Flavio conosce il destino di Erode, la sua storia di re,  la sua forza morale, il coraggioso lottare contro le avversità!

E’ difficile credere  in questa fase iniziale di fuga, in uno stato d’animo depressivo in un militare di professione, egemoon di uno sparuto gruppo di fuggiaschi  bisognosi del suo coraggio e della sua forza!

Inoltre la vicinanza con la sua terra, l’Idumea  sotto il controllo della sua famiglia, dovrebbe dargli maggiore vigore!.

Erode è inseguito dai partigiani di Antigono il maran eletto dai parthi, ma in Idumea la roccaforte degli antipatridi, il pericolo è di molto inferiore.

Mentre Flavio seguita a  magnificare l’animus  forte di Erode, senza rimanere ancorato alla presente situazione e posticipa gli eventi futuri –Ed avendo molte volte combattuto coi Parthi, nel viaggio, riportò sempre la vittoria. E là dove sconfisse i Giudei, quando ottenne il regno, edificò una fortezza e una città di nome Herodion– ,  si verifica che arriva  il fratello Giuseppe con rinforzi   e con tanta popolazione fuggiasca, timorosa dei parthi.

Giunti nella città di Resa, col fratello si consiglia sul da farsi poiché lo segue una grande moltitudine, oltre ai soldati mercenari, stranieri,  e si decide che, essendo ancora lontana  Masada, quasi 50Km, è necessaria una selezione tra i fuggiaschi, dato  anche il limite di capienza della fortezza.

Perciò, a detta di Flavio,  ne mandò via più di 9000 ordinando loro di salvarsi in Idumea e diede loro le spese per il viaggio e da lì condusse con sé i suoi congiunti ed amici a Masada. Nella fortezza lascia suo fratello per la difesa delle donne  con 800 uomini (Guerra Giud, I,267).

Ora inizia la seconda fase del suo viaggio, quello verso la Nabatea, che sembra fatto quasi  in solitudine – probabilmente  con qualche cavaliere  di scorta e cammelli  per viveri ed acqua-

Erode ha intenzione di andare a Petra  e, perciò, si dirige verso sud e pensa che il re Malco, amico di suo padre, possa saldare il debito di 300 talenti con cui riscattare il fratello e  si accinge al viaggio, convinto di ottenere il denaro portando con sé il piccolo Fasael di sette anni, figlio del fratello primogenito, da dare come ostaggio alre nabateo.

Da Macheronte viene, invece, verso il piccolo gruppo di giudei una colonna di cavalieri con un messaggio, in cui  è scritto che è vietato  entrare nel territorio nabateo.

E così le carthae di credito di Antipatro  non servono per la riscossione del debito: ad Erode giunge la notizia che il fratello è morto e che quindi non ha l’obbligo del riscatto.

Secondo Flavio il re Malco ha un comportamento ambiguo per non pagare il debito: inizialmente respinge Erode e  gli impedisce di arrivare alla capitale sede del suo tempio tesoro, poi lo fa inseguire, per scusarsi, fino a Pelusio.

Lo storico mette insieme fatti diversi a seguito della conoscenza della fortunata fuga di Erode e del suo ritorno successivo in patria coi romani!

All’epoca della fuga, invece, Malco manda un messaggero  ad intimargli di uscire il più presto dal paese col pretesto di una imposizione dei parthi  (ibidem, 276)

Flavio, comunque, spiega che il re e i suoi consiglieri, desiderosi di appropriarsi della somma di Antipatro,  si comportano in modo infame  per non  restituire la somma dovuta.

Dunque, Erode deve volgersi verso L’Egitto, unica via libera di salvezza e  presentarsi a Cleopatra, prossima al parto dei gemelli.

Il viaggio in Egitto  è lungo e difficile, specie dopo le scoscese  pendici del  monte Casio dove c’è il tempio di Zeus, prima di  arrivare a Rinocolura e al lago Serbonide (Cfr. A.Filipponi,  Fuga in Egitto di  Giuseppe in Jehoshua o Jesous?, Maroni, 2003),   una zona  molto desertica anudron deinoos secondo Erodoto (St.III,5), dopo  tre giorni di cammino e poi, dopo  altri giorni,  fino a Pelusio (cfr. Guerra Giud. I, 277-78).

Secondo Flavio  il tetrarca non riuscendo  a trovare navi nella città, si rivolge alle autorità/egemones che lo accompagnano e lo scortano ad Alessandria.

Bisogna pensare che Erode fa lo stesso tragitto di suo padre Antipatro con i suoi 1500 soldati da portare in aiuto a Mitridate pergameno in soccorso di Cesare, imbottigliato ad Alessandria(cfr  Antipatro il padre di Erode. cit).

La fonte flaviana enfaticamente mostra l’azione di Erode e il suo cammino seguendo la vicenda del protagonista secondo la storiografa prammatica e quindi mostra letterariamente le vicende, senza curare l’aspetto morfologico e corografico, economico-finanziario. sociale,  teso a fare un ritratto eroico del protagonista poi divenuto Re di Giudea: allo storico interessa miscere utile et dulce per attirare il lettore romano-ellenistico, per caratterizzare la figura di Erode (prosopon equivale a faccia, persona, personaggio).

Allo storico preme il personaggio non la descrizione dei paesaggi durante la fuga e tanto meno mostrare gli interessi/affari di Erode per finanziare la sua lunga fuga  e per giungere fino a Roma, meta della sua fuga.

Non ci dà, infatti, né i compagni di fuga, che pur ci devono essere, né indica esattamente il percorso anche se dà qualche specifica  indicazione corografica e talora mostra uno scoraggiamento con depressione tale da far pensare al suicidio, inverosimile per un combattente audace, determinato a conseguire il suo personale skopos .

Chiaramente Erode sa che Antonio è lontano dall’Egitto da oltre otto mesi e conosce la situazione dei territori in Italia in subbuglio, specie quelli meridionali, avendo saputo della ricongiunzione con sua moglie Fulvia e poi degli accordi di Brindisi, del suo coniugium a Roma, in cui sta passando l’inverno.

Erode, pur non essendo un vero ebreo ma un arabo-idumeo, sa che per lui che si presenta con le lettere di Hircano, come precedentemente per  suo padre, scatta la tzedaqah.

Con questo termine si indica fare un atto di giustizia  con manifestazioni concrete proprie di un giudeo verso il fratello.

Erode può disporre, dunque, di depositi bancari familiari del tempio di Leontopoli, (anche se non di Antipatro) e  di ogni  trapeza banca egizia, che  sborsa moneta contante o chartae da presentare ad agenti che sono in qualsiasi  porto del Mediterraneo, obbligati a pagare quanto scritto nelle lettere di accompagnamento.

Non è escluso che Erode sia accompagnato da agenti di fiducia delle trapezai stesse, che patrocinano l’impresa erodiana.

Erode conosce come  la pietà con  commiserazione per il fratello in difficoltà non rimane sterile eleos, ma si traduce immediatamente in  prestito in denaro, come atto di giustizia verso il contribulo.

Essere tzadiq è aspirazione dell’usuraio ebraico, specie alessandrino,  che si purifica con  l’assistere il fratello.

Erode, quindi, prende moneta  liquida  e chartulae  creditizie  da versare in trapezai nei porti greci, accettate  con  scambio immediato in talenti, dracme,  denarii, sesterzii, assi, quadranti    per finanziare la sua impresa.

Chiaramente al suo seguito ci sono trapezitai ed argentarii  insomma uomini di affari   che o personalmente o  tramite schiavi  dispongono di servi tesorieri,  cassieri, probatores  e  publicani che dissigillano tramite impiego di tessere  il sigillo di sacchi chiusi,  contenenti monete saggiate, in qualità di negotiatores  (Cfr J.Andreau, Le vie financière dans le monde romain. in Annales  Année 1989 e A. Petrucci, Mensam exercere, cit).

Non si crede che Erode sia ricevuto da Cleopatra,  impegnata  nei preparativi del parto.

Probabilmente la notizia di Flavio che Erode è accolto e trattenuto a corte, comunque, con la promessa di diventare un egemoon  strategos dell’ esercito  egizio senza essere persuaso  a  rimanere, non è vera, ma  sottende  solo un atto formale di amicizia e di ospitalità.

 Infatti lo storico subito scrive: Erode è deciso a recarsi a Roma  sebbene sia inverno e  l’Italia sia in rivolta e in gravi disordini. (ibidem,376).

Si sa che Erode  con l’aiuto di qualche nave egizia mercantile giudaica, anche se ai primi di novembre, fa vela verso la Panfilia, dove, a causa di una tempesta,  riesce a  fatica a  raggiungere Rodi,  dopo aver gettato a mare il carico( Ibidem 37)

Erode, nonostante il naufragio e la perdita del carico, ha molte risorse finanziarie  se poi  con l’appoggio  di due cives romani, probabilmente giudaici ellenisti, armatori, di nome Sappino (Sapkika) e Tolemeo, può aiutare gli abitanti di Rodi capitale, a ricostruire  e restaurare la città, danneggiata nel corso della guerra  contro Cassio, e poi allestire una triremi  e fare vela verso l’Italia,  con gli amici e col suo gruppo pelusiaco ed alessandrino di trapezitai.

Da Flavio si conosce Brindisi come luogo di approdo, da cui inizia il viaggio per Roma.

Il viaggio di 568 km Brindisi – Roma  è un iter lungo e richiede per un gruppo di cavalieri  una diecina  di giorni da farsi a  tappe  servendosi delle stationes/paroikiai- luoghi di fermata e riposo per il cambio di cavalli – e dell’aiuto dei paroikoi, incaricati statali che riforniscono di viveri,- sale e pane- offrono (Parechoo/concedo, do) un tetto (albergo)  e  accomodano i carri e dànno l’occorrente per il viaggio provvedendo di fieno e  paglia  ai cavalli, lavorando di norma  per i tabellarii, ma anche ad ogni viandante,tramite pagamento di sesterzii, o  gratuitamente per i magistrati.

Orazio con la V satira – il viaggio a Brindisi – mostra, tre anni dopo il viaggio al contrario di Erode,   le varie tappe prima di arrivare alla meta con i suoi amici, plenipotenziari.  A noi non interessano i vari passaggi e la divisione dell’iter in tappe: si crede, comunque, che il gruppo speditamente arriva a Roma, dopo avere fatto il tratto marittimo  della Apulia  e scavalcato l’Appennino,  senza perdere l’occasione di vedere Terracina/Anxur il tempio di Iuppiter Anxurus (Virgilio, Eneide, VII, 5,799)  (sul Monte S. Angelo), il cui culto oracolare è sacro per le popolazioni circonvicine come  Monte Sion di Gerusalemme per gli aramaici.

Erode, arriva a  Roma intorno al 20 di Dicembre  e vi resta sette giorni.

Flavio, infatti,  racconta che il giovane si presenta in  casa di  Antonio, alle Carinae e racconta quanto gli è capitato , mostrando come suo fratello Fasel  è stato preso ed ucciso dai Parthi, come Hircano sia tenuto da loro prigioniero  e come Antigono sia stato fatto re  con la promessa di dare 1000 talenti e 500 donne delle prime famiglie e della stessa loro stirpe e come lui,  di notte, allontanate le donne, preventivamente,  sia fuggito dalle mani dei nemici e sopportato tante difficoltà.

Erode aggiunge che i suoi parenti, partecipi del suo pericolo, subiscono ora l’assedio (a Masada) e che lui avendo navigato nella tempesta, ha superato alla fine ogni pericolo, spinto dalla premura spoudh-studium di raggiungere Antonio, in cui è riposta ogni speranza di aiuto (Ant Giud.,XVI,  379-380).

Antonio è il suo Theos, in cui è posta ogni elpis in quanto è monh Bohtheia: Erode non è un ebreo, non è un aramaico, che recita lo shema e che ha un solo padrone, Dio!

Erode non è un giudeo, è un romanizsato e philellhn che crede in Roma, in Antonio, in Belial/ il denaro! Il termine spoudh condensa lo stato d’animo di chi ha cura, interesse, assillo, amore  fisso e compie ogni azione per il conseguimento della sua ansiosa cura/therapeia nel completamento del suo studium.

Flavio mostra come Antonio abbia compassione delle sofferenze  del fidus Erode e pensa alla sorte comune  di uomini, che pur di alta condizione sociale,  siano soggetti ai capricci della fortuna!.

Ricordata l’amicizia ed ospitalità di Antipatro, intascato il denaro  dei trapezitai ebraici, Antonio dichiara di essere disposto a difendere la sua causa contro Antigono, da lui odiato perché considerato persona sediziosa e nemica dei romani (stasiasthn ..kai romaiois echthron ibidem, 382).

Secondo Flavio anche Ottaviano è dalla sua parte, perché cognato di Antonio, ora, e perché memore dei benefici di Antipatro nei confronti del padre Cesare,

 Perciò, Ottaviano era  molto ben disposto alla concessione della dignità e alla cooperazione a  quanto Erode desiderava / pros thn acsiosin kai thn toon bouleuto Hroodhs sunergeian etoimoteros hn (ibidem 383).

Flavio aggiunge per mostrare i documenti, su cui si basa l’elezione a Basileus di Erode (ibidem 384-385) la convocazione del Senato, e la sua unanime decisione di contrapporre al maran/re aramaico, illegittimo, di nomina parthica, il basileus, legittimo,  di nomina romana, evidenziando il crimen di Antigono e la regalità riconosciuta di Erode: convocato il senato, (M. Valerio) Messalla (Corvino)(praetor suffectus nel 40, console nel 31)  e  (L.Sempronio ) Atratino  (anche lui praetor) presentarono Erode  e ricordarono i benefici di suo padre, come era stato favorevole ai romani e contemporaneamente accusavano Antigono  affermando che era manifesto nemico dei romani  non solo per le azioni precedentemente da lui commesse,  ma perché ora avendo avuto il principato dai parthi disprezzava i Romani. Il senato si eccitò per tali discorsi ed Antonio dimostrò che era bene che Erode avesse il regno nella guerra contro i parthi. La proposta piacque a tutti e si stabilì di creare re Erode.

Non diversamente lo storico scrive in Guerra giudaica I.285 riferendo le parole di Antonio – per cui tutti votarono a favore  epipsephizontai pantes-:  pros ton kata Parthooon polemon  basileuein  Heroodhn  sunpherein elegen /per quanto riguarda la guerra dei Parthi, diceva che è conveniente che Erode regni.

Si rilevi l‘equivoco di Pros ton kata Parthoon polemon: sembra che si voglia dire che Erode sia un dux utile alla guerra contro i Parthi o quanto meno che il regno di Erode convenga nella guerra contro i Parthi, insomma che nella particolare situazione siriaca il regno di Erode  possa aiutaree favorire  il ripristino dello status quo in tulla  la zona.

Lo storico  ebraico, oltre al possibile aiuto militare e finanziario effettivamente dato da Erode nel 38 che va di persona a Samosata, forse  ritiene  il Regnum  erodiano conveniente sumpheron  all’impero romano in oltre trenta anni,- dal 38 al 4 a.C.. ai fini della romanizzazione ed ellenizzazione della regione!?

Flavio, in conclusione, precisa che, riunitosi il senato, in seduta straordinaria –  si dovrebbe essere nel  periodo dei Saturnalia , tra il 17 e 23 dicembre –  i pretori presentano ufficialmente Erode figlio di Antipatro, il soothr di Cesare, e lo oppongono all’asmoneo aramaico filoparthico, che ha misos per i romani.  Subito dopo Antonio, visto propenso il senato, afferma che è un bene che Erode regni nella guerra contro i parthi, determinando così l’elezione a Re di Erode.

Lo storico  giudaico aggiunge  e spiega. che secondo la logica sacerdotale ebraica l’elezione non è legale,  in quanto il titolo spetta di diritto,  se deposto Antigono, ad un altro asmoneo, ad Aristobulo III, fratello di Mariamne, destinato così a morte, nonostante la parentela: Antonio aveva molta famigliarità con Erode ed aveva ottenuto per lui un regno  contro ogni sua attesa e oltre la sua speranza: lui non era andato per chiederlo, poiché neanche pensava che i romani  dovessero concederglielo perché erano soliti darlo ad uno della famiglia sacerdotale: lo avrebbero dovuto dare al fratello di sua moglie, che era da parte paterna nipote di Aristobulo e per parte materna, nipote di Hircano (Aristobulo III) – e questi invece Erode fece uccidere, come diremo a suo tempo( Ant. Giud. XIV, 386-387).

Erode non ha titoliper ‘elezioen regale, è un privato e  un popularis!

Flavio mostra accuratamente le fasi solenni, che seguono lo scioglimento del senato: questo titolo, cosa che nessuno sperava, il senato diede, entro 7 giorni,  e lo licenziò dall’Italia; Antonio e Cesare, avendo lasciato il senato, tennero in mezzo Erode e precedettero gli altri consolari per sacrificare in Campidoglio  e per porvi il decreto del Senato.

 Lo storico usa quasi gli stessi termini in Guerra Giudaica  I,285, dove spicca la posizione centrale di Erode tra Antonio ed Ottaviano che va con gli upatoi (consules), attorniati dagli altri magistrati Thusontes te kai dogma anathhsontes eis to Kapetoolion.

Con i due futuri- participi- , col solo dogma/editto, usati con valore finale,  Flavio indica in modo compendioso che si va all’aerarium, che è nel Tempio di Saturno, sito alle falde del Campidoglio, sottendendo forse il tabularium. Per meglio documentare Flavio aggiunge: Antonio poi fece un convito ad Erode, il primo del suo regno  nella 184 ^ Olimpiade e sotto il consolato di Domizio Calvino Secondo  e di Caio Asinio (Anno 40).

La notizia sottende un‘altra, cioè l’invio di corrieri a notificare la partenza già avvenuta di Ventidio Basso e quella prossima di Erode a  L. Dellio, che è presso Cleopatra  con l’ordine di tenersi pronto ad unirsi ad Erode per ristabilirlo nel paese contro Antigono, con il sostegno di Silone e di Ventidio stesso.

Non sembra, a questo punto,  nemmeno il caso di dover controbattere le opinioni di Shalit (op cit)  e di Prause (op. cit. e di altri che ritengono che Erode sia andato a Roma per difendere i dritti del cognato, un ragazzo di 12 anni, insignificante per il senato romano che invece ben conosce Antipatro e i suoi figli per la filoromanità accertata.

Per me,  la comprensione esatta di questi passi flaviani, tradotti tra il 1970 e il 1980,  ha permesso di superare il nodo della basileia legittima per i filoromani,ma illegittima per gli aramaici. Inoltre dopo questa lettura ho potuto procedere spedito sulla decifrazione del crimen di Gesù Christos, punito come quello di Antigono, flagellato ed ucciso da Antonio ad Antiochia, coram populo, come esempio illegittimo di regalità, senza autorizzazione romana (Ant Giud., XIV, 487-491.)

L’uccisione avviene per istigazione di Erode, il quale  teme che Antigono,  portato a Roma, possa  dimostrare di  essere il legittimo re, nonostante le offese al popolo romano, rispetto a lui  comune, privato, cittadino.

Secondo Flavio Erode diede molto denaro ad Antonio e lo convinse a liberarsi di Antigonoed ebbe fine il potere degli asmonei  dopo centoventisei anni.

Lo storico conclude così: Splendida ed illustre  fu la loro casata  sia per stirpe che per il loro ufficio sacerdotale ed ancora di più per le imprese compiute dai fondatori per la nazione. Persero, però, il regno a causa delle lotte interne e lo passarono ad Erode, figlio di Antipatro, venuto da una famiglia comune  popolare  e da una stirpe che era soggetta ai re.

Flavio, di famiglia sacerdotale, imparentato con gli asmonei mostra la disparità tra la nobiltà asmonea ed Erode, definito idioths un privato, la cui famiglia è popolare – oikias dhmotikhs– e il  cui  genos /stirpe è idiotikon kai  upakouon  tois basileusi / privata e soggetta ai re.

Antonio per lo storico ebraico, che rileva l’accanimento contro il povero Antigono,  è nel complesso uomo mite, certamente  più pius che crudele:  è suo il comando di rinviare a Gerusalemme dai parenti  per una dignitosa tumulazione  il cadavere  del padre di Antigono, Aristobulo II, morto nel 49, tenuto sotto miele, insepolto,  per anni !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio e l’Asia

Antonio e l’ Asia

Dopo la vittoria a Filippi, Antonio, attraversata trionfalmente la Grecia, veleggia verso Efeso e prende possesso ufficialmente  delle zone dell’Asia Minore e della Siria.

Noi nel libro  Antipatro, padre di Erode  non abbiamo fatto una reale situazione storica sul periodo 44-40, ma abbiamo solo  accennato ad episodi successivi la morte di Cesare, perciò  ora si ritiene necessario fare un vero punto situazionale, seppure sintetico, per far partecipare effettivamente il lettore agli eventi orientali e per far comprendere  quanto sia  difficile  la scelta di pars per un civis romano asiatico  o siriaco o palestinese tanto da  rischiare la vita, nel clima di tante guerre civili, che si succedono in questi circa 4 anni.

Inoltre, essendo convinto della difficoltà oggettiva di comunicazione ufficiale, tramite lettere senatorie  o ambasciatori,date le distanze geografiche, di solito tardiva, rispetto alle voces  popolari dei porti (Pozzuoli, Brindisi, Corinto, Efeso, Alessandria, e alle forme suppletive  dei messaggi cifrati di fumi sui monti, dell’uso dei colombi e dei tabellarii, pur celeri (Cfr .Arte e comunicazione nel Mondo antico, a cura di E.A Havelock e J.P. Hershbel, Laterza 2005)   penso di fare cosa gradita ad un mio discepolo , riportando  quanto scritto  sommariamente nel precedente libro,   Antipatro , padre di Erode.

Erode  sa che la nomina di Cassio è del senato, ma attende notizia da Antonio che è impegnato nella guerra modenese -in cui si sono scontrati le forze senatorie comandate dai due consoli dell’anno Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, congiunte con le truppe del giovane Ottaviano e l’esercito di Antonio, che assedia il cesaricida Decimo Bruto, il 21 aprile del 43 risultato sconfitto-.

 La vittoria senatoria non ha impedito, a causa della morte dei due consoli quasi simultanea, ad Antonio, comunque, la congiunzione con le altre forze cesariane e  con quelle di P. Ventidio Basso proveniente dal Piceno e con quelle dalle Gallie di Emilio Lepido e di Munacio Planco

.Grazie a questa riunione di forze cesariane Ottaviano è costretto a venire ad un accordo (poi sancito dalla lex Tizia, con Emilio Lepido ed con Antonio).

Perciò il testo, non potendo essere chiaro per i limiti sintetici, deve essere  precisato ed integrato con maggiori dati, in modo accurato da evidenziare i fatti, le personalità coinvolte, le ragioni degli eventi del periodo (A. Levi, Augusto, op,.Cit)

Prima di morire Cesare ha pianificato, come suo solito lo stanziamento delle varie legioni, poste nei punti chiave dell’Occidente, fissando i munera  dei rispettivi legati e segnando le regioni  affidate, ed  ha  fissato per la Guerra parthica la ricongiunzione di tutte le milizie  orientali con quelle già poste sotto Ottaviano, suo erede ad Apollonia, destinate a partire il 18 Marzo.

E’ un imponente esercito, mai visto  in azione nell‘impero romano, con due grandi basi navali quella di Miseno sul Tirreno  e quella di Ravenna sull’ Adriatico.

Ora dopo la sua morte, nel marasma rivoluzionario e controrivoluzionario, stabilitosi in città, alla presenza ancora dei cesaricidi, garanti del piano strategico militare devono essere i consoli e il senato .

I due consoli dell’anno 44,  Marco Antonio e Cornelio Dolabella, già per conto proprio  elementi irrequieti ed inaffidabili, succubi delle rispettive mogli,(Fulvia e Tullia), risultano  impegnati non solo a frenare i tumulti cittadini,  ma anche a falsificare il testamento cesariano ed altri scritti  del dictator a proprio vantaggio (Cfr Cicerone, II Filippica)

Solo dopo un quattro/ cinque mesi dalla  morte, tra luglio ed agosto  la situazione  si delinea in senso popularis ed antoniana  e sfavorevole ai cesaricidi che fuggono in Asia e anche ai conservatori pompeiani che già si sono appropriati della flotta di Capo Miseno con Sesto Pompeo, richiamato dalla Spagna.

Cesaricidi e pompeiani, comunque, fanno affidamento sul senato  e su Cicerone ora tornato nell’agone politico, dopo la stasis forzata in ottemperanza al divieto cesariano: hanno accolto il giovane Ottaviano – il quale, venuto da Apollonia, come un capobanda. ha arruolato truppe ed ha inglobato nel suo raccogliticcio esercito molti disertori e si è presentato a Roma facendo un colpo di stato e si è dichiarato  capo del  partito aristocratico – con  l’appoggio di quasi tutti i senatori ,convinti di trovarsi di fronte ad un apolitico iuvenis di 18 anni e di poterlo manovrare a proprio piacere.

Secondo diritto, al di là del comportamento consolare, Antonio, temendo,un’azione congiunta, subito dopo la fuga dei Cesaricidi, impone a Decimo Bruto di deporre il comando della Gallia  ed invade il territorio con le truppe centro- settentrionali cesariane,

Il senato, che avrebbe dovuto ratificare la legittimità  del decreto consolare, invece, spedisce truppe, alla fine dell’anno in soccorso di Decimo Bruto, facendo scoppiare la guerra civile.

All’inizio dell’anno successivo i due consoli Irzio e Pansa , seguiti da Ottaviano , che ora ha un imperium propraetorium, marciano  contro Antonio, che assedia Decimo Bruto a Modena con sei legioni ed è in attesa dell’arrivo  di altri legati cesariani.

Antonio ,fiducioso nel loro arrivo, attende, pur temendo di essere accerchiato dalla coalizione senatoria .

L’ ordine, dunque,  dato da Antonio, è contraddetto dal senato che obbliga Munacio Planco ed Emilio Lepido  a portare aiuto non al collega cesariano, ma  ai consoli eletti  e ad Ottaviano.

Ne  deriva  che a  Roma sorgono tafferugli per cui molti fuggono  e si dirigono verso lo schieramento militare a  seconda del loro indirizzo politico.

Decidio  Saxa, Ventidio Basso e Lucio Censorino decidono di saguire Antonio, anche se  proclamato dal senato nemico dello stato e quindi ne condividono la sorte  insieme ad Asinio Polione  che sta venendo dalla Spagna (Cicerone, Ad Brutum, .1,3  hostes autem iudicati, qui M.Antoni  sectam secuti sunt.)

Ventidio Basso, mentre attende Pollione, procede lentamente con due legioni e nel cammino rastrella disertori, con cui forma un’altra legione, in massima parte, umbri e piceni-.

Anche Munacio Planco tergiversa  ma ha un suo piano in quanto  ambiguo e opportunista, eukairos, e all’occorenza anche morbo proditor  secondo la valutazione del militare Velleio Patercolo (St.Rom. II, 83, 1-3).

Molto diverso è il giudizio del politico Cicerone che ha la massima  fiducia  (ad/ Familiares, 10,14 ) in un uomo definito da tutti infidus kinaedos, specie abile a mascherarsi come pantomimo della fabula saltica.  estremamente lascivo e sfrontato  nel suo erotismo campano.

Grazie alla vigilanza di Ottaviano e dei consoli, i conservatori  impediscono il ricongiungimento ai legati antoniani che cercano  di passare l’Appennino e  di congiungersi a nord .

Allora Lepido con quattro legioni si stanzia nella Gallia Narbonense,  Planco con altre 4  nella Gallia Lugdunense ed attendono  le tre legioni di Pollione, ferme in Spagna e solo Ventidio tenta un colpo di mano su Roma per spaventare la popolazione e per sollevare il popolo a favore di Antonio. Siccome mancano i rifornimenti, la situazione di Modena è tragica a causa della fame .

Antonio, comunque, non riuscendo a aprendere la città,  temendo  di essere attaccato e circondato , fa una sortita contro Pansa  nei pressi di Forli e lo sconfigge e ne provoca il ferimento (viene portato a Bologna, dove muore).

Il tempestivo arrivo di Irzio, però, fa fuggire Antonio che comunque, apprende la morte in battaglia di ambedue i consoli.

Anche se è costretto ritirarsi all’arrivo di Ottaviano, Antonio  risulta in vantaggio rispetto all’ avversario politico che cerca di conciliarsi con i legati cesariani  in un riavvicinamento generale di tutto il partito popularis antisenatorio.

Perciò, non insegue Antonio  anche se Cicerone ancora esulta  ed è fiducioso in Planco, convinto che  anche dopo la morte dei due consoli. con 14 legioni congiunte si possa prevalere sui populares

Ottaviano, invece, si riconcilia con Antonio e conclude con lui e con Lepido il secondo  triumvirato che risulta ora magistratura, proposta da un tribuno, in Roma.

Come conseguenza la capitale ha un bagno di sangue: ogni triunviro mette a morte i nemici con liste di proscrizioni : Cicerone, proscritto da Antonio,  muore il 7 dicembre del 43  a Formia.

Ora, gli eserciti antoniani  secondo Levi (Cfr  A.M. Levi, Augusto e il suo tempo, Milano 1986) passano  gli  Appennini  e  le  Alpi e si accordano per avere una precisa coscienza delle loro forze.

Questi, riuniti, sono in attesa di Antonio e collegano le truppe  fra  loro: Lepido, governatore  della Narbonense ha 4 legioni; Asinio Pollione della Spagna  ne ha 3;  Munacio Planco. governatore della Lugdunense  4 legioni ;  Ventidio Basso tre (inizialmente  ne ha  due poi ne forma un’altra con disertori dell’Umbria e del Piceno (Appiano, St.Rom.,3,72):

Antonio senza più ostacoli da parte di Decimo Brutto e di Ottaviano incontra i suoi legati a Vada Statia  Vado ligure  (Cfr.  Cicerone  ad Fam. 11,10)

Ci sono ancora, comunque,  scaramucce con Antonio  da parte dell’esercito senatorio che opera  contro i nemici dello stato, nella convinzione  di un reale appoggio dell’antoniano Munazio Planco che, invece,è  già collegato con gli altri legati cesariani.

Ottaviano, divenuto console con Quinto Pedio, altro erede cesariano,   torna ad essere   cesariano, acclamato da tutti ed abbandona la fazione senatoria e Decimo Bruto.

Segue una divisione dell’Occidente sulla base  reale dell forze dei singoli capi e delle zone effettivamente controllate: ad  Antonio toccano tutte  le Gallie meno la pars pirenaica  con la Spagna affidata al cesariano  Asione Pollione, mentre il resto della Spagna a Lepido,  a d Ottaviano spetta   L’Italia:  l’Oriente risulta ancora da dividere, in quanto dominato da forze pompeiane e retto dai cesaricidi in molte zone, col favore del senato stesso.

Le province di Antonio sono assegnate ad Asione Pollione la Gallia Cisalpina, a Ventidio Basso la Lugdunense, mentre a Fufio  Caleno il  resto della Transalpina  (Cassio Dione St.Rom, 48,10 ;  Appiano,,St.Rom.,  5,3 ) e a Planco  la Narbonnese.

Mentre questi Legati per Antonio e Vipsanio Agrippa  per Ottaviano (In Italia) tengono il loro esercito in servizio in  Occidente, i duumviri (Lepido non partecipa)  affrontano i cesaridi e li vincono a  Filippi   (Plutarco, Antonio,22)

Mentre Ottaviano torna in Italia  per l’assegnazione  ai veterani delle terre in Umbria e in Galla Cisalpina, avendo contrasti coi proprietari espropriati,che formano una classe intermedia di piccoli ed autonomi possessori  di terre   ed Antonio inizia il suo viaggio da trionfatore in Grecia e in Asia, inizia, a causa di Fulvia, sua moglie  e di Lucio Antonio suo fratello, la guerra di Perugia, dove i due  si sono asserragliati per difendersi  dai legati ottavianei, blandamente soccorsi dai legati antoniani

Moglie e fratello di Antonio rivendicano che non solo Ottaviano ma anche Antonio ha il merito delle assegnazioni e vogliono estenderla al meridione dell’Italia specie in Campania, dove nell’inverno del 41/40,  ad opera di Munacio Planco,  si fa la suddivisione nel beneventano tra i campani.

La situazione in Italia  è  caotica , dunque del subito dopo la presa di Perugia, in quanto ci sono contrasti tra i beneficiari dell legge   gli espropriati e cacciati dalle terre  e  disordini, in seguito alla fuga dei due cognati che cercano di congiungersi con Munacio Planco,che ha l’ordine di  condurre le proprie forze in Oriente e mettersi a sua disposizione

Fulvia e Lucio Antonio in fuga, sono desiderosi di congiungersi con Antonio insieme a Planco, che ha le truppe pronte per l’imbarco a Brindisi.

Questa è a situazione in Italia nel 40 mentre i Asia ,In Siria e in Palestina già è in atto l’invasione dei Parthi.

La zona occupata  è molto ampia e  gli eserciti parhici sono tre suddivisi in modo da controllare  tutto il territorio occupato: Quinto Labieno, figlio di Labieno, ex cesaricida fuggito  in Parthia è  ora  parthicus dux  un condottiero con poteri di satrapo e guida l’esercito col satrapo  Barzafarne (detta anche Barzafrane e Phranipate) e con Pacoro il figlio  di Orode II, principe ereditario.

L’Asia Minore è sotto controllo di Quinto Labieno che è stanziato tra il Tauro e l’Amano, mentre la costa asiatica -meno  la zona costiera tra Panfilia e Cilicia – è controllata dalla flotta romana che domina il Mediterraneo,  specie quello meridionale con la flotta egizia alleata  e quella fenicia.

Labieno come  Parthicus legatus  di Pacoro controlla dunque la zona  quando già, Barzafarne è passato dalla Siria in  Galilea.

Ad Hircano, etnarca di Giudea,  sono note le vicende dell’invasione e forti sono le ripercussioni sul  territorio  giudaico in quanto sono riprese le staseis filopartiche dei lhistai e le sedizioni popolari fomentate da farisei  ed esseni.

Hircano, dunque, dopo la sconfitta di Cassio a Filippi, la morte di Antipatro prima e poi di quella di Malico, ha seguito il trionfale procedere di Antonio in Asia, ma ha rilevato  continue agitazioni  nel suo  territorio.

L’etnarca, come tutti i re di Asia, piccoli o grandi, hanno dignitari di corte, presposti ai servizi segreti (Oi epi toon aporrhtoon in Appiano, Mithridateios, XII,22,85 e in  Plutarco, Lucullo,17), confermati da un’iscrizione di Delo (cfr. F. Durrbach, Choix d’inscriptionS de Délos, Paris 1921).

Hircano, perciò, rileva in Giudea un mutamento generale  insurrezionale a causa della vittoriosa impresa parthica,  data la comunanza di lingua di religione  e di tradizioni.

Esseni e farisei sobillano il popolo richiamandolo alla propria cultura, alla musar e a ribellarsi alla romanitas, ai sadducei e  ad  Hircano e ai figli di Antipatro suoi egemones, onorati e da Cesare  e dai romani.

Perciò  l’etnarca, ora  vedendo precaria la situazione di Fasael e di Erode, che sono rispettivamente  epimeletai  di Galilea  e di Giudea, in quanto rovinati dalla scelta cesaricida, insicuro circa la nuova scelta di pars  tra Antonio ed Ottaviano, è  pressato dagli integralisti filoparthici, Lhstai-zelotai.

Dopo l’assassinio di Malico, crede giunto, comunque,  il momento di una separazione dai romani e dalla protezione degli antipatridi anche loro incerti su Antonio – che Neos Dionisos  è accolto dalle città greche, come il dio sooter dell’Oriente e che ora sbarcato in Asia, è festeggiato da folle di suoi acclamatori tanto che in Bitinia lo definiscono figlio di Heracles  –  e su Ottaviano, che sta risolvendo la guerra perugina fomentata da Lucio Antonio e da Fulvia, la moglie di Antonio- che hanno ingigantito il problema dell’assegnazione di terra ai militari reduci,  a scapito dei coloni umbri e gallici, desiderosi di spartire anche il territorio beneventano a favore dei milites antoniani-.

Ora a corte, a Gerusalemme, domina Elice, il fratello di Malico, che è voglioso di vendetta e contro Erode e contro i romani, consapevole dell’ambiguità di Hircano, che ha dovuto cedere alla bia romana.

Elice trascina il debole Hircano verso i piani di Malico cioè di un rafforzamento della pars aramaica, in una richiesta di aiuto ai parthi, già pronti per l’invasione della Siria, desiderosi di recuperare il potere secondo la cultura achemenide e seleucide. Flavio(Guerra Giudaica,I, 236) dice che di nuovo sorge una stasis in Gerusalemme contro Fasael che, comunque – nonostante il mancato aiuto del fratello Erode, nel frattempo malato e trattenuto presso Gaio Fabio, un legatus cesaricida, lasciato come responsabile di Damasco – riesce a domare.

Elice, però, col favore da Hircano si impadronisce di phrouria (roccaforti)  tra cui anche Masada, e si collega anche con Antigono che, favorito da Tolomeo suo cognato e da Marione, tiranno di Tiro, cerca di invadere la Galilea e di occupare tre fortezze (Ant. Giud, XIV 297-89)  grazie anche  a  Gaio Fabio,  corrotto con denaro.

La vicenda si conclude con una violenta reazione,  vittoriosa, di Erode che sconfigge i tiranni a lui contrari ed Antigono stesso,  prima ancora di poter entrare in Galilea e si presenta come vincitore a Gerusalemme.

Hircano ora, di nuovo si piega,  alla necessitas  e si riappacifica  con gli antipatridi,  presentandosi  con corone ad Erode  insieme al popolo gerosolomitano, concludendo con lui un accordo grazie alla promessa di matrimonio tra il figlio di Antipatro e sua nipote Mariamme, figlia di Alessandra e di Alessandro, figlio di Aristobulo. (Ibidem, 300).

D’altra parte la sua strategia antierodiana non ha avuto successo in Bitinia perché Erode corrompe Antonio con denaro e si compra la fiducia del triumviro, un tempo amico di suo padre: la denuncia dei suoi ambasciatori contro Erode, già seguace di Cassio,  non è accolta (Ibidem, 302).

Perciò, Hircano di fronte alla bia  romana si arrende e interrompe le sue relazioni con gli altri reguli, che hanno stretto patti di non belligeranza con i Parthi  i quali hanno chiesto ai re di Galazia, di Cappadocia e di Cilicia di poter passare per il loro territorio.

Hircano ha mandato, poi,  un’altra ambasceria ad Efeso, dove si trova Antonio, che ha accettato la sua  corona d’oro ed  ha fatto un decreto a favore dei giudei, indirizzando lettere a Tiro e ai suoi abitanti, a Sidone, ad Antiochia ed Arado (Cfr. Ant.Giud.,306-322).

Hircano, quindi, ora viene onorato da Antonio, che segue la politica cesariana in favore degli ebrei, filoromani, abolendo quanto fatto da Cassio  secondo il nuovo mandato senatorio, conforme ai decreti cesariani.

Antonio dice espressamente noi, dopo aver spezzato con le armi la follia di Cassio, con editti e decreti ristabiliamo l’ordine nei territori da lui saccheggiati,  in modo che i nostri alleati  riabbiano il loro. E quanto fu venduto ed apparteneva ai giudei, sia persone che beni,  sia restituito; gli schiavi siano liberi come  erano prima, e i beni siano restituiti ai padroni originari (Ibidem, 321).

Secondo Flavio, Antonio così chiude E voglio che chiunque non ottemperi al mio editto sia portato in tribunale  e, se reo.  sarà mia cura punire, come merita, il suo delitto (Ibidem 322).

A Dafne, non lontano da Antiochia, di nuovo Antonio fissa il suo pensiero a favore degli ebrei e di Erode, che ha ancora di più pagato  denaro e fatto doni, e che riesce a parare i colpi delle accuse rivoltegli da abili parlatori, che sostengono i diritti di oltre 100 protoi e di Antigono, grazie a Valerio Messala Corvino e allo stesso Hircano.

La vittoria è completa perché Antonio chiede espressamente ad Hircano, su richiesta di Valerio Messalla, dopo aver sentito le due partes: quale dei due capi governa meglio la nazione?

Avuta la risposta: Erode e i suoi,  cioè il gruppo filoromano  Antonio  se ne rallegra, ricordando il padre e la sua impresa sia con Gabinio che con Cesare, nomina i due fratelli  col titolo di tetrarca: tetrarchas apodeiknusin tous adelphous pasan dioikein thn Ioudaian epitrepoon/ nomina tetrarchi i fratelli ingiungendo loro di amministrare tutta la Giudea (Guer. giud. I, 244).

Il titolo è equivalente a quello di dinasta, arconte  o tyrannos e nella zona palestinese è in relazione ad un Etnarca, che è chiaramente Hircano, sommo sacerdote.

Questi cerca di calmare i compatrioti della parte avversa che non vogliono accettare il verdetto di Antonio, il quale fa arrestare alcuni e fa uccidere altri, scacciando dal suo cospetto i restanti.

A seguito di questo verdetto, a Gerusalemme, sorge una nuova rivolta e il sinedrio invia una ambasceria di mille uomini a Tiro, dove ora è Antonio.

Gli ambasciatori fanno proteste  tanto che Antonio comanda all’Arconte di Tiro – dopo l’uccisione di Marione –  di prenderli  e di punirli, mentre Erode ed Hircano cercano di farli desistere dalla insensata avversione, esortandoli a non causare con la loro azione rovina per loro e per la patria. Poiché i due non riescono a farli smettere e quelli anzi aumentano  il loro furore, Antonio manda i suoi soldati e molti sono gli uccisi e i feriti.

Nonostante la feroce repressione, gli scampati  mettono in subbuglio la città, ed allora Antonio condanna a morte i prigionieri. (Ibidem 247).

Il testo sia di Antichità Giudaiche che quello di Guerra Giudaica non è chiaro: gli storici hanno diverse  interpretazioni a secondo della loro lettura generale . S. Sandmel (Herodes.Bildnis eines Tyrannen, Stoccarda Berlino,1968) rileva la sola posizione cassiana  di Erode, G. Prause (Erode il grande, Rusconi1981) mostra la singolare azione di Hircano re tentenna, altri  W. Otto (Herodes. Beitraege sur Geschichte des letzen juedischen Koenighauses, Stoccolma,1913) e R.  Paribeni (Storia d’Italia illustrata II. L’impero romano, Milano 1938) mostrano la situazione sempre più  convulsa a causa delle differenze religiose e dei contrasti tra filoromani ed antiromani.

Secondo noi nel 41 si è alla presenza di due fazioni, quella aramaica di Antigono e quella romano–ellenistica di  Hircano, sostenuto da Erode e di Fasael.

Fino ad allora le due fazioni erano state essenzialmente giudaiche e divise sul nome di Hircano e di Aristobulo: intorno al primo si raggruppavano farisei, popolo ed Antipatro; intorno al secondo i sadducei e il clero medio del Tempio.

Dal momento pompeiano (dal 63, anno della presa del Tempio)  le due fazioni si  colorano di diverse forme ed hanno una connotazione filoromana quella di Hircano e filoparthica quella di Aristobulo e dei suoi  figli (Alessandro ed Antigono).

La situazione risulta sempre più caotica per la sconfitta di Licinio Crasso a Carre e per la guerra civile tra Cesare e Pompeo, che dilacera l’imperium, di cui la Giudea è una piccolissima porzione.

Di conseguenza, nel corso di oltre un decennio tutta l’area palestinese ha fiducia di poter conseguire una propria autonomia statale grazie alla possibile connessione con la confederazione di stati, transeufrasica, dominata dal re dei re, come in epoca seleucide ed achemenide, proprio quando dalla prima guerra civile tra cesariani e pompeiani non è venuta una pacificazione universale, secondo la volontà di Giulio Cesare, ma è derivata un’altra guerra, specie dopo la morte del  dictator,  tra i cesaricidi e gli anticesaricidi, lacerati da nuovi contrasti tra gli stessi vincitori populares.

Orode II, conscio della grave situazione romana, che già sta precipitando in un‘altra guerra tra Antonio ed Ottaviano, anche se i due  si sono divise le orbite di governo (al primo tocca l’Oriente e al secondo l’Occidente, Italia, Gallia e Spagna, ed Africa dopo l’esautorazione di Emilio Lepido), ha accolto pompeiani, disertori da Filippi, e legati di Cassio, dai quali ha notizie certe  sulla politica di un così potente stato nemico di oltre 3.000.000 di Km2 ,quasi il doppio del suo pur grande stato.

Orode ritiene ora giunto, dopo oltre un decennio di attesa  e di preparativi militari, grazie anche all’aiuto di legati romani  come Quinto Labieno, figlio di Tito, morto a Munda, il momento di raggiungere il Mediterraneo, di riconquistare i confini della grande Siria seleucide e di fare una politica come quella degli achemenidi, di cui i parthi sono gli eredi legittimi.

Orode ha fatto anche tentativi diplomatici con i re caucasici  di Colchide, di Iberia e di Albania al nord per avere in caso di emergenza,  truppe di fanteria e di cavalleria ed ha avuto risposte incerte, in quanto si teme di più un nemico lontano  che uno vicino.

Perciò, ha fatto una capillare azione antiromana con una grande propaganda in lingua aramaica tra le popolazioni lungo il corso del Tigri e ancora di più lungo quello dell’Eufrate ed ha mandato lettere  per avere la neutralità o il permesso di passaggio per l’invasione della Siria ai dinasti più  o meno sotto la tutela romana dall’epoca di Pompeo.

Infine ha fatto una propaganda in lingua greca  per la riconquista dei territori asiatici, siriaci, palestinesi, in nome della  cultura  greco-persiana seleucide ed achemenide .

Perciò il movimento aramaico dei partigiani/zelotai/lhstai, rinvigorito, si è amplificato ed ha raggiunto il massimo proprio intorno agli anni 42-41, tanto che i filoparthici dominano in ogni  città, come segno della loro supremazia.

Anche in Galilea e in Giudea il fenomeno  è dilagato e non è affatto fermato dagli editti antoniani, che anzi fomentano maggiori contrasti ed aizzano maggiormente il patriottismo nazionalistico in nome di una comune cultura, lingua e religione.

In questa situazione inoltre  a Gerusalemme  la posizione di Hircano, dominato da Elice, invece di rafforzarsi, grazie all’accordo con Erode a seguito della promessa di matrimonio con la nipote, ha prodotto effetti tali da indebolire il fronte filoromano, nonostante la presenza di Valerio Messala,  favorevole all’amico Erode passato ora alla pars di Antonio.

Marco Valerio Messala Corvino, considerato letterato da Velleio Patercolo II,36,1 è fulgentissimus iuvenis, proximus in illis castris  Bruti Cassique auctoritati, cum essent qui eum ducem poscerent, servari beneficio Cesaris maluit,quam dubiam spem armorum temptare amplius./ un giovane brillantissimo che nell’esercito di Bruto e di Cassio  godeva di un prestigio,quasi pari a quello dei capi, pur essendo da qualcuno invitato ad assumere il comando, preferì aver salva la vita per la clemenza di Cesare che tentare più oltre l’incerta speranza della lotta (ibidem,II,71,1)

Sembra che solo ad Azio sia attestato il tradimento da Antonio e quindi il passaggio alla parte avversa (deficere ad Octavianum ).!

E’ un momento in cui non c’è stabilità neanche nella famiglia di Antipatro.

Infatti ora c’è contrasto con incomprensioni e rivalità nel  seno stesso della famiglia degli antipatridi: Fasael il maggiore non nasconde la sua insoddisfazione rispetto alla supremazia del secondogenito, imparentato con la dinastia regnante, e si collega col clan idumeo di Doris, prima moglie di Erode e con quello degli altri fratelli, che sono in difesa della legittima consorte,- già madre di Antipatro iunior, un bambino di dieci anni – rilegata ad un rango inferiore, rispetto all’asmonea.

Ne deriva che l’alleanza con Hircano priva Erode dell’aiuto sicuro del clan idumeo ed indebolisce il partito filoromano giudaico, che ha un potere ora inferiore rispetto a quello nazionalistico antigoniano, compatto specie in Gerusalemme, dove c’è l’appoggio popolare con  i voti del sinedrio, che ha anche il sostegno di quanti, stranieri, arrivano in Gerusalemme per le festività rituali.

Infine Hircano, Fasael ed Erode non hanno seguito in  Giudea,  ma solo in Idumea e lungo la fascia da Ascalona fino a Pelusio e in Egitto,  hanno credito in relazione alla comune, seppure controversa, azione di malcelato appoggio nei confronto dei cesaricidi e di ambiguo comportamento con Cassio, il cui legatus Q. Dellio ancora tiene rapporti con la corte egizia, la cui flotta controlla quella porzione di Mar Mediterraneo.

Il legatus, comunque, è passato  da Dolabella  a Cassio nel 43 e poi ad Antonio nel 42, rimanendo in Egitto.

Cleopatra ed Antonio

Cleopatra

Antonio convoca a Tarso in Cilicia, Cleopatra, come triumviro di Oriente, rettore di  Acaia-Macedonia e di tutta la zona, compresa tra il mar Ionio e l’Eufrate, tutta l’ Asia Minore, Siria,  Fenicia e Palestina.

La regina dì Egitto deve giustificare davanti ad un tribunale romano la sua politica in favore di Cassio e di mancato aiuto ai triumviri: è un sovrano vassallo che deve provare la propria innocenza, a seguito della sconfitta dei Cesaricidi, davanti al  vincitore.

Alla fine di settembre la regina arriva in Cilicia, da Alessandria, su un battello, nilotico, appositamente varato, lussuosissimo, seguito dall’intera flotta egizia, che controlla il mare di Fenicia e la costa egizia.

Antonio, secondo Plutarco, viene dalla Grecia, dove si è comportato in modo stolto e grossolano, anche se partecipa a conversazioni letterarie, a spettacoli agonistici e ad iniziazioni misteriche, pur di essere definito amico dei greci  ed ancora di più  amico degli ateniesi ai quali fa moltissimi doni ( Antonio, 23).

In Grecia il triumviro c’è stato da giovane a studiare retorica ed ha fatto una certa carriera come oratore asiano, che è una forma ben connessa con le nature di chi ha vita boriosa, superba, piena di vano orgoglio e di capricciose ambizioni (Ibidem,2), applicandosi con successo in esercizi militari (stratiotikou agonas).

Lasciata la Grecia in mano del pretore Lucio Marzio Censorino, nominato  proconsole  di Acaia, venuto in Asia, è ricevuto in Bitinia da molti re, che gli porgono omaggi, venerandolo come un dio, con le loro regine disposte a farsi sedurre, a farsi belle, in gara, nel portare doni  (Ibidem 24).

Il triumviro ha con sé una corte di adulatori e di parassiti ed accoglie ancora citaredi, flautisti, artisti asiatici che superano con la loro impudenza e insulsaggine quelli, che già porta con sé dall’Italia. (Ibidem).

Plutarco così descrive l’entrata ad Efeso: lo precedevano  donne vestite da baccanti ed uomini e fanciulli abbigliati da Satiri e da Pan; la città era piena di edera, tirsi, cetre, zampogne e flauti, mentre la gente acclamava  Antonio come Dionisio benefico e soave – Dionuson auton anakaloumenon Kharidothn  kai Meilichion -.

Lo storico precisa che ci sono, però, molti che lo chiamano Omhsths kai Agrioonos (carnivoro e selvaggio) perché toglie i beni agli uomini per bene per darli alle canaglie e agli adulatori, arricchiti con gli averi dei morti: Antonio si comporta democraticamente, come in uso a Roma, dopo la morte di Cesare, in un momento di anarchia, dove regnano i falsari!

Così vivendo, il triumviro converte la tragica gravitas in persona maschera comica e parodistica.

Di Antonio Dionisos neos ed Heracles mangione e  ubriacone approfittano i kolakes adulatori asiatici, abili a tracciare figure di militari spacconi secondo la commedia nuova che sanno mescolare, come in una salsa, la libertà di parola/parrhsia con la più sfacciata adulazione così da mascherare il disgusto.

Plutarco, citando Sofocle, chiude il suo pensiero: l’intera Asia era piena di fumi di incenso ed insieme di peani e di gemiti (Ibidem).

Secondo noi, davvero Antonio scredita l’austerità senatoria  con la sua epihaneia/apparizione divina, propria della cultura della retorica asiana, ma segue il modello  cesariano di una nuova costituzione per l’Oriente, secondo le formule  religiose della basileia !

Non è un caso, ma un preciso sistema per l’ektheosis! Una recita da teatrante, non riuscita ad Antonio! Nemmeno in Oriente.

Ottaviano, solo dopo la vittoria, si avvicina al mondo asiano  e, pur  vivendo  da teatrante politico,- tanto che alla fine della vita, nel 14 d. C., può chiedere ai senatori Ho recitato bene la mia parte?,- sa mantenere un suo equilibrio argentario italico, cosa difficile ad Antonio, data la sua educazione militare ed aristocratica.

Per un Ottaviano, erede di Cesare, allora nel 41 av. C.  figlio di modesti nummularii dipendenti da grandi mediatori finanziari, argentarii, i comportamenti istrionici del rivale aristocratico, propri degli ottimati ,abili ad arricchire nelle province  a scapito delle popolazioni, è facile bollare  l’insania/pazzia antoniana, l’assenza di modus e il dispendio di denaro  pubblico.

Per lui ancora più facile condannare in seguito lo smodato lusso del rivale, la sua megalomania, il suo vivere da Basileus  re orientale:  è facilissimo  fare una propaganda in senso Occidentale, agricolo e conservatore,  in modo da fomentare odio verso l’Oriente ricco e commerciale e contro  la coppia illegittima di Antonio e Cleopatra,  che gestiscono l’imperium  a proprio arbitrio, considerata ridicola la loro millantata ierogamia!

In effetti Antonio è un militare, amante del vino, della compagnia, manesco, un fanciullone grezzo, un campagnolo spiritoso, un Pirgopolinice plautino, un carattere di Teofrasto, un soldataccio come Polemone descritto da Luciano di Samosata in Dialoghi delle cortigiane.

E’ davvero un discepolo di Clodio e di  Curione, di cui imita i comportamenti: dal primo deriva  la furia rivoluzionaria, l’impudenza e  audacia demagogica e dal secondo  – di cui è stato a lungo la donna (ibidem,2 Kurioonos philia kai sunetheia),  l’amore grossolano per i piaceri, il bere smodato, l’uso delle donne virili,  le spese eccessive  e sfrenate  tanto da accumulare un debito di 250 talenti!

Sposa perfino Fulvia- già madre di Publio Clodio Pulchro e di Clodia Pulchra,  la  vedova di Clodio, divenuta nel 51 moglie di Curione, alla sua morte nel 49, come terzo marito!

Plutarco rileva anche  i difetti  della semplicità di modi e  della lentezza nell’accorgersi degli errori, perché incline a bere e facile all’ira e al pentimento, in quanto borioso, prodigo verso chi definisce superficialmente amico, ricompensato in modo eccessivo, troppo generosamente.

E’ un sentimentale Antonio rispetto ad Ottaviano anaffettivo e  razionale!

E’, comunque, un vero dux , anche se non abile amministratore, vero discepolo di Cesare nelle strategie militari, capace di coordinare legati , duces prudentes  di grande valore, e già per conto loro perfetti strategicamente.

Antonio, pur avendo tamiai (tesorieri) e censori, non ha  cura  dell’amministrazione finanziaria in quanto non controlla costantemente le entrate , ma si fida del conteggio altrui e delle persone più a lui legate da rapporti camerateschi che da affetti reali.

In una successione rapida di  rapine, si confische e di saccheggi  di riscossione di tributi, sarebbe stata necessaria la registrazione ad opera di  veri contabili ,che sotto la guida dei tamiai, fedelissimi,  facessero il loro dovere quotidiano., opportunamente pagati da lui stesso!. Invece si moltiplicano le casse a seconda  dei legati, cresce il numero degli addetti al lavoro contabile  senza però l’oculata e periodica  ispezione del dux.

Senza documenti,  senza  registrazione  le entrate  sono nominali , mentre le  uscite, continue sono senza controllo.

Ognuno, legatus, centurio, decurio, a seconda del grado militare prende dalle casse dell’esercito quanto occorre, senza alcuna  registrazione ufficiale: non ci sono note per le spese di vettovagliamento né voci indicanti i prelievi del dux o dei legati vicari, o di quaestores autorizzati dalla auctoritas e non dalla necessitas quotidiana.

Ne consegue che, non esistendo registri, non esiste contabilità: le confische si succedono, ma ci sono molte casse distinte da quella dell’erario pubblico, che si esauriscono per spese arbitrarie e solo in precise date, quando ci sono richieste ufficiali dal senato, si preparano convogli da inviare a Roma per nave o per terra a seconda delle destinazioni.

Quanto diversa la strutturazione delle tasse, delle casse, degli  esattori della famiglia di Antipatro, connessa col tesoro templare e con una capillare organizzazione trapezitaria secolare!

Plutarco mostra come un adulatore colax sa pungere il dux con la sua denuncia, forse esagerata, circa la cattiva amministrazione romana in terra asiatica.

L’Asia ha pagato 200.000  talenti (un talento vale 26,2 kg, 60 mine)

Per capire qualcosa si pensi che Antioco III sconfitto da Scipione asiatico a Magnesia sul Sipilo nel 190 a.c.  deve pagare 15000 talenti e d è costretto per anni a  depredare templi e tassare i suoi sudditi, ad invasioni!.

Per il  trasporto di 52.400 tonnellate di argento occorrono  carovane e carovane di muli e di cammelli, centinaia di carri e legioni di scorta!

Antonio, cattivo amministratore,  non ha piena coscienza di tanta fortuna e delle migliaia di tonnellate di argento e seguita ad avere fiducia nei suoi tamiai/censori, che non producono documenti e non fanno conti di entrata ed uscita e continui resoconti, lasciando i conti dell’erario, in mani private, per spese proprie, a seconda delle casse delle varie legioni e dei legati che ne usufruiscono in modo indipendente. 

A chi allude Ibrea, il noto oratore di Mylasa?

A L. Munacio Planco, da Antonio nominato governatore di Asia nel 40, dopo l’incontro di Atene?

Allora l’oratore non ha fatto l’affermazione nel 41 ad Efeso, ma in altra circostanza , nel periodo che va dal 40 al 32, anno  del  suo tradimento di Munacio  (defecit ad Octavianum)?

Plutarco ha un suo filo narrativo ma le informazioni, le dà  senza precisare il  tempo, considerando nel suo insieme l’arco di potere orientale di Antonio.

Se si confrontano i suoi  dati  con quelli di Velleio Patercolo   si giunge alla conclusione che Munacio Planco è  spesso invitato a corte, ad Alessandria dove tra i tanti parassiti   si trova anche l’oratore di Mylasa.

Perché proprio Munacio Planco

  1. – perché Planco, nativo di Tivoli, ha svolto mansioni censorie  nel corso della campagna gallica, quando è legatus di Cesare durante la guerra gallica e poi  è suo collaboratore durante la guerra civile,  in Spagna e in Africa e praefectus urbi nel 45, governatore della Gallia Comata- nel 44 (epoca in cui fonda Lugdunum/Lione e Raurica/Basilea)-
  2. perché, dopo la morte di Cesare, divenuto console nel 42 ha un  comportamento incerto tra cesaricidi ed anticesaridi, per schierarsi poi con Antonio, e partecipa alla rivolta di Fulvia e di Lucio Antonio arruolando  i perdenti terre in seguito alla decretata spartizione delle proprietà e alla designazione dei coloni (Velleio Patercolo St, Rom., II,74) diffamando Ottaviano che fa distribuzioni in Umbria e Gallia (Virgilio, Bucolica I e IX ),   impegnandosi lui stesso  a distribuire in Campania terre ai veterani dando luogo a malcontenti e malumori. Per aver reso questi servizi e per aver accompagnato nella fuga dall’Italia Fulvia, Antonio lo ricompensa con il Governo dell’Asia ( prima, e poi della Siria). Planco è uomo definito da Velleio Patercolo (Ibidem,  II,83) –come già detto- per la opportunistica  politica morbo proditor/traditore per morbosa disposizione, abile nell’assegnare territori nel beneventano ai reduci. Velleio considera Planco il più basso degli adulatori della regina, un cliente più strisciante degli schiaviper Antonio il segretario (librarius) inventore ed organizzatore delle più sozze oscenità, venale per ogni cosa e per tutti.

Per lo storico Planco è una squallida comparsa, un pantomimo  capace di recitare  nudo e dipinto da azzurro  col capo cinto di canne, traendosi dietro  una coda  e sostenendosi sulle ginocchia per interpretare – come un  istrione – la figura  di Glauco, durante un banchetto

Davvero Planco diventa espressione parodistica del romano degenere come lo stesso Antonio, indegno del nomen senatorio!

Poco prima della battaglia di Azio  tradirà Antonio  per  poi proporre, quattro anni dopo la vittoria, il titolo di Augustus/Sebastos ad Ottaviano, abituando così al servilismo l’ordine senatorio.

Eppure  lo stesso popolo campano – grato per la distribuzione di terre,- a Gaeta erige, alla sua memoria,  sulla sommità del monte Orlando una  tomba cilindrica, su una base quadrata!.

Antonio ha in quel tempo sotto il suo potere costantemente dalle 16 alle 20 legioni, a seguito degli accordi, e spesso anche auxilia, truppe ausiliarie  oltre a turmae di equites, che devono mangiare, equipaggiarsi, d’estate e d’inverno sia in roccaforti delle province, depredate,  che nei castra, vicini alle città, di norma saccheggiate, perché i milites sono bisognosi di rifornimenti continui ed ogni legatus ha, all’occorrenza, a sua disposizione il tesoro erariale, che è la cassa comune  antoniana, portata in giro per le province conquistate, con una fila innumerevole di muli, cammelli, carri!

Ed anche la flotta, allora stanziata nelle vicinanze delle isole greche è vettovagliata costantemente dalle popolazioni  isolane che pagano tributi!

Senza abili censori, onesti, non si mangia né si fa addestramento, specie se ci sono nell’ esercito demagogoi , che eccitano i milites a rivolte contro i legati e  contro lo stesso dux amministratore inadeguato: Antonio, aristocratico passato al popularismo,  non è un epimeleths e tanto meno un dioicheths, che cura  l’ordo censorio,

Antonio per natura non è  un uomo capace di mettere in ordine i conti, comandare e spendere quanto gli occorre, ma  prende pecunia secondo  i suoi umori, concedendo la stessa libertà ai figli piccoli.

Se è vero quanto scrive Plutarco di Antillo, figlio di Fulvia – che, ridendo, dona tutte le coppe della tavola, preziose, al medico Filota, incredulo che si possa  accordare il permesso di far raccogliere e metterle in un sacco, dopo avervi impresso il sigillo, ad un bambino  (Ibidem28) – bisogna meditare sul disprezzo romano dei beni, sull’educazione nobiliare in epoca repubblicana.

Si pensi che questo avviene ad Alessandria,  oltre tutto, in casa altrui, di Cleopatra!

Ottaviano, pur giovane di 21 anni, invece, essendo nummularius,   proveniente dal ceto mercantile, connesso con le trapezai ebraiche, fa esattamente il contrario, imponendo una capillare registrazione di ogni entrata e  delle corrispettive spese, mettendo in evidenza con voci specifiche chi porta e chi prende, secondo un preciso sistema bancario, usato anche da Cesare sotto il controllo ebraico!

Plutarco, pur scusando Antonio per la negligenza e per l’ingenua fiducia in chi riscuote somme così ingenti, fa dire all’asiatico preoccupato della bancarotta: Se tu non li hai ricevuto, domandali a chi li ha presi, ma se li hai ricevuti  e non li hai più, noi andiamo in rovina.

Apoloolamen/andiamo in rovina è il grido degli asiatici di fronte allo sperpero di denaro pubblico da parte dei romani, che rubano e sprecano la ricchezza asiatica: e’un monito per il theos, il  neos Duonisos, che folleggia!

Dunque, Antonio non ha seguito Cesare come il mulio/il mulattiere piceno, Ventidio Basso, che ha fatto carriera col condurre lunghe file di muli, trasportatori di viveri, di denaro e di armi,  e perfino di mensae praetoriae con le posate d’oro e d’argento del dux!,   ragioniere ante litteram, oikonomos spilorcio  nelle spese  registrate  in singole voci contabili, utili per i censori che verificano, all’ occorrenza, su ordine  senatorio!.

Antonio ha solo visto l’aspetto dispotico, munifico, aristocratico, del potere cesariano, non quello popularis  e non ha colto il lavoro  di revisione dei conti e di verifica dei censori, di studio dei programmi e di pianificazione di ogni singolo atto burocratico e strategico-militare per un telos/fine superiore!

Antonio ha solo sogni aristocratici secondo il militarismo romano di sfruttamento provinciale, secondo una concezione elitaria della superiorità romana, che impone il diritto del vincitore, che mettela spada sul piatto allestito dai vinti!.

Antonio non ha Fulvia alle sue spalle in Asia. Non ha nel suo letto  Fulvia, che guida l’oikos familaire e che avrebbe organizzato la ricchezza asiatica.

Lui vive senza curae, mentre lei gestisce il patrimonio  e lo conserva gelosamente:  è  strumento di una donna virago capace di imporsi ad uomini come suo cognato Lucio Antonio a costringerlo ad una comune causa,  a subire insieme l’assedio di Perugia ed andare in fuga, lasciare la madre Giulia presso Sesto Pompeo  per favorire il marito lontano, pur se tra le braccia di Cleopatra.

Fulvia è come Precia, come Sempronia, come Clodia una femminista, un’economa, tesa all’oikos patrimonio familiare, capace  di sfruttare la sua personale femminilità per un bene superiore, mai doma davanti ad ogni pericolo.

Antonio non è dunque uomo per una donna, un amministratore di patrimoni, un pianificatore strategico,  e forse neanche un dux prudens, ma  solo un polemisths valoroso, troppo istintivo per conquistare un imperium, fortunato per mantenersi l’amore di  una regina, del tipo di Cleopatra, erede della raffinata cultura  lagide.

E’ un uomo forte, belloccio, di media altezza, atletico perché esercitato nei gumnasia  e nelle arti marziali, ma già limitato e quasi distrutto dalle donne, dal vino, dagli amori efebici e dal vizietto amasio persistente.

Ora Cleopatra incontrando Antonio, che già conosce dal periodo romano, come fido cesariano, non si pone alla pari delle regine vinte.

E’ la donna di Cesare, una regina ammirata  e venerata dal dictator sia per la bellezza e per l’eleganza che per la raffinata intelligenza oltre che per la superiore cultura della stirpe lagide, signora assoluta  del ricco Egitto da oltre due secoli, nuovo simbolo dell’antichissimo potere  faraonico!

Cesare non era Antonio: altra struttura fisica, spirituale, culturale, un altro mondo maschile!

Ora Antonio è, comunque, il rettore dell’Oriente: questa verità sa l’intelligentissima Cleopatra,  che va a Tarso.

La regina ha avuto la lettera di comparizione da Q. Dellio, ha ascoltato a voce le accuse  ed è informata su Antonio, uomo incapace di fare del male ad alcuna donna  e tantomeno ad una regina.

Cleopatra è persuasa da Dellio, scaltro ed abile nei discorsi,  ad andare all’incontro a Tarso, dopo la descrizione di Antonio come il più amabile  e  benevolo  dei comandanti /ton antonion hdiston  eghmonoon onta kai  philantroopotaton (ibidem 25).

Cleopatra ha alla fine del 41 poco  più di 25 anni, ma è maturata come donna dopo l’amore verginale con Cesare, dopo la nascita di Cesarione e il biennio Romano  (Cfr  A. e M. Filipponi, Antipatro, padre di Erode).

Da un triennio è  nella sua corte di Alessandria, circondata da uomini letterati, scienziati, militari, musici, ballerini, artisti,  libera di amare chi desidera, di scegliersi il migliore di aspetto per prestanza fisica e per intelligenza.

Secondo Plutarco la donna è nel fiore dell’età, molto diversa da quella fanciulla inesperta conosciuta da Cesare:  ora lei stava per incontrare  Antonio nel momento in cui la  bellezza delle donne  è al suo massimo splendore  e l’intelligenza sviluppa  tutta la sua maturità. (Ibidem 26)

Perciò Cleopatra prepara molti doni , talenti  ed ornamenti  – secondo le possibilità di un grande regno e prospero-  e si presenta ponendo le maggiori speranze  in se stessa, negli incanti, nel fascino  e nelle attrattive personali (Ibidem).

Di fronte ad Antonio, quindi c’è una donna matura la dea Iside simbolo di maternità, regina calcolatrice, che pensa a suo figlio Cesarione e che, solo per lui, può avere fatto un piano per conquistare il nuovo fortunato volgare padrone dell’Oriente/ dipinto dai letterati come Neos Dionisos, semidio romano, della stirpe di Hracles.

A lei conviene un amore con Antonio. per legittimare il futuro di Cesarione figlio di Cesare, erede legittimo  dell’imperium romano grazie al potere di un padrino aristocratico di Roma, popularis, che dovrebbe esserne patronus fino alla sua maggiore età .

Cleopatra si comporta comunque, anche  da regina che pensa al benessere dell’Egitto  socio e alleato del popolo romano che  tramite il rettore dell’Oriente, potrebbe diventare la più grande potenza insieme con la Siria, ricostituita nelle sue partes orientali ora sotto il regno arsacide.

Ad Antonio, imitatore di Cesare, ancora di più conviene un amore con Cleopatra, la donna di Cesare, la regina di Egitto, l’ammiraglia di una flotta colossale, padrona di un terra ricchissima di tutto, la cui capitale Alessandria è il faro  culturale, l’emporion più grande di tutto il mondo, superiore di molto a Roma.

Cleopatra fa attendere Antonio che la pressa con lettere e con ambasciatori ad affrettarsi: in un certo senso si prende gioco di lui           (kategelase tou andros), che spera di consolidare la sua posizione di triumviro orientale con l’appoggio della regina di Egitto.  La regina viene dal mare  ordinando ai marinai  di risalire col battello il  fiume Cidno, che allora attraversava  il centro della città, per una ventina di Km., fino sulla piazza, dove è  il tribunale con Antonio seduto, in attesa col suo consilium principis e le guardie che proteggono la zona.

Secondo Plutarco il battello ha la poppa dorata con le vele purpuree spiegate  mentre i rematori vogavano con remi di argento al suono del flauto, accompagnato da zampogne  e cetre. E’una scena teatrale! La regina è sdraiata sotto un padiglione, ricamato d’oro, ornata come Afrodite  nei dipinti,  e dei ragazzini, simili agli Eroti dei quadri, da una parte e dall’altra le fanno vento. Le più belle delle sue ancelle  abbigliate da Nereidi  e Grazie  stanno chi al timone, chi alle funi. Meravigliosi profumi provenienti da essenze e aromi  invadono le sponde (ibidem, 26)

La folla, festosa, su entrambe le rive, accompagna il battello dalla foce del Cidno, lo segue nel suo lento tragitto.

Ne deriva che anche la folla  che è in piazza intorno al dux romano, compresi i notabili  della città,  attirata ed ammirata dallo spettacolo si sposta verso il battello di Cleopatra  e lascia solo Antonio, seduto sulla tribuna. (Antonios epi bhmatos kathezomenos apeleiphthh monos), con gli amici e i soldati romani di guardia.

La venuta, dunque, di Cleopatra risulta col suo sfarzo  un’offesa  per  lo ius romano, per l’autokrator, l’imperator, il dux vincitore, per l’aristocratico consilium principis.

La diplomazia romana è sconfitta, schiacciata di fronte alla parata egizia!.

La popolazione greco- cilicia è arbitra non di un verdetto ma della superiorità culturale lagide, ancora dominante nella zona, favorevole più alla regina egizia che ai nemici romani, nonostante le concessioni di civitas numerose ad opera di Pompeo e di Cesare.

Solo più tardi in epoca preaziaca si fa satira su questa beffa all’honor romano del giudice, rimasto solo, senza l’imputata Cleopatra!

Allora si legge lo scorno del Neos Dionusos, dell’Heraches romano,  deriso da Afrodite/ Venus anadyomene /che viene dal mare .

Allora si vede il coniugium illecito,  la ierogamia tra Dionusos e Iside non voluta dagli dei, come quello di Enea e Didone, e si maledice il sodalizio tra Antonio e Cleopatra, come funesto per l’impero romano, come la causa della nuova guerra civile.

Invece alla fine di settembre del 41  s’inizia a vociferare che  il fato ha mandato Afrodite  col suo corteo  ad incontrarsi con Dioniso  per il bene dell’Asia – h Aphrodith komazoi pros ton Dionuson  ep’agathooi  ths Asias-.

Antonio è stordito dallo splendore della corte di Cleopatra e Plutarco  ne mostra lo sconcerto fanciullesco  davanti  a tante indescrivibili meraviglie: Il triumviro rimase letteralmente incantato  dal gioco e dalla quantità di luci/malista toon photoon  to plhthos ecseplagh.

Plutarco così scrive: tante brillavano insieme e dappertutto, posate per terra ed appese in alto, ed erano artisticamente disposte le une in rapporto con le altre con tali inclinazioni sapienti da formare cerchi, quadrati, in modo che pochi spettacoli  furono così splendidi  e degni di essere visti come quello (Ibidem, 26).

Antonio, pur colpito dalla creatività e magnificenza egizia, vuole competere ed invitare la regina, credendo di poterla superare in splendore e raffinatezza, ma si sente sconfitto tanto da scherzarci parlando di miseria e di rozzezza/auchmon kai aigrokian, anche se ha sperperato i proventi di una tassazione provinciale.

Ibrea, infatti, dice, in occasione di un secondo tributo imposto alle città carie, spiritosamente, celiando  secondo il tono scherzoso di Antonio:  Se puoi riscuotere  il tributo due volte in un solo anno, puoi anche fare per noi due estati  e due autunni! (Ibidem, 24; è lo stesso oratore che scherza denunciando i censori sui 200.000 talenti!).

Ibrea è un vir civilis, o politikos  greco di norma di base oratoria,  ma certamente un parrasiasths che con un ghigno sorride e nella sua adulazione parla liberamente convinto della superiorità culturale orientale rispetto anche ad un magistrato romano!.

Cleopatra, come l’oratore di Mylasa, da donna scaltra, scopre la simplicitas del militare, volgare e si adegua con intelligenza, cercando di approfittarne servendosi dello stesso linguaggio, senza alcun timore, cosciente della sua superiore cultura.

Cleopatra è una poliglotta. parla moltissime lingue  ed ha una presa irresistibile sul maschio, anche se non è di una bellezza eccezionale  tale da stordire chi la vede, ma è donna di grande complicità e di allegria e di mirabile vivacità.

Plutarco come per concludere, afferma: Nell’insieme, l‘aspetto il fascino della conversazione, il suo modo di trattare con gli altri  lasciavano il segno. Era anche piacevole ascoltare il suono della sua voce e poiché ella volgeva facilmente la sua lingua come un apparecchio musicale a parecchie corde, a qualsiasi idioma volesse,  erano ben pochi i barbari  coi quali doveva trattare  per mezzo di un interprete (di’ermhneoos),ma era in grado di dare risposte alla maggioranza di loro, e direttamente, come agli Etiopi, ai Trogloditi, agli Ebrei, agli Arabi, ai Siri, ai Medi e ai Parthi.(ibidem,27).

Termina il discorso aggiungendo che mentre i sovrani suoi predecessori  nemmeno si affaticavano ad imparare la lingua egizia  ed alcuni avevano disimparato perfino la lingua macedone, lei  conosce molti altri linguaggi e dialetti.

Plutarco inoltre aggiunge che Cleopatra invita  Antonio a seguirla ad Alessandria, dove svernare .

E’ probabile, quindi,  che, essendo la navigazione vietata,  da ottobre a marzo i due abbiano trascorso  a corte nel Palazzo di Lochias, il periodo invernale.

Lì meglio che a Tarso  la regina può spiegare – senza trovarsi nella condizione di imputata. in un giudizio, le ragioni per il mancato  aiuto navale ai triumviri, impegnati contro i cesaricidi, a causa  di una improvvisa tempesta che ha impedito alla flotta di giungere in tempo e poi mostrare con documenti  il suo tentativo, non riuscito, di unire le proprie legioni a quelle di Cornelio Dolabella  per bloccare Cassio  in Siria.

Ora, dunque, Antonio, convinto delle giustificazioni di Cleopatra,   vive accanto  alla regina (cfr. E BRADFORD, Cleopatra, Bompiani 2002)  per almeno 5 mesi, mentre in Italia infuria la guerra tra sua moglie e suo fratello da una parte ed Ottaviano da un’altra in Oriente sta iniziando l’invasione della Siria, ad opera dei Parthi che reclamano i diritti sui territori asiatici sotto la guida di Pacoro, Barzafarne e Tito Labieno. La moglie combatte l’altro triumviro nella guerra di Perugia per gli interessi di suo marito e di Lucio Antonio, circondato da Ottaviano e da truppe senatorie.

Per gli storici -che esaminano nel complesso, in un arco di 12 anni-  Antonio è un  soldato  di normale  intelligenza,  abile solo a perdere tempo, incapace di una costruzione duratura- data la incostanza di carattere,-e di progettare qualcosa di grandioso, se non a livello astratto ed irreale  (cfr A Floro, II XX,  che rileva l’immensa vanità dell’uomo, che, per desiderio di titoli, attacca di nuovo i Parthi dopo la vittoria di Ventidio Basso, senza un motivo, senza un disegno, senza neppure l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’arte di un comandante).

La vita di palazzo coi pettegolezzi, comunque,  diventa anche la vita di questo quarantaduenne, che lascia il campo politico al suo avversariopoco più che ventenne, dedicandosi alle gioie intemperanti  e ai capricci giovanili di banchetti,  a bevute seguite da sbornie colossali, a qualsiasi erotico gioco, sempre con un codazzo di compagni, tenendosi in forma atletica, con l’attività ginnica, seguendo  Cleopatra  che in incognito, gira per le strade alessandrine, passa per i canali specie per la odos megalh, allungando la notte a contatto con le plebi urbane.  S’innamora certamente di Alessandria, del Faro di Canopos, della Mareotide,  oltre che di Lochias, dei monumenti del Museo e della  Biblioteca, del popolo stesso egizio. Plutarco, (Antonio,28,29) dopo aver indugiato sulle spese incredibili e senza misura/apiston tina …toon analiskomenoon ametrian,  sulle buffonate e scherzi tanto da dire che Antonio usa la maschera tragica  coi romani e quella comica con loro/tooi tragikooi pros tous Romaious khrhtai prosoopooi, tooi men koomikooi pros autous, scrive: Raccontare tutti o quasi i giochi fanciulleschi che combinò sarebbe gran vanità.

Comunque, due episodi sono significativi per comprendere il rapporto  reale tra Antonio e la regina  e  verificare il loro carattere.

Un giorno la regina fa preparare il salone per una banchetto e  dispone sul pavimento uno strato di rose, molto spesso, mentre ha fatto sospendere su reti disposte nelle pareti altre rose in modo che  gli ospiti  possano camminare  su un solido e profumato tappeto  di fiori  (E. Bradford, ibidem ). Ora Antonio, in tale contesto, avendo il gusto delle scommesse ed essendo un megalomane, sfida la regina a preparare un banchetto del costo di  30.000 talenti circa 100 miliardi di  vecchie lire.

E’ designato arbitro il librarius Munacio Planco., uomo corretto, capace di diventare un pagliaccio con la danza saltica, ignominioso nella sua oscenità, privo di dignità,  in una corte ellenistica, dove il romano già è considerato un agroikos, un villano rivestito.

Dunque  al di là della precisa datazione del  fatto  Munacio Planco è il giudice, che fa registrare a contabile le spese

Ritengo che il termine in questo caso dovrebbe valere come scriba censorio e come addetto contabile della spesa, insomma uso Librarius  in forma altamente dispregiativa per un magistrato romano  secondo il quadro tracciato da Velleio Patercolo,  ridotto a persona /maschera alla corte  di Cleopatra.

Munacio Planco, fatti conti, stabilisce che la regina  ha perso la scommessa  ed allora Cleopatra,  sorridente,   fatta portare una coppa , con aceto, vi versa sopra una delle due perle  che ha alle orecchie,  la fa sciogliere e la beve.

E chiede al censore di Antonio se ha raggiunto la cifra fissata mentre stacca anche l’altra perla per gettarla in un’altra coppa e si ferma solo quando il romano dice che è risultata vincitrice.

Per lei, regina,  che ha la riserva delle perle del Mar Rosso  e che commercia con l’India, non è una perdita grave!: è  solo una dimostrazione dell’immensa ricchezza dell’Egitto, davanti al fanciullesco Antonio e al suo avido  librarius! . Cleopatra mostra la superiorità commerciale della cultura lagide rispetto a quella agricola della res publica!

Senza entrare in merito al coniugium sacro e all ’innamoramento  o passione amorosa dei due,- argomento caro ai letterati, che seguono la propaganda di Ottaviano difensore dei diritti della sorella Ottavia, legittima coniuge, dopo la morte di Fulvia, che partorisce ad Antonio  poco dopo due figlie Antonia Maior ed Antonia minor, rispetto a  Cleopatra,  che dà alla luce  Alessandro Helios e  Cleopatra Selene il 25 dicembre del 40   e molto  più tardi avrà Tolomeo Filadelfo –  si ritiene che  ciascuno dei due, in relazione alla propria cultura, insegue, oltre al benessere fisico personale, un telos politico: Antonio  raggiungere lo scopo di essere l’unico padrone di Roma e dell’imperium, l’altra di creare un impero universale con capitale Alessandria, e come centro l’Egitto secondo i piani  di Cesare.

Non si sa se i due abbiano concordato un’azione comune per conseguire l’obiettivo proprio e quello del  benessere dell’ecumene!

Comunque,  la cornice di Alessandria, città unica al mondo costruita da Alessandro Magno, arricchita dai primi lagidi,  resa la più grande e più ricca, considerata geograficamente anello di congiunzione tra Asia ed Africa ed Europa,  diventa per Antonio  teatro ed occasione delle  bravate militari, oratorie, atletiche.

Deve cedere, però, ad alcune pressanti richieste della donna: riconsegnare Cipro all’Egitto lagide; far uccidere Arsinoe, sua sorella, che pur vive ritirata in Asia Minore chiamata solo dal Sommo sacerdote dell’Artemision, regina, pericolosa ai fini dinastici. va  errando per Alessandria in incognito  e si innamora della città della Mareotide, di Canopos  e della megalh odos  del centro cittadino.

Nella città Cleopatra  attira sempre di più Antonio con la kolakeia  che sa praticare anche oltre le quattro forme di Platone – due sono quelle rivolte al corpo, alla cucina e l’abbigliamento raffinato; e due all’animo . sofistica e retorica -.La regina per un decennio gioca con Antonio come una gatta col topo  deridendo spesso lui occidentale che crede di essere il dominatore, che prende per vero che tutti ridano   felici e festosi alle  sue performances,   come beone,  o come atleta o come pescatore,  senza accorgersi che il loro assenso è quello  del suddito,   costretto a magnificarlo (Ibidem 24)  Cassio Dione ha nella sua opera spesso mostrato l’aspetto levantino dell’alessandrino che è certamente il più scaltro dei kolakes,megalophues, un sublime ruffiano, per dirla con Il Peri Upsous (Il sublime, XLIV,3 a cura di F Donadi,, Bur ,1991)  che così scrive in generale dell’orientale, alla fine del trattatello pseudo longiniano. Cleopatra ne è con Ibrea l’esempio più lampante .

Emblematica è la sua frase nei confronti del ragazzone romano, americano spocchioso,  scoperto nella sua millantata pesca, che copre l’atteggiamento di derisione con un apparente rispetto:  parados hmin ton kalamon, autokrator,  tois  Pharitais  kai  Kanobitais  basileusin. H de sh thhra  poleis  eisi  kai basileiaai  kai hpeiroi /concedi a noi re  abitanti di Faro e di Canopo, la canna: la tua preda sono città, regni e continenti.(ibidem,29)

Antonio non riuscendo a pescare niente,  fa attaccare  all’amo pesci da sommozzatori, ma scoperto dalla regina  è beffato perché un abile nuotatore egizio pone  un pesce salato del Ponto sulla sua esca, lo rende oggetto di risate per i cortigiani.

Secondo noi Antonio e Cleopatra sono amanti – hanno  i gemelli nati il 25 dicembre del 40, in quasi dieci anni di relazione- ma non formano una vera coppia, che possono pure aver sognato con diverse finalità il sogno di un impero universale cesariano, da realizzare più per volontà di Cleopatra che di Antonio.

Non so con quanta fiducia Cleopatra possa coltivare  tale  idea,  non certo per amore: abissale è il divario culturale tra i due coniugi!