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Athenais Eudocia

 

A Filippo Massacci, mio amico

 

Marco, conosci Athenais Eudocia (400-460)?

No, professore. So vagamente qualche notizia circa il suo matrimonio con  Teodosio II e i contrasti con Pulcheria.

Ti devo dare, quindi, i dati essenziali  biografici prima di potertene parlare in senso cristologico per mostrarti la sua posizione nestoriana e poi monofisita, eutichiana. Forse è bene che tu rilegga  Cirillo e Nestorio ed anche Cirillo e Porfirio oltre a Pulcheria e il riconoscimento della cristianizzazione di Giacomo !

Ascoltami bene e sappi che Eudocia è un soggetto molto controverso  anche se poi la leggenda se ne impadronisce e la santifica  subito dopo la morte, anche in senso catholikos, oltre che ortodosso.

La critica ottocentesca, invece,   la condanna  sia come donna che come imperatrice e come letterata (Cfr. Eudocia Athenais, Storia di S. Cipriano, Adelphi, 2006)

A me risulta, comunque,  un personaggio creativo, vivace,  laico, che,  pur se deve vivere in un mondo di  estremismo e  radicalismo religioso come quello di Pulcheria  e del consorte Marciano o di Teodosio II, suo marito, riesce ad avere una sua tipica funzione, difficile, ancora oggi da precisare.

Sembra che sia nata  nel 400 ad Atene  dal retore Leonzio (ignota è la madre) che la lascia orfana presto ma con un buon capitale tale da consentirle il trasferimento nella capitale dell’impero orientale,  Costantinopoli, dove ci sono forse i parenti della madre, uno zio di nome Asclepiadoro.

Per la sua eccezionale  bellezza è notata da Pulcheria, sorella maggiore di Teodosio, – che vede in lei l’ideale sposa per il fratello, nel 419 circa- e da Paolino, magister officiorum.

Pulcheria, come reggente dell’impero,  la fa educare cristianamente al fine di aver una cognata che deve vivere conformemente alle regole  della corte.

Dopo una breve istruzione in senso cattolico,  l’augusta la fa battezzare come Eudocia, desiderosa di vederla zelante fedele.

La  vita della donna  cambia quando diventa Augusta /basilissa  col matrimonio nel 421.

Nel giro di un decennio nascono figli, tra cui Licinia Eudossia,  Flaccilla e nel 431, Arcadio, che muore bambino.

Nel 423, dopo la morte di Onorio,  la pars occidentale dell’impero romano è in mano dell’usurpatore Giovanni primicerio, per cui  Galla Placidia, costretta a fuggire  col figlio Valentiniano, è accolta a corte a Costantinopoli da Pulcheria e da Eudocia.

Le donne combinano un matrimonio politico tra parenti,  tra Eudossia, bambina di pochi mesi, e Valentiniano, ragazzo di cinque anni,  con la promessa di un invio di eserciti in Italia. Infatti il generale Ardaburio minister militum  e suo figlio Aspar occupano Grado ed Aquileia per poi prendere Ravenna e uccidere l’usurpatore, ridando il legittimo trono a Valentiniano.

La notizie le conosciamo tramite  Socrate di Costantinopoli (Storia ecclesiastica, VII, 21,X).

La corte  è un monastero secondo le regole  di Pulcheria  e del patriarca Attico, che impongono la castità anche alle sorelle dell’augusta.

Il dissidio tra la colta e paganeggiante imperatrice – amata dal popolo e dai militari, specie dopo la pace con i Persiani, celebrata da lei con Inni in esametri –   e la bigotta Pulcheria scoppia ben presto ed  è causa di litigi e di delazioni  in quanto si sono formate due partes, che coinvolgono prelati e ministri come Paolino  e il prefetto Ciro di Panopoli,  apparentemente a parole,  per cause religiose cristologiche, ma, in pratica,  per  il controllo della corte e per l’appoggio imperiale.

Si è in un clima di bigottismo religioso, di celebrazioni di martiri e di  ritrovamenti di reliquie, di lotte cristologiche e monofisite, eutichiane.

Professore, non mi ha mai parlato di Eutiche, lo può fare ora?

Eutiche  (378-454) è il fondatore del monofisitismo: ritiene cioè che in Christos incarnato ci sia  una persona/prosoopon( ipostasis) in quanto uios Filius/verbum-logos  con sola natura phusis divina.  Sappi che è un archimandrita di un convento  di Costantinopoli, amico di Crisafio,  – concubilarius di Teodosio, un suo discepolo,  potente eunuco a corte – rimasto ignoto fino a quasi 70 anni. E’ un fervente antinestoriano e convinto seguace di Cirillo di Alessandria che ha imposto  ad Efeso il culto di Maria  theotokos/deipara  ed ha formulato nel 431 la theoria della natura divina  del Christos.

Comunque, Eutiche è accusato dal patriarca di Costantinopoli, Flaviano, nemico di Crisafio, solo l’8 novembre del 448 che  lo fa condannare da un sinodo episcopale perché professa che, dopo l’incarnazione,  in Christos prevale la natura divina su quella umana, come inghiottita dall‘upostasis del logos.

La condanna all’esilio è ribadita prima da un altro sinodo di Efeso del 449  e poi dal Concilio di Calcedonia, indetto da Marciano, a cui partecipa anche una delegazione latina,  inviata da Leone I,   per la quale la formulazione è questa: in Christos incarnato ci sono due nature phuseis e una persona con la sussistenza dell‘ upostasis dell’uios logos/ filius verbum!.

Grazie, professore.  Ho capito qualcosa: devo riflettere molto per entrare nel merito. Beati i miei amici che dicono il  Credo senza comprendere nessun termine  e ripetono a memoria  le bizantine formulazioni, mal tradotte in latino ed ancora peggio in Italiano!  Ora può seguitare a parlare di Eudocia.

Eudocia, Marco,  ha vita difficile a corte, avendo un altro modo di pensare ,  in quanto appartiene ad una cultura pagana, laica, ateniese, aperta, filantropica, kosmiootera. 

Cosa intende, professore, con tale comparativo?

Voglio dire che  come augusta  è pia  ed ha una conveniente  diaita  kosmia/ un sistema di vita armoniosamente cristiano, attenta ai  doveri coniugali, ma  è donna libera e  desiderosa di Cosmopolismo,  di evidenziare  cioè un’humanitas magnanima,  che supera quella cerchia della corte teodosiana, chiusa nella rigidità e regolarità del culto cristiano  e della pratica quotidiana delle preghiere ortodosse, scandite ad ore stabilite.

La regina si sente come  prigioniera in un saio monacale, dentro le mura di un convento, guardata a vista da Crisafio e dal Patriarca  Proclo di Costantinopoli: le sue lettere a Leone I, papa romano, fanno trasparire un tale stato di animo!.

La regina, perciò, contrastata dal Proclo prima e da  Flaviano, poi,  invisa  a corte, nonostante la sua attività  di costruttrice in città e la cura del prossimo, non ha più possibilità nemmeno di difesa a causa delle dispute cristologiche, a cui,comunque, si sottrae, pur scrivendo il proprio pensiero  al papa romano,  che è succube delle imposizioni   dottrinali  costantinopolitane, come è chiaro nel sinodo di Efeso del 449.

Eudocia è condannata anche se già è in esilio, ma Flaviano paga con la vita  il suo integralismo religioso, anche se la leggenda  tramanda una translatio delle reliquie  su una nave, autorizzata da Galla Placidia a  trasportarle a Ravenna, dove mai arriveranno perché venuta una tempesta, muoiono i marinai e la barca approda  senza ciurma a Giulianova Castrum novum Piceni, dove ancora oggi riposano le sue spoglie mortali.

Si tenga presente che poco prima del suo primo volontario esilio il 25 settembre del 437, c’è un terribile terremoto a Costantinopoli secondo Teofane (758-818) -Cronaca–  che per 4 mesi terrorizza la popolazione che vive  stabilmente non in città ma  all’aperto nell’Ebdomon.

Di questo periodo si conosce un intensificarsi di preghiere  e  l’uso della celebrazione del Trisagion, la ripetizione per tre volte di Agios  secondo la precettistica della scuola di Giovanni  Crisostomo,  il cui discepolo è il Patriarca Proclo: Agios o Theos, agios ischyros, agios athanatos, eleison hmas. da cui derivava il latino Sanctus, Sanctus, Sanctus Deus Sebahot  – divenuto oggi dio dell’Universo-

Secondo la tradizione dopo  le reiterate preghiere, un angelo appare e  il terremoto cessa.

All’epoca,comunque, la stessa opera sincretica  di Eudocia su Kuprianos è una vera sfida al bigottismo  di corte – specie nel biennio 426-7  di Sisinnio – sotto il patriarcato dello stesso Nestorio: la regina sorprende coi suoi versi omerici  i suoi lettori, cortigiani, raffinati,  che seguono le paradossali trovate  geniali,  i suoi meravigliosi racconti  naturali e le sottili analisi psichiche.

Lo stesso pellegrinaggio a Gerusalemme del 438-39 risulta, quindi, nella Conversio di Cipriano, al di là di un velato esilio da corte,  una reale  apertura giovanile al mondo, alla varietà e alla bellezza universale, una ricerca di  libertà.

Specie la sosta ad Antiochia, descritta enfaticamente e il suo elogio della città fatto in senato, hanno un valore encomiastico particolare e  mostrano un nuovo tono, direi, pagano  ( Storia di Cipriano, cit. I,11-14).

Il rilievo dato al sobborgo di  Dafne e al Tempio di Apollo, congiunto alla descrizione del luogo, realistica, con la visione di una pianura  di allori  e di  cipressi, zampillante di acque, con riferimento alla  classica  fonte Castalia  è una celebrazione  del culto  pagano ( cfr. Apollonio di Tyana e Gesù di Nazareth).

Il Senato  antiocheno,  stabilendo di onorarla con una statua, riconosce il sotteso spirito paganeggiante nella cristiana augusta!.

La sovrana, celebre  a Costantinopoli, raccoglie l’omaggio anche di un’altra metropoli, dopo aver ricevuto onori anche ad Efeso, proprio a Dafne, là dove  lei più tardi mostrerà la vicenda di santa Giusta  e la sua vittoria come cristiana sulle forze diaboliche del mago Cipriano, che scopre nel corpo della vergine il segno invincibile  della Croce.

Eppure, nonostante la paganità dei versi omerici e la volontà kosmiotera, l’augusta svolge una funzione cristiana quella di ricercare in Gerusalemme  le reliquie dei martiri, i segni della passione di Cristo e quelli della prigionia di Pietro, fratello di Andrea l’apostolo fondatore della chiesa costantinopolitana.

Ricorda, Marco,  che nel nome degli apostoli,  Pietro Romano e   Andrea Costantinopolitano, si è  già stabilito il doppio primato in Occidente e in Oriente nel quadro della Pentarchia  (gli  altri tre patriarcati sono  quello di Gerusalemme, quello di Alessandria e quello di Antiochia)! I patriarchi della Nuova Roma e quello della Vecchia Roma hanno il dominio sugli altri! In effetti il dominio è della sede costantinopolitana, dove regna l’autokrator da cui ha auctoritas il Patriarca, esecutore dei voleri del nomos empsuchos imperiale, espressione vera del thelema divino sulla terra, secondo il diktat di Costantino, tredicesimo apostolo.

Fatte le debite ricerche mirate, la regina, comunque,  a Gerusalemme trova le reliquie di S Stefano protomartire e le catene portate da Pietro, conservate dalla comunità gerosolomitana.

Così si disse. Così furono accettate a  Costantinopoli.

Infatti al ritorno con le reliquie c’è una festa a corte dove si fanno   riti religiosi per la deposizione  dei reperti secondo le cerimonie  prescritte, dopo la consacrazione ufficiale ad opera del patriarca.

La tempesta contro la regina  giunge, comunque, all’improvviso con la delazione di Crisafio, che accusa la regina di adulterio con Paolino E’ accaduto che Teodosio ha regalato una mela frigia  ad Eudocia, che l’ha donata a Paolino che, senza saperlo, ne fa dono all’imperatore , stupito di ricevere la stessa mela, data alla moglie.

Crisafio, incaricato dell’indagine  formula un’accusa dettagliata su Paolino, che viene immediatamente condannato a morte.

Eudocia, invece, pochi giorni dopo, è esiliata  e,  seguita da un corteo di dame e scortata  da truppe, come una prigioniera, fa lo stesso  precedente iter, in modo  clandestino e   si ritira a Gerusalemme, dove resta per un ventennio circa e dove muore  il 20 ottobre del 460.

Una brutta storia,  professore, questa di Eudocia?! Una favola è la mela frigia? Quale  ragione reale potrebbe aver indotto Teodosio a decretare l’esilio della moglie?

Marco, a parte la favola della mela frigia,  che sottende una deficienza mentale improbabile da parte di due  presunti amanti, che da buoni bizantini sanno giostrare, invece, abilmente  tra gli intrighi di corte, le ragioni  dapprima devono essere cercate a Costantinopoli dove le due principali  responsabili delle  quaestiones religiose sono Pulcheria e Eudocia, che sono a capo di eterie segrete e coprono  la prima con l’integralismo religioso la  pars di conservatori  e la seconda con  il monofisismo l’altra pars di innovatori, avendo ambedue rispettive indefinite brame politiche.

L’imperatore, succube di Crisafio, decide l’esilio prima della sorella e poi della moglie  fidando molto sulla diplomazia e sulla sapienza politica del concubilarius, ora  divenuto magister officiorum. In effetti le due donne  reclamano un proprio ruolo a corte: Pulcheria come ex reggente ha mire politiche congiunte al cesaropapismo, avendo ambizione  di tenere soggiogato il clero, pure nel cerimoniale;  Eudocia  tende ad avere una sua autonomia  per gestire  l’indeciso marito nella diplomazia, nella amministrazione statale e nella conduzione finanziario-economica,   dissennata e disastrata a causa dei tributi da pagare, annualmente, ai barbari, specie ad Attila.

L’una  acquista meriti vantando  verginità e  cristallina condotta morale  con pietas religiosa; la seconda mostrando amore coniugale e  formale  compostezza con  una rigida osservanza dell’etichetta di corte, pur  con qualche cedimento verso la cultura nestoriana  o verso il credo eutichiano, nonostante la propensione verso gli ebrei e l’ostentata protezione delle formule  pagane, indulgendo alla retorica e al sistema metrico omerico,

Il rigido costume di corte  connota Pulcheria; la retorica, il verso omerico e  i suoi centoni, la vita di S.  Cipriano e la magia, invece, mostrano  l’animo di Eudocia, più pagano che cristiano.

Perciò, Pulcheria è richiamata dall’esilio dal fratello, alla sua morte,  Eudocia  non è richiamata  dal marito né dalla cognata  e né dal marito Marciano e neppure dal successore Leone I.

Perciò, professore, si può dire che  sconta la pena solo Eudocia  perché cristiana paganeggiante, eretica monofisita,  una catholikh mai integrata con la corte bizantina teodosiana ?!

Non so se è così, Marco: la donna cerca di essere vera cristiana per come dice nelle lettere a papa Leone ( Cfr Epistolario ed. Ballerini  1,640 e Migne, Patr. Lat. L ,9 e sgg)  ed  è creduta dal clero latino e non da quello costantinopolitano che mantiene sempre lo stesso atteggiamento ostile verso la regina,  nonostante i cambi di potere. Eppure Crisafio, con la sua politica filounna e con la sua amministrazione economica ha rovinato l’impero,  attaccando gli ebrei e il  loro sistema  finanziario, massacrando anche le nobili famiglie pagane: solo dopo anni di malgoverno   è inquisito e condannato a morte nel 451 da Marciano, che  costringe Attila  a non avanzare più proposte di tributi,  dopo averlo sconfitto in battaglia, nel corso di un’invasione.

Da quel momento il re unno cambia strategia nei confronti dell’impero romano  dì Oriente e  si dirige verso i confini dei quello  di Occidente, più debole,  e fa la campagna gallica e poi italica, fermato da Leone I(!?) ,  per poi tornare verso Costantinopoli per chiedere di nuovo  invano annuali  tributi a Marciano  che, invece, rafforza il suo esercito, disposto alla guerra: la morte di  Attila fa terminare il pericolo unno.

Cosa fa la regina a Gerusalemme?

Eudocia, nel suo esilio, alterna il domicilio tra Betlemme e Greusalemme ed avendo a disposizione  molto denaro,  costruisce  mura  per la città santa, protegge gli ebrei e il loro sistema bancario,  perseguitati  da Pulcheria, dedita alla revisione dei suoi versi, meritandosi di essere acclamata  da tutti come la patrona dei deboli ed essendo vero asilo per i pagani, nella  superiore coscienza della sua azione kosmiootera filantropica.

Professore,  Eudocia sa mantenere  il modus /metrioths  di una vera augusta, anche da esiliata,  sotto la parvenza bizantina catholikh!

Così sembra,Marco!

 

 

 

Il corpo di s. Marco

 

Il corpo di S Marco è a Venezia?

Marco, il corpo di S Marco fu trafugato da Alessandria nel gennaio dell’ anno del Signore 828  d.C da Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, che, per una tempesta, erano capitati  nella città egizia, controllata dai Saraceni.

Da Francesco Zanotto ed altri (Storia Veneta vol.I,  Scripta Edizioni) si legge: Era questo involto da capo a piedi in una clamide di seta tessuta e sigillata con molti impronti: si conchiuse di sostituirvi il corpo di Santa Claudia, e di farne il cambio per guisa, che non se ne dovesse scorgere indizio. Tagliarono per ciò il manto di retro; estrassero il corpo di San Marco, e l’altro di Santa Claudia vi collocarono;  cosicché in sul dinanzi ne rimasero intatti i suggelli. Quindi i Veneziani trasportarono il corpo dell’Evangelista alle loro navi, coprendolo di erbaggi e di carne porcina in odio a’ Saraceni.

Era il corpo di S. Marco  quello portato a Venezia  il 31 gennaio?! Noi, professore, da anni,   riteniamo che il corpo trafugato non sia  quello di Marco ma di Alessandro Magno, il cui shma/monumento funebre, a causa del maremoto, era stato ritrovato, danneggiato,  ma con il sarcofago ben ancorato alla pietra alessandrina di base, mentre ogni altro monumento cittadino era stato trasportato via dalla furia del riflusso di onda, compreso il sacellum, il piccolo recinto consacrato con altare e reliquie  di S. Marco evangelista, fondatore dell‘Ecclesia di Alessandria per Eusebio (Cfr. Cirillo e Porfirio).

Così, anni fa, lei, professore,  ha scritto:

Un venticinquennio – come già detto- prima  dell’elezione di Teofilo a patriarca di Alessandria, la città era stata devastata da uno tsunami che,  nella sua onda di riflusso,  aveva ritirato il mare di oltre 2 Km ed aveva, tra l’altro,  riportato alla luce il shma di Alessandro con la stella argeade ad otto punte, disseminata, dovunque, e distrutto il martyrion di Marco,  ritenuto fondatore dell’ecclesia alessandrina christiana (Palladio, Storia Lausiaca,  introduzione di Christine Mohrmann, Testo critico  e commento a cura di G.J.M.Bartelink  trad. di Marino Barchiesi, Fondazione  Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori, 1974,  in  Peri Philoroomou scrive  che il monaco, intorno al 400, visita  to Martyrion tou Marcou) .

La popolazione fu sorpresa dall’onda di  ritorno mentre osservava il litorale scoperto e fu decimata dal riflusso…

Il fatto del 365 è utilizzato da Teofilo per l’assimilazione della stella argeade con il labaro costantiniano…

Il prelato  mette insieme da una parte i due simboli e da un’altra collega il martyrion di un ipotetico ecista cristiano con il sooma di Alessandro, il fondatore di Alessandria…

Secondo me, Teofilo, vescovo di Alessandria simpadronisce del sooma di Alessandro e lo pone nella fondamenta del Martyrion tou Markou, anch’esso devastato,  con la base del monumento sepolcrale in pietra alessandrina,  di  una tonnellata e mezza con stella argeade…. assimilato come simbolo cristiano, data la somiglianza apparente, in quanto costituita da una croce greca con un’altra che la taglia trasversalmente  a forma di  Ch (Christos)

E’ un vandalismo  calcolato o un nuovo sistema,  divenuto norma a seguito degli editti di Teodosio I ? … Teofilo e Cirillo sono uomini  perfidi cioè integralisti fedelissimi al loro credo, capaci di tutto…

Ciò sarebbe sconvolgente e significherebbe  che fu fatta un’adulterazione  incredibile – una ignobile falsificazione-  quella di uno  scambio di sooma … il corpo di Alessandro scambiato con quello di un Marco…

Oggi tale  pietra con la mummia di Alessandro potrebbe trovarsi in S. Marco per misteriosi disegni della oikonomia divina, che ha salvato dalle mani musulmane una così grande eredità e l’ha radicata in territorio  cristiano veneto…

E’ possibile? io chiedo, oggi, a lei, professore.

 Marco, l’idea mi ripugna: ho visto, però, nel corso della mia vita tante contraffazioni, tanti plagi, tante  adulterazioni che non ci sarebbe nemmeno da meravigliarsi di questo  scambio  cfr. Teofilo di Antiochia e cfr. O. Von Lemm,  Zu einen Encomium auf den hl. Athanasius in kleine koptische  studien  n. LVII pp 89-137.

Per te, Marco, vorrei aggiungere  che non furono, comunque, i due ad avere l’idea di sugkrisis, ma la geniale sostituzione potrebbe essere  stata di un patriarca, loro predecessore, di  Atanasio ( Cfr. Ario ed Atanasio).

Perché  e come? professore. Dove era Atanasio all’epoca?

Atanasio era tornato dall’esilio nel 361, grazie all’editto di Giuliano l’apostata , dopo che per sette anni era rimasto  ad Alessandria  nascosto presso una vergine, da cui era servito ed assistito,( cfr. Palladio, cit.  Peri parthenou )  per poi riapparire in chiesa ben vestito tanto che tutti, attoniti,lo contemplavano come un vivente, uscito dai morti/ oos ek nekroon zonta.

Poco dopo, sotto Gioviano (363-4),  aveva perturbato l’ordine nella città, col suo integralismo religioso catholikos, avendo già causato la morte orribile di Giorgio patriarca ariano, il 24 dicembre 361, anche se aveva fatto tentativi di sunarmozein cioè di pacificazione, mediante composizioni  ed adattamenti  a favore degli ariani, massimamente adirati contro il patriarcato ortodosso

Mentre Atanasio fa un’ operazione nei primi mesi del 365 di  conciliazione, impossibile al momento, per il grave dissidio dottrinale e per la feroce avversione dei cristiani contro pagani ed ebrei,  è colpito da un decreto  anche di Valente (364-378)  perché incriminato  di aver turbato la tranquillità popolare  e per aver provocato ulteriori odi tra le etnie e tra le confessioni religiose.

Sembra che alla fine di maggio o i primi di Giugno, Atanasio  si nasconde prima nella  Mareotide e poi tra i monaci  del Natrum…

Le  agitazioni popolari, a causa dell’intransigenza delle due partes cristiane,  non sono frenate nemmeno da Sebastiano  magister Aegypti…

Si suole dire, professore, che in quel giugno del 365  Atanasio si eclissa  e  vive tra i monaci  scomparendo da Alessandria. Perciò, si può affermare che il Santo non è presente quando si verifica il fenomeno del maremoto, che procura apocalittiche devastazioni e molte  morti!.

La ricomparsa di Atanasio, Marco, subito dopo l’evento  disastroso, e la sua pacificazione di fronte alla immane catastrofe  sembrano un miracolo  anche per gli ariani  tanto  che il patriarca appare  come un aggelos del Signore, che  aiuta a ricostruire la città ed è benefico/euergeths verso tutti, indistintamente, compresi ebrei e pagani.

Appare un nuovo Atanasio  che è accolto come  un soothr da ogni cittadino di Alessandria che accetta ora il suo patriarcato ortodosso catholikos.  

 Atanasio, svolgendo per un settennio questa funzione  pacificatrice, diventa il ricostruttore della città a cui dà una fisionomia chiaramente cristiana.   

La Pars orientale di Alessandria, quella di Porta Sole, la più colpita, intorno a Lochias,  dove c’era il shma di Alessandro, anche se maggiormente devastata,  conserva, comunque,  le strutture della città ellenistica lagide, mentre quella occidentale, quella di Porta Lunae,  col Martyrion di S Marco – situato sul litorale, verso  est , in un sobborgo di Alessandria, ancora  intorno al 400 – non ha più tracce  del passato, essendo stata rasa al suolo dall’onda di riflusso.

Sembra che il santo, abile demagogo,  sostenuto dalla piazza, sappia avviare la ricostruzione,  riuscendo ad avere l’appoggio delle autorità locali politiche e di quelle religiose.

Professore, lei, quindi, pensa che Atanasio sia l’uomo che sa sunarmozein/ comporre  to sooma/ il corpo, chiuso nel sarcofago di Alessandro Magno  nel Martyrion di Marco-il cui sooma è scomparso, disperso dalla furia delle onde il 21 luglio – ed avviare la ricostruzione con la consacrazione col nuovo ecista cristiano?!

Marco, è probabile che il santo mostri che Dio,  facendo risparmiare dalla natura il sepolcro  di Alessandro  abbia  indicato  con segni certi  la sua volontà di abbinare  nel culto l’ eroe  greco e  l’evangelista  cristiano, assimilati  e congiunti nella  funzione di patroni della città!.

E’ anche probabile che Atanasio faccia seguire la consacrazione dell’altare del  vecchio Martyrion  con reliquie di Marco,  che,  così, diventa il simbolo della nuova città di Alessandria.

Forse Libanio,  che parla (Orazioni,49,12) del corpo di Alessandro in mostra in Alessandria nel 390, sotto Teodosio, si confonde e sbaglia di proposito avendo visto solo il peribolos/recinto, ancora esistente, e la pietra  e non il sooma.

Comunque,  potrebbe essere avvenuto lo scambio, anche se scorretto e, direi, scellerato, se qualche anno dopo Gregorio di Nazianzo nel suo enkomion  fa qualche esempio circa  i modi di  operare di Atanasio!.

Lo stesso Gregorio di Nazianzo potrebbe perfino non sapere niente,  come potrebbe ignorarlo poi Giovanni Crisostomo che, andando in Egitto nel 400 chiede invano  agli alessandrini dove sia il corpo di Alessandro: Costantinopoli e Antiochia  sono ostili a Teofilo di Alessandria, data la rivalità tra le Chiese!

Neanche Achille Tazio sa qualcosa,   che pur è alessandrino, ed è autore del romanzo Leucippe e Clitofonte, dove si parla di Alessandria !

Marco, non possiamo, però, esserne certi: troppo pochi  sono i segni   e le prove  per il sostegno della nostra supposizione: ci vorrebbe una verifica eclatante!

Professore, ho letto nel Resto del Carlino  di questi giorni che la dottoressa  Katherin Hall –  Dunadin School of Medicin di Otago in nuova Zelanda – ha fatto uno studio sulla base delle descrizioni storiche  delle fonti  greche  e latine -Flavio Arriano, Q. Curzio Rufo, Plutarco –  sulla morte del grande condottiero ed ha concluso che Alessandro, dopo 11 giorni  di agonia, fu considerato morto, ma non lo era affatto, perché il suo corpo non puzzava né  presentava segni di decomposizione.

Secondo la  dottoressa il macedone  fu colpito dalla sindrome di Guillain Barré , da un batterio, tipico della zona babilonese,  che paralizza gli arti inferiori progressivamente colpendo  il sistema immunitario dell’individuo che, a sua volta, attacca il proprio  sistema nervoso periferico tanto da portare alla morte il soggetto, attaccato.

Faccio la domanda pazza, di cui  quasi mi vergogno, professore, a lei:  non si potrebbe indicare alla dottoressa che va cercando il corpo di Alessandro in Alessandria (sotto la Moschea di nabi Daniel o sotto la Moschea Attarine?)  e in altre località,  di questa possibilità veneziana del corpus Marci ?

Capisco bene quante siano le pratiche  per una tale concessione, quante  siano le carte da riempire, quanti  siano i permessi da ottenere, quanti euro  ci vogliono!

Marco,tu ingegnere, faresti una vera ricerca ispettiva e medica su una base così fragile come la nostra improbabile stupida  idea o come quella di altri illusi e folli ricercatori !.

Io,  povero privato professionista, no!

Sarebbe una pazzia!: lo capisco dalla sua faccia, professore . Non mi occorre nemmeno la risposta! 

Ma…che  prova  eclatante sarebbe…  se la dottoressa dimostrasse che quel corpo fosse morto per la sindrome di Guillain- Barré!

La sua scoperta convaliderebbe il sospetto secolare  del vergognoso commercio di reliquie del cristianesimo e della presenza negli altari  di ossa di morti comuni, non di santi!

Marco, sogni troppo! dice il professore (che scuote la testa  e serra le labbra).

Teofilo di Antiochia

 

Gregorio di Nazianzo- Orazione 21,  19 in Tutte le orazioni (Bompiani, Milano 2000)  scrive :Outoo kai ton erhmitikon bion tooi koinoonikooi katallattai: deiknus oti esti kai ieroosunh philosophos kai philosophia deomenh mustagogias/Cosi Atanasio -mesiths kai diallakths-concilia  la vita eremitica con quella condotta in comunità mostrando  che il sacerdozio è una filosofia  e che la filosofia ha bisogno dell’esercizio mistico sacerdotale.

 

Oggi, Marco, vorrei trattare della gestione della comunità cattolica alessandrina all’epoca di Atanasio, subito dopo il Concilio di Nicea e la prima condanna dell’arianesimo, al momento del suo esilio romano e del valore universale del patriarcato alessandrino.

Perché, professore,  vuole precisare questo aspetto, forse perché noi cristiani pensiamo  che il papato di Roma all’epoca abbia valore  superiore, quando, invece, è ancora una succursale orientale, di scarsa importanza ?

Seguimi nel discorso, lungo e non facile, e poi  tira le conclusioni.

Inizio la trattazione del mio pensiero sul papato di Alessandria e sul suo potere catholikos  con Luca.

Noi, oggi, leggiamo Luca 1,1-4 nel prologo al suo vangelo che  scrive:

poiché molti hanno messo mano  a stendere una narrazione dei fatti che si sono compiuti fra noi ( riferimento a Giovanni  15,27) secondo quanto ci hanno tramandato coloro che fin da principio furono i testimoni oculari e i ministri della Parola  parve bene anche a me di  scrivertene con ordine Eccellentissimo-  kratiste-  Teofilo, dopo aver seguito da vicino  diligentemente ogni cosa fin dagli inizi, affinché  ti renda conto con certezza  delle cose in cui fosti istruito

Professore,  sono perplesso  da anni davanti a ministri della Parola e ad eccellentissimo Teofilo!. Noi abbiamo pensato, sulla base delle false indicazioni cristiane,  sempre, ad un figlio di Anano I ( Cfr Teofilo!). Ora, invece, penso che si possa parlare – e lei me ne potrebbe  autorizzare- di un magistero della Parola come Gesù, verbo  incarnato, secondo la scuola alessandrina: ma questo è possibile solo dopo le tre lettere di Ad Autolico di Teofilo di  Antiochia!.Teofilo di Luca,  allora, potrebbe essere Teofilo di Antiochia? E’ possibile, quanto sto dicendo, compreso il Kratiste, riferito a Teofilo, (diverso da ecsookhotate che vale kata ecsochhn/ secondo eccellenza  di epoca giustinianea, intesa come carica politico-religiosa )?

Marco, ho posto il discorso col vangelo di Luca  per mostrarti un’aporia/ oggetto di discussione  con diaphora dissidio, per orientarti secondo la logica dei cristiani vincitori post costantiniani dopo la paura dioclezianea di sterminio.  Desidero cioè che tu prenda atto esattamente dei fatti e delle azioni cristiane dalla fine del I secolo a tutto il II e il III secolo, fino al IV.

Perciò ti avverto di non spostare  il problema dall’epoca dei vangeli sinottici a quella del Didaskleion alessandrino, o della ecclesia antiochena di Teofilo, ma di procedere con cautela nell’esame!.

Marco, sei troppo rapido nelle tue affermazioni e nel tuo procedere!: non è un rimprovero! : dico solo che è necessaria la cautela nel capovolgere i fronti e nel passare da un’epoca ad un’altra: ci vogliono prove  reali tangibili; senza di esse  si fanno ipotesi plausibili probabili.

Cerchiamo di verificare se è plausibile, degna di plauso-da plaudere- e credibile, la tua ipotesi  su Teofilo di Antiochia, per poi procedere su quella di Gregorio di Nazianzo che legge la Vita di S. Cipriano e  la Vita di Atanasio,- che ha  già scritto la vita di Antonio, creando un  Paradeigma/exemplum-?!.

Noi sappiano, dunque,  che l’ecclesia di Antiochia è fondatrice di tutto il cristianesimo ed ha grande valore dai primi anni del II secolo insieme ad Efeso, dove c’è ancora il magistero di Giovanni(?).

Sappiamo che da tale sede si è formata una serie di colonie/apoikiai , tra cui  quella di Roma, mentre altre poi si formeranno da quella di Alessandria, autonoma, in cui si sviluppa una centralità magistrale grazie a Panteno, accanto a quella giudaico-cristiana, filoniana.

Sappiamo, infine, che molte altre colonie cristiane sono diffuse in  Antiochia di Pisidia  e in altre zone dell’Asia Minore, che hanno un proprio credo cristiano con capi locali.

Cerchiamo, ora, di  esaminare  Kratistos,  uno dei superlativi di agathos, che ha valore diverso a seconda dei tempi: indica  il più forte, in senso guerriero,  ma può indicare specie al plurale gli ottimati come classe sociale  sulla base di kratos,ous/ forza, e quindi  sottende signoria  e potere, ma  vale anche come eccellentissimo in quanto si tratta di un potente che ha autorità su una zona di norma estesa geograficamente, come un prefetto del tipo di Felice o di Festo,  ambedue definiti da Luca in Atti degli apostoli ( 23.26 e  24.3) kratistos, riverito come un’eccellenza  tra i funzionari imperiali.

Anche Flavio intorno al 94 d.C.  in Contro Apione  definisce Epafrodito  Kratiste androon  e lo chiama  timiootate moi / uomo pregevolissimo  degno di molta stima .

Possiamo dire che  da Domiziano fino ai primi antonini  il termine è usato per i tanti governatori romani dell’imperium e quindi si potrebbe spostare la datazione di Luca il caro dottore che fin  da giovane ha  seguito la comitiva di Paolo, ed ha scritto  la sua opera dopo la scrittura di Giuseppe Flavio di Antichità Giudaiche e di Contro Apionem, che sono del 94.

Non possiamo, allora, più dire che Teofilo   sia il figlio di Anano che è morto sembra nella repressione intorno al 66 d.C.  dopo la fine di Anano II!?

E quindi,Professore?

Si può allora parlare di un Teofilo di Antiochia  un uomo nato tra il Tigri e l’Eufrate-  un  adiabene forse?-  nei primi anni dell’epoca traianea, convertito al cristianesimo intorno agli anni 150-60, divenuto vescovo di Antiochia nel 169  morto sotto Commodo, come di un kratistos eccellentissimo capo?

Non dico questo, Marco. Sto seguendo il tuo discorso e sto vagliando la situazione in epoca antonina.  Per me storicamente sarebbe un non senso, un anacronismo palese, ma per i cristiani, antiocheni,  abituati a confondere, a fare  volutamente combinazionesugkrisis, potrebbe anche essere una normalità sovrapporre i personaggi in quanto tendono all’edificazione morale, tramite ricordi storici, senza fare critica storica: Teofilo di Anano  e Teofilo vescovo di Antiochia potrebbero essere l’uno nell’altro, indistinti.

Da anni seguo la vicenda di una stessa operazione su Cipriano di Cartagine e Cipriano di Antiochia di Pisidia, avendo come base l’orazione  24  di Gregorio di Nazianzo del 379 e Storia di S. Cipriano di Eudocia Augusta, opera in versi -esametri-  scritta dopo il 450, anch’essa con un doppio personaggio.

Si fa confusione di un autore del III secolo, morto nel 258  con un altro omonimo morto nel 302/3 in un epoca di  celebrazione dei  martiri, dopo la vittoria costantiniana e poi teodosiana,  nel clima di lotte ariane, in una pazza ricerca delle reliquie per  gli altari da consacrare nelle chiese.

Mi vuole dire, professore, perciò, che è un uso cristiano sugkrinein fondere historia e muthos,   mettere insieme personaggi di età diverse  ai fini dell’edificazione morale e della formazione del fedele  christianos?.

Sembra.

Il riunire due in uno, disponendoli ordinatamente per una congiunzione armoniosa  è certamente  tipico del IV secolo: non deve sorprendere, quindi, che Atanasio metta insieme/ amphotera sunhrmosato  Regno dei cieli e Regno di Dio, fondendo le imprese di un capo aramaico militare  con un predicatore itinerante del II secolo,cioè di Jehoshua con Iesous.

Dagli encomi e dai panegirici  retorici, propri delle celebrazioni  delle memorie  cristiane,  deriva anche la coscienza di vittoria e sui  pagani e sugli ebrei con rivendicazioni, al momento della ricerca dei martiri e delle loro ossa.

Marco, parlo di un fenomeno agiografico diffuso già nel II e III:  I christianoi essendo separati gli uni dagli altri  a volte anche scismatici, eretici nelle loro formulazioni e poco comunicanti tra loro,  viventi in comunità spesso  acefale,  isolati,  pregano un loro Dio, hanno  credi differenziati  con dioichetai ed episkopoi,  la cui funzione morale è  in relazione al loro specifico ruolo locale.  Rispondendo su Teofilo di Antiochia,  devo confessare che Teofilo è basilare per il cristianesimo del II secolo  perché è connesso col pensiero filoniano su Dio  Pater e su Dio Logos,  di cui fa una precisa distinzione quella tra  logos endiathetos/  logos pensiero e logos prophorikos logos parola  chiara  in De vita Moisis : il logos appare in due forme  e  nell’universo e nella natura umana; nell’universo sotto la forma dell idee  immateriali ed esemplari, dalle quali è formato il  mondo intellegibile,  e sotto al forma delle realtà  visibili che sono delle imitazioni  e delle copie di queste idee; nel’uomo una di queste  forme è interiore, l’altra è esternata dalla parola , la prima è come una fonte, la seconda scaturisce da essa: una è sede  e fonte delle virtù  ideali; l’altra è guida e maestro di virtù,  ma in quanto logos spermatikos,  è suscitatore e  generatore di virtù nell’anima.

Inoltre Teofilo  nella sua opera rileva la generazione del Verbo dalla sostanza (ousia) del padre  e l’identificazione dello Spirito Santo con la Sapienza/Sophia. Il to gennan precede il to dhmiourgein in quanto il figlio  è generato non creato e Dio ingenerato in quanto   del padre ingenerato della natura  per cui il figlio non è poihma ma gennhma 

Infine Teofilo segue la teoria della predestinazione e della retribuzione del Siracide  affermando che  l’anima è immortale e che l’immortalità è un dono di Dio ai buoni.

Il Teofilo di Antiochia ha un credo  quasi simile, data la comune connessione al pensiero platonico filoniano,  a quello alessandrino, sebbene differisca per la lettera rispetto all’allegoria.

Quindi  i due Teofilo sono compatibili per i christianoi.

Potrebbe, professore, dunque   Eusebio prima, poi Atanasio  e Gregorio di Nazianzo  nella lotta tra la scuola di Antiochia e quella di  Alessandria fare una tale confusione nella crisi,  a seguito della  questione ariana e della lettura diversificata di Origene?.

Marco, ora il problema è molto più complesso perché  diventa storico ed investe la tradizione del Credo stesso  ( cfr. Amici cristiani perché diciamo Credo ?). non solo  negli anni tra il concilio di Nicea e quello di Costantinopoli, ma si allunga fino al periodo postteodosiano.

Bisogna aggiungere che non solo per questi motivi ma anche per il culto dei martiri e per il relativo commercio delle reliquie potrebbe essere possibile uno scambio di persona o confusione di due persone o di tante altre sugkriseis sulla definizione filosofico-teologale  del Pathr, dello Uios e dell’ Agion Pneuma, a seguito della condanna origeniana e dell’arianesimo, pur nel clima politico del regno di Costanzo II filoariano  e dell’apostasia di Giuliano e  del periodo stesso preteodosiano, concluso con la sconfitta di Valente nel 378. 

Io, Marco,  avrei due casi,  uno è quello del mito di Giacomo maggiore, il fratello di Giovanni,   la cui vita è vista in connessione  con quella del mago Ermogene  e l’ altro è quello di  Cipriano di Cartagine  confuso con  Cipriano di  Antiochia di Pisidia.

Del primo ho fatto  cenni in qualche mio lavoro (cfr.Il mito di Santiago);   del secondo  non ne ho mai parlato, ma  per me è una vera vergogna specie dopo che ho letto  Eudocia Augusta  Storia di S Cipriano. 

Marco,  perciò, io non posso escludere che  ci sia confusione tra Teofilo di Anano e Teofilo di  Antiochia, ma neanche posso affermarlo  anche se ho avuto molti dubbi quando lavoravo allo storico Cristiano sulla serietà (successiva)  di Eusebio, Atanasio e  Gregorio di Naziano e di Girolamo  e dello  stesso Agostino.

Eusebio, infatti, parlando di   S. Cipriano, il mago di Antiochia di Pisidia, lo  confonde con l’omonimo Santo di Cartagine, che appena conosce di nome, anche se successivamente ritenuto  padre della Chiesa, nato il 205 e morto martire sotto Valeriano nel 258, scrittore famoso per i trattati sui Lapsi, per le lettere e per il De ecclesiae  catholicae unitate.

Eusebio ha già fatto propria l’assimilazione di Tecla  di Seleucia,  fedele citata in Atti degli apostoli, con Tecla di Iconio  e quella di  Giusta con  Giustina  connesse con personaggi come Paolo di Tarso e Cipriano di Antiochia di Pisidia…

Io non so dirti se  tutto questo dipenda da Eusebio o  sia diventato d’opinione pubblica dopo la consacrazione sincretica dei due Cipriano ad opera  di Gregorio di Nazianzo ( cfr J. Coman, Le deux Cyprien de Saint Gregroire de Nazianze  in Studia patristica IV,2 Berlino 1961) anche se ti posso affermare che la cosa  è considerata  giusta con Simeone Metafraste ( Patrologia Graeca 115 colonna 856 c): non per nulla ci sono molti codici  sul martirio di Giustina e di Cipriano  che diventano popolari anche in Occidente (a Sarentino di  Bolzano  puoi  andare a vedere il loro martirio, pitturato, nella chiesa di S. Cipriano – in effetti i due non muoiono- data la magia del santo-  nel calderone di  pece, ma in seguito per taglio di testa ).

Nel lavoro sulla cristianizzazione di Giacomo, fratello di Gesù,  (cfr.  Pulcheria e il riconoscimento   della cristianizzazione di Giacomo) dopo che Atanasio ha incluso la lettera di Giacomo  nel canone cristiano  e Girolamo  l’ha considerato capo della chiesa di Gerusalemme in De viris illustribus, ho potuto verificare il clima bigotto  di Costantinopoli e il commercio delle reliquie a seguito di un’operazione religiosa circa la verginità e la maternità di Maria, prima e dopo il Concilio di Efeso.

Come possa avvenire  confusione di tale genere  a noi oggi ripugna, ma è spiegabile, data la grande separazione culturale che comincia chiaramente  con la  distinzione tra pars occidentale e pars orientale  prima ancora della divisione  quadruplice  di due Augusti coi rispettivi  Cesari  con quattro capitali  Treviri e Milano da una parte e Nicomedia e Sirmio  dall’altra, propria della Tetrarchia dioclezianea…

Le comunità cristiane sono scarse in Occidente, anche dopo la colonizzazione di Ireneo (130-202), la cui opera episcopale in epoca antonina  sotto Marco Aurelio deve essere rivista  come espressione di una cultura efesina   giovannea, tipica di Policarpo,  ancora non ben definita circa l’umanità e divinità del Christos. La stessa venuta a Roma non è omaggio a papa Eleuterio, insignificante papa, dioicheths  di una piccola comunità antiochena, ma  è   una visita di  un prelato orientale capace di dare direttive  e di  orientare anche Ippolito Romano, in un clima gnostico.

La sua opera Adversus Aereses in cinque libri,  scritta in difesa della umanità e divinità di Christos non ancora  accettata in un Occidente pagano, tende solo a fissare l’ apostolocità della fondazione delle Chiese.

Comunque, le comunità  hanno sporadici rapporti, più che tra loro, con la metropoli colonizzatrice, da cui hanno le direttive generali orientali, specifiche in caso di scontri ideologici  tra Antiochia ed Alessandria:  il numero di fedeli occidentali  è insignificante rispetto a quello dei christianoi orientali.

Perciò, Marco, la confusione di  personaggi e di santi  è possibile specie in Occidente e a Roma,  dove il cristianesimo è predicato in lingua  greca, che,non essendo conosciuta, autorizza letture strane e contraddittorie  dei  Vangeli e dei capisaldi culturali  cristiani, interpretati secondo un’ottica pagana.

Cipriano mago, considerato il più potente fra tutti, capace di assoggettare lo stesso Satana,  diventa  leggenda per tutto il secolo IV, tanto che ancora nel  V secolo   Eudocia  Augusta scrive in esametri, secondo schemi omerici, la storia  Vita di  S Cipriano – Cfr. Vita di S. Cipriano a cura di Claudio Bevegni  Adelphi 2006 (la traduzione del saggio di Nigel  Wilson è di Francesco Tissoni)-.

Tieni presente, Marco, che Atanasio, componendo la vita di S.Antonio sa di fare un’euphemia con epainos   in senso agiografico  ed ha chiaro l’intento di divulgare il monachesimo  in Occidente.

Senti ancora, Marco,  come il nazianzeno loda il credo atanasiano: noi, orientali,  attenendoci alla  dottrina ortodossa  parliamo di una sola sostanza  e di tre ipostasi, piamente dette  ths mias ousias kai toon trioon upostaeon legomenoon men upo hmooon euseboos (to men gar thn phusin deloi ths theothtos, to de tas toon trioon idiothtos) nooumenoon de kai para tois  Italois omoioos/  parliamo di una sola sostanza  e di tre ipostasi (per riferirci con la prima alla natura della divinità,  con la seconda alle proprietà dei tre) e gli italici la pensano alla stessa maniera.

Ora bada bene, Marco, come il nazianzeno ( conformemente ad Atanasio ) valuta  noi italici e gli occidentali di lingua latina: alla ou dunamenois dia stenothta   par’autois  glootths kai onomatoon penian, dielein apo ths   ousias thn upostasin  kai dià touto anteisagoushs ta prosoopa, ina mh treis ousiai paradechthoosi, ti genetai/poiché non possono distinguere a causa della  ristrettezza  della loro lingua  e della penuria del vocabolario fra sostanza ed ipostasi, introducono per questo le persone per evitare di parlare di tre sostanze.

I latini  non hanno termini per tradurre upostaseis e devono tradurre con persone cioè con prosoopa immagini, cambiando valore e senso.

E allora  aggiunge prima  Oos lian geloion h eleinon/ ciò suscita  più riso che pietà! e poi conclude. Pisteoos edocse diaphora h peri ton  hchon smikrologia/ un piccolo problema, riguardante dei suoni,  assunse l’entità di una divergenza di fede.

Immagina ,Marco,  quanti altri fraintendimenti ci saranno stati  nel II e III  secolo per il difetto di lingua latina nei Vangeli: l’accusa di sabellianesimo contro le tre persone nasce da qui,  come anche quella ariana contro le tre upostaseis.

La conclusione definitiva è che le eresie sono  tutte invenzioni dello spirito di rivalità / ta ths philoneikias anaplasmata.

Gli orientali e gli occidentali, dunque, professore, si accusano di eresia  per il differente grado di ricchezza linguistica sul piano filosofico dottrinale teologico e  per spirito di rivalità /philoneikia!

Marco, io personalmente non ho tirato una conclusione, ma comunque, l’ho quasi  autorizzata: forse anche tra me e te c’è un problema linguistico dovuto, però, ad età.

Musonio Rufo ed Apollonio di Tyana

Remittere animum … quasi amittere est/ lasciare senza freni  l’animo è come perderlo. ..Sundhsai kai sunarmosai thn ormhn thi tou proshkontos kai oophelimou phantasiai / collegare ed adattare l’impulso alla rappresentazione del dovere e dell’utile (questo è il compito della natura).

Esiste un carteggio tra C. Musonio Rufo e Apollonio di Tyana. Lo conosci, Marco?

No. So solo che potrebbe esserci stato nel periodo in cui Apollonio  è a Roma, negli ultimi anni di regno di Nerone, all’incirca nel periodo di prigionia di Paolo di Tarso!.

Sembra che sia così, Marco, se si legge Filostrato, Vita di Apollonio di Tyana, 4, 46:  si trovava allora prigioniero  nelle carceri di Nerone anche Musonio, che dicono fosse il più perfetto tra gli uomini nella filosofia ed evidentemente non conversarono tra loro, dato il rifiuto di Musonio, perché entrambi non avessero a correre il pericolo, ma resero epistolari le loro relazioni, siccome li andavano a trovare Damis e Menippo. Tralasciando le lettere di minore importanza  ti porterò le più necessarie  da cui è possibile scorgere qualcosa di grande.

Professore, da Filostrato risulta che  Musonio sia quello che più si avvicina alla teleioosis, rispetto ad altri filosofi dell’epoca ?

Certo. Sembra così.

Tu, Marco, sei sorpreso, sentendo questa affermazione  nel primo decennio del III secolo. Devi sapere che di Musonio e del suo discepolo  Epitteto, s’impadronisce l’agiografia di uomini del II secolo come  un certo Lucio,  che riunisce le Diatribe o  Valerio Pollione, anche lui, suo epitomatore, contemporaneo di Adriano!?

Perché parla dell ‘agiografia,   una tecnica medievale, parlando di uomini che enfatizzano  nel II Secolo d.C. la pratica di vita stoica,  sostanzialmente del  I secolo?

Parlo così non per riferirmi al modo di scrivere degli agiografi   medievali, come il bizantino Simeone Logoteta Metafraste, ma al sistema di santificazione cristiana evangelica  alessandrina, a seguito della revisione parziale dei Vangeli sinottici.

Uso il termine perché si anticipa un processo di santificazione di uomini che diventano prima eroi di un sistema filosofico, praticato davvero con comportamenti formali esteriori da cinici, che, poi, risultano semidei benefattori dell’umanità, sulla base della deificazione caligoliana, neroniana e  domizianea  dell’imperatore.

Nelle piazze di Roma, di  Alessandria, di Antiochia, di Efeso  e di Corinto, e delle grandi città romane  vengono esaltati e celebrati filosofi veri come Apollonio e come Musonio, ma anche ciarlatani   e goetes, mistico-misterico- taumaturghi come  Paolo di Tarso, di cui non si parla, anche se  processato dallo stesso Tigellino.

Inoltre è accertato che in Roma c’è un clima di delazioni a causa di eventi  come l’incendio della città nel 64, l’apparizione di una cometa nel 65 e  una strana epidemia nel 66, con terribili contrasti tra  partes contendenti.

Mi vuole dire, perciò, che insieme si confrontano filosofi veri e falsi profeti, la cui vita, magnificata dal popolo, diventa esemplare?

Marco, affermo che il fenomeno della propaganda popolare si diffonde grazie a persuasori  letterati patentati  e incrementati dalla politica imperiale che, favorendolo,  ne ha  un qualche profitto.

Sotto Nerone ci sono a corte uomini come Simon Mago- di cui bisogna rileggere esattamente il profilo  e rivedere l’esatta funzione  di scismatico – e Tiberio Claudio Balbillo ex governatore di Egitto,  che sostengono il diritto dello stato augusto e di Roma divina  e adorano la figura del Theos  imperiale, mentre  le guardie esigono la venerazione anche delle statue pubbliche dell‘autokrator, il cui culto è regolato da prescrizioni del corpo sacerdotale  templare.

Bene, professore! Lei, comunque, è scettico nei confronti anche di autori pagani  come Tacito,  Plinio il Giovane,  che raccolgono rumores popolari, voci, dati, lemmi vari per come li sentono, senza vagliarli e neanche vuole  citare quelli cristiani poiché sono  stati rivisti, supervisionati e  riordinati ad un fine religioso nel IV e V secolo, specie il Gaio citato da Eusebio in St. Eccles,2,25,6.7  relativamente agli anni 199-217, circa i trofei  su Pietro e Paolo ?- cfr. Lo “storico” “Cristiano” e il Mito di Pietro-

Perciò, non dovrei accettare  nessuna notizia, se non dopo lunghi esami ed accurato  studio, in relazione all’epoca di scrittura e a quella di esistenza  reale con le specifiche ideologie contemporanee.

Insomma,  dovrei non considerare affatto   tutta la  critica ottocentesca e  quella novecentesca fino agli anni sessanta, inclinata al mito di Pietro e Paolo, alle connessioni tra Seneca  e Paolo e perfino a quelle tra Musonio ed Apollonio!

Comunque, professore,  mi dice qualcosa sulla vita di Musonio in modo da sistemarlo nel I secolo  secondo  la logica del mio personale archivio mentale?.

Subito. Ti avverto, però, che Tacito di Historiae  II,81, di Annales  XV,19  è  ambiguo ed equivoco  per quanto riguarda  il luogo di nascita -Volsinii- e il tempo, la persecuzione di Nerone e l’accusa         (Annales XIV,59, XV,71, XVI,35), per cui i suoi dati sono da confrontare con quelli di Cassio Dione, Storia Romana, LXII,27 e di Filostrato, Vita di Apollonio , VI,6 e di altri.

Le notizie biografiche sono scarne e tutte incerte. Sembra che sia di ceto equestre, come Seiano,  figlio di un Capitone – forse parente di quel Capitone  governatore della zona di Azoto e località marittime, ereditate da   Livia Giulia, alla morte di Salome-   nato il 30 d.C.

E’ indubbio solo il dato di filosofo stoico discepolo di  Barea Sorano, fiorito in epoca di Nerone, sotto cui nel 65  subisce un processo ad opera di Ofonio Tigellino perché accusato di essere partecipe della congiura dei Pisoni,  per cui è esiliato a Gyaros, dopo aver svolto lavori pubblici allo stretto di Corinto.

Nel 69 d.C. sotto Galba sembra che denunci Publio Egnazio Celere, un infido filosofo stoico,  per aver accusato il suo maestro, andando contro i suoi princìpi.  Richiamato da Tito,  non sembra sia ben visto sotto Domiziano, sotto cui muore intorno al 90,  anche se Plinio Il Giovane ( Epistole, III,11) sembra  propendere per il primo anno di Nerva.

Ed ora mi può mostrare perché sia definito il migliore per teleioosis  nel I secolo, tramite la sua opera?

Nel I secolo, Marco, lo stoicismo non è quello  logico ed astronomico,  ma risulta solo etico secondo l’impostazione   di Posidonio di Apamea. Ne deriva  che il filosofo diventa un vero e proprio  maestro di vita secondo i parametri del magistero  di Arieo  Didimo che, coi figli,  domina a corte  sotto Augusto.

I saggi dell’impero vengono a Roma in cerca di fama e di benessere  con la segreta speranza di entrare a contatto con l’imperatore e in famigliarità  con i suoi diretti  consiglieri, nonostante l’ostentato cinico disprezzo  della ricchezza e la libertà di parola (parrhsia). Si è creato già il mito del mecenatismo coi munera a poeti, storici, filosofi!

Si crea così  una tipologia di saggio, seguito  da discepoli (Apollonio  ne ha 34  nei boschi di Ariccia, ridottisi ad 8 all’entrata nella capitale per paura dell’editto di Nerone contro chi  si dedica a ricerche inutili, pratica l’astrologia e si serve del mantello per scopi magici!), che risulta un misto tra il rigore dello stoico e quello del cinico, in quanto c’è volontà di fustigare il vizio  con l’ ostentazione della rettitudine praticata esemplarmente, con una vita secondo natura e secondo ragione.

Quindi, si vedono santoni poveri e malvestiti con bastoni e lunghi capelli, con mantelli di vario colore  che vivono di elemosine, nelle vicinanze di templi,  che  seguono modelli di vita austeri- di norma sono celibi, onesti, tendono alla giustizia e considerano il corpo come un asinello,  dediti esclusivamente alla ricerca spirituale, in un rifiuto della vita attiva per quella contemplativa-.

Non viaggiano da soli ma sono seguiti da comitive di discepoli  che formano ecclesiai comunità maschili,  che devono avere dalle autorità locali  il soggiorno nelle città in cui arrivano ed intendono fermarsi.

Sono uomini  che hanno una precisa tradizione  familiare ed etnica,  a cui  aggiungono un fare ascetico personale,  desiderosi di costruire un Kosmos, nuovo, ma tra questi ci sono  profeti apocalittici, come Paolo, predicatori  di un ritorno imminente del Christos crocifisso per il giudizio universale.

Musonio, poi, essendo etrusco e avendo metodo, è uomo abituato all’esercizio continuato,  resistente alla fatica, apatico, insensibile alla sofferenza e  al successo, teso solo alla parrhesia, incapace di compromesso, testardo nella sua coerenza.

E’ un’epoca, professore, dunque, di ricerca spirituale,  di cui si approprieranno, poi,  i cristiani come se da loro fosse iniziata una nuova era di amore, di venerazione di un unico Theos,  secondo una logica universalistica, che, invece, è del sistema classico romano-ellenistico  proprio del civis cosmopolita, che si sposta da una parte all’altra del Mediterraneo  entro ed anche fuori dei confini dell’impero!.Lei è, quindi, d’accordo con J. Carcopino ( Daily  Live in Ancient Rome, New Haven , 1940)  e con I. Gallinari, ( Il pensiero pedagogico morale di Musonio Rufo, Roma 1959)?.

Certo! Marco.  Il preteso carteggio, però,  di  Paolo e Seneca è di una ricerca  superficiale, basata sulle risultanze storiche di  una cultura  successiva,  tipica della seconda metà del II secolo, ripresa,  poi, nel  periodo costantiniano e teodosiano.

Non si può vedere niente di cristiano in Seneca, se non quegli aspetti  filantropici tipici della cultura ispanica, e latino-italica  connessa con le regole d’oro giudaiche  assorbite dal filosofo  durante la  formazione  egizia alessandrina, durata quasi 17 anni, vissuti nell’ambiente ebraico di Alessandria.

Sottende, professore, una cultura ebraica alessandrina, connessa con quella di Hillel il Vecchio -60 a. C- 7d.C?

Marco, non solo questo, ma anche tutta la tradizione ebraica greca alessandrina, confluita dal II secolo av. C . in Filone. Bisogna, inoltre, pensare che  ci sia poco o niente  di Cristiano in Musonio, che è la risultanza  culturale  dell’apporto etrusco metafisico, combinato e fuso con l’etica stoica. Per te,  Marco, potrebbe essere illuminante lo studio  curato da Ilaria Ramelli (in Musonio  Diatribe, Bompiani testi a fronte, 2001).

Ne deriva che il filosofo nel periodo neroniano e poi in  quello flavio è un vir romanus,  che vive armoniosamente  nel Kosmos  imperiale secondo il volere del Theos universale, che è Zeus, che è tutto e solo può essere proclamato giusto/kurios monos dikaioshtai.  

Non ti inganni  che tale affermazione è in Siracide 18,2, che con la teoria della retribuzione, concretizza  la teodicea ebraica in terra egizia,  dove secondo i principi stoici si è costituita la monarchia assoluta lagide, che è legge vivente in terra, rappresentante di Zeus. (Cfr.  M. Hengel, Giudaismo ed ellenismo, Paideia  Brescia 2001). Perciò Sorano, Musonio ed Epitteto appaiono i prototipi di martures/testimoni, virtuosi, che  si scontrano col potere, quando  esso risulta tirannico,  in quanto perfetti contemplativi,  che conseguono il Bene assoluto, essendo capaci di  vedere Dio e comunicare con lui, (cfr Filone,  De vita Contemplativa – I terapeuti-) :  Apollonio, insieme a loro, (non Christos e  neppure Seneca  e tanto meno Marco Aurelio!) è  lui, il saggio, che è virtuoso e comunica con Dio!,

Allora, professore, tutto il pensiero  stoico del I secolo d.C. è quello etico di Musonio?

Marco, tutto quello che si   è salvato di Diatribe  non è una fortuna, ma rientra in un piano cristiano di appropriazione del sistema etico stoico, congiunto con quello filoniano platonico, perseguito nel II secolo e poi nel III e concluso nel IV e V.

Non  è qui il caso di  parlare di Filone; non posso, però,  non mostrarti il reale valore di Musonio Rufo nel secolo in cui scrive le 21 Diatribe – maggiori  perché più consistenti come resti– e le 32 minori – che sono solo frammenti-.

Dalla lettura generale  di Diatribe si può rilevare, Marco, quanto segue:

  1. L’importanza  fondamentale del ponos/fatica nell’educazione  alla virtù del bambino, che deve maturare nell’esercizio fisico e spirituale in modo da  consolidare  e stabilizzare la dianoia/mente,  che è parte dell’anima con cui si fa filosofia,  che, secondo i criteri di autonomia e di libertà  sancita dalla costituzione divina, permette la via della virtù che indirizza alla città di Zeus/ Dios Polis,  al Kosmos  universale.   (Diatriba,VII): privazione di piaceri,  sopportazione di fame e sete, abilità di distinzione di bene e male sono  anaggastikai necessarie al raggiungimento della osioths con eudaimonia per una futura makaria.

2. Non contano le parole, ma le opere e il filosofo insegna coi fatti e pratica il perdono in modo da redimere l’altro oppositore, avviandolo ad una elpis crhsth  ad una speranza utile.

3. L’uomo deve tendere  continuamente  a temperare le passioni in una esaltazione  continua dell’umiltà/  elattousthai e ad annullare la sfrenata sopraffazione/ pleonektein, in una volontà di scongiurare il male della guerra  e di predicare il bene della pace in mezzo ad eserciti contendenti, incurante della propria incolumità:   Musonio  si lascia giudicare e sostiene la propria difesa impavidamente  coi sovrani tirannici,  convinto della sua forza  fisica e morale  e conscio del valore del suo modus vivendi; si  insinua tra gli ambasciatori  degli eserciti contrapposti di Vitellio e di  Antonio Primo, correndo il pericolo di vita  (cfr. Tacito, Hist., III,90, 1.4); mai domo, è imperterrito nel corso del suo insegnamento, ligio al dovere.

4. La famiglia per Musonio (Diatribe XII, XIII,XIV XV)  è il nucleo  vitale  della società: Il matrimonio con la concordia dei due coniugi  autorizza  la felicità   della coppia  che consegue, grazie al sesso,  con l’arrivo dei figli, la somma eudaimonia naturale con l’incremento della stirpe e il benessere  della cellula familiare per quanto più  numerosa è la prole:  il matrimonio non è solo  foedus  per l’acquisizione del patrimonio  muliebre da parte maschile come tesoro comune per il  sostentamento della prole, ma e anche rinsaldamento del vincolo nobiliare  e riconoscimento del valore della donna che  passa dalla funzione di elemento passivo, con dote,  ad attivo propulsore della nuova famiglia, costituita,  entro cui svolge la sua missione educatrice formativa. La concordia familiare con la reciproca stima ed  amore della coppia, nel rispetto dei ruoli,  è il cardine dell’armonia familiare, su cui ruota l’educazione  dei figli come cives di un Kosmos statale, conformati  al dovere e a  dare anche la vita per il bene comunitario. La donna, dopo anni burrascosi  di licenza femminile repubblicana,  torna ad essere, in connessione con le regole augustee, il centro del focolare, la domina del patrimonio,  la patrona della fortuna familiare  grazie alla saggia regia amministrativa patrimoniale, esempio domestico di virtus per le figlie!.

Professore,  sembra che Musonio sia un christianos,  che, all’epoca, non ha alcun pensiero autonomo e che appena è distinto forse da un ebreo! Faccio  un’illazione, se ritengo che  chi conosce Musonio ed ha conoscenza dei Vangeli  potrebbe aver creato una via  cristiana della contemplazione, facendo un’ ulteriore suggrìsis con il neoplatonismo alessandrino e con l’esempio dei terapeuti del lago Maryut!?

Marco, tu forse intuisci, ma non so se si può affermare che uno  come Clemente Alessandrino, scrivendo il Pedagogos (II,10,100) in Alessandria, non può non tenere presente Musonio – d’altra parte ammirato- che mostra varie volte che la virtù della donna sposata o nubile non deve essere provata da nessuno, perché  si commette peccato,  contrario non solo alle legge umana  e naturale ma anche a quella divina!. Ritengo, comunque, che il Didaskaleion abbia molto in comune con Musonio e non Musonio col  Didaskaleion!.

A questo punto,  credo che non serva mostrare il carteggio tra Apollonio e Musonio, avendo capito che  probabilmente è un falso utile per tenere uniti due personaggi  venerati e stimati, secondo la moda di mettere a confronto   Eracle e Teseo, Omero ed Esiodo, Cristo con Simeone ed Anna, Socrate e Musonio, ecc.  Comunque, mentre leggiamo le due Lettere  di Apollonio, mi piace conoscere come Filostrato  in Vita di Apollonio veda lo scontro tra il pretoriano e il filosofo e cosa  si dica di Musonio, condannato a lavori pubblici e poi all’esilio.

Marco, ecco, il testo con traduzione della prima coppia di lettere,  con domanda e risposta:

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio al filosofo Musonio Salve.

Boulomai para se aphikomenos  koinoonhisai soi logou kai steghs, oos  ti onhsaimi se, ei ge mh apisteis, oos Heraclhs  Thhseaecd Aidou eluse. graphe ti boulei. Errooso /Voglio, essendo giunto presso di te, condividere parola e stanza con te,  per poterti giovare in qualcosa se almeno non sei scettico a credere che Eracle liberò una volta Teseo dall’Ade.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein Musonio al filosofo Apollonio Salve 

Oon men enenohthhis,apoikesetai soi epainos, anher de o upomeinas apologiana kai oos ouden adikei deicsas eauton luei.errooso/ di quelle cose che pensi ti sarà concessa la lode; un uomo che si difende da solo si libera da solo col mostrare anche di non avere alcuna colpa.

Nella domanda di Apollonio, Marco,  c’è la coscienza di  essere superiore alla auctoritas statale perché essendo ligio alla pietas religiosa,  è taumaturgo, e perché, essendo consapevole dei poteri magico- misterici e carismi naturali,  incute timore come goes  e desta sentimenti di  soggezione anche al persecutore,inquisitore. Perciò, cosciente di questo suo essere sopranaturale  vuole condividere con lui logos e  stegh, desideroso di giovargli (oninhmi  vale  offro un vantaggio proficuo, dando aiuto effettivamente  fruttuoso).

Nella  risposta  dello stoico al pitagorico c’è l’ orgoglio di Musonio  che ringrazia del pensiero  della condivisione, rifiutata,  seppure degna di lode. Lo stoico deve dimostrare pubblicamente e da solo l’integrità morale del  suo magistero in quanto sa  che in chi si difende da sé  è già sottesa l’incompatibilità della colpa.

Sono due sistemi di vita volutamente contrapposti e, direi, scenograficamente resi vivi.

Ed ecco la seconda coppia  con domanda e risposta.

Apolloonios Musooniooi philosophooi khairein/Apollonio saluta il filosofo Musonio

Sookraths o Athhnaios upo toon philoon luthhnai mh boulhtheis, parelthe en to dikasthrion, apethane de. errooso./Socrate l’ateniese,  non volendo essere difeso da suoi amici, andò al tribunale, ma morì.

Mousoonios Apolloniooi philosophooi khairein/Musonio saluta il filosofo Apollonio

Soocraths apethanen epei mh pareskeuasen eauton eis apologian, ego de apologhsomai. Errooso/ Socrate morì perché non si era preparato nella difesa, io, invece, mi difenderò.

Apollonio, non volendo che l’amico corra rischio, ricorda la vicenda dell’ateniese  Socrate- accusato da Anito  e Meleto – che,  rifiutando la difesa degli amici,  morì: il tyaneo vuole mettere  Musonio in condizioni ottimali di apologia col prestigio della sua figura di essere sovrumano e taumaturgo e col deterrente della sua occulta magia.

La risposta  è tipica  della scuola stoica che condanna quella platonica, compresi Platone e Socrate,  considerati poco pratici  e non scientifici, più dediti al logos che al ponos,  incapaci di coniugare insieme dire e faticare: per Musonio la morte di Socrate avviene per mancanza di preparazione tecnica nella difesa /apologia; non ci sarà la sua morte perché lui di persona si difenderà preparando accuratamente  la sua difesa.

E’ abile il retore che ha scritto questo due coppie di domanda-risposta: il poliptoto  apologia-apologhsomai ne è prova!.

Dunque, Marco, cosa  vuoi sapere  se hai compreso che il carteggio  non è del tempo di vita  dei due protagonisti ma è di epoca successiva?

Mi piacerebbe sapere come Filostrato racconta esattamente l’avvenimento dell’arresto dei due, del loro comportamento davanti ad Ofonio Tigellino  e del diverso stato di animo alla diversa sentenza? Amo entrare in merito alle situazioni per capire qualcosa.

Apollonio da Creta arriva a Roma con 34 discepoli, accolto  dai cittadini  in molte città italiche,  prima di arrivare ad Ariccia, dove incontra il filosofo Filolao di Cizio,  che fugge per il decreto di Nerone, che ha già incominciato  a torturare i filosofi, rei di magia e di  occultismo.

Apollonio, avendo chiesto a Filolao cosa faccia l’imperatore ogni giorno -e avendo saputo che Nerone gareggia alle corse al circo e sta coi gladiatori e  canta suonando la cetra nei conviti,  credendo  cosi  di servire il popolo, senza accorgersi di infamare il suo ruolo-  afferma  che non è meno cieco del Ciclope.    

Apollonio, siccome molti discepoli si spaventano  per i decreti dell’imperatore  e se ne vanno,  dichiara che questi divieti non provengono da Zeus, volendo significare che bisogna seguire il volere del Dio e non quello degli uomini.

Non compare nell’accusa il termine magia né quello di astrologia             – proprio di chi inquisito come goes – e sembra  che il delatore, ignoto, basi il crimen di lesa maestà  su una frase detta dal Tyaneo al filosofo Menippo -arrabbiato contro il popolo che prega Dio per la salute dell‘artista  Nerone, ammalatosi di un ‘epidemia influenzale,  che  ha come sintomi iniziali tosse, gonfiore di gola, voce rauca o afonia-: Calmati, Menippo, gli dei hanno ben diritto di prediligere un buffone  e di conservarlo.

Chiaramente, professore la comitiva  di Apollonio con uomini celebri come Demetrio e come Menippo, è seguita da spie neroniane, ora appositamente  messe  per  sorvegliarne ogni movimento  di personaggi, già autorizzati dal console  Gaio Luccio Telesino a vivere in un tempio romano, accanto ai sacerdoti, che fanno un servizio pubblico.   Accade, allora, qualcosa di grave, oltre alla frase incriminata,  per essere convocato in Tribunale?

No. Marco, Solo l’ incidente di Demetrio, espulso da Roma.  Ti spiego.

Apollonio, dunque,  vive vicino ad un tempio coi filosofi cinici Demetrio e Menippo.

Demetrio è un focoso scettico corinzio  che, nell’occasione dell’inaugurazione di un ginnasio, alla presenza dell’imperatore, del senato e dei Cavalieri   attacca  con violenza, imprecando contro Nerone esteta, che si esibisce nel canto;  Apollonio, invece, circondato da una folla , che è in delirio per le prestazioni artistiche dell’imperatore,  non usa parole velenose né motti pungenti ma è cauto e  moderato, quasi estraneo alla cerimonia e alle grida.

Eppure  Demetrio, senza più freni,   declama contro i voluttuosi,  gli effeminati  romani, infiacchiti dai bagni e poi  contro lo stesso Nerone che,  mezzo nudo, si esalta nel canto ed è preso da  euforia tanto da non badare affatto al filosofo cinico: solo Tigellino  interviene  arrestando l’incauto corinzio  e dà l’ordine di cacciarlo dall’Italia  e rispedirlo in Grecia!

Nonostante l’episodio di Demetrio,  il tyaneo resta a Roma  ed assiste  ad un ‘eclissi   e, notando  che il sole si oscura improvvisamente e si fa notte quasi alla sesta ora ( a mezzogiorno),   davanti alla folla impaurita  esclama: si produce un evento che non produce nulla.

Comunque, non succede niente di nuovo: la comitiva risulta, però, più sorvegliata  fino al momento della convocazione al tribunale ad opera di un  noto delatore, che è seguito da pretoriani,  i quali   intimano di seguirli davanti al prefetto del pretorio.

Dal colloquio con Tigellino, professore,  cosa si può “comprendere“?

Il capo del pretorio  durante il processo,  dapprima, interroga l’accusatore, un vecchio delatore, che ha un rotolo in mano con le accuse scritte.

Poi  il pretoriano lo invita  a leggere il testo di accusa, mentre tiene d’occhio il tyaneo e i suoi compagni.

Il delatore apre il rotolo e  trova il foglio senza testo di accusa: non ci sono segni di scrittura, come se mai nessuno vi avesse scritto.

Il prefetto constata che il rotolo è vergine e resta sbalordito, incredulo, mentre  ancora di più l’accusatore è annichilito per lo stupore, muto  davanti al  miracolo della  cancellazione dell’accusa. Ambedue guardano Apollonio,  convinti di avere a che fare con un essere sovrumano, con  un terribile genio!. 

A questo punto Ofonio Tigellino  conduce il tyaneo  in una sala segreta  e gli domanda  privatamente chi sia, lontano da occhi ed orecchie indiscrete.

Il filosofo,  ora padrone della situazione,  con calma, dichiara il luogo di nascita,  il nome  dei suoi genitori, confessa la sua vita da pitagorico,  votato a conoscere la filosofia,  che autorizza  la conoscenza  degli dei e degli esseri, in quanto è più facile conoscere gli altri che se stesso.

Tigellino  desidera sapere  da dove gli venga l‘ecsousia / il potere di smascherare i demoni e dissipare gli spettri ed ha timore  -consapevole che  Apollonio deriva tale potere dalla stessa  fonte che  gli fa scoprire i criminali e i sacrileghi – nell’inquisire sul suo enunciato: si produce un evento che non produce nulla.

Il Tyaneo  dice che lui  non è un indovino e che non predice niente ma ha la scienza che Dio ispira ai sapienti  da lui prediletti.

Infine il pretoriano fa due domande su Nerone,  una sull’imperatore Dio ed una  sull’imperatore  cantante.

Apollonio  alla prima  risponde: non temo il numen imperiale  perché  lo stesso dio che ha dato a lui  la forza di essere temuto  a me ha dato la forza di non aver niente da temere e,  circa la seconda, invece, dicepenso meglio di quanto pensi tu; infatti se tu lo credi degno di cantare  non sapresti, come me, incoraggiarlo a tacere.

Tigellino  lo libera credendolo un essere soprannaturale, ma chiede  qualcuno come garanzia ed allora il filosofo afferma   che nemmeno lui può garantire per se stesso  e quindi non c’è nessun altro che possa garantire per un uomo che nessun potere  potrebbe incatenare.

Professore, la figura di Apollonio è veramente enigmatica e difficile da decifare  e si presta all’accusa di magia in quanto presenta una connotazione paradossale!

Quanta differenza,comunque   tra il colloquio di Christos con Ponzio Pilato e questo tra Ofonio Tigellino ed Apollonio di Tyana,  anche se  il tempo di scrittura  dei due episodi non sono  lontani.

Questo lo dici tu, Marco, che pensi secondo la formazione  da me ricevuta,  condizionato da Una lettura del Padre Nostro, opera  da me scritta negli anni novanta  e mai pubblicata.

Forse, è così come lei dice!

E di Musonio e Tigellino  cosa pensa, professore?

Musonio non ha voluto la difesa di un un essere sovrumano, che d’altra parte, non conosce di persona, ma solo di fama.

Musonio è un  robusto uomo di fatica che, nonostante la sua ottima difesa  è interrogato, dopo  un periodo di carcere.

Sembra che il sublime  e divino Apollonio desideri andare a trovarlo  ma che non sia ricevuto da Musonio, che vuole fare apologia a suo modo,  secondo ragione e secondo natura,  a dimostrazione della sua etica stoica.

Non si conosce esattamente  il colloquio tra Tigellino e Musonio, si sa solo che il filosofo  è condannato ai lavori e pubblici prima e poi all’esilio a Gyaros: il pretoriano applica la sua giustizia in conformità del decreto di Nerone, senza rilevare la distinzione  tra i filosofi,  rei di lesa maestà.

Il clima del  colloquio tra Tigellino e Musonio  può essere rilevato dall’incontro che la tradizione dice che sia avvenuto tra Demetrio e il filosofo che,  pur stando a  lavorare con la zappa  all’istmo di Corinto, ironizza su Nerone, che canta e suona.

E’ accertato che Nerone nel 66 anti in molti teatri della Grecia!

Il corinzio Demetrio, vedendo  Musonio al  lavoro al taglio dell’Istmo di Corinto, -un’opera grandiosa voluta da Nerone, utilissima per la città che ha due porti  in modo  da evitare la circumnavigazione del Peloponneso – è in silenzio ed afflitto.

Sembra che Musonio, rivolto verso l’amico, che, emotivamente   soffre per lui che lavora come uno schiavo, deponga la zappa in terra ed  esclami: ti affliggi di vedermi  lavorare al taglio dell’istmo! ti piacerebbe di più  vedermi  suonare la cetra  come Nerone!?

E’ sarcasmo stoico  nei confronti dell’imperatore ed è ironia verso lo scettico ,sanguigno, empaticamente coinvolto nelle disgrazie del prossimo.

Forse un cenno sarcastico al canto di Nerone tradisce Musonio  all’atto del colloquio, anche se ben preparato e logicamente strutturato, col potente prefetto del pretorio!

Il  pretoriano  potrebbe essere stato turbato ed innervosito dall’humor stoico, apatico, che comprime e reprime l’animus affettivo-sentimentale, che blocca l’impulso /ormh emotivo!

Professore, grazie per questa storia, reale, su Musonio!

Apprezzo molto  di più la sua figura  forte di  stoico e di uomo, nonostante la natura apatica,   che quella debole ed esangue, mitizzata secondo alonature sentimentali  del Christos uomo-dio.

Secondo me  il remittere animum, comunque non equivale a  quasi demittere, ma c’è pure un via di mezzo  tra il  galoppo sfrenato del puro impulso e  le briglie tirate  del rigido dovere utilitaristico.

La natura dà in dote ad ogni uomo,  in modo vario, un proprio impulso e lo sa guidare e contemperare con l’esercizio, in relazione alle necessità del vivere quotidiano, mediante chiari e precisi segnali di fortunato successo, graduato progressivamente, ma può bloccarlo in casi estremi.

Yolanda di Gerusalemme

In memoria di Bice Recinelli

La storia di Yolanda (Isabella) di Brienne  1212-1228, nata ad Acri e morta  di parto ad Andria, è davvero  infelice.

Anni fa, ho visto presso un antiquario a Martinsicuro una sua statua, di autore incerto!.

Yolanda è  regina  titolare  di Gerusalemme dalla morte, per complicanze puerperali,  della madre  Maria di Monferrato, che l’ha avuta da Giovanni di Brienne.

Essendo sotto la protezione di  Ermanno di Salsa, maestro dell’Ordine Teutonico, a Gerusalemme,  è promessa sposa di Federico II, dopo la morte della moglie, Costanza di Aragona, secondo gli ordini di Innocenzo III.

Il nuovo papa Onorio III (1216-1227) afferma la superiorità feudale papale su molti regni europei e sull’Italia centrale e settentrionale, avendo, comunque, due obiettivi: la crociata contro i  fatimiti di Egitto e la riforma della  Chiesa.

Onorio III impone un giuramento a Federico II  nel 1220 di non unire le due corone, quella imperiale e quella siciliana perché deleteria al Potere papale, oppresso e da nord e da sud  dalla casata svevo-normanna.

Il papa  in questo modo ha piena libertà di manovrare,  appoggiato dal partito guelfo, mentre l’ imperatore solo, nominalmente,  dà auctoritas al figlio legittimo  Enrico e poi, dopo il 1237, al figlio, naturale  Enzo, per le questioni  italiane.

Nel 1223 per spingere Federico II, già vedovo, ad una spedizione militare contro l’emiro egizio, il papa  propone il matrimonio con Yolanda di Brienne, che ha il titolo di erede del regno di Gerusalemme.

La donna, figlia di Giovanni di Brienne e di Maria di Monferrato  all’epoca ha solo 11 anni e vive a Gerusalemme, ed è stata educata  regalmente dalla seconda moglie del padre  Stefania, figlia di Leone di Armenia.

Giovanni  governa come reggente per la figlia  il Regno di Gerusalemme, che costituisce  ancora  nominalmente con la contea di Tripoli e di Edessa e col principato di Antiochia  l’insieme dei potentati cristiani  cattolici latini, ben connessi con l’imperatore bizantino, ortodosso…

Si riuniscono  Federico II e  Onorio III e Giovanni di Brienne  a Ferentino   per concordare il matrimonio, poi meglio definito nella dieta di San Germano, e per indirizzare ad una crociata il sovrano tedesco, allo scopo di  liberare la terra Santa dal pericolo islamico fatimita.

Federico II nell’agosto del 1225 invia 20 Galee per portare la giovane sposa a Brindisi, prima,  e, poi, a Palermo.

Il re di Sicilia ed imperatore di Germania, già impegnato  da Onorio a  dividere il suo potere imperiale da quello regio perché  il papato si sente stritolato tra le forze germaniche e quelle siciliane, inclina ora a volgere le proprie mire espansionistiche  verso Oriente…

La sua diplomazia  segue le linee normanne di predomino nell’area greco-bizantina e in quella cristiano-latina…

La sua educazione è quella di un cosmopolita, che conosce varie lingue, tra cui l’arabo e il greco, avendole apprese nel periodo fanciullesco, nella fucina multiculturale,  che è la  Palermo normanna,  prima della nomina a quattordici anni  nel 1208 a re di Sicilia, riconosciuto da papa Innocenzo III, senza più tutori.

Ora con la sposa quattordicenne, lui abituato all’harem, uomo più arabo che cristiano, accoglie  Yolanda  e stabilisce  di fare la cerimonia in terra pugliese, dove sono convocati  sia i notabili greco-bizantini che quelli-orientali latino-cristiani, sia  quelli tedeschi che normanni.

Nel duomo di Brindisi si celebra il 9 novembre il matrimonio, che, però,  non è consumato perché l’imperatore, data la puberale età della  ragazza, si rinchiude nel suo harem.

Il padre della regina  e il papa  ne sono risentiti, senza, però, rompere il contratto col vincolo della dote:  comunque, in seguito,  a Palermo, nelle camere nuziali della corte,  viene concepito Corrado, che nasce nel 1228  e, poco dopo, la madre muore per complicanze, come già sua madre  Maria di Monferrato…

Il suo matrimonio è voluto da Onorio che ha interesse  alla crociata di Federico contro i fatimiti di Egitto, che sono vincolati da anni con un trattato  di alleanza con l’imperatore germanico  e re di Sicilia, a cui sono legati da fraterna amicizia.

Il legame  tra Federico e Al Malik al Adil, fratello del Saladino, emiro del Cairo,  è vantaggioso  per entrambi per il dominio del Mediterraneo.

Il trattato assicura la reciproca assistenza in caso di guerra contro i regni latini, l’impero bizantino, gli arabi di Mosul e le potenze cristiane occidentali…

Perciò, nonostante l’investitura nominale a re di Gerusalemme,  Federico diplomaticamente rinvia le varie sollecitazioni papali ed infine, nel 1129, partito per una fantomatica crociata,  si accorda con l’emiro di Egitto, nonostante che Giovanni sia diventato imperatore di Costantinopoli,  come reggente di Baldovino II,  fino al 1237…

Col trattato Federico ha la concessione  di far passare e di non turbare il normale pellegrinaggio verso la terra santa dei cristiani per  10 anni…

Il papa scomunica Federico come inadempiente, nonostante  che  l’imperatore adduca come scusa una pestilenza  e prometta una nuova Crociata, a tempo opportuno…

Inoltre Onorio impone a Giovanni, a cui è tornato, dopo la scomunica dello svevo- normanno, il titolo di re di Gerusalemme, di devastare le terre del Meridione pugliese e di attaccare con la flotta anche le  terre del regno siciliano…

Mentre il papa è intento a  riformare la  chiesa  sulla base di un censimento, indetto  a seguito della stesura del Liber censuum romanae ecclesiae ( cfr Cl. Rendina, Registro del proprietà  e delle entrate della curia,  Newton Compton, 1990), i crociati  senza l’ausilio di Federico,  fanno la VI crociata  e sono sconfitti dall’emiro egizio per il dissidio tra  Gervasio  di Palearia e Giovanni di Brienne  ad Acri…

La vicenda, quindi, di Yolanda, non fortunata sposa di Federico II,  determina una frattura tra il papato e l’imperatore, che si acuisce anche nell’Italia settentrionale  e centrale con la lotta tra guelfi filopapali e ghibellini  filoimperiali  e diventa  guerra dopo il 1237, alla morte di Giovanni di Bienne…

Infatti Federico II, sconfiggendo i milanesi, che sono a capo della II Lega Lombarda, il 27 novembre del 1237, a Cortenuova, ristabilisce l’ordine imperiale e fortifica  la pars ghibellina …

Con l’episodio, poi ,  della battaglia  del Giglio nel 1241,  re Enzo, suo figlio,  ostile alla politica di Gregorio IX,  che ha avuto assicurazioni  dal comune guelfo  di Genova di  aiuto navale nel tragitto da Nizza ad Ostia,   fa una strage di prelati, convocati per un concilio a Roma e tiene prigionieri i cardinali  scampati alla morte, nonostante le suppliche papali, avendo  l’appoggio della marineria siciliana.

Le navi liguri, infatti, attaccate da Andreolo, figlio di Ansaldo dei Mari, ammiraglio federiciano genovese, sono sconfitte  dalla flotta avversaria,  che ribadisce in Toscana il primato ghibellino.

Il giovane re, Enzo, sposatosi con Adelasia di Sardegna, ha  come  dote l’isola e poi anche   il titolo di patronus dellaTuscia  nominalmente da Corrado, suo fratellastro, divenuto  imperatore di  Germania  e re di Gerusalemme, in quanto figlio di Yolanda,  e  sostenuto da suo padre Federico, inizia un conflitto col papato e coi guelfi  con l’aiuto anche del cognato Ezzelino da Romano, che ha sposato Selvaggia, figlia naturale del re siciliano…

Per  un decennio  l’Italia settentrionale e centrale, nel corso della minore età di Corrado IV  è lacerata da lotte tra guelfi e ghibellini fino alla battaglia  di  Fossalta nel 1249, in cui  Enzo è fatto prigioniero dai Bolognesi, che lo tengono –  ben oltre la morte di Federico II nel 1250 – in carcere,  fino al 1272…

 

IL Crocifisso nel Graffito del Palatino

 

Il Crocifisso nel Graffito del Palatino

A Roma, al Museo Nazionale delle Terme, c’è un graffito scoperto nel 1856 dall’archeologo padre Raffaele Garrucci -(1812-1885), autore di numismatica e di articoli sul sincretismo frigio–  sulle pendici ovest del Palatino, tra le rovine del Paedagogium.

Sembra che  alla fine del II ed inizio del  III secolo d. C.  l’edificio sia frequentato da giovani, di varie classi sociali, tra cui anche cristiani,  siriaci giudeo-cristiani e  romani.

Si tenga presente che all’epoca  quelli che noi chiamiamo papi sono invece capi di una succursale antiochena,  presbuteroi  o episkopoi  di una dioikhsis  amministrativa, con  trapeza/banca ed emporion/ rivendita con deposito di merci.

Noi abbiamo parlato di questo periodo come quello della formazione del mito di   Pietro ( Cfr. www.angelofilipponi.com  Il mito di Pietro)  e  quello  di Gesù  e di Apollonio ( cfr. Apollonio di Tyana e  Gesù di Nazareth ) ad opera del Didaskaleion di Alessandria e del Circolo di Giulia Domna.

In effetti in ambiente romano – ellenistico, sulla base della tradizione egizia zoo-antropomorfica  e in relazione alla  metempsicosi pitagorea e al valore didascalico morale delle favole esopiche, nel periodo della neosofistica,  a Roma si sviluppa una cultura  simbolica, connessa coi riti  e cerimoniali esotici asiatici…

Il culto di Seknet, dea leonessa, con quello di Thot , dio della sapienza dal volto di Ibis,con  quello di   Anubi  dio sciacallo, che  guida le anime negli inferi, è unito con quello primordiale greco dei giganti, dei centauri, dei satiri, fusi con quelli del mito dell’occhio di Ra, dei racconti della  gatta etiope, dell’agnello che predice la conquista assira dell’Egitto e dell’asino sapiente che guida una comitiva nel viaggio sul Nilo…

Luciano di Samosata è un testimone delle pseumata/menzogne che risultano solo fantasie di un narratore paradossale…

Abbiamo mostrato come  l’ ambiente pagano  predominante  reagisca nei confronti della mitizzazione di esseri umano-divini, di eroi di duplice natura, chiamando in giudizio sia i cristiani che i goetes/maghi o  ciarlatani di varia cultura, giudei,  filosofi specie stranieri, in prevalenza siriaci, asiatici ed egizi, propositori di nuovi culti.

Nel graffito del Paedagogium  si rivela l’irrisione di un compagno ad un fedele di Christos, Alexamenos, che venera il suo dio morto in croce.

All’ epoca i pagani, quindi, giudicano immorali e vergognosi i costumi  dei cristiani, confusi spesso con giudei, a cui è rivolta la stessa accusa: il graffito è la vera prima testimonianza della morte in croce di Iesous Christos, Soothr.

I cristiani, poi,   a sentire Luciano (Morte di Peregrino)  o Celso (Discorso Vero) sono maggiormente derisi  per la figura di Christos  soothr ed euergeths  degli uomini.

ll venerare un Dio  mostruoso dalla testa di asino  e dal corpo di  uomo  crocifisso  è pratica vergognosa, d’altra parte degenere come il culto ebraico,  sotto accusa  anch’esso secondo Giuseppe Flavio (Contro Apione, 2,7) e secondo Tacito ( St. V., 3).

Insomma si può dire che sotto gli ultimi antonini, i cristiani, fedeli ad un culto onolatrico, bollati solo per il nomen christianum, seguaci di un Christos, che ha commesso un crimen maiestatis,  appaiono come una setta di cospiratori,  ostili alla società civile,  legati tra loro da patti di omertà, renitenti alla leva, in quanto aspirano a tornare nel Regno del Padre, che è nei Cieli, loro patria.

L’accusa, fatta ai cristiani,  è comprovata da Minucio Felice (Ottavio  9,3,  a cura di Fernanda Salinas, Mondadori 1992): Nec de ipsis, nisi subsisteret veritas, maxima et varia  et honore praefanda  sagax fama loqueretur, audio eos turpissimae pecudis  caput,  asini, consecratum inepta nescio qua persuasione venerari:  digna  est nata  religio talibus moribus/  D’altra parte, se non ci fosse un fondamento di verità, la voce popolare, così sagace  non li accuserebbe  di delitti gravissimi  e di ogni tipo, delitti da nominare chiedendo scusa. Sento dire che  non so per quale convinzione demenziale  venerano la testa consacrata del più ignobile  tra gli animali, l’asino: è proprio una religione  degna di questi costumi e fatta apposta per praticarli.

La notizia è  vera se è  riportata anche da Tertulliano, (Apologetico, 16,1 e 12).

Ambedue gli autori cristiani,  parlando della nefandezza, di cui sono accusati i correligionari, come onorare i genitali del proprio capo spirituale o sacerdote, adorandoli come se fossero  parti sessuali di chi li ha generati, rivelano la realtà di vita coi rapporti coi pagani.I

ll  culto di latria, che comporta  incensare e mandare baci ad un dio  (pur asino-uomo crocifisso)   è per i pagani un segno che i fedeli di tali  pratiche  vergognose e pervertite  sono tipiche  di uomini perditi et scelerati.

Oltre questa, c’è l’accusa infamante di un rito sacrificale di un bambino accoltellato, fatto a pezzi, dopo che è stato infarinato ad opera di un neofita,  mentre gli altri bevono il sangue: i pagani inorridiscono davanti a tale pratica orribile e portano i cristiani in tribunale!.

Riprovevoli e disgustosi  sono  considerati  il mangiare il corpo del dio, simbolica, sotto forme di gallette di farina  e il bere il sangue di Cristo, considerati sacrilegio dal collegio pontificale, diretto dal Pontifex Maximus.

C’è, dunque, una condanna esplicita del sacerdotium pagano al culto del Christos, uomo-asino!

Comunque, l’infanticidio dovrebbe essere una pratica simbolica come quella dell‘eucarestia, propria dei christianoi,  che sono una radice giudaica.

Lo stesso Apollonio di Tyana è accusato del crimen di infanticidio  davanti a Domiziano, che perseguita, senza distinzione,  filosofi, goetes e seguaci di Cristo, come perturbatori del Kosmos romano-ellenistico.

Anche la celebrazione di banchetti cristiani  non è vista dai pagani come riunione  di fedeli, che  come fratelli e sorelle mangiano il corpo e  bevono  il sangue del Dio morto per loro,  secondo i dettami dell’amore e della caritas!.

Il convito, celebrato ogni domenica, detto agape in greco e in latino dilectatio, esprime secondo Tertulliano, Apologeticum19,16,  il sentimento di amore fraterno comunitario. E’ così ?

Leggiamo, come lo vedono, invece, i pagani : (Ottavio, cit. 9,6-7): et de convivio notum est, passim omnes loquuntur;id etiam Cirtensis nostri testatur  oratio. ad epulas solemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus sexus omnis homines et omnis aetatis.illic  post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis  ebrietatis fervor exarsit, canis, qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est , ad impetum et saltum provocatur. sic everso  et exstincto conscio lumine impudentibus tenebris nexus infandae  cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsinon omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum/ Si  sa anche del loro banchetto, tutti ne parlano qua e là,  e lo conferma anche il discorso del nostro amico di Cirta. Si riuniscono per il festino, in un giorno stabilito, con tutti i loro figli, le sorelle, le madri, persone  di ogni sesso ed età. E là, dopo un copioso banchetto, quando l’atmosfera del  convivio si è riscaldata  e l’ardore dell’ebbrezza li ha accesi di una libidine incestuosa, un cane assicurato ad un candelabro viene aizzato con un bocconcino  di carne, lanciato oltre il limite  del guinzaglio, a slanciarsi in avanti e a saltare. Così, una volta rovesciato  e spento il lume, che fa da testimonio alla scena, intrecciano, col favore delle tenebre, che non conoscono il pudore, legami di una passione innominabile, affidandosi all’incertezza del caso. Tutti sono pertanto incestuosi  nella stessa misura  almeno per la complicità se non per il comportamento  effettivo, dal momento che  per il desiderio di tutti, nessun escluso, si desidera qualsiasi  cosa possa accadere  negli atti di ogni singolo partecipante.

Quindi, i pagani credono che i cristiani fanno orgia  domenicale,  come loro,  con l’aggiunta, però,  di incesti.

Minucio Felice aggiunge che i pagani  si chiedono perché  tanto impegno per nascondere e tenere lontano dagli sguardi  indiscreti tutto ciò che  è  oggetto di culto  per i cristiani, quando  le nobili azioni  fioriscono davanti agli occhi di tutti e solo quelle malvagie restano segrete.

Esecrabile è il fatto di non avere  altari, né  templi, né immagini di dei,  oltre al non riunirsi  pubblicamente per venerare  il loro dio,  in una volontà di nascondersi,  in quanto  c’è la coscienza  di meritare una punizione.

Perciò,  disprezzano un dio – di cui non si conosce la provenienza- unico, solitario,  scollegato da tutto, ignoto ad ogni popolazione dell’impero ,  venerato, comunque, dal  miserabile popolo ebraico  cuius …nulla vis  nec potestas est, la cui  forza  e potenza è nulla,  tanto da essere prigioniero dei romani con tutto il  popolo  (ibidem 10,3).

Le accuse ai cristiani per Tertulliano sono  frutto  dell’odio e dell’ignoranza dei pagani che, invidiosi, vedono crescere la comunità di numero in ogni parte dell’impero e rilevano la presenza cristiana perfino a corte.

Il graffito del Palatino con la sua testimonianza della crocifissione di Gesù è una dimostrazione del clima di dileggio e di irrisione, in cui si trovano a  vivere  realmente i cristiani nella città di Roma, come una minoranza sparuta, monoteista,  in mezzo ad una maggioranza di politeisti,

Perciò, la situazione  è diversa da quanto detto dagli apologisti e   dalla tradizione cristiana!.

Alexamenos è un pais ragazzo, preso in giro da un amico che fa il graffito del suo dio-asino a  Roma, secondo l’educazione pagana ricevuta antigiudaica ed anticristiana.

E ‘stata trascurata nella rappresentazione  della testa di un dio asino-uomo, una Y a destra, come  un qualcosa di inutile, quasi un segno in più , quando invece  o potrebbe  simboleggiare  Christus est salus in greco Christos Ygieia estin, oppure significare  che l’autore del graffito è un pitagorico in quanto la y è un sigillo della scuola. 

Sarebbe una Y(gieia) acronimo  per indicare che la salute viene dalla croce e che il  Crocifisso è il salvatore , via, vita (e  verità) per il ragazzo cristiano, che ha fatto di sua mano la risposta.

La rappresentazione  del compagno cristiano  Alexamenos,  che manda baci ed incenso  ad un essere umano con testa di asino con le orecchie,  legato per i polsi  ad una croce a forma di Tau,  vestito di una corta tunica , coi piedi poggianti su una traversa, ha per noi oggi un alto valore in quanto è prova della realtà storica del momento antonino!.

Anche Giovanni Pascoli, latinista eccezionale e grande professore di Latino e greco, scrivendo Paedagogium, un poemetto di esametri, ha letto in modo diverso il graffito dalla tradizione?!

Il poeta ha una sua lettura del fatto  mostrando la scena  di un uomo dalla testa di asino tum fixi est hominis cervix asinina caputque/auritum, incensato come un dio  crocifisso, e  poi  inventando  il nome di Carelio per identificare il giovane pagano che, chiuso in cella per punizione, si vendica facendo il graffito con l’iscrizione?!

Il Pascoli chiude  mostrando Carelio, soddisfatto  della sua azione: Scribit ALECSAMENOS SEBETE THEON et sibi plaudit!

Noi, cristiani,  oggi, consideriamo blasfemo il graffito del Palatino!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Theophàno la bizantina

Theophàno la bizantina, machomene/combattente, imperatrice del Sacro Romano Impero Germanico in quanto moglie di Ottone II, è riconosciuta come l’artefice della Renovatio Imperii,  il sogno di suo figlio Ottone III e di  Silvestro II(940-1003).

Al di là del contributo politico di Gelberto d’ Aurillac/ Silvestro II, Teophàno  è donna energica,  che sa usare le lingue classiche  latino-greco, oltre che germanico e franco, e  combattere,  virilmente, universalmente nota  dopo la morte del marito,  come Basileus/rex  e come  Autokrator/Augustus.

La bizantina  è convinta di essere  la legittima erede di Roma Imperiale – nonostante la presenza araba nel Mediterraneo e  quella barbarica  tra il sacro impero romano germanico e quello bizantino – e perciò si  firma  Theophanius, gratia divina, imperator, Augustus.

Si firma così Theophàno nel 990, in un suo atto imperiale, come un maschio,  pur vivendo in una società di militari germanici, maschilisti, ignoranti ed analfabeti.

Nonno, io leggo nel libro di storia  che il suo nome è Teofane e non so neanche dove  devo mettere l’accento?

Mattia,  Teophàne è un nome maschile,  portato anche da santi cristiani cattolici, mentre Teophàno /Theophània è nome femminile, derivato  da una santa  antenata, moglie dell’imperatore Leone VI

Mi racconti la sua storia, Nonno, da quando arriva in ItaIia?

Certo.

Theofano, nata a Bisanzio nel 958  da Giovanni  Skleros (parente del Basileus regnante, Giovanni Zimisce ) e da Sophia Foca (figlia del predecessore Niceforo II), quattordicenne sbarca in Puglia, dopo un viaggio fortunato, sotto la protezione di S. Niccolò di Mira, le cui spoglie mortali sono state già trasferite a Bari, con una dote  regale, per il diciassettenne Ottone II  imperatore di Germania, insignito anche del titolo di Signore  dei themi di Puglia e Calabria, nel 972.

Cosa porta come dote, nonno? e cosa vuol dire Themi?

Nel passato, ogni donna, a seconda della ricchezza familiare, portava abiti,  oggetti preziosi,  terre  e  denaro al proprio marito, che rimanevano patrimonio personale in quanto dote, che, per legge era quanto era necessario per vivere secondo il  proprio rango, dato dal padre, dopo il contratto matrimoniale, stipulato.  La dote di Theophano è quella di una regina.

Centinaia di carri, scortati da soldati, con cui la basilissa ama addestrarsi militarmente ogni giorno nelle pause del viaggio: oltre al vestiario personale, di seta,  Theofano  porta  ad Ottone carri pieni  di madreperle, di pietre preziose, di ebano, di oro,d’argento e  di bronzo, che formano una carovana,  seguita da militari, dignitari di corte, pedagoghi, maestri di cerimoniale, da dame e damigelle, protetti da ippeis /cavalieri, mentre il popolo  fa ala per chilometri, finché il corteo non giunge a Roma.

Il thema, Mattia,  è una circoscrizione amministrativa  voluta, sembra da Eraclio I (610-641)  sia in Oriente che nell’Italia Meridionale  e poi fissata definitivamente da Costante II (641-668) in tutto l’Occidente bizantino, compresa l’ Africa.

Theophano, giunta a Roma, dopo 15 di giorni dallo sbarco, si incontra con Ottone II, diciassettenne, arrivato con le sue truppe germaniche.

Posso andare avanti? Mi segui bene?

Si, Nonno.

Dopo l’accoglienza trionfale popolare dei Romani,  il  papa Giovanni XIII  prima celebra il matrimonio  poi  l’incoronazione imperiale.

L’ avvenimento  viene propagandato  in Germania e in Oriente perché si  pensa così di ricostituire  e di rinnovare l’Antico Impero Romano, in modo unitario, senza più la suddivisione in  pars occidentalis et pars orientalis, anche se Ottone II  e  Giovanni Zimisce  regnano in modo autonomo  nella loro specifica sfera come sovrani fratres/adelphoi/fratelli!

In un clima festoso il popolo romano acclama,  partecipando all’evento, nonostante  l’ostilità della famiglia dei Crescenzi, allora onnipotente in città, che ha tra l’altro il controllo del Tevere e del Castel S. Angelo, anche se compromessi e condizionati dal favore dell’ elezione  a pontefice  di un membro della famiglia ad opera dell’imperatore.

Cosa fanno i due sposi ?

I due si separano per qualche settimana, dopo il loro matrimonio.

Mentre la moglie si dirige verso il Nord per raggiungere la Germania, Ottone,  desideroso di vedere la dote della donna,  vuole sciogliere il voto di fare un pellegrinaggio alla grotta di S. Michele al Gargano, in Monte S. Angelo: un viaggio utile per  constatare di persona le condizioni delle popolazioni e conoscere gli amministratori bizantini.

Si riuniscono dopo alcuni giorni,  poco prima di Verona,  da dove procedono insieme e passano le Alpi, i primi di Settembre.

Theophano, una bizantina,  come si trova a corte con i Sassoni?

Inizialmente non si trova  bene, finché non si adegua all’ignoranza e al carattere militaresco dei sudditi e alla invadenza della regina Adelaide di Borgogna, sua suocera, madre di suo marito.

Lei è troppo altezzosa poiché ha ricevuto una perfetta educazione e vive secondo il cerimoniale di corte bizantino, mentre in Germania tutto è  atto militaresco, cameratesco, informale: lei alterna latino  e greco, disdegna il sassone  e il franco e di solito è muta  di fronte all’imperatore, suo marito, e   risulta  chiusa e  fredda verso tutti.

Eppure già sono nate le prime due figlie, Adelaide e Sophia: La donna sente l’ostilità della corte  ed ancora di più si chiude  tra i le sue dame e i suoi  maestri bizantini.

Ora comunica poco anche col marito, impegnato nella politica interna a limitare il potere del cugino Enrico il litigioso  e a combattere  su due fronti, uno  contro gli Slavi e contro il re di Danimarca Harald I, l’altro contro il re di Francia, che gli contesta il dominio sulla Lorena.

Theophano è  esclusa dalla direzione  militare, anche se partecipa alle imprese, stando segregata nella sua tenda con le sue dame, coi suoi cortigiani e guardie,  per volontà del consilium principis.

Cosa è il consilium principis?

Sono i feudatari maggiori che accompagnano l’imperatore nelle imprese e combattono, cavalcando al suo fianco,  in quanto consiglieri nelle strategie  militari.

Theophano e suoi consiglieri bizantini non hanno voce  nel comando delle azioni di guerra, anche  durante la campagna di Italia del 98O-983.

La  spedizione inizia quando già  Theophano ha avuto la terza figlia ed è incinta di Ottone III: l’imperatore conduce con sé la moglie con l’incarico di trattare coi parenti bizantini  e per concordare un’azione comune contro gli arabi di Sicilia, mentre lui in persona ha fatto trattati con i duchi longobardi.

Nonno, è uno grande scontro? e chi vince?

Lo scontro  definitivo tra l’imperatore e l’emiro di Sicilia  Abu  Al Qasim,- dopo un  vano colloquio tra l’arabo e Ottone con Theofano interprete – avviene a Stilo (località vicina a  Capo Colonna) il 14  luglio del 982.

La cavalleria sassone e  quella degli alleati sconfiggono  le  truppe di Al Qasim, che muore in combattimento, ma i musulmani, pur senza guida,  continuano a combattere infliggendo molte perdite al nemico, per cui Ottone è costretto a ritirarsi.

Il sovrano si accontenta di una nominale vittoria, inutile, ai fini politici,  non avendo avuto il necessario supporto  navale bizantino, lasciando in sospeso  la situazione meridionale

Cosa fa, poi, Ottone II?

Fa una marcia verso il Nord, seguendo due percorsi, uno con l’esercito che risale lungo l’Adriatico dalla penisola salentina, che trascura  di passare per Roma, allora lacerata da lotte popolari, l’altro con la comitiva della moglie, protetta dal duca di Benevento e di Spoleto, attraversa i territori, ai piedi dell’Appennino, e, superato il Tronto, passa per il Piceno  per dirigersi verso Verona, luogo di convegno, dove Ottone indice una dieta.

Cosa  significa  dieta?

Mattia , dieta  indica il dies /giorno stabilito  per un’assemblea plenaria imperiale indetta dall’imperatore.  Si tratta, perciò, di una riunione dei principi più importanti dell’impero, che  procedono  all’elezione imperiale  o  deliberano per questioni amministrative o problemi  giuridici, come  organo giurisdizionale ed esecutivo.

Nella dieta Ottone II fa acclamare suo figlio, ancora treenne, imperatore dai nobili di Germania e lo fa scortare, insieme alla sua intera famiglia in patria, mentre lui  ridiscende verso Roma seguiti dai duchi longobardi  e i migliori cavalieri sassoni.

La città eterna è in subbuglio, a seguito delle lotte familiari per il pontificato conteso:  l’imperatore si ammala di malaria e muore  il 7 dicembre del 983, ed è sepolto  a Roma, unico fra tutti gli imperatori , per volontà espressa di Thephano, che, poco dopo elegge Giovanni XIV un filoimperiale, ostile alla famiglia  Crescenzi.

Dopo la morte del marito cosa fa Theophano?

Fa l’imperatrice, anche se ora deve mediare abilmente tra le varie correnti contendenti  germaniche  e deve attirare  dalla sua parte  la suocera  Adelaide per vincere la resistenza di Enrico il litigioso, facendo il compromesso di una condivisione di potere,  nella gestione dell’impero.

I suoi sette anni di potere dal 984 al 991 sono celebrati come una fioritura letteraria e  come  pacificazione generale per la costituzione di un Impero Rinnovato  Unitario.

La bizantina per prima cosa regola il potere papale, sottomesso alla sua volontà e al suo arbitrio, coma basilissa  capo del rito religioso, sicura che il clero deve dipendere dall’imperatore per qualsiasi nomina ecclesiastica.

Ella adotta il sistema bizantino: come in Oriente il patriarca di Costantinopoli, prima autorità ecclesiastica,  è  eletto dal Basileus, così nell’Impero Germanico il papa  di Roma, seconda  autorità nell’Impero romano dal periodo di Teodosio, deve  ricevere il titolo dall’imperatore!.

In politica interna, quindi,diffonde una nuova cultura, basata sulla philanthropia /humanitas  imperiale  che viene propagandata specialmente da Gelberto d’Aurillac  e da Bernoaldo di Hildesheim  per tutto l’Occidente, diffusa in lingua latina, mentre a corte  sono imposte lingua greca e lingua latina.

La corte si ingentilisce per la nuova cultura, che va sorgendo e che si configura come Renovatio Imperii, come una rinascita dell’impero.

In politica estera  Theophano  predilige l’ eirenh Pax/pace, imposta con le armi al re di Danimarca e ai Bulgari, dopo un trattato di summachia/alleanza militare con Basilio II  bulgaroctono /Uccisore di bulgari, con cui, nonostante la parentela, ha rapporti, ambigui, a causa di  congiure, fatte contro il Basileus  da parte dei suoi famigliari .

Muore di  malattia nel 991 ed Adelaide prende la reggenza dell’impero fino al 996, anno in cui Ottone III raggiunge la maggiore età.

Beroso e Flavio

In ricordo di Elio Galanti, mio amico, uomo di divina allegria e di grande animo,  un pediatra di rara simpatia e perizia tecnica, un professionista sicuro  nel rapporto coi  genitori e con  gli altri  dottori, un giocoliere, amato dai bambini.

An ti pracshis kalon metà ponou, o men ponos oikhetai, to de kalon menei, an ti poihshis aiskhron metà hdonhs, to men edu  oikhetai, to de aiskhron menei/qualora tu faccia qualcosa di bello  con fatica, la fatica se ne va, mentre il bello resta,  qualora tu faccia qualcosa di vergognoso con piacere, il dolce se ne va, mentre resta la vergogna.  Musonio

 

Flavio, trattando del diluvio e dell’arca di Noè, fa menzione di Beroso, del quale parla nel I libro  di Antichità Giudaiche, I,  146-148, dove  si tratta  della stirpe di Arfacsad, che genera Salah   che genera Eber, da cui Faleg, da cui  Reu , da cui  Serug , da cui Nahor , il cui figlio  Terah  genera   Abramo, Nahor e Aran, uomini della decima generazione dopo il diluvio.  Morto Aran, Abramo  ne adotta il figlio Loth e sposa la figlia Sara, mentre Nahor sposa l’altra figlia  Milka. 

Beroso, professore,  fa storia mediante genealogie e Flavio, che segue la Bibbia, fa la medesima cosa?

Flavio, Marco, segue la genealogia biblica/ Toledoth di Beroso, che legge ancora i testi cuneiformi assiri, in cui c’è l’eredità astronomico -astrologica babilonese, con sottesa la concezione dell‘unicità di un creatore.

Beroso, infatti, senza citare il  nome di Abramo  ( Ant. Giud.,I,158) ne fa menzione:  nella decima generazione dopo il diluvio vi fu tra i Caldei  un uomo, giusto e grande, espertissimo nelle cose celesti. 

Flavio imita il modo di narrare di Beroso, traducendo anche lui dai testi dei padri , e quindi dall’ aramaico,  mentre l’altro dal cuneiforme  accadico-assiro (Ant giud X,218): nessuno mi incarichi di riferire  nella mia opera qualche evento così come io l’ ho trovato  nei libri antichi,  perché proprio agli inizi della mia Storia (giudaica)  mi sono schermito da coloro  che possono trovare mancante la mia narrazione o scorgere in essa qualche errore  ed affermai che sto traducendo solo i libri ebrei  in lingua greca   promettendo di riportarne  il contenuto, senza nulla aggiungere  di proprio alla narrazione,  né omettere alcunché  del loro contenuto.

Professore, chi è  Beroso?

E’ uno scrittore babilonese del periodo di Antioco I,  a cui dedica il suo libro,   vivente ancora a  Antiochia,  e fondatore di una scuola di astronomia a Cos. Ne ho parlato nelle note al I libro di Antichità Giudaiche. E’ un autore che fiorisce  nei primi decenni del III secolo a C.

Quasi tre secoli prima di Giuseppe Flavio?

Circa. Marco.

E’ un  lettore di storia che deve fare una sintesi di oltre 2000 anni per adattare la sua cultura a quella achemenide e seleucide dell’impero macedonico-persiano, universale  di Siria, trattando specificamente dell’impero assiro-babilonese.

Essendo  sacerdote,  astronomo ed astrologo, probabilmente discendente di una di quelle famiglie sacerdotali caldaiche,  incaricate di studiare il cielo notte e giorno già dagli assiri, poi dagli Achemenidi ed infine dai Seleucidi, è scrittore ancora  capace di leggere  il cuneiforme assiro di cui parlo in De Kosmogonia.

E’ autore serio,  citato da Vitruvio  De architettura IX 6,2 e da Plinio, Nat Hist. VII,12.

Allora ha un grande valore storico?

Certo.

Prima di  parlare del valore  dello storico, comunque,  devo aggiungere che  gli amanuensi cristiani, nel ricopiare il testo di Flavio, talora omettono le citazioni  dirette di  Beroso – Cfr. M. Jursa,  I babilonesi, Il Mulino 2007-.

Ad esempio, su Sennacherib  dopo il racconto di Erodoto, Flavio dice: come abbia regnato sugli assiri ed abbia diretta  una spedizione  contro tutta l’Asia e  L’Egitto ( Ant. Giud., X,20), Beroso scrive come segue… manca  il testo del babilonese che ne parlava forse nel II libro !

Strano! professore.

Comunque, noi  sappiamo qualcosa  di Ta  Babulioonikà  del babilonese Bel.usur ( Bel, proteggi), chiamato in greco  Bhroossos o Bhrosos,  sacerdote astronomo, celebre ancora tra i cristiani mesopotamici nel II secolo dopo Cristo, in eta antonina.

Devo pensare, professore, che l’ opera di Beroso è rimasta integra fino almeno al  II secolo d.C. e che poi è stata trascurata dai copisti christianoi  alessandrini,  intenzionati ad  oscurare  la tradizione mesopotamica,  come già  si stava facendo anche  con quella  egizia di Manetone, scrittore di Ta Aiguptiakà, vissuto sotto Tolomeo Soter  e  Tolomeo Filadelfo, a noi noto grazie ad un’ Epitome  successiva?.

Forse. Non so.

Beroso, con la sua opera,  comunque, nel contesto ellenistico, dominato dalla koinè dialektos e quindi dalla cultura greco-macedone, ben connessa con la cultura medico-persiana, rivendica la superiorità culturale babilonese, erede della tradizione più che bimillenaria  mesopotamica,  accadico-sumerica, non certamente inferiore astronomicamente a quella  pure millenaria egizia.

Beroso e  Manetone, come sacerdoti, avevano trasmesso in greco la loro cultura, scritta in cuneiforme e in geroglifico, mediante documenti, per mostrare  le loro Antichità, evidenziando la peculiarità religiosa, connessa con la Creazione del mondo  grazie alla loro osservazione astronomica e ai muthoi astrologici.

Beroso, poi, aveva mostrato anche in cuneiforme  il diluvio universale, unico a noi giunto, oltre quello biblico, col poema di Gilgamesch, direttamente, in quanto la lineare B, antenata del greco , non ci ha tramandato neppure lo tsunami di Thera,  anche se il poema omerico ha nel XII libro dell’Iliade un  qualche rimasuglio di un diluvio, di cui ci sono echi anche in Manetone e in scrittori greci.

Gli scritti dei due autori sono espressione di  una cultura  astronomica  comune –  di cui i Greci si appropriano con Ecateo e con Erodoto  e quindi rielaborano  culturalmente  solo il senso e l’ originalità di episodi arcaici, mitici  – che evidenzia la genesi del mondo, oltre la narrazione agricola di Esiodo in Theogonia.

Beroso e Manetone,   invece, sono i primi a parlare di un diluvio, di dinastie antiche,  dell’esistenza di mostri,  di  uomini-pesce. di  giganti, di uomini divini,  rivelando un muthos  di Dei sooteres, di  Dei risorti e di una perpetuità di vita, intesa come naturale avvicendamento di vita -morte.

Tutto un mondo gigantesco antidiluviano è mostrato da Beroso   su cui archeologi come Leonard Woolley,  che scopre i cimiteri reali di Ur (2400 a C.), cerca di rilevare la popolazione  e sistemi di vita organizzati.

Ho già letto quanto lei ha scritto in Creazione del  mondo Forse è bene qui riepilogarlo.

Certo, Marco

Ecco il succo di quanto ho scritto precedentemente.

L’ infinita documentazione di tavolette, riordinate dal periodo di Sargon II (722-704 a. C.) e di Sennacherib (704-681a.C.)  disseminati nei  musei  delle grandi città europee ed americane è un patrimonio di immenso valore, oggi, abbastanza conosciuto e di grande utilità, specie se comparato con gli altri patrimoni astronomici ed astrologici di altre culture, seppure venate da forme religiose.
Sono queste tavolette, trovate a Ninive e specie Kuynjik ( Cfr  R.F.  Harper, Assyrian and Babylonian literature , Londra 1901; Simo Parpola,   Letters from assyrian scholars to the Kings Esarhaddon and Assurbanipal, Eisenbrauns, 2007)  rendiconti quasi giornalieri dell’andamento degli astri, durante il giorno e durante la notte, inviati da  incaricati dal sovrano di leggere ciò che, scritto nel cielo, poi si verifica sulla terra, ineluttabilmente.
La funzione dei vedici non doveva essere diversa da quella sumerica, accadica ed assira se gli astrologi di  Assarhaddon (681-669) e di Assurbanipal (668-631) dànno un ‘idea della conoscenza  astrologica e della sua influenza sul destino umano secondo le concezioni  religiose: moralitas e sapienza astrologica  diventano espressione di un retto vivere e di un saggio operare di re e di sacerdoti, legislatori  che dal cielo traggono le regole per una positiva vita sulla terra.
Ora sia per i vedici che per gli assiri conformarsi ai voleri celesti è la massima legge di questa ricerca esplorativa astronomica che diventa divinazione, che comporta  una serie di formazioni di collegi sacerdotali, abili ad esplorare il volere del cielo, del Dio celeste.
Sacerdoti, magi e legislatori  profetici, assumono, perciò, valore immenso nell’ antichità.
Ora la scuola vedica, quella caldaica ed egizia sembrano aver dominato la scena delle osservazioni  celesti ed aver influenzato in vario modo sia  la speculazione  zoroastriana,  che quella giudaica  e poi greca.
Sulla base di tale osservazione celeste deriva la normativa per l’uomo, la legge, e, quindi, la morale umana: i re mesopotamici, persiani, i comandanti greci e romani, basileis ellenistici timorosi del cielo e di Dio, fanno leggere il cielo per conformarsi al volere divino, convinti che gli astri siano esseri viventi  che, con la  loro razionale disposizione ed armonia,  influenzano la vita sulla terra.
Perciò ogni uomo, dotato di potere politico prima di ogni azione interroga la classe sacerdotale scriba e magica, in quanto capace di osservare il cielo e quindi di profetizzare, ed agisce in conformità delle risposte: guerra e pace, vita o morte  dei sudditi, politica conservatrice o innovatrice  sono legati alla interpretazione dei segni celesti e poi dei segni scritti della Legge, fissate da legislatori, anche loro  dotati di potere ermeneutico celeste.
La pietas dei re e dei capi militari era segno della loro  elezione divina e del loro potere sugli altri, del loro radioso destino ...

Ora , professore, mi sembra più  chiaro  il pensiero di Beroso e Flavio.

Essi, secondo me,  mostrano una theoria, di derivazione sumerica, naturalistica, immanente, di cui è espressione la festa del Capodanno, con la ierogamia di due dei, che  è connessa con quella regale in modo da sottendere la sincresi tra il piano divino e quello umano, che ne è la la figurazione concreta terrena  in quanto  il sovrano è rappresentante del dio.

Contemporaneamente, però, i due  ne mostrano un’altra di derivazione semitica accadica,  fusasi con quella egizia,  che si basa sull’ideologia  di una materia terrena, instabile connessa col divenire,  opera di un dio che si colloca  al di fuori del mondo, in una personalizzazione  dell’assoluto che comporta antropomorfismo, con distinzione tra bene e male, lotta eterna dei principi,  in attesa dell’arrivo di un soter.

Insomma sembra che non sia sumerica la creazione di un Dio  Pater e poihths, ma è accadico ed egizio: risulta allora che  da qui derivi lo zoroastrismo  col suo dualismo che sottende soteriologia ed escatologia, e  che, quindi, anticipa giudaismo  cristianesimo.

Mi piace mostrare come  la cultura arcaica, mesopotamica -confluente nella figura di  Abramo  e di  Isacco e di Giacobbe  e i suoi figli  e nipoti  tutti di formazione mesopotamica, anche dopo la migrazione a Canaan, trasmigrati In Egitto, dove acquisiscono un’altra cultura  connessa, col culto di Amon / ra,-sia divenuta  altra religione, a seguito della riforma atoniana, destinata a precisarsi come giudaica, a cominciare da Esdra.

Tutto questo assetto culturale  sincretico, a contatto con la cultura, prima, persiana e poi greca, crea un popolo di philisophoi che si afferma come giudaico come  risultanza  complessa storica di due regni quello di Israele e quello di Giuda, nati dalla disgregazione del Malkuth davidico,   a seguito dei regni di Salomone e Roboamo, che ne rompono l’unità tribale.

Secondo Martin Hengel (Giudaismo ed ellenismo, Paideia 1988) tale cultura ha  massimi rappresentanti in Qohelet e nel Siracide  concordi nel dare rilievo al caso / migreh e ai  propugnatori  del kairos/ tempo in quanto ciò che accade è bene  perché ordinato all’interno dell’immutabile flusso di tempo di Dio.

Il giudaismo, maturato nel tempo di passaggio dal regno persiano 535-331 a quello macedonico   e distintosi in due  partes, una aramaica ed una  greco-ellenistica,   nella lotta contro l’impero seleucide (298-167), per la propria autonomia costituzionale,  per entrare in crisi, infine,  dopo la sua affermazione come popolo aramaico  che si oppone  nel corso di due secoli  per la propria sopravvivenza contro l’impero romano,  per  mantenere integra ed indenne la sua cultura, concedendo anche ad una sua  radice di  completare la stessa visione del mondo,  in nome dell’unicità di Dio e di un sacerdotium e  di un regnum, in cui il cristianesimo diventa assertore successivamente con la forza  di una fusione tra  chiesa cattolica e militarismo costantiniano e teodosiano.

Mi sembra, comunque, che il sacerdote Flavio  sappia leggere nella cultura ebraica  le tracce della tradizione  mesopotamica sumerico- accadica ed assiro -babilonese oltre che persiana e macedonica, grazie alla lezione di Beroso.

Perciò si può dire con Alfred Jeremias (Handbouch der altorientalischen Geisteskultur, Berlino 1929) non solo che  il problema sumerico si dimostra  sempre più  come il problema più importante di ogni altro nella storia  del pensiero umano, ma anche  che la radice di Abramo con la sua figura di patriarca  è  basilare per il monoteismo dell’ebraismo  e quindi anche per la prima propaggine del cristianesimo e per la seconda propaggine dell’Islamismo.

Flavio, che cita Beroso, può essere scomodo alla tradizione  ebraica, cristiana ed islamica in quanto  rivela un mondo ancora da scoprire quello sumerico -accadico,- di cui si hanno  tardive volgarizzazioni, di età assiro babilonese ed achemenide- fondamentale per il monoteismo!.

Beroso, infatti, congiunge tutta questa tradizione mitico-religiosa  con quella ellenistica, in cui cerca un proprio spazio   sacerdotale.

La citazione di Flavio in  Antichità Giudaiche  I ,93  a proposito del diluvio e dell’arca  di Noè  risulta esplicita testimonianza che precede la Bibbia: qualche parte della barca è  in Armenia  sul Carduaio  monte del  Kurdistan  irakeno  ed alcuni portano di quel bitume in giro e ne fanno uso come talismano. Anche Flavio  si rifà a Beroso, collettore caldaico,  circa la longevità dei patriarchi calcolata secondo cicli di 60, 600 (grande anno), 3600 ( ibidem, 102)., e circa il re babilonese Balada ( Merodach Baladan)  attivo nell’epoca di Isaia , X,35.

Se ci fosse rimasta l’opera  completa di Beroso, avremmo potuto  rilevare  i rapporti e le relazioni tra la  cultura di Esra  e quella coeva sia persiana che caldaica, sicuramente espressa dall’astronomo babilonese.

La storia non si fa con i se e, perciò, noi possiamo dire solo quanto ci rimane di Beroso che è poca cosa, sufficiente, però, a mostrarci la dipendenza ebraica dalla cultura mesopotamica e specificamente caldaica.

Si sa che  Ta Babulioonika  è opera composta di tre libri, in cui l’autore aveva mostrato la storia  nel I  libro  Sumerico-accadica  nel II  quella Assiro -Babilonese, per trattare nel III  degli Achemenidi fino a  Dario III e poi fino ai Seleucidi, successori di Alessandro Magno,

Sono tanti  gli oltre seicento anni di  storia, professore, collegati con quello del Regno di Israele e di quello di Giuda, ambedue distrutti, il primo da Sargon  II e il secondo da Nabucadrezar!

Uno che scrive di questi argomenti non può non essere formativo specie per i giudei, tornati da Babilonia,  ancora alla ricerca, prima  di una propria identità nazionale  sotto i Persiani e poi di una autonomia sotto i Seleucidi.

Perciò, le chiedo, professore, cosa può aver imparato da uno come Beroso, l’autore di Antichità giudaiche?.

Secondo me   Flavio  come  Beroso  può avere fatto  un  progetto apologetico in modo da inserire l’antichità giudaica nel tessuto culturale di quella  romano- ellenistica, tanto da dare una funzione  tipica  ad un popolo vinto, ma non domo,dopo la distruzione del Tempio, nel tentativo di mantenere la doppia anima dell’ebreo, mesopotamica da una parte e ellenistica da un’altra.

E come il babilonese con  i  greci seleucidi, pur mostrando la tipicità e straordinarietà  della propria  cultura  astronomica caldaica,  si era  inserito nel sistema plurinazionale  siriaco, così Flavio cerca di evidenziare la pietas di un popolo di philosophoi   desideroso di integrazione secondo i moduli delle altre gentes che costituiscono il corpus armonico dello stato romano, conscio, però, di far parte del kosmos romano-ellenistico  senza più la superbia sacerdotale.

E’ forse un disegno di un idealista, che deve confrontarsi con la realtà dell’imperium flavio!

Sembra, comunque  che  la funzione di Beroso sacerdotale e astronomica  possa essere stata esemplare  in quanto come scriba nutrito dalle culture assiro babilonesi e persiane, ha successo  presso basileis macedoni, che tendono ad una basileia ecumenica. I Seleucidi  e prima e dopo Antioco III  aspirano  ad  un sovrano divinizzato, che tenga unite le varie gentes che popolano la chora siriaca,  il cui territorio  va dal Mediterraneo al’India!

Perciò la dihghsis di Beroso è  come quella dei padri che  inviavano messaggi continui al sovrano assiro e babilonese  facendo relazione  scientifica di quanto avevano  osservato nel cielo e nei cieli in modo  da essere  utili ai fini di un  governo  pacifico  regio, quasi ad anticipare i mali che prima si manifestano in alto per poi calarsi in basso : l’alto dei cieli e la terra sono un unicum per il babilonese e per l’ebreo! 

Quella di Beroso doveva essere una prosa senza encomi  e senza menzogna, basata su arta/la verità, in un impegno scientifico a leggere  i messaggi celesti per l’incolumità del sovrano!.

Quella di Flavio  unisce  certamente cielo e terra   secondo la pronoia divina  che attua  la sua oikonomia  secondo piani imperscrutabili, eterni.

Berosso,  indagando sulle fasi lunari, sui movimenti celesti, sui monsoni e sulla varietà climatica dà consigli utili  per gli agricoltori e per i marinai  e sembra che riprenda la cultura sumerico-accadica ai fini del benessere di un uomo celeste, il sovrano, che è mediatore tra cielo e terra.

Beroso tratta anche  della festa delle Sacee, celebrata ogni anno a Babilonia, simile a Roma  a quella dei saturnalia, che durava per cinque giorni: un prigioniero, condannato a morte, era vestito da re, assiso sul trono del re, e rivestito del potere regale  aveva   licenza di divertirsi in qualunque maniera gli piacesse;.alla fine dei cinque giorni di festa,  veniva spogliato delle sue vesti regali, flagellato, e impiccato o impalato.

Per Beroso tale consuetudine  derivava dal sistema di indagine celeste  dei magi che vedendo l’ incontro di costellazioni o eventi celesti nuovi  rilevanti lutti ,  avvertivano il sovrano che provvedeva ad eleggere un altro re destinato a subire quanto di nefasto era già scritto nel cielo!

Dal testo di Flavio si  evince, professore,   una reale adesione al pensiero dell’astronomo, anche se vi sono segni  di una conoscenza dei riti e costumi caldaici?

Per me, Marco, non è certo che Flavio abbia  totalmente seguito l’opera di Beroso o se l’ha seguita,  non possiamo misurarne il rilievo a causa della mancanza dei libri  del babilonese.

Il testo in nostro possesso, quello sul sogno di Nabucadrezar  e della interpretazione di Daniele, indica, comunque,  che l’ebreo  essendo amico dei magi caldaici  non vuole la loro rovina, e che anzi ci sia loro legato dalla  comune catena dell’esplorazione celeste.

La citazione di Flavio su Beros , quindi, conferma una certa  comunione di intenti (X, 219-226) ed una medesima ideologia  nel mostrare una grande statua in piedi  destinata alla distruzione  il cui capo era d’ oro, le spalle di argento, le braccia il ventre e le cosce  di bronzo, le gambe e i piedi di ferro… nel constatarne la  frammentarizzazione a causa di  una pietra  che, staccatasi da una montagna, corse  contro la statua e l’atterrò  facendola a pezzi  e non lasciando  integra alcuna parte,  riducendo bronzo e ferro in polvere più sottile della farina…nel seguire il soffio di un forte vento che la disperse qua e là!

Ancora di più  è simile la conclusione, secondo vaticinio!: la pietra, invece, si ingrandì  tanto che pareva  riempire tutto il luogo/ ton de lithon aukshsai  tosoutoon  oos apasan  up’autou touton echei ton tropon.

Il sistema allegorico  è comune ad entrambi e la pietra  diventa simbolo anche  per i cristiani, i cui padri della chiesa  identificano la fine della  statua come fine di ogni potere umano, artificiale, ed in un’esaltazione del Lithos sulla materia e aurea, argentea, bronzea e ferrea.

Flavio, il sacerdote ebraico  gioca sul significato di ton Lithon (Ant. GIud.,  X, 210) :  invita i curiosi a leggere  il libro di Daniele nei Libri sacri  giudaici e a non chiedere a lui il significato: io non ritengo opportuno  riferirlo. Da me, infatti, ci si aspetta che scriva il passato e ciò che fu fatto e non il futuro/ edhloose kai peri tou lithou Dainhlos  tooi basilei  ta parelthonta kai ta gigenhmena suggraphein outè mellonta opheilonti.

Flavio segue il sistema allegorico filoniano, connesso con quello terapeutico ed essenico, di matrice caldaica!

Anche i terapeuti e gli esseni sono discepoli di Beroso!

Valore storico di Cronaca di Novalesa

Novalesa è un cenobio  imperiale, fondato da Abbone alle pendici del Moncenisio, un  franco  la cui contea ingloba una villa romana  di grandi proporzioni.

Esistono ancora in epoca franco-longobardico, professore, le ville romane? Si. Certo.

Per chi non sa, Marco, bisogna specificare che una villa romana,  in relazione alla estensione in iugeri.,  si definisce piccola, media o grande.

Quella piccola va da 125 iugeri a 1200; la media arriva fino a 5000-6000, la grande fino oltre 24000 : un iugero vale circa 1/4 di  ettaro (10.000 mt).

Perciò, una villa  piccola va da  32 ettari  a 300, la media  arriva fino a 1500 ettari, la grande supera  i  6000 ettari?

Si.  Queste sono le dimensioni.

Le ville romane  agricole  sono sparse in tutto l’impero romano sia di Occidente che di Oriente: quelle occidentali sono presenti in Africa,  nella penisola iberica, gallica, germanica,  britannica, italica, illirica, balcanica e marcano a macchia di leopardo   la  cultura di una agricoltura avanzata romana, sempre congiunta, anche in epoca medievale, con l’ impero Orientale, dove a Costantinopoli ancora esiste  il  legittimo Basileus catholikos, universale.

Specie, in epoca di Abbone,  quando la presenza imperiale bizantina è viva e potente, nonostante la perdita dell’esarcato di Ravenna,  quando ancora   neanche si  parla di fine dell’impero  di Occidente e tanto meno di una restitutio  imperiale .

L’ incoronazione  successiva di Carlo Magno ad opera di Leone III   come costituzione   di un Sacro Romano Impero (e quindi come  Sacro romano impero germanico), è costruzione  illegittima successiva, creata dalla propaganda della curia papale!.

Dunque, un conte franco Abbone residente in civitate secusina, in terra dicta viennensis, in ipsa valle  apud Novalesiam monasterium fundavit in honorem beati Petri ( cronaca di Novalesa, libro I, frammento IV,2).

In terra viennensi, nella valle dell’Isère,  Cesare non fondò Colonia Iulia Viennensis   là dove era la capitale degli Allobrogi?.

Ricordi bene.

Vienne è una colonia iulia, privilegiata dai giulio -claudi più di Lugdunum, dove era la zecca imperiale.

Vienne  ancora oggi porta impressi i segni del privilegium iulium in quanto Druso maior  visse nella zona con Antonia minor, secondogenita di Antonio triumviro,  e forse lì nacquero Germanico e  Livilla, mentre Claudio sembra nascere a Lugdnunum.

Il tempio di Augusto e di Livia, il Giardino di Cibele , il Circo, lo stesso Teatro sono  costruzioni datati tra la fine del I secolo av. C. e gli inizi del I secolo d.C.

Nella zona  sono inviati in esilio  dagli imperatori  elementi giuli /iulioi della famiglia erodia : è  esiliato  Vienne nel 6 d. c. da Augusto il re di Giudea Giulio Erode Archelao  e nel 38  d.C. sotto Caligola è confinato  anche il fratello Giulio Erode Antipa.

Ciò significa che lì c’era una colonia giudaica con esponenti dell famiglia giulia e che l’esilio  in terra gallica non era una grave punizione, se Erodiade volle condividere la sorte del marito, nonostante la sua non incriminazione  nel  suo processo a Roma.(Cfr A.Filipponi,  Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

E’ probabile che nella zona  già nel I secolo ci siano molti cives romani  ebraici, commercianti emporoi e nummularii, argentarii /trapezitai  e quindi  lì è  presente una sinanoga  o più).

Esiste in Gallia un vero culto monoteistico, ebraico, cui, in seguito si aggiunge una colonia christiana.

Sia a Lione -dove  in epoca di Marco Aurelio  è attivo  come episkopos un orientale , Ireneo di Smirne , scrittore di Adversus Haereses  e Demonstratio apostolicae praedicationis – che a Vienne sono attestati christianoi ed  ebrei, che si servono della stessa sinagoga inizialmente e poi  sotto gli Antonini, si dividono in quanto i secondi sono perseguitati e i primi  risultano di norma  non inquisiti o lasciati  relativamente in pace, a meno che non vi siano tafferugli dovuti a furore popolare anticristiano  in una zona dove la maggioranza è di lingua greca.

La sede episcopale di Vienne  sembra avere maggiore rilievo  di quella di Lione, pur celebrata per i suoi  martiri,   fino al 476 ed anche dopo  nel Medioevo.

Io ricordo, professore,  che il  valore  di Vienne in Gallia  è crescente  anche per la gloria dei monaci di Novalesa perfino dopo la distruzione del monastero ad opera dei Saraceni!

Infatti,  Marco ,  è patria  di Eugenio II alla fine del XII secolo e nel 1311-12 è sede di un Concilio universale /Catholikos.

Comunque, in epoca merovingia, la formazione del monastero avviene a suffragio dell’anima dei  genitori  e in memoria del figlio  morto, quando già esiste la legenda di Vualtharius/Gualtiero (II,7-12) 

Abbone stabilisce inoltre  che census, qui deinceps a Gallia Romam portabatur, ibi portaretur.

infine Abbone  fecit testamentum, quod Valchino archiepiscopo  Ebredunensi, cuius nepos ipse fuerat, conscribi, fecit  et per Ludebertum clericum scribi./ fece testamento, che fece sottoscrivere dall’arcivescovo  Walcuno di Embrun  di cui era nipote,  scritto dal chierico Ludeberto.( ibidem, frammento IV Libro in Cronaca di Navalesa  a cura di G.C. Alessio,  Giulio Einaudi editore, 1982)

Al di là della  difficile identificazione di Walcuno col vescovo di Torino, sede  lontana e non franca ma longobardica,   la ricchezza della villa  romana sotto un arcivescovo è segno che   già da secoli per editto  di Costantino in Occidente vige l’episcopale  iudicium  che comporta anche l’auctoritas su  altri vescovi sotto la propria giurisdizione,  oltre che sul clero di Vienne e di  Maurienne.

Abbone, che  fa un’azione come quella di Vespasiano  con i Giudei, a cui viene imposto di pagare la doppia dracma non più al tempo distrutto ma al fisco imperiale, è dominus  assoluto di una zona romana, da cui esige tributo.

Il fondatore di Novalesa, con l’istituzione del monastero  non  invia a Roma il censo che viene dalla Gallia, ma trattiene il denaro  non riconoscendo l‘auctoritas romana.

In questo modo arricchisce il monasteriolum  originario che diventa  una  proprietà fondiaria,  di grandi dimensioni. Siamo in epoca ancora  merovingia.  Infatti dopo aver indicato la data del 30 gennaio del 726  e il nome del primo abate, Godone,  Abbone, come Carlomanno  e poi Rachis,  abbandona la vita  da militare per diventare monaco.

E’ dunque un  modo proprio dell’ottavo secolo sia franco  (merovingio e carolingio) che longobardico, ripreso dal costume bizantino coevo, di monacarsi da parte di uomini di alta nobiltà (Cfr. Il monastero, centro di Potere  ausiliario con Rachis e Carlomanno, fratello di Pipino il Breve).

Il fenomeno, professore, diventa usanza  tra   tra i conti merovingi  e poi  i duchi longobardi e  poi tra i nobili carolingi, tra le popolazioni germaniche,  quasi una moda arimannica?

Marco, ad ogni insuccesso militare, c’ è di solito un ritiro in convento con cedimento dell’auctoritas al fratello minore!.

Al di là di questo  che può indicare una nausea  degli individui e una crisi del sistema militaristico,  il monastero svolge una sua funzione colonizzatrice  in quanto è punto di incontro di abati e  monaci -che amministrano il fondo- di milites che lo difendono e  di vulgus popolo, cui è affidata la gestione reale e la lavorazione dell‘ager publicus  con conseguenti munera ed officia.

Necessita, quindi, la presenza di atti fondativi precisi con documenti  al di là delle memoria popolare per la legittimazione delle proprietà di fronte ad altre fonti di potere, specie quelle episcopali.

Proprio per questa necessità  la historia e il muthos si  fondono  e creano  una legenda, tutta da verificare.

A proposito,  Alessio nell’introduzione di Cronaca : scrive  che è il risultato del gioco tra la traccia più debole del ricordo storico e il lavoro della pura fantasia.

Egli precisa  che chi narra  sull’abbazia di Novalesa  è mitico nel giostrare  tra elemento storico e quello fantastico  anche quando recupera  la tradizione  merovingia   e quando  aggiunge la notizia romana neroniana  con la memoria del beato Pietro  e quella di Teodorico .

Leggi, Marco,  con me, la notizia di Pietro (S. Pietro, Shimon Kefa!) in terra gallica:   S. Petrus … certe , ut habemus ex Cronacis Novalicensis  antiquissimi  monasterii, eum ad Alpes, usque Secusiam ad Novalitiam pervenit,  ut plus ultra  pergeret, nisi inceptum iter abrupisset, quantocyus  revocatus a fratribus  ob alterius  Simonis, nempe Magi, seductionem, maximo in discrimine  versantibus  / Certamente S. Pietro, come apprendiamo  dalle cronache dell’antichissimo  monastero novaliciense, quando giunse alle Alpi di Susa e poi alla Novalesa, più oltre  si sarebbe spinto se non avesse dovuto interrompere il suo cammino,  richiamato il più presto  dalla comunità cristiana,  che a Roma  era in gravissimo pericolo  a causa delle frodi  dell’altro Simone,  naturalmente, il Mago.

La notizia di S. Pietro  che va verso Vienne e   che è richiamato dalla comunità romana sottende un viaggio  di andata e ritorno  che  in età neroniana  richiede più di un anno di cammino!?

Leggi questa altra notizia su Teodorico  che il cronista  confonde con omonimi merovingi e che ritiene contemporaneo di S. Colombano, che non è ancora nato quando lui muore!.

Professore so che Teodorico è morto il 526 . Ma chi è S. Colombano?

E’ un irlandese, nato a West Leinster nel 543, monaco a lungo a Bangor. Passato in Francia  nel 588,  si stabilisce  in Borgogna col favore di  re Gundramo che gli concede un luogo dove essere eremita.

Andatosene perché seguito da troppi monaci, fonda Luxeuil e poi Fontenay , avendo un modo di gestire  la pietas diverso da quello episcopale . Trovatosi in contrasto col potere  giudiziale vescovile e con quello di Brunechilde,  è  dalla regina arrestato e rinviato in Irlanda.

In questa fase riesce a fuggire e pellegrino giunge a Milano dove,  accolto dalla regina Teodolinda  e da  Re Agilulfo nel 612, può fondare Bobbio col favore regio.

Lei, professore, mi vuol dire che la Cronaca non  dà notizie storiche e chi scrive o non ha notizie o le confonde!

Marco,  io ti scrivo  solo quanto leggo: Et cum Theodericus, non rex Francorum,  sed filius reginae Brunchildis, que beatum a Luxorio  expulit Colombanum, sed ille rex Gotthorum qui occidit  duos senatores praeclaros  et exconsules  Simachum et Boetium, qui 98 die  postquam papa Johannes  defunctus est, subito mortuus est  et Rome impeditus intrare Constantinopolim  venit et  a Zenone  imperatore  honorifice susceptus et ei statuam auream  equestrem fecit  et eum Regem Italie constituit  et venit et pugnavit  apud Veronam et  Ravenne eum occidit et rex factus; et quinto anno regni sui Abbo  construxit  monasterium Novalici. Godonem  abbatem constituit/ era allora re Teoderico, ma non il Franco, figlio della regina Brunechilde, che caccio da Lexeuil  il beato Colombano, ma quello  re dei Goti, che uccise due senatori  consolari illustri, Simmaco e Boezio, che morì improvvisamente novantotto giorni dopo la scomparsa  di papa Giovanni e che impedito di entrare in Roma, volse a Costantinopoli dove l’imperatore Zenone lo ricevette con ogni onore e gli eresse una statua aurea equestre e lo nominò re di Italia . Egli vi giunse  e combatté presso Verona ed uccise lui (Odoacre) e a Ravenna fu fatto re. Nel quinto anno del suo regno Abbone  costituì il Monastero di Novalicio. Vi pose come  abate  Godone. 

Marco, è chiaro che la Cronaca confonde e sbaglia  perché qui non si tratta né di Teoderico, nipote (non figlio ) di Brunechilde. né di Teoderico re dei Goti, ma  di un Teoderico IV re dal 721 al 737, che governa grazie a  Carlo Martello, che lo tira fuori dal convento di Chelles, dopo la morte di Chilperico II,  che non ha eredi.

Comunque,  involontariamente la Cronaca  dà notizie storiche circa la lotta  negli anni finali del regno di Teodorico, tra papato di Giovanni, un suddito filoimperiale,   dipendente dalla sede episcopale di Costantinopoli  e la potestas regia gotica, la cui auctoritas  deriva dall’ imperium   di Zenone, che ha nominato prima Teodorico suo patricius al posto di Odoacre, poi re.

C’è qui sottesa  la testimonianza che,  all’epoca teodericiana,   non c’è coscienza di una separazione con  frattura, né di fine di un impero Occidentale ma  di una presenza certa di un impero unitario romano  con sede a Costantinopoli, che  rivendica con Giustino e poi con Giustiniano  il possesso delle terre in mano di re  barbarici.

Professore, la cronaca di Novalesa è un documento,  da cui si può,  tra tanti miti,  rintracciare almeno qualcosa di storico!

Marco, se si cerca, alla fine qualcosa di positivo lo si trova sempre. Esiste positivo o negativo? La storia, come la vita, è un magma unicum indefinito, afunzionale, dove ribolle indistintamente ciò che diciamo male e ciò che consideriamo bene !

Ma è così davvero, Professore?

Marco   non so  veramente  nulla: anche se ottantenne, non so dire niente:  ho desiderio vivo di essere sempre  di più un vecchio-bambino delirante.