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Caro Professore

Caro Professore,

ho sempre voluto scriverLe, ma non l’ho mai fatto prima per la paura di non trovare le parole giuste per esprimere quanto di positivo penso di Lei, per la consapevolezza dei miei limiti e della mia inferiorità nei Suoi confronti, che mi paralizza.

Ho deciso di farlo oggi, di getto, sia quel che sia, perché ne sento la necessità irrefrenabile, perché devo lasciarLe qualcosa di mio. So che Lei mi vuole bene e che perdonerà questa mia impudenza, che Le farà tenerezza.

Io devo ringraziarLa. Lei, tanti anni fa, quand’ero ragazzo, mi ha cambiato la vita. Mi ha indicato la via, mi ha dato gli strumenti per capire tante cose e scegliere.

Io La penso spesso e La cito spesso, come si fa per i filosofi e i grandi pensatori. E mi sono sempre sentito e mi sento niente di fronte a Lei, alla Sua incredibile intelligenza e cultura e sono sempre rimasto amareggiato nel vedere il Suo sconforto per non aver ottenuto i riconoscimenti che pure avrebbe dovuto ottenere.

Comunque, Lei, Professore, è un grande. Non c’è nessuno come Lei in Italia e forse nel mondo.
Lei è una delle menti più brillanti che ci siano mai state e il genere umano Le dovrebbe essere grato per il lavoro che ha fatto e per le cose che ha rivelato.

Quando leggo quello che Lei ha scritto non mi capacito, come tutti, e non posso credere che un uomo abbia potuto fare studi come quelli che Lei ha fatto.
Purtroppo, leggerLa è il più delle volte disarmante, perché è talmente grande la Sua opera e talmente alto il Suo livello che non ci si può che arrendere.

Ogni volta ci riprovo, a fatica, per cercare di entrare un po’ di più in quello che Lei ha scritto e tentare di capire qualcosa. Ciclicamente riprendo i Suoi saggi, ad esempio Jehoshua o Jesous l’avrò letto almeno tre volte, ma sono ancora molto lontano dal capire. Mi ci vorrebbe un’altra vita.E mi rammarico per non riuscire ad afferrare appieno il Suo pensiero, perché penso che arrivarci sarebbe per me carpire qualcosa di più del segreto della vita e, forse, essere più felice.

Quello che resta, però, è il Suo dito puntato verso la giusta direzione. Per me leggerLa è un ristoro, come un caldo abbraccio. Quando rileggo i Suoi romanzi mi sento al sicuro. Il Suo doppio decalogo è sempre lì, a ricordarmi all’occorrenza come comportarmi nella vita. Ed è un vero piacere leggere i Suoi articoli “di attualità”, per me più comprensibili, quando con estrema facilità liquida certi personaggi del nostro quotidiano, nella politica e nella cultura.
Scriva Professore, scriva ancora, perché io La leggerò e rileggerò sempre.E stia tranquillo: una bava di lumaca Lei l’ha lasciata, eccome!
Un caro saluto
Giovanni

 

Quale futuro?

Angelo Filipponi, dopo aver terminato il saggio L’altra lingua l’altra storia, scrisse nel 1995,  Quale Futuro?, un articolo inserito dall’editore nel Libro con la seguente premessa.

Se conosceremo la nostra storia, se impareremo a leggere, se daremo peso al nostro voto, noi tutti avremo un futuro nuovo, certamente migliore.

Leggiamolo insieme!?.

 

Come il bambino, condizionato dal proprio contesto sociale al momento dell’acquisizione del linguaggio, non riuscirà, poi, né da adolescente né da adulto a decondizionarsi – se non a prezzo  di grandi sacrifici e con grande forza di volontà e costanza, nonostante l’aiuto di un orientatore semantico e psichiatra-  così noi italiani  di cultura mediterranea e cristiana, militaristica, siamo storicamente costretti a rimanere attardati culturalmente nonostante  l’industrializzazione e la computerizzazione post-industriale.

La nostra storia condiziona  la cultura industriale, limita il nostro progresso, impedisce la nostra autonoma crescita. La situazione di un popolo di ex contadini, alfabetizzati male, educati secondo una tradizione estranea, di norma sincretici, talora operativi concreti, è quella  di dipendenza padronale.  Anche se non c’è più il padrone-barone,  c’è un gruppo organizzato di qualsiasi matrice politica o economica o finanziaria: è sufficiente un’organizzazione sistemica  funzionale  per essere padrone e per avere un popolo di dipendenti. 

I sistemi politici (di stampo sovietico o americano, di tipo liberale o fascista o di altro indirizzo) hanno dominato in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale  fino a Tangentopoli, usando procedure  quasi simili, al di là delle ideologie  umanitarie, liberiste e liberali. Non è il caso di esaminarle, basterà solo dire che l’organizzazione  stessa partitica era garanzia di potere, di immunità, di ricchezza:  il politico era padrone del sistema  e perciò dettava le leggi in campo sociale, economico e  finanziario: la sua pratica era morale.

Le fonti del sistema governativo erano da una parte  la struttura verticistica e dall’altra l’orizzontalità dei pari grado secondo le formule proprie delle monarchie assolute: il papato  era il modello per tutti di efficienza, di sistema  organizzativo, di funzionalità operativa, di retorica verbale, di prassi etica (non quello riformato giovanneo, ma quello ancora di stampo tridentino). 

La scoperta del  malessere italiano  ad opera  dei Giudici  fino ad allora relegati  nell’ombra  secondo i dettami  costituzionali, ma in effetti dipendenti  dal sistema politico e con esso compromessi, determina una conflittualità tra magistratura ( o meglio tra alcuni pool manovrati da forze nuove, appoggiate dalla cultura di sinistra, potente propagatrice della cultura  partitica e della democrazia occidentale) e partiti, che si risolve in un caotico scontro di competenze, in una continua invasione di campo, in una chiara anarchia, nel momento della denuncia della fine della I Repubblica. Le votazioni dimostrano chiaramente l’immaturità  del popolo italiano,  analfabeta di  ritorno, che non avendo capacità di operare  collegamenti ed associazioni, non sapendo  fare storia, non è capace di interpretare le informazioni né di capire i messaggi  nel loro insieme.

La vittoria di Forza Italia e del Polo di Destra,che comprende e La Lega e A.N. ed alcun frammenti dell Vecchia  Democrazia Cristiana, sancisce la Leadership di Silvio Berlusconi.

La ” forza” di Berlusconi non è stata tanto la sua opposizione alla sinistra, quanto la sua presentazione come nuova contro il vecchio sistema politico, come diversa nelle procedure  e nel metodo, nella concreta realizzazione operativa.

Ingigantito, manager mitizzato, alonato  dai mass media  dalle reti televisive  di personale proprietà, Silvio Berlusconi, craxiano, è diventato di colpo il magico conduttore politico, il conducator manageriale, la sicura guida dell’Azienda Italia, presidente vincente capace di vincere come il suo Milan Europeo e Mondiale, primo ministro di un governo popolare in senso maggioritario, abile nell’applicare il sistema industriale nella conduzione statale!.

La scelta dei collaboratori, il reclutamento degli addetti all’organizzazione, la gestione privata e personale dello stato, lo stesso linguaggio  padronale e il  formalismo hanno continuamente dimostrato  e confermato la sua  novità politica  come  mancanza  di una solida preparazione politica e culturale, come segno  di una provvisorietà e superficialità operativa sconfinata, seppure comparata  con quella degli ultimi governi  della nostra infelice democrazia, in una palese smentita  degli slogan propagandistici.

Se il potere di Berlusconi derivava  dall’opposizione al male generico partitico, la sua fine implica ( al di là dei limiti decisionali e della mancanza assoluta  di una linea finanziaria ed economica reale ) una transizione  necessaria tra la Repubblica  e la nuova Repubblica da formare, che sarà molto lunga  e molto più difficile di  quanto possa credersi e sperarsi. La compresenza di uomini del passato, l’alternanza politica  con incapaci, compromessi palesemente, la garanzia stessa  di legittimità lasciata a Scalfaro, la conflittualità tra governo e magistratura, la indefinitezza dei ruoli e la ingovernabilità di un paese, economicamente avanzato,  socialmente  cresciuto ed orientato  ormai, nonostante i condizionamenti,  verso la vera industrializzazione culturale,  evidenziano una crisi politica  che non si risolve con le esortazioni di uomini, con l’eliminazione di partiti o col cambio di nomi, ma può essere normalizzata e superata solo con la crescita culturale della massa, educata alla lettura e alla prassi  decisionale, oltre che al rigore metodologico  e sistemico, sulla base della storia.

La facilità con cui si creano miti in Italia, propria del Classicismo, del Medioevo. del  Rinascimento e del Risorgimento, del Fascismo   e della liberazione – l’eroe, il santo, il cortigiano, il patriota,  il camerata hanno la stessa connotazione fabulistica, sulla base di un reale successo personale moltiplicato dalla poesia – è segno di un’anima popolare  non ancora razionalizzata.

I miti nascono sempre in situazioni di crisi, in momenti conflittualità e sono necessari perle parti in lotta, ma esprimono la puerilità e fantasticità popolare: sono testimonianza  di una confusione trasformata a volte  in prassi artigiana.

Ora la nostra  situazione culturale autorizza la creazione infantile  di uomini simboli, di eroi che combattono  per la distruzione del male, di Ercoli capaci di liberarci dai mostri, oppure permette visioni bibliche con l’arcangelo Gabriele in lotta col diavolo o ipotizza santi che sconfiggono  terremoti, pesti e carestie, taumaturgi e  benefattori dell’umanità, assistiti da Dio: La matrice classico-cristiana, specifica del Medioevo, ci unisce al mondo mediterraneo e ci accomuna  alla cultura araba,  che presenta le stesse connotazioni  diali classico-religiose ed evidenzia strutture oppositive.

Non è qui il caso di mostrare come l’integralismo arabo lotti, oggi, per il mantenimento  di una società feudale, per un  sistema medievale  e per una cultura islamica pura  a difesa della tradizione culturale, unica possibilità di stabilità non solo religiosa.

L’azione del Centro islamico di salvezza determina la politica in Algeria, come opposizione ad ogni novità industriale, come lotta contro la demonicità americana.

La religione, come centro di potere, dal quale si irradiano tutti  i fenomeni culturali e come punto di convergenza  di ogni elemento, come  sistema appreso dal gruppo social e grazie a simboli, veste allegorica  di una realtà superiore, quale realtà distintiva  di una storia popolare, prodotto di un’azione anche umana, condiziona il pensiero degli uomini  e di popoli, tesi ad un’autonomia culturale. Perciò la cultura islamica trasmessa geneticamente tramite le componenti biologiche, ambientali, psicologiche e storiche, strutturata in modo capillare intorno al sistema,  esprime il processo storico  di adattamento essenziale  alla sopravvivenza in specifici  contesti (specie nordafricano o mediorientale) come unica risposta di masse  semianalfabete o appena alfabetizzate  secondo schemi religiosi.

La cultura araba, ondeggiante tra nomadismo ed agricoltura, classicamente composta sulla base del substrato ellenistico e bizantino, è così efficace da mantenere uniti popoli, da regolare la condotta popolare ed individuale, da creare un sistema  secolare organizzato, poetico ed  irrazionalistico, umano e naturale.

D’altra parte la stessa cultura cristiana, cattolica, nonostante l’opposizione,  avente lo stesso ambiente mediterraneo, seppure nord-occidentale, con quella copta-ortodossa,  nord-orientale,   ha svolto e svolge  parallelamente la stessa funzione,  come erede,  da una parte, del sistema  latino-ellenistico,come coagulante delle spinte  barbariche  germaniche e da un’altra di quello ellenistico-bizantino, ariano, e si è strutturata  come sistema omnicomprensivo  secondo processi adattivi secolari, tipici, per la sopravvivenza di popoli e di individui.

Ora popoli ed individui, pur nel sistema collettivistico, possono apprendere unitariamente  altra cultura, come forma diversa  mediante processi dinamici  di inculturazione e di socializzazione.

Inoltre la variabilità culturale  mostra chiaramente come ogni individuo o popolo si differenzi di fronte ad una stessa domanda e come nessuno risponda  in modo eguale  alla stessa sollecitazione, sia linguisticamente  che praticamente.

Infine  si rileva che le risposte  sono variabili in relazione  al numero dei soggetti, interessati.

Perciò, essendo innato il tentativo  di adattamento  al sistema e quindi essendo diversa la forza necessaria  per una espressione creativa, personale, è chiaro che ciascuno  cerchi con l’inculturazione e con la socializzazione  vie nuove  per una  propria funzione contro il sistema condizionante.

Ora il sistema religioso islamico, corrotto  da una cultura estranea, a causa della migrazione  dalla Africa Settentrionale  in Francia ed in Europa  è disgregato nelle sue intime connessioni  dalla tradizione nei suoi  valori essenziali, a contatto con non  credenti /meslim.

Da qui il vuoto  culturale di individui  vuoti in se stessi, privi di identità socio-culturale, non autonomi.  La massa di credenti è annichilita a contatto con la cultura occidentale,  industrializzata; gli altri, acculturati o clero, dànno risposte  differenziate in  relazione alla formazione, alla propria cultura e famiglia. Comunque, alcuni, quelli razionali, pur clero, pur critici di fronte alla cultura tradizionale, restano legati al sistema e cercano parziali aggiunzioni  per modifiche sovrastrutturali, compatibili: pochissimi, accettando entusiasticamente il nuovo,  operano da apostoli e profeticamente lottano  per un processo di sostituzione  a tempo lungo, senza attendersi  processi sincretici in cui, lentamente, col tempo, il diverso (l’altro)  si innesta nel vecchio, apportando modifiche strutturali e quindi sistemiche.

In Algeria  la lotta tra il Fronte  di Liberazione nazionale  e il FIS  è determinata   dallo scontro tra gli innovatori occidentali (che, industrializzati, a contatto  con la cultura francese  contro cui hanno combattuto e vinto, in una rivendicazione nazionalistica, giusta , desiderosa dia accelerare i tempi  di deculturazione e di sostituzione, hanno sperperato il loro patrimonio  di merito come partigiani  e come liberali) e gli integralisti ( che, timorosi di estinzione della loro cultura natia, reagiscono per non perdere  la loro possibilità di sopravvivenza  islamica, in stretta relazione e connessione  con la predicazione di imam  e con lo spirito coranico).

Se la storia civile diventa espressione naturale di una conflittualità culturale in Algeri, come in Egitto, In Iran,  e in ogni sistema islamico,- diversa è  la rivendicazione statale di Al Fatah  di una  Palestina autonoma, libera nel suo territorio cisgiordano dalle milizie israeliane, indipendente, giustamente riconosciuta, (finalmente!)  nei suoi diritti ad  Oslo –   in Italia la battaglia democratica  è, invece, il segno  di una conflittualità che degenera  e porta ad altre forme  di combattimento, essendo simile la situazione religiosa  che implica, al di là  delle differenze storiche e fideistiche, una similare struttura  economica, sociale e militare.

La nostra cultura cristiano-mediterranea  e quella araba medievale  sono espressione di un ritardo culturale  storico non sanabile  con un “salto” culturale ( che diventa solo un fatto strutturale che non produce incisioni  sulla natura popolare).

La recente storia  insegna che in Italia è ancora profonda la ricerca di santi, di eroi, di uomini carismatici di domini, di principes, di padroni   a cui affidare  la gestione dello stato  e l’amministrazione della familia! 

Noi italiani  non siamo ancora maturi, efficienti, autosufficienti, ma siamo bambini abili forse a costruire singolarmente o   artigianalmente e familiarmente qualcosa, ma dipendiamo dal padrone!

La secolare dipendenza dalla Chiesa  e dai baroni  ha un significato profondo, come lo è  per il mondo arabo in cui   sono significativi l’organizzazione islamica e il  sistema  verticistico: le differenze sono piccole, direi irrilevanti e dovute solo alle diverse professioni religiose e  ai contesti ambientali. I popoli  mediterranei, europei ed africani, tutti  ellenizzati e romanizzati  omogeneamente, compresi la Turchia, La Siria e il Libano, Israele e Palestina e   Giordania, sono culturalmente medievali, masse costruite fideisticamente, con una tradizione più  o meno secolare, più o meno forte, con punte massime in certi momenti storici, ma tutte accomunate e radicate con la religione:  i cattolici con la cultura medievale tridentina, gli ortodossi con  le strutture  bizantine foziane e i musulmani col puritanesimo islamico.

Ora  la cultura cristiana medievale  tridentina, come anche le altre forme, è  dogmatica, verticistica, aristocratica, antipopolare, nonostante la caritas che è  solo un’ espressione di  elemosina: le sue strutture strategiche  sono quelle dei sistemi  autoritari, antilibertari.

In tali sistemi la massa non è uscita ad adultismo, né mai lo potrà perché la Chiesa ha proposto e propone  classicamente solo modelli di santità diversi a seconda dei tempi  con una precisa alonatura, mediante uno specifico sistema  di acculturamento ( ora ripreso  dalle Tv  e dai Mass media in genere). La  massa dei fideles cristiani europei, non solo mediterranei, ha bisogno di imitare, di seguire exempla per un iter purificativo collettivo, non personale. Perciò la Chiesa propone  ancora itinera di santità flessibili, creando beati quelli che possono essere di esempio a porzioni di popolo.

Una tale  organizzazione, seguita per secoli,  lascia un condizionamento, quasi un marchio  che, per essere decondizionato e lavato,  ha bisogno, dopo la presa di coscienza  e il positivo orientamento, dello stesso tempo  più un terzo (per i cattolici 450 circa  più 150= 600 anni !??): sono perciò tempi lunghissimi, che nessuno di noi  vedrà e  e neppure i nostri figli e i figli dei  figli perché  sopravvive anche il sistema  condizionante  con altri uomini ed altre strutture, sempre imperante: le masse devono prima rompere   la formazione magmatica ed individualizzarsi  a gruppi per essere avviate,  a corpuscoli, o individualmente,  in relazione alla propria tipicità,  in senso positivo.

Comunque l’Italia attuale, al di là del lungo decondizionamento, – avendo toccato il fondo con l’esaltazione dei politici,  degli eroi della democrazia repubblicana, pagati, celebrati, alonati dall’opinione pubblica  e dalla  massa di semianalfabeti, dai mezzi di comunicazione, coscienti solo di un malessere generale, fatalisticamente accettato come fenomeno naturale, permesso da Dio- è caduta in piedi, miracolosamente ed è ripartita intronata, disorientata : al posto dei vecchi politici ci sono i  loro ex sostenitori, proteiformi managers, avvicendati dalle  lobby.

Il governo Amato è stato da una parte l’ultimo, dall’altra l’inizio di una conversione finanziaria , meglio di un’inversione continuata col ministero Ciampi, nella volontà di una rivalutazione del sistema  economico  svalutato, emblema  e segno visibile di uno sfascio  costituzionale politico di immense dimensioni.

La proposizione ad eroe nazionale, un po’ pazzo, un po’ serio, è iniziata con le picconate di Cossiga, che, specie, all’estero,  attaccava il sistema italiano, di cui era presidente e garante, mostrando la propria impotenza di fronte ad un regime  partitico clientelare e ad una organizzazione  mafiosa politico-religiosa.

Il grande picconatore sardo era  per il popolo  l’eroe, capace di smantellare  col suo protagonismo senile il regime della I Repubblica  di cui era stato grande elettore, protettore e gladiatore convinto.   Questa, comunque, non poteva cadere se non con la denuncia della  Banca Tedesca  che rilevava la debolezza della lira italiana e quindi affossava  l’economia e la millantata industrializzazione.

Nel giro di un paio di anni la lira  perdeva  1/3 del suo valore  sconvolgendo l’opinione  pubblica, producendo un trauma nella massa di risparmiatori, lentamente portati alla miseria  con l’abnorme tassazione.

La lezione impartita da parte germanica, già tesa alla riunificazione, l’emergere prepotente della figura di Bossi, nuovo eroe lombardo, nuovo  Alberto da Giussano contro i teutonici, ma anche nuovo longobardo  contro i Romani meridionali, determinano sconvolgimenti nei partiti, attriti,cadute di potere  tra cui trova spazio  l’azione di Mani pulite, di giudici, che dànno inizio a Tangentopoli.

Nel clima giuridico  s’impone per la sua popolarità  marcata di molisano  meridionale che diventa espressione di una volontà  di pulizia morale.

La massa, che vede Di Pietro nuovo S. Michele che attacca il drago  partitico  e che, incolume, vince, rimanendo immacolato, vota, però,  in un clima di palingenesi politica  e sociale per un altro eroe, Silvio Berlusconi.

La conflittualità tra l’eroe al potere, il presidente vincente – tradito da Bossi, boicottato da  Scalfaro, inquisito da Di Pietro (che fa il gran rifiuto teatralmente, uscendo in punta di piedi dalla scena politica!?), simbolo  del nuovo corso-e il mostro dell’opposizione, metà grifone cristiano, metà ateo caprone infernale,  è la nuova epopea, cantata con termini epici retoricamente elaborati da telegiornali nazionali.

La massa popolare, bestemmiando, segue  le solite peripezie,  i soliti salti,  e ribaltoni, i soliti giochi partitici  politici: niente è cambiato in Italia: il bizantinismo determina ancora la situazione caotica italiana germanica!.

Non saranno i Cossiga, i Bossi  i Berlusconi, i Di Pietro,  a cambiare l’Italia e a portarla in Europa e nel Mondo, nel posto primario  che le compete,  ma noi tutti, se conosceremo la nostra storia, se impareremo a leggere , se daremo  peso al nostro voto  garantiti da una nuova costituzione.

   Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico dei nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’autonomia personale, perché fiduciosi  nel progresso, ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e i politici degradati, uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano- uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia-.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano , europeo  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere anarchicamente, da soli,  senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

 

 

 

Frontone e gli Antonini

Da L’altra lingua l’altra storia (Demian, 1995), capitolo sesto L’altra Italia p.101: Abbiamo accettato di essere dei culturali e così ci siamo confinati  nella posizione, che ci  attribuivano coloro che si dichiaravano o consideravano se stessi dei politici (E. Vittorini, Menabo).

Ma, ora diciamo Basta! Siamo tutti politici !(Ibidem, La nuova Italia democratica del Duemila, p.122).

 

Ho sempre saputo che accanto alla domus giulio-claudia ci sono i migliori retori  ellenistici e ho proclamato giustamente Gaio Caligola sublime, interprete perfetto dell’ opera del Peri upsous, coeva.
Ho anche affermato che Flavi e Antonini con i loro letterati hanno combattuto una mostruosa battaglia diplomatica e propagandistica  impossibile contro la  grandiosità, eccezionalità,  superiorità della famiglia giulio-claudia  e contro il suo patrimonio culturale: ogni battaglia era persa. Solo la maldicenza aveva qualche risultato: la deformazione della figura di Tiberio, l’invenzione della pazzia di Caligola, della seminfermità  di Claudio, dell’istrionicità di Nerone potevano  alleggerire la sconfitta del confronto (Cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime,  Cattedrale 2008).

I letterati flavi, quelli antonini e quelli severiani, hanno tre modi diversi di  confrontarsi  e di paragonarsi, secondo, comunque, una  propria logica di consacrazione ufficiale,  in relazione ai rispettivi tempi di scrittura.

Cerchiamo, quindi, di fare un lavoro storico (e storiografico) serio, su queste tre famiglie  al fine di definire  oggettivamente, per quanto è possibile, secondo logica tuzioristica,  il reale apporto della domus giulio-claudia rispetto alla Res publica, nella situazione  successiva alla battaglia di Azio…

Il problema del passaggio dalla Costituzione repubblicana a quella  Augusta/monarchica  l’abbiano esaminato in tanti altri lavori   (Giudaismo romano, Caligola il sublime,  ecc) e lo abbiamo valutato come fenomeno necessario ed utile  anche per equiparare la cultura occidentale a quella orientale, secondo un progetto. realizzato prima da Giulio Cesare e  poi da Ottaviano Augusto…

I flavi, secondo noi,  sfruttano il soterismo orientale,  consacrando il numen di Vespasiano, come Serapide  in Egitto, che riporta definitivamente la pace dopo il fatale 69,  ripristinando   con le truppe di Tiberio Alessandro,  di  Gaio Muciano  e di Antonio Primo il kosmos, turbato dalla fine della casata giulio-claudia  e finito nel caos  di una lotta fratricida  tra Galba, Otone e Vitellio.

Il regnare  di Vespasiano e dei suoi figli, dopo la domus  augusta, non è  cosa facile: bisogna giustificare il diritto di successione al potere di una famiglia non fortunata, ma meritevole dell‘imperium per elezione divina.

Il ventisettennio flavio di regime (69-96 d. C.)  è  secondo la volontà degli dei, che hanno punito gli eccessi  della domus dominante e hanno premiato la domus sabina, conservatrice, occidentale, vincitrice della guerra giudaica e della guerra civile,   capace di riportare l’ordine e la pace in Occidente con gli eserciti orientali: è una coniuratio orientale opposta a quella occidentale di Ottaviano, come una rivincita antoniana ed egizia!

Negli  anni di guerra giudaica Vespasiano conosce il messianesimo,  secondo la musar aramaica, volgarizzata ed ellenizzata poi da Giuseppe figlio di Mattatia,  interprete, uomo di famiglia sommo sacerdotale da parte paterna  (Cfr. Bios) e asmoneo da parte materna, fatto prigioniero ad Iotapata, come comandante,  responsabile militare della Galilea.

Il Legatus romano apprende da lui  il valore del Messia, allora propagato in terra  giudaica   e mesopotamica   in una versione come venuta del Meshiah/ Christos  o in altra altra, tipica gerosolomitana,  come  suo ritorno/ parousia, vittorioso,  trionfale.

Giuseppe, pur formatosi aramaicamente  secondo il pensiero  degli esseni,  pur  seguace della setta farisaica  e dell’asceta  Banno, avendo già i germi dell’ellenizzazione sacerdotale propria dei sadducei,  filoromani, educati da oltre  due secoli alla paideia,  tradisce il messianesimo aramaico poiché ben conosce la superiorità militare romana ( cfr. Discorso di Agrippa II, Guer. Giud., II, 345-404)  mediante l’espediente sacerdotale della rivelazione e manifestazione del disegno divino: mentre i compagni  si uccidono, sacrificando la vita in nome del martirio  zelotico, lui, rabbi farisaico,  con un altro, si consegna ai romani e a Vespasiano, predicendo un ambiguo Khresmos, attualizzato, secondo un ermhneuma  personale,

Giuseppe  Flavio  in Guerra giudaica III, 401, infatti, scrive, rilevando l‘arcano divino:  su Kaisar, Ouespasiane, kai autokratoor, su kai pais o sos autos. Desmei  de me nun asphalesteron kai threi seautooi. Despoths  men gar ou monon emou su, Kaisar, alla  kai ghs kai thalasshs kai pantos  anthoopoon genous. Egoo d’epi  kai timoorian deomai phrouras meizonos ei kataskhediazoo kai theou./ tu, Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi ora legare  ancora più forte  e custodiscimi per te stesso, perché tu, o Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra,  del mare  e di tutto il genere degli uomini ed io chiedo di essere punito con una prigionia più rigorosa se sto scherzando anche con Dio.

Il sommo sacerdote, secondo V.  Ussani (Rendiconti  Pontificia Accademia  Archeologica,X 1934 p.157 sgg. e volume II p.665) nel fare la conta,  sbaglia  per ingannare i compagni di Iotapata, come risulta anche in Traduzione slava (cfr. Eisler).

Vespasiano è, dunque, l’eletto del theos di Israele, che ha un piano  divino e lo manifesta a Giuseppe, destinato al martirio,  in sogno, stanco della strage degli amici,  a cui dà virtù profetica: E’ un‘elezione doppia -quella dell’ermeneuta e quella del legatus neroniano- da parte del Theos upsistos/Shaddai, chresth/utile per l’universalismo romano e per  l’etnos giudaico, che deve accettare la superiorità militare  e  la nuova  oikonomia divina, che con la nike/vittoria  sancisce il diritto dei vincitori sui vinti, in una superiore imperscrutabile visione della storia.

Il legatus neroniano non deve credere di avere davanti un  aichmalooton/prigioniero, ma un aggelos /nunzio di cose maggiori /meizonoon,  in quanto inviato in anticipo da Dio / upo theou  propempomenos, conscio dell’applicazione della legge mosaica, che impone il martirio del comandante:  la notizia è un segreto per il  dux,   che  lo estende anche al figlio Tito e ad altri due ufficiali.

Si è nel mysterium, nell’ area sacrale di un’epiphania segreta!

Giuseppe,  prima della rivelazione, fa tre domande: 1. Mi mandi a Nerone?! 2.  Perché /Ti gar?   seguono nel testo puntini …  3. Quelli successori dopo Nerone resteranno fino a quando?/ oi meta Nerona mechri sou diadochoi menousin;

Il testo è corrotto ed incerta la posizione di  mechri sou, per cui non è facile stabilire  una reale datazione, possibile, se si pensa che subito dopo Iotapata,  Vespasiano trasferisce, dopo due giorni,  l’esercito a Tolemaide, dopo un’altra giornata di marcia  (solo 15 km dividono le due città!)  e si stabilisce a Cesarea  Marittima, dove arriva  a seguito di altri 3 o 4 giorni di marcia, essendo  le due località  abbastanza  distanti.

Al di là della precisa datazione della profezia,  avvenuta, comunque,  prima della morte di Nerone (8 giugno 68), forse quando Vespasiano è a Cesarea nel mese di luglio del 67 (Iotapata è presa dopo circa 47 giorni di assedio, il 1 Luglio!)  la notizia ha grande valore,  in quanto rivela quanto accade esattamente, due anni dopo,  il  1 luglio del 69, la consacrazione del dux ad autokratoor a Berito e  poi ad Antiochia.

Per il momento un dux, prudens, come Vespasiano, essendo la situazione incerta dopo la morte di Nerone, invia Tito  a rendere omaggio a Galba  per avere disposizioni sulla guerra in Giudea, accompagnato dal re Agrippa II e da sua sorella Berenice, con la quale già sembra convivere.

In Acaia i due sanno dell’uccisione di Galba (dopo soli sette mesi e sette giorni di regno), e dell’acclamazione a imperatore del suo rivale Otone su nomina dei pretoriani e quindi dell’elezione  successiva di Vitellio ad opera delle truppe germaniche.

Agrippa decide di proseguire perRoma, senza preoccuparsi del cambiamento intervenuto, mentre Tito,  richiamato dal padre, meglio informato sulla situazione da suo fratello, Flavio Sabino – che è a Roma come praefectus urbi dal 56 d.C. fino alla morte nel dicembre del 69  ad opera di Vitellio,  in modo quasi ininterrotto- torna in Siria e  lo raggiunge  a Cesarea, ancora incerto sulla accettazione della designazione imperiale dei militari  siriani e  giudaici.

I due, padre e figlio,  col loro consilium di legati,   decidono di sospendere le operazioni militari contro i Giudei, in attesa di conoscere  gli sviluppi della guerra civile a Roma.

Nonostante  la  reticenza/aposioophsis, Vespasiano, alla fine,   accetta l’elezione ad imperatore solo dopo la proclamazione  delle truppe di Egitto di  Giulio Tiberio Alessandro,  governatore  e figlio dell’alabarca  Giulio Alessandro,  concordi con quelle di Siria e con quelle di Mesia.

Il successivo trasferimento da Antiochia ad Alessandria, dopo aver spedito  in Italia, via terra, le truppe di Antonio Primo e  quelle di Muciano  contro Vitellio, è in relazione ad una logistica  impostazione militare, di supporto alla  guerra  civile tra Oriente ed Occidente, dopo la fine di Otone.

Conosciuta la  morte di  Vitellio a seguito della  sconfitta di Bedriaco nel dicembre del 69 e poi dei tafferugli, verificatisi  a Roma contro Flavio Sabino e Domiziano, suo figlio,  Vespasiano assume di fatto  il potere assoluto in Alessandria, intenzionato a  tornare a Roma agli inizi della primavera.

Dopo aver inviato Tito con nuove truppe alla conquista di Gerusalemme, veleggia per Roma,  dove entra i primi di maggio del 70,  poco prima della distruzione del Tempio.

Il Messia, dunque,  venuto dall’Oriente a salvare il mondo romano dalla catastrofe, ad invertire la rotta assolutistica neroniana, a riportare la libertas democratica, a ripristinare l’accordo tra potere regnante e senato,  è Vespasiano.

Flavio mostra con i fatti che  che Vespasiano è il redentore e pacificatore del mondo, non il Messia  proclamato dai saggi di Israele  (VI,312).

Si parla di un Khrhsmos amphibolos/ un’ambigua profezia,  trovata nelle sacre  scritture, che predice  la venuta di  uno proveniente dal paese giudaico,  destinato a comandare il mondo (arcsei  ths oikoumenhs).

Per Flavio, dunque, i suoi connazionali ebraici – che riferiscono tale notizia al messianesimo – si sbagliano perché il  Theos  ha stabilito nella sua  oikonomia  l’egemonia di Vespasiano, acclamato imperatore in  Oriente, riconosciuto ora in Occidente e stanziato a Roma.

Flavio giustifica la fuga del Dio verso Occidente  riprendendo l’idea del ritorno in Occidente di Dioniso con Ottaviano, collegando la  fortuna di Ottaviano, poi  Augusto, con quella di Vespasiano Soothr.

Egli rettifica che l’adventus augusti, cioè di un imperatore, riferito a Vespasiano,  è voluto da Dio , che ha eletto  Roma come sede, destinando alla distruzione il tempio di Gerusalemme, non più suo luogo sacro e   l’abbandono   definitivo  della stirpe giudaica,  non più erede, essendosi scambiato il cleronomos: Esaù (il pagano) e non Giacobbe/Irael (il vedente)  è il legittimo erede! Roma è la nuova Gerusalemme!

L’opera del Regime  di Giuseppe Flavio, (Guerra Giudaica, in 7 libri), pubblicata nel 74,  è come un manifesto del  governo legittimo in contrapposizione a quanti interpretano male la profezia.  portando a rovina e allo sterminio la loro patria: la  sua opera tende a mostrare come Roma sia  l’ eletta al dominio universale e che la domus Flavia   è la depositaria del Cleronomos.

L’astuto sacerdote, tradendo, è cosciente  di ciò  che vuole  dimostrare  in senso  giudaico-ellenistico, avendo intenzione di comunicare anche a giudei romani quanto già scritto in aramaico per i barbari mesopotamici  ebraici senza la retorica greca, solo secondo acribeia e ricerca dell’alhtheia: suo skopos iniziale  è collaborare  per salvare il salvabile – così da impedire  la distruzione del tempio,  bollare la stoltezza correligionaria (prefazione Guerra Giud., I, 1-3;  VII,455)- e poi per accettare la volontà divina di abbandonare il popolo eletto definitivamente.

In effetti Giuseppe di  Mattatia  non è il profeta  -lo è  Johanan ben Zaccai, fuggito da Gerusalemme,  il cui vaticinio come venuta o  ritorno del Signore è collegabile con  l’attesa dei cristiani poi di Antiochia -.

Giuseppe, ora divenuto  liberto Flavio, invece, si fa  garante del vaticinio riferito pubblicamente dopo  solo il 1 luglio  del 69, essendo desideroso di esaltare la grandezza dell‘imperator  e il suo orgoglio patriottico nazionalistico in una volontà di rispetto per la verità storica, in opposizione alla storiografia greca,  biasimata perché genere misto  di retorica e poesia (Contra Apionem, 1,26 sgg.),  teso all‘effetto (logoon dunamis).

E’ chiaro che gli storici successivi, Tacito  (Historiae I,10,3, II,1,2,  V 13,2) e anche  Svetonio  (Vespasiano, 4-9 ed infine  Cassio Dione, St.Rom.,  LXXVI,1,4) dipendono in gran parte  da Flavio.

La domus flavia è stata  mostrata, dunque, in Guerra giudaica come  una dinastia  plebea,  sabina, proveniente da Cotilia, rispetto  a quella popularis cesariana e claudia aristocratica,  che ha un gravis dux di 60 anni e due giovani di grande avvenire, come  Tito e Domiziano, nota come  rispettosa  del senato e della sua auctoritas  tradizionale, in linea con le  rivendicazioni  precedenti  d’epoca caligoliana e poi  neroniana, contraria all’assolutismo imperiale.

Il momento flavio risulta  una rivalutazione in senso  senatorio e sembra dare  rilievo  al ceto equestre, determinando una rivoluzione  nel sistema di rapporto tra corte e cittadino.

La corte  premia lo scrittore, servile, lo promuove nelle cariche amministrative, che diventa segretario, distinto a seconda delle funzioni svolte …

L’indirizzo flavio,  favorevole al ceto equestre,  determina uno stravolgimento della stessa storiografia in quanto  vengono fuori  funzionari amministrativi e militari nuovi con un ampliamento di potere a scapito della classe senatoria aristocratica, detentrice, fino ad allora, del potere della storiografia, annalistica.

Perciò i flavi, sfruttando il filone  della valutazione negativa della domus dominante, dopo il saccheggio degli archivi giulio-claudi,  inclinano a riportare in auge i letterati che rimpiangono la Libertas democratica, specie nella trattazione del tema delle guerre civili: viene fatta una revisione con soppressione dei testi filogiulio-claudi e  con esaltazione di quelli  ostili repubblicani, che denigrano ogni figura imperiale, esaminata nel suo  tipico aspetto negativo, ad eccezione di  Giulio Cesare e di Giulio Cesare Ottaviano Augusto.   Vengono amplificate  e propagandate le spintrie di Tiberio e le pazzie di Caligola, derisi la mente svampita e  il vizio del gioco di Claudio, la teatralità tragica di Nerone col matricidio e uxoricidio, con l’incendio di Roma.

Nonostante la parodia della domus, le predizioni di un futuro regno in Gerusalemme (nonnulli nominatim  regnum Hierosolymorum. Svetonio, Nerone, XI),  Nerone  è l’incubo dei flavi ( Svetonio, Nerone LVII e Domiziano, XIV) perché presente nella memoria popolare – che lo  crede vivo- tanto che Domiziano, avendo timori di congiure,  fa uccidere il segretario Epafrodito considerato  in adipiscenda morte  manu eius adiutus , aiutante con le proprie mani a dare la morte all’imperatore, come  reo di lesa maestà!

In questo clima revisionistico Aulo Cremuzio Cordo è il simbolo dell’opposizione alla domus Giulio Claudia, magistralmente ripreso come denuncia di orientamento senatorio  da parte di Tacito.

Gli annales di Cordo,  suicida, processato e condannato sotto Tiberio ad opera di Elio  Seiano, sono una dimostrazione del  sentimento repubblicano, che inneggiano all’ultimo  dei Repubblicani, Cassio, e alla morte di Cicerone.

Eppure, anche se conservati per breve tempo sotto Caligola,  non ci sono tramandati  come  esempio di storiografia repubblicana, perché non utili ai fini flavi ed antonini.

I Flavi riprendono e tramandono invece  la parabola  della vita umana di Seneca il Vecchio scrittore di Historiae (Ab initio bellorum civilium)  che, dopo aver mostrato l’inizio regale di Roma come infanzia e puerizia sotto i re,  l’adolescenza nel periodo della prima repubblica  mostra la  sua maggiore età, erudita,  al momento del preferire l’obbedienza  più alle leggi che ai re. Si fa l’elogio della maturità repubblicana secondo la stesse direttive di  Panezio e di Polibio nell’epoca della  conquista mediterranea,  mentre si condannano le divisioni e  le guerre civili del periodo graccano, poi  di Mario e  di Silla, di Cesare e Pompeo e di Ottaviano ed Antonio,  e si rilevano il logorio e lo sfinimento senile delle genuine forze  repubblicane.

Il sorgere dell’impero è considerato  momento di  senile  decadenza in quanto lo stato, indebolito, non sa reggersi da solo ma ha bisogno di  regnanti.

Da qui la  sottesa denuncia politica  di Seneca padre,  del rimpianto della libertà sotto il  principato  di Augusto, Tiberio e Caligola, contrassegnato da violente congiure, tipiche  dell’animus aristocratico.

Non è da escludere un antimperialismo  in Fenestella (autore di Annales ) e  in  Aufidio Basso, le cui Historiae, nonostante l’epicureismo, presentano venature di pensiero filosenatorio…

La coscienza di Roma caput mundi,  divina, implicita in questi scrittori repubblicani,  risulta un’accusa contro i giulio-claudi che, invece, hanno seguito l’indirizzo della basileia ellenistica e hanno divinizzato il princeps al fine  di uniformare ed assimilare l’autokrator dotato di potestas tribunitia e dell’exousia/Imperium  proconsulare  con l’assolutismo regio orientale di Diodoro Siculo e di Dionisio di Alicarnasso,  Nicola di Damasco,  che preferiscono il modello seleucide  e  lagide.

I flavi,  inoltre, dando rilievo a  questa letteratura di opposizione  conservano, comunque,  quella  che,  pur censurata, è in voga nel periodo Giulio-claudio (Velleio Patercolo, Valerio Massimo  e Pompeo Trogo)…

Infine i flavi  riprendono le monografie  di  Lucio Vitellio e di Domizio   Corbulone e sviluppano le biografie  di Seneca per il padre e  di Plinio il vecchio per l’amico Pomponio Secondo,  in cui è palese una volontà senatoria di rendere sacra la  memoria dei martiri della libertà repubblicana (Catone uticense, Trasea Peto, Elvidio Prisco), in una celebrazione degli esitus illustrium virorum.

Perfino inglobano i memorialisti e gli automemorialisti della casata Giulio-claudia, come Tiberio, Claudio,  Agrippina Minor per rilevarne i difetti dalla loro rappresentazione stessa di vita quotidiana, in relazione agli interessi economici, alla geografia del Kosmos romano e alla loro testimonianza diretta, biasimata.

Giuseppe Flavio è  un giudeo ellenizzato,  che sintetizza tutto questo fenomeno letterario in  Guerra giudaica, opera utile inizialmente per il principato

Se i flavi  combattono una battaglia contro la precedente dinastia, per avere consensus popolare, senza riuscirci –  Nerone è creduto  ancora vivo e pronto a riprendere il potere e le fonti dicono che ricompare varie volte  in epoca flavia- , gli antonini,  dopo essersi opposti a Domiziano – congiunto col despoths divino Caligola e con lo stesso Nerone- iniziano una propaganda basata sulla omissione  di dati in senso stilistico frontoniano, in una condanna dell’ultimo Domiziano, connessa con l’opera di Antichità Giudaica e Bios e Contro Apione dello stesso autore giudaico, che cambia registro ed inclina verso un’altra revisione storica,  che confluisce nel filone  della scuola di Frontone, tipica della seconda sofistica, risultando, da una parte, apologia dell’antichità  giudaica e, da un’altra ricerca del ruolo  elitario nel Kosmos romano dell’ esautorato sacerdozio ebraico

Domiziano, seguendo l’esempio caligoliano dei procuratores e trascurando i patres, avidi amministratori, ripristina  il ministero del fisco (a rationibus) –  assumendo prima Claudio poi Fortunato Attico e registrando le finanze – quello ab epistulis  della corrispondenza epistolare, affidato a Titinio Capitone, un vero segretario con funzioni politiche  sia estere che interne, quello  a cognitionibus  con un incaricato ai processi, quello a libellis (Entello) utile per le petizioni, quello a studiis per la cura degli archivi.

Domiziano rimane ambiguo a lungo  con l’utilizzo, sporadico, del senato, destituito nei suoi poteri,  fino al 94, mantenuta attiva  la tassa annua di due dracme  come fiscus iudaicus, per i giudei e per giudeo-cristiani  e per i timorati della legge, condannati a morte  Flavio Clemente, suo cugino,  ed Acilio Glabione, ex console,  inclini  a seguire  costumi ebraici, esiliando avversari e filosofi…

L’opera di Giuseppe Flavio diventa così emblematica del nuovo corso  storico in cui tacere è una norma per non parlare  del presente, poi sfruttata dai frontoniani, mentre si esalta l’elitarismo  sacerdotale che,  pur sconfitto,  cerca di mantenere intatto il suo sacro  prestigio.

Il non parlare, come omissione sottesa e voluta,  diventa silenzio sulla politica in quanto esemplare deterrente, non degno di imitazione,  per un Plutarco  che, pur lodando la grande natura/Megalopsuchia del soggetto, caratterizza il personaggio, controverso e passionale, nella parabola del declino morale, oggetto di odio e di amore.

D’altra parte  Svetonio e Tacito, mettendo in contrasto la magnanimità, registrata come immoderata, con l’ars  hanno due comportamenti nei confronti delle opere,  rimanendo legati più o meno a Plinio il giovane…

Svetonio, poi, collegato con Septicio Claro, prefetto del pretorio cade in disgrazia (Historia Augusta . Sparziano, Hadrianus ,11,3 Septicio  Claro praefecto praetorio et Suetonio Tranquillo  epistularum a magistro multisque aliiis – a studiis et a bybliotechis- quod apud Sabinam  uxorem in usu eius familiarius  se tunc egerant, quam reverentia  domus aulicae  postulabat,  successores dedit- Adrianus -), ma la sua opera rimane filoantonina…

Ci sembra che E. Cizek  (Structures et Idéologie dans le vies des douze Césars de Suetone, Bucarest -Paris  1977, p.178) abbia colto il reale senso della  storiografia svetoniana e quella di opposizione degli antonini, rilevata   in un  bibliotecario, ducenarius,( ben pagato)  raccomandato da Plinio il giovane,  a cui non piace il sistema giulio-claudio e che ha ripugnanza delle personalità di Caligola e di Nerone  e  non ha cuore  il modello di principato da essi  esaltato, contrastante col senato.

Infatti Svetonio  segue la direzione del senato e della concordia ordinum  come adesione alle tendenze moderate  dei senatori, da un lato, e dei cavalieri dall’altro, realizzabili e compatibili nel quadro di una monarchia  moderata.

Ne consegue che  Svetonio, nonostante la sua ammirazione per le theorie politiche ciceroniane, vedendo il principato di Domiziano, secondo l’impostazione divina caligoliana e neroniana, diventa fautore di una monarchia rinsaldata, che, senza  curare la libertas , si mostra attenta a non ledere i diritti  e gli interessi dei senatori, specie conservatori.

Tacito va oltre lo sforzo politico culturale della tradizione senatoria in quanto, rilevato il cambio di fisionomia senatorio, costituito prevalentemente da esponenti della borghesia italica e provinciale (specie gallo-ispana ed africana), aliena dalle esibizioni di grandiosità e stravaganze precedenti ed ancorata invece ad ideali di  austerità e moralità, ben disposta  a collaborare col principato, non più ferocemente autocratico, dopo la parentesi dell’ultimo  Domiziano, si uniforma  al gusto  letterario della corte imperiale, che detta le norme in quanto unico centro reale di  di elaborazione  culturale.  Tacito  è l’emblema  di una corte burocratizzata  dalla presenza nei ruoli chiave  amministrativi  di personaggi dell’ordine equestre  e di funzionari tecnici, già collaboratori flavi, la cui politica è mantenuta anche sotto i primi antonini: perseguitare i filosofi ancora legata alla libertas  e favorire una letteratura  classicistica, politicamente neutrale (come quella di Plinio il vecchio e di Quintiliano), assicurando prosperità economica e  tranquillità interna.

Traiano appare il garante di tale politica, e, anche se governa in maniera monarchica, si mostra come princeps nei rapporti col senato tanto che al momento dell’ ascesa di Adriano, non esiste opposizione interna, anche perché nessuno, se non i funzionari di corte  conoscono esattamente gli esiti della  politica estera,  delle imprese militari, tutte alonate secondo la propaganda  africana antonina, asiatica

Bisogna anche marcare il fatto di una massificazione della letteratura  sotto la nuova sofistica e rilevare come la società  benestante  sia consumatrice di prodotti  letterari, tramite romanzi,  letture di poesie e tramite le recitationes nei cenacoli, specie di Roma e delle metropoli dell’impero,  insomma, fare un punto sul fenomeno di una letteratura di intrattenimento…

Il fenomeno di dare munera  come cariche amministrative e militari è tipico degli Antonini e poi anche dei Severi ed è congiunto con il panegirico del sovrano, giusto come amministratore, perfetto ed invincibile come dux, divino e paterno in ogni azione…

I nuovi sofisti imitano il modello di  Frontone, che comunque, non vuole creare una metodologia  sull’eloquenza, ma piuttosto aver rilievo su propri  discepoli, che non sono solo rhetores  eloquenti ma sono governatori e perfino imperatori.

D’altra parte anche lui fa carriera politica (triumviro capitale, questore in Sicilia, edile della plebe e pretore, consul suffectus e proconsole -nominale-di Asia),  sfruttando anche  il panegyrikos ,(panegyris  vale adunanza popolare  festiva) – il logos  tenuto di fronte all’okhlos per celebrare la iustitia e il merito del sovrano-, come ogni altro sofista dell’epoca latino e greco, come Apuleio  che,  però, ha carica municipale a Cartagine, come Erode Attico che è consul designatus nel 143 ed altri.

Secondo noi Frontone,  come uomo e come oratore, essendo molto legato alla parola,  ha perfettamente coscienza della sottensione nel significante non solo di significato ma anche della referenza,   avendo una vera e propria area di significazione in un ben preciso  contesto, in una proiezione  semantica, connessa con la reale  pratica di vita, in specifica situazione: è un linguista ante litteram, nonostante l’accentuata enfasi e  il sofisticato gioco retorico.

Frontone non è un letterato che gioca, comunque,  retoricamente col termine,  vuoto, ma ha significato come sostanza concettuale e res, in quanto pratica concreta di vita, essendo  il primo  tra i latini a rilevare il rapporto profondo tra res e verba  e a privilegiare il factum come  verum, gli acta  come sicure parole.

Si tenga presente che la formazione letteraria e culturale di Frontone  avviene in Alessandria,  dove si fa esercizio retorico tecnico sia sul valore reale che su quello esegetico del testo greco di Omero!

Ad Alessandria  lo scrittore completa i suoi studi  tanto che, quando si trasferisce nei primi anni dell’impero di Adriano a Roma,  diventa subito il più celebre avvocato ed oratore, un maestro di eloquenza capace di comprare  i  costosissimi Giardini di Mecenate  ed è notato  nel 138 dall’imperatore – che gli affida  M. Annio Vero,  futuro Marco Aurelio-, e  nel 143  da Antonino il Pio, che gli dà l’incarico di precettore di L. Ceonio Commodo, il futuro Lucio Vero.

Egli risulta l‘artefice di una nuova retorica che deve sorprendere il lettore-ascoltatore, attraverso l’inatteso, attirare l’interlocutore allibito  e vinto dall’ars  del maestro, che è seguito ed amato.

Nessun discepolo  invidia il maestro, che sa amabilmente mostrare i signa del suo insegnamento, tecnico, frutto di molto lavoro, che si traduce  in opus  sulla base di precisi acta, di cui i verba sono come vessilli /Vexilla indicatori, bandiere da seguire ed amare, come il vessillifero.

La nuova arte oratoria, comunque,  non è  un prodotto popularis ma è  una teknh rivolta ad un pubblico dotto, capace di intendere i riferimenti letterari e arcaici del retore che la pratica, abile a suscitare ekplessis e a commuovere e portare all’empatheia.

L‘uso proprio dei termini,  la perizia nella strutturazione tecnica  della frase, il ricorso ai lemmi arcaici, ben esaminati nella loro radice ellenica  o latina, grazie all’abilità etimologica e filologica, sono segni di una accurata ricerca dell’ enunciato comunicativo, formulato dopo lungo studio, in modo funzionale perfetto in ogni singola parte,  al fine di sorprendere l’altro e di attirarlo non solo al proprio pensiero ma  al rispetto reciproco e all’amore, tramite una reale reciproca comunicazione tra paritari, che possono stabilire un rapporto comune   di vita.

Il verbum è vitale, la parola è viva, verbum è factum:  con Frontone  si è operata la sintesi di parola-opera, di logos- praxis!

La scuola frontoniana  equivale a principato elettivo, a classe dirigente imperiale, ad un cenacolo imperante, senza l’equivoco della parola e  senza l’invidia popularis: Frontone è la tromba imperiale. o meglio l’eloquenza è la tromba dell’imperatore. 

E’ questo il miracolo antonino e frontoniano!

Cerchiamo di capire  leggendo l’epistolario libro II, 1-30  con le  risposte del discepolo Lucio Vero, impegnato nell’impresa  parthica, tenendo presente che Frontone vuole mostrare la funzionalità dell’eloquenza e del suo metodo, e la validità del principato antonino, evidenziando la sua perizia nell’esercizio e  la sua professionalità  di formatore ed implicitamente facendo il panegirico della sua ars e di sé uomo ed artista, cortigiano.

Frontone, dopo un incipit tipico della reticenza cortigiana, dice: penserai  forse che io elogi ora le tue virtù belliche, le tue imprese e i tuoi piani militari. A questi fatti, per quanto bellissimi, ottimi ed importantissimi  verso lo stato e l’impero del popolo romano, io nel godere di imprese tanto grandi, prendo quella parte di letizia che spetta a me come agli altri. Invece dalla tua  eloquenza, che tu mostrasti  nelle lettere scritte al senato  io, hic/ qui, traggo il mio trionfo.

Lo scrittore partecipa alle imprese come ogni altro uomo,  prendendo quella  porzione di piacere propria di ogni romano, ma ha coscienza di trionfare  proprio per le lettere scritte al senato secondo  la sua precettistica di eloquenza, convinto  di aver ricevuto (anadiplosi di recepi) e di aver e tenere (habeo et teneo) omnem abs te  cumulatam  parem gratiam  (iperbato) una ricompensa adeguata da te e sovrabbondante tanto da poter uscire di vita  con gioia  avendo percepito un prezzo grande per l’opera  avendo lasciato un gran monumento ad eterna gloria personalemagno operae meae pretio percepto magnoque monumento ad aeternam gloriam  relicto-.

Si rilevi la struttura  dei due ablativi assoluti, disposti secondo parallelismo simmetrico, in iperbato,  con anadiplosi di magno con variante nel primo membro  di pretio,  anticipato da operae mae, e nel secondo membro ad aeternam gloriam, posticipato  rispetto a monumento!.

La conclusione, dopo aver evidenziato la sua gratitudine personale e il suo trionfo, serve a mostrare ulteriormente la sua funzione magistrale  resa chiaramente con la positio princeps  di magistrum   separato da tuum dal me,  in un collegamento dell’io  e  tu (poliptoto sotteso  di tuum) con anafora di aut  in quanto tutti sanno o  pensano o credono a voi: tutto è sempre al suo giusto posto, secondo  regola e secondo  verità conformemente alla morale del  principato antonino!.

Frontone, anche  se il testo è mutilo, sembra  mostrare che  come rhetor  abbia insegnato,  cogliendo il fiore della sapienza (carpo florem sapientiae) in quanto vestigator atque indagator  atque exercitator per Lucio Vero, che segue col fratello l’eloquenza,  con cui domina i sudditi, servendosi della lecsitheeria/ caccia alla parola.

Il retore mostra, poi, che ai figli dei re  è destinato dal grembo materno il potere  in quanto  ottengono l’impero per mano della levatrice (opstetricis manu imperium adipiscuntur cfr. ibidem. 5) volendo significare  che la monarchia  ereditaria (quella arcaica romana, quella giulio-claudia e quella flavia) trasmette il trono in relazione al locus paternus   o alla fortuna secondo il nitrito dei cavalli (Dario  tra i Persiani ), o il volo degli avvoltoi ( Romolo e Remo tra i cives arcaici).

Nel principato elettivo, invece, anche se  il potere può essere tolto con inganni e congiure  e  quindi trasferito, l‘eloquenza, come base formativa,  rimane  e non può essere trasferita  ad altri.

Infatti il retore aggiunge che  il potere antonino è adottivo ed ha la tromba come vessillo  in quanto Dio  tonante come Zeus  affinché col fragore delle nubi e col rombo delle tempeste,  quali voci divineprotegga dal disprezzo  il suo altissimo impero (ibidem 11) e poi ne  tesse le lodi, in un’assimilazione dell‘imperator con l’eloquenza:  igitur  si verum imperatorem generis humani  quaeritis, eloquentia vestra  imperat, eloquentia  mentibus dominatur: ea metum incutit, amorem conciliat,  industriam excitat, inpudentiam  extinguit, virtutem cohortatur, vitia confutat, suadet, mulcet, docet, consolatur.(ibidem 12)

Ora, per Frontone, Marco Aurelio e Lucio Vero devono  omettere eloquentiam ed imperare  con la tromba,  devono cioè conquistare l’Armenia  e  fare la guerra parthica.

Come propagandare la guerra parthica?!

Per prima cosa fare la situazione, poi capire  il problema, infine intervenire militarmente  in modo da  avere una soluzione definitiva, oscurando i meriti di ogni precedente condottiero e tacendo di quelli, che recentemente hanno fatto l’impresa.

Perciò  Frontone, che pur ha scritto De bello parthico, commissionatogli da  Lucio Vero, capito qual è  il problema, sottende ogni antefatto, consapevole che, se i romani fossero   rimasti fermi alle imprese di Lucullo e Pompeo  ed avessero posto il confine all’Eufrate, la Parthia non sarebbe stato un problema in quanto la monarchia arsacide,  lacerata al  suo interno da  un assetto feudale, perché confederazione di stati  autonomi  retti dal re dei re- alla cui morte  avvengono periodicamente stragi di pretendenti in relazione al costituirsi di fazioni- si  sarebbe gradualmente, naturalmente  estinta.

Certamente sa che la volontà di conquista militare di Licinio Crasso -che  pensa alla ricchezza delle vie per la Cina e per l’India -e la sua sconfitta a Carre hanno determinato una reazione  nazionalistica,  diventata  quasi un puntiglio militaristico da parte del Senato, desideroso di affermare la supremazia militare in Oriente, grazie anche al dominio  navale di gran parte del Mediterraneo.

Perciò, non gli sono sconosciuti  i piani di invasione di Cesare  prima e quelli di Antonio che, in più riprese, compie un’impresa fortunata  tramite  il legatus Ventidio Basso e le altre due  direttamente, con alterne vicende, cercando di imporre  i diritti del militarismo ai Parthi, che si difendono, avendo anche loro una tradizione militare,  forgiatasi nel lungo periodo di lotte antiseleucidi.

Non ignora che il fenomeno parthico è fuso con quello giudaico, in quanto  gli ebrei hanno una consanguineità etnica  e una stessa lingua aramaica, comune con i parthi transeufrasici: attaccare la Parthia significa essere in guerra con i Giudei, che sono ambigui in relazione ad una pars aramaica e ad una  filoromano-ellenistica mediterranea!.

Sa bene che i giulio-claudi, che conoscono  la situazione  e la  zona  oltre l’Eufrate, fanno una politica  di diplomazia,  basata su trattati, accontentandosi di avere ostaggi, sicuri della lenta e progressiva  fine stessa dell’impero parthico.

Su tutta questa intrigata situazione Frontone  tace   e rileva  non giustamente  la mancanza  di una propaganda   effettiva in Roma repubblicana, connessa con un commendator capace di fare propagazione culturale  tanto da  sminuire l’impresa di Ventidio Basso vincitore a Gindaro nel 38 a.C. ( cfr. Erode Basileus ), il cui trionfo  ha bisogno di un’orazione di Sallustio, presa in prestito e di un   Cocceio Nerva, un poeta elegiaco, neoterico, che  commendavit  facta in senatu verbis rogaticiis raccomandò in senato le imprese con parole raccogliticce, come  voti raccolti da un rogator/ scrutatore. 

Frontone  per magnificare la sua epoca sminuisce l’eloquenza di epoca ciceroniana repubblicana nel corso del Trionfo del legatus piceno, tacendo  circa la grande cultura alessandrina cesariana!

Sa, quindi, che l’uso è alessandrino e che già esiste un apparato cesariano che poi sarà ottavianeo ed antoniano  proprio dei populares!

Frontone tace, ma conosce il significato e il valore della propaganda augusta/sebasth, di cui  non parla  poiché è desideroso  di esaltare l’eloquenza della sua epoca.

Secondo il retore, dopo il passaggio dalle magistrature  annuali a Cesare e poi ad Ottaviano e a Tiberio, lo stato non ha avuto uomini capaci di eloquio degni di un imperator!.

Infatti Tiberio ne conservò qualche residuo ormai languente, però,  e in via di estinzione/ non nihil  reliquiarium iam et vietarum et tabescentium … superfuisse (ibidem 13). Gli imperatori che  seguirono  fino a Vespasiano non furono meno spregevoli  per le parole  di quanto fossero disgustosi  per costumi e deprecabili  per i delitti (ibidem).

Frontone si chiedenon avevano imparato (non dedicerant)  l’eloquio, ergo, cur imperabant? / dunque, perché comandavano?

Sembra dire che non si possa comandare coi gesti come gli attori (ut istriones) né a cenni  come i muti (ut muti) né per interprete come i barbari (ut barbari)! Per lui  non sono imperatores quelli che non sanno parlare con parole proprie!

L’ oratore aggiunge:  Gli imperatori romani  fino a Cocceio Nerva, che adotta Traiano, non sono in grado di rivolgersi con un discorso al popolo o al senato,  né  di comporre un editto, né un’epistola con parole proprie  Frontone, precisando i termini  impero – che non esprime solo potere ma anche comando, in quanto la forza dell’autorità si esercita comandando e vietando -ed imperatore  – che è chi sa elogiare il ben fatto e biasimare il mal fatto e sa esortare al valore e distogliere dall’errore- conclude il suo discorso dimostrando che gli imperatores, che delirano in preda ad una malattia e che  comandano  con parole non proprie, sono flauti, muti, se non c’è il fiato di un altro.

Così si ragiona in epoca antonina!

Seguiamo  (per capire meglio) il parlare di Lucio Vero che chiede al suo maestro  di scrivere storia  secondo metodo,  sul De bello Parthico   anche se noi sappiamo che l’imperatore nella sua  richiesta  segue lo schema  della lettera di Cicerone a Lucceio (Ad familiares 5,12)  e   della lettera di Plinio a Tacito (7,33).

Lucio Vero ha la stessa coscienz  nei confronti di Frontone,  di  quella che ha Plinio verso Tacito, convinto di presagire che le Storie del maestro saranno immortali (historias tuas immortales futuras).

Dunque, l’imperatore parla dapprima della documentazione da inviare al maestro per farlo entrare in merito al problema, necessaria,  comprese le sue disposizioni e le pitture  e il suo diario  sui costumi  degli uomini e sui sentimenti/ mores hominum et sensum eorum,  insomma, tutto il materiale  consistente in un fregio  continuo su un volumen  che si srotola a mò di colonna coclide, con  mappe topografiche.

L’imperatore,  dopo aver precisato di non trascurare le sue orazioni al senato, le arringhe ai soldati e i colloqui coi barbari /sermones cum barbarisservilmente, aggiunge:  quod si me quoque voles aliquem commentarium  facere, designa mihi qualem velis  faciam et, ut iubes, faciam/che se vorrai anche che io faccio un diario,  dimmi cosa vuoi che io faccia ed io farò come comandi!  

Inoltre dice,  scusandosi  di passargli avanti, mentre mostra i suoi effettivi desideri: una sola cosa voglio, non certo insegnare, io discepolo al mio maestro, ma suggerire al tuo giudizio. Fermati a lungo sulle cause  e sui primi episodi di guerra ed anche su ciò che in nostra assenza è stato fatto male / unam rem volo, non quidem demonstrare  discipulus magistro, sed existimandum dare. Circa causas ed initia belli  diu commoraberis  etiam  ea que  nobis absentibus male gesta sunt.

Aggiunge:arriverai senza fretta a trattare delle mie imprese. Ritengo necessario inoltre che risulti chiaro come i Parthi, prima del mio arrivo ci fossero superiori, in modo che sia ben evidente  ciò che io ho fatto/Tarde ad nostra venies. Porro necessarium puto quanto ante  meum adventum superiores Parthi fuerint, dilucere ut  quantum nos egerimus appareat.

Conclude, portando l’esempio di Tucidide: vedrai tu stesso che sia  opportuno condensare, come fece Tucidide per le vicende dei cinquanta anni, anche se dovrai rifarti un pò indietro, senza però dare a quei fatti  l’ampiezza che darai ai miei/An igitur debeas, quo modo penthkontaetian Thoukudidhs  explicuit, illa  omnia corripere,  an vero paulo altius dicere, nec tamen ita ut mox nostra dispandere, ipse despicies. 

In definitiva l’ imperatore dice al suo maestro, alternando l’io  privato al noi imperiale: insumma meae res gestae  tantae  sunt, quantae sunt scilicet, quoiquoi modi sunt, tantae autem videbuntur, quantas tu eas videri voles/ insomma le mie imprese  sono naturalmente  quel che sono, di qualunque entità siano, però, appariranno  grandi quanto tu vorrai che appaiano.

Quanta potenza la scrittura di Frontone ha nel II secolo! quanto valore ha la cultura letteraria!.

Cambia la storia!?

La campagna parthica  di Traiano prima e quella di  Lucio Vero, non  s certamente superiore a quella di  Antonio (e del Legatus Ventidio Basso),  risultano invece un trionfo, perfino la ritirata di Quieto ed Adriano -che salvarono il salvabile, quando l’imperatore era malato e destinato a morte-  un’impresa eccezionale  la conquista di Ctesifonte e della vicina Seleucia, essendo taciuti i retroscena, i morti, le disavventure, i tradimenti. le tragedie militari,  gli incendi!

La cultura di corte propaganda univocamente quanto è necessario per il buon nome di Roma e del suo imperatore, magnificati  quando si vince una scaramuccia, messo sotto silenzio quanto  di negativo accada!.

ll  II secolo  è davvero il secolo della mistificazione ed amplificazione,  della manipolazione di fatti e del silenzio del dissenso, mentre le arti, concordi, celebrano ognuna secondo i propri canoni, la grandezza imperiale antonina! ( Cfr E .Havelock e J.Hershbell, Arte e comunicazione nel mondo antico, Laterza 1981).

La celebrazione ufficiale, con riti  protocollari, si ripercuote sui viaggi degli imperatori, seguiti da folle immense festanti  che acclamano e che propagandano il nomen imperiale, sublimato.

Il viaggio di Lucio Vero, che  assume il comando dell’Impresa Parthica  nel 162  e poi il suo stanziamento ad Antiochia  con gli spostamenti a Laodicea e a Dafne,  a primavera e in estate,  è trionfale in ogni porto, in ogni città,  in cui si giunge, come anche quello di Marco Aurelio lungo le strade d’Italia, per arrivare a Brindisi con Faustina e la figlia Lucilla, che deve raggiungere il suo sposo ad Efeso.

Un evento memoriale è il matrimonio ad Efeso,  all’arrivo di Lucilla   che si sposa con Lucio Vero, anche lui giunto col suo corteo principesco.

Eppure siamo nel clima di una campagna militare, condotta per legatos , il cui dux subito  risulta vincitore in Armenia e prende il titolo di Armeniacus , dopo la presa di Artaxata e l’insediamento del nuovo re della zona, Giulio Soemo, ex console romano, di origine forse giudaica, costretto in quanto tributario, al vettovagliamento e alle spese di  viaggio dell’esercito diretto verso la Parthia  prima e poi verso la Media.

E’ facile la manipolazione delle notizie nel secondo secolo, essendo unico il centro di  diffusione, quello intorno al Princeps, costituito da una corte viaggiante, fastosa e dai monumenti disseminati  nell’impero (come quelli di Gerasa, ricostruita da Adriano  con teatro, ippodromo,  con la piazza ovale, colonnata  ecc.)

Frontone può giocare sulle notizie  del governatore di Cappadocia, Sedacio Severiano, suicida dopo la sconfitta subita  dai Parthi, che mettono in fuga anche il governatore di Siria.

Lucio Vero, uomo prestante,  raffinato e dissoluto, secondo la Historia Augusta, non  si sposta dalla Siria e riceve solo notizie dell’andamento della spedizione  ben condotta Avidio Cassio, dux dell III legione gallica,  che penetra in Mesopotamia e giunge fino a Ctesifonte  e a Seleucia, città poste sulle  due  sponde del Tigri  e le brucia, determinando  reazioni militari incontrollabili e  una peste  che sconvolgerà per anni  la regione.

Lucio Vero,  ogni mese,  ha  relazioni sulla situazione da corrieri  che informano, mostrando anche le carte che segnalano  il cammino dell’esercito e del  dux , che si allontana  dalla zona meridionale malarica e pestilenziale e che  procede verso la Media , riportando notevoli successi.

Dunque, Frontone deve solo  narrare, da lontano,  i fatti come imprese   di Lucio Vero , dopo i disastri dei precedenti condottieri, da condividere con Marco Aurelio  e giustificare il titolo di Parthicus  maximus,  mostrando il merito del suo discepolo, come se fosse stato lui il dux e non Avidio Cassio e gli altri legati che vincono realmente scampando non solo ai nemici ma anche alla febbre malarica, alle dissenterie e  alla peste.!

La sua  ars, comunque,   non è  vuota espressione  o sibillina affermazione, ma è  un complesso armonioso, che sottende la manifestazione di una maturità  professionale  come tipica conquista di un animo raffinato, sensibile ed affabile, philostorgos, desideroso di una reale comunicazione,  con  l’altro,  educato secondo lo stesso sistema di erudizione linguistica, già di per se stesso separato dal popolo, il cui linguaggio è quello  elementare della  pratica quotidianità.

Il retore ha di mira solo chi può ascoltare e non guarda  nessun altro,  specie se non fruitore del suo banchetto verbale ,e che poi sappia comunicare ad un altro suo simile per creare un alone di consenso!

La simplicitas frontoniana con la delicatezza dei sentimenti è espressione di artificialità tecnica ma anche di  una comunicazione nobiliare,  superiore, tra eletti, destinati alla guida del popolo,  come del clero  tra  i propri  eletti rispetto al vulgus, non fruitore.

Ritengo giusto quanto afferma A. Garzetti- L’impero da Tiberio  agli antonini,  Bologna 1960, p.470- che cioè la corte di Antonino il Pio è lo specchio limpido di un ambiente   in cui   si esplicano  semplicità di tratto e sincerità dei rapporti e che Frontone  rileva  nel suo Epistolario il nuovo atteggiamento verso la natura,  gli uomini  e le cose osservate, secondo un lusus  dilettevole e piacevole, quasi  di esercitazione artificiosa, non privo, comunque, di  sentimenti familiari, fraterni  per Quadrato, paterni per Grazia, moglie di  Aufidio Vittorino, unica figlia superstite delle sei, nate.

Che cosa significa?

Significa che la Nuova sofistica  avendo  in comune un lessico, un linguaggio e un frasario  selettivo in senso arcaico e repubblicano, concilia  il logos  arcaico e repubblicano con la pracsis  quotidiana ed   invia un reale  messaggio unitario e chrhstos  per la cerchia di lettori di quel contesto di corte, che è un  gruppo dirigente  a tutti i livelli da quelli  amministrativi  a quelli  militari e  municipali, che fa la storia dell’impero, sotto ogni forma culturale.

Non è, dunque, un fenomeno letterario di astratta eloquenza, tipico di una corte decadente, che invece risulta  un crogiuolo,  in cui si fonde materiale diverso per lingua, razza e costume e moralità e cultura,   dove si forma un sistema  tecnico-scientifico non staccato dall’arcaicità repubblicana,   che può apparire  superficiale  ed estremamente  affettato e mieloso, mentre è  di fatto  un permanente  strumento di ricerca della reale situazione, tramite il gioco verbale sia greco che latino, le due anime dell’impero tendenti ad un unicum linguistico secondo i gusti  dell’uditorio (auditores oblectare ).

I letterati ( prosatori poeti, giuristi, storici,  geografi, sacerdoti, ierofanti) si uniformano veramente  allo stesso codice, anche se trattano temi  ed interessi diversi ed anche se le loro ispirazioni  tendono a fini diversi: ispanici, afri, galli, italici,  achei, siriaci, asiatici , egizi, ebrei,  sacerdoti di divinità  orientali, hanno il culto del nomen di Roma e del suo numen e coniugano il verbo latino  in una volontà  di costituzione di una comune patria, dove  regna la pace  col benessere  economico,  assicurata  dal principato elettivo antonino.

I panegirici dei tanti autori  non esprimono enfaticamente solo  consenso al principato, ma risultano manifesti dell’ideologia  del momento specifico traianeo, adrianeo  ed antonino in genere come invito diretto  al principe a seguitare nella via  di intesa e collaborazione senatoria  diventando  espressione formale dell’impero  esercitato dalla burocrazia  amministrativa identificata nell’imperatore, che è garante dello stato  con le sue campagne militari coi suoi provvedimenti  verso i cittadini, con la sua semplicità di vita e familiare, coi tentativi di migliorare le condizioni sociali.

Ogni letterato  rispetta il campo delle competenze specifiche altrui ed opera serenamente  e concordemente con gli altri  per il bene della communitas romana: già nel II secolo esiste una theoria delle élites, che poi sarà ecclesiale  e pontificale romana, che ha il principato sugli altri esseri umani, secondo  una volontà Divina creatrice,  per elezione  genetica, logico-razionale, rispetto alla massa di bruti  da dominare.

Frontone scrive  cinque  libri lettere  per Marco Aurelio  discepolo, e quattro  per Marco Aurelio imperatore e due per Lucio Vero imperatore.,mandando un unico messaggio utile per la formazione dell’imperator /autocrator, nobile modello per l’humanitas romana di qualsiasi razza nelle diverse latitudini.

Marco Aurelio, invece,  scrittore di Eis auton, usando la lingua greca e non il latino già entra in dissenso col suo maestro, che ha scelto la lingua ciceroniana per il suo messaggio ecumenico cattolico, nonostante la perfetta conoscenza della koinh e diventa equivoco nella sua opera sia come regolatore del Kosmos che come uomo alla ricerca di se stesso, secondo i canoni socratico-platonici e  secondo l’etica  posidoniana stoica, senza l’utilitarismo  aristotelico: vuole essere  voce debole di flauto non tromba.

La voce imperiale deve essere “tromba”,  cioè dare ordini  validi per tutti, uniformemente sudditi, come fa la tromba per l’esercito, non può essere flauto, strumento  flebile e delicato, non utile per un imperatore, la cui auctoritas non può essere scalfita  neppure dalla apparenza  modesta di fronte al popolo e al senato,  che hanno bisogno del  sostegno della  forza insita nel tono imperioso.

Il consiglio di Frontone è  quello non di comandare con le parole  non proprie  e deboli come  flauti,  ma con la potenza dell’ elocutio, come tromba militare, che porta ad impetus  vittoriosi in ogni senso.

Marco Aurelio,  credendo di crescere  con la filosofia, dopo aver ricevuto la perfetta impostazione linguistica frontoniana,  è costretto ad ammettere la grandezza del metodo del maestro , esperto non di parole ma di uomini e cose, mentre lui  risulta astratto di fronte alla realtà  sociale,  civile militare   e pur credendo di giungere all’alhtheia,  neanche misura,nella sua intimistica ricerca,  il baratro in cui precipita l’impero romano, non più stabile di fronte ai barbari, insicuro perfino al suo interno, culturalmente  involuto  dalla nascente religio christiana, economicamente distrutto  sul piano commerciale  dalle difficoltà di  rapporti tra le partes, sia per le pestilenze, che per le penetrazioni barbariche lungo il Danubio , nel Ponto Eusino e nel Mare Eritreo   ( fr. Volcazio Gallicano, un autore di Storia Augusta in  Avidio Cassio  1,8   mostra le beffe degli avversari  sull’imperatore, chiamato vecchiarella filosofa,  mentre precisa le critiche dei cittadini  migliori circa la conduzione dell’impero –Ibidem, 14,5-): c’è come una  predizione circa  la fine stessa della patria comune  a causa della  clementia imperiale, che risulta voce debole contro i  disonesti, anche se condannati,  flauto nella guerra contro i Quadi e Marcomanni, conquistatori.

L’inversione di marcia del Filosofo, che torna all’ovile frontoniano, non dà i frutti sperati perché l’imperatore è in una involuzione senile conservatrice, repubblicana,  incapace di raccogliere le forze  orientali e quelle occidentali in un sacrificio reale per una causa comune  sia contro  i barbari che contro l’ideologia dei christiani   renitente alla leva, fedifraghi  e  convinti  solo di far parte di un altro regno, pur godendo, da parassiti i  vantaggi della protezione romana imperiale, specie ai confini.

L’imperatore non ha coscienza, neanche se ha il  contributo della sua efficiente burocrazia,  della situazione storica e della economia reale e dello sperpero finanziario delle province, non più controllate dal fisco imperiale, specie dopo  la morte del fratello Lucio Vero, suo genero e dopo la  rivolta di  Avidio Cassio, a seguito dell’impossibilità di fronteggiare il pericolo  danubiano e parthico, le convulsioni popolari giudaico-cristiane,  le pestilenze, le  epidemie e i cataclismi.

Morto Commodo, dopo la fase di transizione grave per l’impero p a causa  della presenza di tanti imperatori, lo scontro si risolve con la vittoria di Settimio Severo su Didio Giuliano

Questi, alla morte di Pertinace  con cui è già stato console, è nominato imperatore  per aver offerto 25000 sesterzi ai pretoriani ( (Historia Augusta)  riconosciuto dal senato, ma  non dal popolo. La sua auctoritas è contestata  dagli eserciti delle province  di Britannia (Clodio Albino), della  Siria (Pescennio Nigro) e dell’Illirico (Settimio Severo).

Questo ultimo  avanza  in Italia  e Didio, già in dissenso coi pretoriani, pur avendo il supporto della flotta  di Ravenna, pur avendo   tentato di  consociarsi con il pretendente avversario,  è  ucciso  il 1 giugno del 193.

Settimio Severo, di Leptis Magna in Africa  come i grandi retori (Apuleio  Frontone, Minucio  e Tertulliano) dell’epoca, ha subito l’entusiastica acclamazione della cultura che  inneggia alla sua vittoria e crede in un ripristino della  potenza imperiale sulla scia della  precedente dinastia antonina, minimamente intaccata dalla politica di potenza e dall’assolutismo divino di Commodo, che ha tentato di  arginare la grave crisi economica e finanziaria, ereditata dal padre  insieme  con le guerre  con Quadi e Marcomanni, ormai dilaganti.

I frontoniani della novella sofistica sono concordi nel ritenere che  i Severi, se innestati i sul ceppo del principato antonino e sullo stesso nomen, abbiano possibilità di creare una nuova dinastia, specie se benedetta dal sacerdozio  della famiglia siriaca di Giulia Domna, dopo una riforma del corpo dei pretoriani, a seguito di un potenziamento  del militarismo   illirico-danubiano.

I retori, quindi,  concordano nella conservazione della linea antonina, giustificando il potere dei Severi come dono degli dei ma anche come elezione di patroni protettori dell’imperium come Augusto dominus despoths  agli inizi del principato: Giulia Domma  Augusta e Mater castrorum  diventa il simbolo di un dominatus  con una religio  di pietas sincretica, di cui il padre Giulio Bassiano, seguace del dio El Gabal, di Emesa, è il garante, mentre i l’imperatore è dominus e deus  dei romani.

Neanche  Bassiano Caracalla, che governa dal 198 al 217, dopo la ConstItutio antoniana con cui equipara i cives romani liberi e  d elimina le differenze tra Honestiores  ed  Humiliores,  pur con i gravi errori in politica estera data la sua volontà di emulazione di Alessandro Magno,  riesce a scalfire il dominatus  tipico dei severi-antonini specie dopo il miglioramento delle condizioni dell’esercito, pagato con un alto salario, nonostante l’ aggravamento della situazione finanziaria,- di cui l’antoniano è chiara espressione di un declassamento economico- crescente poi sotto Eliogabalo ( 217-222) ed Alessandro Severo (222-235) …

Non abbiamo affatto intenzione di mostrare il significato del valore del sistema  dei Severi, che hanno necessitas di agganciarsi da una parte alla  cultura romano-italica per un ritorno alle origini repubblicane  e quindi alla domus giulio-claudia e a quella Flavia  e da un’altra tenersi legati  al sistema orientale  asiatico e  siriaco, che economicamente sostiene il peso dell’impero.

Personalmente, ai fini del presente lavoro,  mi preme mostrare, senza trattare  la retorica dell’epoca, specie  quella dei  Filostrato  e dell’ambiente di corte,(cosa  già fatta),  il particolare modo di scrivere di Dione Cassio,  che nel  LII  libro di Storia romana  interrompe la narrazione annalistica  consueta  e si sofferma sull’anno 29  a.C. per esporre la relazione  di un dibattito  probabilmente svoltosi tra Ottaviano  ed i suoi due migliori consiglieri, Agrippa e  Mecenate.

Il tema è quello  della forma di governo da adottare, dopo il ritorno dall’Egitto dove iI  triumviro, ora unico e nikeths,  ha lasciato i segni di una precisa regalità connessa con quella macedonica lagide e con quella faraonica.

Sembra che Dione  voglia mostrare  come, dopo la guerra civile,  Ottaviano  sia esemplare e per gli antonini  e per i severi- anche loro a seguito di una guerra civile – come civis che  decide di scegliere la forma monarchica  secondo la  precettistica di Mecenate e   di scartare come  inadeguata  quella democratica, suggerita da Marco Agrippa, in un rifiuto del sistema tirannico, sebbene teso verso una soluzione di un accentramento autoritario personale.

Il  lavoro di Dione è in relazione alla tragica situazione del dopo Commodo e alla giustificazione della monarchia di Settimio Severo   prima e poi di Caracalla e di Alessandro Severo.

Il dominatus – Cfr. Dione Cassio, STor. Romana LXXVII, 18, 2; LXXVIII, 4, 2 3- come istituto,  sottende che l’imperatore non è più un privato gestore dell’impero per  conto del Senato, ma è  unico e vero dominus,- che ha potere dal militarismo, la cui funzione nell’impero  è socialmente attiva  ed è legalizzata  giuridicamente e religiosamente  – e deus, secondo le sincresi  della Novella  sofistica, abilissima  nel gioco retorico e filosofico, nel clima di una cultura ormai neoplatonica e gnostica, in cui cerca di trovare spazio l’apologia christiana alessandrina ed africana.  

 

 

 

Fatti, non Parole!

Logos de anagkastikos, ou men stochastikos

Chi si sente grande e gode dei favori popolari neanche vede  il popolano, bisognoso, implorante,  che gli sta davanti, in attesa!? 

 

Il mio metodo è  frutto di logos, un processo razionale di risultanza, che ha una deterministica necessitas, in cui, di norma, l’intuizione è possibilità di colpire il bersaglio/stochos e di fare goal, non una realtà procedurale.

Infatti procedo dopo aver fatto e, quindi, dopo aver visto il risultato dell’azione,  tanto da poter codificare come anankasticos il tutto, tuzioristicamente probabile, anche se non oggettivo, né scientifico, comunque,  controllabile e verificabile.

Se, invece, procedo per intuizione, posso indovinare quanto succede avendo abilità di sagacia e di penetrazione  razionale, in relazione ad una logica  discorsiva conclusiva, che,  però, non è autorizzata al giudizio  dalla valutazione, ma  solo da un eccesso di fantasia.

Dunque, la docimologia può avere bisogno di una intuizione nel discorso, ma poi deve procedere solo su una deterministica relazione fattuale storica, senza la quale ogni dato è fantastico

Chi è stochastikos passa da una intuizione ad un’altra senza verifica e procede in senso platonico-ellenico e  crede secondo parametri neoplatonici  romano -ellenistici,  creando un’ermhneusis fabulistica perfino sulla base lessicale filologica e forma un corpus religioso fenomenico, con la retorica, sfruttando l’ekplhssis popolare e il paradosso fenomenale.

Lo storico  prammatico di derivazione greca o greco-ellinistica, sia latino che ellenico, avendo bisogno di mecenati, che politicamente sorreggono la basileia, (Cfr.Dione Cassio, Storia Romana, 1-40)  e quindi, facendo consensus,  formano una Constitutio ecclesiale religiosa che è basilare per ogni  monarchia assoluta…

Lo storico prammatico  ha avuto grande successo nella storia  proprio come scrittore di  opus rhetoricum maxime…

Tiene conto delle notizie  e va dietro a fonti più volgarmente note e non ne esamina  la fides: parla di acribeia ma non è acribhs, parla di alhtheia ma non è alhthhs.

Storici così impostati sono lontani dall’autenticità, come oggetto di studio, ma ricercano una vaga alhtheia  secondo criteri di acribeia generalizzata, non  degeneralizzata.

Sono uomini di parte che non sottopongono ad una analisi critica né loro stessi né le notizie trasmesse sull’argomento.

Ne  deriva  che quello che un tempo appariva alhtheia diventa improvvisamente muthos,  pur restando integra la fides religiosa col paradossale mysterium

Le theoriai  basate sul logos e  non sull‘ergon, sono belle, ma non vere, e sono basate sulla  stupita meraviglia/ ekplhxis  e tendono all’utile/ khrhstoths, specie se hanno una patina di arcaicità.

Il loro successo dipende dalla fusione di  miscère dulce et utile  tipico contributo di un cortigano che  serve il padrone papa e   l’aristocrazia fruitrice ( sia  raffinata che incolta ), proprio delle poetiche delle Controriforma  cattolica, di politici, letterati,  segretarii, impegnati nel mantenere la pietas religiosa  nel popolo, povero, ignorante, bestialmente nutrito di slogan pittorici, artistici,  letterari.

Nei mercati e nelle fiere e nelle solennità festive, sono pagati   banditori  religiosi, e nelle basiliche quaresimalisti, oratori prezzolati dai vescovi, che desiderano  richiamare  frotte di laici per la preparazione all’evento Pasquale, alla celebrazione della Morte e Resurrezione del Christos …

Iesous Chrhstos  di Svetonio – Claudio XXIII,4, impulsore Chresto…-  potrebbe valere Christos, – ma anche non significarlo, data la già avvenuta morte da oltre un decennio, al di là della  funzionalità diversa del verbo Khraomai e Khrioo,  perché utile ai fini religiosi tanto che  l’inglese J. Bale  (The pageant of Popes, 1555) poté far dire a Leone X  in una Lettera al cardinale Bembo,  poco dopo  la sua elezione nel 1513 ( o ad un suo fratello)  Historia docuit quantum nos iuvasse  illa de Jesu Christo fabula …

Per lo storico prammatico, stochastikos, tutto  fa brodo, purché  si riconoscano i pregi letterari e politici...ai fini di una carriera … La corte  premia lo scrittore  servile, lo promuove nelle cariche  amministrative, che diventa segretario , distinto a seconda delle funzioni…

Quanto è difficile il lavoro di chi seriamente deve  ricercare qualcosa e deve fare etimologia, cioè  trovare esattamente l’etoimos/il reale- in quanto cosa preparata effettivamente per il passato e per il presente,  senza deviazioni ideali,  che potrebbero dare vantaggi individuali ed autorizzare altri pensieri impropri  e senza certezze – convinto solo della possibilità dell’errore e di dover subire giuste critiche … utili per crescere  in autonomia ed autenticità personale! ….

Gli storici Classici fino a Guicciardini e a Sarpi e  i commentatori  Cinquecenteschi dell’Ars Poetica di Orazio trattano del modo di poetare e mostrano come la poesia sia frutto di ingenium ed ars,  evidenziando quale sia  il vero, sia storico che poetico, pur se si adattano al verisimile,   cercando  di attirare con il dilettevole il lettore  e contemporaneamente  tentando di  essere utile  tendono al fine della formazione del civis, ora cortigiano, secondo i principi aristotelici, fusi con quelli platonici (Cfr A. Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian Teramo 1995)…

Da lavori su  Antonio Sebastiani Minturno (1500-1574),  Benedetto Varchi (1503-1565),  Alessandro Piccolomini (1505-1870) e Ludovico Castelvetro (1505-1570)  viene una lezione sulla distinzione di vero storico e vero poetico, sulla  funzione dell’arte,  che,  dopo il concilio di Trento 1545-1563, dominata dal moralismo cattolico, decade a causa della necessità di uniformarsi ai canoni  decretati e fissati dalla  tradizione cristiana cattolica, secondo gli schematismi  catecumenali.

Resta aperta solo la via dell’artificio artistico col trionfo del barocco, mentre l’artista, non più libero nella sua espressione,   si vende per il  proprio particulare al committente,  sovrano assoluto,  sia re  che papa, rimanendo ancorato al soglio regale e pontificio, fino alla rivoluzione francese ….

Gilgamesh

Caro Mattia, ti voglio raccontare la favola di Gilgamesh re di Uruk, oggi Warka (Diwaniyah), una città della Bassa Mesopotamia (Iraq) non lontana da Umma,  vicino a Nassiryah. E’ un’opera scritta in  cuneiforme, prima sumerico, poi accadico, molti molti secoli fa, migliaia di anni prima di Cristo.

Allora, oltre cinquemila anni fa,  la città era la più grande del mondo e lì viveva un popolo, i Sumeri, che non conoscevano il peccato, ma solo gli dei  del cielo e la terra, dove i regnanti combattevano fra loro    e disputavano per costruire il tempio, luogo di incontro tra il mortale e l’immortale,

Il tempio  dur.an.ki  era la casa della la casta sacerdotale, destinata a fare sacrifici e riti propiziatori per gli altri uomini!

Perché, nonno, mi vuoi raccontare ora, che sto facendo storia  romana,  Gilgamesh?

Mattia, la vuoi la favola?!

Me la potevi raccontare  quando facevo Sumeri, Assiri, Babilonesi?

Mattia, la vuoi sentire o no  la favola di Gilgamesh?

Va bene, Nonno !  Raccontala….

Ci sono molte versioni  di questa favola,  a seconda dei tempi di narrazione, dell’importanza dei  dominatori di quella terra (Sumeri, Accadi, Neo sumeri,  Assiri, Babilonesi,  Persiani, Macedoni);  nonno ti racconta quella narrata forse  da Beroso, nato a  Babilonia, greco, attivo  nel III secolo av. C., scrittore di Babilioonikà in tre libri.

Lo scrittore,  vivente ad Antiochia, presso  Antioco II (261-246 a.C.), faceva l’interprete e il consulente militare, ma era anche un sacerdote caldeo, un astronomo, capace di predire il futuro sulla base delle conoscenza degli astri, delle costellazioni, abile lui stesso ad osservare i fenomeni  celesti  nel corso dell’allineamento in Capricorno.

La sua opera è giunta a frammenti  ed è citata da autori  ebraici e cristiani, come  esempio di  favola/muthos, rispetto alla verità/ aletheia giudaico-cristiana.

La favola di Gilgamesh in Beroso doveva avere un particolare rilievo nel I e II libro di Babilioonikà  subito dopo la trattazione della creazione del mondo  tanto da  dovere essere una testimonianza dell’antichità della religione sumerica, precedente quella di ogni altro popolo, compreso l’egizio e l’ebraico.

Caro Mattia, c’era una volta  in una regione posta tra il Tigri e l’Eufrate, quasi alla confluenza tra i due fiumi, una grandissima città, chiamata Uruk.

Viveva Gilgamesh ad Uruk, dove regnava con intelligenza, ma in modo spietato sui propri sudditi, che  soffrivano per la sua crudeltà.

Era un essere  gigantesco, che aveva una complessione fisica  che gli permetteva di essere anfibio, cioè di respirare aria e ma anche di vivere sotto acqua,   di  rimanere alla luce del giorno ma anche nel più profondo buio.

In relazione a  questa doppia natura, Gilgamesh aveva  una potenza di molto superiore a quella umana degli altri.

Allora i sudditi  pregavano il Dio  di inviare in loro soccorso uno pari a Gilgamesch in modo da contrastarlo in qualche modo.

La dea A.ru.ru dàva vita ad un essere,  En.ki.du, dai tratti umani incerti, dotato anche lui  di  una doppia natura, più ferina che ittica, che viveva nelle foreste in mezzo ad animali, di cui era  amato e riverito protettore.

Il mostruoso individuo veniva attirato ad Uruk presso una ierodula, una specie di strega e sacerdotessa, che lo trasformava in un vero uomo, comunque gigantesco,  tanto da non essere più riconosciuto dagli animali, che si rifugiavano, timorosi,  nelle foreste.

Enkidu, seguendo la maga, veniva in città ed incontrava  Gilgamesh ed iniziava un combattimento  che seminava distruzione,  dovunque, data la mole dei due  antagonisti, che, comunque, pur lottando, scherzavano fra loro  e ridevano  e, alla fine, cedevano ad una sincera amicizia, destinata a durare per sempre.

Nonno, i due diventano, amici  ed insieme che fanno?

Mattia,  i due  si allontanano dalla civiltà della città   e vanno alla  ricerca di imprese gloriose, essendo giganti, di cui non si conosceva neanche  se la reale provenienza era  terrena o celeste o marina.

Tra le tante imprese, fatte da loro,  mi piace narrare quella contro il gigante Hum.ba.ba,  nota in ambiente accadico, qualche secolo dopo.

Era  Hum.ba. ba un essere potentissimo, incaricato di custodire la foresta dei Cedri.

Gilgamesh ed En.ki.du  lo vincevano  dopo lungo combattimento e lo sottomettevano al loro volere: i due  discutevano sulla sua sorte, incerti sul cosa farne, ora che non era più pericoloso.

Gilgamesh, razionalmente,  riteneva che Hum.ba.ba vinto e chiedente di vivere,  doveva essere risparmiato;   Enkidu, essere primordiale, non pensante, passionale,  decideva di ucciderlo, trascinando l’amico, che pure intuiva  il valore di morte e di simbolo del cedro, segno di lunghissima vita o di immortalità o di armonia. insita  nel gigante sconfitto, elemento naturale.

Hum.ba.ba  era  a suo modo  l’unione di cielo e terra,  forza primigenia, simbolo dell’eternità stessa del cedro,  il cui Me/destino si compiva, ma non finiva,  diventando, al di là della morte, una forza vitale in un processo di  permanente risurrezione mediante nuove forme di vita.

Infatti, mentre i due mangiavano, poco dopo, ricompariva Hum.ba.ba per dividere il cibo  con loro,  per una specie di comunione,  in un banchetto simbolico cosmico, come se si volesse indicare  un ciclo triplice  di rinascita, di  trasformazione e di perpetuazione di vita.

Nonno, non capisco tutto quello che vuoi dire, ma comprendo che ogni elemento ha una sua  vita ed è  partecipe della vita universale.

E che  succede, Nonno?

Interveniva, allora, Inanna, divinità del mattino,  della luce e della forza  nella sua massima espressione  di  violenza amorosa  che, innamorata di Gilgamesh, lo dichiarava eroe,  come riconoscimento della sua bellezza e del  valore e si contrapponeva  a sua sorella  Eresh.ki.gal, dea della morte e signora degli inferi.

La dea proclamava il suo amore per l’eroe che invece la rifiutava e si allontanava.

Gilgamesh conosceva  le innumerevoli avventure  amorose della dea, che  agiva crudelmente  coi suoi amanti, che  finivano tutti tragicamente  in un  buio senza fine, misterioso.

Inanna, adirata per il rifiuto,   pregava il dio An, suo padre,  di scatenare il Toro celeste contro i due amici e di punirli.

I due  vincevano,  dopo un lungo combattimento, il Toro celeste e lo facevano a pezzi  e, inorgogliti, sfidavano la dea, contro cui Enkidu scagliava una zampa del toro, ed incalzandola giungeva fino  ad un contatto con lei,  tanto che  improvvisamente, come fulminato,  si afflosciava,  senza vita, essendo compiuto il suo Me/destino.

Davanti al cadavere dell’amico e alla sua rigidità, Gilgamesh scopriva la morte e, straziato dal dolore,  davanti al corpo, muto per la paura,  prendeva coscienza della necessità di  sfuggire alla sorte mortale e di cercare l’immortalità.

Nonno, solo alla morte di Enkidu, scopre il valore  della condizione dell’uomo e  il significato dell’immortalità?

Si. Mattia

Enkidu è un altro se stesso  e perciò  l’eroe capisce  la morte, sentendola vicina, parte della sua vita  stessa.

E che fa, allora, Nonno?

Gilgamesh sa che Enlil,  il dio dell tempeste, il supremo,  ha  distinto   An cielo  da Ki  terra ed  ha voluto un legame tra i due per gli uomini, il tempio,  e che ha imposto  lo sterminio degli esseri umani, che infastidiscono il suo sonno, col diluvio,  ed ha premiato  con l’immortalità solo Zi.ud.sud.du,  salvato da Enki  signore della terra  e dell’intelligenza,  grazie all’uso di  un’arca.

Perciò, Gilgamesh, sa che   gli uomini,  i semi e gli animali, posti nell’arca, salvatisi dal diluvio,   hanno ripopolato la terra  e da loro conosce  che  il patriarca vive  isolato dagli altri in una landa misteriosa e desolata ai confini del mondo.

Ed  allora  Gilgamesh va alla ricerca  dell’uomo che ha visto il diluvio e si è salvato -chiamato anche Utnapishtim –  in un viaggio interminabile.

L’ eroe compiva così  numerose imprese, Mattia,  incredibili, rimanendo anche mesi sotto acqua,  prima di incontrare  Zi.ud.sud.du l’uomo dalla vita di lunghissimi giorni.

Questi abitava in una zona, in cui non c’erano vie,  né acque, né  alcun accesso e perciò l’eroe rimaneva spesso  pensieroso ed incerto se  cessare la sua  ricerca dell’immortalità, ma faceva sempre prevalere la volontà di  finire l’impresa, quando ricordava il corpo immoto di Enkidu.

Un giorno scoprì,  sotto i suoi piedi,  una voragine e da lì trovò il pertugio che, dilatandosi,  per strani viottoli,  con molti giri, quasi concentrici,  giunse improvvisamente davanti al Vegliardo…

Gilgamesh  implorava il vecchio, dalla barba bianca ma aitante come un giovane atleta,  che a lui fosse data la possibilità di non morire, affermando che aveva fatto  un percorso impossibile e di non aver lasciato tracce del suo passaggio.

Zi.ud.sud.du non diceva niente, ma  gli diede una pianta marina; poi con un cenno lo licenziò e gli fece capire con segni che lontano da lui  avrebbe dovuto conservarla, per mangiarla al momento opportuno, per avere la giovinezza, quando avvertiva i segni della vecchiaia .

Felice, Gilgamesh affrontava il viaggio di ritorno, ma durante il tortuoso cammino tra i tanti meandri sotterranei,  muovendosi a stento, s’imbatteva con un serpente che gli rubava la pianta e la mangiava  sotto gli occhi increduli dell’eroe.

E che fece Gilgamesh, nonno ?

Niente.

Vide solo il serpente che cambiava pelle e  ne prendeva  una nuova, prima di fuggire!

Sconsolato,  prese atto che  a lui non restava altro che la condizione umana e che presto il suo Me destino si sarebbe compiuto, come per Enkidu.

E tornò ad Uruk e regnò con dolcezza e giustizia  sugli altri uomini, suoi sudditi,  con cui aveva un comune destino di morte.

Nonno, mi è piaciuta la favola di Gilgamesh!

Quando la mie cugine, Sara ed Alice,  saranno più grandi la racconterò anche a loro, in attesa di poterla narrare, in modo più semplice,  a mio fratello Stefano.

Per una promozione di Ma,Gesù, chi veramente sei stato?

Per una promozione di  “Ma, Gesù chi veramente sei stato?”

 

“Con il libro “Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” – spiega Angelo Filipponi –   si vuole ricucire lo strappo secolare tra Giudaismo e Cristianesimo  e dare reali possibilità di dialogo, sulla scia delle formulazioni del Concilio Vaticano II alle tre confessioni monoteistiche, compreso l’Islamismo, che  ha in Abramo e in Gesù due figure, che risultano cardini fondamentali  nel Corano.
La volontà di rendere umana la figura di Gesù è un’esigenza prioritaria per un dialogo interconfessionale: bisogna, perciò,  lavorare sul fatto culturale non su quello religioso, facendo storia romana e storia di una provincia romana, quella di Siria con la sotto provincia di Ioudaea, aramaica, collegata e con la comunità della diaspora ellenistica, mediterranea, e con quella   a confine con l’impero parthico, dove vivono altri giudei della stessa lingua e religione.

In questa operazione è fondamentale la distinzione tra Gesù uomo, Qain, kanah,  Meshiah, Maran da Gesù rabbi, redentore dell’umanità, figlio di Dio, persona della Trinità.
Senza di questa, Gesù il fratello grande /maggiore, saggio, ebreo, che ha un posto di rilievo nella storia giudaica  e perfino nella fede di Israel, ha funzioni e meriti improponibili per un sereno dialogo, perché non poté, nella situazione ebraica e romana di quel tempo determinato, insegnare a pregare, a digiunare,  ad amare il prossimo, a comprendere il significato del sabato, il regno di Dio e quello del giudizio: “egli fece qualcosa, ma  non  insegnò”.

“Se si vuole accettare il suo presunto insegnamento, – prosegue l’autore –  bisogna rivalutarlo, dopo lungo esame testuale e critico  e poi accettarlo ed inziare il colloquio con le altre confessioni, specie quella ebraica, da cui è nato il Cristianesimo.

Si potrà, allora, dire che Gesù ha una sua misura umana con connotati ebraici e che la chiesa e i concili sono altra cosa e si potrà aggiungere che allora la mano di Gesù è una mano fraterna, senza parlare di Messia e di stimmate.
Sia dunque un Jesus of culture non un Jesus of religion: su questa strada noi cristiani abbiamo moltissimi fratelli giudei (e forse musulmani)”.

“Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” è un’opera assolutamente  nuova per l’originalità dell’indagine linguistica e storica e per le risultanze sul Primo Cristianesimo. Segue l’introduzione dello stesso Angelo Filipponi.

“Dopo molti anni di ricerca sul bios di Jesous Christos Kurios e sui logia matthaici ho sentito la necessità di indicare vie di lavoro su due comunità, quella del Malkuth ha Shemaim (Basileia toon ouranoon /regno dei cieli) aramaica e quella della Basileia tou Theou /regno di dio, ellenistica, giudaico-pagana e mostrarne due diversi percorsi, dal momento stesso della morte del Signore: la prima si era conclusa con la  comune Galut ebraica  nel 135 d.C. sotto Adriano; la seconda, invece,  era risultata  vincitrice sul paganesimo, dopo varie vicende, con Costantino prima e poi,  usciva trionfante, con Teodosio e la sua discendenza.
Durante questo lavoro, nel lungo studio sui testi,  mi è sembrato utile, ai fini unitari della ricerca sul Christos, esaminare il reale valore del termine Rabbi/ Rabbuni/didaskalos/maestro e la sua possibile attribuzione come ” titolo”  ad un Qenita/ tektoon/falegname/carpentiere architetto/ mastro, in terra giudaica.
Ora nel fare questa azione di divulgazione mediante un libretto ( in cui ho raccolto altri articoli conosciuti del sito www.angelofilipponi.com ) mi sono prefisso di mostrare e dimostrare che:

  1. Gesù non è stato un Rabbi, ma solo un Qain/ mastro/Tektoon (e quindi rilevare la sua alfabetizzazione e il suo livello culturale in relazione al suo status di giudeo galilaico, aramaico di lingua);
  2. Gesù non ha potuto costituire, di conseguenza, un pensiero autonomo teologico,  ma neppure parlare circa il divino né dire parabole o inventare preghiereavere discepoli, pronunciare semplici enunciati come io sono la via, la verità, la vita (Gio.14.6), né discutere con i dottori;
  3. Gesù ha, però, fatto paradoxa erga che noi diciamo miracoli (monstra),  perché lo consideriamo poihths – creatore del mondo,  in quanto logos-verbum del Padre, ma tutto ciò è senno del poi: queste opere paradossali  gli servirono solo per essere conosciuto e diventare maran/basileus.
    In questo opuscoletto non entro in merito al Malkuth/ basileia, né al periodo di realizzazione, né alla durata, né alle condizioni che lo permisero, in un clima antiromano e filoparto (Cfr. “Jehoshua o Jesous?”, Maroni 2003 e “Giudaismo romano II” eBook Narcissus 2011).

Il testo Ma, Gesù , chi veramente sei stato? , edito da eBook Narcissus, è in vendita a soli 6,49 euro.

 

La morte di Alessandra

 

Morte di Alessandra

 

Dopo lo strangolamento di Mariamne, la corte di Erode non è più la stessa.

Sono finiti i litigi e gli scontri, e perfino i pettegolezzi: non esistono più due partes ostili, che hanno ciascuna una vita propria di relazioni; ora domina un rigido protocollo che regola  visite, colloqui, ricevimenti, feste    e banchetti nella reggia, ora ristrutturata.

Non c’è più traccia di vita galante intorno al re e al trono, in mancanza della regina; solo in occasione di visite di  monarchi stranieri si rivede una  certa vivacità cortigiana, senza allegria/euphrosunh.

Anche per l’arrivo di Archelao di Cappadocia, fraterno amico del re,  non si fa festa, ma solo ricevimento ospitale: la moglie  con la figlia Glafira, col seguito di cavalieri e di dame,  non consola ma rattrista Erode, circondato  da Alessandra  e da Alessandro ed Aristobulo in vesti funebri.

Perfino lo scambio dei doni tra i due re e le loro famiglie è una cerimonia, dovuta, una festa preparata, come il banchetto sontuoso rigidamente allestito secondo la casheruth ebraica, servito da servi e paggetti tristi, anche nelle vesti.

Eppure i sovrani di Cappadocia, intenzionati ad incontrare Ottaviano sulla costa, hanno deviato per un saluto ad Erode e per la sua famiglia in lutto!. Certo la famiglia si sta ricompattando in nome dei piccoli orfani da educare insieme con i precettori, secondo le regole della dinastia asmonea, concorde nel seguire la paideia greca e la musar aramaica, conformemente alla formazione greca, ma anche a quella rabbinica.

Si sono riunite insieme per questo skopos  Alessandra e Cipro e con loro le fedeli dame asmonee e quelle idumee – tra cui Doris e Salome- ed hanno stabilito di essere conformi alla doppia tradizione,  in modo da formare  ragazzi ebrei capaci di integrarsi nel sistema culturale romano-ellenistico sotteso alla koinh dialetktos/ lingua comune.

Il rabbino e il therapeuoon devono insieme operare per dare la migliore formazione, quella di un saggio alessandrino, conformato alla ameicsia, cioè ad  una cultura mista che, però, permette la separazione dai goiym, senza escludere l’ascesi verso Dio, in quanto è risultanza operativa,  frutto di philosohoi, che hanno adottato una methodos per vivere in mezzo ad idolatri, mantenendo integro il tipico sistema ebraico basato sull’amore e timore di Dio e  sulla venerazione del  suo nome santo.    

Erode stesso approva ed anzi anticipa la notizia che ha intenzione  di inviare, a tempo debito, a Roma i suoi due figli presso Asinio Pollione o  Valerio Messala.

Le idumee in questo periodo, che dura circa sei/sette mesi,  appaiono, agli inizi, più serene ed appagate ora che Alessandra è vicina a loro,  alla pari, quasi sorella,  senza le altezzosità di una volta.

Dopo la sua commedia  per la condanna di Mariamne, la regina ha vissuto giorni di tristezza  profonda: le è stato difficile vivere in angoscia e depressione per circa un mese in un,o stato di lutto, passando da una volontà di sfregiarsi per la vergogna  e il desiderio  di fustigarsi per il pentimento.

Perciò  è  grata  per il sostegno ricevuto e per l’accoglienza  nel circolo delle relazioni idumee, a cui si è adeguata anche nel vestire: lei, che vestiva da domina romana, a fronte scoperta, con orecchini d’oro e con gioielli al collo, con i capelli  arricciati  che le scendevano sulle spalle,  ora  mette gli abiti come quelli di Cipro e delle sue ancelle, coperte nel capo fino ai piedi e con una veletta sul volto,  che lascia liberi solo gli occhi, secondo la rigida tradizione aramaica.

Erode, perfino,  si stringe alle donne e ai parenti e gira di tanto in tanto  dalla parte dei piccoli orfani, muto, facendo carezze non sempre accettate, talora accompagnate da pianti isterici e da grida di rimprovero delle vecchie nei confronti dei nipoti piagnucolosi.

Il re sta vivendo un momento di cupa solitudine: a sera si sente  solo nel vedovo letto, quando è più forte la mancanza della sua donna invocata e rimpianta.

La reggia, di giorno,  senza Mariamne, non ha luce,  non  dà niente al re che comincia a diradare le udienze,  a non presentarsi al consiglio  dei dioichetai/amministratori, alle feste d’inizio mese, a non curare gli affari pubblici,  trascurati tanto da non nominare nemmeno un sostituto.

Per Erode Mariamne era la regina legittima, la sua regina, di cui si sentiva  suddito e come uomo e come re, devoto, di cui  cercava di essere  ministro degno e zelante, desideroso di essere riconosciuto nel suo lavoro e premiato!

La sua vita per un decennio era stata un servizio: ogni atto  del suo regno, ogni legge, ogni cerimonia, ogni festa, ogni evento era per un abbraccio, per un bacio, per un cenno di approvazione, per finire con una esaltante unione dei corpi nel regio talamo!.

Per Erode la sua vita con Mariamne era un canto, ma diventava il più sublime dei canti,  il suo shir shirim, ogni volta che la regina asmonea era solidale nella sua politica ed  era festosa per i suoi  successi!.

Ora, invece, senza Mariamne, alzarsi il mattino è noia, le ore sono monotone, ogni azione è vana e vuota di significato.

Flavio così puntualizza il dolore del re – Ant. Giud., XV,240-: il desiderio del re si accese ancora più forte perché tale era stato anche prima, come abbiamo riferito. Essendo il suo amore  per lei  non privo di passione  e non derivando da una lunga convivenza, ma essendo stato fin dall’inizio  molto veemente e la libertà della coabitazione non avendo frenato neppure la continua crescita, ora più che mai  era preda di essa, quasi si trattasse di una punizione divina per la morte di Mariamne,  e si sentiva dalla sua bocca il nome della moglie  e si udivano  fortissimi lamenti.

Lo scrittore (Ibidem) aggiunge che fantasticava ogni genere di  distrazioni possibili, abbandonandosi a banchetti e a gozzoviglie, ma nulla di tutto ciò lo sollevava.

L’autore, come scrittore di muthos, mostra le sofferenze dell’innamorato, che spasima senza la sua amata: è un topos letterario, sfruttato, data la realtà della tragedia e del vero sentimento amoroso del re!

La depressione è al massimo grado se Erode comanda ai servi di far chiamare Mariamne come se fosse ancora viva e capace di prestare loro attenzione!

Erode, allora, stando in questa situazione, decide di andare nel deserto, che  è luogo di pentimento per ogni ebreo, desideroso di essere solo e di purificarsi dai propri peccati: si ricordi che Erode  ha amici tra gli esseni, uomini da lui rispettati ed amati, a lui, comunque,  fortemente avversi perché philoromaios e philhllhn, cioè usurpatore del titolo regale col sostegno di Roma e re che ha tradito la tradizione aramaica a favore di quella greca, avendo introdotto giochi e pratiche straniereIbidem 267- . L’andare nel deserto doveva essere, secondo il giudizio essenico, atto penitenziale ma diventa per lui un esercizio di caccia, come un allenamento militare  che lo solleva, ma secondo Flavio- ibidem 244- ciò non durò per molti giorni.

Si è già trasferito a Samaria, che dista una giornata di cammino da Gerusalemme, ma in quel luogo che gli ricorda il suo matrimonio non trova serenità,  anche se lì aveva usato allora la strategia, nella convinzione della sicura vittoria con l’altezzosa asmonea, della sopportazione e pazienza, sottesa al detto latino  despice ac suspice/ guarda dall’alto in basso con disprezzo e guardami con sospetto!

Per lui, militare, cosciente della vittoria finale, a letto, Karteria kai praooths/ la pazienza con mitezza  era una gioiosa attesa della deditio/resa!

Erode è un soldato romano, abile a fare col grande scudo rettangolare la testudo in modo da avvicinarsi al nemico impunemente, facendo agmen quadratum  presentando una protezione pergolata a carapace  per gettare al momento opportuno, il grido di combattimento ed alzare improvvisamente gli scudi e scagliare lance contro l’incauto nemico.

Quante vittorie il re aveva riportato dopo lunga sopportazione  sull’altera  regina asmonea!

Ora, però,  bisogna vivere e non sa  vivere senza Mariamne!

Alla sua personale sofferenza si aggiunge anche  il grido di dolore del suo popolo, provato prima dal terremoto ed ora dalla peste come conseguenza del primo, affrontato senza le necessarie attenzioni igieniche: gli giungono, infatti, messaggeri che gli riferiscono di una epidemia di peste /loimoodhs nosos, nella vallata del Giordano.

Temendo per la sua stessa vita, fa  circoscrivere un’ampia zona intorno alla città con pali muniti di  cartelli scritti in latino e greco Apàge, Noctua/ àpage,  glaucs/ vattene, Gufo e con una serie di cippi e di segni apotropaici o funghi  priapei per tenere lontano il malocchio!.

Avendo paura ordina di pregare Dio di contenere la sua giusta ira  e di tenersi lontano dal suo popolo, sventurato.

La peste avanza invece e miete vittime anche lungo la vallata del Mar Morto e poi sulla costa.

Ancora di più sente su di lui  la mano  di Dio che lo punisce ed applica la sua mhnis/collera dia thn gegenhmenhn paranomian en thi Mariamnhi   per l’iniquità perpetrata nei confronti di Mariamne!.

Ancora di più  si convince dell’ira di Dio, vaticinata  dai santi esseni,  specie quando cade malato di una malattia mortale, di cui i medici non trovano le medicine adatte per la guarigione.

Per Flavio -ibidem 245- la sua malattia nosos consiste in una infiammazione e  suppurazione della cervice  con perdita improvvisa temporanea  di coscienza/ flogoosis kai  pusis tou iniou  kai ths dianoas apeellagh.

Gli storici si sono affannati a dimostrare che Erode ebbe ictus o paralisi, progressive,  disturbi psichici, comunque,  dovuti a depressione e stress.

Di certo c’è una sintomatologia che può autorizzare una diagnosi di ictus cerebrale  momentaneo e parziale con perdita di memoria.

Flavio-ibidem 245/246- aggiunge: nessuno dei rimedi provati gli era di giovamento, anzi l’effetto era opposto. Tutti  i medici che gli erano intorno ritennero cosa migliore assecondare ogni suo desiderio, chi perché la malattia  era resistente ad ogni farmaco somministrato, chi perché il re non era in grado di seguire una dieta diversa da quella a cui l’obbligava la malattia, affidando alla fortuna la tenue speranza di guarigione che dipendeva dal suo tenore di vita /to duselpi ths soothrias en ecsousiai ths diaiths anatithentes thi tukhhi.  

In questo periodo di assenza di Erode, Alessandra nota che Custobar/Kos(t)obaros/Costubar, marito di Salome è ora più deferente e gentile, ossequioso come un tempo nei suoi confronti e che perfino Dositheo,  tenutosi a lungo alla larga, ora  tende ad avvicinarsi insieme ad  altri.

Questi, amici di Erode, sono con lui a Samaria, ma tornano a Gerusalemme spesso dalle loro donne e portano cattive notizie.

Dai famigliari di Erode trapelano notizie circa la sua salute, amplificate dalla servitù: Il re è malato! Il re è malato di una malattia mortale!

Alessandra, a Gerusalemme, a corte, avuta conferma della esattezza della malattia, riaccende nel suo cuore la speranza di regnare davvero e ringrazia Adonai di essersi ricordato di lei, finalmente. La donna ha bisogno di uomini che l’aiutino a lottare non solo per lei ma anche per i figli di Mariamne,  legittimi eredi. Non è difficile pensare  alle persone, a cui chiede  aiuto e consiglio !

Flavio-(ibidem 247-248)scrive: Alessandra, che stava invece a Gerusalemme, sentendo in che stato si trovava Erode, si affrettò a prendere il controllo delle  guarnigioni; queste erano due:  una  è della città  e una del tempio e queste chi ce le aveva, diventava signore dei giudei; infatti senza queste non si faceva sacrificio, cosa che pareva impossibile che non si facesse,  in quanto sceglievano piuttosto di morire che non adempiere al solito culto della pietà religiosa.

Flavio, dunque,  spiega  che  una volta prese le due fortezze, quella che  sovrasta la città e la Baris, che è sopra il tempio, si è padroni di Gerusalemme e quindi della regione giudaica Lo storico  elenca i motivi che sono due: uno di ordine logistico strategico ed uno tipico della natura del giudeo che  ha pietas e  perciò deve fare sacrifici al suo Dio e, in caso di impedimento,  preferisce dare la propria vita.

Perciò Flavio aggiunge, dopo aver rilevato la sua fretta e  una volontà di anticipare possibili complotti (ibidem 249-250):

Alessandra parlò ai comandanti di ta phrouria/fortezze dicendo che  dovevano lasciare a lei e ai figli di  Erode, a  meno che non volessero  darle a qualcun altro, desideroso di farsi signore dopo la morte del re.

 Secondo Flavio essi ascoltarono non certamente con benevolenza/ouk epieikoos quei discorsi, perché , già fedeli per il passato al re, ora erano più restii per odio verso Alessandra,  e perché pensavano  che non era bene, essendo ancora vivo Erode, di perdere la speranza.  E fra questi,  che  erano amici del re, c’era uno, di nome Achiab, suo cugino.

Alessandra,  certamente,  non è bene consigliata  a fare  discorsi di tale genere  con  toni  autoritari ai phrourarchoi, uomini  di nomina regia, e parenti, quando è ancora vivo Erode e pecca di mancanza di to epieikes, risultando inopportuna, ingiusta  e precipitosa anche se sembra presentarsi come tutrice e garante  per i figli di Mariamne e di Erode, in difesa dei loro diritti  alla successione contro  eventuali aspiranti al trono.

Nel discorso è implicita la presenza di altri, che possono aspirare alla successione, che potrebbero essere il figlio di Doris,  Antipatro, o  parenti ambiziosi del re, come Custobar.

Forse l’uomo in ombra è proprio Custobar, che sa bene dell’odio/misos  di tutti nei confronti di Alessandra, scaduta specie dopo il suo atteggiamento da commediante avuto durante il processo della figlia, che aspira  da tempo a neoterismos.

Se suo  è consiglio, comunque, non porta bene né alla regina né a lui.   Se invece Costubar fa esporre  la regina per nascondere il suo complotto, allora la sua operazione è geniale.

L’uomo è un politico, opportunista,  e la sua impresa non riesce  a causa della scaltrezza della moglie che  rivela tutto al fratello malato e lo denuncia a Ferora e ad altri, neutralizzando la sete di potere del marito.

Infatti Flavio  dapprima scrive:  Subito furono inviati alcuni a  far conoscere ad Erode il discorso di Alessandra. Ed egli senza indugio comandò che  fosse uccisa.

Dunque,  Alessandra, accusata di tradimento da Achiab, che è certamente collegato con Ferora e il clan idumeo,   senza processo viene condannata a morte verso la fine  dell’anno 28, da un Erode ancora non ben ristabilito dalla malattia.

Flavio poi  mostra quanto accade dopo la morte di Alessandra rivelando il complotto di  Custobar che  da tempo trama ai danni di Erode   in quanto non si sente inferiore  perché archoon, né  uomo di minore ricchezza e potenza tra gli idumei , per cui crede di avere gli stessi titoli per aspirare al comando di Erode.

Infatti Flavio insiste sul termine Archoon  che in Idumea non vale semplice arconte o magistato ma indica persona che primeggia con potere sacerdotale e politico ed è princeps  e despoths equivalente a Basileus delle monarchie ellenistiche con exousia cultuale.

Lo storico nel mostrare  il valore  Costubar  rispetto ad Erode  coniuga il verbo archoo molte volte  – facendo poliptoto – in modo da mettere in confronto i due, come se fossero antagonisti.

A seguito, comunque, della morte di Alessandra,  e dell’inchiesta  per scoprire i complici della regina,  vien fuori l’esistenza di una ragnatela di aramaici filoasmonei, ben mimetizzati, che hanno protetto in segreto  uomini  creduti morti da Erode, capaci di destabilizzare il regno.

A questo segue la notizia improvvisa del ripudio di Costubar ad opera di Salome, sua moglie, cosa insolita, illegale, non conforme alla legge giudaica.

Il ripudio è collegato all’accusa di tradimento  nei confronti del marito che insieme ad altri  progettano una rivolta.

E’ probabile che tale azione sia stata inizialmente  concordata con Alessandra, che contemporaneamente avrebbe dovuto occupare le due fortezze  e quindi assumere il potere regio per i nipoti Alessandro e Aristobulo.

Salome prova la sua accusa con un fatto antecedente di 12 anni quando i figli di Baba, affidati a suo marito sono stati non soppressi ma mantenuti in vita, nonostante il loro aiuto ad Antigono, il re asmoneo.

Flavio (ibidem 259-260) così scrive dopo avere mostrato screzi e dissapori tra i due coniugi: la donna inviò a Costubar un documento di ripudio sciogliendo il matrimonio che non era conforme alla legge giudaica. Infatti presso di noi è permesso fare questo solo all’uomo e  alla dona divorziata neppure è permesso di  sposarsi di nuovo,  per conto proprio senza l’assenso del primo marito. Salome invece scegliendo di non seguire le regole del suo popolo, di sua propria autorità,  ripudiò il suo matrimonio dicendo al fratello che si era separata da suo marito per lealtà verso di lui, affermando che  aveva scoperto  che suo marito  con Antipatro,  Lisimaco e con Dositheo  progettavano una rivolta  e come prova dell’ accusa portava  il fatto che i figli di Baba da dodici anni  erano tenuti in salvo  da Custobar; e  la cosa stava proprio così. 

La rivelazione sorprende Erode essendo per lui la notizia inaspettata: anzi il re precedentemente secondo Flavio (Ibidem 261) aveva fatto qualcosa contro di loro  ritenendo il loro comportamento a lui contrario, ma ora da molto tempo gli erano usciti dalla memoria.

Ma chi sono i figli di Baba?

Premetto che ho ripreso questo  XV  libro  dopo oltre trenta anni, per una revisione generale testuale e per scrivere, oltre alle note ,  Alessandra, suocera di Erode. Preciso che ho sempre pensato che la trascrizione di Barbaba sia al posto di Barabba con aferesi di aleph /alfa, secondo la lettura greca destrorsa bar(a)bab. Rettifico affermando che, comunque, non ho mai trovato nei codici  conferma a quanto dico neppure in quelli di B. Niese e di A. Naber (cfr.  Flavius Josephe I et II Les Antiquités  juives, Livres I a III introduction, texte, traduction et notes par Etienne Nodet, ‘Editions Du Cerf 1993).

Sono, dunque, i  figli di  Padre, certamente uomini superiori  In Idumea per autorità ad Antipatro, padre di  Erode, e a Custobar, legati  al culto di Cose, quindi figli di  un sommo sacerdote con potere politico, idumeo, vinto da Giovanni Hircano, che impone il culto giudaico.

Sembra quindi che Custobar gerarchicamente è inferiore al Padre, pur essendo anche lui sacerdote del culto di tale Dio idumeo.

La notizia  è di Flavio: i suoi antenati erano sacerdoti di Cose  che dagli idumei era ritenuto Dio; in seguito Hircano (Giovanni)  mutò il loro modo di vivere  facendo adottare i costumi e le leggi dei giudei .(ibidem 254). Lo storico parla dei figli di Baba per mostrare la figura di Custobar  come un capo idumeo  che mal sopporta il dominio di Erode  e che in segreto ne mina il potere, rimanendo legato alla famiglia asmonea. Flavio, seguendo una fonte filoerodiana, quella di Nicola di Damasco, tratteggia  il personaggio come  ambizioso e desideroso di novità perché di ordine sacerdotale,  un conservatore dei culti precedenti la conquista  giudaica e perciò  rileva: Custobar non voleva limitare le sue speranze  ed aveva per  questo buoni motivi, la nascita e la ricchezza  acquisita con  la continua e spudorata ricerca di vergognosi profitti.

Lo storico aggiunge perfino: e non era poco quello che egli aveva in mente!.

Infatti, dapprima, è pretendente alla mano di Salome,  rimasta vedova dopo l’uccisione di Giuseppe, e da Erode, che da poco ha preso il potere a Gerusalemme,   ha come moglie la sorella  e il  titolo di governatore/ archoon dell’Idumea e di Gaza, probabilmente intorno al 35 a.C.

Secondo Flavio Custobar   accolse  con gioa questi favori  che erano al di là di ogni  sua spettativa  ed innalzato al di sopra della sua fortuna,  poco alla volta,  andò oltre  ogni limite : riteneva non giusto  eseguire gli ordini di Erode, che pur era comandante/archoon, e adottare i costumi dei giudei da parte degli idumei, anche se soggetti a loro(Ibidem 255 ):

Perciò è probabile che Custobar avendo una volontà di potere autonoma fosse prima collegato con Antigono e poi segretamente  con Alessandra, durante il regno di Erode.

Comunque la sua condotta non è  di un fedele  suddito in quanto da  aramaico e filoparthico, contesta  il  potere di Erode  e  non ritiene giusto adottare i costumi giudaici   e neanche essere come idumeo  soggetto ai giudei.

Perciò Flavio (ibidem256) dice: inviò messaggeri a Cleopatra  dicendo che l’Idumea  era sempre appartenuta  ai suoi antenati  e che  era quindi giusto che  lei chiedesse ad Antonio   questa regione  ed affermò che gli stesso  era pronto a trasferire  a lei la sua lealtà.

Lo storico spiega che non fa questo  per desiderio di essere suddito di Cleopatra  ma perché pensa  che sottraendo l’Idumea ad Erode  può diventare lui signore  della regione e raggiungere traguardi maggiori.

Erode, dopo che Antonio nega la regione a   Cleopatra, a Laodicea, avendo saputo del rapporto epistolare con la regina di Egitto,e conosciuto tutto l’intrigo,   vuole uccidere Costubar ma per supplica della sorella, sua  moglie, e della madre  gli concesse la vita  e il perdono, ma, da quel momento, lo  guardò con sospetto per il crimine compiuto.

Dunque, Erode, riavutosi a stento dalla malattia, pur indebolito di animo e di corpo, trovava dovunque cose mal fatte e manchevoli  e cercava pretesti  in ogni causa per  punire  che gli capitava. Sembra che ora Flavio segua un’altra fonte, avversa ad Erode, visto secondo un’ottica senile, degli ultimi anni di Regno.

Comunque, il ghet, il  libello di ripudio, della sorella  e l’accusa provata  con la mancata uccisione dei figli di Baba, determinano  la fine di Custobar,  reo di disobbedienza al proprio re per i fatti di 12 anni prima,  ed ora del complotto con Alessandra.

Erode varie volte  avrebbe voluto  punire i figli di Baba  perché erano uomini che avevano un comportamento contrario a lui , ora però  anche  se se n’era dimenticato, – il re soffre di amnesie!- la faccenda viene a galla con l’accusa  di sua sorella!.

Questo è Il racconto è di Flavio : Quando Antigono era re e le forze di  Erode assediavano  la città di Gerusalemme e sotto la spinta della miseria  che colpiva gli assediati  molti ricorrevano per aiuto ad Erode  e ponevano in lui le loro speranze, i figli  di Baba, invece ,che godevano  di un’alta posizione  ed avevano un grande influsso sulle masse  restavano leali ad Antigono, parlavano sempre male di Erode ed esortavano il popolo  a mantenersi dalla parte del re, il cui potere veniva dalla nascita  Tale era la politica di questi che  pensavano che ciò fosse vantaggioso. 

Lo storico aggiunge:  Dopo la presa della città,  quando Erode controllava ogni cosa,  Custobar aveva il compito di chiudere le uscite  e custodire al città  per impedire la fuga dei cittadini che erano in debito o che seguivano una politica di opposizione verso il re. Siccome Custobar sapeva che  i figli di Baba  erano stimati ed onorati da tutti, pensando che, se li avesse salvati,  avrebbero avuto parte importante ad ogni cambiamento  di governo, li allontanò dal pericolo  e li nascose nella sua regione. 

Ora, dunque, i fatti dicono che Custobar non è stato fedele ad Erode, il quale per lui e i figli di Baba e gli altri seguaci del dio Kos(T)e non è degno di regnare  perché non ha  i diritti di nascita.

Custobar ancora di più è  infedele perché  precedentemente  Erode avendo sospetto della cosa, aveva  indagato su di lui, che  però lo rassicurò  giurando  che non sapeva assolutamente nulla di quegli uomini ed inoltre il re avendo promesso una ricompensa  per ogni informazione su di loro   ed avendo fatto compiere ogni genere di ricerche,  Costubar non si decise  a confessare  poiché era convinto  che avendo negato una volta,  non sarebbe rimasto impunito  se fossero stati trovati  ed era obbligato a tenerli  nascosti  non solo per lealtà verso di loro,  ma anche per necessità.

Ora, però, Erode informato da Salome che deve provare coi fatti quanto dice  mandò sul luogo, nel quale quelli si trovavano,  e li fece trucidare.

Lo storico conclude che  della famiglia di Hircano non rimase vivo nessuno, pur sapendo dei figli di Mariamne (Ibidem 266 ).

Così,  dopo questa strage, Erode decide  di  uccidere i suoi amici e famigliari, Custobar, Lisimaco, Antipatro detto Gadia e anche Dositheo.

La nuova strage  secondo Flavio avrebbe chiuso per sempre il problema dei rapporti con la stirpe asmonea, ma non è così.

Erode non ha ucciso tutti quelli della famiglia di Hircano  perché ci sono figli di Mariamne che hanno il dovere della vendetta, avendo   succhiato odio fin da bambini contro di lui, loro padre, distruttore della loro famiglia da parte materna !

Il regno, che sembra completamente in mano di Erode  perché non ci sono  più uomini che possono  contrastare  le sue  azioni,  non è affatto sicuro, nonostante la fiducia in lui di Roma, di Ottaviano e di Marco Vipsanio Agrippa.

Giulio Erode in Giudea resta sempre un re illegittimo che compie azioni illegali  perché non conformi alla tradizione giudaico-aramaica, in quanto  non ha il potere, conforme alla  volontà/ thelhma  di Dio.

La morte di Mariamne

Ho fatto tutto quello che ho fatto, prima. guardando, esaminando e studiando ogni struttura minima del sistema ammirato, poi.  facendo esercizio, sbagliando, rifacendo, autocorreggendomi in un continuum ripetitivo, inesauribile, con lo skopos della perfezione teleioosis, più sul piano utilitaristico che su quello ornamentale, infine. accontentandomi di quanto so fare ed è nelle mie possibilità fisico-tecniche artigianali, come risultanza tuzioristica, seria, di un povero uomo, di una creatura mortale, senza dogmatismi.

 

Morte di Mariamne

 

Flavio scrive:  era donna  ottima  per padronanza di sé e magnanimità, ma aveva il difetto dell’intemperanza e per natura propendeva alla lite, data l’ambiziosa volontà di prevalere (Ant Giud., XV,237).

L’autore mostra, da una parte, l’educazione/paideia aristocratica liberale, la cui  nobiltà ha il pregio dell‘egkrateia e della megalepsuchia e, da un’altra, la naturale mancanza di to epeikes, congiunta col carattere di persona propensa al voler sempre vincere/ to philonikon. 

Lo storico, dunque,  sottende in questo giudizio la formazione liberale di una donna di famiglia regale e la presenza di precettori therapeuontes, che creano la base di una cultura aristocratica, collegata con gli studi enciclici, sviluppante parrhesia/ la libertà di parola, connessa con la coscienza di nobiltà che si esprime nella moderazione  e nella munificenza perfetta, nel clima di fortuna familiare, ma inadeguata e nefasta in caso di cambio di sorte e perdita di potere.

Infatti ta egkuklia comprendono, oltre i diritti comuni di tutti i politai, il corso di scienze e di arti (mathhmata) che ogni cittadino libero deve compiere, prima di entrare nella vita civile e fare parte della società politica.

Essendoci stato l’avvicendamento tra gli asmonei e gli erodi ad opera dei romani -che, avendo vinto i Parthi (precedenti  legittimi elettori, considerata la supremazia nell’area eufrasica  del re dei re), hanno ora  il diritto di dare la basileia ad uomini di fiducia-  Alessandra, superstite filoparthica, è a corte sopportata più per il matrimonio di Mariamne con Erode che per il valore della stirpe, ormai senza ricchezza e senza cariche, con il solo nominale prestigio.

Ora la famiglia asmonea, in una tale nuova situazione, avrebbe dovuto studiare una strategia per sopravvivere e  per passare indenne tra i pericoli di una corte, in cui predomina l’elemento filoromano, di cultura idumea e nabatea,  in relazione  alla prima moglie di Erode,  Doris – di cui non si sa neppure se vive nello stesso ambiente, seppure in posizione secondaria, rispetto all’altra nuova moglie, – col proprio figlio Antipatro, coccolato certamente  dalla nonna Cipro e dalla zia Salome, partecipi, pur donne, del consilium principis.

Invece Mariamne e la madre disdegnano perfino il contatto con le donne della famiglia del re, che agli inizi, fresco sposo e nuovo re, è innamorato della moglie, la quale non dà per quasi un anno e mezzo segni di maternità.

La giovane sposa, che è molto legata alla storia della sua infelice famiglia,  poi,  piange la morte del fratello, si lamenta di essere sorvegliata con la madre da Giuseppe, vivendo, in assenza del marito, un delicato momento tra dolori, ansie, incertezze, sobillata ed aizzata da Alessandra – che si sente ancora legittima regina e non ha la coscienza di essere diventata suddita del genero, nonostante le umiliazioni e le  continue sconfitte- ed è  sempre  mal vista e non accettata dal clan idumeo, fin dai primi mesi di matrimonio, che l’accusa di sterilità.

Per una donna  di nobile nascita, che, pur amatissima dal marito, risulta  subito cattiva, per il suo carattere arrogante e liberale,  non è facile  mantenere il controllo di fronte a gente più matura che provoca ad arte, che paga cortigiani per farla esplodere in una comunicazione superba con espressioni alterate di disprezzo verso la stirpe inferiore degli idumei, più abile nel litigio – Ant Giud XV,237-.

E’ probabile che Mariamne , esacerbata e provocata,  abbia detto quanto poi dicevano i suoi figli, Alessandro ed Aristobulo, venti anni dopo, ad Antipatro, figlio primogenito  di Erode, che insieme a tutti gli altri erodiani,  ostacolavano i loro diritti alla successione, cioè di fare diventare scritturale di villaggio ogni idumeo di corte in relazione allo stato presente e all’educazione ricevuta -Ant giud, XVI, 203-.

Mariamne, nella sua guerra privata con le donne  idumee  alteramente  le invita a deporre gli abiti regali e a mettere gli stracci come divisa di una professione servile.

Lo storico, dunque, considera Mariamme una donna cattiva perché viziata dall’educazione regia impartita dalla famiglia, asmonea, secondo le regole della basileia ellenistica  e  quindi la giudica  colpevole  in quanto incapace di venire a patti con la realtà di una corte idumea e nabatea  illegittimamente regnante, di origine  certamente non nobiliare, ma neanche plebea, perché ricca e benestante secondo la logica arcaica tribale mesopotamica.

Per lo storico Mariamne è ancora di più resa  kakh  dal marito che, adorandola, l’autorizza ad essere regina e a comportarsi in modo scontroso a seconda dell’umore, non solo con i cortigiani e con i parenti acquisiti- specie con la madre e con la sorella del re- ma anche con lui in quanto lo vede suddito d’amore e ritiene che  mai da lui potrebbe avere una qualche reazione irrazionale ed imprevista, dato l’innamoramento, e tanto meno subire un qualcosa di grave o avere la paura di affrontare un minimo pericolo.

Forte di avergli dato altri quattro figli, dopo la nascita desideratissima del primo maschio nel 35, la regina impone una dittatura più sul re che sulla corte: la sua indiscussa bellezza fisica e la nobiltà comportamentale -Ibidem 237 –  sono baluardo e difesa insormontabile di una donna razionalissima ed anaffettiva  davanti ad  Erode, re sentimentale, passionale, acquietato sessualmente, a precise scadenze!

La donna non conosce,  però, la perfidia della  stirpe  né la natura di Erode, suo marito, la sua  ambizione, pertinacia,  arrivismo  e opportunismo, la megalomania  -Ant Giud., XVI, 150-159.

Erode  è altalenante nella furia sentimentale, capace di innalzare alle stelle ma anche di gettare alle stalle  quanto  ha di più caro e sacro, feroce nella determinazione  barbarica e quindi funesto nell’ira improvvisa, nonostante la coscienza dei sicuri pentimenti e dell’incapacità di vivere senza Mariamne.

Nei casi di cecità assoluta e di irrazionalismo bestiale non c’è freno per Erode ed allora non serve  né bellezza né nobiltà: alla bia non c’è rimedio!

Ho voluto precisare questo aspetto  in quanto ho letto il rimprovero di Alessandra   verso la figlia bollata come kakhn kai akhariston nei confronti del marito.

I due aggettivi si completano nel ritratto  di  persona scaduta dai canoni della rettitudine di comportamento della basileia in quanto la kakia/cattiveria indica uno status di decadimento volgare di un’ aristocratica rabbiosa coi populares, mentre l’akharistia connota l’ingratitudine nel rapporto con un uomo innamorato e disponibile  ai capricci di una  moglie giovane, definito euergeths.

Alessandra, infatti, rileva, in una situazione di gravissimo pericolo anche per lei, depressa,  che secondo l’etica regale, in relazione al rapporto tra moglie e marito, sua figlia subisce cose giuste per siffatti atti audaci e temerari/ dikaia paskhein epi toioutois tolmhmasis  dicendo che ou gar ameipsasthai  deontoos  toon pantoon autoon euergeths/ non c’è modo di contraccambiare adeguatamente un benefattore grandioso.

La regina  afferma che la figlia non si è comportata in modo conforme all’educazione ricevuta,  i cui cardini sono agathia ed eukharistia, avendo lei compiuto atti temerari ed osato eccessivamente, approfittando della generosità del marito euergeths: la madre condanna così a morte la figlia e la insulta!  C’è ostentata teatralità  al fine di un calcolo personale e politico, per salvaguardare egoisticamente se stessa e dissociarsi dalla condotta della figlia, in una connessione improvvisa con l’opposto clan idumeo, da sempre ostile!: a tanto porta la paura della morte, anche in un animo nobile!

Mi è sembrato necessario, prima di riprendere la narrazione precisa dei fatti del Bios del grande Re, fare questa premessa  alla morte di Mariamne, sia per comprendere la donna ventottenne, nel suo pieno fulgore di bellezza,   che Alessandra,  domina di circa 45 anni, maturata nel dolore e nella rabbia repressa di vittima rispetto al fortunato genero, protetto da Dio,  in quanto politicamente sconfitta.

Secondo Flavio, Erode,  tornato dal suo viaggio trova  la corte divisa tra le donne asmonee – sempre più convinte di dovere predominare, ( la madre per la sua alterigia  regale, la figlia. oltre che per la nobiltà, anche per l’ascendente che ha sul suo uomo,  conosciuto nella sua passione amorosa e nel suo sentimento)- e le idumee agguerrite per i successi del parente.

Il pettegolezzo è una norma nelle corti, ma in quella di Erode ha maggiore rilievo perché i due gruppi si odiano profondamente e cercano un motivo per fare esplodere il rancore represso dall’una  e dall’altra parte.

Per fortuna di Erode  la situazione non precipita  e resta inalterata       per un mese dal momento del suo ritorno.

Un nuovo evento  attira  i cortigiani, divisi nella gioia alcuni e nel compianto gli altri:  la vittoria di Ottaviano e la morte di Antonio e di Cleopatra.

Erode si è barcamenato nei litigi tra le due partes,  sopportando e mitigando le opposte richieste delle due famiglie, rimanendo in una posizione di moderata tolleranza ed ora partecipa alla festa per la vittoria del suo  nuovo patronus, anche se  in cuore suo è turbato ed ha molti motivi di rimpiangere il povero Antonio.

La convocazione  in Egitto da  parte dell’ autocratoor è, comunque, una liberazione   e risulta un lieto evento, che lo libera da quel covo di vipere, che è la sua corte.

Si dovrebbe essere intorno alla fine di settembre del 30, quando ancora Ottaviano va alla ricerca di Cesarione. Flavio scrive che Erode allora si affrettò ad incontrare Cesare e lasciò gli affari privati così com’erano.

Lo storico aggiunge: quando arrivò in Egitto, prese a discutere degli affari con Cesare con una maggiore libertà come un vecchio amico, e gli furono concessi favori molto grandi (Ibidem 217).

Erode , dunque,  avendo  stabilito a  Rodi buoni rapporti diplomatici con  Ottaviano, è rimasto in relazione con lui  tramite messaggeri e lettere e perciò, diventato amico philos, si comporta  nel parlare con maggiore libertà /metà pleionos parrhsias eis logous .

Si sa che Ottaviano regalò quattrocento galati,  che erano stati  guardie del corpo di Cleopatra; gli restituì il territorio che gli era stato tolto  a causa di  lei, aggiungendo, inoltre,  al suo regno Gadara, Hippo, Samaria, e  Gaza marittima, Ioppe e Torre di Stratone (Ibidem) .

Non si sa quanto tempo il re rimanga in Egitto, ma non sembra molto perché  Ottaviano parte da Alessandria a metà ottobre.

Flavio sinteticamente scrive: Avute queste cose ed accompagnato Cesare fino ad Antiochia, ritornò indietro e quanto più felicemente faceva le cose fuori di casa, tanto più era travagliato in casa, specie con la moglie, di cui pareva che fosse stato molto felice, poiché l’amò non meno di quelli che sono famosi nelle storie d’amore.

Lo storico sottende,  da una parte,  un viaggio durato oltre un mese, in cui Erode scorta l’autocrator, cavalcando al suo fianco, ammirato e splendidamente vestito (lamproteros), pagando le spese del viaggio fino ad Antiochia  per poi ritornare a Gerusalemme,  e da un’altra  mette in opposizione la felicità del viaggio nel rapporto con estranei col travaglio in casa a causa dei contrasti coniugali, nonostante un gamos eutuchhs.

Flavio parla a lungo di questo matrimonio, che ha dato  cinque figli (Alessandro, Aristobulo, Salampsio, Cipro ed un figlio) e che ha procurato   eudaimonia  ai due sposi,  protagonisti di una vicenda d’amore, degna di dihghsis/narrazione!.

Lo scriba greco usa i termini dell’istoria erootos per mostrare Erode come personaggio di un romanzo ellenistico, come Dafni  di Longo e come Cherea di Caritone.

Flavio (o meglio chi scrive in greco per lui!) conosce certamente il muthos erootikos, fiorente come genere letterario già nel I secolo e ancora di più nel II, in quanto il suo linguaggio retorico è vicino a quello di Il romanzo di Calliroe di Caritone  e forse anche alle Storie di Apollonio di Tiana di Filostrato.

Flavio scrive – Ibidem 218-: eroota gar oudenos elattoo toon istoroumenoon epeponthei metà tou dikaiou  ths Mariamnhs /  infatti aveva patito  giustamente  un passione amorosa per Mariamne non inferiore a nessuno di quelli di cui si raccontano storie.

Il termine Orgh di Cherea- che dà un calcio violento (Caritone di Afrodisia  il romanzo di Calliroe,  a cura di Renata Roncali Bur1996,  elaktise I,  IV,12)  al ventre della moglie uccidendola (all’apparenza)-  indica una improvvisa rabbia furiosa e potrebbe essere  quella stessa di Erode  che, agitato, condanna a morte Mariamne .  Secondo Flavio  Egli amò Mariamne secondo merito, in quanto  era tra le altre cose casta e fedele, anche se aveva il difetto della naturale molestia femminile e dell’eccessiva libertà di parola, data la sua coscienza di essere la regina  rispetto al civis idioths,  suo suddito, per di più  servo di amore, in quanto innamorato pazzo.

Infatti la donna domina il marito  in quanto sa come prenderlo  come maschio e come re, e lo assoggetta ai suoi voleri coram populo, davanti a tutta la corte e specie di fronte al clan idumeo e nabateo, che venera il tradizionale maschilismo,  paternalismo e  autoritarismo regio.

In un clima di sospetti e di insinuazioni da parte delle donne  idumee – ridotte al silenzio e costrette a tramare insidie e a vedere il trionfo di Mariamne, prolifica e festeggiata ad ogni parto- passato circa un anno dal ritorno dall’Egitto, scoppia la tempesta tanto più forte per quanto è stata tenuta sotto controllo.

Il periodo, in cui  si acuisce la sfida tra le due  famiglie dovrebbe essere tra il gennaio del 29 a.C.  ed inizio marzo del 28, un  tempo  di circa 14 mesi, alla cui fine  Mariamne viene strangolata per ordine del marito.

La donna  in questi lunghi mesi  è attaccata, spiata e messa sotto osservazione dalle donne idumee,  decise ad annientarla, tese a cercare il minimo pretesto per incriminarla e farla inquisire dal marito, che  a sua volta  è seguito da servi, da spie,  da ministri che, leggendo ogni smorfia,  ogni gesto, ogni comportamento per la definizione delle azioni successive, in modo da prevenirlo e da determinarne giudizio, riportano fedelmente a Salome e  a Cipro ogni dettaglio, registrato.

In questo assedio Mariamne  trascorre mesi, dopo che Erode è tornato da Cesare: la colpa varie volte viene velata dal re, ma poi diventa  un’accusa  effettiva in una precisa occasione.

Flavio (Ibidem, 222-223) scrive: Erode a mezzodì voleva riposarsi e si presentò da sua moglie, spintovi dall’amore che le portava. Entrò, ma non giacque con lei perché la donna lo cacciò rinfacciandogli la morte del padre(Nonno) e del fratello. Perciò essendo Erode molto sdegnato e disposto a punirla, Salome, sorella del re, sentito questo, mandò il coppiere regale a dirgli che Mariamne aveva preparato una bevanda- farmakon- per eccitarlo ad amarla di più.

ll servo riferisce l’accaduto e le donne, idumee – forse anche Doris e  la moglie di Fasael, oltre alla vecchia Cipro-  fanno scattare il loro piano per rovinare definitivamente la  giovane donna, ritenendo  finalmente giunto il giorno della vendetta sulla base di un filtro d’amore, di un pharmacon, come prova di un’accusa di veneficio, mista ad un ventilato adulterio.

La donna, innervosita da tante pedinamenti e da tanti rumores/ voci pettegole ed ingiuste contro di lei, onesta, è astiosa nei confronti di Erode anche lui stretto tra odio ed amore  e  costretto a passare da uno stato di tranquillità e ad uno di sdegno.

Il  rifiuto di prestazione sessuale  da parte della regina  è un atto di stizza che diventa poi un’ accusa contro il re,- uccisore tra l’altro anche del nonno- che,  per non reagire esce indispettito dalla camera, seguito dallo sguardo attento della servitù.

Nel complesso, comunque,  il re  da tempo avrebbe voluto punire  l’orgoglio della moglie  che ancora occupava parte dei suoi sentimenti, dopo 10 anni dal matrimonio,  ma non aveva la forza di disfarsi della donna. In conclusione l’avrebbe punita  volentieri, ma temeva  che con la morte di lei, involontariamente avrebbe inflitto  una punizione più grande a lui che a lei (Ibidem, 212).

Lo storico non è più storico ma  narratore  ellenistico del  muthos erootos che segue i canoni delle vicende amorose dei protagonisti con intrighi di corte e con la  manifestazione epiphaneia dei sentimenti più intimi di Erode, non più compos sui.

Erode è visto dilacerato tra to stugein  e to stergein, tra il disgusto dispettoso-che lo fa sputare per l’odio rabbioso- e la tenerezza  di un abbraccio con amoroso trasporto di innamorato, da un autore che usa  l’ allitterazione di st iniziale e di g(ein) finale per evidenziare il contrasto tra odio ed amore, che sottende l’opposizione asprezza-dolcezza.

Lo scrittore  legge la situazione dall’angolazione delle donne  idumee, represse ed ostili, che, trovata l’occasione ottima per vincere  sparlavano  spettegolando/dielaloun  spargendo non piccole calunnie ou mikrais… diabolais  per fomentare in Erode  misos omou kai zelotupian/ odio insieme a gelosia (ibidem 212-213).

La pars idumea, e specie la perfida Salome, approfitta del momento, vedendo il nervosismo nel  volto stesso del re,  gli invia un coppiere /oinokhoon addestrato per questa operazione,  a denunciare  Mariamne con molta cautela, in relazione al comportamento di Erode.

Ecco quanto scrive in discorso indiretto Flavio a proposito del  filtro d’amore- pharmakon,  che fa scoppiare la tempesta, tenuta a lungo sotto controllo (ibidem224):

Se il re ne fosse turbato e chiedesse che tipo di bevanda fosse, dicesse…  Pharmakon, che ella aveva chiesto di dare al re, ma se non si turbasse, non  gli dicesse altro perché Mariamne non era in pericolo.

Detto questo, lo mandò a parlare ad Erode. Costui facendo finta di parlare di cose importanti affermava che Mariamne gli aveva dato del denaro perché gli somministrasse una bevanda affinché  l’amasse di più. (Ibidem, 225)

Il coppiere  è uomo ammaestrato da Salome a seguitare solo se vede Erode partecipe della rivelazione a seguito del termine pharmakon – equivoco, anche per la sospensione (dopo legein…)  presente nel testo, come significato  in greco in quanto vale cosa giovevole o malefica, in relazione al contesto -: il re era commosso ed eccitato e, quello seguitò a dire che era  pharmakon ciò che lei gli ordinava di dare,  ma non sapendo il suo effetto, lo aveva manifestato a lui affinché  gliene mostrasse gli effetti.

Erode, allora, fa  chiamare l’eunuco/ eunoukhon di Mariamne, il più fedele, quello senza  il quale la donna non fa niente ed ordina di  torturarlo.

Perciò il re, che prima era furibondo, udite queste cose, divenne molto più turbato, tormentava l’eunuco che era fedelissimo a Mariamne per sapere del pharmakon, sapendo bene che tale cosa non poteva essere procurata senza di lui.

L’eunuco, che era partecipe dei segreti, non disse niente del farmaco, ma manifestò che l’odio rancoroso/ ekhthos derivava da quelle cose che aveva detto Soemo (ibidem 227).

Il sentire nome di Soemo, unito a quello della moglie, fa impazzire Erode, che  mentre ancora l’altro, torturato,  sta parlando,  sbraita e  grida che Soemo era stato sempre fedelissimo a lui e al regno e mai avrebbe dovuto tradire le sue istruzioni, a meno che non avesse spinto troppo in là la sua intimità con Mariamne ( Ibidem 228).

L’uso del verbo proerkhomai (che vale vado avanti, progredisco, faccio passi avanti gradatamente  in un discorso o in una comunicazione)  fa pensare che Flavio indichi che Soemo abbia tentato approcci  personali, durante la sua assenza, con Mariamne in quanto aggiunge ulteriormente paraiteroo (comparativo assoluto di pera), che significa troppo avanti (troppo oltre) nel rapporto comunicativo.

Insomma le donne idumee fanno sospettare Erode che la moglie possa averlo anche  tradito con Soemo (c’è un figlio, senza nome,  tra i figli di Mariamne!).

Erode, esagitato,  comanda che Soemo sia  arrestato ed ucciso immediatamente, ma  riserva un diverso trattamento a Mariamne e perché consorte e perché asmonea, temendo il giudizio di romani, presenti a corte e l’odio popolare.

Flavio dice:  concesse alla moglie un processo/crisin, dopo aver riunito  gli uomini  più vicini a lui  e presentò un’accusa ben formulala  e dettagliata  contro di lei su filtri e su farmaci, allestiti da lei (ibidem, 229). Erode, in quanto sovrano assoluto, nominato da Roma, ha autorità completa nel suo regno e non deve giustificare la sua azione: questo aveva sancito Antonio davanti a Cleopatra, a Laodicea, affermando che ogni re  è libero nel suo regno, altrimenti che re è!

I presenti  e i suoi consiglieri, formanti il suo consilium principis, pur edotti  giuridicamente,  emettono sentenza di morte contro ogni tradizione giuridica, specie quella ebraica mosaica (cfr. Il giudice di Filone alessandrino) impauriti  a causa dell’agitazione di Erode e delle sue violente escandescenze.

Flavio così scrive, quasi per correggere l’immediata illegittima condanna, a  seguito di una pacata riflessione:  Dopo la sentenza  e a lui e ad alcuni  presenti  sembrò bene non  dover procedere con troppo fretta alla esecuzione,  ma di rinchiuderla in una delle  fortezze del regno.( Ibidem, 230).

Il consiglio, in un momento di calma, persuade probabilmente  il re rientrato in sé,  a non avere fretta nell’eliminazione di una donna a lui cara – della cui mancanza potrebbe soffrire, dato l’intenso amore ancora palese verso di lei -.

L’intervento di Salome, – che è tra i consiglieri del re insieme ad altri membri della sua famiglia – decisa a mettere a morte la regina, risulta  un avvertimento politico per il fratello – che deve temere i  sudditi aramaici finché vivono gli asmonei, loro legittimi sovrani – convince Erode della necessitas della immediata morte di Mariamne.

La mia traduzione di Flavio  in discorso diretto rende bene la malvagia  intenzione  di Salone che impone  di fare eseguire la sentenza, se vuole regnare senza rivolte:   se lei rimane in vita, guardati dalle insurrezioni del popolo/tas tarachas tou plethous!.

 Flavio descrive, infine,  lo spettacolo della morte di Mariamne  mostrando la commozione generale  della corte, senza cenno ad Erode, la  serenità della regina,  che va  a morte  conforme alla sua paideia regale  e per contrasto la metanoia improvvisa, imprevista  della madre Alessandra,  anch’ essa accusatrice.

E’ una dihgesis   drammatica,  lunga ( Ibidem 232-239), retorica e tecnica, propria di uno buon  scrittore  ellenistico, che segue la fonte di Nicola di Damasco, uomo presente a corte come therapeuoon di Alessandro ed Aristobulo, i piccoli figli di 8 e 6 anni  .

I termini usati, specie per mostrare il  cambiamento improvviso di Alessandra, -che presa da  phobos (sotteso, non esplicito nel testo),    si accinge  a recitare la parte di accusatrice  per salvare se stessa, cosciente che su di lei  incombe ora la morte, dopo le parole di Salome-  segnano i  momenti significativi della tragedia asmonea e della madre e della figlia.

In effetti i termini rivelano il tracollo psico- fisico di Alessandra, fino ad allora spietata antagonista di Erode  per la supremazia, nonostante le sconfitte,  con l’esplodere dell’egoistica volontà di vivere, come  istinto di sopravvivenza, nel balzare su, da isterica, /ekpedhsasa e nel rinfacciare/ loidoroumenh  alla figlia la non conformità di vita rispetto all’educazione ricevuta, proprio lei, che con un comportamento indecoroso vuole  ingannare  da commediante / kathupokrinasthai  askhhmonos gli  altri  cortigiani.

La donna suntheoorhsasa ton kairon,  studiata attentamente e razionalmente la situazione, venutagli meno la forza di combattere all’improvviso, come spossata, crolla per paura, e cambia strategia istantaneamente e passa dalla parte del vincitore e si accanisce contro la figlia condannata, delle cui azioni lei è certamente correa, Lo spettacolo è indecente, indecoroso, vergognoso davanti alla corte  di idumei, di aramaici, di romani, di cortigiani e di servi,  da parte di un regina madre, indegna di una figlia condannata a morte,  silenziosa e dignitosa nell’avviarsi al luogo dello strangolamento.

I termini tecnici usati da Flavio segnano i momenti salienti della tragedia  di  due infelici  donne, da cui una esce sublimata,  anche se  morta, l’altra, distrutta moralmente, pur rimanendo viva.

Flavio (ibidem,232) spiega: vista la situazione e avendo ben poca speranza  di sfuggire ad un trattamento simile  da parte di Erode,  cambiò la sua attitudine in una maniera sconveniente, in modo  opposto alla sua  precedente arroganza/enantioos pros to prooton thrasos lian aprepoos meteballeto.

Dopo l’esame dalla sua angolazione dei rapporti  sbagliati della figlia col marito, giunge a compiere atti indegni, oltraggiandola  e strappandole i capelli – Ibidem234 –

Flavio aggiunge mettendo in contrasto tramite mende il comportamento della madre e della figlia, seguendo il giudizio unanime degli spettatori : pollh  men oos eikos,  kai para  toon alloon  h katagnoosis hn  ths  apreppous prospoihseos, mallon de enephanh  par’auths ths apollumenhs/c’era molta disapprovazione con condanna, come era naturale, da parte degli altri, di tale indecorosa simulazione mentre da parte della condannata  apparve  la dignità…

Ed infine, secondo  lo scrittore,  Mariamne, senza pronunciare una parola, senza mostrare turbamento davanti alla sceneggiata, dimostra fermezza di spirito, nonostante il vergognoso comportamento  materno.

Flavio, nella conclusione,  anche se  tende  a fissare il significato del silenzio, unito alla  sprezzante nobiltà del carattere di Mariamne, chiusa in sé, crea la tipologia della martire (utilizzata poi  dai cristiani), che davanti al tiranno  sacrifica la propria vita: andò  a morte calma, intrepida, senza cambiare colore e fino all’ ultimo diede manifesti segni  della sua nobiltà  a chi la guardava.

Lettere di Cleopatra ad Alessandra

La morte di Cleopatra

Lettere  di Cleopatra ad Alessandra

I. Kleopatra  Alecsandrai (dativo) khairein

Tu mi parli di Tuchh, narrandomi  tutto ciò che di male (e di bene) ti capita,  cioè quod  infelix et infaustum fit in opposizione a quod felix et faustum est, e credi di lottare con un destino crudele, contro cui il tuo volere razionale nulla può, per cui ti senti, per le sventure, miserabile e degna di compassione da parte di altri che hanno verso di te, da un lato,  sumpatheia e, da un altro, empatheia.

Contemporaneamente mi parli della tua infelicità, come meritata, in quanto porzione di sorte- moira- voluta dal Theos  che fa la storia tua e del tuo popolo e che ha una sua oikonomia di pathr, secondo imperscrutabili disegni divini, che si sviluppano e si attuano  tragicamente  mediante peripeteiai  e aprosdokhton improvvisi, sconvolgendo il razionale e naturale mondo umano.

Tu giudea, monoteista, figlia di sommi sacerdoti, erede di un popolo di philosohoi, che vive del timore di Dio e del suo nome santo, pensi davvero che debba scontare colpe per purificare te e la tua stirpe dai peccati amarthmata e quindi di dover fare penitenza?

Tu scrivi questo a me, regina di politeisti, che credono nelle forze primigenie  naturali  tanto da autorizzare la costituzione su base teologica del potere /kratos ad opera di letterati e di sacerdoti, che, avendo anche  exousia, sono abili a tenere a freno col paradosso il popolo ignorante: lo dici a me nuova Iside, Hator madre, pronta per un’ altra vita?

Tu piangi la morte di tuo padre Hircano, un vecchio di ottanta anni,  noto per la moderazione, perché ucciso da Erode un civis romano, che ha compiuto, in ricompensa dei tanti benefici ricevuti, un’azione non giusta né pia.

Il tuo logos  è basato  sulla condizione  dell’uomo -maschio o femmina- di un essere nato per morire, costretto a vivere, soggetto a fortuna, cioè  al caso che gira la ruota  della vita dell’individuo, dei popoli e dell’universo stesso creato.

Nessuno è padrone di sé, amica mia: siamo tutti, al di là della propria funzione di monarca, di privato, di servo, soggetti ad anagkh: ognuno di noi, nascendo, ha il suo destino, che fatalisticamente si compie.

Per me, educata secondo paideia  greca e cultura egizia al timore degli dei patri sia antropomorfici che zooantropomorfici, il vivere è necessitas mortale come h anagkh diamonoon o come h ek theoon anagkh, in quanto capace di  permeare la materia, che si deteriora con gli anni.

Nonostante il condizionamento religioso infantile, io so, da ente divino/ oon divino, comunque,  risolvere, capire e razionalmente accettare tutto ciò che accade, diversamente dagli occidentali romani, che hanno fiducia di essere padroni di sé nell’ essere ciascuno fabbro della sua fortuna/ suae faber quisque fortunae,  al di là della continua verifica dell’evolversi ineluttabile degli eventi.

Il sistema mio, ereditato da una tradizione millenaria congiunta con quella  greco-macedonica  da Tolomeo soter alla funzione ecumenica di Alessandro, è segno e risultanza divina di un metodo di adattamento alla realtà umana di creatura e all’armonia cosmica, in relazione alla maestà  faraonica regia.

Anche tu, come me,  penso che sappia vivere e morire in quanto accettiamo naturalmente  e razionalmente il destino di vita e di morte di ogni creatura, solo il romano invece vive nella presunzione dell’ eternità della stirpe, di superiorità rispetto a tutti i popoli, convinto di avere la funzione di sottomettere gli altri e di essere costruttore di una catena genetica infinita, che è il corpo unico della  Romanitas trionfante e catholikh/universale, che è il Kosmos, unitario, nato dal contributo di tutte le parti viventi,  in una visione supernazionale , che non tiene conto della fragilità dell’individuo, operoso per il bene comunitario.

Ogni civis,  facendo  la storia di Roma Aeterna, si eterna!; questo è  l’insegnamento,  ricevuto da  Cesare,  per il piccolo Cesare!

Per il senato romano conta Roma non la persona del civis romano, vale solo il divenire eterno e divino della Romanitas, il culto della dea Roma!. 

Perciò , io Cleopatra ho già organizzato  serenamente la mia morte, trasferendomi nel mio Mausoleo, non ancora finito, ma pronto ad accogliermi come Iside.

Da moglie di Cesare, da compagna di Antonio, da romanizzata, salvo mio figlio Cesarione, legittimo erede del Divus Iulius, l’emblema stesso dell’eternità di Roma, come l’eletto proclamato dalle genti, esaltato dalla theoria dei dotti del Museo, che l’hanno opposto di diritto al figlio adottivo di uno stesso Pater.

La vittoria di Ottaviano è effimera ed è su Antonio e su di me: Cesarione è libero, forte, invitto: la ricchezza dei faraoni, da me conservata segretamente per lui, e il genio di Cesare non potranno non sconfiggere Ottaviano signore di breve durata dell’ oikoumenh!

Il regno di mio figlio, dei miei nipoti, pronipoti,  sarà universale secondo i sogni di Cesare! Mio figlio è Cesare Alessandro!

Antonio, invece, da romano, magnanimo e da militare valoroso ha cercato prima la morte combattendo,  sfidando  perfino a duello il suo avversario  e poi si è gettato nella mischia con la fanteria contro la cavalleria di Cornelio Gallo, il sostituto ottavianeo di Pinario Scarpo, capo delle legioni  di Libia,  riportando un effimero successo tanto, comunque,  da premiare il  migliore, a sera, incoronandolo e dandogli una corazza e un elmo d’oro.

Il mattino successivo, dopo la notte di festeggiamenti, tutti i soldati, romani,  hanno disertato, compreso il premiato!.

Eppure il povero caro Antonio si  era illuso di poter far tornare con lui anche i milites di Gallo che, comunque, non aveva fatto toccare né raccogliere i biglietti di propaganda antoniana, scagliati con frecce, ed  aveva impedito col suono delle trombe di sentire la voce del vecchio imperator .

Antonio, dopo aver  lasciato una guarnigione a Porta Luna, in crisi ad una grave depressione,  è tornato a corte.

Siccome il 14  di gennaio è il suo compleanno,  l’ ho  festeggiato, dopo averlo coccolato, onorandolo come  mio signore e celebrando con ogni sfarzo la festa. Ho perfino trascurato il mio genetliaco, per suo amore!

Antonio ha cominciato,  allora, a bere insieme ad altri, riuniti nell’ associazione di Compagni di morte, di amici destinati al suicidio/sunapothanoumenoi.

Per giorni è andato a Faro e un giorno ha voluto vedere i suoi marinai, anche loro votati alla morte, desiderosi di combattere davanti a lui.

 Salutano lui come imperator, che li guarda orgoglioso dalla cima della torre del Faro; sciolte le vele vanno gridando contro la flotta nemica, ma improvvisamente alzano i remi e si salutano  con gli altri marinai delle navi opposte!

 Dopo questo fatto, Antonio non è tornato a corte, ma è rimasto a Faro in solitudine: Trascorreva lì i suoi giorni  fuggendo il consorzio umano, e diceva che apprezzava  e voleva imitare la vita dell’ateniese Timone, ritenendo di aver sofferto vicissitudini simili: anche lui offeso e trattato con ingratitudine dagli amici, per questo diffidava di tutti gli uomini e li aveva in odio.

In questo  periodo abbiamo saputo del tradimento di Alexa di Laodicea e di Erode, tuo genero.

Né io né Antonio ci siamo meravigliati del tradimento di Giulio Erode, un cane fedele  e mieloso, se il padrone è vicino, scodinzolante, servizievole, sempre vicino a chi comanda, troppo zelante come socius!

Un opportunista/ eukairos non può lasciarsi sfuggire l’occasione di saltare sul carro del  vincitore, se  si sente accarezzato, anche se sente ancora il caldo richiamo del vecchio padrone!

Da Alexa non me lo sarei aspettato: era un discepolo di Timagene, un retore famoso per la  parrhsia; era  amico di  Antonio fin da giovane; era di gran lunga il più influente  tra i greci /pleiston ellhnoon duntheis: io lo consideravo il miglior strumento per convincere il mio amato  perché capace di distoglierlo dai buoni propositi nei confronti di Ottavia, avendo per me un’ammirazione cieca ed una venerazione profonda !

Tu certamente l’avrai conosciuto, cara Alessandra, a  corte, da Erode : Antonio lo aveva inviato perché lo distogliesse dal cambiamento /ths metabolhs ephecsoon: solo lui l’avrebbe potuto fare!

Ha osato, invece, presentarsi da Giulio Cesare con Erode, fidando in lui. Erode pensa a sé e non gli è stato di nessun aiuto: è stato arrestato, portato  prigioniero a  Laodicea, fatto uccidere ed ha pagato per il suo tradimento verso di me  e verso Antonio, suo benefattore.  

Che dire ancora, cara Alessandra, ognuno crea a modo suo un proprio sistema di difesa umano verso la Tukhh:  tu , io, Antonio poniamo vane palizzate contro il destino al quale, si dice, anche gli  dei  come un semplice ebreo, come un greco o egiziano, come un romano, non possono non  inchinarsi.

Io ho pensato anche alla fuga ed ho fatto lavorare intensamente architetti ed operai per completare l’istmo intorno ad Arsinoe- Clima, proseguendo un ‘impresa grande  nobile ed ardita, iniziata dalla mia stirpe.

Eppure neanche questa è riuscita; tutto è vano ed inarrestabile quando la ruota corre veloce dall’alto: è frantumato il mio thelema di trasportare le navi, la flotta intera  sull’istmo così da farle navigare  nel golfo arabico, nella speranza di poter andare ad abitare in un paese straniero, portando forze e ricchezze sufficienti  per sfuggire alla  schiavitù e alla guerra. L’istmo che divide il Mare  Eritreo dal mare antistante l’Egitto, che sembra fare da confine  tra l’Asia e l’Africa,  è  di  100 stadi  nel punto più stretto tra i due mari: gli arabi di Malco e gli ebrei di Erode, come demoni, hanno bruciato le mie navi ed hanno precluso questa ultima via.

Ed  Antonio, non potendo morire  da valoroso in battaglia come i suoi gladiatori, -avrebbe tanto voluto  esser loro accanto e spronarli  fino alla fine gloriosa-  ha  dovuto proteggere Alessandria, sebbene invano!- ha impresso e scolpito, comunque,  ognuno di loro nel suo cuore e li compiange!

 Neanche sente chi gli consiglia di far finire la ierogamia, di  tornare dalla sua Ottavia e dalle piccole Antonie e lo esorta ad uccidere Cleopatra!.

Avrebbe una vita tranquilla ad Atene,  se mi uccide!  Avrebbe  regni per i figli se uccide il mostro!.

Antonio fa lo stupido e ride, da  ebete,  come un vecchio bambino, come uno dei vostri terapeuti, immerso già nell’eternità!

Sorridente, va dritto, a piedi, senza scorta, al Ginnasio, per svolgere la funzione di  gumnasiarcha supremo: ha stabilito per marzo–aprile, nel periodo delle Antesterie, un tempo festoso per i viventi inimitabili /amimhtobioon,  di iscrivere tra gli efebi Cesarione, mio figlio e di Cesare, ed Antillo, anticipando  i tempi per il figlio suo e di Fulvia.

Il giorno dopo quel grande evento, ho stabilito di stare una giornata intera con mio figlio, come madre e regina col figlio re, in una comunicazione più di sguardi  che di parole, più di azioni che di logoi.

 Ho contemplato  Tolomeo Cesare XV  con l’Ureo, col serpente  sacro d’oro, vestito con praetexta orlata col laticlavio!.Un faraone imperator!

L’ho salutato alla romana, l’ho baciato all’egizia; poi abbiamo banchettato io e lui, Cleopatra mhthr  e il neos Kaisar, in allegria, mentre giovani donne  danzano e cantano, invocando l ‘Eutuchia, l’ Amore e la Gloria. Abbiamo bevuto e gettato le coppe alle nostre spalle, come segno augurale.

 A sera si è licenziato da me e dalle donne  per ricomparire vestito da Tribuno, inviato con messaggi e lettere creditizie sigillate col doppio sigillo, quello di Cleopatra e quello di Tolomeo  Cesare, in Nubia, come una recluta in incognito,  per destinazione ignota, con mandata segreti.  

L’ho visto in tutta la sua bellezza e altezza, nella sua vitalità atletica, vero figlio di Cesare, anche nell’aspetto!.

 

  II. Kleopatra  Alecsandrai  khairein

Ti lamenti della sorte, insicura del futuro tuo e di quello di tua figlia, cercando comprensione (forse solidarietà) in una che non ha più nessun potere, costretta  a vivere per il trionfo del Vincitore.

Ormai un esercito sta penetrando da Pelusio ed un altro urge intorno a Porta Luna  di Alessandria sotto il comando di Cornelio Gallo, che attende l’ordine di entrare e di congiungersi.

All’insaputa di Antonio ho ceduto Pelusio e così facendo  ho già aperto  Porta Sole, inviando al Vincitore perfino uno scettro d’oro, una corona d’oro e un seggio regale,  pure d’oro, come segno di resa, di richiesta di trattativa diplomatica sulla base della cessione del trono.

Non ho avuto risposta. Antonio, per conto suo, ha mandato Antillo con una delegazione romana,   senza Cesare Tolomeo- perché malato?!- per un’intesa in nome della stessa famiglia Iulia.

Ottaviano è già alle porte di Alessandria e si è commosso al vedere il giovane figlio di Antonio, ma non ha trattato con lui! Questa è la mia situazione. Un’attesa  di entrare nel Mausoleo, mia tomba! Attendo non la conquista di Alessandria, ma messaggi cifrati di salvezza per mio figlio, lontano dalla patria!

E tu piangi per le tue disgrazie? 

E tu, piangendo,  preghi, e, disperata,  gridi in aramaico, in una raddoppiata invocazione di supplice: Eloi! Eloi! Lemà sabacthani! /Dio, Dio, perché mi hai abbandonato! Reciti la parte  iniziale del salmo di David il grande: lontano dalla mia salvezza/ sono le voci del mio ruggito. Mio Dio/ invoco di giorno/ e  tu non mi rispondi/ nelle ore della notte / e non ho pace.

Io ti dico, cara Alessandra, di non disperare e te lo dico col Canto dell’Arpista egizio: Osiride, che ha il cuore tranquillo non ascolta  le lamentazioni, non sono esse che liberano l’uomo dall’altro mondo.  Iside nemmeno è ascoltata…  Tutto è distrutto, tutto è finito: il male che batte il paese non ha fine. La morte, solo rifugio, quest’oggi,  è  davanti a me  come quando un uomo aspira a rivedere il suo focolare dopo aver passato numerosi anni in prigionia…. Rallegra il tuo cuore  perché ti è salutare l’oblio

Tu mi parli, cara Alessandra, delle tue sventure personali, familiari e patrie, marchi le tue sofferenze  e quelle di tua figlia Mariamne  e ti lamenti della sorte meimarmenh e dell’insensatezza di Tuchh  e dell’oikonomia segreta del tuoTheos upsistos, il venerato Shaddai

Deplori l’arroganza di tuo genero Erode,  che  ti tiene prigioniera  e che abusa, anche se innamorato,  dell’amore di tua figlia, costretta  a vivere accanto ad un rudis popularis e alla sua famiglia volgare!.

Tu mi scrivi che Erode ora  è più potente di prima e che la sua insolente superbia ora  condiziona la tua Mariamne, che non trova soluzione  al suo vivere. Erode è stato reintegrato nel suo regno ed è tornato  a corte con una concessione di Ottaviano e con  un decreto del senato romano: il favore di Adonai  è su di lui, che scampa sempre ai pericoli, anzi ne trae sempre vantaggi.

Lascia da parte la rabbia, giusta:essa frantuma  e sbriciola la tua anima. Accetta serenamente come Giobbe quanto accade  e fa scivolare la pioggia sul tuo mantello.

Tu parli di un Theos che  assiste  Erode e che invece ha abbandonato la tua famiglia da  ebrea vittima, simile  all’unto del signore sofferente, al Messia, agnello sacrificale  che porta su di sé i peccati del Mondo!

 Alecsandra, Alecsandra, il dolore ebraico, come  la tua stessa condizione di assuefazione dolorosa,  non è uno status reale, ma una lunga sofferenza come un’agonia prolungata all’infinito.

E’ poca cosa questa, o Alecsandra, e non ha niente di divino:  è solo una lunghissima alternanza, comunque,  casuale, insolita!

Piccoli e grandi sono niente agli occhi dell’Altissimo, come le loro storie felici o infelici: sono formiche schiacciate sotto il piede di un uomo che cammina,; sono  case inghiottite dal vortice di un fiume in piena, sono città popolose nel centro di un cratere di un sisma.

Ed io, Cleopatra? Chi sono? una piccola greco-egizia, prossima a morte, che si crede Dea!

Io cosa dovrei dire e fare? dovrei uccidere secondo Ottaviano, mio figliastro  signore, Antonio, mio signore marito!

 Ascolta! Cara.

Mi ha inviato un giovine di nome Tirso, in apparenza e a parole belloccio e fiero del suo compito:  con lui dovrei regnare! Con lui come sostituto nel talamo di Antonio, a me legato da sacri vincoli e da catene invisibili ai profani!.

Un liberto, non privo di intelligenza, abile a parlare  in modo persuasivo, troppo giovane per trattare con una donna  altera e straordinariamente superba!

Un meirakion  tremante di fronte a una regina adulta, nuda, che avanza verso di lui, vogliosa: per la paura il suo uccellino si nasconderebbe nel ventre!

Thanatos è liberatore della mia vicenda, altrimenti  per me c’è lo scempio di una regina  legata al carro del trionfo di Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare, col quale io, regina trionfai un giorno, a Roma,  su mia sorella, sotto lo sguardo severo di Calpurnia, la moglie romana del dictator!

Questa è la sorte di me donna e di me regina:  per chi nasce sovrana  essere mortale  non è solo dover soffrire  e morire ma  è soprattutto saper uscire teatralmente dalla vita, come divinità.

Il tuo Theos pather ha ora nascosto il suo volto, ma ricompare  talora per lenire la tua sofferenza.

Il mio Diònisos, invece  se ne è andato definitivamente col suo corteo di Satiri ed ha lasciato Alessandria: l’ho avvertito  questa notte  e mi sono svegliata di colpo, con un dolore nel petto.

Sento ancora  un frastuono mentre la città è immersa nel sonno, nel silenzio e nella  paurosa attesa  del futuro, improvviso, che risulta un suono misto armonioso di  vari strumenti, fuso con  un clamore di folla,  unito a grida  e danze di satiri, quasi fosse un corteo dionisiaco, che si snoda tumultuante. E sembra che proceda attraverso il centro dalla città verso la porta esterna, rivolta dalla parte di nemici  e che là il tumulto, dopo aver raggiunto il massimo grado, cessa.

Il sangue mi si gela, il silenzio blocca il mio respiro, non so né pensare né dire qualcosa.     

Alle prime ore dell’alba Ottaviano, trionfante, è entrato da Porta Sole, orientale,  con l’esercito, ed ha atteso al Gimnasio, dopo aver fatto poco più di una metà dell’odos principale della città, mentre dall‘altra  Porta orientale, festoso, Cornelio Gallo ha fatto i suoi dodici stadi per ricongiungersi col suo imperator.

Si è compiuto il destino di Alessandria lagide!.

 

III. Kleopatra  Alecsandrai Khairein

Alecsandra,  amica mia, questa è l’ultima lettera che ti invio: Ottaviano  mi ha preso prigioniera perfino nel mio Mausoleo.  Ora attendo l’atto finale  della mia sorte.

Ero già chiusa nel Mausoleo a  Lochias, decisa a morire, avendo saputo da un primo messaggero che  mio figlio Cesarione  viveva  in  sicurezza in una località segreta: volevo insegnare ad Antonio la via da seguire per morire dignitosamente, mostrare l’impavidità  di una regina di fronte a Thanatos, di una femmina cosciente di essere presto al cospetto di Anubi, dare l’esempio al  maschio civis romano, solo col gladio da configgere con bestiale ferocia  nelle proprie carni.  

Avevo saputo che Antonio avevo chiesto ad Eros, un suo fidato servo, di mantenere la  promessa fattagli di ucciderlo, qualora glielo avesse chiesto. Avevo sentito dire che  l’uomo, sguainata la spada, la sollevò come per colpire il suo dux, ma appena lui volse indietro la faccia, colpì invece se stesso.

Antonio invece già scosso dal suicidio di Eros, ascoltò, in silenzio, il racconto della mia morte , dettagliatamente descritta secondo le mie direttive  dai miei fedeli servi, opportunamente  inviati da lui.

Antonio, rotto il silenzio, disse: Brava Cleopatra !, Che cosa aspetti ancora Antonio? la sorte/h tukhh ti ha sottratto l’unico  ed ultimo pretesto per amare la vita!. Poi, dopo un pò aggiunse: Bravo Eros  non potendolo fare tu, mi hai insegnato  cosa devo fare io!.

  E subito si colpì  al ventre  e si lasciò cadere su un piccolo letto, ma non aveva  dato un colpo tale da provocare morte istantanea.

 L’emorragia, però,  era cessata  dopo che si era coricato; allora  si riprese un po’ e chiese ai presenti di finirlo.

Tutti fuggirono dalla stanza, mentre Antonio  gridava e si dibatteva.

Saputo questo, cara Alecsandra, ho inviato  il mio segretario, Diomede, con l’ incarico di portarlo nel Mausoleo.

Quando ha sentito la mia voce è rimasto sorpreso, stordito a  vedermi affacciata alla finestra del Mausoleo.

Ho ordinato di portarlo fin sotto il grande portone, senza aprirlo per timore dei romani.

Io stessa con le mie ancelle, facendo sforzi congiunti,  l’ho tirato su,  in alto, lentamente,  dentro il Mausoleo.

L’ho visto cosparso di sangue  ed agonizzante , con le mani tese verso di me.

Mi sono seduta a terra l’ho accolto tra le braccia, sdraiato  sopra le  mie gambe.

Mi sono chinato su di lui baciandolo;  mi sono strappato le vesti, battendomi il petto, graffiandomelo. Gli ho asciugato il sangue, l’ ho chiamato signore, marito imperatore /despothn , andra , autocratoora.

Alecsandra , davanti a lui morente ,  mi sono dimenticata di ogni mio male, pensando alla sua sofferenza e ho sentito chiedere tra i lamenti vino per la sete o per la speranza di morire prima!?.

Allora lui mi ha guardato e con voce flebile mi ha consigliato di  pensare alla mia salvezza, invitandomi a fidarmi solo di Proculeio e mi ha esortato a non piangere per le presenti vicissitudini e a considerarlo fortunato per la sorte  avuta, in quanto è stato epiphanestatos anthroopoon genomenos /il più illustre tra gli uominikai pleiston iskhusas/avendo  avuto un potere grandissimo  ed è stato  sconfitto in modo non ignobile da romano, ad opera di un romano / kai nun ouk  agennoos romaios  upo romaioon kraththeis. 

E’ Morto  così Antonio!

Ho saputo da Decelio, incaricato da me a portare la spada  ad Ottaviano per notificare la sua morte, che questi si è  ritirato  in un angolo e ha pianto, a lungo, l’uomo che è stato suo parente,  collega nel governo, compagno  di tanti combattimenti ed imprese.

Poi  Ottaviano è tornato lo scaltro dioikeths  ed abile politico che non si lascia sfuggire l’occasione  propizia per incorporare le mie ricchezze  e per prendere viva  me per  il suo trionfo.

Ha inviato  Proculeio al Mausoleo con l’intento di farmi prigioniera, e con l’ordine di impedire che io mi uccida e di scovare i miei tanti depositi finanziari e i miei tesori, salvaguardandoli dal fuoco.

Ho capito, nonostante il consiglio di Antonio, di non potermi fidare di Proculeio, ministro fedele ad Ottaviano,e  mi sono ulteriormente rinchiusa nelle parti più interne del Mausoleo,  col cadavere diell’amato,  profumato con tutte le essenze più preziose.

Allora Proculeio mi ha raggirato con uno stratagemma: mentre sto discutendo con  Cornelio Gallo che  prolunga il colloquio, sulle condizioni di resa della città  da una fessura   del Mausoleo, essendo il legatus sopra  una scala, dalla parte opposta Proculeio con un’altra  scala  entra attraverso quella finestra  aperta- da cui  è stato fatto passare  Antonio-  ed è sceso con due aiutanti verso di me ancora parlante.

Ho sentito  solo il grido di Carmione: infelice Cleopatra sei presa viva!

Poi sono stata affidata  alla custodia di Epafrodito, che ha il compito   sorvegliarmi a vista,  di concedere quanto mi necessita  e di preoccuparsi che io resti viva, pena la morte.

Prima hanno frugato  le mie vesti  e dalla cintura hanno tolto lo spadino, hanno  toccato la mia persona in ogni parte,  esplorando perfino la mia bocca alla ricerca di armi o di veleno.

Sono rimasta  prigioniera in attesa di eventi,  per tre giorni, mentre sento grida di giubilo: il popolo applaude il nikeths,  lo chiama  despoths, soothr , euergeths. La  Città è salva perché destinata ad essere proprietà privata dell’autokratoor come l’Egitto

Mi hanno, invece,  riferito che Ottaviano ha salvato Alessandria dalla rapina militare e dalla distruzione in onore di Alessandro,  per la bellezza  e grandezza dei monumenti  e per amicizia con Arieo Didimo.

Arieo, simbolo della cultura del Museo e dell‘akharestia degli intellettuali,  per primo tra gli alessandrini,  è salito sul carro del vincitore, pronto con tutti gli altri membri, accademici, a fare la propaganda sebasta  per Giulio Cesare Ottaviano,  a mettersi al servitium di Roma.

Ora che  ho svolto con le mie ancelle le esequie per Antonio,   mi accingo a morire.   Non ho voluto nella stanza romani che, comunque, sono in quella accanto!

Mi è giunto un  secondo corriere  senza messaggio, che per me significa  sicura salvezza e libertà di Cesarione in terra straniera.

A lui consegno questa  lettera  per te, amica  mia, mentre sento i passi dell’uomo che ci porta la coena.

Solo  dopo,  mi sdraierò sul letto ed Ira e Carmione mi prepareranno per l’incontro con Iside e con Hathor, che mi scorteranno da Anubi.

Errooso kai khaire

 

 

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

 

Giulio Erode e  Giulio Cesare Ottaviano

 Con la battaglia di Azio, la sconfitta di Antonio significa  per Erode precipitare in un baratro, in un vano tentativo di appiglio,  un incubo notturno, alla ricerca affannosa di un’ancora di salvezza, di una luce: il re giudaico è tale più  per volontà di Antonio che  per un decreto del Senato!.

Il triumviro, dominus dell’Oriente,  andando oltre il decreto del senato del 40,  ha ucciso il legittimo monarca Antigono, filoparthico, aramaico, per dare il titolo a  Giulio Erode, dopo aver preso  Gerusalemme tramite il Legatus Sossio/Sosio, al di là dei suoi meriti personali e di quelli paterni nei confronti non solo della sua  persona di triumviro, ma anche di quella di  Cesare e della Res publica romana.

Senza il patronus un re cliens non ha il suo referente politico, né ha più un’area di potestas e quindi auctoritas né sul Tempio né su Gerusalemme,  né nella corte  con le sue due famiglie divise, né coi protoi giudaici e col sinedrio, volti verso il nuovo dominus dell’impero romano e  tanto meno col popolo, che  è da sempre filoasmoneo, aramaico, antiromano.

La vittoria di Ottaviano, neanche preventivata, data la superiorità navale  e quella terrestre di Antonio, è per lui un terremoto politico, superiore al sisma catastrofico naturale, una punizione divina, che rovescia il normale ordo razionale umano e rovina la sua personale costruzione, facendo franare, alla base, il suo Regno.

Bisogna ricostruire tutto, a cominciare dalle amicizie, dopo averle ben ponderate, rovesciare le relazioni umane, perfino cambiando i contatti con le donne asmonee e con gli altri monarchi delle zone vicine, adeguarsi al loro stesso sistema procedurale, entrare in rapporto diretto col nuovo governatore di Siria: la corruzione con migliaia di talenti potrebbe non essere utile senza la sicurezza dei passaggi nelle mani realmente amiche, senza la certezza dell’approdo nelle casse di Ottaviano, ora stanziato a Samo.

Correre a Samo, facendo un iter di oltre 2000 km  quasi 11000 stadi, via terra, come anche via mare,  non sarebbe stato fruttuoso: avrebbe dovuto poi aspettare il suo turno  dopo avere chiesto udienza, a seguito di un‘ottenuta convocazione: Erode è un avversario politico, convertito dopo la vittoria, che chiede il perdono, facendo la proskunesis, come un cliens!.

Erode comprende che  deve solo attendere l’occasione propizia  e la convocazione  ufficiale del Vincitore.

Quindi  Erode  attiva il suo servizio di spie, di  emissari, di ambasciatori e ripristina i contatti tramite i piccioni viaggiatori  di suo padre per  conoscere gli eventi prima degli altri, specie per sapere i fatti prima di Alessandra  che ha buoni rapporti epistolari sia con Roma che con Alessandria, e con Ottavia e Giulia Livilla e con Cleopatra.

Dal 2 settembre a dicembre del 31 ha le orecchie aperte in attesa di un evento  che gli dia la possibilità di una sua  azione  a favore  di Ottaviano  e nel frattempo ha propagandato  la sua  separazione netta da Antonio e Cleopatra.

Questa sua scelta, pur dolorosa, fa volgere, per contrapposizione, verso la pars antoniana, anche se  perdente,  le  regine asmonee, che, ancora di più offese dopo la morte di Hircano, sono ambigue quotidianamente con lui, equivoche  nel loro carteggio e con l’egizia e con le romane, controllate nelle parole, misurate dai loro scribi.

 

Erode, ucciso HIrcano, secondo Flavio –ibidem, 183-  è in pensiero, essendo stato convocato poco prima della fine dell’inverno,  perché deve affrontare il lungo viaggio per Rodi  e non sa la data di ritorno e neppure se ritorna sano e salvo a casa: non si attendeva da Cesare niente di bene in quanto lui era stato amico di Antonio e sospettava di Alessandra che potesse prendere occasione per muovere il popolo contro di lui  e fare sedizioni nel regno.

Erode sa che deve tenere lontane le sue due famiglie, ostili fra loro, sistemare il regno in modo che nessuno si possa impossessare delle redini del comando, tenute da suo fratello Ferora, tutore dei suoi figli Alessandro e Aristobulo, oltre che di Antipatro, suo primogenito,  vivente con la madre Doris, prima moglie, ora riunita con la famiglia  idumea, che controlla tutte le fortezze militari di Gerusalemme e di Giudea, pronto ai suoi ordini  ad inviare denaro, mezzi, vettovagliamento  muli e cammelli per l’attraversata del deserto da parte dell’esercito romano e a coordinare anche i rifornimenti di acqua da parte nabatea.

Erode sa che Ottaviano intende prendere l’Egitto passando per Pelusio, dopo un tragitto di una quindicina di giorni, a partire da Ascalona ed entrare in città da Porta Sole.

Flavio così scrive- ibidem184/185- : affidò ogni cosa a Ferora, suo fratello e pose Cipro sua madre e sua sorella (Salome) e tutta la famiglia in Masada, raccomandando di prendere il potere, se sentisse di qualche pericolo, incombente su di lui. Pose la moglie Mariamne – che non poteva comunicare con la madre e la sorella, in quanto sue nemiche – con Alessandra in Alessandreion e lasciò come tesoriere/tamias Giuseppe e l’Itureo Soemo, suoi fedeli amici da tempo, ed allora,  sotto forma di onore e di amore, come loro guardie.

Lo storico aggiunge –ibidem 186-: A questi aveva ordinato che se sentivano qualche cosa pericolosa  circa lui, le uccidessero entrambe e, insieme a Ferora, suo fratello, conservassero il regno ai suoi figli.

Per Flavio, quindi, Erode lascia solo la fortezza di Alexandreion ad Alessandra che rimane comunque sotto custodia in quanto il tamias Tesoriere  Giuseppe e il phrourarco Soemo, che sono amici di Erode, hanno disposizioni di uccidere le regine  in caso di cattive notizie.

Lo storico aggiunge –ibidem, 187- : Lasciati questi ordini, egli andò in fretta a Rodi per incontrare Cesare.

Viene usato il termine prima  speudoo  e poi  epeigomai per indicare l’essere frettoloso  come  stato ansioso di Erode  nel primo,  come fretta reale, nel secondo,  di incontrare  il vincitore Ottaviano, da cui dipendono vita e  corona.

Da quanto seguita a dire lo storico sembra che Ottaviano sia nel capoluogo omonimo di Rodi dove riceve il re giudaico, di nuovo semplice civis, in attesa della sentenza dell’autokrator:   quando la sua nave giunse in città, depose la corona,  senza però diminuire in niente altro la sua dignità. Quando arrivò il momento dell’udienza,  ebbe licenza di comunicare con lui e mostrò piuttosto chiaramente la sua grandezza conservando l’onore della sua maestà.

Non si piegò né a preghiere, come si fa in tali situazioni, né a richieste come se non lo dovesse per i suoi errori, fidando, comunque, senza scusarsi, della ragione da lui usata nei suoi atti.

Erode secondo Flavio- Ibidem189 –proclama subito  la sua amicizia per Antonio  Senza alcun dubbio io sono stato amicissimo di Antonio ed ho agito sotto suo ordine  perché ottenesse il totale potere, ma non sono stato nel suo esercito perché ero occupato nella scaramuccia contro gli arabi, tuttavia gli avevo mandato denaro e grano,  anche se questi erano un contributo più modesto di quanto avrebbe dovuto fare.

Il re giudaico parla a lungo di Antonio come suo benefattore  e di un dovere verso l’amico di prender parte ai suoi pericoli, rischiando con tutto quello che ha, con la vita,  personalmente, e con i suoi averi, senza mai abbandonarlo.

Aggiunge che  soprattutto è rimasto fino alla fine buon consigliere/ sumboulos di Antonio  suggerendogli che l’unica via per salvare  se stesso, senza perdere il suo potere  era di uccidere Cleopatra  –Ibidem191-.

Flavio riporta perfino le parole di Erode, come  segno che la sua storia deriva dai Registri di  Memorie/Upomnemata  personali, raccolte da Nicola di Damasco, nel periodo in cui  questi è maestro dei suoi figli: se si fosse sbarazzato di lei, gli sarebbe stato possibile  mantenere il suo potere  e più facilmente avrebbe  trovato il modo  di giungere ad un’intesa/ sumbasis  con te invece che mantenerti nemico -Ibidem 192-.

La conclusione, nobile,  del re di fronte ad Ottaviano è la seguente:  Se, essendo in collera con Antonio, condanni  anche il mio affetto verso di lui, io non rinnegherò mai quanto ho fatto fino ad oggi, né mi vergogno di parlare apertamente della fides verso di lui. Se tu non tieni conto delle apparenze ed  esamini il comportamento con i benefattori  e la tipologia della mia amicizia,  comparata con l’esperienza di quanto è passato,  potrai davvero conoscermi: infatti col solo cambiamento del nome avrai in me l’esempio del vero “ideale” di una stabile amicizia – Ibidem 193 -.

E’ chiaro che già Ottaviano conosce da lettere tutto questo e ha sotto gli occhi il rapporto inviatogli da Quinto Didio sull’aiuto ricevuto da  Erode nell‘affaire dei gladiatori e nella  distruzione delle navi di Cleopatra, fatta insieme con  Malco. Perciò Ottaviano  incassa i doni e gli 800 talenti, di cui ha bisogno per l’invasione dell’ Egitto, elogia  per il suo comportamento dignitoso  Erode, che gli assicura anche l’aiuto- un incarico gravoso per qualsiasi re, più pesante per il re giudaico che ha subìto un sisma catastrofico- con carovane di cammelli e muli, carichi di acqua  e di viveri, nel tragitto difficile della durata di oltre 10 giorni per un esercito da Ascalona  verso Pelusio  in una zona desertica.

Perciò, secondo Flavio da uomo onorevole e splendido/ philotimos kai lampros Ottaviano  gli concede la sua benevolenza,  invitandolo ad essere amico come lo è stato con Antonio, gli rimette la corona in testa,  reintegrandolo nel regno più stabilmente di prima.

Infatti il re giudaico ottiene  per l’interesse della sicurezza del suo trono  un nuovo decreto del  senato con una sua personale concessione dell’imperator,  utile per i suoi discendenti e per la successiva elezione dei governatori di Giudea, quando questa sarà annessa al territorio romano, divenendo quasi un feudo personale dei Giuli, come l’Egitto.

L’argentarius Ottaviano ha fatto i suoi affari con rimettere il diadema ad Erode!

E’ probabile che i due  facciano il viaggio  verso L’Egitto via  Cipro, costeggiando la Caria, la Licia, la Panfilia, la Licaonia e l’Isauria  per sbarcare Erode in un porto fenicio o a Tolemaide,  mentre  Ottaviano si dirige verso Dafne ed Antiochia da dove iniziare a  dirigere le operazioni belliche.

Erode  è autorizzato a tornare al suo regno alla fine di marzo, i primi di aprile , dopo circa tre mesi di assenza,  dopo promessa  di ritrovarsi a Tolemaide  ai primi di maggio per l’invasione  dell’Egitto con tutto l’occorrente per il viaggio nel deserto (guide, carovane di cammelli, acqua, viveri,  denaro).

Erode torna felice a corte per il successo avuto  e per lo scampato pericolo, ma al ritorno dal suo viaggio marittimo  la famiglia, ora riunita, a corte   è turbata mentre Alessandra e Mariamne sono furiose contro di lui/khalepoos  ekhousas – Ibidem 202-

Secondo Flavio -ibidem 203-: le donne  erano convinte, come era naturale sospettare, che  erano state sistemate nella fortezza  non per la loro incolumità fisica,  ma per essere mantenute in custodia  e senza alcuna autorità sugli altri o su se stesse.

Erode  si accorge che Mariamne  è ancora di più arrabbiata, quando il re desidera  avere un rapporto con lei, che resta fredda, insensibile, rancorosa.  

Lo storico scrive: anzi Mariamne  considerava l’amore del re niente altro che un pretestuoso bisogno, una finzione per il proprio interessato piacere. Si tormentava perché a causa sua  lei non avrebbe  avuto alcuna speranza di sopravvivere  anche se lui fosse andato incontro  a grandi guai  e si ricordava  delle istruzioni   precedentemente date a Giuseppe.-Ibidem 204-

Erode, dunque , risulta di nuovo incapace di gestire la situazione  familiare  a causa dell’ostilità delle due  partes, l’una che vede sfumate per sempre le proprie speranze di regno, l’altra che pensa concretamente di predominare a corte,  rilegando le asmonee, in un ruolo di prigioniere, ridando fiducia alla prima moglie e ai diritti di primogenito del giovane Antipatro.

In questo clima di nervosismo, pettegolezzi e invidie,  il re non può godersi  i festeggiamenti per gli onori riceviti dai romani e  la sua nuova, maggiore libertà di azione che lascia storditi quelli che  si aspettavano  l’opposto, come se  col favore di Dio, lui scampasse sempre ai pericoli  in una maniera sempre più brillante- ibidem 198-

Flavio, che pur conosce l’anatheema degli esseni,  insiste nel verificare come il Dio assista Erode, lo  protegga e lo faccia uscire dalla prova del fuoco ringiovanito!

Comunque, prepara i rifornimenti dovuti ai romani  per la spedizione in Egitto e si presenta a Tolemaide, alla data stabilita, secondo gli ordini, col suo apparato regale   

Flavio – Ibidem, 199- così scrive:  quando Cesare arrivò  Erode lo accolse a Tolemaide con tutta la magnificenza regale / pashi thi basilikhi therapeiai ed ospitò il suo esercito dando il benvenuto con doni ed abbondanza di provvigioni/ ksenia kai toon epithdeioon aphtonian.

E poi aggiunge-Ibidem– : Egli tu annoverato tra i più leali  amici di Cesare   e cavalcava  con lui che passava in rassegna  le truppe ed alloggiò  sia lui che i suoi amici  in cento cinquanta stanze (androosin), allestite con ricca magnificenza per il loro  confortevole benestare.

 Oltre al denaro,  Erode rifornisce  i romani di ogni cosa necessaria per l’attraversamento del deserto tanto da avere l’ammirata   gratitudine  dei soldati che, avendo perfino il vino, durante la marcia  ritengono che il re abbia fatto più di quanto avrebbe potuto e dovuto in quanto il servizio era grande e splendido.

Lo storico allora chiude elogiando la sua azione:  Cesare si convinse ancora di più  della sua lealtà e devozione  ma ciò che  portò ad accrescere  di più  il credito fu il fatto  di aver adeguato  la sua generosità al bisogno del momento.

Non si sa se Erode- nessuna fonte lo mostra attivo ad Alessandria- accompagni solo fino a Pelusio o che partecipi alla spedizione   per l’ assedio della città  dopo il passaggio del confine, anche se si conosce che l’esercito romano entra  da Porta Sole, orientale, e da Porta Luna, occidentale,  per incontrarsi al Ginnasio,  quasi al centro dell’odos principale .

 

E‘ credibile che il re torni indietro e  ritorni a corte  a Gerusalemme dove trova lo stesso clima , anche nei momenti di intimità con Mariamne che,  insieme alla madre, spera, gufando,  negli insuccessi politici del re in modo da proporre  la propria  candidatura di regina.

Mariamne , poi  secondo Flavio – ibidem 208 -: nel suo risentimento si meravigliava come non avessero mai  fine i pericoli che da Erode la sovrastavano  ed essendo risentita  pregava  che egli non ottenesse da Cesare  alcun trattamento favorevole  perché la sua  vita con lui sarebbe stata  intollerabile  se avesse avuto successo.

Perciò le donne  sono sempre più vicine a Soemo, che è incline a cedere credendo nelle loro possibilità  e convinto di non dover subire danno in considerazione del folle amore di Erode per la moglie, in caso contrario.

Infatti, Soemo, secondo Flavio,  fu fedele  al re solo agli inizi, quando  eseguiva  tutte le istruzioni ricevute, ma in seguito  persistendo le donne  con promesse e regali gradatamente  si diede per vinto  e finalmente svelò le istruzioni  del re soprattutto indotto dalla  convinzione  nella probabilità   che sarebbe sfuggito  ai pericoli  che gli potevano venire da parte del re e che avrebbe fatto molto picare alle  donne.

Erode, invece,  ha un successo superiore al credibile e  lo comunica alla moglie,  appena giunto,  desideroso non solo di condividere l’evento con lei ma anche  di abbracciarla e fare l’amore.

Di Erode tutti gli storici rilevano il profondo amore per Mariamne!

Mariamne, invece di rallegrarsi,  pareva  più abbattuta che felice e  le fu impossibile nascondere i suoi sentimenti, a causa del suo disprezzo verso il marito  e della superiorità dei propri antenati, ma al suo abbraccio lei mandò un sospiro di disapprovazione  e diede chiarissimi segni  mostrando che era dispiaciuta  più che compiaciuta dei racconti che lui faceva,  tanto che ad Erode venne un sospetto, connesso alla costatazione ovvia, che lo contristò profondamente.

 Flavio marca – ibidem 210- oute… khairein  mallon h khalepoos  pherein    non rallegrarsi rispetto  al subire contristata la situazione del successo del marito

Erode pur offeso dal comportamento irrazionale ed altezzoso della moglie, sapendo di amarla,  si contiene,  convinto che se  avesse  ecceduto nel punire,  lui sarebbe risultato la vera vittima.

Comunque , giunge a corte la notizia della fine della guerra e dell’imminente  ritorno ad Antiochia  di Ottaviano, vincitore,  e della morte di Antonio e di  Cleopatra, già nota alle due regine, che hanno una corrispondenza segreta con la regina egizia.

Erode, dovendo fornire il mezzi per il nuovo viaggio di Ottaviano  e del suo esercito,  si affretta  ad incontrare Cesare in Egitto e  a lasciare  da parte i suoi affari privati.

Sembra che in questa occasione Giulio Erode vada realmente in Egitto.

Secondo Flavio, mentre Erode sta per andare all’incontro con Ottaviano, Mariamne – Ibidem.212 – portò da lui  Soemo e riconobbe la sua gratitudine per la cura che aveva avuto di  lei  e chiese al re di affidargli il governo di un distretto.

Erode, fatta la concessione a Soemo, per amore della moglie,  fa il suo viaggio in Egitto e discute con Ottaviano  degli affari con una certa libertà come con un vecchio amico.

Erode ha molti doni,  tra cui quattrocento Galati che erano stati  guardie  del corpo di Cleopaptra, da Ottaviano che gli restituì il territorio che gli era stato tolto da lei  ed inoltre aggiunse al suo  Gadara, Hippo, Samaria, e sulla costa  Gaza,  Antedone,  Ioppe e Torre di Stratone.

 Ottenuti questi territori, Erode  risulta re  ancora più famoso degli altri sovrani,   resta al fianco di Ottaviano, che passa  di nuovo attraverso il suo territorio fino ad Antiochia.

Scortatolo fino al confine,  dopo due mesi dalla partenza, torna indietro per ritornare a Gerusalemme.