Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).