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Invito alla lettura di Gesù meshiah aramaico

Il professore Angelo Filipponi invita i suoi discepoli a rileggere attentamente Gesù meshiah aramaico e a capirne il tentativo di politica moderata nei confronti dell’imperium romano e dell’impero parthico.

Gesù è visto nella sua funzione methoria, come maran/ re di lingua e  cultura aramaica, capace di contenere l’entusiasmo  militaristico dei suoi fedeli correligionari, vincitori  dei romani, poco prima  della Pasqua del 32, a seguito dell’uccisione di Elio Seiano, il 18 ottobre del 31 da parte di Tiberio, allora disinteressato alla stasis/rivolta giudaica messianica e alla difficile situazione, complicata dalla morte di Pomponio Flacco, governatore di Siria.  Il Messia, dopo la  notifica del suo operato ad Artabano III, re dei re di Parthia, avuto il suo consenso a regnare, coadiuvato dai farisei e dagli esseni,  ha potere /ecsousia  non solo sui giudei aramaici, sui giudei ellenisti, sui sadducei e sul Tempio, ma anche sui goyim, pagani, numerosi  in Galilea,  in Perea e sulla costa mediterranea.

Il professore invita a rileggere con lui i due passi evangelici di Marco (11,27-33 e 12,13-17)  e a dire sinceramente  il proprio  parere sulla sua ricostruzione degli episodi e sulla personale interpretazione, in relazione al contesto storico e al cotesto, in cui sono stati posti dall’evangelista.

Amici miei, buona rilettura di Gesù Meshiah aramaico, methorios e politikos ed anche  di “Idea” di un Iesus of Culture   www.angelofilipponi.com

Tenendoci stretti  di fronte all’insidioso Coronavirus, chiusi tra le mura delle nostre case,  sorridiamo e diciamoci pure Buona Pasqua!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Paidomatheis einai douleias dikaias/ siamo educati da bambini ad una schiavitù, giusta –De sobrietate,198-

Per i farisei e per gli scribi l’invio dei figli  da parte di Erode  a Roma,  per studiare, è un peccato  grave!.

Un amàrthma mortale?!  professore

Si, Marco.

Come imposero di non  inviare il giovane Aristobulo, destinato ad essere sommo sacerdote,  ad Alessandria, presso Antonio, ora nel 22 a.C. proibiscono – inascoltati!-  che i  figli di Mariamne, vadano a Roma, per gli studi, ad apprendere le artes liberales.

Secondo i farisei Alessandro, Aristobulo e il figlio minore di Mariamne asmonea non devono allontanarsi dalla patria,  da Gerusalemme, dalla loro terra,  perché devono seguitare  e terminare il corso di formazione giovanile, fatto da un maestro /rab, come ogni altro discepolo /talmid! Essi temono che con la paideia  greco-romana  i giovani possano contaminare i loro corpi, e, mescolati con i gentili, nelle  etairiai, durante i sumposia e le klinai, possano  indulgere all’omosessualità o  avere rapporti con donne, nonostante la prescrizione di rimanere vergini fino al matrimonio, incontaminati nella loro purezza, senza masturbarsi (cfr. Filone, De Ioseph)!: la loro anima  sarebbe  sconvolta dalla cultura greca e da quella latina, proprie di goyim, che non conoscono il timore di Dio/JHWH. Perfino l’educazione ellenistica alessandrina,  quella methoria in  lingua greca, degli oniadi, è  per gli esseni un male, nonostante il  loro sforzo di mantenersi puri con l’ameicsia, frutto di un adattamento tipico dei didaskaleia.  Cfr. Ameicsia e Filone. Infine  affidare i propri figli a maestri di lingua latina è avvicinarli al politeismo  dei Goyim, alla violenza e al militarismo- il male peggiore per la morale sacerdotale di un giovane giudeo-: Roma è  Babilonia per un aramaico, sede del male e l’ aquila, suo simbolo,  è Mammona!.

Professore, ho già letto  Ameicsia e Filone e so che in 2 Maccabei, 14, 38, si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all’estero e che Filone (De Joseph, 254) riprendendo questo stesso concetto  lo innova. Infatti  lei scrive che ogni ebreo della diaspora secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco,  seppure partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim. Lei poi aggiunge: Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri disseminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati  da tutti gli altri: Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didaskaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti, si era giunti a condannare l’ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e a trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano. Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr. Ant.Giud. XII,387388,XIII,62 ; Guerra Giudaica,I,423-432 e cfr.E. BICKERMAN in “ZNW” 32,1935,153 3 ss).

Come vede, professore, ricordo bene.

Marco, sono contento.

Ora, però, cerco di mostrare che Erode non invia i suoi figli ad Alessandria perché ha già maestri alessandrini a corte, che spiegano la teoria dell’ameicsia, partendo dall’etimologia  di ameignumi, inteso  non come tentativo di non isolarsi né  di mancare di koinonia, ma come accettazione di una nuova  basileia imperiale e di un nuovo sistema di tzedaqah, cioè di una sovranità assoluta connessa con la divinità e di una giustizia  con caritas, che autorizza anche il commercio,  in una nuova concezione di genos/stirpe e phratria/famiglia e suggeneia/consanguineità, anche se si mantiene il patto con Dio in quanto ebreo/ vedente il theos,  consapevole di essere in mezzo a tanti altri popoli, tutti  soggetti ad uno stesso sovrano,  a cui si deve proskunesis.

Cosa è Proskunhsis?

Marco, il termine viene da proskuneoo, che vuol dire mi inginocchio prostrandomi  davanti ad un essere superiore, portando la mano alla bocca ed inviando baci, in ossequio alla maestà, divina del Signore, come atto di venerazione, nella coscienza di essere suddito di uno, padrone della vita.

E’ un tipico atto di un suddito orientale- ignoto ad un civis occidentale-  tipico della cultura achemenide, imposta da Alessandro ai suoi stratiootai, sbigottiti,  nel 329 av. C  tanto che subì una congiura – quella degli etairoi-che gli alienò pars dell’esercito (lo stesso eghmoon strategikos Parmenione, capo invitto fino ad allora della spedizione antipersiana e suo figlio Filota, capo  di una parte della cavalleria, come lui, uccisi proditoriamente), propria degli arsacidi,  divenuta consueta coi seleucidi e coi lagidi. A Roma  diventa pratica normale con Caligola, a cui Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, fa per primo  la proskunhsis, cerimoniale in uso presso Cleopatra ed Antonio, rifiutato, sembra,  dal solo Domizio Enobarbo, antenato di Nerone!.

Erode, quindi, non solo desidera per i figli  una formazione alessandrina, ma vuole anche quella latina delle artes liberales, unita ad una formazione militaristica?.

Per me, Erode cura di più la formazione di Alessandro, suo primogenito, asmoneo, che, all’epoca della partenza dovrebbe aver già superato l’esame di bar mitzvah/ figlio del comandamento consueto a 13 anni ed un giorno, dopo aver già  fatto gli studi enciclici primari (enciclios paideia), corrispondenti al trivio latino. In pratica  si sarebbero interrotti gli studi sacerdotali  fino a 18 anni  sulla giustizia e sull’orientamento alla lettura  della sapienza, fine ultimo della cultura aramaica. Da qui la rabbia dei farisei, che  erano stati maestri degli Asmonei,  per Giulio Erode, il  cui modello educativo  vincente è quello romano del civis vittorioso,  imperante nel mondo!

Mi sembra normale che un padre, civis,  voglia  che i propri figli siano educati secondo i principi  basilari della Romanitas! E’ legittimo che Erode desideri  che i figli asmonei, destinati alla successione, specie Alessandro, completino la formazione letteraria, iniziata in Giudea, quella del trivio, fatta da litteratores e da grammatici, a corte –   grammatica, retorica e  dialettica –   con  quella scientifica del quadrivio, da fare a Roma  -aritmetica  geometria, musica  e  astronomia –  per dare loro una educazione retorica, con un  rhetor prestigioso? io ricordo bene le lezioni da lei fatte, ora precisate negli articoli di Gumnasiarca e paideia, di Ellenizein e  di Diaspora, To gumnasion,  e penso che Erode, non potendo iscrivere i figli  come neoi,  li  riporta  a casa, senza la dokimasia- giudizio/diploma-, necessaria per l’ efebia e  per il servizio militare- da cui l’ebreo per legge  è esente. Comunque,  non capisco esattamente il motivo sotteso di questa opposizione dei farisei,   seguaci degli asmonei e tanto meno l‘amarteema  mortale-non veniale– imputato ad Erode?

Bravo! Marco. Hai studiato attentamente il sistema educativo ellenistico di un giudeo ed hai compreso il sistema economico-finanziario giudaico!

Professore, lei è bravo! lei è un grande storico!ed io sono orgoglioso di parlare con lei,  che mi permette di seguirla con opportune spiegazioni, orientandomi  per una formazione omogenea, aperta, libera, autonoma.

Che dici, Marco? tu, ingegnere, hai fatto la tua strada ed ora mi gratifichi perché mi vuoi bene: la tua stima è superiore ai miei meriti! mi chiami muratore quando i miei zii mi definivano mezza cucchiara e mi affiancavano un muratore di I classe,  pure per fare un muretto!  ora mi dici storico quando nessuno  mi conosce e non ho mai avuto il minimo riconoscimento del mio nascosto cinquantennale lavoro! io so veramente cosa vuol dire esserstoricoSorvoliamo e ridiamoci sopra! Ad 81 anni compiuti vivere è già tanto ed è stupido lamentarsi!.C’è gente che soffre davvero!

Professore,  per me è un mistero il non riconoscimento del suo lavoro! Mah, in Italia c’è gente che sa leggere!? io ancora medito sull’articolo un Sistema economico-finanziario: Tzedaqah! Ancora studio Ossequio servile/upourgia e Vangelo di Marco!.Ancora rifletto su Gesù di Angelo Filipponi di Tufano!   Comunque, mi dica su questa opposizione sorda farisaica: io, da alunno,  ascolto.

Riprendiamo il discorso. Erode, dunque, re socio dell’impero romano, vuole educare i figli come politai /cives di un organismo  universale, quale l’impero romano, secondo la paideia romano- ellenistica ed insegnare loro la lingua greca, tipica dell’Oriente  e la lingua latina, dell’Occidente!.Un padre integrato nel sistema romano-ellenistico desidera che i suoi figli abbiano  una integrazione migliore!

Per un aramaico, invece,  l’uso della  lingua straniera è profanazione della  propria identità  tribale-nazionale,  espressa nel proprio idioma, che è lingua sacra, non traducibile da nessuno  in altra lingua! Marco, la Iudaea, ancora dopo quarantanni di dominio romano, -pur avendo fatto progressi, dopo due generazioni- non ha chiaro il valore di  far parte di un impero universale, che, avendo un unico imperator /autokratoor,  dopo la vittoria,  ha  dato nuovi princìpi pacifici e giuridici, comuni a tutti i circa  50.000.000 di sudditi, lasciando a tutte le  etnie (galli, germani, britanni, italici, greci, bitini, pontici, siriaci,pamphili,  cilici, fenici,  egizi,  afri)  i propri Dei con i loro rituali religiosi, e  quindi ha permesso anche ai giudei di conservare intatta la  tradizione mosaica, la  lingua aramaica e la  loro cultura/musar,   proteggendoli con speciali decreti, considerata la tipicità della loro threscheia. Nonostante il rispetto dei Romani per il loro ethnos, essendo la stirpe, divisa in  giudei aramaici e giudei ellenistici, dato il loro numero elevato, e considerata la loro  particolare storia coloniale migratoria, il compito di eghmoon di  Erode, basileus, è difficilissimo: regnare nel territorio giudaico  su una striminzita  maggioranza aramaica  filoparthica  e su altri giudei già ellenizzati come i sadducei  o romanizzati, in quanto laici e pagani, che, insieme ai  circa 2.500.000  ellenistici della  diaspora, di lingua greca,  sono filoromani, è  di un  sovrano universale, che può essere esemplare  anche per Ottaviano Augustus circa  la catholicità  e il rispetto delle minoranze, le differenze tra i popoli,  con la proposta di un sistema giuridico unitario.

Erode basileus,  per lei, è, perfino, un modello di buon governo regio per l‘inesperto imperator, che, non conoscendo bene il sistema della Basileia, non sa neppur comandare da re, ed  essendo  solo un comandante militare con poteri dittatoriali  governa teatralmente come princeps, quasi fosse davvero  il primus inter pares, dopo aver distrutto, di fatto, il sistema repubblicano, provocando continue agitazioni con congiure! Lei mi ha promesso di trattare diffusamente dell’equivoco del principato in altra sede e del rifiuto degli ordini degli aristocratici e degli equites! Comunque, non è tempo, professore,  che mi mostri, mentre tratta della educazione dei figli asmonei a Roma, le reali differenze tra le varie culture, vigenti in Iudaea, in epoca augustea?

Certo, Marco,   questo l’ho già fatto quando ho trattato in generale dell’ellenismo, come già hai messo in evidenza!Ti ho mostrato anche che Erode invia in seguito altri figli a Roma, di altre mogli!. Permettimi, però, di ricordare  che Erode, essendo il rappresentante di tutti gli ellenisti sparsi  in tutte le nazioni del Mediterraneo, partes dell’imperium romano, non può non volere l’ insegnamento della paideia ai suoi figli, destinati alla successione, anche perché ritiene doveroso assecondare la volontà dell’imperatore, desideroso di  formare presso di lui i futuri re, funzionari dell’impero romano.

Capisco, professore!. Augusto tiene a Roma i figli dei re come ostaggi, come quelli avuti  dal re dei re, assecondando apparentemente  il loro desiderio di ellenizzazione, anche per meglio entrare nella logica della Basileia, essendo il termine re da sempre odioso ai romani.

Ti ho già detto che Ottavia, la sorella dell’imperatore,  è incaricata di tenere i figli di Antonio, ed anche di re socii,  e di educarli con le sue due figlie, in una scuola regia, a corte, con i migliori maestri alessandrini, per natura sublimi ruffiani/kolakes megalophueis  – Peri Upsous, XLVI, 3- Ti aggiungo che  forse  gli asmonei hanno un corso di educazione migliore rispetto a quella data ai figli Mariamne di Boetho, di Maltace e di Cleopatra,  in quanto Alessandro afferma che lui, se diventa re,  li fa tutti  koomogramateis/  scritturali di paese.! Ora, ricopiando la traduzione di De agricoltura di Filone  e quella di De congressu, però, ho una nuova possibilità, da una parte,  di chiarirti  la musar, la funzione dei  soferim e il compito di un rab, e da un’altra ho anche l’opportunità di parlare- senza affrontare quello latino- dello  specifico sistema oniade di insegnamento, su cui mi soffermo.

Nota bene, Marco,  che Filone dice  paidomatheis einai douleias dikaias (De Ebrietate, 198;  più o meno ribadito in De Plantatione Noe ed altrove) che cioè,  noi  cives siamo stati educati da ragazzi  a scuola di servitù, giusta, proclamando che l’ imperium dei romani è un potere legittimo, riconosciuto legalmente  fin dalla  tenera età, quando la mente è fasciata da  costumi ed abitudini  senza aver gustato la fonte/namatos più bella e feconda dell’eloquenza / logoon, cioè la libertà/then eleutherian  – Peri upsous, ibidem-.

Filone, quindi, sembra- se è giusta la theoria sulla datazione del Peri upsous in epoca Caligoliana- che  per lui l’oratoria  sia finita perché non esiste più la democrazia, ottima nutrice degli spiriti grandi/ toon megaloon agathh tithenos,  essendosi spenta la libertà. ed essendo sorta brama di ricchezza e di piaceri, che necessariamente portano alla servitù!.

Professore, Filone ha una sua particolare visione dell’ età di un uomo? o ha la stessa visione greca?

Filone in de Opificio, XXXV 103-4 parla dell’età umana in relazione all’ebdomade. Per lui le età dell’uomo si misurano  partendo dall’infanzia fino alla vecchiaia così:

– durante i primi sette anni si ha lo spuntare di denti;

– nel secondo settennio sorge il momento della capacità procreativa;

– nel terzo la crescita della barba;

-nel quarto l’aumento della  forza fisica;

– nel quinto il tempo delle nozze;

– nel sesto la capacità di comprensione raggiunge il massimo

– nel settimo si verifica il miglioramento con lo sviluppo dell’intelletto e della parola;

– nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra;

– nel nono subentrano calma e pacatezza in quanto le passioni si sono di molto pacate;

– nel decimo, infine,  giunge il termine desiderabile della  vita, allorché gli organi del corpo  sono ancora in buona condizione; una lunga vecchiaia, invece, li fiacca  e li distrugge, l’uno dopo l’altro.

Filone aggiunge che anche Solone (638 a.C-557), il legislatore ateniese, ha scritto, in versi elegiaci, le età dell’uomo:

– il bambino piccolino, cui è spuntata la corona dei denti mentre era ancora infante, li perde,  entro i primi sette anni di vita;

-quando il dio ha fatto scorre il secondo settennio di vita, egli manifesta i segni della  pubertà incipiente;

– nel terzo settennio mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde la floridezza;

– nel quarto settennio ognuno eccelle in forza ed è in questo che gli uomini riconoscono i segni del valore virile;

– nel quinto è tempo che l’uomo pensi alla nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro;

– nel sesto la mente dell’uomo giunge  alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili;

– il settimo ed ottavo settennio sono quanto ad intelletto e  parola  di estrema  eccellenza e formano un periodo di 14 anni;

-nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza ma si fanno più deboli in lui di fronte a  manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere;

– se poi qualcuno, compiuta la vita entro  i limiti giusti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori di tempo.

Marco,  Filone, scrittore dl I secolo d.C.,   ha la stessa concezione dell’arco di vita umana di  Solone, fiorito nel VI secolo a.C!

Grazie, per la spiegazione  circa l’età secondo Filone. Ora le sarei grato se mi seguita a parlare della concezione agricola giudaica.

Filone, Marco, dopo il suo esame situazionale, inizia la trattazione del giusto Noé, l’unico sopravvissuto al diluvio, con la sua famiglia, mediante l’arca: per Genesi, 9.20.21 Noè iniziò ad essere uomo dedito all’agricoltura, bevve vino e si ubriacò nella sua casa.

La giustizia di Noè diventa esemplare, secondo la legge di Mosè in quanto il giusto è agricoltore, la peculiarità dell’agricoltore è la giustizia!.

Da qui deriva la non giustizia di Erode che, invece, è asteios/cittadino, commerciante e che vuole educare i figli secondo l’etica ellenistica, non agricola,  non propria di un georgos!.  De agricoltura  4: suo  amarthma è inviare, nonostante l’opposizione farisaica, i figli a Roma nel 22 av. C., per dare loro un’ altra cultura, abbandonando quella tradizionale agricola,  autorizzando la contaminazione con i goyim!. Il peccato di Erode  è gravissimo perché travia l’animo di uomini di stirpe asmonea, possibili sommi sacerdoti di un popolo sacerdotale! Marco, seguimi bene, Filone fa molta attenzione ai termini e fa distinzioni sottili,  etimologiche, ma sa bene che la sua è theoria per gli aramaici e  che quanto dice in lingua greca non è  cosa ritenuta vera, ma solo un tentativo di mediazione oniade: la sua famiglia da oltre sette  generazioni/toledoth si è ellenizzata avendo  stabilito rapporti coi greci, inventando un faticoso e difficile sistema di ameicsia per sopravvivere  in Alessandria,  vivendo nel servitium di due padroni: Dio e il re lagide, ed ora Dio e l’imperatore romanoL’aramaico, invece, ha solo due vie,  quella della rettitudine, aspra, e quella del vizio, piana,  ed ha fatto la scelta, obbligata, della tzedaqah,  da seguire con una moltitudine di prescrizioni (613) per essere  giusti! Chi  vive, sentendosi agricoltore-  pastore e cavaliere –  e consegue la sapienza, ha come modelli i patriarchi  Abramo, Isacco e Giacobbe che sono rispettivamente portatori di un messaggio di uomo che migra  ed ha orientamento astronomico,  di uomo che ha un naturale vivere virtuoso, di uomo che cerca asceticamente la perfezione con un   progressivo maggiore esercizio!.

Nella pratica di vita,  come imitazione dei patriarchi,  si distinguono la via del giudeo ellenista, specie oniade, e la via  dell’aramaico, che, seguendo due percorsi di lettura  con due mezzi linguistici diversi, lingua greca e lingua aramaica, giungono a visioni del tutto diverse,  in relazione alla interpretazione biblica allegorica o letterale.

Quindi, professore, si torna ad un problema già esistente tra i farisei e i sadducei, allegorici gli uni, letterali gli altri nella interpretazione biblica?

Marco, dal periodo asmoneo le due aireseis si contrastavano, ma ora, con la presenza dei romani e di Erode, si è verificato che sadducei ed oniadi, ambedue eredi del sacerdozio templare,  sono filoromani e filoerodiani, mentre i farisei con gli esseni sono antiromani  e filoparthici e, quindi, hanno aperto nuovi orizzonti politici.

Comunque, Filone, pur facendo una lettura allegorica, non letterale come quella dei sadducei,  ci permette  di capire  il pensiero  di massimo integralismo degli aramaici – che hanno perfino una differente Bibbia ( cfr.I due canoni) rispetto ai giudei oniadi alessandrini, che,  ellenizzati, hanno trovato altre soluzioni di vita e un sistema alternativo,  che ti sintetizzo con  De agricoltura 1-22.

Infatti, dopo aver distinto tra cittadino ed agricoltore, (ed anche tra pastore e guardiano del gregge, tra cavaliere e chi cavalca) Filone  mostra la differenza tra agricoltore e lavoratore della terra, salariato,  operanti apparentemente allo stesso modo, ma, in realtà, facenti due attività  diverse, antitetichecontrapposte.

Secondo Filone chiunque può impegnarsi nella coltura della terra,  anche senza precisa conoscenza/ episthmh, l’agricoltore, invece,  vi si impegna con cognizione di causa e  non da incompetente – ibidem 4-. Il theologos precisa, poi, che il lavoratore in quanto bracciante, salariato, pensa solo alla ricompensa e non ha interesse a lavorare bene, l’agricoltore, invece,  ha mille impegni, essendo disposto ad investire le proprie sostanze, a spendere del suo perché il podere migliori e risulti perfetto agli occhi di esperti: vuole raccogliere i frutti non da altra parte ma dalle sue coltivazioni che rendono molto per tutto l’anno!- ibidem 5-. Filone insiste nel lodare la fatica  dell’agricoltore, che fa sostanzialmente due operazioni: una di coltivazione – che comporta la potatura che regola la crescita delle piante, la protezione delle gemme e dei polloni, oltre all’ innesto, evidenziando  che l’agricoltore è simile ad un padre di famiglia che mette in stretto ed armonioso rapporto i figli adottivi con quelli di altre famiglie – ed una di estirpazione  e distruzione radicale di erbe e piante infestanti, in una volontà di seminare e piantare solo  gli alberi fruttiferi.

In questo lavoro,  Filone mostra come l’uomo sia padrone della natura in quanto agricoltore/egemoon che bada non a  seminare e piantare qualcosa di sterile, ma ciò che è fruttifero e coltivabile, in modo da ottenere  annualmente buona resa. E subito lo ribadisce citando Genesi (1,26-29): la natura, infatti, ha proclamato l’uomo archoon  delle piante e degli altri viventi di tutto il genere degli esseri mortali.

Attento Marco, ora, a questo passaggio retorico, utile ai fini  morali!.

In ciascuno di noi che altro potrebbe essere l’uomo, se non l’intelletto/ o nous- intellectus, che è solito trarre utile frutto  da ciò che è  stato seminato e piantato?

Filone sottende  identificando, da un lato,  il tutto per una parte ciascuno di noi – uomo agricoltore  e,  da un altro, l’uomo signore della natura-nous, facendo un’operazione macroscopica naturale, generale,  ed una microscopica individuale, personale.

Interessante! professore, ma lei dice pure  che Filone, specie in De congressu dà una lettura specifica degli studi enciclici sulla  base del rapporto di Abramo con Sara, la signora  e di Abramo  con  Agar, la schiava egizia, data da  Sara per avere figli!. Me lo vuole spiegare meglio ?

Marco, se vuoi capire la logica di Filone, devi attentamente considerare le azioni  che risultano  buone ed utili/  chreestai, fatte dall’agricoltore, che è  disposto ad investire il proprio avere e spendere denaro per rendere migliore la sua terra,  desideroso di raccogliere i frutti dal proprio lavoro, annuale nei sei anni operativi.- il settimo è di riposo!-.

Dunque, per Filone-  che ha l’eredità  della cultura aramaica- lavoro e terra sono basilari come esercizio, come pratica di ascesi ?

Uno dei lavori di un agricoltore è trasformare le piante, anche selvatiche, innestate  in fruttifere, facendole sviluppare, potandole, seguire la crescita e curare i germogli  secondo la loro natura,  a volte interrando alcune ed  innestando altre  sorvegliando ogni cosa come un padre:  sa anche fare opere di pulizia, estirpando erbacce, eliminando quelle che possono recare danno ed usando quelle selvatiche per le palizzate  come recinzione-De agricoltura ibidem- Filone, come gli esseni, propone l’agricoltura come arte perfetta, ma fa il commerciante come ogni altro oniade ed è giudeo ellenistico, che solo in  vecchiaia si ritira e diventa Terapeuta cioè askeeths  Cfr. Esseni, Quod omnis probus e I terapeuti  De vita contemplativa. Il rab, invece, come l’esseno, è autarchico, non accetta denaro, né commercia, ma educa solo i discepoli  alla virtù della giustizia e non può vivere ambiguamente come Filone (o come Seneca) che una cosa dice ed una cosa fa:  conta per lui  solo le opere non le parole!  i frutti valgono!il giudizio è sul frutto!

Il rab applica la theoria della perfetta agricoltura, sumbolos  dell’anima, che deve essere  curata e regolata dall’intelletto  padre agricoltore dell’uomo, che è insieme di soma e  di psuchh con egemonikoon che risulta  il microcosmo  rispetto a natura e al poihts –pathr, che  formano il macrocosmo!

Come l’agricoltore non semina  né  pianta niente che sia sterile, ma solo piante fruttifere,  in modo da avere solo frutti  secondo natura, così l’uomo  è principesignore delle piante e degli altri viventi  mortali in quanto, avendo l’intelletto, sa trarre frutto utile  da ciò che è stato seminato e piantato –ibidem,26.29 –

Professore, dunque,  ora si passa alla formazione dell’uomo che fin da bambino impara e razionalmente associa e si forma secondo la  cultura ricevuta? la cultura agricola, quindi, non può essere sterile?

No, non è proprio così!. Senti come ragiona Filone nel De congressu  e segui come  ambiguamente mette  in relazione educazione religiosa e educazione umana! Per questo, Marco, io non accetto la lezione filoniana  circa la confusione di natura umana e  di quella morale e tendo alla distinzione per un orientamento separato, in senso autonomo,  lontano dal magistero sacerdotale, che condiziona l’infanzia e la pubertà cfr. Idea di Culture of Iesus!

Filone lo fa tramite la coppia legittima Abramo-Sara e tramite la coppia non legittima, ma utile provvisoriamente, Abramo-Agar! Il teologo, partendo dall’interpretazione di Genesi, 16, 2b-3 diversamente dal Rab – che vuole educare il bimbo fino al tredicesimo anno e farlo bar mitzvah- cerca di dare una formazione completa usando la lettura allegorica, utile al fine morale. Infatti l’intelletto del neepios, – diversamente dall’adulto bisognoso del frumento, che è suo cibo normale-  è alimentato dal latte, che è utile all’anima che ha possibilità di crescita con gli studi del ciclo preliminare, suoi primi rudimenti per l’acquisizione sapienziale. Perciò Sara, colei che è sovrana sul marito, essendo  virtù- saggezza, sterile, non consente a chi è giovane di unirsi a lei, imponendo un’educazione preventiva e si serve di Agar egizia, che è  egkuklios paideia.  Questa è soggetta a Sara/  filosofia, che a sua volta è subordinata a Dio /Sapienza.

Qual è l’esatto versetto biblico?  vorrei capire almeno letteralmente!

Questo:  Sara moglie di Abramo non gli aveva dato figli. Ella aveva però, una schiava egiziana, di nome Agar. E Sara disse ad Abramo:  va’ dalla mia giovane schiava per avere figli  da lei!.

Letteralmente Sara,  sentendosi sterile, concede al marito la schiava per aver figli, tramite lei. E’così?!

Certo. Ora segui la spiegazione del teologo che giustifica Mosè che autorizza un doppio coniugium, quello di Giacobbe  con Lia e con Rachele,  che danno al marito le rispettive schiave (Zilfa e Bila/Balla) con lo stesso intento di Sara, in una rivalità femminile tra le due sorelle, mogli legittime.  Filone spiega: Il vizio è per sua natura invidioso, pungente, maligno, la virtù, all’opposto, è mite, affabile, benevola, pronta ad aiutare  di per se stessa, tramite altri, chi ha una disposizione naturale volta al bene. Precisa : quando non siamo in grado di avere figli dalla saggezza  essa ci dà come sposa la propria ancella che è…l’educazione enciclica egkuklios paideia,  la quale svolge in un certo senso il ruolo di intermediario e di  pronuba. Conclude:  perciò, Sara prese  Agar e la diede in sposa al proprio marito: per Mosè è giusto che Sara, la moglie, dia Agar l’egizia ad Abramo, marito, che giuridicamente resta marito!. Filone pone se stesso come paradigma,  e prima di accennare alla luce del candelabro e al numero sette dei bracci, afferma:  Sara, la virtù che è sovrana della mia anima, ha procreato ma non ha procreato per me  perché io nella mia condizione giovanile non ero ancora in grado di  accogliere i frutti della sua procreazione  – la saggezza, la rettitudine di agire e il senso della pietà- per il gran numero di figli bastardi che mi avevano partorito le false opinioni,  la preoccupazione di allevare questi,  le cure assidue e le incessanti angosce per loro, mi hanno costretto a  trascurare i figli legittimi ed autenticamente liberi di nascita. E’ bello  supplicare, dunque, che la virtù non solo prolifichiessa infatti procrea generosamente senza  le nostre preghiere – ma che prolifichi  anche per noi  per assicurare a noi una felicità che ci renda  partecipi dei suoi semi  e dei suoi frutti. Di solito lei procrea solo per Dio,  consacrando  con gratitudine le primizie dei beni ricevuti a colui che, come dice Mosè,” ha dischiuso il suo grembo”-Gen.29,31sempre vergine!. 

A me è difficile capire questo complesso discorso sulla procreazione di Sara sterile e di Sara che ha figli tramite Agar, ma sono sbigottito davanti al ventre che si dischiude e che resta  ” sempre vergine”!

Anche  a me, Marco resta complicato e misterioso!Comunque, Filone  spiega che gli studi preliminari sono espressione  di Agar la schiava egizia.

Quindi, professore, la signora Sara,  sterile, concedendo la schiava, autorizzando  il connubio Abramo-Agar  rende fruttifero e buono il rapporto marito-concubina,  giustificato  dal fatto che la schiava egizia, avendo latte, educa il bambino  col ciclo degli studi preliminari, filosofici, utili ai fini teologici sapienziali? .

Marco, per te, quindi, Filone direbbe in greco  una frase che  in latino suona così:  Philosophia  ancilla theologiae?!

Non è così? professore. Filone non vuole dire questo?

Si. Certo. ma è una lettura christiana!

Filone, infatti, parlando dell’ Egitto  simbolo del corpo e dell’origine del nome Agar ritiene che, in quanto memoria delle cose buone – in un rifiuto di quelle cattive-unita alla scienza dialettica,  formi l’insieme filosofico,  fondamentale per il progresso  morale ed intellettuale  cfr. De agricoltura, XXX.

Così,  poi, spiega: le principali caratteristiche di educazione  media  sono indicate  da due simboli, la stirpe di origine ed il  nome.Chi si dedica agli studi  dell’educazione  enciclica  ed è amico  del sapere più vario  deve, di necessità, essere  assoggettato al corpo terroso ed egiziano perché ha bisogno degli occhi per vedere,  delle orecchie per ascoltare ed udire e degli altri sensi per cogliere ognuno degli oggetti sensibili. Per sua natura la cosa da giudicare non può essere afferrata disgiuntamente da uno strumento che la giudichi. Così il sensibile  sono gli organi del senso  a giudicarlo, in quanto  senza loro non è possibile raggiungere un’ esatta nozione dei fenomeni  del mondo sensibile da parte dell’ indagine filosofica.

Professore, per Filone, dunque, tramite i sensi – terra egizia- esiste  giudizio filosofico  su un piano generale, generalizzato?

Marco, mi sembra che Filone si corregga, poi, e  spiegando Agar/ come soggiorno in terra straniera, dica: l‘educazione media occupa la posizione di  un pareco/paroikos. Infatti solo la scienza, la saggezza  ed ogni virtù sono indigene  autoctone  e veramente cittadine a  pieno diritto, mentre le altre forme di educazione  che sono sul piano competitivo, vengono a trovarsi al secondo, terzo ed ultimo posto,  stanno su una via di mezzo tra stranieri e cittadini, perché non appartengono nettamente a nessuna delle due categorie, ma, d’altra parte,  per certe affinità, rientrano in ambedue.

Filone è più  sicuro  in  De congressu quaerendae eruditionis gratia cioè Connubio con gli studi preliminari / Peri tou eis propaideumata sunodou, V-  e, perciò, precisa: lo straniero che  soggiorna  in un posto è alla pari con i cittadini che vi abitano, ma sono  stranieri perché non vi  hanno residenza stabile  e definitiva.

A me sembra, professore, che Filone sia un po’ confuso e metta insieme pensiero  platonico e speculazione  stoica con la metafora di corpo  ricettacolo dell’ anima!ma, in effetti chi è il pareco?

Paroikos, Marco,  equivale sostanzialmente all’attico metoikos in quanto para /accanto e meta/con indicano lo straniero csenos  giudaico, non greco, che abita  accanto o insieme con, soggiornando a periodi lunghi o brevi,  in  città elleniche, riconosciuti come tali dalla giurisdizione romana come politai concittadini e condomini,  rispetto agli stranieri di passaggio,  in quanto  essi hanno dimora o periodica o  fissa, paganti il metoikion, la tassa di soggiorno,  godenti dei diritti civili, ma non di quelli politici, partecipi perfino delle leitourgiai.

Cosa sono? ti rispiego quanto ti ho già detto. Forse lo hai dimenticato!

Le liturgie sono pubblici servizi a cui sono soggetti i politai  con diritti politici, ritenuti ricchi, che, comunque,   possono chiedere  anche la compartecipazione dei meteci/pareci.  Ad Alessandria  i ricchi  greci e i giudei di lingua greca, concittadini, che svolgono funzioni  politiche, di norma, sono chiamati a fare liturgie che possono essere straordinarie come armare triremi  da guerra  o da carico – trihrarchia–    ed ordinarie  in quanto enkukloi cioè annuali,  come gumnasarchia, korhgia, euoplia, arrhphoria ed altre. I giudei alessandrini, oniadi, essendo la stirpe dominante, offrono il maggior numero di liturgie cfr. In Flaccum Una strage di Giudei in epoca Caligoliana,Ebook 2011.

Filone, comunque,  qui parla del methorios–   cfr Methorios  www.angelofilipponi.com – senza il contenuto giuridico di metoikos o paroikos, ma come elemento,  che  cambia valuta  stando al confine  tra due stati, un uomo  che vive in territorio straniero al confine tra impero romano ed impero parthico, che conosce aramaico e greco ed ha un banco  come cambiavalute, capace di svolgere la funzione di cambio a prezzo convenuto dalle due parti.

E’ questo un compito di un giudeo ellenizzato e  romanizzato, integrato nel sistema imperiale, come il  grande  trapezita, padrone di banche, datore di lavoro, che è l’alabarca di Egitto, oniade!.

E’ uomo, insomma, mediatore, interprete ed agente finanziario!.

Tutto mi quadra, ora, professore!

Non comprendo, però,  la trasposizione simbolica dell’educazione enciclica, definita intermedia tra cittadini e stranieri?  mi può dire  esattamente in che senso  Filone parli?

Marco, qui, Filone usa il termine methorios da me tante volte spiegato, al posto di mesos, ma  ora  gli dà un significato aggiunto  più ampio e complesso per indicare una via mediana tra due estremi, quello della perfezione e quello della imperfezione. Filone intende la perfezione/teleioosis  come saggezza e virtù  a piena cittadinanza /politeia completa, mentre considera la seconda come  ignoranza ed assenza di virtù,  ponendo al centro tra i due estremi  l’educazione  enciclica, che  è Agar  svolgente un suo ruolo mediano, indispensabile come amante del sapere Abramo/Abrahamo ed amica fedele di Sara,  sua padrona, in quanto generatrice di figli illegittimi, pur rimanendo  equidistante e dall’uno e dall’altra.

Dunque, professore, io avrei capito questo: l’educazione. enciclica /Agar  è subordinata a Sara/ virtù ed Abramo deve, se vuole conseguire  il rapporto con la moglie, prima passare attraverso la conoscenza  della schiava egizia/corpo!

E così ! Marco. Devi, comunque, tenere presente che  Sapienza  ed Educazione convivono in relazione al rapporto intercorrente  tra moglie legittima e concubina, rimanendo il marito  sempre marito e la moglie sempre padrona.

Quindi, per Filone il didaskalos  avrà, comunque, frutti  dalle piante,  tali da far  progredire nella via della  virtù chi fa azioni nobili.

Ora, dunque, nel 22,  al momento della partenza per Roma i farisei ostili ad una educazione methoria, oniade ed ancora  di più  alla doctrina romana,  minacciano  staseis/ sedizioni che non avvengono perché Erode si è mostrato filantropico  nel periodo della carestia del 25 a.C. ed ha fatto matrimoni, che lo hanno congiunto con famiglie sacerdotali.

Erode, ora popolare, sostenuto anche dall’esercito samaritano,  incurante delle loro prediche, porta i figli a Roma  e li sistema inizialmente presso  Asinio Pollione, suo amico  e commilitone già nel periodo cesariano.

Asinio Pollione, l’amico di Virgilio, a cui il poeta nel 40 dedica l’ecloga  IV, quella in cui prega le muse  sicule  che elevino  il canto  per celebrare l’arrivo di un puer e la nuova età dell’oro ?

Si. Si tratta di  Marco Asinio Pollione (78 a.c- 5/6 ) , teatino, legatus amico di Antonio che, con Ventidio Basso,   dopo la guerra di Modena,  favorisce con  le sue truppe fedeli al dux Lepido,  il II triumvirato, tra lo stesso Lepido,  Antonio e il  giovane  Ottaviano,  figlio adottivo di Cesare,  il 26 novembre del 43 a.C.

Pollione  passa da seguace di Cesare  e di Lepido all’amicizia con Antonio e, finita la guerra  di Perugia, divenuto console, è plenipotenziario che favorisce l’accordo di Brindisi.

Da quel momento Pollione sembra diventare  estraneo alla politica, impegnarsi nella attività forense, secondo un’ oratoria diversa da quella ciceroniana,  e in quella tragica, inclinando per il partito antoniano, fino alla battaglia di Azio, per poi fare atto di sottomissione  al vincitore, come Erode. Forse il suo cenacolo letterario, aperto anche ai poetae novi,  non è conforme  al principato augusteo  e perciò la sua opera  tragica  si interrompe  come quella oratoria, mentre  quella storica condannata, non ci è stata tramandata. Comunque, i suoi 17 libri  di Storia Romana sono ricordati  da  Appiano, Svetonio e Plutarco, ed anche da Orazio (Carmina,II,1).

Non si sa, professare, quando Pollione  esattamente si distacca dal negotium ?

Personalmente ritengo che Pollione, essendo legato a G.Cornelio Gallo, per non condividerne la sorte  tragica, si ritira dalla politica nel 26 av.C. dopo la morte per suicidio dell’amico ex governatore dell’Egitto, -esautorato e processato per aver coniato moneta, per aver  represso gli insorti, inseguendoli fino alla I  cataratta del Nilo, fatto un trattato col re degli etiopi (come risulta dalla iscrizione trilingue  di File – che riporto- in greco, latino e  geroglifico, anno 29.av. C). Quindi, secondo me,  Pollione si ritira quando comincia a vedere l’applicazione del principato  su di un legatus, di rango equestre, non senatorio, che all’epoca, poteva fare le azioni, proprie di un magistrato autonomo,  incriminate successivamente, come se avesse superato i limiti del suo mandato militare: a Cornelio Gallo nocque il riconoscimento della sebasteia  da parte del senato – contestato dagli equites- ad Ottaviano  divi Caesaris Filius! All’epoca Pollione era un magistrato, non  legatus, che neanche poteva sapere della futura attuazione  del principato e tanto meno  del segreto pensiero di Augusto di fare dell’Egitto  un feudo personale, precluso ad indagini senatorie, destinato a essere  gestito tramite liberti  addetti al  fisco imperiale, gelosi  della loro autonomia rispetto  ai  funzionari dell’erario senatoriale!. Cornelio Gallo subito dopo la vittoria sui lagidi è praefectus  Alexandreae et Aegypti, provincia dell’imperium romano! Sembra che nel tempio di Iside a  File, i sacerdoti  facciano un cartiglio da faraone a G. Cornelio Gallo,  che, in effetti aveva preso  Alessandria entrando da Porta Luna cfr. Alessandra suocera di Erode www.angelofilipponi.com

Un cartiglio per Gallo?

Si. Marco. Questo forse determina il richiamo  a Roma di Cornelio Gallo nel dicembre del 27  e  poi la condanna all’esilio e alla confisca dei beni e al successivo suicidio nel 26.

Anche Virgilio, suo amico, allora deve  cambiare la conclusione in onore delle imprese di Gallo, del IV libro, con la favola di Orfeo ed Euridice:  Virgilio è poeta aulico, che segue gli haud molia iussa /i comandi non molli di Mecenate, il factotum dell’imperatore!  E i sacerdoti a File eliminano il cartiglio di Gallo sostituendolo con quello di Augusto/Sebastos che già è celebrato a Tell el Amarna  con l’ureo in testa  segno di Ra, datore di luce, portatore di ankh  simbolo  di vita.

Ankh è quella specie di croce col fiocco  che normalmente è tenuta da qualche Dio  egizio?

Si.Marco. Dopo il processo di Gallo la provincia egizia ha una speciale politeia/ costituzione   in quanto  è eletto  G.Elio Gallo  governatore, legatus  con mandato augusteo di   intraprendere una  spedizione arabica con l’intento di  favorire il commercio con l’India,  desiderando  occupare  i porti dell’ Arabia Felix!. ci sono  in epoca giulio- claudia altri cartigli  imperiali faraonici  per Augusto a Kalasbsha, (Egitto meridionale) ma anche  se ne conoscono parecchi in epoca flavia, specie antonina ( con Adriano) o severiana ( con Caracalla)  fino ad Aureliano e a Diocleziano!

Gli imperatori romani, deificandosi,  si santificano con i cartigli egiziani  che esprimono simbolicamente il valore imperiale universale secondo la concezione di Ra, onnipotente datore di luce  e vita  a tutti gli esseri viventi!

Grazie per la spiegazione. Mi tolga una curiosità mia, personale: e’ vero che lei è stato a File e che ha fatto il bagno alla I cataratta? me l’hanno detto i miei compagni, Andrea e Marcello che dicono che File è stata ricostruita, non lontana dalla I cataratta.

Si.  Marco. Mi ci sono anche ammalato perché le rapide del Nilo  mi schizzarono gocce in bocca, che non riuscii a  ricacciare. A sera ebbi dolori addominali che durarono due giorni!

Ha un brutto ricordo?

No, nonostante tutto, sono ritornato, dopo,  in Egitto altre  tre volte!

In conclusione, professore all’arrivo dei figli di Erode,  l’opera  storica di Pollione non circolava e i rapporti con Augusto non erano certamente cattivi, visto che Orazio lo frequenta. Comunque, poi, i figli di Erode, forse, dopo l’incidente del figlio minore, morto misteriosamente, si  trasferivano a  corte ed  erano sotto la cura di Ottavia.

La morte del figlio  minore, scomparso in circostanze strane rinnova a Gerusalemme chiacchiere mai taciute circa la sua  nascita e riacutizza l’avversione dei farisei che parlano  di una punizione di Dio  per la  colpa del re, non obbediente alla prescrizioni del Deuteronomio -20,20-: ogni albero che non dia frutto commestibile  lo taglierai e ne farai una palizzata contro la città che ti ha fatto guerra!.

Erode, ora, dopo la punizione divina, è  sradicato, come Caino,  ed è nel morso della paura, macerato dal dolore, essendo staccato dall’armonia del creato: per i farisei ed esseni il re  non è  giudeo  che fa progressi in sapienza pur essendo  maturo, anziano, perché è abbandonato da Dio: il re, maledetto,  non sa essere nel giusto mezzo, non essendo neanche un buon cambiavalute che sa togliere dal corso legale della virtù coloro che sono come monete false  perché inclini alla ribellione  e non sa considerare propri familiari quelli veramente autentici anziani, scelti come i settanta  di Israel per saggezza (De sobrietate,31 ). Erode.  pur avendo abbondanza di beni esteriori, non ha trovato il bene più maturo di un’anima più matura, il bene certamente più degno di stima perfetto! ibidem 13

Erode è maledetto e solo anche in famiglia, anzi ancora di più in famiglia! E’ sfortunatissimo, ora ! tanto più sfortunato per quanto tempo è stato abbandonato da Dio.

Su questa linea di maledizione  i giudei ellenisti, alessandrini ed oniadi, nel periodo di Caligola, condannano con Filone il Neos Sebastos,  come bambino incosciente e puerile, meditante una rivoluzione /neoteroopoiia, perché accoglie nell’anima colpe meritevoli di biasimo,  in quanto stolto nel comportamento  ed ignorante,  avendo deviato molte volte dai retti principi di vita, essendo ancora immaturo!- ibidem 11-.

E’ una theoria  che tende a contrastare Caligola Theos  e perciò condanna  anche l’ attività razionale, inutile come le artes minores  la pittura, la statuaria,  la medicina teorica di  Asclepiade,– diversa da quella pratica  che guarisce il malato- come la  retorica giuridica, venale ed avida di denaro, non mirante alla ricerca di ciò che è giusto,  ma alla suggestione dell’uditorio,  attivata per via di inganno  ed inoltre come  quegli aspetti della  dialettica e della geometria non utili alla formazione dell’individuo, ma tali da aguzzare l’ingegno, impedito di affrontare ogni problema  e a servirsi di divisioni ed operazioni, nelle distinzione di caratteri propri ed  impropri.

Eppure, professore, secondo Filone,  sono anche loro figlie di Agar?

Certo Marco, ma Agar,  secondo la lezione biblica  di Mosè è maltrattata giustamente da Sara padrona che, vedendo la serva orgogliosa della maternità, impone al marito  di cacciarla col figlio Ismael!

Come Filone  può spiegare  questo?  non è mostruoso abbandonare nel deserto madre e figlio?

Filone è un theologos raffinato, un  esegeta  allegorico-simbolico, capace di  leggere tutto come i patres della Chiesa! Filone ammette come giusto  il maltrattamento di Sara, come giusta  punizione inflitta a chi mostra superbia,  essendo mutati i contesti, dopo la nascita del figlio legittimo Isacco. Filone giustifica la servitù stessa al principato augusto perché  Ckrhstos/buono, utile, fruttifero! 

Filone considera il primo allontanamento  solo un momentaneo e e passeggero rifiuto della serva, che seguita poi a convivere  con la coppia Abramo-Sara, rispettivamente simboli dell’uomo dedito all’astronomia  e della donna -virtù, genitori di Isacco la sapienza che si genera da sé  e perfezione morale!

Per lui, la definitiva cacciata, invece, dopo la mutazione di nome di Abramo in sapienza divina (Abrahamo) e di Sara in virtù generica(Sarah) cfr De mutatione nominum ,65 risulta la fine della funzione degli studi che decadono a livello di retorica  sofistica, essendo Ismaele sofistica  e Isacco sapienza.

Hai capito Marco? non sono stato chiaro?

Professore,  capisco in relazione alla mia educazione cristiana! Comunque,  per me, Filone è una fonte per il teologo cristiano che sa rovesciare tutto,  cambiando nome, facendo esegesi,   raggirando  il problema,   non insegnando, e, grazie alla retorica  facendo  risplendere solo l’idea di giustizia aramaica, con la sottesa  superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi,  in un servizio alla maestà di Dio, seguendo giochi numerici – 1, 3, 4, 7 ,10 , e multipli di tre – giostrando  specificamente sul valore dell’ebdomade -in quanto somma di 3 e 4, –  base della proporzione armonica,  in musica,  in grammatica e in astronomia ( sette cerchi, sette pianeti ) come rapporto tra struttura sensibile e struttura fisica umana-  su quello della decade, in una lettura kosmia,  in cui il logos è identificato col libro mosaico della  creazione, in una scelta etica,  che equivale ad un chiudersi  iniziale in sé   ed in un  aprirsi a Dio come esercizio di una vita progressiva virtuosa di creatura, che rinuncia  al sensibile, da una parte, e che tende ad innalzarsi al creatore, dall’altra.

Marco,  sono sorpreso da tante parole! non sei tu!sembra che tu abbia  compreso l’anima farisaica aramaica, che vive tra due estremi! mi appari persona confusa: l’errore è mio che ho messo troppa carne a cuocere e che do per scontato troppe cose su Filone!  Pur chiedendo scusa devo aggiungere  che Tra il bambino in tenera età e l’uomo perfetto  intercorre esattamente  lo stesso rapporto che sussiste  tra i sofista e il sapiente, fra il ciclo preliminare degli studi e le scienze attinenti all’ambito delle  virtù

Professore, io ho detto quel che ho detto e non la seguo bene! mi sono perso  passaggi logici  di un sistema allegorico per me quasi assurdo! comunque, Filone mi sembra  aggiungere alla eredità aramaica contraddittoria – che mette in opposizione bene e male-  anche linee  proprie di una cultura pitagorica!  La vita  per  Dio,  con Dio  e in Dio mi sembra  un raggiro/panourgia   in cui  neos  e presbus sono letti secondo la Sacra  parola  che rivela solo  a chi sa leggere che Dio è inizio e fine.

Marco, tu ben sai che io studio Filone, ma  ho un ‘altra lettura di storia e di natura! Noi stiamo per concludere su un amarthma  di Erode, disobbediente ai  precetti e  alla tradizione  dei farisei in quanto philellnhn  e filoromano, legato alla cultura giudaico-ellenistica asmonea  ed oniade, che vuole  essere tramite tra cultura romano-italica occidentale  e cultura orientale, ma anche tra imperium romano e imperium parthico,  convinta di essere  utile  e buona ad  educare l’ecumene  e verso Oriente e verso Occidente, sicura della sua missione methoria  internazionale anche ai confini del mondo conosciuto in senso commerciale e finanziario. Filone  vuole indicare  una figura unica di  monarca theos che è pastore del gregge, che non può essere bambino, abbagliato ancora dalle forme  –  dal luccichio del sensibile- ma  uomo, la cui prudenza di anziano- degno di onore e di venerazione-lo rende non soggetto alle pulsioni  naturali ma  lo fa perfetto  come razionalità, divino perché maestoso come Zeus olimpico, unico Ra /sole  datore di vita!. l’imperator romano  è simbolo congiunto  per Filone di tradizione ellenistica ed egizia, con sottesa l’eredità  mesopotamica  ed aramaica. Il peccato di Erode,  per noi, diventa emblema di un contrasto ancora vivo tra due estremi tra cultura ellenistica  e cultura aramaica!

L’integralismo aramaico perdurerà anche dopo la morte di Erode, dopo la  crocifissione  del Meshiah, dopo la fine del Tempio  e  terminerà con la distruzione di Gerusalemme cancellata dalla cartina geografica e dalla Storia, rinominata Aelia Capitolina  e con  la Galuth/dispersione definitiva  del popolo giudaico.

Filone è il genio – mai riconosciuto nella sua  effettiva grandezza- che anticipa il Peri upsous il sublime  e il cristianesimo!

Filone, che commenta la Bibbia è lui stesso Bibbia!

Professore, ed Erode peccatore?

Erode  è  un presbus  che cresce con l’errore e lo tesaurizza. Peccato  gli ultimi nove anni!

Senza quella macchia  sarebbe stato  davvero un cittadino, un civis del mondo romano, illuminato cosmopolita, un vir passato  dall’infanzia alla eruditio,  dalla rozzezza adolescenziale alla matura sapienza,  un basileus socius, capace di vivere  per un ventennio come terzo uomo dell’ impero romano!.

Incitato, il cavallo di Caligola

Lei, professore,  in Caligola il sublime, ha parlato  brevemente dell’amore di Caligola per il circo e  per le corse,  e  ha  mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi- cfr Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui  favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi  parla  in modo diffuso  di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che posso leggere esattamente e comprendere finalmente  nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti  riferisci  all’ enunciato  di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio , con l’aiuto dei soldati, affinché  il suo cavallo Incitato  non fosse disturbato,  il giorno prima della corsa ed inoltre, avendogli  fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di  gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente,  però,  ti interessa la frase,  conclusiva, celebre  dello scrittore: consulatum  quoque traditur destinasse,  la cui  traduzione è questa:  si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato  è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico   e beffardo del  giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare- massima aspirazione per un civis–  al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!.

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale,  esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/ adorazione da tutti -popolo, esercito, senatori- imposta  perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato  il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme,  minacciando che, in caso di  ribellione,  li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.)  esiste un solo pastore, un imperator autokratoor,  una  lex, un nomos empsuchos/ legge vivente, un essere divino, che ha  di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi /eguali,   essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale,  tra la massa di clientes, riverente davanti al  patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths  kurios- circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei,  è solo una chiacchiera popolare  circolante in un clima  di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa  essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati  alla uccisione del sovrano.

D’altra  parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot  o  trottatori come Varenne- che, finito il periodo delle corse, come stallone  veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro !- Certamente, non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione,  avendo visto scuderie di grande valore, maestose,  e  conosciuto la cura e la dieta  straordinaria per gli animali, accuditi  da tanti inservienti!

Da questo lato,  neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro ,6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1- ed Arriano- Anabasi di Alessandro,V, 14,4; 19,4; 29,5-  mi sorprendo affatto  conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto, a tredici anni,  dal padre Filippo, in regalo,  comprato alla cifra di 13 talenti :  è un’esagerazione, pagare  un animale circa 390.000 euro,  per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo,  per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro- Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5!-.

Perciò, si può dire che  non si trova niente di  speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere  come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare  salire il re  e che, pur  ferito, non tollerava che un altro portasse  in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui –  avrebbe sterminato tutti  i  componenti di una tribù barbarica di Uxii, che  aveva  catturato il suo cavallo, se  non  glielo avessero  immediatamente restituito! In onore di  lui, morto,  fondò città, chiamate  col suo nome!.

Perché, allora, si sono sprecate le  accuse  per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente- non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?.

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana, -le dinastie che si sono succedute, dopo  quella giulio -claudia, la cui nomenclatura,  divina, è stata utilizzata  da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine  da Caracalla  ed usurpata dalla Santa romana chiesa cattolica!-.

Ogni critico, prima di valutare,  dovrebbe porsi  il problema  di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40  d.C. come ektheosis, durante la vita,  distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!.

Essi dovrebbero  esaminare con cautela il tentativo denigratorio, maligno,  delle casate successive, fatto  col favore di letterati, prezzolati, compiacenti,  al fine di una propria legittimazione al potere  e di un proprio ruolo, dopo  quello  di una sovranità divina  della precedente dinastia.

Il  fallimento  di una politica di imitazione risulta deleterio  e per  gli intellettuali e  le nuove  domus imperiali, inadeguati come mezzi  per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano  ha  avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini  provinciali ispanici, poi,  ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che  il soterismo di Vespasiano  viene esaltato dopo il fatale 69 e  che  il principato dell’ottimo  vale  in relazione al dispotismo sovrano  di Domiziano  e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo  il funesto 193 d.C., a seguito  della  morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di un peste iniziata nel 165, capace di mietere 20,000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di  istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico  degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII,1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di  deporre la tribunicia potestas e  l’imperium proconsulare maius–  che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo  propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento  politico  personalistico e per  scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia  dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27a. C.,  presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica  dalla tirannide di  Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni,  ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa  il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia,  per la dinastia dei Severi,  Caligola  resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio,  ma  ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida  all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare  Germanico Caligola doveva essere  exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato  oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco,  è rimasto bollato come pazzo/insanus  prima dai  contemporanei ostili al suo governo  cioè Seneca e Filone alessandrino, poi  da Svetonio (69 d. C.-122/125)  un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote  giudaico, traditore del suo popolo e  falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano  equivoci nella loro retorica frontoniana  come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità  economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque,  di  preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo,  perciò, che  Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) -un militare di Nicea di Bitinia,  che fa una straordinaria carriera,  in quanto diventa  senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo- accettando il mito di Augusto imperator,  inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale  degli altri imperatori della domus giulio-claudia,  che restano  etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario,  Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane  istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il  potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce  vita, azioni, pensiero  e morte di Caligola  e ne  rileva la novità istituzionale, pur seguendo  il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione,  nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37,  e sull’acclamazione popolare  del  Neos sebastos, giovane Augusto, e  sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione  le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente  pazza, di una creatura  che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino,  tessuta magnificamente  per l’assimilazione del sovrano con Zeus,  progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe,  semidio e theos!.

In questo  generale clima di derisione di  Caligola capra, pur celebrato  nuovo Augusto -Alessandro,   lo stesso trionfo sui Germani,  voluto e programmato lontano da Roma   sul ponte costruito  tra Pozzuoli e Bacoli, non induce  Dione ad uno studio della figura  complessa del giovane imperatore  e a cambiare giudizio  sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che  cavalca  Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse,  una pagliacciata  teatrale che finisce con l’ordine di  distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile;  solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus,  poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui  e per i suoi contemporanei  Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di  regnare  a Roma e di imporre ai romani un regime  dopo la sceneggiata  di comando  di Ottaviano, attore,  e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse  a mostrare  come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto –  un vero compromesso -,  non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio,  che ha intenzione di  reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna  davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei  maestri di tirannia – i turannodidaskaloi  Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose,  mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge  il plauso popolare, l’amore dei militari,  la devozione clientelare di patres e di equites  ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano,  pregano per la sua salute  quando cade malato  e che  inneggia follemente nelle piazze  per settimane per il  suo ristabilimento fisico, perché garante  di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere  Caligola, per il negativo giudizio ebraico  di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono  quasi un biennio magico di benessere per l’impero  e di eccezionale fortuna, anche se  deridono poi  l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras,  avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto  Augusto, un vir  fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato,  congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum  di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire  che Caligola,  perenne giovane  e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere  l’unico  pastore del  gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di  Tiberio che, ritiratosi  a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo  e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva  ripreso il potere diretto,  ma lo concedeva  a Macrone, altro pretoriano,  anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo  e Tiberio Gemello, figlio  naturale!.

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di  una nuova era saturnia  e quindi regna serenamente,  si esercita  nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia  grave,  ristabilitosi,  inizia il suo regno assoluto, rifiutando  i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente  temendo una  possibile scissione nell’impero.

Ti  ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della  mente di Caligola, anche senza trattare  la  vera pars costruttiva  innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola  è padrone degli Horti sallustiani, che sono  suo privato campo  di allenamento  per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono  alla zona – forse un po’ più ampia-  dell’attuale Stato del  Vaticano. Caligola si esercitava  andando a cavallo  con Incitato  o  per allenarsi alle gare  di  quadrighe,   dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o  dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore   faceva  girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei  suoi cortigiani, di senatori ed equites  che lo applaudivano  per la sua abilità.

Marco,  dove lo hai letto? non si sa  esattamente se  to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo,  fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che  nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco- fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto  e Cassio Cherea, anche il suo auriga  Eutiche /fortunato e  Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti! .

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo  che,  comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a  Caligola  astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era  malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante-  e lo confessava ad Antonia, sua cognata e  nonna di Caligola-  ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto  a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue  impazienti e  fortemente desiderosi  che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe.  L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e   fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi   liberato,  a seguito della  morte di Tiberio.

Per fortuna  la  responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella  stalla di  Incitato  a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie  diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi  è proposto imperatore da  Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque  professore per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è  ricalcata su quella di  Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te  leggere il testo di Dione  -St. Rom: CLIX, 14,7.:  Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai  epi deipnon ekalei , khrousas  te autoooi  kritas pareballe,, kai oinon  en khrousois ekpoomasi proupine,  the te soothrìan  autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos  an kai  tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola  invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco  terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo  a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!)  L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute  e per il destino, è un augurio /omen  consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria  di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola  principe, ormai noto come pazzo,  per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare  come  prototipo di  una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei  potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

Il mito di Santiago: Giacomo ucciso di spada

Giacomo ucciso di Spada

In memoria di mio cugino, Giuseppe Tondi, un italo-venezuelano

 

Marco,  noi non abbiamo lettori, che si accostano  alle parole  con desiderio di apprendere, con animo disposto a capire  l’altro e ad orientarsi  per un rinnovamento:  sono persone che si industriano per entrare nel sito per avere paradigmi già pronti per l’uso,  e risultano copiatori abili a prendere notizie rare, sconosciute per poi pavoneggiarsi, scrivendo  in riviste per dilettanti, o sproloquiare in forum,senza neanche citare.

Si tratta di falsi studiosi, di ricercatori… di inezie,  di strani soggetti, che hanno bisogno di un qualcosa per iniziare a scrivere, di un pettegolezzo  qualsiasi, di un aneddoto, di una citazione,  per costruire i loro romanzi: senza quel piccante incipit non  ci sarebbe…  storia!.

Perciò, non ho pubblicato Di un ordine  femminile soppresso nel 1572 : ci sono, di fatto, molti elementi paradossali che attirano la curiositas di tali  studiosi!

Così va il mondo, caro Marco!

Chi lavora, appena  mangia!  Chi cerca ispirazione e spunti  dagli altri, e sa trovarli, cliccando da una parte ad un’altra,  scrive e, scrivendo bene, pubblica e fa soldi, ricamando sui particolari di vicende storiche, frutto di anni di ricerca, di traduzioni e di letture, di codici decifrati  con la lente di ingrandimento, faticosamente trascritti!.

Io, seppure con tristezza,  da quattordici anniconcedo,  di fatto, ai dilettanti di servirsi  dei miei lavori- un panino imbottito lasciato in pasto  di chi  è bravo ad appropriarsene – e… non ho mai ricevuto  neanche una gratificazione.

Perfino i libri ebook sono venduti  da altri, senza autorizzazione:  a chi va il  meritato guadagno !?

Neanche so come facciano a scaricarli!…A  me non arriva niente!.

D’altra parte non ho mai chiesto niente a nessuno!

Eppure, nonostante tutto, seguito stupidamente  a lavorare  (senza mai guadagnare niente)…per gli altri!

 

Capisco. Capisco, Professore, Cosa vuole comunicare, ora, a noi  suoi ex alunni, fidati amici?!

Il muthos di Santiago di Compostella.

La tradizione cristiana ha parlato di una morte per spada di Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo.

E’ una notizia di  Atti degli Apostoli 12.1-2: nel frattempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Cosi fece morire a fil di spada Giacomo, il fratello di Giovanni.

Cosa significa, professore, morire per spada o  far morire a fil di spada in epoca giulio-claudia?

Significa, Marco, che Giacomo maior è ucciso mediante decapitazione, da uomini, comandati da Giulio Erode Agrippa I, re di Iudaea dal 41 al 44 d.C., come  reo di un delitto capitale.

Si tratta di Giacomo, fratello di Giovanni,  dei due discepoli di Christos definiti Boanerges,  che sono per i cristiani come i  Dioscuri,  Dios kouroi figli di Zeus?

Certo! Marco.

Si parla  di uno dei due figli di Zebedeo e Salome: del primo ho parlato varie volte  come ricco armatore del Lago Tiberiade  mentre della seconda non ho mai fatto discorso sulla sua identità,  nemmeno nel romanzo L’eterno e il Regno.

Ed Erode Agrippa è l’agoranomos, fratello di Erodiade  poi diventato  therapeuoon di Caligola ed infine re/basileus toon Iudaioon, dopo la Morte del Christos?.

Bravo, Marco!

Si tratta di Giulio Erode Agrippa  che è un civis romanus,  di rango pretorio, e che,  come  ebreo  conosce la lex romana e quella giudaica  in relazione  ai tanti  decreti fatti da Roma repubblicana, prima socia/ summachh,  poi nemica degli asmonei  ed infine da Cesare e da Antonio   in favore di Hircano, ma  estensivi , secondo  Giuseppe Flavio, a tutti i giudei  aramaici ed ellenistici.

Secondo tali decreti un civis non può  essere ucciso come un libertus o  come un popularis  e tanto meno come uno schiavo ed ogni magistrato  provincialis deve attenersi alle leggi  che tutelano il diritto di una mors dignitosa, propria del romano,  anche a chi è reo.

Ora a Gerusalemme vigono le stessi leggi  alessandrine, tutelate da uno speciale politeuma, di cui noi storici non sempre abbiamo tenuto conto nei nostri lavori: è certo, però, che la civitas/ politeia  romana alessandrina è simile a quella gerosolomitana, perché Giulia/Iulia.

Professore, ho capito bene?

Lei vuole dire che Cesare, facendo  Iulioi  Antipatro, il padre di Filone,  ed Hircano   sottende che tutta indistintamente l’élite finanziaria  economica, politica, ebraica gerosolomitana e diasporica  diventa Iulia e quindi ha la civitas?.

E’ così ! Marco. Cesare ricompensando Antipatro, ricompensa  per l’aiuto avuto sia   l’Asmoneo Hircano, sia i Figli di Onia, che gli alessandrini del distretto oniade, pelusiaci, che favoriscono l’impresa di Mitridate  Pergameno, che porta auxilia a lui,  Dictator, assediato a Lochias, nella reggia Tolemaica.  Tutti i giudei ellenisti compattamente salvano Giulio Cesare che, incautamente, dopo la morte di Pompeo, è entrato in Egitto con poche forze militari.

Dunque, professore,  si può affermare che un naucleros, alessandrino o caesariensis,  gerosolomitanus o  cireneus o  anche corintius, ephesinus,  è un Iulios?.

Marco,  ti allarghi troppo,! Sto parlando solo di un civis  alexandrinus o gerosolomitanus  e  non ho carte per dire che anche gli altri- i giudei aramaici e  nabatei- siano di pari dignitàSo solo che Giacomo per parte della madre Salome potrebbe essere un erodiano!

Il solo nome della madre – una familiaris di Berenice, madre di  Giulio Erode Agrippa –  con la civitas, probabilmente iulia, con la professione di armatore, congiunta con il titolo di boanerghes  figli del tuono, è poca cosa per trovare una probabile  radice erodiana tra le tante Salome della stirpe di Antipatro, note ed ignote!.

E’ un problema di parentela e di affinità giudaica: è troppo difficile capire i legami di sangue  tra  Erodiani ed oniadi  e tutta la rete dei figli di Onia, sparsi per il Mediterraneo, per il Mar Nero, per il Mar Rosso ed altrove.

Le navi  mercantili e  le flotte giudaiche  solcano i mari dell’imperium romano con speciali privilegi,  in quanto i giudei, in epoca giulio-claudia sono la spina dorsale della economia  imperiale.

I giudei risultano il genos dominante e sono i trapezitai e daneistai invidiati  ed odiati dall’etnia greca e anche dai   mensarii, argentarii, nummularii  romano-italici e ispano- gallici.

Comunque, Iakobos, figlio di Zebedeo  martire ebraico (forse aramaico), sembra essere  un naucleros, un armatore, un possessore di navi, che ha barche non solo sul lago  di Tiberiade, in quanto produttore di pesce essiccato e conservato con sale, ma anche  a Giaffa  per la pesca mediterranea con triremi  mercantili, che riforniscono  emporeia e fa commercio con le banche trapezai, servendosi di depositi bancari.

Si sa dalla tradizione ispanica medievale  che Giacomo, dopo la morte di Gesù nella Pasqua del 36, predica in Spagna e poi torna  a Gerusalemme nel 40, quando ancora Erode Agrippa non è  re di Iudaea, ma è  già Tetrarca di Galilea e di Perea e dal 37  dominava sulla ex tetrarchia di Filippo.

Erode Agrippa è  a Roma nel 40  a corte presso Caligola (cfr. A.Filipponi, Caligola il sublime) che sta  imponendo l‘ektheosis  ed ordina di mettere la sua statua entro il Tempio di Gerusalemme a Petronio,  governatore di Siria, che tergiversa, preoccupato dei rapporti tra gli aramaici  giudaici e quelli di Parthia oltre Eufrate  (Cfr.  Flavio, Antichità Giud. XIX.)

Qual è l’atteggiamento di Giacomo di Zebedeo in questa delicata situazione  da noi ben descritta in Caligola il sublime  e in Giudaismo romano  II ?

Fa parte dei capi, insieme a Giacomo fratello di Gesù capo della ecclesia/ qahal, che  organizzano la processione  pacifica  fino a Tolemaide  di giudei che  abbandonano i campi ed ogni affare  e che  si  offrono martiri, abbassando il collo, purché  si risparmi l’infamia della profanazione templare?

Personalmente non ho trovato mai niente sul suo conto in questa circostanza del 40 d.C, ma il suo ritorno in patria  per me è eloquente, se è vera la notizia del codex Calixtinus: per lui, figlio di  Zebedeo,  la lotta è il suo  naturale esercizio: un figlio del tuono, aramaico, vive di sedizioni; nonostante la ricchezza conseguita col commercio  grazie alla pace, garantita dall’unicità di comando imperiale  e dalla supremazia militare romana, un figlio della luce ha un solo Dio e padrone.

Nonostante l’apparenza commerciale, condannabile per un puro  aramaico,  Giacomo resta un ribelle antiromano; è un  qanah, ladrone /lhisths, secondo il linguaggio di Giuseppe Flavio!

Comunque sia,  Giacomo  se civis , se naucleros, se  aramaico , non può non essere  un sicario ante litteram, che è in mezzo ai giudei martures , che  preferiscono morire piuttosto che vedere la profanazione del Tempio!

La tradizione christiana in Atti degli Apostoli  in un certo senso è una conferma in quanto dice che Giacomo, a seguito della predicazione di Pietro  sulla costa  in nome  di Gesù,  è condannato a morte da Erode Agrippa, che autorizza l’esecuzione il 25 luglio del 41, secondo il Liber sancti Jacobi, compreso nel Codex Calixtinus, che ricorda una sua missione precedente in Spagna in una zona imprecisata, dove c’è un’apoikia ebraica  con emporion e trapeza e  di un suo ritorno in patria.

Il crimen  potrebbe essere – in una situazione così critica come quella  della profanazione del Tempio (Cfr. Legatio ad Gaium  in cui si evidenzia uno status  di costernazione di Filone, capo delegazione alessandrina in Italia  e di altri  giudei, che si rinchiudono in una stanza, dopo un lungo periodo di sbalordimento collettivo alla notizia del decreto imperiale,  per piangere sulla fine della nazione stessa! ), altamente traumatica per ogni ebreo – aver preso e nascosto le armi  da usare, in caso di  stragi perpetrate dai romani sui giudei inermi.

Il ricordare il Christos crocifisso dopo quattro anni,  è ulteriore crimen che lede l‘auctoritas  imperiale di Caligola-Dio, anche  poi quella di Claudio, che ripristina il kosmos imperiale,  turbato dall‘insania caligoliana, con la Lettera agli alessandrini….

Infatti  contrapporre un maran di nomina  aramaica, seguace  dei decreti di Artabano III,  ad un basileus legittimamente eletto dall’imperatore, pronto a tornare in Gerusalemme già pacificata e a legiferare secondo i mandata di Claudio,  è sobillare il popolo alla rivolta.

Al ritorno  di  Giulio Erode Agrippa  a Gerusalemme per la Pasqua del 41, con l’assenso imperiale e senatorio,  vengono , dunque, imprigionati e Giacomo e Pietro: il primo  dopo un processo  rapido viene  fatto decapitare, data la sua  potenza di naucleros e  la sua probabile civitas romana; il secondo, invece, viene tenuto in carcere sotto nutrita scorta per poi  farlo giudicare dal popolo, non dal sinedrio, dopo la fine  dei sette giorni di Pesach, della Festa degli Azzimi che cade il 14 Nisan (Marzo /aprile).

Apparentemente sembra che ci sia  una contraddizione nei tempi della morte in quanto nel Codex Calixtinus si parla del 25  luglio mentre negli Atti sembra che l’esecuzione avvenga prima di Pasqua. Agrippa può avere condannato subito ma ha dovuto aver la ratifica da  parte dell’imperatore e del Senato  poiché si tratta di uccidere un civis romanus. 

Quindi, professore, posso dire che,  secondo lei, Giacomo è ucciso  di spada perché nobile  giudeo in conformità  alla legge  romana  e  a quella del politeuma giudaico alessandrino in quanto  probabile dissidente dal regime filoromano  di Erode Agrippa, in quanto  già reo di azioni militari antiromane  contro la volontà imperiale di porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme.

Prima di procedere, professore,  chiedo se mi può dare qualche indicazione per capire il reale valore del codex Calixtinus e del liber Sancti Iakobi,  che sono sicuramente di altra epoca  e quindi non attendibili storicamente.

Prima di rispondere, Marco, dico che neanche la mia ricostruzione può dirsi storica anche se ho qualche base in Filone ( cfr. In Faccum, Una strage  di giudei in epoca caligoliana), in Strabone e nella Lettera di Aristea,  e quindi non  posso fare nemmeno un’affermazione probabilistica su  Giacomo  civis romano e tanto meno  su un Giacomo  Qanah/Zeloths  aramaico, ritenuto Lhisths: potrei, comunque, dimostrare con qualche imprecisione la sua appartenenza alla  nauklhria-naukraria in quanto nauklhros /naucraros.

Gli alessandrini giudei e quindi anche i  giudei galilaici,  ellenisti, riprendevano gli usi ateniesi del periodo di Clistene  (Cfr. Aristotele, La costituzione ateniese, Mondadori 1996) li adattavano in relazione alla popolazione dieci volte superiore a quella della città attica  e, perciò,  i naukraroi dovevano far parte  in relazione alla phulh di appartenenza  (50 in Atene, 500 in Alessandria(?) e dare, ciascuna, soldati a cavallo e triremi.

Infatti, secondo Filone, prima del compleanno di Caligola -31 agosto del 38, due anni dopo la morte di Christos, – Flacco ordinò  ai soldati- facendo  in Alessandria un’operazione militare in senso antipopolare – la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non furono trovate, ma che erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio ebraico  era stato istituito da Magio Massimo (Flac.,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto, che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.

 Magio, infatti, dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.C. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12  d.C. e,  perciò, Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
 Ho qualche conferma anche dalla Lettera di Aristea (oggi riconosciuta dai critici come opera del II secolo  av.C. ) e   da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 1179-  in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca-  per cui potrei dire  che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spataphoroi) in quanto cittadini liberi.
Filone, infine, aggiunge: era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta, non punire alcun condannato, ma dedicarsi solo alla festa, mentre  Flacco,  oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco. Infatti  dall’ alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’amnistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa, facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori, che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.

Dunque, i portatori di  spatha (spathh)  erano uomini del prefetto con incarichi di  portare la spada a due tagli,  una sciabola forse cosi chiamata dalla spata della palma: è probabile che il re di Iuadea  abbia  spataphoroi  al suo seguito, come i consules hanno i littori, portatori di fasci.

Perciò, si può pensare che Giacomo sia  stato giustiziato, a Gerusalemme,  da portatori di Spata, dopo la ratifica senatoria,(non all’istante).

 Fatta questa precisazione, Marco, vengo a trattare del Liber Calixtinus, un testo composto dopo il 1131 da un certo Aimericus di Picaud, il cardinale Aimericus,  cancellarius di  Innocenzo II, notissimo nello scisma del 1130-38, per la sua azione  ostile alla famiglia dei  Pierleoni,  di origine ebraica, imparentata con Gregorio VII, vincitori a Roma sugli avversari  imperiali Frangipane, elettori legittimi con la maggior parte di cardinali  coram populo et notabilibus  di Pietro di  PietroLeone, cardinale presbitero col nome di Anacleto II.

Aggiungo che il presunto  redattore del codex Calixtinus  è  cardinale elettore anche di Callisto II in Francia, a Cluny  ed è accanto ai firmatari Cardinal Sasso  di Anagni e cardinale Gregorio di Sant’Angelo Papareschi  nel 1122 del trattato di Worms con l’imperatore Enrico V.

E’ uomo, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo, un  curialis, scaltrito nelle artes sermocinandi e nel cursus, vissuto anche accanto a Giovanni di Gaeta – cancelliere di Pasquale II e prima ancora di Urbano II, che aveva diffuso gli insegnamenti dello Stilus romanae curiae di Alberico  di  Montecassino  Cfr. A, De SANTI, il  Cursus nella storia letteraria e nella liturgia,  Roma,1903; N. VALOIS,   ‘Etude sur le rytme des Bulles pontificalies in Bibl. de l’Ecole de Chartres, 185,p 165 e sgg)!

Il bollario di Innocenzo II, opera del Cardinale cancellarius ,   è  conservato quasi al completo, mentre quello di  Anacleto II, opera di Sasso di Anagni  fino al 1132  poi di altri meno capaci, è mutilo e monco nelle  parti essenziali, in quanto è cassata la figura di un antipapa, dopo la sua morte nel 1138, da Innocenzo II, che è considerato  storicamente vero successore di Onorio II.

Aimericus  nel 1130, al momento dello scisma,  è uomo centrale nell’ elezione di Innocenzo II, di cui diventa segretario, già nei tre mesi romani, prima della fuga a Pisa.

Insomma, secondo Pier Fausto Palumbo ( Lo scisma del MCXXX, Roma 1942)   il cardinale Aimericus è  l’anima  dell’ opposizione… il dirigente dell’elezione di Innocenzo II, il nemico dell curia anacletiana: Francese, e poi gran protettore  di chierici francesi, chiamato  dal francese Callisto II a sostituire il cancelliere  pisano, morto,  Grisogono, è contemporaneamente eletto a titolare di S. Maria Nova.

Per il Palumbo la nomina  doveva avere recato un cambiamento di indirizzo o piuttosto doveva essere stato indice  di un mutamento, patrocinato   dal circolo francese  sempre più congiunto col papa di Worms  e sempre più capace di sostituirsi  alla influenza romana della vecchia curia di Gelasio e di Pasquale.

ll Palumbo aggiunge:  Aimericus è anche amico di Bernardo di Clairvaux , di Pietro il venerabile e di tanti altri abati, di cui fa la fortuna nel periodo in cui domina per quasi otto  anni la curia papale,  prima a Roma, poi dopo la fuga di Innocenzo a Pisa, ed infine  a Cluny : è il rappresentante della nuova curialità francese ambiziosa e non priva di realismo politico, duttile ed insinuante,  ma alimentata dalla mistica bernardina  e dall’ostilità cistercense ed anche cluniacense e borgognona, all’ambiente romano, giudicato corrotto e corruttore ,anche se poi era quello che  aveva superato  con energia e saggezza  la lotta contro l’impero ed avviato alla vittoria la teocrazia gregoriana…. Aimerico svolge la sua attività in antitesi  a Roma  con gli ultimi compagni  di Ildebrando, coi  gregoriani della seconda generazione…

Anacleto, insomma,  esprime la politica antimperiale  gregoriana dei  Cardinali seniores, romani; Innocenzo  con Aimericus  e i  cardinali francesi  con  l’appoggio di Bernardo, di Pietro  il  Venerabile, con Norberto di Magdeburgo  forma il fronte riformista  ...

Questa, comunque, Marco è un’altra storia che forse ti racconterò…

Ora veniamo al testo del Liber Sancti Jakobi, che è  un corpus dottrinario  ideologico e liturgico, utile ai fini  della  formazione del Muthos di  Santiago,  – di cui si narra l’obitus, con  la translatio corporis  e con compositio/sepoltura   in Compostella e l’inventio /il ritrovamento della tomba  nell’ 830,  grazie all’accordo tra  Theodomiro, vescovo di Iria Flavia   e un monaco che seguono una stella  fino alla pianura/kamph  dove è sepolto il Santo ( Campus Stellae/Campostella).

Marco, in latino il verbo componere  tra i molti significati  vale seppellire o  fare il dovere funebre verso un  parente: infatti  è azione di  chi  prepara e custodisce e quindi compone in un’urna,  raccogliendo le ceneri e le ossa , oppure di chi seppellisce e  dà sepoltura  ad un cadavere. Ricorda Orazio, Satire, I,9, 28:  Omnis composui, Felices! nunc ego resto/  li ho sotterrati tutti. Felici! ora resto io.

Professore, comprendo che questa è una tradizione ispanica, che parla di uno, morto a Gerusalemme- dopo un ritorno dalla Spagna-  il 25 luglio del 41 d. C. e di una translatio corporea  ad opera di discepoli  il 30 dicembre che,  dopo 7 giorni dalla partenza da Giaffa,  arrivano con una nave  in Galizia  ad Iria  Flavia.

Marco, è una notizia  mitica, che è nel  III libro del Codex Calistinus, che è  un testo in cinque libri,  formato da 225 foglietti  di pergamena, degno di grande considerazione!.

Il Codex Calixtinus è detto  così dal nome di  Papa Callisto II – Guido da Vienne-  eletto a Cluny e morto a Roma nel 1124 e contiene  nel I libro  riti liturgici  e forme  di spiritualità,  nel II i 22 miracoli  del santo,  avvenuti in varie parti di Europa   e nel  III una breve translatio; il IV, invece , è il libro di Turpino,  mentre il quinto è il Liber peregrinationis.

Dunque, professore,  è un libro di vari contenuti, che propaganda non  solo le gesta eroiche e paradossali del santo, creando il mito di  Matamoros, di un matador di arabi con l’esaltazione dell’ impresa  carolingia di Roncisvalle, ma anche, oltre alla crociata,   che invita ad un affratellamento cristiano delle popolazioni pirenaiche secondo l’indirizzo callistino, borgognone?.

Il codex ha, infatti, caro Marco, un grande valore nazionalistico francese, oltre che ispanico, in quanto esalta non solo il valore carolingio ma anche quello della nobiltà di Aquitania, di Galizia  di Borgogna,  il riformismo degli ordini di monaci  cistercensi e  cluniacensi,  il significato della spiritualità mistica di Bernardo:  la narrazione di Historia Caroli Magni et Rhotolandi  è  opera di Turpin vescovo di Reims, il leggendario Turpino,  che  mostra come Santiago appaia in sogno a Carlo  e lo inviti, pressandolo,  a liberare  il suo sepolcro dalle mani saracene, inviando una stella per indicare perfino la via da seguire.

L’insieme narrativo è un capolavoro di retorica curiale!.

Nel codex  non compaiono ma  s’intravedono sovrani come Luigi VI, molti nobili  come Guglielmo di Aquitania,  re come Ferdinando I  di Galizia, tanti vescovi,  abati di monasteri  inclusi nel  cammino di Santiago-che  risulta  un colossale affare commerciale e un fenomeno  di aggregazione sociale,  e oltre che un  cerimoniale  di culto al fine di  unire i popoli pirenaici  in un momento storico, in  cui la Chiesa è lacerata e divisa  da uno scisma, che separa i fedeli in pars anacletiana  filoromana e in pars innocenziana, filogallica,  specie dopo i concili di Etampes e di Reims, in una condanna della voracità della chiesa romana!-.

Professore, quindi, si può dire che il codex  risulta  una colossale propaganda di pax universale christiana  riformata,  in nome della crux, il simbolo crociato antisaraceno ispanico  ed egizio antifatimita, in un abbraccio perfino all’imperatore bizantino Giovanni Commeno, che fa passare in secondo ordine perfino la divisione del 1054 a causa del Filioque?

Certo, Marco.

Il popolo  di Francia e della Spagna settentrionale è unificato dalla parola di Bernardo, dalla sagacia giuridica  di  Aimericus, dalla concezione legalistica di  Innocenzo II, che anatemizzano l’occidente romano  filoanacletiano  e, concordi, con l’imperatore di Germania,  Lotario III,  intenzionato a  riportare il legittimo pontefice dalla Francia nella sede di Roma  e a debellare il pericolo  del normanno  Ruggero II, protettore  di Anacleto -che lo elegge re di Sicilia- hanno coscienza di essere la pars melior e sanior della Chiesa.

Il cammino di Santiago crea una rete di  complicità  religiosa con  la figura del pellegrino compostellano, con lo speciale  Bastone,  che lo differenzia dal Romeo  e  dal Gerosolomitano, seguendo, comunque, il  vecchio modello  benedettino,  che portava  a Subiaco al Sacro Speco.

Aimercus, avendo fatto il percorso  più lungo, a cavallo, indica altri 17 itinera  per far si che, dopo aver superati i Pirenei,  da vari versanti, si giunga  alla metà con precisi tragitti, con specifiche tappe, e con  segnali  indicanti  la particolarità delle acque, dolci o amare, sia di fiumi che di torrenti,  di  fonti naturali e termali: vengono indicati  i luoghi,  le loro caratteristiche, i monti e si  fa una pianta  corografica di tutta la zona per indicare  il corso del rio Ulla, lungo il quale si risale fino a Compostella, al campo santo/composita tellus, dove fu deposto e composto  Giacomo dai suoi amici e parenti, dopo  almeno sette mesi, pur facendo il percorso , costa costa, atlantico, dopo il superamento delle Colonne di Ercole.

Mitica è dunque la translatio, che non poté essere di sette giorni,  in quanto il corpo con la testa tra le mani, conservato con il miele  (Cfr. La fuga  Di Erode), poteva mantenersi intatto  anche per anni.

SI sa di tale  uso  ebraico derivato dai  giudei adiabeni- cfr. la tomba della regina Elena adiabene ( in Gerusalemme), che  aveva  ordinato ai figli di portare i suoi resti in città -.

Con questo sistema,  d’altra parte, per almeno 6 mesi il corpo fu conservato   e  poi portato via, dopo la morte di Erode Agrippa, quando ci furono contrasti e lotte contro i giudei sulla costa.

La fuga e la translatio di un corpo  di uno che era stato ucciso di spada dal re  non passavano sotto silenzio: la tradizione spagnola parla di Giacomo  decollato,  che  con le mani tese, prese la testa,  caduta, tanto che, dato il rigor mortis, il corpo fu mantenuto  così – sotto miele?-.

All‘obitus di Giacomo  per la tradizione medievale segue la traslatio del  cadavere  il 30 dicembre  dello stesso anno, dopo la cerimonia del sotterramento, ad opera di aramaici, amici e parenti, spaventati   prima dalle misure repressive del monarca insediato a Gerusalemme e poi dai tafferugli successivi la morte del re a Cesarea.

Questa è la versione medievale, non certamente compatibile con la speranza di un aramaico combattente di riposare  nel suolo patrio.

Mitica, perciò, professore,  è la navigazione  sul Mediterraneo e poi lungo la costa atlantica, specie si tiene conto  di un’altra translatio, quella di una roccia su cui è il cadavere del santo-  che poi si assimila ad essa- spinta dal piede di Cristo fino in Galizia all’odierna Padron,  dove compaiono elementi adiabeni ed armeni, non propri della zona.

Certo Marco, tutto è mitico  nella storia di Giacomo Maior fusa con quella di Giacomo minore, zeloths e di armeni.!

Sappiamo che il re giudaico, anche lui inizialmente messianico, fa uccidere  molti zeloti,  partigiani, che si opponevano in quanto aramaici, alla sua politica di filoromano, – che  pur ha tolto agli ebrei, figli dell luce, le tasse  da pagare ai romani ed ha fatto riforme circa la conduzione rituale del tempio – nell’anfiteatro di Cesarea (cfr. A. F. Giudaismo romano II, L’eterno e il regno ultima parte).

Giacomo, fratello di Gesù, all’epoca , capo dell’ ecclesia  gerosolomitana  e custode del gazophulakion  templare, dovrebbe aver concordato col re  una politica di collaborazione ai fini della gestione dei fondi del Tempio con la promessa di favorire l’andamento rituale e sacrificale  templare  nel corso delle feste, momenti di grande coesione tra gli ebrei, convenuti in Gerusalemme da ogni parte dl mondo.

E’ un  grande affare  sia per il mondo giudaico che per i romani, che riscuotono al pari del Tempio le decime  dei sacrifici, senza neanche dover fare il servizio di sorveglianza, compito svolto dallo strategos  del tempio e dalle sue guardie.

Sembra che  Pietro e Giacomo maior non siano d’accordo col loro capo, fratello del Signore…

Infatti in Atti degli apostoli 12,1-4 si legge: Nel frattempo, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. Così fece perire a fil di spada  Giacomo, il fratello di Giovanni e poi accortosi di  di far cosa gradita ai giudei  volle procedere anche all’ arresto di Pietro  Erano, però in corso  le feste pasquali e quindi, fattolo arrestare  lo mise in  prigione consegnandolo a quattro picchetti di  di quattro soldati ciascuno, affinché lo vigilassero, volendo farlo comparire  dinanzi al popolo dopo la Pasqua.

Da qui la morte dell’uno e l’arresto per l’altro, da parte del Re. Ne è consapevole Giacomo il Giusto  di quanto accade?…

Non sappiamo niente se non che, morto Giacomo di Zebedeo, il suo corpo è preso da amici ed è portato con nave da Giaffa fino a Padron (Iria Flavia)  in Galizia :  è una fonte medievale,  trascurabile!?

Questa è una tradizione ispanica, che parla di una morte a Gerusalemme dopo un ritorno dalla Spagna :  sembra che  si voglia di proposito stabilire le date,  quella dell’obitus,  quella della translatio e poi quella dell’  inventio del  corpo  per santificare  il 25 luglio , il  30 dicembre  e il  6 Gennaio  per il culto di Santiago!.

Professore, anche  I veneziani credono in un ritrovamento del corpo di Marco ad Alessandria, prodigioso,  e in una translatio romanzesca  a  Venezia nel 829 , un anno prima del ritrovamento di Theodomiro del corpo di Santiago?!

Anche a Bari  c’è la leggenda di S. Nicola  e  della translatio del  suo corpo da Mira   (Turchia) da parte di marinai baresi nel 1087 ( i resti li depose Urbani II nell’altare maggiore della Cattedrale)!?

Sono translationes  mitiche anche loro, Professore?

Marco, tu sei un ottimo  ingegnere e un serio ricercatore,  meglio di me, dati  i  tuoi studi scientifici,  puoi tirare una pertinente  conclusione.

Io, oggi 25 dicembre,  ti dico, secondo consuetudine,  solo Buon Natale!?

 

 

 

Giulio Erode e la siccità

Giulio Erode, il Filelleno II. Parte

IV.libro Erode il monarca amministratore e costruttore

Premessa alla II parte di Giulio Erode, il Filelleno

Essendo passati  tanti anni dalla stesura della biografia  di Giulio Erode, Filelleno, I parte   – in tre libri  I. Antipatro, padre di Erode, II.  Erode Basileus, III. Alessandra, la suocera di Erode-, scritta  secondo  i normali criteri storico-letterari , l’autore, iniziando la II parte – non  avendo pubblicato la sua opera con una grande casa editrice, né in e.book, ma  avendola posta  solo  nel suo sito www.angelofilipponi.com  decide  di  cambiare stile   e di servirsi della forma del dialogo, in modo da centrare i vari argomenti in esame e migliorare la comunicazione dei contenuti. Perciò l’autore –il professore – dialoga con Marco Cinciripini- un ingegnere  suo ex alunno- che pone domande, intenzionato a comprendere esattamente  il pensiero di uno scrittore, che  fa ricerca  e revisione storica del periodo giulio-claudio desideroso di sintetizzare quanto appreso per comunicarlo ai suoi antichi compagni di scuola nelle loro mensili riunioni. Il dialogo è strumento che permette all’autore di argomentare, secondo metodo, e  di dare  le sue risultanze reali frutto di uno studio cinquantennale delle fonti tradotte  di Giuseppe Flavio  specificamente ( Antichità Giudaiche XIV, XV, XVI, XVII) ma anche di altri storici in relazione alla domande  che gli vengono poste da un interlocutore colto e vivace.

E’venuta fuori un’opera in tre libri suddivisa in  I. Erode il monarca  amministratore e costruttore;  II. Il “Regno” di Antipatro e l’ultimo Erode;  III. Giulio Archelao, figlio di Erode.

 

Non magnanimo, consolatium, sed misero comites habere penantes

Professore, avendo io letto Gerhard Prause (Erode il Grande, Rusconi 1981 ) insieme ai miei amici, vorrei ora approfondire  il complesso periodo di romanizzazione e di ellenizzazione del regno erodiano, dopo il 27 a C.,dal momento dell’assunzione del titolo di Augustus /Sebastos  fino all’incontro di Erode con Marco Vipsanio Agrippa a Lesbo  nel 13 a.C. e al suo ritorno in patria, prima via terra, poi via mare, da Sinope?

E’ un quindicennio molto controverso storicamente, fondamentale, comunque, per la valutazione di re Erode. Marco, è un lavoro lungo e difficile,  utile per arrivare ad una  definitiva valutazione su una basileia controversa!: bisogna  fare una  serie di giudizi, senza la critica cristiana,  circa il comportamento di Erode in vari settori, specie  agricolo-finanziario,  economico e sociale,   e  leggere la sua condotta,  in relazione alla  politica romana e a quella specifica giudaica, specie dopo la morte di Mariamne asmonea, in un clima farisaico-essenico antiromano ed antierodiano, connesso con la musar aramaica.

Il mio lavoro non è certo quello di Prause, che procede secondo una lettura ebraica di Abraham Shalit – Koenig Herodes, der Mann und sein Werk, Berlino 1969- e di  Samuel  Sandmel- Herodes.Bildnis eines Tyrannen, Stoccarda, Berlino,Colonia, Magonza 1968:  ho da tempo fatto una revisione sul giudaismo ellenistico, sul  cristianesimo  e sulla storia romano-ellenistica giulio-claudia, visibile  in tanti libri ed articoli e specie in “Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome Ioulios/iulius? ”  ed ora ti posso evidenziare solo l’atteggiamento di Erode,  civis romanus, rex socius ed amico personale di Ottaviano e di Agrippa, un basileus orientale, che segue la riforma del principato, in un tentativo di ellenizzazione popolare ebraico sul modello alessandrino, conforme a quello del circolo di Mecenate per l’Italia e per l’Occidente.

Io, Marco, vorrei partire da quel  tredicesimo anno di Regno, terribilis annus cioè anno 25 a.C., in cui il re,  ora ristabilito dal male fisico,  cerca di manovrare per avere l’amore popolare, avendo già  sicuro il favore militare, volendo tenere sotto  controllo tutto il territorio, quando ancora una legione romana stanzia  davanti  Gerusalemme, dopo che  è sfuggito da poco ad una congiura, mentre si lega, mediante un personale rapporto, con  Augusto e suo genero Marco Agrippa.

Marcare il quindicennio, tenendo presente il precedente quinquennio,  è lavoro immane, incalcolabile, quasi impossibile, se non si accetta come vera  la frase di Flavio in Guer. Giud. I,399-400: Erode, nominato Surias olhs epitropos, con exousia superiore ad ogni  altro governatore  e re orientale,  dopo Agrippa, era amato da Cesare,  dopo Cesare da Agrippa/upo men Kaisaros ephileito met’Agrippan, up’ Agrippa de metà Kaisara.

Sembra un’esagerazione! Un enunciato  di una propaganda ebraica!

Anche a G. Vitucci  (Guerra giudaica, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore,1974), che segue critici  tedeschi ed americani, sembra frase esagerata!

Eppure, davvero, per oltre un ventennio,  Erode così appare agli orientali, romanizzati ed ellenizzati! E’ l’uomo intermediario tra Ottaviano ed Agrippa nella politica interna, che ha, inoltre, una funzione methoria ( Cfr.  Methorios  www.angelofilipponi.com)  tra l’imperium romano e quello parthico.

Professore, con tutto il rispetto, anche la  sua affermazione sembra esagerata, a meno che non la dimostri e con parole e con fatti! Per capire bisogna aver chiaro anche il significato del passaggio dallo stato repubblicano a quello del principato!?

Marco,  certo.   Senza la coscienza della fine della forma repubblicana e dell’inizio del principato, del passaggio dalla forma repubblicana al  principato, non può esserci nessuna spiegazione  del sistema romano e  neppure di una sua struttura periferica, come quella giudaica, in cui convivono una pars  elitaria ellenizzata ed una pars popolare aramaica. Perciò  non so se sarò capace di una seria valutazione fattuale e concettuale, tuttavia, questo penso circa la familiarità di Erode con Augusto e con  Agrippa  e circa il ruolo svolto dal re tra l’imperator, padrone assoluto di un regno di 3.300.000 km quadrati, e il re dei re parthico,  di un  regno di 2.200.000 km.quadrati.

Marco, il fatto che Ottaviano console per la settima volta insieme a Marco Agrippa, si presenti in senato  per restituire solennemente  i propri poteri eccezionali di tribunicia potestas  e d’ imperium proconsulare maius, sottende che un civis  ha la piena coscienza di essere il soothr della patria, e che attende il riconoscimento concreto dei suoi meriti eccezionali, sovrumani, divini.

Allora,  il  conferimento del titolo di Augustus/ Sebastos determina nel mondo romano un cambio profondo di mentalità con un’implicita adesione al principato! Non esiste più  né il civis né il senatus, supremo organo dello stato, ma esiste  da una parte il suddito (cittadino e senato- tutti gli altri  aristocratici, equites , popolo in genere ) e da un’altra l’imperator che, avendo ogni potere, come  dominus/despoths assicura  universale pax/eirhnh et iustitia/dikaiousunh a tutti occidentali ed orientali! cfr Il re legge vivente e la legge re giusto.

Giuridicamente, Marco, ci sono ormai due figure: quella del subiectus/upotetagmenos   e  quella dell’imperator/autokratoor: così sancirà  di fatto con una propaganda alessandrina perfetta, 66 anni dopo, circa, Gaio Cesare Caligola Germanico ( Cfr. A ., Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale  2008), che riprende l’idea  ebraica  dell’unico pastore e del gregge umano – Filone,Vita di Mosè II – e quella omerica della necessità di un solo signore  e di un solo re (eis koiranos  estin, eis basileus Iliade, II,204)  e di un solo sovrano  e di un solo Dio  Caesar /Zeus in una distinzione netta tra chi ha il compito di comandare dispoticamente per natura   e chi ha dovere naturale di obbedire (Filone, Legatio ad Gaium 76).

Mi sembra di aver capito  che tutti, compresi i senatori che fanno finta di essere pares davanti al princeps, sono clienti ed uno solo è il padrone!.

Si.  hai capito! Marco. Tutti i cives sono sudditi indistintamente  e c’è un solo sovrano, Theos e nomos empsuchos. Gli  avversari politici antoniani stessi, vinti, come anche il re giudaico, si fanno promotori di una investitura divina, avendo  sperimentato la  basileia orientale con Antonio e Cleopatra: non ti sorprenda se Manuzio Planco (Svetonio, Augusto, 7) è quello che per primo lo saluta come Augustus/sebastos! Gli altri patres  respingono la richiesta  di Ottaviano, di ritirarsi a vita  privata, come Cornelio Silla,  e dicono che non vogliono esser abbandonati ora da  chi è loro soother autorizzando così il culto dell’ eroe, figlio del Divo Giulio Cesare, uomo di stirpe Divina – riconoscendolo princeps,  che ora vale non più primus inter pares, ma  dominus/despoths, del senato!. Ottaviano, pur fingendo di   ripristinare il sistema repubblicano, sebbene abbia il  diritto militare del più forte, fa apparentemente  trionfare la legittimità senatoria  e con essa  sembra riportare pax e lex nel mondo romano, dopo le guerre civili, ma è imperator/autokratoor, sovrano assoluto.

E’ questa la pax augusta  tanto celebrata dai circoli letterari, un equivoco, sotto cui si maschera lo scaltro attore Ottaviano che risulta normale civis, che, comunque, determina e condiziona il  legittimo funzionamento delle strutture repubblicane  ormai svuotate di potere! 

Marco, E’ solo una grande propaganda che  viene fatta per tutto il periodo  di regno della famiglia giulio-claudia da un’équipe alessandrina in lingua greca,  poi coadiuvata da elementi italici in lingua latina!. In effetti la pax dura ben poco, perché Augusto fa poi la spedizione cantabrica e i suoi legati sono ancora in armi in Retia in Pannonia  e in Germania, mentre le opposizioni  si susseguono  numerose con congiure a Roma e in Occidente.

In Oriente, il clima di pace è più evidente, considerata l’amministrazione delle province, scattata quasi automaticamente, subito dopo Azio, senza un ulteriore intervento senatorio, con un avvicendamento normale di ripristino  o di conferma come accade ad Erode, anche se antoniano, ma  eletto re anche da Ottaviano nel 40 a.C:,con nomina senatoria.

In questa situazione  di generale pacificazione,  Erode può aumentare di potere  tanto da assumere un’auctoritas come terzo uomo dello Stato romano  in breve tempo,  quando Roma è  continuamente turbata da congiure antitiranniche: essendo un fedele propagatore del pensiero augustoproclama la pace universale  in una volontà di ripristinare giustizia ed ordine, dopo la fine di Cleopatra,  nella sua giurisdizione.

Professore  sembra che lei sottenda quasi un triumvirato che in effetti è una diarchia decennale Augusto/Agrippa  dominante su Occidente  ed Oriente, con l’aggiunta di Erode terzo uomo dell’impero romano orientale, almeno per circa un ventennio?

Non sbagli, Marco.

Ritengo  che dal 27  fino al 12 morte di Agrippa, a marzo,  in Campania,  l’ effettivo comando  sia in mano di Augusto che, però, specie nel periodo della  malattia demandi il potere prima al  designato successore  Claudio Marcello e poi, alla sua morte, a Marco Vipsanio Agrippa, mentre Erode  si stabilizza come basileus  filoromano in Giudea per divenire poi, dopo la designazione a successore dell’amico- che ha l’imperium proconsulare maius orientale, destinato ad avere anche la Tribunicia potestas–  il primo referente dell’Oriente.

So che in Giudea  il re – come i governatori nelle Province di nomina imperiale  e senatoria-  assicura un clima pacifico   e sicurezza nelle vie  romane, nei mari, proteggendo il commercio punendo i trasgressori che turbano il kosmos romano, ora regolato da precise leggi,  facendo valere i diritti giudaici, contestati,  di fronte all’elemento greco, invidioso.

Erode assume, allora, una specifica funzione? Quale?

Erode, in quanto re dei giudei  ellenisti – che sono una comunità elitaria, avente una propria autonomia già,  connessi coi protoi greci concittadini, numerosi nelle grandi città, specie quelle portuali come Alessandria, Efeso,  Antiochia, Cirene,  dominano nel sistema emporico  perché potenti come trapezitai e nauarchoi, ben  guidati dall’alabarca di Egitto, di norma anche etnarca – diventa il rappresentante  di questa classe  mercantilistica aperta alla conquista dei mercati non solo  Parthici ed arabi, ma anche di quelli di  India e  di Seria, tramite la via  del Mar Eritreo e la Via regia persiana.

Per  Erode, giudeo ellenista,  essere methorios è uno status conclamato di interposizione e  di mediazione economico-finanziaria, che sottende una funzione intermedia  già svolta dal giudaismo ellenistico alessandrino  oniade tra Antonio – Cleopatra  e  il regno arsacide e, precedentemente, tra i Lagidi e i seleucidi.

Quindi, professore, secondo lei, Erode, congiunto col sacerdozio oniade e sadduceo, per conto dei romani, svolge un ruolo di congiunzione tra i due grandi imperi per quasi un ventennio, avendo come sudditi  anche i giudei aramaici, con cui già è venuto a patti ?

Marco, così mi sembra!.

Il re giudaico ha cultura  romano-ellenistica e cultura aramaica, conosce greco e latino, ma anche aramaico! E‘l’ago della bilancia, in Oriente, non solo in senso politico e sociale, soprattutto in senso economico-finanziario- quando specialmente collega il gazophulahion templare gerosolomitano con quello leontinopolitano oniade alessandrino, centro bancario mediterraneo-.

Roma, infatti, può assicurare, tramite Erode, non solo  alla regione giudaica, ma anche  a tutta l’area asiatica  e siriana fino al confine eufrasico, compresa la Macedonia, stabilità e pace, stabilizzando,  con decreti filoebraici, nei territori di residenza, i ricchi giudei della diaspora!

L’ organizzazione di un sistema comune,  unificato  già dalla concezione macedonica  seleucide e lagide della basileia e dalla koinh dialektos  e  dalla cultura greca, diventa un organismo funzionale anche amministrativo, secondo la volontà di Augusto, applicata  da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato  dal re di Iudaea –  con l’amico, per quasi un decennio e senza  di lui, per quasi tutto il precedente decennio-.

Tale valore dell’opera erodiana è rilevabile nell’azione costruttiva di Erode nel suo regno ed anche fuori della sua patria, in quanto il re, come gli ebrei ellenisti,  è cittadino romano e quindi kosmopoliths, partecipe del Kosmos imperiale!

Erode, costruttore e  philhllhn, non resta solo entro i confini patri, ma svolge la sua  opera  kata philanthroopian kai euerghsian, in modo universale, tanto da apparire sovrano più benefico agli altri popoli che al suo popolo, controverso e contraddittorio nella sua affidabilità romana.

Erode raggiunge davvero il culmine della prosperità /eudaimonia innalzando l’animo a mete più alte, rivolgendo la sua magnanimità/megalonoia, anche in costruzioni pubbliche,  specialmente ad opere di pietà /eis eusebeian – Ant. Giud.XV- XVI – e dentro e fuori del suo Regno.

Lei, professore, parlando specificamente, quindi,  di una siccità continuata /auchmoi dihnekeis in Giudea,  di una carestia – a cui succede una forma di peste loimos,-  vuole dimostrare, da una parte, che  il superamento della  crisi economico-finanziaria, sorta da un fenomeno naturale, avviene perché la Iudaea,  pars dell’imperium, grazie al suo re,  ha il contributo  di tutto il sistema romano orientale, che rivitalizza la cellula temporaneamente malata, sofferente, e, da un ‘altra, riattiva la funzionalità del macrosistema col beneficare  una struttura periferica. Vuole, quindi, mostrarci come Erode,  ellenizzando il suo popolo,  di base aramaico, agricolo, operaio, pur con una componente elitaria sadducea già filoromana, è assertore e propagatore del principato augusteo?

Si. E’ questo il mio intento.

Vorrei informare dettagliatamente sulla condizione dell’imperium romano, a seguito dell’accettazione del principato augusteo  da parte del senato e del popolo nel 27a.C e su quella  del regno di un re socius, come Erode, che è un fedele esecutore della volontà imperiale.

Lei intende mostrarci un cambio di politica e di mentalità da parte del re, che,  partendo da un fenomeno, che  terrorizza la popolazione,  evidenzia il progetto innovativo  filoellenico, già avviato, conformemente alla volontà imperiale,  che oppone la paideia alla musar, la scienza /episthme alla religio, la civiltà alla barbarie?. Insomma  lei vuole mostrare a me e ai miei ex compagni di liceo, suoi vecchi discepoli, la vera funzione di Erode nell’impero romano, come quella di un propagatore culturale orientale, già abituato al culto del  basileus /nomos empsuchos, disposto alla divinizzazione della sovranità di Roma e dell’autokratoor, nonostante la tipicità del suo popolo e aramaico ed ellenistico  che, comunque, proclama ogni giorno il suo Shemà, cioè, di aver un solo Dio e Padrone, secondo la tradizione patria e la legge mosaica!.

Professore, per lei, quindi, Erode anticipa perfino il programma  culturale di  Mecenate, avendo già una propria formazione ellenistica, tipica di un civis alexandrinus?

Certo Marco, prima di  Virgilio, di Orazio  e di Tito Livio,  Erode  dà il suo contributo alla propaganda del principato augusteo, su base divina in Oriente con le sue costruzioni, con il suo filellenismo e con la  celebrazione  della  maestà divina di Ottaviano, nikeths, imposta anche ai suoi sudditi  farisei, feroci conservatori della legge patria.

Seguimi bene e rileggiti l’articolo su Giulio Erode  e parenti, su Giulio Filone e Giulio Alessandro Alabarca in modo da capire come la stessa monumentale operosità costruttiva e il sistema emporico -trapezitario  siano segno di una neoteropoiia  progressistica e di un’ektheosis, come espressione  precaligoliana, di una superiorità culturale romano-ellenistica, di stampo alessandrino, tipica dell’amecsia ebraica filoaugustea, capace contraddittoriamente di servire due padroni, Dio e l’imperatore sebastos/augustus!.

Erode, come idumeo-nabateo, che ha ha avuto l”eredità fondiaria del padre e della  madre,  oltre che quella asmonea,  dopo la morte di Antigono e dopo quella di Alessandra,  è un grande latifondista,  il maggiore  della Giudea, più del Tempio,  avendo  avuto immensi  territori  personali da Augusto nel 23 a.C. , ad oriente del lago di Tiberiade  (Auranitide, Batanea e Traconitide) oltre al feudo familiare di  Idumea, oltre  a  Samaria,  Galilea e Perea,  avute in precedenza dai romani, per cui  vaste zone della vallata del Giordano e nella pianura di Gerico, dopo la fine di Cleopatra  sono  come ville regie di vaste dimensioni,  con amministratori forse latini di formazione, anche se dioichetai ellenistici.

Il re fa una politica agricola,  regnando su un popolo di  sacerdoti, -anche loro  latifondisti, che hanno rendite da feudi templari sparsi nel territorio – e pur non essendo ebreo – è rispettoso, comunque,  come  idioths  eusebhs della torah, essendosi volutamente conformato per la regalità alla tradizione asmonea, anche se  ligio al culto della dea Roma e dell’autokratoor sebastos.

Insomma Erode, come ogni altro re orientale, deve adeguarsi per integrare  perfettamente il suo popolo  con  le popolazioni dell’impero romano, imitando la  peculiarità giudaico-alessandrina e quella stessa sadducea templare gerosolomitana, già ellenizzata da oltre un secolo, seguendo  l’esempio di suo padre Antipatro, un governatore asmoneo, seguace del divino Cesare.

Il  disegno  erodiano statuario e numismatico, architettonico in genere,  sottende la necessità, da parte popolare,  di una rinuncia temporanea morale alla propria elezione e,  da parte sua,  il dovere della celebrazione del divi Caesaris filius: il popolo ebraico, il popolo eletto, sacerdotale,  secondo le promesse divine, deve prendere atto che contingentemente il suo Dio impone la sofferenza  al proprio figlio, un momento di dolorosa attesa,una prova/peira da sopportare,  mentre favorisce- pur rimanendo pathr, che applica la  sua  oikonomia storica – un  filius adottivo, il popolo romano, insignito con l’impero universale /katolikos,  col suo autokratoor, che è sothr e euergeths  e  degno di essere venerato!.

Erode come Virgilio (Cfr.Eneide VI,784),  quindi, celebra la pax con l’imperium, l’Italia come Magna Mater,  Augusto come Ercole  e Bacco (802),  Roma imperiale  nella sua triade capitolina  e  il suo compito  di parcere subiectos, debellare superbos (853).

Pensa, Marco, che in una  ex villa di Getty, in Inghilterra, è stato trovato  da un fortunato giardiniere un busto di Ottaviano del I secolo  con la testa di leone,  tipica di Heraklhs  – Alexandros,(forse rappresenta un Caligola Neos Sebastos!) e che, quindi, il culto dell’ eroe  Cesare augustus/sebastos, sempre vincitore,   è attestato in terra druidica perfino !?

Professore, secondo lei, Ottaviano  si propaganda con Didimo Areio e con gli altri retori  ed  artisti alessandrini in tutto il mondo! La politica di Erode, perciò, è connessa totalmente con quella di Ottaviano che  riforma il sistema agricolo sistemando adeguatamente i milites,  reduci,  con assegnazione di terre  e, dopo il triplice trionfo, avvia un processo di modernizzazione del foro e della città, che si trasforma in urbs marmorea rispetto a quella repubblicanalatericia, facendo un grande lavoro di risistemazione templare in Roma e  in Italia-specie nelle ville  campane- ed  anche nelle province occidentali.  attuando un’imponente opera di  costruzione  col suo Mausoleo, con  l’Ara pacis, l”Orologio e  col Pantheon?.

Allora, per lei, Erode,  un capo idumeo-nabateo, civis  ed iulius, è vir romanus  dentro il suo animo,  meglio è  un romanus alexandrinus, poliglotta, che costituisce  perfino un modello di regalità  da  imitare per i viri civiles romani quiritari e che crea modelli di statuaria,  utili/chrestoi per l’Occidente attardato, militaristico?!

Marco, Erode, conoscendo perfettamente il greco, in quanto ha cultura alessandrina, scientifica,  conosce bene anche il latino, essendo stato  da giovane  amico di Valerio Messalla e di Asinio Pollione, all’epoca del loro servitium presso Marco Antonio, di cui conosce  i suoi legati, Ventidio Basso, Sossio, Canidio Crasso, presso i quali è interprete e coi Parthi e con basileis ellenistici.

Lei, quindi, dà per certo che la formazione linguistica  di Erode è poliglotta come quella di Cleopatra e di Mariamne e di Alessandra? Ne sono convinto, Marco,   tanto che ti aggiungo che  Erode ha lasciato le sue Upomnhmata/Memorie in greco, palesi in alcuni libri  di Antichità giudaiche. Ti preciso che non può non conoscere bene il latino, anche se  è uomo  di lingua aramaica! Grazie a questa triplice conoscenza, ha piena coscienza della cultura romano-ellenistica in quanto  è un perfetto methorios tra  l’impero romano e quello parthico, non solo come dioikhths amministratore e come trapezita ma anche come  politico, essendo uomo indispensabile tra  l’impero romano e quello di Parthia! Ed Augusto (come i romani  tutti !)  è conscio che Erode ha un piccolo regno  rispetto ai servizi prestati/ paresth pollooi  baruteran  Herodhi perieinai basileian pros  a pareskhen!

Lei, professore,  quindi, aggiunge alla componente economico -finanziaria alessandrina, ora,  un’altra, quella  culturale, tipica degli erodiani giuli  (Ha presente la  figura di romanizzato ed ellenizzato di suo figlio Alessandro  o di Antipatro figlio di Salome, o di Erode  Antipa e ancora di più di  Erode Agrippa I, tutti uomini educati a Roma !), propria di un intermediario con volontà conciliatoria tra due civiltà?.

Marco, questo ho capito con sicurezza, studiando  e traducendo gli autori giudaici, intrisi di messianesimo aramaico ed ho potuto rilevare anche la componente militaristica ed imperialistica in Erode, figlio del militare idumeo Antipatro e della nabatea Cipro: essere un perfetto cavaliere e arciere  è l’ideale  per un principe idumeo nabateo! la formazione militare è la base per la carriera politica: senza di essa non esiste il vir civilis/o politikos! Erode e poi suo figlio Alessandro sono  esemplari prototipi della razza!

Seguiti, professore, e faccia luce nei nostri pregiudizi cristiano-cattolici.

Erode, dunque,  è grato, infinitamente grato alla domus Giulia, riconoscente a Roma e a Cesare, come suo padre Antipatro: Roma è tutto/pan  per lui: vita, potere e familia;  essere vinculum tra  Ottaviano e d Agrippa  è un onore non pagabile, dato l’immenso debito verso l’euergeths e soothr: la sua fedeltà/fides è quella di un servo devotissimo per il proprio padrone, quella di un cane per  chi lo nutre,  quella di un fidus,- fidissimus omnium!-,  per il suo Theos, il cui culto è il più venerato, più di quanto possa temere ed amare Jhwh  il più giusto e pio  dei farisei ( esseni o  terapeuti), essendo disposto a morire per testimoniare con la vita il suo servitium.

Le costruzioni di città  e di templi per Ottaviano sono testimonianza  di un tale amore  devoto  per il Sebastos, datore di vita e di potere!

E’  un vir che riconosce  i meriti della domus giulia, li scrive chiaramente con lettere  di pietra nelle sue costruzioni, proclamando al mondo la  sua funzione di intermediario tra i due imperi, col suo tentativo di integrare nel mondo  ellenizzato,  alessandrino, il suo popolo, in una esaltazione del suo filoellenismo e della sua  fedeltà a Roma e  all’imperatore, datori unici di  vita e potere, come familiare giulio e come partecipe al dominio del mondo, fiero della propria romanitas,  che assicura- dopo la violenza della vittoria/nike-  la pax/eirhnh e lex/nomos per il progresso dell’ uomo, avendola imposta  perfino alla Parthia  aramaica e al re dei re Fraate.

Erode sente la propria stessa amicizia familiare, come funzione intermediaria, come ulteriore vincolo tra  Ottaviano ed Agrippa, proponendosi come diallakths / pacificatore perfino nel periodo  che precede la morte di Claudio Marcello, quando Marco Agrippa è incerto nella sua  azione politica, data la predilezione dell’imperatore per il nipote, figlio di Ottavia, destinato alla successione, specie nei momenti di panico giulio universale di fronte alla malattia mortale di Ottaviano  Cfr. Il medico di Augusto!

Dunque, Erode costruttore  esprime la sua perfetta adesione al principato augusteo: le sue costruzioni sono un segno della cultura  ebraico-romana di un un re, fiero di essere fedele al suo Dio ebraico e al Dio romano, al di là della lacerazione spirituale personale e alla sottesa ed implicita contraddizione?

Marco, nel clima propagandistico del culto di Augusto, Erode  avendo già  cambiato il suo personale sistema di vita, si allinea alla norme della  celebrazione postaziaca  del mito augusto  con una serie di costruzioni monumentali, nella celebrazione della divinità augusta, accettata da tutte le popolazioni orientali, ad eccezione di  alcuni  gruppi aramaici, che, comunque, sanno rilevare ormai i benefici di tale azione  regia,  in quanto artigiani, agricoltori ed  operai, coinvolti nel disegno erodiano di progresso e di integrazione (cfr. www.angelofilipponi.com Erode philhllhn).

Ora capisco professore il significato della riforma italica agricola  di Erode e il suo lavoro sui qainiti e il loro contributo nell’edificare-  sebbene questi abbiano timori  nel  constatare l’immensità del lavoro-    preoccupati ed ansiosi  sulla retribuzione  e sulla possibile fine del rapporto lavorativo, in caso di interruzione, per mancanza di fondi.

Le opere erodiane sono sempre proprie di un signore megalomane che, però,  porta a  conclusione ogni monumento, avendo fatto bene i conti preventivi  con i suoi dioichetai, che assicurano la copertura delle trapezai, fino al telos: Erode è accusato di essere uomo di menzogna, ma non  per inadempienza negli affari finanziari o nelle costruzioni, come ente pagatore  dei qainiti.

Lei, professore, sta parlando di operai, fabbri, carpentieri, muratori, mastri, architetti  che con famiglia vivono  accampati  là dove svolgono il loro lavoro di costruzione, secondo il contratto col  datore di lavoro ed anche di stipendiati giornalieri  in aziende agricole di villae,  gestite secondo il sistema romano latifondistico?

Si Marco.

Anzi voglio  mostrare un Erode, come imprenditore capace di investire anche commercialmente  con la vendita, specie  di balsamo e di sale, di pescato  e di bitume e  perfino come operatore turistico  abile a  richiamare amici e  malati  perfino sulle acque  termali di Wadi Zarqa ma’in/Calliroe, mediante propaganda!.

E ti aggiungo  che tra i teknitai /tektones/ architektones  ci dovrebbero essere il nonno Giacomo e il  padre Giuseppe del nostro Gesù, che lavorano con una qualche qualifica e si spostano  in relazione all’offerta: questo ho detto circa 40 anni fa e questo ancora ribadisco, rivendicando questa piccolissima scoperta su Gesù artigiano, di cui molti, compreso Augias -Filoramo-Il grande romanzo dei Vangeli, oggi parlano-  cfr. L’eterno e il Regno, opera finita di scrivere nel 1999-!

Quindi, professore, gli agricoltori e gli operai che lavorano nelle costruzioni erodiane  cominciano ad avere la  stessa ideologia del  loro sovrano, specie dopo la carestia e le forme di pestilenza, in quanto hanno fiducia nel loro sovrano,  che dà la sicurezza  del pagamento, nonostante le loro accuse  pesanti  contro Erode, sacrilego, ritenuto  elemento non conforme alla Legge, punito da Dio, per la sua empietà.

Veniamo ai fatti e smettiamo di parlare, altrimenti facciamo come  fa il giornalista – storico Prause e come fanno tanti altri  studiosi!

Marco, il tredicesimo anno di regno diventa, per me, l’anno della svolta  per il popolo  che,  dopo un doloroso biennio, sembra interagire positivamente con la volontà riformistica  del  proprio re, innovatore: operai ed agricoltori sono i primi a seguire la nuova impostazione erodiana, avendone constatato, già, la sua affidabile  retribuzione, anche negli anni precedenti.

Infatti, Flavio, Ant. giud. XV, 299- 304, scrive: Nell’anno tredicesimo del regno di Erode  si verificarono nella provincia molte calamità o per divino  castigo o per avvenimenti  casuali. Dapprima la terra, serrata, non fruttificava regolarmente  e i cittadini per la carestia di grano erano presi da mortale malattia. Questi, oppressi da vari mali,  continuamente, per la scarsezza di cibo, cambiarono il modo di vivere ed  erano consunti per lo più da sofferenza pestifera/pathos loimikòn. E la malattia di quelli che così morivano, privi di sostentamento, perché, essendo i frutti della terra corrotti e  vuoti i granai, non  dava altra speranza di aiuto, se non il morire a causa della diffusione del male. Non durò solo quell’anno, ed anche l’anno successivo non ci fu raccolto perché i semi erano stati  consumati: comunque, la necessità e il bisogno erano causa di molte invenzioniAnche il re era non meno afflitto del popolo dalla malattia pestifera/thn loimoodh noson, poiché non poteva riscuotere i dazi che prendeva dalla terra ed aveva consumato i tesori con le grandi costruzioni delle città e non sapeva da dove prelevarli.

Dunque, Marco,  nel 25 a.C., Erode  si trova in una difficile situazione economica,  a causa di un fenomeno di siccità imprevedibile  e  viene accusato maggiormente dal popolo, che segue la predicazione  farisaico-essenica  di essere uomo di menzogna e di essere philellhn, cioè di essere collegato con la politica augustea,  basata sulla divinizzazione del sovrano autokratoor: non ha neanche più denaro per le costruzioni, che lo hanno dissanguato e sembra che non possa attingere alla cassa del gazaphulakion del Tempio per l’opposizione  dei  sacerdoti,  che concordano con le profezie farisaiche, in una condanna del regno  di Erode, colpevole del fenomeno della carestia.

Erode, in tale situazione, essendo  in attesa dei finanziamenti delle trapezai  oniadi alessandrine,  non agisce contro il popolo e i teknitai, che pur protestano, essendo sobillati,  ed inventa la sua politica, dimostrando di essere un soggetto entusiasta e  creativo.

Professore, dunque,  Erode, anche se  sorpreso dalla calamità naturale e dalla lentezza della burocrazia trapezitaria  alessandrina e, pur non potendo  prelevare  denaro dal Tempio, mantiene aperti, comunque, i cantieri e seguita nella sua attività agricola?

Certo. E’ una grande impresa  quella del re, che insiste nel suo piano di riforma, nonostante il phobos popolare davanti ai mortali  fenomeni naturali: Erode,  pur ritardando le paghe agli operai, facendo pagare, forse, i dioichetai ogni tre mesi – invece che ogni mese  o giornalmente – nel suo principale cantiere  a Cesarea  – dove si lavorava dall’anno 30 a.C. ininterrottamente per anni, e perfino a Gerusalemme dove, finito il palazzo del Cesareo ed iniziato l’Agrippeo, sta costruendo  l’Anfiteatro- forse con strutture portanti  in muratura, alternate con altre  lignee- mentre sembra che faccia tutto in muratura il teatro  gerosolomitano, avendo già iniziato i lavori di demolizione della  fortezza Baris,  destinata ad essere la fortezza Antonia sopra il tempio, avendo già l’idea di  una  vasta ristrutturazione di tutta l’area templare di circa 14 ettari.

E’ un piano di  ristrutturazione cittadina, a cui certamente concorre la finanza alessandrina, che coopera con pubblichi edifici  con alberghi/ xenodochia per pellegrini,  con costruzioni di case, di alloggi nella città nuova, con l’offerta anche di terreni circonvicini  per i cimiteri, e con sovvenzioni al tempio o per rifiniture templari: Gerusalemme anche  ha bisogno di un considerevole numero di qainiti– forse distaccati dal gruppo  più grande di Cesarea o  operai specificamente giudaici aramaici locali o  stanziati in cantieri-accampamenti, fuori città!.

Marco,  Erode è  ora veramente un saggio amministratore  che non  interrompe i lavori e non cessa la sua politica di favore e di sostegno dell’elemento popolare: il re ricorre al proprio patrimonio e fa fondere non solo gli oggetti  d’oro e d’argento ma anche quelli preziosi, artistici: è un politico accorto che mantiene la sua pianificata organizzazione economico-finanziaria  e il suo progetto di integrazione sociale anche di fronte alle calamità naturali. Anzi  da queste trae una forza maggiore per la realizzazione completa  della sua  politica,  convinto come politico  di saper tradurre in atto i  sogni del popolo  secondo l’etica di Joseph, il vizir dell’Egitto Cfr. A Filipponi, Giuseppe  o il Politico, De Ioseph  Ebook 2013 e cfr.Angelo e Mirko  Filipponi, Vita di Giuseppe, E book 2015.

Flavio scrive-ibidem 305-310- : Frattanto, deliberando di dare aiuto in tempo,  ed essendo difficile perché i vicini non avevano da mandare viveri in quanto anch’ essi avevano sofferto in pari modo  e mancavano di denari, stabilì, allora, di non mancare di aiuto e ruppe i vasi regi d’oro e d’argento e li fuse senza aver riguardo alla  raffinatezza dell’arte, che li rendeva ancor più  preziosi.

Dunque, professore, Erode è sollecito e premuroso  verso il suo popolo ed abile nell’amministrazione?

Erode, come militare, ha sempre dovuto  provvedere al suo esercito e alle popolazioni da lui controllate, da quando era giovanissimo epimelhths della Galilea, ben guidato dal padre ed ammaestrato dall’esempio di uomini come Sesto Giulio Cesare,  il cesarida Cassio,  specie gli accorti legati di Antonio, più dello stesso triumviro, ed infine  dall’insuperabile argentarius Ottaviano. La sua amministrazione/dioikhsis,  inoltre,  è quella della tradizione arcaica giudaica, già applicata dagli oniadi alessandrini perfino nel sistema bancario, abilitati nel loro lavoro di esattori fiscali.

Marco, non solo, quindi, Erode, è un abile  realizzatore in quanto sa ponderare, prima di agire, ogni possibile fenomeno avverso, tanto da apparire fortunato, data la sua previdenza  e cautela, nonostante l’entusiasmo creativo, ma sa all’occorrenza  privarsi  perfino  dei suoi averi personali – come già aveva fatto per salvare il Tempio dagli avidi soldati di Sossio-!

E fatto questo,  contatta Gaio  Petronio, governatore di Egitto, suo amico, successore di Elio Gallo – che aveva condotto una sfortunata spedizione,contro l’Arabia Felix, e  dopo iniziali vittorie,  nel ritornare in Egitto,  attraverso il deserto arabico, perdeva gran parte dell’esercito (decimato da malattie e da fame), composto di 10.000 milites  e da altrettanti auxilia (tra cui 500 giudei e 1000 nabatei inviati da Erode e da Obedas sotto il comando dell’infido Silleo, poi accusato di tradimento)  che,  a stento,  riportava a Berenice/odierna Hurghada, sul suolo Egizio,  grazie alla  flotta di 80 navi, i superstiti  militari e le 130 navi onerarie, stranamente mai sbarcate per i rifornimenti!.

Gaio Petronio si rende disponibile, di fronte alle richieste,  anche se ancora impegnato a  respingere l’invasione della regina etiope Candace, che, saputo del piano di attacco di Augusto, lo aveva prevenuto,  invadendo la  Nubia ed  era penetrata nell’interno dell’Egitto, conquistando Siene, File ed Elefantina. La regina, infine, è sconfitta  da  Petronio, che, riconquistata la zona, penetra nel territorio nemico,  marcia verso Napata e la conquista, facendo molti prigionieri, inviati ad Augusto in Spagna, dopo aver lasciato in Etiopia presidi (Cfr. Dione Cassio, St Rom. LIII.29 e Strabone  Frag. XVI, 5,1).

Avuta la risposta affermativa da Petronio, Erode, tiene sereno il popolo, pur provato dalla carestia e dalle malattie. Ricevuto dal governatore egizio frumento in quantità, pagato anche in anticipo  dalle banche alessandrine e con questo, portato da navi onerarie a Cesarea Marittima – forse quelle stesse 130 navi  che dovevano rifornire i soldati nella spedizione contro l’Arabia Felix?! -sfama il suo popolo,  la  Siria  e le città vicine, tanto che Ottaviano, appena  guarito dalla malattia grazie ad Antonio Musa,  gli regala le regioni ad oriente del lago Genezareth, come ricompensa della sua azione  a favore delle popolazioni, avendo approvato anche il  suo decreto di riduzione di un terzo delle tasse, nonostante il perdurare della carestia.

Quindi, Erode non solo aiuta il suo popolo, ma si rende  utile per le altre nazioni, divenendo  per i romani un punto fermo nella loro politica orientale?!

Si. Marco, hai compreso bene!

Dal 23 a.C. fino al 13  a.C. Erode è centrale  nella politica romana orientale, specie quando Ottaviano inizia le operazioni antiparthiche, incerto, però, circa il problema  di meglio l’uovo oggi o la gallina domani.

Svetonio applica ad Augusto ex argentarius  l’esempio del pescatore  – che va a pesca con un amo d’oro, la cui perdita non può essere  compensata da nessuna preda – che  è  l’emblema  di chi corre dietro ad un piccolo vantaggio, affrontando un grande rischio: ad un dux prudens, perciò, non vale la pena  attaccare  la Parthia  perché  il rischio è grande il kerdos scarso ! cfr. Festina lente /speude bradeoos www.angelofilipponi.com.

Ricordo, professore, che lei  diceva che Ottaviano ragionava, all’epoca, come i suoi trapezitai  alessandrini,  divenuti, dopo la conquista di Alessandria,  suoi epitropoi,  gestori del fisco imperiale! Loro che erano i datori di lavoro dei suoi antenati Ottavi, nummularii, sapevano quello che dicevano ed erano fedeli dipendenti!.

Certo, Marco.

Erode, come gli epitropoi alessandrini,  dissuade l’imperatore dall’impresa parthica, invitandolo piuttosto ad azioni diplomatiche senza tentare l’impresa  armata,  data la  grandezza del regno di Fraate e le connessioni  non solo dei giudei,  ma anche di  tutte le popolazioni transeufrasiche  di lingua, cultura e parentela aramaica. Di questo sicuramente parla Erode con Augusto, che visita la Siria  nel 21-20, diciassettesimo  anno del suo regno, e che punisce gli abitanti di Gadara, che accusano di violenza, di razzia e di distruzione di templi  il suo re socio,  pur famoso come inesorabile verso quelli del suo popolo che sbagliavano, ma come il più magnanimo  verso i forestieri – Ant. Giudaiche,XV, 356 -.

Augusto nell’occasione punisce Zenodoro, un infido amministratore  (Ant giud.XV, 359-360), mentre Tiberio, legatus ventunenne,  procedendo dalla via balcanica, lungo l’Istro   porta le truppe in Armenia,  col mandato di deporre il re  Artaxias II e di dare il trono a Tigrane III.

I parthi, allora, impauriti dalla congiunzione di eserciti romani   accettano  le condizioni di Augusto: riconsegnare  le insegne romane prese a  Crasso e ad Antonio; dare ostaggi  ed iniziare un periodo di generale  distensione e pacificazione tra i due grandi regni,  tra l’imperatore e il re dei re, Fraate.( Cfr.  Svetonio, Augusto, 21,43).  Erode,  dopo questa pacificazione – di cui non sappiamo l’entità  esatta del suo contributo-   chiude un quinquennio  fortunato  non solo per i rapporti coi romani, migliorati dopo l’aiuto di Petronio,  ma anche col suo popolo aramaico e coi farisei, nonostante le continue loro contestazioni, a causa dei cambio di costumi  della tradizione  patria.

 Flavio scrive: Egli mandava denarii in Egitto a Petronio, postovi da Cesare come governatore. Non pochi avevano fatto ricorso a lui per gli stessi bisogni, ma lui, essendo amico di Erode che desiderava salvare i suoi sudditi, diede a loro la precedenza nell’ esportazione di grano dall’Egitto e li favorì in tutto e nell’ acquisto e nel trasporto con navi, tanto che la maggior parte, se non la totalità  dell’aiuto venne da lui.

Dunque, Erode salva il suo popolo dalla carestia e  favorisce la ripresa economica, nonostante il seguito di pestilenze  ed altre calamità,  avendone riconoscimenti  per i suoi reali meriti, ed ottenendo onori tanto che Flavio – Antichità Giudaiche, XV, 361 -proprio in questo periodo  parla del suo rapporto di familiarità e di amicizia con Augusto ed Agrippa. Aggiungo che Erode è franco nel parlare /parrhsiasths  tanto  familiarmente con l’imperatore che, prima di riaccompagnarlo al porto di  Cesarea,  chiede (e la ottiene) anche per il fratello Ferora una tetrarchia, costituita con parti dei territori di Zenodoro  – Ibidem -.

E’ un periodo  fortunato per il re e Flavio afferma: Erode, portato il grano non solo mutò l’animo di quelli che lo sdegnavano  ma fece manifesto il suo favore e patronato verso tutti: infatti, diede loro quanto grano serviva per fare pane ed inoltre essendovi molti che per vecchiaia o altra infermità non potevano prepararsi  il pane, egli provvide inviando  i fornai a fare il  pane o a  darlo già confezionato.

Questo fa Erode?!

Flavio aggiunge: si prese anche il pensiero che non svernassero col pericolo, avendo visto che erano mal vestiti a causa delle morti e  dell’abbandono delle  greggi, non avendo più lane da usare e cose di tal genere.

Professore,  E’ probabile, allora,  che la sua azione caritativa  sia stata simile  anche per i cantieri  aperti, se il re  provvede anche  alla Siria e alle città vicine,  bisognose di semi  per fare la semina?

Certo. Marco  La sua  disponibilità amministrativa  fa propendere in questo senso, secondo un coordinamento, voluto dall’imperatore stesso.

In conclusione, Erode, secondo Flavio,  assolve al suo compito di epitropos, avendone vantaggi economici e benefici e per la sua gente e per i popoli dell’imperium romano, grazie alla sua perfetta integrazione nel sistema universale romano e alla personale sua amicizia con l’imperatore.

A mio parere, Marco, Erode applica il metodo  Ioseph,  poi evidenziato da Filone, nella sua opera De Ioseph.

In che consiste? professore.

Giuseppe, figlio di Giacobbe, spiegato il sogno delle 7 vacche grasse e magre, ha l’incarico dal faraone di amministrare l’Egitto e il suo impero asiatico connesso e congiunto omogeneamente, come viceré, dopo aver mostrato l’aggiunta del signore, che risulta un piano di prevenzione nel periodo delle buone annate e di raccolta decentrata, in modo da accumulare il massimo possibile, senza  dispersione, per una successiva opportuna distribuzione, a seconda del reale  bisogno interno  e in relazione alla richiesta di commercio con popoli sottomessi, divenuti parte integrante dell’Egitto, e di altre nazioni.

Per lei, professore, non è, quindi, un semplice atto di provvidenza e di carità,  fatta da un re filoromano, come Erode, ma è una pianificata operazione universale augustea, a cui il re giudaico è conformato, come esecuzione di un ordine superiore divino!   E’ quella stessa economia, propagandata da Amartya Sen?

Marco, forse!. Io non sono un economista, sono un letterato,  non capace di leggere un grande come Amartya Sen! Posso solo dire che Erode, in linea con il senato e  Augusto, risuddivide ogni eccedenza  e costituisce una forza lavoratrice operaia permanente  per provvedere e al suo regno e ai popoli circonvicini,  sotto la sua tutela, distaccati di volta in volta, a seconda del bisogno, come gruppi operativi minori,  capaci di organizzazioni più grandi nel momento attuativo della fabbrica, sotto la responsabilità di un corpuscolo direttivo ridotto, precostituito.  Erode, così, col servirsi dei qainiti  si rende benemerito di un benessere nazionale  ed internazionale, a causa del fenomeno stesso della diaspora, in una promozione del proselitismo giudaico.  Infatti per Flavio  non ci fu persona che non avesse trovato in lui  un soccorso adeguato. Popolo, città  e privati  capi, afflitti da miseria, ricorrevano a lui e  ne erano soddisfatti  tanto che  predispose 50.000 uomini per la distribuzione, creando una rete di amministratori e di  funzionari  a lui fedeli e  da lui pagati.

Dunque, professore, la Iudaea, pur rimanendo un cantiere aperto, pur con le calamità naturali, agricole,  pur essendo in una critica   situazione, vivendo in un contesto comune, romanizzato ed ellenizzato, che funziona come un corpo unico, può giovarsi delle eccedenze dell’Egitto e delle riserve alimentari  di una spedizione romana fallita,  vivendo, diciamo noi oggi, in un mondo globalizzato, coordinato dall’imperatore e dai suoi  epitropoi  e mediante un proprio re filoromano,  può superare il grave momento di necessità, mediante un sistema di scambio  di favori, di uomini, concedendo denaro liquido e  beni voluttari esotici, commercializzando quanto la regione offre.

Il popolo ebraico per la prima volta sembra accorgersi, dopo oltre quarantanni dalla presa di Gerusalemme da parte di Pompeo, che è parte di un impero e che, come tale,  ha vita  congiunta con gli altri stati, che compongono il Kosmos romano, la cui linfa e sangue possono giovargli in casi di eccezionale gravità, tanto da rilevare perfino il buon governo di un re, non conforme alla legge mosaica e contrario alla moralitas tradizionale, capace, comunque, di philanthropia.

Secondo Flavio, questa sua provvidenza e soccorso tanto poterono sull’animo dei  giudei, che non sapevano più come lodarlo e la nazione tutta depose  l’odio suscitato dallo stravolgimento da lui introdotto in alcuni riti  tradizionali.  Tutti erano convinti che con la premura, con cui li aveva sollevati  dalla disgrazia, aveva del tutto cancellato i suoi  errori. E molto onore si fece presso le genti straniere  e sembra che le traversie fossero maggiori di quanto si potesse credere, ma nel loro infierire sul regno  gli giovarono per farsi un nome. Infatti le inaspettate prove, che egli diede di  generosità  nelle angustie,  volsero l’animo dei sudditi a suo favore  ed essi lo stimarono, non per quello che era stato, ma per la provvidenza mostrata nella presente calamità.

Professore, i termini usati da Flavio sembrano propri del vocabolario farisaico-essenico  e  assolvono dalle colpe il re giudaico, redento dalla philanthroopia.

Certo, Marco. Pronoia con epimeleia / provvidenza con cura, bohteia /soccorso, amarthmata/errori, generosità megaloprepeia con megalopsuchia  e compassione/eleos sono di un dio pathr, di JHWH, che assiste: e ora  tutto viene invece dal re,  che lo fa per ordine di Augusto sebastos, che coordina ed assicura con l’eirenh  ogni bene, indistintamente, a tutti i suoi sudditi in ogni territorio occidentale ed orientale!.

Procedendo in questa linea  Erode si impone come un philanthroopos tra i popoli di lingua greca, come euerghths  più verso città e verso regioni straniere che verso suoi concittadini giudaici, che hanno una doppia  cultura in quanto formati da una parte da pagani e da giudei ellenizzati e da un’altra da giudei non ellenizzati di lingua e formazione aramaica.

Eppure Erode da tempo ha cercato di amalgamare le due anime in relazione alla sua sumpatheia per la cultura giudaica innovativa alessandrina oniade, che, secondo lui, avrebbe dovuto cucire insieme la mentalità sadducea templare gerosolomitana  con quella leontinopolitana, specie a seguito del  suo matrimonio con Mariamne di Boetho – Ant.Giud, XV, 319-322-  dopo la congiura del cieco, grazie alla sua attività costruttiva, affidata ai qainiti anche in terre straniere, ben  pagati per la loro conclamata grande professionalità.

Professore, lei vuole dirmi che Erode, dopo le costruzioni interne, a seguito del matrimonio con Mariamne, finito il palazzo regio,  il teatro e l’anfiteatro, avendo poi istituiti i combattimenti  atletici ogni cinque anni,  eletto presidente  dei giochi olimpici, porta a Rodi e in altre isole, in  città e regioni greche i qainiti per le costruzioni anche pagane, dando così lavoro alle numerose squadre di teknitai, la cui attività è  apprezzata, dovunque, nel mondo romano orientale?.

Marco,  devo dire che Erode, a motivo della sua personale ambizione  e per le lodi  ricevute da Cesare e dagli amici romani  si era allontanato secondo  Flavio (Ant. Giud.XV, 267) dagli  usi giudaici  tradizionali, costruendo  edifici e città, e templi ad Augusto e a Roma,  facendo manifestazioni non consuete alla tradizione  per gli spettacoli quinquennali,  avendo invitato  atleti ed ogni classe di lottatori, attratti dalla speranza della vittoria   e dai  ricchi premi,  dati non solo ai primi ma anche  ai secondi e ai terzi,  indicendo anche agoni musicali thumelikoi  e gare per i guidatori di cocchi  a quattro o a due cavalli  ed anche per singoli cavallerizzi.

Inoltre, Erode addobba il teatro di Gerusalemme, città  santa (Ant giud. XV.273) con  drappi preziosi  e gemme di valore, avendo disposto tutto intorno iscrizioni, come quelle successive di Ancyra nel  Monumentum ancyranum-Res gestae Divi Augusti-  in onore di Cesare e trofei delle nazioni,  vinte da lui in guerra, in puro oro e argento  ed avendo fatto provvista di fiere (leoni ed altri animali) riunite per farli combattere tra loro: di questo gli stranieri pagani erano attoniti per  le spese, attratti dallo spettacolo e dalle lotte tra animali ed uomini gladiatori, mentre  gli  ebrei  non  sopportavano  un  uso  estraneo alla loro cultura. E cosa ancora di più insopportabile per loro  secondo Flavio- Ibidem – erano i trofei ritenuti da loro immagini, coperte da armi ,e perciò erano rabbiosi tanto che il re  è costretto  a dare loro una spiegazione  (Ibidem, 277-279)  che  fa  sorridere, probabilmente, i sacerdoti sadducei gerosolomitani che,  visti scoperti i trofei, rilevano non immagini, ma solo un’anima lignea.

Nonostante questo, non potendo gli aramaici sopportare l’offesa della celebrazione di Ottaviano sebastos nella città santa,  Erode subisce un attentato in Gerusalemme ad opera di 10 uomini, compreso un cieco,  che cospirano, giurando di affrontare ogni pericolo e di nascondere i pugnali sotto le vesti,Ibidem 281-291 . E’ una congiura gerosolomitana di aramaici, che vogliono dimostrare al popolo  e al re  l’errore  della costruzione del teatro, che rovina la spiritualità cittadina, in quanto si fa sacrilegio verso la dimora della divinità.  Erode scopre la  trama,  dopo una breve indagine, e  convoca uno ad uno i congiurati, che confessano di aver ordito la congiura  con un pio e nobile intento non  per amore di guadagno né per il proprio  interesse  e che  preferiscono la morte  alla vita,  pur di custodire le antiche tradizioni. Il re li fa uccidere e subito il popolo si vendica  sul delatore, che viene fatto a pezzi e  il suo corpo è gettato ai cani.

Subito dopo questo episodio, Erode ha una reazione repressiva,  anche se è convinto di dover  seguitare ad ingraziarsi il popolo, volendo frenare la predicazione dei  farisei, che temono la scomparsa delle loro tradizioni religiose, travolte dalla novità della cultura ellenistica e dal benessere socio-economico. Ordina, infatti, che siano proibite le adunanze di persone, le passeggiate in compagnia, la formazione di  gruppi  anche durante il lavoro e che siano sorvegliati i movimenti dei sovversivi, catturati  e puniti severamente quelli colti in fragranza o  gettati in prigione e trasferiti nella fortezza di  Hircania, per essere uccisi– cfr. Ibidem 366-

Flavio, allora, ribadisce che Erode costruisce le fortezze. compresa quella di Hircania,  perché, insicuro  ed inquieto, ha bisogno di accerchiare  il popolo che può fare una ribellione.

E’ vero?  è così?

Non è vero.  Spaventato, il re ha questa reazione improvvisa, ma puniti alcuni, cessa la persecuzione!.  Erode ha già convinto il popolo  ed ha la forza militare al suo fianco e le fortezze sono baluardi difensivi per la popolazione, in una logistica militare  di interventi rapidi interni, e  a protezione del territorio  da nemici esterni, in caso di invasione parthica, di cui ha fatto esperienza negativa.

Sappiamo che la stessa costruzione di fortezze,  sessanta anni dopo, perfino, è  impedita, sotto l’imperatore Claudio,  dal governatore di Siria,  Vibio Marso, ad un re socio,  giulio, praetor come Giulio Erode Agrippa I, che riprendeva la stessa azione giudaica  protettiva del nonno, con intenti, all’epoca non certamente filoromani!

Erode ha compreso, per ora,  solo che non deve  costruire  per i romani nell’area  templare opere con  immagini e simboli  significativi del loro dominio, che sono offesa al Dio!.

Certo, Marco, nel momento  della carestia e  del suo matrimonio con Mariamne, Erode  avendo l’appoggio dei cives alessandrini  e del governatore Petronio  non può avere in patria la minima preoccupazione di neoteropoiia o stasis, da parte farisaica, che ora legge bene la funzione methoria del re, pronto a pianificare la sistemazione dell’ area templare  e la modernizzazione della nuova Gerusalemme, che deve avere il Tempio come  gioiello, come  bianco Monte santo, rendendo la città  capitale, superiore certamente a Cesarea Marittima,- pur magnifica col tempio di Augusto  con la statua sublime dell’imperatore e della dea  Roma-  incomparabilmente più sacra di  Samaria, sua personale città, anche se  chiamata Sebaste- distante dalla città santa una giornata di cammino- pur fortificata  in modo migliore della fortezza di  Gaba in Galilea,  di  Esebonite in Perea  sede della cavalleria scelta (cfr Ant. Giud. XV,  292.293)-  volutamente resa splendida per lasciare ai posteri un monumento della sua filantropia e del suo amore per il bello – Ibidem 298-.

Per me non è vero, Marco, quanto dice Flavio che, comunque,  attenua il giudizio limitandolo a certi momenti: Erode teneva queste misure  di sicurezza, di tempo in tempo, come stratagemmi  e dispose guarnigioni  in tutta la regione  per ridurre al minimo  l’eventualità di sommosse.

Flavio precisa che ciò accadeva quando si dava anche il più leggero incitamento/parormhsis-ibidem. 295 in una Iudaea antiromana quando era  in maggioranza l’elemento aramaico.  Sappi, Marco, che Erode ha  ora spie ed infiltrati  tra  il popolo,  per cui conosce in anticipo  quello che avviene  e per di più, in questa fase, si permette tante elargizioni per il suoi sudditi, specie in occasione dei suoi tre matrimoni, avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro,  che lo rafforzano  in tre diversi ambienti e lo arricchiscono ancora di più: non credo che sia vero neppure che Erode,  lui stesso, di notte,  indossava abiti da civile privato cittadino  e si mescolava alla folla  per farsi un’dea dei sentimenti  che il popolo  nutriva  a proposito del suo governo– cfr. Ibidem, 367-.

La cosa potrebbe essere accaduta in ben altri momenti della sua vita, ma non ora!

Il matrimonio con Mariamne autorizza Erode a stringere un trattato economico-finanziario  nel momento stesso del pagamento del grano a Petronio, con i  sacerdoti alessandrini e con i sadducei templari, tanto da potere cambiare impunemente  il sommo sacerdote; quello con Maltace samaritana  di poco successivo, comporta una maggiore dedizione della classe militare  e delle famiglie nobili, chiamate a popolare la nuova città dopo la ricostruzione  e la fortificazione di tutta regione già a lui profondamente fedele; quello con Cleopatra di  Gerusalemme sottende un nuovo patto  forse col sacerdozio medio  e coi leviti gerosolomitani, ormai conquistati dal prestigio e dalla  fama di Erode  in campo internazionale, neanche più contestato  dal popolo, costretto a sottomettersi  prima con un formale giuramento di fedeltà, poi obbligato a  compiere una dichiarazione giurata  di mantenere un’attidudine  amichevole verso il suo governo, in seguito di nuovo applicata intorno al 7/6 a.C.-.

Dunque, Marco, nel periodo di cui stiamo parlando  pochi sono gli irriducibili avversari di Erode, ben conosciuti e circoscritti intorno alle figure di Esseni, Semaia e Menahem, molto temuti per le loro predizioni -cfr.Ibidem 371-.379-

Possiamo, professore, precisare il significato di questi tre Matrimoni in successione rapida, dopo una vedovanza di oltre tre anni, a seguito di una terribile malattia renale e di un periodo di solitudine in Samaria. Sposarsi allora, anche per un re, è  una grande spesa!

Certo.

Quello  con Mariamne si risolve in un contratto finanziario-economico con le potenti famiglie oniadi alessandrine, contente che un sacerdote alessandrino di buona famiglia,  legato a loro  (e quindi, all’etnarca e all’alabarca egizio, che  da tempo erano desiderosi di controllare il tempio gerosolomitano)  ora si apparenti col re, che innalza il  suocero al sommo onore sacerdotale   per equiparare  la sua regalità con la carica sommo sacerdotale. Erode, già, in precedenza aveva avuto dai romani la possibilità di elezione ed aveva eletto  Ananelo  sacerdote babilonese al posto del legittimo sommo sacerdote asmoneo, non ancora  diciottenne, Aristobulo III, poi fatto uccidere a Gerico!. Da tempo, inoltre, aveva stabilito patti con gli oniadi  tanto che questi, poi, avrebbero  costruito a loro spese i monumentali 10 portoni del Tempio con le iscrizioni di avvertimento  per i pagani  di non entrare nell’area sacrale, pena la morte.

E’ vero, professore, che erano più grandi del portone del Pantheon di Marco Agrippa?. Certo, Marco, ci volevano tredici uomini, leviti  ostiari,  per aprirne uno!

Senti ora, Marco, come Flavio descrive questo matrimonio, messo in relazione alla costruzione della reggia:  viveva  a Gerusalemme un sacerdote  molto noto di nome Simone, figlio di Boetho alessandrino, che aveva un figlia, considerata la più bella del tempo. Siccome i gerosolomitani ne parlavano molto, Erode fu eccitato dalla notizia  e volle vederla. Fu colpito dalla eccezionale bellezza della donna, ma non volle abusare  del suo potere per soddisfare pienamente il suo piacere  e  per non essere accusato di violenza  e tirannia,  desiderò chiedere di sposare la ragazza. Il padre, non essendo alla altezza della sua  regalità,non poteva diventare parente del re anche se la sua condizione sacerdotale non era disprezzabile. Allora Erode sposò la figlia, il cui prestigio aumentò perché il re, prima di contrarre il matrimonio,  innalzò il padre alla carica sommo sacerdotale, dopo aver deposto Gesù figlio di Fiabi dal sommo sacerdozio (Ibidem, 322).

Con questo matrimonio Erode ricuce lo strappo tra i due sommi sacerdoti, quello gerosolomitano e quello scismatico leontinopolitano,  e forse collega i due gazophulakeia, avendo l’appoggio alessandrino, che ha fedeli in tutto il bacino del Mediterraneo,oltre i 500.000 in Alessandria (circa 2.000.000  giudei tutti filoromani  perché impegnati e cointeressati nel commercio, avendo colonie in ogni porto  dell’impero romano oltre che nel Ponto Eusino nel  Mare Eritreo, nel Caspio e nel mare Indico, data la loro attività marittima e considerato il monopolio del sistema bancario  orientale ecumenico).

Professore, intorno al  21-20, dopo il matrimonio con Maltace Samaritana,  poco prima di  quello con Cleopatra gerosolomitana  Erode disegna di fare un piano di costruzione immenso, avendo quasi ultimato il porto d Cesarea,  di costruire il tempio di Gerusalemme e risistemare l’area  e di fare il suo mausoleo in Herodion,  avendo distaccato probabilmente   i qainiti  dalla zona marittima alla regione intermedia tra Gerusalemme ed Herodion,  che  è a circa sessanta stadi, poco più di 10 km.

Poco prima di questo stesso tempo, Erode, avendo un altro gruppo di qainiti, impegnati a Samaria, si è  sposato con Maltace samaritana,   che è donna la cui famiglia è dominante in città, anch’essa chiamata Sebaste, per il culto speciale verso Augusto,  che ha  potere sull’esercito, lì acquartierato.

Il matrimonio con Cleopatra , invece, avviene in Gerusalemme   e sembra essere motivato da un stretto vincolo  con elementi leviti  e  medio sacerdozio, che chiedono assicurazioni circa la costruzione dell’area templare.

Erode, nonostante  le spiegazioni circa le epigraphai del teatro e  i trophaia, mostrati come  ridicoli pezzi di legno, deve dichiarare che non è libero nella sua azione, ma deve omaggio ai romani  e a Cesare  – per la cui salute essi stessi sacrificano  a Dio due volte al giorno- a cui deve conformare il proprio sistema di vita  in quanto uomo  anche lui sottoposto /upotetagmenos!  Erode fa l’umile suddito volendo apparire uno di loro che sa capire la  condanna delle novità, come segno evidentissimo  della rovina di costumi, ma in effetti, secondo Flavio, fa ogni cosa per i propri interessi, avendo l’ambizione di lasciare ai posteri  dei monumenti,  ancora più a dimostrazione della grandezza propria, come un segno evidentissimo della  floridezza socio-economico- finanziaria. 

E’, quindi, una finzione opportunistica di un  Erode ambizioso che cerca di destreggiarsi tra il rigorismo legalistico e  la sua volontà di innovazione!

Marco, già il matrimonio con Cleopatra gerosolomitana è un compromesso: mi sembra che in situazione non possa fare altro!

Erode assicura, allora,  che i giudei non devono temere per la realizzazione del suo progetto perché ha pronti tutti i materiali necessari ed ha fatto calcoli precisi  prima di toccare una sola pietra del  vecchio Tempio (Ant giud., XV. 380.425; Guer giud., V 184-247). Sembra che egli circondi, per avere una superficie pianeggiante, la sommità della collina , con enormi muri di ritenzione ad ovest, a sud e ad est,  in modo da innalzare con materiali di riempimento ed arcate di sostegno  la superficie  al livello prefissato.

Pensa, Marco, che tutta la spianata  attuale del Monte del Tempio( Haram Esh -Sharif ) è erodiana ed è rimasta immutata, nonostante i secoli!

Quindi, secondo lei,  Erode ha un gruppo di architetti che lo autorizzano  a fare, prima, operazioni preventive di riempitura  in relazione al piano di  maestoso ampliamento dell’area templare?!. Ora una domanda da bambino  curioso, professore! Avendo  evidenziato il periodo esatto dei tre matrimoni, può anche dirci l’età dei figli maschi  delle tre donne?.

Penso di si: il quarto figlio maschio di Erode (dopo Antipatro di Doris e  dopo Alessandro ed Aristobulo di Mariamne asmonea)  è certamente Erode Filippo di Mariamne,  nato nel 24, mentre  ritengo che  Erode Archelao sia nato nel 23 e suo fratello Erode Antipa nel 20  dalla moglie samaritana, e Giulio Erode Filippo nasce nel 22 dalla gerosolomitana.

Dunque, professore, Erode è ora accettato da tutti o quasi-  anche dagli asmonei e  dai farisei, come un benefattore. specie  dall’élite sacerdotale, dall’esercito, dai qainiti  ed operai, dal  piccolo e medio sacerdozio, dagli agricoltori, dai commercianti  ed è favorito dal sacerdozio alessandrino, oniade, e da tutti  i fedeli ellenisti della diaspora giudaica: tutti vedono in Erode  il rappresentante del giudaismo  e grazie a lui rilevano il  nuovo valore dell’ethnos ebraico tra gli altri popoli. Erode nel 20 è alla apice della fortuna, dopo la mediazione per l’accordo tra l’imperatore e il re dei re?!

Certo.

Erode si mantiene sulla cresta dell’onda per oltre un settennio, celebrato in patria (e dagli ellenisti e dagli aramaici ed anche dai non ebrei residenti)  e all’estero  da un entusiastico  amore dei giudei ellenisti e  dei gentili, in quanto è rinnovatore dei giochi olimpici panellenici, essendone presidente, per un quinquennio  ed apparendo a tutti universalmente come filantropico euergeths.

Leggi Marco come lo scrittore greco -ellenista traduttore del sacerdote aramaico Mattatia ben Iosip ( cioè Giuseppe Flavio) di Guerra Giudaica I. 21,11(422-425 ) esulta  per il suo re nella sua fierezza giudaica:  dopo aver compiuto questi lavori ad Herodion,  fece sfoggio della sua magnificenza anche in moltissime città fuori del regno: Infatti costruì ginnasi a Tripoli, Damasco e Tolemaide; le mura a Biblo, esedre, portici  templi e piazze a Berito e a Tiro, teatri a Damasco e Sidone, un  acquedotto a Laodicea a Mare, ad Ascalona terme e magnifiche fontane ed inoltre colonnati di mirabile fattura  e grandezza,  e ad altre fece dono di boschi e giardini.

Erode appare veramente un raffinato ellenista – come Antonio- preoccupato della formazione di giovani, a cui provvede con la costruzione  di ginnasi e col potenziamento degli uffici di gimnasiarca annuo, a cui viene data una rendita perpetua,  oltre ad autorizzazione per ampliamenti  territoriali – cosa fatta a Cos- Cfr. Gimnasiarca, Gumnasion, Ellenizein in wwwangelofilipponi.com !

La munificenza di Erode si  era espansa  a tutti quelli che facevano richiesta  nel periodo della  carestia, dando loro grano!

A Rodi dà denaro in prestito per ricostruire la flotta, mentre,  a spese proprie, ricostruisce il tempio  di Apollo Pizio,  distrutto dal fuoco. I Lici,  i Sami e gli Ioni, bisognosi,  hanno da lui doni/dooreai, come Atene, Sparta, Nicopoli e Pergamo di Misia!  Perfino la capitale della  Siria, Antiochia,  ha  da lui  grandi benefici:  la sua piazza del perimetro di 20 stadi -3552 mt (un rettangolo di 70mt x 50 circa ) – che era fangosa/ borboroodhs – è lastricata di marmo levigato ed adornata con un portico.

Ci lavorano i qainiti che conosciamo come abili a lastricare di marmo le plateiai di Tiberiade e di Giuliade in epoca di Cristo?

Possibile.  Forse ad opera di qainiti giudaici antiocheni!

Marco,  in Licia,  tanti anni  fa (35), andando verso Antalya, con la macchina, poco prima di Kemer, mi fermai con la mia famiglia a Faselide e lessi  frettolosamente le iscrizioni, che erano su steli  in alto, rispetto alla città,  allora totalmente  sommersa dalle acque dopo  due terribili terremoti in epoca Giustinianea,  che parlavano di tanti benefattori  del VI e V secolo  a. C. ,  della colonizzazione greca  ed anche di quella romana, ma  non trovai   nessun riferimento ad un intervento di Ioulios  Heroodhs.

Perché professore anche a Faselide,  Erode lascia  testimonianza  della sua Euerghsia ?  Certo Marco. Erode rimette le ethsiai  eisphorai/contribuzioni annuali – Ibidem 428-  alla popolazione. Io nel 1985   con Mirko, bambino 7/8 anni,  nuotavano, soli, – seguiti  dalle grida preoccupate di  Lya e di Pina,  sdraiate  su una piccola radura-  sopra la città e andavano sotto acqua  in cerca di piccoli reperti!

Professore ha forse qualche foto? penso di si: mia moglie conserva tutto!

Erode, Marco, all’epoca  è irrefrenabile nel rimettere i debiti  cfr. Padre nostro -kai aphes hmin ta opheilhmata hmoon-!

ll Re si contiene,  costretto a limitarsi per non destare invidia negli amministratori locali, specie lici, considerati infidi lhistai!. Comunque, la sua generosità è massima in Elide in quanto  fa un dono non solo a  tutta la Grecia ma  al mondo panellenico. Leggiamo Flavio I, 426: Erode vedendo che i giochi olimpici  erano in declino per la mancanza  di denaro  e che veniva meno questo ultimo glorioso avanzo dell’antica Grecia, non solo tenne la Presidenza per il quinquennio, in cui si trovò a passare  mentre navigava alla volta di Roma, ma fornì anche i  mezzi  per organizzarli in futuro sì che non si spegnesse mai il ricordo della sua presidenza.

Si conosce l’anno?  Si . Sembra che sia il viaggio per Roma dell’anno 12 a.C.

Dunque,  professore,  Erode è uomo dinamico e estroso, così ambizioso da voler lasciare una grande orma di sé,  specie in Gerusalemme?

Certo Marco. Anche se i Giudei si lamentano  e  sono piccini e rozzi,  il re vuole l’ammirazione  e la gratitudine del suo popolo!.

Erode, infatti, si accinge alla sistemazione di tutta l’area templare e al restauro  del Tempio, insomma, a fare un monumento degno del popolo e  a rendere la Capitale  un gioiello, in quanto pupilla e cuore di tutto il giudaismo, aramaico ed ellenistico, segno della munificenza del suo re, capace di competere con gli amici romani.

Gerusalemme  è un grande cantiere! La fabbrica del  Tempio richiede  forse il maggior numero di  teknitai/fabri, di artisti della pietra e  del  legno, di specialisti muratori, data la grandezza del disegno di Erode che per volere di Dio aveva condotto la nazione  giudaica ad uno stato di prosperità mai raggiunto finora!  La fabbrica  con la sistemazione dell’area  templare  e con la costruzione della fortezza Antonia e con la conduttura delle acque, iniziata nel diciottesimo anno di regno, 21-20  è ritenuta  l’impresa più pia e bella del nostro tempo da Flavio- Ant Giud.XV,383  che commenta: -i giudei in maggioranza, non erano disturbati  per la inverosimiglianza delle promesse, ma sgomenti al pensiero che lui buttasse  giù l’intero edificio  e poi non avesse i mezzi  sufficienti  per realizzare il suo progetto; il pericolo pareva loro veramente grande e l’ampiezza dell’impresa  difficile a realizzarsi. – Ibidem 389-.

Insomma professore,  gli ebrei  come Gesù nella Parabola della torre, non possono credere possibile  che un uomo realizzi quanto detto in quanto l’impresa è superiore alle forze umane, essendo necessaria la disponibilità di mezzi, di uomini e di  denaro per la costruzione del tempio, lasciata incompleta da Zorobabel e dai loro antenati che soggetti, prima ai persiani,(Ciro e a Dario) e poi ai Macedoni (Lagidi e  seleucidi),  non ebbero la possibilità di restaurare  facendo l’aggiunta di sessanta cubiti -2.67 mt circa- a questo pio primo archetipo,  alle sue primitive misure,  date da Salomone.

Le assicurazioni di Erode sono ampie, precise, suffragate da prove in quanto Erode è uomo che realizza quanto dice conformemente al suo pensiero ed in questo è anhr theios.

Infatti il re afferma che lui non avrebbe tirato giù il tempio prima di aver pronto tutto il materiale necessario per il compimento dell’impresa. Perciò, mostra di aver mille carri per portare le pietre/khilias eutrepisa amaxas, ai bastanousin  tous lithous, di aver scelto 10.000 tra i  più valenti  operai/ ergatas murious  tous empeiroutatous, di aver acquistato abiti sacerdotali  per rifornire i sacerdoti, avendone addestrati alcuni  a fare i muratori /oikodomoi,  altri a fare i carpentieri/tektones.

E solo dopo aver preparato tutto, il re si dice disposto  ad iniziare la costruzione.- Ant giud XV,390-

Noi affronteremo non ora questo problema, che sottende  un piano già fatto con un’ équipe di specialisti (architetti e capimastri che leggono il disegno, progettato, dell’impresa e che lo realizzano conformemente con apposite squadre  di operai  che vivono accampati  con le famiglie nel grande cantiere, essendo giudei di stirpe da secoli, abilitati nelle costruzioni)  Sappi, per ora, Marco, che  Erode è non è solo un prudens dux, che di rado subisce sconfitte /ptaismata e mai per colpa sua,  ma anche un saggio amministratore/dioikhths.

In questo periodo è veramente un’offesa  bollarlo come uomo di menzogna!

E’ abile a guidare il suo popolo tanto difficile, date le due diverse anime,  e a frenare la massa di artigiani ed agricoltori ignorante e  rozza, ad accontentare in diverso modo i  sacerdoti sadducei da una parte filoromani e il  sacerdozio basso  e levita da un’altra,  filoaramaico, come i farisei!  Erode costruttore  è certamente la massima espressione di un moderato filoellenismo, capace di conciliare per il bene comune la sua megalomania dispotica con l’accortezza di una solidarietà militare, applicata al lavoro operaio, senza perdita di egemonia, dati i tanti passaggi di comando nelle gerarchie di cantiere.

Professore, lo dice lei che di queste cose se ne intende. Lei  che conosce l’attività di cantieri, come me  e forse più di me, ingegnere,  avendo fatto esperienza negli anni sessanta  ed è stato muratore – sebbene dica di essere solo una mezza cucchiara– tanto da mettere in opera – e che opera!- 120.000 mattoni! – ci può dire qualcos’ altro circa l’accampamento di banausoi, di teknitai e  tektones stanziati a Cesarea e in vari punti di  Gerusalemme?

Per parlarti diffusamente di questo, mi occorre scrivere  un altro libro  in cui ti parlerò di Erode e la fabbrica del Tempio, ma ora  devo mostrarti la non facile difesa di Erode nei confronti degli accusatori  di essere empio e di  aver contaminato gli antichi costumi, nonostante la sua imitazione dei  predecessori asmonei e il suo impegno nella pietas, specie dopo il matrimonio con Cleopatra.

Flavio in Ant Giud.XV, 267 scrive: E perciò si allontanava sempre di più dai costumi paterni  e corrompeva il sistema antico con le novità straniere, il quale per nessuna ragione doveva essere macchiato e per questo ci capitarono in seguito parecchi mali poiché erano sorte nuove corruzioni estranee alla cultura e alla pietà dei nostri antenati.

Flavio confonde i tempi  e  rileva genericamente  i dati fondendoli insieme e dà, perciò, un giudizio generale in relazione alla visione personale  sacerdotale  di  tutta la domus erodia  e del suo significato nella storia/ toledoth giudaica.

Eppure, Erode, nonostante  la sua  azione filoromana   e panellenica,  cerca di mantenersi  puro, seguendo la musar aramaica, conforme alla tradizione asmonea, oltre tutto allineata  secondo le norme tipiche dei gentili – seleucidi e arsacidi, oltre che quelli lagidi e romaniche hanno lasciato segni  in Olimpia con la statua di Fidia  di Zeus crisoelefantina,  ad Efeso con  la costruzione dellArtemision, ad Epidauro con l’Asclepeion e con le tante costruzioni di teatri, ninfei, esedre,  ippodromi, in ogni città ellenistica.

Anche  in Giudea, ci sono costruzioni  oltre al Tempio  di Salomone e a  quello post-babilonese, fatte da  muratori ed artigiani, perfino sacerdoti, che operano nell’interno del tempio nel Debir/ Sancta sanctorum. Nel I secolo a.C. , già in epoca asmonea,  risultano costruite fortezze  come Hircaneion ed  Alexandreion, Macheronte,  e palazzi come quello  asmoneo in Gerusalemme e quello  a Gerico  dimostrando di essere  professionisti in muratura,  che operano indistintamente in pietra o in laterizio, oltre che in materiale ligneo ed anche prezioso, che offrono i loro servizi specie a giudei alessandrini e al re dei re di Parthia.  I primi  se ne servono  perché potenti  appaltatori di tasse, gestori di trapezai,  e nauklheroi  filantropici, di fede giudaica seppure scismatici, in quanto oniadi, il secondo  perché  ascolta  benevolmente la ricca e potente comunità ebraico-mesopotamica.

Anche in Occidente  c’è una tradizione muraria di mastri  che sopravvivono nel Medioevo,   in cantieri navali  e in città  come fabbrica di cattedrali o in corti e castelli,   vivendo  in logge situate accanto al loro posto di lavoro, da cui derivano poi le logge massoniche.

In epoca romano-ellenistica i cantieri  si allestiscono in modo razionale  e sono regolati  da norme precise  ed hanno anche una presidio militare con sorveglianza medica; sono ubicati vicino a fonti o sorgenti e a seconda della tipologia di lavoro hanno nelle vicinanze o cave o fornaci o  officine;  se si lavora su pietre- di solito marmo  o travertino – in zona  ci sono latomie cave di pietra  in modo da fare estrazioni  di  blocchi, ad opera di addetti, che, in officine/ lithotomeia, operano come segatori /lithopristeis, spaccatori/lithodomoi o tagliatori/ lithotomoi, latotomoi   come scalpellini smileis/lapicidae  in lithourgeia/officine; se invece si tratta di cantieri edili occorrono fornaci e  terra  per la fabbrica di mattoni e tegole  di varie dimensioni  e spessore /plinthopoiia.

Intorno agli accampamenti-cantieri  lithotomeia/plintonpoiia ci sono le tende delle famiglie che seguono e vivono nelle vicinanze,  con macellai e con celebranti e con sacerdoti che dànno le pause di lavoro con le rituali preghiere e con le colazioni  secondo casherut e celebrano lo shabat, imponendo le regole del riposo festivo,  dal tramonto del giorno precedente.

Professore come, allora, c’è l’accusa ad Erode di aver fatto le costruzioni solo per controllare ed opprimere il popolo?

Flavio ne parla, ma fa riferimento al periodo successivo,  quello delle tragedie familiari, del bestiale governo del re, vecchio e malato,   e ancora di più quello del regno dei suoi figli e poi della dominazione romana,  quando il popolo è decisamente antierodiano, filoasmoneo e filo-parthico, nel periodo della cosiddetta predicazione del nostro Gesù, quando si sfruttano  le fortificazioni erodiane per la repressione delle staseis: allora  sono  dimenticati perfino i doganieri e i funzionari erodiani  e le riduzioni fiscali del 20 av. C e del 14 av, C., essendo  ormai nota la rapacità delle greges di pubblicani romani, affiancati da milites delle fortezze erodiane.

Questa lamentela popolare  non è neppure del  periodo 10/9 all’epoca dell’inaugurazione  di Cesarea  nella  centonovantaduesima olimpiade, quando Erode, seguendo l’esempio di Augusto celebra le feste quinquennali con competizioni di musica e di giochi  con atleti e gladiatori- Ant Giud. XVI,136.140-: all’epoca Ottaviano, come prima Agrippa,  ritiene che il re giudaico, in considerazione della sua magnanimità, meriterebbe  di essere basileus di Siria e di Egitto (non molto dopo lo elegge re di Arabia, momentaneamente, subito assegnata poi ad Areta, più affidabile per età!).

Professore mi può parlare della costruzione di qualche fortezza o città come paradigma per capire il sistema di  lavoro  dell’epoca erodiana?

Marco, della  costruzione di Masada, come fortezza e del palazzo erodiano  mi sembra di avertene parlato in altre occasioni sulla scia di Flavio-  Guer giud VII, 8,3- dove  ti marcavo le tre terrazze   dell’edificio regio, degradanti  su una piattaforma rocciosa sul lato occidentale. spettacolari per la bellezza del panorama sul lago Asfaltite, e  ti ho parlato a lungo nel Romanzo L’eterno e il Regno  di Cesarea Marittima: ora potrebbe esserti utile sentire come Erode ricostruisce dopo il terremoto del 31 a.C. e come faccia interventi di fortificazioni  per la popolazione giudaica, poi sfruttate dai romani per la protezione del territorio  giudaico e dell’area templare con la fortezza Antonia.

Sentimi bene  e comprendi che Erode è uomo che governa, volendo il bene del suo popolo,  avendo il  controllo totale  militare di Gerusalemme vecchia e nuova, compresi 22.000 sacerdoti e il tempio stesso, punto d’incontro di aramaici giudaici e di aramaici transeufrasici e di giudei alessandrini e di giudei cirenaici e giudei  ellenistici del bacino del Mediterraneo: il re   fa pagare i pedaggi   e l’uso  delle  strade, dei porti, dei   ponti,  le decime del pescato sul  lago  Hule , sul  bacino del lago di Tiberiade e del mar Morto, avendo  fatto spese per la costruzione di Cesarea Marittima, dotata di un porto, avendo costruito Samaria/Sebaste  ed invitato ad abitarla una popolazione mista di pagani e di ebrei ellenistici  di circa una 16.000 entità, garantita nei riti  formali religiosi; ha  restaurato le abitazioni   della  vecchia Gerusalemme ed  ha costruito una nuova città, bassa, avendolo fortificata con fortezze e torri ed abbellita con i due palazzi regi e con un teatro ed anfiteatro, dando un volto nuovo, specie dopo la  ricostruzione del tempio e la risistemazione di tutta l’area templare, pur conservando la sacralità e santità del luogo, dove alita la presenza divina, preservata da ogni occhi stranieri.

Fa un capolavoro in Gerusalemme, elogiato perfino dall’amico Marco  Agrippa invitato per l’inaugurazione, che gà si era dedicato alla costruzione del Pantheon e alla sistemazione di Roma augustea! Non ha però  imposto tasse e dazi ulteriori né agli artigiani né agli agricoltori oppressi dalla carestia e da malattie epidemiche per quasi due anni,  ma li ha in un certo senso conservati a sue spese e  sfamati mediante un servizio   affidato a staffette militari,  provenienti dai fortilizi regionali  da lui stesso costruiti e per impedire gli accaparramenti alimentari e per curare  con interventi sanitari,  grazie ai  medici  militari, i malati,  come già aveva fatto per la rimozione delle macerie dopo il terremoto.

Erode, avuto da Ottaviano Torre di Stratone, un ancoraggio da secoli utilizzato dai mercanti sidonii, tra la Fenicia e l’Egitto, in una zona tra  Ioppe e Dora, secondo  Flavio, vi costruisce  un imponente porto con un sistema ingegnoso fognario, dopo aver fondata la città nuova ed abbellita  di un sistema strade (Cardo maximus), di acquedotto, di un palazzo regale poi sede di governatori romani, di un teatro e di anfiteatro  e di un monumentale Tempio di Augusto  (cfr.Guerra giud. I,408-415 ed Ant. Giud.XV, 331.341).

Noi qui vogliamo mostrare il valore degli architetti  ebraici che fanno una costruzione,  nuova come il porto  e  tengono presente come modello, il Pireo, e quindi che  sono uomini che hanno lavorato anche all’estero  e non solo in Iudaea, e che hanno visto certamente  i porti di Alessandria e  di Efeso.

Perciò posso dirti in generale che nelle  costruzioni Erode si serve probabilmente di  giudei aramaici e di giudei ellenisti, presumibilmente alessandrini, specie a Cesare Marittima dove c’è un popolazione mista anche di gentili, abituati alle immagini statuarie, mentre per le torri gerosolomitane di Ippico, Fasael e  Mariamne,  sembra che lavorino solo  giudei aramaici.

Nel mio parlare, Marco, ho presente le opere  J Murphy ed O’comnor, La città santa, Centro editoriale Dehoniano 1980 e di A. Shalit op.cit. e  E. Shuerer, Geschichte  der Juedischen  Volkes im ZeitalterJesu Christi  Lipsia  1898-1901 S. Brandon,  Gesù e gli  zeloti, Rizzoli. Milano  1983.

Dunque per quanto riguarda il porto di  Cesarea  si sa che da terra, nulla si vede del grande limhn/porto che costituiva la ragione stessa della costruzione di Cesarea.

L’esplorazione subacquea  ne ha ricostruito le dimensioni (cfr. Ricostruzione del porto di Cesarea).

Ti faccio notare come Flavio  marchi che è mirabile il fatto che non prese sul luogo tutto il materiale adatto per un’opera così grande, ma lo integrò con materiale portato da fuori con grande spesa (Ant giud., XV, 332).

 Flavio precisa: Il porto è costruito in una zona dove imperversa il libeccio, un vento che quando soffia anche moderatamente,  sospinge sulle scogliere onde così gigantesche  che il loro flusso fa ribollire il mare  per ampio tratto –  Guer. giud. ,I, ibidem-.

Qui il re, piegando la natura al suo volere con opere costose, costruì un porto più grande del Pireo e, nei suoi recessi, apprestò altri profondi ormeggi  -ibidem I, 410-.

Erode, sfidando la natura, vuole costruire qualcosa di veramente bello  e tale da vincere  la violenza del mare e fa un tempio  di straordinaria bellezza su una collina,  con all’interno  una colossale statua di Augusto non inferiore a quella di  Zeus in Olimpia e una della  dea Roma,  eguale a quella di Era di Argo. –ibidem-.

Flavio chiude il discorso: il re diede la città alla regione, il porto ai naviganti e  a Cesare l’onore della  fondazione (Ant. giud.,ibidem 339).

Lo scrittore precisa:  Stabilite le dimensioni del porto fece gettare in mare fino alla profondità di venti braccia  orguai  / una serie di blocchi, che erano all’incirca  lunghi 50 piedi, alti 9 e larghi 10 ed alcuni anche maggiori. Quando  fu colmata  la parte subacquea,  il molo, che così emergeva dal mare, venne portato alla larghezza di duecento piedi,  di cui cento furono predisposti per infrangere  i flutti e quindi si chiamavano  frangiflutti, mentre i restanti costituivano la base di un grosso muro di recinzione. Questo muro era inframezzato da grandissime torri, tra cui quella più alta e maestosa è  detta di Druso, figliastro di  Augusto. Vi erano numerose banchine  per l’approdo di coloro, che arrivavano,  e un  bastione, prospiciente tutto, in giro, costituiva  un’ampia strada  per chi sbarcava. L’apertura del porto era a settentrione perché in quel punto  il vento più propizio soffia appunto da nord  e, all’imboccatura, si alzavano tre statue colossali,  su ciascuno dei due lati, poggiate su colonne, delle quali quelle a sinistra di chi entrava nel porto erano sostenute da una torre  massiccia, mentre quella  a destra  da due grossi massi,  ritti ed uniti insieme, più alti della torre che stava dirimpetto. (Guer. Giud.I,411-413).

Marco, i blocchi sono così grandi che sembrano impossibili da gettarli in mare alla profondità di metri 35,52: sono parallelepipedi rettangolari alti metri 2,682, lunghi 14,9, larghi 2.98,  poiché il piede è di cm 29,8!.

Professore,  ma è impossibile, specie la dimensione della lunghezza?

Vero. Anche per Marphy-O’Connor,op.cit.

Infatti l’autore  corregge dicendo che in verità i grandi blocchi sono  forme lignee, riempite di pietrisco,  tenute insieme da malta, fatta di calce mescolata  a pozzolana, una cenere vulcanica che si trova nell’Italia centrale.

Dalla pianta del porto rilevo  che esso rimane per secoli sotto acqua?

Sembra, Marco, che già in epoca flavia il porto non era accessibile e non ci si poteva accedere  e che anche in epoca antonina era ancor sotto acqua  e solo ne 502 d.C ebbe  un  restauro da parte di  Anastasio (491-518). E’  probabile che il porto,  a causa di terremoti,  sprofonda in epoca di Cristo  di circa 6 metri.

Grazie della spiegazione, ma ora chiedo perché  il porto, circolare, a settentrione, all’apertura,  è largo 150 metri circa mentre nell’incavo della banchina, interno,  meno di 120 metri? E’  un’anomalia o un sistema  tipico dell’epoca? noi oggi facciamo porti  più stretti all’imboccatura e più larghi ed ampi nell’interno?

Premetto che non ho  competenze tecniche per risponderti, forse, Erode  fa seguire l’andamento della costa  e  blocca la costruzione dei due moli  che, pur richiedevano un ulteriore prolungamento, a causa delle spese già sostenute, specie dopo la statua di Druso,  eretta dopo il 9 a.C.?!

Professore, un ‘ultima domanda,  sulle costruzioni: Si  parla sempre della  grandezza dei blocchi erodiani anche nelle costruzioni delle torri gerosolomitane. Mi può precisare?

Si.Marco. Mi piace farti notare il sistema  avanzato  dei parallelepipedi rettangolari di Erode  e della loro positura tecnica, come base di costruzione e come collegamento tra due blocchi, specie nelle torri  gerosolomitane dette di Ippico, un amico, di Fasael, suo fratello, e  di  Mariamne, sua moglie asmonea. Sembra che la base, fatta di blocchi, sia cementata  sotto ed, a fianco, tra  i blocchi, accostati tra loro,  mentre la positura di quelli superiori indica una tecnica raffinata forse   già  della tradizione ebraica asmonea.

Quale?

Ti preciso  che la torre  di Ippico è alta 15 metri ed è quadrata  in quanto il lato è di 12 metri, mentre quella di Fasael è alta 45 metri  simile al Faro di Alessandria, ed è  rettangolare,  con dimensioni di base più grandi  di quella quadrata, mentre quella dedicata alla moglie è più graziosa in quanto ha all’interno locali  più sontuosi e più decorati ed  è sempre rettangolare in quanto  torre intermedia, come altezza, tra le altre due.   Si conosce bene  la grandezza dei blocchi di pietra – che,  secondo Flavio sono quelle stesse  di Ippico, lunghi 9 piedi, larghi 4,  alti 2 rispettivamente cioè  metri 2,682, 1,196, 0, 598-  oltre alla tecnica di positura. Secondo gli archeologi israeliani, però, le dimensioni di tali blocchi sono  inferiori -compresi quelli di Herodion, -una fortezza  costruita su una collina  a forma a di seno,   con torri arrotondate,  dotate di una ripida scala di 200 scalini , scavati nella pietra aventi, all’interno, appartamenti regali Ant. giud XV, 325-  in quanto risultano in lunghezza metri 2.50, in larghezza e in altezza solo metri 1,25,  ma, sono sovrapposti  e congiunti perfettamente. Sembra che abbiano una superficie bugnata  con un bordo ristretto di qualche centimetro, scalpellinato al fine di porre  una staffa di ferro di congiunzione tra blocchi  con uno, più largo nella pietra  sottostante,  che fa da piano di appoggio.

Sembra, Marco, che ci siano incorporati alla staffa  chiodi piombati che si fissano nell’interstizio  per fare meglio aderire la staffa, martellata tra i due blocchi. La tecnica  è già conosciuta in costruzioni ellenistiche, specie alessandrine dell’epoca, ma gli operai  di Erode sembrano  aver un proprio sistema in quanto vi aggiungono tra blocco e blocco  oltre alla staffa una malta di calce e di pozzolana.

Professore come, allora, i giudei possono accusare Erode?

I giudei accusano Erode di uperhphania/arroganza, avendo antipatia/dusnoia contro il re  idumeo-nabateo  anche se, oltre alle torri  gerosolomitane, ha costruito fuori, a Gerico,  a  Sepphoris  galilaica, a Bethramba peraica, ad Ascalona, ad Herodion, dove ha fatto ad imitazione del mausoleo di Augusto, una reggia-sepolcro, dopo la restaurazione delle fortezze asmonee, passate sotto il suo diretto controllo, dopo la morte di Alessandra.

I giudei,  a volte,  sono prevenuti contro il suo governo, che in sostanza è quello di un re equilibrato e moderato, giustamente notato da Augusto stesso che, dando  in dono intere regioni ad Erode implicitamente riconosce la sua positiva amministrazione,  in quanto il re, nelle zone di confine, ha stanziato ex militari come  guardiani  contro i lhsteria di popolazioni  tese solo al latrocinio,  come quelle di Traconitide e di  Batanea, neanche frenate dai governatori romani.

Insomma Augusto conoscendo il sistema agricolo erodiano e vedendolo  funzionale, rileva  anche l’attività artigianale e  il suo proficuo commercio,  e, perciò, dà sempre maggiore importanza ad Erode che ha la carica di epitropos olhs Surias, avendogli concesso altre terre, a cominciare da torre di Stratone e zone limitrofe ed avendogli affidato parti della Cisgiordania   e le terre  della vallata del Giordano  e di Gerico- un tempo  avute in affitto da Cleopatra- oltre allo sfruttamento del metallo  di Cipro, al controllo della Cilicia ed, infine,  delle zone ituraiche nefaste per le ville romane  dell’Auranitide e dei cives di Damasco.

Erode, quindi, dando lavoro, da una parte, concede  in affitto anche territori  per l’ estrazione  dell’argilla  da depurare, utilizzata  mescolata con sabbia, prima di metterla in forme di legno su stampi a seconda della grandezza dei mattoni  da essiccare e poi da cuocere in fornaci  e, da un’altra, assicura loro  protezione anche militare alle fabricae in corso, in quanto la comunità di lavoro è sempre numerosa, anche se  divisa a seconda delle specializzazioni e delle professioni.

E’ possibile stabilire il numero esatto di lavoratori in ogni cantiere?

No. Marco.  Si  può dire con approssimazione, ma non si sbaglia di molto se si pensa ad un numero non inferiore a 10.000 per Cesarea, come per il Tempio, dove  è variabile  il numero degli addetti a seconda delle ubicazioni delle fabbriche  ed in relazione ai tempi di lavoro.  Abbiamo invece certo il dato degli operai alla fabbrica del Tempio- che nel 66  d C, hanno finito i lavori  dopo 86 anni: sono 18.000 (Ant.giud. XX,219)  e stanno accampati  tra la valle del Cedron e il Getsemani,  fuori città e chiedono un altro lavoro al Re Agrippa II, se non vuole  sommosse in città.

Tutti questi sono chiamati tectones/ ergetai operai digrossatori  di materiali,  genericamente, ma si diversificano tra loro in professionisti a seconda della materia,  muratori e carpentieri e in  operai  generici banausoi, a seconda delle opere e del materiale usato- come già abbiamo detto -artigiani semplici, dhmiourgoi, kheirotechnai, ed artigiani specifici  oikodomoi,  litotomoi, lithourgoi,  lithologoi  specialisti  in mosaico, cottimisti pshphothetai, o abili con lo scalpello smilh, o specializzati in conduzione di acque o in ingegneria idraulica per gli acquedotti udrogoogia o come costruttori di templi o di strade odopoiioi,  e perfino di intere  città.

Si parla, talora,  perfino  di livello direttivo  e non di manovalanza: sono tutti  questi  artisti di alto  prestigio  globalmente technitai,ma sono architektones, mhchanopoioi, oi peri tas mhchanas, quelli che nell’esercito romano  sono i fabrum magistri, gli addetti al genio, a cui presiede un praefectus, utili specie in guerra, in assedi polierkiai con le mhkanai,  come arieti e catapulte o con la machinae tractoriae ed alte gru a leva per sollevare e deporre blocchi. Sono questi che risultano  technitai poietoi, che fanno  specifici progetti ed eseguono  piani  secondo la volontà dei committenti, nel nostro caso di  Erode per Samaria o  Cesarea o  Gerusalemme,  o dei  figli (Archelao  per Archelaide,  Erode Antipa per  Tiberiade e Filippo per  Giuliade).

Professore, lei  vuole dire in sostanza, che Erode, volendo avviare l’integrazione  del popolo, in prevalenza aramaico di cultura, ancora barbarico,  collegato con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromano, e cambiare la loro musar con la paideia ellenistica,  non può interrompere  la sua opera innovativa e  non seguire i lavori stessi dell’imperatore a Roma, dove  si rileva una sostanziale riforma politica sociale  economica   e finanziaria insieme  ad una ristrutturazione urbana.

Mi sembra che sia così, Marco. Erode  è un o politikos/ vir civilis  un vero politico e  non è un credente giudeo né uno zelante di fede, ma si mostra  fedele per conformarsi ad un popolo ignorante,  che segue le prescrizioni mosaiche, ed anche se scettico, ostenta pietas  specie nelle  manifestazioni pubbliche secondo il modello  rituale della dinastia asmonea  e nei giorni di festa  dello shabat e della Pesah e  di quelli delle  Sukkot.

Siccome non può rinnegare la nascita ascalonita e la  vita passata in Idumea e in Nabatea,  ha normalmente  un comportamento non certamente da fariseo, specie da privato, e quindi  è facilmente accusato di peccato/amarthma, in quanto commette impurità, ma,  comunque, non mangia carne  di maiale, non entra nelle parti del Tempio, precluse a non sacerdoti,  ed ha capito, dopo vari errori, che  a Gerusalemme non può fare  costruzioni con immagini tanto da fare penitenza e  atti di umiltà  per convincere l’élite sacerdotale  farisaica  che i trophaia sono materiale ligneo e  da non far circolare nell ‘area gerosolomitana  moneta romana- poi entrata all’epoca di Gesù anche in città-  e nemmeno quella coniata da lui,  senza la sua immagine, perché avrebbe richiamato quella dell’imperatore.

Ogni azione di Erode, quindi, è  seguita dallo sguardo indagatore degli esseni  e dei farisei  puritani, pronti a scomunicarlo  con una condanna religiosa, che significa una rivolta/stasis?

E’ così! Marco. Erode, nonostante gli sforzi, talora, lodati  e riconosciuti, non conquista mai totalmente il suo popolo  che ha un altro credo, un altro theos, neanche con la mediazione alessandrina e con la sua sagacia politica da costruttore  e da diallakths e  perfino anche da ethnopatoor/ padre della stirpe e protettore advocatus /ethnophulacs! Infatti  le feste quinquennali, fatte nel teatro gerosolomitano,  gli avevano determinato  con l’equivoco delle  immagini  una congiura, per cui Erode diffidente, ora si circonda di guardie del corpo, specie dopo la morte di  Marco Agrippa, irrigidendo il suo regime.

Ad Erode  capita di dovere imporre il diritto romano all’interno del suo regno  e, nonostante la  sua difesa umilistica– tanto difficile per lui, superbo!-  da  normale suddito, di fronte all’auctoritas romana, fatta umilmente davanti ai suoi notabili farisei, a cui mostra i suoi doveri di civis, che dipende  per la politica estera ed  anche per quella interna, essendo vincolato dalla lex suprema e dall’imperium  di Roma, in quanto suo rappresentante.

Perciò, egli ci tiene a  mantenere, nel suo stato, l’ordine, e promulga una legge contro i ladri, conformemente al diritto romano, ma trova subito la reazione indignata dei farisei.

E perché? .

Marco, Erode va contro la tradizione mosaica, applicando la iustitia romana!.

Allora non è solo una questione culturale normale, ma è anche  un problema di diritto oltre che di costume?

Certo.

Il suo proclama, fatto probabilmente nel periodo invernale del 18/7  a.C  per reprimere i latrocini con scasso in città, in campagna, e specie in Traconitide, è questo: Chi rompe le mura  di una casa, sia venduto come schiavo e allontanato dal regno- Ant giud. XVI,1,1-.

I farisei  spiegano  che l’essere venduto come schiavo ed allontanato dal regno, pesante per  trasgressori,  colpevoli, viola, però,  i costumi della patria.

Marco, la legge mosaica dice  che un uomo non può essere venduto come schiavo ad estranei, stranieri, che hanno diversi costumi di vita, in quanto il giudeo, in cattività, non può compiere  neppure sotto costrizione, le cose comandate da altri.

Erode, perciò, ha fatto un’offesa alla religione,  punendo i colpevoli,  che sono tutelati nella loro vita di giudei, praticanti la preghiera giornaliera, le rituali purificazioni, la kasherut, la circoncisione,  il riposo festivo e le feste comandate per fare i sacrifici rituali templari.

La torah ammette in caso di vendita-  mai fuori del regno e neppure in schiavitù perpetua!- come schiavo, che l’ebreo  rimanga tale per sei anni, ma ha diritto al settimo anno ad un gratuito affrancamento.

Di conseguenza i farisei giudicano secondo Flavio che la legge allora emanata è troppo severa, ingiusta ed eccessiva-ibidem- e  arrivano a condannare Erode come despoths tirannico, un uomo  arrogante che governa  non da re/basilikoos ma da tiranno/turannikoos, che non tiene conto degli interessi  dei suoi sudditi.

Erode è un politico, funzionario dell’impero romano, che, obbedendo alla lex romana, si aliena  il suo popolo -che non ammira certamente che i suoi figli, di stirpe asmonea, stiano a Roma, per gli studi enciclici!-  e che sostiene che il proprio re  debba far pagare al ladro il quadruplo di ammenda e,  una volta accertato che non può pagare in denaro il danno fatto,  il trasgressore possa  essere venduto solo ad un altro giudeo, che conosce la tradizione patria -Ibidem 3-.

In questa situazione di  contestazione Erode decide di  far un viaggio a Roma per riprendere i propri figli studenti a Roma, dopo cinque anni dalla loro partenza e  sistemazione in casa di amici romani, gentili/goyim.

A detta di Flavio, ad ogni assenza di Erode da casa, al ritorno, il re  trova  problemi più in famiglia che in patria.

Professore, seguendo i suoi lavori, rilevo che  le assenze dalla patria  risultano fatali non solo ad Erode ma anche ai figli,  specie ad Antipatro e ad Archelao.

Marco,  questo viaggio a Roma gli nuoce poco, mentre gli risulta funesto quello, molto più lungo,  al seguito di Marco Agrippa.

Erode sia nella prima che nella seconda partenza lascia le redini del regno ai parenti stretti, a Salome e a Ferora, come dioiketai  abili a guidare il lavoro degli  uparchoi  nei vari distretti, dei burocrati e  degli  scribi di villaggio, che tengono i registri e  fanno computi per i tributi  avendo registri, poi riscossi da ufficiali regi, sebasteni, probabilmente.

Nella prima i due  mantengono  il regno secondo le direttive del fratello e lo gestiscono, senza aver problemi né con  i familiari   delle altri mogli  viventi nella reggia né con il popolo e coi farisei.  Erode  compie il suo viaggio di andata e di ritorno in circa 4 mesi, compreso il periodo di residenza  romana e l’accoglienza amichevole di Cesare, che sottende qualche giorno  di ospitalità dell’imperatore e degli amici, e le fermate in luoghi cari al re, dove compie le opere di magnanima beneficenza.

Flavio informa-ibidem 6-: Cesare lo accolse amichevolmente e tra l’altro gli consegnò i figli, i cui studi erano finiti e gli concesse di portarseli a casa.

Erode nel 22  a.C aveva lasciato a Roma  tre figli  e nel 17 riporta a casa Alessandro ed Aristobulo  mentre il terzo, innominato,  più piccolo,  era morto a Roma  misteriosamente!.  

Al ritorno Erode constata l’amore del popolo, filoasmoneo, verso i suoi due figli Flavio-ibidem,7- dice: il popolo dimostrò molto interesse per i giovani che attiravano l’attenzione di tutti per la grandezza della loro fortuna e per le loro figure, non indegne di dignità regale.

Lo scrittore rileva subito l’invidia di Salome, sorella del re  e di quanti con le loro diabolai calunnie erano stati causa della morte di Mariamne e mostra i loro timori: pensavano che i giovani, appena giunti al potere, avrebbero fatto pagare i crimini commessi contro la loro  madre!

Flavio precisa la situazione subito sorta tra  Alessandro ed Aristobulo, sdegnosi verso il popolo e  verso gli amici di Ferora e di Salome e perfino verso il padre, uccisore della madre: la paura dei colpevoli fece sì che per difesa lanciassero calunnie contro i giovani, spargendo la voce  che non parlavano volentieri al popolo a motivo della morte della madre, parendo a loro sacrilego coabitare con l’uccisore della donna, che  aveva loro dato illustre origine.-ibidem,9-.

Secondo la consuetudine idumeada noi mostrata già in Antipatro e le innocenti morti degli asmonei,  Ferora e  Salome, dopo iniziali menzogne unite ad apparente verità, plausibile, recavano danno ai giovani e distruggevano l’affetto che Erode provava per i figli  -ibidem,10-. Essi risultano abili  nel non parlare direttamente,  ma fanno giungere notizie, tramite voci popolari, al re che gradualmente passa ad un odio crescente, anche se per allora  il suo affetto è più forte  dei sospetti e delle calunnie. 

Salome è venefica con le sottese accuse per il  tradimento di Mariamne con Giuseppe, suo marito all’epoca, di cui porta come prova il figlio morto a Roma- e di quello con Soemo-di cui  crede figlia  una ragazza, ancora vivente a corte -!

I giovani, di cultura ellenistica, educati da didaskaloi,  hanno appreso da mathetai  un altro senso di dikaiousunh /iustitia, la morale della vendetta privata: essi hanno il dovere di vendicare la madre  e di uccidere il padre colpevole, con cui  è sacrilegio coabitare  e che la loro purificazione/Katharsis,   passa per la katastrophh, tragica, punendo anche il popolo e i farisei, correi della mancata difesa dell’innocente madre.  Il popolo e i farisei invece, pur mostrando interesse ed affetto per loro, vedono  in Alessandro e Aristobulo gli asmonei che rivendicano l’eredità asmonea  materna, inviati da Dio  ad uccidere il tiranno e a ripristinare  con la stasis il  malkuth,  secondo la volontà divina: il rab/maestro educa il talmid/discepolo a fare la volontà di Dio e insegna la legge- ora non solo  nelle sinagoghe, ma anche  nelle piazze!-  e la virtù,  invitando a dare la vita per la propria  tradizione.

Dunque, professore  c’è scontro tra il soggettivismo della paideia  e  il comunitarismo legalistico della musar aramaicaCerto Marco!.  Si scontrano due culture: quella dei vincitori  arroganti e quella degli sconfitti destinati a subire ulteriori dolorose sofferenze! i due giovani, insensibili ai richiami dei rabbi,  neanche vogliono comunicare con le scuole rabbiniche, che cercano di far crescere il popolo  con la liturgia della parola e della predicazione !- M.Hengel, Giudaismo ed ellenismo,Edizione italiana a cura di Sergio Monaco, Paideia Editrice 2001-.

Che succede, allora ?

I giovani, per un po’ di tempo, restando  equivoca la situazione,   nonostante i sospetti, le accuse e le calunnie cortigiane, sono  onorati, comunque, dal padre.

Erode, infatti, provvede  al loro matrimonio,  facendo sposare Alessandro con Glafira, figlia di Archelao re di Cappadocia ed Aristobulo con Berenice, figlia di sua sorella Salome.

A questo punto, intorno alla primavera  del 16  Erode  dovrebbe essersi assentato  una seconda volta, e  lasciato il potere di nuovo per breve  tempo  a  Ferora e a Salome per incontrare, a Mitilene,  Vipsanio Agrippa, suo amico  collaudato già dal 33, epoca  dell’edilità del romano, già esperto di architettura, rivisto nel 23, quando c’era tensione tra l’imperatore e il marito di  Claudia Marcella, figlia di Ottavia, che, raffreddato,  innervosito dalle chiacchiere,  si era ritirato a Lesbo, qualche mese  prima della morte del cognato  Claudio Marcello, con cui aveva  profondi dissensi  a causa della reciproca invidia, essendo ambedue competitori alla successione, data la cattiva salute di Augusto, peggiorata.

Erode aveva mantenuto stretti rapporti con Agrippa, forse per via epistolare, che, richiamato a Roma dalla Siria, lasciata ad un legatus, per sposare  Giulia, vedova, veniva considerato dux prezioso da inviare in Gallia Comata contro i Germani  e poi contro i Cantabrici, ribellatisi.

Ora Augusto, ristabilitosi in salute,  nel 17  di nuovo  con un imperium proconsulare maius, lo rimanda a Lesbo  come Epitropos Surias  col mandato di risistemare tutta la zona asiatica di punire i ribellei del  Bosforo Cimmerico  per poi  da lì,  compiuta la missione, penetrare militarmente verso al Pannonia, con gli eserciti,  stanziati  sul Danubio/Istro, per consolidare la totale  conquista dell’Illiricum.

Conquistare  l’Illiricum dal Bosforo Cimmerico, dall’attuale  Crimea?

Si. questo è il piano di Augusto!

E’ questo un grande disegno di conquista  già predisposto  e parzialmente attuato  da Augusto,  che ha in mente la costituzione della Regio X  Venetia et Histria  con le province di Dalmatia e Pannonia, poi definitivamente conquistate da  Tiberio in vari momenti- nuovo genero dell’imperatore subentrato  e nell‘imperium  e  nel letto di Giulia, come marito, alla morte del suocero Agrippa-  che divide l’insieme conquistato in  Pannonia  superior e inferior.

L’illiricum e  Pannonia comprendevano  molti stati attuali ?

Si.  Slovenia ed Austria, Croazia, Montenegro e Serbia, Bosnia Erzegovina,  Kosovo, Albania, Macedonia,  repubblica Ceca e Slovacca, Ungheria  e parte della Romania e  della Bulgaria!.

Nota bene!. Si è ancora nella pax augusta!

Erode, dunque, desidera vedere l’amico e parte per  incontrarlo  – appena sa che è arrivato a Mitilene- con l’intenzione di invitarlo  a Gerusalemme  per mostrare  a lui – ritenuto artefice della sistemazione urbanistica  dell’Urbs, compresi la  conduttura  delle acque e il miglioramento dei servizi idrici e fognari della capitale,  famoso già per la costruzione del Pantheon-   il suo capolavoro  del Tempio, dell’area templare e delle altre sue opere.

Quando, professore?

Penso nella primavera del 16, può aver fatto il viaggio verso la Ionia, dopo i matrimoni dei figli.

Flavio-ibidem 12- scrive: venuto a conoscenza che Marco Agrippa  era giunto dall’Italia in Asia, subito si affrettò ad incontrarlo e lo invitò  a venire nel suo regno  a ricevere il benvenuto, che poteva aspettarsi dal suo ospite e  migliore amico. 

Erode, dopo molte preghiere, avuto il suo consenso, lo accoglie in Giudea, nella primavera del 15.   Conosciamo la notizia da più fonti (Flavio,  Filone e  Svetonio e Cassio Dione)   cfr. M. Reinhold, Marcus Agrippa. A Biography. Ginevra L’erma di Breitshneider 1965 e  R. Syme, Aristocrazia augustea, Rizzoli 1993.

All’arrivo di Agrippa, Erode, secondo Flavio -ibidem 13- non omise niente  di quanto gli poteva essere gradito,  lo accolse nella città di nuova costruzione mentre gli mostrava  gli edifici  li trattandolo  con ogni riguardo e somministrando cibi  piacevoli. Questo avveniva sia in Cesarea Marittima che in Sebaste  e in altre fortezze. Lo condusse anche  a Gerusalemme dove fu accolto dal popolo che gli diede il benvenuto con abbigliamento festivo e con acclamazioni.

Flavio aggiunge che Agrippa  sacrificò a Dio una ecatombe  e fece festa col popolo, il cui numero non era inferiore a quello delle grandi città.

Sembra  che Filone in Legatio ad Gaium– Lettera di  Erode Agrippa a Gaio Caligola-   parli di un  sacrificio,  fatto a Pasqua    quando la popolazione di Gerusalemme si quadruplicava per la presenza di giudei aramaici transeufrasici e  di ebrei ellenistici convenuti non solo per la festa ma anche per la venuta del  genero di Augusto, intenzionato a fare un sacrificio!

Per Erode è un successo: un romano così importante, il rettore della pars orientale fa un sacrificio a Jhwh, riconoscendo ufficialmente  il valore del culto ebraico! E’ un premio alla sua politica di mediazione e di integrazione!  E’ un riconoscimento imperiale dell’opera di Erode  davanti ai dunatoi orientali e della conversione all’universalismo romano del giudaismo, pur diviso nelle sue due anime: un altro segno  di amicizia  tra l’imperatore e il re dei re,  dopo l’avvenuta distensione tra i due grandi imperi.

Il sacrificio di Agrippa a  Dio, nella Pasqua del 15, risulta il trionfo personale di Erode!

Erode onora l’amico mostrandogli le sue opere e le meraviglie naturali di Gerico e della vallata del Giordano e il  sale  e bitume Mar Asfaltite col suo sale e bitume  e con le cascate di Callirhoe.

Agrippa, comunque,  pur avendo desiderio di rimanere ancora, decide, dopo qualche mese di permanenza,   di ripartire per ritornare in Ionia, prima dell’approssimarsi della stagione invernale.

Flavio- ibidem 15 -scrive: era tuttavia incalzato dal tempo  in quanto pensavo che l’approssimarsi dell’inverno  non gli avrebbe reso sicuro il  viaggio di ritorno nella  Ionia, che era obbligato ad intraprendere.

Agrippa, dunque, parte, dopo aver ricevuto doni dal re e dai suoi amici e dai dinasti orientali, compreso Archelao  consuocero di Erode.

Secondo Flavio.-ibidem 16-: Erode passò l’inverno a casa e giunta la primavera  si affrettò ad incontrare  Agrippa, sapendo che stava  per guidare una spedizione nel Bosforo.

Erode lo segue?

Certo. Lo raggiunge a Sinope, dopo un lungo  viaggio e si assenta per  terza volta dal suo regno, fidandosi del buon governo di Ferora e Salome, senza  dare peso al contrasto esistente nella sua famiglia tra il clan idumeo e quello asmoneo!.

Flavio –Ant giud., XVI, 16-65 – parla di tale impresa di Agrippa,  ma fa cenni come Svetonio- Augusto-, mentre ne parla diffusamente Cassio Dione- St. Rom., LIV, 29,1.

Nel 14, il mandato  primario di Agrippa è quello di  mantenere l’ordine imponendo un nuovo re nel Bosforo Cimmerico.

Professore, lei  ne ha parlato nel libro Antipatro padre di Erode  quando  tratta della ricompensa di C. Giulio Cesare a Mitridate  Pergameno, figlio naturale di Mitridate il grande, che ha da lui il regno del Bosforo Cimmerico.

Si. Marco. Dicevo anche che alla  sua morte,  Asandro  diventa re e governa fino al 16,  sposando la sua sorellastra Dynamis. Alla  morte  del re,  ci sono  sedizioni antiromane  fomentate da Scribonio, contro la regina: viene inviato Marco Agrippa a risolvere  la situazione nel 14 a.C..

Agrippa, quindi, giunto con la flotta da Sinope, spaventa gli insorti ed  incorona re  Polemone I, re del Ponto,  che, sposando Dynamis, amplia il suo regno con l’annessione del regno bosforitano. Il matrimonio tra i due è infelice e sorgono poi  rivoluzioni che, capeggiate da Aspurgo, figlio di Asandro,  sono riconosciute come legittime da Roma, che lo fa regnare dall’8 a.C. per quasi un  quarantennio  come re sul Bosforo Cimmerico.

Dopo aver ristabilito l’ordine nella zona compresa tra il Tyras (Dniestr) e Borystenes ( Dniepr) e le penisole di Crimea e Taman,  Agrippa  passa alla seconda parte del suo mandato, penetrare con l’esercito dalla foce del Dniestr  e conquistare la Pannonia ,dove le tribù  bosforitane si sono  fuse con quelle pannoniche lungo l’Ister/ Danubio specie quelle di Emona e Sciscia.

Un  legatus è incaricato della spedizione militare, che deve coordinarsi, per ordine di Augusto,  con  Marco Vinicio governatore dell’Illiricum, sotto la direzione suprema di  Agrippa, che rimane  a Sinope, città del Ponto ellenizzata e romanizzata,  posta nella penisola di Boztepe, nella costa centro-meridionale del Ponto Eusino,  fondata  sullo stretto cordolo di congiunzione  alla terraferma pontica  cfr. Plinio, St. Nat., VI, 5-7,216-.

Erode  partecipa alla  resa dei ribelli bosforitani e alla elezione di Polemone, dopo che si è incontrato con l’amico non lontano dallo stretto  della penisoletta, dove è Sinope.

Seguiamo la versione di Flavio: Navigando tra Rodi e Cos approdò nei pressi di Lesbo,  dove pensava di potere trovare Agrippa- ibidem 17-.

Erode, però,  non trova a Mitilene  il dux,  già partito, essendo  uomo prudens  che teme la navigazione, a lui ignota,  dello Chersoneso tracio /stretti dei Dardanelli e del Bosforo e l’entrata  nel Ponto Eusino.

Erode,  invece,  sorpreso  dal vento del Nord, che impedì alle  sue navi di salpare  e dovette attendere  parecchi giorni a Chio  dove accolse parecchie persone  venute a visitarlo e  le conquistò con molti doni -ibidem 18-.

Flavio mostra  la generosità e la magnificenza di Erode  in attesa delle favorevoli condizioni climatiche: quando vide che il portico della città giaceva distrutto, essendo stato abbattuto nella guerra di  Mitridate  e, a differenza di altre,  non era facile erigerlo a causa della sua grande dimensione e bellezza, diede una somma di denaro  sufficiente non solo per quello  ma, ancora di più per coprire la spesa di tutta la struttura  e comandò di non trascurare quel lavoro ma di esigerlo sollecitamente così da restituire alla città la sua antica bellezza.- Ibidem19-.

Erode quando si calmò il vento, secondo Flavio –ibidem 20-  navigò verso Mitilene.

Agrippa, essendo partito  per Sinope, fa il il viaggio a tappe/stathma, costa costa, si affretta lentamente/ speudei bradeoos, volendo attendere l’amico.

E’ un viaggio lungo  quasi un migliaio di km, con triremi  da guerra e con navi onerarie?.

Si. Con triremi da guerra  e con navi onerarie. E’ una flotta che si sposta dal Mare Egeo al Ponto Eusino!

E’ un  lunghissimo viaggio e  si va a 5/6 nodi,  a  seconda della costa, facendo un percorso  di una decina di km, facendo alternare  i rematori nel lavoro, secondo un normale ritmo. Plinio, Filostrato e  Sinesio  ritengono che si possa fare un tale iter di mille km,  con una decina di giorni.

Si pensa che, perciò, Agrippa,  faccia il tragitto  dapprima fino fino ad Abydos  in Misia, davanti a Sesto, che è all’ estremità dell’Hellespontus, poi,  attraversi la Propontide -il Mar di Marmara-in tre giorni ed infine faccia il percorso da Bisanzio a Sinope in  sei giorni, dopo aver attraversato  le Simplecadi  sul  Bosforo.

Sono curioso, professore! vorrei sapere qualcosa in più sullo Stretto di Dardanelli, sul Mar di Marmara e sul Bosforo: so che lei ci è stato varie volte!

Ci sono stato ma le mie informazioni sono  superficiali, non marinaresche. Comunque, posso dirti che l’Hellespontus/Chersoneso Tracico/Dardanelli è una lunga appendice  come le tre dita della Calcidica (Sitonia, Cassandra e Monte  Athos)  una specie di ditone, che costeggia la Misia, alla cui estremità meridionale c’è Sesto, che ha di fronte, ad un buon chilometro,  Abydos (città famose per il mito di Ero e Leandro  rispettivamente sacerdotessa  di Afrodite e giovane amante, morto per andare ogni notte a  trovarla a nuoto! Forza dell’amore!). .L’Hellespontus  è una penisola europea  che è compresa oggi nella provincia di Cannakkale  Bogazi (IIio- Troia dove Erode  si ferma  al ritorno via terra e fa doni ) che è divisa in due distretti quello di Gallipoli e quello di Accabat. Il Mar di Marmara è un bacino  di circa 11. 000 km quadrati,  lungo da Gallipoli ad Izmit circa 500 km ed ha molte isole tra cui quelle dei Principi e  Marmara. Il Bosforo è, invece, uno stretto canale che mette in comunicazione il Mar Nero/ Ponte Eusino  col mar di Marmara/Propontide,  a sua volta collegato col Mar Egeo dallo stretto dei Dardanelli.  Sul Bosforo ci sono le Simplecadi  le isolette di  Sundromades e Plagktai, all’entrata dello stretto.

Leggiamo Flavio per meglio capire il viaggio di Erode che ha fretta di raggiungere l’amico: Giunto a Bisanzio seppe che Agrippa si era già inoltrato  al di là degli scogli Cianei- Simplecadi-   e si affrettò  al suo inseguimento  a massima velocità  per recuperare il tempo perduto, a causa del vento contrario.

Erode finalmente intravvede le navi dell’amico che sono vicine a Sinope!

Flavio- ibidem 21-  scrive: lo raggiunse presso Sinope nel Ponto  e quando, inaspettatamente,  accostò  la sua nave,  si avvicinò  e alla sua apparizione  ebbe il benvenuto. Ci furono scambi di caloroso saluto,  specie da parte di Agrippa, che rilevava la grandissima prova di amicizia e di affetto  perché il re aveva compiuto un così lungo viaggio  ed aveva tralasciato  per lui qualsiasi ufficio, compresa l’amministrazione del suo stato, avendo ritenuto questo il più importante tra i suoi doveri personali.

Flavio forse riprendendo  le Memorie del re, celebra l’opera svolta da Erode in quella spedizione bosforitana. E‘ probabile che altri re delle regioni vicine vadano a riverire  il genero di Augusto e tra questi Archelao, re di Cappadocia,  portando auxilia! 

Erode conosce  bene Polemone, amico come lui di Antonio divenuto in seguito  nel 27 a.C. re del Ponto e socio dell’impero.

Flavio non mostra la reale funzione svolta da Erode nella spedizione né il contributo della piccola flotta giudaica nell’occasione della chiusura del golfo bosforitano ad opera di Agrippa che blocca i ribelli e li costringe alla resa.  Lo storico neanche accenna alla incoronazione di Polemone I re del Ponto e  del Bosforo Cimmerico: è tutto preso nella esaltazione del  re giudaico che ha grande rilievo in mezzo a tutti gli altri re,  tanto da essere considerato davvero  terzo uomo dell’impero romano.   Flavio-ibidem 22- scrive : lui fu tutto per Agrippa: Collega sunagonisths negli affari di stato consigliere/ sumboulos in varie occasioni; hedus tais anesesi / sollievo nei momenti di proccupazione; e monos apantoon koinoonos okhleeroon  men dià thn eunoian, eedeoon de  katà thn timhn/unico partecipe  di tutte molestie  con la benevolenza  e  di tutti i piaceri con devoto rispetto  dell’amico.

Professore, Flavio mostra il servitium di Erode accanto al megistos  Agrippa e nella vita politica e in quella privata quotidiana, comunque, discreto,  senza invadenza !?

Certo. Marco. E’ un uomo che sa stare al suo posto, nonostante il naturale protagonismo ed enthousiasmos personale, ingigantito dalla coscienza della sua amicizia  con un politikos, destinato alla successione,  per natura benevolo khrhstos, benefico e sollecito verso gli altri/megalopsuchos .

E lo dimostra, secondo Flavio, nel viaggio di ritorno, fatto a tappe, via terra,  passando  attraverso le regioni della  Paflagonia, della Cappadocia, della Frigia / megale Phrugia  per arrivare ad Efeso!  lo scrittore giudaico vuole esaltare il re  evidenziando la sua grandezza  di animo e la munificenza, pur in compagnia del suo amico, infinitamente a lui superiore, probabilmente citando le Memorie regie in suo possesso: Molti furono i benefici concessi dal re in ogni città, secondo i bisogni di quanti a lui ricorrevano: non si ritirava da nulla  per ciò che riguardava denaro ed ospitalità, pagando di tasca sua  ogni spesa; intercedeva per alcuni che chiedevano favori ad Agrippa  e faceva in modo che non restasse mai inesaudita la richiesta dei postulanti.  Già Agrippa lo era per conto suo gentile e generoso nell’andare incontro a chi chiedeva  favori personali, non nocivi agli altri, ma il re incitandolo, lo stimolò moltissimo  a compiere azioni buone.

Tra le azioni buone Flavio porta l’ esempio della riconciliazione col popolo di Ilio, che  si ritiene esente da tributi perché  con Enea  e Iulo si considera capostipite dei Romani: Lo riconciliò col popolo di Ilio,  pagò i debiti  ai Chii che avevano  coi procuratori di Cesare, li liberò dai loro tributi, assistendo chiunque a lui ricorresse -ibidem 26-.

Sembra un Erode buono, premuroso, generoso e sconfinato nel suo prodigarsi per gli altri, magnanimo in tutto, secondo il suo carattere filantropico,  disposto alla euergesia.

E’ davvero Erode così?  Marco questa è la sua versione dei fatti narrata da Flavio che segue le  sue upomnhmata/memorie!. Si sa che Erode è uomo/vir anche nelle vicende  contraddittorie della normalità situazionale e perfino negli eccessi, e sa rivelare il meglio e il peggio di sé, avendo dovuto vivere  da re lui privato/idioths,  suddito dei romani e stretto collaboratore di Ottaviano ed Agrippa anche loro  popolares cives, divenuti megistoi, dominatori divini di un imperium sconfinato, rimanendo sempre un idumeo-nabateo barbarico, mesopotamico, nonostante la cultura ellenica!.  

Da qui il monstrum/teras secondo la lettura cristiana, che vede  la parte più oscura di una creatura?

Marco, l’uomo è uomo, un sacco di merda, capace di tutto nel bene e nel male ed Erode è esagerato negli estremismi e nel meglio e nel peggio!

Professore, mi fa meditare, oggi !  Grazie. Seguiti, ora, il suo lavoro su Erode.

Erode ed Agrippa non fanno il ritorno su nave, ma  via terra e  giungono in Ionia, ad Efeso.

Flavio-ibidem 27- informa:  una notevole moltitudine di giudei  abitanti in quella città  si avvalse di questa opportunità per  parlare liberamente. andarono da loro  e esposero  i maltrattamenti  che subivano in quanto non era lor concesso  di reggersi conformi alle loro leggi  e con forza era costretti a comparire nei giorni festivi in tribunale; denunciavano che erano stai spogliati  del denaro  che avevano messo da parte  da inviare a Gerusalemme  e che erano obbligati  al servizio militare, a servizi civici, sebbene fossero esentati da questi doveri e chiedevano che fosse loro concesso di vivere secondo le proprie leggi. 

Marco, tu conosci  da tempo il sistema ebraico, tutelato, prima dai Persiani e poi dai Macedoni (Lagidi e seleucidi) ribadito con molti decreti  dal diritto romano, vigente in ogni città greca  e specie in Alessandria,  come politeuma/tipica costituzione ebraica.  Te ne ho parlato moltissime volte e l’ho ben descritto con Filone  durante la causa sostenuta davanti a Caligola cfr. Caligola il sublime,cit.  Perciò non è il caso che io te ne  parli diffusamente. trattando del discorso  fatto da Nicola di Damasco, patronus ed advocatus,  dato da Erode, come difensore della causa, ai giudei ellenisti.

Noi conosciamo la retorica di Nicola– cfr La morte degli innocenti figli di Mariamne  e il “regno” di Antipatro – e la sua concezione universalistica dell’impero  romano,  la sua coscienza di suddito rispetto al dominio dei romani  e la sacrosantità dello ius sui popoli sottomessi e  della  necessitas della conservazione  della tipicità della religio giudaica e della salvaguardia del suo politeuma anche ad Efeso, città  cosmopolita di oltre 300.000 abitanti,  con una popolazione ebraica di quasi un terzo.

Se vuole,  può aggiungere qualcosa, faccia come le sembra opportuno, professore!. Credo, comunque,  di conoscere la romanitas  di Nicola di Damasco.

L’avvocato ha presente  tutti i decreti che Flavio  ha mostrato nel XIV libro di  Antichità giudaiche  per comprovare i diritti ebraici tutelati dalla lex romana dal periodo di  Giulio Cesare, che ricompensa  Antipatro, Hrcano e gli oniadi del loro  aiuto durante il bellum alexandrinum.

Ora ad Efeso Nicola conosce gli oltraggiosi maltrattamenti /epeereia, subiti ingiustamente dai giudei: gli è facile dimostrare l’ingiustificato procedere antigiudaico degli efesini greci e degli abitanti della  Ionia, che sono in lotta per la supremazia nel porto, nei commerci e nel sistema trapezitario, per invidia.  Nicola  fa ora  upourgia e non storia, elogiando la funzione di ethnopatoor di Erode e la sua posizione di mesiths, di intermediario,   di garante della fedeltà all’imperium romano del giudaismo ellenistico (ed anche aramaico!)- e di rutoor/liberatore dalle prove del signore/peirasmoi e dai nemici –   e contemporaneamente esaltando la figura del megistos Agrippa, nella sua funzione di giudice, insieme al re,  in una assemblea di capi romani  e di principi locali!.

E’  questa anche per lui una grande opportunità per la sua stessa carriera forense!

Flavio, infatti, dopo aver evidenziato che un giudeo preferisce la morte alla vita, se gli si vieta i costumi della patria (le solennità, i sacrifici, e feste  in onore del  proprio Dio) fa rivolgere Nicola contro i greci efesini che li mettono alla prova / peirazontes: ciò che i nostri antagonisti  non vorrebbero compiere  personalmente tentano di farlo  compiere  agli altri, quasi che non fosse un’empietà  violare le sacre  tradizioni degli altri  o trascurare i propri sacri doveri  per i propri dei e poi  aggiunge Vi è mai un popolo, una città, una comunità umana  che non ponga il suo maggior bene  nel vivere soggetto al vostro  comando  o a quello dell’impero romano?. Vorrebbe mai qualcuno che i favori, che vengono da voi,  siano revocati? Nessuno, neppure un pazzo.

Flavio vuole mostrare col discorso, pur retorico, di Nicola,  che i decreti, noti a tutti  greci  non sono da  revocare, sono diritti acquisiti dal popolo giudaico!.

Da quasi  quaranta anni  i decreti romani sono leggibili nelle piazze di ogni città  ellenistica, ben custoditi ed incisi in tavole di Bronzo sul  Campidoglio a Roma, perfino, fatti scrivere da Cesare stesso ed anche in Alessandria –Ant giud,XIV,187-188-.

Ce ne sono tanti altri successivi o sbaglio ?

No. Non sbagli. Marco.

Ci sono decreti approvati dal senato per Hircano e la nazione giudaica  e  per il popolo di Sidone, ibidem190-195; ce ne sono  per le città della Fenicia  ibidem 196-198, ce ne sono altri indirizzati ad Hircano  e ai figli (Ibidem  199-210)  relativi la riduzione di un  Kor– litri 370- dalla tassa pagata dai giudei, con  prescrizioni di pagare tasse  ai fenici in  favore di Gerusalemme  e dei giudei  che nel settimo anno non possono lavorare!. Ce ne sono per il popolo pario che deve autorizzare le feste giudaiche!.

Nicola conosce anche i decreti di Antonio, di Dolabella, del console Lucio Lentulo,  di Marco Pisone che concedono privilegi ai Giudei di Asia  (Ibidem 223-224), ai giudei  di Efeso stessa (Ibidem 225-227 -230-32-240) proprio per l’esenzione dal  servizio militare, compreso quello di Lucio Antonio.

A dire il vero, Flavio ne cita tanti altri per Laodicea, per Mileto  per Pergamo, per Alicarnasso, per Sardi,(ed ancora per Efeso) (ibidem   241-267 )ed aggiunge anche lettere per Hircano                  (Ibidem 301-313), lettere, per Tiro (ibidem  314-318) e  per i suoi abitanti (ibidem 319-322) per Sidone  per Antiochia e  Arado  (ibidem 323).

Nicola,  ricordando anche i meriti  di Antipatro,  celebra Erode che è accanto ad Agrippa, – di cui ricorda la recente visita in Giudea e il suo amore per il popolo  giudaico e il suo re-   lodato per la sua pietas, avendo fatto un sacrificio al Dio nel Tempio  e per averlo onorato con preghiere rituali.

Flavio mostra  come  Nicola  metta in evidenza Agrippa, magistrato in carica  con compiti pubblici  così grandi, considerato segno e garanzia di amicizia per il popolo giudaico,   facente ogni cosa per amore dell’amico Erode. Infine Flavio fa concludere         l’ advocatus con queste parole: noi non ti chiediamo nulla di speciale,  solo che tu non permetta che gli altri ci privino dei diritti che tu stesso ci hai dato!.

Naturalmente i greci niente possono obiettare  e tanto meno difendersi, negando,comunque, di aver commesso  errori!

Marco, i poveri greci  goyim, accusatori  adducono ora solo  le  scuse  ai giudei brava gente capace, però,  di spargere nel territorio  gravi generici mali, comunque degna di essere onorata  e fanno promesse di non disturbarli più!

Flavio infine scrive: Agrippa licenziò l’assemblea  dei  capi romani, dei  re e dei  dinasti  e  si alzò insieme ad Erode  che  andò da lui,  lo abbracciò,  grato per la sua buona disposizione  verso di lui .Agrippa  si mostrò riconoscente a tali parole  e rispose in egual modo  gettando le braccia ad Erode, che a sua volta di nuovo l’abbracciò.

Erode, perciò, dopo essersi congedato da Agrippa- che partì per Lesbo e da lì andò a Samo-   si mise in mare e, incontrati venti favorevoli,  approdò a Cesarea  non molti giorni dopo.-Ibidem 62-. 

Flavio aggiunge: il re partì per Gerusalemme  e convocò un’assemblea plenaria, essendo convenuta anche una grande folla venuta dalla regione- Ibidem-

Erode è un re trionfante che racconta il suo viaggio fino al Bosforo Cimmerico,  l’amicizia  e l’amore di Agrippa, espone la situazione dei giudei di Ionia  e  di Asia, mostra la soluzione dei loro problemi, grazie al suo intervento,  utile tanto da lasciarli sicuri e tranquilli.

E’ professore il massimo successo  di Erode, che  è fortunato  nella sua azione di mesiths, di ethnopatoor  e di diallakths?

Certo, Marco  questo mi sembra che voglia dire Flavio in  Antichità Giudaiche, che, evidenziando in  Erode   l’exemplum del popolo ebraico stesso filoromano – nascondendo quello aramaico- ,   celebra la grandezza stessa del giudaismo internazionale cosmopolita, in una esaltazione della politica del grande Re.

Il discorso di Erode al popolo, conquistato dalla sua parola, dall’affabilità  ed ancora di più dal gesto  del condono di un quarto dei tributi dell’ anno passato, esprime uno stato di buona fortuna e di buon governo da parte di un re, che afferma di non aver tralasciato nulla di vantaggioso per il giudaismo. 

Erode,  dunque,   è prototipo del Giudeo ellenista internazionale romanizzato!

Il popolo stesso gerosolomitano e i capi  della regione, allora,   augurano ogni bene al re  – Ibidem 65-.

Politicamente per Erode è un momento di estrema fortuna che diventa -ironia del destino- di massima sfortuna nella vita privata e  nell’ambiente familiare.

Appena Erode  ritorna a casa, nella  reggia,  iniziano i suoi guai familiari: Ferora e Salome  accusano Alessandro ed Aristobulo,  i suoi due figli asmonei, di sedizione e di parricidio!

Avendomi fatto vedere un altro Erode, devo confessare, mi dispiace!

C’ è empatia?

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma! 

Paidomatheis einai douleias dikaias/ siamo educati da bambini ad una schiavitù, giusta –De sobrietate,198-

Per i farisei e per gli scribi l’invio dei figli  da parte di Erode  a Roma,  per studiare, è un peccato  grave!.

Un amàrthma mortale?!  professore

Si, Marco.

Come imposero di non  inviare il giovane Aristobulo, destinato ad essere sommo sacerdote,  ad Alessandria, presso Antonio, ora nel 22 a.C. proibiscono – inascoltati!-  che i  figli di Mariamne, vadano a Roma, per gli studi, ad apprendere le artes liberales.

Secondo i farisei Alessandro, Aristobulo e il figlio minore di Mariamne asmonea non devono allontanarsi dalla patria,  da Gerusalemme, dalla loro terra,  perché devono seguitare  e terminare il corso di formazione giovanile, fatto da un maestro /rab, come ogni altro discepolo /talmid! Essi temono che con la paideia  greco-romana  i giovani possano contaminare i loro corpi, e, mescolati con i gentili, nelle  etairiai, durante i sumposia e le klinai, possano  indulgere all’omosessualità o  avere rapporti con donne, nonostante la prescrizione di rimanere vergini fino al matrimonio, incontaminati nella loro purezza, senza masturbarsi (cfr. Filone, De Ioseph)!: la loro anima  sarebbe  sconvolta dalla cultura greca e da quella latina, proprie di goyim, che non conoscono il timore di Dio/JHWH. Perfino l’educazione ellenistica alessandrina,  quella methoria in  lingua greca, degli oniadi, è  per gli esseni un male, nonostante il  loro sforzo di mantenersi puri con l’ameicsia, frutto di un adattamento tipico dei didaskaleia.  Cfr. Ameicsia e Filone. Infine  affidare i propri figli a maestri di lingua latina è avvicinarli al politeismo  dei Goyim, alla violenza e al militarismo- il male peggiore per la morale sacerdotale di un giovane giudeo-: Roma è  Babilonia per un aramaico, sede del male e l’ aquila, suo simbolo,  è Mammona!.

Professore, ho già letto  Ameicsia e Filone e so che in 2 Maccabei, 14, 38, si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all’estero e che Filone (De Joseph, 254) riprendendo questo stesso concetto  lo innova. Infatti  lei scrive che ogni ebreo della diaspora secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco,  seppure partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim. Lei poi aggiunge: Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri disseminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati  da tutti gli altri: Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didaskaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti, si era giunti a condannare l’ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e a trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano. Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr. Ant.Giud. XII,387388,XIII,62 ; Guerra Giudaica,I,423-432 e cfr.E. BICKERMAN in “ZNW” 32,1935,153 3 ss).

Come vede, professore, ricordo bene.

Marco, sono contento.

Ora, però, cerco di mostrare che Erode non invia i suoi figli ad Alessandria perché ha già maestri alessandrini a corte, che spiegano la teoria dell’ameicsia, partendo dall’etimologia  di ameignumi, inteso  non come tentativo di non isolarsi né  di mancare di koinonia, ma come accettazione di una nuova  basileia imperiale e di un nuovo sistema di tzedaqah, cioè di una sovranità assoluta connessa con la divinità e di una giustizia  con caritas, che autorizza anche il commercio,  in una nuova concezione di genos/stirpe e phratria/famiglia e suggeneia/consanguineità, anche se si mantiene il patto con Dio in quanto ebreo/ vedente il theos,  consapevole di essere in mezzo a tanti altri popoli, tutti  soggetti ad uno stesso sovrano,  a cui si deve proskunesis.

Cosa è Proskunhsis?

Marco, il termine viene da proskuneoo, che vuol dire mi inginocchio prostrandomi  davanti ad un essere superiore, portando la mano alla bocca ed inviando baci, in ossequio alla maestàdivina del Signore, come atto di venerazione, nella coscienza di essere suddito di uno, padrone della vita.

E’ un tipico atto di un suddito orientale- ignoto ad un civis occidentale-  tipico della cultura achemenide, imposta da Alessandro ai suoi stratiootai, sbigottiti,  nel 329 av. C  tanto che subì una congiura – quella degli etairoi-che gli alienò pars dell’esercito (lo stesso eghmoon strategikos Parmenione, capo invitto fino ad allora della spedizione antipersiana e suo figlio Filota, capo  di una parte della cavalleria, come lui, uccisi proditoriamente), propria degli arsacidi,  divenuta consueta coi seleucidi e coi lagidi. A Roma  diventa pratica normale con Caligola, a cui Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, fa per primo  la proskunhsis, cerimoniale in uso presso Cleopatra ed Antonio, rifiutato, sembra,  dal solo Domizio Enobarbo, antenato di Nerone!.

Erode, quindi, non solo desidera per i figli  una formazione alessandrina, ma vuole anche quella latina delle artes liberales, unita ad una formazione militaristica?.

Per me, Erode cura di più la formazione di Alessandro, suo primogenito, asmoneo, che, all’epoca della partenza dovrebbe aver già superato l’esame di bar mitzvah/ figlio del comandamento consueto a 13 anni ed un giorno, dopo aver già  fatto gli studi enciclici primari (enciclios paideia), corrispondenti al trivio latino. In pratica  si sarebbero interrotti gli studi sacerdotali  fino a 18 anni  sulla giustizia e sull’orientamento alla lettura  della sapienza, fine ultimo della cultura aramaica. Da qui la rabbia dei farisei, che  erano stati maestri degli Asmonei,  per Giulio Erode, il  cui modello educativo  vincente è quello romano del civis vittorioso,  imperante nel mondo!

Mi sembra normale che un padre, civis,  voglia  che i propri figli siano educati secondo i principi  basilari della Romanitas! E’ legittimo che Erode desideri  che i figli asmonei, destinati alla successione, specie Alessandro, completino la formazione letteraria, iniziata in Giudea, quella del trivio, fatta da litteratores e da grammatici, a corte –   grammatica, retorica e  dialettica –   con  quella scientifica del quadrivio, da fare a Roma  -aritmetica  geometria, musica  e  astronomia –  per dare loro una educazione retorica, con un  rhetor prestigioso? io ricordo bene le lezioni da lei fatte, ora precisate negli articoli di Gumnasiarca e paideia, di Ellenizein e  di Diaspora, To gumnasion,  e penso che Erode, non potendo iscrivere i figli  come neoi,  li  riporta  a casa, senza la dokimasia- giudizio/diploma-, necessaria per l’ efebia e  per il servizio militare- da cui l’ebreo per legge  è esente. Comunque,  non capisco esattamente il motivo sotteso di questa opposizione dei farisei,   seguaci degli asmonei e tanto meno l‘amarteema  mortale-non veniale– imputato ad Erode?

Bravo! Marco. Hai studiato attentamente il sistema educativo ellenistico di un giudeo ed hai compreso il sistema economico-finanziario giudaico!

Professore, lei è bravo! lei è un grande storico!ed io sono orgoglioso di parlare con lei,  che mi permette di seguirla con opportune spiegazioni, orientandomi  per una formazione omogenea, aperta, libera, autonoma.

Che dici, Marco? tu, ingegnere, hai fatto la tua strada ed ora mi gratifichi perché mi vuoi bene: la tua stima è superiore ai miei meriti! mi chiami muratore quando i miei zii mi definivano mezza cucchiara e mi affiancavano un muratore di I classe,  pure per fare un muretto!  ora mi dici storico quando nessuno  mi conosce e non ho mai avuto il minimo riconoscimento del mio nascosto cinquantennale lavoro! io so veramente cosa vuol dire essere  storicoSorvoliamo e ridiamoci sopra! Ad 81 anni compiuti vivere è già tanto ed è stupido lamentarsi!.C’è gente che soffre davvero!

Professore,  per me è un mistero il non riconoscimento del suo lavoro! Mah, in Italia c’è gente che sa leggere!? io ancora medito sull’articolo un Sistema economico-finanziario: Tzedaqah! Ancora studio Ossequio servile/upourgia e Vangelo di Marco!.Ancora rifletto su Gesù di Angelo Filipponi di Tufano!   Comunque, mi dica su questa opposizione sorda farisaica: io, da alunno,  ascolto.

Riprendiamo il discorso. Erode, dunque, re socio dell’impero romano, vuole educare i figli come politai /cives di un organismo  universale, quale l’impero romano, secondo la paideia romano- ellenistica ed insegnare loro la lingua greca, tipica dell’Oriente  e la lingua latina, dell’Occidente!.Un padre integrato nel sistema romano-ellenistico desidera che i suoi figli abbiano  una integrazione migliore!

Per un aramaico, invece,  l’uso della  lingua straniera è profanazione della  propria identità  tribale-nazionale,  espressa nel proprio idioma, che è lingua sacra, non traducibile da nessuno  in altra lingua! Marco, la Iudaea, ancora dopo quarantanni di dominio romano, -pur avendo fatto progressi, dopo due generazioni- non ha chiaro il valore di  far parte di un impero universale, che, avendo un unico imperator /autokratoor,  dopo la vittoria,  ha  dato nuovi princìpi pacifici e giuridici, comuni a tutti i circa  50.000.000 di sudditi, lasciando a tutte le  etnie (galli, germani, britanni, italici, greci, bitini, pontici, siriaci,pamphili,  cilici, fenici,  egizi,  afri)  i propri Dei con i loro rituali religiosi, e  quindi ha permesso anche ai giudei di conservare intatta la  tradizione mosaica, la  lingua aramaica e la  loro cultura/musar,   proteggendoli con speciali decreti, considerata la tipicità della loro threscheia. Nonostante il rispetto dei Romani per il loro ethnos, essendo la stirpe, divisa in  giudei aramaici e giudei ellenistici, dato il loro numero elevato, e considerata la loro  particolare storia coloniale migratoria, il compito di eghmoon di  Erode, basileus, è difficilissimo: regnare nel territorio giudaico  su una striminzita  maggioranza aramaica  filoparthica  e su altri giudei già ellenizzati come i sadducei  o romanizzati, in quanto laici e pagani, che, insieme ai  circa 2.500.000  ellenistici della  diaspora, di lingua greca,  sono filoromani, è  di un  sovrano universale, che può essere esemplare  anche per Ottaviano Augustus circa  la catholicità  e il rispetto delle minoranze, le differenze tra i popoli,  con la proposta di un sistema giuridico unitario.

Erode basileus,  per lei, è, perfino, un modello di buon governo regio per l‘inesperto imperator, che, non conoscendo bene il sistema della Basileia, non sa neppur comandare da re, ed  essendo  solo un comandante militare con poteri dittatoriali  governa teatralmente come princeps, quasi fosse davvero  il primus inter pares, dopo aver distrutto, di fatto, il sistema repubblicano, provocando continue agitazioni con congiure! Lei mi ha promesso di trattare diffusamente dell’equivoco del principato in altra sede e del rifiuto degli ordini degli aristocratici e degli equites! Comunque, non è tempo, professore,  che mi mostri, mentre tratta della educazione dei figli asmonei a Roma, le reali differenze tra le varie culture, vigenti in Iudaea, in epoca augustea?

Certo, Marco,   questo l’ho già fatto quando ho trattato in generale dell’ellenismo, come già hai messo in evidenza!Ti ho mostrato anche che Erode invia in seguito altri figli a Roma, di altre mogli!. Permettimi, però, di ricordare  che Erode, essendo il rappresentante di tutti gli ellenisti sparsi  in tutte le nazioni del Mediterraneo, partes dell’imperium romano, non può non volere l’ insegnamento della paideia ai suoi figli, destinati alla successione, anche perché ritiene doveroso assecondare la volontà dell’imperatore, desideroso di  formare presso di lui i futuri re, funzionari dell’impero romano.

Capisco, professore!. Augusto tiene a Roma i figli dei re come ostaggi, come quelli avuti  dal re dei re, assecondando apparentemente  il loro desiderio di ellenizzazione, anche per meglio entrare nella logica della Basileia, essendo il termine re da sempre odioso ai romani.

Ti ho già detto che Ottavia, la sorella dell’imperatore,  è incaricata di tenere i figli di Antonio, ed anche di re socii,  e di educarli con le sue due figlie, in una scuola regia, a corte, con i migliori maestri alessandrini, per natura sublimi ruffiani/kolakes megalophueis  – Peri Upsous, XLVI, 3- Ti aggiungo che  forse  gli asmonei hanno un corso di educazione migliore rispetto a quella data ai figli Mariamne di Boetho, di Maltace e di Cleopatra,  in quanto Alessandro afferma che lui, se diventa re,  li fa tutti  koomogramateis/  scritturali di paese.! Ora, ricopiando la traduzione di De agricoltura di Filone  e quella di De congressu, però, ho una nuova possibilità, da una parte,  di chiarirti  la musar, la funzione dei  soferim e il compito di un rab, e da un’altra ho anche l’opportunità di parlare- senza affrontare quello latino- dello  specifico sistema oniade di insegnamento, su cui mi soffermo.

Nota bene, Marco,  che Filone dice  paidomatheis einai douleias dikaias (De Ebrietate, 198;  più o meno ribadito in De Plantatione Noe ed altrove) che cioè,  noi  cives siamo stati educati da ragazzi  a scuola di servitù, giusta, proclamando che l’ imperium dei romani è un potere legittimo, riconosciuto legalmente  fin dalla  tenera età, quando la mente è fasciata da  costumi ed abitudini  senza aver gustato la fonte/namatos più bella e feconda dell’eloquenza / logoon, cioè la libertà/then eleutherian  – Peri upsousibidem-.

Filone, quindi, sembra- se è giusta la theoria sulla datazione del Peri upsous in epoca Caligoliana- che  per lui l’oratoria  sia finita perché non esiste più la democrazia, ottima nutrice degli spiriti grandi/ toon megaloon agathh tithenos,  essendosi spenta la libertà. ed essendo sorta brama di ricchezza e di piaceri, che necessariamente portano alla servitù!.

Professore, Filone ha una sua particolare visione dell’ età di un uomo? o ha la stessa visione greca?

Filone in de Opificio, XXXV 103-4 parla dell’età umana in relazione all’ebdomade. Per lui le età dell’uomo si misurano  partendo dall’infanzia fino alla vecchiaia così:

– durante i primi sette anni si ha lo spuntare di denti;

– nel secondo settennio sorge il momento della capacità procreativa;

– nel terzo la crescita della barba;

-nel quarto l’aumento della  forza fisica;

– nel quinto il tempo delle nozze;

– nel sesto la capacità di comprensione raggiunge il massimo

– nel settimo si verifica il miglioramento con lo sviluppo dell’intelletto e della parola;

– nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra;

– nel nono subentrano calma e pacatezza in quanto le passioni si sono di molto pacate;

– nel decimo, infine,  giunge il termine desiderabile della  vita, allorché gli organi del corpo  sono ancora in buona condizione; una lunga vecchiaia, invece, li fiacca  e li distrugge, l’uno dopo l’altro.

Filone aggiunge che anche Solone (638 a.C-557), il legislatore ateniese, ha scritto, in versi elegiaci, le età dell’uomo:

– il bambino piccolino, cui è spuntata la corona dei denti mentre era ancora infante, li perde,  entro i primi sette anni di vita;

-quando il dio ha fatto scorre il secondo settennio di vita, egli manifesta i segni della  pubertà incipiente;

– nel terzo settennio mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde la floridezza;

– nel quarto settennio ognuno eccelle in forza ed è in questo che gli uomini riconoscono i segni del valore virile;

– nel quinto è tempo che l’uomo pensi alla nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro;

– nel sesto la mente dell’uomo giunge  alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili;

– il settimo ed ottavo settennio sono quanto ad intelletto e  parola  di estrema  eccellenza e formano un periodo di 14 anni;

-nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza ma si fanno più deboli in lui di fronte a  manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere;

– se poi qualcuno, compiuta la vita entro  i limiti giusti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori di tempo.

Marco,  Filone, scrittore dl I secolo d.C.,   ha la stessa concezione dell’arco di vita umana di  Solone, fiorito nel VI secolo a.C!

Grazie, per la spiegazione  circa l’età secondo Filone. Ora le sarei grato se mi seguita a parlare della concezione agricola giudaica.

Filone, Marco, dopo il suo esame situazionale, inizia la trattazione del giusto Noé, l’unico sopravvissuto al diluvio, con la sua famiglia, mediante l’arca: per Genesi, 9.20.21 Noè iniziò ad essere uomo dedito all’agricoltura, bevve vino e si ubriacò nella sua casa.

La giustizia di Noè diventa esemplare, secondo la legge di Mosè in quanto il giusto è agricoltore, la peculiarità dell’agricoltore è la giustizia!.

Da qui deriva la non giustizia di Erode che, invece, è asteios/cittadino, commerciante e che vuole educare i figli secondo l’etica ellenistica, non agricola,  non propria di un georgos!.  De agricoltura  4: suo  amarthma è inviare, nonostante l’opposizione farisaica, i figli a Roma nel 22 av. C., per dare loro un’ altra cultura, abbandonando quella tradizionale agricola,  autorizzando la contaminazione con i goyim!. Il peccato di Erode  è gravissimo perché travia l’animo di uomini di stirpe asmonea, possibili sommi sacerdoti di un popolo sacerdotale! Marco, seguimi bene, Filone fa molta attenzione ai termini e fa distinzioni sottili,  etimologiche, ma sa bene che la sua è theoria per gli aramaici e  che quanto dice in lingua greca non è  cosa ritenuta vera, ma solo un tentativo di mediazione oniade: la sua famiglia da oltre sette  generazioni/toledoth si è ellenizzata avendo  stabilito rapporti coi greci, inventando un faticoso e difficile sistema di ameicsia per sopravvivere  in Alessandria,  vivendo nel servitium di due padroni: Dio e il re lagide, ed ora Dio e l’imperatore romanoL’aramaico, invece, ha solo due vie,  quella della rettitudine, aspra, e quella del vizio, piana,  ed ha fatto la scelta, obbligata, della tzedaqah,  da seguire con una moltitudine di prescrizioni (613) per essere  giustiChi  vive, sentendosi agricoltore-  pastore e cavaliere –  e consegue la sapienza, ha come modelli i patriarchi  Abramo, Isacco e Giacobbe che sono rispettivamente portatori di un messaggio di uomo che migra  ed ha orientamento astronomico,  di uomo che ha un naturale vivere virtuoso, di uomo che cerca asceticamente la perfezione con un   progressivo maggiore esercizio!.

Nella pratica di vita,  come imitazione dei patriarchi,  si distinguono la via del giudeo ellenista, specie oniade, e la via  dell’aramaico, che, seguendo due percorsi di lettura  con due mezzi linguistici diversi, lingua greca e lingua aramaica, giungono a visioni del tutto diverse,  in relazione alla interpretazione biblica allegorica o letterale.

Quindi, professore, si torna ad un problema già esistente tra i farisei e i sadducei, allegorici gli uni, letterali gli altri nella interpretazione biblica?

Marco, dal periodo asmoneo le due aireseis si contrastavano, ma ora, con la presenza dei romani e di Erode, si è verificato che sadducei ed oniadi, ambedue eredi del sacerdozio templare,  sono filoromani e filoerodiani, mentre i farisei con gli esseni sono antiromani  e filoparthici e, quindi, hanno aperto nuovi orizzonti politici.

Comunque, Filone, pur facendo una lettura allegorica, non letterale come quella dei sadducei,  ci permette  di capire  il pensiero  di massimo integralismo degli aramaici – che hanno perfino una differente Bibbia ( cfr.I due canoni) rispetto ai giudei oniadi alessandrini, che,  ellenizzati, hanno trovato altre soluzioni di vita e un sistema alternativo,  che ti sintetizzo con  De agricoltura 1-22.

Infatti, dopo aver distinto tra cittadino ed agricoltore, (ed anche tra pastore e guardiano del gregge, tra cavaliere e chi cavalca) Filone  mostra la differenza tra agricoltore e lavoratore della terra, salariato,  operanti apparentemente allo stesso modo, ma, in realtà, facenti due attività  diverse, antitetiche e  contrapposte.

Secondo Filone chiunque può impegnarsi nella coltura della terra,  anche senza precisa conoscenza/ episthmh, l’agricoltore, invece,  vi si impegna con cognizione di causa e  non da incompetente – ibidem 4-. Il theologos precisa, poi, che il lavoratore in quanto bracciante, salariato, pensa solo alla ricompensa e non ha interesse a lavorare bene, l’agricoltore, invece,  ha mille impegni, essendo disposto ad investire le proprie sostanze, a spendere del suo perché il podere migliori e risulti perfetto agli occhi di esperti: vuole raccogliere i frutti non da altra parte ma dalle sue coltivazioni che rendono molto per tutto l’anno!- ibidem 5-. Filone insiste nel lodare la fatica  dell’agricoltore, che fa sostanzialmente due operazioni: una di coltivazione – che comporta la potatura che regola la crescita delle piante, la protezione delle gemme e dei polloni, oltre all’ innesto, evidenziando  che l’agricoltore è simile ad un padre di famiglia che mette in stretto ed armonioso rapporto i figli adottivi con quelli di altre famiglie – ed una di estirpazione  e distruzione radicale di erbe e piante infestanti, in una volontà di seminare e piantare solo  gli alberi fruttiferi.

In questo lavoro,  Filone mostra come l’uomo sia padrone della natura in quanto agricoltore/egemoon che bada non a  seminare e piantare qualcosa di sterile, ma ciò che è fruttifero e coltivabile, in modo da ottenere  annualmente buona resa. E subito lo ribadisce citando Genesi (1,26-29): la natura, infatti, ha proclamato l’uomo archoon  delle piante e degli altri viventi di tutto il genere degli esseri mortali.

Attento Marco, ora, a questo passaggio retorico, utile ai fini  morali!.

In ciascuno di noi che altro potrebbe essere l’uomo, se non l’intelletto/ o nous- intellectus, che è solito trarre utile frutto  da ciò che è  stato seminato e piantato?

Filone sottende  identificando, da un lato,  il tutto per una parte ciascuno di noi – uomo agricoltore  e,  da un altro, l’uomo signore della natura-nous, facendo un’operazione macroscopica naturale, generale,  ed una microscopica individuale, personale.

Interessante! professore, ma lei dice pure  che Filone, specie in De congressu dà una lettura specifica degli studi enciclici sulla  base del rapporto di Abramo con Sara, la signora  e di Abramo  con  Agar, la schiava egizia, data da  Sara per avere figli!. Me lo vuole spiegare meglio ?

Marco, se vuoi capire la logica di Filone, devi attentamente considerare le azioni  che risultano  buone ed utili/  chreestai, fatte dall’agricoltore, che è  disposto ad investire il proprio avere e spendere denaro per rendere migliore la sua terra,  desideroso di raccogliere i frutti dal proprio lavoro, annuale nei sei anni operativi.- il settimo è di riposo!-.

Dunque, per Filone-  che ha l’eredità  della cultura aramaica- lavoro e terra sono basilari come esercizio, come pratica di ascesi ?

Uno dei lavori di un agricoltore è trasformare le pianteanche selvatiche, innestate  in fruttifere, facendole sviluppare, potandole, seguire la crescita e curare i germogli  secondo la loro natura,  a volte interrando alcune ed  innestando altre  sorvegliando ogni cosa come un padre:  sa anche fare opere di pulizia, estirpando erbacce, eliminando quelle che possono recare danno ed usando quelle selvatiche per le palizzate  come recinzione-De agricoltura ibidem- Filone, come gli esseni, propone l’agricoltura come arte perfetta, ma fa il commerciante come ogni altro oniade ed è giudeo ellenistico, che solo in  vecchiaia si ritira e diventa Terapeuta cioè askeeths  Cfr. Esseni, Quod omnis probus e I terapeuti  De vita contemplativa. Il rab, invece, come l’esseno, è autarchico, non accetta denaro, né commercia, ma educa solo i discepoli  alla virtù della giustizia e non può vivere ambiguamente come Filone (o come Seneca) che una cosa dice ed una cosa fa:  conta per lui  solo le opere non le parole!  i frutti valgono!il giudizio è sul frutto!

Il rab applica la theoria della perfetta agricoltura, sumbolos  dell’anima, che deve essere  curata e regolata dall’intelletto  padre agricoltore dell’uomo, che è insieme di soma e  di psuchh con egemonikoon che risulta  il microcosmo  rispetto a natura e al poihts –pathr, che  formano il macrocosmo!

Come l’agricoltore non semina  né  pianta niente che sia sterile, ma solo piante fruttifere,  in modo da avere solo frutti  secondo natura, così l’uomo  è principe e signore delle piante e degli altri viventi  mortali in quanto, avendo l’intelletto, sa trarre frutto utile  da ciò che è stato seminato e piantato –ibidem,26.29 –

Professore, dunque,  ora si passa alla formazione dell’uomo che fin da bambino impara e razionalmente associa e si forma secondo la  cultura ricevuta? la cultura agricola, quindi, non può essere sterile?

No, non è proprio così!. Senti come ragiona Filone nel De congressu  e segui come  ambiguamente mette  in relazione educazione religiosa e educazione umana! Per questo, Marco, io non accetto la lezione filoniana  circa la confusione di natura umana e  di quella morale e tendo alla distinzione per un orientamento separato, in senso autonomo,  lontano dal magistero sacerdotale, che condiziona l’infanzia e la pubertà cfr. Idea di Culture of Iesus!

Filone lo fa tramite la coppia legittima Abramo-Sara e tramite la coppia non legittima, ma utile provvisoriamente, Abramo-Agar! Il teologo, partendo dall’interpretazione di Genesi, 16, 2b-3 diversamente dal Rab – che vuole educare il bimbo fino al tredicesimo anno e farlo bar mitzvah- cerca di dare una formazione completa usando la lettura allegorica, utile al fine morale. Infatti l’intelletto del neepios, – diversamente dall’adulto bisognoso del frumento, che è suo cibo normale-  è alimentato dal latte, che è utile all’anima che ha possibilità di crescita con gli studi del ciclo preliminare, suoi primi rudimenti per l’acquisizione sapienziale. Perciò Sara, colei che è sovrana sul marito, essendo  virtù- saggezza, sterile, non consente a chi è giovane di unirsi a lei, imponendo un’educazione preventiva e si serve di Agar egizia, che è  egkuklios paideia.  Questa è soggetta a Sara/  filosofia, che a sua volta è subordinata a Dio /Sapienza.

Qual è l’esatto versetto biblico?  vorrei capire almeno letteralmente!

Questo:  Sara moglie di Abramo non gli aveva dato figli. Ella aveva però, una schiava egiziana, di nome Agar. E Sara disse ad Abramo:  va’ dalla mia giovane schiava per avere figli  da lei!.

Letteralmente Sara,  sentendosi sterile, concede al marito la schiava per aver figli, tramite lei. E’così?!

Certo. Ora segui la spiegazione del teologo che giustifica Mosè che autorizza un doppio coniugium, quello di Giacobbe  con Lia e con Rachele,  che danno al marito le rispettive schiave (Zilfa e Bila/Balla) con lo stesso intento di Sara, in una rivalità femminile tra le due sorelle, mogli legittime.  Filone spiega: Il vizio è per sua natura invidioso, pungente, maligno, la virtù, all’opposto, è mite, affabile, benevola, pronta ad aiutare  di per se stessa, tramite altri, chi ha una disposizione naturale volta al bene. Precisa : quando non siamo in grado di avere figli dalla saggezza  essa ci dà come sposa la propria ancella che è…l’educazione enciclica egkuklios paideia,  la quale svolge in un certo senso il ruolo di intermediario e di  pronuba. Conclude:  perciò, Sara prese  Agar e la diede in sposa al proprio marito: per Mosè è giusto che Sara, la moglie, dia Agar l’egizia ad Abramo, marito, che giuridicamente resta marito!. Filone pone se stesso come paradigma,  e prima di accennare alla luce del candelabro e al numero sette dei bracci, afferma:  Sara, la virtù che è sovrana della mia anima, ha procreato ma non ha procreato per me  perché io nella mia condizione giovanile non ero ancora in grado di  accogliere i frutti della sua procreazione  – la saggezza, la rettitudine di agire e il senso della pietà- per il gran numero di figli bastardi che mi avevano partorito le false opinioni,  la preoccupazione di allevare questi,  le cure assidue e le incessanti angosce per loro, mi hanno costretto a  trascurare i figli legittimi ed autenticamente liberi di nascita. E’ bello  supplicare, dunque, che la virtù non solo prolifichi – essa infatti procrea generosamente senza  le nostre preghiere – ma che prolifichi  anche per noi  per assicurare a noi una felicità che ci renda  partecipi dei suoi semi  e dei suoi frutti. Di solito lei procrea solo per Dio,  consacrando  con gratitudine le primizie dei beni ricevuti a colui che, come dice Mosè,” ha dischiuso il suo grembo”-Gen.29,31– sempre vergine!. 

A me è difficile capire questo complesso discorso sulla procreazione di Sara sterile e di Sara che ha figli tramite Agar, ma sono sbigottito davanti al ventre che si dischiude e che resta  ” sempre vergine”!

Anche  a me, Marco resta complicato e misterioso!Comunque, Filone  spiega che gli studi preliminari sono espressione  di Agar la schiava egizia.

Quindi, professore, la signora Sara,  sterile, concedendo la schiava, autorizzando  il connubio Abramo-Agar  rende fruttifero e buono il rapporto marito-concubina,  giustificato  dal fatto che la schiava egizia, avendo latte, educa il bambino  col ciclo degli studi preliminari, filosofici, utili ai fini teologici sapienziali? .

Marco, per te, quindi, Filone direbbe in greco  una frase che  in latino suona così:  Philosophia  ancilla theologiae?!

Non è così? professore. Filone non vuole dire questo?

Si. Certo. ma è una lettura christiana!

Filone, infatti, parlando dell’ Egitto  simbolo del corpo e dell’origine del nome Agar ritiene che, in quanto memoria delle cose buone – in un rifiuto di quelle cattive-unita alla scienza dialettica,  formi l’insieme filosofico,  fondamentale per il progresso  morale ed intellettuale  cfr. De agricoltura, XXX.

Così,  poi, spiega: le principali caratteristiche di educazione  media  sono indicate  da due simboli, la stirpe di origine ed il  nome.Chi si dedica agli studi  dell’educazione  enciclica  ed è amico  del sapere più vario  deve, di necessità, essere  assoggettato al corpo terroso ed egiziano perché ha bisogno degli occhi per vedere,  delle orecchie per ascoltare ed udire e degli altri sensi per cogliere ognuno degli oggetti sensibili. Per sua natura la cosa da giudicare non può essere afferrata disgiuntamente da uno strumento che la giudichi. Così il sensibile  sono gli organi del senso  a giudicarlo, in quanto  senza loro non è possibile raggiungere un’ esatta nozione dei fenomeni  del mondo sensibile da parte dell’ indagine filosofica.

Professore, per Filone, dunque, tramite i sensi – terra egizia- esiste  giudizio filosofico  su un piano generale, generalizzato?

Marco, mi sembra che Filone si corregga, poi, e  spiegando Agar/ come soggiorno in terra straniera, dica: l‘educazione media occupa la posizione di  un pareco/paroikos. Infatti solo la scienza, la saggezza  ed ogni virtù sono indigene  autoctone  e veramente cittadine a  pieno diritto, mentre le altre forme di educazione  che sono sul piano competitivo, vengono a trovarsi al secondo, terzo ed ultimo posto,  stanno su una via di mezzo tra stranieri e cittadini, perché non appartengono nettamente a nessuna delle due categorie, ma, d’altra parte,  per certe affinità, rientrano in ambedue.

Filone è più  sicuro  in  De congressu quaerendae eruditionis gratia cioè Connubio con gli studi preliminari / Peri tou eis propaideumata sunodou, V-  e, perciò, precisa: lo straniero che  soggiorna  in un posto è alla pari con i cittadini che vi abitano, ma sono  stranieri perché non vi  hanno residenza stabile  e definitiva.

A me sembra, professore, che Filone sia un po’ confuso e metta insieme pensiero  platonico e speculazione  stoica con la metafora di corpo  ricettacolo dell’ anima!ma, in effetti chi è il pareco?

Paroikos, Marco,  equivale sostanzialmente all’attico metoikos in quanto para /accanto e meta/con indicano lo straniero csenos  giudaico, non greco, che abita  accanto o insieme con, soggiornando a periodi lunghi o brevi,  in  città elleniche, riconosciuti come tali dalla giurisdizione romana come politai concittadini e condomini,  rispetto agli stranieri di passaggio,  in quanto  essi hanno dimora o periodica o  fissa, paganti il metoikion, la tassa di soggiorno,  godenti dei diritti civili, ma non di quelli politici, partecipi perfino delle leitourgiai.

Cosa sono? ti rispiego quanto ti ho già detto. Forse lo hai dimenticato!

Le liturgie sono pubblici servizi a cui sono soggetti i politai  con diritti politici, ritenuti ricchi, che, comunque,   possono chiedere  anche la compartecipazione dei meteci/pareci.  Ad Alessandria  i ricchi  greci e i giudei di lingua greca, concittadini, che svolgono funzioni  politiche, di norma, sono chiamati a fare liturgie che possono essere straordinarie come armare triremi  da guerra  o da carico – trihrarchia–    ed ordinarie  in quanto enkukloi cioè annuali,  come gumnasarchia, korhgia, euoplia, arrhphoria ed altre. I giudei alessandrini, oniadi, essendo la stirpe dominante, offrono il maggior numero di liturgie cfr. In Flaccum Una strage di Giudei in epoca Caligoliana,Ebook 2011.

Filone, comunque,  qui parla del methorios–   cfr Methorios  www.angelofilipponi.com – senza il contenuto giuridico di metoikos o paroikos, ma come elemento,  che  cambia valuta  stando al confine  tra due stati, un uomo  che vive in territorio straniero al confine tra impero romano ed impero parthico, che conosce aramaico e greco ed ha un banco  come cambiavalute, capace di svolgere la funzione di cambio a prezzo convenuto dalle due parti.

E’ questo un compito di un giudeo ellenizzato e  romanizzato, integrato nel sistema imperiale, come il  grande  trapezita, padrone di banche, datore di lavoro, che è l’alabarca di Egitto, oniade!.

E’ uomo, insomma, mediatore, interprete ed agente finanziario!.

Tutto mi quadra, ora, professore!

Non comprendo, però,  la trasposizione simbolica dell’educazione enciclica, definita intermedia tra cittadini e stranieri?  mi può dire  esattamente in che senso  Filone parli?

Marco, qui, Filone usa il termine methorios da me tante volte spiegato, al posto di mesos, ma  ora  gli dà un significato aggiunto  più ampio e complesso per indicare una via mediana tra due estremi, quello della perfezione e quello della imperfezione. Filone intende la perfezione/teleioosis  come saggezza e virtù  a piena cittadinanza /politeia completa, mentre considera la seconda come  ignoranza ed assenza di virtù,  ponendo al centro tra i due estremi  l’educazione  enciclica, che  è Agar  svolgente un suo ruolo mediano, indispensabile come amante del sapere Abramo/Abrahamo ed amica fedele di Sara,  sua padrona, in quanto generatrice di figli illegittimi, pur rimanendo  equidistante e dall’uno e dall’altra.

Dunque, professore, io avrei capito questo: l’educazione. enciclica /Agar  è subordinata a Sara/ virtù ed Abramo deve, se vuole conseguire  il rapporto con la moglie, prima passare attraverso la conoscenza  della schiava egizia/corpo!

E così ! Marco. Devi, comunque, tenere presente che  Sapienza  ed Educazione convivono in relazione al rapporto intercorrente  tra moglie legittima e concubina, rimanendo il marito  sempre marito e la moglie sempre padrona.

Quindi, per Filone il didaskalos  avrà, comunque, frutti  dalle piante,  tali da far  progredire nella via della  virtù chi fa azioni nobili.

Ora, dunque, nel 22,  al momento della partenza per Roma i farisei ostili ad una educazione methoria, oniade ed ancora  di più  alla doctrina romana,  minacciano  staseis/ sedizioni che non avvengono perché Erode si è mostrato filantropico  nel periodo della carestia del 25 a.C. ed ha fatto matrimoni, che lo hanno congiunto con famiglie sacerdotali.

Erode, ora popolare, sostenuto anche dall’esercito samaritano,  incurante delle loro prediche, porta i figli a Roma  e li sistema inizialmente presso  Asinio Pollione, suo amico  e commilitone già nel periodo cesariano.

Asinio Pollione, l’amico di Virgilio, a cui il poeta nel 40 dedica l’ecloga  IV, quella in cui prega le muse  sicule  che elevino  il canto  per celebrare l’arrivo di un puer e la nuova età dell’oro ?

Si. Si tratta di  Marco Asinio Pollione (78 a.c- 5/6 ) , teatino, legatus amico di Antonio che, con Ventidio Basso,   dopo la guerra di Modena,  favorisce con  le sue truppe fedeli al dux Lepido,  il II triumvirato, tra lo stesso Lepido,  Antonio e il  giovane  Ottaviano,  figlio adottivo di Cesare,  il 26 novembre del 43 a.C.

Pollione  passa da seguace di Cesare  e di Lepido all’amicizia con Antonio e, finita la guerra  di Perugia, divenuto console, è plenipotenziario che favorisce l’accordo di Brindisi.

Da quel momento Pollione sembra diventare  estraneo alla politica, impegnarsi nella attività forense, secondo un’ oratoria diversa da quella ciceroniana,  e in quella tragica, inclinando per il partito antoniano, fino alla battaglia di Azio, per poi fare atto di sottomissione  al vincitore, come Erode. Forse il suo cenacolo letterario, aperto anche ai poetae novi,  non è conforme  al principato augusteo  e perciò la sua opera  tragica  si interrompe  come quella oratoria, mentre  quella storica condannata, non ci è stata tramandata. Comunque, i suoi 17 libri  di Storia Romana sono ricordati  da  Appiano, Svetonio e Plutarco, ed anche da Orazio (Carmina,II,1).

Non si sa, professare, quando Pollione  esattamente si distacca dal negotium ?

Personalmente ritengo che Pollione, essendo legato a G.Cornelio Gallo, per non condividerne la sorte  tragica, si ritira dalla politica nel 26 av.C. dopo la morte per suicidio dell’amico ex governatore dell’Egitto, -esautorato e processato per aver coniato moneta, per aver  represso gli insorti, inseguendoli fino alla I  cataratta del Nilo, fatto un trattato col re degli etiopi (come risulta dalla iscrizione trilingue  di File – che riporto- in greco, latino e  geroglifico, anno 29.av. C). Quindi, secondo me,  Pollione si ritira quando comincia a vedere l’applicazione del principato  su di un legatus, di rango equestre, non senatorio, che all’epoca, poteva fare le azioni, proprie di un magistrato autonomo,  incriminate successivamente, come se avesse superato i limiti del suo mandato militare: a Cornelio Gallo nocque il riconoscimento della sebasteia  da parte del senato – contestato dagli equites- ad Ottaviano  divi Caesaris Filius! All’epoca Pollione era un magistrato, non  legatus, che neanche poteva sapere della futura attuazione  del principato e tanto meno  del segreto pensiero di Augusto di fare dell’Egitto  un feudo personale, precluso ad indagini senatorie, destinato a essere  gestito tramite liberti  addetti al  fisco imperiale, gelosi  della loro autonomia rispetto  ai  funzionari dell’erario senatoriale!. Cornelio Gallo subito dopo la vittoria sui lagidi è praefectus  Alexandreae et Aegypti, provincia dell’imperium romano! Sembra che nel tempio di Iside a  File, i sacerdoti  facciano un cartiglio da faraone a G. Cornelio Gallo,  che, in effetti aveva preso  Alessandria entrando da Porta Luna cfr. Alessandra suocera di Erode www.angelofilipponi.com

Un cartiglio per Gallo?

Si. Marco. Questo forse determina il richiamo  a Roma di Cornelio Gallo nel dicembre del 27  e  poi la condanna all’esilio e alla confisca dei beni e al successivo suicidio nel 26.

Anche Virgilio, suo amico, allora deve  cambiare la conclusione in onore delle imprese di Gallo, del IV libro, con la favola di Orfeo ed Euridice:  Virgilio è poeta aulico, che segue gli haud molia iussa /i comandi non molli di Mecenate, il factotum dell’imperatore!  E i sacerdoti a File eliminano il cartiglio di Gallo sostituendolo con quello di Augusto/Sebastos che già è celebrato a Tell el Amarna  con l’ureo in testa  segno di Ra, datore di luce, portatore di ankh  simbolo  di vita.

Ankh è quella specie di croce col fiocco  che normalmente è tenuta da qualche Dio  egizio?

Si.Marco. Dopo il processo di Gallo la provincia egizia ha una speciale politeia/ costituzione   in quanto  è eletto  G.Elio Gallo  governatore, legatus  con mandato augusteo di   intraprendere una  spedizione arabica con l’intento di  favorire il commercio con l’India,  desiderando  occupare  i porti dell’ Arabia Felix!. ci sono  in epoca giulio- claudia altri cartigli  imperiali faraonici  per Augusto a Kalasbsha, (Egitto meridionale) ma anche  se ne conoscono parecchi in epoca flavia, specie antonina ( con Adriano) o severiana ( con Caracalla)  fino ad Aureliano e a Diocleziano!

Gli imperatori romani, deificandosi,  si santificano con i cartigli egiziani  che esprimono simbolicamente il valore imperiale universale secondo la concezione di Ra, onnipotente datore di luce  e vita  a tutti gli esseri viventi!

Grazie per la spiegazione. Mi tolga una curiosità mia, personale: e’ vero che lei è stato a File e che ha fatto il bagno alla I cataratta? me l’hanno detto i miei compagni, Andrea e Marcello che dicono che File è stata ricostruita, non lontana dalla I cataratta.

Si.  Marco. Mi ci sono anche ammalato perché le rapide del Nilo  mi schizzarono gocce in bocca, che non riuscii a  ricacciare. A sera ebbi dolori addominali che durarono due giorni!

Ha un brutto ricordo?

No, nonostante tutto, sono ritornato, dopo,  in Egitto altre  tre volte!

In conclusione, professore all’arrivo dei figli di Erode,  l’opera  storica di Pollione non circolava e i rapporti con Augusto non erano certamente cattivi, visto che Orazio lo frequenta. Comunque, poi, i figli di Erode, forse, dopo l’incidente del figlio minore, morto misteriosamente, si  trasferivano a  corte ed  erano sotto la cura di Ottavia.

La morte del figlio  minore, scomparso in circostanze strane rinnova a Gerusalemme chiacchiere mai taciute circa la sua  nascita e riacutizza l’avversione dei farisei che parlano  di una punizione di Dio  per la  colpa del re, non obbediente alla prescrizioni del Deuteronomio -20,20-: ogni albero che non dia frutto commestibile  lo taglierai e ne farai una palizzata contro la città che ti ha fatto guerra!.

Erode, ora, dopo la punizione divina, è  sradicato, come Caino,  ed è nel morso della paura, macerato dal doloreessendo staccato dall’armonia del creato: per i farisei ed esseni il re  non è  giudeo  che fa progressi in sapienza pur essendo  maturo, anziano, perché è abbandonato da Dio: il re, maledetto,  non sa essere nel giusto mezzo, non essendo neanche un buon cambiavalute che sa togliere dal corso legale della virtù coloro che sono come monete false  perché inclini alla ribellione  e non sa considerare propri familiari quelli veramente autentici anziani, scelti come i settanta  di Israel per saggezza (De sobrietate,31 ). Erode.  pur avendo abbondanza di beni esteriori, non ha trovato il bene più maturo di un’anima più matura, il bene certamente più degno di stima perfetto! ibidem 13

Erode è maledetto e solo anche in famiglia, anzi ancora di più in famiglia! E’ sfortunatissimo, ora ! tanto più sfortunato per quanto tempo è stato abbandonato da Dio.

Su questa linea di maledizione  i giudei ellenisti, alessandrini ed oniadi, nel periodo di Caligola, condannano con Filone il Neos Sebastos,  come bambino incosciente e puerile, meditante una rivoluzione /neoteroopoiia, perché accoglie nell’anima colpe meritevoli di biasimo,  in quanto stolto nel comportamento  ed ignorante,  avendo deviato molte volte dai retti principi di vita, essendo ancora immaturo!- ibidem 11-.

E’ una theoria  che tende a contrastare Caligola Theos  e perciò condanna  anche l’ attività razionale, inutile come le artes minores  la pittura, la statuaria,  lmedicina teorica di  Asclepiade,– diversa da quella pratica  che guarisce il malato- come la  retorica giuridica, venale ed avida di denaro, non mirante alla ricerca di ciò che è giusto,  ma alla suggestione dell’uditorio,  attivata per via di inganno  ed inoltre come  quegli aspetti della  dialettica e della geometria non utili alla formazione dell’individuo, ma tali da aguzzare l’ingegno, impedito di affrontare ogni problema  e a servirsi di divisioni ed operazioni, nelle distinzione di caratteri propri ed  impropri.

Eppure, professore, secondo Filone,  sono anche loro figlie di Agar?

Certo Marco, ma Agar,  secondo la lezione biblica  di Mosè è maltrattata giustamente da Sara padrona che, vedendo la serva orgogliosa della maternità, impone al marito  di cacciarla col figlio Ismael!

Come Filone  può spiegare  questo?  non è mostruoso abbandonare nel deserto madre e figlio?

Filone è un theologos raffinato, un  esegeta  allegorico-simbolico, capace di  leggere tutto come i patres della Chiesa! Filone ammette come giusto  il maltrattamento di Sara, come giusta  punizione inflitta a chi mostra superbia,  essendo mutati i contesti, dopo la nascita del figlio legittimo Isacco. Filone giustifica la servitù stessa al principato augusto perché  Ckrhstos/buono, utile, fruttifero! 

Filone considera il primo allontanamento  solo un momentaneo e e passeggero rifiuto della serva, che seguita poi a convivere  con la coppia Abramo-Sara, rispettivamente simboli dell’uomo dedito all’astronomia  e della donna -virtù, genitori di Isacco la sapienza che si genera da sé  e perfezione morale!

Per lui, la definitiva cacciata, invece, dopo la mutazione di nome di Abramo in sapienza divina (Abrahamo) e di Sara in virtù generica(Sarah) cfr De mutatione nominum ,65 risulta la fine della funzione degli studi che decadono a livello di retorica  sofistica, essendo Ismaele sofistica  e Isacco sapienza.

Hai capito Marco? non sono stato chiaro?

Professore,  capisco in relazione alla mia educazione cristiana! Comunque,  per me, Filone è una fonte per il teologo cristiano che sa rovesciare tutto,  cambiando nome, facendo esegesi,   raggirando  il problema,   non insegnando, e, grazie alla retorica  facendo  risplendere solo l’idea di giustizia aramaica, con la sottesa  superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi,  in un servizio alla maestà di Dio, seguendo giochi numerici – 1, 3, 4, 7 ,10 , e multipli di tre – giostrando  specificamente sul valore dell’ebdomade -in quanto somma di 3 e 4, –  base della proporzione armonica,  in musica,  in grammatica e in astronomia ( sette cerchi, sette pianeti ) come rapporto tra struttura sensibile e struttura fisica umana-  su quello della decade, in una lettura kosmia,  in cui il logos è identificato col libro mosaico della  creazione, in una scelta etica,  che equivale ad un chiudersi  iniziale in sé   ed in un  aprirsi a Dio come esercizio di una vita progressiva virtuosa di creatura, che rinuncia  al sensibile, da una parte, e che tende ad innalzarsi al creatore, dall’altra.

Marco,  sono sorpreso da tante parole! non sei tu!sembra che tu abbia  compreso l’anima farisaica aramaica, che vive tra due estremi! mi appari persona confusa: l’errore è mio che ho messo troppa carne a cuocere e che do per scontato troppe cose su Filone!  Pur chiedendo scusa devo aggiungere  che Tra il bambino in tenera età e l’uomo perfetto  intercorre esattamente  lo stesso rapporto che sussiste  tra i sofista e il sapiente, fra il ciclo preliminare degli studi e le scienze attinenti all’ambito delle  virtù

Professore, io ho detto quel che ho detto e non la seguo bene! mi sono perso  passaggi logici  di un sistema allegorico per me quasi assurdo! comunque, Filone mi sembra  aggiungere alla eredità aramaica contraddittoria – che mette in opposizione bene e male-  anche linee  proprie di una cultura pitagorica!  La vita  per  Dio,  con Dio  e in Dio mi sembra  un raggiro/panourgia   in cui  neos  e presbus sono letti secondo la Sacra  parola  che rivela solo  a chi sa leggere che Dio è inizio e fine.

Marco, tu ben sai che io studio Filone, ma  ho un ‘altra lettura di storia e di natura! Noi stiamo per concludere su un amarthma  di Erode, disobbediente ai  precetti e  alla tradizione  dei farisei in quanto philellnhn  e filoromano, legato alla cultura giudaico-ellenistica asmonea  ed oniade, che vuole  essere tramite tra cultura romano-italica occidentale  e cultura orientale, ma anche tra imperium romano e imperium parthico,  convinta di essere  utile  e buona ad  educare l’ecumene  e verso Oriente e verso Occidente, sicura della sua missione methoria  internazionale anche ai confini del mondo conosciuto in senso commerciale e finanziario. Filone  vuole indicare  una figura unica di  monarca theos che è pastore del gregge, che non può essere bambino, abbagliato ancora dalle forme  –  dal luccichio del sensibile- ma  uomo, la cui prudenza di anziano- degno di onore e di venerazione-lo rende non soggetto alle pulsioni  naturali ma  lo fa perfetto  come razionalità, divino perché maestoso come Zeus olimpico, unico Ra /sole  datore di vita!. l’imperator romano  è simbolo congiunto  per Filone di tradizione ellenistica ed egizia, con sottesa l’eredità  mesopotamica  ed aramaica. Il peccato di Erode,  per noi, diventa emblema di un contrasto ancora vivo tra due estremi tra cultura ellenistica  e cultura aramaica!

L’integralismo aramaico perdurerà anche dopo la morte di Erode, dopo la  crocifissione  del Meshiah, dopo la fine del Tempio  e  terminerà con la distruzione di Gerusalemme cancellata dalla cartina geografica e dalla Storia, rinominata Aelia Capitolina  e con  la Galuth/dispersione definitiva  del popolo giudaico.

Filone è il genio – mai riconosciuto nella sua  effettiva grandezza- che anticipa il Peri upsous il sublime  e il cristianesimo!

Filone, che commenta la Bibbia è lui stesso Bibbia!

Professore, ed Erode peccatore?

Erode  è  un presbus  che cresce con l’errore e lo tesaurizza. Peccato  gli ultimi nove anni!

Senza quella macchia  sarebbe stato  davvero un cittadino, un civis del mondo romano, illuminato cosmopolita, un vir passato  dall’infanzia alla eruditio,  dalla rozzezza adolescenziale alla matura sapienza,  un basileus socius, capace di vivere  per un ventennio come terzo uomo dell’ impero romano!.

 

Doppio decalogo di Angelo Filipponi

da Mastreià

Postilla dello scrivente

Tempo fa, prima  dell’incidente mortale, mi diede alcune pagine dattiloscritte  intestate ad un figlio o  ad un lettore filiale, in cui era scritto un decalogo con una premessa: come mi fu data, io, Tonino Cappucci  trascrivo.

Premessa

Mi sento come un vecchio che ha un migliaio di anni, che ha seguito i percorsi dell’uomo, nella storia, e in natura,  vivendo in società e in solitudine, ora attivo ora passivo spettatore, facendo molti errori e maturando un metodo, come frutto di esperienza, di lavoro, di sbagli, di rettifiche, di accomodamenti, di adattamenti situazionali, sempre vari e nuovi.

La  contemporanea vita di lavoro e di studio ha permesso l’integrazione dei dati esperienziali con la lettura,  la meditazione col silenzio.

I dati del lavoro senza l’abilità del leggere e la coerenza della  logica associativa creano solo un artigiano, tecnicamente dotato, la logica applicata determina solo il filosofo, la retorica speculativa porta tramite l’ermeneutica,  alla formazione del teologo.

Il saper leggere, studiare e fare, congiunti, in situazione, mi hanno fatto procedere, pur sbagliando continuamente,  e  costruire qualcosa  di nuovo, che si forma lentamente, costituendo un fondo   di insania che  risulta  utile sapienza, nonostante l’opposizione alle regole tradizionali: io ho  considerato negativa per l’umanità l’impostazione classica (Greco-romana-giudaica) basata sulla auctoritas, definita da me “ theoria” e  ho stimato deleterio per l’uomo il militarismo germanico, e l’elezione dell’ uomo, per me creatura come ogni altro animale, materia .

Ho dovuto cancellare la mia cultura classica perché bollava come animale il popolo, considerava come sordide le artes, considerava privilegiati i ricchi e i nobili, gli unici capaci di avere pensieri, di congiungerli, di concludere, di valutare, di giudicare, di svolgere la funzione umana elitaria, da Viri civiles/politikoi  profetici: la lettura giudaica  del classicismo  fusa con quella ecclesiale medievale ha sancito, nei secoli,la superiorità dei” boni “e l’eccellenza dei santi ed ha scavato un abisso tra il popolo e l’élite, tra i dominati e i dominanti.

Il mio amore per la paritarietà e per la democrazia, come rispetto di tutti coloro che pensano e perfino dell’animalità mi ha allontanato ogni giorno di più dalla theoria classica, in cui era scritta la logica procedurale dei greci, dei latini, dei  giudei farisei e dei medievali e dei  controriformisti, che avevano applicato fedelmente e rigidamente la paideia alessandrina ebraica, tramite i grandi Cappadoci  e i padri Occidentali.

Non ho potuto sopportare mai l’arroganza dei militari, che procedono solo per schemi e che ripercorrono il militarismo romano e soprattutto la logica procedurale arimannica barbarico-germanica, propria dell’aristocrazia italiana ed europea.

Perciò tenendo sempre di mira la paritarietà dell’uomo, vedendo l’intelligenza in ogni bambino, anche se svantaggiato, la capacità di ognuno, seppure differenziata, ho cercato di favorire la crescita di ogni soggetto,  desideroso  di  dare autonomia e libertà creando  per i singoli solo paradigmi operativi, in modo da  permettere scelte continue e sollecitare motivazioni o indurre ad errori palesi di facile rilievo, per un’autocorrezione costruttiva.

Il  metodo permette di  leggere ogni cosa  come testo, non solo il codice  scritto o orale, ma anche l’azione sottesa, il pensiero perfino non manifesto, perché viene studiato il termine, non solo filologicamente ed etimologicamente, nel suo vero significato, ma soprattutto come storia in atto, che si fissa, creando una ragnatela ordita in tessuti linguistici, come espressione reale di una cultura operante, scritta dai vincitori, secondo la theoria  classica  ma implicante le classi dipendenti e il volgo anonimo, che possono essere rilevati.

L’essere stato spettatore neutro del farsi della storia,  capace, però, di orientare chi mi è stato vicino, nel rispetto dell’altro, simile a me, ma differente, nella coscienza di essere un soggetto libero, decondizionato dalla storia e non limitato da pregiudizi religiosi,  mi autorizza a professarmi saggio e a scrivere un doppio decalogo, ad uso familiare, certo, come un testamento spirituale, per una meditazione fattiva.

Ai miei, comunque, dico di non pensare mai ad un qualcosa di perfetto, né ad una persona che abbia perfezione, perché niente di ciò che è umano ha possibilità concrete di effettiva sublimità, ma solo una qualche parvenza, mista ad un’infinità di debolezze e di deficienze, che devono essere riviste, corrette e positivizzate, alla luce dell’ esperienza.

Solo se si legge attentamente una persona come uomo, si comprende la sua fragilità in ogni senso, ma anche la sua grandezza che consiste  solo nel superamento graduale delle deficienze e nel conseguimento momentaneo di uno stadio di serenità divina, subito perduto a seguito di sopraggiunti squilibri, a cui segue un lungo tentativo di riequilibrio faticoso e difficile.

In tali fasi di equilibrio e di squilibrio l’uomo  non è mai sanus e moderato  ma insanus  apparentemente: egli  esprime non un suo lineare e moderato iter, ma uno zigzagato percorso, orientato forse verso un’unica direzione, alla ricerca di una propria felicità, irraggiungibile, ma sempre in modo incerto, confuso, ora razionale ora fiutante come un cane, indeciso, una povera creatura che cerca una sua dignità.

Ne deriva che il decalogo negativo e quello positivo non sono tassativi, ma solo spie di un procedere di un uomo, che non vuole porsi come modello, come exemplum, ma come uno che si è espresso paradigmaticamente, oltre i condizionamenti e fuori delle regole di buon costume e di moderazione classica, ed autonomamente, cosciente della irripetibilità della vita singolare umana.

 Il Decalogo è costituito da due parti: uno negativo perché impostato prescrittivamente come i comandamenti, subito corretto  con enunciazioni; l’altro positivo, di forma iussiva, all’imperativo, commentato non secondo il dogmatismo accademico, ma con paradigmi operativi.

 Non magnanimo consolatium sed misero comites habere penantes!

a.Decalogo negativo

1.Non chiedere mai niente a nessuno: puoi sempre fare da solo ogni cosa.

A che serve chiedere un consiglio? Nessuno meglio di te può consigliarti perché tu conosci la situazione, l’ambiente, le persone coattanti e te stesso e tu solo devi decidere.

Ma è una cosa utile? se è necessaria, te la compri e la usi quando vuoi; se è costosa,  è qualcosa di voluttuario, di cui puoi fare a meno.

Ho bisogno di aiuto! chi ti dà un dito, crede di averti dato un braccio e magnifica ciò che ha fatto per te e diminuisce la tua opera, specie se si sente superiore.

Chiedo solo un regalino! Chi regala  non è mai disinteressato, ha di mira qualcosa a breve o a lunga scadenza: non esistono più i nobili munifici, ma ci sono solo sponsors che magnificano il prodotto e sono di matrice agricola. Tu non accettare mai nulla, ma rifiuta, altrimenti sei compromesso e non sei libero: anche un caffè, offerto da un padre di un tuo alunno, pesa sulla tua valutazione.

Chi fa da sé fa per tre ed è padrone di sé.

2.Non parlare: non serve né a te né agli altri perché  la parola è vuota chiacchiera e se non è vuota, non è comunicabile perché l’altro legge solo dalla sua angolazione, spinto dall’invidia  o dalla superbia: solo chi non parla, fa e propone oggettivamente e sa fare. Ricorda!

3.Non pensare: chi fa, sicuramente ha già pensato, ideato e progettato, pianificato; tu medita su ciò che ti viene detto, senza interpretare e senza emozioni, studiando la storia e l’azione dell’emittente: l’azione fatta deve essere esaminata; su di essa bisogna operare, non sul pensiero.

4. Non inseguire ciò che desideri: tutto ti viene naturalmente e a tempo opportuno, come la pioggia, specie la donna: meno ti agiti, più ti segue chi ti vuole seguire e non curare gli altri che non ti seguono: la tua serenità serve a tutti gli incerti e dà loro sicurezza!.

5.Non seguire un altro: tu sei il maestro se operi, se sbagli, se insisti nelle operazioni con continuità, se apri un’altra via rispetto  a quella  nota, propria della tradizione.

6.Non soffrire: ciò che accade, deve accadere, ciò che accadrà non può non accadere: tu accetta tutto con un sorriso, da pazzo, non hai altra possibilità!.

7.Non lamentarti mai: a nessuno interessa la tua voce e tanto meno il tuo lamento, neanche a tua madre, a tua sorella, a tua moglie: ognuno ha i suoi problemi e un egoismo personale, che va oltre la solidarietà familiare; sii paziente e scemo: sarai più amato e rispettato, più stimato.

La pietà altrui è cristianamente falsa: Poveretto è segno non di partecipazione emotiva, neppure istantanea, ma di commiserazione momentanea e di sottesa superiorità

 

  1. Non credere. Ogni sistema religioso è un continuum di verità storicizzate mediante concilia fatti alla fine di una o due o tre generazioni da sacerdoti di qualsiasi credo – che detengono non la verità, ma il potere della parola-verbum – per l’indottrinamento dei profani: un’aggiunzione verbale dopo l’altra ad un’idea di verità inizialmente accettata in un dato momento  storico, determina con i secoli una verità sempre più comprovata, indiscussa, santificata dal tempo, dogmatizzata.

Un Dio, che non regola la vita cosmica, che non giudica l’uomo, né gli altri animali, c’è, come motore iniziale, forse, come vita stessa della vita, di cui la creatura è partecipe, come essenza divina infinitesimale di un quid naturale divino infinito,  non dotato di qualità positive né negative, atomo di una cellula universale pulsante in eterno, in armonia.

Non esser, dunque, così cattolico e così piccolo da ritenerti divino padrone delle cose e centrale sulla terra e nell’universo, perché dotato di intelligenza: noi non sappiamo niente della funzione stessa intellettiva né degli altri esseri razionali perché crediamo di essere i soli a valutare e perché la nostra valutazione è propria di un egocentrico bambino, signore dell’universo: siamo solo un sacco di merda, in cui c’è una  perla!. Siamo vita e morte, morte e vita e non abbiamo bisogno di redentori, perché non pecchiamo ma siamo solo uomini secondo natura! Nonostante il male noi siamo preziosi!

9.Non invidiare: ognuno ha sofferto, pianto, lottato per raggiungere ciò che ha raggiunto: anche la fortuna si merita.

Tu non guardare l’altro e fa la tua strada, in silenzio, lontano da tutti, come se vivessi solo o fossi nel deserto o nel mare.

Così arricchirai te stesso e ti conoscerai e conoscendoti conoscerai gli altri e li rispetterai, amerai e darai parte di te, perché  empatico, entusiasticamente capace di gratitudine per un niente, ricevuto!.

 

10.Non essere docile: solo se tu non seguirai il padre, il sacerdote, il maestro, che pur dovrai rispettare, tu capirai la parola, la possederai e sarai in grado di crescere  perché in silenzio, lavorando, comprenderai ciò che fai e il suo significato avrà un peso referenziale.

I maestri  mandano messaggi di una tradizione che poi, capìta, dovrai rifiutare e  da cui dovrai decondizionarti per quasi tutta la vita: essi predicano e non dicono niente; essi connettono arbitrariamente il presente col passato: parlano di bene ma riempiono di vuoto in una contraddizione di dire e fare.

Tu, se vuoi essere te stesso e vuoi veramente  afferrare la parola, nel suo vero significato, lasciali parlare, ridi  e segui la tua via, anche se errata: qualcosa troverai, migliore certo del vuoto seme cristiano.

Allora la parola, sperimentata, sarà sacra per te perché indicherà la tua lenta, faticosa acquisizione  culturale, segnata in un certo tempo della vita, a dimostrazione di un percorso  personale e della tua crescita.

 

 

Senectus, ipsa, non morbus!

Decalogo positivo

 

1.Ama l’altro più di te stesso ed ama Dio come te stesso: solo così sarai amico, padre, maestro, marito, uomo, avrai una funzione perché già conosci te stesso e il prossimo, in quanto hai convissuto con te a lungo ed hai mangiato un tumulo di sale col vicino, facendo le sue stesse azioni, soffrendo le sue pene, godendo dei suoi successilavorando insieme  e sbagliando spesso, senza scaricarsi le colpe: bisogna, però, che tu hai veramente amato te stesso e sia consapevole della propria dignità, grandezza, individualità, storia, e cosciente delle proprie potenzialità sessuali, dei vizi, dei pregi, insomma  sicuro di ogni forma della propria umanità, senza l’umiltà pelosa dei religiosi, se vuoi considerare l’altro come te e poi fare sacrificio di te per suo amore e dare anche la vita per l’altro.

L’hesed-zedek giudaico, da cui deriva la pietas – caritas cristiana, è costruzione umana  secondo nomos-lex, applicazione come timore di Dio e amore per il prossimo, inutile senza la conoscenza di sé e l’epimeleia eautou: non ci sono state parole logia di un Dio sulla terra, non c’è stata alcuna rivelazione epiphaneia: i vangeli  sono la risultanza di un lungo secolare  lavoro retorico!

2.Rispetta l’altro: lui scrive la sua storia in modo diverso e differente  da te, ma scrive la sua storia, che tu devi tradurre  non pensando a te ma a lui che scrive: è lui il soggetto che scrive le righe di un libro, che costruisce con diverse materie, che trama orditure opposte, forma sistemi contrari, ha idee e credi differenti.

Tu leggi e guarda con rispetto le linee tracciate, non giudicare: tu non puoi perché ti sfuggono infiniti punti, che collegano quelle notizie staccate che tu hai, quelle azioni che tu valuti, quei segni che tu interpreti, quegli sguardi che tu rilevi unilateralmente: tu rilevi solo le differenze, le diversità, le difformità, ma in rapporto a t , alla tua cultura, alla tua storia, al tuo fisico, al tuo sesso, perfino.

Se non giudichi, ma leggi l’altro, tu potrai vedere parola dopo parola, nucleo dopo nucleo, mattone dopo mattone, filo dopo filo, sistema dopo sistema, e capire epistemicamente  l’insieme e l’anima dell’altro ti si rivelerà e tu conoscerai un fratello, un contemporaneo, un altro te stesso, differente, ma come te, creatura nel kosmos.

Perfino verranno annullate la distanza storica e quella geografica: non ci saranno contrasti religiosi, etnici, sociali.

3.Dì poche parole, se proprio devi parlare: ti saranno sufficienti due o tre o quattro parole significative (di solito usa la nominalizzazione o uno o due nomi, più un verbo e una determinazione complementare) e poi, se vorranno sapere, spiegherai, commenterai: la referenza stessa, in quanto espressione della tua esperienza  è già abbastanza per chi vuole capire ed è capace di seguire.

 4.Mastreia sempre: se lavori giocando come un vecchio mastro che opera per lasciare un segno di sé senza compenso, per passare  serenamente gli ultimi anni di vita senza annoiarsi del tempo “lungo” e per far vedere  ai nipoti il suo talento di una volta, tu potrai scoprire la tua genialità nel corso del tuo servizio produttivo sociale, nella funzione che avrai conquistato col mestiere, col diploma, con la laurea, col tuo onore.

Così tu farai uscire, senza l’assillo quotidiano di una produzione industriale, la qualità dei tuoi antenati, e costruirai qualcosa che tu neanche avresti mai immaginato.

5.Leggi come chi studia (non come un dilettante) rilevando ogni termine, catalogando ogni nucleo, analizzando ogni segmento significativo, collegandolo con altri dello stesso tema per una valutazione.

Certo dovrai comparare la lettura di oggi con quella di ieri, con quella di domani e  con le altre che hanno preceduto e che seguiranno per avere una qualche probabilità docimologica, d’altra parte mai esaustiva, ma sempre utile per altre valutazioni, come inizio e parte di un processo comunicativo.

Carpire ad un altro il segreto della vita, espresso secondo una tipica forma è proprio di esseri preparati, pazienti, costanti, capaci di attendere, abili a ricostruire i mosaici logici.

Leggere l’altro è cogliere il miracolo  di una costruzione formale e contenutistica, realizzata mai compiutamente, sempre abbozzata da un artista: la ricerca di segni deve essere meticolosa, maniacale, altrimenti l’area di significazione è mutila e il contesto è solo una determinazione storico-geografica con sottensioni civili, sociali, vagamente umane.

6.Isolati: vivere nel gruppo è proprio del bambino, dell’adolescente e del giovane, che hanno bisogno del contatto fisico per la scoperta dell’io, della propria funzione e dell’amore.

L’ anachoresis è la fase successiva, tipica dell’adulto: è obbligatoria perché ognuno deve conoscere le cose analiticamente, se stesso, le sue effettive capacità, in un tentativo silenzioso  di decondizionarsi dalla propria storia, cultura e radice.

La fase della pazzia, come fuga e ricerca alternativa alla società attuale, determina l’amore effettivo per l’altro e quindi autorizza un ritorno di caritas e di partecipazione  solidale.

 

  1. Vola alto. Tutto ti appartiene: devi solo conquistarlo, non ci sono limiti né confini per l’uomo/aneer theios .

Se lavori con intelligenza, con pertinacia, con continuità tutto è tuo: una goccia dopo l’altra per ore, per giorni, per mesi, per anni, fa un buco profondissimo pure sulla roccia più dura; una goccia intelligente fa disegni infiniti, li realizza conformemente.

L’ orizzonte non finisce mai, il volo tuo non cessa mai, forse neanche la morte lo blocca perché è già allenato all’infinito, il suo regno.

8.Ringrazia per ciò che hai e tutti: tu sei quello che sei e per le cose e per gli altri: la gratitudine è di uomini eccezionali, che sanno capire che sono debitori: tutti gli altri si sentono sempre e dovunque creditori.

Tu ringrazia il mondo che ti circonda con la sua varietà e bellezza; ringrazia  gli uomini del passato, che hanno creato col loro lavoro e col  sangue questa storia, e  i contemporanei che ti fanno ciò che è utile alla tua vita e di cui tu neppure sai il sacrificio: niente entra nella tua casa senza il lavoro di una infinità di mani.

Tu ringrazia Dio di vivere ogni giorno, della salute, del capire, dell’essere nato in un luogo pacifico, tra esseri pacifici, e dì sempre gamzò (anche questo per bene).

 

9.Vivi sapendo di morire, sorridente come un pazzo, che non ha niente e che è libero: la morte non sarà niente per te perché tu sei morto tante volte, sei vissuto varie volte e sei stato un uomo vero, che ha allungato la sua esistenza intelligentemente e che non muore, ma vive , come sempre ha fatto, estaticamente, entusiasticamente.

Non muore chi non ha mai pensato a sé come uomo mortale.

10.Fai combaciare la tua storia personale con quella picena, marchigiana ed italiana, ma sintonizzati con quelle europea e sii cosmopolita: l’uomo non ha patria, ma è figlio dell’uomo, è un dio sulla terra.

Scoprire questo è il tuo compito, il tuo cruccio, la tua sofferenza.

Ama anche la tua  funzionale missione, la tua conquista e la tua  realizzazione, anche se  modesta: è ciò che sei riuscito a fare, ma è una tua produzione, non un’idea.

Nulli, ne morti quidem concedo, allora giustamente potrai dire!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MEDICO DI AUGUSTO

 

Negare: niente di meglio per emancipare lo spirito! E. Cioran

Negare la falsificazione dei Logia  del Signore  è  POTENZA DAIMONICA DELLA CHIESA !

Professore, Mariamne muore alla fine del 29 ed Erode entra in depressione per poi ammalarsi, dopo la decisione di andare nel deserto prima e  poi di ritirarsi  a Samaria   a lui cara per i ricordi amorosi della moglie!     Quando iniziano i sintomi della malattia?

Marco, tu  vuoi sapere esattamente il periodo della malattia di Erode e conoscere la situazione della Iudaea   tra l’inizio del 28 e  la fine del  27,  anno della morte di  Alessandra!

Si . Mi piacerebbe perché vorrei mettere in relazione la malattia di Erode con quella di    successiva di Ottaviano, che proprio nel 27 viene definito Augustus /Sebastos ed autorizza il re amico a chiamare la città in costruzione Sebaste!   Si sa che Erode si ammala quando è a Samaria -Sebaste  e quindi dopo l’estate del 27 e che la malattia renale  è persistente tanto che la guarigione completa avviene  quando Ottaviano è in partenza per la campagna cantabrica in Hispania, allorché  cominciano per lui i primi disturbi epatici, quando è stata scoperta la congiura di Alessandra e di Costubar e il re ebraico  ha già fatto la sua feroce repressione. Aggiungo che Erode, depresso, accusato da Esseni e da Farisei sente la maledizione divina  e teme che l’ira di Dio , ora che si è riversata sul suo popolo col terremoto e con l’epidemia della peste/loimoodhs nosos, nella vallata del Giordano, colpisca  personalmente lui colpevole di aver cambiato i costumi del suo popolo e di aver sterminato gli asmonei, la stirpe regale di Israele.

 

Dunque, professore, mentre l’epidemia di peste si spande   e miete vittime anche lungo la vallata del Mar Morto e poi sulla costa,  il re ordina di fare preghiere  ai sacerdoti del tempio temendo che  Dio applichi la sua mhnis/collera dia thn gegenhmenhn paranomian en thi Mariamnhi / per l’iniquità perpetrata nei confronti di Mariamne!.

 Qual’ è la malattia mortale di Erode, professore?

Si sa, Marco,  che  i medici  consultati non trovano le medicine adatte per la guarigione. E Flavio- Antichità Giudaiche XV, 245- scrive: la sua malattia/ nosos consisteva  in una infiammazione e  suppurazione della cervice  con perdita improvvisa temporanea  di coscienza/ flogoosis kai  pusis tou iniou  kai ths dianoas apeellagh.

Gli storici si sono affannati a dimostrare che Erode ebbe ictus o paralisi, progressive,  con disturbi psichici, comunque,  dovuti a depressione e stress.

Di certo c’è una sintomatologia che può autorizzare una diagnosi di ictus cerebrale  momentaneo e parziale con perdita di memoria.

Flavio-ibidem 245/246- aggiunge: nessuno dei rimedi provati gli era di giovamento, anzi l’effetto era opposto. Tutti  i medici che gli erano intorno ritennero cosa migliore assecondare ogni suo desiderio, chi perché la malattia  era resistente ad ogni farmaco somministrato, chi perché il re non era in grado di seguire una dieta diversa da quella a cui l’obbligava la malattia, affidando alla fortuna la tenue speranza di guarigione che dipendeva dal suo tenore di vita /to duselpi ths soothrias en ecsousiai ths diaiths anatithentes thi tukhhi. 

 

 Professore è mio desiderio conoscere la medicina  e il sistema medico in epoca augustea.  Me ne può parlare in modo da capire il livello medico dei romani  e la cura farmaceutica sotto Augusto?

Marco , io non sono un medico,ma  so che  Erode ed Augusto hanno una stessa scuola medica quella di Antonio Musa, che è della scuola alessandrina, del Museo. quella stessa che curava la famiglia di Antonio e Cleopatra.

Si può dire, quindi, che Erode ed Augusto hanno  medici che hanno la stessa formazione  e  che  di base  usano medicine a base  di erbe ed anche di oppio , oltre a cure di acqua fredda o calda?

Certo. Ottaviano, tornando dall’ Egitto, fa regali, dopo la  decisione di mantenere Erode sul trono di Giudea, e delle guardie  del corpo di stirpe galata, un tempo  al servizio di Cleopatra, e di un nutrito numero di medici liberti di Antonio,che formavano una scuola.

Professore, mi ha parlato, in generale, di scuole mediche  in epoca di Erode e dei medici, che cercano  di salvare la sua vita. Vorrei un approfondimento  sul rapporto tra la domus antonia e i medici alessandrini? e poi vorrei sapere specificamente qualcosa su Antonio Musa in epoca augustea?

Marco non ho molte notizie, certe, e quelle che ho, derivano da Storici- Dione Cassio  (St.Rom., LIII,30-34) e da Svetonio  e da Storia Naturale di Plinio il Vecchio, unica fonte, che può dirsi medico-farmaceutica,  e dai Fragmenta Historicorum Graecorum  di Giuba II, re  di Numidia e di Mauritania, un erudito che scrisse libri di Storia di Roma , Libika,  Arabika, marito di  Selene Cleopatra, figlia di Antonio, un’erede del patrimonio del triumviro, sorellastra di  Antonia Minor, nonna di Caligola.

Quello che dico è  in parte  supposizione, basata sul  trasferimento della famiglia servile antonia  a Roma, dopo la battaglia di Azio, e per la maggior parte  è notizia circa la corte di Augusto, in cui è trasferita parzialmente la scienza medica alessandrina.   Si sa che  Ottaviano incarica la sorella Ottavia, moglie di Antonio e madre di Antonia Maggiore ed Antonia Minore,  di educare i figli di Antonio  e Cleopatra,  tranne Cesarione,  ucciso, e  quelli  di Fulvia ed Antonio, tranne Antillo, ucciso,  come membri della sua famiglia insieme a Tiberio e a Druso, figli di Livia,  oltre a sua figlia Giulia Maior.

Augusto fa educare  dalla sorella i figli di Antonio, nati dalle precedenti mogli e dall’amante Cleopatra? E’ un un uomo tollerante, moderato e magnanimo?

No.

No. E’solo un opportunista, scaltro, un ragioniere, emporos commerciale, figlio di un argentarius, un uomo malaticcio, un piccolo uomo  che vuole il  controllo massimo sui  figli stessi del suo avversario politico, morto, tenuti a corte  insieme con gli ostaggi dei vari re orientali!

Non è certo un bel giudizio umano su Augusto, considerato divino, universalmente eutuches/fortunato politikos/vir civilis!.

Marco, la storia non è  quella che noi  sappiamo e troviamo scritta!. Su Augusto  leggi questa pagina  di  Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 147-150:  Anche nella  vita del divino Augusto – che tutta l’umanità pone nella categoria di uomini felici – se si considera attentamente ogni cosa,  si possono rintracciare le grandi vicissitudini del destino umano: ebbe un insuccesso, quando aspirò a diventare comandante della cavalleria di suo zio ( Cesare, prozio !) e alla sua candidatura fu preferita quella di Lepido; subì l’odio, a causa delle prescrizioni; fu collega, nel triumvirato, di due pessimi cittadini (Antonio e Lepido) e neppure aveva un peso almeno eguale, dato che  era Antonio che aveva maggiore influenza. Si ammalò, durante la battaglia di Filippi, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude, infermo e (come ammettono i  suoi amici Mecenate ed Agrippa!) gonfio per un’idropisia; fece naufragio in Sicilia e di nuovo, anche lì, si nascose in una caverna, quando ormai le sue navi erano in procinto di fuggire, pregò Proculeio di ucciderlo. Affrontò la preoccupazione/cura per la contesa di Perugia, l’ansia /sollecitudo per la battaglia di Azio, la caduta da una torre durante la guerra di Pannonia, tante rivolte militari, tante malattie dall’esito incerto, le mire sospette di Marcello, il vergognoso allontanamento di Agrippa, tante insidie portate alla sua vita, le accuse lanciate in seguito alla morte dei figli  e i lutti che non lo rattristavano solo per la perdita subita, l’adulterio della figlia e la pubblica rivelazione del progetto di parricidio; l’offensivo isolarsi del figliastro Tiberio Nerone, l’altro adulterio compiuto dalla nipote. A tutto ciò si aggiungano altre disgrazie: la scarsità dei fondi militari, la rivolta dell’Illirico, il forzato arruolamento degli schiavi per la penuria di giovani leve, l’epidemia scoppiata a Roma, la carestia in Italia, la decisione di morire e il digiuno di quattro giorni, che portò la morte ad impadronirsi  di quasi tutto il suo corpo,  e, per giunta, la disfatta di Varo, i tanti insulti al  suo prestigio, la cacciata di Agrippa Postumo dopo averlo adottato e la nostalgia di lui dopo averlo esiliato  e, da un lato, il sospetto che Fabio rivelasse i suoi segreti e dall’altro le macchinazioni cogitationes della moglie e di Tiberio, che costituirono la preoccupazione degli ultimi suoi anni.

Una vita di Augusto, non certamente felice, vista da un’angolazione intima, propria dell’epoca flavia, dissacrante!

La conclusione, Marco,  ha sapore  di rivincita della domus claudia, da lui esiliata e disonorata con la violenta presa di Livia al marito Tiberio Claudio Nerone, avversario perusino e sembra una punizione divina:  quel dio, che raggiunse il cielo, forse più di quanto non meritasse, morì, lasciando come erede il figlio di un suo nemico/hostis!.

Un giorno, se vuole, mi parlerà diffusamente della vera vita di Augusto tra ansie, paure, malattie, tradimenti e stragi!. Ora procediamo  per soddisfare  la mia curiosità circa la medicina  intorno a Antonio Musa. Il medico e suo fratello erano al Museo di Alessandria, tra gli scienziati della scuola di Erofilo?

Conosci  Erofilo di Calcedone?

Bravo!

Lo conosco per gli studi fatti da un amico su sistole e diastole  cardiaca e so che è  medico  vissuto sotto Tolomeo I e  specificamente sotto Tolomeo II  Filadelfo, che gli diede l’incarico di  formare una scuola  di ricerca medica, anatomica, ad Alessandria

Certo, Marco, Erofilo è un anatomista alessandrino ( cfr. Plinio  Stor. naturale  XI, 219 e XIX 6, XXV; 15,58; XXVI 11,14) che ha la possibilità dai lagidi di operare sui cadaveri dei condannati a morte, e di farne la vivisezione.  Per Gellio, Noctes Atticae, XVIII,10, i medici  di questa scuola, nel periodo di Galeno (129-201), in epoca di Marco Aurelio e Lucio Vero,  discutono su vena ed arteria: la vena è un ricettacolo che i medici chiamano angheion/vaso, di sangue misto e combinato con spirito naturale; l’arteria è un ricettacolo di spirito naturale misto e combinato con sangue , nel quale vi è più di spirito naturale, meno di sangue;sphugmòs/pulsazione è la naturale  espansione e contrazione nel cuore e nell’arteria. Dai vecchi medici è stata così definita: sphugmòs estin diastolé te kai sustolé  aproàiretos arterias kai kardias/la pulsazione è la contrazione e dilatazione involontaria di arteria e di cuore. 

Che bravi! professore.

Le  tecniche  di Erofilo sono ancora attuali nel periodo  di Asclepiade di Prusa (125-50 a.C.), tipiche della scuola  degli empirici, formata da Filino di Cos, erofileo,  ed evolutasi ad Alessandria ad opera di  Serapione Alessandrino, che  congiunge  lo scetticismo di Enesedimo  con la theoria  razionale empirica, in opposizione a  quella dei dogmatici.

Quindi, Asclepiade è un empirico, che contrasta la medicina dogmatica ippocratea,  platonico-aristotelica?

Asclepiade rifiuta la fisiologia e la patologia ippocratica  e scrive molte opere, di cui ci restano frammenti  (cito solo De acutis passionibus e Paraskeuai /composizioni). 

Venuto  a Roma,  ha grande successo  e  diventa amico di Licinio  Crasso e  di Tullio Cicerone, essendo un medico che combatte contro la teoria umorale ippocratica e che formula un’altra teoria, fondata sulla concezione atomistica, democritea, il cui massimo assertore è poi Temisone, collega di Antonio Musa e del fratello Euforbio, che sono della stessa  scuola e riconoscono lo stesso maestro.    (cfr. Plinio, Storia Naturale. XX,42; XXII,53,128; XXIII,32, 38,61; XXV 6; XXVI 12,16,18,20).

Temisone è il fondatore della scuola  metodica?

Si. Marco.

Temisone, sfruttando la popolarità del maestro, insieme ai fratelli Musa e ai fratelli Stertinio, anche loro a corte, sono medici metodici che hanno compiti diversi a Roma. Quinto Stertinio Senofonte è un metodico  che ha in cura-  insieme a Caricle – quando l’imperatore è a Capri-   anche Tiberio – che non ne ha bisogno, perché fa terapia per conto proprio-. E’ anche il medico di Caligola,   con suo fratello Gaio Stertinio, che poi cura Claudio e Nerone.

E’ Asclepiade, comunque,  un medico  parrhsiasths, un puro scettico, che disdegna perfino i doni di  re Mitridate  ed è un innovatore che sa mescolare ricerca e ciarlataneria magica, fondatore di una scuola, che  cura i malati col vino, in dosi, a seconda del  peso e delle condizioni generali fisiche, specie per quelli che sono sotto melaina kholh, tanto bravo  da far tornare in vita e  conservarlo come vivente/relato e funere homine et conservato, secondo la testimonianza  di Plinio, Nat. St., VII,37,124 .

Solo Plinio  ricorda il miracolo della resurrezione?

No. Marco.

Apuleio- (Florida . 19)  ci dà la sua testimonianza e scrive : Il famoso Asclepiade uno dei medici più prestigiosi,  il primo di tutti i medici, se si esclude  il solo Ippocrate, fu il primo ad introdurre  l’uso del vino nella terapia  medica  somministrando ovviamente a tempo debito; in ciò la sua capacità di discernimento era eccellente  grazie al fatto che rilevava  con grande precisione  l’irregolarità o il  disordine nella  pulsazione delle vene. Un giorno, mentre stava tornando in città dalla sua proprietà di campagna,   in un sobborgo della  città, vide i preparativi per  un funerale imponente: una grande folla era convenuta per le esequie  e tutti  erano affranti e vestiti a lutto. Egli si avvicinò per curiosità  per sapere chi fosse morto… Siccome nessuno gli rispondeva, si avvicinò al morto, che  giaceva disteso ed era ormai prossimo alla sepoltura: già tutte le membra erano coperte di essenze; sul viso gli era stato spalmato un unguento profumato; il corpo era stato unto ed era quasi pronto  per il rogo. Asclepiade  lo esaminò con grande scrupolo e, rilevati alcuni sintomi, palpò e ripalpò il  corpo dell’uomo e scoprì che, nascosta, rimaneva ancora in lui la vita. Immediatamente dichiarò  che l’uomo era vivo:  gettassero via, perciò, le fiaccole funebri, portassero via i fuochi, demolissero il rogo e riportassero la cena funebre dal tumulo alle mense/ confestim  exclamavit vivere hominem, procul igitur faces abicerent, procul ignes amolirentur, rogum demolirentur, cenam feralem a tumulo ad mensam referrent.

Immagina, Marco, lo stupore dei presenti, le rimostranze dei parenti che già pensavano alla  spartizione dell’eredità, a quanti appoggiavano  il medico  e a quanti lo beffeggiavano e ridevano della sua scienza!

Che succede, professore?

I parenti, dopo scontri verbali, si decidono  e si dicono disposti a credere ad Asclepiade, che, secondo Apuleio,  non senza fatica e non senza difficoltà, riuscì ad ottenere una breve dilazione per il morto.  Sottrattolo dalle mani dei becchini, come dalle soglie dell’Ade, lo fece ritornare  a casa; immediatamente si rianimò,  e subito con certi suoi rimedi gli ridiede la vita, che languiva nelle parti più remote del  corpo.

Un miracolo, professore, come quello di Apollonio a Roma  sotto Nerone?

Non sono  miracoli con resurrezione, come ci dice la Vulgata evangelica latina  che usa  signumprodigium,   mentre i vangeli  sinottici indicano in greco shmeion e teras, come manifestazioni di virtus e di dunamis,  secondo l’angolazione di un medico,  che rileva  la facoltà di scoprire  o riscoprire la vita ancora,  in circolo,  in modo  non consueto,  e  che fa un atto  apparentemente innaturale, prodigioso: il popolo, poi, lo amplifica e ne dà interpretazioni daimoniche o magiche perché commosso dalla partecipazione all’evento, in relazione anche alla figura del protagonista  guaritore. cfr. Arcana Mundi, Volume I  Magia, Miracoli e demonologia a cura di Georg  Luck,  Fondazione Lorenzo Valle , Arnoldo Mondadori Editore 1999. Asclepiade  è medico  tanto sicuro di sé e della sua  scienza  da scommettere  con la fortuna:   non devo essere più chiamato medico, se mai mi ammalo; ed infatti muore cadendo dalle scale, vecchio decrepito!

Plinio, comunque, lo denigra perché al tempo di Pompeo faceva il maestro di eloquenza ma, siccome  con questo mestiere non guadagnava abbastanza, si volse improvvisamente alla medicina, un’arte che richiede  disciplina e rigore perché si  basa su osservazione e esperienza.

 Asclepiade  s’ingegna per riuscirci, impegnandosi a convincere,  con  discorsi infiammati e  studiati, i malati  e ad attirarli. Secondo Plinio rinnegò ogni principio e, riportando tutta la medicina al problema delle  cause,  la ridusse ad una serie di supposizioni sostenendo che sono cinque  i rimedi utili in ogni caso: astinenza dal cibo, oppure dal vino, le frizioni del corpo, le camminate  e le passeggiate in lettiga.

Il medico con lui diventa popolare, in Occidente, come seguace di Asclepio/ Esculapio,  con la metodica comportamentale di  base: tastare il polso, toccare la fronte, esplorare bocca e occhi, mettere orecchio al petto, colpire la rotula del ginocchio  col martelletto, esaminare il colorito, bussare  sulla schiena!

  Si dice che Asclepiade di Prusa  a Roma è attivo nell’ Asclepeion /ospedale  posto nell’Isola  Tiberina, dove  con altri medici, che seguono le regole dell’Asclepeion di Epidauro, venerano piamente  Esclepio/ Esculapio figlio di Coronide ed Apollo,  e  il figlio Telesforo, e la figlia Igea,  che portano  il bastone con serpente attorcigliato (il serpente che muta di pelle è considerato segno di immortalità, già da Berosocfr Gilgamesh  www.angelofilipponi.com).

E’ lui che crea la figura del medico professionale,  che ha un suo studio, una camera con gli strumenti medici, affittata, pagata  dai magistrati  cittadini,  e che dà regole per curarsi anche da soli,  in quanto tutti  i malaterano propensi  a considerare vero ciò che era tanto facile, egli trascinò dalla sua quasi l’intero genere umano, proprio come se   fosse stato inviato dal cielo.

E’ lui che  predica di curarsi da soli,  attenendosi alle prescrizioni mediche di base.

Tiberio, secondo Svetonio  e Dione Cassio, è un aristocratico, di buona salute e, se si ammala, fa da solo ed allontana, nel periodo di Capri, il suo medico personale,  Caricle – che  gli si avvicina per tastare il polso con la scusa di  salutare e baciare la mano dicendo:  chi, passati i settanta anni, non sa curarsi da solo, non è un vir!  Tiberio è un militare che disdegna il pensiero popolare  e caccia da Roma    i medici stessi, i magi e gli ebrei, insieme agli egizi,  perché rileva il carattere  retorico- sacrale sotteso, convinto della  necessitas  razionale!

Plinio, dunque, da una parte,  biasima  Asclepiade perché  si attira le simpatie con artifici da venditore di fumo anche con cose vietate  e, da un’altra, loda i suoi espedienti escogitati (far tenere appesi i lettini  il cui movimento o diminuisce il male o concilia il sonno e introdurre  la pratica dei bagni !).

Plinio si indigna, però,  perché un uomo di stirpe insignificante,  partito senza alcuna risorsa, abbia dato, di punto in bianco, agli uomini, a fine di guadagno personale,  delle regole, a cui, tuttavia, in seguito molti  negarono  valore.

Sappi, Marco, che a Roma, specialmente  in epoca cesariana ed augustea, si fanno lezioni di anatomia o  conferenze/logoi   per indottrinare i ricchi  cives, desiderosi di curarsi personalmente  anche se hanno medici nelle loro domus: il fenomeno seguita subito dopo il periodo tiberiano e riprende vigore in epoca flavia ed antonina  quando il medico-retore  ha numerosi  ascoltatori ed assume  prestigio  sotto  gli ultimi antonini nel momento  tragico,  a causa della peste.

Infatti  le scuole successive di epoca  flavia ed antonina  avranno un maggior rigore in quanto più scientifiche, anche se, comunque,  mantengono le stesse  idee non solo di Erofilo anatomista  ma anche quelle di Asclepiade, ora applicate negli Asclepeia di Epidauro e di  Pergamo – fondato nel 4 d. C. ,  che  considerano la malattia uno squilibrio psico-fisico  e il malato, elemento da curare, anche per mesi o anni,  e psicologicamente e  fisicamente.

Il motto  Mens sana in corpore sano è di questo periodo?!

La frase è in Giovenale (50/60-127 d.C.), Satire, X,356! La  cura dell’epoca, comunque,  mette insieme ogni ricreazione spirituale (teatro,  svago in campagna, passeggio lento o veloce,   lettura, esercizi ai  gumnasia, e nelle palestre)  e  farmakoi/ricette medicinali,  di solito, a base di erbe, in quanto il medico per ricomporre l’equilibrio fisico,  si avvale di tecniche  primordiali  ipnotiche e psicoanalitiche  e parla di una fase di Catarsidi una di Incubazione  curando anche il rapporto confidenziale tra i neookoroi (assistenti e  custodi del neoos di Asclepio) e i malati  in cura.

In cosa consistono le due fasi, professore?

La catarsi (kathairomai/ mi purifico) consiste in una iniziale purificazione fisico-psichica  mediante  camminate solitarie,  dopo ampie bevute di acqua, al mattino, cure di fango e di sale, in appositi locali  termali, in esposizione al sole, in bagni più freddi che tiepidi o caldi,  alternati da rappresentazioni di teatro,  inframezzati da pasti brevi e  vegetariani secondo un calendario giornaliero tipico della scuola di Pitagora, variabile a seconda degli Asclepeia, con l’assunzione di beveraggi  farmaceutici.

E’ fase propedeutica alla Incubazione, in cui il malato dorme accanto alla statua del Dio nel suo neoos, dopo aver ricevuto, nel tardo pomeriggio,   sonniferi  a base di erbe allucinogene,  in modo da stimolare sogni nel sonno, da memorizzare nel corso di una decina di giorni, in attesa del medico  che fa la diagnoosis. In ogni  Asclepeion c’è un criptoportico di varia lunghezza con finestrelle alte, da dove il medico – che giornalmente passa- sente il racconto del sogno fatto dal paziente, registra e dopo aver collegato i vari sogni di ogni malato,  fa la  diagnoosis  e stila la therapeia  personalizzata,  mediante una ricetta scritta, a meno che  non ci sia  stata la novitas  miracolosa dell‘ epiphaneia/apparizione notturna del guaritore Asclepio.

Professore, l’Asclepeion è una casa di cura  per  i ricchi cives?  Per parlare così lei ha sicuramente un paradigma, uno  scrittore esemplare?

Certo. Marco, mi conosci bene!.

Si chiama Elio Aristide è un retore (117-180) che  nei 6 Discorsi  Sacri –  compresi nelle 55 Orazioni a noi giunte- afferma  di aver deciso  di rivolgersi alla terapia irrazionale della medicina templare perché  quella della  medicina scientifica  non riusciva a guarirlo!

E’ un uomo che vive  per mesi ed anni nell’ Asclepeion di Pergamo   e segue le cure farmaceutico-religioso-magiche,  credendo in Esculapio, in Igea e Telesforo, pur avendo medici personali  che lo  curano nella peste, di cui ci lascia  una diretta testimonianza: mi trovavo a Smirne  nel pieno dell’estate. Una pestilenza/loimos colpì quasi  tutti  i miei vicini,  Si ammalarono due o tre dei miei servi, poi si ammalarono tutti, uno dopo l’altro. Finirono tutti a letto, giovani e vecchi. Quindi,  io fui l’ultimo ad essere contagiato.  I dottori provenivano dalla città e noi usavamo i loro collaboratori come servi. Persino alcuni dei dottori che mi curavano, agivano come servi. Anche il bestiame si ammalò. E se qualcuno cercava di muoversi, immediatamente cadeva morto davanti all’ ingresso.

Mi scusi, professore, se mi soffermo sulla peste ed interrompo il discorso sul retore Aristide.  Si tratta della famosa  peste, detta  di Galeno o  antonina?

Si. Marco. Si tratta di quella descritta da Galeno, il medico di Giulia Domna- dal cui finto diario Santiago Posteguillo ha scritto il romanzo Iulia- nota anche a Flavio Filostrato e agli scrittori cristiani che, pensando al ritorno di Cristo e  al giudizio universale prossimo, pressano i milites a disertare e a  non difendere i confini della patria, dato il numero di 20.000.000  di morti -in circa un ventennio- un terzo della  popolazione dell’impero romano! La peste  scoppiata in Oriente nel corso della spedizione Parthica, condotta da Lucio Vero, genero dell’imperatore Marco Aurelio e suo  collega nell’imperium, poco prima della presa di Seleucia, tra le file delle 16 legioni, esplode   dopo la conquista di Ctesifonte, occupata  quando la città è quasi deserta.

La peste  si propaga in Occidente da  Aquileia,  dove è presente anche il medico Galeno che, essendo   in servizio presso l’esercizio pronto per la campagna contro i Quadi e Marcomanni, descrive il morbo che  miete vittime nell’inverno del 168-69 e  che dilaga  verso la Gallia e la Germania.(fr. Galeno, Sulla facoltà naturali, a cura di Marzia Mortarino, Oscar Mondadori,1996).

I medici dell’esercito nulla possono opporre perché la peste si è radicata tra  milites e  viaggia con loro, diffondendosi tra le popolazioni e romane e barbariche.

La peste rimane  in Germania anche dopo la morte di Lucio Vero nel 169  e quella di Marco Aurelio nel 180, ancora sotto il regno di Commodo.

In una tale situazione, specie in Oriente, il phobos  partorisce racconti  di magoi, di incantatori epaoidoi, di  mathematikoi,  capaci di preparare  amuleti protettivi che rovinano gli spiriti,tanto che i cristiani, fiduciosi nella sola  protezione divina, più tardi nel IV secolo, nel sinodo di Laodicea, decidono di vietarli. Cfr. J. Festugière la Révèlation d’Hermes Trismegiste IV vol, 1944-49.

Per un  medico magos/  religiosus/ curiosus, uomini come Elio Aristide paranoico ed ipocondriaco sono la pacchia, come i  giudeo- cristiani per il clero dotto alessandrino!? Aristide è un pagano o un christianos?

E’ un fervente credente in Zeus, onnipotente padre degli dei e degli uomini, theos provvidente, seppure condizionato dalla necessitas della Tuche, anche lui! Fida nella scienza  umana, ma se entra in panico,  subisce ogni influenza  e da ipocondriaco si tuffa nella religio, sotto il patronato di Asclepio, rifugiandosi perfino nell’ Asclepeion di Pergamo, la più confortevole casa di cura per malati cronici. Eppure è uomo di alta capacità retorica, ben pagato ed acclamato conferenziere, come malato testimone di guarigioni, abile in ogni dimostrazione , sapendo condurre le argomentazioni  a conclusione pertinente.

Mi piace,Marco,  farti rilevare la sua sagacia in Discorsi sacri,  che ti riporto parzialmente, mostrandoti la sua predisposizione al to oneirocritikon,  il suo disprezzo per tutti quelli definiti proiktai/  ciarlatani gohtes/ imbroglioni, boomolokhoi/parassiti,  e la fede nei sogni e diretti/Theorhmathikoi ed allegorici /allhgorikoi.

Aristide fa un sogno e scopre che lo stesso sogno è stato fatto dal Neookoros Filadelfo. Sorpreso dalla coincidenza, cerca una spiegazione plausibile insieme al custode del tempio,  prima di raccontare ogni cosa ai medici, che si consultano fra loro  circa l’invio del sogno da parte del  Dio,  titubanti  a causa dell’eccessiva  debolezza del paziente. La prescrizione del Dio di somministrare assenzio diluito con aceto, fuori del tempio, preoccupa i medici  che  tengono in considerazione anche le condizioni atmosferiche  e il maltempo, avendo presente l’anàmnhsis del paziente.

Che succede allora? Aristide, nonostante il consulto medico,  non ancora finito, decide  per conto proprio di  prendere senz’altro l’assenzio come rimedio/ iama e di berne  quanto mai nessuno prima di lui  e così anche il giorno dopo, entusiasmato  ed eccitato dalla coscienza di essere stato alla presenza  del dio/parousian tou theou.

Infatti, Aristide descrive il fatto:  rientra nella mia esperienza avere la sensazione come di toccarlo, e percepire distintamente il suo arrivo e rimanere in uno stato intermedio tra il sogno e la veglia/mesoos ekhein upnou kai egrhkorseoos, voler fissare lo sguardo su di lui, trepidare per un suo prematuro commiato e tendere le orecchie per ascoltare ciò che è sogno e ciò che è realtà/ta men oos onar, ta de oos upar.

Il retore mostra se stesso alla presenza del Theos, che ha i capelli ritti sulla testa , che versa lacrime di gioia  e sente il peso leggero della mente convinto di non essere capace di  esprimere  a parole tutto ciò che prova perché solo chi è iniziato sa e comprende/ei de tis toon  tetelesmenoon estin, sunoiden te kai gnoorizei.(Orazione 48. 30-35-secondo Discorso sacro-).

E’ vero professore che i malati, ricevuto il miracolo, fanno offerte votive al Dio ad Epidauro come i fedeli di padre Pio o di S.Antonio a Padova e che lo stesso Aristide, dopo la guarigione, lascia un ex voto e una iscrizione a Pergamo?

Si. Marco.  Non solo ad Epidauro ma anche in altri templi come a Dodona, ci sono  alcune iscrizioni greche ( SIG -Sylloge iscritionum graecarum- 1168,1-10 )  che comprovano le guarigioni avvenute: donna gravida che non partorisce  e che, solo dopo l’incubazione, si sgrava  dopo 5 anni di attesa! un uomo, dalle dita rattrappite,che apre la mano, dopo l’ordine del Dio! una cieca che vede;  zoppi che camminano, ecc.

Aristide, riammalatosi perché ha seguito i consigli medici e non ha eseguito gli ordini di Asclepio, soggiorna di nuovo all’ Ascelpeion di Pergamo. Il retore, pronto ad obbedire al dio, una notte riceve l’ordine  di cospargersi di fango,  di correre tre volte intorno al tempio  e di lavarsi alla fontana sacra.

Aristide obbedisce e  così si descrive: mi cosparsi di fango e cominciai a correre tutt’intorno, lasciandomi flagellare dalla tramontana e  alla fine mi avvicinai alla fonte e mi sciacquai; tra gli amici che mi seguivano, uno si ritirò subito,  ed un altro fu preso da convulsioni  e portato in tutta fretta in un bagno, dove a fatica riprese  calore. Io, dopo quella prova,trascorsi una giornata veramente primaverile.

Aristide aggiunge che lui  col gelo e col vento freddissimo, su ordine del dio ripete altre volte  l’operazione  pregando Zeus ottimo massimo, indossando solo  una tunichetta di lino, anche quando l’inverno durava da quaranta giorni  e la neve cadeva, durante l’equinozio di primavera (ishmeria h metà kheimona)!

Grazie, professore. Chiudiamo questa parentesi sugli  asclepeia e torniamo ad Asclepiade e ai suoi discepoli romani, divenuti famosi per la guarigione di Augusto.

Dunque, Marco, le innovazioni di Asclepiade in campo medico non hanno grande valore per Plinio  che rileva invece l’ importanza  a livello sociale.

Secondo Plinio  Asclepiade  fu agevolato dal fatto che nella medicina antica si usavano molti  sistemi di cura  penosi e grossolani  come avvolgere i malati in una veste e provocare in tutti i modi la sudurazione oppure arrostire il corpo  davanti al fuoco o di far cercare incessantemente i  raggi di sole in una città nuvolosa mentre lui introdusse l’uso dei  bagni sospesi  che piacque infinitamente  E per certe malattie eliminò le sofferenze  prodotte dalle terapie come per le angine che venivano curate introducendo in gola uno strumento. Condannò giustamente  l’uso di provocare vomito  allora esageratamente diffuso, pose sotto accusa  anche le pozioni medicinali  dannose per lo stomaco.

Tutto, secondo Plinio,  dipende dall’ atteggiamento mentale del popolo: la credulità porta all’eccesso ogni teoria,  pur sorta   da principi utili e necessari!

La  teoria asclepiadea è perfezionata da Temisone di Laodicea, suo discepolo, che opera anche  a Roma nei  primi decenni del  principato di Augusto, accanto a Musa ed Euforbio, che ritengono basilare   la sperimentazione in medicina, unita alla   ricerca di erbe medicinali, entrando in contrasto  con gli Pneumatici  di Ateneo di Attalea, discepolo del filosofo stoico Posidonio di Apamea.

Secondo Temisone  la malattia è un’alterazione  della qualità o dei movimenti degli atomi per una eccessiva ristrettezza o per rilassamento delle  cavità, entro cui si muovono gli atomi.

La metodologia consiste nel riportare al giusto grado il movimento degli  atomi e l’ampiezza cavernosa dei  pori  mentre  la dottrina degli pneumatici rileva che lo stato di salute  dipenda dallo Pneuma /soffio vitale, che si irradia attraverso canali arrivando  fino al cervello  diffondendosi in ogni parte dell’organismo umano, ma se  ci sono impedimenti alla circolazione insorge la malattia  là dove c’è mancanza di spirito  circolatorio.

Dunque, professore a Roma  ci sono dottori di grande rilievo della stessa scuola che si oppongono ad altri  che hanno un diverso indirizzo in relazione alla  loro formazione filosofica, mentre ci sono in circolazione maghi egizi e giudaici, caldaici, iperborei,  ciarlatani di varia nazionalità che praticano diverse forme di  magia, demonologi ed  alchimisti.

Antonio Musa, come Temisone, è uno scienziato empirico e metodico che  viene chiamato in Spagna per curare Augusto, malato di fegato  Plinio,(St. Nat. XXIX,6) nel periodo successivo la campagna cantabrica  nel 27-25 a.C

Il medico  ha la fortuna di  guarirlo sottraendolo  alle  cure inutili di  Gaio Emilio, un medico italico che segue la tradizione   e che si regola secondo i principi medicinali naturali  arcaici del buon pater familias.

Plinio, (St.nat. . XIX,128) trattando delle proprietà della lattuga ,-che smorza l’appetito sessuale, elimina il fastidio  dello  stomaco e stimola la fame-   aggiunge che è tradizione sicura che il divino Augusto, quando fu ammalato  si salvò grazie alla lattuga  e all’accorto consiglio di Antonio Musa,  mentre il precedente medico  Gaio Emilio  gliela proibiva per eccesso di scrupolo. Essa divenne,  in seguito a ciò, tanto apprezzata  e raccomandata che si escogitò il modo di conservarla  con l’ossimele anche nei mesi in cui non si produce.

Plinio, inoltre,  dice che la terapia con le radici di  cicoria unite alla farinata di orzo ( ibidem, XX,77)  è utile per i malati epatici.  La notizia è anche in Svetonio Augusto 59 – Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapii statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio-

 Oltre al monumento eretto  sul Palatino a spese pubbliche,  si sa che il medico, sostenitore anche delle terapie a base di bagni freddi  (cfr. Orazio, Epistola I, 15.2-5) ha una gratifica di 400.000 sesterzi e  il diritto di portare l’anello,  anche se liberto.

Plinio aggiunge : eppure non era riuscito a salvare il nipote Marcello, designato successore al trono. Poco dopo  infatti, servendosi della  terapia di acqua fresca,  la cura risultò  letale per il giovane figlio di Ottavia (St. Nat. XXIX ,6).

Comunque, professore  di lui, della sua opera (De herba vettonica) e di quella di suo fratello ci sono rimaste testimonianze!

Si sa, Marco,  che i due medici restano a  servizio di Augusto nel periodo 27-11 av. C,  in cui i figli  di Antonio, Tolomeo,  Alessandro Helios e Selene Cleopatra  vivono  a corte: la femmina Selene  sopravvive e diventa giovane da marito, mentre i maschi, nati da Cleopatra, puberes, scompaiono, misteriosamente,  e il solo Iullo figlio di Fulvia,  raggiunge la maturità ed ha una storia politica  tanto da diventare   console e anche, governatore di Asia, ma muore suicida per ordine di Ottaviano,  incriminato nella congiura di Giulia, sua amante.

Anche Giuba II è a corte come ostaggio e vive  per anni con i figli, eredi imperiali,   sotto la guida di Ottavia.

Sembra che Augusto e la sorella  favoriscano il matrimonio tra Selene e  Giuba II  nel 19  a.C. quando già  l’imperatore ha sistemato l’Africa,  accorpando  il regno di Numidia, alla morte di Bocco II  nel 33,  senza eredi,  con quello di Mauritania, dopo un periodo -dal 33 al 25-  di gestione personale.

La dote di  Selene, probabilmente,  è  cospicua  poiché è l’unica erede dell’oikos della regina di Egitto, e comprende  la familia medica antonia,  divenuta famosa per la guarigione dell’imperatore malato in Spagna, durante la guerra cantrabrica, riverita ora nell’imperium.

Selene  e Giuba II, diventati re di  Numidia e di Mauritania, regnano in modo autonomo ed indipendente, ed hanno figli tra cui Tolomeo, ucciso a Lione da Gaio Caligola convinto della necessitas di privarsi  della societas di quel regno ormai romanizzato ed ellenizzato,  pronto  per il censimento e per l’annessione all’impero romano.

Si sa che  che i due hanno al loro servizio il medico Euforbo, fratello minore di Antonio Musa, che segue lo stesso indirizzo. Plinio dice che iidem fratres instituere a balineis  frigida multa corpora adstringere/i medesimi fratelli insegnarono a tonificare il corpo con l’impiego di molta acqua fredda.

Dunque, sembra che i due  fratelli cambiano le abitudini dei romani e della tradizione italica, solita  lavarsi con acqua calda.

Sembra, Marco,che tale abitudine derivi  dalle popolazioni elleniche ionico-eoliche  della  Magna Grecia, secondo la precettistica di Omero (Iliade, XXII,442-444) anche se contrastava con le regole doriche  della Scuola di  Pitagora.

In conclusione,  ti aggiungo che Euforbo  e non Giuba è lo scopritore dell’euforbia,  una pianta dell ‘Atlante, il cui liquido ha l’aspetto dell’incenso, in quanto cola  giù come latte e se è seccato e rappreso, ha la proprietà di  rendere la vista più acuta, di rimarginare le ferite  e di fare da antidoto al morso dei serpenti (Cfr. Plinio, St. Nat., XXV,78).

Grazie, professore. E’ sempre un piacere sentire  una sua lezione!

Ci devo credere?!

 

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Amadeus: un vero manager, conduttore sobrio!

 

Professore, ha visto il Festival di S. Remo?

Si. Marco. Mi è piaciuto  quasi tutto.  Ho visto un grande regista che ha saputo orchestrare tutta la manifestazione senza far calare mai  l’attenzione del pubblico;  ha una visione sistemica  e abilità tecniche ad  operare sulle strutture. E’ un grande!  Amadeus!Finalmente il Festival di S. Remo ha un  conduttore  e direttore tecnico, umile, semplice, amichevole, professionale. E’  Amadeus, il maestro di musica che è  guida impeccabile per una  corale armonia!.

E’ un signore  all’altezza della  situazione, capace  di  cucire le diverse  anime del Festival – non  più evento solo canoro, breve, della durata di un giorno, ma lungo cinque giorni-,  sicuro nello smorzare la  spettacolarità  con una comunicazione popolare, ben coadiuvato  dall’amico Fiorello- un jolly contenuto nella sua  estrosa vivacità- , abile a  promuovere la  campagna  contro  la violenza  femminile,  mentre al suo  fianco  si alternano donne  di successo: nonostante la  teatralità   e la spettacolarità  dei tanti   protagonisti, anche sportivi, e la loro umana voglia di apparire,   sovrana domina la canzone, in una esaltazione della forma musicale, nel rispetto delle voci e dei suoni!.

Il Festival musicale  ha attirato il popolo italiano,  inchiodato davanti allo schermo, per ore  fino alla proclamazione dei vincitori Diodato e  Leo Gassman.

Tutto bene, dunque, professore?!.

Certo, Marco. Amadeus ha tenuto sotto controllo tutto e tutti, compresi  i cantanti Bugo e Morgan, squalificati, e lo stesso Roberto Benigni, voluto dalla Rai  come magister per una lectio popolare,  riuscendo perfino  a gestire l’impacciato silenzio  e l’applauso non certamente caloroso di un pubblico, non coinvolto nel lungo e pesante monologo del comico sul Cantico dei Cantici /shir shirim, il sacro tema dell’ amore,  trattato in modo entusiastico da un profano che è stupito di fronte alla sessualità  naturale biblica  delle  nozze di una coppia di sposi – pastori, desiderosi l’uno dell’altra,  del I secolo a.C, un topos  ellenistico, venato da aramaismo! .

Anche a me è rimasto indigesto il lungo, infinito sproloquio del premio Oscar Benigni, anche perché inopportuno come  la sua stessa partecipazione ad un Festival canoro! Speriamo che la Rai ora  prenda in esame  di non insistere  più su  Roberto Benigni, gravato da compiti inadeguati alla sua figura di attore e di comico, anche se uomo di valore internazionale!

Speriamo!. Lo ha pagato profumatamente  per oltre un  decennio  per le prestazioni di  lettore e  commentatore di Dante, dei Dieci  Comandamenti, del Codice della nostra Costituzione, e per la celebrazione  del nostro Risorgimento, nel  centocinquantesimo anniversario  dell’ Unità di Italia, come ufficiale cantore dell’ Inno di Mameli!

Parlare,  parlare, parlare  solo in senso letterale  del Cantico dei Cantici senza alcuna competenza, in una  manifestazione canora ad un pubblico distratto e  superficiale, sommerso dalla  musica  dell’Ariston  è una profanazione del primo libro delle Megilloth/rotoli  (cui  seguono Rut, Echà,  Ecclesiaste e Ester, che anticipano il ciclo apocalittico delle Rivelazioni delle  volontà divine )!

E’ un danno anche per lo stesso Benigni  che, impaurito  dallo stesso tema,  pur nella sua incoscienza  cognitiva,  nonostante i tanti suggerimenti di  teologi, come il cardinal Ravasi,  dopo insistenti  ripetizioni sulla naturale sensualità del testo biblico – in cui non c’è alcun minimo  cenno di Dio come nell’ Ecclesiaste!- non sa chiudere se non con un insulso invito a spogliarsi e a vivere secondo natura  (di memoria sessantottina).

Non capisco  il motivo di  dovere umiliare  un  grande artista entrato all ‘Ariston,  serpeggiando come una maschera comica,  tra i componenti di una banda musicale, certamente deprezzato e  bollato  dai presenti come incauto tuttologo, neppure spiritoso!  Ci sono secoli  di studi e di  interpretazioni morali, allegoriche ed anagogiche sulla  funzione e figura  della  Sulamita –   espressione perfetta/shalem e pacifica/shalom  di un ambiente giudaico-mesopotamico,  dove, in una precisa epoca, si  congiunge  la voluttà di piacere con la naturalezza, in un’ esaltazione della  fecondità  matrimoniale, unita alla vigoria carnale fisica, come trionfo dell’atto dell’amore umano!  E’ Un eros sacro, anche se naturale,  celebrato da Rab Aqivà e   da Origene,   da ebrei e cristiani di ogni epoca!.l’ amore è poeticamente cantato in 8 capitoletti in un tripudio naturale dove si celebra la venuta della sposa nel giardino, dove si raccolgono  mirra ed incenso, dove si mangiano favo e miele, dove  si  bevono  vino  e  latte, genuini e propri, in un invito agli amici a bere e inebriarsi d’amore.   

Davvero! professore. Ora capisco lo stupore con sorpresa del  comico, profano!

Certo,  Marco, Rab  Aqiva,  vecchio centenario, spellato vivo da Adriano nel 135 d. C, dopo la vittoria su Shimon bar Kokba , amava lo Shir shirim  per il sotteso  reciproco ardente amore dei giovani sposi che lodano la bellezza dei loro corpi, pur bruciati dal sole   ed era solito a dire: il mondo intero non è tanto prezioso  quanto il giorno in cui fu dato ad Israel il Cantico dei Cantici  perché tutti gli scritti sono sacri, ma lo Shir ha shirim  è il sacro per antonomasia.

La citazione è di Origene (185-253 ), che si evirò per essere eunuco nel Regno del Cieli, in una rinuncia  cristiana dell’Eroos! Eppure dopo aver rilevato altri significati  per esaltare l’amore di Dio  per i figli di Israele  e l’amore di Israel  per il Signore e la  sua Legge, il theologos  vi aggiunge il valore delle nozze tra Christos e la Chiesa, dando l’avvio all’esegesi  dei Padri della Chiesa:   Beato colui che entra nel Santo, più beato chi penetra nel Santo dei santi; così è beato colui che comprende e canta I cantici della Scrittura, ma più beato colui che canta il Cantico dei cantici!.

Quindi, professore, non gli è piaciuto solo il monologo di Benigni  in tutto il Festival?

Benigni è ancora la bandiera  indiscussa del nostro attuale Pd, che non è  erede della cultura comunista! Eppure il  Festival nasce in un momento di risveglio  nazionale, poco dopo la fine della II Guerra Mondiale, in un clima di  speranza  di un rinnovamento politico – poi miseramente fallito –  anche se l’Italia col lavoro vero, non ancora sindacalizzato, dei nostri padri e nonni,  passa  da un boom economico finanziario ad un altro! Il popolo italiano,   comunque,   non rinasce per  mancanza  di una  reale formazione scolastica  popolare,  rimasta cattolica e fascista,  data la prevalenza democratico- cristiana  politica,  e non ha un vero rinnovamento democratico, nonostante il passaggio da un  sistema agricolo a quello industriale e la presenza  delle università anche a livello regionale  e provinciale:  scivola  puerilmente verso l’imitazione anglosassone, in una stolida  americanizzazione, in una perdita dei valori agricoli della tradizione mediterranea per entrare in un’ Europa senza una propria identità, accanto ad altri popoli di altra provenienza per la formazione di un unicum statale  su base economico-finanziaria,  senza una comune matrice, quella della cultura universale romano-ellenistica, di molto superiore a quella cristiano- medievale  clericale.!

Professore,io la capisco bene: ho studiato  e ristudiato le sue pagine sulla nostra industrializzazione e sulla politica italiana  democratica cristiana,  sulla fine del mondo sovietico e sul sistema postcomunista  (craxiano, berlusconiano, renziano e grillino) sul fenomeno Di Pietro, sulla necessità di una nuova  scuola e sull’analfabetismo di ritorno, comune a tutta l’ area europea, che  usa  la lingua inglese come strumento comunicativo, un idioma valido solo in senso informativo.

Marco, L’altra lingua  L’altra storia è un libro mai ristampato dal 1995, che non ha avuto neanche un commento, inutile  come ogni altro mio libro!.

Professore, non deve meravigliarsi e  deve ridere di questo. Chi sa scrivere, in Italia,  non ha seguaci e non può avere lettori,  che vogliono solo  divagare e dilettarsi,  non ragionare,  dopo una faticosa improduttiva giornata! Solo chi non dice niente  diventa popolare giocando sul nulla;  chi è maestro del fare ha rarissimi discepoli!

 

 

La morte degli “innocenti” e il “regno” di Antipatro

La morte degli innocenti e il regno di Antipatro

Una domanda ai cristiani? Dopo la lettura di questo articolo, vorrei una risposta razionale?! E’ possibile sfuggire ad Erode, che  fa un’indagine su un bambino appena nato e su una famiglia giudaica, che fugge in Egitto?

  E’ doloroso pensare che la santità, cosmicamente superflua, esista perché  ci sono gli uomini!  –  Lettera  di  E. M. Cioran a  Mircea  Eliade-

 

Marco, dalla  morte degli innocenti figli di Mariamne alla morte di Erode il 23 marzo del 4. a.C.  ci sono  quasi tre anni  di “Regno”di Antipatro, suo figlio.

In questo periodo,  secondo Flavio, tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia, distese su tutte le cose, come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze umane più grandi  erano visibili ai peccatori traviati /apoloito h aletheia, to de dikaion ek toon anthroopoon  anhirhmenon eih, kratoih de ta pseusmata kai  h kakoetheia, kai tosouton nephos epagoi tois pragmasin, oos mhdè ta megista  toon anthroopinoon  pathooon  orasthai  tois amartanousin .

Professore, Flavio mostra  che il sangue degli innocenti ricade su  Antipatro, vero colpevole della morte di Alessandro e Aristobulo,  ideatore  di una trama ordita a corte, non tanto  per odio contro i figli di Mariamne, quanto contro suo padre, con l ‘aiuto dei parenti, anche loro rancorosi beneficati contro il medesimo  benefattore!.Mi può dire come Flavio  evidenzia  il  progressivo verificarsi di tale  evento e quali sono per lui  le cause  che  determinano, da una parte, il destino di Antipatro e, da una altra, la punizione divina?

Vedo, con piacere, Marco, che tu cominci a  saper leggere secondo una lettura storica, doppia, quella  propria del team scriptorio di Guerra giudaica basata su εìμαρμηνη, che coincide con la visione farisaica ed una, invece, sacerdotale sadducea, tipica della πρòνοια,  che attua l’oikonomia tou theou, propria degli scrittori di Antichità giudaiche.  Posso, quindi, seguitare la lettura dei due testi di Flavio, e mostrarti la storia di un beneficato rancoroso e di un benefattore tradito, che pur vecchio e malato ha la forza, nella sua demenza senile e  in preda ad una malattia mortale, di una vendetta innaturale e irrazionale, senza emissione di un verdetto romano di colpevolezza.  Al di là dei fatti tragici, l’autore giudaico  specie in Guerra giudaica, indulge ai sistemi narrativi romanzeschi e alla trattazione psicologica dei protagonisti, al fine di eccitare la compassione e la partecipazione dei lettori attirati dal piacere delle vicende di  una corte coi suoi intrighi.

Quindi, professore, parlerà prima dell’animo di Antipatro, che rivela il suo odio, nel complesso contraddittorio, contro il padre, già mostrato, pur rimanendo in ombra, nella vicenda della morte dei due fratellastri, che sono  per lui  uno strumento per colpire  Erode ed aver un proprio utile e poi tratterà delle cause  socio-politiche che determinano  la fine di Antipatro, che risulta  complessivamente un mediatore?

Certo, Marco, dovrò parlarti  prima di Antipatro, idumeo di formazione, come suo padre e suo nonno, di una gente, definita da Flavio -Guerra giudaica ,IV,231- turbolenta e facinorosa, sempre pronta a sommosse,  amante di sconvolgimenti, capace di impugnare  le armi…e di correre alla guerra come ad una festa,  e  del  piano di un uomo scaltro,che,col  segreto appoggio degli amici romani, già è considerato successore del padre. Poi dovrò mostrarti il  suo tentativo di attuare una serie di alleanze a corte per regnare, indisturbato, tenendo tranquillo il vecchio Erode,  pur temendo reazioni popolari e  la forza dell’elemento militare, filoasmoneo ed aramaico: in questo modo  ti mostro il disegno di Flavio  in Ant giud XVII, 60,  intenzionato a fare di  Antipatro un paradeigma  anthropinooi genei,  un modello esemplare  per tutti coloro che operano male nei confronti di un padre e dei propri fratelli, degno di un destino  crudele e di  una punizione divina, al fine di evidenziare il valore e la necessità  della virtù. Lo scrittore, ambiguo ed equivoco, può  sottendere anche le cause politiche delle sua rovina, nonostante l’apparente perfezione delle sue mhkhanai/trovate ingegnose in un contesto, già rivoluzionario.

Antipatro, coregnante, ha già scalzato, professore,  a Roma, il padre,  vecchio re, bestiale nelle repressioni del mondo aramaico-asmoneo e di quello legalistico-farisaico  filoparthico,  ed ha avuto  assicurazioni di poter regnare, senza timore di un’ annessione  del territorio giudaico  alla provincia di Siria!. Antipatro, che si presenta ai romani  come philopatoor/uomo che ama e difende il padre  e come  diallakths/mediatore,  conosce anche gli  intrighi di corte, i partiti  e le differenti politiche  che dividono i claudii  e i  giulii, subito dopo la morte di Marco Agrippa?

E’ probabile, Marco, che Antipatro  conosca bene la storia  degli  avvenimenti  capitati a Roma ed ancora attuali al momento della sua venuta a corte, in quanto dalla fine dell’estate del 7 a.C.  al  suo ritorno in patria  verso settembre del  5 a.C. ,  la Iudaea  è  già  sotto la protezione dei potenti ministri di Gaio Cesare, che tengono sotto controllo la Siria e il regno di Erode,  contemporaneamente,  per le loro operazioni antiparthiche, avendo bisogno  di basi operative sicure  per l’impresa del giovane erede imperiale e di un appoggio militare e finanziario  per la penetrazione verso l’Armenia, con la protezione della flotta romana, che stanzia tra la Cilicia e la Celesiria.  E’ possibile che il giulio Antipatro, in una tale situazione, sia incerto nella scelta di campo, come lo stesso Erode,  avendo legami e con Augusto e Livia Drusilla e con Tiberio, ma anche con Giulia e i figli di Marco Agrippa, amico personale del re giudaico. La scelta personale viene fatta solo quando si trova effettivamente a Roma, tra le due partes contendenti,  e deve manovrare per il successo della  nuova causa contro Silleo:  la sua libertà di azione  sembra, però, non supportata dalla corte a  Gerusalemme, che, invece, si distacca da lui, a sua insaputa.

Flavio, riassumendo circa la sua condizione, dopo la morte di Alessandro ed Aristobulo,  dice  Ant. giud. XVII,2:  nonostante ciò,  egli era almeno  coregnante col padre, con poteri non diversi dal padre. Lo storico informa che nel regno di Giudea ora c’è un altro capo  che deve fare politica coi romani, delegato dal padre, come suo unico rappresentante, ma, mentre come diadokos fa la sua politica,  non ha più seguaci in patria perché  è inquisito in contumacia, senza che nessuno lo avverta.

E’ un mistero come Erode possa aver fatto il vuoto intorno al figlio  che opera a Roma e lo rappresenta degnamente,  avendo perfino attestati di fiducia e di riconoscimento dall’Imperatore, dagli amici romani e dal padre stesso, che ambiguamente, lo assicura con lettere: Il clima di terrore, le torture, il ripudio della madre e la morte di Ferora sono notizie tardive, nel corso del ritorno in patria.

Professore, prima di rispondermi sull’ intera vicenda di Antipatro,  mi deve  dire ora qualcosa, sul periodo successivo la morte di Marco Agrippa, complicato dalla morte di Druso maggiore, peggiorato dalla formazione di partigiani di Tiberio e  di  quelli di  Gaio Cesare e dallo scontro tra Livia Drusilla e  Giulia, altrimenti non posso realmente capire la situazione romana e tanto meno  quella giudaica?

Più che di  Gaio Cesare, figlio di Agrippa e di Giulia, all’epoca solo princeps iuventutis, devo parlare dei suoi generali che preparano la spedizione tra il  6 e il 5 a.C. – poco prima dell’ arresto di Antipatro, che non coregna negli ultimi circa 13 mesi di vita del re, suo padre,  compresi anche alcuni mesi di soggiorno romano dell’idumeo -costretti a vigilare  direttamente sul regnum erodiano ed  ancora di più, dopo la morte di Erode. Devo parlare di un gruppo di uomini potenti che, dominando a corte, favoriscono  il figlio di Agrippa, protetto dalla madre Giulia contro Tiberio Nerone e Livia Drusilla moglie di Augusto, anche lui, come Erode, senilmente  già frastornato di mente.

Anche  a Roma, professore, ci sono complotti, congiure  e volontà di cambiamento,  certamente  maggiori di quelli gerosolomitani, in quanto sede del potere centrale universale romano, nel clima di una successione imperiale, dopo già un lungo contestato dominio dell’autokratoor!

Certo,  Marco, in una tale situazione romana e in una corte difficile come quella erodiana , ora Antipatro e Salome infittiscono le relazioni epistolari  ed  inviano doni maggiori  per gli amici romani: siamo nel momento tra il  ritiro di Tiberio  dalla politica, alla fine dell’estate del 6 a.C .-intenzionato a stabilirsi a Rodi, dopo aver svernato in Campania – e l’arrivo a Roma di Antipatro, appena si è riaperta la navigazione primaverile nel 5 a.C.

Perciò ti parlerò insieme e di Gaio Cesare e dei suoi generali  e di Tiberio, per farti  entrare in merito alla questione che ci interessa.  Secondo Vellio Patercolo,  St.II, 99.1  poco tempo dopo, Tiberio Nerone  due volte console e due volte trionfatore, parificato ad Augusto per la compartecipazione alla tribunicia potestas,  superiore a tutti i cittadini tranne uno, e ciò per sua volontà,  massimo tra i generali,  colmo di gloria e di Fortuna,  ed in verità secondo lume e capo dello stato con meraviglioso ed incredibile  gesto di bontà, di cui si scoprono ben presto le cause, quando Gaio Cesare aveva ormai preso la toga virile e Lucio era nel vigore dell’età,  non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani,  ai loro inizi, chiese al suocero e patrigno il permesso di riposarsi dalle fatiche ininterrotte, senza per altro rilevare il motivo della decisione/ne fulgor suus orientium iuvenum  obstaret initiis, dissimulata causa consiliii sui, commeatum ab socero atque privigno eodem vitrico  adquiescendi a continuatione laborum petiit.

Il ritiro  ufficiale dalla vita politica di Tiberio dal 6 av. C. fino al 2 d.C. per i cives romani risulta  un malum  per l’impero ed una fortuna per i nemici: infatti (cfr.Velleio, Ibidem 100.1)  Sensit enim terrarum orbis  digressum a custodia  Neronem urbis/il mondo si accorse che Tiberio aveva cessato di tutelare Roma: i parthi abbandonano l’alleanza romana e si impossessano dell’Armenia; la Germania si ribella  appena Tiberio approda a Rodi come idioths /privato cittadino nel 5 av. C..

Cosa succede, professore, di tanto grave  da far ritirare dalla politica un  vir civilis, così potente come Tiberio, figlio di Livia?  Mi deve mostrare anche l’animus di Tiberio, cambiato nei confronti di Augusto nel 12 a.C., alla morte di Marco Agrippa, marito di Giulia, suo suocero.

Tiberio, avendo sposato Vipsania  Agrippina,  insieme a Quintilio Varo, suo cognato, marito di Vipsania Marcella, l’ altra figlia di Marco Agrippa, aveva  cercato di assimilare ed eguagliare nel potere il suocero con Augusto, riuscendovi, ma era stato sorpreso dalla morte improvvisa del dux: l’imperatore, pressato anche  da Varo, in quel tempo, console,  cominciò a dare massimo potere ai figli di Livia, sua moglie, Tiberio e Druso,  e  a favorire la carriera  dei generi del defunto, in attesa della crescita dei figli di Giulia, sua figlia!.

Ora il testo di Velleio Patercolo mi è un po’ più chiaro. Può seguitare, professore.

In questo periodo di circa 5 anni, dunque,  Tiberio in Pannonia e in Gallia mostra le sue capacità di comando, avendo onori trionfali, come anche  suo fratello Druso,  in Germania, che  penetra fino all’Elba e come anche lo stesso Varo. Tiberio anzi diventa così popolare  che è da Augusto, imposto come genero, dopo l’obbligato divorzio da Vipsania Agrippina, in vista della successione imperiale già nell’anno 11  a.C.

La morte di Druso, figlio prediletto di Augusto nel 9 a.C. e la crescita dei giovinetti, figli di Agrippa, a seguito anche delle pressioni della figlia Giulia, e di una pars favorevole a Gaio Cesare e  a Lucio, determinano una crisi di rapporti tra il suocero e il genero, che riprendendo l’esempio di Agrippa stesso nei confronti di  Claudio Marcello,  giovane, decide di ritirarsi a vita privata.

Augusto, accettate le dimissioni del genero,  provvede, compensando il vuoto militare, lasciato da Tiberio, con  un gruppo di generali che forma il consilium principis di Gaio Cesare- nato nel 23  a. C., giovane inesperto, sostenuto dalla madre Giulia, amante all’epoca di Iullo Antonio,  appena tornato dal proconsolato in Asia, formalmente ancora moglie di Tiberio, non trattenuto nel comando dall’imperatore suocero-.

Ora comprendo molto meglio anche le motivazioni, sottese, che spingono Tiberio,  che teme fra l’altro gli avversari politici, che sono schierati a difesa dei diritti dei figli di Agrippa e che  sono troppo legati alla figura di sua moglie Giulia, non più vicina a lui, dopo la perdita del figlio infante, nato dalla loro unione!.

Tiberio, eppure,  ha ancora  la riverenza di tutti quelli che vanno in Oriente! (ibidem,99, 3 ) tutti i proconsoli e i  legati che andavano alle province  di oltre mare  recandosi a trovarlo  lo visitavano abbassando come davanti ad un principe i loro fasci  davanti ad un privato ammettendo che l’inattività  di lui era più autorevole  delle loro funzioni di comando.

E’ chiaro,  professore,  che a Roma vi sono  alcuni,  sostenitori di Tiberio e altri  dei figli di Agrippa  e di Giulia, che, comunque,  nausea lo stesso padre che  teme non solo la sua condotta morale tanto da imporle il divorzio  da Tiberio, riconosciuto come legittimo,  ma anche  la congiunzione strana  tra i suoi amanti,  specie  tra Iullo Antonio e i suoi amici, cospiratori!.Tiberio ha  avuto solo disgrazie dal matrimonio con  Giulia?

Si. Marco.  Tiberio  è costretto da Augusto a sposare  nell’11 a.C.  Giulia, vedova di Agrippa e a lasciare l’amata  moglie Vipsania Agrippina, figlia di suo suocero,  incinta di Druso minore, per ragione di stato, al fine della successione al trono, secondo i desideri di Livia Drusilla, sua madre, abile a manovrare l’imperatore.

Tiberio sposa, dunque, la sorellastra, vedova di suo suocero?!

Sei sorpreso?  La donna a Roma è un oggetto di valore politico! i matrimoni romani sono foedera/trattati  familiari! Augusto non uccide gli avversari politici, li aggrega al suo carro, unendoli alla sua familia: prima Agrippa, ora  Tiberio!

Da Giulia Tiberio ha anche un figlio, nato il 10 ad Aquileia -dove  risiede per seguire la campagna pannonica – che gli muore nel 7 a.C.- Cfr.  Svetonio Tiberio ,7- anno in cui nella corte di  Augusto iniziano le   contese per la successione, dopo la morte di Druso maggiore nel 9 av. C,.in Germania,   tra il designato diadokos  e i giovani figli di Giulia: è anche una guerra tra Livia e Giulia, in cui sono coinvolte due liberte ebree Acme e Febe, schierate rispettivamente  l’una dalla pars della moglie del sovrano e l’altra da quella della figlia tanto che Svetonio (Augusto,65,9 ) compendia lo stato di animo del già vecchio Augusto, addolorato ed agitato: vorrei essere senza moglie  ed essere morto senza figlia! .

Vellio Patercolo, legatus tiberiano,  accusa di un complotto  Giulia come  donna del tutto dimentica di tanto padre e marito, che per stravaganza e per libidine nulla tralasciò di quello che femmina può fare turpemente o subire, commisurando l’altezza della sua condizione con la libertà di peccare,  rivendicando per sé come cosa lecita ogni capriccio/ tanti parentis ac  viri immemor  nihil quod facere aut pati turpiter posset femina  luxuria libidineve infectum reliquit magnitudinemque fortunae suae peccandi  licentia metiebatur, quidquid liberet pro licito vindicans.

Questi fatti lei, professore, li considera accaduti tra il 6 e il 4 a. C.  nel  momento in cui Antipatro è coregnante in Giudea e in cui  è inviato a Roma per la nuova causa di Silleo? A conti fatti, Antipatro sembra avere pochi mesi di comando!

Sono  certamente  pochi i mesi di comando  in un momento  prima del viaggio a Roma e durante i sette mesi romani fino al settembre del 5 a. C..  turbati  per le dimostrazioni di affetto del re verso i nipoti asmonei  che gli gelano il sangue (Flavio usa il verbo Pachnooo), per le insofferenze dell’esercito e del  popolo, oltre che  per le contestazioni dei farisei nella stessa corte!. Questo, comunque, grosso modo,  è il periodo in cui Augusto definisce  sua figlia cancro della sua vecchiaia -Svetonio, Augusto, 65- per la sua  morale  fusa con  la sua ambizione politica  di donna  che, prima di essere inviata in esilio a Pandateria /Ventotene,  coinvolge uomini come   Quinzio Crispino,  Appio Claudio, Sempronio Gracco e  Scipione ed altri., condannati a morte, compreso Iullo Antonio,  suicidatosi, dopo breve prigionia nel 2. a.C., incriminato come persona desiderosa di novitas/ rivoluzione- Cfr. Cassio Dione, St., LV,10.

Si sa come si muove in questa situazione romana, tanto complessa,  Antipatro, un uomo che ha lasciato imprudentemente  in sospeso in patria molte questioni private e pubbliche, dopo –  forse -aver organizzato la morte del padre, in sua assenza, fiducioso nel solo Ferora, tra i parenti,  nei farisei, ancora non ben controllati,  senza alcun legame con qualche comandante dell’esercito?

Non è chiaro,  ma Antipatro sicuramente prende posizione per il gruppo vincente, quello dei generali di Gaio Cesare, anche se non può non riverire il civis Tiberio, figlio di Livia. Marco, non ti so dire quale sia  il comportamento di Antipatro per Tiberio, divenuto ora poliths idioths/privato cittadino, che vive a Rodi, rispettato da tutti  quelli che hanno una qualche funzione in Oriente:  da idumeo  scaltro e da figlio, ambiguo  di Erode,  non ci si può aspettare verso un membro autorevole della famiglia augusta, niente altro se non  deferenza  formale,  accompagnata da  doni con un umile e discreto  servitium, sicuramente voluto e richiesto  da Livia Drusilla per il figlio da parte della corte erodiana e specie dall’amica Salome, sollecitata da lettere a favorire il figlio. Mi sembra, però, che tu abbia già un preciso giudizio su  Antipatro, che, a mio parere, può essere valutato solo uomo senza scrupoli, non certamente colpevole di  qualcosa, se non di azioni politiche patriottiche.

Per me,  Antipatro è figura bieca, non corretta nei confronti dei fratelli e del padre, teso al proprio esclusivo vantaggio!  Quindi, ritengo che  sia possibile che  intorno a  Tiberio da parte di Erode e di Antipatro  funzioni un servitium di kataskopoi /spie, che  informano quotidianamente  dei movimenti fatti dal genero di Augusto, ora confinato nell’isola. Ho, comunque, un dubbio: la vipera Salome può  parlare bene di suo nipote a Roma e non aver avvertito Livia delle mhkhanai di Antipatro? Può non aver  confidato quanto sa  a Quintilio Varo, più favorevole a lei che a Giulia, un epitropos come gli altri intenzionato a scorticare i provinciali?

Marco, la storia non si può fare con le supposizioni ma si fa sulla base di testimonianze scritte  e di fatti, o per argumenta certa, sottese. E’, Marco, una normalità, per Erode, conoscere in anticipo i movimenti dei romani per opportuni interventi!.Erode, come già suo padre, fa viaggiare piccioni,  ha una rete di spie  e a corte di Augusto e in quella di Fraatace, e si serve di profeti come farisei (ed esseni), anche se è da loro esecrato!.

Io, professore,  conosco  dei generali della cohors di Gaio Cesare solo Varo e Quirinio, che, inoltre, sono tiberiani, perché lei ne ha parlato in La nascita di Gesù. Ce ne sono altri, oltre a Iullo?

In questo lasso di tempo  c’è storicamente la cosiddetta congiura di Iullo Antonio, che, divenuto amante di Giulia, è considerato violator  domus augustae (cfr Dione Cassio St. Rom. LV, 10),  aspirante al trono, che coordina l’azione della moglie di Tiberio e  dei suoi amici, tradendo i vincoli coniugali con Marcella, figlia di Ottavia, pur avendo goduto dei privilegi  di cariche pubbliche come il sacerdozio, la pretura, il consolato, il proconsolato.

Non sembra, però, che Antipatro sia  vicino a Quintilio Varo o  a  Senzio Sabino in quanto sembra più  legato a Senzio Saturnino e a suo fratello, che sono sicuramente tiberiani e ad Acme, una liberta corrotta da Salome, al servizio dell’augusta Livia.  Secondo me, comunque, Antipatro deve cooperare alla preparazione dell’impresa armena da parte di Quirinio, tiberiano e di Lollio, antitiberiano, primo consigliere poi di Gaio Cesare: il re giudaico come summachos/alleato  deve offrire milites e vettovagliamento per il tragitto con guide e con denaro, nonostante l’opposizione popolare e militare  degli aramaici, favorevoli ai Parthi.

E’ un momento delicato per la corte giudaica, che è certamente filotiberiana, ma  deve essere solidale con la politica augustea impegnata nei preparativi per la spedizione armena: Antipatro con Erode deve  giostrare  coi suoi amici romani  tiberiani, ora in ombra, e  fare doni a quelli nuovi della cerchia di Gaio Cesare: tutto il clan idumeo è compatto nella sua adesione alla famiglia augusta  dalla parte di  Livia Drusilla e di  suo figlio Tiberio, anche se deve lisciare il pelo alla pars avversaria, come socia nell’impresa antiparthica, pur avendo contrari la popolazione e l’esercito filoparthici e pur avendo ostili i farisei.

So di una clades/ sconfitta di  Marco Lollio e poi di una clades di Quintilio  Varo, che  poi determinano l’arresto del militarismo romano in Occidente, me ne può parlare, anche se non riguarda direttamente il nostro  tema?

Te lo faccio sinteticamente, trattando di Marco Lollio, il famoso padre di Lollia Paolina, moglie di  Gaio Caligola, che era consulente orientale di Augusto per la  spedizione parthica  già nel 21/20- poi conclusa felicemente da Tiberio in Armenia,- perché  aveva risolto il problema  della annessione a Roma della Galazia, dopo la morte di Aminta,  e poi,  divenuto console,  aveva ottenuto la provincia della Tracia e da lì era stato spostato in Gallia, dove nel 16 fu sconfitto da una coalizione barbarica germanica  di Sicambri, Tencteri e Usipeti poi fermata dal fratello di Tiberio, Druso maggiore,  che aveva debellato i Catti e i Suebi  dopo avere attraversato il Weser  e raggiunto l’Elba, morto per una caduta di cavallo nel 9 a.C.a.C.

Velleio Patercolo – St.II,97,1- fa un ritratto negativo  di Marco Lollio considerandolo, da avversario tiberiano,  uomo  di ogni cosa desideroso  più di denaro che di ben fare, carico di vizi  anche se li sapeva benissimo  dissimulare. Lollio, comunque, abilmente si  schiera dalla parte di Giulia  e diventa promotore essenziale  tra i generali per la  spedizione armena del 2/1 a.C. , che risulta inutile,  nonostante  il trattato  di Zeugma con Fraatace!. Questi avvenimenti, però, riguardano il periodo di Archelao, figlio di Erode,  che non  seppe gestire, secondo le aspettative romane  le truppe e i vettovagliamenti,  specie, dopo la denuncia del  re dei re e  a seguito della scoperta dei progetti perfidi/perfida consilia  di Marco Lollio, che pur era stato investito da Augusto di  grande autorità a fianco del giovane  Gaio Cesare,  come moderator iuventae filii sui (Velleio Patercolo, St.II, 102,1).

Anche  Plinio (St. Nat. IX, 35 ) considerando Lollio, arricchito dai principi Orientali   e  costretto, dopo le accuse di Fraatace,  al  suicidio,  convalida la  notizia di Velleio, che mostra la gioia dei romani per la sua morte, dopo il ferimento di Gaio Cesare, caduto incautamente, in  una imboscata.

Infatti  Gaio, entrato  in Armenia  ha successo, ma, poi,  in un colloquio presso Artagera, a cui non si sottrae per personale temerarietà giovanile,   è ferito da un certo Adduo   e dopo di allora ebbe,  secondo Velleio,  corpus minus habile  et animum minus utilem rei pubblicae, anche se seguitò a governare  avendo un codazzo di adulatori,  preferendo rimanere  a vegetare in quel remoto ultimo  angolo della terra, piuttosto che rientrare a Roma, tanto che, dopo che era stato convinto  a tornare in patria,  morì a Limira di Licia, di malattia,  nel febbraio del 4. d.C.,  dopo due anni dall’incidente  quando già anche l’altro fratello Lucio Cesare era già morto a Marsiglia .

Molti, secondo Tacito, accusano della morte di Lucio iuvenis  (Annales I, 3)  Livia, che forse  mette lo zampino anche  in quella di Gaio, pur di far ritornare e Roma con tutti gli onori suo figlio Tiberio dall’esilio.  .

La clades di Varo  è di molto successiva a questi fatti, lontana,  quasi un quindicennio,  in cui  prima  è governatore di Siria, poi, dopo la denunce fatte dal re dei parthi, vanifica i progetti di subdola  astuzia di  Marco Lollio, facendo dettagliate relazioni a  Augusto che costringe al suicidio  il legatus di Gaio, abnormemente arricchito con l’oro provinciale. Varo, tornato a Roma intorno al  3. a.C forse rimane inattivo a corte: non si hanno notizie  di lui se non del suo arrivo in Germania nel 7 d.C. , documentato da Tacito, che ne rileva la rapacità nella tassazione- come già  In Siria e Giudea- e la scarsa efficienza nelle manovre militari,- specie dopo il ritorno a Roma del suo predecessore  Senzio Saturnino, elogiato come dux,- in quanto  opera come un giudice in una zona non ancora ellenizzata e romanizzata, anche se  già soggetta a censimento: la sconfitta di Teutoburgo ne è la diretta  conseguenza, causata  dal romanizzato Arminio nel 9 d.C, che  annienta tre legioni.

Ho capito, professore, il tempo diverso delle due clades romane  e la ripercussione sulla politica occidentale militaristica augustea che si blocca sul Weser in un ritiro delle truppe, penetrate fino all’ Elba, insicure in terra  barbarica. Seguitiamo ora nella storia di Antipatro, che, coregnante, scalza il padre dall’animo dei consiglieri di Augusto e di Livia Drusilla, sua moglie, tessendo una trama di matrimoni per saldare i vincoli tra idumei, con alleanze,   in modo da cautelarsi contro i figli delle altre mogli del padre e da aumentare in potere.

Antipatro, dunque, Marco,  ha compreso che,  per governare, deve assoggettarsi ai generali di Gaio Cesare e seguire le direttive della casa imperiale, il cui referente ora è Quintilio Varo epitropos ths Surias, che guida l’ellenizzazione  della regione e la romanizzazione della Iudaea erodiana, destinata all’anagraphh e all‘apotimhsis Cfr. La nascita di Gesù.

Siccome si trova in un contesto popolare aramaico,  dominato dai farisei,  Antipatro  deve tenere a freno l’esercito filoasmoneo, antiromano ed antierodiano,  usando diplomazia e  cautela,  per dominarlo, cercando anche il consenso popolare, attenuando e mitigando, così il rigore dell’ ultimo periodo, bestiale, di Erode.

Anche lui, professore, comprende che la  Iudaea come la Siria e l’Egitto è  proprietà romana personale dell’autokratoor/imperator?

Certo, Marco, Lui, come e più di  Erode, essendo di educazione idumea e nabatea, formato aramaicamente ed ostilmente in senso antiromano ed antierodiano, aspira ad una novitas, avendo lo sguardo verso Ctesifonte, capitale parthica, sollecitato dal giudaismo  mesopotamico, anche se deve sottostare alla presenza dei magistrati romani e  guardarsi dalle spie romane, nella ricerca di una funzione ed un ruolo indipendente e da Augusto e da Fraatace, cercando di favorire l’elemento farisaico e popolare,  in un tentativo di congiungersi anche con i militari ora antierodiani, a causa della decimazione fatta da Erode. Marco, penso che Antipatro, volendo in cuore suo, la morte di suo padre e il cambiamento in Giudea, voglia anche una minore pressione da parte dell’imperatore romano e dei pubblicani  nella regione e quindi cerchi  spazio per una manovra diplomatica col suo popolo e col suo esercito, ora attirati con elargizioni, con manifestazioni pubbliche e con donativi ai nuovi egemones, promossi al posto di quelli eliminati dal padre,  specie  idumei, samaritani e  traconiti, dimostrando di non essere stato lui  l’artefice della morte dei due asmonei,  ma solo  l’esecutore materiale dell’ordine paterno,  non responsabile della condanna.

Non completa, però,  la sua azione filopopolare e la sua politica  favorevole all’esercito e ai farisei,  a causa della sua  affrettata partenza per Roma  e per il suo odio mortale verso il padre?

Antipatro, Marco, odiando, pur in modo contraddittorio, il padre, congiura abilmente per sostituirlo, seppure col favore di romani, anche se subdolamente desidera la congiunzione con la Parthia, che lascia un maggiore spazio di indipendenza, ma lascia tutto in sospeso, dovendo rispondere alla causa contro Silleo, per conto del padre e dovendo allontanarsi per far iniziare la morsa  mortale, venefica,  da parte di Ferora contro Erode, per non correre  il rischio di accusa di parricidio. L’accusa di veneficio non è in effetti provata! il figlio, comunque, sembra che non voglia assistere alla morte del padre!

E’ un disegno ambizioso di difficile realizzazione, bisognoso della massima concordia interna, dato il  particolare momento di censimento romano e considerati gli spostamenti di milizie romane! Il breve periodo di “regno” mi sembra che sia così impostato  ad una congiunzione delle forze idumee ed aramaiche in opposizione  a quelle erodiane  filoimperiali, al fine di aver un alibi perfetto per la morte del padre: questo traspira, sotteso, nelle pagine di Flavio di Antichità giudaiche, che seguiamo anche se l’autore è ambiguo e il testo ha subito manipolazioni specie nei paragrafi 38-44, in cui ci sono anche lacune e in Naber e in Niese.

Infatti Antipatro ha volontà di sostituire il padre prima possibile, non contento della sua coreggenza  per la presenza ambigua di Erode e per quella dei romani, ormai decisi all’annessione della regione alla Siria, dopo il censimento già in atto:  il presunto diadokos non vuole che siano presi in considerazione gli altri figli di Erode  e perciò rafforza la sua posizione con gli altri Idumei, allora, dominanti a corte.  Sfrutta, perfino, l’ordine del padre di far seppellire i cadaveri di Alessandro  e di Aristobulo  nell’Alexandreion, fortezza aramaica, accanto all’ avo materno,   accettando la manifestazione  popolare  di affetto e di memoria asmonea, cancellando così  il malumore del popolo e dell’esercito  contro la volontà di una bestiale rappresaglia di Erode! A  corte con la madre Doris coordina il partito idumeo,  filofarisaico, e, nel frattempo,  mantiene un formale ossequio per il padre e le sue mogli, specie la gerosolomitana  Cleopatra e la samaritana Maltace, al fine di raggiungere il suo telos di coesione interna, senza  dissidi, dopo aver rinviato con la dote Glafira ad Archelao, mantenendo con lui i rapporti di amicizia e di alleanza.

Dunque, professore, Antipatro si avvicina  al popolo e all’esercito  e contemporaneamente  si collega con la sua famiglia in un patto sciagurato contro il re Erode, al fine di regnare da solo, avendo  una volontà di tenersi  equidistante  tra Roma e la Parthia?

Non so se si possa dire questo, ma certamente Antipatro, da  opportunista, segue i romani finché gli servono,  accontentando il padre, ma fa anche una sua politica antiromana e filoparthica, nel momento in cui si muovono i generali di Gaio Cesare, contro Fraatace: un aramaico  ebreo non può non essere vicino ai contribuli  parthici, non potendo non seguire la predicazione dei farisei, attivi anche a corte!

Nonostante la sua ambiguità politica e la sua malvagia disposizione verso lo stesso padre, Antipatro, non si salva dalla vendetta divina?.

Marco, lascia stare la vendetta divina  ebraico-cristiana e segui la vicenda umana e politica  di Antipatro,  che è uomo desideroso di stasis, a seguito della morte del padre, col favore di Fraatace, da cui poter avere il  primo riconoscimento del  suo malkuth! Seguiamo, comunque,  il pensiero di Flavio, non certamente chiaro!

Lo scrittore giudaico,  conscio  dei timori di Antipatro  nei riguardi del popolo e dell’esercito e dei diritti dei figli di Cleopatra e di Maltace,  aspiranti al regno,  e di quelli di Alessandro ed Aristobulo,  rileva  che al momento, a causa dell’auctoritas di Erode  e  del potere  predominante dei romani,  che  dirigono ogni azione sua  e del padre., specie dopo  che è arrivata la notizia dell’insediamento di Quintilio Varo ad Antiochia,  le sue speranze  per il futuro non corrispondevano  ancora ai suoi disegni (Ant.Giud. XVII,1),  pianificati, ma non realizzati.

Antipatro, secondo Flavio, è turbato, nonostante la coscienza  di tenere in pugno il padre  e di averne la benevolenza, perché timoroso che  il padre sarebbe stata causa  della sua  rovina, in quanto dava a  vedere di essere stato  lui ad accusare i suoi fratelli,  per mettere  al sicuro la salvezza  paterna e non per inimicizia verso di loro.

 L’ autore  di Antichità giudaiche mostra il tortuoso modo di Antipatro di attaccare Erode, rivelando che tese insidie ai fratelli per odio verso il padre e  non per inimicizia con loro.Tuttavia, egli partecipava col padre al governo del regno, come se fosse stato re e il padre gli dava le imprese più importanti: egli aveva acquistato più grande e più stabile favore per quelle azioni per cui era degno di morire, come se avesse tradito i fratelli per difesa del padre e non perché era  nemico dei fratelli e del padre, che lui aveva spinto a questo coi cattivi discorsi. Le sue erano tutte macchinazioni / aper dh panta mhkhanai  con cui lui poteva muoversi contro Erode, affinché non avesse alcuna forza di accusarlo di ciò, che si preparava,  ed  affinché il padre fosse privo di ogni aiuto,  non avendo chi lo difendesse, quando  lui Antipatro gli manifestasse apertamente l’inimicizia (Ibidem).

Flavio vuol dire che Antipatro ha sfruttato l’inimicizia tra Erode e i figli asmonei per colpire suo padre, non i fratellastri. Ho capito bene?

Certo! Marco. lo puoi capire meglio seguendo il discorso di Flavio: era, dunque, per odio verso il padre  che tese insidie  ai fratelli. Allora si sentì più che mai animato  a non abbandonare l’impresa,  poiché se moriva Erode,  il regno sarebbe stato suo,  senza contrasti, ma se ad Erode fosse capitato di  prolungare la vita, lui sarebbe stato sempre in pericolo di una rivelazione  del crimine, da lui ideato, che potesse autorizzare suo padre ad essergli nemico.

Dunque, Antipatro seguita nella sua idea di complottare contro il padre, convinto di poterlo fare impunemente, data l’età e la malattia di Erode e considerata le amicizie romane ed ora anche il vincolo stretto con Ferora e Salome, essendo cambiati anche i rapporti con l’aristocrazia sacerdotale, con l’esercito e con il popolo?

Antipatro, Marco, è determinato a  questa impresa e perciò  è generoso di favori coi seguaci di Erode, cercando di distoglierli dall’odio grande che ognuno gli porta, concedendo loro onori e doni  e specialmente cerca l’amicizia dei romani,  facendo loro regali e dando denaro.

Flavio accenna a  doni e denaro, dati a  Saturnino e a suo fratello   ed anche alla sorella del re, che ora è sposata con Alexas, il figlio di un defunto amico di Erode. In effetti, inizialmente, dopo aver stretto i rapporti con l‘epitropos di Siria,  che torna a Roma, e allacciato relazioni con Quintilio Varo, nuovo governatore, si lega a Ferora e a Salome, che è sempre riluttante ed infida, specie perché non aiutata nella sua passione amorosa  per l’arabo Silleo, dopo l’intervento di Livia stessa, moglie di Augusto.

Livia Drusilla interviene imponendo le nuove nozze all’amica? Silleo doveva aver avvelenato anche l’Augusta,  facendo, a Roma, conquiste a corte?

Non si conoscono i retroscena che determinano le lettere minacciose  di Livia a Salome,  ma si sa da Antichità giudaiche. che  Salome, avendo una passione per Silleo,  desidera sposarlo, e rifiuta l’ordine di Erode  di  diventare moglie di Alexa: Livia persuade  l’amica  a non rifiutare il matrimonio, altrimenti  chiude ogni forma di amicizia.

Si sa, inoltre, che anche Erode  giura di non avere più rapporti armoniosi con lei, se non sposa Alexas, un partito suggerito anche dall’Augusta che, in altre occasioni, le è stata amica preziosa.

Anche Antipatro  coopera in questa azione di convincimento, vincendo la natura infida di Salome e  favorendo l’azione diplomatica e la politica matrimoniale di Erode, all’interno della sua famiglia,  in modo da non turbare i  rapporti di forza  delle partes: la zia.  attirata col matrimonio tra Teudione, fratello di Doris, con la figlia  Berenice la vedova di Aristobulo,  e  tra l’altra sua figlia e il  figlio di un suo precedente marito,  è piegata al matrimonio pianificato dal padre; l’unione ventilata, invece, tra un figlio di Alessandro  di Mariamne ed una figlia di Ferora è indesiderata da Antipatro che teme la doppia protezione di Archelao da una parte,  e di Ferora, divenuto tetrarca, da un’altra  e perciò, convince il padre ad invertire i suoi disegni a suo vantaggio  chiedendo per sé  di sposare  una figlia di Aristobulo e di dare a suo figlio una figlia di Ferora, in modo da congiungersi con lo zio, mediante un legame matrimoniale.

Risolta la questione  con matrimoni vantaggiosi per il suo prestigio e collegatosi con la  zia e con lo zio, avendo l’appoggio delle quattro donne dominanti a  corte, Antipatro ha un potere interno incontrastato, anche per la minore attività del vecchio re, intento alle cure mediche, presente solo nelle grandi occasioni.

Chi sono le quattro donne? conosco solo Salome e Doris?

Nel 6. a. C. la vecchia Cipro,  la madre del re, che  era stata venerata a corte,  ora doveva essere morta; Salome, che  è sempre tenuta a distanza da tutte le donne, essendo una donna malvagia ed impura non può far parte del gruppo farisaico in cui Doris, invece, è la donna dominante insieme alla moglie innominata  di Ferora,  che ha con sé la madre e la sorella, anch’esse innominate;   tramite  questi elementi femminili, Antipatro con lo zio  è riuscito a tentare  rapporti  col popolo  giudaico,  a lui ferocemente ostile  e ad avere sotto controllo i phrourarchoi  e i capi dell’esercito, compresi Zimari e i suoi figli, ora stanziati in Traconitide per difendere  la popolazione  dalle lhisteriai/bande di ladri. cfr. Tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com

I traconiti sono un problema ancora per Antipatro di difficile soluzione, come anche quello dei rapporti con la moglie di Ferora, una donna accusata da Erode e dal consiglio di amici come patrona dei farisei, mal valutata specie se vista dell’angolazione cristiana, che rileva una ubris parthenoon / violenza di vergini  nella parte  oscura del XVII libro di Antichità Giudaiche 46-48. 

Noi, professore, da cristiani, conosciamo i farisei come  sepolcri imbiancati secondo la definizione di un Gesù mitizzato,  ora io  conosco anche una ubris contro due figlie (vergini) di Erode  non precisata,  in Guerra giudaica I. 571 e, perciò, chiedo  a lei di rettificare  a me e ai miei amici, l’equivoco in cui  siamo stati educati!.

Ci provo, Marco, ma è difficilissimo  cercare di rettificare perché fin da bambini c’è stato presentato il fariseo come un ipocrita che ostenta saggezza e siamo stati condizionati dalla parabola del fariseo altezzoso e del pubblicano  umile, che pregano (cfr la parabola del Fariseo e del pubblicano www.angelofilipponi.com ): ci vogliono anni per un decondizionamento!

In epoca romana imperiale i farisei  hanno fama di  interpretare le leggi perché commentatori laici del Pentateuco, convinti assertori del valore del destino e  dell‘ oikonomia tou theou, pur ritenendo che il merito o il peccato/amarthma  dipenda dalla volontà dell’uomo:   essi, infatti,  pensano, al contrario dei sadducei- che negano la sopravvivenza dell’anima e premi e castighi – che l’anima  sia immortale e non scompaia con la materia, ma solo quella dei buoni può passare in un altro corpo, mentre quella dei cattivi è punita con castighi senza  fine. Il loro sistema di vivere si basa su uno  scambievole amore /philallhloi, desiderosi di perseguire la concordia  entro la comunità/omononian askountes  cfr Guer. Giud II,8, 14. Sono certamente proth airhsis  la setta religiosa più seguita nel mondo ebraico perché,  seguendo la tradizione mosaica e  la regalità asmonea,  sono antierodiani ed antiromani, in quanto, essendo zelanti  di fede, determinano, poi, la nascita dello zelotismo, la fazione armata. Aggiungo, Marco, che  in epoca erodiana, si oppongono al culto di Augusto Sebastos/Venerabile, rifiutano ogni immagine imperiale e romana in Gerusalemme, compresa l’aquila,   specie sulla porta  centrale del tempio,  anche se accettano ambiguamente  che i sadducei filoromani facciano due sacrifici al giorno per l’imperatore e  per Roma cfr. Caligola il sublime,p.181: insomma i  farisei,  facendo la  professione di fede,  con lo shemà, (Shema, Israel, Adonai elohenu, Adonai ekad/Ascolta Israele, il Signore è il mio signore, il signore è unico!) quotidianamente, affermano che hanno un solo signore e Dio  e si immolano tanto da  essere martures/ testimoni della fede, mettendo in pratica la loro predicazione, morendo per la patria e per la legge. Certamente essi sono elitari e populisti, perché sapendo che il il potere è popolare, esercitano una vera predicazione, per orientare il popolo ignorante conformemente ai dettami della torah,  in senso politico, guidando ogni forma di latria secondo le prescrizioni tradizionali.

Professore, di fronte a questa spiegazione, comincio ad aver orrore  e vergogna della verità christiana, che ha stravolto  i termini!

Marco, questo mi risulta sui farisei, dei quali ho  parlato a lungo -anche della loro ostentazione dei filatteri/tefillim (scatolette cubiche con dentro passi significativi biblici) posti sulla fronte tra i due occhi e  nel braccio sinistro, specie quando ho trattato degli zeloti e degli esseni  cfr. Filone, Esseni. Quod omnis probus. E.book Narcissus 2012.

Dunque, professore, ora in Antichità giudaiche  assistiamo ad una manifestazione di rifiuto da parte farisaica del culto di Augusto, imposto da Erode?

Certo Marco. Erode ed Antipatro coregnante- che ha la fiducia paterna ed è temuto per la sua malizia anche da Ferora, che è schiavo innamorato della moglie, devota ai farisei – si scontrano con il partito di fedeli, attivo a corte, che rifiuta il giuramento di lealismo verso Cesare e il governo stesso del re! Leggiamo i termini nell’episodio descritto da Flavio Ibidem 41-42 per entrare in merito alla questione. Ecco il testo. pantos goun tou Ioudaikou bebaioosantos  di’orkoon h mhn eunohsein Kaisari kai tois tou basileoos  pragmasin/ essendosi tutto il popolo obbligato con giuramenti ad essere favorevole a Cesare e alla politica del re, i farisei, circa 6000, si rifiutarono di giurare.

Il termine bebaiooo sottende l’idea di compiere un’impresa, quella di fare venerare  l’imperatore,  consolidandola e rafforzandola grazie a pressioni -con le buone (doni e promesse) o con le cattive (violenza) -e a giuramenti estorti, data la  fides iudaica,  che permette  un solo Signore e Dio! 

I farisei / pherushim (i separati, in quanto puri /hasidim  tendono, da saggi,  a tenersi lontano dal plhthos/popolo, ignorante ) sono considerati  potenti per i re / basileusi dunamenoi, specie se sono all’opposizione, perché preveggenti/ malista antiprattein, promhtheis, anche se superbi a causa della previsione, in casi di guerra e di  mali (danni) /kak tou prooptou eis to polemein te kai blaptein ephrmenoi ( epairoo).  

Marco,  i farisei per Erode sono pericolosi perché profeti, capaci cioè di prevedere il futuro  e quindi possono minare il potere regio ed imperiale, se sono all’opposizione! forse sono potenti  anche per Antipatro, di cui non si riesce a capire dalla pagina di Antichità giudaiche, interpolata in questo punto, la reale posizione, essendo compromesso con Ferora e con la moglie, che viene bollata come sua amante -Ibidem 51-.

Sembra che i farisei siano  nel complotto molto importanti e quindi a conoscenza del veleno da dare ad Erode e di tutta l’operazione del veneficio?.

Neanche questo si potrebbe dire perché Antichità giudaiche, essendo  interpolate da mano christiana,  non sono attendibili, in quanto le quattro donne (Doris, moglie di Ferora con madre e sorella)  dovrebbero essere puritane ed invece appaiono non caste ed infide se è vero che il diadokos–  che teme la concorrenza di Ferora al trono, ha rapporti intimi con la sua amata donna, infedele moglie, e se insieme gestiscono l’operazione del  veleno, conservato nella casa del fratello di Erode.

Sulle capacità profetiche  lei  ha parlato spesso degli esseni, che sono della radice  farisaica,  come i farisei lo sono di quella hasidica?! mi può precisare  questo aspetto in Flavio, sadduceo di nobile famiglia sacerdotale, fariseo per elezione, asmoneo da parte di madre ?

Flavio, Marco,  per mostrare il dono divino della preveggenza farisaica  usa prima promhtheis (che sottende la promhteia), poi prooptos,  che vale il  vedere in anticipo  gli eventi ed infine prognoosis, che significa preconoscenza con esatta previsione fattuale per   intervento di Dio /epiphoithsei tou theou,  che rivela la parapausis ths archhs/la vicina cessazione (o fine)  del potere erodiano (il  termine è apaks legomenon!: l’autore sembra voler indicare nella predizione  farisaica il passaggio della basileia  nelle mani di Ferora  e di sua moglie e dei figli loro / upo theou epshphismenhs autooi  te kai  genei tooi ap’autou, ths basileias  eis t’ekeinhn, periecsoushs kai Pherororan paidas t’oi eien autois, come evento  stabilito da Dio ibidem 43  a causa dell’ira divina per l’uccisione dei fratelli/ ths adolphoktonias… tinomenou theou – Ibidem,60-.

Professore, le profezie dei farisei (in questo caso si tratta  forse di  Esseni!)  possono aver dato adito  a  dicerie gerosolomitane  circa la venuta del Messia, congiunte con quelle  messianiche di origine mesopotamica?

Forse. Comunque, Marco, Gesù nasce in questo periodo, in cui Erode perseguita  la moglie di Ferora,  si inimica col fratello e, a corte,  si torturano e Bagoa e Caro. Ho lavorato per anni per scoprire qualcosa su questo biennio, invano!. Posso solo dirti che non ho mai saputo il nome della moglie di Ferora, ma so che Ferora se ne va dalla corte e si ritira nella sua tetrarchia in Perea, grosso modo, al di là del Giordano, dopo aver rifiutato di cacciare la propria donna. Sappi che il   testo di Antichità Giudaiche è corrotto e, per forza,  bisogna  fidarsi di Guerra giudaica I, 29(1-2)-

Comprendo, perciò, professore, che è possibile che  nel II secolo d. C. questo  breve periodo sia stato  sfruttato dalla scuola alessandrina come momento centrale  per la formazione del  pensiero messianico, connesso con la verginità della Madonna, dati gli accenni alla verginità, deflorata delle figlie  di Erode!   cfr. A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?  Maroni 2003. Non conosco, però, gli episodi di Bagoa e di Caro, né il trasferimento di Ferora in Perea? me ne può parlare.

Sui farisei  uccisi  insieme a Bagoa e Caro  -Ant Giud., XVII. 44.45- e su quelli costretti a pagare una penale  versata dalla moglie di Ferora,  si sa che sono,  come gli esseni, aramaici ed  hanno il dono della profezia e perciò predicano la fine del Regno Erodiano e l’avvento di un  nuovo re, ritenendo che Erode e la sua stirpe cadranno perché Dio così ha stabilito, come punizione.

All’epoca circola la profezia della fine del regno di Erode e  della sua stessa discendenza, da cui, però, una radice avrebbe ricostruito il Regno erodiano.  Si allude alla  figura di Erode Agrippa I, figlio di Aristobulo e di Berenice, destinato ad assumere l’intera basileia dal 41 al 44 d.C. dopo  quasi cinquanta anni  dalla predizione, che parzialmente  si realizza nel 6 d. C, alla deposizione della  regalità di Archelao e all’annessione romana della Iudaea  alla Siria, dopo che sono lasciate semiautonome  la Tetrarchia di Erode Antipa e quella di Filippo, con uno statuto simile a quello dato al Regno di Areta IV. Solo,  dopo un trentennio, la predizione si realizza totalmente con l’elezione di Giulio Erode Agrippa prima come Tetrarca di Traconitide,  Iturea, Auranitide e Gaulanitide e poi come Tetrarca di Galilea e Perea ad opera di Caligola ed infine come Rex socius ad opera di Claudio.

A questo punto, per spiegare bene, devo fare  prima  il riassunto circa la moglie di Ferora, precisando che Antipatro,  divenuto insopportabile/aphorhtos  perché alla malvagità ha aggiunto la sicurezza del potere: si è, infatti, consolidato con i matrimoni e con le amicizie romane  e con quella dello zio Ferora – che ha favorito la formazione di un circolo femminile, intorno alla propria donna  gunaikoon suntagma, che determina neooterous thorubous / disordini eversivi  –   ed ora è  più temibile  per tutti.

La moglie di Ferora, sua madre e sua sorella con Doris, madre di Antipatro,  formano un quartetto, che  fanno ubreis nella reggia, anche contro due vergini figlie di Erode.

Sembra, Marco, che queste donne, nonostante il non malcelato sdegno di Erode,  impongono un clima religioso farisaico che, però,  non può definirsi  sistema in cui  predomina la violenza/ubris, detestata dai farisei,  a meno che non si parli di rigore con costrizione ad una morale di continenza, imposta a vergini,  viziate come le due figlie di Erode, promesse ora ad uno, ora ad un altro – che hanno superato già i venti anni- , mai sposate,  angariate, nonostante la protezione paterna: unico ostacolo a questa lettura  la tresca del diadokos con la zia, moglie di Ferora, coetanea, che potrebbe  essere, comunque, una diceria diffamatoria di Salome!.

Dopo il matrimonio con Alexas, Salome  è l’unica ad opporsi e contrastare  la riunione  sunodos /convegno delle quattro donne  con  Ferora e con Antipatro, denunciata al re,  come non giovevole ai suoi interessi /oos ouk epp’agathoooi toon autou pragmatoon.

Il re  è infuriato e le donne  cessano di riunirsi pubblicamente e  di scambiarsi segni di amicizia, proprio del costume farisaico, e fingono perfino di essere in lite fra loro, imitate da Antipatro e Ferora  che  fanno credere che ci siano contrasti  fra loro, mentre, poi, a sera, di nascosto, fanno sunousiai /convegni e koomoi nukterinoi / adunanze notturne  rafforzando la loro omonoia/concordia.

Sappi, Marco, che anche i cristiani sono accusati dai pagani, specie nel II secolo d.C. per sunousiai e koomoi notturni a causa della cena eucaristica!

Erode, saputo tutto dalla sorella, raduna sunedrion  toon philoon kai suggenoon/assemblea degli amici e parenti, fa molte accuse  contro la moglie di Ferora, tra cui l’offesa alle sue figlie, li rimprovera del pagamento  del misthos/pena pecuniaria ai farisei,  suoi oppositori, ed infine attacca il fratello, reso  a lui ostile grazie a farmaci,  pressato e costretto  a  scegliere tra lui e la moglie.

Alla risposta di  Ferora, che preferisce  la moglie, affermando che avrebbe rinunciato alla vita, piuttosto che alla moglie, Erode, non sapendo cosa fare,  ordina ad Antipatro di non dialegesthai / dialogare – Guerra giudaica ibidem, 572-  di non omilein / frequentare e  stare  insieme  familiarmente-( Ant giud. Ibidem-47 )  né con la moglie di Ferora né col marito, né con nessun altro dei suoi;  il figlio non disobbedisce palesemente, ma si incontra  nascostamente, di notte,  con Ferora e le altre.

Grazie per le precisazioni. Sembra che Erode abbia  demandato tutto a suo figlio, che, quindi, esegue formalmente, ma trama con le donne farisaiche, che sanno  usare anche pharmakoi  per eliminare il padre?

Bravo Marco!, noti che le farisee fanno uso, a detta di Flavio di Pharmakoi , in questo caso, amatori! Ti aggiungo che, allora, Antipatro pensa anche a veleni da propinare al padre  in sua assenza, avendo ricevuto lettere, da Roma, dai suoi amici sollecitati a scrivere ad Erode della necessità di inviare in Italia il figlio contro Silleo, che ha iniziato una nuova causa, contro di lui: in sua assenza la morte del  padre, sarebbe passata, inosservata, e sotto silenzio!

Professore, Antipatro doveva aver anche altri erodiani congiurati per la conduzione del  regno in sua assenza per gestire il periodo di qualche mese prima del suo ritorno ?. Antipatro ha fatto un piano  diabolico  per fare fuori il padre,  davvero ben architettato!.

Si possono solo fare delle illazioni circa la  partecipazione alla congiura sulla famiglia di Mariamne di Boetho, figlia del sommo sacerdote e madre di Erode, promesso sposo di Erodiade, figlia di Berenice!

Erode padre, comunque, autorizza il viaggio del  figlio, a cui dà uno splendido  accompagnamento e  grandissime somme e gli affida il testamento/ diathhkh,  in cui risulta re Antipatro e come suo successore Erode, il figlio di  Mariamne. cfr. Guerra giud,I 573 e Ant giud.XVII,53. Per quanto riguarda il piano diabolico ritengo che Antipatro sia stato, invece, molto superficiale  nella realizzazione,  pensata  senza la sua presenza.

A mio parere,  commette molti errori: 1. non aver legato, compromettendolo, Quintilio Varo, come aveva fatto con Senzio Saturnino, non avendo dato denaro  sufficiente a lui che,  arrivato, a detta di Tacito, povero, da lì tornò ricchissimo lasciando la provincia povera;   2. aver  trascurato di lasciare a corte  fedelissimi  col compito di manifestare ogni  mutamento del  padre e di informarlo, nel caso di incidenti imprevisti  come l’esilio dello zio Ferora e il  secondo ripudio della madre;  3. non essersi affrettato a tornare in patria, subito dopo la causa, felicemente risolta, con Silleo e non essersi preoccupato del silenzio e  degli amici romani e di quelli  gerosolomitani. Un uomo prudente che ha lasciato segni della sua volontà di uccidere il padre, non può non temere  che la sorte faccia qualche brutto scherzo e che qualcosa non vada per il  verso giusto! Possibile che solo a Taranto nel viaggio di ritorno sappia della morte dello zio e che solo a  Calcenderi in Cilicia sappia della madre ripudiata! Il padre ha neutralizzato il suo sistema di spie ed ha scoperto il suo piano! Sarebbe stato necessario il non tornare in patria!

Professore,  a quest punto devo chiarire molte cose,  non solo sul comportamento di Antipatro ma anche sul sistema farisaico di corte. Non comprendo a cosa servano le  ubreis  alle due vergini, nonostante la sua spiegazione di rigore morale, né l’adulterio tra il diadokos e la mia moglie,  tanto amata da Ferora, socio nel disegno del veneficio, e specialmente non vedo la ragione di una  richiesta romana, sollecitata, di un affrettato viaggio a Roma, mentre si sta concretamente arrivando alla soluzione della uccisione del padre!     .

Marco,  anche io non so mettere insieme la bieca  figura di Antipatro col rigore precettistico dei farisei, elementi puri,  che mangiano  ogni tre giorni, digiunando due volte a  settimana, ligi alla torah, tanto da pagare le tasse anche per i venditori insolventi,  meticolosi circa le prescrizioni su una betullah/vergine, per di più di famiglia regia,  e sull’adultera, donna da lapidare. Sembra che  tu, comunque,  in modo provocatorio,  vuoi sentire le mie reali supposizioni  sul fariseismo a corte!

Io posso solo dirti che si parla di due  figlie di Erode, deflorate, sembra, solo in Ant Giudaiche,  e non si sa da chi, né quando, né come: perfino l’ipotesi di amici di Silleo o di Silleo stesso, è inattendibile.  E’ probabile che il racconto di Salome non  sia credibile: Erode stesso lo ritiene falso! La notizia, perciò,  circa le riunioni segrete  notturne e  le cene possono essere occasioni di pianificare  la morte del  re  inviso  alla maggioranza, col favore dei farisei, comprati da Antipatro che sospetta del padre e che teme  che il suo odio aumenti, a seguito della denuncia della zia, ormai incontrollabile anche da parte di Doris, compromessa e personalmente comandata di non avere relazioni col gruppo di Ferora. A nulla, comunque,  servono le precauzioni  delle quattro  contro la perfidia di Salome che svela al re le finte discordie delle donne, i  simulati  litigi  pubblici  e marca  lo scambievole amore,  evidenziando il ruolo di mezzana, di Doris  tra il figlio  e moglie di Ferora. Secondo Flavio, la partenza di Antipatro  è l’inizio della sua fine che coincide con la morte di Ferora, da cui derivano le sventure del  cattivo  punito da Dio  per l’assassinio  dei fratelli, tanto da essere  esempio per i posteri del trionfo del valore della virtù e  dell’innocenza!

Eppure Antipatro  a Roma  risolve la questione definitivamente  con Silleo (ibidem 55-56),   fa punire l’arabo,  accusato anche da Areta, di aver ucciso molti uomini notabili  di Petra,  tra cui  Soemo, molto stimato per la sua virtù,  e di aver eliminato Fabato,  fattore  di una villa di Cesare, che aveva saputo da lui  che aveva incaricato Corinto una guardia del  corpo di Erode, di ucciderlo,  cosa che già era stata risolta da Erode, che dopo averlo torturato,  punì anche i due suoi amici,  venuti per aiutarlo -un capo tribù e d un amico di Silleo- affidandoli a  Saturnino che tornava a  Roma.

Mentre Antipatro è a Roma, Erode ordinò a Ferora di ritirarsi nel suo territorio per aver favorito i farisei  avendo pagato al loro posto la pena pecuniaria inflitta,- ibidem 58 -. Nel tornare  al di là del  Giordano, non avendo voluto ripudiare  la moglie, venuto  in Perea, tetrarchia a lui data per ordine di Augusto già nel 20 con la fortezza di Macheronte, come postazione militare antinabatea, Ferora  giura  di non ritornare più indietro  finché non avesse udito  la morte di  Erode  -ibidem-.Il giuramento per un fariseo è sacro: bisogna mantenerlo!

Infatti, secondo  Flavio non volle venire a visitare il fratello, malato,  per mantenere fede al giuramento.

Quando, invece,  Ferora si ammala  e sta per morire  Erode andò a  trovarlo senza essere chiamato e quando morì preparò il suo funerale,  lo fece trasferire a Gerusalemme,  dove provvide  per la sua sepoltura, decretando  un solenne lutto.

Erode appare  fraterno, migliore dei suoi  parenti?! Un gesto  anche importante non può qualificare un’esistenza, anche se può essere significativo per rilevare il carattere sentimentale, legato alla consanguineità, di un uomo!. Comunque, questo suo atteggiamento fraterno, per Flavio, diventa  episodio chiave per la scoperta del complotto di Antipatro e in Guerra giudaica I,582-607 e in Antichità Giudaiche XVII,61-82.

Flavio -ibidem 61- scrive: quando Ferora morì  e fu sepolto, due liberti molto stimati da lui, andarono da Erode e lo pregarono di non lasciare invendicata la  morte del fratello, ma di esaminare la sua inesplicabile ed infelice morte.

Da questa indagine, dunque, professore Erode scopre il tradimento del figlio, il suo odio verso di lui e la  volontà di regnare, di uno, già destinato al potere come diadokos,  immemore dei benefici ricevuti  desideroso della sua fine, prima del tempo previsto dalla natura?.

Noi seguiamo le due opere che divergono di poco, anche se preferiamo la  versione di Antichità giudaiche, più storica rispetto alla prima romanzata, anche se ambedue sembrano credibili nel loro racconto, in cui parlano di  Ferora, che cadde svenuto, dopo aver cenato  con la moglie,  avendo mangiato una sostanza, servitagli in un cibo, non consueto, ammalatosi  gravemente entro due giorni, per poi morire, dopo la visita del fratello. 

I  due liberti, interrogati e torturati, concludono: quella sostanza, portata su commissione della madre e della sorella  della moglie di Ferora apparentemente per stimolare le sue sensazioni erotiche, come poculum amatorium/ philtron, da una donna di Arabia, esperta di misture che, però, gli  aveva somministrato  invece una pozione mortifera per ordine di Silleo, che la conosceva– Guerra Giud. ibidem 583-.

Professore, Ferora è avvelenato da Silleo, che già ha commissionato tramite Corinto, l’uccisione del  re, pure col veleno!? Erode nella sua mente intronata ha preso coscienza di questo?

Non mi sembra  che ne abbia coscienza piena. Infatti, preso da sospetti verso Antipatro,  sottopone a tortura  donne schiave e libere del clan Ferora, ancora inquisito  a causa dei farisei,  cercando un colpevole, senza preoccuparsi più di Silleo!. Nel corso  della  tortura, una delle donne, straziata dal dolore, esclama: Dio che regge la terra e il cielo, punisca chi è causa di queste sventure, la madre di Antipatro!.ibidem 584 : la notizia è comprovat anche da Ant. Giudaiche XVII,65.

Allora, Erode, partendo da questo indizio, dato da una donna libera,  scopre che  Doris ha convegni clandestini e notturni con Ferora, con  le donne farisaiche e – prima della partenza – con Antipatro, senza la presenza della servitù   e che, quindi madre e figlio hanno disubbidito al suoi  ordini di omilein/ avere relazioni con loro. Sa, inoltre, da schiave torturate che Antipatro si sarebbe ritirato a Roma e  Ferora in Perea,  perché lui se la sarebbe  presa con loro  in quanto, dopo l’uccisione di Mariamne  e dei suoi figli,  non avrebbe risparmiato nessun altro e perciò, era meglio fuggire il più lontano possibile da quella bestia/ therion!. Sa delle lamentele di Antiprato, stanco di attendere la fine del  padre, che ringiovanisce ogni giorno di più, mentre lui ha i capelli bianchi  ed è destinato forse a precederlo nella morte, prima di poter effettivamente regnare, e che, se anche gli riuscisse la successione,  sarebbe stata di breve durata,  mentre crescevano le teste  dell’Idra  cioè i figli di  Alessandro ed Aristobulo. Infine conosce il disappunto del figlio circa il testamento, in cui ha nominato Antipatro successore, ma come suo diadokos al posto dei figli suoi, Erode, il figlio di Mariamne,   a dimostrazione  del suo rimbambimento/ paragheran, visto che crede che  il testamento rimarrà valido, non avendo considerato che lui  ci penserà a  far  piazza pulita della famiglia/auton gar pronohsein mhdena ths geneas apolipein. 

Il sapere queste cose amareggia  Erode, che ha dato  cento talenti per non far comunicare fra loro sua moglie e suo figlio con Ferora  e la sua donna, che, oltre tutto, si lamentano  insieme  come se avesse fatto loro del male, desiderosi di vivere ignudi, anche se spogliati di tutto. L’indagine viene spostata dalla morte, da vendicare di Ferora,  alle colpe di Antipatro e della madre e delle donne del fratello, certamente non colpevoli dell’avvelenamento del tetrarca. Viene censurata la frase detta da Antipatro, riferita da una  schiava torturataE’ impossibile sfuggire ad una belva  così sanguinaria/amhkhanon ekphugein outoo phonikon therion, per cui non è consentito nemmeno di voler bene apertamente  a qualcuno/par’ooi mhde philein tinas ecsesti phaneroos: dunque, noi siamo costretti ad incontrarci di nascosto, ma lo potremo fare  apertamente quando ci decideremo a pensare e ad agire da uomini (qualora avremo pensiero e mani da uomini)!/lathra goun nun allhlois  sunesmen, ecsestai de pahaneroos , ean skhoomen pot’androon  phronhma kai kheiras!. 

Professore,  mi sembra ora di vedere  Erode che  cerca la colpevolezza del figlio,  un vir / uomo,  un  parrhsiasths, quasi desideroso di vivere miseramente, spoglio di tutto, come un patriota che combatte contro il tiranno, romanticamente,  più che  un rancoroso beneficato  da un padre sovrano. Leggo bene?

A me sembra che tu legga come gli  storici romantici ottocenteschi, che inneggiano al nazionalismo  farisaico di Antipatro che, però, ha  oltre al rancore personale mai eliminato, una voglia di regnare propria di uno educato a lungo come privato, senza il  potere,  in un territorio dominato da Roma e da un suo fedele servo, come Erode philhllhn,  formatosi  alla scuola farisaica e  all’integralismo religioso, uno strano prototipo di idumeo, della stirpe  antipatride, fortemente in contraddizione tra i principi della torah e la volontà di abbattere i sadducei  ed Erode,  sudditi fedeli dell’imperatore e della  Dea Roma, in nome di Sion eterna!

Professore, anch’io vedo in  Antipatro una profonda contraddizione   con sé stesso come figlio, incapace di coprire e  chiudere il suo rancore per l’abbandono,- accettando il padre che l’ha onorato e fatto suo successore, in una richiesta muta di perdono,-  e  con la famiglia come erodiano,  che odia il padre e i fratellastri,  con la società giudaica come elemento farisaico e con il kosmos romano come oppositore cieco, anche se  costretto a servire  come ogni altro  civis  giulio, in quanto successore di Erode filoromano, pur essendo idumeo,  teso al martirio per il suo phronema giudaico, disposto anche a pagare  la sua attività rivoluzionaria  con la vita.

Marco, vuoi dire che in Antipatro è possibile vedere, pur nella contraddizione sentimentale, ed affettiva, di un figlio abbandonato in tenera età,  una forma integralista di patriottismo religioso?  non so  spiegarlo, ma individuo la presenza di un vero uomo  che avrebbe voluto fronteggiare apertamente  il padre tiranno, costretto  a seguire la via  della perfidia e della scaltrezza  per poter sopravvivere e  diventare successore di una basileia, proprietà personale imperiale.

Marco, tu sai  che Erode è considerato dal popolo un tiranno,  illegittimo, un bugiardo dai farisei , un eretico dagli stessi sadducei,  un  corrotto ellenizzato non conforme allo spirito giudaico  dall’esercito  polietnico, nonostante le sue opere  grandiose come la costruzione del Tempio, fatta  per l’ostentazione della sua potenza  personale di re  magnifico,  in una volontà di rivaleggiare con Augusto e con Marco Agrippa,  più che per la pietas verso il Theos, o per il bene del popolo!.

Proprio per questo , Professore, rivaluto la figura di Antipatro che mi sembra simile  a quella di  Tirone- che è un ardito vecchio militare  convinto di poter scuotere  l’onore di un  ex commilitone- costretto dalla situazione a rendersi figura odiosa  col suo subdolo piano eversivo, pur facendo il dialakths!

Smettiamo questa disquisizione sulla figura di Antipatro, mai ben definita,  e seguitiamo  nel nostro lavoro!

Erode, avuta la confessione  delle donne, fruga ulteriormente su Doris, puntando l’indagine su di lei,  perché è convinto della verità delle affermazioni,  estorte,  per il particolare di cento talenti. Secondo Flavio, dunque,  convocata la madre di Antipatro, la fece spogliare di tutti gli ornamenti  che le aveva regalato  e valevano parecchi talenti e la ripudiò per la seconda volta. Ant. Giud.59.

E poi cosa fa Erode?

Ripudiata la moglie, smette di  torturare le donne e si riappacifica con le donne di Ferora, è impaziente di mettere le mani sul figlio Guerra giud.I, 608 e  temendo che gli fosse preavvertito e si mettesse  al sicuro gli inviò una lettera piena di affettuose  espressioni  pregandolo di affrettarsi a tornare, se lui fosse arrivato presto  lui avrebbe messo fine ai rancori contro la madre- ibidem.

Erode è furbo ed, avendo il solo figlio in sospetto, indirizza su di lui, la sua indagine. Infatti decide di sottoporre a tortura  i suoi uomini e collaboratori, aizzato da qualcuno, sconosciuto,(Achiab?)   tanto da infiammarsi  /ecserripizeto nella ricerca di colpevoli.

Quindi, Erode non insiste sulle donne di Ferora e  cerca un’altra via? Marco, Erode  è veramente astuto, anche se rincoglionito: avrà avuto sotto osservazione le donne del fratello e, mentre  inquisisce  Antipatro il samaritano,  ha chiara l’estensione della  congiura non solo in Perea ed in Egitto,  con  ripercussioni nella sua stessa casa gerosolomitana,  ma anche a Samaria, sede del suo esercito.

Antipatro il samaritano è definito epitropos  di Antipatro figlio di  Erode, come il suo braccio destro in Samaria, come suo fiduciario responsabile della regione con funzioni amministrative,  giudiziarie e militari, proprie di ogni epitropos/praefectus cum iure gladii che noi abbiamo visto come legatus, superiore alla carica di epimhleths/ curatore  e procuratore di provincia, senza poteri militari e giudiziari, ma  anche con poteri di un amministratore locale / dioikeths.

Orientato in questa  direzione,  Erode, scopre la verità  sulla congiura di suo figlio  e la sua estesa trama.

Flavio dice in Guerra giud. I,592 e lo ribadisce Ant. Giud.XVII 69-70 : Antipatro, sottoposto  a tortura,  afferma  che il figlio  aveva fatto portare dall’Egitto  per mezzo di Antifilo,  uno dei suoi amici, un veleno mortale destinato a lui, che  era stato ritirato da Teudione, zio di Antipatro, e consegnato a Ferora; a costui infatti Antipatro  aveva dato l’incarico di spacciare Erode  mentre egli se ne stava a Roma,  immune da ogni sospetto. Ferora, infine, aveva affidato il veleno alla moglie.

Erode scopre che la congiura ha radici anche in Idumea, oltre a Samaria  e in Perea e perfino in Egitto, tra i giudei ellenistici probabilmente connessi con la  famiglia  di Mariamne di origine sacerdotale  leontopolitana alessandrina ed ora convoca, a sorpresa,  la moglie di Ferora, che custodisce il veleno.

La donna, fingendo di obbedire  chiede il permesso di andare a prendere l’astuccio col veleno,  ma, invece di tornare, si getta dal tetto, ma cade in piedi e rimane viva, anche se stordita. Flavio interpreta il fatto come volontà di dio che vuole punire Antipatro!.

Erode, secondo la narrazione, congiunta, delle due opere  di Flavio, la fa rinvenire e le chiede perché abbia fatto quel gesto e gli giura che  se avesse detto la verità,  le avrebbe condonato ogni pena, ma se avesse di mentire  le avrebbe fatto sbriciolare il corpo  sotto i supplizi  senza fare restare nulla per la sepoltura -ibidem, 594-.

La donna  dice  che, essendo morto Ferora,  non ha  più alcuna   ragione  per salvare Antipatro, che è stato rovina /apolesanta per loro tutti- ibidem-.

Ecco, Marco, la confessione della moglie di Ferora, che inizia solennemente  con uno Shema’/ akoue ascolta o re, ed insieme a te mi ascolti  Dio che è testimone  della  verità e non può essere ingannato: Qunado tu,o re , sedevi  piangendo accanto  a Ferra morente, questi mi chiamò e mi disse. grandemente mi sono sbagliato , o donna, circa i sentimenti di mi fratello verso di me, sì che l’odiavo mentre lui mi vuole tanto bene e mi proponevo di ucciderlo mentre  lui è così afflitto per me  prima ancora che io sia morto. Ora io pago il fio della mia empietà, ma tu portami subito  il veleno che conservo, quello che ricevesti da Antipatro per ucciderlo e distruggilo subito davanti ai miei occhi perché io non mi porti dietro nell’Ade il demone vendicatore. Al suo ordine io glielo portai  e la maggior parte la gettai nel fuoco in sua presenza, ma una piccola parte io la conservai per me. per i casi incerti e  per il terrore, che tu mi ispiravi.

La donna, detto questo, trae un bossolo col veleno, una minima parte,  per testimoniare la verità di quanto riferito, cosa, d’altra parte,  confermata dalla madre e da un fratello di Antifilo, torturati,  che affermarono che Antifilo aveva portato la scatola dall’Egitto e  che aveva ritirato il veleno da un fratello, che faceva il medico  in Alessandria.

La notizia si diffonde a corte, Professore, e certamente  ci sono reazioni!

Flavio parla di una reggia che, a causa delle ombre di Alessandro e di Aristobulo, svela i segreti  trascinando  alla condanna persone lontanissime dall’essere sospettate!: Mariamne, la figlia del sommo sacerdote  era partecipe della congiura!  lo svelarono, infatti, i suoi fratelli  sottoposti a tortura. Della colpa materna – in effetti si tratta di   tolma/azione audace più che malvagia -il re punì il figlio, Erode, cancellandolo dal  testamento Erode, dove vi era nominato come  successore di Antipatro.

E’probabile, professore, che Antipatro,  fatta giurare Mariamne di non parlare circa il veleno venuto da Alessandria,  le abbia  promesso di far scrivere al marito il codicillo  circa il figlio  diadokos?

Solo compromettendola, può aver comprato il silenzio  di una donna di provenienza alessandrina!. Le opere flavie non parlano di un odio alessandrino per Erode  (e la sua  famiglia antipatride)  che  risulta rispettato ed amato in Egitto dagli etnarchi ed alabarchi  giudaici, a causa della  fortuna e della sua amicizia con Marco Agrippa e con Augusto stesso.  Non si conoscono le relazioni tra i sacerdozio leontopolitano e quello  gerosolomitano  in questo periodo: è arguibile che la bestiale tirannia degli ultimi anni di Erode sia stata condannata dal sacerdozio oniade, che, perciò, può  aver favorito le aspirazioni dell’ingrato figlio. D’altra parte in un momento di grave riprovazione del sistema autoritario e crudele di Erode, dopo l’uccisione di Alessandro e di  Aristobulo   non è neanche pensabile che vi sia un giudeo filoerodiano, se non i cortigiani gerosolomitani.

Flavio aggiunge che la conferma ulteriore  per Erode  delle mene di Antipatro viene da Roma.

Da Roma?

Antipatro, non avendo notizia dell’andamento della sua trama, preoccupato,  decide di inviare un suo  liberto, di nome Batillo, con un altro veleno,  un’altra pozione mortifera, composta di veleno di vipere  e di secrezioni di altri serpenti, sì che, se non facesse  effetto il primo veleno, Ferora e la moglie potessero servirsi di questo altro veleno contro il re.

Batillo ha un altro compito da portare a termine, quello di denigrare il comportamento dei due giovani figli di Erode, quello di Maltace,  Archelao, e  quello di Cleopatra, Filippo, che stavano a Roma a studiare ed erano già grandicelli e pieni di senno. Essi davano ombra alle sue speranze ed Antipatro, cercando di liberarsene, falsificò alcune lettere a nome degli amici di Roma, mentre da altri amici, corrotti con denaro,  fece scrivere che i due giovani parlavano sempre male del padre, che compiangevano apertamente Alessandro ed Aristobulo e che non erano contenti di  rientrare in patria.

Batillo, porta ad Erode le  lettere falsificate contro Archelao e Filippo, che sono richiamati dal padre  ed Antipatro è preoccupato e turbato per questo, non conoscendo le intenzioni del padre su di loro

Già, prima della sua partenza, per Roma, infatti, Antipatro, quando era in Giudea, secondo Flavio, a pagamento ottenne che da Roma  venissero inviate simili lettere contro i due giovani  e, per evitare sospetti, si  recava dal padre  a difendere i fratelli dicendo ora che  alcune delle cose scritte erano false,  ora che  si trattava di intemperanze giovanili.

Comunque, il richiamo dei fratelli gli sembra strano anche perché deve rendere conto dell’ amministrazione di trecento talenti; da qui l’invio di Batillo con le lettere e con un rendiconto delle spese sostenute, anche per gli amici romani,  a lui favorevoli, ricompensati  con vesti assai  costose, tappeti variopinti, coppe di argento ed oro  e molti oggetti di valore e denaro,  in modo da includerle nel costo del viaggio e del soggiorno a Roma, con l’aggiunta delle spese per la causa di Silleo, compreso l’acquisto di un magnifico immobile, romano.

Alla venuta di Batillo già le indagini sono finite e  a corte circolano le voci  di parricidio di Antipatro e della sua volontà di  fare un nuovo fratricidio, per cui si coagulano le forze a lui ostili delle due mogli di Erode, aumentando  l’odio per il diadokos, richiamato anche lui  dal padre, che ha le prove contro il figlio.

Nella corte di Gerusalemme la situazione è di massimo silenzio: tutti tacciono e nessuno  è tanto amico di Antipatro da mettere in pericolo la propria vita per la salvezza di uno, che non sa niente della reale situazione e del controllo imposto sulle  strade dal re: la stessa notizia del suo ritorno, annunziato come prossimo, aumenta il silenzio, anche se si vocifera che la sua missione romana è stata conclusa nel migliore dei modi, tanto da essere elogiato da Augusto.

Eppure, professore,  tra l’inizio dell’indagine  e il ritorno di Antipatro passano sette  mesi e in questo lungo periodo nessuno scrive, nessuno trova una via di comunicazione  con il capo ormai riconosciuto di un gruppo, cementato dall’amore farisaico! Possibile che Erode abbia neutralizzato ogni spia, controllato  ogni strada, bloccati i piccioni viaggiatori e perfino   le voci dei marinai  del porto di  Cesarea che,  alla partenza,  hanno  assistito alla fastosa pompa del diadokos  e visto il numeroso corteo di accompagnamento!  Possibile un vecchio malato e rincoglionito, da solo,  ha paralizzato con le torture  uomini di fede farisaica, asmonei  aramaici, guerrieri!

Flavio spiega  il fatto come un intervento di Dio  che sembra favorire Erode, facendo aggirare nella reggia l’ombra dei due fratellastri uccisi  che blocca chi vuole parlare e tiene lontano da Antipatro, parricida e fratricida,  tutti, follemente  intimoriti da Erode!. E’ troppo strano e impensabile che si sia verificata una situazione del genere: sotto le lettere greche di Flavio c’è un’altra realtà che non sappiamo leggere, perché volutamente sottesa o perché occultata da  scrittori manipolatori e falsificatori!

Comunque, ad Antipatro che annuncia il suo ritorno ed informa di essersi congedato  da Cesare con tutti gli onori, Erode – Ant.giud. XVII, 83.- dissimula  scaltramente il suo sdegno e risponde ordinandogli di non ritardare affinché  durante la sua assenza non gli capitasse qualcosa di sinistro; si lamentò un pochettino di sua madre, promettendo che avrebbe  esaminato con lui  queste lagnanze, al suo arrivo.

In effetti Erode gli mostra benevolenza perché teme che il figlio sospetti qualcosa e invece di tornare in patria differisse  la sua permanenza  a Roma  e nel fare questo potesse fargli danno  organizzando un complotto a Roma – ibidem 84-.

Antipatro,  secondo Flavio, dopo la notizia della morte di Ferora  e del ripudio della madre, addolorato, non accetta il consiglio di amici  di fermarsi in qualche luogo vicino,  e di aspettare di vedere ciò che poteva accadere e, mentre accoglie quello di amici che dicevano che col suo ritorno  avrebbe dissolto  ogni accusa contro di sé in quanto l’unica forza  di cui disponevano i suoi accusatori, era la sua assenza.-ibidem 86-.

Perciò, Flavio dice -ibidem, 87: persuaso da questi argomenti  proseguì la navigazione  e attraccò al porto di Cesarea…. allora Antipatro aprì gli occhi e riconobbe le disgrazie  che gli si preparavano perché nessuno gli si avvicinò,  nessuno gli rivolse  parole di saluto e gentili espressioni  di augurio, come era avvenuto alla partenza; al contrario vi era chi non si astenne dall’accoglierlo con maledizioni pensando che quello era là per scontare le pene che gli spettavano per i crimini contro i fratelli.

Guerra giudaica è dello stesso avviso?

Si dicono le stesse cose, rivelando la completa solitudine di Antipatro; si  discute sul non consegnarsi o consegnarsi al padre  se non dopo  aver appurato le ragioni del ripudio della madre, ma con la certezza di doversi affrettare: bisognava, comunque, non indugiare,   togliere i sospetti al padre  e non dare  un’arma in mano ai suoi avversari che, per la sua  assenza, si erano  mossi,  facendo vacillare il suo regno!

Guerra giudaica rileva pollh erhma/la grande solitudine dell’approdo a Cesarea, di Antipatro, avvicinato da nessuno, evitato da tutti, maledetto dai presenti!.

Antipatro capisce subito che non c’era più via di scampo o maniera di sottrarsi  ai pericoli incombenti … di cui  nessuno lo aveva informato esattamente  per paura delle minacce  del re; restava poi una speranza piuttosto  lieta, che cioè nulla fosse stato scoperto oppure se qualcosa  si fosse scoperta,  di potervi mettere riparo con la sfrontatezza e con gli inganni,  gli unici mezzi di salvezza che gli erano rimasti.

L’arrivo alla reggia è ancora più traumatico:  gli amici bloccati al primo portone in malo modo, Varo, il governatore di Siria,  nel palazzo; il padre in lontananza!

Flavio dice che Antipatro  entra con le armi degli inganni e della sfrontatezza e si dirige verso il padre, audacemente  e coraggiosamente gli si avvicina per baciarlo e poi descrive Erode che grida  con le braccia protese e il capo ricolto dalla parte opposta: anche questo si addice ad un parricida, il volermi abbracciare, mentre è schiacciato da simili accuse! va in malora, scelleratissimo uomo, e non toccarmi prima di esserti purgato dalle accuse!. Ti assegno un tribunale e come giudice Varo, che opportunamente è qui  fra noi. Va e preparati a  difenderti per domani, concedo, infatti, un respiro per i tuoi artifici.

Antipatro, all’arrivo,  trova, dunque,  pronto il  tribunale  e  il giudice: Erode ha avuto tempo per preparare  il giudizio e le accuse ed ora concede  un giorno per la preparazione della difesa del  figlio, che non conosce nemmeno i punti delle accuse, formulate.

Flavio in Guerra giudaica I,619 avverte che  Antipatro, senza fiatare  per lo sbalordimento /ekplhcsis, si ritira: fu raggiunto, allora, dalla madre e dalla sorella, che gli svelarono tutte le prove emerse  a suo carico; si fece animo e si diede a cercare argomenti per la difesa.

Marco, nota che Antichità giudaiche  corregge sorella con moglie di Antipatro, un’asmonea, figlia di Antigono, che,  in un certo senso, spiega l’avvicinamento del diadokos alla pars asmonea e farisaica!.

Le  accuse sono  le stesse nelle due opere?

Marco, in Guerra giudaica si  parla di 4 accuse:  di un primo fratricidio,  di  un tentativo di secondo  fratricidio, di un complotto con avvelenamento del  padre, e di  una cospirazione successiva  contro Salome, scoperta dopo la partenza di Varo per Antiochia.

In Antichità  giudaiche, invece,  si mostra Varo, chiamato appositamente come consigliere/ sumbouleuths, che, però, è fatto giudice/dikasths,  in quella occasione particolare,  in una specifica situazione, in cui il re, già malato, accusa,  adirato e in preda a fortissime emozioni, il figlio di parricidio e di cospirazione, desideroso di eliminarlo col veleno, rilevando lo stordimento e lo sbalordimento di un figlio,  vestito di porpora, venuto a salutare, dopo un lungo viaggio  di terra e di mare, il proprio re  padre, che, rifiutando bacio ed abbraccio,  lo incrimina,  imponendogli il giudizio per il giorno dopo, davanti ad una corte di parenti e di amici, riunita in assemblea!.

La fase iniziale dl processo è dramatopoiia,  atto teatrale di un protagonista re, turannos,  di un padre, inquisitore, che ricorda i benefici, gli onori, il poter condiviso, il denaro dato  per il viaggio a Roma,  a cui  è contrapposto l’antagonista, un figlio degenere, che vuole uccidere il padre, volendo la sua morte prima del tempo, dato dalla natura, e che ha congiurato, essendo una bestia ingrata, un malfattore abile, comunque, a dissimulare, perverso e capace di ingannare tanto da far impietosire la corte, da attore tragico.   

Professore, sono due diverse trattazioni,  organizzate per fini diversi  di un processo già fatto in contumacia, prima dell’arrivo, ora ripetuto davanti al giudice governatore romano, che deve relazionare ad Augusto ed emettere sentenza  davanti al  presunto colpevole, da condannare, più per il fratricidio di Alessandro e di Aristobulo che per il reale veneficio del padre!

Certo, Marco, tutto è già fatto, manca solo la ratifica del governatore di Siria che, fatta fare la prova del condannato a morte- che, bevuta la pozione avvelenata, muore all’istante- avuto il colloquio segreto con Erode,  scritto il rapporto  segreto per Augusto sul processo,  il giorno dopo, parte, mentre Erode fa gettare in catene  Antipatro, dopo aver inviato un’ambasceria ad Augusto, per informarlo della sua personale disgrazia.

Professore, noto che non c’è verdetto, anche se la pars accusatoria  e la pars difensiva si sono misurate e confrontate?

Marco, vero !. Nelle due opere non c’è sentenza   del giudice /krisis o katakrisis/condanna!. ma c’ è  un dato comune :tutto era stato preparato per il processo di Antipatro davanti al tribunale dei parenti e degli amici / sunedrion toon suggenoon kai philoon, con lo stesso  Varo presidente: il re  fece introdurre  tutti i delatori / tous mhnutas pantas e tutti gli altri che dovevano denunciare le trame segrete, quanti erano stati torturati, ed anche alcuni schiavi della madre di Antipatro, arrestati poco prima del suo arrivo. Essi infatti recavano una lettera, il cui contenuto era in sintesi questo: non ritornare a casa perché tuo padre è al corrente di tutte le trame ! Il tuo unico rifugio è Cesare,  se non vuoi cadere nelle sue mani!

Inoltre, Marco,  ci sono le parti più o meno estese della pars accusatoria  di Nicola e quella difensiva dell’accusato Antipatro.

Dunque, professore, Erode  più che giudicare il figlio vuole giustificare davanti ad un familiare dell’imperatore  l’arresto di Antipatro,  chiamato da Augusto, Philopatoor, e dimostrare la sua perfidia nel caso precedente della morte dei due figli asmonei e il suo agire tortuoso  di corruttore degli  amici romani e perfino  di personaggi della corte di Livia? Non si vuole la condanna per Antipatro per i reati commessi contro di Lui, ma la punizione per Antipatro, che ha fatto uccidere i suoi fratelli, col suo  aiuto, desideroso ora di  rettificare il precedente errore giudiziario e di evidenziare la  buonafede di un re, raggirato dal figlio, maligno corruttore,  di cui  lui stesso è stato vittima incolpevole!

Certo, Marco!  questo sembra essere  il nucleo di questo  processo ma questo  è a favore di Antipatro, contro cui, in sua assenza,  hanno  operato i suoi  avversari, turbati dalla predizione farisaica della fine del regno di Erode e della possibilità di un passaggio alla  stirpe di  Ferora, e dall’avvenuta corruzione dell’eunuco Bagoa – destinato ad essere padre e benefattore  di un  re di un regno  venturo – e di  Caro, un amasio di eccezionale bellezza, dal re  sommamente amato.

Non conosco Bagoa! può dirmi qualcosa di uno che sembra un miracolato a seguito di un presunto cambiamento di dinastia? Flavio – Ant. giud.XVII,45- parla di uccisioni  di domestici, fatte, a causa dei farisei  che predicano di un Bagoa  elevato a grandi speranze, profetizzato come futuro padre e benefattore  di chi un giorno sarebbe stato  posto sopra  il popolo col nome di re, che avrebbe avuto il potere di dare  a lui,  eunuco,  la facoltà di sposarsi e di  generare figli  veramente suoi!

Una predizione strana, professore,  che a me  ora  fa pensare alla venuta di un qualcuno, che ha un  potere miracoloso, per cui un eunuco possa essere padre di figli!  A Dio tutto è possibile!

Marco, non scherzare! io non posso dirti quello che non so e non cercare di stimolarmi in certe direzioni che  ritengo attualmente proibitive! Antipatro, comunque, appare ora maggiormente legato ai farisei e agli asmonei, vinto, però, dalla cospirazione di Salome che, avendo potere sul fratello, insieme ad amici romani e col favore di Livia, ha tramato  contro il diadokos, facendo emergere una pars  filoromana- ostile al  figlio di  Erode,  anche se congiunto con  asmonei, farisei,  popolo, il piccolo e medio sacerdozio, contadini e  artigiani e capi dell’esercito  – riuscendo con Alexas ed altri a  far moralmente condannare, inopinatamente,  il solo Antipatro, come unico colpevole.

Essendo ormai tutto contro di lui- cfr. Guerra Giud.I, 614 – Antipatro,  fatto entrare dopo la folla degli accusatori,  in un clima  del tutto a lui ostile, si prostrò ai piedi del padre e disse: ti scongiuro, o padre,  di non condannarmi in anticipo  ma di porgere  l’orecchio alla mia difesa, senza essere prevenuto, se tu vorrai, dimostrerò la mia innocenza! Ibidem 621.

Secondo Flavio, Erode, invece,  rivolto a Varo  gridò al figlio di tacere e disseio son certo che tu, o Varo, ed ogni giudice dabbene giudicherete  Antipatro un uomo perduto/ecsoolh perditum abominevole,- un male esiziale – .io temo che tu possa disprezzare la mia sorte  e considerarmi degno  di qualsiasi sventura  per aver generato figli di tale specie!.

Il tono è quello di chi, vecchio, vuole compassione perché lui è stato padre molto amoroso/pathr philostorgatos, che vuole raccontare il suo rapporto coi figli e far sentire la sua storia, prima del giudizio.

Secondo Ant giud. XVII, 94,  Erode  iniziò a commiserare  se stesso per aver avuto  figli  che gli provocavano disgrazie  intendendo dimostrare che   tutto  è iniziato con la venuta di Antipatro a corte, fatto venire come suo custode  ed invece divenuto  responsabile  della  disgrazia della   morte dei figli, nati da una regina ed ora colpevole di attentare alla sua vita: eppure lui  è stato bravo ad educarli ed ammaestrarli  e a fare grandi spese  in ogni tempo per  soddisfare i loro desideri!  nessuno di tali  benefici era valso ad assicurargli la vita allorché  complottarono contro di lui  per toglierli empiamente il potere regio prima che il loro padre lasciasse per legge naturale e lo consentisse il suo volere e giustizia. E di Antipatro disse che non riusciva a capire  quale speranza l’avesse gonfiato da renderlo così audace da giungere a tanto: aveva designato per scritto a succedergli  sul trono in pubbliche  scritture; anzi, essendo lui in vita, Antipatro non gli era in niente inferiore, gli mancava di dargli lo scettro!

Professore, la fase iniziale del processo è in effetti una dramatopoiia  come quella del processo romano dei due asmonei, con un padre miserevole che accusa un figlio che nemmeno ha vera possibilità di difesa  tanto  che alla fine, non avendo ascolto, nel tumulto delle voci dissidenti,  giunge a chiedere di  essere torturato dopo che ha implorato Dio, come suo difensore, che lo ha protetto nel viaggio di ritorno per terra e per mare!

Hai ragione Marco, i due, accusatore ed accusato  sono figure drammatiche  di padre e  di figlio  in un conflitto non solo familiare e morale, ma anche politico e sociale,  sotto cui si cela  un complotto eversivo  interno ed esterno, giudaico e romano-ellenistico: non Erode ed Antipatro, un filoromano e un filoparthico, si contrastano  ma  c’è in gioco anche la sorte di un regno nel quadro del Kosmos romano.

Erode  si dimostra un padre emotivo che, avviate le accuse, non riesce più parlare  e piange come un bambino per la commozione, lasciando al suo patronus il compito dell’accusatore,  che argomenta sui fatti e prova le colpe dell’accusato, ma in cuore suo si augura che suo figlio sia innocente  davanti a lui e alla famiglia e  non si  sia  macchiato come stasipoioon, come sobillatore di rivolte,  davanti ai romani: gli ripugna l’idea di un figlio che voglia immolare  il padre sopra i suoi fratelli morti, che al  primo delitto faccia seguire un secondo delitto ancora maggiore!

Professore, mi piacerebbe capire  come Nicola di Damasco sviluppi il pensiero accusatorio  in modo professionale,  certamente retorico, dopo aver sentito i testimoni,  così da  provare le colpe del diadokos?

Marco, il patronus attacca  Antipatro, riprendendo le stesse parole del re, ripetendo in sintesi le  accuse  riassunte per concludere con la peroratio producendo le risultanze, derivate dalle torture e  dalle deposizioni dei testimoni, dopo essersi diffuso a lungo sulle benemerenze  del padre, sull’ingratitudine dei figli asmonei desiderosi giovanilmente di regno-  dei quali  non si meravigliava – – e  specie del figlio diadokos, di cui si stupisce perché, non si lascia  raddolcire dai benefici paterni  e si  comporta come uno dei serpenti più velenosi, imitando proprio  il loro  esempio, da lui stesso punito.

Il suo epilogos/perorazione è Il seguente: eppure tu,  Antipatro fosti tra quelli che denunziarono i fratelli  per la loro condotta temeraria, tu hai indagato sulle prove,  tu li hai puniti, una volta trovate.Noi quindi non condanniamo lo sdegno col qual tu non lasciasti impunito  il loro crimine, ma ci stupisce la temerarietà con cui hai imitato la loro condotta.  Noi non troviamo le tue azioni dirette a liberare il padre dal pericolo ma  a rovinare i tuoi fratelli in una dimostrazione  di odio per la loro malvagità  e in una attestazione di te, come figlio affettuoso  in modo da essere in una condizione elevata per agire contro il padre con la più grande iniquità… tu hai indicato i loro complici facendoti vedere come accusatore  dopo aver stretto un patto coi complici  contro tuo padre,  avendo bisogno del loro complotto parricida  per essere il solo a giovarne in modo da avere un doppio vantaggio per te,. eliminare i fratelli  e progettare un piano segreto contro tuo padre. Ant giud.XVII;113. Nicola si spiega meglio: tu hai fatto la prima  azione perché i fratelli vantavano diritti maggiori alla  successione, ma non era necessario complottare contro il padre, hai complottato facendo la seconda azione perché  stasipoioon/ istigatore di rivolta.

Da una volontà eversiva statale  deriva, quindi, l’accusa di Parricidio, sottintendendo in padre  la patria ?

Sembra che Nicola, metta insieme il crimen  verso la patria e quello verso il padre in un’accusa unitaria, dopo aver sviluppato il pensiero circa l’avversione verso i fratelli  l’odio contro il padre  cadendo nello stesso loro delitto contro natura , coinvolgendo il padre infelice nella loro stessa sorte,  per un proprio vantaggio, facendo un parricidio non comune, progettato in segreto,  ma di un genere mai menzionato nella storia -ibidem.

Antipatro, secondo il pensiero espresso da Nicola,  ha voluto spogliare il padre che l’ ha accontentato in tutto, facendolo socio successore,  mettendo per iscritto il tuo diritto di diadokos, mentre lui  di fatto  ha complottato, pur dicendo a parole di volerlo salvare,  invasando sua madre  coi suoi disegni, rompendo i vincoli familiari e filiali, chiamando bestia il padre, lui serpente contro il benefattore, vecchio, lui giovane , avendo l’aiuto di guardie, usando trucchi   favorito, oltre tutto, da uomini e donne, in un desiderio di sfogare l’odio contro l’amore paterno, osando perfino, come sfida,chiedere la prova della tortura, come dimostrazione  di non avere la volontà di episphattein  ton patera tois adelphois/ di immolare il padre ai propri fratelli (morti). 

La sua conclusione  è questa: Non puoi certo contraddire la verità: tu  sei veramente  preparato ad eliminare tuo padre, pronto anche  ad annullare la legge scritta  contro di te,  la rettitudine di Varo e la stessa natura della giustizia!.

E   Quintilio Varo cosa decide ?

Varo, di cui tu conosci il giudizio di avidità –Tacito  Hist.,V,6- uomo mite per indole, di abitudini tranquille, alquanto greve di corpo e di animo, abituato ad una vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerriera, da praefectus  non certamente spregiatore di denaro – Velleio Patercolo, Storie II, 117,2, appare giudice accomodante, pagato prima da Antipatro e poi ancora di più da Erode,che svolge le sue funzioni secondo prassi. Infatti  fa la prova  sullo schiavo, condannato  a morte,  che muore all’istante, per accertare l’efficacia del veleno, autorizza Antipatro a  difendersi  e dice: io mi auguro,  e so per certo che anche tuo padre si augura in cuor suo, che tu dimostri di non essere colpevole  di alcuna infrazione /eukhesthaikai ton patera eidenai toon omoioon  eukhomenon, mhden  auton adikounta phooran.

Professore, sembra chiaro che il giudice è benevolo, addomesticato, e che  desidera accontentare e Augusto suo imperatore ed Erode  così da avere ricompense successive anche dall’accusato, destinato alla successione, anche se sorpreso in fallo come un ladro (phooran)   in  quanto stasipoioon?

Per Varo, Marco, Antipatro è innocente di stasis, cioè non può essere un rivoluzionario, perché nominato diadokos da Augusto stesso, può essere solo un  figlio che non sopporta più l’invadenza del potere di un padre malato, bisognoso di cure e rincoglionito e che sta cercando vie moderate di mediazione proprie di un  diallakths/un riconciliatore,  seppure contestato per la sua scelta di  nuove forze, pericolose, ma  non colpevole: per l’epitropos le parole di Nicola sono solo retorica   e  tautologia orientale!  l’ambiente è quello gerosolomitano sadduceo, ora  contrario al figlio di Erode farisaico! non c’è necessità nemmeno di un verdetto: basta la sua gnoomh! Perciò convoca in segreto il re, dopo aver sciolto il consiglio, decide con lui in merito all’indagato, non colpevole, da tenere, comunque,  sorvegliato ai domiciliari  e riparte per Antiochia, il giorno dopo.

Professore, per lei, Varo non ha neanche sentito le parole di Nicola -Ant giud .XVII,116 – né la  difesa dell’indagato che lui conosce dalle parole  scritte dei suoi amici romani ?

Marco, le affermazioni del  patronus, che indulge perfino a  ripetere i pettegolezzi di corte,  sono  un gioco di parole!.   tu non eri giudice delle cose per la clemenza di Erode, ma per la tua volontà e scelleratezza; consideravi le opere del padre, volendo, che, essendo il padre obbediente, tu potessi occupare la sua parte: fingevi allora di volerlo conservare a parole, ma in opere ti sforzavi di ucciderlo, immolando lui sopra i fratelli morti, tu  che sei  stasipoioon , istigatore di  rivolte ed  hai coinvolto tutti i fratelli e tua madre ?!. Nicola,  come i cristiani poi, accusa il fariseo  di non fare corrispondere parole e fatti: per lui Antipatro  una cosa dice e una cosa fa!

 Marco, ogni parola di Antipatro in quella situazione è inutile,  in un clima a lui ostile, secondo Antichità Giudaiche, per cui il diadokos si  affida  a Dio, da buon fariseo, scongiurando gli astanti che lui non è colpevole di niente. In Guerra giudaica I,619-633, Antipatro, invece,  pur sentendosi già condannato, grida, tra gemiti e lacrime, la sua verità, muovendo tutti a compassione, prima col dire che il padre stesso con le sue parole ha fatto la sua difesa, poi col compiangere pigra apodhmia / l’amara lontananza,  di cui hanno approfittato gli invidiosi, ed infine col chiamare a testimoni Roma ed Augusto, dopo aver dichiarato di essere disposto a  subire la tortura: Romh moi martus ths eusebeias kai o ths oikoumenhs prostaths Kaisar o philopàtora pollakis me eipoon/ Roma e Cesare, il padrone dell’universo, che mi ha spesso chiamato Filopatore, sono per me testimoni del mio amore filiale. 

Comunque, Varo, fatta la prova del veleno,  non può fare altro che sciogliere il consiglio  e il giorno dopo andarsene,  ben sapendo delle discussioni circa il suo comportamento dalla pars sadducea e filoerodiana e da quella farisaica e popolare, asmonea, globalmente ed indistintamente  considerata  unitaria come oi polloiibidem  132-

Flavio, che è dalla parte  sadducea  della colpevolezza e della necessitas di un intervento punitivo  divino -ibidem  127-12, comunque,  scrive- Ibidem133: Erode, allora, mise suo figlio in prigione ma i più non sapevano che cosa gli avesse detto Varo sul caso, né che cosa avesse detto alla partenza. I più,  tuttavia, supponevano che quanto Erode aveva fatto ad Antipatro era per suggerimento di Varo / gnoomhi  ekeinou.

Professore, che succede dopo la partenza  di Varo?

Compare una nuova prova contro Antipatro, che aggrava la sua situazione di prigioniero, quando Erode ha già inviata una lettera ad Augusto e un’ambasceria per informarlo della generica  malvagità di Antipatro,/ thn kakian. Viene intercettata una lettera di Antifilo ad Antipatro, prigioniero, che viene letta: ti ho inviato  la lettera di Acme , senza pensare al rischio della  mia vita – era in  Egitto al momento- perché tu ben sai che sarei in pericolo da parte di due famiglie. La fortuna intanto ti sia favorevole in questo affare!. Erode si mette subito alla ricerca dell’altra  lettera,  che  trova  in una toppa di una seconda tunica del latore, scoperta da un servo.

Che circolazione di lettere! professore?  Erode ha certamente uno scriptorium di eccellenza?!.

Certo Marco. Ti  preciso che lo scriptorium erodiano è in grado di scrivere grammata ed antigrapha toon epistoloon, cioè scrivere lettere di servizio a re e all’imperatore come corrispondenza ordinaria, fatta da grammateis  anche a privati cives, specie agli amici romani,  ma  ha una settore di scribae  che fa  copie Antigraphh, che  vale rescritto o memoria del difensore che, di norma,  è in archivio, in un ufficio speciale, antigrapheion, con la dicitura antigraphon (pl. antigrapha)  con specifico  significato  di copia, dopo  che è stato  archiviato lo scritto originale dall’antigrapheus, che  risulta  un sottocontrollore dell’amministrazione (dioikhsis), una specie di  revisore. Aggiungo che si conoscono molti contraffattori e falsificatori  del tipo di Diofanto, chiamati calomosphactai  da Filone cioè uomini che cambiando i termini delle copie  uccidono e fanno perdere le cause. Nelle lettere inviate, Antipatro -lo ripetiamo- fa accusare con questo sistema Archelao e Filippo, il primo figlio di Maltace samaritana e il secondo di Cleopatra gerosolomitana!

Anche la scrittura di un testamento  rientra nei compiti / munera di uno scriptorium, come quello erodiano, in cui, secondo consuetudine,  un re ha come primo beneficiario l’autokratoor e nel nostro caso Erode  lascia ad Augusto 1000 talenti cioè 10.000.000 di dracme e alla sua  domus/oikos altri 500. Un talento vale 10.000 dracme  cfr. Uno spiritoso  epigramma  in www.angelofilipponi.com

Erode, dunque, intercettata la lettera e, conosciutone il contenuto, ha il sospetto che Antipatro abbia fatto la stessa cosa con le lettere di Alessandro e che, grazie  alla sua abilità di falsificazione,  abbia ottenuto  da lui l’ordine di fare uccidere i fratelli  Guer.Giud.I 645!  Rattristato,  ha l’impulso  di far uccidere Antipatro come kukhton  fomentatore, mestatore ed orditore di gravi fatti non solo contro di lui e la sorella, ma anche  contro la famiglia imperiale, da lui contaminata col suo denaro, dato ad Acme, una giudea schiava di Livia moglie di Augusto: il figlio  l’aveva incaricata di scrivere al re una lettera per compromettere Salome ed una a lui, per conoscenza: Acme ad Antipatro. Ho scritto a tuo padre la lettera che desideravi ed ho fatto una copia  della lettera di Salome alla mia padrona, da me composta. e so che lui, appena l’avrà letta, punirà  Salome  come epiboulon/ cospiratrice contro di lui.

Erode, trovata anche la lettera  a lui destinata e lettala ( Acme al re Erode. Mi sta a cuore moltissimo che tu sia al corrente  delle cose che si stanno facendo contro di te.  Venutami, dunque, in mano  una lettera, spedita da Salome alla mia padrona, io la copiai e te la inviai. Per me questo è pericoloso ma è per il tuo bene. Questa lettera fu scritta da Salome  perché voleva sposare Silleo. Ora straccia questa lettera affinché anche io non sia in pericolo  di perdere al vita),  decide di inviare  Antipatro da Augusto per farlo partecipe delle macchinazioni ordite contro di lui.

Erode, poi,  ci ripensa,  temendo che il figlio,  con l’aiuto degli amici romani,  possa trovare una via per sfuggire  al pericolo  e lo trattiene in prigione ed invia l’ambasceria in relazione e al processo e  all’episodio di Acme.

Siccome la sua  malattia peggiora, col consenso dei medici, decide di svernare a Gerico, nei cui dintorni  ci sono  terme  famose, utilizzate anche nel periodo invernale, dato il calore dalle acque (da 40 a 60-63 gradi!), accanto ad altre freddissime,  in seguito note anche a Plinio il vecchio  -St.Nat. V,15:   Prospicit eum ab oriente Arabia Nomadum, a meridie Macherus, secunda quondam arx Iudaeae ab Hierosolymis. Eodem latere est calidus fons  medicae salubritatis  Callirhoe, aquarum gloriam ipso nomine praeferens/ Vi si affacciano ad oriente  l’Arabia dei Nomadi, a sud Macheronte, un tempo seconda fortezza di Giudea dopo Gerusalemme.  Dalla stessa parte  c’è una fonte di acqua calda e curativa, Calliroe, che col nome stesso  proclama l’eccellenza delle sue acque.

Lei pensa che Erode porti anche Antipatro a svernare con sé a Gerico, nello stesso periodo in cui invia l’ambasceria a Roma per segnalare le nuove malefatte del figlio, quando la malattia è già devastante? e di che  malattia soffre Erode? Si sa oggi ?

Non so dire quando effettivamente manda l’ambasceria, anche se ipotizzo che il re abbia urgenza di comunicare il nuovo fatto, che potrebbe segnalarlo con messaggi affidati a piccioni viaggiatori o con altri mezzi  tramite latori di lettere imbarcati su navi mercantili che fanno viaggi anche a mare chiuso! Comunque, sempre alla fine dell’anno  5 a.C. prima di partire per Gerico, per le cure termali!. Molti hanno studiato la malattia mortale di Erode ed hanno parlato di gonorrea,  ma solo alcuni medici americani sono riusciti a definirla sulla base della sintomatologia. Sembra, Marco, che Erode da tempo soffrisse  di una malattia cronica renale, curata  – Erode è amico di Augusto  valetudinario, salvato, durante una durissima malattia, in extremis dal  suo medico personale, che, poco dopo, non salva il giovane Marcello, erede al trono! – complicata negli ultimi anni da una cancrena ai genitali, che lo costringe a letto e  all’immobilità, pur rimanendo sveglio di mente, compatibilmente ad un uomo vicino alla  settantina di anni !.  A dire il vero lo studio viene fatto sulla base del prurito continuo  più significativo  per i problemi intestinali, specie se connesso alla mancanza di fiato  e alle convulsioni.

Dunque, si può dire che  Erode  secondo  i medici di università  americane, muore per una malattia cronica dei reni, complicata da una cancrena ai genitali?

Flavio afferma che, in questa condizione di salute,  Erode, avendo perso la speranza di guarire -aveva l’età di settanta anni- divenne selvaggiamente  imbestialito  e trattava tutti  in maniera incontrollata  con rabbia  e durezza, convinto di essere stato abbandonato da tutti  e che la nazione fosse lieta delle  sue sventure, specie quando alcune figure popolari gli si alzarono contro -Ibidem 148- 

Chi gli si alza contro?, professore

I farisei, già colpiti per non aver voluto giurare col popolo!.

I  farisei  predicano, in quei mesi invernali, a Gerusalemme – non si sa se ciò avviene per una qualche macchinazione di Antipatro e dei suoi amici asmonei,  concordata,  o per un debito di riconoscenza verso di lui, che ha certamente  ben meritato! –  che la malattia  del re  sia opera di Dio: anche Flavio pensa così – Ant. giud. XVII,168 e sg -, convinto che questa è la giusta punizione per la sua empietà!.

Secondo Flavio, a causa della terribile malattia/ nosooi khalephi  Guer. giud. 645-  il re si trattiene  dal punire la sorella – che fa le solite sceneggiate  di  battersi il petto, strapparsi i capelli ecc- –  per le insinuazioni, ritenute false, come le lettere di Antipatro che, alla fine, convocato per discolparsi, rimane  muto  e, pur restio a dire i nomi dei suoi complici,  rovescia infine tutta la  colpa sul solo Antifilo  (che era in Egitto, lontano!). Comunque, Erode  porta con sé il figlio, prigioniero,  a Gerico, e nomina Erode Antipa  reggente in Gerusalemme,  lasciando da parte Archelao e Filippo  Ant Giud. XVII,143.

Si conoscono i sintomi – non dissimili nelle due opere-  della malattia, che diventa sempre più acuta, pur controllata da dottori, che lo curano:  la febbre era leggera, e solo al tocco rivelava i sintomi  di una interna  infiammazione maligna;  il re aveva un bisogno assoluto di grattarsi  e non si poteva non assecondarlo;  aveva ulcerazioni  delle viscere e sofferenze intestinali particolarmente acute e suppurazioni ai piedi visibili. Soffriva di disturbi addominali  e le sue parti intime producevano vermi; avendo, inoltre, una grande difficoltà di respiro, a causa del dolore, emetteva un’ esalazione sgradevole del fiato e per l’affanno aveva una continua  e cospicua palpitazione; aveva,infine,   spasmi in  ogni parte, di una gravità insopportabile – ibidem,168/9-.Secondo Guer. giud.I,656.: aveva  una febbre non violenta, un prurito insopportabile  su tutta la pelle e continui dolori intestinali, gonfiori ai piedi come per idropisia, infiammazione all’addome, e cancrena dei genitali con formazione di vermi ed inoltre difficoltà  a respirare se non in posizione eretta  e spasmi  di tutte le membra. 

Lo scrittore aggiunge che,  anche se straziato dai dolori, nella speranza di guarire, si fidava dei medici e dei rimedi che suggerivano  e che mai ricusava. Perciò, passato il Giordano,  si bagnò nelle sorgenti calde di Calliroe, che sono anche acque potabili,  aventi  proprietà contro ogni male: sono  acque che sfociano nel lago Asfaltite (Mar Morto). Ibidem 171.

Esiste una scuola medica, anche in Iudaea, Professore? Non credo in Giudea ma altrove ci sono grandi  scuole. All’epoca sono due le maggiori n Oriente:  quella  di Pergamo che ha un grande Asclepeion, specializzato in elioterapia , thalassoterapia e in haloterapia, idroperapia,  oltre che  in cure  specifiche degli occhi, famoso nel II e III secolo d.C.,  e  quella di Alessandria, potenziata dal triumviro Antonio, a cui forse appartiene anche Antonio Musa, divenuto medico personale di Ottaviano, dopo Azio, che lo cura salvandogli la vita secondo  Cassio Dione. St.Rom.  LIII e ).Svetonio Augusto 59 ( Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapi statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio)

Erode, avendo rapporti con Cleopatra e con Antonio, sicuramente ha molti medici alessandrini, della famiglia Antonia!.

Sono questi medici  che fanno tentativi per curarlo come quello di immergere il suo corpo in una tinozza di olio caldo  per scaldarlo, tanto che  svenne, e  sembrava che fosse morto da far pensare al peggio agli astanti che  elevarono alte grida, prima di riaversi e di riprendersi.   Probabilmente, essendo a Gerico , ha molte di queste crisi  e in Gerico e nelle terme di  Callirhoe, durante l’invernata, prima di morire il 23 marzo del 4.a.C

E’ certa la data di morte?

No. Marco

E’ una mia personale supposizione in relazione a studi astronomici di scuole americane,  che hanno esaminato le  eclissi di luna  negli ultimi dieci anni prima della nascita di Cristo  – ce ne sono tre: una nel 5 a.C. una nel 4a.C e una nell’1 a.C.!- : sulla base di  teorie ottocentesche riprese da  E. Schuerer,  Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo (175 a.C.-135 d.C.)   I. II , edizione rivista, Brescia 1985-87 , scartando le ipotesi e  i calcoli di W.E. Filmer, The Chronology of the Reign  of Herod Great “J.Th.S.”XVI,1966  e di altri – grosso modo ,  mi sono orientato per la datazione verso la fine del mese  come fa G. Vitucci (La guerra giudaica, Mondadori 1974) che indica genericamente la morte del re in Aprile, poco prima di  Pasqua (XVII, 213), seguendo anche le precise indicazioni astronomiche  di G. Veneziano (Eclisse di Erode, XVII Seminario d’archeoastronomia, Osservatorio Astronomico, Genova 28-29 marzo 2015), che fissa l’eclissi nella notte del 12-13 Marzo e  la Pasqua il 12 Aprile.

Grazie  per la sua spiegazione circa la data di morte del re giudaico. Callirhoe, Professore,  all’epoca,  non è famosa come poi in epoca Flavia?

E’ meno famosa, ma già conosciuta. Penso che la cura di Erode  sia stata propagandata  e le acque,  essendo curative,  diventano famose in epoca tiberiana   e risultano frequentate  dai cives,  anche per bagni all’aria aperta,  se a Madaba (30 km da Callirhoe) nel pavimento della chiesa bizantina di  S. Giorgio,  c’è una mappa col nome della località termale, comunque,  mai ritrovata  esattamente  da archeologi: più di venti anni fa,  provenendo dal Monte Nebo, su indicazioni   di  padre Michele  Piccirillo, trovai  la Gola di  Zarca  Ma’in  e  stupito, ammirai, incantato, e fotografai  un  centinaio di rivoli di acqua più o meno grandi, formanti  cascate e cascatelle di acque caldissime  di varia altezza, nella  zona termale di Hammamat Ma’im, accanto ad altre calde, fredde e freddissime,   poi  fluenti a valle, verso il Mar Morto. Sembra, se ricordo bene,  che   Ain al Zara sia a circa un chilometro e mezzo  dalla gola, dello Zarka dove si  dovrebbe trovare il  sito  dell’antica Callirhoe.

Vogliamo riprendere il discorso su Antipatro ed Erode?   Subito.  Ti faccio, comunque, riflettere:  le notizie sulla salute di Erode, dopo ore o giorni, arrivano a Gerusalemme, deformate dalle dicerie  e spesso comunicate volutamente posticipate, come la morte. E’ un fattore importante  per la comprensione del testo!.Per questo  Flavio dice   che Erode,  in questa situazione,  essendo lontano a curarsi e avendo un giovane coregnante, certamente assistito dal suo consilium,  temendo tumulti  ad opera dei farisei, per la Pasqua imminente,  convinto che essi sono favorevoli a suo figlio, di cui  controlla le sue azioni, fa donativi ai soldati,concedendo  cinquanta dracme ad ogni soldato e considerevoli somme per gli ufficiali e gli amici.   Pagare profumatamente l’esercito è  garanzia di regno per un tiranno, come Erode vecchio  che,  sottoposto ai Romani deve ostentare i simboli del potere imperiale, pur temendo  il figlio e i farisei integralisti,  che ora predicano che Dio vuole la sua morte per la sua empietà, dopo l’anathema  di uomo di menzogna!.

Flavio aggiunge che  a Gerico  fu preso  da una nera melanconia/melaina te kholh, che lo inasprì contro tutti e  decise di fare un piano tale che la nazione intera lo piangesse, convinto che nessuno  desiderasse  che vivesse e che tutti  aspettassero  con gioia la sua morte-ibidem 173-.

Lei,  professore, parla del palazzo di Gerico,  asmoneo -di  cui  ci sono ancora resti-  in cui fu ucciso Aristobulo III, il sommo sacerdote  fratello di  Mariamne?

Si.  E’ da lì che Erode, malato, depresso,  governa.  E’ lì che  dà l’ordine di rinchiudere i protoi del suo regno nell’ippodromo, che ordina che suo figlio muoia, dopo l’incidente del suo suicidio, sventato,   e  che  comanda che siano uccisi i due maestri farisei, che hanno aizzato i giovani a togliere dal  tempio l’aquila romana, da lui fatta porre come segno della divinità di Roma  e di Augusto. Sono gli ultimi tre atti della vita di Erode, ma non  si riesce a  metterli in ordine in relazione  ai fatti, difficili da datare esattamente e  perfino da disporre secondo ordine in una precisa logica funzionale, temporale.

Flavio li scrive  in questo ordine da noi  segnalato; noi,  siamo incerti  sui tempi in cui  Erode, essendo a Gerico, entra in depressione acuta e non sappiano determinare i vari momenti.

Infatti scrive della stasis farisaica ibidem 149-167 :  erano Giuda  figlio di Sarifeo e Mattia di Margaloto molto istruiti /logiootatoi, esegeti delle leggi/ecshghtai vomoon, molto cari anche al popolo/kai dhmooi prosphileis, perché educavano alla musar i giovani/dià paideian  toon neooteroon (infatti  ogni giorno tutti  passavano la giornata con loro dai quali veniva coltivata la volontà pretenziosa  della ricerca della virtù/ oshmerai gar dihmereuon autois pantes  ois prospoihsis epethdeuto

Professore, lei ha parlato molte volte di questo fatto e dei  due maestri della  Legge  in Il martire giudaico ww.angelofilipponi.com ma io ho da chiedere su questo argomento molte spiegazioni e desidero conoscere bene il suo parere sul fenomeno  dei neooteroi  farisaici, collegati con quelli alessandrini, da decenni?.

Il termine  neooteros è comparativo di neos che ha tre significati di base: nuovo; insolito; giovane opposto a palaios;  Flavio lo usa  per indicare una corrente rivoluzionaria giovanile, che tende a novità politiche per mostrare l’integralismo religioso giudaico templare, fedelissimo alla tradizione dei padri  e specie alla legge  di Mosé, come pratica di vita, insegnata da maestri  di cultura mesopotamica, Musar, prescrittivi e  legalisti, allora ben collegati con quelli, seppure scismatici di Alessandria, nonostante la differenza ideologica  politica,  essendo gli uni  antiromani e filoromani gli altri, essendo ancorati al Tempio (la sede del Dio vivente ed unico di Israel) e  tesi all’autonomia nazionalistica i primi,  al cosmopolitismo imperiale i secondi.

Bene. professore,  il termine mi fa ricordare anche  i poetae  novi a Roma come Catullo,  Cinna , Calvo ed altri. C’è qualche attinenza ?

Marco,   a Roma  si tratta di un poetica letteraria e di poeti d’amore  giovani che subiscono l’influsso di Partenio di Nicea, che è un liberto del padre di Elvio Cinna e che hanno come modello di scrittura tecnica e di erudizione Callimaco,  e che, denigrati da Cicerone-  che li definisce cantores Euforionis,   cioè uomini che lodano e celebrano Euforione di Calcide per la ricercatezza di stile – come novi  si oppongono ai veteres poetae come Ennio, con un desiderio sotteso   di cambiare con lo stile  politico anche la pratica di vita.  La novitàs è letteraria  anche se  proclama di dovere  di operare solo su temi di argumenta levia, amorosi, e di  rifiutare quelli gravia, politici!  Comunque, non si può mettere in relazione chi muore per la  patria e per la Legge e chi si ribella ad una tradizione letteraria arcaica in nome di una ricerca di perfezione metrica e di stile elaborato e tecnico,  connesso con l’erudizione  alessandrina!. Non mi sembra opportuno continuare  a  parlare di una poetica letteraria spiccatamente amorosa, mentre siamo immersi in un problema religioso -politico, in cui il termine vale soprattutto fare una rivoluzione, in una società giudaica, aramaica di lingua, intollerante della romanitas, che considera cultura  solo lo studium della Bibbia e della Legge,  in un un rifiuto netto della stessa lingua greca, corruttrice della propria  purezza.   E tanto meno ora che  sto cercando di mettere ordine nelle varie sequenze della dihghsis narrativa di Flavio, essendo giunto all’ultimo decreto erodiano contro i farisei  e poi contro i giudei che non piangono per la sua morte.

Erode, vecchio e malato, si sente  solo di fronte alla morte, ancora convinto di essere  stato un grande re,  e crede di aver diritto  ad un corale  lamento funebre.Nella sua mente svanita,  rimasta, comunque,  megalomene,  convoca come sua estrema volontà i protoi ths basileias  e li raduna  nell’ippodromo  dando  a Salome ed Alexas  l’ordine di ucciderli: il popolo, suo nemico, costretto a piangere i propri  morti,  piangerà, così,  la sua morte!

 Ho capito, Professore, e  ringrazio per la breve trattazione sui neoteroi, Mi dica ora  cosa succede  ai farisei rivoltosi: non la disturbo  nel suo  prefissato lavoro!.

Marco, non ti offendere!.  Non mi ha dato fastidio  parlarti  dei neoteroi latini! Comunque,  io seguito nel lavoro.

I  due maestri, dunque, Marco,  conosciuta la malattia di Erode, inguaribile, saputo della sua falsa morte, sollevarono la gioventù affermando che si potevano  distruggere le opere  che il re aveva edificato  contro le leggi dei padri,  ed ottenere così dalla Legge le ricompense delle loro opere. – ibidem 150-.

Essi esortano i giovani ad essere audaci perché Dio è con loro in quanto Erode è  sotto anathema  e quindi destinato a  subire  la vendetta di Dio, meritata  per le sue opere  del  tutto contrarie alla Legge.

Non ci sono cenni   ad Antipatro,  ma è sotteso che l’azione farisaica  è congiunta con quella dei  seguaci di Antipatro e Ferora e delle loro donne farisaiche idumee ed asmonee, convinti  della fine  della basileia erodiana romana  e dell’ avvento di un regno nuovo!.

I due accusano il re di aver posto sulla porta maggiore del Tempio  una grande aquila d’oro di notevole valore. -ibidem151-: per loro Erode, spergiuro e bugiardo, ha tradito la torah  con l’elevazione   del simbolo della potenza romana, come manifestazione del potere  diretto imperiale  sul tempio e come diritto alla  partecipazione agli utili  del gazophulakion/ il tesoro templare,  ben conscio di profanare tutta l’ area sacra di  Sion, dove c’è il  respiro di JHWH: nessuno può innalzare  simulacri o immagini viventi di qualsiasi creatura nel tempio di Dio! Di conseguenza, secondo Flavio-  ibidem152 –quei maestri ordinarono  di gettare giù l’aquila,  anche se, così facendo,  avrebbero messo gli altri in pericolo di morte, perché bisognava  preservare il proprio sistema di vita, tramandato dai padri a prezzo della loro vita . Era molto più vantaggioso morire che  amare la vita  in modo da guadagnare la gloria per sé, in quanto sarebbero poi stai lodati ed  avrebbero lasciato un ricordo  imperituro del loro  sacrificio  alle generazioni future.

I due dicono che questo è ora il loro destino: la morte! essa  è molto più bella e gloriosa, se corriamo dietro ai pericoli per uomini e donne, figli parenti ed amici  per una nobile causa! Il fatto sembra avvenire a mezzogiorno, di un giorno imprecisato dei primi di  marzo, quando serpeggia  tra la folla la notizia della morte di Erode. Secondo Flavio, allora, i giovani  salirono sul tetto del tempio, gettarono giù l’aquila e la frantumarono con le asce, davanti alla folla radunata di fronte al  tempio, probabilmente nell’atrio dei gentili,  gremito e da gerosolomitani e da ebrei di Iudaea, di  Galilea e Perea  e di molti csenoi   giudei ellenistici e parthici, già giunti per la festività imminente della Pasqua, come sfida a Roma e all’imperatore.

Professore, il tempio non ha  uno strategos con militari, oltre a  un tamias e ad un archiereus, che può impedire  l’azione eversiva e  la rivolta popolare?

E’ una stasis in atto con volontà di un cambiamento totale  sia contro Erode che contro i romani e probabilmente  i funzionari del tempio sono fermi perché solidali con i giovani, destinati al martirio, noti, essendo coinvolti anche loro nell’impresa, specie dopo la  (falsa) notizia della morte  di Erode.

Oltre ai funzionari del tempio c’è la guarnigione romana della torre Antonia- che è attiva forse  anche sotto Erode, il quale ha  anche un nutrito esercito di Sebasteni in Samaria, che convivono con contingenti romani specie a Cesarea Marittima-  con tutte forze che ora sono coordinate dal giovane Erode Antipa, il quale, però, può  agire, dietro  autorizzazione  del padre, che è a Gerico, e dei romani subordinati all’ epitropos  di Siria, lontano!.

Secondo Flavio,ibidem 156  l’ufficiale del  re,  al quale questo fu riferito,  pensando che ci fosse implicato  qualcosa di più serio  di quanto era stato fatto, salì con forze sufficienti  per affrontare la folla di persone  intente ad abbattere l’immagine,  quella che era stata  innalzata.

A  mio parere, Marco,  probabilmente i romani della torre Antonia con i sebasteni associati  non  si muovono perché  è proprio dello strategos il compito della salvaguardia del Tempio,  poi dei soldati regi: questa incertezza  dà  al  popolo il tempo di completare la sua azione distruttiva dell’aquiIa. L’ufficiale – forse inviato da Erode Antipa, che ha dovuto informare Erode ed avere la risposta prima di agire-   fa un intervento tardivo ma efficace! Flavio scrive:  comunque,  si gettò su di loro  diversamente da come si suole fare con la folla, in quanto considerava il gesto audace proprio di un folle capriccio e marciò contro  tutti gli astanti,  compresi i  giudei stranieri  e giovani rivoluzionari, facendo l’irruzione senza pensare ad una via di uscita.

Per Flavio- un sacerdote ma anche  militare (ricordati che fu inviato in Galilea come governatore prima dell’arrivo di Vespasiano!)-l’impresa, rischiosa ed imprudente , comunque, raggiunge l’obiettivo di sedare la rivolta e non farla  degenerare. Infatti  furono  presi non meno di 40 giovani, che avevano aspettato il suo attacco  con coraggio,  mentre il  resto della  moltitudine  fuggì… Catturò Giuda e Mattia, i due istigatori dell’impresa temeraria, i maestri che insegnavano che fuggire era azione ingloriosa.

Fatto questo, l’ufficiale porta i due dal re – cioè dal coregnante   Erode Antipa-   che chiede la ragione della  temeraria azione  ed ha  la seguente risposta:  i pensieri da noi avuti e le  imprese da noi  compiute sono proprie di una virtù eccellente umana/ met’areths andrasi prepoodestaths,  voluta da Dio,  che ha insegnato, tramite Mosè  che  obbedire alla legge è dovere sacro e venerando. Il carattere sacro e patriottico e la volontà di martirio sono  chiari in questa affermazione finale, unanime: noi sosterremo la morte  con gioia  e qualsiasi altra pena  tu vorrai infliggerci, coscienti  che la morte  non cammina con noi per qualche nostro misfatto, ma con  la nostra pia devozione -Ibidem 159-.

Erode Antipa ordina  che tutti i prigionieri siano condotti da suo padre a Gerico, legati!

Erode  li riceve e convoca gli ufficiali giudei al completo nell’anfiteatro, dove è portato con una lettiga, in quanto non si può muovere, mentre vengono condotti anche i prigionieri e i due maestri e forse anche Antipatro.

Erode ha un carattere teatrale e cerca lo spectaculum  grandioso, ama la folla  e il plauso popolare come un attore, desideroso di mostrare il meglio di sé in ogni occasione, megalomane nella sceneggiata,  desideroso  di dimostrare il suo ben regnare, da filoromano, antiasmoneo,  di fronte all’esercito  schierato e davanti ai suoi avversari politici.

Secondo Flavio – ibidem 161- il re iniziò a narrare  tutti gli sforzi compiuti a favore  di loro  e parlò  delle grandi spese, sostenute  per la costruzione del tempio, mentre gli asmonei non erano stati capaci di costruire qualcosa di così grande  per l’onore di Dio nei 125 anni  del  loro regno ed aggiunse che aveva  ornato il tempio di offerte di grande valore,  in quanto nutriva speranza  che anche, dopo morto,  avrebbe lasciato una buona memoria di sé  e un nome illustre.

E’ possibile che Erode voglia mostrare davanti al popolo, all’esercito e ai farisei,  la giustizia della sua  buona condotta,  da filoromano ed evidenziare l’ottusità farisaica antiromana, rovesciando i valori in una  condanna dell’integralismo  nazionalistico patriottico aramaico e in un’esaltazione del Cosmopolitismo romano?

Marco, qualcosa del genere sembra  che, in modo sotteso,  sia detto!

Leggiamo insieme il pensiero di Flavio,  che tiene presente che Erode si sente offeso dalla stasis dei farisei, fatta in pieno giorno, e davanti ai giudei provenienti da ogni parte del  mondo, perché ritiene che il suo nome di philhllen sia così infangato, in quanto è stata oltraggiata la sua opera, emblema del potere di Roma e di Augusto.

Professore, il sacerdote Giuseppe ben Mattatia, prigioniero ad Iotapata, divenuto civis e storico ufficiale  di Vespasiano, un traditore del giudaismo,  è forse  più vicino al pensiero di Erode che a quello farisaico, anche in Antichità Giudaiche, con tutte  le sue contraddizioni?

Marco, mi sembra che  ti avvicini al mio stesso pensiero e rilevi  una logica erodiana  di repressione del  neoterismo rivoluzionario, necessaria in quel momento, come forse vede lo storico nel suo tempo.

infatti Flavio dice:  essi (popolo ed esercito) temendo  la sua crudeltà,  paurosi che la sua collera si inasprisse  contro le loro persone  e li punisse, protestarono  che queste azioni erano avvenute senza la loro approvazione  e ritenevano che gli esecutori non dovevano rimanere impuniti – Ibidem 164-.Flavio informa che Erode, contento che gli sono favorevoli i militari  ( e il popolo), depone il sommo sacerdote  Mattia dal suo ufficio sacerdotale per non aver impedito l’azione  sacrilega dei farisei, ritenendolo corresponsabile dell’accaduto   lo  sostituisce con Iozar, fratello della moglie, dopo aver preso un duro provvedimento verso l’altro Mattia quello che sollevò la sedizione.

 Secondo Antichità giudaiche, ibidem 167:  lo bruciò vivo insieme ad alcuni suoi seguaci  e la stessa notte ci fu un eclissi di luna / H selhnh de thi authi nukti ecselipen 

Flavio, in Guerra giudaica -ibidem 655 – invece,  mostra i giovani intrepidi che rispondono di avere fatto ciò per ordine della Legge  (e non di persone), accusati dal re come sacrileghi ed empi  e puniti  col consenso del  popolo, che teme  un allargamento dell’inquisizione, senza accennare all’eclissi di luna. Infatti  si legge: quelli che si erano calati giù con le corde  li fece bruciare vivi  insieme coi dottori e consegnò gli altri arrestati  agli addetti all’esecuzione.

Ha importanza il dato dell’eclissi di luna?

Per me, storico, che sono alla ricerca di una datazione certa sulla morte di Erode, per molte ragioni diventa basilare, come la cometa per la nascita di Gesù, di qualche anno prima: tre dati certi  (eclissi  12-13 marzo, morte di Antipatro 18 marzo e Pasqua 12 Aprile) mi permettono di fare una indubbia  argomentazione sul problema, autorizzandomi a  giostrare su vari campi.

Allora possiamo procedere per comprendere  come Erode arrivi alla condanna a morte del figlio?

Marco, sembra che  ad Erode  giunga il 18 marzo la notizia di una lettera di Augusto,  che lo avverte di aver punito Acme  per aver aiutato Antipatro nelle sue azioni criminali e che gli concede ampia libertà di azione sul figlio: a sua discrezione il re può agire con potestas regia e paterna contro Antipatro e può, a suo arbitrio, esiliarlo o ucciderlo.

Alla notizia Erode si rallegra  e sembra tirarsi su dalla depressione..

Da Antichità Giudaiche -ibidem  184-  si sa  che è servito regolarmente dalla servitù, che, vedendolo non agitato, nonostante il riacutizzarsi dei dolori addominali,  accondiscende a dare il coltello per il taglio della mela consueta, a pezzettini,  Allora Erode, quando ebbe il coltello, si guardò intorno con l’intenzione di uccidersi  e l’avrebbe fatto  se il cugino Achiab non gli avesse trattenuto la mano destra. Achiab elevò un grido, il cui suono di lamento riempi il palazzo e ci fu una costernazione grande, come se il re fosse morto!-ibidem-

Professore, lei ritiene importante anche questo fatto, avendo ragioni  solo per una definizione temporale ma anche, date le discrepanze e le contraddizioni testuali, per la precisazione dei fatti  e della loro durata.

Certo. I farisei possono aver compiuto il gesto  provocatorio dell’abbattimento dell’aquila  in pieno giorno suscitando la   stasis/rivolta  in armonia col loro pensiero politico  e socio-religioso, antiromano – come vendetta  della  precedente strage fatta da Erode  e  del  pagamento pecuniario  con l’aiuto della famiglia di Ferora  (e di Antipatro!? ) antierodiano ed  antiromano, subito dopo  qualche giorno  della  partenza di Erode per Gerico col figlio prigioniero -( almeno una decina di giorni  prima della notte 12-13 Marzo, data  dell’eclissi di luna del 4 a.C. per gli istituti americani astronomici).

I  Farisei,  professore, dopo la notizia  dell’imprigionamento  di Antipatro   e del suo trasferimento a Gerico potrebbero aver iniziato le riunioni coi giovani neoteropoioi  e stasipoioi  e le contestazioni  davanti al tempio, come prove, anche  in presenza dei militari di servizio, prima di  fare l’impresa antiromana?.

Marco, a questo  ovvio ragionamento aggiungo che l’ambasceria erodiana possa aver fatto un rapido viaggio e anche il corriere possa essere  stato veloce. Si è nella norma di una mesata circa.  Si sa che si può  arrivare a Roma  con nave in una ventina di giorni e che un tabellarius, informato tramite specchi e segnali di fumo, può percorrere  con meno giorni  la stessa distanza, magari, partendo dall’Acaia.  Non si sbaglia di molto se pensiamo che la  stasis  avvenga ai primi di  marzo, calcolando i tempi della partenza dell’ambasceria  da  Cesarea  prima della metà di Febbraio  e del ritorno di un corriere ( o di un piccione!) con le risposte di Augusto. 

 Bene professore. Quindi, il suicidio, non riuscito,  si potrebbe datare il giorno 18 marzo, qualche giorno dopo la  sfilata dei prigionieri davanti al popolo e all’esercito  nell’anfiteatro di Gerico, avvenuta dopo  l’abbattimento dell’aquila,   la cattura  dei stasipoioi e il loro trasporto da Gerusalemme a Gerico  per comparire davanti al re!

Ma cosa fa Antipatro, per essere condannato a morte, quando è ancora prigioniero?

Antipatro,  informatosi dell’ accaduto, probabilmente gioisce per la morte del padre  e crede giunto il giorno sospirato dell’inizio del suo regno! si lascia prendere dall’euforia e dall’entusiasmo  e comincia  a parlare da re!

Il figlio è  incauto a volere assumere il potere nel palazzo, nonostante la consapevolezza della fedeltà delle guardie del corpo del padre, ben pagate, non facili ad essere  comprate con promesse di futuri doni!.

Flavio –Ibidem 153-54 – scrive:  Antipatro, credendo che la vita di suo padre era realmente alla fine, cominciò ad assumere un tono e un  fare imperioso come se fosse sicuro e libero  da qualsiasi legame  e potesse prendere il trono, senza contrasto: prese  a trattare  la questione della sua liberazione, promettendo ricche ricompense  per il presente e per il futuro come se per lui ormai fosse giunto il tempo della successione.

Antipatro, forse riesce a corrompere qualche guardia  e  si comporta come diadokos, ma il carceriere secondo Flavio. non solo rifiutò di assecondare Antipatro, ma manifestò le sue intenzioni al re, aggiungendo   molti particolari di sua iniziativa.

Secondo Flavio- ibidem 187-   Saputo questo,  il re gridò, picchiò la testa sebbene fosse sul punto di morte,  si alzò sulle braccia,  chiamò una delle guardie del corpo e gli ordinò di andare senza indugio ad uccidere Antipatro e, subito, a seppellirlo in Hircania, senza alcuna cerimonia!.

Possibile che un semplice carceriere, anche se ben pagato  non accetti  le condizioni di un uomo come Antipatro?

Il carceriere  è lo stesso  Achiab, cugino del re (forse nipote!)  un militare familiare, o hgemoon  ( Guerra Giudaica, I,663) un uomo di massima fiducia e confidenza, il comandante delle  guardie  del corpo, fedelissimo ad Erode  e ai romani, come poi dimostra in seguito, anche con Archelao: lui, salvando il re,  ed aizzandolo in quel particolare momento è persona certamente ostile al figlio di Doris, di cui  determina la morte. Peccato che non si conoscano le ragioni di una feroce  avversione  tra i due!: sarebbe bastato poco per favorire  Antipatro, risultando ormai spacciato Erode! Penso, Marco, a Tiberio in fine di vita,  sempre collassato, capace, comunque,  di riaprire per qualche istante gli occhi e di comandare, nel marzo del 37 d.C.alla presenza di Macrone e di Gaio Cesare Caligola!Il capo pretoriano abbandona il sole che tramonta e sceglie il sole che sorge!

Caligola è fortunato,  Antipatro no!

La notizia della  morte di Antipatro  e del trasporto della salma ad Hircania-  Kirbet Mird, ad oriente di Gerusalemme, confonde gli animi di cortigiani di Gerusalemme, in attesa della morte di Erode, e  si propaga  davanti al tempio, dove ancora qualche maestro arringa le folle per prepararsi coi propri discepoli  ad una nuova stasis contro Erode nel periodo pasquale,.

Non solo i farisei ma anche altri, asmonei  e popolo , per commemorare il loro protettore Antipatro e vendicare  Giuda e Mattia,  si agitano davanti al tempio!.

Dunque, professore  dopo la morte di Antipatro, essendo già vicina la Pasqua,  Erode,  avendo meditato  una sua personale vendetta contro il  popolo infedele,  avendo già convocato con un decreto ogni capofamiglia della nazione giudaica del suo regno,  li fa radunare dal suo esercito, in attesa delle sue estreme volontà,  nell’ippodromo di Gerico? .

Si. E’ questo l’ultimo atto ufficiale/prostagma , dopo quello del cambio di testamento (modificò di nuovo il suo testamento nominando successore Archelao, il più grande dei figli,  che era fratello di Antipa  che nominò tetrarca-Ibidem  66-. E’  l’epilogo,il suggello  della  sua senile  mente malata e megalomene!

Prima di leggere insieme Flavio –  Antic.Giud. XVII 174-181, devo dirti che  per la realizzazione del  piano, ha bisogno della collaborazione di Salome  e di Alexas, chiamati a Gerico per comunicare che tra breve  sarebbe morto poiché le pene e il dolore lo affliggevano in ogni parte del corpo.

Leggiamo attentamente : i giudei si recarono da lui da ogni parte  del regno perché era stata convocata la nazione intera/pantos tou ethnous  e tutti avevano obbedito a questo ordine poiché altrimenti sarebbero stati uccisi in caso di inadempienza del decreto scritto; il re, furioso in egual modo con tutti, innocenti e colpevoli, li fece rinchiudere tutti nell’ippodromo -ibidem 174-

Probabilmente ha già convinto la coppia malefica (la sorella e il figlio di Alexas- il nemico di Ottaviano, ucciso  da lui, omonimo-) ad adottare quel piano folle, con pianti e promesse, a fargli un funerale quale non ebbe mai nessun re. (vi sarebbe stato cordoglio  per tutta la nazione, corrispondente al lamento che veramente si sprigionava dall’animo e dal cuore, non una presa in giro, non un contegno irriverente verso di lui!) ibidem 177.

Erode, in lacrime, li  aveva implorati di agire secondo le sue disposizioni, si appellava  all’amore della famiglia  e alla  fede in Dio. Ed essi  si presero l’incarico di non lasciarlo privo di onore e promisero di non lasciare inattesi i suoi voleri. ibidem 179 

Per lui era penoso andarsene  senza lamentazioni  e compianto degni della morte di un re! 175

E’ un ordine di uno che delira, moribondo!

Seguitiamo a leggere: quando si sarebbero accorti  del suo ultimo respiro, avrebbero dovuto far circondare l’ippodromo di soldati, ignari della sua morte (infatti  non si doveva rendere pubblica prima di ordinare di abbattere  tutti quelli che vi erano dentro); se così avessero fatto,  lui sarebbe stato felice per due motivi, uno  che le sue istruzioni erano state eseguite, l’altro  che era stato onorato in punto di morte con un cordoglio pubblico!

Un progetto folle,  fatto da chi non ha avuto un corso di vita naturale ed umano, ma è stato un superuomo, sovrumano, anche se dice che la morte è in se sopportabile e sperimentabile  da tutti, anche da re, una livellatrice inesorabile !

Professore, fa un commento Flavio,  come sacerdote come asmoneo e come militare?

Ecco il suo commento finale. A te il  giudizio!

Questa conclusione è inevitabile se,  al momento di lasciare questo mondo, si prese cura / eikhen pronoian/ di abbandonare la nazione tutta intera ,  in uno stato di completo cordoglio per la perdita dei propri cari, dando l’ordine di eliminare un membro per ogni famiglia, che pur non aveva fatto alcun male, né recato alcuna offesa, né  era accusato di nessun crimine! In un istante come quello della morte, anche l’uomo che non ha alcun amore per la virtù, dimentica ogni odio anche per quelli, che  sono davvero nemici.

Erode! Una bestiaccia! anche per Flavio!  professore.

Flavio in Antichità giudaiche, -ibidem 192 -chiudendo, scrive: fu uomo egualmente crudele verso tutti, facile all’ira,  incurante della giustizia., favorito dalla fortuna  più di ogni altro uomo: da privato divenne re  passando per ogni sorta di pericoli, superandoli tutti e visse fino ad età avanzata.

Anche se  Flavio lo considera fortunato eutukhs come  soggetto politico e come re cliente di  Cassio,  di Antonio ed infine di Ottaviano, come vir favorito dai romani tanto da diventare il terzo  uomo dell’imperium dopo Augusto e Marco Agrippa, osannato dai greci e dagli ellenisti come presidente dei giochi olimpici da lui ripristinati, celebrato per le sue costruzioni  monumentali e specialmente per la ristrutturazione di tutta l’area templare e del tempio stesso- una opera magnifica-  lo giudica  atukestaton  in famiglia (Guerra Giud, 666),  panu dustukhhs,(Ant.Giud. XVII,192)  in quanto non pianto, né compianto dalla famiglia ed esecrato dall’intera nazione, che lo valuta secondo il pensiero morale farisaico: uomo di menzogna, contrario alla virtù e alla Legge, filoromano corrotto dalla Romanitas  anche nei costumi, non certamente  giudeo, ma solo  mezzo idumeo e nabateo!

Professore, non mi ha detto, però,  se Salome ed Alexas mantengono la promessa ad Erode morente?

No. Non la mantengono. Non hanno il coraggio di eseguire la volontà del re! La strage avrebbe avuto ripercussioni  pericolose a Roma e a Gerusalemme dove la stasis già è pronta per la Pasqua.

I due neanche la morte di  Erode manifestano al popolo e si presentano all’ippodromo  dicendo che il re ha deciso di liberare i prigionieri e di rimandarli  a casa, poi convocano un’assemblea/ecclesia  con alcuni popolari  e coi capi dell’esercito nell’anfiteatro di Gerico.

Qui, data la notizia ufficiale della  morte del re, secondo Flavio Guerra giud.I,667, Tolomeo – al quale era stato affidato l’anello col sigillo – glorificò il re, rivolse un’esortazione al popolo e lesse la lettera  lasciata da Erode  in cui  invitava insistentemente alla fedeltà verso il successore. Dopo la lettera  aprì e lesse i codicilli,  in cui Filippo era nominato tetrarca  della Traconitide  e delle terre confinanti, Antipa tetrarca di Galilea e Perea  ed Archelao re.

Bene. Grazie. Professore.

Possiamo  per  una valutazione generale di Erode mantenere il giudizio da lei dato anni fa, in Erode il Grande filelleno, www.angelofilipponi.com?

Marco, penso che, dopo aver scritto Antipatro, padre di Erode, Erode basileus, Alessandra la suocera di Erode, Archelao  figlio di Erode, il falso Alessandro ed Augusto, Antipatro e i figli innocenti di Mariamne e La morte degli “innocenti” ed il “regno” Antipatro, posso mantenere lo stesso giudizio su Erode, un mezzo idumeo-nabateo, civis ioulios ben integrato nel kosmos romano-ellenistico, un uomo katholikos, un grande re e abile statista a lungo, distrutto alla fine dalla famiglia, dalla malattia e dalla vecchiaia, un  militare celebrato dai giovani  giudei ellenisti, un  dioikeths,   methorios e liberale, un amante di Roma, dell’imperium,  della paideia romano-ellenistica, un magnifico costruttore, capace di rivaleggiare con Marco Agrippa e con Augusto- che hanno mezzi infinitamente superiori-    grazie alle tecniche dei qainiti giudaici.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

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Una rilettura di Considerazioni dell’opera di Benedetto XVI

Viventes ad amandum, ad utendum res sunt; nos, contra, viventibus utimur, amamus res!

I viventi esistono per essere amati, le cose per essere utilizzate; noi, invece,  ci serviamo dei  viventi  ed amiamo le cose!.

 

Perché non rileggere quanto scritto da Angelo Filipponi in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI?

Potrebbe venire fuori un nuovo logos, storico, umano, espressione concreta, paradigmatica, di una metodologia  anthropica,  opposta a quella utilitaristica mitica,  di una tradizione ebraico- cristiana elitaria!

E’ un modo nuovo di ragionare con un nuovo sistema di misura in relazione ad una  nuova concezione di uomo, di creatura, vivente, in modo paritario, il suo destino, là dove la sorte lo pone  in mezzo ad altri esseri animati ed inanimati, con  cui stabilisce proficui reciproci rapporti di convivenza, secondo criteri integrativi naturali e razionali prima, religiosi, poi!

Per me, professore, come per i miei amici e compagni di classe, il suo pensiero risulta una nuova logica,  che mi ha orientato nel corso della vita, come dice Giovanni in Caro  professore www.angelofilipponi,com che parla di cambiamento di vita.

Marco, non so  se è proprio così !I mio pensiero solo forse per alcuni è utile, mentre per altri non è servito a niente! Non è detto che ciò che giova a te, come medicina, sia utile ad un altro, a cui potrebbe essere veleno; c’è una immensa varietà  nella galassia altro! Siamo tutti uomini eguali ma differenti per genetica, che ci differenziamo anche per educazione iniziale, conforme al contesto, e per sorte, avendo diversa libertà naturale e socio-economica, in relazione alle opportunità ambientali. A me risulta solo  un lavoro serio di un cristiano occidentale, di cultura romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale,illuministico e positivista, laico,  che ricerca la Storia  e la fa,  anche sulla figura di Gesù Christos, studiata e dimostrata come  persona umana mitica, poi divenuta teologica, romana,  clericale guida assoluta egemonica, propria di un theos vivente, eterno nomos empsuchos, non certamente fraterna  creatura vivente!. Per me  come ho  già scritto in Gesù, l’ebreo di Galilea vivere  è stato lavorare  e fisicamente e  spiritualmente distaccandomi dagli altri, per capire qualcosa e poi orientare gli altri, senza imposizione, lasciando libero  ognuno  nel fare  il proprio iter  secondo  natura e ragione.

Io, professore,  ho trascritto  quanto lei ha detto in  Gesù l’ebreo di Galilea: Non ho avuto mai, se non da ragazzo, come interlocutore un tuttologo:  amo fare,  parlo poco e solo se è necessario. Non ho voluto ciarlatani accanto, preferendo lavorare con operai e sudare con loro in operazioni costruttive. Per tutta la vita ho scelto uomini che lavorano e che studiano,  scienziati, ricercatori, tecnici ed  operai con cui parlare concretamente di problemi veri per fare una reale situazione e cercare una soluzione. Comunicare per me è  fare un dono scambievole di qualcosa ad uno, paritario, e perciò dire è funzionale a qualcosa, per  manifestare concretamente il proprio pensiero e confrontarlo con quello altrui, così da trovare un modo per conciliare ed arrivare ad una soluzione concreta. In caso di incapacità realizzativa da entrambi le parti, si riconosce il proprio  limite e si ride  insieme delle proprie idiozie e della propria debolezza, constatata in situazione reale. Se non si ha forza di operare insieme, costruttivamente, non  servendo la tautologia, è preferibile fare lo scemo, presentando una faccia da ebete ed andare per la propria strada. Per anni, perciò, avendo distinto illuministicamente  tra dire e parlare ed  avendo  pensato che è meglio stare zitti, anche se tutti vogliono parlare, ho taciuto lavorando da solo e come studioso e come artigiano, alternando  le attività nel corso della giornata. Siccome non è stato  sufficiente il silenzio, sono stato costretto ad  operare scrivendo  e  a mostrare  il frutto concreto come risultanza operativa in modo paradigmatico (Cfr. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995). Comunque, in casi estremi, nel corso di 45 anni di  ricerca,  è stato  necessario tenersi lontano dagli altri,  ritirarsi in meditazione, in solitudine, in un lavoro costruttivo di manovalanza. Il silenzio allora può diventare, nell’assurdità del parlare altrui, specie politico e sacerdotale,  un discorso eloquente  e razionale, un esempio operativo eclatante, un metodo.  Comunque, sono sempre fuggito da chi crede di sapere ogni cosa e pensa di poter arrivare razionalmente a soluzioni e a chiudere dogmaticamente, in un netto rifiuto della predica. Non ho, dunque, seguito le persone che sanno ogni cosa e che creano percorsi o vie,  convinti di avere conoscenze, di saper dire la parola definitiva o di poter parlare di tutto a tutti e di fare, caso mai, spettacolo. La parola di Gesù mi ha sempre affascinato, fin da bambino e perciò ben presto ho cercato i logia del signore  in aramaico, ma ho amato anche quelli greci, anche se tradotti, più di quelli latini, data l’equivocità della romanitas christiana

Lei, professore, perciò, dopo avere rilevato l’assenza della Historia in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI e  in Storia o teologia, evidenzia  ora la necessitas di dover formare l’uomo, solo su un piano umano e non teologico al fine di creare  un anthropos in senso naturale e razionale in modo da orientarlo ad esistere come  essere,  eguale ad ogni altra creatura,  senza privilegi, nel pianeta Terra, un piccolo kosmos  del sistema solare, un pulviscolo nei confronti delle Galassie astrali! Per me è  giusto che  lei  affermi  che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima,  e poi ad essere cristiano e che il tempo di formazione umana deve precedere quello di formazione religiosa (buddista , cristiana, islamica ecc): io anzi  ritengo vero  che le nostre turbe, le nostre  fobie, i  nostri  squilibri  e stati ansiosi  derivino da una educazione sincretistica  in cui si fonde storia con Muthos,  muthos con storia,  il sistema uomo con quello cristiano ed infine mi sembra che lei, laico, pur nel massimo rispetto della  funzione universale papale  a papa Benedetto XVI, umilmente, avrebbe voluto dire, negli anni del  suo pontificato, che ritrovare Gesù ebreo di Galilea  significa ritrovare l’uomo  al di là della religione, capace davvero di essere divino nel  fare quanto dice, nel realizzare conformemente  quanto pensa ( cfr. Idea di un Jesus of culture www.angelofilipponi.com) in un contesto geografico non più romano-ellenistico,  ma universale, non più  secondo una metretica platonico- aristotelica, ma  secondo canoni  scientifico-astrofisici nuovi, dove neanche è pensabile la figura di un  Unico Redentore universale! Ed ora credo che lei a lui, emerito papa Ratzinger, non al suo successore, indifferente ai problemi religiosi, spirituali, totalmente immerso nell’apparato finanziario economico temporale, e in quello socio-politico, avrebbe voluto  mostrare, per un altro orientamento, le risultanze di una ricerca  storica, non certamente conclusa, sicuramente piena di errori, ma  ben ancorata nella Storia Giudaica,  giudaico-romana, romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale, secondo nuovi orizzonti naturali ed astrofisici,  in un’etica più ampia ed universalistica, veramente antropica!.

Grazie, Marco. Forse vai oltre il mio stesso pensiero! Comunque, insieme rileggiamo Le considerazioni e Storia o teologia!