Archivi categoria: Articoli

Ad un editore amante della cultura e non affarista

Proposta editoriale ad un editore non affarista, ma desideroso di fare cultura ! Io, Angelo Filipponi, faccio  due proposte, rifiutate da case editrici ebraiche,  cattoliche ed anche laiche!

La Prima è sulla figura umana  storica di Gesù cfr.   Il  Gesù di Angelo Filipponi in UNDER CONSTRUCTION.

Si tratta di  L’Eterno e il regno  che è , in effetti , la ricerca di un vecchio storico,  discepolo di grandi scuole  di pensiero, di  un uomo,  innovatore e revisore, di  un ricercatore  di storia romano-ellenistica e cristiana, che ha fatto per cinquanta anni  operazioni di traduzione e di esegesi, di studi epigrafici, giuridici, numismatici ed archeologici, di uno studioso, le cui risultanze si possono leggere in libri specialistici e in www.angelofilipponi.com   Sulla base  del testo di G. Flavio (Antichità Giudaiche XIV,185-267  e Contro Apione,  II,35.37,  relato  a De Virtutibus  di Filone alessandrino (Legatio ad Gaium e in Flaccum)  ed altre opere filoniane, dopo aver  precisato lo statuto ellenistico/politeuma degli ebrei in Alessandria e a Cirene  e in ogni città- dove sono disseminati i giudei della diaspora- ho operato su due vie, una quella repubblicana cesariana ed imperiale  ed una quella erodiana, procedendo, da una parte, su leges ed iura dall’epoca di Cesare fino a Nerone e, da un’altra, sui programmata  e paraggelmata giudaici  a favore di Giulio Hyrcano e  di Giulio Erode ed infine dei giudei ellenisti, alessandrini cirenaici, efesini ecc.

Dalle risultanze sono  derivate  chiare indicazioni per la  biografia di Gesù Christos, nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio!  cfr.  Jehoshua o Iesous?,  Ma, Gesù chi veramente sei stato? Per una conoscenza del primo cristianesimo. – che sono Ebook – e un romanzo storico, l’Eterno e il Regno, scritto  anni fa per la volgarizzazione del mio pensiero storico, dopo la scoperta della panourgia/ raggiro  malizioso secolare,  della Chiesa cristiana cattolica, ortodossa e luterana!.

La mia proposta editoriale di L’Eterno e il regno è  una novità assoluta sulla figura di Gesù Christos e potrebbe diventare un affare anche economico in quanto è  frutto di una ricerca  storica  da parte  di uno scrittore, buon conoscitore di lingue antiche  e traduttore.   

Il lungo lavoro di traduzione  ha autorizzato una possibile vita /bios della figura umana storica  di Gesù Christos  (Cfr. Il Gesù Christos di Angelo Filipponi) esaminato come  galileo aramaico Qain/architetto, kanah/ zelota e Meshiah/Christos, Maran/re illegittimo, antiromano in sei contesti, in relazione stretta con Giulio Erode Agrippa I, re legittimo di Giudea, suo successore. L’ opera  è suddivisa in 6 parti ed ognuna ha una premessa storica. E’ opera  pubblicata in ebook  in pdf, ultimata nel 1999!.

 Editori, non è tempo di  invertire la rotta! La cultura come vera risorsa d’Italia! Il merito deve finalmente essere riconosciuto e… vincere!

L’ altra  proposta editoriale è su Giulio Erode il grande, il Filelleno, frutto di 21 anni di lavoro, opera mai edita, leggibile a parti nel sito www.angelofilipponi.com
L’ opera è una biografia così suddivisa:
I. Antipatro padre di Erode; docx
II. Giulio Erode Basileus;- docx
III. Alessandra, suocera di Erode; docx-
IV. Erode il monarca (a. Il medico di Augusto;b. Erode e la Siccità, c. Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!); docx
V. Il regno di Antipatro, figlio di Erode (a.Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne; b. La morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro) docx
VI. L’ultimo Erode (a. Erode turannodidaskalos di Augusto? b. Giulio Archelao, figlio di Erode, c. Il falso Alessandro ed Augusto; d. Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome di Giulio? e. Giulio Erode il grande, filelleno) docx.
All’ opera segue come Appendice Vita di Erode di Giuseppe Flavio Antichità Giudaiche,Testo greco di S.Naber XIV,XV,XVI,XVII -traduzione note e commento -docx.

Ho voluto scrivere  un’opera storica mediante dialogo, in modo da centrare i vari argomenti in esame e migliorare la comunicazione dei contenuti. Perciò l’autore –il professore – dialoga con Marco Cinciripini- un ingegnere, suo ex alunno- che pone domande, intenzionato a comprendere esattamente il pensiero di uno scrittore, che fa ricerca e revisione storica del periodo giulio-claudio, essendo desideroso di sintetizzare quanto appreso per comunicarlo ai suoi antichi compagni di scuola, nelle loro mensili riunioni. Il dialogo è strumento che permette all’ autore di argomentare, secondo metodo, e di dare le sue risultanze reali, frutto di un cinquantennale studio delle fonti tradotte non solo di Giuseppe Flavio , ma anche di altri storici, in relazione alle domande, che vengono poste da un interlocutore colto e vivace.

La novità delle due opere è facilmente rilevabile a chi, da esperto, legge. Perciò si prega, in caso di accettazione, di far leggere  la mia opera da uomini di provata cultura, che  già hanno  compreso  la novità de mio pensiero  dallo studio delle  traduzioni di Filone e di Flavio,   leggibile nel mio sito in Articoli, Temi e Novità.
Editori, Invertiamo la rotta! facciamo cultura vera!

Facciamo capire al popolo italiano- uscito fortificato ed erudito dal coronavirus ,  oltre alla  vera figura umana e storica  di qainita/costruttore e di maran/re di Gesù Christos, anchde  la nuova figura di Giulio Erode il Grande, Filelleno, uscita fuori dalla Musar/cultura aramaica!

Marco Aurelio e la famiglia

E’ un bene  essere un vecchio-bambino, che è nessuno, che non ha niente e nessuno! Che tristezza, però,… una faccia scema!

Maggiore di essere amato, è la voglia di amare; maggiore dell’anelito di ricercare è quello di insegnare. Bello a dirsi…che sofferenza il farsi, col vivere!

Meglio vivere  da creatura animale il proprio giorno di vita, come si può, meglio che si può, in compagnia, …se possibile!

 

Noi, Marco, uomini, diciamo parole e le falsifichiamo spesso, contraddicendoci,  ma i fatti restano e sono pietre angolari, da cui si può  forse costruire.

Noi abbiamo una figura totalmente falsa, volutamente falsificata di Marco  Aurelio, in un’epoca neosofisticaalonato dagli artisti della colonna Antonina, dall’andriantopoiòs/ scultore della statua equestre, dalla letteratura frontoniana  -cfr. Frontone e gli antonini,  da se stesso con  Eis auton, per di più  divinizzato dal figlio Commodo, nonostante le affermazioni di Historia Augusta,  proprie di Vita Veri e  Vita Marci.

Tutta questa  falsificazione, fatta per poco più di qualche decennio,  si verifica subito dopo la successione ad Antonino Pio, secondo il volere di Adriano e dopo un secolo e mezzo torna attuale,  con la vittoria cristiana, a causa della  presenza della Statua e della colonna Antonina e dell’opera scritta.

Lei sta parlando della statua equestre bronzea,  dorata, del Campidoglio, di Marco Aurelio?

Si.

Marco Aurelio è raffigurato con un bel volto barbuto e con capelli arricciati, a cavallo,  sotto i cui zoccoli anteriori doveva esserci un prigioniero vinto, barbaro;  l’imperatore ha un portamento divino e pacifico anche se  la mano destra  è nella posa oratoria di adlocutio/di fare un discorso allesercito, mentre  la mano  sinistra doveva  avere forse un rotolo di pergamene!  La figura ha  tunica e paludamentum/ mantello e  calzature senatorie!. La statua, opera di artista alessandrino, anonima,  idealizza  secondo la retorica dell’epoca, il sovrano come dio, che regna su un mondo pacifico, in quanto ha debellato i barbari, in una allusione alla campagna contro i Quadi del 176. Anche l’arte coopera a tramandare  una storia non reale, fissando l’immagine in un istante!.

Dunque, professore, lei mi vuole dimostrare che  Marco Aurelio è personaggio del II secolo  e, quindi,  che la sua storia è frutto di una mistificazione letteraria ed artistica,  non  corrispondente alla realtà dei fatti.

Marco,   con le parole abbiamo ragione tutti, coi fatti si fa la storia! la stessa elezione di Marco Aurelio ad imperatore  è secondo un editto precedente di Adriano, ma  Antonino il Pio  decide autonomamente, secondo la sua volontà/thelema, divina!.

Mi dica, professore, allora, come lei legge i fatti a cominciare dalla morte di Adriano. Anche io, dopo aver letto Augusto Fraschetti – Marco Aurelio. La miseria del filosofia, Laterza 2008- ho dubbi sul principato di Marco Aurelio, la cui statua stessa sarebbe stata fusa dai Cristiani, se non fosse stata creduta raffigurante Costantino!

Era  accaduto, Marco, che Adriano,  a Tivoli, avendo scelto il suo successore in Ceonio Commodo, divenuto Vero Cesare – dopo la morte di  sua moglie Vibia Sabina – ritenuto da molti suo figlio, natogli da  Plautia, moglie di Gaio Avidio Nigrino, sua amante, dovette scegliere, in breve tempo,  Antonino Pio suo diadokos/successore, all’improvvisa sua scomparsa,  suggerendo per il futuro  la successione  e di Marco Aurelio e di Lucio Vero, figlio di Ceionio, col matrimonio della figlia con quest’ultimo!.

Dunque, ho  capito, professore,  che Lucio Vero è figlio di Ceionio Commodo,  ritenuto figlio naturale di Adriano, ma non capisco la parentela con Adriano di Marco Aurelio, che devo ritenere scelto perché considerato il migliore?

No. Marco. Non c’è traccia di scelta del migliore con  Marco Aurelio!   Fu eletto  anche lui per parentela, perché era figlio di Annio Vero, pronipote di Rupilia Faustina, una figlia di Matidia  Maior, pronipote di Traiano, tanto da essere chiamato Marco Cesare Verissimo!.

Professore, si può dire che è falsa, allora, la scelta dell‘ottimo in epoca antonina?

Marco, a me risulta che è un problema di successione per linea femminile, data la mancanza di  figli maschi! Non si tratta di elezione del migliore! Non dico altro.

E la diarchia, professore, non  è, davvero, una novitas?

No. Non è  una novitas assoluta, ma parziale. Mi spiego. Si ripete, Marco, quanto fece Augusto – modello per gli antonini!-  con Tiberio e Germanico,  l’uno designato come  Augusto regnante, in quanto  imposto da Livia sua moglie  e l’altro come Cesare futuro successore, come  figlio del fratello Druso maggiore, ritenuto da molti, suo figlio legittimo.

Si ripete anche quanto fece Tiberio con Caligola e Tiberio Gemello iunior, figlio il primo di Germanico,  erede con diritto prioritario, e il secondo,  figlio di Druso minore, suo figlio.

Nel periodo della domus giulio-claudia Augusto e Tiberio, dunque, agiscono così per mancanza, alla fine, di elementi maschili diretti, essendo costretti da necessitas a fare la scelta adottiva; in epoca antonina,  già a Traiano, senza figli maschi, si augura da parte di Plinio Il giovane-cfr. Lettere– la nascita di un figlio per la successione, mentre ad Adriano si concede di fare nomine sulla base adottiva – che  Antonino il Pio modifica, stando a Lorium /Castel Guido, con una politica matrimoniale, senza intaccare il  principio adottivo  del predecessore -. Infatti fa sposare  sua figlia Faustina con Marco Aurelio,  a cui impone di dare in moglie all’altro successore designato, fratello adottivo, Lucio Vero, la figlia Lucilla,  promessa  sposa, undicenne.

Nel 161 d.C., all’ atto dell’ascesa al potere,  dunque, professore  Marco Aurelio è marito già da anni  di Faustina e Lucio Vero è   solo promesso sposo di Lucilla!.E così?

Certo.  Tutti e due – suocero e genero–  sono Augusti dal 161 al 169 d.C., però,  come titolo, avendo la stessa auctoritas  imperiale e la stessa  potestas  tribunicia, oltre all‘affinità dei legami di sangue,  come i due Flavi,  Vespasiano e Tito- padre e figlio– dal 71 al 79 d.C.

Stando alla notizia  di Historia Augusta – Vita Marci 7,6,-sembra che il senato voglia un’unicità di potere imperiale e che Marco Aurelio sibique consortem fecit  (Verum),-cum illi soli senatus detulisset imperium /pur avendo il senato concesso a lui solo l’imperium (Vita Veri, 3,8)- invece associa Vero come Cesare ed Augusto. Allora  il Senato concede il suo assenso, e, nell’estate del 162, Lucio parte, lasciando Marco Aurelio a Roma, perché la città ha chiesto la presenza di un imperatore.

Sembra, dunque, professore, che col termine Cesare si indichi già il successore,  che ha funzioni militari, e con Augusto, invece, la pienezza di potere  imperiale,  essendo implicita la celebrazione del matrimonio alla maggiore età della figlia, fissata per il quindicesimo anno.

I due  per otto anni governano l’impero, in pieno accordo, anche se i rapporti personali non dovevano essere certamente  positivi, data la lascivia di Faustina e la natura sensuale ed  esuberante del genero, amante da anni della libidinosa  figlia di Antonino il Pio, coetanea, sopportata dal marito, stoico, che parlava di lei, sempre infedele, come di dote imperiale, accettata complessivamente.

Per lei, dunque, professore,  è vero il giudizio dato dagli scrittori di Historia Augusta, che insistono a dire che  Marco Aurelio  sia la somma di tutte le virtù e che Lucio Vero è, invece, l’opposto, in quanto  sentina di tutti vizi.

No. Non è così! Marco.

Siamo nel II secolo, epoca in cui trionfa la bugia col paradosso e in cui  si procede sempre per antitesi, secondo retorica! E’certo solo che Lucio Vero  era robusto e più giovane del fratello Marco  secondo Cassio Dione, St. Rom., LXXI,2,1 e che l’epoca mostra l’uno stoico austero e l’altro epicureo lussurioso!

Perciò, se vuoi realmente capire, devi esaminare ogni situazione,  ogni episodio e i singoli atti politici ed economici  e le stesse gesta militari, caso per caso, tenendo presente la montatura con alonatura  tipica della cultura neosofistica  frontoniana, prezzolata. Dopo aver fatto lavori tecnici sul sistema frontoniano neosofistico, puoi cercare di valutare  il tutto, seguendo il mio pensieroMarco, però,  devi liberarti dall’impostazione manichea, poi divenuta agostiniana e christiana,  e riflettere sulla grandezza sconfinata  dell’impero romano e sulla non  centralità di Roma capitale,  sulla necessità reale dei compiti  e delle funzioni imperiali,  diverse, in relazione al pericolo  germanico e parthico,  complicato dalla epidemia della peste- che miete a Roma (sembra!)  5000 morti al giorno nel 166, per diminuire gradatamente,  nel corso di oltre un ventennio, nel corpo mastodontico dell’impero, con improvvise riaccensioni virali!-.

Certo,  professore, in una tale situazione la diarchia su base dinastica è una priorità, ben valutata da Marco Aurelio.

E’ certamente un merito dell’imperatore anziano, che comunque, non ha tante virtutes  se non una passiva  accettazione stoica dei gravi problemi, quando, invece, sono urgenti  riforme straordinarie  economico-amministrative con una politica finanziaria tale da colpire le dioikhseis christiane ricche,  e  con strategie militari migliori, oltre ad una  tattica differente,  non bellica ma compositiva e societaria, nei confronti  dell’elemento barbarico- germanico, dopo la vittoria sui Parthi.

Cosa intende per tattica compositiva e societaria?

Voglio dire che la solita cesariana divisione dei nemici germanici in quella situazione di loimos / peste, è infruttifera, mentre sarebbe stata necessario  un coordinamento  per favorire ed aiutare con viveri e sussidi le popolazioni limitrofe e  con l’assegnazione di terre fertili- come se fossero sociae – lungo il Danubio, a Quadi, Marcomanni e Iazigi- Cfr. Cassio Dione, St. Rom. LXXII,13,3 e 14,1-!

Essi sono popolazioni germaniche affamate e disperate di fronte alla epidemia, contenuta, invece, in Gallia, nonostante  le tante migliaia di morti e i contrasti fra cristiani- renitenti alla leva, insolventi come cives, contenti di conseguire il premio eterno – e i pagani- che li accusano di maleficio!

L’ epoca, Marco, ha, invece,  un imperatore, un filosofo eclettico stoico, retore mancato,  quando era necessario, un Diocleziano,  un riformatore! un imperator  che  avrebbe dovuto impedire la decadenza economica, militare e morale, anticipando  le riforme del mondo romano,  quelle tipiche del III, IV, V secolo!.

Perciò, Marco,  devi meditare sulla formazione dei due eredi imperiali,  ben educati al comando, comunque,  da maestri,  a corte, prima in senso grammaticale  e  atletico  fisico,  poi secondo la paideia greca enciclica, delle artes liberales,  conformemente alle regole della neosofistica,  ormai penetrata  nei cenacoli a Roma, tipica  di Alessandria e di tutte le metropoli orientali, comune ad ogni civis romano. Marco Aurelio, nato qualche anno prima (121)  rispetto a  Lucio Vero (130) ha educazione e formazione simile al fratello in quanto, pratica il pancrazio- lotta e pugilato congiunti- ,  si esercita in pittura e in  retorica e  si dedica alla caccia,  a seconda della propria  attitudine: l’uno si piega verso la filosofia staccandosi da Frontone, che è molto dispiaciuto; l’altro rimane invece  legato alla retorica e al maestro, collegato col formalismo militaristico! Lucio Vero sembra  persona che sa  meglio vivere la sua vita,  godendosela, cosciente della brevità dell’esistenza umana;  Marco Aurelio  coltiva di più  l‘austerità stoica in una ricerca apparente  delladrepeebolon/il sublime  spirituale, convinto della ineluttabilità del destino di ogni creatura rispetto ad un Theos indifferente!.

Da qui, professore la definizione dei caratteri dei due imperatori: l’uno  come debosciato  militare, come  un  marco antonio; l’altro come stoico pensatore, scrittore di Eis eauton, un altro augusto, saggio anche come amministratore e moralmente sano!

Mi sembra di capire, dunque, professore, che  Historia Augusta fotografi solo gli aspetti formali  in relazione ai rumores, posteriori alla morte di due, secondo le testimonianze cristiane del IV secolo.

Marco,  è così che  gli scrittori di Historia Augusta, che sono di epoca successiva – di cui sono insicuri perfino i nomi-  li vedono, dipendendo da un certo Mario Massimo, scrittore  dell’epoca antonina che, avendo scritto Caesares  è fonte della loro esposizione narrativa falsificata.

Non ho mai sentito Mario Massimo. Chi è?

Marco, dovendoti parlare di Mario Massimo, dovrei farti la questione sulla scrittura di Historia Augusta secondo   Hermann Dessau – che  nel 1889 avanzò  l’ipotesi che i nomi dei sei scrittori  sono fittizi e che il lavoro è composto da un singolo autore- (egli tra l’altro riteneva che,  all’epoca di Teodosio, la vita di Settimio Severo  è copiata da Aurelio Vittore  e che quella di Marco Aurelio  è intrisa di elementi che fanno pensare ad Eutropio- fine IV secolo-!)- e sull’ opposizione fatta da Heinrich Woelfflin-Psycologie der Architectur, Venezia 1985- che, invece, considerava Historia Augusta dell’epoca tra  Diocleziano e Costantino.

Cosa posso io dirti di Mario Massimo (158-230)?

E’ figlio di  un eques della  provincia di Africa  che  diventa  procuratore di Gallia Lugdununse e d’ Aquitania e  senatore  sotto Commodo(180-192) e poi legatus legionis della I  Legio Italica, detta anche  severiana, sotto Settimio  Severo, perché partecipa  alla campagna contro Pescennio Nigro  nel 193 ed in seguito è ancora con lui contro Clodio Albino nel 197 a Bisanzio e a Lugdunum.  Fa carriera politica, essendo  nominato  console e governatore  di Germania inferior e poi  di  Celesiria nel  207   per essere praefectus urbi nel 211 e di nuovo console nel 223. Nel periodo migliore politico sembra scrivere  Caesares, un’opera che è una somma di 12 biografie  – da Traiano fino a Eliogabalo-  in cui non si segue il sistema cronachistico di Cassio Dione, ma quello di Svetonio, di cui è continuatore aneddotico- cosa che in seguito sarà criticata  da  Ammiano Marcellino e  da Eusebio- . Mario Massimo non è  scrittore affidabile perché mette insieme documenti ufficiali e lettere  con atti falsificati,  ben congegnati,  in modo da risultare   piacevole e dilettevole per i lettori, tanto da essere utilizzato  dagli autori di Historia Augusta, che lo citano ben 26 volte!.

Professore, solo per mia curiosità,  mi dice i nomi dei presunti scrittori di Historia Augusta?.

Mi vuoi far fare bella figura mentre sfoggio la mia fantastica memoria o vuoi saggiarla per vedere se sono rimbambito? Eccoti i nomi: Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Volcacio Gallicano, Elio Lampridio,  Trebellio Pollione e  Flavio Vopisco. Contento? Procediamo nel lavoro!

Professore, devo concludere che cade anche questo pregiudizio storico sugli antonini, data l’immoralità della corte e considerata la falsificazione degli atti.

Certo, Marco, l’epoca antonina con la crisi economica, finanziaria e  sociale, con le invasioni barbariche e con la peste risulta  il momento più buio dell’impero, specie quello del ventennio di Marco Aurelio, storicamente etichettato come il migliore, quando invece è la somma di una fucina di bugie tanto da potersi affermare che, sotto di lui, c’è il trionfo del paradosso e della retorica anche per l’apologia cristiana e specificamente  per Ippolito Romano,  Melitone di Sardi e per Teofilo di Antiochia oltre che per la datazione reale  dei Vangeli  (cfr.  La chiave di Melitone in Melitone e i nuovi decreti).

Si frantuma tutto in epoca antonina, data la immoralità della corte e la falsificazione degli atti testamentari! Diventano equivoci perfino iura et leges!

Eppure, professore la storiografia ottocentesca si è mantenuta sulla linea tracciata da E. Gibbon nel 1782  (History of Decline and Fall of Roman Empire) e da E. Renan e la stessa storiografia contemporanea non ha  cambiato parere se non sulla diversità dei comportamenti  di Marco Aurelio, indagato più dal lato letterario e psicologico che in senso storico. Perciò mi sembra strano che si dica qualcosa di nuovo e diverso  dalla normale  definizione dell’impero antonino come scelta del migliore e di Marco Aurelio come un imperator, filosofo armonico nella sua azione politica. Comunque, io la seguo e cerco di capire.

Marco, a me risulta  non solo da Historia Augusta, ma anche dai cristiani, dai retori e dagli scrittori dell’epoca  un mondo di  una inarrivabile immoralità, di grande anarchia e di una disarmonia senza pari, dovuta alla persistenza di una  pandemia di peste  per circa un venticinquennio e ad una coscienza di fine del mondo, propagata dalla popolazione cristiana: l’anno 193  d.C  sembra per i cristiani l’ anno dell’ Antichristos e dell’avvento del Signore! Settimio Severo appare anche lui  eleutheroon e  soothr! Tu conosci  veramente la vita di  Faustina, moglie di Marco Aurelio o quella di Lucilla o quella di Plauzia o quella di Fabia Sabina? tu hai conosciuto soltanto le figure di  Giulia Maior e Minor e di Messalina  dalla propaganda  delle domus imperiali flavie ed antonine ed hai vaghe conoscenze dell’immoralità di Faustina! Se hai piacere, mi soffermo un po’ sulla moglie di Marco Aurelio su cui, a mio  parere, non c’è aureola che la possa santificare in qualche modo:  Faustina non è meno famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza!. La grave semplicità di quel Principe filosofo non era capace di fermare la licenziosa incostanza di lei, o di frenare quella sfrenata passione che le faceva spesso trovare un meritpersonale nel più vile degli uomini. Marco Aurelio pareva o insensibile ai disordini di Faustina, o il solo in tutto l’Impero che l’ignorasse. Ciò gli procurò disonore. Egli promosse molti degli amanti di lei a cariche onorevoli e lucrose, ma per trenta  anni continui, le diede prove invariabili della più tenera confidenza e di un rispetto, che non terminò se non con la di lei vita.!

Professore,  eppure Marco Aurelio  divinizza, dopo la morte,  Faustina Minor, che è venerata come Demetra a Mileto, con lo stesso culto della madre, Faustina Maior?

Si . L’imperatore divinizza la moglie, sua cugina, secondo Filostrato ( Vita dei filosofi,II,1,562).

Ma  quali sono i suoi errori maggiori/ le  disonestà che la fanno considerare, secondo lei,  la donna più immorale tra le feminae imperiali?

E’ donna per natura libidinosa e viziata dalla vita di Corte in quanto figlia di Antonino il Pio, fidanzata poco prima della morte della madre, col cugino Marco Aurelio, di cui diventa moglie nel 145 e gli dà 13 figli,  di cui  solo restano in vita un maschio e cinque femmine, mantenendo come amante fisso il coetaneo Lucio Vero, a lei promesso  sposo,  secondo il  testamento di Adriano. Sembra che il genero fu avvelenato  nel 169, dopo il ritorno dalla  campagna  di Parthia perché aveva rivelato la sua attività  sessuale  con lei, già alle prime mestruazioni, alla figlia Lucilla, dopo il matrimonio ad Efeso, nel 164. (Vita Veri,10,1) e se ne era vantato vanagloriosamente davanti a molti. Faustina è ritenuta causa della ribellione di Avidio Cassio in quanto sostiene la pars senatoria avversa al marito – che persiste nella politica di mantenere il fronte occidentale lungo il Reno e il Danubio – e favorisce  i cilici, i siriaci, i giudei e  gli  egizi  che parteggiano per l’usurpatore,  anche se definito hostis,  anche quando  segue in Asia, Marco Aurelio, che ha lasciato a Roma come guida e  patronus  popolare  Vettio Sabiniano.

Historia Augusta dice che la donna vuole accompagnare il marito proprio per controllare  le sue mosse strategiche  e favorire infidamente l’usurpatore, a cui si è proposta come moglie, ma muore nella prima parte del viaggio ad Halala in Cappadocia,  nell’invernata tra il 175 e il 176. Aggiungo che, all’epoca, circola la voce che Commodo, l’unico maschio, rimasto in vita,  non sia figlio di Marco Aurelio.

Sembra, infatti,  che ci fu un rito, secondo alcuni,  prima del concepimento di Commodo, durante i saturnalia del 160, ritenuto figlio illegittimo, nato il 31 agosto del 161 dal rapporto con  un  gladiatore  campano,  del cui sangue la donna fu  bagnata- dopo la sua uccisione! E’ attestata una lustratio/ purificazione rituale  per Faustina, destinata ad avere  nuovi  rapporti intimi, imperiali, col marito!. Era risaputo, infatti,  che a Lorium o in altre ville campane  in Campania, Faustina facesse venire marinai e gladiatori, con cui si accoppiava  dopo  orge,  stordendosi probabilmente  con droghe, con oppio, a cui faceva  ricorso la donna  specie dopo la morte di  ciascuna figlia (ed anche di quella del  figlio minore, settenne, Annio Vero Cesare nel 170!).

Eppure, professore, ho letto che critici, come Gibbon e come Ettore Paratore (La letteratura Latina dell’età imperiale, Sansoni 1969),  hanno stima delle figure femminili antonine, anche se   sembra chiara la  loro propensione e passione per i gladiatori e marinai, dai fisici atletici.

Certo, Marco,  le pagine di Marziale e Giovenale, di Plinio il giovane, di Tacito,  di Apuleio,  di Dione Crisostomo, di Plutarco, di Luciano  testimoniano l’immoralità  crescente  dell’epoca Flavio-antonina, pur critica nei confronti di quella giulio-claudia! Perciò fa sorridere  la definizione di Ettore Paratore  circa  l‘ultimo sorriso  di quell’armonica esemplare civiltà romana che culturalmente trionfava sia in Marco Aurelio che in Faustina!.

E’ una vecchia linea critica  di derivazione ottocentesca, che stranamente confluisce in una lettura christiana, bisognosa anch’essa di vedere in Marco Aurelio una romanitas austera,  vittoriosa, amata dal Theos,  quasi una copia, come un precursore di Costantino nikhths, provvidenziale, legittimo e giusto!.

Vengono, invece, amplificate le relazioni degli asiatici che fanno satire feroci  nei confronti del sovrano  Lucio Vero specie durante le recite teatrali  ad Antiochia, circolanti a Dafne  intorno al tempio di Apollo, da dove il giovane imperatore  dirige le operazioni di guerra, contro la Parthia – Cfr. Vita Veri ,7-.

Viene esaltato, a Roma, al contrario, l’ imperator senior tanto da  essere considerato  correttore dei vizi dell’altro Augusto, rimproverato nella sua condotta morale, anche se  esaltato per la conquista del titolo prima di Armeniacus, poi di Parthicus ed infine di Medicus, titoli tutti condivisi  ed assegnati anche all’ Augusto, occidentale!

Da Roma  si narra che viene inviata una nave scortata da una flotta, che porta non solo militari ausiliari a Lucio Vero,  ma anche la quindicenne moglie, accompagnata da Faustina stessa  e da  nobildonne romane per il matrimonio  ad Efeso nel 164, in modo sfarzoso.

E’raccontato anche il matrimonio?

Certo, Marco in due fasi: in due momenti, precisi, uno al porto, all’arrivo;  ed un altro all’Artemision  come celebrazione di un divino coniugium universale  di una simbolica  congiunzione tra una vergine  dea Occidentale  e un dio orientale.  Marco, immagina le chiacchiere /rumores degli occidentali di fronte all’accoglienza festosa  da parte di Lucio Vero  a Faustina sua amante e a Lucilla sua moglie!   Si diceva perfino che il genero rimase male e fu turbato  per l’assenza del suocero alla cerimonia nuziale!

All’ Artemision, il più celebre santuario orientale, era convenuta una folla eccezionale nell’agosto del 164 d.C.,  davanti al tempio di Artemide!

Il tempio era lungo 425 piedi  e largo 199,8,   perciò, valendo  il piede  30 cm,  aveva le  dimensioni  di un rettangolo  di 125 mt.  per 66,6 con  100 colonne, di cui  alcune caelatae, scolpite da Skopas, cantate da Antipatro di Sidone  (170-100 av. C,).-cfr. Ant. Pal. 9,58- che affermava che  niente di simile può contemplarsi sulla terra!.

Era davvero una delle sette meraviglie del mondo antico? Certamente. Marco. Il santuario era stato costruito nel IX/VIII secolo a. C.,  era stato arricchito ed ornato da Creso, secondo Erodoto, ed era stato bruciato da un  pazzo mitomane nel 354  e fu ricostruito  e di nuovo distrutto dai Goti nel 263 d.C, quando i suoi marmi  furono trasferiti in chiese vicine e poi anche in seguito a Costantinopoli in S. Sofia. Anche in epoca cristiana  il santuario, sebbene più modesto, ebbe funzioni religiose fino al 401 d.C.,  in cui, per volontà di Giovanni Crisostomo, allora patriarca di Costantinopoli, si decise il totale annientamento col trasporto dei marmi per le chiese cristiane!.

Così furono abbattute o riutilizzate le 100 colonne ioniche  del tempio?

Marco, ogni colonna era alta 6 metri e larga 1.50  ed aveva  24 scalanature;  le colonne erano 40  per lato- due per venti – davanti il tempio  erano 10 e nella parte posteriore pure 10: la statua della dea si trovava  sul frontale del santuario tra tre  colonne a destra e tre a sinistra, preceduta da un doppio colonnato di otto colonne.

Doveva essere imponente  lo spettacolo a chi vedeva frontalmente!

Faceva impressione  vedere le otto colonne,  forse anch’esse caelatae, insieme a quelle altre otto  successive  e alle due colonne templari- tra cui era  Artemide-  che erano certamente  con un plinto istoriato  fino al punto, in cui si innestava la colonna, anch’essa istoriata, in basso, per un metro!.

Lì, nella parte anteriore del santuario,  si celebrò il matrimonio tra una folla plaudente!.

E’ attestato l’amore della Ionia per Lucio Vero, non solo del popolo efesino, greco, ma anche di tutte le altre etnie, viventi nella metropoli, compresi gli ebrei e i christianoi!

Dunque, non si può  giudicare  negativamente il periodo orientale di Lucio Vero, né la sua reggenza da Antiochia, mentre i suoi legati  facevano  l’impresa parthica, a meno che non gli si voglia incolpare  il propagarsi dell’epidemia delle peste in Occidente col reclutamento di truppe, messe insieme a quelle tornate  vittoriose dalla Parthia, infettate, schierate poi sul Reno e sul Danubio o  lo si  accusi del ritorno a Roma con la corte con elementi anch’essi  appestati,  tanto da contagiare smisuratamente la capitale nel biennio 166-67!

Al ritorno a Roma Lucio Vero, comunque,  diventa console per la terza volta ed è malvolentieri coinvolto a riprendere le armi contro i Marcomanni, che premono sui confini italici e si sposta col suocero, ad Aquileia, per la direzione delle operazioni militari.

Nel frattempo, arruolate la  II  legio italica e la III italica, ci sono scontri con i Quadi, che vengono sconfitti, mentre il loro re risulta ucciso in battaglia.

Considerato il buon avvio di guerra, e essendosi mitigata  la paura della peste,  Lucio decide di tornare a Roma  col suocero: Placuit  autem urgente  Lucio, praemissis  ad senatum litteris, ut Lucius Romam rediret. – Vita Marci, 14-.

Nel viaggio di ritorno, due  giorni dopo,   sedendo in carrozza accanto a Marco Aurelio,   Lucius, apoplexi arreptus, periit/ Lucio colpito da ictus morì-  Ibidem- e il suo corpo fu sepolto nel Mausoleo di Adriano (dove era suo padre naturale – Vita veri, 11,1-).

Dopo la morte di Vero, le vie della seta e delle spezie, orientali,  terrestri,  risultano   controllate  da comuni trattati  romano- parthici, come si può  rilevare, secondo Filostrato, dal tragitto fatto da Apollonio di Tiana -Cfr. Apollonio di Tyana e Gesù di Nazareth-  concordati dal periodo di Augusto,  che  conosceva già le vie della circumnavigazione  dell’Oceano Indiano, note da tempo agli scienziati alessandrini, che facevano studi  sul regime dei monsoni  ed indicavano i passaggi attraverso la penisola indocinese per arrivare in Seria  e forse in Giappone e Filippine.

Quindi, professore,  sono falsità quelle di un sogno di armonia orientale, realizzato  solo da  Lucio Vero,  concretizzato da Marco Aurelio  che fa riforme  sul censimento dei liberi e  sul felice  stato dei  liberti e degli schiavi?

Sembra che la situazione sia immutata, Marco!

Posso  solo dirti, seguendo  oltretutto  F. Lanfranchi (Ricerche sul valore giuridico  delle dichiarazioni di nascita  nel diritto romano, Bologna 1951),  qualcosa di nuovo  sul censimento dei neonati  (Vita Marci, 9.8-9) e circa l’ uso dei tabellarii publici, che risulta una istituzione provinciale, per cui ci sono  archivisti,  che registrano  le nascite nelle province, come a Roma,  per una migliore conoscenza anagrafica da parte del  prefetto dell’erario, avendo già l’imperatore  dato rilievo ai curatores  urbis  aumentando il gravame  delle curiae/assemblee municipali, utilizzate come sistema anche per la leva.  Aggiungo che  l’imperatore provvede all’amministrazione della  giustizia civile incaricando il senato, che deve  avere accanto  a sé i prefetti, coadiutori nello ius  in relazione alle  leggi  promulgate Cfr. Vita Marci, ibidem  ius autem magis  vetus restituit quam  novum fecit.

Professore,  in materia di schiavitù, però, lo stoico Marco Aurelio è sicuramente un benemerito?

Certo. Marco Aurelio ritiene che gli schiavi, essendo  uomini sono isoi / eguali ai liberi come già aveva  affermato Posidonio e poi ribadito Seneca  ed  infine  Epitteto ( immo et servi homines sunt). In questo, la sua visione umanitaria è vicina a quella di cristiani, da lui perseguitati perché teatranti e falsi, perché renitenti alla lena, disfattisti durante la guerra, non solidali con gli altri cives  pagani, nella loro coscienza di appartenenza ad un’altra patria, quella celeste.

Marco Aurelio  è un vir ellenista con una paideia umanistica mentre i cristiani hanno un’altra cultura di matrice ebraica  basata sull’essere  ogni uomo figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, destinato ad un premio eterno per i meriti del Christos, la cui vita, morte e resurrezione sono esemplari per ogni fedele che  rifiuta il servitium alla patria terrena, per avere gloria in quella paradisiaca, sua eterna sede.

Da qui i nuovi decreti che  colpiscono  le  ecclesiai  con i dioichetai episkopoi e  la massa di fedeli, cristiani, senza diritti civili, anche se rappresentata giuridicamente dal clero,  anelante al martirio, come abbiamo spiegato altrove! In questo clima di persecuzione neanche c’è quell’armonia  tanto cantata neppure in Oriente, dove è più marcata la presenza christiana. Forse a Roma la celebrazione della vittoria sui parthi produce euforia subito attenuata dai primi contagi di peste, poi, finita in tragedia, per l’imperversare catastrofico delle morti giornaliere. Il trionfo  dei due monarchi che  si fregiano dei titoli  onorifici militari diventa un incubo per le vittime del contagio e per l’insurrezione barbarica ai confini dell’impero! Dunque, anche l’Occidente non è in armonia, ma con l’incombere della  peste e con l’invasione delle popolazioni prima longobardiche, poi, dei Quadi, Marcomanni ed Iazigi è terra devastata!  c’è un frenetico spostarsi di gentes  decimate dalla peste,  alla ricerca di terre da coltivare dove stanziarsi definitivamente accanto a  parenti già arruolati, come militari, ai confini, perfino nelle legioni dette Italicae,  come ad esempio i Custoboci, che dal Danubio penetrano  nella Mesia  e poi in Grecia   e vengono ricacciati dalle stesse popolazioni romanizzate  elleniche.

Inoltre, dopo la morte del  genero sembra manifesta  l’incompetenza militare dell’imperatore   che, volendo insistere nella  guerra contro i germani,  ricorre alla consulenza del nuovo genero. Ha fatto, infatti, sposare la figlia Lucilla,  riluttante lei e la madre,   con Tiberio Claudio Pompeiano, un generale siriaco, anziano, al quale nel 170 la donna dà un figlio di nome Pompeiano, proprio quando scompare il fratellino di Commodo!.

La donna, insieme al marito, all’imperatore  e alla madre  vanno  in guerra e gestiscono la campagna militare insieme  a Ponzio Leliano,  Damisio Tullio,  Quinto  Sosio Prisco e Giunio Vero,  che fanno parte del comitatus belli.

Grazie al consiglio dei comites Marco Aurelio arruola perfino gladiatori e schiavi, tanto graditi all’augusta!

E’ vero che in questo arruolamento  con lo spostamento di uomini si moltiplicano i casi di appestati?

A detta del medico Galeno e del cristiano Melitone la popolazione dell’impero fu più che decimata: sembra che molte città  e paesi scomparvero e che,  in un venticinquennio, morirono non meno di un terzo di 60.000. 000 cittadini censiti sotto Antonino il Pio! per congiurare il pericolo  i pagani ricorrevano a cerimonie  e forme religiose arcaiche , a  preghiere collettive e  personali nuove, apprese da altre religiones e a pratiche magiche straniere. Sembra che, quando Marco Aurelio  si ferma a Sirmio, per dirigere la guerra col suo comitatus,  faccia venire anche briganti e pirati dalla Dalmazia  a dalla Dardania. Le operazioni militari hanno esito davvero positivo tanto che è salutato dai soldati come Germanicus,  dopo la resa di Ariogeso, re dei Quadi, e il suo esilio ad Alessandria.

La guerra non finisce, comunque?

Certo. La guerra seguita. Anzi  la volontà di  Marco Aurelio di costituire  le due province di Marcomnania e  di Sarmazia determina la defezione di Avidio Cassio, le cui truppe parthiche sono ora sul Danubio.

Marco, considera che, mentre riprendono le ostilità germaniche c’è l’usurpazione di  Avidio Cassio in Oriente  e che, nel frattempo, l’imperatore  appare malato,  quando Commodo è ancora considerato in un’età  inadatta all‘imperium.

Professore, mi ha accennato all’usurpazione di Avidio Cassio e alla  probabile adesione alla congiura dell’imperatrice,  ma, ora, me ne può parlare più diffusamente.

Da Dione Cassio si sa che Avidio, ingannato da Faustina,  fece un terribile sbaglio!.  

Sembra che già  i rapporti tra l’imperatore ed Avidio erano tesi dalla fine della guerra parthica, quando  Vero era tornato a  Roma ed aveva fatto relazione scritta della campagna ed aveva  lasciato come reggente il  legatus. Lo scrittore di Vita Avidii Cassii, 2.7-8, parla di un carteggio  tra il legatus e l’imperatore, in cui i due, senza eccessi, si  attaccano e si punzecchiano, comunque, essendo l’uno disposto ad accettare il verdetto del senato e l’altro ad usare clemenza, in quanto conosce  il valore del militare : sibi ergo habeat suos mores  maxime cum bonus dux sit  et severus et fortis  et rei publicae necessarius. Nam quod dicis  liberis meis  cavendum  esse morte illius; plane  liberi mei pereant, si magis amari  merebitur vidius  quam illi et si rei publicae  expediet  Cassium vivere  quam liberos Marci/  Si tenga  dunque il suo destino, essendo un buon generale,  severo e forte  e necessario allo statoE sul fatto che  tu dici che bisogna ucciderlo  per proteggere i miei figli,  muoiano pure loro, se la vita di Cassio è più utile allo stato di quella dei figli di Marco!.   Sembra che la lettera sia apocrifa , anche se  la stessa cosa dice  Aurelio Vittore nella sua epitome, in cui viene riconosciuta  l‘avidità dell’usurpatore  e la nobiltà d’animo dello stoico imperatore, pacato nei suoi interventi, anche se giudice fatalista.–  cfr.Luciano Quomodo historia conscribenda sit !-

Marco Aurelio, quindi, accetta  il comportamento non corretto già di Avidio, accusato di avidità,  durante la guerra parthica in opposizione a  Lucio Vero, diretto comandante militare che in un certo senso lo denuncia.

Era risaputo che Avidio considerasse l’imperatore, coetaneo,  piccola vecchia filosofa /aniculam philosopham e Lucio  Vero luxuriosum morionem/un lussurioso  buffone ! Tieni presente Marco, la situazione del momento di guerra:  Avidio sta operando, mentre il sovrano alterna la propria  residenza tra Dafne, estiva, e quella invernale a Laodicea,  coi suoi colleghi   Stazio Prisco e  Marzio Vero  nella bassa Mesopotamia,  disposti in modo strategico da fronteggiare il pericolo armeno, quello parthico  e  quello siriaco oltre a  quello Medico,  così da conquistare non solo le due capitali sul Tigri –  Ctesifonte e Seleucia – ma anche di penetrare in Media   vittoriosamente, favoriti inizialmente dalla peste; ora, invece, a distanza di un decennio circa, dopo la morte di Vero, Marco Aurelio,  stando sul fronte  danubiano,  non rivela nemmeno la defezione del suo legatus orientale ai soldati che operano sul fonte germanico,  già ex militari attivi nella campagna parthica! Ha paura della scelta militare|.

Considera, inoltre, che in questa condizione Faustina, preoccupata per la  salute, incerta del marito, e per la giovane età del figlio,  non avendo intenzione di tornare alla condizione, in caso di morte dell’imperatore,  di privata cittadina,  sembra offrirsi con la  dote imperiale ora al  pretendente usurpatore.

In questo clima Avidio, generale di valore, amato dai militari, politicamente fiducioso nelle promesse della regina, non può non accettare la nomina ad imperatore, fatta con acclamazione militare in Egitto, specie dopo la notizia falsa della morte dell’Imperatore – cfr..M.L.  Astarita, Avidio Cassio, Roma 1993-

Avidio Cassio   (121-175) è figlio di Eliodoro, uomo di nobile famiglia, tanto da essere considerato discendente dei re di Commagene, un siriaco di Cirro, procurator ab epistulis  sotto Adriano  e sotto Antonino il pio, divenuto governatore di Egitto. Ha fatto carriera militare in  Siria e in Egitto ed ha dimostrato capacità strategiche nella guerra Parthica.

L’usurpatore  è anche un buon amministratore oltre che militare di successo  nel momento della crisi economica  e della peste e perciò non fa proclami  di ripristinare la Res publica e   non sembra  intenzionato  a  fondare un’ altra dinastia,  ma solo   ad assecondare i disegni dell ‘imperatrice circa la  successione di Commodo, desideroso di esserne patronus,   specie dopo la repressione  fatta  dei bucolici/ pastori in Egitto,  avendo il pieno favore  dei viri militares.

Quando Marco Aurelio si ristabilisce in salute e  marcia contro di lui  e  già si trova in Cappadocia, i suoi soldati  -quelli della III legio gallica – temendo le truppe imperiali, tradiscono il lor dux che, abbandonato anche dalla regina,  – ora lei stessa sul punto di morte-è ucciso o è costretto al suicidio.

In una lettera forse apocrifa Marco Aurelio afferma che  i militari gli hanno impedito di fare una azione di clemenza verso il dux  ma è pronto ad essere clemente e nobile  con la  famiglia dell’usurpatore, preservata  in vita e immune dal sequestro dei beni.

Dunque, professore, finita la guerra contro l’usurpatore e morta Faustina, Marco Aurelio coi suoi generali di nuovo marcia  per ritornare sul Danubio dove si sono concentrati  i Quadi, i Marcomanni e Iazigi?

Si. La guerra germanica ora  riprende perché non sono concluse le operazioni a favore dei Quadi, che cercano territori fertili e  non sono stati accolti gli Iazigi,  secondo le promesse. Marco Aurelio ora si sposta a Carnuntum  dove  riesce a malapena a fare trattative per distaccare dalla coalizione le popolazioni secondo  il sistema romano divisorio,  opponendo le richieste dell’una con quelle delle altre.

Perciò, nell’ultima fase del 177-180 , anno della sua morte, qual è il comportamento del  sovrano ?

Marco, gli storici concordano che  Marco Aurelio si dedica cocciutamente alla spedizione contro le popolazioni germaniche e pensa alla elezione del figlio Commodo come suo successore, mantenendo la stessa politica non del migliore ma quella della successione  diretta. Essi precisano  che l’imperatore , dopo aver  fatto  sposare anticipatamente suo figlio con Crispina, figlia di  Gaio Brizzio Parente, console nel 155 e nel 180 ,- che poi nel 187  (cfr Vita commodi, 5.7-9) è uccisa – si  distacca da Pompeiano e suo figlio omonimo e da Lucilla  e dai viri militares ed avuto il consenso del  senato, fa l’expeditio germanica secunda .-cfr Cassio  Dione,  St.Rom: LXXI, 339-

Historia Augusta  Vita Marci  27,4 infatti dice: Celebrato il trionfo,  andò a Lavinio,   e si associò Commodo nella potestas tribunicia  e diede al  popolo   denaro  e fece magnifici spettacoli / Commodum sibi  collegam in tribuniciam potestatem iunxit, congiarium populo dedit   et spectacula mirifica. Sembra certa la partenza dell’imperatore il 3 agosto del 177 contro gli Iapigi cfr. Dione Cassio, St., rom.,  LXXI,18-

Professore, dunque , lei giudica Marco Aurelio un grande comunicatore della sua immagine e non certamente un buon militare  né  politico  e  considera migliore il  fratello, ritenuto il suo opposto che,  invece, nonostante le dicerie popolari e la critica  filoaureliana, è un vir  che  ha abilità militari  strategiche ed è  buon  amministrative  capace di coordinare anche la politica antiparthica, già iniziata da Antonino il Pio   da quando Volegese impose Pacoro in Armenia  cfr D.A.  Magie,  Roman Rule in Asia minor, Princeton University press, 2016.

Allora, professore  giudica positivamente il filosofo  per le riforme universitarie ?

Non precisamente perché anche in questo l’imperatore  imita i predecessori ed ha un comportamento  connesso con l’usurpazione del  regno ad opera di Avidio Cassio.

Marco,  bisogna rilevare che a Roma esisteva il thronos/cathedra  della sede dell’Athenaeum, fondato da Adriano al suo ritorno dalla spedizione contro Shimon bar Kokba,  dopo lo sterminio dei giudei e la loro dispersione   cfr. E.Harleman , Question  su “l’Athenaeum” de l’empereur  Hadrien in “Eranos” 1981.

Adriano è un puro ellenista,  che ribadisce il valore della paideia e in Roma e in Atene, già evidenziata ad Aelia Capitolina, con un decreto.

Marco Aurelio  insiste su questa  volontà  di uniformare l’impero in senso  latino per l’Occidente e in senso greco per l’Oriente, essendo intenzionato a  contrastare  i christianoi che hanno  una cathedra  orientale greca a Roma, non autorizzata, e  che  fanno conferenze logoi  in un tentativo di apologia. Sembra quindi, che  che da ciò  derivi la nomina romana della  prima cathedra data a Nepoziano,  che ha una retribuzione annua di centomila sesterzi  di molto superiore a quella di Atene,  conferita  a Philagros. In effetti la nomina ateniese è determinata dalla rivalità tra i due maestri di eloquenza Publio Erdoneio Lolliano e d Erode Attico, che all’epoca è ostile a Marco Aurelio,  in quanto fautore di Avidio Cassio. Solo dopo la riappacificazione con Erode Attico- cfr. Vita Marci, 27,1- e la sua iniziazione ai misteri eleusini di  Demetra  l’imperatore elegge Claudio Eliano,  che è un discepolo di Erode Attico, come  successore di Philagros. E’ chiaro che anche in questo Marco Aurelio sa gestire la sua immagine e il suo prestigio  secondo i canoni sofistici, ambiguamente , mostrando sempre la parte migliore di sé  da propagandare insieme, col figlio, ora associato, presente alla iniziazione eleusina,  in relazione al significato della  continuità imperiale.

Tanti storici del  passato, a cominciare da E. Gibbon, hanno detto che l’epoca  antonina  è un momento magico dell’impero romano e che  Marco Aurelio  è sovrano  sublime!

Hanno detto!

Marco,  pensa come vuoi,  a me risulta  quanto ti ho detto e mostrato  circa  il sistema militare e quello  amministrativo, oltre alla moralitas, non solo dall’esame di  Historia Augusta , ma anche dai documenti  cristiani e dallo studio sulla retorica di Frontone e di altri,  anche se si registra  una qualche dissidenza dalla pars ebraica di Giuda Ha Nasi,  forse perché salvaguardata ed immune rispetto alla persecuzione cristiana.

Comunque, siccome il sistema scriptorio è certamente falso e la documentazione  ufficiale è cortigiana, non  essendoci documenti tali che possono  autorizzare un giudizio certo e sicuro, anche perché i fatti sono letti a distanza di anni, dopo l’evento terribile di una pestilenza, devastante interi territori, distruttrice di archivi  locali e di  atti,  capace di cancellare  sistemi di vita comune  e normali consuetudini,  è opportuna la sospensione di giudizio/epochh, in attesa di scoperte concrete!.

Si può dire, però, che dai documenti  e dai fatti accertati si può evincere che la figura di Marco Aurelio è differente da quella propagandata e dai pagani e dai Christianoi, per come la tradizione l’ha fissata ed etichettata!

A mio parere, Marco Aurelio  stesso, essendo  un abile manipolatore di  opinione,  più abile di Adriano, ha voluto recitare la parte gestendo la sua immagine  pacifica  di filosofo stoico  con la sua opera di scrittore,  avendo  tenuto sotto controllo la cultura ufficiale,  volendo  risultare un eclettico cultore, un teorico fatalista,  pagano,  secondo  la pura tradizione romano-ellenistica,  marcando il fenomeno cristiano, -di cui  non conosce né il valore eversivo  dottrinario né la propagazione accanto alle sinagoghe con le ecclesiae  e i loro episcopoi, gestori di capitali non censiti dalla burocrazia imperiale, capaci di moltiplicarsi con la caritas/agaph,  essendo disponibili verso i pagani assistiti  durante la pestilenza-.

Operando così nel  primo decennio  in Occidente, Marco Aurelio potrebbe essere riuscito  a dare l’idea di uomo pacifico e  filosofo stoico nel corso del suo mandato occidentale, ma per sua sfortuna, dopo la morte di Lucio Vero, vi sono due spedizioni militari germaniche – una prima ed una secunda expedio-  con una rivolta in Oriente, durata oltre due anni- che  fanno naufragare,  insieme con la peste, tale rappresentazione teatrale imperiale! Lui stesso ci indica  il suo volto, accusando di teatralità i cristiani, in una sottensione  di falsificazione di atti e di  theorie!  Gli ultimi 11 anni di vita  sono una marcia continua dall’Occidente all’Oriente e dall’Oriente all’Occidente  e un traslocare da una parte all’altra, alla ricerca di un punto da dove  dirigere le operazioni militari nella zona balcanica!

La sua morte a Vindobona,  o in una località non lontana da Carnuntum, sconfessa  il suo ideale filosofico stoico e pacifista e la theoria del migliore.

Solo, in una tenda militare  quel 17 marzo del 180,  sofferente per una malattia mortale, deciso ad affrettare la morte con il digiuno, dopo il saluto teatrale agli amici,  invitati a meditare sulla peste e sulla brevità di vita umana, senza il figlio Commodo, impegnato sul fronte del Danubio e senza la figlia Lucilla,  lascia il mondo romano in una crisi  economica, sociale,  finanziaria e morale, spaventosa, neanche immaginabile, apocalittica.

Professore,  vuole alludere come Fraschetti,  alla  situazione disastrosa dell’impero  dopo la morte di Crispina e alla congiura christiana  dell’ amante di Commodo, Ceionia  Marcia,  una timorata di Dio, secondo Erodiano 1, 16,3-4   e al fallimento della  banca  romana di Carpoforo, secondo la testimonianza di Ippolito, Philosophumena  IX, 12,10?

Marco,  bravo!. Hai studiato bene Teofilo di Antiochia   e la Chiave di Melitone?

 

 

..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.

Tabula Peutingeriana

 

Dio è in tutto e tutto ha la voce  di Dio: egli è nel fruscio delle foglie di una quercia, negli uccelli, nei sogni, nelle sorti, nei polli sacri, nelle acque, nei brividi, negli starnuti, nel fuoco, nell’incenso, nella farina, nei cristalli…in noi tutti, in ciascuno di noi, nei microrganismi come i   batteri e perfino nel coronavirus. 

Nonno, mi hanno parlato di una Tabula Peutingeriana? io non so neanche cosa sia. Me ne puoi parlare?.

Certo,  Mattia !Voglio sapere, però, se lo chiedi per fare bella figura coi compagni o per una tua esigenza personale.

Nonno, tu mi conosci bene?! Io vivo con Stefano! e Stefano non parla e non ascolta: è sempre assente e lontano!Io amo sapere e spero tanto che un giorno mio  fratello ascolti una tua lezione, tramite le mie parole!

Scusami, Mattia! So  quanto tu sia bravo con Stefano! Conosco il tuo animo! Cosa vuoi sapere sulla Tabula Peutingeriana? Nonno ti dice quel che sa, in modo semplice, adatto a te, ragazzo di 12 anni.

Che cosa è? Nonno.

E’ una specie di Carta geografica! Sembra che l’ideatore iniziale di questa Charta speciale, geografica,  redatta  per scopi militari,  sia Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, che riprende un pensiero di Gaio Giulio Cesare, intenzionato ad avere una rete viaria efficiente e funzionale  nell’area gallica, sulla base del tracciato della Via Aurelia,  in Occidente, e nella zona orientale  come sviluppo della via Egnatia, di cui parla anche Strabone in Geografia, V.

Nonno, si tratta, dunque, di un Carta geografica, utile per i viaggi in Occidente e in Oriente!.

Diciamo che è una carta geografica” speciale“, Mattia!.

E’  una charta, colorata  e figurata, formante una striscia  lunga 6.745 cm e larga 33 cm, che rappresenta  tutto il mondo oikoumene,  circondato dall’Oceano,  in cui i continenti Europa,  Asia, Africa sono ben distinti e divisi tra loro  dal Mar Mediterraneo e dal Don /Tanais e dal Nilo. E’ opera del monaco di Kolmar, che,  con la sua riproduzione, mantiene la funzione originaria della cartha!. Essa conserva il tracciato della via  Aurelia, che congiungeva Roma  con Pisa e poi con Luni,  dove si connetteva  la  Via Aemilia Scauri, che  si prolungava fino a Vado (Savona),  deviando da una parte, con la via Iulia Augusta verso Aosta  per raggiungere, poi, oltrepassate   le Alpi,  Marsiglia ed Arles in direzione di Pirenei,  e, da un’ altra, verso  Arezzo che dominava la Via Cassia , procedendo  per  Bononia/Bologna, si connetteva con la via Flaminia. Insomma c’era una rete viaria,  già utilizzata in epoca  repubblicana, ora migliorata con Ottaviano Augusto  sotto cui sembra che  si inizi un’ elaborazione cartografica stradale.

Quando Marco Vipsaino  Agrippa   ed Augusto si occupano delle strade per fare delle Chartae?

Agrippa (64-12 a.C. ) dopo la battaglia di Azio, avendo risistemato l’urbe  e le vie, che partivano da Roma, avendo costruito il Pantheon, ha  cura di  una Charta mundi e fa una redazione rappresentativa  del cursus publicus,  mettendo in evidenza la presenza di paroichiai/ stazioni di posta, servizi  per cavalli,  terme, fari, boschi, monti, porti,  indicando con due case le città e i villaggi e con un medaglione le metropoli  dell’impero (Roma, Alessandria, Efeso, Antiochia), insomma rilevando quanto poteva essere utile ad un Viator/ viandante  privato o  cursor tabellarius/pubblico corriere.

Agrippa, inoltre, essendo curiosus  di geografia, sotto la sua supervisione,  coi suoi tabularii, redasse una completa mappa dell’impero, che più tardi, dopo il 12 av.C., anno della sua morte, fu incisa su marmo da Augusto ed in seguito esposta in un colonnato da sua sorella Polla, nel porticus Vipsaniae nel 7 a.C.

Ci è rimasta questa  originaria charta, nonno?

No, Mattia! Abbiamo, però, una Charta (che potrebbe avere  qualcosa dell’idea  di Agrippa,  arricchita da altri anonimi redattori di carte, descritte dall’autore dell’Itinerarium Antonini  specifico per la Britannia, o anche  da quello dell‘itinerarium  burdigalense e  da quello dell’itinerario di Santiago del Liber Sancti  Iakobi, – oltre alla mappa di Madaba-) che noi oggi conosciamo come  Tabula peutingeriana, di cui abbiamo una copia in bianco  e nero, conservata  a Parigi; una, settecentesca, in una collezione di un antiquario marchigiano – Gianni Brandozzi-  una  a Pola, conservata nel Museo sotterraneo dell’Arena ed un’altra a colori  a Vienna del XII-XIII  secolo, detta  anche Codex Vindebonensis.

Perché è così chiamata?

Vindebonensis è un aggettivo per indicare che  la charta proviene da  Vienna, chiamata dai Romani Vindebona, dove ancora oggi è la Tabula  Peutingeriana, cioè di Peutinger.

Chi è Peutinger ? Nonno

Konrad Peutinger (1465 -1547 d.C.)  è un umanista, collettore di molte iscrizioni romane, desideroso di riunirle,  che ha come amico un altro umanista Konrad Celtis, il quale ha trovato, a Worms, un gruppo di pergamene  geografiche  e le ha unite insieme formando una tabula unica di 11 pergamene -mancante, però, della dodicesima- divise in partes e in segmenta.

I due avrebbero voluto  pubblicare  insieme iscrizioni e Tabula, ma non lo fecero e Peutinger mantenne nella Biblioteca presso l’imperatore Massimiliano I, di cui era segretario, il tutto.  Nel 1591 l’opera di pubblicazione avviene ad Amsterdam ad opera di Johannis Moretus.

Tu l’hai vista questa charta,  Nonno?

Si , Mattia. In una gita scolastica a Vienna, alla Biblioteca Nazionale Austriaca,  nel 1970, con i liceali del Giacomo Leopardi di S. Benedetto del Tronto.

Me la descrivi?

Nonno ti dice di una rappresentazione del monaco di Kolmar, che nel 1265, fece le  divisioni in 12 partes – le 11  restanti  con la pars, ora mancante della zona ispanica -.

Mattia, la Tabula è conosciuta anche come Fragmenta  tabulae antiquae/ Frammenti di un’antica tavola, che  riproduce forse un documento geografico, o più documenti,  esistenti,  di epoca romana – la charta di Agrippa? o  altro, cioè chartae degli itinerari  di cui abbiamo detto?  quello indicato come antonino ma di Caracalla (figlio di Settimio Severo)?   o quello burdigalense? o quello di Santiago?- dove erano  segnate perfino  città romane scomparse come Pompei, città distrutta   al Vesuvio nel 79 d.C, o città   come Costantinopoli, fondata nel 330,  ed alcune città tedesche,  distrutte nel V secolo d C.!.

Che significa? nonno

Vuol dire  che la copia romana  riprodotta dal Monaco di Kolmar è  quella di itinerari propri del periodo successivo a Giustiniano (527-565), – seguìta anche dallo scrittore  spagnolo del Liber Calixtinus del 1138,  che tratta  della vita di S. Giacomo Matamoros/uccisore dei Mori-, che conservano, senza verificare, il nome di città romane, ormai non più esistenti o non ancora fondate.

Dunque, Nonno, la tabula oggi visibile  è una copia esistente per i pellegrini  del periodo che va da Giustiniano  (527-565) fino al XII secolo?

Bravo Mattia! Si tratta, infatti,  di una tabula probabilmente  usata  agli inizi solo per i militari, poi per i pellegrini che andavano  a Roma, a Gerusalemme e a Santiago. E’ una tabula di grande importanza per i cristiani cattolici più che ortodossi, che invece, con gli ebrei  si servono della mappa di Madaba, che ha come centro  solo Gerusalemme!

Infatti  se  nel IV secolo la tabula  era utile  per i cristiani  per andare a vedere la chiesa di S. Pietro costruita a Roma da Costantino  e per i pagani per andare a Dafne al santuario di Apollo presso Antiochia, poi  nel V e VI  secolo sembra che abbia, secondo  l’itinerarium burdigalense,  valore comune  anche per  uomini di fede diversa  essendo stato sfruttato e dai crociati e dai pellegrini di Santiago,   tanto da essere ripresa  nel XIII secolo dal Monaco di Kolmar.  Infatti  l’itinerarium , scritto nel 333-334 sotto Costantino.  mostra il tragitto che va da Bordeaux (Burdigala) a Gerusalemme,   come  resoconto di un viaggio di un anonimo a Gerusalemme che seguiva la via Domizia  in Gallia  e che,  passate le Alpi al Monginevro, attraversava l’Italia settentrionale, lungo la via Postumia  fino a Aquileia per viaggiare  lungo la vallata del Danubio, per giungere a Costantinopoli ed infine,  attraversate l’Anatolia e la Siria,  arrivare a Gerusalemme: era indicata anche la via del ritorno al  pellegrino che  poteva fare due tragitti, uno via  mare da Cesarea fino a Pisa e da lì, via terra, tramite la via Iulia Augusta  e via Emilia per  tornare in Gallia , oppure un altro,  passare per la via Egnatia in Macedonia  fino a Valona  e da lì attraversare l’ Adriatico su navi veneziane,  per giungere ad Otranto, da cui  per la  via Traiana Calabra  e la via Appia  arrivare  a Roma per congiungersi con la via Flaminia e Via Emilia fino a Milano, per poi, tramite la via Iulia Augusta  e  l’Emilia Scauri raggiungere la Gallia!.

Nonno, in questo lungo viaggio quante sono le città nominate nella charta?

Sono  segnate  555 città  e località varie,  con fari, terme, porti, foreste,  monti, santuari: essa mostra l’ambiente proprio dell’epoca, in modo appiattito, data la ristrettezza della  larghezza della striscia  rappresentata!

Vuoi dire, nonno, che la charta ha  ancora il valore dell’epoca costantiniana, in cui convivono e cristiani e pagani ?

Si. Mattia!  Sono ben centrali S. Pietro a Roma e  il santuario di Apollo a Dafne, le due mete dell’impero romano del IV secolo!.

Quando sarai grande ed hai voglia di approfondire su questo argomento, puoi iniziare lo studio da  Tabula peutingeriana,- Codex vindebonensis, a cura di G, Ciurletti,  Trento  1991; (o da  F. Prontera, Tabula peutingeriana. Le antiche vie del Mondo  Firenze Olschki 2003)!.

Nonno, io ho ancora una curiosità! Quale? Mattia.

Nella trattazione della tabula, mi hai solo accennato alla mappa di Madaba, ma io non so  né dove sia  esattamente, né come sia fattae nemmeno   per chi sia stata utile nei secoli ?

Sono contento, Mattia, che tu me lo chieda anche perché  ci sono stato con tua nonna, quando siamo andati, tanti anni fa,  in Giordania,  dove  è la città di Madaba,  che  ha nel pavimento della chiesa bizantina di S. Giorgio  la famosa Mappa, a mosaico.

L’hai vista e fotografata sicuramente? Allora la potrò vedere   perché nonna la conserva gelosamente in qualche parte!

Certo, Mattia.

La mappa di Madaba, di epoca giustinianea, ha una funzione non solo per i giudei- che  amano Gerusalemme anche dopo la distruzione  del tempio e la loro definitiva dispersione ad opera di Adriano- ma anche per i cristiani (più per gli ortodossi orientali che per i cattolici occidentali) ed è una prova della centralità persistente  della città, santa  per la morte e resurrezione di Cristo secondo i Cristiani e per il ricordo della sacrificio di Isacco e della città di David  secondo gli ebrei!

La mappa anticamente misurava 21  metri  per 7  e conteneva oltre due milioni  di tesserae  colorate, ora  l e sue dimensioni attuali sono di 16 mt per 5 .

La mappa del mosaico raffigura un’area che va dal Libano al delta del Nilo e dal Mediterraneo al deserto orientate  fino all’Eufrate ed è probabilmente dell’ ultimo periodo di Giustiniano,  morto nel 565.

Ci sono raffigurazioni  del Mar Morto con due barche da pesca,  con molti ponti che collegano il Giordano e pesci che nuotano nel fiume e si allontanano; non manca il deserto di Moab con un leone  alla caccia della gazzella; c’è Gerico con le palme, c’è Betlemme ed altri siti cristiani –  quasi 150 città e villaggi  con etichette-

In questa mappa, Mattia, sono segnati dettagliatamente,   per indicare il grande rilievo che si vuole dare alla città, parti specifiche,  caratterizzanti Gerusalemme:   La porta di Damasco, La porta dei leoni, la Porta d’oro, la porta di Sion,  la  Chiesa del Santo Sepolcro.

Caro Mattia,  avrei finito  il mio discorso congiunto sulla Tabula e sulla Mappa di Madaba – che, storicamente,   a mio parere, è opera successiva a quella  del pavimento musivo di Bet Alfa (Israele) di Marionos e di suo figlio, Hanina,  artisti del periodo di Giustino I ( 518-527).

E’ bello, Nonno,  sentire le tue spiegazioni: tu insegni senza libri mi fai partecipare a quanto tu hai veramente  visto, appreso e capito e cerchi di chiarire davvero ogni cosa!  Grazie. Basta questo, per oggi! Nonno.

Mattia, dici così, birbone,  perché sono tuo nonno? Guarda Stefano, che cammina qua  e là instancabilmente,  su e giù, muovendo le manine, per la stanza! Sembra ridere anche lui!

 

Ricordo di Tullia Binni

A ricordo perenne di Tullia Binni

E’ per noi tutti  un bene – un reale sollievo – ricordare e celebrare Tullia Binni

– una donna, sfortunata fin dai primi giorni di vita, per la  fine   assurda del padre Tullio- morto con la Lambretta, mentre andava a ritirare le paste per festeggiare il battesimo-;   ancora più sfortunata per lo  strazio della morte  immatura di  Sara, sua figlia- una dottoressa con due lauree  di valore eccezionale,  i cui barlumi  letterari pochissimi hanno potuto constatare, apprezzare  e lodare-;

– fortunata, comunque  nel matrimonio  con un  marito  affettuoso, innamorato, come Niceta Cosi – quasi un padre  nei suoi confronti e un  sostegno  nel periodo di  afflizione  per la dolorosa perdita   e nel corso  della sua malattia mortale – e per la nascita di due splendide figlie, suo orgoglio;

– una madre,  sportiva, giovanile, quasi sorella con le sue  figlie belle e  radiose, intelligente ed aperta con loro –  brave,  studiose e desiderose di affermarsi nella vita-: una signora orgogliosa della sua famiglia,   degnamente  seguita da Nora, che sempre le è stata devota e che, negli ultimi tempi, è stata esempio di amore filiale per tutti;

– una nonna, disponibile sempre  per le sue dolci e graziose nipotine, amate, vezzeggiate e  viziate con i regali più belli e  coi vestitini più costosi, desiderosa di gareggiare in amore, quasi presaga della fine;

-una suocera, affezionata e presente  col genero Mirko, sempre discreta e mai invadente;

-un’impiegata comunale funzionale e professionale nel lavoro; responsabile  e corretta, in ogni caso, disponibile verso tutti, amichevole nei rapporti e gentile nei modi, cara a tutti i compaesani, ai colleghi  e al sindaco di Monsampolo per la sua opera. 

Tullia,  riposa in pace! Sei stata un raggio di luce nella nostra vita!  Possa tu essere nella luce  dell’Armonia universale e radiosa, con Bice, tua madre, e con Sara, scintillare sprazzi luminosi,  come per stigmatizzare  i ricordi  di un marito ottimo,  di una figlia meravigliosa, di nipotine  festose e  di un affettuoso Mirko, uomo degno della tua famiglia!.

Basilio II

Perché, nonno, mi vuoi parlare di Basilio II?

Mattia, ti voglio dedicare, oltre agli altri articoli, come Theophano la bizantina,  anche questo su Basilio II, che- dopo la brutta vicenda  di Giovanni  Zimisce e di Theophano la spartana- prende il regno, ma non riesce a governare per tredici anni, autonomamente, per i maneggi della madre, mentre dispensa da ogni attività politica il fratello Costantino, coregnante, più giovane di due anni. E’ un mio personale regalo per te per  un  tuo orientamento nella cultura bizantina tra la fine del X e l’inizio del XI secolo.

E’ un momento storico importante, Nonno,  di un grande re, inizialmente dominato da ministri e dalla madre! Che fa la madre?

Dopo la morte dell’amante Zimisce nel 976, richiamata dal figlio dall’esilio,  diventa amante di  Barda  Scleros, per paura delle manovre di Barda Focas, altro  parente di Basilio II, che, per di più, deve subire che il suo regno sia amministrato  da Basilio, suo parakoimenos, cioè cubiculario vizir, un  fratellastro del padre, suo zio tutore.

Come conosci questa storia, Nonno?

La conosco da Michele Psello, autore di Cronache, – su cui ho lavorato tanto tempo fa- che marca il lungo stato di guerra   civile scatenato da Barda Scleros prima e poi da Barda Focas.

La guerra civile, nonno, è  sempre un grave danno per i cittadini  che combattono tra loro ?

E’ un male che dura tredici anni, alternato con una guerra contro il califfo di Bagdad!

Il giovane re,  a corte, è sovrastato dallo zio omonimo  e dalla madre  secondo Michele Psello (1018-1096), un filosofo  e storico,  professore dell’università imperiale di Costantinopoli, che narra di Barda Scleros, che,  esautorato da Basilio, tutore, dal comando dell’esercito, si ribella trascinando nella rivolta  contro il re le popolazioni anatoliche,  da cui è acclamato Re.

Secondo Michele  – il cui nome originario era Costantino  cambiato al momento dell’entrata in monastero,  chiamato anche col soprannome di Psello perché balbuziente,  upogrammateus/ un segretario della cancelleria imperiale- la regina col tutore  nomina, allora,  Barca  Focas capo dell’esercito, che, desideroso di riportare la pace nell’impero grazie alle proprie doti fisiche  e  militari, riduce all’impotenza l’usurpatore,  sfidandolo a duello.

C’ è un duello,  nonno, tra cavalieri Bizantini ?

Si, Mattia, davanti ai due eserciti schierati che inneggiano ai loro due campioni! Scleros è un atleta , valorosissimo e indomabile; Focas è un gigante, reduce da  molte sfide  vinte. Il primo, dopo breve e solenne cavalcata, si ferma ed attende impavido  l’assalto del  gigantesco avversario per colpirlo con la lancia.

E’ presente lo stesso Basileus? Chi vince, nonno ?

Vince Focas,  dopo alterne fasi di combattimento,  alla  presenza del diciottenne sovrano, da poco maggiorenne!

Scleros, comunque, pur ferito e semiaccecato, riesce a liberarsi. In seguito,  viene sconfitto  e si ritira,  dopo la battaglia di Pancalea, nel 979, in buon ordine, ed infine  fugge presso il sultano abasside di Bagdad, a cui offre i suoi servizi.

Barda Focas, vincitore, tornato a Costantinopoli, dopo un breve periodo di incertezza circa il rapporto con Basilio II, decide di fare trattative col basileus  per la carica di domestikos, tolta allo zio Basilio, che viene esiliato, dopo l’annullamento di ogni suo decreto.

Il re è costretto dalla circostanze  ad  accettare le richieste del potente aristocratico  anatolico,  perché ha bisogno del favore dell’esercito, avendo i fatimidi, musulmani egizi, attaccato Aleppo, desiderosi di  occupare la Siria, approfittando  della guerra civile bizantina.

Quindi,  Barda Focas  ritorna trionfante a Costantinopoli e rimane  al servizio di Basilio!.Com’è fisicamente e moralmente il Basileus?

Psello informa che è di statura di poco inferiore alla media, ma ben proporzionato, ben esercitato nelle armi, buon cavaliere, culturalmente  preparato,  ma calcolatore in ogni occasione,  misogino, cioè uomo che non solo si tiene alla larga dalle donne ma  le odia: nel suo regno quasi cinquantennale non c’è alcun cenno di femmina, essendo stato fin da bambino, certamente condizionato, traumatizzato, segnato dai tanti intrighi di corte, dalla morte del padre nel 963,  a cinque anni,  dalla fine violenta di Niceforo II nel 969, suo patrigno  ad opera della madre e di Zimisce!  Infatti non si sposa mai e non ha harem, al contrario del  fratello coregnante Costantino VIII, che vive  sempre con donne  e  nei banchetti, pieno  di avventure licenziose, pur non disdegnando l’arte militare, in un rifiuto costante di ogni impegno cortigiano politico.   Basilio II, invece, è  impareggiabile tattico  ed impegnato politicamente, abile tanto da risultare il migliore basileus bizantino, dopo Giustiniano, capace di portare a termine personalmente  le campagne militari, anche di lunga durata.

Ora, che è libero dal tutore, può governare, nonostante l’ingombrante ombra di Barda Focas ?  Quali sono le sue imprese?

Mattia,  la sua  grande impresa  è quella bulgara, che  ha, però, agli inizi, esiti non felici. Infatti  la inizia nel 984 con un grande esercito, condotto a reprimere  la  ribellione  dei 4 comitopuli in Macedonia, lasciati da Zimisce quasi  semindipendenti, che avevano  ricompattato i bulgari contro i bizantini.

Samuele, l’unico superstite di quattro  comitopuli, si autoproclama re,   avendo al suo fianco  Romano, il figlio, castrato, del precedente zar Boris, ed attacca  all’improvviso Basilio II, giunto in Tessaglia, non lontano da Larissa   e lo sconfigge in una sanguinosa battaglia al passo della Porta di Traiano, nel 986.

E’ un momento tragico per il Basileus  che giura con l’esercito di vendicarsi dei bulgari, prima di allontanarsi perché costretto a  spostare il fronte delle operazioni militari in Anatolia, dove Barda Scleros e Barda Focas, convinti dell’inesperienza del giovane re, hanno congiunto le loro forze, approfittando dello sbandamento, a seguito della disastrosa sconfitta bulgara.

Cosa accade, Nonno?

Mattia, accade che il califfo di Bagdad  invia  con truppe in Anatolia  Barda Scleros  per destabilizzare il Basileus, che, nel frattempo, conosce anche il tradimento di Barda Focas, autoproclamatosi  anche lui signore della regione,  per di più alleatosi con il vecchio nemico semicieco, al comando delle truppe abassidi. I due dividono l’esercito per arrivare da due diverse direzioni a Costantinopoli. Allora, il re decide di allearsi con Vladimir di Kiev  e di accettare la sua proposta  di matrimonio con la sorella porfirogenita Anna, concludendo  le trattative diplomatiche,da tempo iniziate.

Avute da Vladimir, senza alcun compenso, truppe variaghe, il re  le  congiunge  col suo esercito e  marcia contro Barda Focas che, nel frattempo, ha imprigionato Scleros, intenzionato ad uno scontro: Basilio II, impavido lo attende  con la spada sguainata nella destra e con l’immagine della Panagia -la Madonna tutta santa –  nella  sinistra.

La guerra finisce miracolosamente perché Barda Focas, mentre galoppa contro di lui,  improvvisamente comincia sbandare fino a cadere di cavallo, e a rimanere inanimato a terra.

Cosa  gli succede nonno?,

Probabilmente l’uomo o è colpito da un colpo apoplettico  o  essendo stato avvelenato da un veleno a lenta azione, cade  morto davanti al re,  che grida al miracolo coi suoi  militari!

Vladimir, allora, sposa la porfirogenita Anna?

Certo, nel 988 il principe russo,  variago, che  è pagano ed adora più di cento dei, che ha già 5 mogli e che ha un harem con 800 concubine, sposa Anna  con rito bizantino e si converte al cristianesimo,  insieme al suo popolo, battezzato lungo il fiume Dnepr, da  sacerdoti venuti da Costantinopoli.

Nonno,  cosa significa variago ?

Mattia,  variago come termine,  etimologicamente, indica persona che naviga sui fiumi  della Bielorussia, Ucraina e Russia attuale, svolgendo attività piratesca, ma avendo necessità  di conservare le derrate alimentari  e il frutto del commercio  in luoghi sicuri,  deve necessariamente fare giuramento  di non depredare i vicini e fare patti.

Possibile, Nonno,  che i Russi  solo nel 988 diventano cristiani?

Si, Mattia, fino ad allora erano popolazioni finniche, pirati fluviali,  barbari e pagani, pericolosi per le popolazioni viventi  a contatto con i bizantini della  Crimea e del Mar Caspio!.

Abbiamo una precisa documentazione di fatti   grazie alla Cronaca dei  tempi perduti   che  ha due racconti quello dei  quattro missionari e  quello di Cherson, una località della Crimea.

Me ne parli, nonno?

Il primo racconto  tratta di  un invito fatto da Vladimir a quattro missionari di diverse fedi, convenuti per disputare sulla vera religione. Vladimir (958-1015),  fino a  trenta anni,  era stato uomo dedito ai piaceri sessuali, ai banchetti, alla caccia, indifferente ai culti religiosi molto vari e strani, e talora anche spietato nei combattimenti, poi, convertito,  diventa buono, generoso, mite tanto  da essere considerato Santo dal suo popolo.

Dunque, venuti  a Cherson,  un  musulmano bulgaro,  un ebreo kazaro, un bizantino greco, e  un  latino germanico, Vladimir li interroga separatamente e chiede come vivano la loro religione   e poi li fa discutere  tra loro, ponendosi come arbitro. I quattro a turno, parlano, illustrando la loro fede  e Vladimir ascolta in modo interessato ma si dice convertito solo dal discorso del missionario bizantino greco che, dopo aver trattato del Vecchio e del Nuovo Testamento,  mostra l’Unità di Dio e la figura di Gesù, senza evidenziare  i suoi  insegnamenti,  e  che gli promette il banchetto eucaristico. Il racconto di Cherson  tratta invece  di Vladimir che invita nel 987  i suoi capi militari –boiari-ad andare a studiare per un anno a Costantinopoli e a dire il loro parere circa il cristianesimo, al loro ritorno. Davanti al re e alla corte tutti  i boiari  sono entusiasti per la bellezza  della liturgia e per il fasto degli abiti sacerdotali e dei riti bizantini, per  cui si stabilisce la collettiva conversione al Cristianesimo ortodosso.

Mi puoi dire, Nonno,  la differenza di fede tra un cristiano  ortodosso ed uno  cattolico?

Mattia, tutti i cristiani dicono di essere nella docsa orth/ opinione retta  e risultano ortodossi ed hanno una fede universale cioè sono cattolici, ma storicamente si dividono nel 1054 quando il patriarca Cerulario  e il cardinale di Silva Candida rappresentante  del papa Leone IX , si scomunicano a vicenda per la questione del filioque. Da allora la chiesa  bizantina si autodefinisce solo ortodossa e quella latina solo cattolica CONVINTE AMBEDUE DI DETENERE LA RETTA OPINIONE.

Il problema, Mattia, è quindi, nella formulazione del Credo: gli ortodossi, infatti, dicono  di credere nello Spirito Santo che procede dal Padre; noi cattolici diciamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.

Hai capito, Mattia? spero di si. Lasciamo questo argomento e riprendiamo il nostro discorso su Basilio II, che, ora,  regna e può fare una politica nuova amministrativa, abolendo i privilegi nobiliari e clericali  dei latifondisti e  favorendo la piccola proprietà terriera, in modo da aver il consenso popolare, Infatti emana  la Novella, un insieme di leggi, che  sono retroattive in quanto hanno valore quelle  del periodo di Romano I   e che annullano le Crisobolle/decreti del tutore Basilio, come già detto, aggiungendo la tassa dell‘alleleggyon.

Che tassa è ?

E’ un tassa che un tempo pagavano i villaggi  e i popolani durante la basileia di Romano I ed ora, invece, devono pagarla al loro posto i nobili  che non hanno più privilegi.

Basilio con questa nuova legislazione frena il potere del clero e dei dunatoi/potenti   e, quindi all’interno, non ha problemi, anche se in politica estera  gli restano  nemici gli  islamici in Oriente (Il califfo di Bagdad  e i Fatimidi di Egitto) e in Occidente i Bulgari.

Comunque,  la politica occidentale  ora subisce l’influenza della potenza crescente dello  Zar Samuele, che ha raggiunto le rive dell’ Adriatico – minacciato non solo dagli arabi ma anche dai bulgari, nonostante il sorgere della potenza navale di Venezia- , in competizione con l’impero germanico degli Ottoni.

Già la repubblica marinara italiana ha valore tra i grandi stati ?

I bizantini hanno i temi adriatici,  ora minacciati dai bulgari che,  avendo conquistato tutta la Grecia e l’Albania, entrano in contrasto col Doge veneziano Pietro II Orseolo  ed anche con  l’impero germanico. Allora,  Basilio ha relazioni diplomatiche intorno al 992 anche  con l’impero germanico  di Ottone III, il figlio di Theophano la bizantina, che chiede in sposa, sua nipote Zoe,  che verrà perfino mandata in Italia, ma conosciuta la morte dell’imperatore, torna in patria e sfuma l’opportunità di una congiunzione tra i latini ottoniani  e i bizantini !

Venezia, comunque, caro Mattia,  si lamenta  delle tasse  troppo alte da pagare all’entrata nello stretto dei Dardanelli.

Infatti ad Abido ogni nave doveva pagare la dogana all’entrata e all’uscita!.

In quegli anni gli ammiragli veneziani si lamentavano che  le tasse erano diventate sempre maggiori ed  aumentate eccessivamente,  essendo il prezzo sette volte superiore a quello pagato sotto Leone VI . Allora Basilio, riduce la tassa  facendo pagare 3 soldi, all’entrata, e 15 all’uscita, per ogni nave veneziana  a patto che  la repubblica accetti di trasportare le truppe bizantine dalla Grecia in Italia. Si conosce anche un trattato tra Basilio e il doge, riconosciuto come  dux veneticorum et dalmaticorum in quanto viene ratificato il dominio sulla Dalmazia, ad opera di Pietro II  Orseolo che aveva sconfitto i pirati dalmati ed occupato la terra – cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia- Bologna Il Mulino   2004. Sembra, Mattia, che sia di questo periodo  la concessione  di fondaci in Costantinopoli per i veneziani che possono fare i loro commerci  garantendo il trasporto nel tragitto-Grecia-Italia  alle truppe bizantine. Alcuni storici ritengono che tali privilegi già i Veneziani li avevano nel periodo di  Leone VI  e portano la testimonianza  dell’esistenza  nella Biblioteca Nazionale Marciana della Corona del Basileus Sophos  e  di un codice miniato di  un Salterio con una raffigurazione di un Basilio II, giovane  (Codice Marciano greco Z,17 -421-f.III r).

Avendo dunque sistemato le relazioni diplomatiche coi veneziani e con l’impero germanico Basilio   sferra l’attacco decisivo nella  seconda fase del la guerra bulgara.

E  naturalmente  vince e  si vendica dei bulgari?

Alla fine certamente Basilio riesce a vincere, ma  impiega molti  anni  e ha molti combattimenti non sempre favorevoli.  Comunque ,  dopo un  lungo periodo altalenante dal 991 al 1000, la guerra comincia a declinare a favore di bizantini  che ottengono la definitiva vittoria nel 1014. Conosciamo i fatti  da Giovanni Scilitze- 1040-1110 – autore di Sinossi della storia (Patrologia graeca, voll. 121-122)

Lo scrittore bizantino ci informa sulla fine della guerra  bulgara di cui abbiamo precise notizie anche da un grande critico come G. Schlumberger (Basile II, toeur des bulgares, Paris  1900) e da altri storici,.

Viene  giustificato  il titolo di Basilio II  Bulgaroctono,  in quanto vengono indicate le ragioni della spietata e crudelissima vendetta, dopo la riconquista della Macedonia e della  odierna Bulgaria  e  dopo la deportazione forzata degli abitanti in Cappadocia e in Armenia e a  seguito della vittoria  di  Cimbalungo, il 29 luglio del 1014 nella valle dello Strimone.

Giovanni Scilitze  così scrive, dopo la presa di Serdica/Sofia: L’imperatore abbattuto il muro,  rimasto deserto, li inseguì. Molti caddero, molti di più furono presi: a stento riuscì a sfuggire a tale pericolo Samuele, che si salvò grazie a suo figlio: questi, che resisté valorosamente contro gli assalitori, lo mise su un cavallo e lo mandò nel castello di Prilep. L’imperatore fece accecare i circa quindicimila bulgari che, raccontano, aveva catturato e comandò che i mutilati, a gruppi di cento ognuno dei quali guidato un orbo, tornassero da Samuele.

Pensa, Mattia,al dolore e alla umiliazione di Samuele nel vedere arrivare  i suoi 15000 soldati,  divisi in 150 colonne di cento uomini ciascuna, guidate ognuna  da un monocolo, legati luno dietro l’altro !

Samuele si arrende e  per il dolore  muore due giorni dopo aver visto tale spettacolo pietoso!

Non mi piace Basilio II! Uomo troppo crudele e bieco, capace di mantenere odio  e di vendicarsi dopo anni!

Mattia, eppure Basilio II va perfino a ringraziare la Panagia ad Atene, dove ha il suo santuario sul Partenone!

Gli ateniesi cristiani hanno riconvertito il Partenone di Fidia,   dedicato ad  Athena parthenos/Vergine, in chiesa della Madonna vergine e tutta santa, madre del Christos!. 

E da Atene  si dirige  trionfalmente via mare  verso Costantinopoli per il suo trionfo come Burgaroctono.

Basilio regna ancora?

Certo, felicemente fino al 1022, quando gli si ribella il figlio di Barda Focas, Niceforo,  che si autoproclama  basileus di Anatolia, ma viene ucciso da sicari!

Basilio II muore nel 1025, mentre  ancora sta preparando una spedizione militare contro gli arabi di Sicilia, deciso a riconquistare l’isola, con l’aiuto delle navi veneziane.

I veneziani, nonno, ormai hanno  una funzione nell’ impero bizantino!

Da Basilio II inizia la decadenza  bizantina che coincide con l’ascesa della repubblica marinara italiana, che ne determinerà perfino, nel corso della IV crociata,  una parziale caduta il 12 Aprile del 1204, descritta da Niceta Coniata- 1155-1217- autore di Grandezza e Catastrofe di Bisanzio.

Niceta! si chiama come il nonno di Sara e di Alice?

Si Mattia,lo storico della  presa di Costantinopoli si chiama come Niceta Cosi, mio consuocero, padre di tua zia Nora!

Il nostro dovere di Italiani

Il nostro dovere  di italiani

 

Dovremo convivere col Coronarivus. Se ami l’Italia, mantieni la distanza”.

La conclusione della comunicazione di Giuseppe Conte, perentoria, propria di una necessitas  fenomenale,  è classicamente strutturata  con  un enunciato complesso, in cui risulta  anancastico il dovere primario per l’immediato futuro,  previsto scientificamente, di convivere col Coronavirus, a cui è strettamente legato un periodo ipotetico di primo tipo, della realtà, con protasi all’indicativo  e con apodosi  iussivo-prescrittiva.

Con tale enunciato comunicativo il presidente del Consiglio,  avendo preso atto di un fatto, informa  che il popolo italiano, insieme  con lui, compartecipe della tragedia comune- da qui l’emotivo noi, non usato secondo la retorica del plurale maiestatis!- deve avere coscienza certa  della situazione  di un evento eccezionale – che ha propri tempi di durata, ignoti – e della necessità per il futuro di un adeguamento al fenomeno, sottendendo che, di conseguenza, ogni cittadino per il bene collettivo, debba mantenere le distanze interpersonali – da qui l’uso  della funzione conativa del tu, che coinvolge ognuno, che, responsabilmente, per amore di patria, si autodelimita e si sacrifica!.

Dalla comunicazione di Conte  risulta un dovere comune per noi tutti  Italiani, che facciamo parte di una stessa comunità, connessa con quella europea, necessariamente collegata con quella mondiale- essendo noi creature viventi in  un unicum sistema kosmico– : convivere col Coronavirus!

Il dovere è imposto da un comitato scientifico  italiano, connesso con quello europeo, internazionale mondiale, ai Politici -che ora non sono di un colore partitico, ma sono solo uomini che, per caso/anagkh,  sono al  potere  con funzioni  di capi,  che fanno da mediatori  tra il mortale virus ancora  sconosciuto e la massa popolare, gregge certamente condizionato dal Governo che, conoscendo le previsioni scientifiche di esperti, indica l’orientamento, stabilendo tempi  e comportamenti.

Noi popolo, così massificato, dobbiamo  essere sudditi, data la mortale situazione, obbedire, eseguire  ed accettare, adeguandoci alla comune direttiva governativa, seguendo scrupolosamente quanto metodologicamente ci sarà prescritto, ognuno a seconda della categoria di appartenenza.

Non possiamo trasgredire e fare secondo volontà individuale o secondo parametri religiosi o partitici, davanti ad una catastrofe preventivata umano-animale, come abbiamo fatto per secoli, in altre situazioni  e tempi, seguendo  i comandi religiosi,  aristocratici, dittatoriali,  demagogici, di clero o  tribuni  fuorvianti in nome di una caritas christiana e di bisogno economico. E’ tempo ora di  prendere coscienza, da una parte,  della potenza distruttrice del  Coronavirus  e, da un’altra,  di essere certi di esser maturati un poco e  di  essere eruditi  in quanto passati da una fase infantile astratta  ad una  prepuberale, operativa concreta,  seppure tipica di ragazzi di 11-12 anni, che necessitano di un orientamento  sicuro scientifico, probabile, tuzioristico,  al fine di una sopravvivenza reale naturale, non spirituale e non retorica!.

Perciò,  senza puerili, femminili e bizantine discussioni, da  ragazzi improvvisamente razionali  ed adulti, liberi da suggestioni  mitico-religiose -tipiche di clero, di mafie e di  demagogie di parte- pur  desiderosi di riavviarci al lavoro professionale, attendiamo con pazienza il nostro tempo di ripresa operativa,  fiduciosi  in un orientamento governativo –  non importa se di un Conte retorico e  fumoso, comunque, dignitoso e  rappresentativo! –  dettato da un’équipe scientifica, credibile. Questa è la strada più probabile,  se vogliamo prima  salvare la nostra vita  e poi anche la nostra economia, ed, infine, mantenere la nostra identità di nazione, la migliore tra i popoli: se seguiamo una via sincretica, confusa,  andremo irrazionalmente e naturalmente verso il baratro! : la confusione è propria di un gregge,  impaurito, preda degli isterismi religiosi e  demagogici!  Storicamente ci siamo salvati, spesso, anche da soli e, talora, guidati da orbi, ora teniamoci questa guida, operativa, almeno, col consenso di noti virologi!

Quindi, a questo dovere, noi italiani, popolo/ragazzo, dobbiamo far seguire, per amore di patria, un comportamento quotidiano  di disciplina,  adeguato a paradigmi operativi, precisi  e chiari, determinati da apposite commissioni professionali tecniche.

Ogni categoria, grazie ad organismi costituiti propri,  dovendo  assicurare l’obbedienza e la responsabilità dei soggetti –  attivi, non elementi passivi-  dovrebbe creare un protocollo comportamentale – ad esempio  per ingegneri, per professori e studenti,  per i gelatai, parrucchieri, fornai, ecc., senza generalizzazioni olistiche, generanti confusione – di cui è garante  allo Stato con propri delegati comunali, provinciali e regionali!.

Questo, però, implica e sottende una società con popolo adulto non ragazzo! Perciò che Dio- io non Credo in Dio!- ce la mandi buona!

Lo slogan temporaneo, comunque, di una dittatura governativa, necessaria davanti alla straordinarietà del fenomeno del Coronavirus, è: mantenere la distanza  tra noi, anche coi parenti, servendosi  di mascherine e  guanti, all’occorrenza!.

 

L’articolo, letto,  segue  il precedente,  scritto come commento a Zuppa di Porro.

Signor Porro,  lei denuncia e condanna giustamente la mancanza di un piano normale, amministrativo–politico-socio-economico  di Giuseppe Conte,  manifesta nel vuoto della tautologia comunicativa di un uomo di formazione  democristiana, sorpreso in una situazione letale universale, imponderabile.  Ma, lei,  apparentemente bravo, a parole, si è letto all’ atto della sua valutazione, da giudice? La comunicazione è un’arte, mentre lei, emotivamente, utilizza solo l’informazione, rabbiosa!

Io sono un vecchio, di 81 anni, che condivide con lei che la comunicazione globale di Giuseppe Conte è retorica informazione, priva di  indicazioni procedurali, pur elementari, per il riavvio alla normalità di un’Italia, sprofondata nella sua massima crisi repubblicana, in senso economico-finanziario, morale e politico-sociale.

Comunque, a lei, prima di fare un esame, con valutazione della parola di un altro, da avvocato,  conviene una ponderata organizzazione strutturale e  sistemica, non segno di  una perizia linguistica tecnica, ma  di una precedente operazione concreta e professionale, scientifica, già provata e riprovata, sperimentata per un reale lavoro, personalmente verificata.

Il suo esame, attuale, è quello di uno della parte politica, avversa, difettoso in vari punti,  fuorviante ed  unilaterale- come sempre accade quando si è all’opposizione-: Lei non trova equilibrio – nel suo contrasto corpo a corpo, tumultuoso, dilettantesco e demagogico –  e  nemmeno conosce  la reale  situazione italiana da decenni compromessa, acuita già da tempo con  la fine della democrazia cristiana  e poi dalla politica autoritaria di Craxi, a seguito del  giurisdizionalismo paesano di Di Pietro ed infine precipitata con  Berlusconi e con Monti (cfr L’altra lingua, l’altra storia, Demian 1995), fino alla farsa del Pd renziano e gentiloniano,  alla tragi-commedia dei due governi Conte, complicata in modo abnorme dal Coronavirus.

Perciò lei, non avendo un organico sistema di valutazione, come gli  altri, argomenta su basi strutturali logiche,  risultando un informatore non affidabile, mal informato, utile solo per le curiosità e per la notifica di semplici dati, nonostante la fumosa animosità, anche se puntuale nelle osservazioni.

Poveri noi italiani, che stiamo a casa impauriti dal Coronavirus, obbligati a sorbirci i sapienti virologi, i commentatori, gli intrattenitori  e i giornalisti di regime, i politici – che dovrebbero  realizzare i nostri sogni!-, ignoranti e inadeguati perfino a  comunicare il pensiero partitico, del tutto incapaci di orientare paradigmaticamente e  di guidare con cautela nei prossimi mesi i concittadini, decisi a riprendere la quotidiana fatica professionale, nonostante i pericoli del male incombente, pur senza regolare protezione!    Forse, da soli, noi, popolo italiano, senza capi, con o senza l’aiuto europeo, pur come un figlio senza padre, orfano, ma di nobile origine, decaduto, grazie al proprio sacrificio, educato dai propri errori, erudito senza i falsi maestri, e maturato –finalmente!- grazie al Coronavirus, sappiamo sopravvivere- lo abbiamo fatto per secoli perfino con l’aiuto nefasto della Chiesa!- e  procedere in relazione, alla nostra storia e alla sottesa  cultura, di gran lunga superiore a quella altrui!.

 

Giovanni Zimisce e Theophano

Giovanni Zimisce e Theophano

Dio dà il diritto di parlare, quando è necessario… ed aggiunge un orecchio da sentire …- Isaia 50,4-

Non conosco la storia  di Zimisce e di Theofano? Chi sono, professore?

I due hanno una vera storia di amore  giovanile,  ma  poi sono anche i protagonisti di un vergognoso tradimento nei confronti del  sovrano Niceforo II Foca, nella notte tra il  10  e 11 dicembre del 969.

Io, professore, conosco Theophano, la  moglie di Ottone II, la sua  cura imperii e l’ideale politico di suo figlio Ottone III, non so niente di quest’altra Theophano.

Mentre la Theophano, di cui parli tu,  è armena e nipote di Zimisce,  questa, invece, è  donna peloponnesiaca, di Sparta, nata nel 940,  figlia di un oste, che, a 15 anni, sposa il figlio di Costantino VII Porfirogenito, Romano II.

So, professore,  della saggezza e dell’erudizione di Costantino Porfirogenito, un basileus di nome, che regnò solo alla fine della sua vita, avendo dovuto lasciare il potere effettivo ai Basileis  Macedoni – di cui non conosco il reale valore-. Me ne può parlare, prima di riprendere la vicenda della coppia  Zimisce -Theophano?.

Il Porfirogenito, nato nel 905, è  basileus designato già nel 911, ma  non regna  perché il padre Leone VI (886-912), avendolo avuto da  Zoe Carbounopsina,  sua amante e  poi quarta moglie, avendo contrasti con il patriarca della Chiesa costantinopolitana, lascia il trono al fratello, Alessandro, che ne esilia  la moglie, e, dopo un anno, muore.

Viene richiamata  Zoe , che assume la reggenza per il figlio riconosciuto legittimo, perché battezzato dal patriarca Nicola il mistico, che non riconosce, però, legittimo il suo matrimonio,  anche dopo l’appoggio militare del domestikos ammiraglio  Romano Lecapeno e del drungario  Leone  Focas.

La reggente,  essendo incapace di  combattere l ‘autorità  del patriarca, gli  contrappone   Eutimio, che ha al suo seguito il clero metropolitano,  ed inizia la guerra contro i Bulgari, che hanno imposto un pesante tributo ai bizantini.

Zoe, comunque, subita la sconfitta militare di  Anchialo, nel 919 deve dimettersi.  Nicola il mistico, allora, incorona Basileus, Romano I  Lecapeno, avendo ora la supremazia assoluta sulla chiesa costantinopolitana,  divisa da tempo, da quando Leone VI aveva deposto Fozio (820-893) e fatto patriarca suo fratello  Stefano.

Fozio è quel prelato tanto importante della chiesa bizantina, che non accetta l’aggiunta occidentale al Credo del  Filioque  e che non riconosce legittimo il celibato sacerdotale?

Si Marco, E’ quel Fozio, scrittore di Biblioteca, e grande santo bizantino, insegnante di filosofia  all’Università imperiale, fatto patriarca  due volte, una  dal  858 al 867 ed una dal 877 al 886 -avendo dovuto lasciare la carica per un decennio, per ordine del basileus  Basilio I,  ad Ignazio, sostenuto dalla  Chiesa di Roma  a seguito del verdetto di Niccolò I –  ma, ora, lasciamolo da parte  perché dobbiamo trattare prima della situazione ancora non chiarita della legittimità alla successione del Porfirogenito  e poi della congiura di Zimisce eTheofano.

Marco, dobbiamo riprendere il regno di Leone VI il filosofo/sophos, un basileus che, sposatosi una prima volta con Theofano la santa– una donna bigotta e  sgraziata a lui imposta dal padre- e che, comunque, consolatosi con la sua amante Zoe Zautsina -poi, divenuta seconda moglie,  morta senza figli-  chiede l’autorizzazione  ad un terzo matrimonio, vietato a Costantinopoli dal Clero, con Eudocia Baiané, che muore prima lei di parto  e poi il figlio, da poco nato. Il Basileus, non può chiedere un quarto matrimonio perché pubblico peccatore con la sua amante Zoe Carbounopsina /dagli occhi ardenti come carboni, e  il patriarca, allora,  propone di esiliare la donna che, nel frattempo, partorisce il figlio, e di battezzare il bimbo col nome di Costantino, ai fini della successione al trono.

Leone VI accetta  ma, contemporaneamente, chiede che Zoe sia riconosciuta come moglie dal papa  romano Sergio III,  il quale  concede il suo consenso, pur di appianare la questione del filioque e del celibato col patriarca Eutimio: Il porfirogenito battezzato è riconosciuto come il legittimo erode al trono  col nome di Costantino VII!.

Dunque, professore,  dopo la morte di  di Leone VI e del fratello, a seguito della sconfitta subita dalla moglie reggente contro i Bulgari  nel 917  Romano Lecapeno prende il potere ed esilia  di nuovo Zoe?.

Si. Marco.

Romano è  un drungario,  un soldato che ha  buone competenze militari  e sfrutta le  capacità di amici  come Curcuas, Niceforo Focas e Zimisce,  che conducono con fortuna la guerra contro l’emiro di Aleppo e cerca, con ogni mezzo, di legittimare il suo regno, che di diritto spetta al Porfirogenito .

Dopo la malattia di Romano I e l’ascesa al potere dei figli e il relegamento del sovrano,  la chiesa e i militari appoggiano  decisamente il Porfirogenito, che può prender il potere  regale e governare  dal 945 al 959.

Alla sua  morte,  il figlio Romano II- a cui è dedicata l’opera paterna De administrando imperio,- prende il potere  ed ha già sposato Theophano spartana, che, a corte, per prima cosa manda in esilio la suocera Elena Lecapeno e si appoggia alla chiesa, mentre si affida a Joseph Briggas, un eunuco che guida la politica interna ed estera  sotto il depravato giovane scapestrato Romano II.

La regina, alla morte del marito nel 963,  è già amante dell’eroe nazionale Giovanni Zimisce, ma  non  sposa il giovane, preferendo il cugino  Niceforo Foca,  che le  dà maggiore sicurezza politica, consigliata dal patriarca  Polieucto, con cui si riappacifica dopo l’accusa di avvelenamento di Romano II.

Lei dimostra la sua innocenza  col documentare che  era ancora a letto  dopo la nascita dell’ultima figlia  Anna. (Basilio e Costantino sono gli altri due figli!).

Come mai poi la regina ordisce la trama per l’uccisione del secondo marito, proprio con Zimisce?

Sembra che la donna sia convinta  dall’amante, astioso nei confronti del parente che lo ha destituito dalla carica di drungario/comandante militare.

Niceforo II (912-969) è  sovrano encomiabile non solo per la tecnica di combattimento De velitatione  bellica, ma anche per le imprese militari orientali -riconquista della Cilicia, conquista della Siria  ed invasione della Mesopotamia  e presa di Cipro tramite il legato Niceta.

Siccome, però, ha  poca fortuna  in Occidente- poiché manca del supporto  della flotta- nella  campagna calabrese contro Ottone II   e in  quella  Siciliana, date le spese militari ingenti,   è contestato e dai proprietari latifondisti e dai prelati  costantinopolitani, colpiti  dal tentativo di riduzione delle spese a corte, dalla tassazione nella capitale e  dal decreto  che vieta il privilegio di esenzione al clero – a cui è proibito anche la fondazione di  nuovi monasteri -e che impone ai latifondisti di non occupare le terre dei piccoli proprietari confinanti.

Nella capitale si forma un partito antimperiale, capeggiato proprio dalla regina, a corte, col favore del clero e del generale Zimisce, che  è a capo dell’esercito fuori città.

Coma avviene l’uccisione del basileus ?

Niceforo,  pur timoroso delle reazioni del clero e di proprietari terrieri,  anche se insoddisfatto delle campagne italiche in Puglia e in Sicilia, nonostante la crisi economica e finanziaria che tocca anche l’elemento popolare costantinopolitano, avendo risolto il conflitto occidentale provvisoriamente con gli  arabi e con Ottone II,  è del tutto ignaro del tradimento proprio perché ha tolto il comando militare al cugino Giovanni  Zimisce.

Invece, la chiesa e Giovanni  con le famiglie  Foca e Curcuas  decidono il tradimento, con la complicità della regina, che ha dalla sua  parte anche  Briggas.

Theophano lascia aperta la porta della camera da letto, mentre Giovanni, ripreso il comando dell’esercito, entrato di nascosto a Costantinopoli,  entra nel palazzo regale e nella notte tra il 10  11 dicembre uccide  Niceforo, avendo promesso alla  regina di regnare al suo fianco.

Si conoscono anche i particolari della morte?

Certo lo storico Leone Diacono  scrive:  il sovrano non dormiva nel letto, ma era per terra e come un asceta era sopra una pelle di pantera, come il solito. I congiurati entrati,  rimasero sbalorditi non trovandolo; il cubiculario, allora, indicava  dove si trovava.

I sicari lo feriscono al volto e alla testa, senza ucciderlo, ed attendono l’arrivo di Zimisce, che  lo finisce con un colpo mortale, mentre Niceforo implora la morte.

Una brutta fine! professore.

Oltre alla moglie e a Zimisce,  per la disumanità colpisce la figura del patriarca Polieucto. Diffusasi la notizia, il prelato subito si incontra con Giovanni Zimisce, approva l’uccisione   con gli aristocratici della capitale e concorda un patto tra la chiesa costantinopolitana e i nobili  per l’elezione di Giovanni a Basileus, con clausola che la regina  non deve regnare e, quindi, deve essere esiliata a Proti nel  Mar di Marmara.

Così Zimisce tradisce la sua amante  e le promesse di matrimonio, ben sapendo dell’opposizione della sua  famiglia e della Chiesa,  già  non disposta al matrimonio nemmeno con lo stesso Niceforo II, essendo garante  dei diritti al trono dei porfirogeniti Basilio e Costantino.

Squallido Zimisce , vergognosa Theofano, riprovevole Polieucto!

Eppure Zimisce ha a suo favore  la tradizione, che  gli riconosce un buon regno  in quanto lo vede come uomo nobile, fisicamente non alto-  anzi piuttosto piccolo, da cui il nome- e che  lo considera molto attraente,  soldato formidabile,  forte nei combattimenti, coraggioso in ogni impresa e che  gli imputa la sola colpa di essere astioso nei confronti del cugino, reo di avergli tolto il titolo di drungario.

Zimisce, come condottiero, è giustamente famoso  per la campagna di Siria, per la guerra contro i fatimidi e contro Svjatoslav I di Kiev, per la pax  in Italia a seguito delle nozze tra la nipote Theophano ed Ottone II (Cfr l. Bloy, Costatinopoli e Bisanzio, Milano 1917; Ch, Diehl, La civiltà bizantina, Milano 1962; G. Ostrogorsky, Storia dell’impero Bizantino, Milano 1968).

Durante il suo regno, riesce  perfino a  dimostrare che lui  non è presente all’uccisione del parente  ad una commissione di protoi e dunatri nobili  e di prelati, desiderosi di sancire la legittimità del nuovo basileus e di riavere i privilegi tagliati da Niceforo! 

Al ritorno dall’ultima campagna  contro l’Egitto, Giovanni Zimisce  si ammala e muore di tifo, dopo 7 anni di governo, a 52 anni.

Che storia?!

E’ la storia!

 

 

 

 

Giulio Erode “turannodidaskalos” di Augusto?

 

 

Giulio Erode,il Filelleno

A Stefano -Keter, mio  prezioso speciale nipotino!   Ou pan men blaptei /Non tutto viene per nuocere … pan  de chrhston/tutto invece serve!

 

VI. Giulio Erode Archelao, figlio di Erode

Giulio Erode è  turannodidaskalos di Augusto?!

Per me, professore, è una bomba dire che Erode è turannodidaskalos di Augusto! lei mi rovescia i canoni di valutazione!.Eppure già questo  mi anticipava in Erode e la siccità! Questo messaggio, improponibile, mi voleva mandare quando mi parlava della figura di Gaio Giulio Cesare Ottaviano secondo Plinio il vecchio? quando mi diceva  della statua colossale di Ottaviano  Augusto e di Roma,  a Cesarea Marittima, paragonate rispettivamente a quella  di Zeus ad Olimpia, opera di Fidia, e a quella di Hera  ad Argo, di Policleto?

Non le sembra esagerato ed azzardato servirsi di un termine- usato dagli storici per gli amici di Caligola, Erode Agrippa ed Antioco di Commagene, conoscitori della Basileia, plaudenti alla neoteroopoiia del giovane imperatore – ora, circa il periodo  tra il 23 a.C- 11  a.C.,  un cinquantennio prima?

No, Marco. Ho precisi motivi e razionali argomentazioni da addurre,- come già ho fatto in I Commentari storici di Strabone-:   io, allora, parlando degli anni 37-41 d.C., evidenziavo il desiderio di regnare  di un giovane imperatore, che si serviva dei consigli politici di Erode Agrippa e di Antioco di Commagene  e di un gruppo di intellettuali alessandrini, che allestivano giochi popolari e facevano la propaganda  per l’ektheosis; ora, invece, ti  voglio mostrare, in un preciso quindicennio, l’operato di Erode  prima, davanti al genero di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa, famoso non solo per le imprese militari ma anche per la costruzione del  Pantheon, – dove aveva posto la statua sua e quella del suocero- venuto a trovarlo a  Gerusalemme, perfino, e poi, davanti ad Ottaviano Augusto ancora alle prime esperienze  di basileia, specie nel periodo di Samo  e  in quello di Aquileia,  dopo il matrimonio di Tiberio con sua figlia Giulia, rimasta vedova, a seguito della morte  del marito, l’anno prima!

Chiaramente, sottendo tutta la simbologia alessandrina,  collegata con la basileia e con la sebasteia, a me nota tramite il lavoro di  traduzione di  Legatio ad Gaium, presente in altra forma e significato nel coniugium illecito di Cleopatra ed Antonio -cfr. Cleopatra ed Antonio -www.angelofilipponi.com – celebrato come ierogamia di Dionusos ed Iside.

Io tratto di specifici momenti in cui si attua la basileia  orientale da parte dell’imperator Augustus, ancora incerto in Occidente  davanti ai cives, ai patres e agli equites  ancorati ai principi tradizionali quiritari!

So, però, che tale propaganda,  di stampo antoniano – ancora esistente sotto Tiberio e  Gaio Giulio Cesare Germanico Caligola- è  neutralizzata in epoca augustea e cambiata in relazione al titolo di Sebastos/augustus,  poi  sostituita da quella del giusto  Ieros gamos di Augusto con Roma, chiara nell’opera di Virgilio dell’Eneide,  in cui si rileva l’infausto coniugium del Pius Aeneas con Didone  prima e, poi, quello legittimo con Lavinia, voluto dagli dei: le iustae nuptiae sono evidenti prove monarchiche nella rappresentazione  statuaria dell’imperatore e della personificazione di Roma,  opera  di artisti alessandrini a Cesarea Marittima!.

Lei quindi vede due fasi:  una  più o meno collegata con la precedente propaganda antoniana  ed un’altra impostata sul significato  di iustae nuptiae?

Marco, Erode con la sua visione celebratrice  del Sebastos è iniziatore  della  seconda fase  elogiativa divina, con cui viene legittimato il potere di Augusto, così riconosciuto e venerato dal senato, che  di conseguenza è obbediente alla sua volontà! Da Erode inizia il riconoscimento con venerazione delle province e dei re socii, dei popoli- pagani, greci e romani, giudei aramaici e giudei ellenisti-  nell’occasione delle celebrazioni di Torre di Stratone ricostruita,  nota come Cesarea/Sebaste,  e del Tempio di Sebastos/Augustus con lierogamia del Sebastos imperator nikhths  con la Res publica, personificati nelle statue colossali di Ottaviano e di  Roma!.

Comincio ad intuire qualcosa  e comprendo meglio. Forse finora non ho badato ai termini.!Seguiti?

Marco, Erode con questo monumento marmoreo e con altri, posti a Banias sul Monte Hermon  – già nel 20 a.C- ed altrove nel suo regno, collegati anche al culto del dio Pan,  è turannodisdaskalos per Ottaviano, risultando maestro di monarchia, propositore di una theoria monarchica che congiunge la basileia orientale col militarismo dittatoriale romano, in una ripresa dell’idea antoniana di Regnum divino.

Per lei, quindi,  un filelleno, come Erode,  rappresenta, proprio nella raffigurazione della  coppia divina,  l’ideale di monarchia assoluta, tradotta in un culto pratico, essendo già conformato in tal senso dalla propaganda antoniana alessandrina?

Per me, Marco, Erode, grazie agli alessandrini e allo scriptorium di Nicola di Damasco,  può avere elaborato  una theoria  per evidenziare la  congiunzione  tra romanitas  e paideia greca, che  viene applicata nella statuaria  monumentale,  con la imitazione di Fidia e di Policleto  per il volto e il fisico atletico, militare, e con la decorazione  figurale della corazza dell’imperatore e del suo genius.

Lei ha già presente qualche statua di Augusto?

Certo io seguo e sviluppo  la lezione di Ranuccio  Bianchi Bandinelli, –Archeologia e cultura, Editori Riuniti 1979-  mio insegnante all’Università di Roma e penso all’Augusto di Prima Porta!

Insomma,  per lei, Erode  e  il suo scriptorium alessandrino,  sono maestri di Tirannide  come  forma monarchica,voluta da Ottaviano, a lungo incerto, come mi ha spiegato in Incitato, il cavallo di Caligola ?! In questa fase di incertezza del dictator lei vede un Erode propositore con la statuaria – un’arte minore! – di una monarchia assoluta  su basi divine!.

Marco, io suppongo che sia così! Non è detto, però, che Erode sia effettivamente  un maestro di tirannide monarchica – che potrebbe essere un’alternativa orientale all’ideologia occidentale del principato  augusteo del circolo di Mecenate – anche se  ho molte argomentazioni a favore, con qualche prova tanto da aumentare le probabilità di una possibile realistica interpretazione. Una prova  implicita è nei quattro anni successivi  il fatidico  27 a.C. -anno dell’acclamazione  senatoria a sebastos /augustus,  in cui Ottaviano, sofferente per una malattia epatica, va a compiere personalmente una spedizione nella zona pirenaica contro i Cantabri ed altre popolazioni, dopo aver restaurato le strade,  specie  la via Flaminia, mentre gli venivano fatte delle statue poste una  sul ponte nel Tevere e una  a Rimini, probabilmente vicine ad archi, secondo il sistema realistico romano, non idealistico  ellenistico. In quella occasione, in effetti, aveva intenzione secondo Dione Cassio ( St.Rom. ,LII,23) di fare una spedizione in Britannia ma,  poi, vista la situazione di ribellione in Gallia, ed, attenuatisi i fermenti insurrezionali britannici,  sposta  il centro operativo in Spagna,  mentre  è console con lui  Statilio Tauro, allorché Agrippa  consacra i  Saepta (luogo di riunione dei comizi tributi e centuriati ) e  Cornelio Gallo, richiamato dall’Egitto, accusato e processato,  si uccide. L’impresa  è complicata da ricorrenti coliche epatiche tanto che l‘imperator decide di guidare l’operazione da Tarragona e di curarsi con Antonio Musa, che gli consiglia un’altra dieta e un altro sistema di vita. Perciò,  nel corso del suo nono consolato con Marco Silano,  deve subire le imprese iniziali dei Salassi  e poi contenere  la ribellione dei Cantabri e degli Asturi,  per, infine, servirsi di legati per affrontare  decisamente i nemici. Sono scelti  Terenzio Varrone, inviato contro i  Salassi – che sono vinti e venduti, mentre viene fondata  Augusta Praetoria  per dare la terra  ai pretoriani e ai  veterani – e Gaio Antistio contro i  Cantabri  ed Asturi   e subito dopo viene fondata anche Augusta Emerita -Merida- ad opera di Tito Publio Carisio, governatore di Lusitania, e dei legionari della V Alaudae e X Gemina.

A Tarragona, quindi, mentre si cura  Ottaviano – stronca la resistenza dei nemici per legatos e  fonda città col suo nuovo nome di Augustus/Sebastos, come sta facendo Erode  con Cesarea Sebaste e con Samaria Sebaste!.

E’ questa una celebrazione occidentale, -anche se lontana da Roma-  su probabile imitazione di quella orientale erodiana!

Non solo, Marco, ma  Ottaviano  provvede ad ingrandire il regno di Giuba  di Mauritania, annettendo il territorio di Bocco, re di Numidia, da poco morto,  e lo collega, di proprio arbitrio, a quello del re socio,  marito di  Selene, figlia di Antonio, fondando città! La stessa cosa fa alla morte di Aminta di Galizia,  quando decide l’annessione all’impero romano di tutta la zona, comprese la Licaonia e  parti della Panfilia! Ottaviano fa azioni  autoritarie, personali, da Basileus sebastos!

Bene. Agisce da  sovrano, professore, senza l’autorizzazione senatoria, avendo potere militare  e il titolo di sebastos, propagandato in Oriente dai re clienti e specie da Erode costruttore!

Marco, in questo periodo, Ottaviano  ha, infatti,  di nuovo, anche il  titolo di imperator dopo che il Legatus Marco Vinicio sconfigge i  Germani,  e i soldati gli  decretano il trionfo: siccome  egli decisamente rifiuta, secondo Dione Cassio – ibidem  26,5 – gli venne eretto un arco trionfale, presso le Alpi e gli venne accordato il diritto  di indossare sia la corona che la veste trionfale, durante il primo giorno dell’anno!

Marco, è un grande munus  poter iniziare l’anno con corona e veste trionfale, segno  del possesso della tribunicia potestas e dell’imperium proconsulare a vita!

Dione mostra ora che  Augusto, mentre torna nella capitale, ordina di chiudere il tempio di Giano e fa costruire il Pantheon, con molti simulacri di dei e di Marte  e di Venere  con la statua da imperator, con la mano destra alzata mentre fa l’adlocutio,  con lancia nella sinistra  e  con una di Agrippa (Dione Cassio ibidem 27. 2).

Dione, in effetti, prima,  dà una singolare spiegazione del nome:   tutti dicono che Pantheon derivi dal fatto che vi sono molte statue di dei,  ma la sola ragione  è da imputare alla sua volta a cupola che rappresenta il cielo/ oti  tholoeideis on tooi ouranooi  proseoiken -ibidem-volendo mettere insieme cielo e terra, per propagandare uomo e dio nella figura unitaria di autokratoor e theos, poi spiega esattamente quello che avviene.

Lei mi ha spiegato in Incitato il cavallo di Caligola che Dione è interessato alla figura di Augusto, come modello per la domus severa! ora mi vuole mostrare Augusto come intermediario unico tra caelum e terra, secondo la tradizione mediterranea?

Certo.  Devo precisare, comunque, che Ottaviano è sempre riluttante e teatrale: infatti  Dione  precisa che il principe rifiuta la proposta di Agrippa di porre la sua andrias/statua nel tempio- timoroso dell’opposizione dei senatori e dei loro rumores circa le imprese per legatos –  ma infine  permette che si metta quella del padre divus Caesar, autorizzando, comunque, anche  di porre la sua e quella di Agrippa, nel pronao!.

Tutte queste azioni sono ordinate mentre fa il viaggio di ritorno da  Tarragona. Solo dopo la partenza dalla Spagna – dove lascia Lucio Emilio come governatore, costretto  a punire  con  amputazioni di mani e con la distruzione di fortezze  i Cantabri e gli Asturi, di nuovo  ribelli – autorizza la spedizione arabica di Elio Gallo governatore di Egitto, sostituto di Cornelio Gallo, avendo  già in mente la divisione delle province in senatorie e imperiali, includendo in queste ultime Egitto, Siria ed Iudaea ed  avendo già  suddivisa l’amministrazione senatoria  dell’erario da quella propria imperiale del fisco.

Anche se l’impresa arabica non ha esito positivo  per molte ragioni  e specie a causa del tragitto attraverso il deserto, delle malattie  e della disidratazione dei soldati, anche se curati dai medici con miscuglio di olio e di vino, non c’è  a Roma un minimo cenno  di dissenso  senatorio! All’impresa viene dato un valore non di penetrazione militare ma di apertura ai commerci con l’India, già avviati dagli emporoi giudaici da quasi un secolo!.

Dunque, professore, lei mi vuole dire che Augusto in quegli anni ha un potere dittatoriale grazie al titolo di Sebastos, mantenendo in continuazione il consolato  fino alla decima volta con  Norbano Flacco, prima di tornare a Roma?.

Si.  Marco, quando  è ancora console per l’undicesima volta con  Calpurnio Pisone, come collega, però,  si ammalò nuovamente  ma questa volta, in maniera  così grave da disperare  della guarigione /ooste medemian elpida soothrias schein  -Dione Cassio, St.Rom. LIII,30-.

Secondo Dione egli dispose tutto come se stesse per morire e riunì i magistrati, gli uomini più in vista  tra i senatori  e i cavalieri, ma in realtà non designò alcun successore/ diadochon men oudena apedeicse -ibidem-.

Dione -ibidem 30,1- , così aggiunge,  mentre al suo capezzale sono la moglie  Livia coi suoi due figli Tiberio e Druso e  Ottavia sua sorella con il figlio Marcello e col genero Vispanio Agrippa, marito di Claudia Marcella: sebbene  tutti si aspettassero che fosse stato prescelto Marcello per sostituirlo,  dopo aver parlato un po’ con loro degli affari di stato, diede a Pisone  le liste delle truppe e delle pubbliche entrate scritte su di un libro  e consegnò l’anello ad Agrippa/ tooi men Pisooni tas te dunameis  kai tas prosodous  tas koinas  es biblion esgrapsas edooke, tooi d’Agrippai  ton daktulion enecheirise.

Quindi, pur dando l’anello ad  Agrippa e preferendo l’amico al nipote, non nomina nessun successore ma solo divide i compiti in amministrativi e militari, secondo l’esempio di Alessandro Magno?

Bravo. Marco, Ottaviano ha  come modello  il grande macedone!  D’altra parte per tutta  la vita nega di voler creare un  regime dinastico e sul punto di morte non potendo dare l’anello a Marcello  troppo giovane, un neos che non ha meriti militari o politici, propende per  Agrippa, vincitore di Nauloco e di Azio, benemerito  come costruttore e come amministratore che, essendo benvoluto dall’aristocrazia repubblicana, ha il pieno consenso militare e popolare.

Professore, ma Augusto non muore e salvatosi con le cure  di Antonio Musa coi  bagni freddi  e con bevande fredde/ psuchrolousiais  kai psuchroposiais, riprende il potere  proprio quando si ammala il giovane Marcello che, nonostante le cure dello stesso medico, muore nell’ottobre,  celebrato dallo zio coi Ludi romani e con l’onore di un Teatro!

L’aver preferito Agrippa a Marcello, comunque,  non è dimostrazione  di non voler  formare un principato dinastico: infatti non punisce Marcello – che si mostra ouk epithdeioos  tooi Agrippai/ sconveniente  in quanto acrimonioso e  non immune da rivalità-  ma invia Agrippa in Siria,  temendo  l’insorgenza di diatribh tis kai  apsimachia/di una contesa o  di scaramuccia.(Velleio,St., II,93,2 ;Flavio Ant Giud., XV,10,2,350; Svetonio Augusto 66, 3; Tiberio,10,1;   Plinio St. Nat. VII,46, 149).

Augusto, quindi, ristabilitosi poi in salute, ha a cuore il nipote  e non Agrippa?

Certo.  In quei mesi estivi -in cui Ottaviano è guarito e torna alla politica, a  Roma,  mentre  si  ammala Marcello e poi muore-Agrippa – che non è andato in Siria  secondo il mandato dell’imperatore,  ha  però obbedito, inviando al suo posto dei legati, a lui sottomessi   perché anche lui  ha l’imperium proconsulare maius –vive a Lesbo, in attesa  degli eventi.

La situazione romana  è davvero drammatica!. Cosa  è successo subito dopo,  nella capitale?

Così scrive  Dione Cassio- St. Rom, LIV , 1,1-3-:  nell’anno successivo durante il quale  furono consoli  Marco Marcello Isernino e  Lucio Arrunzio,  la città venne invasa da un ‘altra inondazione del fiume e tra l’altro molti monumenti  furono colpiti  dall’abbattersi di fulmini , come nel caso  delle statue che si trovavano nel Pantheon, così da provocare  la caduta della lancia  dalla mano del simulacro di Augusto.

Dione aggiunge: i romani, oppressi  dal dilagare della  pestilenza/loimos -in tutta Italia si era propagata la peste e non c’era più nessuno che lavorava la terra  e suppongo che anche nelle  terre al di fuori della  penisola, le condizioni fossero le stesse – addussero  come spiegazione di questo flagello  il fatto che in quel periodo Augusto non stava  rivestendo la carica  di console: perciò, vollero  eleggerlo dittatore  e dopo aver costretto il senato  a riunirsi nella curia, lo indussero a votare questa misura straordinaria  sotto la minaccia di  dare fuoco  all’edificio mentre  i senatori  vi si trovavano riuniti.

Non solo la morte di Marcello ma anche fenomeni naturali sconvolgono  Augusto  che deve come theos  proteggere il bene comune, la romanitas,  con la sua divina potenza: lui decide  di richiamare  Agrippa e di farlo sposare con la vedova di Marcello, sua figlia Giulia,  di  aver una linea di successione familiare e quindi inizia a mettere le  basi per un regime dinastico, rifiutando  di utilizzare l’altro ramo quello  dei figli di Livia- accusata perfino di  aver fatto qualcosa  di male, sebbene indefinito contro  Marcello per favorire l’ascesa di  Tiberio e di Druso, già  segnalatisi  per le loro qualità-.

Dunque,  Augusto dimostra di aver imboccato la strada del principato,  scontentando la potente moglie, il suo partito  aristocratico  sostenitore dei giovani claudi, operando sempre per il bene del popolo!

Sembra, Marco, che Ottaviano operi per migliorare le condizioni  di vita  ai romani, flagellati dalla peste e spaventati dall’inondazione del Tevere  tanto da  stanziare denaro a sufficienza ed agire con grande  umanità per soccorrere i cittadini,  seguendo  l’esempio di Erode  anche lui oppresso, qualche mese prima, dallo stesso  problema.

Ora Augusto, avendo 24 littori  per la sua incolumità,-non dodici-  non  accetta  la carica di dittatore  ma quella di  curator annonae  sull’esempio di Pompeo Magno, non essendo riuscito né con le parole né  con le preghiere  a dissuadere il popolo perché ha la tribunicia potestas  completa-con  lo ius intercedendi, lo ius coercitionis, lo ius agendi cum plebe  secondo Appiano CIV. V,132,548-549- e l’imperium proconsulare congiunto, non volendo suscitare l’invidia e l’odiosità propria della dittatura: infatti, ordinò che due uomini fossero scelti annualmente  tra  gli ex pretori .. per essere preposti alla distribuzione di grano – ibidem-

Il popolo è sempre al primo posto!

Avendo, dunque, i  pieni poteri, fa la teatrale sceneggiata di stracciare la veste dittatoriale davanti  al popolo e ai suoi littori:  lui non ne ha più bisogno tanto che fa convalidare le leggi  dal senato  con un editto, anche se già poteva fare indipendentemente  secondo la propria volontà, potendo fare tutto quello che desiderava  ed evitare tutto ciò che non voleva- ibidem-.

Augusto  ha un comportamento in Roma e in Occidente, un altro in Oriente  dove  l’imperatore equivale a Basileus  che è nomos epsuchos dove  c’è la differenza di natura tra il theos onnipotente  perché divino e lo thnhtos, creatura mortale, uomo sottoposto.  A dire il vero,  a Roma si comporta solo demagogicamente, temendo il senato, mentre nelle province occidentali agisce con un fare dittatoriale!

Infatti, allontanatosi da Roma,  dopo  aver rifiutato il titolo di censore a  vita, anche se regola ed abolisce  i banchetti pubblici  e le  feste cittadine, nonostante abbia subito e represso  subito il complotto di  Cepione e di Murena -ne subirà altri nel 19 a.C. quello di Egnazio Rufo,  nel 2 a.C.  quello di Iullo Antonio -Dione, St. rom., LV,10, 12-16- nel 4 d.C. quello di Cornelio Cinna Magno -ibidem, 14,1.22 – nell’8 d C.  quello di Lucio Emilio Paolo   e di altri – va in Sicilia, per passare poi da una provincia ad altra, in Siria, seguendo l’esempio di Solone, nomotheta. In Grecia  onora gli Spartani, che hanno  salvato Livia, sua moglie nella guerra civile, ma  punisce gli ateniesi perché filoantoniani!.  E  venuto a Samo,  vi trascorre  l’inverno  poi sotto il consolato di Marco Apuleio e di Publio Siro  si  trasferisce in Asia,  dove sistema ogni faccenda politica,  senza trascurare la situazione della Bitinia.

In questo  viaggio Ottaviano, come già Antonio, avendo l’omaggio degli asiatici e  del re dei  re – e più tardi anche una ambasceria, inviata dal re degli Indi a Samo- ha la reale percezione del suo essere  monarca assoluto  nei confronti dei re socii e  dello stesso Fraate, comparato al livello dei reguli  asiatici, imponendo ostaggi, dopo  aver ricevuto le insegne perdute da Crasso e da Antonio, non con le armi ma mediante trattativa: il nomen di Augusto e quello di Roma  hanno un’aureola divina, considerata la exousia il potere  su tante genti In Oriente e in Occidente,  in tutta l’oikoumenh!.

Professore, mi vuole dire che già tra il 20 e il 16 Ottaviano in Oriente ha atteggiamenti divini e forme simili ad un sovrano orientale  ed  accetta realmente il titolo di Sebastos, sovrano assoluto del Kosmos,  già propagandato in ogni città ed  isola  ed evidenziato da Erode nelle sue costruzioni? a Roma tale comportamento era impossibile perché prosternarsi secondo proskunesis è atto servile non degno di un civis  che non può sopportare per tradizione arcaica repubblicana  un dominus/despoths!.

In questo clima orientale  penso, Marco,  che un filelleno come Erode, avendo  una concezione universalistica dell’imperium romano, connessa  ad un ieros gamos  di un deus/theos  colga la funzione imperiale  tra Caelum /ouranos e gh/terra,  desideroso di celebrare e di unire ulteriormente Occidente ed Oriente: il re giudaico   nella sua grandiosità costruttiva,  vuole realizzare un comune santuario in Cesarea Marittima tanto da essere  paradigmatico per lo stesso princeps Romano, autokratoor katholikos.

Professore, per seguirla meglio, devo comprendere esattamente i fatti, su cui poggia una tale affermazione.

Marco, parto dalla inaugurazione  di Cesarea /sebaste,  costruita su una vecchia città, potenziata con un porto, abbellita di monumenti  e specie del Tempio di Augusto con le due colossali statue dell’Imperatore e di Roma, simbolo di uno  Ieros gamos, samio.  Sappi che Erode fa le celebrazioni, non in Gerusalemme, città sacra religiosa, ma in una nuova  città, popolata da pagani, greci e romani e  da giudei ellenisti- non aramaici- di Augusto, il sebastos, il dio  pacificatore del mondo, che  ripristina l‘era suturnia, che instaura la pax/eirenh universale! Anche Erode si trova  in una situazione difficile, dovendo mantenere la fides nel Dio  altissimo della tradizione giudaico- aramaica della maggioranza della popolazione e contemporaneamente fare attestati di sudditanza alla maestà di  Roma e del suo Imperator sebastos, caro ai pagani e ai giudei ellenisti!

 Quindi, mi vuole dire che celebrando Ottaviano theos  nella sua capitale commerciale,  Erode dia esempio di basileia all’imperatore, iniziato ai misteri dello Ieros gamos?

Il  coniugium  tra l’imperatore e  Roma  è in relazione ai misteri samii,  propri dell’Herarion  ed è  connesso con quelli di Olimpia – di cui allora Erode  è presidente, desideroso di ripristinare  i riti e riportarli all’antico splendore- !.

A Samo nel 16 a.C.  riceve l’omaggio di tutto il mondo orientale e  perfino  quello di un’ambasceria indiana,  essendo celebrato come l’onnipotente signore dell’Occidente e  dell’Oriente, della  Terra e del Cielo,  come il Nikhths sooter, come  euegeths theos specie dopo la rinnovata pax con i parthi.

A  Samo, centro ideale del mondo Ottaviano Augusto- che sente di aver superato lo stesso Alessandro Magno- asseconda l’idea erodiana di  fare del centro marittimo e portuale di Sebaste Cesarea  un santuario comune per tutto l’imperium romano, la città sacra della domus Giulia, in un collegamento ideale coi riti sami!

Professore, non conosco i riti di  Hera  a Samo?

Marco, a Samo si celebravano ogni anno riti primordiali  delle nozze di Zeus ed Hera, ma  erano  cerimonie molto più antiche  preelleniche, che ricordavano l’incontro di una Divinità celeste con la Madre Terra!

In estate avveniva lo ieros gamos tra Zeus ed Hera, preceduto da un lungo corteggiamento alla dea vergine da parte del Dio che era sempre disdegnato, tanto che, adirato, la faceva imprigionare in un castello sotto le profondità marine da suo fratello Poseidone. Si narrava che la vergine dea, riluttante all’amore, si commosse solo quando il dio  si mutò in gufo  col pelo arruffato, infreddolito e quasi morente,  e solo allora si decise a raccoglierlo e metterselo nel petto per ridargli vita col calore del suo corpo. Si celebravano allora le nozze  del Dio e della Dea, la cui prima notte durò trecento anni di amore, che poi andò scemando  ed iniziarono le scappatelle di Zeus, che facevano soffrire Teleia la signora perfetta, che iniziava a girare di terra in terra dimessa e triste come una vecchia, Chera, per tutto il periodo invernale:   a primavera  la dea  si rigenerava  tornando al suo splendore di vergine bella e desiderabile col nome di Parthenos, pronta per un nuovo gamos!.

E’ professore, una bella leggenda, un muthos dell’era saturnia,  di un ritorno  ciclico stagionale  annuale  della Madre Terra, proprio dei riti di Cibele, che consideravano solo tre stagioni secondo il costume Egizio! Lei pensa che  Flavio sacerdote ebraico possa sottendere questo, mostrando l’ alta collina su cui  sorge il  tempio maestoso di Cesare ?

Marco, tu sai che le due opere Guerra giudaica( I,21,414) ed Antichità  Giudaiche(XVI,339) hanno  diversi telh,/fini, ma qui invece, sembrano concordi  per indicare  una precisa volontà di celebrazione saturnia  da parte di  Erode!

Ancora di più la concordanza appare  possibile perché la cosa è fatta non a  Gerusalemme ma  a Cesarea ed inoltre  risulta probabile perché il rito samio è adombrato nella corazza di Ottaviano di Prima Porta!.

In Guerra Giudaica  Flavio scrive: su un’ altura antistante l’ingresso del porto, c’era un tempio  di straordinaria bellezza e  grandezza,  con il colosso di  Augusto, non inferiore a quella di  Zeus ad Olimpia, da cui era stata copiata  e della dea  Roma eguale all’Era di Argo  all’interno, mentre  in Antichità  giudaiche dice:  in mezzo alle abitazioni che sorgevano ininterrotte costruite in pietra levigata c’era un monticello su cui poggiava  un tempio a Cesare,  visibile da grande distanza  da quelli che veleggiavano verso il porto  con la statua di Roma e di Cesare.

Sostanzialmente l’autore dice la stessa cosa e quindi sulla  base del termine colosso- e non alla postura di un Zeus seduto e di Ottaviano eretto-  si può pensare ad una statua  di molto più grande di quella di Ottaviano di Prima Porta,  ritrovata nella villa di Livia, probabilmente donata,  come copia minore, di marmo, alla moglie dell’Augusto, da Erode in qualche particolare occasione.

Ricorda che Erode e la sorella Salome sono amici  stretti di Ottaviano e Livia;  ne abbiamo parlato varie volte!.

Professore, non conosco bene la statua di Ottaviano di Prima Porta. ma so che la statua di Fidia era alta 12 metri e quella di Policleto, non meno di 8 metri!  Me ne può parlare?

E’ una statua romana ellenistica, di metri 2,04, opera di artisti alessandrini, che imitano per il volto e la figura atletica e militare il doriforo di Policleto, in una idealizzazione di  Ottaviano (non certamente uomo aitante!) -in quanto piccolo di statura (neanche un metro e settanta) e valetudinario!- desideroso di  assimilarsi ad Alessandro -anche lui idealizzato mediante la figura perfetta dell’amico Efestione-:  si raffigura  un giovane che porta una corta tunica ed ha la mano destra alzata  come per un’ adlocutio  militare,  che ha una lancia nella mano sinistra- sul cui braccio cade il paludamentum che avvolge i fianchi -e che vicino al piede destro ha Eros sopra un delfino.

La statua mette in primo piano il militarismo di Cesare e la sua ascendenza divina in quanto figlio di Venere, e fratello di Eros, che risulta un suo genius protettore.

Il  giovane rappresentato è loricato cioè cinto da una lorica di pelle, aderente al suo corpo scultoreo, che ha molti valori simbolici  connessi con l’evento di un trattato col re dei Parthi Fraate, in una volontà propagandistica di avvento di pace  di  ritorno di un’era saturnia sulla terra, come dono del Cielo.

Mi descrive l’intero disegno impresso sulla lorica?

Nella parte superiore c’è la personificazione  del Caelum–  con  sotto la quadriga del sole  e con la  luna, insieme  a Phosphoros, sul lato destro -idealmente congiunto con la parte  inferiore che è la personificazione della Terra/Tellus,  alla cui veste si afferrano due  bambini.

La parte centrale, invece, è dominata da Fraate, che concede ostaggi ad un generale, forse Tiberio,  con un lupo.

Sotto  questa scena sono raffigurate  due donne piangenti: una  a destra ed una a sinistra. Quella a destra, con cinghiale, ha un copricapo gallico -carnix- , l’altra, a sinistra, porge un parazonium  sotto cui sono Apollo su un grifone e Diana su un cervo. Sembra che si voglia rappresentare  la conquista della Gallia e della Spagna  tra il 26-23- un’impresa compiuta parzialmente da Ottaviano Augusto per legatos,  mentre la Terra  coi due bimbi  allude forse ai due figli di Livia, Tiberio e Druso conquistatori  della Pannonia e Germania.

E’ chiaro che nella statua  ci sono segnati episodi  prima della morte di Druso, avvenuta nel 9 a.C, quando già i due claudi sono famosi e per la conquista della Pannonia  l’uno  e  per quella della Germania l’altro, essendo, inoltre,  ambedue  ricordati come ktistai fondatori di Sepinum in Samnio – dove ci sono resti di quattro porte con  iscrizione, foro e 20 colonne,  una palaistra e un teatro con  scena e cavea -.

Quindi, la statua di Ottaviano loricato potrebbe essere data come dono nel periodo del matrimonio di Tiberio?

Marco, non è escluso che all’epoca del matrimonio di Giulia nell’11  ad Aquileia  Erode possa aver portato la statua di marmo, copia più piccola di quella  di Cesarea, in omaggio a Livia nell’occasione della sua  venuta in Italia con Alessandro ed  Aristobulo, imputati di ribellione  al padre, per un giudizio  da parte  di Augusto, che è a fianco di Tiberio, che dirige la campagna pannonica.

Comunque, la statua potrebbe essere stata regalata anche nel  17 a.C., nei giorni compresi tra il 31 maggio e il 3 giugno nel  periodo dei ludi saeculares, a Livia,  da Erode che viene a riprendere i figli, che studiano a Roma, probabilmente invitato dall’imperatore  per la cerimonia, collegata anche con le Parilie  festa della nascita di Roma !

I ludi saeculares di Orazio?

Si. Marco. Sono una festa religiosa antica che si rinnova ogni 110 anni,  con sacrifici alla dea Tellus,  ad Ilithia e alle Parche con spettacoli,  con elargizioni di grano, orzo e fagioli  ai cittadini che a sera portano fiaccole  catramate   e seguono Augusto che come quindicemvir, durante la notte,  sacrifica da solo,  mentre Agrippa con o senza Augusto fa  sacrifici diurni.

Si cantò  da parte di un coro formato da ventisette ragazzi e ragazze  un canto amebeo-  a voci alternate- il Carmen saeculare di Orazio!.

Erode potrebbe aver fatto coincidere il ritorno dei  figli con la celebrazione della festa dei ludi saeculares e portato doni dalla sua  terra come catrame e derrate alimentari, oltre alla statua di Augusto loricato per Livia,  compensando in un certo senso quanto fatto da Augusto e dalla moglie che avevano  finanziato i suoi giochi quinquennali.

Flavio dice che Livia con i suoi beni  preziosi  fa raccogliere una cifra non inferiore ai 500 talenti e che Ottaviano per dare lustro alle feste  gli invia gran numero di gladiatori  e di  fiere  e di cavalli da corsa  e quanto di più magnifico si può vedere a Roma o in altre  grandi località – Ant. Giud.. XVI,136-141-.

Erode, comunque, avrebbe potuto regalare la statua a Livia  anche prima della sua  morte, quando Salome  col marito Alexas governa mentre il fratello  è in uno stato di salute precario, prossimo a morte. Si è negli anni 5, 4 (3 ) a.C- anni oscuri data la scarsa testimonianza delle fonti  classiche, compreso Dione Cassio, quasi assente – quando a Roma  ci sono tumulti  che anticipano  la congiura di Giulia e Iullo,  quando Tiberio è lontano ed è in volontario esilio a Rodi  e i generali di  Gaio Cesare -ancora sotto tutela-  preparano la spedizione contro i Parthi.

Salome, avendo avuto da Erode  morente l’ordine di uccidere tutti i giudei notabili, riuniti nell’ippodromo di Gerico, per avere un universale compianto funebre, potrebbe aver chiesto consiglio all’amica  Livia  mediante lettere  accompagnate da doni, da unguenti e dalla statua di Augusto loricato.

E’ il momento della  successione di Archelao, dell’arrivo di Sabino incaricato di mettere sotto sequestro i beni di Erode  e  di contrasto tra epitropos finanziario,  un funzionario ad census accipiendos e il governatore di Siria Quintilio Varo, mentre  è in atto una ribellione popolare di vaste proporzioni!.

Professore, lei mi ha detto tante cose e ha cercato di  mostrare   anche i momenti  in cui  Livia potrebbe aver avuto il dono della statua. Lei ha fatto  supposizioni, sensate, senza prove dirette, comunque plausibili. La ringrazio  per avermi orientato specie negli ultimi anni della vita di Erode e fatto comprendere la probabile dipendenza dell’imperatore dal suo amico Basileus di Giudea.

Marco, di questo aspetto avrei voluto tante volte discutere con te, ma l’ho sempre rinviato perché nella cultura critica  mai nessuno neanche lontanamente lo ha accennato! La figura di Augusto è sacra quasi come quella di Christos, perché ambedue  risultano  mitizzate con lo stesso sistema ed hanno avuto la stessa aureola a cominciare proprio dagli autori  del periodo dei Severi e poi da quelli dell’Historia Augusta.

Mi vuol dire che la figura di Augusto, avendo  subito una indubbia dissacrazione in epoca flavia, non è recuperata dalla dinastia degli antonini e solo coi severi ritorna in auge  amplificando la connotazione divina.

Certo,  Marco, Giuseppe Flavio e gli scrittori dell’epoca flavia non sono teneri con la domus giulio-claudia e nemmeno con  Augustus:  il principato, è una politeia  mal funzionante perché Ottaviano argentarius è scaltro ma, nonostante il  gruppo  letterario del buon Mecenate, rimane ambiguo ed equivoco tra res publica e  basileia, non riuscendo a sfruttare il potenziale culturale  alessandrino come invece sa fare il contemporaneo Erode e  Gaio Cesare Germanico Caligola decenni dopo!

Le congiure contro Ottaviano Augusto sono evidente segno di una ancora intatta forza repubblicana aristocratica  in quanto  nessun civis  accetta  che un altro civis, anche se buon amministratore, regni su di lui, essendoci perfino competizione tra i seicento senatori per essere il primo, il princeps, il destinato a parlare per primo! Augustus, lontano da Roma  governa da sovrano assoluto: a Roma, nonostante i titoli non ha la forza  anche fisica di ergersi al di sopra dei singoli senatori, nonostante l’alonatura divina e la maestosità statuaria!

Lo scarso valore  dell’originaria familia octavia, l’ adozione  giulia di Cesare, il rapimento di Livia ai Claudi -tentativo di connessione con l’aristocrazia repubblicana- la ricerca della solidarietà con Marco Vipsanio Agrippa,  sono espressione di una  non fermezza di carattere di Augusto,  che risulta personaggio cagionevole di salute,  malfermo nell’animus  per natura, incline più alla tergiversazione che all ‘autoritarismo, uomo che soffre di un complesso di inferiorità  alla ricerca di  stabilità anche se geniale fortunato politikos: Ne sono prova i rapporti diretti  con Antonio nel periodo iniziale di triumvirato e quelli con Lepido sempre denigrato, dopo l’esautorazione militare,  oltre al  bisogno di sostegno di Marco Vipsanio Agrippa -nei momenti cruciali della sua vita militare -e di altri suoi legati, come Lollio, Varo e Quirinio.

Nella ricerca di un successore  per la costituzione di un regime monarchico Ottaviano testimonia ancora di più la sua indecisione ed incertezza per oltre 38 anni, in un ‘oscillazione tra Marcello ed  Agrippa prima, e  poi  tra i figli di Agrippa e Tiberio, infine tra Tiberio  e Agrippa Postumo,   sempre condizionato da Giulia sua figlia o da Livia, mai autonomo nelle sue scelte, tanto che alla fine sceglie Tiberio al posto di  Gaio Cesare Germanico,  a cui per diritto familiare toccherebbe  la successione, dopo l’adozione, quando, invece, gli riserva il titolo di diadokos rispetto al  figliastro, ben conscio di lasciare il regno diviso e in mani non giulie!   Eppure aveva  seguito le vicissitudini della familia erodia  e aveva rilevato la crudele ferocia dell’amico giudeo, permettendogli di fare stragi nella famiglia  asmonea e perfino in quella idumea!

Ottaviano  è uomo  condizionato di fronte all’aristocrazia e perfino,a mio parere, alla dinastia  asmoneo-erodiana.

Ai romani  e ai latini  Ottaviano  appariva un  civis privato  fortunato e a quelli ellenizzati  idioths  poliths, che  non sapeva governare da tyrannos, nel sistema della basileia,  pur avendo titoli superiori perfino a quello di un dictator a vita, avendo congiunto tribunicia potestas con imperium proconsulare, avendo il controllo del  numero delle  milizie  e il loro stanziamento  provinciale e tenendo il libro questorio, il breviarium  della contabilità erariale e fiscale, essendo nomotheta moralizzatore,  perché bisognoso  di viri fidati, non avendo le qualità fisiche e morali  di un perfetto pater familias, non essendo dotato di figura autoritaria, nonostante l’autorevolezza  e venerabilità della carica imperatoria!

Fino alla morte di Erode, Augusto  forse ammira l’exemplum operativo di re del suo amico, il più ellenizzato e romanizzato degli altri re del tipo di  Polemone, re del Ponto, di   Archelao, re di Cappadocia e dello stesso Giuba, re di Mauritania.

Perciò, professore, la storia non è  quella che noi  sappiamo e troviamo scritta!. Augusto  è sostanzialmente quello di  Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 147-150  o quello, di un principe attore, che sa recitare bene  la parte, a lui destinata,  fino all’ultimo istante della vita, secondo Svetonio.

Certo. Marco. Svetonio  è un procuratore equestre, un funzionario statale, addetto agli archivi e alle biblioteche pubbliche  un procurator a studiis et a bibliotechis (Sparziano, Adriano11,3).

E’ un eques  che vede non bene il principato,  che va in direzione opposto alle prescrizioni del senato ed aborre dalle figure come Caligola e Nerone, che si allontanano dall’equivoco della  monarchia moderata, in una volontà di  dare un monarca assoluto a tutto l’impero romano!

Marco, chiudo il mio discorso con le parole sulla concordia ordinum, sognata da Ottaviano,  di  E. Cizek ,- Structures et idéologie ” dans le vites des Douze Césars ” de Suètone ,  Bucarest , 1977, p179-: Concordia ordinum  significa  adesione alle tendenze moderate dei senatori, da un lato, e dei cavalieri, da un altro,  realizzabili e compatibili nel quadro di una monarchia  moderata anch’essa, per lo meno nella sua influenza sociale, ma queste condizioni di fattori contraddittori erano difficili da coordinare. Ancora una volta, a dispetto dell’ammirazione che provava per le teorie politiche di  Cicerone, Svetonio doveva tener conto delle esigenze del suo tempo!.

Perciò, Svetonio  era  fautore  di una monarchia rinsaldata che prescindeva  dalla libertas di un tempo, capace di mostrarsi,  tuttavia, sempre attenta a non urtare la suscettibilità e soprattutto a non ledere  gli interessi fondamentali  dei senatori, in particolare di coloro  che tendevano a schierarsi  dietro le illusioni tradizionaliste

Cizek mi sembra autore  che abbia  compreso  davvero  l’animus di Svetonio  che sotto i flavi ed antonini è fautore di una monarchia rinsaldata, che sa accettare, senza punire,  le illusioni repubblicane.

Anche  a me è piaciuto il giudizio di Cizek! Augusto, dunque,professore,  risulta  un Augustus non venerabile  solo a Roma, ma sebastos  in tutte le province occidentali e, ancora di più, in quelle orientali!

Se la storia è questa … anche Augusto fu quello che fu!

 

Archelao, figlio di Erode

Giuseppe Flavio  parla  di Archelao per la prima volta quando il giovane è a Roma col fratello  Erode Antipa e coi fratellastri per motivo di studio (Ant.Giud., XVII,79-80) e poi alla morte del padre (Ibidem,188-199) ed infine,  lo segue dagli inizi del suo  regno fino all’esilio (Ibidem,200-355). Venti anni prima, invece, in Guerra giudaica, ne aveva parlato-alla fine del I libro  per mostrare la situazione della Giudea  subito dopo l’uccisione di Antipatro –  nuovo testamento,  morte  successiva  di Erode e  successione di Archelao  ton presbubaton uion  (663-673)- dopo  la liberazione da parte di  Alexas e Salome  dei prigionieri dell’ippodromo, dopo la convocazione di un ‘assemblea plenaria nell’anfiteatro di Gerico   ad opera del curatore del regno Tolomeo, che, avendo  l’anello col sigillo ton sementhera daktulion, glorifica il re morto, rivolge esortazione al popolo, legge  la lettera per i soldati invitati alla fedeltà al successore, apre le epidiathkai  i codicili testamentari e proclama la elezione di Archelao,  a cui affida l’anello e  gli atti amministrativi del regno  da consegnare,  in un plico sigillato, a Cesare, destinato a convalidare le volontà erodiane e a dare legittimo potere al nominale eletto.

Professore, lei ha fatto una rapida sintesi, situazionale,  per mostrare i fatti subito dopo la morte di Erode e le sue volontà testamentarie a favore del figlio maggiore  Archelao. Ha posto, però, il problema di due visioni della figura di Archelao, in relazione al telos/fine  delle due opere, diverso a seconda del particolare momento di scrittura.    Certamente mi vuole mandare un messaggio sotteso rispetto all’unicità sostanziale dello stesso racconto. Quale?

Marco, la sostanza  del racconto del Regno di Archelao  sembra la stessa nelle due opere, ma i particolari  sono spia di due diverse intenzioni, sottese,  dell’autore. Non c’è dubbio che la parte finale del I libro (33.8-9) e quella iniziale del II libro di Guerra giudaica (II.1-7) siano migliori,  e per forma  e per vivacità narrativa, della trattazione fatta in Antichità  Giudaiche XVII. Mi piace  rilevare questo inizio di regno di Archelao  con le parole testuali dell’autore: si levò un grido di giubilo per Archelao e venendogli incontro a schiere insieme con la folla, i soldati gli promisero il loro sostegno. e glielo invocarono anche da parte di Dio.

Dopo l’acclamazione militare, professore, so dalle due opere di Flavio  che Archelao si occupa dei funerali del padre. Quale differenza nota nella narrazione  dello stesso episodio? Apparentemente nessuna, ma ognuna ha una visione propria, in relazione al telos  generale.

 Flavio, mostrato il letto tutto d’oro tempestato di pietre preziose, la coltre di porpora  variopinta, il corpo avvolto in  vesti purpuree col diadema sul capo e con sopra un’altra corona  d’oro e con lo scettro nella destra, dice chiaramente : Archelao non trascurò nulla per la loro magnificenza, ma fece portare fuori  tutti i tesori del re  come accompagnamento del defunto….aggiunge che  intorno al letto c’erano i figli  e  la folla dei parenti  e la sua guardia del corpo costituita da Traci,  Germani  e Galli; seguivano i comandanti e subalterni  e 500 schiavi e liberti che portavano incensi  formanti una processione che avanzava ordinatamente per 200 stadi fino ad Erodion, il luogo  di sepoltura. e poi   e conclude informando  che Archelao ha apodhmias anangkh/  necessità di vita, fuori della patria, cioè di un allontanamento dal suo popolo, subito dopo i sette giorni di lutto.

L’autore sembra dire la stessa cosa nelle due opere, professore, ma lei mi marca, per la definizione dell’esatta figura di Archelao, che tutto dipende da questa necessità di recarsi a  Roma per avere l’investitura da parte di Augusto, compresi i  nuovi disordini /neoi thoruboi! Mi vuole far notare che i suoi successivi atti (offerta al popolo di un sontuoso banchetto- dopo aver indossato la veste bianca- l’ingresso al tempio  acclamato dalla folla, il saluto e il ringraziamento ai molti  per aver partecipato al funerale del padre  e per l’omaggio a lui reso, anche se non ancora re legittimo)  e le sue stesse dichiarazioni di astensione dal potere, finché non c’è la ratifica romana,  comprovata dalla non accettazione del diadema da parte dei militari a Gerico,  sono  atti equivoci e tipici di un erodiano, ambiguo nella politica filoromana, come lo stesso autore, all’epoca della scrittura  che, da apostata e da traditore, serve il vincitore e fa lo storico ufficiale di chi  ha distrutto il Tempio?!.

Certo, Marco.  io rilevo in una visione globale  storica una precisa funzione in Archelao e in Flavio stesso, che sono paradigmi in una oikonomia tou theou.  Considera che Archelao  si pone come un basileus/re   su un upselon bhma  un tribunale e che annuisce alle richieste popolari, ben conscio della presenza di farisei ed esseni  rivoluzionari, disposti a vendicare  i martiri, uccisi da Erode per aver distrutta l’aquila  davanti al Tempio: anche se giovane immaturo, i suoi atti sono studiati perché guidati da un consilium regis,  sadduceo che opera  in  relazione alla situazione giudaica, consapevole che il regno erodiano è pars dell’imperium romano, che è, comunque, sotto la protezione di un Dio padre.

Capisco, professore, che Archelao pronto per la partenza, non volendo  disordini, accoglie le richieste popolari  (ridurre le imposte epikourizein tas diasphoras ed abolire le tasse/anairein ta telh  rimettere in libertà i prigionieri ) ed  è,  suo malgrado, consenziente a quanto succederà secondo la volontà di Dio. Non mi è chiaro, però, perché lei rilevi che la  personalità di Archelao è letta da Flavio in modo diverso a seconda del momento  della scrittura delle due opere e dell’indirizzo  specifico dello scriptorium, operante all’epoca?

Mi dispiace  per il difetto di comunicazione! spero di correggermi e  di spiegarmi meglio. Marco,  seguimi bene  nel  ragionamento.   Guerra giudaica e  Antichità Giudaiche  sono frutto di uno studio non di un singolo scrittore,   sacerdote di cultura aramaica, un  sadduceo che segue l’airesis farisaica – e quindi già è contraddittorio in se stesso-  ma di un giudeo  e di  un gruppo di letterati che traducono il pensiero scritto in aramaico, inizialmente,  con una precisa ideologia in un’ altra lingua,  greco, che sottende la cultura  implicita  della paideia ellenistica,  che contrasta con la musar ebraica. Ora lo scriptorium, con uomini di diversa cultura, ha una sua funzione a seconda del momento storico. Perciò, anche la figura di  Archelao, come basileus re  che si siede su un trono d’oro  e si comporta come sovrano /oos pros bebaion hdh basiléa ha funzione diversa, a seconda dello scriptorium.

Professore, dico quello che ho compreso finora:  lei mi vuole comunicare che Flavio nel 74 d.C., anno della pubblicazione di Guerra Giudaica invia un messaggio all’intero kosmos romano, della venuta dall’ Oriente di un soothr, Vespasiano,  che porta pace e giustizia, dopo l’ anno terribile 69,  a seguito della morte di Nerone e che  dal male della  guerra giudaica e della guerra civile  Dio fa sorgere un  bene anche per Occidente  inviando il salvatore, che forma una nuova dinastia di euergetai: questo è il messaggio del gruppo di  scrittori riunito intorno al sacerdote ebraico, Giuseppe ben  Mattatia,  che ha l’ordine imperiale di scrivere la  Storia della Iudaea capta  sulla base dei suoi appunti aramaici, coordinando il lavoro per evidenziare e propagandare  la missione  di Roma  aeterna, la sua funzione civilizzatrice  e lo specifico mandato divino per il nuovo imperatore  e la sua casata  degna di regnare e di succedere alla domus aristocratica gulio-claudia, per il bene dell’umanità,   seguendo le linee della storiografia romano-ellenistica, anche in senso giuridico.

Benissimo. Marco! Questo è l’intento dello scriptorium, guidato dallo storico ufficiale giudaico nel  74, mentre  per  Antichità giudaiche c’è un’altro scriptorium,  in altra epoca, che  scrive sempre in greco  non la storia  soterica di salvezza universale  ma la storia di un popolo, prediletto da Dio suo padre, che ha cura del figlio prediletto seguendone la toledoth/le varie generazioni nel kosmos  romano ellenistico, in cui vive  come pars di un imperium, alla pari, simile agli altri popoli che seguono la giustizia  con un propria funzione,  al momento, non riconosciuta, data la particolare pietas  giudaica, che impedisce l’effettiva amalgama con gli altri. Comunque, Marco,  procediamo con ordine anche per ricostruire la reale figura di Archelao,  che per disposizione testamentarie  è erede di Erode, che siede sul trono del  padre secondo giustizia. Dunque, Archelao,  accogliendo le richieste popolari scatena una rivoluzione  e  Filippo,  suo fratellastro che lo sostituisce, non può mantenere le promesse di essere migliore del padre tou patros ameinoon e tanto meno può liberare  i prigionieri/ apoluein tous desmotous. In una tale situazione il giovane  di 19 anni, che  promette  e parte, lasciando il reggente nei guai  è menzognero! Archelao, inoltre, mentre si dirige verso Cesarea Marittima,  incrocia  Tizio Sabino, il  quaestor ad census accipiendos, incaricato  di mettere sotto sequestro i beni erodiani e controllare  le proprietà terriere imperiali di Traconitide e quindi non dovrebbe più  aver fretta di partire!  Avrebbe dovuto  almeno attendere per vedere cosa  sarebbe successo, dopo aver sentito le ultime disposizioni imperiali! Avrebbe dovuto affrontare la folla ed impedire ogni azione preliminare all’apotimhsis /al pagamento,  opponendosi al volere di Sabino, sapendo che, altrimenti, si  sarebbe scatenata la neoteroopoiia e ci sarebbe stato l’intervento repressivo da parte dell’esercito del governatore di Siria, Quintilio Varo imparentato con la domus Augusta, di cui ovviamente conosce i mandata / piani ! Archelao,  invece, ringraziata la folla, va  con gli amici a banchettare dopo aver fatto il sacrificio rituale, mentre già i facinorosi iniziano il compianto dei propri morti reclamando  la punizione dei favoriti di Erode e  la  deposizione del sommo sacerdote  Jhozar, desiderosi di creare pontefice un uomo più puro e pio,  cosa arbitraria, non possibile per Legge!. Il re, non ancora re legittimato da Roma, ha fretta di partire per ottenere l’agognato regno, e, forse, mal consigliato,  invia un comandante militare con pochi uomini per far desistere  il popolo che, numeroso, è nel tempio, costituito da fedeli non solo aramaici  del regno giudaico, ma anche forestieri ellenistici e parthici, giudei anche loro, venuti  per la festa  di Pasqua per fare sacrifici e riti! Per la folla di fedeli l’arrivo del comandante militare, che pur è sollecito a trasmettere  l’ordine Archelao  a desistere  da ogni rivolta, è una provocazione  e suona come invito alla neoteropoiia.

Professore,  devo capire che la folla non solo non recepisce il messaggio del re, ma comprende che il figlio come il padre reprime la volontà popolare e che, essendo menzognero, promette ma non può mantenere! la reazione popolare è, infatti,  la lapidazione dei militari, i quali  subito  vendicano  i compagni, quando Archelao, temendo di non poter tenere a freno il popolo, senza spargimento di sangue, fa intervenire thn  de stratian …olhn/l’esercito al completo.

Lei mi vuole dire, che Archelao, che sta arrivando al porto, nonostante le promesse, inviando l’esercito è conforme alla logica romana di repressione ed ha un atteggiamento  simile a  quello  attuato  poco tempo prima  da Erode su  Mattia di Margalotho e su Giuda Safireo?  A parole  dice una cosa,  a fatti ne fa un’altra!.

Marco, Flavio  su questo episodio fa discutere a Roma  a lungo i fautori di Archelao e  i loro oppositori, ed è quindi un conoscitore dei fatti, avendo fatto accurate ricerche lui  sadduceo per nascita e per scelta fariseo,  pur con le contraddizioni di un ellenizzato e romanizzato,  ha orrore nel descrivere da una parte la fanteria  che opera all’interno della  città  a ranghi serrati e la cavalleria che  rastrella  e massacra  nella piana del Cedron, disperdendo i  fedeli verso il Monte degli Ulivi  e dall’altra  i vari gruppi di uomini che attendono alle cerimonie sacrificali,  su cui piombano i militari3000  sono i morti! Archelao si presenterà  all’imperatore con questa carta vincente, stile Erode!

Quindi, professore,  devo comprendere che Flavio vede la figura di Archelao  in Guerra giudaica come suo padre, come un erodiano che, nonostante la necessità di un viaggio a Roma,  segue i mandata  imperiali anche in Gerusalemme  e la politica romana di repressione, anche nel  momento del censimento nelle sue due fasi  di apographe e di apotimhsis, che sono un preludio alla cosiddetta pacificazione della regione  per i romani?

Marco, a mio parere,  circa la vicenda, dobbiamo, perciò, esaminare in Flavio i telh /i fini dei due scriptoria,   uno tipico del periodo  di circa quattro anni tra la distruzione del tempio e la successiva presa di Masada con  la pacificazione di tutta la zona ad opera del legatus Lucio Flavio Silva, un altro del periodo di Domiziano assolutistico, nuovo Caligola, che è dominus et deus.  Devi considerare nel primo il compito di  uno scrittore, pubblico, ufficiale storico di corte, che scrive un‘upourgia per la domus regnante  e quindi  inneggia e omaggia come soterica la famiglia dei Flavi, cui appartiene, in senso romano ellenistico universale;   nel secondo, invece,  devi vedere un altro Flavio, privato, con i suoi scribi personali,  che ha  una propria visione privata, non essendo più uomo di corte, ma ebreo vicino al suo popolo, per il quale  mostra la toledoth, le sue Antichità e ne fa l’apologia in mezzo agli altri popoli che  fanno parte  del kosmos imperiale al fine di evidenziare la sua contestata reale integrazione  con un falso messaggio, presente anche in Bios, in quanto sottende una impossibile conciliazione tra il sistema romano ellenistico innovatore e l‘animus aramaico conservatore di cultura mesopotamica, ora dominante anche tra gli ebrei ellenisti, rovinati finanziariamente ed  economicamente dall’impostazione quiritaria flavia italico- occidentale. Flavio, nonostante la dimostrazione  giuridica con decreti imperiali – a  cominciare da Giulio Cesare- incisi nelle tavole di bronzo in Campidoglio e scritti su tavola di bronzo per i Giudei di Alessandria-(cfr.J.Juster, Les Juifs dans l’empire romain,Paris 1914  e il corpus Papyrorum romanorum  di V.A. Tscherikover-A.Fuks,  Harvard U,P., 1957-1964 ) alle altre nazioni, al fine di far riconoscere che i re  dell’Asia e dell’Europa hanno avuto stima di noi  ed hanno ammirato il nostro valore  e la nostra lealtà, comprovata anche dall’ alleanza stretta  con I romani  e con i loro imperatori (Ant,Giud.,XIV,186), non risulta convincente dato  il reciproco sospetto tra le due parti antagoniste   alla fine del I secolo d.C!. 

Professore,  quindi, se non  comprendo il diverso  telos delle due opere neanche posso comprendere  il rilievo della  figura di Archelao un erodiano filoromano controverso,  come quella dello  stesso nipote e cognato  Erode Agrippa, uscita fuori dallo scriptorium  di uno storico ufficiale  e tanto meno posso intendere la distinzione con quello  di un privato civis che scrive, come Luca, il quale , anche lui,  fa  ricerca accurata per il bios di Christos  come memoria generazionale, come parte di  antichità giudaica.

Lei, quindi, vede il secondo Flavio col secondo scrittorio molto vicino al medico Luca e al suo serio  fare storia vera?

Marco ho dimostrato in tante altri miei lavori  che Luca è discepolo – non so come!- dell’autore di Antichità giudaiche e non è il caso di insistere cfr. Upourgia e Vangelo di Marco www.angelofilipponi.com

Professore, lei lì parlava del Vangelo di Marco?

Vero, ma sottendevo anche quello di Luca cfr. Qual è il sondergut di Luca, e quale quello di Matteo? ibidem ! Per meglio chiarirti il problema ti aggiungo, in conclusione a questo argomento, che lo scriptorium del 74  è legato alla corte flavia,  che, intenta a debellare  il male giudaico aramaico, sta concludendo la sistemazione di quell’area in relazione alla Nabatea  e alla Siria,  mentre quello del 94,  sottende che   sono  iniziate nuove staseis giudaiche, che ora  coinvolgono il giudaismo ellenistico del Mediterraneo orientale, specie alessandrino,  che si congiunge con le forze  rivoluzionarie, rimaste in patria, che piangono ancora sul Tempio distrutto,  riorganizzate clandestinamente in senso militare nei consueti luoghi  montani e desertici  con nuovo goetes e con lhisteria/ Bande armate  zelotiche, coperte  protette e dai  parthi e  dai nabatei.

Mi sembra di aver  finalmente capito  e penso di avere  chiara  la sostanziale figura unitaria di Archelao,  la cui  strutturazione  è da vedere come personaggio, nonostante la sperimentazione decennale provvisoria augustea,  inadeguato  agli scopoi  romani e perciò soggetto da ridurre allo stato privato di civis  e da esiliare, in Occidente. Aggiungo che posso dire di aver più chiaro il ricordo che ha  Gesù, nel vangelo lucano,  di Archelao, un re che deve  fare un  lungo  viaggio e  che lascia i suoi tesori agli amministratori  con l’ordine di gestirli in sua assenza e che tornato, chiede il rendiconto, sulla base dei risultati e del profitto!.

Bene. Marco, sono contento!.  Perciò voglio chiudere questo discorso iniziale su Archelao  e farti notare che  In antichità giudaiche XVI,174-78  Flavio mostra il suo telos  specifico per questa opera che è apologetica  in quanto cerca  consenso tra i popoli che  fanno parte dell’imperium romano e  che si sono perfettamente integrati e  sono regolati dalle  stesse leggi, avendo una comunione di valori  e una comune Giustizia/Dike,  che regna  e rende tutti, compresi  gli ebrei che  la osservano, come gli altri,  benevoli ed amici tra loro. Il sacerdote giudaico,  spiegando  to allotrion /la discordante diversità  en th diaphorài/ nella differenza toon epitedeumatoon /delle usanze,  esorta tutti ad aver un comportamento conveniente alla magnanimità e disponibilità alla kalokagathia.  Flavio  sembra anticipare,   come propheths i tempi  iniziali dell’epoca traianea  quando comincia una guerra ideologica contro i Giudei, ritenuti proprio non disponibili alla kalokagathia  e lui,  uomo ancorato al periodo Flavio – in cui ancora sono presenti gli effetti della legislazione giulio/claudia che aveva protetto il commercio  e la  funzione giudaica nell’imperium-  e che perciò ora ricorda leggi e magistrati  come difesa dall’ atto anche giuridico,  come  volontà di mostrare oltre la propria integrazione di differente  ma di comune cittadino romano  anche quella  del suo popolo, anche se odiato ed emarginato, per il suo elitarismo clericale, come incapace di accettare l’ ideologia del principato,  sintesi di quiritarismo ed ellenismo.

Flavio, dunque,  nel momento domizianeo, sente l’urgenza di difendere il giudaismo internazionale ellenistico mostrando leggi e i decreti del periodo repubblicano in XIV,19 e  in XVI,6 , le leggi di Augusto e di Agrippa, poi riconfermate da Tiberio, nonostante al cacciata dei giudei del 17 d.c. e la persecuzione di Seiano.

Secondo me, professore è giusta la  sua  indagine  e quindi nel primo bisogna rilevare  Archelao nel quadro di una politica romana, ormai tesa a cambiare strategia operativa e dare un’autonomia  dopo l’annessione della Iudaea alla Siria, come tipico esempio di transizione  per l’attuazione del censimento e della pacificazione dopo la stasis successiva alla morte di Erode e a quella dell’esautorazione di Archelao, mentre nel secondo il regno di Archelao è un tipico momento di lotte e di provocazione romana  che anticipa la politica di estirpazione da parte giulio-claudia del cancro giudaico  con l’invio di Flavio Vespasiano col mandato militare  di effettuarlo.

Marco, mi piace  e la tua ricostruzione e il tuo acume storico, ma ora il nostro discorso-  che verte sulla presenza degli erodiani a Roma   e sul loro peso nella comunità romana – deve  essere  portato avanti. Torniamo, perciò, dopo questa lunga digressione,   al giovane Archelao che si sta formando a Roma  coi suoi fratelli.

Per mia personale utilità, professore, desidero  sapere quanti figli di Erode  sono a  Roma all’epoca,  e quanti e quali famigliari hanno un maggior peso  e in special modo   quanti  potrebbero far  parte del gruppo di 8’000 giudei romani  che, insieme  ai cinquanta ambasciatori,  autorizzati da Varo, nel corso stesso della neoteropoiia   chiedono all’imperatore  l’autonomia per la Giudea?

Marco,  mi fai una domanda complessa, a cui mi è difficile rispondere anche se con esattezza posso solo dire che  di una popolazione giudaica romana di  50.000 elementi, la maggior parte è un’ élite sacerdotale  dissidente dal pensiero di Erode  e dai sadducei filoromani, connessa con elementi  principeschi asmonei, esiliati  da tempo, costretti a vivere accanto ai numerosi figli di Erode, avuti di varie mogli, che studiano presso  famiglie nobiliari  romane, come quella di  Asinio Pollione o di  Valerio Messalla, che hanno un tenore di vita alto coi sesterzii paterni, amministrati da dioichetai  e da trapezitai romano-giudaici.

Si tratta, dunque, di un’apoikia /colonia  giudaica romana, costituitasi  inizialmente con pochi elementi nel II secolo a.C., dopo le prime apparizioni folcloristiche di ambasciatori  ebraici  con vesti sacerdotali  che riescono ad avere un foedus con Roma nella lotta contro Antioco IV Epiphanhs,  e poi divenuta consistente per l ‘esilio di sacerdoti che, come Onia IV,  hanno la possibilità di rifugiarsi o a d Alessandria o a Roma  sotto la protezione lagide o sotto quella romana, infine  diventata numerosa per l’arrivo di giudei alessandrini e antiocheni, oltre ad un gruppo gerosolomitano, trasmigrato nel periodo delle lotte tra Hircano ed Aristobulo, prima e dopo l’intervento di Pompeo e la presa della città santa?.

E’  andata  proprio così, Marco.  La colonizzazione è quella  di cui ho parlato in Giudaismo romano I ( e.book Narcissus 2012), anche se bisogna dire che la colonia si raddoppia solo nel periodo tra le due guerre civili quella a seguito deI I triumvirato  e quella  dopo il secondo triumvirato, quando gli eserciti romani  spadroneggiano nella terra  santa giudaica con i legati o cesariani o pompeiani in lotta fra loro che, bisognosi di viveri e  denarii,  depauperano il territorio occupato  ed ancora  di più  dopo la morte di  Pompeo, il trionfo di Cesare e sua uccisione, con la conseguente guerra tra i cesaricidi e Antonio ed Ottaviano: i trapeziti ebraici  si  sentono più sicuri a Roma che  in Giudea da dove possono finanziare  chi  chiede il loro denaro senza correre i pericoli della rappresaglia militare, potendo apprezzare lo ius romano, senatorio, direttamente, che funziona  molto diversamente in Oriente,  dove è applicato con la forza  da pubblicani e da cives e da legati affiancati dall’esercito!

Dalla colonia romana ebraica, allora, professore, potrebbe venire la richiesta di  autonomia giudaica  da parte di ebrei che apprezzano  la giustizia romana in un clima pacifico, ordinato, prima  dal senato ed ora  da Augusto, che impone le regole, secondo equità fiscale, nelle province imperiali?.e specie nel caotico anno della successione  di Archelao?

E’ possibile, Marco! il giudeo, essendo un banchiere methorios, conosce bene il diverso funzionamento provinciale tra quello rapace delle province senatorie e quello più equo delle province imperiali e sa che  i governatori  delle prime  inviano tributi e tasse  all’erario e delle seconde al fisco!. Non ho, comunque,  fonti per poter rispondere esattamente a questa ultima domanda  anche se penso che, secondo logica,   H autonomia patria ancora è prematura non essendo del tutto pacificata la regione, a causa dell’ apographh incompiuta  ( cfr. La nascita di Gesù  In Jehoshua o Iesous? op cit). Invece per quanto riguarda Archelao ritengo che la mia risposta possa essere la seguente. La causa, intentatagli dai parenti circa il suo diritto al governo del Regno paterno  avviene perché Erode, prima di morire quando era sano di mente  ed aveva imprigionato suo figlio Antipatro, reo di avvelenamento, che aveva governato come supplente, aveva cancellato  il precedente  testamento stilato  a favore di Erode Filippo, figlio di Mariamne di Boetho, inizialmente per darlo al figlio di Doris. In seguito, essendo quest’ultimo in carcere,  aveva fatto un nuovo testamento a favore di Erode Antipa il figlio minore di Maltace,  per le chiacchiere fatte da Archelao a Roma riferite al re, ingrandite dai cortigiani. Dopo la morte di Antipatro, nei quattro giorni successivi, essendo lo stato mentale di Erode  compromesso e dal dolore fisico,  dalla  demenza senile  e dai rimorsi per l’ultimo tragico atto compiuto contro il figlio primogenito,  scrisse dei codicilli  con cui designò Archelao come successore.

Certamente professore, il testamento è facilmente impugnabile  già per i due termini usati  a Roma, davanti al tribunale di Augusto dove  le due parti avverse  si fronteggiano con due avvocati di valore: per Erode Antipa  c’è Antipatro di  Salome (che,  data la sua figura di intrigante  fa da  ago della  bilancia  tra i due fratelli  facendo pendere la giustizia  inizialmente a  favore di Erode Antipa), per Archelao Nicola di Damasco, che vince la causa.

A Roma, comunque, il potere di  Salome è grande  da tempo:  la donna avendo seguito suo fratello Erode nei suoi viaggi romani  aveva conosciuto di persona Giulia Livilla  la moglie di Ottaviano e sua sorella Ottavia, oltre alla nuora  Antonia Minor. Inoltre si crede che, scaltra faccendiera com’era, aveva  mantenuto le sue amicizie coltivandole, nella lotta  contro le nemiche asmonee, Alessandra e Mariamne, legate a Cleopatra, inviando lettere e doni  profumi e balsami, vesti damascene. E’probabile che  suo figlio maschio, come quelli di Erode abbia fatto gli studi per una normale educazione e formazione romano-ellenistica, chiara nel suo discorso contro Archelao. Suo figlio maggiore  Antipatro IV,- sposato con  Cipro II, figlia di Mariamne Asmonea,-  dovrebbe vivere a Roma da qualche anno  raggiunto   dalla sorella Berenice,   che, rimasta vedova di Aristobulo IV  con i suoi cinque figli, dopo una sosta ad Antedone di breve tempo, si mette sotto la protezione di Augusto, mentre la madre Salome, dopo la morte di Giuseppe, prima, e di Costubar, poi,  si risposa con Alexas, dopo il chiacchierato rapporto con il principe nabateo Silleo.

Professore, la situazione a corte, presso l’imperatore, al momento dell’ arrivo di Berenice è, a dir poco, funerea? Certo, Marco,  i lutti  si sono succeduti  a breve distanza,  23 a.C.  Marcello,  nel 12  Marco Agrippa, nel  11  Ottavia nel 9  Druso maior. Le  vedove,  Giulia ed Antonia  hanno bisogno di consolationes e  accolgono con solidarietà femminilE  la sfortunata Berenice.

Il matrimonio di Berenice con Teudione, fratello di Doris, prima moglie di Erode,   e quello di Giulia con Tiberio, devono essere dello stesso periodo, ma in luoghi diversi,  forse l’uno avvenuto ad Antedone per volontà del re  e l’altro a Roma,  voluto da Augusto che pensa a proteggere  Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa,  ora membri della famiglia Giulia, destinati alla successione.

La venuta a Roma di Berenice coi figli  forse lo stesso  7 a.C. ,anno della  morte del marito  Aristobulo e di suo fratello Alessandro,   è patrocinata  certamente  da Livia, da Giulia Maior e da  Antonia Minor, sollecitate da lettere di Salome, che è legata  alle romane.

Professore, lei parla di un’amicizia di Salome  anche con Ottavia, la  sorella di Ottaviano, il cui figlio  Claudio Marcello fu marito di  Giulia Maior figlia di Ottaviano, che morì giovane, per cui Virgilio scrisse versi  nell’Eneide?

Certo. Marco! Virgilio  scrive di Claudio Marcello, nato a Roma nel 42 ,  morto a Baia nel 23, quando aveva iniziato la sua carriera politica come edile ed aveva fatto relegare in Oriente Marco Agrippa, seppure con comando straordinario  perché insofferente a stare in ombra ai comandi di un giovane diciannovenne. Si. E’ quel Marcello, di cui Virgilio  celebra nel VI libro vv. 883-884  il suo tragico destino, anticipato profeticamente da Anchise a suo figlio Enea, che lo vede tra i suoi discendenti: Heu miserande puer, si qua fata aspera rumpas/ tu Marcellus eris, Manibus date lilia plenis/purpureos spargam flores animamque nepotis / his saltem accumullem donis et fungar inani/ munere.-ahi! miserevole fanciullo, se mai tu potessi spezzare  gli acerbi fati, tu sarai Marcello., datemi gigli a piene mani  che gli abbaglianti fiori io sparga e all’anima del mio nipote così almeno accumuli  doni e compia un vano dovere.

E’vero, professore, che Ottavia fece doni grandiosi per quei pochi versi?

A quei tempi i poeti di corte e i letterati hanno doni regali, ville grandi come province, masserie di migliaia di ettari!.Allora, Marco, i poeti aulici,  come il parthenias  Virgilio,   sono ricoperti d’oro come fa la tv con attori, sceneggiatori, conduttori, veline, come faceva Berlusconi con le  escorts e Ruby! .Non devi meravigliarti se Ottavia, presa da commozione tanto da svenire e da avere difficoltà  a riaversi,   diede 20.000  sesterzii per quattro esametri completi e un dattilo iniziale di stikos, recitati, però, al  momento opportuno davanti al principe e a sua sorella in lutto  (cfr.Donato, Vita,32)!. Era davvero una grande somma?

Potrebbe essere eccessiva per un vecchio professore che non ha guadagnato una lira dal suo lavoro di  ricerca  e che fa i conti per campare con la pensione!. Comunque, giudica tu! io sono abile in matematica come un mastro muratore.

Con mezzo sesterzio – due assi-  si comprava 1 kg, di pane (3 Euro circa);  con un sesterzio -4 assi- un popolare si scopava una prostituta al lupanare ! Puoi capire, quindi,  che, se con 1 sesterzio si possono comprare  2 kg di pane (6 euro attuali), la cifra,  presa da Virgilio, cioè 120.000 euro,  è notevole. Se pensi che si tratta solo di 28 lemmi significativi ,  comprendi che il poeta ebbe  per ogni termine 715 sesterzii, quasi la paga annuale di  un  legionario e mezzo (500 sesterzii), e complessivamente la paga annuale di 42 legionari (o la paga annuale per 28 anni per un legionario e mezzo)!.

Andiamo  avanti, professore!, Lei parla anche  di Antonia minor, la nonna di Caligola?

Si. Parlo di Antonia Minor,  che è donna  di costumi quiritari, una nuova Cornelia, che rifiuta un secondo matrimonio, una vera antica domina, solidale  con Berenice, che fa da nutrice anche a Claudio, dandogli il suo stesso latte!Dunque, Marco, i giudei a Roma erano molti e vivevano come tutti quelli delle colonie  con lo sguardo fisso agli avvenimenti della loro patria,  rivolgendosi nella triplice preghiera giornaliera, verso il tempio di  Gerusalemme e si relazionavano con gli altri pagani mediante una speciale  forma di separazione ameicsia  (Cfr. Ameicsia  www.angelofilipponi.com) che permetteva loro di non confondersi e mescolarsi. Gli erodiani, a Roma,  erano, quindi, uomini  rispettati perché la casa regnante   era loro amica. Alcuni erano educati coi figli delle famiglie più nobili ed erano romanizzati ed ellenizzati  ed avevano contatti minori con le sinagoghe e parlavano, comunque, Aramaico, Greco, Latino e recitavano le preghiere rituali  in ebraico mishnico, mangiavano Kasher, santificavano come gli altri il sabato  e le feste comandate   e si separavano dagli altri all’occorrenza  partecipando alla vita cittadina, quando possibile,   con le restrizioni tipiche ebraiche, coscienti di essere figli di Dio, come progenie divina,  e di portarne  nel proprio corpo il segno stesso perché  la circoncisione valeva come  sigillo divino. Ancora di più doveva essere impegnativo in senso ebraico, la presenza di scribi, dottori della torah,  al  fianco, dei figli maschi di Berenice, che erano sotto la tutela di Antonia, dopo la morte della madre,   protetti e dalla domus Antonia e da quella  Giulia al pari dei figli di Antonio, prima, educati da Ottavia – che    si era preso  cura anche degli altri figli della casata e perfino dei figli dei re socii  ed alleati  del popolo romano- ed ora  dalla figlia. Di un particolare privilegio godeva Berenice per la  stretta amicizia con Antonia: i loro figli maschi vivevano   e crescevano insieme, specie Claudio ed Agrippa  e le femmine  avevano una comune educazione secondo la tradizione romana e quella ebraica congiunta, dopo la riforma dei costumi fatta dall’imperatore, augure e sommo pontefice.  La figura femminile di Cornelia, di Giulia moglie di Pompeo,  e di Ottavia, di Livia e di Antonia quella di donne ebraiche celebrate dalla tradizione,  erano esempio di una nuova femminilità romana più austera, dopo gli  eccessi  e le scostumatezze di Precia, di Clodia e di Fulvia, in epoca repubblicana.

Professore, nel 4  a.C. sono tutti bambini nepioi, i romani Germanico, Claudio,  Druso minore, figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina,  che seguono i maestri, ellenistici, ed apprendono la loro storia, e  quelli giudaici, Erode di Calcide ed Erode Agrippa, hanno come ebrei, erodiani, una doppia educazione come quella alessandrina ed una doppia patria quella romana e quella gerosolomitana?

Certo.  In particolare modo quelli che da tempo  vivono a Roma come  Erode Filippo  figlio di Mariamne di Boeto sommo sacerdote, divenuto marito di Erodiade, da  cui  nascerà intorno al 10 d.C  Salome, la danzatrice che farà mozzare la testa di Giovanni Battista, o come i figli di Maltace gerosolomitana,  i cui figli  Archelao ed Erode Agrippa, erano stati educati a Roma ed erano tornati in patria un anno prima della morte di Erode, al momento dell’arresto di Antipatro,   dopo il verdetto  imperiale ( cfr. Ant. Giudaiche, XVII,52-148 e Guerra giudaica I,32-33):  sotto il regno di Archelao, avviene il matrimonio di Erode Antipa con Dasha nabatea, figlia di Areta IV e quello fastoso del sovrano di Iudaea con l’altra figlia di Berenice  Mariamne, come una pacificazione tra due stati socii , il primo, in quanto   garanzia di pacifici rapporti tra il tetrarca di Galilea e Perea e il re Nabateo , con estensione a tutto l’ex regno erodiano  e il secondo  come rinnovato vincolo  familiare interno.

Professore,   tutti questi giovani viventi accanto a tanti giudei dissidenti hanno loro idee, di autonomia nazionale, come quelle di Archelao ed Erode Antipa  accusati da lettere di amici di Erode, istigati da Antipatro, a  scrivere che i figli di Maltace sparlano di lui  ritenendolo assassino dei due fratellastri Alessandro e Aristobulo e che  si commiserano compiangendosi perché il loro richiamo in patria equivale ad  una condanna a morte!

Tutti, Marco,  hanno una loro politica in reazione alla educazione ricevuta e perciò considerano bestiale il governo del padre ( Ant. giud, XVII,309 ) che ha abbellito ed arricchito con la sua munificenza le nazioni straniere e che ha reso povera la Iudaea, e che ha favorito una burocrazia  corrotta,  placabile solo con le mance ed ha fomentato  con le innovazioni arbitrarie da philhllhn,  non conformi alle leggi,  la costituzione di bande armate di ladroni/ lhisteiria rendendo il paese invivibile.

Dunque, professore,  i figli educati a Roma ritornano  a corte con idee eversive  di neoteroopoiia, antierodiane,  in senso di autonomia patria, che coincide,  da una parte, con la volontà aramaica, di cambiamento con la possibilità di tornare  sotto la stirpe asmonea, secondo la predicazione  farisaica ed essenica, che propendeva, dall’altra,  ad avvicinarsi e  a  fondersi coi confratelli di Parthia, parenti per lingua e per religione.   Inoltre, quali sono le ultime volontà di Erode? quelle del testamento in cui è eletto re Erode Antipa e quelle dei codicilli ultimi dettati dopo la morte di Antipatro, da una mente malata in un corpo  disfatto?

A me sembra, Marco,  che  l’atto di  scrittura testamentaria/ diathhkh (Ant,Giud., XVII. 224)  sia di un momento migliore di salute  del re, mentre quello dei codicilli  d’epidiathhkh /nuova disposizione di un testamento già fatto (ibidem, 226) è proprio di un uomo delirante e rantolante, incapace di connettere!.

Comunque, il suo avvocato Nicola di Damasco, pur nel dissenso generale,  è abile sia nel primo processo che nel secondo a dimostrare, da una parte, la lucidità di Erode fino alla fine della  vita e, da un’altra,  a rilevare la non colpevolezza di Archelao, pur esaminato nel suo preoccupato comportamento iniziale  di fronte ai sediziosi, colpevoli di aver ucciso  uomini che facevano il loro servizio e cacciato il tribuno intervenuto per pacificarli. Lo stesso incidente della morte di 3000 fedeli  in Gerusalemme  è accaduto per la violenza degli oppositori che lottano, animati da neoteroopoiia,  essendo rivoluzionari che combattono anche contro l’esercito schierato, costretto a difendersi dagli attacchi di forsennati: la morte dei fedeli è dovuta al loro  stesso intransigente zelo  rivoluzionario!

Professore, il verdetto di Ottaviano nel 4 a.C., conforme a quanto deliberato da Erode,  è in linea con quanto decretato nel 6. a.C., dopo che Antipatro aveva vinto al causa  con Silleo?

Augusto in quella occasione riabilita Erode come amico, per qualche tempo ignorato e  tenuto a distanza, avendo scoperto la  falsità di Silleo  e quella di Areta IV, non ancora nominato re,  avendo capito che gli arabi avevano creato appositamente l’incidente di Repta per accusare di abuso di potere  il re giudaico, che, non come sovrano belligerante,   aveva attaccato un regno anch’esso consociato coi romani,  senza averne l’autorizzazione, ma  come riscossore di un debito, dovuto e a lui e ai romani, con un contingente  di guardie del corpo e di soldati stazionanti al confine, era entrato  entro i confini altrui: gli avvocati avevano dimostrato  che non era un  casus belli, ma solo riscossione di denaro dovuto, confermato poi dalla confessione di Silleo che ritira anche le accuse dei morti (25 e non 250 come diceva la propaganda araba!).

Il caso di Repta si risolse, quindi,  in un nuovo e più fraterno abbraccio di Augusto con il re giudaico non ancora malato, che aveva però, diseredato il figlio di Mariamne di Boetho  ed aveva nominato successore Antipatro che, allora reggeva il regno come vicario.

Infatti tutti i giovani  erodiani ed asmonei che erano a Roma  nel 6 a.C.avevano fatto omaggio al reggente andando a riverirlo  nel tempo di attesa, necessario per aver un incontro con l’imperatore! .

Dunque, professore, nel 4 a.C. il testamento migliore non era quello dei codicilli,  ma, comunque, Ottaviano elegge etnarca  Archelao -che, prima di essere riconosciuto re  dai romani incappò in una rivoluzione religiosa appositamente fatta sorgere dai seguaci di  due dottori della morti con i loro  40 discepoli per aver distrutto l’aquila posta da Erode davanti al Tempio-  perché riconosce che nel periodo di  sua assenza  si  verifica la neoteroopoiia poi sedata  a fatica da Varo a causa dell‘apographh di Sabino.

Archelao,  non sembra  uomo fortunato/eutuchhs, come il padre, ma, comunque, riesce a regnare?

Certo, Marco, ma  il suo regno è  di solo  10 anni,  e  non è mai una basileia vera perché,  secondo Flavio, rimane sotto inquisizione di Ottaviano che già sta, col suo gruppo di esperti orientali e giudaici, tra i quali Saturnino e Quirinio, elaborando il piano di annessione della Iudaea  alla Siria. Inoltre il giovane etnarca non  è accolto bene  al suo ritorno col titolo riconosciuto dai sudditi, che gli imputano colpe anche non sue: Farisei ed esseni  soffiano sul fuoco  quando ancora ci sono focolai di insorti lungo il Giordano. Archelao, poi, sembra avere un  problema con gli esseni, anche se Flavio non ne parla esplicitamente. Il re, infatti,  tornato in patria i primi  giorni  dell’ autunno  con poteri limitati, in quanto Augusto  ha imposto moderazione ed equità non solo nella repressione di Atrongeo, che  ha la sua maggiore azione offensiva lungo il Giordano, ma anche con i sudditi e con  gli oppositori religiosi  interni, come i farisei e gli esseni.

Non gli è facile regnare, Professore?

In Iudaea secondo Flavio non c’è potere che conta perché   le tante contraddizioni  religiose, sociali e politiche, sommate insieme impediscono una normalità  amministrativa in Gerusalemme, metropoli  sacra per ogni ebreo anche parthico ed ellenistico, considerata la santità del  Tempio e  la  ricchezza del suo tesoro/ gazophulakion.!

Comunque, vinto Atrongeo, un pastore notevole per  statura e per forza  di braccia, che si era incoronato re  ed aveva formato un suo consiglio senatorio, dapprima grazie agli aiuti dei sebasteni di Grato e di  Tolomeo di Iacimo, poi, con le sue stesse truppe, Archelao gli promette salva la vita,  dopo aver giurato garanzia sulla sua fede in Dio e  avutone  la resa, ottiene  la pacificazione di tutta la zona cisgiordanica e transgiordanica (Ant. Giud.XVII,284), nonostante l’opposizione religiosa degli esseni.

Questi erano stati autorizzati a ricostruire – non si sa esattamente l’anno  –  e   a rifondare il loro monasterion  utilizzando le parti  meno compromesse dal terremoto del  31 a.C, compreso lo scriptorium, e lo avevano ripopolato con circa 4000 uomini. Essi, però, non erano contenti della diminuizione delle acque,  necessarie per i  loro riti purificatori  e per l’irrigazione  dei campi, avendo un sistema solo agricolo, non commerciale, di sopravvivenza.

Perché Archelao  non concede acqua a sufficienza ad uomini  santi, agricoltori?

Non ne so il motivo, anzi ti aggiungo che  non so neanche se la cosa è così!. So solo che  vuole tentare di fare una masseria agricola a scopo commerciale   come quella di  altri cives romani  attivi nella zona del Giordano. Sembra che la voglia fare non lontano dalla sorgente  oggi detta di Eyr Pug, poco a nord della zona essenica  dell’odierno Qumran e che intenda irrigare la Piana del Neara   dopo aver ricostruito il palazzo  asmoneo  di  Gerico, dopo la fondazione di una città,  chiamata Archelaide,  oggi Kirbet Auga el Tahtani.

Mentre sorge Archelaide ed è  avviata la coltivazione di palme, secondo i voleri di Archelao, sembra(?) che l’etnarca decreti di accogliere la richiesta di  ritorno nelle sedi orìginarie  fatta dagli esseni, domiciliati nelle città  vicine e in Gerusalemme, dove hanno rotto il giuramento di essere celibi e dove vivono come sposati. Nel corso del trasferimento e durante il periodo di riconversione e di ristrutturazione e delle  mura  degli edifici e della regola primitiva  sembra cominciare l’attrito con l’etnarca, che poi si acuisce per la faccenda della scarsità di acqua fornita.

Professore, io conosco la sua etimologia di rivale– da rivus–  da lei fatta nel corso del  liceo, quando parlava di ruscello  deviato da contadini a monte, minacciati ed odiati da quelli più in basso, per portare l ‘acqua  incanalata verso i loro campi e faceva l’esempio  di agricoltori  sotto la montagna la Montagna dei Fiori, che dovevano  fronteggiare la reazione di  chi  aveva terra  sottostante.  Gli esseni essendo più in basso, non avendo acqua o avendola razionata avrebbero potuto reagire al sovrano anche  a ragione dell’acqua   quando già lo odiavano perché erodiano e menzognero, essendo nostalgici del regno asmoneo e/ o desiderosi di autonomia (cfr. Ant Giud., .XVIII,32. dove Archelaide è ricordata per l’eccellenza dei datteri  in epoca in cui governa la Iudaea  Marco Ambivolo -9/12 d.C-). Eppure, nonostante il dissidio, Archelao chiama un esseno a spiegare il sogno delle nove/ dieci spighe.?

Marco, a dire il vero Archelao secondo Antichità Giudaiche  interpella altri, prima di lui, e poi, non avendo una risposta significativa univoca date le tante interpretazioni,  fa venire  Simone esseno,  mentre in Guerra giudaica  sono chiamati indovini  ed alcuni Caldei per l’interpretazione, ma siccome danno differenti letture, il re ha la spiegazione esatta da Simone, esseno di stirpe. Ti aggiungo che, secondo me, Archelao non può chiamare gli esseni perché sono suoi nemici, anche se ha loro concesso il ritorno nelle sedi originarie avendo  già contestato  il suo matrimonio con Glafira. Se, infatti,  Archelao fosse stato in buoni rapporti con gli esseni ovviamente li avrebbe consultati per primi  perché essi come profeti e interpreti dei sogni leggono in Dio  ogni cosa, che accade sulla terra  vedendone l’oikonomia,  il  piano  eterno   e sui privati,  sui re,  sull’ecumene.

Infatti  anche Flavio, sacerdote e storico,  rivendica per se stesso la stessa funzione essenica di leggere, oltre i fatti terreni  e le vicende umane  (Cfr. Vespasiano e il Regno  in www.angelofilipponi.com ) anche  altro, secondo l‘oikonomia tou teou. Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopeia perieilophotos  di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane)  dà l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10): la sua storia in Antichità giudaica è lettura sacerdotale della  pronoia di Dio padre su Israel eterno!

Per lei, professore, quindi, Archelao, avendo avuto la scomunica per il matrimonio con Glafira deve forzare  un esseno a  rivelargli il significato del sogno dell 9/10 spighe mangiate dai buoi?

Per un esseno che applica le regole sul levirato il matrimonio tra Archelao e Galfira non è possibile per tre motivi: I. non è valido il ripudio di Mariamne, per la motivazione della sola infecondità in quanto donna onesta ed ancora giovinetta;   II.  Glafira  non può per la terza volta risposarsi, se vedova, dopo il secondo matrimonio per di più contratto con un pagano anche se re di Mauritania, III. è stata moglie  di un fratello da cui ha avuto due figli. Si ricordi che in caso di effettuazione di un  matrimonio contro legge segue l’anathema con la maledizione che significa che ogni contribulo, zelante,  deve  o tenersi alla larga o uccidere l’inadempiente alle prescrizioni della torah.   Infatti sembra che Flavio nelle due opere mostri che il marito defunto si arroghi il diritto di far morire la moglie, Glafira: secondo il racconto di Antichità Giudaiche (XVII,353) la donna   sogna Alessandro  che gli compare dicendo: tu confermi il detto  che non bisogna prestare fede alle donne..e siccome  vergine  fosti  a me promessa  e a me sposata,  e quando ci nacquero i figli dimenticasti il mio amore per il desiderio di sposarti di nuovo,e  non soddisfatta di questo oltraggio  hai avuto la temerità  di prendere ancora  un terzo sposo  e in maniera indecente e vergognosa, tu, membro della mia famiglia  col matrimonio sei entrata nella famiglia di Archelao, tuo cognato e mio fratello, io non dimenticherò mai il mio affetto per te, ma ti  libererò da ogni disonore  facendoti mia  come tu eri.

E pochi giorni dopo Glafira  muore: Alessandro morto la fa sua!?.

L’apparizione di Alessandro che rimprovera  e  castiga la donna  è paradigma di un’altra verità, tipica della mentalità giudaica sacerdotale che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale. Lo stesso Archelao diventa  esemplare in una storia dominata da Dio e dalla sua oikonomia , paterna e giusta nei confronti  del  singolo  (Erode, Erode Archelao, Erode Agrippa) e del popolo ebraico, figlio prediletto.

Professore,  dunque, in Guerra Giudaica II,112.  Ant. giudaiche XVII;345-348  si parla di Simone che  spiega il significato del sogno delle nove/ dieci spighe -il numero è i relazione all’inizio del computo degli anni reali di Regno- pronosticando un mutamento  di situazione per Archelao non certamente favorevole?

Marco, l’esseno gli dice che il sogno non gli è propizio  e gli spiega che i buoi  indicano sofferenza essendo animali soggetti a molte fatiche e sono segno di cambiamento di situazione perché lavorano la terra e e la rigirano: le 9/10 spighe mangiate  sono in relazione  al corso degli anni di raccolta  ed indicano il numero di anni del suo regno, ormai finito. Certamente gli esseni sono contenti! Flavio, comunque aggiunge, che la sua storia non è upourgia , scritta per Archealo, ma è storia morale in quanto fornisce paradeigmata/ esempi  connessi con l’immortalità dell’anima e con l’oikonomia tou theiou (ibidem 354) e conclude che se a qualcuno simili cose sembrano  incredibili  rimanga pure  nella sua opinioni senza interferire però con chi le evidenzia per virtù.

Una domanda, professore. Glafira non potrebbe essere rimasta pagana?

Per me è improbabile, dato il clima di una corte dominata da sacerdoti sadducei. Comunque, Glafira   è rimasta a lungo in Iudaea e potrebbe aver accettato il  monoteismo ebraico, pur restando nel cuore  goy/gentile. La donna, infatti, ha avuto un’educazione specifica cappadoce  (anche suo padre Archelao  è figlio  di sommi sacerdoti del tempio di Bellona,  a Comana,  e lui stesso sommo sacerdote officiante!)ed ha un caratterino pepato, a cui  non interessano le critiche e le condanne esseniche, dovute all’essere cognata dello sposo  che essendo  levir /Fratello del marito non può congiungersi con chi ha avuto figli (Alessandro e Tigrane), ancora in casa erodiana. La donna, è condannata  specialmente perché il divorzio di Archelao da Mariamne  appariva un capriccio di un despota, sedotto,  che si considera nomos empsuchos/legge vivente come un re assoluto ellenistico!.

Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopina perieilophotos / di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane),   considera legittimo  l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10).  L’apparizione di Alessandro e il rimprovero del marito defunto  sono segni della mentalità giudaica sacerdotale di Flavio  che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale.

Professore,  si sa come visse Archelao in Gallia? certamente come un protos/notabile  che vive in esilio dalla patria. Siccome gli ebrei da decenni sono attestati in Hispania (Empuriabrava frazione di Castello Empùryes – Catalogna-) e in   Gallia( Marsiglia a Lugdnum e in modo particolare nella vallata del Rodano,   a Vienne)   dobbiamo pensare che Archelao visse l’ultimo dodicennio di vita  in comunità  ebraica, amato e riverito dai giudei, che in lui vedevano la regalità erodiana,  congiunta con quella di  Salome, di Filippo  e di  Erode antipa, ancora regnanti in Patria: non gli mancarono né talenti né amicizie, né  proprietà fondiarie, né trapezai!

A distanza di 20  anni dalla morte di Archelao, forse Mariamne potrà vedere il trionfo di suo fratello Erode Agrippa, pur accogliendo fraternamente  in terra gallica suo cognato zio Erode Antipa  e sua sorella Erodiade!

Il falso Alessandro ed Augusto 

Marco, hai mai sentito parlare di un falso Alessandro, il figlio di Erode il grande ? Continua la lettura di Giulio Erode “turannodidaskalos” di Augusto?

Invito alla lettura di Gesù meshiah aramaico

Il professore Angelo Filipponi invita i suoi discepoli a rileggere attentamente Gesù meshiah aramaico e a capirne il tentativo di politica moderata nei confronti dell’imperium romano e dell’impero parthico.

Gesù è visto nella sua funzione methoria, come maran/ re di lingua e  cultura aramaica, capace di contenere l’entusiasmo  militaristico dei suoi fedeli correligionari, vincitori  dei romani, poco prima  della Pasqua del 32, a seguito dell’uccisione di Elio Seiano, il 18 ottobre del 31 da parte di Tiberio, allora disinteressato alla stasis/rivolta giudaica messianica e alla difficile situazione, complicata dalla morte di Pomponio Flacco, governatore di Siria.  Il Messia, dopo la  notifica del suo operato ad Artabano III, re dei re di Parthia, avuto il suo consenso a regnare, coadiuvato dai farisei e dagli esseni,  ha potere /ecsousia  non solo sui giudei aramaici, sui giudei ellenisti, sui sadducei e sul Tempio, ma anche sui goyim, pagani, numerosi  in Galilea,  in Perea e sulla costa mediterranea.

Il professore invita a rileggere con lui i due passi evangelici di Marco (11,27-33 e 12,13-17)  e a dire sinceramente  il proprio  parere sulla sua ricostruzione degli episodi e sulla personale interpretazione, in relazione al contesto storico e al cotesto, in cui sono stati posti dall’evangelista.

Amici miei, buona rilettura di Gesù Meshiah aramaico, methorios e politikos ed anche  di “Idea” di un Iesus of Culture   www.angelofilipponi.com

Tenendoci stretti  di fronte all’insidioso Coronavirus, chiusi tra le mura delle nostre case,  sorridiamo e diciamoci pure Buona Pasqua!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Paidomatheis einai douleias dikaias/ siamo educati da bambini ad una schiavitù, giusta –De sobrietate,198-

Per i farisei e per gli scribi l’invio dei figli  da parte di Erode  a Roma,  per studiare, è un peccato  grave!.

Un amàrthma mortale?!  professore

Si, Marco.

Come imposero di non  inviare il giovane Aristobulo, destinato ad essere sommo sacerdote,  ad Alessandria, presso Antonio, ora nel 22 a.C. proibiscono – inascoltati!-  che i  figli di Mariamne, vadano a Roma, per gli studi, ad apprendere le artes liberales.

Secondo i farisei Alessandro, Aristobulo e il figlio minore di Mariamne asmonea non devono allontanarsi dalla patria,  da Gerusalemme, dalla loro terra,  perché devono seguitare  e terminare il corso di formazione giovanile, fatto da un maestro /rab, come ogni altro discepolo /talmid! Essi temono che con la paideia  greco-romana  i giovani possano contaminare i loro corpi, e, mescolati con i gentili, nelle  etairiai, durante i sumposia e le klinai, possano  indulgere all’omosessualità o  avere rapporti con donne, nonostante la prescrizione di rimanere vergini fino al matrimonio, incontaminati nella loro purezza, senza masturbarsi (cfr. Filone, De Ioseph)!: la loro anima  sarebbe  sconvolta dalla cultura greca e da quella latina, proprie di goyim, che non conoscono il timore di Dio/JHWH. Perfino l’educazione ellenistica alessandrina,  quella methoria in  lingua greca, degli oniadi, è  per gli esseni un male, nonostante il  loro sforzo di mantenersi puri con l’ameicsia, frutto di un adattamento tipico dei didaskaleia.  Cfr. Ameicsia e Filone. Infine  affidare i propri figli a maestri di lingua latina è avvicinarli al politeismo  dei Goyim, alla violenza e al militarismo- il male peggiore per la morale sacerdotale di un giovane giudeo-: Roma è  Babilonia per un aramaico, sede del male e l’ aquila, suo simbolo,  è Mammona!.

Professore, ho già letto  Ameicsia e Filone e so che in 2 Maccabei, 14, 38, si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all’estero e che Filone (De Joseph, 254) riprendendo questo stesso concetto  lo innova. Infatti  lei scrive che ogni ebreo della diaspora secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco,  seppure partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim. Lei poi aggiunge: Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri disseminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati  da tutti gli altri: Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didaskaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti, si era giunti a condannare l’ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e a trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano. Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr. Ant.Giud. XII,387388,XIII,62 ; Guerra Giudaica,I,423-432 e cfr.E. BICKERMAN in “ZNW” 32,1935,153 3 ss).

Come vede, professore, ricordo bene.

Marco, sono contento.

Ora, però, cerco di mostrare che Erode non invia i suoi figli ad Alessandria perché ha già maestri alessandrini a corte, che spiegano la teoria dell’ameicsia, partendo dall’etimologia  di ameignumi, inteso  non come tentativo di non isolarsi né  di mancare di koinonia, ma come accettazione di una nuova  basileia imperiale e di un nuovo sistema di tzedaqah, cioè di una sovranità assoluta connessa con la divinità e di una giustizia  con caritas, che autorizza anche il commercio,  in una nuova concezione di genos/stirpe e phratria/famiglia e suggeneia/consanguineità, anche se si mantiene il patto con Dio in quanto ebreo/ vedente il theos,  consapevole di essere in mezzo a tanti altri popoli, tutti  soggetti ad uno stesso sovrano,  a cui si deve proskunesis.

Cosa è Proskunhsis?

Marco, il termine viene da proskuneoo, che vuol dire mi inginocchio prostrandomi  davanti ad un essere superiore, portando la mano alla bocca ed inviando baci, in ossequio alla maestà, divina del Signore, come atto di venerazione, nella coscienza di essere suddito di uno, padrone della vita.

E’ un tipico atto di un suddito orientale- ignoto ad un civis occidentale-  tipico della cultura achemenide, imposta da Alessandro ai suoi stratiootai, sbigottiti,  nel 329 av. C  tanto che subì una congiura – quella degli etairoi-che gli alienò pars dell’esercito (lo stesso eghmoon strategikos Parmenione, capo invitto fino ad allora della spedizione antipersiana e suo figlio Filota, capo  di una parte della cavalleria, come lui, uccisi proditoriamente), propria degli arsacidi,  divenuta consueta coi seleucidi e coi lagidi. A Roma  diventa pratica normale con Caligola, a cui Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, fa per primo  la proskunhsis, cerimoniale in uso presso Cleopatra ed Antonio, rifiutato, sembra,  dal solo Domizio Enobarbo, antenato di Nerone!.

Erode, quindi, non solo desidera per i figli  una formazione alessandrina, ma vuole anche quella latina delle artes liberales, unita ad una formazione militaristica?.

Per me, Erode cura di più la formazione di Alessandro, suo primogenito, asmoneo, che, all’epoca della partenza dovrebbe aver già superato l’esame di bar mitzvah/ figlio del comandamento consueto a 13 anni ed un giorno, dopo aver già  fatto gli studi enciclici primari (enciclios paideia), corrispondenti al trivio latino. In pratica  si sarebbero interrotti gli studi sacerdotali  fino a 18 anni  sulla giustizia e sull’orientamento alla lettura  della sapienza, fine ultimo della cultura aramaica. Da qui la rabbia dei farisei, che  erano stati maestri degli Asmonei,  per Giulio Erode, il  cui modello educativo  vincente è quello romano del civis vittorioso,  imperante nel mondo!

Mi sembra normale che un padre, civis,  voglia  che i propri figli siano educati secondo i principi  basilari della Romanitas! E’ legittimo che Erode desideri  che i figli asmonei, destinati alla successione, specie Alessandro, completino la formazione letteraria, iniziata in Giudea, quella del trivio, fatta da litteratores e da grammatici, a corte –   grammatica, retorica e  dialettica –   con  quella scientifica del quadrivio, da fare a Roma  -aritmetica  geometria, musica  e  astronomia –  per dare loro una educazione retorica, con un  rhetor prestigioso? io ricordo bene le lezioni da lei fatte, ora precisate negli articoli di Gumnasiarca e paideia, di Ellenizein e  di Diaspora, To gumnasion,  e penso che Erode, non potendo iscrivere i figli  come neoi,  li  riporta  a casa, senza la dokimasia- giudizio/diploma-, necessaria per l’ efebia e  per il servizio militare- da cui l’ebreo per legge  è esente. Comunque,  non capisco esattamente il motivo sotteso di questa opposizione dei farisei,   seguaci degli asmonei e tanto meno l‘amarteema  mortale-non veniale– imputato ad Erode?

Bravo! Marco. Hai studiato attentamente il sistema educativo ellenistico di un giudeo ed hai compreso il sistema economico-finanziario giudaico!

Professore, lei è bravo! lei è un grande storico!ed io sono orgoglioso di parlare con lei,  che mi permette di seguirla con opportune spiegazioni, orientandomi  per una formazione omogenea, aperta, libera, autonoma.

Che dici, Marco? tu, ingegnere, hai fatto la tua strada ed ora mi gratifichi perché mi vuoi bene: la tua stima è superiore ai miei meriti! mi chiami muratore quando i miei zii mi definivano mezza cucchiara e mi affiancavano un muratore di I classe,  pure per fare un muretto!  ora mi dici storico quando nessuno  mi conosce e non ho mai avuto il minimo riconoscimento del mio nascosto cinquantennale lavoro! io so veramente cosa vuol dire esserstoricoSorvoliamo e ridiamoci sopra! Ad 81 anni compiuti vivere è già tanto ed è stupido lamentarsi!.C’è gente che soffre davvero!

Professore,  per me è un mistero il non riconoscimento del suo lavoro! Mah, in Italia c’è gente che sa leggere!? io ancora medito sull’articolo un Sistema economico-finanziario: Tzedaqah! Ancora studio Ossequio servile/upourgia e Vangelo di Marco!.Ancora rifletto su Gesù di Angelo Filipponi di Tufano!   Comunque, mi dica su questa opposizione sorda farisaica: io, da alunno,  ascolto.

Riprendiamo il discorso. Erode, dunque, re socio dell’impero romano, vuole educare i figli come politai /cives di un organismo  universale, quale l’impero romano, secondo la paideia romano- ellenistica ed insegnare loro la lingua greca, tipica dell’Oriente  e la lingua latina, dell’Occidente!.Un padre integrato nel sistema romano-ellenistico desidera che i suoi figli abbiano  una integrazione migliore!

Per un aramaico, invece,  l’uso della  lingua straniera è profanazione della  propria identità  tribale-nazionale,  espressa nel proprio idioma, che è lingua sacra, non traducibile da nessuno  in altra lingua! Marco, la Iudaea, ancora dopo quarantanni di dominio romano, -pur avendo fatto progressi, dopo due generazioni- non ha chiaro il valore di  far parte di un impero universale, che, avendo un unico imperator /autokratoor,  dopo la vittoria,  ha  dato nuovi princìpi pacifici e giuridici, comuni a tutti i circa  50.000.000 di sudditi, lasciando a tutte le  etnie (galli, germani, britanni, italici, greci, bitini, pontici, siriaci,pamphili,  cilici, fenici,  egizi,  afri)  i propri Dei con i loro rituali religiosi, e  quindi ha permesso anche ai giudei di conservare intatta la  tradizione mosaica, la  lingua aramaica e la  loro cultura/musar,   proteggendoli con speciali decreti, considerata la tipicità della loro threscheia. Nonostante il rispetto dei Romani per il loro ethnos, essendo la stirpe, divisa in  giudei aramaici e giudei ellenistici, dato il loro numero elevato, e considerata la loro  particolare storia coloniale migratoria, il compito di eghmoon di  Erode, basileus, è difficilissimo: regnare nel territorio giudaico  su una striminzita  maggioranza aramaica  filoparthica  e su altri giudei già ellenizzati come i sadducei  o romanizzati, in quanto laici e pagani, che, insieme ai  circa 2.500.000  ellenistici della  diaspora, di lingua greca,  sono filoromani, è  di un  sovrano universale, che può essere esemplare  anche per Ottaviano Augustus circa  la catholicità  e il rispetto delle minoranze, le differenze tra i popoli,  con la proposta di un sistema giuridico unitario.

Erode basileus,  per lei, è, perfino, un modello di buon governo regio per l‘inesperto imperator, che, non conoscendo bene il sistema della Basileia, non sa neppur comandare da re, ed  essendo  solo un comandante militare con poteri dittatoriali  governa teatralmente come princeps, quasi fosse davvero  il primus inter pares, dopo aver distrutto, di fatto, il sistema repubblicano, provocando continue agitazioni con congiure! Lei mi ha promesso di trattare diffusamente dell’equivoco del principato in altra sede e del rifiuto degli ordini degli aristocratici e degli equites! Comunque, non è tempo, professore,  che mi mostri, mentre tratta della educazione dei figli asmonei a Roma, le reali differenze tra le varie culture, vigenti in Iudaea, in epoca augustea?

Certo, Marco,   questo l’ho già fatto quando ho trattato in generale dell’ellenismo, come già hai messo in evidenza!Ti ho mostrato anche che Erode invia in seguito altri figli a Roma, di altre mogli!. Permettimi, però, di ricordare  che Erode, essendo il rappresentante di tutti gli ellenisti sparsi  in tutte le nazioni del Mediterraneo, partes dell’imperium romano, non può non volere l’ insegnamento della paideia ai suoi figli, destinati alla successione, anche perché ritiene doveroso assecondare la volontà dell’imperatore, desideroso di  formare presso di lui i futuri re, funzionari dell’impero romano.

Capisco, professore!. Augusto tiene a Roma i figli dei re come ostaggi, come quelli avuti  dal re dei re, assecondando apparentemente  il loro desiderio di ellenizzazione, anche per meglio entrare nella logica della Basileia, essendo il termine re da sempre odioso ai romani.

Ti ho già detto che Ottavia, la sorella dell’imperatore,  è incaricata di tenere i figli di Antonio, ed anche di re socii,  e di educarli con le sue due figlie, in una scuola regia, a corte, con i migliori maestri alessandrini, per natura sublimi ruffiani/kolakes megalophueis  – Peri Upsous, XLVI, 3- Ti aggiungo che  forse  gli asmonei hanno un corso di educazione migliore rispetto a quella data ai figli Mariamne di Boetho, di Maltace e di Cleopatra,  in quanto Alessandro afferma che lui, se diventa re,  li fa tutti  koomogramateis/  scritturali di paese.! Ora, ricopiando la traduzione di De agricoltura di Filone  e quella di De congressu, però, ho una nuova possibilità, da una parte,  di chiarirti  la musar, la funzione dei  soferim e il compito di un rab, e da un’altra ho anche l’opportunità di parlare- senza affrontare quello latino- dello  specifico sistema oniade di insegnamento, su cui mi soffermo.

Nota bene, Marco,  che Filone dice  paidomatheis einai douleias dikaias (De Ebrietate, 198;  più o meno ribadito in De Plantatione Noe ed altrove) che cioè,  noi  cives siamo stati educati da ragazzi  a scuola di servitù, giusta, proclamando che l’ imperium dei romani è un potere legittimo, riconosciuto legalmente  fin dalla  tenera età, quando la mente è fasciata da  costumi ed abitudini  senza aver gustato la fonte/namatos più bella e feconda dell’eloquenza / logoon, cioè la libertà/then eleutherian  – Peri upsous, ibidem-.

Filone, quindi, sembra- se è giusta la theoria sulla datazione del Peri upsous in epoca Caligoliana- che  per lui l’oratoria  sia finita perché non esiste più la democrazia, ottima nutrice degli spiriti grandi/ toon megaloon agathh tithenos,  essendosi spenta la libertà. ed essendo sorta brama di ricchezza e di piaceri, che necessariamente portano alla servitù!.

Professore, Filone ha una sua particolare visione dell’ età di un uomo? o ha la stessa visione greca?

Filone in de Opificio, XXXV 103-4 parla dell’età umana in relazione all’ebdomade. Per lui le età dell’uomo si misurano  partendo dall’infanzia fino alla vecchiaia così:

– durante i primi sette anni si ha lo spuntare di denti;

– nel secondo settennio sorge il momento della capacità procreativa;

– nel terzo la crescita della barba;

-nel quarto l’aumento della  forza fisica;

– nel quinto il tempo delle nozze;

– nel sesto la capacità di comprensione raggiunge il massimo

– nel settimo si verifica il miglioramento con lo sviluppo dell’intelletto e della parola;

– nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra;

– nel nono subentrano calma e pacatezza in quanto le passioni si sono di molto pacate;

– nel decimo, infine,  giunge il termine desiderabile della  vita, allorché gli organi del corpo  sono ancora in buona condizione; una lunga vecchiaia, invece, li fiacca  e li distrugge, l’uno dopo l’altro.

Filone aggiunge che anche Solone (638 a.C-557), il legislatore ateniese, ha scritto, in versi elegiaci, le età dell’uomo:

– il bambino piccolino, cui è spuntata la corona dei denti mentre era ancora infante, li perde,  entro i primi sette anni di vita;

-quando il dio ha fatto scorre il secondo settennio di vita, egli manifesta i segni della  pubertà incipiente;

– nel terzo settennio mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde la floridezza;

– nel quarto settennio ognuno eccelle in forza ed è in questo che gli uomini riconoscono i segni del valore virile;

– nel quinto è tempo che l’uomo pensi alla nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro;

– nel sesto la mente dell’uomo giunge  alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili;

– il settimo ed ottavo settennio sono quanto ad intelletto e  parola  di estrema  eccellenza e formano un periodo di 14 anni;

-nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza ma si fanno più deboli in lui di fronte a  manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere;

– se poi qualcuno, compiuta la vita entro  i limiti giusti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori di tempo.

Marco,  Filone, scrittore dl I secolo d.C.,   ha la stessa concezione dell’arco di vita umana di  Solone, fiorito nel VI secolo a.C!

Grazie, per la spiegazione  circa l’età secondo Filone. Ora le sarei grato se mi seguita a parlare della concezione agricola giudaica.

Filone, Marco, dopo il suo esame situazionale, inizia la trattazione del giusto Noé, l’unico sopravvissuto al diluvio, con la sua famiglia, mediante l’arca: per Genesi, 9.20.21 Noè iniziò ad essere uomo dedito all’agricoltura, bevve vino e si ubriacò nella sua casa.

La giustizia di Noè diventa esemplare, secondo la legge di Mosè in quanto il giusto è agricoltore, la peculiarità dell’agricoltore è la giustizia!.

Da qui deriva la non giustizia di Erode che, invece, è asteios/cittadino, commerciante e che vuole educare i figli secondo l’etica ellenistica, non agricola,  non propria di un georgos!.  De agricoltura  4: suo  amarthma è inviare, nonostante l’opposizione farisaica, i figli a Roma nel 22 av. C., per dare loro un’ altra cultura, abbandonando quella tradizionale agricola,  autorizzando la contaminazione con i goyim!. Il peccato di Erode  è gravissimo perché travia l’animo di uomini di stirpe asmonea, possibili sommi sacerdoti di un popolo sacerdotale! Marco, seguimi bene, Filone fa molta attenzione ai termini e fa distinzioni sottili,  etimologiche, ma sa bene che la sua è theoria per gli aramaici e  che quanto dice in lingua greca non è  cosa ritenuta vera, ma solo un tentativo di mediazione oniade: la sua famiglia da oltre sette  generazioni/toledoth si è ellenizzata avendo  stabilito rapporti coi greci, inventando un faticoso e difficile sistema di ameicsia per sopravvivere  in Alessandria,  vivendo nel servitium di due padroni: Dio e il re lagide, ed ora Dio e l’imperatore romanoL’aramaico, invece, ha solo due vie,  quella della rettitudine, aspra, e quella del vizio, piana,  ed ha fatto la scelta, obbligata, della tzedaqah,  da seguire con una moltitudine di prescrizioni (613) per essere  giusti! Chi  vive, sentendosi agricoltore-  pastore e cavaliere –  e consegue la sapienza, ha come modelli i patriarchi  Abramo, Isacco e Giacobbe che sono rispettivamente portatori di un messaggio di uomo che migra  ed ha orientamento astronomico,  di uomo che ha un naturale vivere virtuoso, di uomo che cerca asceticamente la perfezione con un   progressivo maggiore esercizio!.

Nella pratica di vita,  come imitazione dei patriarchi,  si distinguono la via del giudeo ellenista, specie oniade, e la via  dell’aramaico, che, seguendo due percorsi di lettura  con due mezzi linguistici diversi, lingua greca e lingua aramaica, giungono a visioni del tutto diverse,  in relazione alla interpretazione biblica allegorica o letterale.

Quindi, professore, si torna ad un problema già esistente tra i farisei e i sadducei, allegorici gli uni, letterali gli altri nella interpretazione biblica?

Marco, dal periodo asmoneo le due aireseis si contrastavano, ma ora, con la presenza dei romani e di Erode, si è verificato che sadducei ed oniadi, ambedue eredi del sacerdozio templare,  sono filoromani e filoerodiani, mentre i farisei con gli esseni sono antiromani  e filoparthici e, quindi, hanno aperto nuovi orizzonti politici.

Comunque, Filone, pur facendo una lettura allegorica, non letterale come quella dei sadducei,  ci permette  di capire  il pensiero  di massimo integralismo degli aramaici – che hanno perfino una differente Bibbia ( cfr.I due canoni) rispetto ai giudei oniadi alessandrini, che,  ellenizzati, hanno trovato altre soluzioni di vita e un sistema alternativo,  che ti sintetizzo con  De agricoltura 1-22.

Infatti, dopo aver distinto tra cittadino ed agricoltore, (ed anche tra pastore e guardiano del gregge, tra cavaliere e chi cavalca) Filone  mostra la differenza tra agricoltore e lavoratore della terra, salariato,  operanti apparentemente allo stesso modo, ma, in realtà, facenti due attività  diverse, antitetichecontrapposte.

Secondo Filone chiunque può impegnarsi nella coltura della terra,  anche senza precisa conoscenza/ episthmh, l’agricoltore, invece,  vi si impegna con cognizione di causa e  non da incompetente – ibidem 4-. Il theologos precisa, poi, che il lavoratore in quanto bracciante, salariato, pensa solo alla ricompensa e non ha interesse a lavorare bene, l’agricoltore, invece,  ha mille impegni, essendo disposto ad investire le proprie sostanze, a spendere del suo perché il podere migliori e risulti perfetto agli occhi di esperti: vuole raccogliere i frutti non da altra parte ma dalle sue coltivazioni che rendono molto per tutto l’anno!- ibidem 5-. Filone insiste nel lodare la fatica  dell’agricoltore, che fa sostanzialmente due operazioni: una di coltivazione – che comporta la potatura che regola la crescita delle piante, la protezione delle gemme e dei polloni, oltre all’ innesto, evidenziando  che l’agricoltore è simile ad un padre di famiglia che mette in stretto ed armonioso rapporto i figli adottivi con quelli di altre famiglie – ed una di estirpazione  e distruzione radicale di erbe e piante infestanti, in una volontà di seminare e piantare solo  gli alberi fruttiferi.

In questo lavoro,  Filone mostra come l’uomo sia padrone della natura in quanto agricoltore/egemoon che bada non a  seminare e piantare qualcosa di sterile, ma ciò che è fruttifero e coltivabile, in modo da ottenere  annualmente buona resa. E subito lo ribadisce citando Genesi (1,26-29): la natura, infatti, ha proclamato l’uomo archoon  delle piante e degli altri viventi di tutto il genere degli esseri mortali.

Attento Marco, ora, a questo passaggio retorico, utile ai fini  morali!.

In ciascuno di noi che altro potrebbe essere l’uomo, se non l’intelletto/ o nous- intellectus, che è solito trarre utile frutto  da ciò che è  stato seminato e piantato?

Filone sottende  identificando, da un lato,  il tutto per una parte ciascuno di noi – uomo agricoltore  e,  da un altro, l’uomo signore della natura-nous, facendo un’operazione macroscopica naturale, generale,  ed una microscopica individuale, personale.

Interessante! professore, ma lei dice pure  che Filone, specie in De congressu dà una lettura specifica degli studi enciclici sulla  base del rapporto di Abramo con Sara, la signora  e di Abramo  con  Agar, la schiava egizia, data da  Sara per avere figli!. Me lo vuole spiegare meglio ?

Marco, se vuoi capire la logica di Filone, devi attentamente considerare le azioni  che risultano  buone ed utili/  chreestai, fatte dall’agricoltore, che è  disposto ad investire il proprio avere e spendere denaro per rendere migliore la sua terra,  desideroso di raccogliere i frutti dal proprio lavoro, annuale nei sei anni operativi.- il settimo è di riposo!-.

Dunque, per Filone-  che ha l’eredità  della cultura aramaica- lavoro e terra sono basilari come esercizio, come pratica di ascesi ?

Uno dei lavori di un agricoltore è trasformare le piante, anche selvatiche, innestate  in fruttifere, facendole sviluppare, potandole, seguire la crescita e curare i germogli  secondo la loro natura,  a volte interrando alcune ed  innestando altre  sorvegliando ogni cosa come un padre:  sa anche fare opere di pulizia, estirpando erbacce, eliminando quelle che possono recare danno ed usando quelle selvatiche per le palizzate  come recinzione-De agricoltura ibidem- Filone, come gli esseni, propone l’agricoltura come arte perfetta, ma fa il commerciante come ogni altro oniade ed è giudeo ellenistico, che solo in  vecchiaia si ritira e diventa Terapeuta cioè askeeths  Cfr. Esseni, Quod omnis probus e I terapeuti  De vita contemplativa. Il rab, invece, come l’esseno, è autarchico, non accetta denaro, né commercia, ma educa solo i discepoli  alla virtù della giustizia e non può vivere ambiguamente come Filone (o come Seneca) che una cosa dice ed una cosa fa:  conta per lui  solo le opere non le parole!  i frutti valgono!il giudizio è sul frutto!

Il rab applica la theoria della perfetta agricoltura, sumbolos  dell’anima, che deve essere  curata e regolata dall’intelletto  padre agricoltore dell’uomo, che è insieme di soma e  di psuchh con egemonikoon che risulta  il microcosmo  rispetto a natura e al poihts –pathr, che  formano il macrocosmo!

Come l’agricoltore non semina  né  pianta niente che sia sterile, ma solo piante fruttifere,  in modo da avere solo frutti  secondo natura, così l’uomo  è principesignore delle piante e degli altri viventi  mortali in quanto, avendo l’intelletto, sa trarre frutto utile  da ciò che è stato seminato e piantato –ibidem,26.29 –

Professore, dunque,  ora si passa alla formazione dell’uomo che fin da bambino impara e razionalmente associa e si forma secondo la  cultura ricevuta? la cultura agricola, quindi, non può essere sterile?

No, non è proprio così!. Senti come ragiona Filone nel De congressu  e segui come  ambiguamente mette  in relazione educazione religiosa e educazione umana! Per questo, Marco, io non accetto la lezione filoniana  circa la confusione di natura umana e  di quella morale e tendo alla distinzione per un orientamento separato, in senso autonomo,  lontano dal magistero sacerdotale, che condiziona l’infanzia e la pubertà cfr. Idea di Culture of Iesus!

Filone lo fa tramite la coppia legittima Abramo-Sara e tramite la coppia non legittima, ma utile provvisoriamente, Abramo-Agar! Il teologo, partendo dall’interpretazione di Genesi, 16, 2b-3 diversamente dal Rab – che vuole educare il bimbo fino al tredicesimo anno e farlo bar mitzvah- cerca di dare una formazione completa usando la lettura allegorica, utile al fine morale. Infatti l’intelletto del neepios, – diversamente dall’adulto bisognoso del frumento, che è suo cibo normale-  è alimentato dal latte, che è utile all’anima che ha possibilità di crescita con gli studi del ciclo preliminare, suoi primi rudimenti per l’acquisizione sapienziale. Perciò Sara, colei che è sovrana sul marito, essendo  virtù- saggezza, sterile, non consente a chi è giovane di unirsi a lei, imponendo un’educazione preventiva e si serve di Agar egizia, che è  egkuklios paideia.  Questa è soggetta a Sara/  filosofia, che a sua volta è subordinata a Dio /Sapienza.

Qual è l’esatto versetto biblico?  vorrei capire almeno letteralmente!

Questo:  Sara moglie di Abramo non gli aveva dato figli. Ella aveva però, una schiava egiziana, di nome Agar. E Sara disse ad Abramo:  va’ dalla mia giovane schiava per avere figli  da lei!.

Letteralmente Sara,  sentendosi sterile, concede al marito la schiava per aver figli, tramite lei. E’così?!

Certo. Ora segui la spiegazione del teologo che giustifica Mosè che autorizza un doppio coniugium, quello di Giacobbe  con Lia e con Rachele,  che danno al marito le rispettive schiave (Zilfa e Bila/Balla) con lo stesso intento di Sara, in una rivalità femminile tra le due sorelle, mogli legittime.  Filone spiega: Il vizio è per sua natura invidioso, pungente, maligno, la virtù, all’opposto, è mite, affabile, benevola, pronta ad aiutare  di per se stessa, tramite altri, chi ha una disposizione naturale volta al bene. Precisa : quando non siamo in grado di avere figli dalla saggezza  essa ci dà come sposa la propria ancella che è…l’educazione enciclica egkuklios paideia,  la quale svolge in un certo senso il ruolo di intermediario e di  pronuba. Conclude:  perciò, Sara prese  Agar e la diede in sposa al proprio marito: per Mosè è giusto che Sara, la moglie, dia Agar l’egizia ad Abramo, marito, che giuridicamente resta marito!. Filone pone se stesso come paradigma,  e prima di accennare alla luce del candelabro e al numero sette dei bracci, afferma:  Sara, la virtù che è sovrana della mia anima, ha procreato ma non ha procreato per me  perché io nella mia condizione giovanile non ero ancora in grado di  accogliere i frutti della sua procreazione  – la saggezza, la rettitudine di agire e il senso della pietà- per il gran numero di figli bastardi che mi avevano partorito le false opinioni,  la preoccupazione di allevare questi,  le cure assidue e le incessanti angosce per loro, mi hanno costretto a  trascurare i figli legittimi ed autenticamente liberi di nascita. E’ bello  supplicare, dunque, che la virtù non solo prolifichiessa infatti procrea generosamente senza  le nostre preghiere – ma che prolifichi  anche per noi  per assicurare a noi una felicità che ci renda  partecipi dei suoi semi  e dei suoi frutti. Di solito lei procrea solo per Dio,  consacrando  con gratitudine le primizie dei beni ricevuti a colui che, come dice Mosè,” ha dischiuso il suo grembo”-Gen.29,31sempre vergine!. 

A me è difficile capire questo complesso discorso sulla procreazione di Sara sterile e di Sara che ha figli tramite Agar, ma sono sbigottito davanti al ventre che si dischiude e che resta  ” sempre vergine”!

Anche  a me, Marco resta complicato e misterioso!Comunque, Filone  spiega che gli studi preliminari sono espressione  di Agar la schiava egizia.

Quindi, professore, la signora Sara,  sterile, concedendo la schiava, autorizzando  il connubio Abramo-Agar  rende fruttifero e buono il rapporto marito-concubina,  giustificato  dal fatto che la schiava egizia, avendo latte, educa il bambino  col ciclo degli studi preliminari, filosofici, utili ai fini teologici sapienziali? .

Marco, per te, quindi, Filone direbbe in greco  una frase che  in latino suona così:  Philosophia  ancilla theologiae?!

Non è così? professore. Filone non vuole dire questo?

Si. Certo. ma è una lettura christiana!

Filone, infatti, parlando dell’ Egitto  simbolo del corpo e dell’origine del nome Agar ritiene che, in quanto memoria delle cose buone – in un rifiuto di quelle cattive-unita alla scienza dialettica,  formi l’insieme filosofico,  fondamentale per il progresso  morale ed intellettuale  cfr. De agricoltura, XXX.

Così,  poi, spiega: le principali caratteristiche di educazione  media  sono indicate  da due simboli, la stirpe di origine ed il  nome.Chi si dedica agli studi  dell’educazione  enciclica  ed è amico  del sapere più vario  deve, di necessità, essere  assoggettato al corpo terroso ed egiziano perché ha bisogno degli occhi per vedere,  delle orecchie per ascoltare ed udire e degli altri sensi per cogliere ognuno degli oggetti sensibili. Per sua natura la cosa da giudicare non può essere afferrata disgiuntamente da uno strumento che la giudichi. Così il sensibile  sono gli organi del senso  a giudicarlo, in quanto  senza loro non è possibile raggiungere un’ esatta nozione dei fenomeni  del mondo sensibile da parte dell’ indagine filosofica.

Professore, per Filone, dunque, tramite i sensi – terra egizia- esiste  giudizio filosofico  su un piano generale, generalizzato?

Marco, mi sembra che Filone si corregga, poi, e  spiegando Agar/ come soggiorno in terra straniera, dica: l‘educazione media occupa la posizione di  un pareco/paroikos. Infatti solo la scienza, la saggezza  ed ogni virtù sono indigene  autoctone  e veramente cittadine a  pieno diritto, mentre le altre forme di educazione  che sono sul piano competitivo, vengono a trovarsi al secondo, terzo ed ultimo posto,  stanno su una via di mezzo tra stranieri e cittadini, perché non appartengono nettamente a nessuna delle due categorie, ma, d’altra parte,  per certe affinità, rientrano in ambedue.

Filone è più  sicuro  in  De congressu quaerendae eruditionis gratia cioè Connubio con gli studi preliminari / Peri tou eis propaideumata sunodou, V-  e, perciò, precisa: lo straniero che  soggiorna  in un posto è alla pari con i cittadini che vi abitano, ma sono  stranieri perché non vi  hanno residenza stabile  e definitiva.

A me sembra, professore, che Filone sia un po’ confuso e metta insieme pensiero  platonico e speculazione  stoica con la metafora di corpo  ricettacolo dell’ anima!ma, in effetti chi è il pareco?

Paroikos, Marco,  equivale sostanzialmente all’attico metoikos in quanto para /accanto e meta/con indicano lo straniero csenos  giudaico, non greco, che abita  accanto o insieme con, soggiornando a periodi lunghi o brevi,  in  città elleniche, riconosciuti come tali dalla giurisdizione romana come politai concittadini e condomini,  rispetto agli stranieri di passaggio,  in quanto  essi hanno dimora o periodica o  fissa, paganti il metoikion, la tassa di soggiorno,  godenti dei diritti civili, ma non di quelli politici, partecipi perfino delle leitourgiai.

Cosa sono? ti rispiego quanto ti ho già detto. Forse lo hai dimenticato!

Le liturgie sono pubblici servizi a cui sono soggetti i politai  con diritti politici, ritenuti ricchi, che, comunque,   possono chiedere  anche la compartecipazione dei meteci/pareci.  Ad Alessandria  i ricchi  greci e i giudei di lingua greca, concittadini, che svolgono funzioni  politiche, di norma, sono chiamati a fare liturgie che possono essere straordinarie come armare triremi  da guerra  o da carico – trihrarchia–    ed ordinarie  in quanto enkukloi cioè annuali,  come gumnasarchia, korhgia, euoplia, arrhphoria ed altre. I giudei alessandrini, oniadi, essendo la stirpe dominante, offrono il maggior numero di liturgie cfr. In Flaccum Una strage di Giudei in epoca Caligoliana,Ebook 2011.

Filone, comunque,  qui parla del methorios–   cfr Methorios  www.angelofilipponi.com – senza il contenuto giuridico di metoikos o paroikos, ma come elemento,  che  cambia valuta  stando al confine  tra due stati, un uomo  che vive in territorio straniero al confine tra impero romano ed impero parthico, che conosce aramaico e greco ed ha un banco  come cambiavalute, capace di svolgere la funzione di cambio a prezzo convenuto dalle due parti.

E’ questo un compito di un giudeo ellenizzato e  romanizzato, integrato nel sistema imperiale, come il  grande  trapezita, padrone di banche, datore di lavoro, che è l’alabarca di Egitto, oniade!.

E’ uomo, insomma, mediatore, interprete ed agente finanziario!.

Tutto mi quadra, ora, professore!

Non comprendo, però,  la trasposizione simbolica dell’educazione enciclica, definita intermedia tra cittadini e stranieri?  mi può dire  esattamente in che senso  Filone parli?

Marco, qui, Filone usa il termine methorios da me tante volte spiegato, al posto di mesos, ma  ora  gli dà un significato aggiunto  più ampio e complesso per indicare una via mediana tra due estremi, quello della perfezione e quello della imperfezione. Filone intende la perfezione/teleioosis  come saggezza e virtù  a piena cittadinanza /politeia completa, mentre considera la seconda come  ignoranza ed assenza di virtù,  ponendo al centro tra i due estremi  l’educazione  enciclica, che  è Agar  svolgente un suo ruolo mediano, indispensabile come amante del sapere Abramo/Abrahamo ed amica fedele di Sara,  sua padrona, in quanto generatrice di figli illegittimi, pur rimanendo  equidistante e dall’uno e dall’altra.

Dunque, professore, io avrei capito questo: l’educazione. enciclica /Agar  è subordinata a Sara/ virtù ed Abramo deve, se vuole conseguire  il rapporto con la moglie, prima passare attraverso la conoscenza  della schiava egizia/corpo!

E così ! Marco. Devi, comunque, tenere presente che  Sapienza  ed Educazione convivono in relazione al rapporto intercorrente  tra moglie legittima e concubina, rimanendo il marito  sempre marito e la moglie sempre padrona.

Quindi, per Filone il didaskalos  avrà, comunque, frutti  dalle piante,  tali da far  progredire nella via della  virtù chi fa azioni nobili.

Ora, dunque, nel 22,  al momento della partenza per Roma i farisei ostili ad una educazione methoria, oniade ed ancora  di più  alla doctrina romana,  minacciano  staseis/ sedizioni che non avvengono perché Erode si è mostrato filantropico  nel periodo della carestia del 25 a.C. ed ha fatto matrimoni, che lo hanno congiunto con famiglie sacerdotali.

Erode, ora popolare, sostenuto anche dall’esercito samaritano,  incurante delle loro prediche, porta i figli a Roma  e li sistema inizialmente presso  Asinio Pollione, suo amico  e commilitone già nel periodo cesariano.

Asinio Pollione, l’amico di Virgilio, a cui il poeta nel 40 dedica l’ecloga  IV, quella in cui prega le muse  sicule  che elevino  il canto  per celebrare l’arrivo di un puer e la nuova età dell’oro ?

Si. Si tratta di  Marco Asinio Pollione (78 a.c- 5/6 ) , teatino, legatus amico di Antonio che, con Ventidio Basso,   dopo la guerra di Modena,  favorisce con  le sue truppe fedeli al dux Lepido,  il II triumvirato, tra lo stesso Lepido,  Antonio e il  giovane  Ottaviano,  figlio adottivo di Cesare,  il 26 novembre del 43 a.C.

Pollione  passa da seguace di Cesare  e di Lepido all’amicizia con Antonio e, finita la guerra  di Perugia, divenuto console, è plenipotenziario che favorisce l’accordo di Brindisi.

Da quel momento Pollione sembra diventare  estraneo alla politica, impegnarsi nella attività forense, secondo un’ oratoria diversa da quella ciceroniana,  e in quella tragica, inclinando per il partito antoniano, fino alla battaglia di Azio, per poi fare atto di sottomissione  al vincitore, come Erode. Forse il suo cenacolo letterario, aperto anche ai poetae novi,  non è conforme  al principato augusteo  e perciò la sua opera  tragica  si interrompe  come quella oratoria, mentre  quella storica condannata, non ci è stata tramandata. Comunque, i suoi 17 libri  di Storia Romana sono ricordati  da  Appiano, Svetonio e Plutarco, ed anche da Orazio (Carmina,II,1).

Non si sa, professare, quando Pollione  esattamente si distacca dal negotium ?

Personalmente ritengo che Pollione, essendo legato a G.Cornelio Gallo, per non condividerne la sorte  tragica, si ritira dalla politica nel 26 av.C. dopo la morte per suicidio dell’amico ex governatore dell’Egitto, -esautorato e processato per aver coniato moneta, per aver  represso gli insorti, inseguendoli fino alla I  cataratta del Nilo, fatto un trattato col re degli etiopi (come risulta dalla iscrizione trilingue  di File – che riporto- in greco, latino e  geroglifico, anno 29.av. C). Quindi, secondo me,  Pollione si ritira quando comincia a vedere l’applicazione del principato  su di un legatus, di rango equestre, non senatorio, che all’epoca, poteva fare le azioni, proprie di un magistrato autonomo,  incriminate successivamente, come se avesse superato i limiti del suo mandato militare: a Cornelio Gallo nocque il riconoscimento della sebasteia  da parte del senato – contestato dagli equites- ad Ottaviano  divi Caesaris Filius! All’epoca Pollione era un magistrato, non  legatus, che neanche poteva sapere della futura attuazione  del principato e tanto meno  del segreto pensiero di Augusto di fare dell’Egitto  un feudo personale, precluso ad indagini senatorie, destinato a essere  gestito tramite liberti  addetti al  fisco imperiale, gelosi  della loro autonomia rispetto  ai  funzionari dell’erario senatoriale!. Cornelio Gallo subito dopo la vittoria sui lagidi è praefectus  Alexandreae et Aegypti, provincia dell’imperium romano! Sembra che nel tempio di Iside a  File, i sacerdoti  facciano un cartiglio da faraone a G. Cornelio Gallo,  che, in effetti aveva preso  Alessandria entrando da Porta Luna cfr. Alessandra suocera di Erode www.angelofilipponi.com

Un cartiglio per Gallo?

Si. Marco. Questo forse determina il richiamo  a Roma di Cornelio Gallo nel dicembre del 27  e  poi la condanna all’esilio e alla confisca dei beni e al successivo suicidio nel 26.

Anche Virgilio, suo amico, allora deve  cambiare la conclusione in onore delle imprese di Gallo, del IV libro, con la favola di Orfeo ed Euridice:  Virgilio è poeta aulico, che segue gli haud molia iussa /i comandi non molli di Mecenate, il factotum dell’imperatore!  E i sacerdoti a File eliminano il cartiglio di Gallo sostituendolo con quello di Augusto/Sebastos che già è celebrato a Tell el Amarna  con l’ureo in testa  segno di Ra, datore di luce, portatore di ankh  simbolo  di vita.

Ankh è quella specie di croce col fiocco  che normalmente è tenuta da qualche Dio  egizio?

Si.Marco. Dopo il processo di Gallo la provincia egizia ha una speciale politeia/ costituzione   in quanto  è eletto  G.Elio Gallo  governatore, legatus  con mandato augusteo di   intraprendere una  spedizione arabica con l’intento di  favorire il commercio con l’India,  desiderando  occupare  i porti dell’ Arabia Felix!. ci sono  in epoca giulio- claudia altri cartigli  imperiali faraonici  per Augusto a Kalasbsha, (Egitto meridionale) ma anche  se ne conoscono parecchi in epoca flavia, specie antonina ( con Adriano) o severiana ( con Caracalla)  fino ad Aureliano e a Diocleziano!

Gli imperatori romani, deificandosi,  si santificano con i cartigli egiziani  che esprimono simbolicamente il valore imperiale universale secondo la concezione di Ra, onnipotente datore di luce  e vita  a tutti gli esseri viventi!

Grazie per la spiegazione. Mi tolga una curiosità mia, personale: e’ vero che lei è stato a File e che ha fatto il bagno alla I cataratta? me l’hanno detto i miei compagni, Andrea e Marcello che dicono che File è stata ricostruita, non lontana dalla I cataratta.

Si.  Marco. Mi ci sono anche ammalato perché le rapide del Nilo  mi schizzarono gocce in bocca, che non riuscii a  ricacciare. A sera ebbi dolori addominali che durarono due giorni!

Ha un brutto ricordo?

No, nonostante tutto, sono ritornato, dopo,  in Egitto altre  tre volte!

In conclusione, professore all’arrivo dei figli di Erode,  l’opera  storica di Pollione non circolava e i rapporti con Augusto non erano certamente cattivi, visto che Orazio lo frequenta. Comunque, poi, i figli di Erode, forse, dopo l’incidente del figlio minore, morto misteriosamente, si  trasferivano a  corte ed  erano sotto la cura di Ottavia.

La morte del figlio  minore, scomparso in circostanze strane rinnova a Gerusalemme chiacchiere mai taciute circa la sua  nascita e riacutizza l’avversione dei farisei che parlano  di una punizione di Dio  per la  colpa del re, non obbediente alla prescrizioni del Deuteronomio -20,20-: ogni albero che non dia frutto commestibile  lo taglierai e ne farai una palizzata contro la città che ti ha fatto guerra!.

Erode, ora, dopo la punizione divina, è  sradicato, come Caino,  ed è nel morso della paura, macerato dal dolore, essendo staccato dall’armonia del creato: per i farisei ed esseni il re  non è  giudeo  che fa progressi in sapienza pur essendo  maturo, anziano, perché è abbandonato da Dio: il re, maledetto,  non sa essere nel giusto mezzo, non essendo neanche un buon cambiavalute che sa togliere dal corso legale della virtù coloro che sono come monete false  perché inclini alla ribellione  e non sa considerare propri familiari quelli veramente autentici anziani, scelti come i settanta  di Israel per saggezza (De sobrietate,31 ). Erode.  pur avendo abbondanza di beni esteriori, non ha trovato il bene più maturo di un’anima più matura, il bene certamente più degno di stima perfetto! ibidem 13

Erode è maledetto e solo anche in famiglia, anzi ancora di più in famiglia! E’ sfortunatissimo, ora ! tanto più sfortunato per quanto tempo è stato abbandonato da Dio.

Su questa linea di maledizione  i giudei ellenisti, alessandrini ed oniadi, nel periodo di Caligola, condannano con Filone il Neos Sebastos,  come bambino incosciente e puerile, meditante una rivoluzione /neoteroopoiia, perché accoglie nell’anima colpe meritevoli di biasimo,  in quanto stolto nel comportamento  ed ignorante,  avendo deviato molte volte dai retti principi di vita, essendo ancora immaturo!- ibidem 11-.

E’ una theoria  che tende a contrastare Caligola Theos  e perciò condanna  anche l’ attività razionale, inutile come le artes minores  la pittura, la statuaria,  la medicina teorica di  Asclepiade,– diversa da quella pratica  che guarisce il malato- come la  retorica giuridica, venale ed avida di denaro, non mirante alla ricerca di ciò che è giusto,  ma alla suggestione dell’uditorio,  attivata per via di inganno  ed inoltre come  quegli aspetti della  dialettica e della geometria non utili alla formazione dell’individuo, ma tali da aguzzare l’ingegno, impedito di affrontare ogni problema  e a servirsi di divisioni ed operazioni, nelle distinzione di caratteri propri ed  impropri.

Eppure, professore, secondo Filone,  sono anche loro figlie di Agar?

Certo Marco, ma Agar,  secondo la lezione biblica  di Mosè è maltrattata giustamente da Sara padrona che, vedendo la serva orgogliosa della maternità, impone al marito  di cacciarla col figlio Ismael!

Come Filone  può spiegare  questo?  non è mostruoso abbandonare nel deserto madre e figlio?

Filone è un theologos raffinato, un  esegeta  allegorico-simbolico, capace di  leggere tutto come i patres della Chiesa! Filone ammette come giusto  il maltrattamento di Sara, come giusta  punizione inflitta a chi mostra superbia,  essendo mutati i contesti, dopo la nascita del figlio legittimo Isacco. Filone giustifica la servitù stessa al principato augusto perché  Ckrhstos/buono, utile, fruttifero! 

Filone considera il primo allontanamento  solo un momentaneo e e passeggero rifiuto della serva, che seguita poi a convivere  con la coppia Abramo-Sara, rispettivamente simboli dell’uomo dedito all’astronomia  e della donna -virtù, genitori di Isacco la sapienza che si genera da sé  e perfezione morale!

Per lui, la definitiva cacciata, invece, dopo la mutazione di nome di Abramo in sapienza divina (Abrahamo) e di Sara in virtù generica(Sarah) cfr De mutatione nominum ,65 risulta la fine della funzione degli studi che decadono a livello di retorica  sofistica, essendo Ismaele sofistica  e Isacco sapienza.

Hai capito Marco? non sono stato chiaro?

Professore,  capisco in relazione alla mia educazione cristiana! Comunque,  per me, Filone è una fonte per il teologo cristiano che sa rovesciare tutto,  cambiando nome, facendo esegesi,   raggirando  il problema,   non insegnando, e, grazie alla retorica  facendo  risplendere solo l’idea di giustizia aramaica, con la sottesa  superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi,  in un servizio alla maestà di Dio, seguendo giochi numerici – 1, 3, 4, 7 ,10 , e multipli di tre – giostrando  specificamente sul valore dell’ebdomade -in quanto somma di 3 e 4, –  base della proporzione armonica,  in musica,  in grammatica e in astronomia ( sette cerchi, sette pianeti ) come rapporto tra struttura sensibile e struttura fisica umana-  su quello della decade, in una lettura kosmia,  in cui il logos è identificato col libro mosaico della  creazione, in una scelta etica,  che equivale ad un chiudersi  iniziale in sé   ed in un  aprirsi a Dio come esercizio di una vita progressiva virtuosa di creatura, che rinuncia  al sensibile, da una parte, e che tende ad innalzarsi al creatore, dall’altra.

Marco,  sono sorpreso da tante parole! non sei tu!sembra che tu abbia  compreso l’anima farisaica aramaica, che vive tra due estremi! mi appari persona confusa: l’errore è mio che ho messo troppa carne a cuocere e che do per scontato troppe cose su Filone!  Pur chiedendo scusa devo aggiungere  che Tra il bambino in tenera età e l’uomo perfetto  intercorre esattamente  lo stesso rapporto che sussiste  tra i sofista e il sapiente, fra il ciclo preliminare degli studi e le scienze attinenti all’ambito delle  virtù

Professore, io ho detto quel che ho detto e non la seguo bene! mi sono perso  passaggi logici  di un sistema allegorico per me quasi assurdo! comunque, Filone mi sembra  aggiungere alla eredità aramaica contraddittoria – che mette in opposizione bene e male-  anche linee  proprie di una cultura pitagorica!  La vita  per  Dio,  con Dio  e in Dio mi sembra  un raggiro/panourgia   in cui  neos  e presbus sono letti secondo la Sacra  parola  che rivela solo  a chi sa leggere che Dio è inizio e fine.

Marco, tu ben sai che io studio Filone, ma  ho un ‘altra lettura di storia e di natura! Noi stiamo per concludere su un amarthma  di Erode, disobbediente ai  precetti e  alla tradizione  dei farisei in quanto philellnhn  e filoromano, legato alla cultura giudaico-ellenistica asmonea  ed oniade, che vuole  essere tramite tra cultura romano-italica occidentale  e cultura orientale, ma anche tra imperium romano e imperium parthico,  convinta di essere  utile  e buona ad  educare l’ecumene  e verso Oriente e verso Occidente, sicura della sua missione methoria  internazionale anche ai confini del mondo conosciuto in senso commerciale e finanziario. Filone  vuole indicare  una figura unica di  monarca theos che è pastore del gregge, che non può essere bambino, abbagliato ancora dalle forme  –  dal luccichio del sensibile- ma  uomo, la cui prudenza di anziano- degno di onore e di venerazione-lo rende non soggetto alle pulsioni  naturali ma  lo fa perfetto  come razionalità, divino perché maestoso come Zeus olimpico, unico Ra /sole  datore di vita!. l’imperator romano  è simbolo congiunto  per Filone di tradizione ellenistica ed egizia, con sottesa l’eredità  mesopotamica  ed aramaica. Il peccato di Erode,  per noi, diventa emblema di un contrasto ancora vivo tra due estremi tra cultura ellenistica  e cultura aramaica!

L’integralismo aramaico perdurerà anche dopo la morte di Erode, dopo la  crocifissione  del Meshiah, dopo la fine del Tempio  e  terminerà con la distruzione di Gerusalemme cancellata dalla cartina geografica e dalla Storia, rinominata Aelia Capitolina  e con  la Galuth/dispersione definitiva  del popolo giudaico.

Filone è il genio – mai riconosciuto nella sua  effettiva grandezza- che anticipa il Peri upsous il sublime  e il cristianesimo!

Filone, che commenta la Bibbia è lui stesso Bibbia!

Professore, ed Erode peccatore?

Erode  è  un presbus  che cresce con l’errore e lo tesaurizza. Peccato  gli ultimi nove anni!

Senza quella macchia  sarebbe stato  davvero un cittadino, un civis del mondo romano, illuminato cosmopolita, un vir passato  dall’infanzia alla eruditio,  dalla rozzezza adolescenziale alla matura sapienza,  un basileus socius, capace di vivere  per un ventennio come terzo uomo dell’ impero romano!.