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Theophàno la bizantina

Theophàno la bizantina, machomene/combattente, imperatrice del Sacro Romano Impero Germanico in quanto moglie di Ottone II, è riconosciuta come l’artefice della Renovatio Imperii,  il sogno di suo figlio Ottone III e di  Silvestro II(940-1003).

Al di là del contributo politico di Gelberto d’ Aurillac/ Silvestro II, Teophàno  è donna energica,  che sa usare le lingue classiche  latino-greco, oltre che germanico e franco, e  combattere,  virilmente, universalmente nota  dopo la morte del marito,  come Basileus/rex  e come  Autokrator/Augustus.

La bizantina  è convinta di essere  la legittima erede di Roma Imperiale – nonostante la presenza araba nel Mediterraneo e  quella barbarica  tra il sacro impero romano germanico e quello bizantino – e perciò si  firma  Theophanius, gratia divina, imperator, Augustus.

Si firma così Theophàno nel 990, in un suo atto imperiale, come un maschio,  pur vivendo in una società di militari germanici, maschilisti, ignoranti ed analfabeti.

Nonno, io leggo nel libro di storia  che il suo nome è Teofane e non so neanche dove  devo mettere l’accento?

Mattia,  Teophàne è un nome maschile,  portato anche da santi cristiani cattolici, mentre Teophàno /Theophània è nome femminile, derivato  dalla nonna, moglie dell’imperatore Niceforo II.

Mi racconti la sua storia, Nonno, da quando arriva in ItaIia?

Certo.

Theofano, nata a Bisanzio nel 958  da Giovanni  Skleros (parente del Basileus regnante, Giovanni Zimisce ) e da Sophia Foca (figlia del predecessore Niceforo II), quattordicenne sbarca in Puglia, dopo un viaggio fortunato, sotto la protezione di S. Niccolò di Mira, le cui spoglie mortali sono state già trasferite a Bari, con una dote  regale, per il diciassettenne Ottone II  imperatore di Germania, insignito anche del titolo di Signore  dei themi di Puglia e Calabria, nel 972.

Cosa porta come dote, nonno? e cosa vuol dire Themi?

Nel passato, ogni donna, a seconda della ricchezza familiare, portava abiti,  oggetti preziosi,  terre  e  denaro al proprio marito, che rimanevano patrimonio personale in quanto dote, che, per legge era quanto era necessario per vivere secondo il  proprio rango, dato dal padre, dopo il contratto matrimoniale, stipulato.  La dote di Theophano è quella di una regina.

Centinaia di carri, scortati da soldati, con cui la basilissa ama addestrarsi militarmente ogni giorno nelle pause del viaggio: oltre al vestiario personale, di seta,  Theofano  porta  ad Ottone carri pieni  di madreperle, di pietre preziose, di ebano, di oro,d’argento e  di bronzo, che formano una carovana,  seguita da militari, dignitari di corte, pedagoghi, maestri di cerimoniale, da dame e damigelle, protetti da ippeis /cavalieri, mentre il popolo  fa ala per chilometri, finché il corteo non giunge a Roma.

Il thema, Mattia,  è una circoscrizione amministrativa  voluta, sembra da Eraclio I (610-641)  sia in Oriente che nell’Italia Meridionale  e poi fissata definitivamente da Costante II (641-668) in tutto l’Occidente bizantino, compresa l’ Africa.

Theophano, giunta a Roma, dopo 15 di giorni dallo sbarco, si incontra con Ottone II, diciassettenne, arrivato con le sue truppe germaniche.

Posso andare avanti? Mi segui bene?

Si, Nonno.

Dopo l’accoglienza trionfale popolare dei Romani,  il  papa Giovanni XIII  prima celebra il matrimonio  poi  l’incoronazione imperiale.

L’ avvenimento  viene propagandato  in Germania e in Oriente perché si  pensa così di ricostituire  e di rinnovare l’Antico Impero Romano, in modo unitario, senza più la suddivisione in  pars occidentalis et pars orientalis, anche se Ottone II  e  Giovanni Zimisce  regnano in modo autonomo  nella loro specifica sfera come sovrani fratres/adelphoi/fratelli!

In un clima festoso il popolo romano acclama,  partecipando all’evento, nonostante  l’ostilità della famiglia dei Crescenzi, allora onnipotente in città, che ha tra l’altro il controllo del Tevere e del Castel S. Angelo, anche se compromessi e condizionati dal favore dell’ elezione  a pontefice  di un membro della famiglia ad opera dell’imperatore.

Cosa fanno i due sposi ?

I due si separano per qualche settimana, dopo il loro matrimonio.

Mentre la moglie si dirige verso il Nord per raggiungere la Germania, Ottone,  desideroso di vedere la dote della donna,  vuole sciogliere il voto di fare un pellegrinaggio alla grotta di S. Michele al Gargano, in Monte S. Angelo: un viaggio utile per  constatare di persona le condizioni delle popolazioni e conoscere gli amministratori bizantini.

Si riuniscono dopo alcuni giorni,  poco prima di Verona,  da dove procedono insieme e passano le Alpi, i primi di Settembre.

Theophano, una bizantina,  come si trova a corte con i Sassoni?

Inizialmente non si trova  bene, finché non si adegua all’ignoranza e al carattere militaresco dei sudditi e alla invadenza della regina Adelaide di Baviera, sua suocera, madre di suo marito.

Lei è troppo altezzosa poiché ha ricevuto una perfetta educazione e vive secondo il cerimoniale di corte bizantino, mentre in Germania tutto è  atto militaresco, cameratesco, informale: lei alterna latino  e greco, disdegna il sassone  e il franco e di solito è muta  di fronte all’imperatore, suo marito, e   risulta  chiusa e  fredda verso tutti.

Eppure già sono nate le prime due figlie, Adelaide e Sophia: La donna sente l’ostilità della corte  ed ancora di più si chiude  tra i le sue dame e i suoi  maestri bizantini.

Ora comunica poco anche col marito, impegnato nella politica interna a limitare il potere del cugino Enrico il litigioso  e a combattere  su due fronti, uno  contro gli Slavi e contro il re di Danimarca Harald I, l’altro contro il re di Francia, che gli contesta il dominio sulla Lorena.

Theophano è  esclusa dalla direzione  militare, anche se partecipa alle imprese, stando segregata nella sua tenda con le sue dame, coi suoi cortigiani e guardie,  per volontà del consilium principis.

Cosa è il consilium principis?

Sono i feudatari maggiori che accompagnano l’imperatore nelle imprese e combattono, cavalcando al suo fianco,  in quanto consiglieri nelle strategie  militari.

Theophano e suoi consiglieri bizantini non hanno voce  nel comando delle azioni di guerra, anche  durante la campagna di Italia del 98O-983.

La  spedizione inizia quando già  Theophano ha avuto la terza figlia ed è incinta di Ottone III: l’imperatore conduce con sé la moglie con l’incarico di trattare coi parenti bizantini  e per concordare un’azione comune contro gli arabi di Sicilia, mentre lui in persona ha fatto trattati con i duchi longobardi.

Nonno, è uno grande scontro? e chi vince?

Lo scontro  definitivo tra l’imperatore e l’emiro di Sicilia  Abu  Al Qasim,- dopo un  vano colloquio tra l’arabo e Ottone con Theofano interprete – avviene a Stilo (località vicina a  Capo Colonna) il 14  luglio del 982.

La cavalleria sassone e  quella degli alleati sconfiggono  le  truppe di Al Qasim, che muore in combattimento, ma i musulmani, pur senza guida,  continuano a combattere infliggendo molte perdite al nemico, per cui Ottone è costretto a ritirarsi.

Il sovrano si accontenta di una nominale vittoria, inutile, ai fini politici,  non avendo avuto il necessario supporto  navale bizantino, lasciando in sospeso  la situazione meridionale

Cosa fa, poi, Ottone II?

Fa una marcia verso il Nord, seguendo due percorsi, uno con l’esercito che risale lungo l’Adriatico dalla penisola salentina, che trascura  di passare per Roma, allora lacerata da lotte popolari, l’altro con la comitiva della moglie, protetta dal duca di Benevento e di Spoleto, attraversa i territori, ai piedi dell’Appennino, e, superato il Tronto, passa per il Piceno  per dirigersi verso Verona, luogo di convegno, dove Ottone indice una dieta.

Cosa  significa  dieta?

Mattia , dieta  indica il dies /giorno stabilito  per un’assemblea plenaria imperiale indetta dall’imperatore.  Si tratta, perciò, di una riunione dei principi più importanti dell’impero, che  procedono  all’elezione imperiale  o  deliberano per questioni amministrative o problemi  giuridici, come  organo giurisdizionale ed esecutivo.

Nella dieta Ottone II fa acclamare suo figlio, ancora treenne, imperatore dai nobili di Germania e lo fa scortare, insieme alla sua intera famiglia in patria, mentre lui  ridiscende verso Roma seguiti dai duchi longobardi  e i migliori cavalieri sassoni.

La città eterna è in subbuglio, a seguito delle lotte familiari per il pontificato conteso:  l’imperatore si ammala di malaria e muore  il 7 dicembre del 983, ed è sepolto  a Roma, unico fra tutti gli imperatori , per volontà espressa di Thephano, che, poco dopo elegge Giovanni XIV un filoimperiale, ostile alla famiglia  Crescenzi.

Dopo la morte del marito cosa fa Theophano?

Fa l’imperatrice, anche se ora deve mediare abilmente tra le varie correnti contendenti  germaniche  e deve attirare  dalla sua parte  la suocera  Adelaide per vincere la resistenza di Enrico il litigioso, facendo il compromesso di una condivisione di potere,  nella gestione dell’impero.

I suoi sette anni di potere dal 984 al 991 sono celebrati come una fioritura letteraria e  come  pacificazione generale per la costituzione di un Impero Rinnovato  Unitario.

La bizantina per prima cosa regola il potere papale, sottomesso alla sua volontà e al suo arbitrio, coma basilissa  capo del rito religioso, sicura che il clero deve dipendere dall’imperatore per qualsiasi nomina ecclesiastica.

Ella adotta il sistema bizantino: come in Oriente il patriarca di Costantinopoli, prima autorità ecclesiastica,  è  eletto dal Basileus, così nell’Impero Germanico il papa  di Roma, seconda  autorità nell’Impero romano dal periodo di Teodosio, deve  ricevere il titolo dall’imperatore!.

In politica interna, quindi,diffonde una nuova cultura, basata sulla philanthropia /humanitas  imperiale  che viene propagandata specialmente da Gelberto d’Aurillac  e da Bernoaldo di Hildesheim  per tutto l’Occidente, diffusa in lingua latina, mentre a corte  sono imposte lingua greca e lingua latina.

La corte si ingentilisce per la nuova cultura, che va sorgendo e che si configura come Renovatio Imperii, come una rinascita dell’impero.

In politica estera  Theophano  predilige l’ eirenh Pax/pace, imposta con le armi al re di Danimarca e ai Bulgari, dopo un trattato di summachia/alleanza militare con Alessio II  bulgaroctono /Uccisore di bulgari, con cui, nonostante la parentela, ha rapporti, ambigui, a causa di  congiure, fatte contro il Basileus  da parte dei suoi famigliari .

Muore di  malattia nel 991 ed Adelaide prende la reggenza dell’impero fino al 996, anno in cui Ottone III raggiunge la maggiore età.

Beroso e Flavio

In ricordo di Elio Galanti, mio amico, uomo di divina allegria e di grande animo,  un pediatra di rara simpatia e perizia tecnica, un professionista sicuro  nel rapporto coi  genitori e con  gli altri  dottori, un giocoliere, amato dai bambini.

Flavio, trattando del diluvio e dell’arca di Noè, fa menzione di Beroso, del quale parla nel I libro  di Antichità Giudaiche, I,  146-148, dove  si tratta  della stirpe di Arfacsad, che genera Salah   che genera Eber, da cui Faleg, da cui  Reu , da cui  Serug , da cui Nahor , il cui figlio  Terah  genera   Abramo, Nahor e Aran, uomini della decima generazione dopo il diluvio.  Morto Aran, Abramo  ne adotta il figlio Loth e sposa la figlia Sara, mentre Nahor sposa l’altra figlia  Milka. 

Beroso, professore,  fa storia mediante genealogie e Flavio, che segue la Bibbia, fa la medesima cosa?

Flavio, Marco, segue la genealogia biblica/ Toledoth di Beroso, che legge ancora i testi cuneiformi assiri, in cui c’è l’eredità astronomico -astrologica babilonese, con sottesa la concezione dell‘unicità di un creatore.

Beroso, infatti, senza citare il  nome di Abramo  ( Ant. Giud.,I,158) ne fa menzione:  nella decima generazione dopo il diluvio vi fu tra i Caldei  un uomo, giusto e grande, espertissimo nelle cose celesti. 

Flavio imita il modo di narrare di Beroso, traducendo anche lui dai testi dei padri , e quindi dall’ aramaico,  mentre l’altro dal cuneiforme  accadico-assiro (Ant giud X,218): nessuno mi incarichi di riferire  nella mia opera qualche evento così come io l’ ho trovato  nei libri antichi,  perché proprio agli inizi della mia Storia (giudaica)  mi sono schermito da coloro  che possono trovare mancante la mia narrazione o scorgere in essa qualche errore  ed affermai che sto traducendo solo i libri ebrei  in lingua greca   promettendo di riportarne  il contenuto, senza nulla aggiungere  di proprio alla narrazione,  né omettere alcunché  del loro contenuto.

Professore, chi è  Beroso?

E’ uno scrittore babilonese del periodo di Antioco I,  a cui dedica il suo libro,   vivente ancora a  Antiochia,  e fondatore di una scuola di astronomia a Cos. Ne ho parlato nelle note al I libro di Antichità Giudaiche. E’ un autore che fiorisce  nei primi decenni del III secolo a C.

Quasi tre secoli prima di Giuseppe Flavio?

Circa. Marco.

E’ un  lettore di storia che deve fare una sintesi di oltre 2000 anni per adattare la sua cultura a quella achemenide e seleucide dell’impero macedonico-persiano, universale  di Siria, trattando specificamente dell’impero assiro-babilonese.

Essendo  sacerdote,  astronomo ed astrologo, probabilmente discendente di una di quelle famiglie sacerdotali caldaiche,  incaricate di studiare il cielo notte e giorno già dagli assiri, poi dagli Achemenidi ed infine dai Seleucidi, è scrittore ancora  capace di leggere  il cuneiforme assiro di cui parlo in De Kosmogonia.

E’ autore serio,  citato da Vitruvio  De architettura IX 6,2 e da Plinio, Nat Hist. VII,12.

Allora ha un grande valore storico?

Certo.

Prima di  parlare del valore  dello storico, comunque,  devo aggiungere che  gli amanuensi cristiani, nel ricopiare il testo di Flavio, talora omettono le citazioni  dirette di  Beroso – Cfr. M. Jursa,  I babilonesi, Il Mulino 2007-.

Ad esempio, su Sennacherib  dopo il racconto di Erodoto, Flavio dice: come abbia regnato sugli assiri ed abbia diretta  una spedizione  contro tutta l’Asia e  L’Egitto ( Ant. Giud., X,20), Beroso scrive come segue… manca  il testo del babilonese che ne parlava forse nel II libro !

Strano! professore.

Comunque, noi  sappiamo qualcosa  di Ta  Babulioonikà  del babilonese Bel.usur ( Bel, proteggi), chiamato in greco  Bhroossos o Bhrosos,  sacerdote astronomo, celebre ancora tra i cristiani mesopotamici nel II secolo dopo Cristo, in eta antonina.

Devo pensare, professore, che l’ opera di Beroso è rimasta integra fino almeno al  II secolo d.C. e che poi è stata trascurata dai copisti christianoi  alessandrini,  intenzionati ad  oscurare  la tradizione mesopotamica,  come già  si stava facendo anche  con quella  egizia di Manetone, scrittore di Ta Aiguptiakà, vissuto sotto Tolomeo Soter  e  Tolomeo Filadelfo, a noi noto grazie ad un’ Epitome  successiva?.

Forse. Non so.

Beroso, con la sua opera,  comunque, nel contesto ellenistico, dominato dalla koinè dialektos e quindi dalla cultura greco-macedone, ben connessa con la cultura medico-persiana, rivendica la superiorità culturale babilonese, erede della tradizione più che bimillenaria  mesopotamica,  accadico-sumerica, non certamente inferiore astronomicamente a quella  pure millenaria egizia.

Beroso e  Manetone, come sacerdoti, avevano trasmesso in greco la loro cultura, scritta in cuneiforme e in geroglifico, mediante documenti, per mostrare  le loro Antichità, evidenziando la peculiarità religiosa, connessa con la Creazione del mondo  grazie alla loro osservazione astronomica e ai muthoi astrologici.

Beroso, poi, aveva mostrato anche in cuneiforme  il diluvio universale, unico a noi giunto, oltre quello biblico, col poema di Gilgamesch, direttamente, in quanto la lineare B, antenata del greco , non ci ha tramandato neppure lo tsunami di Thera,  anche se il poema omerico ha nel XII libro dell’Iliade un  qualche rimasuglio di un diluvio, di cui ci sono echi anche in Manetone e in scrittori greci.

Gli scritti dei due autori sono espressione di  una cultura  astronomica  comune –  di cui i Greci si appropriano con Ecateo e con Erodoto  e quindi rielaborano  culturalmente  solo il senso e l’ originalità di episodi arcaici, mitici  – che evidenzia la genesi del mondo, oltre la narrazione agricola di Esiodo in Theogonia.

Beroso e Manetone,   invece, sono i primi a parlare di un diluvio, di dinastie antiche,  dell’esistenza di mostri,  di  uomini-pesce. di  giganti, di uomini divini,  rivelando un muthos  di Dei sooteres, di  Dei risorti e di una perpetuità di vita, intesa come naturale avvicendamento di vita -morte.

Tutto un mondo gigantesco antidiluviano è mostrato da Beroso   su cui archeologi come Leonard Woolley,  che scopre i cimiteri reali di Ur (2400 a C.), cerca di rilevare la popolazione  e sistemi di vita organizzati.

Ho già letto quanto lei ha scritto in Creazione del  mondo Forse è bene qui riepilogarlo.

Certo, Marco

Ecco il succo di quanto ho scritto precedentemente.

L’ infinita documentazione di tavolette, riordinate dal periodo di Sargon II (722-704 a. C.) e di Sennacherib (704-681a.C.)  disseminati nei  musei  delle grandi città europee ed americane è un patrimonio di immenso valore, oggi, abbastanza conosciuto e di grande utilità, specie se comparato con gli altri patrimoni astronomici ed astrologici di altre culture, seppure venate da forme religiose.
Sono queste tavolette, trovate a Ninive e specie Kuynjik ( Cfr  R.F.  Harper, Assyrian and Babylonian literature , Londra 1901; Simo Parpola,   Letters from assyrian scholars to the Kings Esarhaddon and Assurbanipal, Eisenbrauns, 2007)  rendiconti quasi giornalieri dell’andamento degli astri, durante il giorno e durante la notte, inviati da  incaricati dal sovrano di leggere ciò che, scritto nel cielo, poi si verifica sulla terra, ineluttabilmente.
La funzione dei vedici non doveva essere diversa da quella sumerica, accadica ed assira se gli astrologi di  Assarhaddon (681-669) e di Assurbanipal (668-631) dànno un ‘idea della conoscenza  astrologica e della sua influenza sul destino umano secondo le concezioni  religiose: moralitas e sapienza astrologica  diventano espressione di un retto vivere e di un saggio operare di re e di sacerdoti, legislatori  che dal cielo traggono le regole per una positiva vita sulla terra.
Ora sia per i vedici che per gli assiri conformarsi ai voleri celesti è la massima legge di questa ricerca esplorativa astronomica che diventa divinazione, che comporta  una serie di formazioni di collegi sacerdotali, abili ad esplorare il volere del cielo, del Dio celeste.
Sacerdoti, magi e legislatori  profetici, assumono, perciò, valore immenso nell’ antichità.
Ora la scuola vedica, quella caldaica ed egizia sembrano aver dominato la scena delle osservazioni  celesti ed aver influenzato in vario modo sia  la speculazione  zoroastriana,  che quella giudaica  e poi greca.
Sulla base di tale osservazione celeste deriva la normativa per l’uomo, la legge, e, quindi, la morale umana: i re mesopotamici, persiani, i comandanti greci e romani, basileis ellenistici timorosi del cielo e di Dio, fanno leggere il cielo per conformarsi al volere divino, convinti che gli astri siano esseri viventi  che, con la  loro razionale disposizione ed armonia,  influenzano la vita sulla terra.
Perciò ogni uomo, dotato di potere politico prima di ogni azione interroga la classe sacerdotale scriba e magica, in quanto capace di osservare il cielo e quindi di profetizzare, ed agisce in conformità delle risposte: guerra e pace, vita o morte  dei sudditi, politica conservatrice o innovatrice  sono legati alla interpretazione dei segni celesti e poi dei segni scritti della Legge, fissate da legislatori, anche loro  dotati di potere ermeneutico celeste.
La pietas dei re e dei capi militari era segno della loro  elezione divina e del loro potere sugli altri, del loro radioso destino ...

Ora , professore, mi sembra più  chiaro  il pensiero di Beroso e Flavio.

Essi, secondo me,  mostrano una theoria, di derivazione sumerica, naturalistica, immanente, di cui è espressione la festa del Capodanno, con la ierogamia di due dei, che  è connessa con quella regale in modo da sottendere la sincresi tra il piano divino e quello umano, che ne è la la figurazione concreta terrena  in quanto  il sovrano è rappresentante del dio.

Contemporaneamente, però, i due  ne mostrano un’altra di derivazione semitica accadica,  fusasi con quella egizia,  che si basa sull’ideologia  di una materia terrena, instabile connessa col divenire,  opera di un dio che si colloca  al di fuori del mondo, in una personalizzazione  dell’assoluto che comporta antropomorfismo, con distinzione tra bene e male, lotta eterna dei principi,  in attesa dell’arrivo di un soter.

Insomma sembra che non sia sumerica la creazione di un Dio  Pater e poihths, ma è accadico ed egizio: risulta allora che  da qui derivi lo zoroastrismo  col suo dualismo che sottende soteriologia ed escatologia, e  che, quindi, anticipa giudaismo  cristianesimo.

Mi piace mostrare come  la cultura arcaica, mesopotamica -confluente nella figura di  Abramo  e di  Isacco e di Giacobbe  e i suoi figli  e nipoti  tutti di formazione mesopotamica, anche dopo la migrazione a Canaan, trasmigrati In Egitto, dove acquisiscono un’altra cultura  connessa, col culto di Amon / ra,-sia divenuta  altra religione, a seguito della riforma atoniana, destinata a precisarsi come giudaica, a cominciare da Esdra.

Tutto questo assetto culturale  sincretico, a contatto con la cultura, prima, persiana e poi greca, crea un popolo di philisophoi che si afferma come giudaico come  risultanza  complessa storica di due regni quello di Israele e quello di Giuda, nati dalla disgregazione del Malkuth davidico,   a seguito dei regni di Salomone e Roboamo, che ne rompono l’unità tribale.

Secondo Martin Hengel (Giudaismo ed ellenismo, Paideia 1988) tale cultura ha  massimi rappresentanti in Qohelet e nel Siracide  concordi nel dare rilievo al caso / migreh e ai  propugnatori  del kairos/ tempo in quanto ciò che accade è bene  perché ordinato all’interno dell’immutabile flusso di tempo di Dio.

Il giudaismo, maturato nel tempo di passaggio dal regno persiano 535-331 a quello macedonico   e distintosi in due  partes, una aramaica ed una  greco-ellenistica,   nella lotta contro l’impero seleucide (298-167), per la propria autonomia costituzionale,  per entrare in crisi, infine,  dopo la sua affermazione come popolo aramaico  che si oppone  nel corso di due secoli  per la propria sopravvivenza contro l’impero romano,  per  mantenere integra ed indenne la sua cultura, concedendo anche ad una sua  radice di  completare la stessa visione del mondo,  in nome dell’unicità di Dio e di un sacerdotium e  di un regnum, in cui il cristianesimo diventa assertore successivamente con la forza  di una fusione tra  chiesa cattolica e militarismo costantiniano e teodosiano.

Mi sembra, comunque, che il sacerdote Flavio  sappia leggere nella cultura ebraica  le tracce della tradizione  mesopotamica sumerico- accadica ed assiro -babilonese oltre che persiana e macedonica, grazie alla lezione di Beroso.

Perciò si può dire con Alfred Jeremias (Handbouch der altorientalischen Geisteskultur, Berlino 1929) non solo che  il problema sumerico si dimostra  sempre più  come il problema più importante di ogni altro nella storia  del pensiero umano, ma anche  che la radice di Abramo con la sua figura di patriarca  è  basilare per il monoteismo dell’ebraismo  e quindi anche per la prima propaggine del cristianesimo e per la seconda propaggine dell’Islamismo.

Flavio, che cita Beroso, può essere scomodo alla tradizione  ebraica, cristiana ed islamica in quanto  rivela un mondo ancora da scoprire quello sumerico -accadico,- di cui si hanno  tardive volgarizzazioni, di età assiro babilonese ed achemenide- fondamentale per il monoteismo!.

Beroso, infatti, congiunge tutta questa tradizione mitico-religiosa  con quella ellenistica, in cui cerca un proprio spazio   sacerdotale.

La citazione di Flavio in  Antichità Giudaiche  I ,93  a proposito del diluvio e dell’arca  di Noè  risulta esplicita testimonianza che precede la Bibbia: qualche parte della barca è  in Armenia  sul Carduaio  monte del  Kurdistan  irakeno  ed alcuni portano di quel bitume in giro e ne fanno uso come talismano. Anche Flavio  si rifà a Beroso, collettore caldaico,  circa la longevità dei patriarchi calcolata secondo cicli di 60, 600 (grande anno), 3600 ( ibidem, 102)., e circa il re babilonese Balada ( Merodach Baladan)  attivo nell’epoca di Isaia , X,35.

Se ci fosse rimasta l’opera  completa di Beroso, avremmo potuto  rilevare  i rapporti e le relazioni tra la  cultura di Esra  e quella coeva sia persiana che caldaica, sicuramente espressa dall’astronomo babilonese.

La storia non si fa con i se e, perciò, noi possiamo dire solo quanto ci rimane di Beroso che è poca cosa, sufficiente, però, a mostrarci la dipendenza ebraica dalla cultura mesopotamica e specificamente caldaica.

Si sa che  Ta Babulioonika  è opera composta di tre libri, in cui l’autore aveva mostrato la storia  nel I  libro  Sumerico-accadica  nel II  quella Assiro -Babilonese, per trattare nel III  degli Achemenidi fino a  Dario III e poi fino ai Seleucidi, successori di Alessandro Magno,

Sono tanti  gli oltre seicento anni di  storia, professore, collegati con quello del Regno di Israele e di quello di Giuda, ambedue distrutti, il primo da Sargon  II e il secondo da Nabucadrezar!

Uno che scrive di questi argomenti non può non essere formativo specie per i giudei, tornati da Babilonia,  ancora alla ricerca, prima  di una propria identità nazionale  sotto i Persiani e poi di una autonomia sotto i Seleucidi.

Perciò, le chiedo, professore, cosa può aver imparato da uno come Beroso, l’autore di Antichità giudaiche?.

Secondo me   Flavio  come  Beroso  può avere fatto  un  progetto apologetico in modo da inserire l’antichità giudaica nel tessuto culturale di quella  romano- ellenistica, tanto da dare una funzione  tipica  ad un popolo vinto, ma non domo,dopo la distruzione del Tempio, nel tentativo di mantenere la doppia anima dell’ebreo, mesopotamica da una parte e ellenistica da un’altra.

E come il babilonese con  i  greci seleucidi, pur mostrando la tipicità e straordinarietà  della propria  cultura  astronomica caldaica,  si era  inserito nel sistema plurinazionale  siriaco, così Flavio cerca di evidenziare la pietas di un popolo di philosophoi   desideroso di integrazione secondo i moduli delle altre gentes che costituiscono il corpus armonico dello stato romano, conscio, però, di far parte del kosmos romano-ellenistico  senza più la superbia sacerdotale.

E’ forse un disegno di un idealista, che deve confrontarsi con la realtà dell’imperium flavio!

Sembra, comunque  che  la funzione di Beroso sacerdotale e astronomica  possa essere stata esemplare  in quanto come scriba nutrito dalle culture assiro babilonesi e persiane, ha successo  presso basileis macedoni, che tendono ad una basileia ecumenica. I Seleucidi  e prima e dopo Antioco III  aspirano  ad  un sovrano divinizzato, che tenga unite le varie gentes che popolano la chora siriaca,  il cui territorio  va dal Mediterraneo al’India!

Perciò la dihghsis di Beroso è  come quella dei padri che  inviavano messaggi continui al sovrano assiro e babilonese  facendo relazione  scientifica di quanto avevano  osservato nel cielo e nei cieli in modo  da essere  utili ai fini di un  governo  pacifico  regio, quasi ad anticipare i mali che prima si manifestano in alto per poi calarsi in basso : l’alto dei cieli e la terra sono un unicum per il babilonese e per l’ebreo! 

Quella di Beroso doveva essere una prosa senza encomi  e senza menzogna, basata su arta/la verità, in un impegno scientifico a leggere  i messaggi celesti per l’incolumità del sovrano!.

Quella di Flavio  unisce  certamente cielo e terra   secondo la pronoia divina  che attua  la sua oikonomia  secondo piani imperscrutabili, eterni.

Berosso,  indagando sulle fasi lunari, sui movimenti celesti, sui monsoni e sulla varietà climatica dà consigli utili  per gli agricoltori e per i marinai  e sembra che riprenda la cultura sumerico-accadica ai fini del benessere di un uomo celeste, il sovrano, che è mediatore tra cielo e terra.

Beroso tratta anche  della festa delle Sacee, celebrata ogni anno a Babilonia, simile a Roma  a quella dei saturnalia, che durava per cinque giorni: un prigioniero, condannato a morte, era vestito da re, assiso sul trono del re, e rivestito del potere regale  aveva   licenza di divertirsi in qualunque maniera gli piacesse;.alla fine dei cinque giorni di festa,  veniva spogliato delle sue vesti regali, flagellato, e impiccato o impalato.

Per Beroso tale consuetudine  derivava dal sistema di indagine celeste  dei magi che vedendo l’ incontro di costellazioni o eventi celesti nuovi  rilevanti lutti ,  avvertivano il sovrano che provvedeva ad eleggere un altro re destinato a subire quanto di nefasto era già scritto nel cielo!

Dal testo di Flavio si  evince, professore,   una reale adesione al pensiero dell’astronomo, anche se vi sono segni  di una conoscenza dei riti e costumi caldaici?

Per me, Marco, non è certo che Flavio abbia  totalmente seguito l’opera di Beroso o se l’ha seguita,  non possiamo misurarne il rilievo a causa della mancanza dei libri  del babilonese.

Il testo in nostro possesso, quello sul sogno di Nabucadrezar  e della interpretazione di Daniele, indica, comunque,  che l’ebreo  essendo amico dei magi caldaici  non vuole la loro rovina, e che anzi ci sia loro legato dalla  comune catena dell’esplorazione celeste.

La citazione di Flavio su Beros , quindi, conferma una certa  comunione di intenti (X, 219-226) ed una medesima ideologia  nel mostrare una grande statua in piedi  destinata alla distruzione  il cui capo era d’ oro, le spalle di argento, le braccia il ventre e le cosce  di bronzo, le gambe e i piedi di ferro… nel constatarne la  frammentarizzazione a causa di  una pietra  che, staccatasi da una montagna, corse  contro la statua e l’atterrò  facendola a pezzi  e non lasciando  integra alcuna parte,  riducendo bronzo e ferro in polvere più sottile della farina…nel seguire il soffio di un forte vento che la disperse qua e là!

Ancora di più  è simile la conclusione, secondo vaticinio!: la pietra, invece, si ingrandì  tanto che pareva  riempire tutto il luogo/ ton de lithon aukshsai  tosoutoon  oos apasan  up’autou touton echei ton tropon.

Il sistema allegorico  è comune ad entrambi e la pietra  diventa simbolo anche  per i cristiani, i cui padri della chiesa  identificano la fine della  statua come fine di ogni potere umano, artificiale, ed in un’esaltazione del Lithos sulla materia e aurea, argentea, bronzea e ferrea.

Flavio, il sacerdote ebraico  gioca sul significato di ton Lithon (Ant. GIud.,  X, 210) :  invita i curiosi a leggere  il libro di Daniele nei Libri sacri  giudaici e a non chiedere a lui il significato: io non ritengo opportuno  riferirlo. Da me, infatti, ci si aspetta che scriva il passato e ciò che fu fatto e non il futuro/ edhloose kai peri tou lithou Dainhlos  tooi basilei  ta parelthonta kai ta gigenhmena suggraphein outè mellonta opheilonti.

Flavio segue il sistema allegorico filoniano, connesso con quello terapeutico ed essenico, di matrice caldaica!

Anche i terapeuti e gli esseni sono discepoli di Beroso!

Valore storico di Cronaca di Novalesa

Novalesa è un cenobio  imperiale, fondato da Abbone alle pendici del Moncenisio, un  franco  la cui contea ingloba una villa romana  di grandi proporzioni.

Esistono ancora in epoca franco-longobardico, professore, le ville romane? Si. Certo.

Per chi non sa, Marco, bisogna specificare che una villa romana,  in relazione alla estensione in iugeri.,  si definisce piccola, media o grande.

Quella piccola va da 125 iugeri a 1200; la media arriva fino a 5000-6000, la grande fino oltre 24000 : un iugero vale circa 1/4 di  ettaro (10.000 mt).

Perciò, una villa  piccola va da  32 ettari  a 300, la media  arriva fino a 1500 ettari, la grande supera  i  6000 ettari?

Si.  Queste sono le dimensioni.

Le ville romane  agricole  sono sparse in tutto l’impero romano sia di Occidente che di Oriente: quelle occidentali sono presenti in Africa,  nella penisola iberica, gallica, germanica,  britannica, italica, illirica, balcanica e marcano a macchia di leopardo   la  cultura di una agricoltura avanzata romana, sempre congiunta, anche in epoca medievale, con l’ impero Orientale, dove a Costantinopoli ancora esiste  il  legittimo Basileus catholikos, universale.

Specie, in epoca di Abbone,  quando la presenza imperiale bizantina è viva e potente, nonostante la perdita dell’esarcato di Ravenna,  quando ancora   neanche si  parla di fine dell’impero  di Occidente e tanto meno di una restitutio  imperiale :.

L’ incoronazione  successiva di Carlo Magno ad opera di Leone III   come costituzione   di un Sacro Romano Impero (e quindi come  Sacro romano impero germanico), è costruzione  illegittima successiva, creata dalla propaganda della curia papale!.

Dunque, un conte franco Abbone residente in civitate secusina, in terra dicta viennensis, in ipsa valle  apud Novalesiam monasterium fundavit in honorem beati Petri ( cronaca di Novalesa, libro I, frammento IV,2).

In terra viennensi, nella valle dell’Isère,  Cesare non fondò Colonia Iulia Viennensis   là dove era la capitale degli Allobrogi?.

Ricordi bene.

Vienne è una colonia iulia, privilegiata dai giulio -claudi più di Lugdunum, dove era la zecca imperiale.

Vienne  ancora oggi porta impressi i segni del privilegium iulium in quanto Druso maior  visse nella zona con Antonia minor, secondogenita di Antonio triumviro,  e forse lì nacquero Germanico e  Livilla, mentre Claudio sembra nascere a Lugdnunum.

Il tempio di Augusto e di Livia, il Giardino di Cibele , il Circo, lo stesso Teatro sono  costruzioni datati tra la fine del I secolo av.C. e gli inizi del I secolo d.C.

Nella zona  sono inviati in esilio  dagli imperatori  elementi giuli /iulioi della famiglia erodia : è  esiliato  Vienne nel 6 d. c. da Augusto il re di Giudea Giulio Erode Archelao  e nel 38  d.C. sotto Caligola è confinato  anche il fratello Giulio Erode Antipa.

Ciò significa che lì c’era una colonia giudaica con esponenti dell famiglia giulia e che l’esilio  in terra gallica non era una grave punizione, se Erodiade volle condividere la sorte del marito, nonostante la sua non incriminazione  nel  suo processo a Roma.(Cfr A.Filipponi,  Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

E’ probabile che nella zona  già nel I secolo ci siano molti cives romani  ebraici, commercianti emporoi e nummularii, argentarii /trapezitai  e quindi  lì è  presente una sinanoga  o più).

Esiste in Gallia un vero culto monoteistico, ebraico, cui, in seguito si aggiunge una colonia christiana.

Sia a Lione -dove  in epoca di Marco Aurelio  è attivo  come episkopos un orientale , Ireneo di Smirne , scrittore di Adversus Haereses  e Demonstratio apostolicae praedicationis – che a Vienne sono attestati christianoi ed  ebrei, che si servono della stessa sinagoga inizialmente e poi  sotto gli Antonini, si dividono in quanto i secondi sono perseguitati e i primi  risultano di norma  non inquisiti o lasciati  relativamente in pace, a meno che non vi siano tafferugli dovuti a furore popolare anticristiano  in una zona dove la maggioranza è di lingua greca.

La sede episcopale di Vienne  sembra avere maggiore rilievo  di quella di Lione, pur celebrata per i suoi  martiri,   fino al 476 ed anche dopo  nel Medioevo.

Io ricordo, professore,  che il  valore  di Vienne in Gallia  è crescente  anche per la gloria dei monaci di Novalesa perfino dopo la distruzione del monastero ad opera dei Saraceni!

Infatti,  Marco ,  è patria  di Eugenio II alla fine del XII secolo e nel 1311-12 è sede di un Concilio universale /Catholikos.

Comunque, in epoca merovingia, la formazione del monastero avviene a suffragio dell’anima dei  genitori  e in memoria del figlio  morto.

Abbone stabilisce inoltre  che census, qui deinceps a Gallia Romam portabatur, ibi portaretur.

infine Abbone  fecit testamentum, quod Valchino archiepiscopo  Ebredunensi, cuius nepos ipse fuerat, conscribi, fecit  et per Ludebertum clericum scribi./ fece testamento, che fece sottoscrivere dall’arcivescovo  Walcuno di Embrun  di cui era nipote,  scritto dal chierico Ludeberto.( ibidem, frammento IV Libro in Cronaca di Navalesa  a cura di G.C. Alessio,  Giulio Einaudi editore, 1982)

Al di là della  difficile identificazione di Walcuno col vescovo di Torino, sede  lontana e non franca ma longobardica,   la ricchezza della villa  romana sotto un arcivescovo è segno che   già da secoli per editto  di Costantino in Occidente vige l’episcopale  iudicium  che comporta anche l’auctoritas su  altri vescovi sotto la propria giurisdizione,  oltre che sul clero di Vienne e di  Maurienne.

Abbone, che  fa un’azione come quella di Vespasiano  con i Giudei, a cui viene imposto di pagare la doppia dracma non più al tempo distrutto ma al fisco imperiale, è dominus  assoluto di una zona romana, da cui esige tributo.

Il fondatore di Novalesa, con l’istituzione del monastero  non  invia a Roma il censo che viene dalla Gallia, ma trattiene il denaro  non riconoscendo l‘auctoritas romana.

In questo modo arricchisce il monasteriolum  originario che diventa  una  proprietà fondiaria,  di grandi dimensioni. Siamo in epoca ancora  merovingia.  Infatti dopo aver indicato la data del 30 gennaio del 726  e il nome del primo abate, Godone,  Abbone, come Carlomanno  e poi Rachis,  abbandona la vita  da militare per diventare monaco.

E’ dunque un  modo proprio dell’ottavo secolo sia franco  (merovingio e carolingio) che longobardico, ripreso dal costume bizantino coevo, di monacarsi da parte di uomini di alta nobiltà (Cfr. Il monastero, centro di Potere  ausiliario con Rachis e Carlomanno, fratello di Pipino il Breve).

Il fenomeno, professore, diventa usanza  tra   tra i conti merovingi  e poi  i duchi longobardi e  poi tra i nobili carolingi, tra le popolazioni germaniche,  quasi una moda arimannica?

Marco, ad ogni insuccesso militare, c’ è di solito un ritiro in convento con cedimento dell’auctoritas al fratello minore!.

Al di là di questo  che può indicare una nausea  degli individui e una crisi del sistema militaristico,  il monastero svolge una sua funzione colonizzatrice  in quanto è punto di incontro di abati e  monaci -che amministrano il fondo- di milites che lo difendono e  di vulgus popolo, cui è affidata la gestione reale e la lavorazione dell‘ager publicus  con conseguenti munera ed officia.

Necessita, quindi, la presenza di atti fondativi precisi con documenti  al di là delle memoria popolare per la legittimazione delle proprietà di fronte ad altre fonti di potere, specie quelle episcopali.

Proprio per questa necessità  la historia e il muthos si  fondono  e creano  una legenda, tutta da verificare.

A proposito,  Alessio nell’introduzione di Cronaca : scrive  che è il risultato del gioco tra la traccia più debole del ricordo storico e il lavoro della pura fantasia.

Egli precisa  che chi narra  sull’abbazia di Novalesa  è mitico nel giostrare  tra elemento storico e quello fantastico  anche quando recupera  la tradizione  merovingia   e quando  aggiunge la notizia romana neroniana  con la memoria del beato Pietro  e quella di Teodorico .

Leggi, Marco,  con me, la notizia di Pietro (S. Pietro, Shimon Kefa!) in terra gallica:   S. Petrus … certe , ut habemus ex Cronacis Novalicensis  antiquissimi  monasterii, eum ad Alpes, usque Secusiam ad Novalitiam pervenit,  ut plus ultra  pergeret, nisi inceptum iter abrupisset, quantocyus  revocatus a fratribus  ob alterius  Simonis, nempe Magi, seductionem, maximo in discrimine  versantibus  / Certamente S. Pietro, come apprendiamo  dalle cronache dell’antichissimo  monastero novaliciense, quando giunse alle Alpi di Susa e poi alla Novalesa, più oltre  si sarebbe spinto se non avesse dovuto interrompere il suo cammino,  richiamato il più presto  dalla comunità cristiana,  che a Roma  era in gravissimo pericolo  a causa delle frodi  dell’altro Simone,  naturalmente, il Mago.

La notizia di S. Pietro  che va verso Vienne e   che è richiamato dalla comunità romana sottende un viaggio  di andata e ritorno  che  in età neroniana  richiede più di un anno di cammino!?

Leggi questa altra notizia su Teodorico  che il cronista  confonde con omonimi merovingi e che ritiene contemporaneo di S. Colombano, che non è ancora nato quando lui muore!.

Professore so che Teodorico è morto il 526 . Ma chi è S. Colombano?

E’ un irlandese, nato a West Leinster nel 543, monaco a lungo a Bangor. Passato in Francia  nel 588,  si stabilisce  in Borgogna col favore di  re Gundramo che gli concede un luogo dove essere eremita.

Andatosene perché seguito da troppi monaci, fonda Luxeuil e poi Fontenay , avendo un modo di gestire  la pietas diverso da quello episcopale . Trovatosi in contrasto col potere  giudiziale vescovile e con quello di Brunechilde,  è  dalla regina arrestato e rinviato in Irlanda.

In questa fase riesce a fuggire e pellegrino giunge a Milano dove,  accolto dalla regina Teodolinda  e da  Re Agilulfo nel 612, può fondare Bobbio col favore regio.

Lei, professore, mi vuol dire che la Cronaca non  dà notizie storiche e chi scrive o non ha notizie o le confonde!

Marco,  io ti scrivo  solo quanto leggo: Et cum Theodericus, non rex Francorum,  sed filius reginae Brunchildis, que beatum a Luxorio  expulit Colombanum, sed ille rex Gotthorum qui occidit  duos senatores praeclaros  et exconsules  Simachum et Boetium, qui 98 die  postquam papa Johannes  defunctus est, subito mortuus est  et Rome impeditus intrare Constantinopolim  venit et  a Zenone  imperatore  honorifice susceptus et ei statuam auream  equestrem fecit  et eum Regem Italie constituit  et venit et pugnavit  apud Veronam et  Ravenne eum occidit et rex factus; et quinto anno regni sui Abbo  construxit  monasterium Novalici. Godonem  abbatem constituit/ era allora re Teoderico, ma non il Franco, figlio della regina Brunechilde, che caccio da Lexeuil  il beato Colombano, ma quello  re dei Goti, che uccise due senatori  consolari illustri, Simmaco e Boezio, che morì improvvisamente novantotto giorni dopo la scomparsa  di papa Giovanni e che impedito di entrare in Roma, volse a Costantinopoli dove l’imperatore Zenone lo ricevette con ogni onore e gli eresse una statua aurea equestre e lo nominò re di Italia . Egli vi giunse  e combatté presso Verona ed uccise lui (Odoacre) e a Ravenna fu fatto re. Nel quinto anno del suo regno Abbone  costituì il Monastero di Novalicio. Vi pose come  abate  Godone. 

Marco, è chiaro che la Cronaca confonde e sbaglia  perché qui non si tratta né di Teoderico, nipote (non figlio ) di Brunechilde. né di Teoderico re dei Goti, ma  di un Teoderico IV re dal 721 al 737, che governa grazie a  Carlo Martello, che lo tira fuori dal convento di Chelles, dopo la morte di Chilperico II,  che non ha eredi.

Comunque,  involontariamente la Cronaca  dà notizie storiche circa la lotta  negli anni finali del regno di Teodorico, tra papato di Giovanni, un suddito filoimperiale,   dipendente dalla sede episcopale di Costantinopoli  e la potestas regia gotica, la cui auctoritas  deriva dall’ imperium   di Zenone, che ha nominato prima Teodorico suo patricius al posto di Odoacre, poi re.

C’è qui sottesa  la testimonianza che,  all’epoca teodericiana,   non c’è coscienza di una separazione con  frattura, né di fine di un impero Occidentale ma  di una presenza certa di un impero unitario romano  con sede a Costantinopoli, che  rivendica con Giustino e poi con Giustiniano  il possesso delle terre in mano di re  barbarici.

Professore, la cronaca di Novalesa è un documento,  da cui si può,  tra tanti miti,  rintracciare almeno qualcosa di storico!

Marco, se si cerca, alla fine qualcosa di positivo lo si trova sempre. Esiste positivo o negativo? La storia, come la vita, è un magma unicum indefinito, afunzionale, dove ribolle indistintamente ciò che diciamo male e ciò che consideriamo bene !

Ma è così davvero, Professore?

Marco   non so  veramente  nulla: anche se ottantenne, non so dire niente:  ho desiderio vivo di essere sempre  di più un vecchio-bambino delirante.

Riflessioni su un articolo di una mia collega cristiana

Perché, dopo anni, rifletto su un articolo di una collega christiana?

Il lavoro dello storico è come quello dell’investigatore (una specie di “Eremita” con una lanterna in mano) che istruisce un’indagine, partendo da ipotesi e si pone sulle tracce, in questo caso fredde di secoli, per trovare, interpretare e collegare “segni” da cui inferire, alla fine, una verità, laddove prima non c’era una certezza. Con questa idea della ricerca storica ho iniziato la lettura della I° parte dell’opera del Prof. Angelo Filipponi “GIUDAISMO ROMANO” ed ho trovato immediatamente una consonanza con la metafora della “torcia nella doppia grotta buia”, sia perché è un’immagine suggestiva che cattura subito il lettore e gli offre la possibilità di porsi lui stesso come compagno di viaggio investigativo insieme all’autore, anche lui con la sua torcia e la sua piccola luce nel buio da esplorare e, dunque, fonda un patto narrativo tra chi ha scritto e chiunque leggerà, sia perché spiega, con un’efficace immagine, tutto il nucleo del testo e, soprattutto, del lavoro che l’ha costituito.

In sostanza l’autore dice al lettore; “Cercavo di indagare su una cosa ed ecco che dal buio me ne viene fuori un’altra, ignorata e nascosta dal tempo. Ricostruivo il rapporto fra la Gens Giulio-Claudia e Gens-Erodia e, mentre indagavo sulla pars sacerdotale erodiana, ecco che è emersa, dall’oblio della storia, la pars popolare, piccolo sacerdotale, farisaica, zelotica, essenica ed integralista”.

Da qui il moltiplicarsi di tracciati; dal “gomitolo” storico emergono, la visione dei rapporti tra la stirpe di Erode e la politica Giulio-Claudia; il mondo giudaico-agricolo di lingua aramaica e quello ellenistico commerciale che parla greco; la belligeranza del giudaismo palestinese con la Romanitas e gli interessi commerciali della Romanitas con il giudaismo ellenistico e molto altro ancora, in una fitta trama di rapporti da cui prendono vita grandi figure storiche, ma anche, richiamata nel testo per passione conativa, la figura dell’autore.

Egli dissemina alcuni suoi momenti personali di una storia soggettiva, ben posteriore rispetto a quella di cui ha scritto e che è, comunque, contesta con quella. La storia, almeno per me, di una, “conversione rovesciata” (Dal Logos al logos) che però mi sembra lasciare aperta l’ipotesi di altre “caverne” possibili ed inesplorate, ipotesi suggestiva, su cui seriamente dovrebbe distendersi l’Epochè (sospensione del giudizio).

Giustamente il Prof. A. Filipponi ha parlato di un lavoro storico, non teologico.

Ho riportato quasi tutto l’articolo della collega,  che ho sempre stimato  e che ancora stimo per la sua umanità e maternità, per  la sua  professionalità e per la vita cristiana.

Ha colto davvero il senso della mia cinquantennale ricerca e della mia inadeguatezza nel lavoro di uomo, conscio dei suoi limiti, di persona che cerca e che trova sempre caverne inesplorate, man mano che si addentra nel sàpere.

Rita Borrello, la mia cara collega, veramente ha capito la conversione rovesciata di chi,  pur nutrito di cristianesimo,  rifiutata la pratica christiana dell‘agape,  come falsa religiosità, ha cercato  ed ha trovato una via contemplativa,  in una volontà di  allontanarsi  e separarsi dalla massa di fideles, catturata da secoli  dal clero e dall’Ecclesia, ormai non più capaci di orientamento, nonostante l’impostazione dogmatica conciliare.

La ricerca  secolare di beni materiali e terreni, propria della gerarchia cristiana, la demonicizzazione del sesso, – il vero motore della vita, l’ autentica anima  del creato-  la mistione di sacro e profano, di spirituale e di temporale, il muthos religioso, il formalismo sociale politico cattolico, la volontà di mantenere  analfabeti, irrazionali, anche le eccellenze  tramite il mysterium,  e   la costituzione dello Stato Vaticano, dopo il fallimentare Potere barbarico  del Patrimonium Sancti Petri e Pauli sono tappe  di un iter clericale, molto  dannoso per l’orientamento di una libera ed autonoma  coscienza umana.

La coscienza, infine, che in Cristo con Cristo e per Cristo  l’oikonomia divina  realizza la civitas terrena,  secondo il thelema  di Dio Pater in una terra,  pianeta centrale nell’universo galattico ed extragalattico,  in cui  L’UOMO è re, secondo logos, è  una pretesa ridicola, falsificata dall’astronomia, dalla fisica, dalla chimica.

La mia collega, unica fra tanti altri, ha capito il suo collega lavoratore, che nel lavoro continuato, senza affanni e senza ansie,  in un’alternanza  di manus e mens,  è giunto  a mostrare, con una methodos nuova,  che  è possibile conseguire uno stato  di vecchio-bambino, Cfr.Essere Neepios,  in cui si dissolvono le contraddizioni umane e naturali, e si  ha  un’armonia, scandita da un tempo divino,  anche se si  vive ancora nelle miserie terrene e familiari, come anticipo  di eternità.

Comunque, onore a Rita Borrello.

Una balena nel 548 d.C.

Oggi,  Marco, ti parlo del muthos della balena biblica, avendo trovato in uno storico, come Procopio,  l’episodio di una balena vera  nel Mare Nero all’epoca di Giustiniano.

A che mi serve, professore?

A niente, come ogni mio altro lavoro!. Può essere utile a capire forse come gli antichi  usano il Muthos, a  seconda dei tempi e come ogni popolo, in relazione alla propria tradizione,  si serva delle favole.

Un aramaico o un assiro  ha un suo modo di comunicare, un greco ellenistico un altro, un bizantino un altro ancora!

Come vuole, Professore, io ascolto  e cerco di capire.

Di una balena  parla  pure  la Bibbia :  conosci l ‘episodio di Giona,  famoso anche ai tempi di Cristo.?

Mi ricordo, ed una volta, anni fa,  lei mi ha dato anche una ricerca da fare.

Bene, Marco.E’ un racconto biblico,  ma  niente si sa del profeta.Non si conosce dove viva, né quando viva, anche  se  si sa  che vive prima della distruzione di Ninive, avvenuta nel 612 a.C…

Il profeta è un galileo, figlio di Amittai di Gad Hefer?

Forse. Alcuni ritengono che viva nel periodo di Geroboamo II (786-746 a C.) ma non si sa se sia  lo stesso personaggio: non sembra possibile una tale identificazione, in un’epoca troppo alta  (tra  Anadnirari III e  Tiglatpileser745-727): forse è da porre  tra Esharaddon e  Assurbanipal, morto nel 626, 14 anni prima della distruzione di Ninive!

Nessuno, comunque, professore,  conosce dove si trovi Giona  quando Dio gli ordina di predicare contro la città di Ninive?

Si parla, però, Marco, di una fuga a Tarsis, senza precisare la località di partenza!

Dove si trova Tarsis? E’una città?

Dove sia Tarsis   è ignoto.  A quale località corrisponda è ancora tutto da provare.

Così, comunque,  è scritto (Giona,1.2): Giona ! orsù vai  a Ninive  la grande città ed annuncia  ad essa che le loro malvagità sono ascese fino a me.

Secondo la Bibbia (Ibidem 3 ) , perciò, Giona si alzò, ma per rifugiarsi a Tarsis lontano dalla presenza di Dio.

Per un uomo del VII secolo a.C. non c’è luogo lontano da Dio, ma c’è la possibilità di allontanarsi dalla propria terra, dal Tempio,  da Gerusalemme, dai propri correligionari!

C’è la possibilità, professore, per un ebreo del Regno di Israele, (o di Giuda come noi pensiamo) di allontanarsi dalla patria  ormai sotto il dominio assiro, dai parenti, ma non dal proprio Dio,  onnipotente, onnisciente, che vede tutto? Si può ritenere  che Tarsis, lontana dalla sua patria, rifugio antico dei benianimiti, sia terra senza Dio, alla fine del VII secoloTarsis  è  una città marittima?! Dove  potrebbe essere situata?.

Marco, fai molte domande e non è facile rispondere.

La Bibbia con  Isaia ( 2.16 )- un profeta attivo sotto  Azaria, Jotam, Achaz, Ezechia, morto intorno al 689 – dice, dopo aver affermato che nel giorno del signore l’uomo sarà umiliato e ci sarà  la gloriosa maestà divina: il giorno di Jahve  Sebaot/ è contro ogni superbo ed altero/, contro ogni esaltato per umiliarlo/ contro tutti i cedri del Libano alti e  sublimi/ e contro tutte le querce di Basan, / e contro tutti gli eccelsi monti /e contro tutti i sublimi colli/e contro ogni alta torre / e contro ogni inaccessibile muro/e contro tutte le navi di Tarsis / e contro tutte le navi più belle…

Con Ezechiele – un  altro profeta   vissuto sotto Josia e Joakim,  deportato in Babilonia nel 598, quando già Ninive era stata distrutta da Ciassare e da Napopolasar  nel 612 – la Bibbia (27,26), in un’esaltazione dell’azione di Nabucodonosor,  che attacca Tiro, vista nella sua grandiosa attività commerciale  con tutte le sue dipendenze e cantata in modo funebre con un cantico (27.3-9), dice: La navi di Tarsis navigano per il tuo commercio, così divenisti ricca e gloriosa nel cuore dei mari.

La Tarsis dei due profeti non dovrebbe essere lontana da Tiro: Tarso di Cilicia sembra poter essere la città biblica lungo il Cidno  con navi : un marinaio con un paio di settimane da Tiro ci arriva facilmente, anche da Torre di Stratone.

Per  Giona, galileo, la fuga verso Tarsis, pur lunga, è possibile  e probabile:Tarso dista dal lago di Tiberiade, poco meno di 700 km. non sembra possibile, invece, una fuga verso il Mediterraneo occidentale.

Tarso/ Tarsis  è più probabile di Tarsis sul Quadalquivir (nuova Cartagena) o di Tarsis  in Sardegna che molti studiosi hanno voluto  veder come possibili rifugi occidentali del profeta sulla base di Erodoto (St. I,163)  o di Polibio (3,  24.2,5).

Sembra da preferire chiaramente la versione di Isaia   e di Ezechiele in relazione alla attività comune mercantile e  alla  epopea commerciale, stroncata  non da Nabucodonor ma da Alessandro Magno.

E’ da escludere- data la figura di un Galileo aramaico che ha una conoscenza scarsa  in epoca assira del Mediterraneo occidentale-, quella direzione,  mentre gli è più familiare quella orientale e specie  la costa cilicia.

Dunque,  professore, Giona  un galileo può allontanarsi tanto e arrivare aTarso di Cilicia?

Si pensa che per sfuggire a Dio possa  essersi spostato nel Mediterraneo orientale,  forse a Tarso di Cilicia,  e da lì  costeggiando la penisola anatolica sia giunto con navi alla stretto dei Dardanelli,  attraversato il Mar di Marmara,   e  possa essere entrato poi attraverso il Bosforo  nel Ponto Eusino.

Comunque, Giona si allontana da Dio per non obbedire alla sua volontà: sembra che il profeta divenuto marinaio, desideri vivere  da sconosciuto  in un paese straniero.

Come può essere arrivato sul Bosforo, visto che  i marinai  giurano secondo un sistema tipico di quella zona ?cosa significa  giurare su Zeus lithos (to Dia lithon),?

Marco, sorprende che ci sia un giuramento   tra i marinai, descritti dalla Bibbia sulla base della sorte, secondo un procedimento noto anche a  Polibio.

Chi scrive il  libro di Giona  dice che  da Tarsis  il profeta va verso una destinazione sconosciuta  e che  è sorpreso da  una bufera  con un gran vento, che sfascia la nave,  pur sgravata da  pesi.

Allora i marinai, prima  di affondare, iniziano a lanciare oggetti e poi tirano le sorti.

Tirare la sorte è un sistema tipico della cultura marinaresca babilonese, che rimanda quindi ad una tradizione aramaica,  presente in Ezechiele 27,21,26 e in Isaia in 22,16.

Comunque non è certa  neppure la identificazione di Tarsis   con Tarso  di Cilicia,(Flavio, Ant Giud IX,  208), né con Tartesso di Sardegna   Cfr. Erodoto, St., I,164;   Polibio, St., III,24,2 e5).

Si sa, comunque  che è imbarcato su un nave  non del Mediterraneo ma del Ponto Eusino: e come è arrivato  in quella zona?

Secondo me, Marco, mediante navigazione:  da Tarso all’imbocco dei Dardanelli  ci sono molte  migliaia di Chilometri. E da lì al Bosforo  ci sono  600 km.

E che ci fa un Galileo nel Ponto Eusino?

Non so. Ninive si trova sulla sponda sinistra del fiume Tigri ed è in una pianura  non lontano da  Arbil attuale: Il profeta non può esserci arrivato per un cammino terrestre, ma può aver  sfruttato anche il corso di fiumi.

La nave, su cui si imbarca Giona ,  è sballottata dalle onde ed i marinai, allora,  lo buttano in acqua perché sanno che è un uomo non pio, un disobbediente  a Dio…

E Jahve fece venire un gran pesce per inghiottire  Giona e Giona rimase per tre giorni e tre notti nel  ventre del pesce.

Professore, è Il muthos della balena!, Niente di strano. L’autore Biblico  scrive per un popolo di ignoranti!   Sa risolvere ogni problema col prodigioso: Giona prega Dio e il pesce lo rigetta sulla terra  a nord di Ninive, senza indicare il luogo.

Dove ?! Marco

Nella zona di Trebisonda?.,Marco.  Ma da  Trebisonda a Nivive la distanza è di quasi mille km, percorribile in  quasi due mesi di cammino ? o deve fare una viaggio fluviale?.. quando c’è Muthos tutto  è possibile come nella  storiella di  Luciano  di Samosata  che  racconta  di  una balena che inghiotte  il protagonista insieme  con la barca… tornato da un viaggio lunare, dopo che era andato oltre le colonne di Ercole ed era stato assalito da un vento tempestoso  ..

Così scrive Luciano, amico mio,  quando la barca tocca l’acqua, dopo  aver navigato verso le nuvole  tanto da vedere l’isola di Nefelecoccigia ..oos de tou udatos epsausamen  quando toccammo acqua ci rallegrammo  e provammo un’immensa gioia  .. ci tuffammo in acqua e  e nuotavamo perché c’era bonaccia  e il mare era calmo: ogni cambiamento in meglio risulta  principio di  mali maggiori di solito: allora  dopo aver navigato per due giorni col tempo  bello, allo spuntare del terzo giorno, al sorgere del sole  improvvisamente oroomen theeria kai khth polla men kai alla, en de megiston  apantoon oson stadioon chilioon kai pentakosioon to megethos/  vediamo bestie e cetacei  et tra le altre una balena la più grande di tutte della lunghezza di 1500 stadi (uno stadio 178 mt cioè 267.000 mt,  267,000 Km!).

Professore, E’ il solito Luciano iperbolico, che descrive il fatto favoloso senza garantirne la veridicità, lasciando al lettore  la libertà di valutare come vorrà (cfr. Come si debba scrivere la storia)!

Certo Marco, tu ricordi allora  anche le frasi successive:

Essa veniva contro di noi con la gola aperta, sconvolgendo il mare già a grande distanza ed avvolta di schiuma tutto all’intorno e digrignando i denti molto più lunghi dei falli in uso tra noi, tutti aguzzi come pali e  bianchi come l’avorio… essa con una sola sorsata ci inghiottì con tutta la nave  che senza essere maciullata finì nell’interno..(Cfr. Storia Vera I, 30).

Lasciamo da parte  l’incredibile storia di Luciano, professore, e mi parli invece di una reale  balena, arenata nel  Ponto Eusino secondo la  descrizione esatta di  Procopio di Cesarea nell’anno 548 d.C (Storia Gotica, III,XXIX).

Procopio,in modo preciso e scientifico, da storico, scrive: allora fu presa una balena che quei di Bisanzio chiamavano Porfirione…

Questa balena aveva infestato il Ponto Eusino per cinquanta anni  ma in modo non contino, comparendo  ad intervalli. Molte furono le navi che ella affondò e molti i naviganti che sbatté violentemente e che mandò a Kore in lontananza.  Giustiniano aveva a cuore che questa balena fosse presa, ma non si trovava  nessun mezzo  adatto a compiere tale impresa e perciò nessuno portava a termine quanto l’imperatore ordinava.

Procopio afferma  che, comunque, alla fine fu presa  e lo racconta: Il mare era  in perfetta bonaccia ed una grande quantità di delfini si era radunata alla bocca del Ponto Eusino.

Questi, vista la balena,  subito fuggirono  alla rinfusa  e i più giunsero alla foce del Salgari  un fiume della Bitinia (cfr  Strabone, Geografia,  XII, 2).La balena ne prese alcuni e  voracemente inseguiva gli altri  finché senza accorgersene  si trovò a ridosso  della terra ferma  in una zona dove c’era  mota  grande e profonda  per cui con violenza  la balena si agitava  facendo grandi sforzi per potersi tirare fuori  dalla melma, senza però riuscirci  perché più si agitava e più sprofondava. Gli abitanti del luogo, visto ciò e sentito il rumore, di corsa vennero con le asce e la  colpivano  da ogni parte incessantemente,  finché non la ebbero uccisa.

La tirarono poi su,  a pezzi e  con grosse funi  la posero su carri: era lunga trenta cubiti (cm 44,45)  e larga dieci.(circa 13 metri e larga  un 4,5 metri- un Capidoglio spiaggiato in questi giorni  è di circa 9,50 metri-). Infine la spezzarono e se la divisero in parti e se ne  cibarono subito mentre  misero sotto sale le parti restanti.

Questa, Marco, la conclusione dello storico: altri facciano le loro disquisizioni, io  penso che l’uccisione della balena  fece  cessare ben molti mali...

Una cosa è la descrizione storica, una quella mitica!.

Epistula CXLVII di Bernardo

 

Oggi, Marco, desidero mostrare ( e dimostrare) che  chi cerca lo spectaculum è  …un  theoricos,  e risulta  inutile …politikos.

Bernardo  di Clervaux  si serve  dello spectaculum ed  è teorico, funzionale solo per l’ecclesia, non vero politikos:  L’Epistula  CXLVII  (Migne, Patrologia latina) è una  sua lettera a Pietro il Venerabile, abate di  Cluny, datata anno Christi 1138, in risposta a due lettere del cluniacense (Migne, Patrologia latina), esemplare del suo sistema di scrivere e del suo agire politico.

La lettera  sembra scritta da  Bernardo, qualche settimana dopo il 25 gennaio del 1138, quando ha notizia  della morte di Anacleto II, di Pietro di Pietroleone.

Si conosce la notizia  da storici come Falco Beneventano, da Pietro Diacono (Cronic.. Casin. IV,130) da Romualdo Salernitano (Annales, in Arndt  M.G,H. e in Del Re,  cronisti e scrittori  sincroni della  dominazione normanna in Puglia e Sicilia, Napoli 1845), oltre che da Ernaldo, il  biografo di Bernardo  e dall’annalista Saxo  e da Ottone di Frisinga (VII,22) che aggiunge:  fu sepolto in San Pietro, ma poi i suoi avversari  distrussero la sua tomba.

Perché proprio questa lettera e non altre ?

Per me,  Marco, Bernardo è un grande abate, eccezionale predicatore, un maitre a penser, un persuasore di grande efficacia retorica, un’asceta  mistico, che sa dominare le proprie passioni, e che  poggia  su un piano espressivo retorico  i suoi contenuti  astratti, mirando all’utile  del proprio ordine  convinto che essere christianus  significa fare il bene della Madre Chiesa. 

La lettera  CXLVII è  un compendio  di retorica, di fede, di pensiero cristiano.   

Dove si trova l’abate?

Bernardo si trova ancora in Italia Meridionale, dopo la fine dell’impresa di Lotario III: ha fatto trionfare la theocrazia terrena e una Chiesa spiritualizzata ed astratta cenobitica e  curiale, mettendo in mostra un rigore religioso  ascetico  contro la millantata  romanitas, rapace, anacletiana.

Ora ha il compito, conclusa l’impresa italica  di Lotario III,   di sistemare il Mezzogiorno italiano,  controllare,  regolare Ruggero II  duca di Sicilia, vinto dall’imperatore,  e di punire i rimasti abati  e popolazioni  ancora scismatiche meridionali.

In nome della sua fides, innocenziana, e del suo ascetismo borgognone, si è diretto verso Salerno, dove si è rifugiato il duca siciliano, che, dopo aver ripreso Nocera, la zona di Capua e Terra di lavoro e costretto il principe di Napoli a dichiararsi suo vassallo, è, però, incappato in una sconfitta presso Rignano ad opera dei filoinnocenziani, capitanati da Rainulfo di Alife, nonostante l’aiuto dei beneventani e dell’abate di Montecassino.

Il santo, venerato fra  le popolazioni, vuole imporre una tregua  per porre fine  allo scisma  e per far ritornare definitivamente nella Chiesa romana, l’unità, e ripristinare l’ordo pontificio nelle ex terre matildine, contese tra i comuni toscani, ed  è convinto della vittoria degli imperiali ora anche filopapali, dopo la seconda discesa di Lotario.

L’imperatore, vista la situazione nella zona padana, aveva concesso,  infatti,  la constitutio de Feudis a Roncaglia e passando lungo la pars adriatica   si era fermato ad Ancona e aveva passato  la Pasqua a Fermo, avendo l’appoggio delle flotte  veneziane e bizantine, nonostante  l’opposizione del marchese Guarnieri. Passato il Tronto e giunto al Gargano, prese Troia, Canne e Barletta,  aveva celebrato la sua vittoria sul duca Ruggero  in fuga, a Bari,  nella cattedrale di S. Nicola, dopo la morte del suo cancelarius  Bruno di Colonia.

Bernardo aveva seguito l’imperatore e  da Sutri con Innocenzo II si era diretto prima ad Anagni e poi a Montecassino, opponendosi al cancelarius di Ruggero, Guarino, e mettendo in crisi Senioretto  l’abate cassinese – da cui  in seguito riceverà somme di denaro- avendo conquistato Benevento  ….

Ora, invece, a Salerno, il cistercense  ha di fronte Ruggero che fa una politica dilatoria e temporeggiatrice, convinto che il tempo  è a lui favorevole e che  respinge ogni offerta di pace  e non concede neppure di parlare dello scisma.

Il duca  detta lui le condizioni facendo  esplicita richiesta  di interrogare e del partito innocenziano e di quello anacletiano   tre  cardinali rappresentanti diretti della duplice elezione romana.

A sette anni dallo scisma i cardinali devono confessare  la verità sulla legittimità del fatto elettivo, davanti ad un potere laico, quello normanno  del Duca di Sicilia interessato, comunque, a ratificare  la non illegittimità di Anacleto II, avendone avuto una bolla di consacrazione regia.

Viene ricreata la situazione  dell’elezione di Anacleto II del 14 febbraio del 1130,  viene indicata perfino l’ora sesta  con la chiesa di S.Marco e di Anacleto II  viene stigmatizzata nella  legittima consacrazione ufficiale in S. Pietro ad opera di  Pietro di Porto il 23 dello stesso mese.

Tutto, elezione e consacrazione anacletiana, è descritto secondo la solennità canonica  del mos romanus  davanti al popolo  e alle gerarchie ecclesiastiche  per indicare la vox populi e la vox ecclesiae e per mostrare i fatti in luce et manifesto, unanimi voto et desiderio.

Vengono ricordate  anche l ‘elezione notturna tra il  13  e 14 febbraio,  di nascosto, in umbra mortis ( In tenebris, in occultis tenebris),  di Innocenzo II, subito dopo o poco prima della morte di Onorio II, e la sua consacrazione, successiva,  in S. Maria Nova da  parte di Giovanni cardinal  Vescovo di Ostia, senza la presenza del popolo.

Le due elezioni  vengono fuori dai Regesta pontificum  romanorum di Jaffé, Lipsia 1885, dove si possono trovare e quello di Innocenzo col voluminoso bollario ed epistolario e quello  ridotto di Anacleto.

Nell’occasione del convegno detto di Lagopesole, 9-18 luglio  1137,  i cardinali fanno le trattative di S. Germano che si concludono, dopo quattro giorni, col  trattato  Mignano e discutono  sulle modalità elettive e sui contrasti dello Scisma.

Ruggero, nella relazione scritta cardinalizia dell’  elezione e consacrazione  papale, abilmente   individua  la deficienza canonica  dei concili fatti  circa l’autenticità  elettiva di Innocenzo II,  rilevando la costruzione organizzata  da Aimerycus e dai cardinali callistini, francesi e borgognoni, visti e conosciuti  come  già impostati  retoricamente e moralmente sulla figura del pontefice esule  da Roma, – secondo loro città corrotta e corruttrice a causa  della casata dei Pierleoni di origine giudaica e popolare-.

Non sfugge  a Ruggero il significato politico della dimora  a Pisa, e poi di quella a Genova ed infine del domicilio di oltre due anni in territorio francese: le flotte pisane e genovesi, l’esercito di Luigi VI, l’ adesione degli ordini religiosi borgognoni ed infine la la promessa di aiuto imperale germanico sono il frutto di un riconoscimento universale occidentale ad Innocenzo II  che sa sfruttare i suo esilio e  far convincere l’imperatore a riportarlo  in Roma come legittimo papa e ad opporsi a lui, naturale sostenitore di Anacleto II.

Da normanno,  il  duca ha seguito l’ascesa della famiglia Pierleoni, di cui è espressione  concreta Anacleto II, Pietro di Pietro Leone, cugino di Ildebrando di Soana (Gregorio VII) e nipote di Gregorio VI!.

Ruggero conosce la potenza del clero francese  e sa dell’ostilità di Aimerycus, di Pietro il venerabile e di Bernardo nei suoi confronti: considerano il suo potere diabolico e lo bollano come tyrannus  disquisendo sul termine in opposizione a rex e ad imperator  secondo la visione teocratica gregoriana.

L’orbis romanus è visto secondo la fides : imperatore, monarchi e signori  sono milites Christi e perciò milites Sancti Petri, soldati di  San Pietro  e del suo vicario sulla terra: è accettato il principio  che  la dignità regale nasce dall’orgoglio umano, quella vescovile e sacerdotale è istituita dalla pietà divina: l’una cerca senza riposo una gloria vana, l’altra  aspira sempre alla vita celeste. Il tutto è sintetizzato nella formula di potestas terrena  diabolica e di auctoritas divina  (Ep.2  del Registro di Gregorio VII, I,IV in Jaffè Monumenta gregoriana in  Bibl. rerum germanicarum  II, Berlino 1865)

Professore , quindi, secondo Ruggero  ancora si procede sulla base di pregiudizi  per cui si è fatta una distinzione non esatta su pars sanior et melior  innocenziana e pars prava et insana  anacletiana?

Certo, Marco.

I rancori della curia francese, – che volutamente trascura  i canoni  dell’elezione   innocenziana, ritenuta utile alla Ecclesia e condanna  la legittimità della consacrazione ufficiale anacletiana,- fanno stravolgere  la realtà dei fatti e determinano l’alonatura  del proprio  candidato innocuo,  seppure non innocente.

ll gioco retorico su Innocenzo col poliptoto  è segno  di una biblica adesione al candidato esule, esaltato coi Salmi e per contrasto si fa propaganda negativa sulla sobolem iudaicam, sulla iudaica congregatio , sull’esercizio dell’usura  del primo Leone, figlio di  Benedetto Cristiano, così   chiamato in onore di Leone IX ( Cronicon Mauriniacense in Migne , M.G.H SS XXVI,39) che lo sfruttava come personale nummularius!

E’ un’alonatura  retorica  che comporta condanna dell’altro candidato,. L’uno è benedetto,  maledetto l’altro. E’ così?

Certamente, anche se ora  c’è un giudice laico che   ha  le relazioni scritte e le sa leggere, anche se tardivo è il suo intervento! .

Siccome Ruggero sa che l’ esilio pisano e francese di Papa Innocenzo II  è stato fondamentale per la definizione ufficiale del titolo con riconoscimento  regio ed imperiale a Liegi, richiesta dagli abati borgognoni e dai cardinali callistini, più giovani rispetto a quelli  gregoriani romani nei concili di Etampes, Wuerzburg e Reims, ora perciò  a Salerno  con la relazione della duplice commissione  fa stabilire  definitivamente la legittimità e canonicità della doppia elezione per emettere un giudizio sul papa autentico in modo da verificare realmente le due figure all’atto dell’elezione  e non sulla base delle opposte propagande. 

Con i cardinali innocenziani c’ è, inoltre, Bernardo, sublime oratore, il campione della Chiesa. Tra gli  avversari c’è qualcuno  che possa  contrastare  l’abate di Clairvaux?

Si. Purtroppo, dopo anni di lotte, oramai tutto è a favore dell’Ecclesia universale  innocenziana!

Eppure Ruggero, anche se è morto  da poco Pietro di Porto, ha dalla  parte  anacletiana Pietro da Pisa , illustre canonista, figura di prelato da tutti amata e stimata, con Matteo e con Gregorio di S Eustachio, che hanno condiviso col pontefice ed approvato la sua elezione  a re di Sicilia con la bolla XLI,  contenente il  diploma di concessione del titolo regio.

I tre membri innocenziani (Aimerycus, Gerardo di S Croce e  Guido di Castello) sono noti dalla cronaca di Falco Beneventano che  parla di una dibattito sereno durato 8 giorni, seppure   intramezzato da trattative  e da incontri diplomatici, insieme con Bernardo: essi  hanno, comunque, nonostante il contesto a loro poco favorevole, coscienza di essere la pars vincente.

A Salerno dunque,  Bernardo  vorrebbe far valore la sua  Theoria vanificata  alquanto da Ruggero  di Altavilla, che ad Avellino  nel settembre del 1130, avendo abbattuto le autonomie locali specie di Benevento,  era riuscito a creare un partito anacletiano basato su Monteccassino   e il suo abate Crescenzio,  cardinale di S Marcellino e Pietro, congiunto col Meridione e formando un unicum tra curia papale e  sistema regio.

In quella sede, perciò,  Bernardo è cauto anche se fermo nella sua  fides innocenziana, conscio che la creazione del regno normanno  a seguito della consacrazione ufficiale  a Benevento  il 22 settembre  è atto di una cancelleria che è connessa con quelle precedenti di  Urbano II e di Pasquale II!:Ruggero  per quel titolo risulta ancora Rex  Siciliae et Calabriae et universae terrae ed ha diritto di erigere la Sicilia caput regni, essendo poi consacrato a Palermo dall’arcivescovo – che è premiato dal re con diritto di legazia per l’isola -, avendo il principato di Capua  e honorem quoque Neapolis  e come vassallo del papa, paga seicento schifati annui.

Che comportamento tiene Bernardo nella disputa finale del convegno?

Da umile servo della Chiesa, che ha in pugno la vittoria, e che scaltramente si adegua alla situazione e al contesto: dice parole bibliche e fa gesti teatrali  recitando la pars di chi accoglie  perdonando l’altro peccatore!

Nella disputa, Bernardo, come plenipotenziario aggiunto ai  cardinali innocenziani,  a fine convegno,  non  affronta il problema della legittimità dell’elezione,  ma, sposta la comunicazione e la questione   sulla   situazione morale critica della  Chiesa, il cui corpus, provato  e  diviso,  è martoriato dal male dello Scisma, già risolto, comunque,  per lui, dall’universale adesione popolare e clericale  ad Innocenzo II.

Il santo,  segaligno, assente, impenetrabile nel suo divino ascetismo, presa la parola,  inizia il discorso  secondo enfasi retorica  in modo semplice, capzioso, sicuro, seguendo un procedimento  sofistico tipico della scuola parigina,  parlando della nave di Noè, che si salva dal Diluvio.

E’ la nave della Chiesa, della Res publica romana ecclesiastica  l’arca salutis  dell’humanitas intera!

Ad occhi chiusi il santo  afferma rivolgendosi direttamente a Pietro da Pisa : una è l’arca su cui salvarsi e,  al di fuori di essa non c’è Salus.

L’interlocutore, anche lui logico, pure lui formato alla stessa scuola anche lui retorico, ormai convinto della soluzione, nonostante la canonicità e legittimità di Anacleto, e della necessità di una  comune salvezza nella stessa barca, sembra annuire al discorso di Bernardo

Il cistercense, allora,  subito aggiunge,chi fabbrica due arche  può essere certo che – non essendo sommersa  quella di Noé- avrebbe tratto con sé  a morire  quelli che vi avessero preso posto.

Il santo, senza dare possibilità di replica reale, insiste nel dire, incalzando : avendo  Anacleto costruito un’arca,  Innocenzo un’altra  è necessario che una delle due sia sommersa.

Dovremo perciò scomparire  con Innocenzo tutti  gli ordini religiosi che in tutto il mondo stanno per lui: I certosini, i Camaldolesi, i Cluniacensi i Premonstratensi e gli stessi Cistercensi  et universi qui nocte et die  serviunt Deo in vigliis et orationibus, in ieiuniis et in laboribus multis ?

Secondo Bernardo, perciò, è meglio che muoiano  vescovi sacerdoti  anacletiani popolari e nobili -salvo alcuni, tra cui il presente re – che la ChiesaSe dunque assolverete un’arca,  salverete la Chiesa universale, se l’altra solo Anacleto coi suoi!

Questo è il discorso conclusivo di Bernardo, asceta, che ha coscienza della presa  delle sue parole, considerate dettate dallo spirito santo, perciò, voce di Dio vero.

La conclusione verbale, pur coinvolgente,  per un abile retore, come Bernardo  è poca cosa, se manca il gesto  politico di perdono e di accoglienza fraterna sulla barca della salvezza.

Allora l’abate di Clairvaux, alto ed ieratico si avvicina al piccolo  Pietro, cogitabondo , e porgendo la mano  lo invita a salire sulla barca più sicura.

Bernardo a Salerno  vince  retoricamente e politicamente, ma è inutile politikos  che risulta un predicatore di fronte a Ruggero, un re laico, che guida truppe e cristiane e musulmane, che ha un’altra cultura politica senza schematismi religiosi, basata  sulla realtà situazionale di un Mezzogiorno a lui devoto ed ormai unificato sotto il potere normanno.

Le parole retoriche e la politica innocenziana servono solo agli ecclesiastici e ai bizantini, theocratici, ai teutonici imperialisti, non ai normanni, popolari teologicamente ambigui, anche se crociati!    

Il santo convince tutti ma non Ruggero che crede che Anacleto sia  pontefice, giusto e popolare e che la sua famiglia  Pierleoni sia migliore di tutte altre  filoimperiali  perché  non disgiunge la pratica dalla parola!

Il gesto ad effetto inganna tutti ma non il normanno che non vede in Innocenzo  le sofferenze patite, nè peregrinationes, nè ieiunia né elemosinae e neppure in Anacleto che, comunque,è  più coerente nella sua azione papale ambigua, nella proposizione delle due chiavi e nella supremazia del Dictatus papae  del cugino Gregorio VII, oltre che nella logica delle due spade, pur nella coscienza ebraica della necessità della separazione dei due poteri (quello temporale e quello spirituale).

Ruggero comprende solo che l’abate, scaltro, è riuscito a far trionfare la sua tesi  ma sa che la realtà delle forze dell’opposizione non sono solo religiose come in Aquitania e in  Milano ma risultano potenze estranee allo Scisma: La vittoria di Bernardo è  propria di una retorica religiosa e non supera le ragioni nascoste  di una società in fermento come quella comunale settentrionale e come quella di un assestamento meridionale e di un Patrimonium sancti Petri et Pauli illegittimo controllato dalle potenti famiglie romane e dal popolo, anche  dopo la morte di Anacleto II.

Ruggero  non tiene in alcun conto  l’euforia del partito innocenziano vittorioso e scioglie la seduta: decide di sottoporre il verdetto definitivo alla sua corte di consiglieri a Palermo  in base alle relazioni scritte  di un rappresentante innocenziano e  di uno anacletiano

Perciò  tutto ancora deve essere definito, nonostante la  retorica spettacolare di Bernardo! il re, politico,  vince sull’abate politico di convento!

A Palermo  infatti, nel Natale del 1137,  la nuova assemblea rinnova  la sua adesione ad Anacleto, anche se è nota la notizia del rientro di Innocenzo a Roma sotto la protezione dei Frangipane e  dei Corsi.

Dove si trova Bernardo al momento della morte di Anacleto II?

Non si  sa in quale parte di Italia settentrionale si trovi Bernardo, forse sull’Appennino centrale  tosco-romagnolo,  pronto a tornare al suo chiostro, quando gli giunge la notizia della morte di Anacleto II, la cui fine non chiude il rapporto  tra i Pierleoni e il re di Sicilia, che conserva il titolo e la supremazia in tutto il Meridione.

Il santo  alla morte del nemico, non placa il suo sdegno, non  smorza i toni della polemica e non arresta il suo rancore  in nome della fratellanza cristiana davanti a thanatos, rimettendo a Dio il giudizio definitivo sull’uomo e sul Cardinale, i cui atti , episcopali e papali sono stati  pari a quelli innocenziani  scritti ed archiviati come bolle  con segni divini universali!

Bernardo nemmeno sa contenere  la sua gioia: noi capiamo bene l’esplosione di un momento  poiché  vive  ancora in un clima di passioni  e di lotta, di dolore morale e di esasperazione  delle stesse forze fisiche per lo Scisma!.

L’abate di Clairvaux ancora  ribolle delle proprie accese pulsioni  dei suoi sentimenti di amore verso l’unità della Chiesa e della sua personale scelta della figura di Innocenzo II.

Egli giustamente aspira alla  soluzione dello scisma, al ripristino della pace  nelle città e  nelle regioni occidentali, ispanico-francesi e in Germania costatando ancora la  divisione  tra i cittadini  a causa dell’elezione di Anacleto II Pierleoni, considerato anticristo,  antipapa anche se legittimamente eletto,  in quanto privo delle virtutes  proprie di un pontefice, essendo uomo di stirpe giudaica  venale e corrotto, corruttore, capace di  rovinare la messe del signore,  bisognosa di una sola guida!

Lo scenario italico, ribollente di lotte comunali,  di latrocini,  di guerre fratricide nel Settentrione ,  ancora di più acuisce la sua rabbia  verso la chiesa romana, infedele nonostante la presenza di Innocenzo II unico papa e la duplice

venuta di Lotario in Italia.

Ruggero ancora di più domina tanto che anche dopo Anacleto può creare un altro antipapa Vittore  IV anche alla presenza del legittimo papa, da poco rientrato a Roma, ma tenuto   sotto pressione grazie al potere dei Pierleoni, suoi fedeli: la Chiesa borgognona non ha vinto sulla Chiesa romana; i cardinali callistini  hanno imposto il loro papa, non la loro riforma!

L’esplosione, quindi , di Bernardo può essere anche  accettata e compresa, nonostante che l’abate manchi  misura e di pietas  nei confronti di un ecclesiastico, benemerito, di certo, non leo rugiens in innocentem  agnum,  e non inferiore per vita, per morale,  per cultura e per  lungimiranza  politica del suo competitore, Innocens di nome.

Professore, forse ho capito, qualcosa del problema dello scisma ma della lettera 147- sicuramente scritta secondo retorica, strutturata con le regole del  cursus e di tutte i pregi dell’ars i praedicandi- cosa può dire, oltre al valore  documentale, culturale e letterario?

Non voglio fare una lettura tecnica,  ma mostrare solo l’animus  dell’ abate, che  ha un  incipit, costituito da un exordium  speciale

Visitet te Oriens  ex alto, o bone vir,  quia visitanti me in terra aliena  et in loco peregrinationis  mea consolatus es  me. Bene fecisti, intelligens super  egenum et pauperem. Absens  eram  et absens etiam longo tompore ; et recordatus es nominis mei, homo magnus, occupatus in magnis.

Il rapporto tra di due abati  è di lunga durata, dal momento dello sbarco di Innocenzo II a S. Giles  l’undici  settembre del 30, dopo  che il papa ha inviato lettere a Diego di Compostela,  quando si costituisce il fronte innocenziano, formato  oltre che  da loro due anche da Aimerycus, garanti  dell’unità della chiesa di Francia di Germania e di Inghilterra, di tutto l’occidente.

Rilevo solo  l’intreccio di te e me  e l’uso del congiuntivo presente visitet in poliptoto con visitasti  oltre ad Oriens- Il sole che sorge –  che sottende Occidens– Il sole che cala –  per indicare il rapporto epistolare che lega i due, voluto da Dio –Sole, che li assiste nel suo corso regolare e che li tiene legati consolandoli a vicenda e favorendo in terra straniera la sua missione  e  il suo pellegrinare .Metto in evidenzal’affermazione bene fecisti   in quanto Pietro ha  compreso  non solo la condizione di egenus et pauper, ma anche   quella di essere absens (anadiplosi ) dalla Patria e soprattutto noto  come Bernardo faccia captatio benvolentiae  col lodare l’amico, gia chiamato, o bone vir, come homo magnus,  occupatus in magnis  (cfr  poliptoto simile s  quello di De vita contemplativa di Iulianus Pomerius , di oraziana memoria) che si ricorda del suo nome.

La chiusura di questa parte  epistolare è fatta con la benedizione del Sanctus Angelus  di Pietro, suggeritore, e   Deus Noster, persuasore:  Benedictus sanctus angelus tuus, qui tuo pio pectore id suggessit: benedictus Deus noster, qui persuasit.

Il nucleo della lettera inizia con En  teneo  in cui  specifico valore introduttivo ha En, un’interiezione che vale di norma ecco ora tengo, ma significa anche, dunque  ho per mano  ( possiedo queste lettere) tanto da poter  dire  bene ,ah!  e da poter dare valenza riassuntiva e conclusiva   che autorizza la precisa affermazione di gloriarsi e di vantarsi   presso gli estranei del messaggio del cluniacense  specie quando questi   lascia trasparire propri sentimenti, effondendo la sua anima

I successivi tre enunciati complessi con l’ anafora di Glorior in sede princeps spiegano che il suo gloriarsi dipende

1.. dal  fatto che Pietro lo tenga non solo in memoria ma anche  in gratia

2, dal fatto che lui per il privilegio dell’amore  sia riconfortato abbondantemente dalla dolcezza   del suo pectus ( petto  metonimia per cuore ).

  1. e soprattutto dalle tribolazioni patite per la Chiesa ,il cui trionfo risulta essere la sua gloria, che innalza il suo capo.

En teneo unde glorier  apud extraneos, litteras tuas  et illas litteras  in quibus  tuam mihi animam effudisti.

Glorior quod teneas me non modo in memoria,sed et in gratia

Glorior privilegio amoris tui, refectus sum  de abundantia suavitatis pectoris tui

Non solum autem, sed et glorior in tribulationibus, si quas dignus habitus sum pro Ecclesia pati.

Haec plane  gloria mea et exaltans caput meum, ecclesiae triumphus.

Marco, esamina  Plane  che ha valore  non solo di  completamente ma anche  chiaramente  ed è segno della coscienza del suo lavoro ribadito con il poliptoto mea/meum.

Professore, mi scusi , sono in difficoltà io, che la seguo da anni e che ho lavorato con lei, cosa può opporre il popolo o anche il miles, nobile guerriero semianalfabeta, di fronte alla doctrina S. Petri?

Niente!  il sacerdotium ha sempre ragione : il laborator fa il laborator e il miles il miles; ad ognuno il suo mestiere!

Come arriva ad esultare della morte di Anacleto?

Per gradi, Marco, lentamente, pacatamente in apparenza, ma poi improvvisamente mostra la  ferocia di un  animo barbarico militaresco.

Dapprima, infatti,  mostra che Lui e Pietro sono stati socii nel tempo della lotta e lo saranno insieme nel tempo della consolazione : essi hanno dovuto collaborare e soffrire con la Madre Chiesa  per non far lamentare la Chiesa che implora col Salmista di tenersi stretti accanto a lei quando i nemici fanno impeto.

Nam si socii fuimus,erimus et consolationis. Clloborandum  fuit et compatiendum  matri, ne et nobis quereretur  dicens . qui iuxta me  erant de  longe steterunt et vim faciebant  qui quaerebant animam meam  Psalm, XXXVII,12,13.

Poi  fa seguire il ringraziamento a Dio – recitando il Te deum– che ha assistito e dato la vittoria alla chiesa, la onora aumentando la maestà nei lavori, portandoli a compimento tanto da volgere Tristitia  nostra in Gaudiumluctus noster  in Cytaram:

Deo autem gratias qui dedit ei victoriam, honestavit eam in laboribus  et complevit labores illius . Tristitia nostra in gaudium e luctus noster in cytaram versus est.

Infine   Bernardo crea la scena di un paesaggio da una parte invernale, da un’ altra primaverile , essendo la data della morte  di Anacleto in gennaio inoltrato  evidenziando il passaggio dello Hiems, l’ andarsene e il recedere degli acquazzoni e lo spuntare dei fiori in terra nostra, mentre marca il tempo di potatura quando è tagliato il sarmentum inutile  e il putre membrum (chiasmo).

Hiems transiit, imber abiit  et recessit, flores apparuerunt in terra nostra, tempus putationis advenit  anoutatum est sarmentum inutile, putre membrum.

Alla natura  fa seguire l’ azione vendicativa di Dio, che agisce  conformemente alla oikonomia divina, che punisce Anacleto, assorbendolo, inghiottendolo  risucchiandolo  per trasportarlo in ventrem Inferi

Vien punito ille, ille iniquus qui peccare fecit Israel.

Allora cita Isaia (abbiamo stretto alleanza con la morte/ e con lo Sheol abbiamo fatto un patto) ed Ezechiele che parla del malvagio che ha breve vita.

Ecco l’intero passo della lettera  col famoso incipit : Ille, ille iniquus  qui peccare fecit Israel morte absorptus est  et traductus in ventren inferi. Fecerat quippe  secundum prophetam, pactum cum morte,et cum inferno foedus inierat (Isaia ,XXVII,15): ideoque  iuxta Ezechielem  factus est perditio, et non subsistit in aeternum.

Bernardo, dopo aver  mostrato che Anacleto fu un altro nemico  e  il maggiore  tra tutti ed anche  il peggiore,  tuttavia   fu da Dio troncato,  si ricorda che  il defunto papa fu uno degli amici della chiesa anche se di quelli di cui  ci si può  lamentarsi secondo il detto del Salmista.

Alius quoque omnium  sicut maximus,ita et pessimus inimicus  abscissus est nihilominus et Is erat unus ex amicis ecclesiae sed illis , de quibus solet queri etdicere: Amici mei et prossimi mei  aversum me appropinquaverunt et steterunt (Psal. XXXVII,12) Ai qui restant, cito speramus  de similibus idem iudicium

La condanna è totale su Anacleto  e sui suoi  partigiani che  presto avranno la stessa  sorte.

Marco, così scrive ragiona e condanna Bernardo di Clairvaux, un abate santo, un dottore della Chiesa!

 

 

 

Morte di Onorio II

La morte di Onorio II

Perché, professore, vuole parlarmi della morte di Onorio II?

Marco, da tempo,  desidero mostrarti  concretamente  cosa succeda a Roma alla morte di un papa: tu non puoi sapere cosa fanno popolo e famiglie potenti romane  al momento della morte di un papa e cosa fanno i cardinali e  i prelati di curia.

Certo. Io so soltanto  notizie libresche, come i miei amici Andrea e Marcello,  ma non conosco la situazione romana del febbraio 1130: tu conosci invece da epistolari, regesta, e storici dell’epoca  la realtà di quel momento  avendo lavorato sul sistema economico- sociale, politico-religioso, e su quello retorico letterario e  sulla cultura medievale e sui singoli papi.

Marco, desidero che tu sincronicamente, da una parte,  possa vedere  l’episodio e la situazione generale in modo che, capendo  gli antefatti, possa tirare una personale conclusione sull’accaduto  dello scisma  del 1130,  ma possa – seguendo anche, da un’altra  parte,  diacronicamente quanto si è verificato precedentemente –  anche  fare una giusta proiezione storica, seppure a  breve termine.

Perciò, professore, devo tenere  contemporaneamente presente  sia il punto situazionale che gli antecedenti per aver possibilità di decisione critica circa la  valutazione dell’intero fatto in relazione ad un breve periodo successivo, che  risulta quasi naturale conseguenza, in proiezione storica,  di quanto avvenuto!.

Così facendo, professore, si fa, però,  storia  senza attualizzazione e senza proposizione di Historia, magistra vitae, e non  si concede al lettore diletto e nemmeno utile.

A tutti piace invece  leggere, vedere analogie con l’oggi,  trovare rapporti ed interpretare la storia umana come un ripetersi  di fatti ed aver così esempi  da imitare: non diceva Aristotele che tutto è mimesis?

Noi, Marco, stiamo cercando di fare un’altra storia,  ricostruiamo pazientemente  il momento storico, nella sua unicità, come evento storico nel suo autentico valore, senza interpretarlo a fini morali, progressistici,  nazionalistici, anthropici, universalistici, considerando il fatto  come tipico in quella particolare situazione!.

Allora, caro professore…non possiamo non essere perdenti: appariamo solo degli eruditi, antipatici e spocchiosi!

Marco, può sembrare così: l‘ uomo passa  dall’erudizione alla maturità, dall’ esperienza storica reale all’adultismo, in un dato momento, dopo la fase artigiana di operatività concreta:  senza sapere  e coscienza matura  non si ha vera cultura, non si passa all’astrattismo formale ! Cfr.Anthropos .

Possiamo risultare  antipatici , certamente, perché, facendo ricerca, diamo novità e tiriamo serie conclusioni, impegnative per chi è concreto e dilettante, che, di norma, è arrogante nella sua perizia tecnica e non umile ad apprendere. Forse qualcuno potrà anche chiamarci fanatici, perché siamo convinti di operare  entusiasticamente secondo precisi processi, conoscendo bene  le proprie competenze e i  propri limiti umani. Cfr. Enthousiasmos.

L’equivoco è nella coscienza del ricercatore di non avere certezze mentre chi  fa il bene della Chiesa ha il dogma da difendere  ed idealisticamente procede, coinvolgendo gli altri, razionali – non popolari – con la retorica spettacolare: col tempo, il lavoro del primo scompare essendo infruttifero per la ecclesia comunitaria, quello del secondo  rimane come esempio di virtus  santificata  e trova sempre un altro, che imitando, porta avanti e rende vittorioso quel pensiero che poi  si stabilizza e si storicizza e diventa  pietra angolare di una nuova costruzione

Ognuno deve seguire la propria strada e  noi la nostra di oppositori impotenti di fronte alle macrostrutture sistemiche, già codificate: si risulta  così suicidi nel trionfo della santità cattolica! I patarini e i catari sono  esemplari martiri!

Ora, seguimi, se ne hai  ancora voglia, e tieni presente che nel giro di  poco più di un trentennio, ci sono cinque antipapi (Clemente III, Teodorico,  Alberto, Silvestro II e  Burdino/Gregorio VIII), nominati, di norma, dagli imperatori di Franconia, Enrico IV e d Enrico V) .

Nei primi giorni di Febbraio, comunque,  Onorio II  sente che la morte è prossima e si allontana dal palazzo del Laterano e si fa portare sul Celio nel Monastero di S. Gregorio In Clivo Scauri. Probabilmente teme che i cardinali, pressati e  dai Frangipane imperiali, e dai Pierleoni, antimperiali,  facciano  quanto  fecero alla sua elezione.

E che fecero, professore?

Morto Callisto II, il 16 dicembre del 1124 vescovi e cardinali, appena entrati  nella cappella di San  Pancrazio  al Laterano, pur essendoci una incertezza tra l’elezione  di Lamberto,  cardinal vescovo di Ostia  e Sasso di Anagni  cardinale di S. Stefano, dei conti di Anagni, fortemente voluto dal popolo, eleggono invece  Theobaldo Buccapecus  col nome di Celestino II.

Le fonti non sono chiare, ma si sa che mentre si intonava il Te deum, Roberto Frangipane  fecit converti in luctum cytharam acclamando Lamberto, che assume il nome di Onorio II.

La vita di Onorio, scritta da Pandolfo e poi  quella stessa ridotta da Bosone,  rivista  dai vincitori, non sembrano veritiere ma risultano  di parte in quanto è  esaltata la nobiltà di Onorio II Scannabecchi, uomo intelligente e buon canonista, ma di  bassi natali, che, dopo sette giorni, decide di dimettersi e di far dimettere l’avversario,  al fine dell’unità della chiesa e propone una nuova elezione che, risultando  unanime,  gli fa conservare lo stesso nome  assunto precedentemente .

Mah!, professore, perché Onorio, che conosce  la situazione romana  e questo precedente, fa questa scelta?

E’ incerta la cosa:  all’ epoca  i cardinali e i laici – i capi delle due famiglie dominanti  Leone Frangipane  e Pietro di Leone-  si erano accordati sulla necessità di non trattare della nuova elezione  se non dopo che erano passati tre giorni dalla morte del defunto papa, canonici, anche se  propendevano a venire incontro alle richieste  popolari di eleggere un  pontefice tra i firmatari di Worms (Lamberto di Ostia, Sasso di Anagni e   Gregorio di S. Angelo ).

Worms è anche dal popolo sentito come atto di immenso rilievo come una svolta, dopo quella gregoriana, come  il  migliore risultato della politica callistina, borgognona?

Il trattato di Worms  del 1122 è  atto successivo, però, alla politica fatta dal cardinale Pierleoni come legatus in Inghilterra, Irlanda , Scozia ed Orcadi,  inviato da Callisto II, per un  regolare il rapporto  tra Enrico I   e la  Chiesa.

Il cardinale Pierleoni,  filius Petri,  praeclarissimi ac potentissmi  principis romanorum,  è onorato dal re e dal popolo e dall’alto clero, intenzionati  alla formazione di una chiesa  nazionale collegato al privilegium  gregoriano del legatus perpetuus arcivescovo di Canterbury, indipendente da Roma, nonostante il tributo e il formale omaggio  all’auctoritas papale.

Un onore alla sua persona  viene fatto al Pierleoni,  cardinale di S. Callisto, che con molti doni  si congeda facendo da intermediario  nella disputa tra  l’arcivescovo di York  e quello di Canterbury , dopo aver concesso privilegi all’abbazia di Westminster.

I cardinali callistini, invece, favoriti  dall’alto clero germanico e dall’aristocrazia sveva, riescono ad imporre ad Enrico  V – debilitato dallo scontro con suo padre Enrico IV e con papa Pasquale II -perfino costretto  dapprima a  ritrattare  e a  recedere dalle clausole gregoriane e poi ad autocondannarsi – e dal lungo  patteggiare con Gelasio II – il  concordato di Worms, che risulta un compromesso circa le investiture, – facilmente sfruttabile  dall’imperatore che  come patronus et advocatus   deve  dare  assistenza  alla Chiesa in caso di bisogno-.

In effetti tutti vogliono la pace  tra Impero e Chiesa  e gli abati esprimono in forma biblica la loro volontà:  Dio vuole la pace e le due spade  devono collaborare, anche se in ambiti propri , mentre Bernardo aggiunge: non va diviso quanto Dio ha congiunto, essendo  Chrìstus  sommo re e sommo sacerdote, persona  divina, in cui sono uniti Regnum et sacerdotium!

Secondo me, Marco,  così si ragiona  solo dopo la morte di Callisto II, ma dopo la fine di Enrico V e l’elezione ad imperatore di Lotario III, tutto sembra cambiare: il nuovo imperatore deve ristabilire se non il primato imperiale almeno fare un’equa ripartizione delle due sfere ,  dividere le competenze tra quella religiosa e quella   temporale, come se  ci fossero due soli con due orbite proprie,  relative ai singoli compiti assegnati da Dio, in un superamento degli stessi canoni dettati da Gregorio VII.

La chiesa deve fare il bene dell’anima,  l’impero quello del corpo!

Sono formule  che sottendono:

il compito del sacerdote  che, da una parte, guida il fedele nella fede con precetti  dando i sacramenti  per portarlo al premio del paradiso   dopo la penitenza terrena regolata da un‘oiconomia divina;

Il compito,  da un’altra, dell’imperatore, che  assicura la pax romana tra i popoli e  la iustitia tra gli uomini  favorendo così il benessere terreno.

Questo clima  perfetto  non si verifica mai, né  prima, né dopo Worms!

Ora, però, Marco,  nel febbraio del 1130 il papa morente è consapevole che la nuova elezione papale, sei anni dopo la sua elezione, sia  rischiosa per l’unità della Chiesa  e  decide di tirarsi fuori dal Laterano e di dare rilievo solo ai  cardinali della sua pars , dominati dal Cancelarius Aimericus che, considerando  il momento molto  critico e vedendo la  comunità cristiana  in  grave pericolo,  nomina una commissione di otto cardinali  con il mandato di svolgere le operazioni preliminari  per l’ elezione papale, tenendo gli altri prelati e il popolo opportunamente lontani, così da metterli davanti al fatto compiuto, senza badare alla canonicità  temporale, dei tre giorni.

Il papa ha coscienza che l’imperium è dominio diabolico, espressione dell’ ambizione umana e terrena,  pur avendo già conosciuto la pietas di Lotario III,    mentre  il sacerdotium è un ministerium  fidei, un servizio per il bene comunitario  e perciò opta per l’indipendenza reciproca  dei due poteri, nella volontà borgognona di far prevalere la propria pars.

Comunque, Marco, Onorio II, come il suo successore legittimo Gregorio Papareschi, come Amerycus, come Bernardo e come Pietro il Venerabile e tanti altri altri sono predicatori,  politici che  parlano dai monasteri ed aspirano alla vita contemplativa, disconnessi dalla vita pratica, e risultano asceti politici inutili ed incoerenti nella theoria dell ‘inframettenza dell’impero  nelle elezioni episcopali e papali,  contraddittori tanto da chiamare l’imperatore stesso a Roma per  la soluzione dello Scisma, in un rimescolamento di potestas e di auctoritas !

I giovani cardinali, pur formatisi alla scuola di Callisto II, hanno le stesse contraddizioni di Paquale II, anche se si considerano pars melior et sanior Ecclesiae,  e seppure riformisti  risultano filoimperiali ed antipapali,antiromani  ed antigregoriani  per l’odio contro la pars  cardinalizia pierlenesca, dominante nella città di Roma, dove ci sono fermenti popolari in senso comunale.

La volontà di  dominio  di Innocenzo II, favorita dai borgognoni della curia   e dai Frangipane,  porta allo  Scisma e alla chiamata dell’imperatore , cosa inaudita per firmatari del Concordato di Worms e per un papa come Onorio  II, che autorizza  una tale elezione, avendo predicato il contrario durante il suo papato.

Lo stesso trasferimento  a fine vita  ha il significato di atto concordato  ai fini elettivi! La notizia del trasferimento di Onorio  è di Pandolfo  e sembra sicura   (Vita Onorii, ad monasterium Clivi Scauri delatus est) .

Sembra che Onorio voglia morire in pace in un monastero anicio, venerato e rispettato sia dal popolo che dalle  potenti famiglie romane che si dicevano tutte discendenti  dagli Anici come il Pontefice Gregorio I e  Benedetto da Norcia e Severino Boezio- come anche  i Frangipane, i Corsi e i Pierleoni .- (Cfr. Domus Anicia)!.

Il pontefice, Lamberto Scannabecchi , è Francese di formazione, borgognone, quindi, pur essendo di Fiagnano (Imola),  chiamato scaurus,– dai piedi distorti-e  porcino per i costumi, e non ha buon nome per la sua politica  favorevole a Cencio Frangipane a scapito dei Pierleoni  famiglia di origine ebraica potente per aver già dato al papato uomini come Gregorio VI e Gregorio VII – Ildebrando  di Soana , figlio di una   figlia del capostipite pierleonesco – amata dal popolo.

Professore, cosa significa  esattamente borgognone e francese di formazione? Credo si aver capito, ma non sono sicuro.

Caro Marco, significa che la cultura  dell’undicesimo e dodicesimo secolo è dominata  dai monaci dei monasteri di Borgogna ( Citeaux, Clairvaux, Cluny).

Aloys  Dempf  (Sacrum imperium,  Principato  1900,- a pag 112) dice con un pò di esagerazione: gli abati cluniacensi determinarono in buona parte  la politica mondiale del XII secolo...

Secondo  Palumbo (op cit)  la funzione della Borgogna non era stata solo quella di  produrre singole tempre  di pensatori e  di missionari della riforma, ma anche di costituire, nel rigoglio della  vita monastica,uno dei più grandi centri di studio e di meditazione, uno dei punti di partenza dell’espansione della fede.

Vuole dire, professore, che Cluny e gli altri monasteri sono  espressione reale dell lotta per le investiture, anello di congiunzione  tra papato ed impero, quasi un naturale fattore di concordia, anche se talora  in opposizione con Montecassino  e con Farfa, costretti a barcamenarsi anche col normanno  Ruggero  I e II e con le politiche antimperiali  dei  comuni dell’Italia settentrionale, rigidamente impostate secondo rigore teologico contro le eresie patarine?. Certo.

Onorio ancora di più è detestato per le questioni  con Farfa  e per la politica antinormanna  contro  Ruggero, duca di Sicilia.

I nobili e il popolo, inoltre, criticano la sua intromissione negli affari del Monastero di Montecassino  a favore di quello di Cluny, per cui la scomparsa dell’abate cluniacense Ponzio, esule a Roma è imputata al papa ,che deve dare credito al nuovo  abate Pietro il Venerabile,  sostenuto dal cardinale cancelarius Aimericus attivo nella curia romana .

La morte di Ponzio è una macchia nella  carriera e nella vita di Pietro il Venerabile uomo di prestigio  durante l’elezione di Callisto II –  Guido di Vienne,  nobile  borgognone – a Cluny, all’epoca, sede papale dopo l’esilio e la morte di Gelasio II successore di Pasquale II, un papa controverso, ma fiero oppositore di Enrico IV.

Da quanto dice, professore, comprendo  che la situazione è sempre critica in ogni elezione  papale  e che  la morte di Onorio per lei è molto significativa ai fini dello Scisma. Avverto, comunque, i suoi sforzi per far capire qualcosa ad un suo discepolo  e penso a quante  notizie conosca e alla selezione che deve fare,  ai tanti storici non citati, per non appesantire ulteriormente la comunicazione già dotta, impopolare. Allora mi chiedo, ognuno, anche lei,  fattasi un’idea, deve fare scelte  seppure secondo serietà professionale e coerenza. E, perciò, mi domando: serve un lavoro così mostruoso  per conoscere una verità così fluttuante, a volte diversa perfino da quella della tradizione vincente?

Certo, Marco, io ci provo a dire  le mie risultanze, a voi farne poi l’uso che vi sembra giusto: ho accettato da anni di essere un nessuno, che usa la ragione  e sfrutta le sue competenze per capire il fatto e sulla base storica dare un orientamento a discepoli, salvaguardandoli dal mito: non ho avuto né guadagno né successo, ma solo  lavoro e denigrazione.

Sono, credo, un divergente creativo!  Stupidissimo in tutto! Pina ,mia moglie, e i miei amici hanno, in questo, ragione!. Per la morte di Onorio II, comunque,  indicativo è il comportamento del popolo,che già da tempo con le famiglie potenti cerca occasione di  costituire  un comune a Roma. Infatti, appena  muore un papa, a Roma il popolo si dà al saccheggio  ed ad atti di violenza,, come dimostrazione della ricerca  del proprio utile, del disinteresse religioso, della sua  mancanza di fides  e pietas christiana e della massima irresponsabile ignoranza.

E’ famosa la morte d di Leone IX nel 1054.

E’il papa che scomunica Cerulario, che, a sua volta, lo scomunica,  determinando lo scisma d’Oriente ?  Si, Marco, proprio lui.

Dunque, Leone  si fa  portare sulla tomba di Pietro, è ancora vivo, ed irrompe  una folla che, credendo il papa morto, inizia il saccheggio senza aver  commozione o pietà per lo spettacolo funebre! Il pontefice  si alza ed invita a frenarsi e ad attendere  la sua morte!

Bella scena, professore!.

Marco non è niente rispetto a  quanto accade ad Onorio II tra il 7 e l’8  Febbraio, al momento in cui Aimerycus e gli altri cardinali si allontanano da lui!. Il popolo  si riversa sulle strade e i notatili si riuniscono per conto proprio e la stessa cosa in sede separata fanno i cardinali,  già divisi in partes, protetti  gli uni dai Frangipane e gli altri dai Pierleoni.

Così scrive  Fausto Palumbo (op cit., p.178) il popolo  era in attesa.. in uno di quei momenti  di commozione collettiva e frenetica  da cui era colto quando risentiva, per la mancanza della sede, la forza storica della gens romana , alla cui influenza erano da non molto state sottratte le elezioni  dei pontefici, cui aveva solo, ma non voleva persuadersene, il diritto di acclamare. Al grido esasperante,continuo Papa obiit, papa obiit  la sicurezza e la quiete erano come per incanto svanite dalla città, allorché una nuova  voce cominciò a  circolare , facendo tacere l’altra.Papa vivit , papa vivit.

In quei sei giorni, popolo cardinali e  nobili operano freneticamente  per la nuova elezione. Solo nella notte tra il 13 e 14  muore il papa,  che viene sepolto con molta fretta  nello stesso monastero  e poi viene traslato il giorno dopo  nel palazzo Laterano mentre il nuovo papa  Innocenzo II subentra, eletto contro ogni tradizione elettiva, pontificia !

Non è un  spettacolo bello a vedersi, Marco!

Contemporaneamente c’è  un nuovo papa  mentre passa per le vie con una sola  camicia  il vecchio papa  condotto alla tomba  senza onore e viene  posto solo sul finire di febbraio  accanto a  Callisto II suo predecessore, vicino a Pasquale II.

 

Giacomo ucciso di spada

 

In memoria di mio cugino, Giuseppe Tondi, un italo-venezuelano

 

Marco,  noi non abbiamo lettori, che si accostano  alle parole  con desiderio di apprendere, con animo disposto a capire  l’altro e ad orientarsi  per un rinnovamento:  sono persone che si industriano per entrare nel sito per avere paradigmi già pronti per l’uso,  e risultano copiatori abili a prendere notizie rare, sconosciute per poi pavoneggiarsi, scrivendo  in riviste per dilettanti, o sproloquiare in forum,senza neanche citare.

Si tratta di falsi studiosi, di ricercatori…. di inezie,  di strani soggetti, che hanno bisogno di un qualcosa per iniziare a scrivere, di un pettegolezzo  qualsiasi, di un aneddoto, di una citazione,  per costruire i loro romanzi: senza quel piccante incipit non  ci sarebbe…  storia!.

Perciò non ho pubblicato Di un ordine  femminile soppresso nel 1572 : ci sono, di fatto, molti elementi paradossali che attirano la curiositas di tali  studiosi!

Così va il mondo, caro Marco!

Chi lavora, appena  mangia!  Chi cerca ispirazione e spunti  dagli altri, e sa trovarli, cliccando da una parte ad un’altra,  scrive e, scrivendo bene, pubblica e fa soldi, ricamando sui particolari di vicende storiche, frutto di anni di ricerca, di traduzioni e di letture, di codici decifrati  con la lente di ingrandimento, faticosamente trascritti!.

Io, seppure con tristezza,  da tredici anniconcedo,  di fatto, ai dilettanti di servirsi  dei miei lavori- un panino imbottito lasciato in pasto  di chi  è bravo ad appropriarsene – e… non ho mai ricevuto  neanche una gratificazione.

Perfino i libri ebook sono venduti  da altri, senza autorizzazione:  a chi va il  meritato guadagno !?

Neanche so come facciano a scaricarli!…A  me non arriva niente!.

D’altra parte non ho mai chiesto niente a nessuno!

Eppure, nonostante tutto, seguito stupidamente  a lavorare  (senza mai guadagnare niente)…per gli altri!

 

Capisco. Capisco, Professore, Cosa vuole comunicare, ora, a noi  suoi ex alunni, fidati amici?!

Il muthos di Santiago di Compostella.

La tradizione cristiana ha parlato di una morte per spada di Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo.

E’ una notizia di  Atti degli Apostoli 12.1-2: nel frattempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Cosi fece morire a fil di spada Giacomo, il fratello di Giovanni.

Cosa significa, professore, morire per spada o  far morire a fil di spada in epoca giulio-claudia?

Significa, Marco, che Giacomo maior è ucciso mediante decapitazione, da uomini, comandati da Giulio Erode Agrippa I, re di Iudaea dal 41 al 44 d.C., come  reo di un delitto capitale.

Si tratta di Giacomo, fratello di Giovanni,  dei due discepoli di Christos definiti Boanerges,  che sono per i cristiani come i  Dioscuri,  Dios kouroi figli di Zeus?

Certo! Marco.

Si parla  di uno dei due figli di Zebedeo e Salome: del primo ho parlato varie volte  come ricco armatore del Lago Tiberiade  mentre della seconda non ho mai fatto discorso sulla sua identità,  nemmeno nel romanzo L’eterno e il Regno.

Ed Erode Agrippa è l’agoranomos, fratello di Erodiade  poi diventato  therapeuoon di Caligola ed infine re/basileus toon Iudaioon, dopo la Morte del Christos?.

Bravo, Marco!

Si tratta di Giulio Erode Agrippa  che è un civis romanus,  di rango pretorio, e che,  come  ebreo  conosce la lex romana e quella giudaica  in relazione  ai tanti  decreti fatti da Roma repubblicana, prima socia/ summachh,  poi nemica degli asmonei  ed infine da Cesare e da Antonio   in favore di Hircano, ma  estensivi , secondo  Giuseppe Flavio, a tutti i giudei  aramaici ed ellenistici.

Secondo tali decreti un civis non può  essere ucciso come un libertus o  come un popularis  e tanto meno come uno schiavo ed ogni magistrato  provincialis deve attenersi alle leggi  che tutelano il diritto di una mors dignitosa, propria del romano,  anche a chi è reo.

Ora a Gerusalemme vigono le stessi leggi  alessandrine, tutelate da uno speciale politeuma, di cui noi storici non sempre abbiamo tenuto conto nei nostri lavori: è certo, però, che la civitas/ politeia  romana alessandrina è simile a quella gerosolomitana, perché Giulia/Iulia.

Professore, ho capito bene?

Lei vuole dire che Cesare, facendo  Iulioi  Antipatro, il padre di Filone,  ed Hircano   sottende che tutta indistintamente l’élite finanziaria  economica, politica, ebraica gerosolomitana e diasporica  diventa Iulia e quindi ha la civitas?.

E’ così ! Marco. Cesare ricompensando Antipatro, ricompensa  per l’aiuto avuto sia   l’Asmoneo Hircano, sia i Figli di Onia, che gli alessandrini del distretto oniade, pelusiaci, che favoriscono l’impresa di Mitridate  Pergameno, che porta auxilia a lui,  Dictator, assediato a Lochias, nella reggia Tolemaica.  Tutti i giudei ellenisti compattamente salvano Giulio Cesare che, incautamente, dopo la morte di Pompeo, è entrato in Egitto con poche forze militari.

Dunque, professore,  si può affermare che un naucleros, alessandrino o caesariensis,  gerosolomitanus o  cireneus o  anche corintius, ephesinus,  è un Iulios?.

Marco,  ti allarghi troppo,! Sto parlando solo di un civis  alexandrinus o gerosolomitanus  e  non ho carte per dire che anche gli altri- i giudei aramaici e  nabatei- siano di pari dignità. So solo che Giacomo per parte della madre Salome potrebbe essere un erodiano!

Il solo nome della madre – una familiaris di Berenice, madre di  Giulio Erode Agrippa –  con la civitas, probabilmente iulia, con la professione di armatore, congiunta con il titolo di boanerghes  figli del tuono, è poca cosa per trovare una probabile  radice erodiana tra le tante Salome della stirpe di Antipatro, note ed ignote!.

E’ un problema di parentela e di affinità giudaica: è troppo difficile capire i legami di sangue  tra  Erodiani ed oniadi  e tutta la rete dei figli di Onia, sparsi per il Mediterraneo, per il Mar Nero, per il Mar Rosso ed altrove.

Le navi  mercantili e  le flotte giudaiche  solcano i mari dell’imperium romano con speciali privilegi,  in quanto i giudei, in epoca giulio-claudia sono la spina dorsale della economia  imperiale.

I giudei risultano il genos dominante e sono i trapezitai e daneistai invidiati  ed odiati dall’etnia greca e anche dai   mensarii, argentarii, nummularii  romano-italici e ispano- gallici.

Comunque, Iakobos, figlio di Zebedeo  martire ebraico (forse aramaico), sembra essere  un naucleros, un armatore, un possessore di navi, che ha barche non solo sul lago  di Tiberiade, in quanto produttore di pesce essiccato e conservato con sale, ma anche  a Giaffa  per la pesca mediterranea con triremi  mercantili, che riforniscono  emporeia e fa commercio con le banche trapezai, servendosi di depositi bancari.

Si sa dalla tradizione ispanica medievale  che Giacomo, dopo la morte di Gesù nella Pasqua del 36, predica in Spagna e poi torna  a Gerusalemme nel 40, quando ancora Erode Agrippa non è  re di Iudaea, ma è  già Tetrarca di Galilea e di Perea e dal 37  dominava sulla ex tetrarchia di Filippo.

Erode Agrippa è  a Roma nel 40  a corte presso Caligola (cfr. A.Filipponi, Caligola il sublime) che sta  imponendo l‘ektheosis  ed ordina di mettere la sua statua entro il Tempio di Gerusalemme a Petronio,  governatore di Siria, che tergiversa, preoccupato dei rapporti tra gli aramaici  giudaici e quelli di Parthia oltre Eufrate  (Cfr.  Flavio, Antichità Giud. XIX.)

Qual è l’atteggiamento di Giacomo di Zebedeo in questa delicata situazione  da noi ben descritta in Caligola il sublime  e in Giudaismo romano  II ?

Fa parte dei capi, insieme a Giacomo fratello di Gesù capo della ecclesia/ qahal, che  organizzano la processione  pacifica  fino a Tolemaide  di giudei che  abbandonano i campi ed ogni affare  e che  si  offrono martiri, abbassando il collo, purché  si risparmi l’infamia della profanazione templare?

Personalmente non ho trovato mai niente sul suo conto in questa circostanza del 40 d.C, ma il suo ritorno in patria  per me è eloquente, se è vera la notizia del codex Calixtinus: per lui, figlio di  Zebedeo,  la lotta è il suo  naturale esercizio: un figlio del tuono, aramaico, vive di sedizioni; nonostante la ricchezza conseguita col commercio  grazie alla pace, garantita dall’unicità di comando imperiale  e dalla supremazia militare romana, un figlio della luce ha un solo Dio e padrone.

Nonostante l’apparenza commerciale, condannabile per un puro  aramaico,  Giacomo resta un ribelle antiromano; è un  qanah, ladrone /lhisths, secondo il linguaggio di Giuseppe Flavio!

Comunque sia,  Giacomo  se civis , se naucleros, se  aramaico , non può non essere  un sicario ante litteram, che è in mezzo ai giudei martures , che  preferiscono morire piuttosto che vedere la profanazione del Tempio!

La tradizione christiana in Atti degli Apostoli  in un certo senso è una conferma in quanto dice che Giacomo, a seguito della predicazione di Pietro  sulla costa  in nome  di Gesù,  è condannato a morte da Erode Agrippa, che autorizza l’esecuzione il 25 luglio del 41, secondo il Liber sancti Jacobi, compreso nel Codex Calixtinus, che ricorda una sua missione precedente in Spagna in una zona imprecisata, dove c’è un’apoikia ebraica  con emporion e trapeza e  di un suo ritorno in patria.

Il crimen  potrebbe essere – in una situazione così critica come quella  della profanazione del Tempio (Cfr. Legatio ad Gaium  in cui si evidenzia uno status  di costernazione di Filone, capo delegazione alessandrina in Italia  e di altri  giudei, che si rinchiudono in una stanza, dopo un lungo periodo di sbalordimento collettivo alla notizia del decreto imperiale,  per piangere sulla fine della nazione stessa! ), altamente traumatica per ogni ebreo – aver preso e nascosto le armi  da usare, in caso di  stragi perpetrate dai romani sui giudei inermi.

Il ricordare il Christos crocifisso dopo quattro anni,  è ulteriore crimen che lede l‘auctoritas  imperiale di Caligola-Dio, anche  poi quella di Claudio, che ripristina il kosmos imperiale,  turbato dall‘insania caligoliana, con la Lettera agli alessandrini….

Infatti  contrapporre un maran di nomina  aramaica, seguace  dei decreti di Artabano III,  ad un basileus legittimamente eletto dall’imperatore, pronto a tornare in Gerusalemme già pacificata e a legiferare secondo i mandata di Claudio,  è sobillare il popolo alla rivolta.

Al ritorno  di  Giulio Erode Agrippa  a Gerusalemme per la Pasqua del 41, con l’assenso imperiale e senatorio,  vengono , dunque, imprigionati e Giacomo e Pietro: il primo  dopo un processo  rapido viene  fatto decapitare, data la sua  potenza di naucleros e  la sua probabile civitas romana; il secondo, invece, viene tenuto in carcere sotto nutrita scorta per poi  farlo giudicare dal popolo, non dal sinedrio, dopo la fine  dei sette giorni di Pesach, della Festa degli Azzimi che cade il 14 Nisan (Marzo /aprile).

Apparentemente sembra che ci sia  una contraddizione nei tempi della morte in quanto nel Codex Calixtinus si parla del 25  luglio mentre negli Atti sembra che l’esecuzione avvenga prima di Pasqua. Agrippa può avere condannato subito ma ha dovuto aver la ratifica da  parte dell’imperatore e del Senato  poiché si tratta di uccidere un civis romanus. 

Quindi, professore, posso dire che,  secondo lei, Giacomo è ucciso  di spada perché nobile  giudeo in conformità  alla legge  romana  e  a quella del politeuma giudaico alessandrino in quanto  probabile dissidente dal regime filoromano  di Erode Agrippa, in quanto  già reo di azioni militari antiromane  contro la volontà imperiale di porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme.

Prima di procedere, professore,  chiedo se mi può dare qualche indicazione per capire il reale valore del codex Calixtinus e del liber Sancti Iakobi,  che sono sicuramente di altra epoca  e quindi non attendibili storicamente.

Prima di rispondere, Marco, dico che neanche la mia ricostruzione può dirsi storica anche se ho qualche base in Filone ( cfr. In Faccum, Una strage  di giudei in epoca caligoliana), in Strabone e nella Lettera di Aristea,  e quindi non  posso fare nemmeno un’affermazione probabilistica su  Giacomo  civis romano e tanto meno  su un Giacomo  Qanah/Zeloths  aramaico, ritenuto Lhisths: potrei, comunque, dimostrare con qualche imprecisione la sua appartenenza alla  nauklhria-naukraria in quanto nauklhros /naucraros.

Gli alessandrini giudei e quindi anche i  giudei galilaici,  ellenisti, riprendevano gli usi ateniesi del periodo di Clistene  (Cfr. Aristotele, La costituzione ateniese, Mondadori 1996) li adattavano in relazione alla popolazione dieci volte superiore a quella della città attica  e, perciò,  i naukraroi dovevano far parte  in relazione alla phulh di appartenenza  (50 in Atene, 500 in Alessandria(?) e dare, ciascuna, soldati a cavallo e triremi.

Infatti, secondo Filone, prima del compleanno di Caligola -31 agosto del 38, due anni dopo la morte di Christos, – Flacco ordinò  ai soldati- facendo  in Alessandria un’operazione militare in senso antipopolare – la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non furono trovate, ma che erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio ebraico  era stato istituito da Magio Massimo (Flac.,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto, che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.

 Magio, infatti, dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.C. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12  d.C. e,  perciò, Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
 Ho qualche conferma anche dalla Lettera di Aristea (oggi riconosciuta dai critici come opera del II secolo  av.C. ) e   da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 1179-  in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca-  per cui potrei dire  che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spataphoroi) in quanto cittadini liberi.
Filone, infine, aggiunge: era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta, non punire alcun condannato, ma dedicarsi solo alla festa, mentre  Flacco,  oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco. Infatti  dall’ alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’amnistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa, facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori, che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.

Dunque, i portatori di  spatha (spathh)  erano uomini del prefetto con incarichi di  portare la spada a due tagli,  una sciabola forse cosi chiamata dalla spata della palma: è probabile che il re di Iuadea  abbia  spataphoroi  al suo seguito, come i consules hanno i littori, portatori di fasci.

Perciò, si può pensare che Giacomo sia  stato giustiziato, a Gerusalemme,  da portatori di Spata, dopo la ratifica senatoria,(non all’istante).

 Fatta questa precisazione, Marco, vengo a trattare del Liber Calixtinus, un testo composto dopo il 1131 da un certo Aimericus di Picaud, il cardinale Aimericus,  cancellarius di  Innocenzo II, notissimo nello scisma del 1130-38, per la sua azione  ostile alla famiglia dei  Pierleoni,  di origine ebraica, imparentata con Gregorio VII, vincitori a Roma sugli avversari  imperiali Frangipane, elettori legittimi con la maggior parte di cardinali  coram populo et notabilibus  di Pietro di  PietroLeone, cardinale presbitero col nome di Anacleto II.

Aggiungo che il presunto  redattore del codex Calixtinus  è  cardinale elettore anche di Callisto II in Francia, a Cluny  ed è accanto ai firmatari Cardinal Sasso  di Anagni e cardinale Gregorio di Sant’Angelo Papareschi  nel 1122 del trattato di Worms con l’imperatore Enrico V.

E’ uomo, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo, un  curialis, scaltrito nelle artes sermocinandi e nel cursus, vissuto anche accanto a Giovanni di Gaeta – cancelliere di Pasquale II e prima ancora di Urbano II, che aveva diffuso gli insegnamenti dello Stilus romanae curiae di Alberico  di  Montecassino  Cfr. A, De SANTI, il  Cursus nella storia letteraria e nella liturgia,  Roma,1903; N. VALOIS,   ‘Etude sur le rytme des Bulles pontificalies in Bibl. de l’Ecole de Chartres, 185,p 165 e sgg)!

Il bollario di Innocenzo II, opera del Cardinale cancellarius ,   è  conservato quasi al completo, mentre quello di  Anacleto II, opera di Sasso di Anagni  fino al 1132  poi di altri meno capaci, è mutilo e monco nelle  parti essenziali, in quanto è cassata la figura di un antipapa, dopo la sua morte nel 1138, da Innocenzo II, che è considerato  storicamente vero successore di Onorio II.

Aimericus  nel 1130, al momento dello scisma,  è uomo centrale nell’ elezione di Innocenzo II, di cui diventa segretario, già nei tre mesi romani, prima della fuga a Pisa.

Insomma, secondo Pier Fausto Palumbo ( Lo scisma del MCXXX, Roma 1942)   il cardinale Aimericus è  l’anima  dell’ opposizione… il dirigente dell’elezione di Innocenzo II, il nemico dell curia anacletiana: Francese, e poi gran protettore  di chierici francesi, chiamato  dal francese Callisto II a sostituire il cancelliere  pisano, morto,  Grisogono, è contemporaneamente eletto a titolare di S. Maria Nova.

Per il Palumbo la nomina  doveva avere recato un cambiamento di indirizzo o piuttosto doveva essere stato indice  di un mutamento, patrocinato   dal circolo francese  sempre più congiunto col papa di Worms  e sempre più capace di sostituirsi  alla influenza romana della vecchia curia di Gelasio e di Pasquale.

ll Palumbo aggiunge:  Aimericus è anche amico di Bernardo di Clairvaux , di Pietro il venerabile e di tanti altri abati, di cui fa la fortuna nel periodo in cui domina per quasi otto  anni la curia papale,  prima a Roma, poi dopo la fuga di Innocenzo a Pisa, ed infine  a Cluny : è il rappresentante della nuova curialità francese ambiziosa e non priva di realismo politico, duttile ed insinuante,  ma alimentata dalla mistica bernardina  e dall’ostilità cistercense ed anche cluniacense e borgognona, all’ambiente romano, giudicato corrotto e corruttore ,anche se poi era quello che  aveva superato  con energia e saggezza  la lotta contro l’impero ed avviato alla vittoria la teocrazia gregoriana…. Aimerico svolge la sua attività in antitesi  a Roma  con gli ultimi compagni  di Ildebrando, coi  gregoriani della seconda generazione…

Anacleto, insomma,  esprime la politica antimperiale  gregoriana dei  Cardinali seniores, romani; Innocenzo  con Aimericus  e i  cardinali francesi  con  l’appoggio di Bernardo, di Pietro  il  Venerabile, con Norberto di Magdeburgo  forma il fronte riformista  ...

Questa, comunque, Marco è un’altra storia che forse ti racconterò…

Ora veniamo al testo del Liber Sancti Jakobi, che è  un corpus dottrinario  ideologico e liturgico, utile ai fini  della  formazione del Muthos di  Santiago,  – di cui si narra l’obitus, con  la translatio corporis  e con compositio/sepoltura   in Compostella e l’inventio /il ritrovamento della tomba  nell’ 830,  grazie all’accordo tra  Theodomiro, vescovo di Iria Flavia   e un monaco che seguono una stella  fino alla pianura/kamph  dove è sepolto il Santo ( Campus Stellae/Campostella).

Marco, in latino il verbo componere  tra i molti significati  vale seppellire o  fare il dovere funebre verso un  parente: infatti  è azione di  chi  prepara e custodisce e quindi compone in un’urna,  raccogliendo le ceneri e le ossa , oppure di chi seppellisce e  dà sepoltura  ad un cadavere. Ricorda Orazio, Satire, I,9, 28:  Omnis composui, Felices! nunc ego resto/  li ho sotterrati tutti. Felici! ora resto io.

Professore, comprendo che questa è una tradizione ispanica, che parla di uno, morto a Gerusalemme- dopo un ritorno dalla Spagna-  il 25 luglio del 41 d. C. e di una translatio corporea  ad opera di discepoli  il 30 dicembre che,  dopo 7 giorni dalla partenza da Giaffa,  arrivano con una nave  in Galizia  ad Iria  Flavia.

Marco, è una notizia  mitica, che è nel  III libro del Codex Calistinus, che è  un testo in cinque libri,  formato da 225 foglietti  di pergamena, degno di grande considerazione!.

Il Codex Calixtinus è detto  così dal nome di  Papa Callisto II – Guido da Vienne-  eletto a Cluny e morto a Roma nel 1124 e contiene  nel I libro  riti liturgici  e forme  di spiritualità,  nel II i 22 miracoli  del santo,  avvenuti in varie parti di Europa   e nel  III una breve translatio; il IV, invece , è il libro di Turpino,  mentre il quinto è il Liber peregrinationis.

Dunque, professore,  è un libro di vari contenuti, che propaganda non  solo le gesta eroiche e paradossali del santo, creando il mito di  Matamoros, di un matador di arabi con l’esaltazione dell’ impresa  carolingia di Roncisvalle, ma anche, oltre alla crociata,   che invita ad un affratellamento cristiano delle popolazioni pirenaiche secondo l’indirizzo callistino, borgognone?.

Il codex ha, infatti, caro Marco, un grande valore nazionalistico francese, oltre che ispanico, in quanto esalta non solo il valore carolingio ma anche quello della nobiltà di Aquitania, di Galizia  di Borgogna,  il riformismo degli ordini di monaci  cistercensi e  cluniacensi,  il significato della spiritualità mistica di Bernardo:  la narrazione di Historia Caroli Magni et Rhotolandi  è  opera di Turpin vescovo di Reims, il leggendario Turpino,  che  mostra come Santiago appaia in sogno a Carlo  e lo inviti, pressandolo,  a liberare  il suo sepolcro dalle mani saracene, inviando una stella per indicare perfino la via da seguire.

L’insieme narrativo è un capolavoro di retorica curiale!.

Nel codex  non compaiono ma  s’intravedono sovrani come Luigi VI, molti nobili  come Guglielmo di Aquitania,  re come Ferdinando I  di Galizia, tanti vescovi,  abati di monasteri  inclusi nel  cammino di Santiago-che  risulta  un colossale affare commerciale e un fenomeno  di aggregazione sociale,  e oltre che un  cerimoniale  di culto al fine di  unire i popoli pirenaici  in un momento storico, in  cui la Chiesa è lacerata e divisa  da uno scisma, che separa i fedeli in pars anacletiana  filoromana e in pars innocenziana, filogallica,  specie dopo i concili di Etampes e di Reims, in una condanna della voracità della chiesa romana!-.

Professore, quindi, si può dire che il codex  risulta  una colossale propaganda di pax universale christiana  riformata,  in nome della crux, il simbolo crociato antisaraceno ispanico  ed egizio antifatimita, in un abbraccio perfino all’imperatore bizantino Giovanni Commeno, che fa passare in secondo ordine perfino la divisione del 1054 a causa del Filioque?

Certo, Marco.

Il popolo  di Francia e della Spagna settentrionale è unificato dalla parola di Bernardo, dalla sagacia giuridica  di  Aimericus, dalla concezione legalistica di  Innocenzo II, che anatemizzano l’occidente romano  filoanacletiano  e, concordi, con l’imperatore di Germania,  Lotario III,  intenzionato a  riportare il legittimo pontefice dalla Francia nella sede di Roma  e a debellare il pericolo  del normanno  Ruggero II, protettore  di Anacleto -che lo elegge re di Sicilia- hanno coscienza di essere la pars melior e sanior della Chiesa.

Il cammino di Santiago crea una rete di  complicità  religiosa con  la figura del pellegrino compostellano, con lo speciale  Bastone,  che lo differenzia dal Romeo  e  dal Gerosolomitano, seguendo, comunque, il  vecchio modello  benedettino,  che portava  a Subiaco al Sacro Speco.

Aimercus, avendo fatto il percorso  più lungo, a cavallo, indica altri 17 itinera  per far si che, dopo aver superati i Pirenei,  da vari versanti, si giunga  alla metà con precisi tragitti, con specifiche tappe, e con  segnali  indicanti  la particolarità delle acque, dolci o amare, sia di fiumi che di torrenti,  di  fonti naturali e termali: vengono indicati  i luoghi,  le loro caratteristiche, i monti e si  fa una pianta  corografica di tutta la zona per indicare  il corso del rio Ulla, lungo il quale si risale fino a Compostella, al campo santo/composita tellus, dove fu deposto e composto  Giacomo dai suoi amici e parenti, dopo  almeno sette mesi, pur facendo il percorso , costa costa, atlantico, dopo il superamento delle Colonne di Ercole.

Mitica è dunque la translatio, che non poté essere di sette giorni  in quanto il corpo con la testa tra le mani, conservato con il miele  (Cfr. La fuga  Di Erode), poteva mantenersi intatto  anche per anni.

SI sa di tale  uso  ebraico derivato dai  giudei adiabeni- cfr. la tomba della regina Elena adiabene ( in Gerusalemme), che  aveva  ordinato ai figli di portare i suoi resti in città -.

Con questo sistema,  d’altra parte, per almeno 6 mesi il corpo fu conservato   e  poi portato via, dopo la morte di Erode Agrippa, quando ci furono contrasti e lotte contro i giudei sulla costa.

La fuga e la translatio di un corpo  di uno che era stato ucciso di spada dal re  non passavano sotto silenzio: la tradizione spagnola parla di Giacomo  decollato,  che  con le mani tese, prese la testa,  caduta, tanto che, dato il rigor mortis, il corpo fu mantenuto  così – sotto miele?-.

All‘obitus di Giacomo  per la tradizione medievale segue la traslatio del  cadavere  il 30 dicembre  dello stesso anno, dopo la cerimonia del sotterramento, ad opera di aramaici, amici e parenti, spaventati   prima dalle misure repressive del monarca insediato a Gerusalemme e poi dai tafferugli successivi la morte del re a Cesarea.

Questa è la versione medievale, non certamente compatibile con la speranza di un aramaico combattente di riposare  nel suolo patrio.

Mitica, perciò, professore,  è la navigazione  sul Mediterraneo e poi lungo la costa atlantica, specie si tiene conto  di un’altra translatio, quella di una roccia su cui è il cadavere del santo-  che poi si assimila ad essa- spinta dal piede di Cristo fino in Galizia all’odierna Padron,  dove compaiono elementi adiabeni ed armeni, non propri della zona.

Certo Marco, tutto è mitico  nella storia di Giacomo Maior fusa con quella di Giacomo minore, zeloths e di armeni.!

Sappiamo che il re giudaico, anche lui inizialmente messianico, fa uccidere  molti zeloti,  partigiani, che si opponevano in quanto aramaici, alla sua politica di filoromano, – che  pur ha tolto agli ebrei, figli dell luce, le tasse  da pagare ai romani ed ha fatto riforme circa la conduzione rituale del tempio – nell’anfiteatro di Cesarea (cfr. A. F. Giudaismo romano II, L’eterno e il regno ultima parte).

Giacomo, fratello di Gesù, all’epoca , capo dell’ ecclesia  gerosolomitana  e custode del gazophulakion  templare, dovrebbe aver concordato col re  una politica di collaborazione ai fini della gestione dei fondi del Tempio con la promessa di favorire l’andamento rituale e sacrificale  templare  nel corso delle feste, momenti di grande coesione tra gli ebrei, convenuti in Gerusalemme da ogni parte dl mondo.

E’ un  grande affare  sia per il mondo giudaico che per i romani, che riscuotono al pari del Tempio le decime  dei sacrifici, senza neanche dover fare il servizio di sorveglianza, compito svolto dallo strategos  del tempio e dalle sue guardie.

Sembra che  Pietro e Giacomo maior non siano d’accordo col loro capo, fratello del Signore…

Infatti in Atti degli apostoli 12,1-4 si legge: Nel frattempo, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. Così fece perire a fil di spada  Giacomo, il fratello di Giovanni e poi accortosi di  di far cosa gradita ai giudei  volle procedere anche all’ arresto di Pietro  Erano, però in corso  le feste pasquali e quindi, fattolo arrestare  lo mise in  prigione consegnandolo a quattro picchetti di  di quattro soldati ciascuno, affinché lo vigilassero, volendo farlo comparire  dinanzi al popolo dopo la Pasqua.

Da qui la morte dell’uno e l’arresto per l’altro, da parte del Re. Ne è consapevole Giacomo il Giusto  di quanto accade?…

Non sappiamo niente se non che, morto Giacomo di Zebedeo, il suo corpo è preso da amici ed è portato con nave da Giaffa fino a Padron (Iria Flavia)  in Galizia :  è una fonte medievale,  trascurabile!?

Questa è una tradizione ispanica, che parla di una morte a Gerusalemme dopo un ritorno dalla Spagna :  sembra che  si voglia di proposito stabilire le date,  quella dell’obitus,  quella della translatio e poi quella dell’  inventio del  corpo  per santificare  il 25 luglio , il  30 dicembre  e il  6 Gennaio  per il culto di Santiago!.

Professore, anche  I veneziani credono in un ritrovamento del corpo di Marco ad Alessandria, prodigioso,  e in una translatio romanzesca  a  Venezia nel 829 , un anno prima del ritrovamento di Theodomiro del corpo di Santiago?!

Anche a Bari  c’è la leggenda di S. Nicola  e  della translatio del  suo corpo da Mira   (Turchia) da parte di marinai baresi nel 1087 ( i resti li depose Urbani II nell’altare maggiore della Cattedrale)!?

Sono translationes  mitiche anche loro, Professore?

Marco, tu sei un ottimo  ingegnere e un serio ricercatore,  meglio di me, dati  i  tuoi studi scientifici,  puoi tirare una pertinente  conclusione.

Io, oggi 25 dicembre,  ti dico, secondo consuetudine,  solo Buon Natale!?

 

 

 

 

Beate sempiterna Sempiterne Beata

 

 Beate sempiterna  sempiterne Beata è una frase di Julianus Metorius ( 460?-510? d.C. )maestro di retorica di Cesario di Arles (470-543) che compendia  secondo struttura formale simmetrica e secondo impostazione chiastica significativa  il Paradiso  Christiano .

Iulianus Metorius, nato in Mauritania,  ha scritto De Vita contemplativa (tre libri) ( Patrologia Latina,59 coll.411-520)  tra la fine del V secolo  e i primi  decenni del VI secolo dopo Cristo, quando già il fenomeno dei Terapeuti,  i vecchi -bambini giudei, alessandrini,  chiuso  definitivamente sotto il patriarcato di  Cirillo, quando è ormai cristianizzato  in senso catholikos (non ariano) secondo una nuova formulazione ascetico-mistica.

Già il fenomeno contemplativo è cosa cristiana, prima della pulizia etnica  teofiliana e cirilliana,  in quanto Atanasio( 295-373) scrivendo la vita di  S. Antonio,  crea un modello  di monachesimo  basato su paradigmi operativi, non solo dei monaci  di Scete e di Nitria,  i parabolani omicidi, ma anche di quelli della Tebaide, e di quelli asiatici specie di Giudea, di Siria e di Cappadocia, in quanto tiene presente anche i canoni  dell’anachoresis christiana orientale.

Atanasio, nel corso del suo esilio, dà un modello già perfezionato alla chiesa occidentale, non ancora strutturata  conformemente alle regole orientali, in quanto  ha  strutture solo diocesane, amministrative, non una salda organizzazione religiosa e spirituale, essendo su un territorio  abitato quasi totalmente  da pagani, con sporadiche comunità cristiane, minoritarie, dove non arriva  la voce della centralità del papa romano, ancora rettore di una succursale orientale, capo di una comunità non certamente  grande.

Cosa sono 80.000 persone su una popolazione romana pagana di oltre 1,500000 di abitanti, ancora  praticanti la religio secondo i canoni di un Pontifex Maximus, attivo  fino al regno di  Graziano (375-383), che confisca i beni  delle classi sacerdotali soppresse, ed elimina il titolo stesso  nel 382, quando non esiste nemmeno la victoria catholica sull’arianesimo, ancora dominante  in Oriente, dove  c’è una maggioranza christiana sui pagani.

Sul suolo italico nel IV e V secolo, su una popolazione di quasi 4.000.000 di abitanti, i cristiani  sono soltanto  500.000, sparsi nella penisola e nelle isole maggiori , con prevalenza ai  confini  con la Gallia,  nella valle  dell’Isère, con l’Illirico  in villae romanae, lungo l’ Appia e la Flaminia,   in Paroichiae, in porti come Dicearchia /Pozzuoli, in Sicilia a Siracusa, per dare alcune indicazioni, a mò di esempio.

Dunque, al momento della scrittura di Giuliano Pomerio, agli inizi del sesto secolo, in Occidente domina il monaco che ha assunto le prerogative di quello  orientale specie per la lezione basiliana, dopo quella cassiodoriana, quasi coeva,  e  quella benedettina , di poco posteriore …

Giuliano Pomerio  è scrittore  di grande spiritualità  e d’impegno notevole  sotto il profilo  pastorale ed ecclesiologico.

Segue infatti il modello paolino (Lettera a Timoteo,4.5.6. ) e venera il magistero di Agostino,  quasi come un magister da non nominare, indicato con Magnus ipse, come uomo  capace di fare  magna  opera.

Tramite Agostino , accoglie tutta la lezione cattolica antiariana,  de gli alessandrini, degli africani, specie  Cipriano,  e dei cappadoci,  che  hanno interpretato la tradizione culturale di Filone Cfr . Ecclesia  del IV e V secolo.

La vita contemplativa  per Metorio  è quella post mortem, che sola può essere beate sempiterna  sempiterne beata, che il fedele cristiano ha guadagnato col sacrificio del vivere, come premio eterno della sua pietas terrena mortale.

Secondo Pomerio si entra in Dio, nella sua sfera di luce,  dove c’ è amore perfetto, dove si gode stabile sicurezza, sicura tranquillità, tranquilla letizia  felice eternità eterna felicità.

Personalmente sono sorpreso dall’uso del poliptoto insistito  con anadiplosi, che mi infastidisce e mi turba, nonostante l’epoché ( astensione dal giudizio).

Se non ti ricordi, Marco  caro, poliptoto è una figura retorica per cui si ripete il concetto mediante un nome ed aggettivo aventi la stessa radice oppure  quando si gioca su un verbo coniugato in differenti tempi e modi –  cred’io ch’ei credette che io credessi- oppure su un aggettivo possessivo come nel Pater noster (nomen tuum, regnum tuum voluntas tua  – traduzione dell’anafora greca sou di te-). Insomma è una ripetizione di  un termine in una stessa frase o  in uno stesso verso, con una modifica della funzione lessicale o  della struttura sintattica.

Per Pomerio il paradiso luogo dove non esiste paura dove il giorno è senza tramonto, il movimento è agile ed ogni spirito si appaga della contemplazione di Dio , dove la comunità  formata da angeli ed uomini risplende di fulgida virtù, dove sovrabbonda l’eterna salute e regna la verità.

Aggiunge che lì non ci sono inganni né ingannatori, né ci possono essere beati espulsi, né ammessi i perversi.

Secondo me il retore teologo cristiano cattolico  riprende la descrizione dei Campi elisi  pagani e  quella della Gerusalemme Celeste  efesina Giovannea ( Ap. 21 e sgg).

Per me traduttore di Filone (Cfr.De vita contemplativa ) si pone il problema se il teologo conosce l’opera dell’alessandrino.

A mio parere  Metorio può aver sentito qualcosa dei vecchi bambini ( cfr essere Neepios )  del lago Maryut, ma tramite uomini come Cassiano  e i cappadoci,   e dipende  dalle formulazioni dei basiliani calabresi  o grazie qualche pensiero di Gregorio di Nazianzo, derivato da Girolamo, la cui visione altamente spirituale di una Patria Celeste,  perfetta sede  d’amore  e di luce, è ben volgarizzata in Occidente.

La sua opera non ha niente di Filoniano: Filone ha un’altra lettura  della vita contemplativa come theoria alternativa di vita ebraica,  terapeutica, rispetto a quella attiva, essenica: ambedue sante, ambedue utili per la vita terrena…

Rita Levi Montalcini, un’italiana, una donna, un’ebrea

Ho ripreso da Quotidiano.it  21 Aprile 2009, un mio vecchio articolo, volendo ricordare  Rita Levi Montalcini, a sei anni della morte, il 30 dicembre 2012 – seppure con qualche giorno di anticipo -.

Di lei  vorrei ricordare una frase che evidenzia, mediante l’anadiplosi,  la sua  ferma fiducia nella  capacità di  anonimo e consueto sacrificio femminile rispetto alla millantata superiorità maschile: le donne hanno sempre  dovuto lottare doppiamente.  Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello pubblico.

La neurologa,  concludendo il suo pensiero, sancisce  con chiarezza il principio della centralità  femminile nel contesto sociale: le donne sono la  colonna vertebrale della società.

Di lei vorrei rimarcare, perciò,  la caparbietà nella sua ricerca di  scienziata,  che è stata esemplare per molte giovani ricercatrici.

Con lei  vorrei esaltare  il lavoro, nascosto, di sperimentazione di quelle , impegnate  a La Jolla – S.Diego – (The Scrippe Research Institute)  a cercare di dare speranze concrete a tante madri di bambini autistici.

A loro  vorrei augurare di essere premiate per il 2019 col Nobel insieme al professor Stuart Lipton,  come lei nel 1986 – seppure tardivamente – per aver trovato una via  per debellare il Disturbo Autistico.

Nel nome di Rita Levi Montalcini  mi permetto di  dire che è doveroso continuare a lottare, ogni giorno,  eroicamente, con tutte le forze, in modo che la scienza sani la Natura da un suo mostruoso  errore!

Ogni bambino ha  naturale diritto a sentimenti ed affetti. 

 

Il testo del vecchio articolo

Ha cento anni, ma è la più giovane delle donne ebree italiane, delle italiane, delle israeliane e di ogni donna del mondo: ha la giovinezza tipica di ogni idealista, che non invecchia mai perché è sempre impegnato in pensieri eterni e vive di beni immortali.

Ha vinto la morte lei, ebrea sefardita, pur educata secondo i principi maschilisti, perché, ribelle e divergente, è stata alla ricerca di un’ autenticità personale, volendosi laureare in medicina, in un ‘epoca in cui la donna era destinata a rimanere in casa, a cucinare, a crescere figli, ad essere solo moglie e madre, volendo seguire le orme del suo maestro, Giuseppe Levi, volendo essere completamente se stessa, libera di essere compos sui, di dimostrare di essere epimeletes eautou, per gignoskein eauton (conoscere se stessa).

Ha vinto la morte lei, costretta dal regime fascista ad emigrare in Belgio, a lavorare in casa, ad accettare l’invito dell’Istituto di neurologia dell’università di Bruxelles fino al 1940, a tornare clandestina in Italia nell’astigiano e a lavorare con laboratori di fortuna sul sistema nervoso negli embrioni di pollo, fino ad operare sui meccanismi specifici di formazione del sistema nervoso dei vertebrati, in una conquista della propria autonomia classica e della methodos connessa con la musar (cultura) ebraica.

Ha vinto la morte lei con la sua passione per la ricerca, a cui ha dedicato gli anni migliori della vita, isolandosi e rinunciando alle gioie della normalità di vita, di amore comune, di maternità, tesa a conseguire qualcosa di nuovo, ad inseguire il sublime l‘adrepebolon, il suo Israel eterno, a seguire Giacobbe in una scalata infinita ed eterna verso l’alto ( Dio Upsistos, Shaddai) .

Lei ha cercato la vita vera nella dura, caparbia e continua sfida con se stessa, passando dalla erudizione giovanile, alla cultura della maturità e alla scientificità epistemica rimanendo sempre giovane, connotata da uno slancio verso l’alto, nell’impegno al Dipartimento di Zoologia della Washington University, in Missouri.

Lei ha cercata la vita vera in trenta anni di ricerca senza avere riconoscimenti, senza essere sostenuta da nessuno, senza conforto alcuno, paga del lavoro.

Lei si è eternata nella solitudine di quel lavoro maniacale, ossessivo, idealmente prolifico, creando la corazza del militante, plasmando il simbolo dell’ eroe, formando l’emblema del martire in sé giovane, ricercatrice, indomabile specie negli insuccessi continui, abile a proporsi nuovi stimoli grazie alla capacità di riiniziare e di riprendere il lavoro, a riinventarsi, quasi a rinascere, dopo l’abbandono delle vie esplorate, di acquisire infine un nuovo metodo, personale, utile non solo ai fini euristici, ma esemplare per chi ricerca.

Lei si è eternata con questa nuova forma di ascetismo, di esercizio continuo, che rende unica la personalità di chi lavora e la santifica perché fuori da ogni processo speculativo, da ogni propaganda e partito: lei è diventata modello di vita per tutti quelli che cercano e vivono nel lavoro e diventa monito severo per tutti i fannulloni, per i venditori di fumo, per i virtuosisti del pallone, per le civetterie delle miss, per i programmi delle tv spazzature.

La sua scoperta del fattore di crescita nervoso, noto come NGF (Nerve Growth Factor) nella differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche dopo la ricerca sulla molecola proteica e sul suo meccanismo di azione, viene riconosciuta solo nel 1986, a 77 anni.

La sua ricerca non è più un sogno di una ricercatrice, giovanile, ma una realtà scientifica tanto che lei ebrea italiana è insignita del Premio Nobel per la medicina insieme al biochimico Stanley Cohen (Usa) con la seguente motivazione: La scoperta del NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo.

A 77 anni, finalmente, dopo un lungo percorso, dove errori e speranze si fondono in una unione ideale derivata da diacrisis e sugcrisis continue, da analisi e da sintesi congiunte in un parto continuato, infinito, lei ebrea martire, militante di sinistra, santificata dal suo lavoro, ha il riconoscimento mondiale del suo lavoro.

Rita Levi Montalcini è la vera eroina del nostro tempo, la vera miss, la vera vincitrice di tutti gli spot pubblicitari, l’emblema femminile per ogni popolo, l’esempio di immortalità ebraico classico cristiano, la sintesi più alta di epistemologia platonica e di ideale aristotelico-cristiano, di cultura universale .

Per 23 anni ha seguitato nel suo lavoro come se fosse una donna comune presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, operando ancora come presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, come membro delle accademie più titolate italiane, pontificie, statunitensi (Accademia nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia, Accademia Nazionale delle scienze dei XL, La National Academy of Sciences, la Royal Society ,) come senatore a vita, eletto dal Presidente Ciampi.

Rita Levi Montalcini, nonostante le lauree honoris causa (università di Uppsala-Svezia- Bocconi -Milano ,St Mary Usa Weizmann-Rehovot -Israele- e i premi per la ricerca (Saint Vincent, Il Feltrinelli, Albert Lasker) è e rimane la tipica ricercatrice comune italiana, bandiera per le tanti ricercatrici sconosciute e di tanti giovani ricercatori.

Da ricercatrice comune, grazie alla sua eccezionale tempra di combattente e di lavoratrice Rita Levi Montalcini è diventata la ricercatrice per eccellenza, la donna più prolifica d’Italia , la miss più bella, la eroina di tanti film di sacrificio e di amore, perché studiosa, spoudaia, propagatrice di una nuova tzedaqah.