Tutti gli articoli di Angelo Filipponi

Morte di Onorio II

La morte di Onorio II

Perché, professore, vuole parlarmi della morte di Onorio II?

Marco, da tempo,  desidero mostrarti  concretamente  cosa succeda a Roma alla morte di un papa: tu non puoi sapere cosa fanno popolo e famiglie potenti romane  al momento della morte di un papa e cosa fanno i cardinali e  i prelati di curia.

Certo. Io so soltanto  notizie libresche, come i miei amici Andrea e Marcello,  ma non conosco la situazione romana del febbraio 1130: tu conosci invece da epistolari, regesta, e storici dell’epoca  la realtà di quel momento  avendo lavorato sul sistema economico- sociale, politico-religioso, e su quello retorico letterario e  sulla cultura medievale e sui singoli papi.

Marco, desidero che tu sincronicamente, da una parte,  possa vedere  l’episodio e la situazione generale in modo che, capendo  gli antefatti, possa tirare una personale conclusione sull’accaduto  dello scisma  del 1130,  ma possa – seguendo anche, da un’altra  parte,  diacronicamente quanto si è verificato precedentemente –  anche  fare una giusta proiezione storica, seppure a  breve termine.

Perciò, professore, devo tenere  contemporaneamente presente  sia il punto situazionale che gli antecedenti per aver possibilità di decisione critica circa la  valutazione dell’intero fatto in relazione ad un breve periodo successivo, che  risulta quasi naturale conseguenza, in proiezione storica,  di quanto avvenuto!.

Così facendo, professore, si fa, però,  storia  senza attualizzazione e senza proposizione di Historia, magistra vitae, e non  si concede al lettore diletto e nemmeno utile.

A tutti piace invece  leggere, vedere analogie con l’oggi,  trovare rapporti ed interpretare la storia umana come un ripetersi  di fatti ed aver così esempi  da imitare: non diceva Aristotele che tutto è mimesis?

Noi, Marco, stiamo cercando di fare un’altra storia,  ricostruiamo pazientemente  il momento storico, nella sua unicità, come evento storico nel suo autentico valore, senza interpretarlo a fini morali, progressistici,  nazionalistici, anthropici, universalistici, considerando il fatto  come tipico in quella particolare situazione!.

Allora, caro professore…non possiamo non essere perdenti: appariamo solo degli eruditi, antipatici e spocchiosi!

Marco, può sembrare così: l‘ uomo passa  dall’erudizione alla maturità, dall’ esperienza storica reale all’adultismo, in un dato momento, dopo la fase artigiana di operatività concreta:  senza sapere  e coscienza matura  non si ha vera cultura, non si passa all’astrattismo formale ! Cfr.Anthropos .

Possiamo risultare  antipatici , certamente, perché, facendo ricerca, diamo novità e tiriamo serie conclusioni, impegnative per chi è concreto e dilettante, che, di norma, è arrogante nella sua perizia tecnica e non umile ad apprendere. Forse qualcuno potrà anche chiamarci fanatici, perché siamo convinti di operare  entusiasticamente secondo precisi processi, conoscendo bene  le proprie competenze e i  propri limiti umani. Cfr. Enthousiasmos.

L’equivoco è nella coscienza del ricercatore di non avere certezze mentre chi  fa il bene della Chiesa ha il dogma da difendere  ed idealisticamente procede, coinvolgendo gli altri, razionali – non popolari – con la retorica spettacolare: col tempo, il lavoro del primo scompare essendo infruttifero per la ecclesia comunitaria, quello del secondo  rimane come esempio di virtus  santificata  e trova sempre un altro, che imitando, porta avanti e rende vittorioso quel pensiero che poi  si stabilizza e si storicizza e diventa  pietra angolare di una nuova costruzione

Ognuno deve seguire la propria strada e  noi la nostra di oppositori impotenti di fronte alle macrostrutture sistemiche, già codificate: si risulta  così suicidi nel trionfo della santità cattolica! I patarini e i catari sono  esemplari martiri!

Ora, seguimi, se ne hai  ancora voglia, e tieni presente che nel giro di  poco più di un trentennio, ci sono cinque antipapi (Clemente III, Teodorico,  Alberto, Silvestro II e  Burdino/Gregorio VIII), nominati, di norma, dagli imperatori di Franconia, Enrico IV e d Enrico V) .

Nei primi giorni di Febbraio, comunque,  Onorio II  sente che la morte è prossima e si allontana dal palazzo del Laterano e si fa portare sul Celio nel Monastero di S. Gregorio In Clivo Scauri. Probabilmente teme che i cardinali, pressati e  dai Frangipane imperiali, e dai Pierleoni, antimperiali,  facciano  quanto  fecero alla sua elezione.

E che fecero, professore?

Morto Callisto II, il 16 dicembre del 1124 vescovi e cardinali, appena entrati  nella cappella di San  Pancrazio  al Laterano, pur essendoci una incertezza tra l’elezione  di Lamberto,  cardinal vescovo di Ostia  e Sasso di Anagni  cardinale di S. Stefano, dei conti di Anagni, fortemente voluto dal popolo, eleggono invece  Theobaldo Buccapecus  col nome di Celestino II.

Le fonti non sono chiare, ma si sa che mentre si intonava il Te deum, Roberto Frangipane  fecit converti in luctum cytharam acclamando Lamberto, che assume il nome di Onorio II.

La vita di Onorio, scritta da Pandolfo e poi  quella stessa ridotta da Bosone,  rivista  dai vincitori, non sembrano veritiere ma risultano  di parte in quanto è  esaltata la nobiltà di Onorio II Scannabecchi, uomo intelligente e buon canonista, ma di  bassi natali, che, dopo sette giorni, decide di dimettersi e di far dimettere l’avversario,  al fine dell’unità della chiesa e propone una nuova elezione che, risultando  unanime,  gli fa conservare lo stesso nome  assunto precedentemente .

Mah!, professore, perché Onorio, che conosce  la situazione romana  e questo precedente, fa questa scelta?

E’ incerta la cosa:  all’ epoca  i cardinali e i laici – i capi delle due famiglie dominanti  Leone Frangipane  e Pietro di Leone-  si erano accordati sulla necessità di non trattare della nuova elezione  se non dopo che erano passati tre giorni dalla morte del defunto papa, canonici, anche se  propendevano a venire incontro alle richieste  popolari di eleggere un  pontefice tra i firmatari di Worms (Lamberto di Ostia, Sasso di Anagni e   Gregorio di S. Angelo ).

Worms è anche dal popolo sentito come atto di immenso rilievo come una svolta, dopo quella gregoriana, come  il  migliore risultato della politica callistina, borgognona?

Il trattato di Worms  del 1122 è  atto successivo, però, alla politica fatta dal cardinale Pierleoni come legatus in Inghilterra, Irlanda , Scozia ed Orcadi,  inviato da Callisto II, per un  regolare il rapporto  tra Enrico I   e la  Chiesa.

Il cardinale Pierleoni,  filius Petri,  praeclarissimi ac potentissmi  principis romanorum,  è onorato dal re e dal popolo e dall’alto clero, intenzionati  alla formazione di una chiesa  nazionale collegato al privilegium  gregoriano del legatus perpetuus arcivescovo di Canterbury, indipendente da Roma, nonostante il tributo e il formale omaggio  all’auctoritas papale.

Un onore alla sua persona  viene fatto al Pierleoni,  cardinale di S. Callisto, che con molti doni  si congeda facendo da intermediario  nella disputa tra  l’arcivescovo di York  e quello di Canterbury , dopo aver concesso privilegi all’abbazia di Westminster.

I cardinali callistini, invece, favoriti  dall’alto clero germanico e dall’aristocrazia sveva, riescono ad imporre ad Enrico  V – debilitato dallo scontro con suo padre Enrico IV e con papa Pasquale II -perfino costretto  dapprima a  ritrattare  e a  recedere dalle clausole gregoriane e poi ad autocondannarsi – e dal lungo  patteggiare con Gelasio II – il  concordato di Worms, che risulta un compromesso circa le investiture, – facilmente sfruttabile  dall’imperatore che  come patronus et advocatus   deve  dare  assistenza  alla Chiesa in caso di bisogno-.

In effetti tutti vogliono la pace  tra Impero e Chiesa  e gli abati esprimono in forma biblica la loro volontà:  Dio vuole la pace e le due spade  devono collaborare, anche se in ambiti propri , mentre Bernardo aggiunge: non va diviso quanto Dio ha congiunto, essendo  Chrìstus  sommo re e sommo sacerdote, persona  divina, in cui sono uniti Regnum et sacerdotium!

Secondo me, Marco,  così si ragiona  solo dopo la morte di Callisto II, ma dopo la fine di Enrico V e l’elezione ad imperatore di Lotario III, tutto sembra cambiare: il nuovo imperatore deve ristabilire se non il primato imperiale almeno fare un’equa ripartizione delle due sfere ,  dividere le competenze tra quella religiosa e quella   temporale, come se  ci fossero due soli con due orbite proprie,  relative ai singoli compiti assegnati da Dio, in un superamento degli stessi canoni dettati da Gregorio VII.

La chiesa deve fare il bene dell’anima,  l’impero quello del corpo!

Sono formule  che sottendono:

il compito del sacerdote  che, da una parte, guida il fedele nella fede con precetti  dando i sacramenti  per portarlo al premio del paradiso   dopo la penitenza terrena regolata da un‘oiconomia divina;

Il compito,  da un’altra, dell’imperatore, che  assicura la pax romana tra i popoli e  la iustitia tra gli uomini  favorendo così il benessere terreno.

Questo clima  perfetto  non si verifica mai, né  prima, né dopo Worms!

Ora, però, Marco,  nel febbraio del 1130 il papa morente è consapevole che la nuova elezione papale, sei anni dopo la sua elezione, sia  rischiosa per l’unità della Chiesa  e  decide di tirarsi fuori dal Laterano e di dare rilievo solo ai  cardinali della sua pars , dominati dal Cancelarius Aimericus che, considerando  il momento molto  critico e vedendo la  comunità cristiana  in  grave pericolo,  nomina una commissione di otto cardinali  con il mandato di svolgere le operazioni preliminari  per l’ elezione papale, tenendo gli altri prelati e il popolo opportunamente lontani, così da metterli davanti al fatto compiuto, senza badare alla canonicità  temporale, dei tre giorni.

Il papa ha coscienza che l’imperium è dominio diabolico, espressione dell’ ambizione umana e terrena,  pur avendo già conosciuto la pietas di Lotario III,    mentre  il sacerdotium è un ministerium  fidei, un servizio per il bene comunitario  e perciò opta per l’indipendenza reciproca  dei due poteri, nella volontà borgognona di far prevalere la propria pars.

Comunque, Marco, Onorio II, come il suo successore legittimo Gregorio Papareschi, come Amerycus, come Bernardo e come Pietro il Venerabile e tanti altri altri sono predicatori,  politici che  parlano dai monasteri ed aspirano alla vita contemplativa, disconnessi dalla vita pratica, e risultano asceti politici inutili ed incoerenti nella theoria dell ‘inframettenza dell’impero  nelle elezioni episcopali e papali,  contraddittori tanto da chiamare l’imperatore stesso a Roma per  la soluzione dello Scisma, in un rimescolamento di potestas e di auctoritas !

I giovani cardinali, pur formatisi alla scuola di Callisto II, hanno le stesse contraddizioni di Paquale II, anche se si considerano pars melior et sanior Ecclesiae,  e seppure riformisti  risultano filoimperiali ed antipapali,antiromani  ed antigregoriani  per l’odio contro la pars  cardinalizia pierlenesca, dominante nella città di Roma, dove ci sono fermenti popolari in senso comunale.

La volontà di  dominio  di Innocenzo II, favorita dai borgognoni della curia   e dai Frangipane,  porta allo  Scisma e alla chiamata dell’imperatore , cosa inaudita per firmatari del Concordato di Worms e per un papa come Onorio  II, che autorizza  una tale elezione, avendo predicato il contrario durante il suo papato.

Lo stesso trasferimento  a fine vita  ha il significato di atto concordato  ai fini elettivi! La notizia del trasferimento di Onorio  è di Pandolfo  e sembra sicura   (Vita Onorii, ad monasterium Clivi Scauri delatus est) .

Sembra che Onorio voglia morire in pace in un monastero anicio, venerato e rispettato sia dal popolo che dalle  potenti famiglie romane che si dicevano tutte discendenti  dagli Anici come il Pontefice Gregorio I e  Benedetto da Norcia e Severino Boezio- come anche  i Frangipane, i Corsi e i Pierleoni .- (Cfr. Domus Anicia)!.

Il pontefice, Lamberto Scannabecchi , è Francese di formazione, borgognone, quindi, pur essendo di Fiagnano (Imola),  chiamato scaurus,– dai piedi distorti-e  porcino per i costumi, e non ha buon nome per la sua politica  favorevole a Cencio Frangipane a scapito dei Pierleoni  famiglia di origine ebraica potente per aver già dato al papato uomini come Gregorio VI e Gregorio VII – Ildebrando  di Soana , figlio di una   figlia del capostipite pierleonesco – amata dal popolo.

Professore, cosa significa  esattamente borgognone e francese di formazione? Credo si aver capito, ma non sono sicuro.

Caro Marco, significa che la cultura  dell’undicesimo e dodicesimo secolo è dominata  dai monaci dei monasteri di Borgogna ( Citeaux, Clairvaux, Cluny).

Aloys  Dempf  (Sacrum imperium,  Principato  1900,- a pag 112) dice con un pò di esagerazione: gli abati cluniacensi determinarono in buona parte  la politica mondiale del XII secolo...

Secondo  Palumbo (op cit)  la funzione della Borgogna non era stata solo quella di  produrre singole tempre  di pensatori e  di missionari della riforma, ma anche di costituire, nel rigoglio della  vita monastica,uno dei più grandi centri di studio e di meditazione, uno dei punti di partenza dell’espansione della fede.

Vuole dire, professore, che Cluny e gli altri monasteri sono  espressione reale dell lotta per le investiture, anello di congiunzione  tra papato ed impero, quasi un naturale fattore di concordia, anche se talora  in opposizione con Montecassino  e con Farfa, costretti a barcamenarsi anche col normanno  Ruggero  I e II e con le politiche antimperiali  dei  comuni dell’Italia settentrionale, rigidamente impostate secondo rigore teologico contro le eresie patarine?. Certo.

Onorio ancora di più è detestato per le questioni  con Farfa  e per la politica antinormanna  contro  Ruggero, duca di Sicilia.

I nobili e il popolo, inoltre, criticano la sua intromissione negli affari del Monastero di Montecassino  a favore di quello di Cluny, per cui la scomparsa dell’abate cluniacense Ponzio, esule a Roma è imputata al papa ,che deve dare credito al nuovo  abate Pietro il Venerabile,  sostenuto dal cardinale cancelarius Aimericus attivo nella curia romana .

La morte di Ponzio è una macchia nella  carriera e nella vita di Pietro il Venerabile uomo di prestigio  durante l’elezione di Callisto II –  Guido di Vienne,  nobile  borgognone – a Cluny, all’epoca, sede papale dopo l’esilio e la morte di Gelasio II successore di Pasquale II, un papa controverso, ma fiero oppositore di Enrico IV.

Da quanto dice, professore, comprendo  che la situazione è sempre critica in ogni elezione  papale  e che  la morte di Onorio per lei è molto significativa ai fini dello Scisma. Avverto, comunque, i suoi sforzi per far capire qualcosa ad un suo discepolo  e penso a quante  notizie conosca e alla selezione che deve fare,  ai tanti storici non citati, per non appesantire ulteriormente la comunicazione già dotta, impopolare. Allora mi chiedo, ognuno, anche lei,  fattasi un’idea, deve fare scelte  seppure secondo serietà professionale e coerenza. E, perciò, mi domando: serve un lavoro così mostruoso  per conoscere una verità così fluttuante, a volte diversa perfino da quella della tradizione vincente?

Certo, Marco, io ci provo a dire  le mie risultanze, a voi farne poi l’uso che vi sembra giusto: ho accettato da anni di essere un nessuno, che usa la ragione  e sfrutta le sue competenze per capire il fatto e sulla base storica dare un orientamento a discepoli, salvaguardandoli dal mito: non ho avuto né guadagno né successo, ma solo  lavoro e denigrazione.

Sono, credo, un divergente creativo!  Stupidissimo in tutto! Pina ,mia moglie, e i miei amici hanno, in questo, ragione!. Per la morte di Onorio II, comunque,  indicativo è il comportamento del popolo,che già da tempo con le famiglie potenti cerca occasione di  costituire  un comune a Roma. Infatti, appena  muore un papa, a Roma il popolo si dà al saccheggio  ed ad atti di violenza,, come dimostrazione della ricerca  del proprio utile, del disinteresse religioso, della sua  mancanza di fides  e pietas christiana e della massima irresponsabile ignoranza.

E’ famosa la morte d di Leone IX nel 1054.

E’il papa che scomunica Cerulario, che, a sua volta, lo scomunica,  determinando lo scisma d’Oriente ?  Si, Marco, proprio lui.

Dunque, Leone  si fa  portare sulla tomba di Pietro, è ancora vivo, ed irrompe  una folla che, credendo il papa morto, inizia il saccheggio senza aver  commozione o pietà per lo spettacolo funebre! Il pontefice  si alza ed invita a frenarsi e ad attendere  la sua morte!

Bella scena, professore!.

Marco non è niente rispetto a  quanto accade ad Onorio II tra il 7 e l’8  Febbraio, al momento in cui Aimerycus e gli altri cardinali si allontanano da lui!. Il popolo  si riversa sulle strade e i notatili si riuniscono per conto proprio e la stessa cosa in sede separata fanno i cardinali,  già divisi in partes, protetti  gli uni dai Frangipane e gli altri dai Pierleoni.

Così scrive  Fausto Palumbo (op cit., p.178) il popolo  era in attesa.. in uno di quei momenti  di commozione collettiva e frenetica  da cui era colto quando risentiva, per la mancanza della sede, la forza storica della gens romana , alla cui influenza erano da non molto state sottratte le elezioni  dei pontefici, cui aveva solo, ma non voleva persuadersene, il diritto di acclamare. Al grido esasperante,continuo Papa obiit, papa obiit  la sicurezza e la quiete erano come per incanto svanite dalla città, allorché una nuova  voce cominciò a  circolare , facendo tacere l’altra.Papa vivit , papa vivit.

In quei sei giorni, popolo cardinali e  nobili operano freneticamente  per la nuova elezione. Solo nella notte tra il 13 e 14  muore il papa,  che viene sepolto con molta fretta  nello stesso monastero  e poi viene traslato il giorno dopo  nel palazzo Laterano mentre il nuovo papa  Innocenzo II subentra, eletto contro ogni tradizione elettiva, pontificia !

Non è un  spettacolo bello a vedersi, Marco!

Contemporaneamente c’è  un nuovo papa  mentre passa per le vie con una sola  camicia  il vecchio papa  condotto alla tomba  senza onore e viene  posto solo sul finire di febbraio  accanto a  Callisto II suo predecessore, vicino a Pasquale II.

 

Giacomo ucciso di spada

 

In memoria di mio cugino, Giuseppe Tondi, un italo-venezuelano

 

Marco,  noi non abbiamo lettori, che si accostano  alle parole  con desiderio di apprendere, con animo disposto a capire  l’altro e ad orientarsi  per un rinnovamento:  sono persone che si industriano per entrare nel sito per avere paradigmi già pronti per l’uso,  e risultano copiatori abili a prendere notizie rare, sconosciute per poi pavoneggiarsi, scrivendo  in riviste per dilettanti, o sproloquiare in forum,senza neanche citare.

Si tratta di falsi studiosi, di ricercatori…. di inezie,  di strani soggetti, che hanno bisogno di un qualcosa per iniziare a scrivere, di un pettegolezzo  qualsiasi, di un aneddoto, di una citazione,  per costruire i loro romanzi: senza quel piccante incipit non  ci sarebbe…  storia!.

Perciò non ho pubblicato Di un ordine  femminile soppresso nel 1572 : ci sono, di fatto, molti elementi paradossali che attirano la curiositas di tali  studiosi!

Così va il mondo, caro Marco!

Chi lavora, appena  mangia!  Chi cerca ispirazione e spunti  dagli altri, e sa trovarli, cliccando da una parte ad un’altra,  scrive e, scrivendo bene, pubblica e fa soldi, ricamando sui particolari di vicende storiche, frutto di anni di ricerca, di traduzioni e di letture, di codici decifrati  con la lente di ingrandimento, faticosamente trascritti!.

Io, seppure con tristezza,  da tredici anniconcedo,  di fatto, ai dilettanti di servirsi  dei miei lavori- un panino imbottito lasciato in pasto  di chi  è bravo ad appropriarsene – e… non ho mai ricevuto  neanche una gratificazione.

Perfino i libri ebook sono venduti  da altri, senza autorizzazione:  a chi va il  meritato guadagno !?

Neanche so come facciano a scaricarli!…A  me non arriva niente!.

D’altra parte non ho mai chiesto niente a nessuno!

Eppure, nonostante tutto, seguito stupidamente  a lavorare  (senza mai guadagnare niente)…per gli altri!

 

Capisco. Capisco, Professore, Cosa vuole comunicare, ora, a noi  suoi ex alunni, fidati amici?!

Il muthos di Santiago di Compostella.

La tradizione cristiana ha parlato di una morte per spada di Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo.

E’ una notizia di  Atti degli Apostoli 12.1-2: nel frattempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Cosi fece morire a fil di spada Giacomo, il fratello di Giovanni.

Cosa significa, professore, morire per spada o  far morire a fil di spada in epoca giulio-claudia?

Significa, Marco, che Giacomo maior è ucciso mediante decapitazione, da uomini, comandati da Giulio Erode Agrippa I, re di Iudaea dal 41 al 44 d.C., come  reo di un delitto capitale.

Si tratta di Giacomo, fratello di Giovanni,  dei due discepoli di Christos definiti Boanerges,  che sono per i cristiani come i  Dioscuri,  Dios kouroi figli di Zeus?

Certo! Marco.

Si parla  di uno dei due figli di Zebedeo e Salome: del primo ho parlato varie volte  come ricco armatore del Lago Tiberiade  mentre della seconda non ho mai fatto discorso sulla sua identità,  nemmeno nel romanzo L’eterno e il Regno.

Ed Erode Agrippa è l’agoranomos, fratello di Erodiade  poi diventato  therapeuoon di Caligola ed infine re/basileus toon Iudaioon, dopo la Morte del Christos?.

Bravo, Marco!

Si tratta di Giulio Erode Agrippa  che è un civis romanus,  di rango pretorio, e che,  come  ebreo  conosce la lex romana e quella giudaica  in relazione  ai tanti  decreti fatti da Roma repubblicana, prima socia/ summachh,  poi nemica degli asmonei  ed infine da Cesare e da Antonio   in favore di Hircano, ma  estensivi , secondo  Giuseppe Flavio, a tutti i giudei  aramaici ed ellenistici.

Secondo tali decreti un civis non può  essere ucciso come un libertus o  come un popularis  e tanto meno come uno schiavo ed ogni magistrato  provincialis deve attenersi alle leggi  che tutelano il diritto di una mors dignitosa, propria del romano,  anche a chi è reo.

Ora a Gerusalemme vigono le stessi leggi  alessandrine, tutelate da uno speciale politeuma, di cui noi storici non sempre abbiamo tenuto conto nei nostri lavori: è certo, però, che la civitas/ politeia  romana alessandrina è simile a quella gerosolomitana, perché Giulia/Iulia.

Professore, ho capito bene?

Lei vuole dire che Cesare, facendo  Iulioi  Antipatro, il padre di Filone,  ed Hircano   sottende che tutta indistintamente l’élite finanziaria  economica, politica, ebraica gerosolomitana e diasporica  diventa Iulia e quindi ha la civitas?.

E’ così ! Marco. Cesare ricompensando Antipatro, ricompensa  per l’aiuto avuto sia   l’Asmoneo Hircano, sia i Figli di Onia, che gli alessandrini del distretto oniade, pelusiaci, che favoriscono l’impresa di Mitridate  Pergameno, che porta auxilia a lui,  Dictator, assediato a Lochias, nella reggia Tolemaica.  Tutti i giudei ellenisti compattamente salvano Giulio Cesare che, incautamente, dopo la morte di Pompeo, è entrato in Egitto con poche forze militari.

Dunque, professore,  si può affermare che un naucleros, alessandrino o caesariensis,  gerosolomitanus o  cireneus o  anche corintius, ephesinus,  è un Iulios?.

Marco,  ti allarghi troppo,! Sto parlando solo di un civis  alexandrinus o gerosolomitanus  e  non ho carte per dire che anche gli altri- i giudei aramaici e  nabatei- siano di pari dignità. So solo che Giacomo per parte della madre Salome potrebbe essere un erodiano!

Il solo nome della madre – una familiaris di Berenice, madre di  Giulio Erode Agrippa –  con la civitas, probabilmente iulia, con la professione di armatore, congiunta con il titolo di boanerghes  figli del tuono, è poca cosa per trovare una probabile  radice erodiana tra le tante Salome della stirpe di Antipatro, note ed ignote!.

E’ un problema di parentela e di affinità giudaica: è troppo difficile capire i legami di sangue  tra  Erodiani ed oniadi  e tutta la rete dei figli di Onia, sparsi per il Mediterraneo, per il Mar Nero, per il Mar Rosso ed altrove.

Le navi  mercantili e  le flotte giudaiche  solcano i mari dell’imperium romano con speciali privilegi,  in quanto i giudei, in epoca giulio-claudia sono la spina dorsale della economia  imperiale.

I giudei risultano il genos dominante e sono i trapezitai e daneistai invidiati  ed odiati dall’etnia greca e anche dai   mensarii, argentarii, nummularii  romano-italici e ispano- gallici.

Comunque, Iakobos, figlio di Zebedeo  martire ebraico (forse aramaico), sembra essere  un naucleros, un armatore, un possessore di navi, che ha barche non solo sul lago  di Tiberiade, in quanto produttore di pesce essiccato e conservato con sale, ma anche  a Giaffa  per la pesca mediterranea con triremi  mercantili, che riforniscono  emporeia e fa commercio con le banche trapezai, servendosi di depositi bancari.

Si sa dalla tradizione ispanica medievale  che Giacomo, dopo la morte di Gesù nella Pasqua del 36, predica in Spagna e poi torna  a Gerusalemme nel 40, quando ancora Erode Agrippa non è  re di Iudaea, ma è  già Tetrarca di Galilea e di Perea e dal 37  dominava sulla ex tetrarchia di Filippo.

Erode Agrippa è  a Roma nel 40  a corte presso Caligola (cfr. A.Filipponi, Caligola il sublime) che sta  imponendo l‘ektheosis  ed ordina di mettere la sua statua entro il Tempio di Gerusalemme a Petronio,  governatore di Siria, che tergiversa, preoccupato dei rapporti tra gli aramaici  giudaici e quelli di Parthia oltre Eufrate  (Cfr.  Flavio, Antichità Giud. XIX.)

Qual è l’atteggiamento di Giacomo di Zebedeo in questa delicata situazione  da noi ben descritta in Caligola il sublime  e in Giudaismo romano  II ?

Fa parte dei capi, insieme a Giacomo fratello di Gesù capo della ecclesia/ qahal, che  organizzano la processione  pacifica  fino a Tolemaide  di giudei che  abbandonano i campi ed ogni affare  e che  si  offrono martiri, abbassando il collo, purché  si risparmi l’infamia della profanazione templare?

Personalmente non ho trovato mai niente sul suo conto in questa circostanza del 40 d.C, ma il suo ritorno in patria  per me è eloquente, se è vera la notizia del codex Calixtinus: per lui, figlio di  Zebedeo,  la lotta è il suo  naturale esercizio: un figlio del tuono, aramaico, vive di sedizioni; nonostante la ricchezza conseguita col commercio  grazie alla pace, garantita dall’unicità di comando imperiale  e dalla supremazia militare romana, un figlio della luce ha un solo Dio e padrone.

Nonostante l’apparenza commerciale, condannabile per un puro  aramaico,  Giacomo resta un ribelle antiromano; è un  qanah, ladrone /lhisths, secondo il linguaggio di Giuseppe Flavio!

Comunque sia,  Giacomo  se civis , se naucleros, se  aramaico , non può non essere  un sicario ante litteram, che è in mezzo ai giudei martures , che  preferiscono morire piuttosto che vedere la profanazione del Tempio!

La tradizione christiana in Atti degli Apostoli  in un certo senso è una conferma in quanto dice che Giacomo, a seguito della predicazione di Pietro  sulla costa  in nome  di Gesù,  è condannato a morte da Erode Agrippa, che autorizza l’esecuzione il 25 luglio del 41, secondo il Liber sancti Jacobi, compreso nel Codex Calixtinus, che ricorda una sua missione precedente in Spagna in una zona imprecisata, dove c’è un’apoikia ebraica  con emporion e trapeza e  di un suo ritorno in patria.

Il crimen  potrebbe essere – in una situazione così critica come quella  della profanazione del Tempio (Cfr. Legatio ad Gaium  in cui si evidenzia uno status  di costernazione di Filone, capo delegazione alessandrina in Italia  e di altri  giudei, che si rinchiudono in una stanza, dopo un lungo periodo di sbalordimento collettivo alla notizia del decreto imperiale,  per piangere sulla fine della nazione stessa! ), altamente traumatica per ogni ebreo – aver preso e nascosto le armi  da usare, in caso di  stragi perpetrate dai romani sui giudei inermi.

Il ricordare il Christos crocifisso dopo quattro anni,  è ulteriore crimen che lede l‘auctoritas  imperiale di Caligola-Dio, anche  poi quella di Claudio, che ripristina il kosmos imperiale,  turbato dall‘insania caligoliana, con la Lettera agli alessandrini….

Infatti  contrapporre un maran di nomina  aramaica, seguace  dei decreti di Artabano III,  ad un basileus legittimamente eletto dall’imperatore, pronto a tornare in Gerusalemme già pacificata e a legiferare secondo i mandata di Claudio,  è sobillare il popolo alla rivolta.

Al ritorno  di  Giulio Erode Agrippa  a Gerusalemme per la Pasqua del 41, con l’assenso imperiale e senatorio,  vengono , dunque, imprigionati e Giacomo e Pietro: il primo  dopo un processo  rapido viene  fatto decapitare, data la sua  potenza di naucleros e  la sua probabile civitas romana; il secondo, invece, viene tenuto in carcere sotto nutrita scorta per poi  farlo giudicare dal popolo, non dal sinedrio, dopo la fine  dei sette giorni di Pesach, della Festa degli Azzimi che cade il 14 Nisan (Marzo /aprile).

Apparentemente sembra che ci sia  una contraddizione nei tempi della morte in quanto nel Codex Calixtinus si parla del 25  luglio mentre negli Atti sembra che l’esecuzione avvenga prima di Pasqua. Agrippa può avere condannato subito ma ha dovuto aver la ratifica da  parte dell’imperatore e del Senato  poiché si tratta di uccidere un civis romanus. 

Quindi, professore, posso dire che,  secondo lei, Giacomo è ucciso  di spada perché nobile  giudeo in conformità  alla legge  romana  e  a quella del politeuma giudaico alessandrino in quanto  probabile dissidente dal regime filoromano  di Erode Agrippa, in quanto  già reo di azioni militari antiromane  contro la volontà imperiale di porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme.

Prima di procedere, professore,  chiedo se mi può dare qualche indicazione per capire il reale valore del codex Calixtinus e del liber Sancti Iakobi,  che sono sicuramente di altra epoca  e quindi non attendibili storicamente.

Prima di rispondere, Marco, dico che neanche la mia ricostruzione può dirsi storica anche se ho qualche base in Filone ( cfr. In Faccum, Una strage  di giudei in epoca caligoliana), in Strabone e nella Lettera di Aristea,  e quindi non  posso fare nemmeno un’affermazione probabilistica su  Giacomo  civis romano e tanto meno  su un Giacomo  Qanah/Zeloths  aramaico, ritenuto Lhisths: potrei, comunque, dimostrare con qualche imprecisione la sua appartenenza alla  nauklhria-naukraria in quanto nauklhros /naucraros.

Gli alessandrini giudei e quindi anche i  giudei galilaici,  ellenisti, riprendevano gli usi ateniesi del periodo di Clistene  (Cfr. Aristotele, La costituzione ateniese, Mondadori 1996) li adattavano in relazione alla popolazione dieci volte superiore a quella della città attica  e, perciò,  i naukraroi dovevano far parte  in relazione alla phulh di appartenenza  (50 in Atene, 500 in Alessandria(?) e dare, ciascuna, soldati a cavallo e triremi.

Infatti, secondo Filone, prima del compleanno di Caligola -31 agosto del 38, due anni dopo la morte di Christos, – Flacco ordinò  ai soldati- facendo  in Alessandria un’operazione militare in senso antipopolare – la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non furono trovate, ma che erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio ebraico  era stato istituito da Magio Massimo (Flac.,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto, che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.

 Magio, infatti, dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.C. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12  d.C. e,  perciò, Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
 Ho qualche conferma anche dalla Lettera di Aristea (oggi riconosciuta dai critici come opera del II secolo  av.C. ) e   da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 1179-  in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca-  per cui potrei dire  che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spataphoroi) in quanto cittadini liberi.
Filone, infine, aggiunge: era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta, non punire alcun condannato, ma dedicarsi solo alla festa, mentre  Flacco,  oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco. Infatti  dall’ alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’amnistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa, facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori, che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.

Dunque, i portatori di  spatha (spathh)  erano uomini del prefetto con incarichi di  portare la spada a due tagli,  una sciabola forse cosi chiamata dalla spata della palma: è probabile che il re di Iuadea  abbia  spataphoroi  al suo seguito, come i consules hanno i littori, portatori di fasci.

Perciò, si può pensare che Giacomo sia  stato giustiziato, a Gerusalemme,  da portatori di Spata, dopo la ratifica senatoria,(non all’istante).

 Fatta questa precisazione, Marco, vengo a trattare del Liber Calixtinus, un testo composto dopo il 1131 da un certo Aimericus di Picaud, il cardinale Aimericus,  cancellarius di  Innocenzo II, notissimo nello scisma del 1130-38, per la sua azione  ostile alla famiglia dei  Pierleoni,  di origine ebraica, imparentata con Gregorio VII, vincitori a Roma sugli avversari  imperiali Frangipane, elettori legittimi con la maggior parte di cardinali  coram populo et notabilibus  di Pietro di  PietroLeone, cardinale presbitero col nome di Anacleto II.

Aggiungo che il presunto  redattore del codex Calixtinus  è  cardinale elettore anche di Callisto II in Francia, a Cluny  ed è accanto ai firmatari Cardinal Sasso  di Anagni e cardinale Gregorio di Sant’Angelo Papareschi  nel 1122 del trattato di Worms con l’imperatore Enrico V.

E’ uomo, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo, un  curialis, scaltrito nelle artes sermocinandi e nel cursus, vissuto anche accanto a Giovanni di Gaeta – cancelliere di Pasquale II e prima ancora di Urbano II, che aveva diffuso gli insegnamenti dello Stilus romanae curiae di Alberico  di  Montecassino  Cfr. A, De SANTI, il  Cursus nella storia letteraria e nella liturgia,  Roma,1903; N. VALOIS,   ‘Etude sur le rytme des Bulles pontificalies in Bibl. de l’Ecole de Chartres, 185,p 165 e sgg)!

Il bollario di Innocenzo II, opera del Cardinale cancellarius ,   è  conservato quasi al completo, mentre quello di  Anacleto II, opera di Sasso di Anagni  fino al 1132  poi di altri meno capaci, è mutilo e monco nelle  parti essenziali, in quanto è cassata la figura di un antipapa, dopo la sua morte nel 1138, da Innocenzo II, che è considerato  storicamente vero successore di Onorio II.

Aimericus  nel 1130, al momento dello scisma,  è uomo centrale nell’ elezione di Innocenzo II, di cui diventa segretario, già nei tre mesi romani, prima della fuga a Pisa.

Insomma, secondo Pier Fausto Palumbo ( Lo scisma del MCXXX, Roma 1942)   il cardinale Aimericus è  l’anima  dell’ opposizione… il dirigente dell’elezione di Innocenzo II, il nemico dell curia anacletiana: Francese, e poi gran protettore  di chierici francesi, chiamato  dal francese Callisto II a sostituire il cancelliere  pisano, morto,  Grisogono, è contemporaneamente eletto a titolare di S. Maria Nova.

Per il Palumbo la nomina  doveva avere recato un cambiamento di indirizzo o piuttosto doveva essere stato indice  di un mutamento, patrocinato   dal circolo francese  sempre più congiunto col papa di Worms  e sempre più capace di sostituirsi  alla influenza romana della vecchia curia di Gelasio e di Pasquale.

ll Palumbo aggiunge:  Aimericus è anche amico di Bernardo di Clairvaux , di Pietro il venerabile e di tanti altri abati, di cui fa la fortuna nel periodo in cui domina per quasi otto  anni la curia papale,  prima a Roma, poi dopo la fuga di Innocenzo a Pisa, ed infine  a Cluny : è il rappresentante della nuova curialità francese ambiziosa e non priva di realismo politico, duttile ed insinuante,  ma alimentata dalla mistica bernardina  e dall’ostilità cistercense ed anche cluniacense e borgognona, all’ambiente romano, giudicato corrotto e corruttore ,anche se poi era quello che  aveva superato  con energia e saggezza  la lotta contro l’impero ed avviato alla vittoria la teocrazia gregoriana…. Aimerico svolge la sua attività in antitesi  a Roma  con gli ultimi compagni  di Ildebrando, coi  gregoriani della seconda generazione…

Anacleto, insomma,  esprime la politica antimperiale  gregoriana dei  Cardinali seniores, romani; Innocenzo  con Aimericus  e i  cardinali francesi  con  l’appoggio di Bernardo, di Pietro  il  Venerabile, con Norberto di Magdeburgo  forma il fronte riformista  ...

Questa, comunque, Marco è un’altra storia che forse ti racconterò…

Ora veniamo al testo del Liber Sancti Jakobi, che è  un corpus dottrinario  ideologico e liturgico, utile ai fini  della  formazione del Muthos di  Santiago,  – di cui si narra l’obitus, con  la translatio corporis  e con compositio/sepoltura   in Compostella e l’inventio /il ritrovamento della tomba  nell’ 830,  grazie all’accordo tra  Theodomiro, vescovo di Iria Flavia   e un monaco che seguono una stella  fino alla pianura/kamph  dove è sepolto il Santo ( Campus Stellae/Campostella).

Marco, in latino il verbo componere  tra i molti significati  vale seppellire o  fare il dovere funebre verso un  parente: infatti  è azione di  chi  prepara e custodisce e quindi compone in un’urna,  raccogliendo le ceneri e le ossa , oppure di chi seppellisce e  dà sepoltura  ad un cadavere. Ricorda Orazio, Satire, I,9, 28:  Omnis composui, Felices! nunc ego resto/  li ho sotterrati tutti. Felici! ora resto io.

Professore, comprendo che questa è una tradizione ispanica, che parla di uno, morto a Gerusalemme- dopo un ritorno dalla Spagna-  il 25 luglio del 41 d. C. e di una translatio corporea  ad opera di discepoli  il 30 dicembre che,  dopo 7 giorni dalla partenza da Giaffa,  arrivano con una nave  in Galizia  ad Iria  Flavia.

Marco, è una notizia  mitica, che è nel  III libro del Codex Calistinus, che è  un testo in cinque libri,  formato da 225 foglietti  di pergamena, degno di grande considerazione!.

Il Codex Calixtinus è detto  così dal nome di  Papa Callisto II – Guido da Vienne-  eletto a Cluny e morto a Roma nel 1124 e contiene  nel I libro  riti liturgici  e forme  di spiritualità,  nel II i 22 miracoli  del santo,  avvenuti in varie parti di Europa   e nel  III una breve translatio; il IV, invece , è il libro di Turpino,  mentre il quinto è il Liber peregrinationis.

Dunque, professore,  è un libro di vari contenuti, che propaganda non  solo le gesta eroiche e paradossali del santo, creando il mito di  Matamoros, di un matador di arabi con l’esaltazione dell’ impresa  carolingia di Roncisvalle, ma anche, oltre alla crociata,   che invita ad un affratellamento cristiano delle popolazioni pirenaiche secondo l’indirizzo callistino, borgognone?.

Il codex ha, infatti, caro Marco, un grande valore nazionalistico francese, oltre che ispanico, in quanto esalta non solo il valore carolingio ma anche quello della nobiltà di Aquitania, di Galizia  di Borgogna,  il riformismo degli ordini di monaci  cistercensi e  cluniacensi,  il significato della spiritualità mistica di Bernardo:  la narrazione di Historia Caroli Magni et Rhotolandi  è  opera di Turpin vescovo di Reims, il leggendario Turpino,  che  mostra come Santiago appaia in sogno a Carlo  e lo inviti, pressandolo,  a liberare  il suo sepolcro dalle mani saracene, inviando una stella per indicare perfino la via da seguire.

L’insieme narrativo è un capolavoro di retorica curiale!.

Nel codex  non compaiono ma  s’intravedono sovrani come Luigi VI, molti nobili  come Guglielmo di Aquitania,  re come Ferdinando I  di Galizia, tanti vescovi,  abati di monasteri  inclusi nel  cammino di Santiago-che  risulta  un colossale affare commerciale e un fenomeno  di aggregazione sociale,  e oltre che un  cerimoniale  di culto al fine di  unire i popoli pirenaici  in un momento storico, in  cui la Chiesa è lacerata e divisa  da uno scisma, che separa i fedeli in pars anacletiana  filoromana e in pars innocenziana, filogallica,  specie dopo i concili di Etampes e di Reims, in una condanna della voracità della chiesa romana!-.

Professore, quindi, si può dire che il codex  risulta  una colossale propaganda di pax universale christiana  riformata,  in nome della crux, il simbolo crociato antisaraceno ispanico  ed egizio antifatimita, in un abbraccio perfino all’imperatore bizantino Giovanni Commeno, che fa passare in secondo ordine perfino la divisione del 1054 a causa del Filioque?

Certo, Marco.

Il popolo  di Francia e della Spagna settentrionale è unificato dalla parola di Bernardo, dalla sagacia giuridica  di  Aimericus, dalla concezione legalistica di  Innocenzo II, che anatemizzano l’occidente romano  filoanacletiano  e, concordi, con l’imperatore di Germania,  Lotario III,  intenzionato a  riportare il legittimo pontefice dalla Francia nella sede di Roma  e a debellare il pericolo  del normanno  Ruggero II, protettore  di Anacleto -che lo elegge re di Sicilia- hanno coscienza di essere la pars melior e sanior della Chiesa.

Il cammino di Santiago crea una rete di  complicità  religiosa con  la figura del pellegrino compostellano, con lo speciale  Bastone,  che lo differenzia dal Romeo  e  dal Gerosolomitano, seguendo, comunque, il  vecchio modello  benedettino,  che portava  a Subiaco al Sacro Speco.

Aimercus, avendo fatto il percorso  più lungo, a cavallo, indica altri 17 itinera  per far si che, dopo aver superati i Pirenei,  da vari versanti, si giunga  alla metà con precisi tragitti, con specifiche tappe, e con  segnali  indicanti  la particolarità delle acque, dolci o amare, sia di fiumi che di torrenti,  di  fonti naturali e termali: vengono indicati  i luoghi,  le loro caratteristiche, i monti e si  fa una pianta  corografica di tutta la zona per indicare  il corso del rio Ulla, lungo il quale si risale fino a Compostella, al campo santo/composita tellus, dove fu deposto e composto  Giacomo dai suoi amici e parenti, dopo  almeno sette mesi, pur facendo il percorso , costa costa, atlantico, dopo il superamento delle Colonne di Ercole.

Mitica è dunque la translatio, che non poté essere di sette giorni  in quanto il corpo con la testa tra le mani, conservato con il miele  (Cfr. La fuga  Di Erode), poteva mantenersi intatto  anche per anni.

SI sa di tale  uso  ebraico derivato dai  giudei adiabeni- cfr. la tomba della regina Elena adiabene ( in Gerusalemme), che  aveva  ordinato ai figli di portare i suoi resti in città -.

Con questo sistema,  d’altra parte, per almeno 6 mesi il corpo fu conservato   e  poi portato via, dopo la morte di Erode Agrippa, quando ci furono contrasti e lotte contro i giudei sulla costa.

La fuga e la translatio di un corpo  di uno che era stato ucciso di spada dal re  non passavano sotto silenzio: la tradizione spagnola parla di Giacomo  decollato,  che  con le mani tese, prese la testa,  caduta, tanto che, dato il rigor mortis, il corpo fu mantenuto  così – sotto miele?-.

All‘obitus di Giacomo  per la tradizione medievale segue la traslatio del  cadavere  il 30 dicembre  dello stesso anno, dopo la cerimonia del sotterramento, ad opera di aramaici, amici e parenti, spaventati   prima dalle misure repressive del monarca insediato a Gerusalemme e poi dai tafferugli successivi la morte del re a Cesarea.

Questa è la versione medievale, non certamente compatibile con la speranza di un aramaico combattente di riposare  nel suolo patrio.

Mitica, perciò, professore,  è la navigazione  sul Mediterraneo e poi lungo la costa atlantica, specie si tiene conto  di un’altra translatio, quella di una roccia su cui è il cadavere del santo-  che poi si assimila ad essa- spinta dal piede di Cristo fino in Galizia all’odierna Padron,  dove compaiono elementi adiabeni ed armeni, non propri della zona.

Certo Marco, tutto è mitico  nella storia di Giacomo Maior fusa con quella di Giacomo minore, zeloths e di armeni.!

Sappiamo che il re giudaico, anche lui inizialmente messianico, fa uccidere  molti zeloti,  partigiani, che si opponevano in quanto aramaici, alla sua politica di filoromano, – che  pur ha tolto agli ebrei, figli dell luce, le tasse  da pagare ai romani ed ha fatto riforme circa la conduzione rituale del tempio – nell’anfiteatro di Cesarea (cfr. A. F. Giudaismo romano II, L’eterno e il regno ultima parte).

Giacomo, fratello di Gesù, all’epoca , capo dell’ ecclesia  gerosolomitana  e custode del gazophulakion  templare, dovrebbe aver concordato col re  una politica di collaborazione ai fini della gestione dei fondi del Tempio con la promessa di favorire l’andamento rituale e sacrificale  templare  nel corso delle feste, momenti di grande coesione tra gli ebrei, convenuti in Gerusalemme da ogni parte dl mondo.

E’ un  grande affare  sia per il mondo giudaico che per i romani, che riscuotono al pari del Tempio le decime  dei sacrifici, senza neanche dover fare il servizio di sorveglianza, compito svolto dallo strategos  del tempio e dalle sue guardie.

Sembra che  Pietro e Giacomo maior non siano d’accordo col loro capo, fratello del Signore…

Infatti in Atti degli apostoli 12,1-4 si legge: Nel frattempo, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. Così fece perire a fil di spada  Giacomo, il fratello di Giovanni e poi accortosi di  di far cosa gradita ai giudei  volle procedere anche all’ arresto di Pietro  Erano, però in corso  le feste pasquali e quindi, fattolo arrestare  lo mise in  prigione consegnandolo a quattro picchetti di  di quattro soldati ciascuno, affinché lo vigilassero, volendo farlo comparire  dinanzi al popolo dopo la Pasqua.

Da qui la morte dell’uno e l’arresto per l’altro, da parte del Re. Ne è consapevole Giacomo il Giusto  di quanto accade?…

Non sappiamo niente se non che, morto Giacomo di Zebedeo, il suo corpo è preso da amici ed è portato con nave da Giaffa fino a Padron (Iria Flavia)  in Galizia :  è una fonte medievale,  trascurabile!?

Questa è una tradizione ispanica, che parla di una morte a Gerusalemme dopo un ritorno dalla Spagna :  sembra che  si voglia di proposito stabilire le date,  quella dell’obitus,  quella della translatio e poi quella dell’  inventio del  corpo  per santificare  il 25 luglio , il  30 dicembre  e il  6 Gennaio  per il culto di Santiago!.

Professore, anche  I veneziani credono in un ritrovamento del corpo di Marco ad Alessandria, prodigioso,  e in una translatio romanzesca  a  Venezia nel 829 , un anno prima del ritrovamento di Theodomiro del corpo di Santiago?!

Anche a Bari  c’è la leggenda di S. Nicola  e  della translatio del  suo corpo da Mira   (Turchia) da parte di marinai baresi nel 1087 ( i resti li depose Urbani II nell’altare maggiore della Cattedrale)!?

Sono translationes  mitiche anche loro, Professore?

Marco, tu sei un ottimo  ingegnere e un serio ricercatore,  meglio di me, dati  i  tuoi studi scientifici,  puoi tirare una pertinente  conclusione.

Io, oggi 25 dicembre,  ti dico, secondo consuetudine,  solo Buon Natale!?

 

 

 

 

Beate sempiterna Sempiterne Beata

 

 Beate sempiterna  sempiterne Beata è una frase di Julianus Metorius ( 460?-510? d.C. )maestro di retorica di Cesario di Arles (470-543) che compendia  secondo struttura formale simmetrica e secondo impostazione chiastica significativa  il Paradiso  Christiano .

Iulianus Metorius, nato in Mauritania,  ha scritto De Vita contemplativa (tre libri) ( Patrologia Latina,59 coll.411-520)  tra la fine del V secolo  e i primi  decenni del VI secolo dopo Cristo, quando già il fenomeno dei Terapeuti,  i vecchi -bambini giudei, alessandrini,  chiuso  definitivamente sotto il patriarcato di  Cirillo, quando è ormai cristianizzato  in senso catholikos (non ariano) secondo una nuova formulazione ascetico-mistica.

Già il fenomeno contemplativo è cosa cristiana, prima della pulizia etnica  teofiliana e cirilliana,  in quanto Atanasio( 295-373) scrivendo la vita di  S. Antonio,  crea un modello  di monachesimo  basato su paradigmi operativi, non solo dei monaci  di Scete e di Nitria,  i parabolani omicidi, ma anche di quelli della Tebaide, e di quelli asiatici specie di Giudea, di Siria e di Cappadocia, in quanto tiene presente anche i canoni  dell’anachoresis christiana orientale.

Atanasio, nel corso del suo esilio, dà un modello già perfezionato alla chiesa occidentale, non ancora strutturata  conformemente alle regole orientali, in quanto  ha  strutture solo diocesane, amministrative, non una salda organizzazione religiosa e spirituale, essendo su un territorio  abitato quasi totalmente  da pagani, con sporadiche comunità cristiane, minoritarie, dove non arriva  la voce della centralità del papa romano, ancora rettore di una succursale orientale, capo di una comunità non certamente  grande.

Cosa sono 80.000 persone su una popolazione romana pagana di oltre 1,500000 di abitanti, ancora  praticanti la religio secondo i canoni di un Pontifex Maximus, attivo  fino al regno di  Graziano (375-383), che confisca i beni  delle classi sacerdotali soppresse, ed elimina il titolo stesso  nel 382, quando non esiste nemmeno la victoria catholica sull’arianesimo, ancora dominante  in Oriente, dove  c’è una maggioranza christiana sui pagani.

Sul suolo italico nel IV e V secolo, su una popolazione di quasi 4.000.000 di abitanti, i cristiani  sono soltanto  500.000, sparsi nella penisola e nelle isole maggiori , con prevalenza ai  confini  con la Gallia,  nella valle  dell’Isère, con l’Illirico  in villae romanae, lungo l’ Appia e la Flaminia,   in Paroichiae, in porti come Dicearchia /Pozzuoli, in Sicilia a Siracusa, per dare alcune indicazioni, a mò di esempio.

Dunque, al momento della scrittura di Giuliano Pomerio, agli inizi del sesto secolo, in Occidente domina il monaco che ha assunto le prerogative di quello  orientale specie per la lezione basiliana, dopo quella cassiodoriana, quasi coeva,  e  quella benedettina , di poco posteriore …

Giuliano Pomerio  è scrittore  di grande spiritualità  e d’impegno notevole  sotto il profilo  pastorale ed ecclesiologico.

Segue infatti il modello paolino (Lettera a Timoteo,4.5.6. ) e venera il magistero di Agostino,  quasi come un magister da non nominare, indicato con Magnus ipse, come uomo  capace di fare  magna  opera.

Tramite Agostino , accoglie tutta la lezione cattolica antiariana,  de gli alessandrini, degli africani, specie  Cipriano,  e dei cappadoci,  che  hanno interpretato la tradizione culturale di Filone Cfr . Ecclesia  del IV e V secolo.

La vita contemplativa  per Metorio  è quella post mortem, che sola può essere beate sempiterna  sempiterne beata, che il fedele cristiano ha guadagnato col sacrificio del vivere, come premio eterno della sua pietas terrena mortale.

Secondo Pomerio si entra in Dio, nella sua sfera di luce,  dove c’ è amore perfetto, dove si gode stabile sicurezza, sicura tranquillità, tranquilla letizia  felice eternità eterna felicità.

Personalmente sono sorpreso dall’uso del poliptoto insistito  con anadiplosi, che mi infastidisce e mi turba, nonostante l’epoché ( astensione dal giudizio).

Se non ti ricordi, Marco  caro, poliptoto è una figura retorica per cui si ripete il concetto mediante un nome ed aggettivo aventi la stessa radice oppure  quando si gioca su un verbo coniugato in differenti tempi e modi –  cred’io ch’ei credette che io credessi- oppure su un aggettivo possessivo come nel Pater noster (nomen tuum, regnum tuum voluntas tua  – traduzione dell’anafora greca sou di te-). Insomma è una ripetizione di  un termine in una stessa frase o  in uno stesso verso, con una modifica della funzione lessicale o  della struttura sintattica.

Per Pomerio il paradiso luogo dove non esiste paura dove il giorno è senza tramonto, il movimento è agile ed ogni spirito si appaga della contemplazione di Dio , dove la comunità  formata da angeli ed uomini risplende di fulgida virtù, dove sovrabbonda l’eterna salute e regna la verità.

Aggiunge che lì non ci sono inganni né ingannatori, né ci possono essere beati espulsi, né ammessi i perversi.

Secondo me il retore teologo cristiano cattolico  riprende la descrizione dei Campi elisi  pagani e  quella della Gerusalemme Celeste  efesina Giovannea ( Ap. 21 e sgg).

Per me traduttore di Filone (Cfr.De vita contemplativa ) si pone il problema se il teologo conosce l’opera dell’alessandrino.

A mio parere  Metorio può aver sentito qualcosa dei vecchi bambini ( cfr essere Neepios )  del lago Maryut, ma tramite uomini come Cassiano  e i cappadoci,   e dipende  dalle formulazioni dei basiliani calabresi  o grazie qualche pensiero di Gregorio di Nazianzo, derivato da Girolamo, la cui visione altamente spirituale di una Patria Celeste,  perfetta sede  d’amore  e di luce, è ben volgarizzata in Occidente.

La sua opera non ha niente di Filoniano: Filone ha un’altra lettura  della vita contemplativa come theoria alternativa di vita ebraica,  terapeutica, rispetto a quella attiva, essenica: ambedue sante, ambedue utili per la vita terrena…

Rita Levi Montalcini, un’italiana, una donna, un’ebrea

Ho ripreso da Quotidiano.it  21 Aprile 2009, un mio vecchio articolo, volendo ricordare  Rita Levi Montalcini, a sei anni della morte, il 30 dicembre 2012 – seppure con qualche giorno di anticipo -.

Di lei  vorrei ricordare una frase che evidenzia, mediante l’anadiplosi,  la sua  ferma fiducia nella  capacità di  anonimo e consueto sacrificio femminile rispetto alla millantata superiorità maschile: le donne hanno sempre  dovuto lottare doppiamente.  Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello pubblico.

La neurologa,  concludendo il suo pensiero, sancisce  con chiarezza il principio della centralità  femminile nel contesto sociale: le donne sono la  colonna vertebrale della società.

Di lei vorrei rimarcare, perciò,  la caparbietà nella sua ricerca di  scienziata,  che è stata esemplare per molte giovani ricercatrici.

Con lei  vorrei esaltare  il lavoro, nascosto, di sperimentazione di quelle , impegnate  a La Jolla – S.Diego – (The Scrippe Research Institute)  a cercare di dare speranze concrete a tante madri di bambini autistici.

A loro  vorrei augurare di essere premiate per il 2019 col Nobel insieme al professor Stuart Lipton,  come lei nel 1986 – seppure tardivamente – per aver trovato una via  per debellare il Disturbo Autistico.

Nel nome di Rita Levi Montalcini  mi permetto di  dire che è doveroso continuare a lottare, ogni giorno,  eroicamente, con tutte le forze, in modo che la scienza sani la Natura da un suo mostruoso  errore!

Ogni bambino ha  naturale diritto a sentimenti ed affetti. 

 

Il testo del vecchio articolo

Ha cento anni, ma è la più giovane delle donne ebree italiane, delle italiane, delle israeliane e di ogni donna del mondo: ha la giovinezza tipica di ogni idealista, che non invecchia mai perché è sempre impegnato in pensieri eterni e vive di beni immortali.

Ha vinto la morte lei, ebrea sefardita, pur educata secondo i principi maschilisti, perché, ribelle e divergente, è stata alla ricerca di un’ autenticità personale, volendosi laureare in medicina, in un ‘epoca in cui la donna era destinata a rimanere in casa, a cucinare, a crescere figli, ad essere solo moglie e madre, volendo seguire le orme del suo maestro, Giuseppe Levi, volendo essere completamente se stessa, libera di essere compos sui, di dimostrare di essere epimeletes eautou, per gignoskein eauton (conoscere se stessa).

Ha vinto la morte lei, costretta dal regime fascista ad emigrare in Belgio, a lavorare in casa, ad accettare l’invito dell’Istituto di neurologia dell’università di Bruxelles fino al 1940, a tornare clandestina in Italia nell’astigiano e a lavorare con laboratori di fortuna sul sistema nervoso negli embrioni di pollo, fino ad operare sui meccanismi specifici di formazione del sistema nervoso dei vertebrati, in una conquista della propria autonomia classica e della methodos connessa con la musar (cultura) ebraica.

Ha vinto la morte lei con la sua passione per la ricerca, a cui ha dedicato gli anni migliori della vita, isolandosi e rinunciando alle gioie della normalità di vita, di amore comune, di maternità, tesa a conseguire qualcosa di nuovo, ad inseguire il sublime l‘adrepebolon, il suo Israel eterno, a seguire Giacobbe in una scalata infinita ed eterna verso l’alto ( Dio Upsistos, Shaddai) .

Lei ha cercato la vita vera nella dura, caparbia e continua sfida con se stessa, passando dalla erudizione giovanile, alla cultura della maturità e alla scientificità epistemica rimanendo sempre giovane, connotata da uno slancio verso l’alto, nell’impegno al Dipartimento di Zoologia della Washington University, in Missouri.

Lei ha cercata la vita vera in trenta anni di ricerca senza avere riconoscimenti, senza essere sostenuta da nessuno, senza conforto alcuno, paga del lavoro.

Lei si è eternata nella solitudine di quel lavoro maniacale, ossessivo, idealmente prolifico, creando la corazza del militante, plasmando il simbolo dell’ eroe, formando l’emblema del martire in sé giovane, ricercatrice, indomabile specie negli insuccessi continui, abile a proporsi nuovi stimoli grazie alla capacità di riiniziare e di riprendere il lavoro, a riinventarsi, quasi a rinascere, dopo l’abbandono delle vie esplorate, di acquisire infine un nuovo metodo, personale, utile non solo ai fini euristici, ma esemplare per chi ricerca.

Lei si è eternata con questa nuova forma di ascetismo, di esercizio continuo, che rende unica la personalità di chi lavora e la santifica perché fuori da ogni processo speculativo, da ogni propaganda e partito: lei è diventata modello di vita per tutti quelli che cercano e vivono nel lavoro e diventa monito severo per tutti i fannulloni, per i venditori di fumo, per i virtuosisti del pallone, per le civetterie delle miss, per i programmi delle tv spazzature.

La sua scoperta del fattore di crescita nervoso, noto come NGF (Nerve Growth Factor) nella differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche dopo la ricerca sulla molecola proteica e sul suo meccanismo di azione, viene riconosciuta solo nel 1986, a 77 anni.

La sua ricerca non è più un sogno di una ricercatrice, giovanile, ma una realtà scientifica tanto che lei ebrea italiana è insignita del Premio Nobel per la medicina insieme al biochimico Stanley Cohen (Usa) con la seguente motivazione: La scoperta del NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo.

A 77 anni, finalmente, dopo un lungo percorso, dove errori e speranze si fondono in una unione ideale derivata da diacrisis e sugcrisis continue, da analisi e da sintesi congiunte in un parto continuato, infinito, lei ebrea martire, militante di sinistra, santificata dal suo lavoro, ha il riconoscimento mondiale del suo lavoro.

Rita Levi Montalcini è la vera eroina del nostro tempo, la vera miss, la vera vincitrice di tutti gli spot pubblicitari, l’emblema femminile per ogni popolo, l’esempio di immortalità ebraico classico cristiano, la sintesi più alta di epistemologia platonica e di ideale aristotelico-cristiano, di cultura universale .

Per 23 anni ha seguitato nel suo lavoro come se fosse una donna comune presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, operando ancora come presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, come membro delle accademie più titolate italiane, pontificie, statunitensi (Accademia nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia, Accademia Nazionale delle scienze dei XL, La National Academy of Sciences, la Royal Society ,) come senatore a vita, eletto dal Presidente Ciampi.

Rita Levi Montalcini, nonostante le lauree honoris causa (università di Uppsala-Svezia- Bocconi -Milano ,St Mary Usa Weizmann-Rehovot -Israele- e i premi per la ricerca (Saint Vincent, Il Feltrinelli, Albert Lasker) è e rimane la tipica ricercatrice comune italiana, bandiera per le tanti ricercatrici sconosciute e di tanti giovani ricercatori.

Da ricercatrice comune, grazie alla sua eccezionale tempra di combattente e di lavoratrice Rita Levi Montalcini è diventata la ricercatrice per eccellenza, la donna più prolifica d’Italia , la miss più bella, la eroina di tanti film di sacrificio e di amore, perché studiosa, spoudaia, propagatrice di una nuova tzedaqah.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Cesare Vanini

Omaggio a Taurisano!

Omaggio a Taurisano  patria di Giulio Cesare Vanini (1585-1619).

Pochissimi conoscono  Giulio Cesare Vanini, la sua patria e la sua opera.

A me piace  ricordarlo almeno come uomo di grande ingegno e di  provata scienza, abbandonato anche dai suoi protettori, compaesani,  davanti alla Santa Inquisizione.

Mi dispiace solo di aver dedicato a lui poco tempo essendo preso all’ epoca dei miei studi sul Seicento, da questioni letterarie  circa la poetica  oraziana  e poi dalla figura del Segretario e dal pensiero controriformistico basato  sulla formazione del  sovrano…

Eppure Vanini  già allora mi appariva  uno scientifico ricercatore un uomo razionale e naturale, un cartesiano.

La sua opera,- per me, antitridentino, antidogmatico, laico- era tipica espressione di  un innovatore che lottava contro il conservatorismo ecclesiastico, uno scienziato  ante litteram che,  sulla scia di Giordano Bruno,  avviava la storia verso forme culturali settecentesche, in senso illuministico e riformistico    secondo quei parametri   che saranno  propri di napoletani  come Genovesi,  Filangieri, Giannone …

Non riuscivo a capire come  avesse potuto operare la separazione  della sua attività scientifica da quella letteraria e filosofica, cosa improponibile agli inizi del Seicento!?

Mi sembrava impossibile che lui scienziato universale  desideroso di  abbracciare il sapere   della natura in una sintesi potesse avere  la spinta a  frammentarizzare la  forma  e  a cercare una specializzazione tecnica , cosa che si comincia a manifestare, oltre un secolo dopo, con il matematico fisico  astronomo P. S. De La Place (1749-1827) che, comunque, per vivere, svolge la professione  di incaricato di Ispezione dell’artiglieria, o come il chimico Lavoisier, che fa l’appaltatore di Imposte per non dipendere da mecenati nobili…

Il letterato  – filosofo tendeva  ad essere politico e moralista  anche se si sentiva scienziato, che filosofeggiava ambiguamente (cfr. C. C. Gillispie, Scienza e tecnica,in Storia del mondo moderno, Cambridge University Press,IX).

In un’epoca seicentesca, nei primi decenni, ancora uniformata al baccalaureato non c’è professionalità reale  a seguito di licenza   specifica ma solo l’incarico sulla base di conclamata fama  e dopo raccomandazione  nobiliare o ecclesiastica: non è possibile carriera senza la commendatio!.

Il Vanini infatti è accettato inizialmente anche fra i confratelli per l’assistenza del conte de Castro, senza la quale non è possibile nemmeno la pubblicazione.

Amphitheatrum  aeternae Provvidentiae, è,  infatti,opera dedicata a Francesco De CASTRO, CASTRI COMITI, TAURISANI DUCIS   Lo scrittore  dedica l’opera al suo protettore e si rivolge ad un lettore candido/ sempliciotto (Iulius Caesar Vaninus  candido lectori salutem ).

Il suo monito di salvezza in nome  della scienza  è ad un lettore  dal candore puerile!

Ha piena coscienza della manipolazione del clero e della stolidità del popolo analfabeta. 

Miseri inciderunt ut nullam prorsus in orbe regendo providentiam agnoscant divinam, sed humanam tantummodo ex qua  originem traxisse sibi plane persuadent  opiniones de Superis  atque de Inferis, ad concionosam plebeculam in officio servitioque continendam !/ infelici cadono  sbagliando tanto da  non riconoscere  affatto nel governo  del mondo la provvidenza divina, ma soltanto quella umana, da cui trassero  origine le credenze  intorno alla cose celesti ed infernali , in modo da  costringere il popolino  sempre pronto alla sedizione, sotto il peso del dovere e della servitù.

Giulio Cesare Vanini  insegna  che non c’è oikonomia divina con presenza di un Deus pater, ma solo  una legge umana e razionale terrena, cosa che poi dimostra in tutta la sua opera  maggiore De Admirandis  naturae reginae deaeque  mortalium arcanis , in una esaltazione della natura prodigiosa regina e dea dei mortali uomini.

Paga con la vita affermando il proprio pensiero laico, pur essendo un religioso,  che ha  una volontà di indipendenza  e libertà…

Per chi non conosce Giulio Cesare Vanini scrivo qui una breve biografia.

Giulio Cesare Vanini nasce  a Taurisano nel 1585 da  padre ligure e da madre spagnola.

E’ un  frate carmelitano, laureato in diritto  civile e canonico nel 1606.

Trasferito dai superiori a Padova, Vanini  conosce un altro carmelitano, padre Bonaventura Genocchi,  anche lui ligure, e si scrive alla facoltà di Theologia e studia Averroè,  seguendo le teorie aristoteliche di  Pietro Pomponazzi.

Nella lotta tra il papato e la repubblica veneta sulla questione di giudizio  per i due sacerdoti veneti,  rei di omicidio,  Vanini è vicino alla tesi di Paolo Sarpi, che ritiene in Istoria dell’interdetto  necessario un processo laico secondo diritto non canonico, con un trattamento  per i prelati simile a quello di un normale cittadino, senza privilegi.

Paolo V, invece, con l’interdetto a Venezia, vuole  imporre un tribunale ecclesiastico per i due  sacerdoti, rei confessi veneti.

Da allora  Vanini comincia a conoscere il metodo punitivo della  Chiesa , poiché è tenuto  in custodia nel proprio convento dai confratelli, filopapali.

Conosciuto il ferimento di Paolo Sarpi concorda col giudizio del frate servita (agnosco stilum romanae curiae)!.

Poi,  per punizione, il frate  viene inviato a Napoli, dove rimane per breve tempo.

Protetto da uomini, filoveneti,   riesce a fuggire dal convento e ad arrivare fino al confine con la Svizzera senza incidenti.

Passa poi attraverso la  Germania e l’ Olanda ed arriva infine  a Londra.

Accolto nella chiesa dei Merciai,  abiura al cattolicesimo e si converte all’anglicanesimo  sotto lo sguardo di Francesco Bacone.

L’Inquisizione cattolica lo perseguita anche in Inghilterra, da cui è espulso come elemento sovversivo, pericoloso per la  comunità.

Dopo un viaggio rocambolesco,  rientra in Italia e a Genova diventa istitutore del figlio di Giacomo Doria.

In questo periodo  scrive a Francesco de Castro, suo patrono, ma, nonostante la protezione del conte,  è costretto a rifugiarsi in Francia.

Sembra che a Lione possa pubblicare  Anphiteatrum aeternae Providentiae  divino-magicum   nel 1615, avendo ancora la protezione del De  Castro.

Dopo circa un anno  pubblica il suo capolavoro De admirandis  naturae reginae  deaeque mortalium arcanis in 4 libri.

L’ opera sembra impostata secondo retorica (già nel titolo c’è iperbato con chiasmo admirandis…. Arcanis e naturae reginae deaeque mortalium) ma  è un capolavoro, basato sulla scienza, in quanto si rifiuta ogni  schema sillogistico e si preferisce operare sui dati scientifici, denotati secondo  un procedimento analitico.

  La sua opera subito è condannata al rogo dopo lo studio dei lettori cattedratici  parigini  e viene  proibita  in ogni ambiente cattolico, come diabolicum opus.

 Vanini, costretto a nascondersi, vaga per la Francia meridionale, ma poi, attirato a Tolosa da falsi amici , è  arrestato  il 2 agosto del 1618 ed è preso in consegna dalle guardie dell’Inquisizione.

Il suo corpo è bruciato  il 9 febbraio del 1619,  dopo strangolamento: prima, però, gli  è strappata la lingua!

Il suo nome è  vilipeso ed  oscurato da infamie  di ogni genere da molti intellettuali cattolici ma è anche onorato da Friedick Hoerderlin (Vanini ) e da  A. Shopenhauer …

ONORE A GIULIO CESARE VANINI!

 

La seta e Giustiniano

Procopio in Guerra Gotica , IV, 17 dice: alcuni monaci vennero dall’India. Essi avevano saputo che Giustiniano aveva a cuore di fare in modo che i Romani non comprassero più la seta dai persiani.

Molti critici, tra cui Stefen Runciman ( La civiltà bizantina, Sansoni, Firenze 1960),  credono   che Procopio voglia indicare come monaci  alcuni nestoriani- che noi abbiamo detto  che erano   fuggiti in India e si erano sparsi in Arabia ed anche in Seria, dopo la morte di Nestorio ad Euprepio ( cfr. Angelo Filipponi,  Nestorio e Cirillo)-.

Per anni ho cercato di capire dove effettivamente si fossero diretti i nestoriani  durante il regno di Marciano e   di Pulcheria, sua moglie, a seguito della condanna del concilio di Calcedonia…

Non sono stato in grado di seguire l’iter degli spostamenti dei nestoriani, né dei monofisiti con cui convivono,  e neppure di individuare esattamente la località  in cui riescono  non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare, rimanendo legati al  sogno di un possibile ritorno in patria…

Si sa solo che dalla Perside si erano trasferiti in Seria ed anche in India…

Procopio, dopo un secolo circa, ci indica la località di Serinda  (da Shr, seros  baco ed Indos Indo).

Il fiume Indo,  nato in Tibet, scorre dalla Battriana  verso il Kasmir  e diventa navigabile alla confluenza col Kabul, fiume afgano, attraversa tutto il  Pakistan e  sfocia nel mare Arabico,  a sud est di Karachi odierna.

Quindi bisogna pensare che Serinda forse è  una città lungo il fiume Indo  nella parte settentrionale  del suo corso …

Comunque, Procopio intorno al 552 circa, nel venticinquesimo anno di regno di Giustiniano, ci riporta la notizia dell’arrivo di monaci,  provenienti da Serinda, che chiedono di essere ricevuti dall’imperatore  per trattare della seta.

Non si sa se questi sono sudditi di Kosroe ( 541-579 ),  a cui Giustiniano paga un pesante tributo per avere la pace … in un momento di una tregua di cinque anni, durante i quali  ci sono cordiali rapporti col re dei re sasanide, che gli chiede perfino il medico personale. Cfr  A. Gariboldi, Il regno di Xusraw dall’ anima immortale: riforme economiche e rivolte sociali  nel VI secolo  Mimesis  Milano 2006)…

I monaci si presentano all’imperatore e promettono di  fare in modo che i romani non abbiano  più  bisogno di procurarsi la seta  dai loro nemici persiani.

E’ chiaro che essi sono discendenti dei nestoriani  romani, fuggiti,  e che hanno seguitato ad avere  rapporti ancora con i confratelli  di stirpe  romana, pur essendosi da tempo  trasferiti in terre straniere.

Noi non conosciamo le vie segrete della relazioni  tra gli esiliati e  neppure le loro ramificazioni  con altri eretici  cristiani espulsi  dall’impero romano in vari momenti nel V secolo….

Essi, comunque, assicurano l’imperatore che hanno appreso bene come fare la seta,  avendo trascorso molto tempo nel paese chiamato Serinda, posto al di là di molte popolazioni dell’India: garantiscono  che ora l’imperatore non deve più acquistare tale merce dai nemici persiani. 

I monaci sono interrogati dall’imperatore, che chiede se davvero si possa  fare una tale impresa in territorio romano.

Essi rispondono spiegando : la seta è prodotta da certi bachi , ai quali la natura, essendo maestra, impone l’obbligo di  fare incessantemente tale lavoro.

AggiungonoSarebbe impossibile, comunque,  trasportare  i bachi, ma  è facile trasportare e in modo rapido la loro semenza. Infatti essi depongono innumerevoli uova, che molto dopo la loro nascita, vengono ricoperte di letame e così riscaldate  per un tempo sufficiente, producono animali.

Allora, secondo Procopio, l’imperatore fa loro molte promesse di doni e li incita a passare dalle parole all’opera.

I monaci tornano in Serinda e poi ritornano a Bisanzio con  le uova,   e fattele tramutare in bachi, che vengono nutriti con foglie di gelso  e quindi, per opera loro, comincia  la produzione della seta nell’impero romano.

Da allora l’allevamento del baco da seta  diviene un’arte  comune in  Oriente  e  molto più tardi diventa attività in Occidente …

In effetti  Procopio non dice,  comunque, che la  produzione dei manufatti della seta  diventa un monopolio di Stato già con Giustiniano, che crea laboratori  a corte, gestiti esclusivamente dalle concubine e dagli eunuchi.

La scoperta, perciò, risulta come un segreto di Stato specie per quanto riguarda il confezionamento degli abiti, degli arazzi e dei tappeti di seta.

Secondo St. Runciman ( Teocrazia bizantina,  Sansoni Firenze 1988): la reggia era la più ricca casa commerciale dell’impero:il commercio della seta era un monopolio di stato e nel gineceo, nella zona riservata alle  donne, c’erano innumerevoli telai  coi quali venivano tessute le più ricche sete del mondo…

Le concubine imperiali coi loro eunuchi fornivano, dunque, non solo piacere ma creavano una ricchezza col loro lavoro grazie alla seta!

La Verna: il mito di Francesco

Basta coi miti!

Ricercatori,  date le vostre risultanze!

Rifondiamo e facciamo cultura su basi tuzioristiche storiche per orientare i nostri figli e nipoti  e  per dare loro un futuro!

 

Il Mito di Francesco

Il simbolo del serafino e le stimmate creano la legenda aurea  di Francesco.

Nel 1224 Francesco si ritira a La Verna,  un monte in provincia di Arezzo, dove chiede a Dio  di poter essere partecipe della passione di Cristo, vivendo in condizioni  di spaventosa povertà in un clima inclemente, abitando in un’umida, stretta, spelonca, vivendo in preghiera.

La legenda maior di Bonaventura dice che appare a Francesco un serafino con sei ali, a forma di Cristo crocifisso  e che poi il santo ha le stimmate tanto da essere alter Christus.

Non solo Tommaso da Celano, ma anche altri mostrano, come Bonaventura,  Francesco  imitatore di Cristo  alla pari di Dante   che nel Paradiso XI, 106108, afferma: nel crudo sasso intra Tevere ed Arno, / da Cristo prese  l’ultimo sigillo / che sue membra  due anni portarno.

Per me il mythos di Francesco inizia quando  la letteratura francescana propaganda Francesco alter Christus  dopo il processo breve di agiografia orale, durato poco più di un venticinquennio.

Il popolo in questo periodo ha ricordi propri di Francesco, che sono discordanti e  e non hanno un reale valore di racconto univoco: bisogna costruire una  legenda, letterariamente, quasi visiva  per dare suggestioni pittoriche e creare modelli per la massa analfabeta.

Dopo questo periodo appare necessaria  la formazione di una commissione di  francescani, già divisi tra loro  in Conventuali e Spirituali, in uomini che vogliono  da una parte seguire la regola del fondatore  addolcendo il rigore,  e in altri che pretendono di inasprire e rendere ancora più dura la precettistica  del maestro secondo il rigido insegnamento del Vangelo.

Da qui la necessità di dare un’unica immagine di Francesco  con un’unica lex francescana.

A chi il compito di una  tale missione,se non al capo generale del movimento francescano, quel Bonaventura di Bagnoregio abile nel narrare, capace di  fare  la theoria  di Un Itinerario della mente in Dio/Itinerarium mentis in Deum, un magister theologiae passato attraverso tutti i gradi della formazione di baccalaureus (biblicus, sententIarius, formatus), dopo aver conseguito il titolo di base di magister artium ( laurea in lettere)?

E Bonaventura fa un’ora degna di un Magister artium e magister Theologiae e crea il mythos di Francesco!

Quanto vero ci può essere in un racconto  di un seguace che deve  elogiare uno già santificato dalla Chiesa Romana, sollecita a riconoscere i meriti del poverello di Assisi, che ha rinunciato al suo stato  e si  è denudato coram populo et episcopo, rigettando l’eredità paterna?!

Dal 1257 al 1260 Bonaventura, esaminate le versioni sulla vita di Francesco ,  contrastanti e contraddittorie, secondo il Capitolo generale francescano,  a Narbona, ne decide la eliminazione,  ut de omnibus bona compiletur.

Cosa significhi  de omnibus bona, lo lascio dire a te, Marco.

La traduzione  per me è questa: fra le tante numerose versioni  compilarne una nuova, buona che riassuma tutte le altre.

Marco, accetto la tua traduzione se hai chiara l’idea di compilare (da compilo  spoglio, saccheggio faccio bottino) che sottende l’azione  di saccheggiare e  sfruttare il lavoro precedente altrui, connessa con bona che vale chresth/utile , associata al bene morale.

Bonaventura  cioè ha già chiaro il principio utilitaristico  di Aristotele,  sostenuto a Parigi nel contrasto  coi domenicani circa la necessità di sfruttare  la conoscenza del pensiero aristotelico anche tradotto dagli arabi!

Al di là, comunque  della beatificazione dell’uomo e della Regula bullata maior bonaventuriana,  dell’opera di  Tommaso da Celano (Vita prima,  Legenda trium sociorum,  Legenda perusina)  il mito di Francesco si stabilizza dopo l’Itinerium mentis ad deum di Bonaventura  e dopo l’elezione di Niccolò IV  Girolamo Masci di Lisciano (Ascoli Piceno).

Esso diventa una cosa sola con il fenomeno spirituale di Jacopone da Todi e di Ubertino di Casale, opposto a  quello conventuale di Matteo di Acquasparta.

Col mito di Francesco  risulta vincitrice la pars integralista evangelica  francescana, poi cancellata dalla storia con l’anathema del movimento spirituale nel 1318 ad opera di Giovanni XXII.

Infatti sia Dante che Iacopone creano l’immagine di  Francesco fortemente mistico, secondo linee oltranzistiche, che rappresentano un imitatore di Cristo,  alter Christus, un Cristo novo piagato.

La lauda  LXI, iacoponiana, dice a proposito: L‘amore divino altissimo / con Christo l’abbracciao/  l’affetto suo ardentissimo sì lo ce ‘ncorporao/ lo cor li stemperao como cera a suggello.

Il suo  mito, quindi, si afferma con l’opera di Bonaventura  nell’ambiente parigino come un altro Compendium  theologicae veritatis, impostato sulla pace e dilaga con Niccolò  IV nel mondo cristiano per l’elezione del primo papa francescano, mentre parallelamente cresce  anche il mito di Domenico di Guzman, per la costituzione di due ruote del carro della Chiesa.

C’è già un esempio, quello di Bernardo di Clairveaux, che però anche da vivo   ha la fortuna di veder papa un suo discepolo, cistercense, Eugenio III…

Al di là dell’esempio bernardiano del XII secolo, nel XIII, per Bonaventura la mente, lo spirito, il composto tra animus e mens destinato a sopravvivere, ha un suo itinerarium verso Dio, alla ricerca della perfezione.

Certamente  per il francescano si parte dalla conoscenza umana e si coglie l’ispirazione mistica,  in una tensione di innalzamento  graduale della filosofia alla teologia, su una base  generale di pace  ed una, specifica, del segno della croce , come  augurio di pace, secondo il  monito di Francesco, che salutava il popolo col dire  il signore vi dia la pace , in un preciso impegno di liberarsi dal possesso di denaro, dal potere politico e dal proprio io.

Tutto sembra  realizzarsi nel contesto di La Verna, dove Francesco  in penitenza, in condizioni disumane di povertà e di sacrificio, consegue  la congiunzione con  Christus e  diventa alter Christus.

E’ una reale epiphaneia o la suggestione di una mente debilitata dal freddo e dalle intemperie, divorato da  un eccesso di febbre, preso dai morsi della fame, rannicchiato sul suo misero saio/sacco ?

L’apparizione del serafino  è un  segno  premonitore delle stimmate,  come sigillo del passaggio della sofferenza umana  carnale sull’uomo divino Francesco .

Si stabilisce il modello francescano di nuova santità cristiana, come perfetta  assimilazione, simile a  quella Paolina ( cfr. Lettera  I  ai Corinzi, 18 e  lettera ai Galati 2, 21 )

Dapprima, dunque,  mi sembra opportuno  trattare di Bonaventura e del francescanesimo serafico come   dimostrazione del trionfo dell’ordine, poi  di accennare alla propaganda culturale domenicana che trova in Alberto  Magno e in Tommaso  d’Aquino, le massime espressioni parigine  da cui si ha  eco in Dante e  nella sua visione unitaria della funzione dell Chiesa, palese nell’ XI e XII canto del Paradiso.

Il suo intento celebrativo proprio di uno spirituale, non disgiunto dalle influenze ebraiche, è quello di una celebrazione comune dei due ordini mendicanti- i cui fondatori sono l’uno serafico  e cherubico l’altro-   per fare  della Chiesa la  sposa povera, derelitta, di Christos, secondo l’exemplum evangelico.

Dante è nel periodo trevigiano molto accomodante ed apparentemente sereno tanto da appianare le divergenze dottrinali e culturali tra i due ordini: Tommaso, domenicano parla a fine canto XI, secondo caritas,  del traviamento dell’ordine francescano, mentre Bonaventura francescano  parla a fine canto XII,  sempre secondo Caritas, di quello dell’ordine domenicano!.

Si tenga presente, però, che la sagacia dottrinale di Tommaso viene evidenziata in Dante in quanto il problema, espresso nel  canto  X , è quello di una differente risposta  da dare alla Chiesa. sullelquaestiones I  U  ben s’impingua (V.96) e II Non surse il secondo (v 116)…

I termini  di serafico/Francesco  e  di cherubico/Domenico, comunque, riportano all ‘angelologia ebraica e quindi alle visioni, ma hanno una connotazione  giudaica , di recente acquisizione grazie ai contributi ebraici di Abulafia e di  altri cabalisti attivi nel trevigiano, come Hillel di Verona,  negli anni del rapporto tra il poeta e Cangrande della Scala…

Di Serafim, plurale di Seraf, parola di fuoco,  esseri angelici vicini a Dio, sua parola stessa, di fuoco, ho già trattato, mentre di Cherubim ho sempre trascurato l’etimo kerub/v contrapposto o opposto a  seraf.

I due termini hanno in comune il fuoco e l’incandescenza e sembrano derivare da una matrice accadica (più il secondo che il primo -una certa conferma è in Beroso-) in quanto valgono simbolo di perfetta custodia del trono infuocato.

La  figura  del Cherubino è varia a seconda  del periodo di scrittura del Vecchio Testamento.

Lo scrittore di Genesi ( 3,24) parla di esseri angelici protettori, con la spada sguainata, fiammeggiante, dell’albero della Vita – come quello di Esodo (25,18-22) e di I re (6,24) -in un’unica raffigurazione di essere umano con due ali.

Ezechiele  (1,6-11), invece, raffigura il cherubino come un essere quadruplice con quattro ali e quattro facce (uomo,  vitello, leone ed aquila -divenuti poi simboli di quattro evangelisti-)…  Come vedi, Marco,tutto è provvisorio,niente è esatto!

E’ un sistema dove vige il vago,  il superficiale l’impreciso il nebuloso  e ognuno dice quanto sente dire.

Nel 1213 Francesco si incontra con Orlando Catani, un  conte, proprietario tra l’altro, di Chiusi La Verna , che fa promessa  in un’ indeterminata località del Montefeltro, di  regalare un monte dirupato coperto di vegetazione ai francescani.

Non c’è atto di cessione tra le parti,  né di possesso della zona delimitata  specificamente; né si conosce l’anno in cui i francescani hanno il possesso del luogo tra il 1215 e il 1223, probabilmente , se Francesco ci sta saltuariamente tra il 1224 e 1225 (date le condizioni climatiche avverse, considerato lo stato di salute cagionevole del Santo  e vista la difficoltà per arrivare in vetta ): lo stesso Dante visita La Verna, quando già c’è  in loco stabilmente una confraternità francescana, ottanta anni dopo circa.

Al  di là della esperienza  di vita   francescana e della poesia stessa dantesca,…  Bonaventura, generale del suo ordine,  riceve l’approvazione della sua scrittura della vita di Francesco,  da Parigi  dopo  oltre quaranta anni di distanza  dalla morte del  santo.!

Secondo molti critici,  che si rifanno ad Isidoro, il termine repetitor  colui che ripete ( in quanto chiede  ripetutamente ridomandando), bonaventuriano, designa Francesco, esaminato  analogicamente come nuovo Christus, che aspira all’assimilazione col Christos ebraico.

Per Bonaventura, dunque, Marco, avere in  mente l’analogia tra Francesco e Gesù  significa  creare una rete di rapporti e di comunicazione interna tra Ordine francescano e Chiesa, nella coscienza  che il bene dell’uno è quello dell’altra, in reciprocità.

Esistono, amico mio,  uomini come Bonaventura che mentono a se stessi come autodifesa della propria condotta morale e della propria coscienza di santità,  e nascondono,  velando, la realtà storica, avendo di mira la legenda del fondatore dell’Ordine e il bene sommo dell’Ecclesia Romana: la falsificazione  ricompensa in modo diale, concedendo da una parte  lustro/ nomen glorificato, tra i confratelli e  fama nell’Ordine e  da un’altra santità  nell’Ecclesia  e retribuzione  centuplicata nel Paradiso, post mortem.

Bernardo e Gregorio VII sono esemplari maestri di tale falso sistema di vita: sono scissi nel loro animo formale, hanno una doppia personalità secondo apparenza e secondo funzione: seguono moralmente due itinerari, non compatibili tra loro! l‘ambizione personale scompare e si assimila, celandosi, sotto  quella  della  necessitas  della comunitas ecclesiale!

Marco, Leggiamo insieme la legenda maior  13,3 ed ammiriamo la visione del serafino Christos: un mattino, all’appressarsi della festa  della Santa Croce,  mentre pregava  sul fianco del monte,  vide la figura , come di un serafino, con sei ali tanto luminose  quanto infuocate, discendere  dalla sublimità dei cieli: esso con rapidissimo volo e tenendosi librato, nell’aria giunse vicino all’uomo di Dio.  Ed allora apparve  fra le ali l’effigie  di un uomo crocifisso che aveva mani  e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali  si alzavano sopra il capo, due si stendevano a volare  e due velavano tutto il corpo.

Ora, Marco, capisci quanto possa essere reale tale epiphaneia paradossale sia da  parte di chi scrive,  preso nel suo compito di sacro   narratore che da parte di chi, malato, paralizzato dal freddo, in delirio,  subisce la visione!

Vuoi vedere, Marco, ora, l’incipit del capitolo  sui gradi dell’ascesa  a Dio e sulla conoscenza di Dio tramite le tracce dell’universo,  riprese, oltre tutto,  da Dionisius Aeropagita nel libro de Mystica Theologia, esaminate dopo una preghiera?.

Naturalmente quanto detto dallo Pseudoaeropagita è sacro,  è pietra  angolare nel camino ascetico,  anche se conosce sicuramente la mistica ebraica di Girona,  Abulaphia, il sistema sofirotico!

Bonaventura inizia col salmo  83, 6-7  Beatus vir, cuius est auxilum abs te , ascensiones in corde suo disposuit in valle lacrumarum,  in loco, quem posuit/ Beato l’uomo che ha la tua protezione in questa valle di lacrime egli dispose nel suo cuore i gradi per salire al luogo desiderato .

Spiega che Beatitudo nihil aliud est  quam summi boni fruitio  e precisa che  summum bonum est supra nos e che nullus potest  effici beatus , nisi supra semetispsum  ascendat, non ascensu corporali, sed  cordiali/nessuno può diventare beato se non ascende al di là di se stesso, non col corpo, ma col cuore.

Non ti sfugga Marco la distinzione tra corporalis e cordialis poichè il santo vuole indicare un percorso non col corpo ma col cuore

Cosa vuole dire?

Dice, Marco, che noi non possiamo essere sollevati al di là di noi stessi se non da una forma  superiore, senza la quale,  nonostante la nostra perfetta inclinazione, nulla accade se non c’è intervento divino a  cui noi partecipiamo col cuore .

Per Bonaventura solo quelli che vivono  in questa valle di lacrime e fanno richiesta pregando  un tale aiuto con un cuore umile  e devoto  lo ottengono grazie alla preghiera, fonte e  madre  della capacità di ascendere al di sopra di noi stessi.

Solo allora saremo capaci di ascendere per i sei gradi per salire fino a Dio, dopo la conoscenza terrena delle cose.

Della totalità delle cose,  alcune sono vestigium /traccia; altre imago /immagine ;   altre corporali/corporalia, altre spiritualia/ spirituali , cioè  alcune sono fuori di noi,  altre dentro di noi.

Quindi, per Bonaventura  per giungere  al primo principio che è spiritualissimo,   eterno e  al di sopra di noi, oportet  nos transire  per vestigium, quod est corporale et temporale et extra nos, cosa che comporta essere guidati  sulla strada per giungere a Dio.

Dunque, professore, prima bisogna entrare nella nostra mente  che è immagine imperitura  spirituale ed interiore di Dio, poi penetrare nella verità di Dio.

Così si arriva alla veritas theologica!, Marco.

Viene ipotizzato analogicamente  un cammino di tre giorni in solitudine, in relazione alla triplice luce di ogni singolo giorno:  la prima è tramonto, la seconda  mattino e la terza mezzogiorno in quanto vi si  riflette il triplice modo dell’esistenza delle cose  nella materia, nella conoscenza e nella  scienza divina.

Dunque, professore, al di là del cammino triplice,  le tappe sono sei  perché Dio costruì il macrokosmo in sei giorni e allo stesso modo  il microkosmo è condotto  ordinatamente alla quiete della contemplazione mediante  i sei gradi di illuminazione, di cui sono simbolo i sei gradini per mezzo dei quali si saliva  al trono di Salomone?

Certo, Marco, tieni presente, però,   anche le sei ali dei Serafini e anche i sei giorni  trascorsi prima che Dio chiamasse Mosè  dal mezzo della nube e considera pure i sei giorni intercorsi secondo Matteo,  fra il momento in cui Christos condusse i discepoli al monte  e quello in cui si trasfigurò.

Aggiungi, Marco, che Bonaventura  ritiene che ai sei  gradi dell’ascesa corrispondono i sei gradi delle facoltà dell’anima (sensus, imaginatio, ratio, intellectus, intelligentia  et apex mentis  seu sinderesis /scintilla). (Cfr. Itinerario della mente in Dio  introduzione e traduzione e note di Massimo Parodi e Marco Rossini BUR 1994).

Cosa è Synderesis ?  non è facile la sua etimologia, che può rimandare a sun e deroo,  con un significato di  scuoio maltratto  tormento insieme,  da collegare con favilla/scintilla di  fuoco,  ma anche ad apex mentis, cioè alla vetta della mente . Perciò l’insieme sembra valere  naturale disposizione della volontà al bene come apice della mente,   in senso razionale, rispetto al naturale iudicatorium,  proprio della coscienza morale.

Ora, Marco, comunque, lasciando da parte il trattato bonaventuriano e seguendo il nostro  discorso sul mito di Francesco, bisogna dire che  la leggenda francescana, mista al mito del Christos diventa mythos di Francesco di Assisi/ alter Christus sotto il pontificato del francescano ascolano,  Gerolamo Masci,  che è il nuovo generale dell’ordine già nel  1274 -poco  prima della morte di Bonaventura, avvenuta nel luglio – al Concilio di Lione.

La carriera legatizia di Gerolamo Masci  sotto Innocenzo V ( da cui è inviato all’imperatore  per la definizione delle questioni liturgiche  e dottrinali  col Patriarca  Giovanni XI Bekkos ),  la nomina a cardinale ad opera di Niccolo III  Orsini    e poi quella di cardinale vescovo di Palestrina , oltre alla fama di  Magister theologiae contrassegnano la progressiva sua ascesa verso il trono di S. Pietro di un francescano, celebrato anche per le sue qualità morali.

Inoltre   da una parte  Niccolò IV si protegge a Roma  dalle pretese orsiniane  così da avere una gestione interna tranquilla  e da un’altra ha già messo in atto la pacificazione col mondo orientale da quando  inviato in Dalmazia, ha avuto incarichi di contattare i greci  per  sanare la piaga dello scisma, avendo ottenuto anche  l’assenso di  Michele VIII Paleologo.

Niccolo IV dopo la morte di Onorio IV,  specie  a seguito della presa di Tolemaide e di S. Giovanni d’ Acli nel 1291  ha,  in una propaganda della  evangelizzazione cristiana francescana, di mira l’ assoluta pace con l’oriente bizantino e la guerra contro i saraceni  e perciò raccoglie tutte le forze cristiane, romane.

ll mito di Francesco è alla base di tutta la sua propaganda, che si sintetizza nel simbolo della croce,  datrice di pax universale, e luce di salvezza  per gli uomini  secondo la predicazione francescana .

Ciò  comunque è  contemporaneo  con la nuova politica  verso  i D’Angiò di Francia e verso il regno di Sicilia, utile trampolino per la guerra contro i musulmani, ad uso dei crociati,   specie dopo l’incoronazione a Rieti di Carlo II di Angiò nel1289.

La propaganda papale  sia in Occidente che in Oriente  è da una parte nuovo evangelion francescano e da un’ altra  è segno di una volontà  di  creare un nuovo legatus  romanus  ecclesiastico  che  abbia l’ufficio eversivo di  sradicare, distruggere  dissipare, disperdere,  i nemici ma ha anche il munus  beneficum  di  edificare, piantare,  fare qualsiasi cosa  ad honorem Dei et prosperum statum Ecclesiae.

Noi, quindi, oggi, professore, viviamo  venerando due miti, quello di Cristo e  quello di Francesco?  Marco noi veneriamo tanti miti  cristiani e non.

A me, Marco, risulta  che una cosa è il mito una cosa è la realtà storica: forse non lo so  dimostrare, non avendo mai  avuto il tempo necessario per approfondire la ricerca e  per meglio evidenziare i signa di tale tracciato  e nemmeno i mezzi per poter indagare più a fondo.

Il mito nasce a seguito del Phobos, dopo episodi e situazioni  catastrofiche, che incutono panico alle masse irrazionali, accalcate bestialmente,   quando magi e preti  dànno speranze nell’infuriare delle  calamità naturali o nel corso di spaventose guerre o di carestie  o di pestilenze, quando manca un’organizzazione statale.

Io non se se  si può dire quanto scrive Amartya Sen: nella  terribile storia delle carestie  mondiali  è difficile trovare un caso  in cui si sia verificata un carestia in un paese che avesse  stampa libera ed un’opposizione attiva  entro un quadro  istitutorio  democratico.

So, comunque,  che là dove  non c’è libertà di stampa, né opposizione politica, né un quadro democratico istituzionale ma solo  sovranità  assoluta  con i paladini del  clero e della  nobiltà  si creano due  sistemi  che si avvinghiano, attorcigliandosi al potere centrale  (Grande è l’insegnamento in tale senso di Giannone!)  impedendo ogni crescita popolare, mantenendo  l’ignoranza  dei molti che, condizionati dai miti religiosi e dall’epica di vincitori , obbediscono ciecamente alle direttive religiose e politiche vedendo punita ogni mente critica,   costretti oltre tutto  al sacrificio, in nome di un  Dio, che si fa perfino uomo  e diventa modello di vita e di resurrezione  per dare  un premio eterno come retribuzione ad una vita  di sacrificio terrena, pazientemente sopportata.

Perciò, Marco,  al di là del mito di  Cristo, di Pietro e di  Francesco,  gli oltranzisti vendono col Muthos  il sangue dei popoli  soggiogati dalla speranza futura di un  premio eterno.

Così potere politico e religioso hanno conquistato le Americhe, imponendo  gli hidalgo spagnoli  agli amerindi povertà e sacrifici; francesi ed inglesi  e poi anglosassoni statunitensi  hanno sottomesso,  massacrando,  le tribù libere indiane in nome di Dio, colonizzando  secondo Bibbia e Vangelo, letti ed interpretati secondo l‘ottica bianca della superiorità di razza rispetto alle altre.

Che  valore  può avere, professore, la parola del papa che chiede  all’Onu una nuova distribuzione di beni sulla terra, quando già anche dopo la decolonizzazione  si sono resi schiavi  i popoli africani, ed ancora si cerca di mettere la museruola  secondo la Christiana etica romano-americana ed  ora  bizantino-russa, ad ogni popolazione dissidente, gialla, meticcia, o indoeuropea,  con la superiorità delle armi e con le sanzioni economiche?

Nessuna parola, Marco, di papa Francesco  è credibile, se rimane sovrano assoluto.

Rovesciamo, dunque,  l’etica del bianco europeo  principe della terra! Sovvertiamo l’oikonomia di stampo ebraico! Annulliamo il potere religioso  di qualsiasi credo, lasciando solo una funzione  di pietas e di normalità rituale ai fedeli, senza clero!

Smettiamo di agitare la bandiera della croce  e di nascondersi dietro il nome di Dio!

Possibile che nel 2018 bisogna ancora dare illusioni all’uomo?

Non sarà bene che ogni ricercatore di qualsiasi disciplina, senza vendersi al migliore offerente,  metta in comune le risultanze del proprio lavoro  ed indichi una sua via, tra le altre percorribili, in relazione al suo studio per un reale orientamento?!

Possa questo duecentesimo articolo essere il primo di una denuncia  sociale, politica e religiosa,  che  sia esemplare per chi voglia essere  utile all’uomo – una creatura di  pari dignità e valore, simile in tutto ad ogni altra creatura del Kosmos, non certamente  somigliante al Padre,  onnipotente creatore-!

Un sistema economico-finanziario: Tzedaqah!

Oikoinomia ebraica alessandrina

Noi Cristiani, Marco, abbiamo radicato nella nostra mente l’idea di ordine  e di armonia  di un universo come realtà  esterna collettiva  o quella  di persona, perfetta, – come mikrokosmos, al pari del makrokosmos, – voluta da  un Dio  padre onnipotente, provvidente.

E’ questa  una concezione ebraico- christiana alessandrina- che è propria di una tradizione agricola  arcaica,  accadica  ed egizia semplificata nel mondo mediterraneo dal pitagorismo e dal platonismo –  per cui una creatura, fiduciosa nel suo creatore. si affida al suo Dio che, onnipotente e  benefico, regola il flusso astrale e naturale grandioso ed anche il suo breve tragitto umano, la sua vita, il corso della sua storia, conformemente al suo imperscrutabile disegno segreto.

Il sintagma oikonomia tou theou diventa  una base religiosa per un sacerdozio sia pagano che ebraico-christiano in epoca  cesariana e poi augustea, e sottende  una  organizzazione, politica ed economica su base religiosa  ellenistica, connessa con le strutture tolemaiche  della cultura alessandrina, di cui sono espressioni gli oniadi, la stirpe sacerdotale  di Onia III e della sua discendenza sommosacerdotale gerosolomitana insediata ad Alessandria  dal 146 a C.  con un un tipico politeuma, riconosciuto dai Lagidi

Per capirmi, Marco, devi seguire il mio ragionamento che si basa sul genitivo soggettivo  di tou theou del sintagma h tou theou oikonomia  che vale cioè O theos oikonomei

Noi, Marco, dobbiamo operare su Dio oikonomos, se vogliamo capire  il valore del sintagma ebraico  prima in epoca  Giulio-claudio  e flavio  e poi cristiano in epoca antonina e severiana nella sua applicazione iniziale oniade.

Non ti sto a ripetere quanto detto e scritto sul dioikeths alessandrino e sull’alabarca (cfr. Alabarca)e tanto meno  sul sistema economico  (di cui tratto in Caligola il sublime , in L’ eterno e il regno -II capitolo-  e in tanti articoli sull’Ellenismo e sul Pathr).

Professore, può procedere, seguo bene.

Dunque, Marco, il sintagma vale  economia divina  in quanto  tou Theou è genitivo soggettivo perché o Theos  è colui che regola l’oikos  familiare,  il patrimonio universale, cioè natura e storia  delle creature, in quanto è il kosmopoiios, colui che ha creato il sistema Kosmos.

Il theos come pathr euergeths, fonte di bene,  ha un  suo piano   non leggibile dall’uomo, che pur è creatura privilegiata,  eletta rispetto agli altri esseri viventi  senzienti e muti,  vegetali ed inanimati ed ha fatto un patto di alleanza con un genos sacerdotale,  a cui impone fedeltà di comportamento che deve essere espressione di obbedienza  illimitata,  connessa con amore e timore,  e vive nel Tempio di Gerusalemme, avendo al suo servizio  22.000 uomini.

Da qui, Marco, l’dea di un  Dio che ha costruito il mondo per l’uomo e lo sostiene e ne fa la storia  secondo la sua conduzione  pianificata sulle collettività, sui singoli in una  tensione paterna verso i  singoli, verso il gruppo, secondo una visione  di funzionalità makrokosmica ed una mikrokosmica.

E’ la visione platonico – ellenistica  poi  neoplatonica ed infine sarà idealistica, romantica,  connessa col classicismo letterario, che dà una concezione di ordine e di armonia non solo universale, naturale,  ma anche  anthropica privata e soggettiva  secondo schemi religiosi cristiani  in cui l ‘uomo con  la fede  vive in Dio,  seguendolo perfino  nel farsi della storia  imposta, composto ,come se fosse un bambino nell’utero materno di una natura generante  divina.

E’ un’idea perfetta  espressa da mens sacerdotale,  già all’epoca di Ezra, applicata in vari momenti  ebraicamente e poi rivista dai  christianoi  didaskaloi alessandrini  e dai cappadoci  orientali e  riselezionata  e rivista in Occidente  sulla base del sistema  di pensiero di Agostino ed applicata, in epoca barbarica  da  Cassiodoro, dal venerabile Beda  e dai monasteri benedettini eredi del sistema  agricolo di villae romane   prima e poi,  in epoca carolina,  da Alcuino  e dai tanti abati palatini ( Novalesa Farfa, Bobbio).

Marco, per secoli l’idea dell’oikonomia di Dio  si fissa nelle menti dl popolazioni sia orientali che  occidentali anche se le prime ancora sotto il legittimo Basileus bizantino  e le seconde   sotto un illegittimo potere barbarico, dominato da un’ Ecclesia romana, – che si consolida a scapito di quella  costantinopolitana dominata dal sovrano, incapace di mantenere saldo  l’imperium sull’Esarcato e sui domini italici-  che si  fonde con quello pure illegittimo di Potestas  carolina, in una usurpazione  del nomen romanum!.

Sotto questa etichetta i sistemi  religiosi  e politici occidentali  convinti di  avere la stesso funzione ebraica, grazie alla sede romana,  del tempio gerosolomitano,  sviluppano una comunicazione  diretta tra  Theos ed  anthropos, tra creatore e  creatura,  per cui  possiamo dire cristianamente  che ci si conforma alla volontà divina, accettando il  destino umano in una fiducia  nella  oikonomia /economia del Creatore, padre ed onnipotente.

Professore, lei ha dato il  titolo all’articolo di Tzedaqah ,che per quanto ne so io, significa  comportarsi da Tzadik, da giusto, di un uomo che  applica sulla terra la  giustizia , che cioè sa vivere giustamente  tra  terra e cielo, amando  il prossimo, per cui opera, e temendo e amando il theos, di cui  asseconda  l’oikonomia divina.

Perciò chiedo,- se ho capito bene!- come può cucirsi l’idea di giustizia con l‘oikonomia divina?

Marco, molte volte ho spiegato che essere giusti significa in Iudaea al tempo di Cristo,   donare,  dare cioè metà del suo patrimonio al fratello.

Ho mostrato il sistema trapezitario come  centrale in questa visione economica ebraica  e l’ho puntualizzato poi con Il politico o Giuseppe : forse qualcosa ti è sfuggito, anche se vedo la tua completa generale  visione del problema.

Ho letto attentamente  quanto ha scritto ed ho capito che   quando la Trapeza  è stracolma (talenti mine dracme ) deve sdoppiarsi  e il trapezita della  trapeza   madre   alessandrina deve  inviare un gruppo  con un fiduciario in modo da  stabilirsi in altra località con una metà del fondo bancario, trasferendo lì la metà della  moneta liquida, scortata da milites armati o su navi.

Bene Marco!E  sai pure che quanto resta cioè la metà  col surplus resta in sede!

Dunque, la trapeza madre lascia tutta l’amministrazione dioikhsis  ad un altro  che come Dioikeths  opera in modo autonomo applicando tassi in relazione alla situazione  commerciale  in cui si trova la nuova sede  e  crea un colonia ebraica, che vive separata dagli altri, pagani, secondo un proprio sistema di vita, garantito dalle autorità locali  secondo editti non solo lagidi ma anche dell’imperium romano.

Filone e Flavio nelle loro opere evidenziano la stretta connessione col potere romano delle trapezai ebraiche che  si decuplicano nel periodo giulio-claudio, nonostante un episodio persecutorio di Caligola (cfr. In Flaccum).

Filone, il filosofo neoplatonico, fratello dell’ alabarca,  ha grande competenza  commerciale ed economica,  sembra indicare una precisa direzione non solo  emporica  specie nelle città   con porto, ma anche nell’entroterra  sia africano che asiatico, mostrando una rete di uomini che operano come  impiegati nel lavoro bancario ( Cfr.  Alabarca)

Filone parla  di oikonomia giudaica  continuamente nella sua opera ed anticipa  Paolo,  Apollo, Plotino.  Clemente ed Origene.

Oikonomia deriva  da Oikonomeoo amministro la casa in quanto ho  diritto secondo una consuetudine patriarcale di guida  del clan familiare e del patrimonio/oikos.

Si tratta, quindi, di un’ azione di un pathr, che amministra l’oikos familiare e  che regola  in quanto legifera avendo diritto  poiché padrone assoluto come il theos creatore della phusis natura e   delle sue creature.

Al termine oikonomia che vale nomos  oikou cioè la legge del l’oikos del patrimonio familiare, cioè legge del padre,  Filone -che  ha impero economico  familiare in Alessandria coi fratelli, da oltre un secolo, basato sul plerooma / quello che si riempie di qualcosa, sulla pienezza di denaro che avanza e trabocca- ha necessità  di smistare, di dividere, creare filiali, succursali e di dipanare la rete trapezitaria in tutta l’ oikoumenh,  mediante  una schiera di agenti commerciali, di addetti al cambio di valuta , methorioi,  guidati da un  membro della famiglia oniade,  che fa da congiunzione con la casa madre  e che tiene costantemente i rapporti, nonostante le distanze e l’autonomia della cellula, capace di generare col tokos /interesse, a sua volta, surplus.

C’è uno smisurato sistema bancario, i cui vertici  sono legati con i governatori provinciali dell’impero romano e con la corte imperiale giulio-claudia  in quanto solo tutti iulioi /iuliifamiliares dei Cesari, degli imperatori che portano il nomen/onoma di  Iulios/Iulius!

Anzi l ‘alabarca è epitropos / epimeleths/ therapeuoon /Curator della domus  di Antonia Minor, nonna di Caligola, che è  in concorrenza con quella della suocera   Giulia Livia e di Tiberio, legata ad Argentarii e nummularii latini!

Ii sistema finanziario-commerciale-economico è così complesso tanto che invade  progressivamente il mondo romano e quello parthico raggiungendo anche il  mondo barbarico germanico, lungo la via danubiana e il Ponto Cimmerico  e giunge fino a colonizzare l’India, l’isole indiane , l’Indonesia e perfino la Seria/ Cina.

Ad un tale  colosso economico  conviene una  decentrazione, nonostante la centralità alessandrina: gruppi di addetti  ai banchi, emporoi, naucleroi,  agenti di cambi  girano da una regione ad un’altra e tengono bassi i tassi, formano un esercito di operatori commerciali,  che, in concorrenza coi pubblicani  romano-latini  hanno il monopolio dei trasporti e delle merci da esportare, imponendo il cambio   delle monete  a loro esclusivo vantaggio, sempre  tesi ad una moltiplicazione delle trapezai, specie nel Mediterraneo  (cfr. Methorios).

Professore, ho capito che, secondo lei, l‘oikonomia ebraica è una catena di S. Antonio che autorizza  ogni dioicheths a svolgere una propria libera azione  a seconda della  propria funzione e professionalità  a seconda anche della distanza  da Leontopoli, sede templare dell’alabarca, che guida da  Alessandria ,sede della banca centrale insieme ai funzionari templari.

E risulta anche una ragnatela di trapeziti e di emporoi che dominano ogni settore della vita romana, soffocando  il commercio greco e quello romano-italico gallico!

Più c’è diffusione delle sedi in regioni lontane  e più cresce l’economia ebraica, basata sul  fare un atto di Giustizia per il fratello.

Professore, vanno di pari passo  proselitismo,  economia giudaica e  distribuzione della ricchezza?  Certo.

La colonizzazione ebraica sottende, perciò, un  arricchimento per la regione con trapezai giudaiche non solo per i giudei ma anche per  i pagani, specie se  chiedono di essere circoncisi?

E’ così la ricchezza si ridistribuisce  tra i pagani circoncisi che  diventano  elementi attivi nella conduzione di un magazzino/emporion, di un  arsenale navale, di un’attività commerciale,  connessa con la trapeza giudaica.

C’è una ricaduta positiva sul territorio in cui c’è apoikia?

Sicuro.

Il  giudeo non è  allora,  separato dagli altri farisaicamente, ma partecipa con i pagani, timorati di Dio, all’attività commerciale e  dà al nuovo fratello la stessa possibilità economica  che concede al contribulo.

L’ebreo non può  far la caritas christiana, che diventa  elemosina,  deve invece dividere il suo oikos  per  essere veramente fratello e tzadik!

 Dunque, Marco,  la bontà paterna, che è fonte del dare , sottende tzedaqah, cioè  agaph, che risulta in Oriente fonte amorosa e ha connotazioni figurali paterne, mentre  in occidente diventa  caritas di stampo paolino.

Ho cercato di far comprendere ai profani nello studio su Giuseppe o il politico, l’oikonomia ebraica, ma invano: mi sembra che solo un accademico, uno  studioso di Paderborn, abbia capito qualcosa.

Ora  dopo molti anni ci riprovo  cercando col tuo aiuto di dare indicazioni migliori in modo  da mostrare  l’epopea commerciale e mercantilistica dei giudei in  epoca romana  da fare vedere le  connessioni religiose ,economiche  e sociali e politiche così  da rilevare le strutture oniadi ancora oggi presenti nella Chiesa Romana.

Tzedaqqah ebraica , Marco, funziona dall’epoca babilonese ed è un sistema economico templare che  fa la differenza tra le economie templari acheminidi, prima, e greco- romane poi, con il trasferimento dell‘oikos  del tempio, che diventa anche un scissione religiosa  con una forma ereticale,  quando Onia III  chiede asilo ai Lagidi, ed ottenutolo, ha la possibilità di creare il Tempio di Leontopoli, che concorre per la riscossione della doppia dracma con quello gerosolomitano.

Marco, ti è chiara dunque la mia  lettura di Tzedaqah ?

Certo. professore: l’essere figlio di Padre, comporta fratellanza e comune sistema di vita, in quanto l’azione del padre che amministra è  benevola in modo eguale verso i propri figli anche se il cleros è del figlio primogenito.

Il padre  è colmo di amore come anche il primogenito verso i fratelli  nella suddivisione dei beni familiari,sufficienti a vivere dignitosamente, se spartiti equamente.

Mi sembra che hai capito, Marco ma non so se ti è chiaro il fatto che  la possibilità di equa ripartizione dei beni è in rapporto al plhrooma, alla fonte di bene iniziale.

Ho capito bene, professore,  Dio padre essendo colmo, trabocca in quanto sorgente e genera  altri se stesso in una continua emanazione: l’applicazione mercantilistica e trapezitaria  ne è un chiaro esempio come quella plotinica  e gnostica.

Tu fai di me , caro Marco, un uomo felice perché  ormai disperavo di riuscire a far capire il mio pensiero!

Un Theos plhrooma fonte  in  effusione e traboccamento, nella sua emanazione continuata  crea la varietà delle forme di vita, comprese quelle intermedie  ed è in relazione più o meno diretta dai figli, vincolati dall’oikos comune…

Professore , a questo punto, non so più valutare l’apporto culturale di Amartya Sen, premio  Nobel nel 1998,  che,  a mio parere aveva indicato nuove forme  di distribuzione economica  auspicandosi una  revisione  economica su differenti basi.

E perciò le chiedo: ha qualcosa di ebraico  la sua impostazione economica?.

Non posso  valutare, non avendo competenza tecnica, settoriale anche se stimo moltissimo l’opera di un grande studioso,  figlio e nipote di  uomini di cultura Sanscrita, gran lavoratore ed abile nelle teorie commerciali, aperto ad una comunicazione plurima, pur privilegiando quella ebraica.

Tu, ingegnere, meglio di me, potresti  arrivare ad una conclusione pertinente su Amartya Sen , i cui tre matrimoni sono stati importanti  ai fine della sua carriera accademica: il II matrimonio nel 1971 con Eva Colorni, compagna amata e fedele per un ventennio e quello con Emma Giorgina Rothschild, sposata nel 1993, potrebbero  aver indirizzato il suo corso di studio  in  una lettura  comunistica dell’economia secondo parametri giudaici, senza, comunque, intaccare la sua originale ricerca…

Neanche io, da ingegnere, posso dire qualcosa di preciso  su una ricerca così originale come quella di Amartya Sen!.

UN GIORNALISTA legge Caligola il Sublime

Caligola il Sublime è un’opera di revisione storica  che, insieme alla traduzione di  Antichità  Giudaiche di Giuseppe Flavio (XVIII,XIX, XX) e  di In Flaccum e di Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino, rileva un‘altra storia giulio-claudia e ne coglie le connessioni  politiche ed economiche con quella giudaica, specie erodiana ( Cfr. Giudaismo romano I,II  e Il politico o Giuseppe). 

Paolo Di Mizio, mio alunno al Liceo Classico,  anno scolastico 1967-1968,   richiesto del suo parere, con  stima, non disgiunta da onestà e lealtà,  espresse, poco dopo la pubblicazione,  il suo giudizio, utile ai fini del successivo lavoro dell’autore, rimasto sempre ai margini della cultura ufficiale, nonostante i suoi meriti di ricercatore (cfr. Una vecchia questione).

Dopo nove anni il professore pubblica la lettera del  Giornalista e lo ringrazia per la precisa valutazione di Caligola il Sublime, riconoscendone la sagacia di giudizio,  segno della sua professionalità.

 

 

Sabaudia, 28-7-2009

 

Carissimo Angelo,

scusami innanzitutto per il ritardo con cui ti rispondo, ma è un ritardo che dipende in parte anche dal fatto che ho preso molto sul serio le quattro righe con cui mi chiedi un parere, dal quale sembra dipendere anche una tua decisione futura, e con ciò mi investi di una responsabilità non indifferente.

Ho per questo aspettato di avere il tempo di riprendere in mano il libro di Caligola e approfondirne la lettura.

Adesso, pur non avendo ancora del tutto terminato di leggerlo, penso di essermi formato un’idea definitiva.

Comincio col dirti che non sono uno storico: sono un giornalista e, al massimo, uno scrittore, che è , comunque, cosa molto diversa dallo storico, e, come tale, posso giudicare.

Io mi sono appassionato alla lettura del libro. Come già ti ho detto, è pieno di stimoli che spingono la curiosità intellettuale del lettore.

Da quello che posso capire, le tue analisi del protagonista, dei personaggi collaterali e del quadro storico sono molto originali, e i tuoi punti di vista mi sembrano sempre non conformisti: su ogni cosa applichi il metodo cartesiano del dubbio e cioè del non dare alcuna verità per scontata.

Inoltre, nel substrato del libro si legge una tua spinta etica, una tua lettura “morale” della storia, che io trovo appassionata e appassionante. Apprezzo molto il rigore appunto etico: anche per me la Storia o è “morale” o non è Storia.

Sono inoltre costernato dalla tua immensa erudizione sul mondo classico (sui banchi di scuola, invece, ti conobbi come analista di Foscolo!). E apprezzo infine il modo dettagliato con cui riporti le fonti e il fatto che riproduci brani in lingua originale (latino, greco…) e poi le traduci.

Tuttavia, quasi per gli stessi motivi che ho qui elencato, devo notare, dal punto di vista del lettore non specialista, che il libro costituisce una lettura difficile.

Innanzitutto, come dicevo, per la prosa, per lo stile espositivo, che a me piace molto, ma è indubbiamente aspro, molto denso, così fitto di citazioni (e questo va bene per lo storico, ma non agevola il lettore meno colto), così irto di riferimenti culturali e di rimandi che non sono alla portata di chiunque.

In secondo luogo, a rendere “difficile” la lettura, secondo me, contribuisce anche la costruzione, la “scaletta”, del libro, la quale presuppone un lettore già dotato di una conoscenza aprioristica dei fatti storici salienti.

Per esempio, ti faccio notare che praticamente non si trova un rigo sulla biografia di Caligola fino a pagina 27, dove comincia un capitolo che in realtà è più dedicato a Germanico che a Caligola stesso. Per le prime 26 dense pagine affronti preliminarmente i temi di fondo e di giudizio sul personaggio storico, con tesi di molto spessore e molto ben argomentate, ma esposte quando ancora il lettore (non specialista) non conosce nulla del personaggio e perciò non sa se partecipare e come partecipare al tuo giudizio. Per le prime notizie su Caligola bisogna aspettare pagina 76 (Caligola a Capri).

In due parole, quello che sto cercando di dire è che io ho preso in mano il tuo libro come fosse un libro divulgativo e invece ho scoperto che non è esattamente divulgativo, cioè adatto al “volgo” non specialista di storia. Se voleva esserlo, sappi dunque che, a mio giudizio, non lo è.

Dico questo perché voglio arrivare al dunque. Io non so – e non voglio – consigliarti se pubblicare o non pubblicare i cinque volumi sul Giudaismo Romano (tra l’altro non ti consiglio neppure di mandarlo in lettura a qualcuno della comunità ebraica italiana, perché sono sicuro che sarà un libro pieno di rose ma anche di spine, insomma non apologetico sul giudaismo).

Però penso che tu debba valutare due diversi elementi per decidere se affrontare la spesa della pubblicazione:

 

  • il primo elemento è, come ti ho detto, che il tuo modo di costruire il racconto storico non è di facile lettura e di facile divulgazione. Non lo è per il libro di Caligola e immagino lo sia ancor meno per l’altro lavoro. Per questo motivo, e per l’argomento stesso del lavoro, non credo si possa immaginare che cinque volumi sul giudaismo romano possano diventare un caso commerciale-editoriale, un best-seller nelle librerie.
  • Il secondo elemento è che i libri non si pubblicano solo per essere venduti ma anche per essere giudicati. Ma giudicati da chi? E perché? E qui veramente le risposte devi dartele da solo.

Da parte mia faccio un’amara riflessione: immagino che il mondo degli storici sia, come ogni altro ambiente culturale, sostanzialmente un circolo chiuso, una conventicola, una rete di cattedratici universitari, un sistema di potere autoreferente, una setta iniziatica, dove i non iniziati non hanno accesso, anzi vengono in ogni modo emarginati: anche con il silenzio, che è la peggiore delle critiche.

Ora, non credo tu faccia parte del sistema, dell’establishment culturale-storico (anzi per tua natura credo caso mai il contrario, che tu sia un ribelle e un anarchico). Questo significa che non credo tu possa sperare di essere “scoperto” e consacrato come grande storico da un critico autorevole e disinteressato, il cui giudizio ti ponga immediatamente al centro dell’attenzione e del dibattito storico. Tutto è possibile, ma  è anche molto improbabile.

Detto questo, aggiungo che la pubblicazione di un lavoro costato anni di lavoro e perigliose circumnavigazioni nel tempo e immensi viaggi del pensiero, costituirebbe certamente una soddisfazione personale, un momento di felicità come pochi, un piacere che può valere anche tutta una vita e che può essere un lascito per chi ci ha amati e ci sopravvive.

Un lavoro così, dovrebbe, se ci fosse giustizia al mondo, essere pubblicato “automaticamente”, per ordine divino –et sine conditio(ne)-.

Ecco, ti ho detto tutto quello che penso, come mi hai chiesto. Ho cercato di essere onesto. Spero di esserti stato un poco utile. Perdonami la lunghezza.

 

Tienimi informato delle tue riflessioni e decisioni.

 

Ti abbraccio, con grande stima

 

Paolo

Dove andiamo?

Dove va l’Italia repubblicana con Salvini e Di Maio?

Ci stacchiamo dall’Europa ?!  Diventiamo un’altra Grecia? !

Conosciamo quanto hanno sofferto i Greci in questi ultimi anni?

I nostri figli e nipoti sanno soffrire?

Sono interrogativi che ci poniamo noi vecchi ; noi non sappiamo rispondere perché abbiamo fatto qualcosa, senza parlare, ed ora vecchi-bambini forse vaneggiamo, di fronte  al cumulo  di mali di un’Italia, una barca  senza governo.

 

Alla fine di Quale futuro ci attende, Angelo Filipponi scrisse nel 1995:

 Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’ adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti, camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico di nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’ autonomia personale, (familiare e statale ) perché fiduciosi nel progresso- ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e  degradare i politici,  uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice, incapaci di soluzioni, inutili come amministratori pubblici, data la marea di  burocrati, autosufficienti, considerato il potere occulto senatorio.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico, demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano – uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia -.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano ,inserito in un  Europa, da configurare,  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere da solianarchicamente,   senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente,  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio,  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora, la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

Oggi, dopo 23 anni, l’italiano medio dovrebbe aver capito qualcosa di politica, di democrazia, di repubblica, di religione… dovrebbe votare … secondo ragione personale… valutare  la situazione e fare un punto situazionale concreto…avere abilità e capacità di lettura, almeno, rispetto ai padri ,  educati  secondo fascismo o socialismo, ancora condizionato dal mito religioso.