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UN GIORNALISTA legge Caligola il Sublime

Caligola il Sublime è un’opera di revisione storica  che, insieme alla traduzione di  Antichità  Giudaiche di Giuseppe Flavio (XVIII,XIX, XX) e  di In Flaccum e di Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino, rileva un‘altra storia giulio-claudia e ne coglie le connessioni  politiche ed economiche con quella giudaica, specie erodiana ( Cfr. Giudaismo romano I,II  e Il politico o Giuseppe). 

Paolo Di Mizio, mio alunno al Liceo Classico,  anno scolastico 1967-1968,   richiesto del suo parere, con  stima, non disgiunta da onestà e lealtà,  espresse, poco dopo la pubblicazione,  il suo giudizio, utile ai fini del successivo lavoro dell’autore, rimasto sempre ai margini della cultura ufficiale, nonostante i suoi meriti di ricercatore (cfr. Una vecchia questione).

Dopo nove anni il professore pubblica la lettera del  Giornalista e lo ringrazia per la precisa valutazione di Caligola il Sublime, riconoscendone la sagacia di giudizio,  segno della sua professionalità.

 

 

Sabaudia, 28-7-2009

 

Carissimo Angelo,

scusami innanzitutto per il ritardo con cui ti rispondo, ma è un ritardo che dipende in parte anche dal fatto che ho preso molto sul serio le quattro righe con cui mi chiedi un parere, dal quale sembra dipendere anche una tua decisione futura, e con ciò mi investi di una responsabilità non indifferente.

Ho per questo aspettato di avere il tempo di riprendere in mano il libro di Caligola e approfondirne la lettura.

Adesso, pur non avendo ancora del tutto terminato di leggerlo, penso di essermi formato un’idea definitiva.

Comincio col dirti che non sono uno storico: sono un giornalista e, al massimo, uno scrittore, che è , comunque, cosa molto diversa dallo storico, e, come tale, posso giudicare.

Io mi sono appassionato alla lettura del libro. Come già ti ho detto, è pieno di stimoli che spingono la curiosità intellettuale del lettore.

Da quello che posso capire, le tue analisi del protagonista, dei personaggi collaterali e del quadro storico sono molto originali, e i tuoi punti di vista mi sembrano sempre non conformisti: su ogni cosa applichi il metodo cartesiano del dubbio e cioè del non dare alcuna verità per scontata.

Inoltre, nel substrato del libro si legge una tua spinta etica, una tua lettura “morale” della storia, che io trovo appassionata e appassionante. Apprezzo molto il rigore appunto etico: anche per me la Storia o è “morale” o non è Storia.

Sono inoltre costernato dalla tua immensa erudizione sul mondo classico (sui banchi di scuola, invece, ti conobbi come analista di Foscolo!). E apprezzo infine il modo dettagliato con cui riporti le fonti e il fatto che riproduci brani in lingua originale (latino, greco…) e poi le traduci.

Tuttavia, quasi per gli stessi motivi che ho qui elencato, devo notare, dal punto di vista del lettore non specialista, che il libro costituisce una lettura difficile.

Innanzitutto, come dicevo, per la prosa, per lo stile espositivo, che a me piace molto, ma è indubbiamente aspro, molto denso, così fitto di citazioni (e questo va bene per lo storico, ma non agevola il lettore meno colto), così irto di riferimenti culturali e di rimandi che non sono alla portata di chiunque.

In secondo luogo, a rendere “difficile” la lettura, secondo me, contribuisce anche la costruzione, la “scaletta”, del libro, la quale presuppone un lettore già dotato di una conoscenza aprioristica dei fatti storici salienti.

Per esempio, ti faccio notare che praticamente non si trova un rigo sulla biografia di Caligola fino a pagina 27, dove comincia un capitolo che in realtà è più dedicato a Germanico che a Caligola stesso. Per le prime 26 dense pagine affronti preliminarmente i temi di fondo e di giudizio sul personaggio storico, con tesi di molto spessore e molto ben argomentate, ma esposte quando ancora il lettore (non specialista) non conosce nulla del personaggio e perciò non sa se partecipare e come partecipare al tuo giudizio. Per le prime notizie su Caligola bisogna aspettare pagina 76 (Caligola a Capri).

In due parole, quello che sto cercando di dire è che io ho preso in mano il tuo libro come fosse un libro divulgativo e invece ho scoperto che non è esattamente divulgativo, cioè adatto al “volgo” non specialista di storia. Se voleva esserlo, sappi dunque che, a mio giudizio, non lo è.

Dico questo perché voglio arrivare al dunque. Io non so – e non voglio – consigliarti se pubblicare o non pubblicare i cinque volumi sul Giudaismo Romano (tra l’altro non ti consiglio neppure di mandarlo in lettura a qualcuno della comunità ebraica italiana, perché sono sicuro che sarà un libro pieno di rose ma anche di spine, insomma non apologetico sul giudaismo).

Però penso che tu debba valutare due diversi elementi per decidere se affrontare la spesa della pubblicazione:

 

  • il primo elemento è, come ti ho detto, che il tuo modo di costruire il racconto storico non è di facile lettura e di facile divulgazione. Non lo è per il libro di Caligola e immagino lo sia ancor meno per l’altro lavoro. Per questo motivo, e per l’argomento stesso del lavoro, non credo si possa immaginare che cinque volumi sul giudaismo romano possano diventare un caso commerciale-editoriale, un best-seller nelle librerie.
  • Il secondo elemento è che i libri non si pubblicano solo per essere venduti ma anche per essere giudicati. Ma giudicati da chi? E perché? E qui veramente le risposte devi dartele da solo.

Da parte mia faccio un’amara riflessione: immagino che il mondo degli storici sia, come ogni altro ambiente culturale, sostanzialmente un circolo chiuso, una conventicola, una rete di cattedratici universitari, un sistema di potere autoreferente, una setta iniziatica, dove i non iniziati non hanno accesso, anzi vengono in ogni modo emarginati: anche con il silenzio, che è la peggiore delle critiche.

Ora, non credo tu faccia parte del sistema, dell’establishment culturale-storico (anzi per tua natura credo caso mai il contrario, che tu sia un ribelle e un anarchico). Questo significa che non credo tu possa sperare di essere “scoperto” e consacrato come grande storico da un critico autorevole e disinteressato, il cui giudizio ti ponga immediatamente al centro dell’attenzione e del dibattito storico. Tutto è possibile, ma  è anche molto improbabile.

Detto questo, aggiungo che la pubblicazione di un lavoro costato anni di lavoro e perigliose circumnavigazioni nel tempo e immensi viaggi del pensiero, costituirebbe certamente una soddisfazione personale, un momento di felicità come pochi, un piacere che può valere anche tutta una vita e che può essere un lascito per chi ci ha amati e ci sopravvive.

Un lavoro così, dovrebbe, se ci fosse giustizia al mondo, essere pubblicato “automaticamente”, per ordine divino –et sine conditio(ne)-.

Ecco, ti ho detto tutto quello che penso, come mi hai chiesto. Ho cercato di essere onesto. Spero di esserti stato un poco utile. Perdonami la lunghezza.

 

Tienimi informato delle tue riflessioni e decisioni.

 

Ti abbraccio, con grande stima

 

Paolo

Dove andiamo?

Dove va l’Italia repubblicana con Salvini e Di Maio?

Ci stacchiamo dall’Europa ?!  Diventiamo un’altra Grecia? !

Conosciamo quanto hanno sofferto i Greci in questi ultimi anni?

I nostri figli e nipoti sanno soffrire?

Sono interrogativi che ci poniamo noi vecchi ; noi non sappiamo rispondere perché abbiamo fatto qualcosa, senza parlare, ed ora vecchi-bambini forse vaneggiamo, di fronte  al cumulo  di mali di un’Italia, una barca  senza governo.

 

Alla fine di Quale futuro ci attende, Angelo Filipponi scrisse nel 1995:

 Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’ adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti, camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico di nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’ autonomia personale, (familiare e statale ) perché fiduciosi nel progresso- ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e  degradare i politici,  uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice, incapaci di soluzioni, inutili come amministratori pubblici, data la marea di  burocrati, autosufficienti, considerato il potere occulto senatorio.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico, demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano – uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia -.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano ,inserito in un  Europa, da configurare,  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere da solianarchicamente,   senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente,  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio,  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora, la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

Oggi, dopo 23 anni, l’italiano medio dovrebbe aver capito qualcosa di politica, di democrazia, di repubblica, di religione… dovrebbe votare … secondo ragione personale… valutare  la situazione e fare un punto situazionale concreto…avere abilità e capacità di lettura, almeno, rispetto ai padri ,  educati  secondo fascismo o socialismo, ancora condizionato dal mito religioso.

Filioque e Leone III

Sono veramente storici  gli accademici italiani!

Filioque e Leone III

Abbiamo già scritto in Filioque e il concilio di Toledo www.angelofilipponi.com che nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla, in epoca antonina, dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo.

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana, secondo emanazione.

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea,  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del Concilio  di Costantinopoli  Cfr E Book Amici cristiani, Perché diciamo Credo? che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo/procedo.

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio.

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo, in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazionecome marcia di un popolo che precede  un personaggio importante (di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece  la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano).

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi, che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità, sulla base di un unico principio divino.

Ora  quanto detto  vale  ancora di più dopo la conversione dall’arianesimo  del re visigoto  e del suo popolo in Spagna.

In seguito  in Francia e in Italia ed anche  nelle Chiese balcaniche, insieme al rito Eucaristico si tollera la formulazione del Credo  con l’aggiunzione di Filioque, che diventa usuale in Occidente  per quasi due  secoli, in cui si accentua il distacco dell’Italia e del papato dal bizantinismo, come abbiamo mostrato in Bonifacio IV e Foca e in  Eutichio e d Astolfo. 

Ora,  inoltre, ci poniamo il problema di quando e di chi lo ratifica nella sede romana papale, a seguito dell’usurpazione  da parte di Carlo Magno,  che avrebbe dovuto  assumere, secondo Leone III e la curia romana, il titolo di autokratoor toon romaioon  ora tenuto illegittimamente da Irene di Atene, che ha avvelenato  suo marito Leone IV.

Sembra che una “certa”  ratifica ufficiale avvenga  nell’anno del  signore 809  ad opera di Leone III, quel papa che nel Natale dell’800 incorona Carlo Magno imperatore del Sacro romano Impero…

Prima di quel Natale ci sono trattative  tra Leone e Carlo  che portano alla consacrazione imperiale del re dei Franchi e dei Longobardi  già considerato defensor fidei  in quanto patricius romanorum.

Il vero direttore delle trattative  però, specie di  quelle di  Paderbon,  è certamente Alcuino di York, che  ha  un punto  fermo nella sua politica : il papa non può essere giudicato da un’autorità umana,  ma solo da Dio, in quanto è suo vicario sulla terra e  legge vivente secondo le scritture.

La sua formulazione autentica è: prima sedes  a nemine iudicatur.

Questa formulazione  sarà la base per il Dictatus papae di Grgeorio VII,  che  legge prima sedes “romana” e a nemine  come a nullo homine.

Infatti il pontefice  afferma quod unicum est nomen in mundo, quod a nemine ipse iudicari debeat, quod Romanus Pontifex  si canonice ordinatus, meritis beati Petri indubitabiter efficitur sanctus/ che  unico è il nome nel mondo e che il pontefice romano se ordinato canonicamente, senza dubbio è reso Santo dai meriti del beato Pietro e che non debba essere giudicato da nessuno. 

Al di là della lettura gregoriana  (cfr. Filone e Gregorio VII ), a noi preme in questa sede mostrare la vicenda  di Leone III (795-816), successore di   Adriano I(772-795), che è riuscito in vario modo ad imporsi a Carlo figlio di Pipino e  a completare astutamente  l’opera dei suoi predecessori ottenendo  le terre bizantine, quasi al completo, dell’ex esarcato di Ravenna come donazione, come si rileva dal suo epistolario  con la curia di Aquisgrana ( Cfr. Eutichio ed Astolfo).

Leone III, eletto appena inumato il suo predecessore,  non è uno stinco di santo ed è accusato dal nipote di   Adriano e da Campolo, sacellarius,   che iniziano un’opposizione , che sfocia nel 799 in un attentato  e in un allontanamento dalla sede papale.

Il papa,  scampato  grazie alla protezione del duca di Spoleto,  fa propagandare la sua fuga come quella di un abbacinato e  ferito mortalmente, capace, comunque, di fare un lungo viaggio con un seguito di quasi 200   presbiteri e diaconi  fino a Paderbon in Westfalia, dove ha la residenza estiva Carlo.

Non si hanno notizie circa  questo incontro tra Leone III fuggiasco- uomo  astuto, senza  blasone e senza reale credito, anche se  attorniato da una curia itinerante   accusato di innumerevoli crimini dalla pars avversa – e il re dei Franchi e Longobardi…

Secondo me , la curia franca dominata da Alcuino, seppure non allineata con Leone III, ha già delineato la propria politica nei confronti del papato romano,  in relazione alle direttive del concilio di Francoforte del 798, in cui si è stabilita da una parte la confutazione dell’ adozionismo e da un’altra  la strategia operativa del patricius romanorum, fedele scudiero del papa, massima potestas temporale rispetto all’auctoritas divina del vicario di Cristo.

Di tale trattativa non ci sono tracce né di dialoghi né di formulazioni, quasi ci fosse stato un incontro privato  senza la presenza di scribae curiales e quindi non ci sono documenti  comprovanti l’intesa,  che poi si manifesta con la venuta in Italia e a Roma di Carlo  e col reinsediamento del pontefice.

Infatti l’elezione di Carlo ad autokratoor toon Romaioon, a Roma, ad  opera di Leone III,  non è il risultato di un’improvvisazione politica, ma è un atto che conclude un accordo in relazione alla mutata situazione politica  orientale, a Costantinopoli.

Leone III, al momento della sua elezione papale, ha  già inviato  le chiavi del sepolcro di S Pietro, come  testimonianza di fiducia  e segno del potere  di Carlo patricius romanus, suo scudiero  temporale.

A Carlo  il papa ha, poi, notificato la notizia  dell’usurpazione imperiale di Irene di Atene, macchiatasi dell’avvelenamento del marito Leone IV  e del suo governo illegittimo con suo figlio Costantino VI.

Il papato romano, prima sedes occidentale, e quello costantinopolitano, prima sedes orientale, secondo Teodosio I, sono concordi nel dichiarare usurpatrice del titolo imperiale Irene!

Bisogna pensare che l’acclamazione popolare romana  sia atto  accettato  anche da Costantinopoli, con cui  Leone III ha anche una comune professione di Fede circa ekporeusis.

A Carlo, pur salutato augusto, grande e  pacifico imperatore dei romani, sembra, comunque,   non piacere l’acclamazione in quanto nel Natale dell’800 ha già intavolato trattative con Irene per un matrimonio tra sua figlia Rotrude  e Costantino VI ( Eginardo, Vita Karoli).

Solo dopo la morte di  Costantino VI e   poi  quella di Irene e la successione di Niceforo  sul trono, la curia papale e quella  palatina di Aquisgrana iniziano di comune accordo a propagandare il sacro romano impero,  esaltando l’elezione papale romana di Carlo (Cfr. Annales regni Francorum e Liber pontificalis ).

Comunque, nel Natale dell’800  la vacantia  del titolo di Basileus  catholikos  permette al pontefice la nomina  imperiale al patricius romanorum difensore dei diritti del nuovo papa , dopo il giudizio sui suoi persecutori, condannati a morte, ma graziati da Leone III e confinati.

Ciò, comunque, non sottende la scadimento della  prima sedes orientale, soggetta all’autokratoor legittimo costantinopolitano, appena ripristinato secondo diritto.

Ciò neppure può implicare legittimità alla novitas del rito di investitura da parte della prima sedes romana del patricius romanorum, illegittima!

Non si tratta, dunque, della fondazione di  un Sacro romano impero– un altro falso storico, non proponibile all’epoca-  ma di un’usurpazione di  successione imperiale come una restitutio imperii alla pars Occidentale , come se mai ci fosse stato l’atto ufficiale  di Odoacre di consegna delle insegne imperiali  valentiniane nel 476 a Zenone, che gli concede il titolo di patricius romanorum, proprio di un funzionario imperiale…

Niceforo,il Logoteta (802-811)  infatti , il successore di  Irene, convinto assertore dell’unicità dell’imperium romano e della sua  unica consacrazione, pur   riconoscendo nominalmente  a Carlo l’elezione imperiale,  ad opera del papato,  propria di un usurpatore,  lo obbliga  a riconsegnare il territorio del Veneto, l’Istria e la Dalmazia, a riconoscere perfino un trattato  del  duca beneventano Arechi  con Costantinopoli,   a legittimare   il principe bizantino di Napoli,  Stefano, e  quello del  governatore di  Sicilia.

Carlo, convinto della supremazia imperiale bizantina, accetta le condizioni del basileus orientale e ne ha un parziale e momentaneo riconoscimento di  potere imperiale in Occidente.

L’imperatore bizantino, infine, impone che la prima sedes  costantinopolitana e quella romana  abbiano un comune credo secondo la tradizione  niceno – costantinopolitana circa l’ekporeusis dell’Agion pneuma.

Ne deriva  che  Carlo, richiesto del suo parere come defensor fidei, dalla prima sedes romana, pur desideroso di non disattendere le  attese dell’imperatore bizantino in materia di fede , deve necessariamente cedere alle richieste dei  membri della chiesa gallicana riunita  ad Aquisgrana circa il filioque isidoreo, avendo già risolto la questione  circa l’adozionismo con Alcuino che, al concilio di Francoforte prima e poi ad Aquisgrana  ha confutato le proposizioni  adozioniste di Felice di Urgell.

Ora, dunque  Carlo.  per favorire la concordia religiosa tra i franchi accetta il filioque e si oppone  anche a Papa Leone III   che è legato da tempo alle formulazioni bizantine.

Il filioque è  parte integrante del Credo recitato durante la messa  in tutto l’Occidente  meno che in alcune parti del suolo italico e a Roma.

Il filioque,  ormai entrato nel rito consueto in Occidente da oltre 2 secoli,  è diventato una quaestio aperta per oltre due secoli tra la chiesa gallicana e quella romana fino ai tempi di Silvestro II il precettore di Ottone III  (999-1003)  quando a seguito dell’incremento dato alla riforma cluniacense,  si chiude con l’accettazione  della processio dello Spirito santo e dal Padre e dal Figlio, anche a Roma.

Il papa Leone III, infatti, rimane nella sua fides costantinopolitana anche dopo il concilio di Aquisgrana e la risposta  autoritaria di Carlo, e  sembra ribadire le sue  certezze conformemente  al credo atanasiano.

Il papa, fin dagli inizi  del suo pontificato  è distante dal filioque   di Isidoro e segue l’indirizzo costantinopolitano e poi si oppone a Carlo,  che per calcolo politico accetta le formulazioni di Aquisgrana e le convalida.

L’imperatore anzi   stabilisce  di accettare  la tradizione già secolare occidentale,  imponendo anche  la recita del credo  durante la Messa.

Papa Leone, rifiutando di sottoscrivere quanto decretato dalla chiesa gallicana, si separa dalla cattolicità in nome dell’ortodossia. 

Leone è un papa tosto, che ha una sua politica  ancora da funzionario  bizantino, nonostante i cedimenti al re dei Franchi e dei longobardi, militarmente i superiore!.

Il papa -ripeto- resta fedele al suo pensiero sulla processio/ ekporeusis  e mantiene la sua parola alla comune affermazione  di fede  col patriarca di Oriente, chiamato ( anche lui come l’imperatore )  Niceforo.

Solo  un cinquantennio dopo papa Silvestro II e la fine della divisione tra la Chiesa gallicana e quella romana per il filioque, ci sarà nel 1054 lo scisma tra i cattolici e gli ortodossi.

E’ una vittoria della fede o della politica!

La theologia mostra la sua forza?!

De autore Operis censura

De autore operis censura.

Senti, Marco, come nel  1575 si applica la Censura  su  Compedium Theologicae Veritatis.

Si tratta cioè  di una censura di un’opera, che non indica l’ufficio di censore ma solo un giudizio critico su un testo  di cui non si conosce  l’esatto nome dello scrittore e  si cerca l’autentica paternità…

Tanti sono i nomi di quelli che hanno scritto Compendia theologicae veritatis nel Duecento!…

Per prima cosa si nega che  ci sia una sola sententia circa l’autore e quindi ci sono molteplici attribuzioni  e diverse opinioni  quis aurei huius libelli autor exstiterit,  non una est sententia.

Solo in epoca recente si è fatta l’ esatta attribuzione con identificazione di Hugues  Repelin de Strasbourg (Hugo Ripilinus Argentoratensis…, ma questa è un’altra quaestio (cfr. L.Pfleger, Der Dominikaner Hugo von Strassburg und das Compendium theologicae veritatis, Zeitschrift für Katholische Theologie 28 -1904-, pp. 429-440 e Cfr. Georg Steer, Hugo Ripelin, von Strassburg: zur Rezeptions, und Wirkungsgeschichte des Compendium theologicae veritatis im deutschen Spätmittelalter, Tübingen, M. Niemeyer, 1981)…

Poi  loannes de Combis  aggiunge che quidam ….autumant  e si serve del verbo autumo, la cui incerta etimologia fa pensare ad autem dico, come avviene per nego  -nec dico -. in modo da indicare un’ affermazione ben sostenuta secondo Gellio, Noctes Acticae, 15,3,6 (autumo non id solum significat aestumo, sed et  dico et opinor et censeo). Infatti secondo lo scrittore cinquecentesco  quidam Albertum re ac nomine magnum eius autorem autumant cioè alcuni ritengono giustamente autore Alberto Magno, anche se molti affermano che altri hanno scritto il libro.

Infatti dice: nunnulli  Aegidium Roma(num), alii  D. Tho Aquinatem, quem  plures  Seraphicum Bonaventuram  contendunt ( a cui molti  oppongono, in gara , nel tentativo di attribuirne  in modo tendenzioso la paternità  al Serafico Bonaventura).

Ad Egidio Colonna romano (1245-1316) agostiniano, che rileva i contrasti tra platonismo ed aristotelismo, non è possibile l’attribuzione del Compendium…per molte ragioni, vista poi la formulazione pratica ed emporica del I Giubileo della storia con Bonifacio VIII…

A suo parere  lo scrittore cinquecentesco ritiene  che  questi  si avvicinano di più  alla realtà (qui et rem propius, meo quidem iudicio,  attingere videntur), ed aggiunge che in essi, comunque,  si leggono haec  eadem ad verbum, paucis mutatis, paucioribusque additis,  in quanto si può vedere nei libri anche di Tommaso (in eius Opuscolis) maestro del Colonna.

Infine  attribuisce il libro a  Pietro Tarantasio sostenendo con molta cautela  l’attribuzione.  Nec desunt tandem qui Petro tarantasio inter sacrae thelogia professores  non obscuro, id tribuunt.

Eppure Petrus di Tarantasia- 1225-1276-  (Valle di Isère) è un grande studioso, abilissimo nella lettura theologica,  divenuto anche papa con nome di Innocenzo V, beatificato dalla Chiesa…

Lo scrittore cinquecentesco si rivolge poi al candido lettore (candide Lector) apostrofandolo con  un tu, in una ricerca di empatheia, impossibile tra il doctor fanaticus ed un lettore profano invitato ad abbracciare  la causa sine dolo (sedulo) diligentemente.

E’ un tentativo di passare dalla funzione emotiva di un dotto scrivente  a quella conativa di un ricevente, dilettante, capace, però, di attivarsi, in quanto  discipulus  spoudaios/sedulus.

Chi scrive cerca  un lettore, comunque sia,  che partecipi alla sua impresa!

E’ possibile forse fra te,  Marco,  e me, oggi nel 2018, non tra  Joannes de Combis in epoca tridentina con un suo lettore candidus, confratello puro e schietto nella sua fides, cieca, secondo le theorie dei commentatori dell’Ars Poetica di Orazio,  propria   del Cardinale vescovo di Ugento , Sebastiano Minturno,  abile a miscere delectare et docere, dulce et utile, cioè platonismo ed aristotelismo!

Eppure l’autore cinquecentesco pensa di poter attirare  in qualche modo con il divertimento e il piacere della ricerca del  nomen autoris (autoris nomine parum oblectatus) il lettore, un uomo che parla  il volgare italiano, ma educato in lingua latina e greca.

Perciò aggiunge: Habes enim unde purissimos Theologiae latices extremis (ut aiunt) labiis delibes/ tu hai infatti dove poter gustare le purissime sorgenti di Theologia  a fior di labbra. 

Al discepolo, si aprirà allora un facilis aditus , un facile passaggio senza dover subire il gorgo fragoroso dell’onda.

L’autore incita  con un orsù/ age, – perché, a detta di Aristotele, agli antichi furono attribuite plurimae gratiae/moltissime attrattive,  ma non   perfecerunt, invenerunt tamen  facile- ad osare,  che è proprio dei chi inizia.

Questa è la sua conclusione, in forma interrogativa, tipica del  periodo controriformistico, propria del Piccolomini e del Varchi ( cfr. L’altra lingua l’altra storia,cit. ): cur non eadem iis, qui  multa paucis et apte quidem absolverunt, nixi sunt, quando ars brevis, vita longa.?/ perché non affidarono le medesime cose a quei pochi che  compirono  del tutto e bene molte cose, dato che l’arte è breve e la vita lunga?

Caro Marco, l’opera in questione è oggi da tutti ( quasi) creduta di Hugues de Strasbourg ma per  secoli i critici si sono orientati  e sbizzarriti in  varie attribuzioni, a volte anche risibili

Ho rivisto dopo molti anni queste pagine, lasciate in sospeso e senza pubblicazione  ed ora le ho riportate alla luce  come in una conversazione  con te,  sulla cultura  medievale, ripresa dai commentatori  di Orazio  dopo il concilio di Trento.

Perché ?, professore.

Mi sembra di capire che  ora non debba più scrivere e che debba ormai decidere di non pubblicare più.

A chi serve il  mio pensiero, oggi?

In una Italia formale e commerciale la mia pagina è inutile.   

Non mi sento più tranquillo,inoltre, neanche quando ricopio i miei quaderni  scritti  a mano:  dovunque mi sento come spiato  nello scrivere:  il mio sito  non è più mio!.

Ora tutti copiano  e scrivono banalità, piacevoli, vestendosi dei panni altrui, mentre io ricopio il frutto di un lavoro certosino, di studi fatti in solitudine, abbandonati da anni,  specie  quello della lettura dell’Epistolario di Bernardo di Clairveaux…

Seguiti a scrivere! – mi suggerisce Giovanni, -lei ha orientato tanti di noi, ed ha lasciato una bava di lumaca argentata…

Io so bene di non avere una funzione  e di non aver alcuna verità da proporre,di essere un saggio che non conosce la via, ma la cerca procedendo secondo natura e ragione ,,, 

In epoca tridentina, invece , Marco, uno scrittore, come De Combis, in obbedienza alle norme del Concilio, anche se in latino, ha un intento formativo, sentendo di avere  la missione di edificare moralmente  il  lettore candido, semplice,  bambino e  superficiale, docile, comunque,  alla parola del docente.

L’autore tridentino raccoglie, raduna, riunisce ( Collatum da confero  sottende un operazione accurata di raccolta) i  compendia theologicae veritatis, di scrittori domenicani e francescani del Duecento, ispirati dallo Spirito Santo, esemplari maestri da opporre ai fautori della Riforma luterana.

Anche gli intellettuali in volgare fanno la stessa cosa, come Tasso,    che dà al fanciullo egro /malato la medicina amara, mista al dolce, al fine della guarigione.

All’umanità viene dato per  secoli il vero storico, cattolico, condito in molli versi: La Gerusalemme liberata è esempio di un grande ufficio e pio  per un’epica classica cristianamente rinnovata! 

COMPENDIUM THEOLOGICAE VERITATIS

Hugo Ripelinus Argentoratensis cioè Hugues de Strasbourg
1200-1268  sembra abbia scritto  un Compendium theologicae veritatis  che è stato testo di Teologia a Parigi  per Dante stesso…

Il testo in mio possesso è del 1575, pubblicato  Venetiis apud Dehuchinum, opera di un certo fr.Joannes de Combis ord. min.,con l’aggiunta di utiles annotationes  oltre che di  terminorum Thelogalium declaratio divi Bonaventurae, antea nunquan in hoc volumine edita. 

C’ è una prefazione a tutta l’opera  dell’autore che de magnorum theologorum scriptis  fece una collectio  con un breve  Compendium, nunc demum ad vetera esemplaria collatum et editum.

L’autore cinquecentesco, riprendendo il testo di Hughes Argentoratensis, inneggia alla veritatis theologicae sublimitas  in quanto  superni splendoris radius  illuminans intellectum et regalium deliciarum convivium, reficiens affectum.

Premette che così evitetur mater fastidii prolixitas, tamen ad investiganda  plurima, via detur occasio sapienti

Ribadisce solennemente che Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina. cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur precisando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem, Perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur.

Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia.

Per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus , non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

Perciò, conclude dicendo che nostra Philosophia scilicet Veritas theologica haec omnia operatur….haec est divinorum pigmentorum apotheca dilectabile super mel et favum ; haec quoque est thesaurus  est desiderabilis super aurum ac lapidem pretiosam multum: Haec est  fons  de loco voluptatis egrediens, ecclesiae militantis irrigans paradisum.

L’ autore cinquecentesco, posttridentino, (Il concilio di Trento aperto nel 1545  finisce nel 1563) tratta della filosofia  retoricamente (si veda l’anafora di Haec)  riprendendo  i Salmi 19,11 e  Genesi ,2, seguendo  perfino quanto dice Giuseppe Flavio Ant. Giud.,  XX , 264 (Presso di noi giudei ha valore solo la sapienza, la conoscenza della legge  e la capacità di interpretare il significato della sacra lettera).

La divisione dell’opera in septem libellos è quella di Ripelinus  argentoratensis,  immutabile come compendium in quanto testo   reso sacro dallo studio di tanti uomini, come  Alberto Magno e Bonaventura, Tommaso di Aquino per citare solo uomini del XIII secolo e di Dante discepolo dello studio, seppure per  breve tempo, di Parigi,  prima del 1290.

E’ questo il testo integro di Hugo Ripelinus? …quali sono vetera exemplaria?  Quello di Alberto Magno o di altri ?…

Noi, comunque, elenchiamo  gli argomenti dei sette libri secondo la spiegazione rubricis propris  delle singole  materie di ogni libro.

Primus est de natura deitatis

Secundus  de operibus conditoris

Tertius de corruptela peccati

Quartus de humanitate Christi

Quintus de  sanctificatione gratiarum

Sestus de virtute sacramentorum

Septimus de ultimis temporibus et de penis malorum ac praemiis bonorum.

In questo testo  è applicato il  sistema dell’ars dictaminis (Cfr.A.Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)  col cursus tardus, planus e velox  a fine di ogni enunciato.

L’autore  chiude  la prefazione con la tecnica formale grafica  del trapezio rovesciato  cioè  scala a destra e a sinistra  della pagina  diminuendo una lettera per 12 volte (3 x 4 simboleggia la  trias e la tetarth) fino alle ultime due righe decrescenti con due parole di nove lettere e quattro sillabe  ciascuna (rerum-& beatissimae/ matris eius presens /opusculum /compilavi).

A noi non interessa lo studio di  Dante  ( che   segue da una parte   specie nella struttura  generale theologica del Paradiso, lo scrittore del Compendium, sfruttato anche nei quattro trattati del Convivio     specificamente nell’amore perla filosofia donna gentile che sottende la conoscenza dell’Etica Nikomachea di  Aristotele, quella di Posidonio attualizzata da Cicerone, secondo la visione a noi nota come tomistica  sulla distinzione averroistica  della concezione dell’uomo e  sulla creazione del mondo…

Ne abbiamo parlato in altre parti della nostra opera…

A noi qui interessa vedere l’umanità di Christos come propagandata  a Parigi  quando si scrive un testo scolastico per i clerici di formazione scolastica …

Dallo studio sulla composizione de quarto libro e  dei  25 capita  inclusi in 224-278.  posso solo dire che l’autore   procede secondo quanto stabilito nei concili,  compreso quello di Toledo ( in  relazione al pensiero di Leandro ed Isidoro sul filioque) e l’utimo lateranense  di  Innocenzo III e  perfino c’è eco del Corpus domini (formulazioni di Tommaso di Aquino).

L’autore conosce  bene  Paolo, Filone e gli alessandrini (Clemente ed  Origene,  Atanasio,  Teofilo e Cirillo)  e i Cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa)…

La dimostrazione di Ripelinus si basa su Dio principium effectivum in creatione, che  è poi  refectivum in redemptione  e perfectivum in retributione.

Cosa significa, Marco?

Secondo me vuol dire che se Dio ha creato il mondo,come pater,  lo conserva con la redenzione, come Figlio-verbo e  lo rende sempre migliore, come Spirito santo con la retribuzione.

Bravo, Marco!. 

Infatti  l’autore spiega che  sicut pater omnia  creavit per verbum increatum sicut oia recreavit  et renovavit per verbum incarnatum.

Ora, Marco, il principium  effectivum, quello  refectivum e quello  perfectivum sono tre momenti della Chiesa e della sua storia…

In   questa  storia il rilievo dell’ incarnazione nel ventre della vergine Maria Deipara, Theotokos e ChristotoKos  è  visto come centrale nell’oikonomia divina.

Segui,  Marco, come  ragiona il doctor  di Argentoratum ( Strasburgo)  l’argentoratensis, secondo le  tecniche avanzate della scolastica …

Circa incarnationem Christi talis fuit ordo: salutatio angelica,responsio virginis, sanctificatio materna, conceptio divina .

Lo scrittore caro Marco procede per ordinem, secondo la disputatio e la quaestio doctorum .

Segui come il doctor intende agire ordinatamente (nunc per ordinem agendum est ).

Ti risparmio il racconto totale ma ti mostro in modo esemplare il sistema di questionare… circa l’invio di Gabriel.

Attento alla formulazione iniziale .

Missus est angelus Gabriel, qui est  de ordine archangelicorum ad beatam Virginem, cui adsensum apparuit visione corporali, quamvis ei loqueretur locutione spirituali.

Spiega che ad illud nobile sacramentum nuntius debuit esse angelus propter tria e subito elenca le motivazioni: primo propter cognationem (parentela) virginitatis  ad naturam angelicam; secundo  propter ordinem perditionis humanae quia sicut ibi venit diabolus in serpente ad mulierem,ita hic deus venit per Angelum ad Virginem. ut sic opposito medicina morbo ac reparatio lapsui et remedium nocumento; tertio quia sicut illa gratia fuit reparatio naturae humanae, sic fuit et ruinae angelicae: unde communi beneficio utraque natura communiter debuit ministrare ,angelica f.amilia ac humana.

Caro Marco, così si distingue, si divide e si interpreta: dividitur autem salutatio beatae virginis in tres partes : primam partem incipit angelus  cum dicit ave gratia plena ì, dominis tecum, benedicta tu in mulieribus. Secundum    ìsubiumxit Elisabeth cum ait benedictus fructus ventris tui. Tertiam apposuit ecclesia ut in reverentia nomen Mariae haberetur: nam Maria non est de testu…

Marco, ti interessa il modo di procedere e vuoi il  seguito della divisione di ogni singola parte del racconto?

Ti basta?

Così scrive il doctor, così argomenta, seguendo la tradizione evangelica come se fosse vera, citando i tanti padri della chiesa   venerati come santi, conservando non solo le parole ma anche le ossa  e le tombe, mediante un culto, idolatrico, nonostante l’iconoclastia …

E Dante e il suo Convivio?

Sai ben come la penso!?:  è un ignorante clericus, un tapino non invitato alla mensa dei dotti, come me, (certamente meno ignorante dell’Alighieri,  mai, comunque,  chiamato ai meeting cristiani degli accademici) che raccoglie le briciole dei banchettanti che vorrebbe, illuso come me,  far partecipare chi  è  profano.

Una cosa è essere fanatico, un’altra essere profano: chi è nel tempio, dentro  al recinto sacro  ha (dovrebbe!) dogmatismo e doctrina  certa; chi è davanti e guarda da fuori  segue le cerimonie, ammirato e stupito di fronte  alla sontuosità sacrale, ed è preso nel mysterium!

 

 

Bonifacio IV e l’imperatore Foca

La colonna di Foca è inaugurata il 1 agosto del 608 a Roma da Smaragdo, esarca di Ravenna, che vi pone sopra la statua dell’imperatore e vi appone, alla base, una iscrizione lapidea…

E’ un evento importante,  da ricordare, da esaminare e da studiare!

Perché? mi chiede Marco

E’ un atto imperiale che  è segno della dipendenza di Roma da  Costantinopoli, meglio da Ravenna, da un esarca, al pari di altri funzionari bizantini,  anche quando già  in Italia da un quarantennio funziona l’amministrazione del regno  longobardico  e dei due ducati di Spoleto e di Benevento.

Il papato romano, schiacciato da Antiochia, da Alessandria, da Gerusalemme e dalla nascente Costantinopoli, aveva avuto solo alla fine del  IV secolo  un  magico momento di fulgore  e un riconoscimento, dopo quasi tre secoli e mezzo dalla morte di Cristo, quando con Teodosio  diventava il secondo patriarcato dopo quello costantinopolitano, a seguito di un  declassamento della  sede primaria  papale di Alessandria, punita col suo papas Teofilo…

Bisogna quindi- dice Marco-  pensare che Roma  in epoca teodosiana  è già considerata sede apostolica e che già si è costituito il muthos della venuta e della morte di Pietro (di Paolo)?

Certo, il gioco è già fatto,ora serve solo la dimostrazione con la verifica della propria auctoritas!

Ora con  papa Damaso, in epoca teodosiana, bisogna solo dimostrare la legittimità della funzione  del Primato di Pietro, opera ancora da svolgersi e da organizzare, proprio  quando i valentiniani già spostano la capitale dell’impero di Occidente a Ravenna e già con Ambrogio l’amministrazione occidentale è passata da Treviri a Milano con  l’ariana Giustina  e suo figlio Valentiniano II…

Quindi, bisogna precisare che non porta fortuna la titolatura imperiale di Teodosio a Roma, che comincia, proprio allora,  il suo decadimento, proprio con il trionfo del cristianesimo e con la fine del pagano pontifex maximus …

Gli atti di un progressivo decadimento in quasi due secoli e mezzo sono tali  che la popolazione romana passa da 1.500.000 di abitanti ad una  cinquantina di mila persone agli inizi del settimo secolo, per crollare  a 20.000 alla fine dell’ottavo…

Già la città  si dimezza nel periodo di regno dell’ostrogoto Teodorico perché in Ravenna ci sono già le sedi amministrative  e politiche del nuovo regno e perché il porto con la flotta dà garanzie di difesa  e perché da lì inoltre ci sono  possibilità di scambi economici  e commerciali con tutta l’area veneta orientale e con le zone settentrionali, dove ancora coloni romani sono attivi..

Eppure Teodorico  inizialmente non trascura Roma, che non conta  più sui rifornimenti africani  ora, alla fine del V secolo,  sotto il controllo dei Vandali e quindi,  avvia progetti di bonifica per recuperare all’agricoltura le terre abbandonate,  ripristinando così la centralità della Capitale  e favorendo  i commerci e facendo talora  distribuzioni di grano,  anche se  impone una  esosa  politica fiscale, dando rilevo ad amministratori romani, riservando la difesa territoriale ai goti.

Inoltre fa coniare monete con la sua immagine, organizza giochi nel Circo, ma autorizza con l’applicazione  di una lex arimannica l’uccisione dei proprietari  terrieri – crudeli a causa della necessitas di pagare  il fisco –  da parte dei servi, per poi incamerare o far incamerare i latifondi senza proprietari legittimi, favorendo gli aristocratici ostrogoti  che non  sono  dediti all’agricoltura.

A causa  della confisca di tante ville romane, l’agricoltura dell’Italia centrale decade vistosamente,  visto la noncuranza delle terre  da parte dei nobili goti, dediti solo alla caccia.

Da qui la volontà di Teodorico di rivalutare  Ravenna, – anch’essa decaduta, nel periodo di Oreste, Romolo Augustolo e poi di Odoacre  per il difficile iter  tra gli acquitrini e  per le  inondazioni  a causa delle mareggiate e dell’essiccamento ed insabbiatura delle pinete  marittime – sull’esempio di Galla Placidia, desideroso di stabilire la corte nel suo Palazzo ravennate …

Stabilita la nuova capitale a Ravenna,  dove  confluisce il flusso di ogni occupazione  agricola  della valle del Po, dove sono lasciate integre le ville romane, allo scopo di rifornire  di derrate alimentari la corte stessa, nonostante la presenza di Christianoi cattolici, minore comunque, rispetto a quella dell’Italia centrale, su cui vige ancora  l’applicazione dell’episcopale iudicium costantiniano, da lui ben conosciuto nel ventennale periodo  vissuto a Costantinopoli, come  ostaggio.

Roma, quindi, seguita a  perdere di popolazione  per tutto il periodo di dominio ostrogotico   e poi, dopo la Restitutio imperii di Giustiniano del 553,  mentre   si ridimensiona l ‘auctoritas religiosa, quasi  pareggiata a quella di altri episkopoi, allineati sotto una monarchia  fondamentalmente rimasta ariana, nonostante il partito di Amalasunta…

Il passo è breve  verso il massimo declino  quando il papa diventa un funzionario bizantino di secondo grado rispetto al potere dell’esarca di Ravenna,  rappresentante in Italia  dell’Impero orientale, anche dopo la conquista di Alboino dell’Italia.

Nella riorganizzazione occidentale bizantina viene sancito ora il Primato di Costantinopoli, la nuova Roma,  sugli altri patriarcati orientali e specie sulla sede Romana, ancora di più ridimensionata e scaduta come sede apostolica.

Viene annullato il beneficio valentiniano e teodosiano  del IV secolo, utile solo ai fini di un’unità imperiale  su una comune base  religiosa   catholikh/universale  per quell’epoca e per una migliore  conduzione del sistema  di villae agricolo occidentale in mano ad episkopoi di credo niceno-costantinopolitani.

Infatti nel periodo del potere   ostrogotico  e poi con la nuova situazione bizantina in  Italia con  la venuta dei Longobardi c’è  uno stravolgimento politico, economico e  sociale con una nuova organizzazione del territorio, suddiviso in una pars longobardica che occupa la sezione alpina ed appenninica  italica con un Regno e con due ducati, in una la pars marittima adriatica e parzialmente quella tirrenica, appartenente ai bizantini.

Il papato del VI secolo deve adeguarsi a tale nuova situazione ed è già ben organizzato  in quanto i vertici sono quasi sempre quelli della famiglia anicia, che  è rimasta integra, grazie alla sapienza amministrativa dimostrata sotto il dominio gotico ( cfr. La domus Anicia).

Ora siccome da oltre un secolo e mezzo Roma è appannaggio  degli anici, che reclamano le terre romane  del  vecchio impero, avendo comunque cartulae,  nei  confronti dell’impero bizantino, ed ora anche nei confronti dei longobardi, come se fossero gli eredi diretti di Roma imperiale congiunta ( quella occidentale  quella orientale), c’è in Italia , in Europa e in Africa un territorio a macchie, ancora romano, considerato inalienabile , non toccabile come per un sacro terrore popolare …

Da qui la figura di Gregorio Magno e la sua propensione ad un universalismo cattolico quando non ha neanche il controllo  totale del  suo territorio romano e dipende dall’esarca ed è in soggezione al duca di Spoleto  e al re longobardo, che lo premono da nord e da sud ….

Il papato romano anicio funge, dunque,  da duca  bizantino con caratteri religiosi  ed  è autorità secondaria, che segue ordini  ricevuti  dall’esarca e dall’imperatore e dai duchi e re longobardi, ma ha coscienza di un universalismo  territoriale  secondo una concezione astratta mitico-popolare  …

Fatta questa breve premessa, preciso che  sono interessato a un tale episodio e alla situazione dell’esarcato  per la definizione della figura  reale del papa  romano in circa duecento anni dalla  fine della guerra gotica  nel 535- 553 e  (poco meno) dalla venuta dei Longobardi nel 568  d.C.

L’iscrizione  di Foca, imperatore bizantino,  è da mettere in relazione con quella di Valentiniano III, imperatore occidentale  anche se sono di due epoche diverse.?

Certo, Marco.

L’Editto di Valentiniano III del 28 giugno del 445 è  a favore di Leone I, del quale  sostanzialmente si riconosce la dignità sacerdotale connessa con lo episcopale iudicium costantiniano.

C’è il riconoscimento del primato del vescovo di Roma, teodosiano,  basato sui meriti di Pietro, sulla dignità della città e sul Credo di Nicea con una sanzione verso ogni oppositore.

Infatti  si legifera  che ogni opposizione alle  decisioni imperiali,  che hanno forza di legge, deve essere trattata come tradimento e che chiunque si  rifiuti di rispondere agli avvertimenti di Roma  deve essere ivi estradato da parte dei governatori provinciali.
E’ questo  il primo vero tassello di un’autorità romana papale?

Mi sembra.

E’ l’editto  connesso con quello di Valentiniano I ? Forse.

Può esso risultare congiunto con quanto scritto nell’iscrizione di Foca ?

Credo di si

L’impero di Occidente e  quello di Oriente nella coscienza popolare  formano un unicum, cristiano,  dall’epoca  valentiniana, post costantiniana e preteodosiana con cui si connette.

Certamente i popoli occidentali pensano di vivere anocra in territori romani anche ci sono dominatori  estranei, comunque,  romanizzati, anche se ariani.

Per me sono due atti che, anche se distanti storicamente, testimoniano una volontà  di un imperatore, che opera, comunque, in una precisa situazione in reazione a nuove condizioni economiche e sociali, politiche.

Infatti bisogna precisare le differenti situazioni in cui versa Roma nel   V secolo e  nel VI e VII secolo per comprendere il costituirsi di un primato come quello della chiesa romana, esistente a parola, seppure testimoniata dalla carta, non di  fatto.

La theoria esiste, ma ancora deve essere tradotta in pracsis.

Allude, professore, alla falsa Donazione di Costantino? 

Anche ad altro!. 

Comunque, ora agli inizi del VII, bisogna precisare che Roma  non è più caput mundi, né  capitale dell’Italia né  dell’esarcato, ma è scaduta  come città, essendo nel VI secolo  più un paesone che un’urbs, specie dopo la guerra,  le  carestie  e le pestilenze e le continue inondazioni  del Tevere.

Pavia, Spoleto e Benevento, città  Longobardiche, Comacchio e Venezia,Otranto, Bari, Messina,  Napoli,   Salerno, Palermo, poleis  bizantine oltre a Ravenna, capitale, hanno un numero di abitanti notevolmente superiore rispetto a quello di Roma, ormai decaduta a livello di villaggio, agli inizi del VII secolo.

La  domus Anicia, nonostante l’impegno  economico ed amministrativo iniziale  e la sua connessione con l’amministrazione  periferica e con la corte bizantina, non ha  più possibilità di creare condizioni di vita migliori in città, anche per il sorgere di partiti e la nascita della potenza di altre famiglie concorrenti  di origine popolare, che si collegano o con i bizantini o con i longobardi, che neanche risiedono in città ma nei castella limitrofi ed hanno proprietà terriere …

I documenti  dell’epoca non esistono:  c’è solo la colonna di Foca: poca cosa per affermare il principio del primato di Pietro, sulle terre coltivate  nei dintorni laziali e campani,  nella fascia  appenninica tosco-umbro marchigiano-romagnola, comprese tra il Regno di Pavia longobardico e il ducato di Spoleto, unite alla zona paludosa del Veneto alla foce del Po,  insieme all’Istria e alla  Dalmazia, adriatica orientale,  e  a quella occidentale litoranea  tirrenica  con l ‘Elba, la Sardegna (con a  sud-ovest la Sicilia  e  la Corsica, a nord) .

Quando  è vescovo di Roma Bonifacio IV (608-615)  neanche è possibile parlare di primato di Pietro e Paolo  e si parla  solo di zone  periferiche dell’impero bizantino, i cui domini  sono intatti  nelle terre dove non c’è la Longobardia ( pavese,  spoletana e beneventana).

Nemmeno sotto Adeodato (615-618 e Bonifacio V (618-625) ed Onorio I (625-640) si può parlarne,  date le specifiche situazioni dei papi.

Eppure il primo crea illegittimamente la novitas delle bullae in piombo (le bolle papali ) ed ha una tale possibilità  col consenso dell’esarca, per il suo esercizio spirituale, nei limiti  territoriali  e poi in un progressivo ampliamento  di competenze  e di usurpazioni di diritto in senso di evangelizzazione verso regioni barbariche non italiche  ( gli Angli)  e di propagazione della caritas christiana in zone straniere, previa autorizzazione del patriarca costantinopolitano, che coinvolge il papato romano nell’eresia monotelita.

Onorio I,  infatti,  seguendo l’esempio dei predecessori, trasforma, senza averne autorizzazione, la Curia Giulia in Chiesa  -S Adriano al Foro- illegittimamente, e poi s’ impelaga nella questione del monotelismo in quanto è succube  di Eraclio, che nel 638 formula l’ekthesis (Mansi X,994-995) cioè il pensiero  che in Cristo c’è una sola volontà (thelema)  escludendo ogni  discussione sulla  energeia operativa.

E’ la formulazione tipica del Patriarca Sergio di Costantinopoli (Mansi,X, 530-532 ): Abbiamo ritenuto necessario che in futuro a nessuno sia permesso di affermare due operazioni in Cristo, nostro Dio, ma piuttosto si affermi, come insegnano i santi ed universali Concili, che l’unico e medesimo Figlio unigenito, il Signore nostro Gesù Cristo vero Dio, ha compiuto sia atti divini sia umani che … procedono da un solo e medesimo logos/verbum incarnato.

Il papa romano deve adottare  la  formulazione del patriarca bizantino e dell’imperatore in quanto subalterno: Affermiamo che la volontà del Signore nostro Gesù Cristo era soltanto una (unam voluntatem fatemur /affermiamo una sola volontà), per il fatto che la nostra natura umana è stata assunta dalla divinità. …

Il papa romano, non essendo in pericolo la verità evangelica, trascura il problema religioso e lo considera una questione filologica, un  semplice contrasto su termini proprio di grammatici: Il Figlio e Verbo di Dio fu egli stesso operatore della divinità e dell’umanità. Se a motivo di queste duplici operazioni, umane e divine, si debbano riconoscere una o due operazioni, questo non sta a noi, ma lo lasciamo ai grammatici, che sono soliti esibire parole ricercate ricavandole da minuzie.

Anche  in Egitto il patriarca Ciro, pur dissentendo dall’imperatore comunque, sebbene con parole alquanto differenti,   ribadisce  che  Cristo agisce mia theandrike energeia (“con una sola operazione divino-umana” in quanto  vero Theos e vero anhr).

Insomma  le direttive dell’Imperatore e del patriarca sono i  binari entro cui deve passare il treno della verità (aletheia); i funzionari  bizantini non possono divergere, come ogni  altro cittadino di tutta l’area peninsulare italica e  di Africa e di Asia, tenuti   dopo la restitutio imperii di Giustiniano, a seguire gli ordinamenti imperiali secondo la Prammatica Sanzione.

Caro Marco, conosci la Pragmatica Sanzione?

E’ meglio che la spieghi!.

E’ detta Pragmatica sanctio pro petitione Vegilii una legge di Giustiniano emanata dopo la fine della guerra gotica.

L’imperatore, su richiesta di Papa Vigilio, estese il corpus iuris civilis imperiale alle terre bizantine di Italia e in Africa.

L’ editto, comunque,   fu atto utile più al papato che all’imperatore, che teneva prigioniero Vigilio  che inizialmente non aderiva allora  al pensiero imperiale sui Tre capitoli   e cercava altre soluzioni  rispetto alle formulazioni del Concilio di Calcedonia, in una volontà di indipendenza dottrinale, secondo la linea teodosiana di una parità  di lettura e di interpretazione tra le due sedi, nel nome di Roma, ( tra quella della vecchia Roma e  quella della nuova Roma) (cfr. Calcedonia :un concilio politico in www.angelofilipponi.com).

Vigilio, insicuro nelle idee circa il monofisitismo  e circa il  pensiero di Nestorio, tenuto prigioniero a Costantinopoli, pressato e sovrastato dal patriarca orientale, perse di auctoritas sui vescovi  di Africa,  Gallia, Italia settentrionale, Dalmazia, Illiria.

Essendo  cominciato uno scisma in Occidente, Vigilio si sottomise all’autorità imperiale,  pur di riportare  l’unità religiosa e poi morì a Siracusa, nel viaggio di ritorno in Italia.

La vicenda, poi, viene sfruttata dal papato romano come inizio di distacco dalla giurisdizione  papale dell’esarca di Ravenna e dalla autorità  dell’ imperatore di Costantinopoli, in una rivendicazione dei diritti occidentali imperiali sui territori romani di tutta Europa e dell’Africa!.

La prammatica Sanzione  risulta, comunque,  basilare per la concessione delle terre romane  come se il fenomeno gotico, annullato da Belisario e da Narsete, neanche fosse esistito!: il papato rivendica il principio costantiniano dell’episcopale iudicium che sottende anche un munus politico e militare.

In epoca longobardica in italia si procede secondo  due sistemi legislativi: uno  secondo l’editto di Rotari, promulgato nel 643  o l’altro secondo quello di Giustiniano del 548 , essendo stato ristabilito  l’ordo socio economico, dopo la spaventosa crisi e le tante calamità naturali in Italia e in tutto l’Occidente.

Perciò la iustitia in Italia è da una parte longobardica e da un’altra  bizantina in relazione ai territori sotto l’esarcato, che comprende anche il ducato Romano, il principato di Napoli, le zone del tacco pugliese e  quelle calabresi  davanti alla Sicilia, oltre alla Sardegna e alla Corsica.

La terra longobardica, essendo i proprietari e  cattolici e  ariani,  è regolata dall’edito di Rotari che, però, non entra in merito ai possessi ecclesiali, in quanto beni  demaniali inalienabili perché  ora di proprietà  benedettina in Italia  (Montecassino, Subiaco,  Bobbio, Farfa,  Novalesa Nonantola,  Santa Giulia di Brescia, Cava dei Tirreni, S Vincenzo al Volturno) come in Francia, in Svizzera , Germania Inghilterra ed Irlanda.

Dunque non si può parlare di un papa che svolge una sua autonoma funzione per tutto il VI e VII secolo in quanto è   funzionario alle dirette dipendenze  dell’Esarca di Ravenna e di norma  è un orientale, per lo più  siriaco, nominato a volte anche  dal Basileus a Costantinopoli o  a volte dall’esarca stesso che,  comunque, ratifica la sua elezione con la propria approvazione scritta e certificata.

Se si rileva correttamente questa situazione storica  e si  coglie una  corrente aristocratica anicia nel mare bizantino-longobardico  in cui ha valore ancora oltre alla domus  degli Anici anche la tradizione inalterata  di Roma,   si  può davvero studiare il fenomeno della Chiesa romana.

Per me, Marco,  il nomen imperituro di Roma, la gloria immortale delle imprese romane, la coscienza di un non finito imperium, data la presenza bizantina in Italia e nel Mediterraneo, fanno parte della coscienza barbarica, timorosa del diritto romano, incerta di fronte alla cultura superiore  della Romanitas.

Non solo la barbaries pagana ma anche quella cristiano-ariana  italica  sono abbagliate dai monumenti lasciati da Roma in ogni parte  di Italia e di Europa: Vandali, Visigoti, Burgundi, Franchi, Unni, Avari  mentre devastano il territorio romano, ne contemplano sbalorditi le rovine imponenti, coscienti di non aver i mezzi per la ricostruzione  e nei loro spostamenti cercano popolazioni agricole che, con le villae, ancora funzionanti,  assicurano la loro stessa sopravvivenza nelle zone conquistate.

Nella cultura barbarica, militaristica, nonostante la selvaggia natura, c’è il rispetto del sistema agricolo, della struttura ecclesiastico-religiosa, del Nome sacro dell’Urbs.

Nonostante il Muthos di Roma, la città decade, rovina con l’abbandono   del centro urbano  da parte degli aristocratici, che lasciano le loro domus e si rifugiano nelle ville  dei castella vicini  e poi  con la caduta rovinosa  dei condomini- palazzi a più piani- della plebe, che cerca   prima nei dintorni lavoro e un tozzo di pane  e poi lascia definitivamente la città per sedi più piccole dove trovare  condizioni migliori di vita ed un solido riparo sotto qualche patronus

Sotto il pontificato di Bonifacio IV, quando ancora, comunque, si esalta l’eroismo antico romano e  si celebra anche la gloria christiana degli apostoli, dei pontefici  e dei martiri, in una strana congiunzione di valori, Roma  sopravvive al suo mito,  col suo foro, col suo Colosseo,  con la rupe Tarpea, con la Via sacra, pur senza alcun fasto esteriore.

C’è qualche eco di tale memoria nell’opera di  Gregorio Magno che  secondo la narrazione di Giovanni Diacono(,Cfr. A. Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo Torino 1923) non potendo risuscitare Traiano per la sua iustitia  implora ed ottiene da Dio la salvezza della sua anima.

Ancora più suggestiva è quanto si legge in De  septem mundi miraculis, di Beda: è la leggenda della Salvatio.

Senti bene, Marco !

Nel Campidoglio c’era una stanza con le statue raffiguranti tutte le gentes dell’impero romano, che avevano appeso al collo un campanello. Se una popolazione soggetta si ribellava, il campanellino della statua di quel popolo cominciava a suonare e perciò i romani avvisati in tempo,sedavano le rivolte, anticipando i nemici.

Come vedi, Marco,  il popolare mito della potenza romana  ha un carattere demoniaco, che spiega  la luce misteriosa del fascino di Roma,  fatale, imperitura.

Lo stesso Beda (Collectanee) riecheggia un verso Virgiliano, cristianizzato.

Dum domus  Aeneae Capitolii immobile saxum/ accolet imperiumque, pater romanus habebit.(Eneide ,IX, 448-9)

Caro Marco, il venerabile Beda ha cieca fiducia in Roma e nel Colosseo imperituro, simbolo della grandezza romana: Quandiu stat Colysaeus , stat et Roma; quando cadet Colysaeus , cadet et Roma; quando cadet Roma, cadet et mundus. 

L’URBS è L’ORBIS! La megalhpolis è Kosmos!

A questa ammirazione di Roma aeterna pagana  il papato christianos aggiunge il Christos  crocifisso e  risorto, e su questa base cioè su  questa   pietra angolare, costruisce dominando la barbaries il dictatus papae, costruendo l’ideologica teocrazia, capovolgendo secondo la giusta lettura sacerdotale ebraica, il cesaropapismo  bizantino.

Il sacerdotium ebraico-cattolico, con Gregorio VII, celebra il suo trionfo sulla Roma  popularis,pagana, di Mario e di Cesare secondo Alfano di Salerno ( Migne,  Patr. Lat., to.CXLVII,col. 1220 in  R. Morghen, Medioevo Cristiano, Universale Laterza,1968) Quanta vis anathematis !/ Quicquid et Marius prius/quodque Iulius egerant/maxima nece militum/ voce tua modica  facis  (Quanta forza dell’anathema.  Quanto Mario prima e Cesare poi avevano fatto con massima strage di soldati, tu fai con la tua modesta voce!)

Allora si potrà  dire con Tommaso da Cantimpré (1201-1272 ),  creatore un’ideale vita di santi simile a quella delle api , solennemente che Petrus,  proeitto reti  et navicula derelicta  Romanum subegit  imperium. (Cfr Bonum universale de proprietatibus apum, cap II, in  A.Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo,cit ).

Nel periodo di Bonifacio IV, dunque,  non è possibile ancora parlare in questi termini, ma si utilizza la memoria romana,sfruttandola per la celebrazione cristiana, usando colonne di epoca pagana come quella di Diocleziano  di  cui si serve l’esarca di Ravenna per onorare il suo imperatore, che lo ha nominato suo rappresentante in Italia dopo averlo  liberato dal carcere.

Smaragdo è riconoscente, data al prigionia sotto Maurizio,   verso Foca  che, comunque,  ha breve vita sul trono di Bisanzio perché è subito ucciso,  fatto a pezzi  dal suo successore Eraclio I, che ne decreta la damnatio memoriae.

A mio parere solo dopo la crisi monotelita, che divide l’Oriente bizantino dal  mondo occidentale e dopo la caduta di Alessandria          (cfr. Monotelismo e conquista araba di Alessandria in www.angelofilipponi.com) , forse si può avere una nuova ideologia romano- cristiana  anti bizantina,  che  poi cresce con l’opposizione alla tesi  iconoclastica.

Eppure Bonifacio con l’aiuto iniziale di Smaragdo, propaganda  il culto  bizantino e esalta il sanguinario Foca, favorendo  di posizionare la colonna e la statua sulla cima con l’ iscrizione alla base  in onore del nuovo imperatore.

In questo segue l’exemplum di papa Gregorio Magno  di cui è stato collaboratore,  in una volontà  di aderire ai piani dell’autorità bizantina e  di  arginare così  i tanti mali che travagliano Roma (la fame, le inondazioni, le siccità, le epidemie succedutesi sotto il pontificato di  Bonifacio III, morto solo dopo nove mesi di potere, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi).

Alla fine di Agosto  il papa cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali, ma anche quelli demaniali  con le autorità locali  in Anglia circa i beni romani inalienabili, in quanto considerati  ecclesiali, coltivati da uomini soggetti ad iudicia episcopali di epoca post costantiniana  …

Bonifacio fa apporre alla colonna un’iscrizione,in cui ringrazia  l’imperatore   per gli innumerevoli benefici (pro innumerabilibus pietatis eius beneficiis ) , per la restituzione della pace all’Italia  e perla conservazione della libertà (pro quiete  procurata Ital(iae) ac conservata  libertate) e specie per aver donato il tempio pagano, Il Pantheon, poi consacrato al culto della Madonna dei Martiri.

L’iscrizione  evidenzia  il destinatario  in Foca ( Optimo clementiss[imo piissi]moque/principi domino n[ostro] F[ocae imperat]ori/perpetuo a d[e]o coronato, [t]riumphatori/semper Augusto) e poi il dedicatario in
Smaragdus (ex praepos[ito] sacri palatii/ac patricius et exarchus Italiae/devotus eius clementiae/) che hanc sta(tuam maiesta)tis eius/
auri splend(ore fulge)ntem huic/sublimi colu(m)na(e ad) perennem/
ipsius gloriam imposuit ac dedicavit.

Segue la data  del I agosto del 608  die prima mensis Augusti, indict[ione] und[icesima]/p[ost] c[onsulatum] pietatis eius anno quinto.

In Italia  si è rotto già  l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino dopo che Foca, uccisore dell’imperatore Maurizio,  a sua volta  è stato ucciso da Eraclio, impegnato dagli Avari e dagli Slavi e poi  costretto a guerreggiare contro  Cosroe,  che occupa Siria e dilaga in Oriente.

L’Occidente  non è guidato dall’imperatore  bizantino impegnato a su  tanti fronti militari, insicuro perfino a corte  a  causa di congiure e di tentativi di  usurpazione imperiale.

Bonifacio comincia a vedere l’evacuazione dal centro urbano e  lo spopolamento dell’urbe.

Eppure c’è  stato un intervento positivo verso i romani dello stesso imperatore che ha  regalato il Pantheon al papa ed autorizzato l’erezione di una colonna nel foro: per i romani  è poca cosa di fronte alla situazione  di una politica bizantina ormai chiaramente inclinata da abbandonare l’ antica Urbs.

L’esarca Smaragdo, ha  pagato il debito della sua carica in terra italica al nuovo imperatore , scovando questa colonna  abbandonata da  qualche parte e l’ha utilizzata  mettendola  su un piedistallo cubico  di marmo bianco,  riservando di porci sulla cima la statua dell’imperatore ed apponendo l’iscrizione alla base della colonna corinzia, alta mt 13,50 (cioè 43 piedi) , ma gli abitanti di Roma  sono ormai fuggiti e neanche seguono, a distanza,  il lavoro congiunto del papa e  del rappresentante  bizantino.

Dunque, noi rileviamo solo questo formale atto imperiale bizantino e nessun altro atto o decreto attestante  munera  per il papa che invece aspira ad un reale potere,  proprio quando non esiste più un nucleo cittadino e Roma è  ridotta ad un villaggio con tante rovine…

E’ brutto vedere le rovine di una città disabitata da  secoli, Ninive, Faselide, Gortina a Creta, Sepino (Campobasso) una desolazione! un senso disperazione più acuto di  quello di  un  terremoto!

Roma decade come popolazione nel VII  ma raggiunge il minimo storico  tra l’VIII e X  tanto che i suoi castelli  hanno un maggior numero di abitanti rispetto all’Urbe.

Eppure  sulla base  inventata della venuta di Pietro a Roma si va creando il patrimonium sancti  Petri et Pauli e si formula la teoria del primato della  Chiesa …

Per  chiarirci , Marco, sarà opportuno rilevare la situazione  generale e le condizioni di vita  dei  romani vinti dagli Ostrogoti e poi  decimati dalla guerra gotico-bizantina ed infine  quasi dimezzati  dopo la conquista longobardica!.

La costituzione di uno stato, longobardico,  arimannico, con tre capitali, una centrale Pavia e due secondarie  Spoleto e Benevento    è segno di un etnos guerriero montanaro, che resta suddiviso in sippe e fare,  al di là della suddivisione in Regno e due ducati, che grosso modo  serrano e racchiudono l’Esarcato di Ravenna bizantino che, comunque, ha altre regioni italiche continentali ed insulari  sotto il suo controllo.

Ora, dunque, Marco,  la costituzione del  regno   di Pavia e di due ducati quello di Spoleto e quello di Benevento  non è unitaria perché tra i due ducati   c’è l’esarcato bizantino  che ha territori  lungo l’Adriatico e  e nell’Italia meridionale  ed insulare , come abbiamo detto.

In relazione a quanto dice Paolo Diacono  e dai ritrovamenti archeologici e  dai rescritti  risulta che  le terre del demanio imperiale   non hanno occupanti se  non quelli incaricati dal re, dai duchi o dai bizantini e che si sono mantenute  le condizioni degli antichi coloni,  intatte, secondo il principio dioclezianeo  di proprietà ( Cfr  G . Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia medievale, Einaudi  1958).

Dopo la soluzione del monotelismo grazie agli accordi tra Costantino IV e papa Agatone  (678-681) e   dopo la condanna dell’operato negligente di Onorio I ad opera di Leone II, – che ottiene  da Costantinopoli  che la sede episcopale di Ravenna sia dipendente da Roma-   l’ltalia bizantina  ritrova una sua unità,  spezzata prima dall‘ekthesis di Eraclio e poi dall’iconoclastia di Leone III .

Con la nuova divergenza dottrinale il papato romano con Gregorio II e III deve subire le conseguenze del suo rifiuto, perdendo l’autoritas sui Balcani e sull’Asia Minore,  mentre i suoi possedimenti terrieri di Sicilia   e  di Calabria vengono accorpati dal patriarcato di Bisanzio.

.Ora continuo è il contrasto tra gli imperatori   Giustiniano II, Filippico Bardane (711-713) ed Anastasio II  e i papi Sisinio,   Giovanni VI e Giovanni VII…

Pur in un clima di lotte,  di scontri politici  e di  contrasti legislativi, i  monasteri  hanno la stessa funzione della villa romana,  in quanto hanno  granai, magazzini, cantine, stalle , piccoli opifici,  artigiani e costituiscono un  centro economico ed amministrativo  della vita rurale con i loro archivi e con le loro attività autarchiche e formano con le piccole biblioteche  un punto di incontro culturale,  secondo le regole  di Benedetto,  di Colombano,di Romualdo  e di altri   che comunque sono derivate  da quelle di Cassiodoro  (Vivarium) e da  quelle dettate da Basilio ed applicate dai monaci basiliani  calabresi.

L’abate è un conducator che secondo i decreta di Gregorio I  amministra il  patrimonio (oikos) ,  gestisce le terre,  esercita potere  di giudice sui  coloni  che non hanno vita giuridica , ma sono servi della gleba  soggetti al mandato ecclesiastico e quindi  vincolati all’auctoritas del papa.

Dall’epistolario di papa Gregorio I si evince che  è introdotta la divisione delle terre dominiche, coltivate dal proprietario dalle terre  tributarie   assegnate ai coloni e  servi ( sorprende la mancanza  di prestazione di salariati, ma c’è l’ordine di conversione dei pastori ed allevatori di cavalli  e di riduzione a semplici coloni contadini  se rimasti senza gregge).

Secondo Luzzatto ( Op. Cit.) l’ unica differenza  sarebbe: l‘ordinamento  delle grandi proprietà  prima della venuta dei longobardi   rimane immutato  e perdura anche dopo, secondo il sistema  dei  demani imperiali; solo le terre assegnate in enfiteusi a liberi fittavoli, a coloni e a servi dominici  avevano reso il sopravvento  sulla terra coltivata dalla famiglia rustica della Villa per conto del proprietario.

In  tale situazione agricola, in condizioni politiche  difficili, a seguito di uno continuo spopolamento cittadino, il papa romano poco può fare, condizionato da tanti poteri forti, contrastanti!

Bonifacio IV è un  monaco benedettino collaboratore di papa Gregorio Magno!

Cerca di arginare i tanti mali che travagliano Roma, (la fame, le inondazioni le siccità, le epidemie) appena  divenuto papa, dopo Bonifacio III  morto solo dopo nove mesi di pontificato, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi.

Già alla fine di Agosto, poco dopo l’erezione della colonna di Foca,  cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali specie in Anglia, dove accesi sono i dibattiti, connessi con le divergenze tra  i coloni e gli abati,   mentre in Italia  si è rotto l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino…e  negli altri paesi  gli abati hanno una propria auctoritas, indipendente  anche dal potere  dei re locali, in nome di una dipendenza generica da Roma, lontana  …

Marco,  sono riuscito a fare comprendere qualcosa sulla condizione  del papato in epoca bizantino-longobardica, e specificamente  su Papa Bonifacio IV e sulla colonna di Foca?

 

Penso di si, data la tua volontà di apprendere e considerata la tua  preparazione culturale.

 

Astolfo ed Eutichio/Chiesa Romana

Astolfo ed Eutichio/Chiesa romana

Ubi amatur non laboratur et, si laboratur, ipse labor amatur  Agostino

 

Secondo Raffaello Morghen (Medioevo cristiano, Laterza, 1978) la tradizione di Roma, della sua gloria,  della sua potenza  e della sua eternità  costituì, durante il Medioevo, il grande alveo in cui confluiscono le più vive e profonde correnti  ideali della nuova civiltà. 

Dunque, nella tradizione di Roma  è rappresentata la concezione ecclesiastico-religiosa, che si costituisce, s’ annoda e si intriga con la potenza terrena  e della gloria  guerriera  e politica dell’impero  antico, mentre si esaltano le nuove glorie della Roma cristiana,  degli apostoli, dei martiri e dei pontefici.

La theoria christiana risulta una vera sacra rappresentazione in veste romana imperiale!

Secondo me,- che vado oltre l’interpretazione, pur  esatta di Morghen, che rileva un filone della tradizione  di Roma di sapore schiettamente popolare, laico e romanzesco, che fissa l’urbs  come centro ideale  della più alta potenza umana- rimane intatto il nomen di Roma in tutto l’Occidente barbarico e specie in Italia,  per la presenza  del Basileus  di Costantinopoli, autocratoor,- che ha ribadito  il suo potere ed ha ricostituito l’imperium universale, sconfiggendo i goti ( 535-553)-  e del suo vicario, dell’esarca, a Ravenna suo principale rappresentante  e di altri funzionari minori bizantini, che  regolano la vita secondo il diritto romano  in Puglia, in Calabria nelle isole maggiori, italiche, nonostante l’invasione dei Longobardi nel 568.

La conquista dell’Italia è solo un insediamento di barbari, cristiani monofisiti  ariani,  che si consolidano in Italia settentrionale, lungo il corso del Po e dei suoi affluenti, avendo come capitale Pavia, mentre altri gruppi della stessa stirpe occupano stabilmente  Il ducato di Spoleto  e quello di Benevento, lasciando integra  una fascia romana sulla dorsale appenninica tosco- umbro-romagnola e marchigiana, che degrada  sia verso il Mare Adriatico  che verso il Mar Tirreno,  comprendente Roma col papa, un rappresentante bizantino,di norma siriaco, di secondaria importanza.

Anche i territori campani intorno a Napoli, le coste adriatiche ed ioniche dell’Italia  meridionale,  con le isole italiche, sono  controllati dalla flotta bizantina  e risultano romani,  seppure non distinti tra loro come ex terre dell’impero d’Occidente e  come terre, bizantine, che, comunque, formano un unicum agricolo,  coltivato  da popolazioni coloniche di lingua latina, secondo il sistema delle antiche  ville romane.

Inoltre in Occidente e in Italia  il cristianesimo  cattolico  ha ancora nel VI secolo un numero minore di fedeli  rispetto ai pagani  e sono inferiori certamente ai cristiani ariani, che coi Visigoti e Vandali hanno occupato  anche il territorio Iberico, parte della Gallia e della Germania  e l’Africa settentrionale.

Ariani e cattolici,  pur essendo  in contrasto, hanno un comune interesse a cristianizzare  le popolazioni idolatriche dei Pirenei e delle Alpi, degli Appennini e quelle  delle zone interne insulari.

Non si deve pensare che  l’ltalia è già tutta cristiana cattolica, ma forse solo il Lazio con la Sabina e il Piceno ha un maggior numero di Christianoi, data la potenza della domus anicia, che, avendo molte terre romane le fa gestire da coloni cattolici, anche se  sotto l’oculata sorveglianza di praesides ebraici, che hanno una sapienza amministrativa, propria delle dioikeseis (Cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna Il mulino  2004; A. Guillou,  La civilisation Byzantine, Paris, Artaud,1974;  G. Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia Medievale PBE 1965.pp.32-40).

Si tenga presente, infine, che Roma intorno al 600  è diventata  un paesotto, sempre più spopolato,  non solo per le guerre ma anche le continue inondazioni del  Tevere e dell’Aniene, mentre prosperano i castella collinari che circondano l’urbe.

Fare la storia di circa 150 anni  dal periodo di Gregorio Magno diventa un’operazione complessa, difficile, direi  impossibile per la mancanza di dati reali storici  e per la presenza di fonti solo ecclesiastiche.

Perciò per nostra personale  utilità e specifico interesse  abbiamo  diviso il lavoro, dopo attento esame,  operando prima sul settimo secolo, puntualizzando  lo studio sull’imperatore  Foca e sulla colonna  a Roma  e  sui papi siriaci romani, rappresentanti del potere bizantino, poi scavando sulla figura di Eutichio, esarca di Ravenna.

Ne è derivata un’altra luce sugli avvenimenti  così da ricostruire il contesto e  i sistemi di vita reale, al fine di capire il fenomeno del papato romano, che, costituitosi un proprio Patrimonium Sancti  Petri et Pauli,  nel nome dei due apostoli, illegittimamente, se lo conserva giostrando con papi, desiderosi di fare una politica nuova autonoma in senso popolare e romano, antibizantino.

Gregorio II (715-731) e Gregorio III ( 731-741) sanno gestirsi a scapito dell’ impero bizantino iconoclasta   e dello sfortunato esarca ravennate, Eutichio che, non  avendo  il solido appoggio navale e il supporto finanziario e militare di Bisanzio,   cade sotto i colpi dei Longobardi che si congiungono con il papato, intenzionati sempre più specie con Zaccaria (741-752) e Stefano II (752-757) a manovrare abilmente tra i longobardi ariani e cattolici, cercando di trarre il maggiore  utile possibile dallo scontro tra il re e i duchi  e tra l’ etnia longobarda e quella bizantina, avendo ormai l’appoggio popolare romano e quello degli abati benedettini antiariani ed anticonoclasti.

E così Eutichio (728-751),  preso tra due fuochi, inviso alle popolazioni, a causa della politica iconoclastica  imperiale, specie nella zona veneta e marchigiana, non avendo il sostegno continuo della flotta bizantina e di quella  consociata di Comacchio e di Bari – riottose ad intervenire contro i  coloni romani adriatici- pur avendo sagacia e l’abilità diplomatica, conclude miseramente la sua vita, fuggendo, mentre Astolfo  fa l’ultimo attacco  a Ravenna  per inglobare l’esarcato nel patrimonio longobardico.

Dunque, professore, se ho capito qualcosa,  studiare la figura di  Eutichio  e capire il suo mandato legatizio,   nel corso della iconoclastia di Leone III l’Isaurico  e poi di suo figlio Costantino V, Kopronimos,  è utile ai fini di fare un‘altra lettura del Papato romano  che si definisce erede di Roma imperiale, appena scomparso l’esarca di Ravenna ?!.

Allora la funzione nuova del papa  risulta  basilare  in relazione alla antica  coscienza di una diretta  discendenza secondo l’ideologia anicia, sviluppata  dai due Gregori, seguaci di Gregorio I:  sono  loro  gli iniziatori  di una politica autonoma popolare  romana  antibizantina, connessa con  la corte di Pavia prima e poi  decisamente impostatasi in senso franco!

E ciò avviene proprio mentre già urgono le prime invasioni saracene nel Meridione, dopo la scomparsa della flotta bizantina  e la  non  adeguata  difesa delle  coste ad opera dei  veneziani e dei baresi sull’Adriatico?!,

 Sul Tirreno  invece  c’è un’altra  situazione:  il pericolo saraceno  ancora  non esiste, considerata  la migliore organizzazione navale di Amalfi, di Pisa e di Genova, già competitive alla fine  del nono secolo, visti gli interessi economici e i rapporti commerciali con la corte Bizantina del duca di Napoli Sergio I, che ottiene, tra l’altro,  l’ereditarietà del titolo dall’imperatore stesso, intorno alla metà del nono secolo.

Le successive conquiste saracene  di Ripatransone -Ascoli Piceno-  (prima metà de lX secolo cfr. P.L. A. Vicione, Ripatransone sorta  dalle rovine di un castello etrusco, Fermo 1828   in  A. Rossi, Vicende ripane,  a cura dell’autore Febbraio 2007, p.19  dove si parla delle Grotte della Sanità in cui  i ripani in numero di 3.372, si rifugiano durante l’invasione dei Saraceni, comandati da Sabba)  e di Farfa nel 891, anno in cui  l’abate Pietro   si trasferisce  nel fermano a S. Vittoria in Matenano  (G. Nepi, Storia del comune di S. Vittoria in Matenano,1977)- sono  esemplari  atti di un predominio navale sull’Adriatico della flotta musulmana  in tutto il secolo.

Dunque, professore,  mi s’impone la domanda: Chi è l’esarca Eutichio? Che funzione ha avuto in Italia centrale?

Così mi chiede Marco, il mio migliore alunno, un ingegnere di buona cultura, educato storicamente  in senso medievale.

Nessuno mi ha parlato di Eutichio?!

Chi è costui?

Marco è un uomo che conosce, seppure  superficialmente, l’iconoclastia di Leone III – che vede l’idolatria in un  fenomeno favorito dai monaci orientali con la fabbrica redditizia  delle icone, acquistate e venerate dal popolo in Oriente, e  sacralizzate con profitto grazie al  lucroso commercio degli ossari e delle reliquie  in  Occidente, considerata la devozione di abati e monaci  e del Papa – e la sua storia,  ed ha seguito, comunque,  perfino le mie  lezioni  tecniche  su tale argomento e sull’idolatria nelle religioni monoteistiche, fino agli anni del vescovato di Ambrogio Squintani in Ascoli (1939-1958).

Il vescovo di Pizzighettone è  un vero christianos  tridentino!

Ha grande integrità morale e una fede in un unico Dio!  Dotato di una rigidità sacerdotale  spirituale,  pneumatica, subito dopo la II guerra mondiale, aveva cercato  incautamente di far togliere le tante immagini sacre, statue ed oggetti propri di un mondo ancora paganeggiante  nelle  chiese ascolane  di campagna per ripristinare la dignità  di fede  cristiana, secondo parametri di efficienza e di culto divino senza deviazione verso forme magiche o misteriche!.

Il povero vescovo, zelante nelle sue visite pastorali,  fu oggetto di persecuzione  da parte del popolo piceno, contadino,  inferocito per la proibizione dei manufatti religiosi, venerati come feticci, considerati quasi dei, per l’abolizione delle reliquie,  per l’abbattimento dei segni cristiani del rituale pasquale  e di quelli della Vergine, chiamata in modi diversi, secondo il sistema pagano (madonna nera isidea; madonna addolorata, madonna  panagia ecc) :   i parroci ignoranti  e fascisti di formazione crocifiggono il  prelato settentrionale che non conosce il fanatismo plebeo, isterico !

Marco, il mio caro ex alunno,  non conosce, però, la funzione dei bizantini nell’Italia centrale  e in quella meridionale ed insulare nell’VIII secolo e quindi non ha sentito mai nominare l’esarca Eutichio/ Eutuchiosil fortunato-, neanche da me!

Questi,  fatto esarca di Ravenna,  non raggiunge la città mentre questa  è in pericolo per le mire di Liutprando, intenzionato a conquistarla già nel  727,  facendo incursioni sulla costa romagnola e marchigiana,  seguendo la tattica già comprovata dal duca di Spoleto, che, comunque,  non è dalla sua parte.  Si è nel clima di una persecuzione iconoclastica  ed Eutichio è inviato ad imporre  la legge di Leone III in Italia.

La lotta contro le immagini è cominciata con le disposizioni prese nel 726 da Leone III, che replica alle accuse arabe di idolatria e  che impedisce il culto popolare delle icone dei frati cappadoci  ed armeni, che nei monasteri ne confezionano molte copie di pregevole valore.

L’ opposizione  del patriarca  di Costantinopoli, Germano, che non vuole la rimozione delle icone, determina sommosse popolari e una feroce predicazione monacale antimperiale già nel 729, per cui Leone III punisce i patriarchi  e metropoliti  protestatari, che hanno la solidarietà dei Papi Gregorio II e III che, dichiarando la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731, devono  subire la confisca  delle terre  bizantine  italiche, assegnate ora al patriarca di Costantinopoli.

Costantino V successore di Leone III,  che invia Eutichio,  inizialmente è  più prudente, poi , rafforzatosi sul trono,  proclama comunque, il divieto delle immagini, avendo l’approvazione  da parte di un concilio ecumenico nel 754.

Il popolo e i monaci non si sottomettono, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento) ed allora l’imperatore nel 764 emana un decreto  riprendendo la legislazione di  Leone III  che già nel 717 contro Gregorio II  aveva aumentato le imposte su tutto il territorio dell’impero per risanare il fisco dopo la  guerra con gli Arabi.

La Chiesa romana  ne risente in quanto colpita nelle vaste proprietà fondiarie in Italia, e Gregorio, rifiutatosi di pagare, afferma che i proventi delle imposte italiane devono essere utilizzati per le necessità locali.

Ben più grave è invece l’ingiunzione da parte di Leone III a tutti i cittadini ebrei dell’impero di convertirsi al cristianesimo, pena l’inglobamento dei beni con atimia,  in base al principio secondo cui per la stabilità dello Stato è necessaria un’uniformità di fedi.

Eutichio  risulta, quindi, un perfetto esecutore di ordini in quanto secondo il Liber pontificalis è  un patricius eunucus, cubicularius, che sbarcato  a Napoli, presso il duca, un funzionario bizantino,  da lì cerca di far uccidere  papa Gregorio II, e fatto prima un viaggio di terra, passando in rassegna i domini romano-bizantini del Tirreno per poi fare  un iter  ispettivo lungo la Via Salaria per risalire infine verso l’alto Adriatico, via mare,  dopo l’imbarco a Truentum.

L’esarca mostra la sua abilità diplomatica  con la corte di Pavia tanto da  attirare nella sua orbita Liutprando, che è intenzionato a rompere l’alleanza tra Trasamondo, l’infedele duca di  Spoleto e il papa, interessato a minare l’autorità regale.

Nel frattempo l ‘autorità di Eutichio è minata dagli abati di Bobbio e di Farfa, che sono  contrari all’iconoclastia e fomentano insurrezioni in Ravenna stessa.

L’esarca è costretto a rifugiarsi nella laguna veneta, dove,  comunque, riordina il potere bizantino,  facendo processare lo stesso doge,  in quanto carica non legittimata  da Bisanzio ed istituisce  un’ altra magistratura con  cinque  magistri militum, che, però, detengono il potere  per il breve tempo,  in cui l’esarca è a Comacchio, poiché  il popolo insorge a favore della ricostituzione della figura del doge  avendo avuto lettere dirette dall’imperatore stesso, di conferma.

Infatti ambasciatori veneti concordano col Basileus di fornire una flotta  in soccorso a quella bizantina contro Liutprando, ora congiunto col papato.

Zaccaria, allora, si fa mediatore tra i bizantini e i longobardi convincendo inoltre Trasamondo a ritirarsi in convento, dopo averlo salvato e protetto a Roma,  e  favorendo lo stesso Eutichio,  che ora non più minacciato da  insurrezioni, può soggiornare a Ravenna: l’azione politica del papa è un capolavoro di diplomazia e  di strategia, degna di Ottaviano Augusto, autorizzato ad avere rapporti plurimi con le popolazioni autonome del Veneto e della Puglia, con l’esarca stesso e con i longobardi, quando già è pronto un piano di alleanza con Pipino il Breve.

Dopo il ritiro di Rachis,   l’esarca è improvvisamente accerchiato e immobilizzato sia da forze longobardiche  del nuovo re Astolfo che da quelle latine papali popolari anticonoclastiche.

L’attacco di Astolfo sorprende l’esarca Eutichio  che  muore mentre, combattendo, si  allontana da Ravenna.

Con la scomparsa di Eutichio  finisce l’esarcato, il cui territorio  inglobato inizialmente da  Astolfo, viene poi ceduto al papato, registrato come donazione, a seguito dell’intervento dei Franchi.

Il papato romano, libero dal pericolo bizantino, ora trova un alleato cattolico contro gli ariani longobardi, avendo  in possesso non solo le terre romane occidentali ma anche quelle nominali bizantine e soprattutto  può millantare  la potestas con auctoritas dell ‘Antica Roma.

Astolfo,  avendo già dato grande rilievo non più ai romani, cattolici,  come suo fratello Rachis, ma all’elemento longobardico, ariano, vuol  punire papa Zaccaria e la sua politica infida, a favore di Trasamondo di Spoleto, propria di un  funzionario orientale.

Astolfo, violata la tregua ventennale, sconfitto Eutichio, prende Ravenna e si  dirige verso Roma, mentre il nuovo papa, diacono,  Stefano II, funzionario bizantino, dopo la brevissima elezione dell’omonimo presbitero, morto dopo 4 giorni, neanche registrato come papa,  si rivolge a Costantino V, che da poco ha ripreso le redini dell’impero.

 Il papa è costretto, comunque,  a pagare  per il momento un tributo annuo per salvarsi dalla difficile situazione in cui versa la Chiesa romana, priva dell’appoggio bizantino.

Allora Stefano II  decide di chiedere aiuto a Pipino il breve che deve la sua consacrazione regale  a papa Zaccaria,  non  potendo fidare nell’aiuto bizantino di Costantino V, che, inoltre, chiede la restituzione dei  territori dell’esarcato  e di quelli  dati da  Liutprando a Papa Zaccaria  in nome di un presunta  donazione di Costantino(?).

Comunque, l’imperatore, non avendo più come referente l’esarca,  nomina  legatus il papa, riconoscendone implicitamente  la funzione mediatrice  tra i longobardi e tra questi e i bizantini  e specialmente nella gestione delle ville romane  e dei loro patrimoni inalienabili, ora sotto il controllo degli abati benedettini, abili a tenere  i coloni riuniti in  forme di cooperazione  agricola, secondo statuti flessibili  di manovalanza  salariata e caritativa, espansi anche ai territori non italici (Cfr G. Romano,le dominazioni barbariche  in Storia politica d’Italia, F. Vallardi Milano 1909; G Volpe, il Medio Evo,Firenze 1925  F. Lot,La fin du monde antique et le debut  du Moyen Age,  Paris, 1927. L Salvatorelli, L’Italia medievale  dalle invasioni barbariche  agli inizi del secolo XII, Milano 1932; E. Pirenne, Maometto e  Carlo Magno , Bari 1939, G. Luzzatto, I servi delle grandi proprietà ecclesiastiche, dei secoli IX e X, Pisa 1910;  G. Luzzatto,  Breve storia  economica dell’Italia Medievale,  PBE  1965).

In effetti tale titolo risulta solo marginalmente in alcune carte, in quanto l’incarico è effimero  ed inconsistente nella realtà, data la non  presenza di milizie  bizantine in Italia centrale.

Professore, il gioco politico del papa  è scoperto, se la situazione è  quella  così indicata!

Marco, a me sembra che  questa sia la risultanza storica!

Stefano riprende l’esempio di Zaccaria, che, non potendo convincere Astolfo,  scrive in prima persona  lettere ai popoli come se fosse Pietro il discepolo di Cristo, in persona,  e li chiama   affabilmente suoi figli, uomini devoti e fedeli a Dio Salvatore.

Poi accantona la predica tribunizia, utile a chiamare a raccolta il gregge a difesa del proprio pastore, smette di minacciare Pipino – che non è sollecito nell’aiuto-  di scomunica e una volta liberato dai longobardi  ottiene  la restituzione totale delle terre già assegnate da Liutprando a Gregorio II e a Zaccaria.

Stefano II completa la consegna ufficiale con la deposizione sulla tomba di Pietro delle chiavi  delle città a lui donate  con la  carta  della promessa carisiaca,  che è un vero trattato, con donazione di Pipino a Carisium (Quierzy) nel 754, coram populo!.

Il papa, temendo  il pericolo ariano  decise di andare  a Quierzy presso Pipino il Breve  per avere al suo fianco  un sicuro appoggio cattolico:  Il suo viaggio  tra popoli anche ariani, ostili, avventuroso, diplomatico, era stato utilissimo per conoscere il mondo occidentale capire il significato di Roma aeterna e  il valore reale del Pontificato romano : la promessa carisiaca è di questo periodo.

ll papato ora ha  un patronus  per arginare il pericolo longobardico ariano, ora che non ha più la difesa del diritto  romano bizantino, consapevole che il suo titolo vale quanto quello di uno dei  tanti abati  benedettini!.

Con la promessa carisiaca la figura papale risulta ingigantita in Occidente.

L’abilità  diplomatica e politica di Stefano II è coronata da successo perché  con Zaccaria ha creduto nel valore delle masse agricole che, se coscienti,  hanno il potere politico, secondo il diritto romano.

Se Eutichio nel periodo tra il 728 e 751 non può svolgere il suo mandato  bizantino il merito è di Papa Zaccaria:  specie nell’  ultimo dodicennio il papa ridà un volto alla città di Roma, e  si sgancia dal potere bizantino  mettendo in fibrillazione il mondo longobardico, ora diviso tra il potere periferico di Spoleto e Benevento e quello centrale di Pavia, altalenando il suo consenso   in una guerra civile  passando ora da una pars  ora ad un’altra, tanto  da  annullare  il potere  di Trasamondo  (costretto al ritiro in Convento) e  da logorare lo stesso potere centrale di Liutprando e di Rachis (anche lui divenuto monaco), ed infine  quello di Astolfo con cui scende a patti, pur fingendo di voler impedire l’attacco definitivo e risolutivo  all’esarcato.

La scaltrezza del papa  è massima nel riallacciare, pur mantenendo il suo pensiero anticonoclastico,  i rapporti col figlio di Leone III   Costantino V, che ha ripreso il potere in Costantinopoli dopo la fine dell’usurpatore Artavaste, per usufruire  delle donazioni di Norma e di Ninfa (Cisterna Latina)  e poi di Osimo, Numana ed Ancona, che inizialmente sono state inglobate nel regno longobardico, ma poi consegnate da Liutprando al Patrimonio di S. Pietro e Paolo.

Stefano II completa la sua opera  chiedendo  di essere protetto  dal re longobardo ariano al  re franco,  che ora non può non accettare l’invito papale, dopo che papa Zaccaria  ha risolto il quesito posto  da Burcardo di Wuerburg e  da Fulrado, abate di S. Denis, venuti a Roma per la vertenza  sorta tra i  fautori dei maggiordomi  e i legittimi re merovingi:   è degno di regnare chi ha potere reale o chi, come Childerico III ha sangue reale?.

La risposta  del papato, ora giudice sul potere legittimo  tra i barbari, in nome di Roma aeterna   è che è  legittimo rex chi ha  potestas con auctoritas poiché  può assicurare pax ed iustitia al suo popolo

Perciò davanti a delegati papali vengono autorizzate la consacrazione a Soissons di Pipino  ad opera di Bonifacio di Magonza e la deposizione  del re merovingio, fannullone!.

Per arrivare a tanto il papato ha dovuto per un secolo e mezzo essere logorato sotto  le invasioni  dei longobardi, ma  alla fine ha vinto costringendo  Liutprando  a donare  nel 742   al papa Zaccaria  le città da lui occupate  dell’esarcato e la pars dei patrimoni della Chiesa in Sabina, sottratti dai duchi di  Spoleto trent’anni prima!

Zaccaria e Stefano  hanno coscienza del vuoto di potere romano in Occidente e del valore del Mito di Roma aeterna, tra le popolazioni barbariche, sia ariane che cattoliche, specie tra  i Franchi e gli Angli.

Zaccaria  ha legittimato  se stesso come legatus orientale   proponendosi  come rappresentante romano, che può  dare potestas ed  auctoritas  in nome di Roma aeterna, considerandosi da uomo di formazione orientale,  polites romano  e vir  disciplinato secondo la Pragmatica Sanzione: ha saputo   svolgere la sua funzione vicaria  legatizia  con successo, ingannando la buona fede barbarica: la superiorità del clero bizantino orientale sulle masse occidentali e sui  re barbari è tale che  la chiesa romana fa bere ogni  acqua  a popoli  germanici mal cristianizzati secondo la tradizione  romano-ellenistica.

Il clero, come Mosè con gli ebrei nel deserto, guida le masse alla libertas  christiana, mantenendole ignoranti (Cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)!.

Si sa solo  che Zaccaria  crede di aver tale autoritas  con potestas in quanto non solo funzionario  imperiale, ma anche capo religioso occidentale perché da  secoli  il papato romano è riconosciuto   paritario al  patriarca costantinopolitano, pontefice massimo, autorizzato da Teodosio ( e forse da Costantino).

E’ Zaccaria che per primo ha pensato ad una falsa donazione di Costantino a papa Silvestro, sulla  base di carte a noi non note della famiglia anicia?!

E’ lui  il falsario, che ha una perfetta conoscenza della lingua  greca, che traduce dal latino  in greco per i prelati ancora dipendenti dall’impero di Bisanzio  stanziati nel Meridione d’Italia e nelle grandi isole,  i Dialoghi di Gregorio Magno (J.P. Migne, Patr. Lat. LXXXIX)!.

Il Documento del Constitutum constantini/ Donazione di Costantino  potrebbe  essere  a detta di studiosi, prodotto da letterati della sua curia,  abili a creare un  falso letterario, vista la richiesta dei barbari  per la concessione di potestas  con auctoritas: non è sufficiente la prammatica sanzione di Giustiniano, dopo l’editto longobardico di Rotari, che tiene presente il diritto romano in molti punti della sua legislazione, di base germanica.

La non autenticità dello scritto circa il primato della Chiesa di Roma sulle Chiese patriarcali orientali, la sovranità su tutti i sacerdoti, la sovranità della Basilica del Laterano  su tutte le chiese e le estese proprietà immobiliari,  soprattutto circa la superiorità del potere papale su quello imperiale e la giurisdizione civile del pontefice su Roma, l’Italia e l’intero impero romano di Occidente,  pur non essendo certificata,  ha valore legale per i barbari!.

Zaccaria ha mandato in convento prima Trasamondo, duca di Spoleto, e poi lo stesso  re Rachis!: è un politico raffinato capace di muoversi nelle difficili situazioni sia con Liutprando che con Astolfo quando ancora ha  potere l’esarca a Ravenna, suo diretto superiore.  Impone un tregua ventennale, come un vero legatus e la fa rispettare  grazie al favore popolare ed ha promesse con elargizioni di terre  per la sua mediazione tra parti  in belligeranza pensando al profitto  della Chiesa romana.

E‘ vir scaltro  che sa muoversi tra il duca di Spoleto e il re di Pavia, avendo competenze giuridiche, e  si serve  anche degli abati benedettini  ed è abile a ricavarsi un territorio con la sua diplomazia levantina, destreggiandosi tra il diritto romano e quello longobardico tra Eutichio e Liutprando, e poi scavalcando l’esarca,  manovrando tra la corte bizantina e quella pavese di Astolfo.

Sa approfittare anche dei maneggi rivoluzionari alla corte di Costantino  V quando c’è il colpo di Stato di Artavaste e poi, alla reazione bizantina, sa allinearsi coi vincitori.

In questo  particolare momento, maggiormente interessa a Zaccaria  un riconoscimento ufficiale sulle partes demaniali  illecitamente ed illegittimamente considerate romane, in modo da dichiarare la sovranità del papa romano di Roma,  su tutti i territori che un tempo facevano parte della Regio suburbicaria.

Questa, costituita da una linea ideale che univa la punta settentrionale della  Corsica con la  zona di Venezia  e l’Istria alla  campagna romana a sud di Roma, in cui terre, che erano dell’imperium romano bizantino, di nome ancora sotto l’esarca, fuse con quelle dell’impero di Occidente ancora con ville, era considerata da secoli come romana  e perciò poteva essere concessa a fittavoli che ne potevano  prendere possesso in quanto terre incolte,  inalienabili di una non nominata  Chiesa romana, abbandonate.

Di queste terre ora sotto il potere nominale ecclesiastico sia del papa che dell’abate di Farfa e di quello di Montecassino,  si chiede una garanzia che non può venire né dalla Prammatica Sanzione né dall’editto di Rotari.

Una sola cosa è certa: Il papa romano è una falsa autorità, un funzionario ancora bizantino come l’ abate di Farfa – che, ha le sue terre inalienabili, fino a tutto il Sannio con la Sabina e il Piceno  perché romane, cioè non  soggette ai Longobardi, in quanto territori abbandonati di ex ville, circondanti  quella porzione limitata del Lazio, ora considerata Patrimonium Sancti Petri et Pauli, sulla base del muthos di una venuta a Roma di un Pietro e Paolo, apostoli cristiani-.

D’altra parte anche Farfa  sulla base di terre romane ha avuto come  ecista  un siriaco, fondatore del  primo monastero  farfense – un ignoto Lorenzo  venuto con la sorella Susanna –  distrutto dai longobardi e poi ricostruito da abati di origine franca, benedettini ,  con un territorio progressivamente  ampliatosi  sulla dorsale appenninica sabino- umbro marchigiano- abruzzese che  penetrano perfino entro i territori del ducato di Spoleto e quello di Benevento, là dove manca l’auctoritas longobardica  e ci sono tracce antiche di romanitas sia imperiale occidentale che quelle bizantine postgiustinianee.

All’epoca   di Zaccaria e di Stefano II esiste solo un territorio  vasto romano  senza padroni, in quanto pesti, epidemie, cataclismi hanno decimato la popolazione romana  a seguito della lunga  guerra gotico-bizantina e poi dell’improvvisa conquista longobardica: sippe e fare, formazioni militari arimanniche, sono rispettose delle terre demaniali romane,  seppure spopolate, acquitrinose, o vicine ai fiumi e al mare, considerate quasi  maledette da barbari, di religione  cristiana ariana, rispetto alle terre  collinari e montane di loro gradimento.

Nel nome anicio perciò, già i  benedettini di Subiaco, Montecassino , Farfa  iniziano una colonizzazione nuova dell’Italia centrale riprendendo il modello dell’antica  colonizzazione romana, creando nel monastero un’area artigiana  favorendo  mestieri agricoli,( fabri),   in linea con la cultura contadina romana riportata in auge dagli scriptoria benedettina ( Cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995.)     Si ricordi che  un abate non ha minore potere in Italia, nel periodo longobardico, tra ariani e cattolici,  di un Papa, fino alla presa di  Alessandria, in epoca monotelita, anno 641! E nemmeno fino alla  costituzione del Sacro Romano Impero nel Natale dell’800 ! Solo coi discendenti di Carlo Magno (Cfr . Liber pontificalis, ed Duchesne , Paris 1886, vol.II p.7; L. Duchesne, le premiers temps de L’etat pontifical, Paris  1904 ed Einhardo, Vita  Karoli Magni  in Scr. rer, germ. ed. Holder- HeggerHannover 1911 e cfr  R .Morghen, Medioevo Cristiano Laterza 1978; A Dempf, Sacrum imperium -trad. di C.Antoni, 1882)  comincia a  trapelare la falsa Donazione di Costatino, composta forse a S Denis, per come è scritta nella sua forma “franca” e il papa inizia la sua trionfale ascesa  verso il primato di Pietro, che risulta collaudato con la fine di Carlo il Grosso nel 880!

ll documento costantiniano,- che già serpeggia come autentico  anche se  è  un falso in cui la Chiesa è riconosciuta “Stato” con Cristo fondatore e sovrano, rappresentato dai pontefici con le stesse prerogative imperiali e che, soli, possono assegnare la corona ai potenti  della terra- sembra essere di questo periodo,  tra la metà dell’ottavo secolo e la sua fine, oppure  della metà del nono secolo in ambito parigino.

E che valore avrebbe in un tale contesto storico la donazione di Sutri  del 728 di Liutprando a Gregorio II?

Un tentativo longobardico di mettere in cattiva luce  un funzionario bizantino  di fronte all’imperatore di Oriente, occupato nella questione iconoclastica ?! La cosa è incerta: si sa però che Leone III  impegnato nella politica interna ad imporre l’iconoclastia sia in Oriente che in Occidente- dove ha grande resistenza per il consolidato culto  occidentale delle icone e delle reliquie – e in politica estera con gli Arabi  invia  un fedelissimo, Eutichio a riportare l’ordine in senso religioso e ad imporre il rispetto delle clausole  ai longobardi.

Il nuovo esarca all’inizio del suo mandato  deve cedere, comunque,  alla iniziativa di papa Gregorio II, dopo il mancato attentato, e all’appropriazione indebita del territorio  di  Narni e del  Castello di Sutri, roccaforti bizantine a difesa del ducato romano e anche successivamente  con Papa Zaccaria è costretto ad una politica cauta per i rapporti stretti tra il ducato di Spoleto e il papa, riottosi nei confronti del re longobardo  e quindi non può impegnarsi contro Liutprando e si mantiene neutrale in attesa di eventi propizi e di rinforzi militari dall’Oriente.

Il compito di Eutichio risulta difficile, non realizzabile

Eutichio ha nuova coscienza in punto di morte della potenza della Ecclesia romana cattolica.?

Forse.

Dall’angolazione di Eutichio, esarca ed eunuco bizantino,  la grandezza del papato è nella sua continuità ecclesiale  patriarcale, nella sua romanitas  e nell’ideologia sacerdotale degli anici, capaci di di trasformare il cesaropapismo in theocrazia,  e di creare una dittatura christiana cattolica, elitaria, culturale monacale,  vista la deficienza delle masse romanizzate  imbarbarite occidentali!.

 

 

Erode ed Alessandra dopo la morte di Aristobulo

 

Erode ed Alessandra dopo la morte di Aristobulo

 

Morto  Aristobulo,  il sacerdozio ritorna ad Ananelo, dopo poco meno di un anno.

Alessandra, inconsolabile nel dolore, dopo i solenni funerali indetti da Erode con la partecipazione di tutti, in quanto ogni famiglia si sente colpita da sventura, come se fosse accaduta ad uno dei suoi membri e non ad un estraneo (Ant.giud., XV,57), sa contenere nobilmente il dolore e  vive per vendicare il figlio.

Alessandra, secondo Flavio (ibidem,58,59,60) da una parte, si doleva perché sapeva la verità e dall’altra per paura  che qualcosa di più grave la minacciasse. Spesso giunse alla conclusione di uccidersi con le proprie mani, ma era trattenuta nella speranza che, vivendo, avrebbe potuto vendicare il figlio, tradito in modo così vigliacco ed empio. Dunque, senza offrire indizio  di sospetto, pensava che la morte del figlio gli offrisse una occasione propizia di vendetta e ciò la incoraggiava a vivere e a dissimulare coraggiosamente il proprio comportamento, senza dare sospetti.  

Anche Erode finge di mascherare la necessitas della morte del giovane, che per lui è una salvezza: adotta tutte le forme dell’uomo addolorato, non responsabile affatto dell’incidente, ricorre alle lacrime e dimostra un vero turbamento di animo, quando rievoca la bellezza del giovane.

Nel funerale e nei preparativi per abbellire la tomba, Erode cerca di manifestare il suo dolore conformemente alla sua famiglia, tanto da consolarla.

Alessandra, però, pur notando le manifestazioni di dolore e i tentativi di partecipazione del re, non si quieta.

Anzi, secondo Flavio (Ibidem, 63) la memoria della  propria sfortuna le recava una sofferenza così profonda da renderla più loquace e desiderosa di vendetta: scrisse, allora, una lettera a Cleopatra sul tradimento di Erode e sulla morte del figlio.

La regina è solidale con Alessandra non solo  come donna  e madre, ma ancora di più come sovrana, che non riconosce la legittimità regale di Erode e rimprovera Antonio di averlo fatto re di un paese, al quale non ha alcun diritto di comandare  (ibidem, 63) aggiungendo che per di più si è macchiato di una bassezza verso un vero re.

Cleopatra da mesi vuole intervenire a favore dell’amica ed ora, trovata l’occasione, cerca di risolvere la questione ebraica a suo favore: una regina non ama il rapporto con un privato civis, un arrivista come Erode,  e per di più vuole ripristinare i diritti lagidi su quelli seleucidi, ereditati ora dai romani.

Allora Antonio, che è a Laodicea, agli inizi del nuovo anno, dove sta raccogliendo milizie e denaro per la sua  impresa, scrive ad Erode ingiungendogli di presentarsi davanti a lui per fare luce sulle accuse fatte da Alessandra (ibidem,64).

Cleopatra, che ha preso il caso a cuore,  come se fosse personale, spinge Antonio a giudicare Erode.

Flavio usa un periodo ipotetico di I tipo con apodosi all’infinito e con protasi al perfetto per indicare che l’insidia non giustamente è stata fatta, se è stata commessa da lui stesso / peprachthai gar ouk orthoos thn epiboulhn, ei di’autou ghgonen.

Erode teme l’accusa di Alessandra ed anche l’ostilità di Cleopatra, nonostante sia sicuro di poter giustificare la sua azione filoromana.

Non potendo sottrarsi all’ordine ricevuto, prepara  il denaro da lui stesso monetato coi suoi beni  preziosi e con quelli dei nemici uccisi (Cfr. Guerra giudaica I,338), scortato da milizie, che potrebbero essere utili per i bisogni militari di Antonio, si dirige a Laodicea.

Lascia la sua basileia e la corte  ad un reggente, suo zio Giuseppe, marito di sua sorella Salome, a cui affida la cura  degli affari del regno, nominato epitropon ths archhs kai toon ekei pragmatoon.

Alla partenza dà istruzioni segrete, essendo uomo molto geloso ed insicuro e preoccupato del suo avvenire e di quello di Mariamne (il cui ritratto è in mani del triumviro, noto amatore) e decide la morte della moglie, in caso di insuccesso e di un non ritorno.

Flavio così scrive: qualora gli capitasse qualcosa quando era da Antonio, provvedesse subito all’eliminazione della moglie  e  riporta le motivazioni con le parole stesse con un discorso indiretto che io volgo in diretto: sono molto innamorato della donna (ekhein philostorgoos  pros thn gunaika ) e temo, anche da morto, che lei, data  la sua bellezza, possa essere carina e premurosa con un altro. Date tali istruzioni, Erode partì per incontrare Antonio. 

Erode conosce bene la  tetrapoli  siriaca,  cioè Antiochia e Apamea  che sono  nell’entroterra e Seleucia di Pieria e Laodicea a Mare,  che sono  città marittime,  che fanno da  centri portuali: non è pensabile un viaggio per mare; è più probabile via terra, anche se richiede più tempo  perché porta anche militari utilizzabili per l’impresa armena e denaro e viveri.

Lo storico mostra che, una volta partito il re, Giuseppe svolge il suo compito di epitropos, di amministratore dioikeths toon en thi basileiai pragmatoon, oltre che di comandante militare, che  diligentemente relaziona alla regina (e alla madre).

Nel corso di tanti incontri – il viaggio per terra richiede almeno due mesi – Giuseppe parla dell’affetto eunoia  di Erode e del suo grande  amore philostorgia; l’uomo è intelligentemente scalzato e pressato da Alessandra, che cerca di sapere,  e l’epitropos,  in un eccesso di zelo, rivela le istruzioni segrete, che lette, dalle due donne sono considerate un segno di crudeltà.

Madre e figlia sono donne asmonee che odiano Erode e lo considerano indegno del trono, uno scaltro civis, nemmeno ebreo, ma idumeo-nabateo,  reo di innumerevoli misfatti, e che capiscono che esse non saranno libere, neppure in caso di  morte del re, ma avranno sempre il destino di una morte tirannica.

Alessandra e Mariamne non leggono il pensiero di Giuseppe per come è espresso, basato sul grande  amore to philostorgon, ma rilevano solo to khalepon  la parte finale terribile e sgradevole di una  loro crudele morte.

Le parole  di Flavio sono queste: Giuseppe come amministratore degli affari  del regno incontrava  più volte Mariamne per gli affari pubblici  e per l’ossequio che doveva dimostrare come regina  e più volte il discorso cadeva sul l’affetto di Erode e sul suo amore grande  che provava per lei  e siccome, come sono solite le  donne, Mariamne ed ancora di più Alessandra, fingevano di non credere alle sue espressioni, Giuseppe volendo mostrare il suo zelo, rivelò i sentimenti del re e si spinse tanto oltre da parlare delle istruzioni  ricevute  per offrire una prova del fatto  che  Erode non poteva vivere senza di lei e che, se gli capitava qualche malvagio accidente,  non avrebbe sopportato di essere separato da lei, neanche da morto. Queste erano le argomentazioni  di Giuseppe,  ma le donne, com’è naturale, non erano impressionate dai termini di grande amore ma dall’ultima grave affermazione in quanto l’interpretarono come segno di crudeltà (si rilevi il poliptoto  to khalepon  e khalephn  uponoian!).

Essendo questa la situazione, a Gerusalemme, si sparge la voce, ad arte, pompata dalla fazione  aramaica, inferocita per la ventilata spedizione di Antonio contro i parthi che il triumviro abbia torturato e messo a morte Erode.

Flavio (ibidem,71) dice: la voce, come era naturale,  eccitò turbando tutti specie la gente del palazzo e in particolare le donne.

A corte scoppia il caos: nelle stanze degli erodiani si piange, in quelle asmonee, al pianto iniziale, emotivo, subentra la volontà di riprendere il potere, congiunta col ringraziamento alla pronoia  divina,  che ha liberato dal tiranno e che ripristinerà i legittimi sovrani con gli stessi romani, che ora sembrano intenzionati a ridare il legittimo potere all’antica dinastia.

Dovunque, nella Reggia c’è confusione e in città si formano riunioni ed assemblee di popolo,  incerto ancora sulla notizia, ma pronto per una sommossa.

Giuseppe nemmeno pensa di compiere quanto promesso ad Erode, e subito è convinto dalla regina a rifugiarsi con gli asmonei presso la legione romana di stanza a Gerusalemme, agli ordini del legatus Giulio che dovrebbe garantire la loro sicurezza in ogni tarachh ( E’ un cugino  di Erode in quanto figlio di suo zio paterno Fallione, fratello di Antipatro, anche lui  poliths Iulios !?).

Giuseppe  dovrebbe essere theios  un zio  materno ( avunculus), un nabateo come Cipro,  non paterno (patruus),  un idumeo  come  Fallione  – di cui abbiamo parlato in Antipatro, padre di Erode- un filoromano,  che si sente tradito anche lui da Antonio per la ventilata morte e  perciò riprende la sua naturale inclinazione  aramaica e subito si mette a disposizione di Alessandra, rimanendo legato alle principesse asmonee, deciso a seguirne il destino, pur retrocesso e decaduto nella sua funzione.

La regina è convinta che così non dovrà patire tarachh dal popolo e che, specie se Antonio vede Mariamne, il titolo regale sarà suo senza subire  prigionia, essendo di stirpe regale.

Così scrive Flavio: (72.73) Alessandra  persuade Giuseppe a lasciare il palazzo e a rifugiarsi con loro sotto le insegne delle legione romana  che all’epoca era accampata intorno alla città,  a protezione del regno  sotto il comando di Iulios.

Non occorre fare niente perché la notizia è falsa!.

Arriva una lettera di Erode  che rettifica ogni cosa, che stoppa ogni sommossa e ripristina la status di epitropos di Giuseppe, che con la forza riporta l’ordine in Gerusalemme, coadiuvato dal legatus romano.

La verità è un’altra: Antonio ha onorato in ogni modo Erode, ha potenziato con le parole la sua regalità, lo ha difeso da Cleopatra, ristabilendo l’amicizia e il cameratismo militare!.

Erode conosce il triumviro da anni, il suo carattere, i suoi vizi militari, la sua avidità e i suoi sogni sublimi!

Il re giudaico conquista Antonio con le monete coniate da lui a Gerusalemme (Che fortuna poter trovare un giorno una di queste monete  preziose!), di gran valore, perché di materiale prezioso,  e  con le argomentazioni politiche conformi alle disposizioni precedenti del senato romano e del triumviro orientale, accettate quattro anni prima anche da Ottaviano.

In odio all’ antiromano Antigono si votò l’elezione a re di Erode, firmando implicitamente la morte di ogni asmoneo, la cui vita sarebbe stata nelle mani di Erode!.

Antonio, uccidendo Antigono,  ha dato ad Antiochia per primo l’esempio:  per regnare come basileus di nomina senatoria ed imperiale  è necessario eliminare ogni maschio asmoneo, che ha titolo di maran dal re dei re di Parthia!.

Antonio, perciò, non indaga sul crimen del re giudaico, intasca il denaro prezioso, accetta le truppe scelte ed invita a banchetto come ospite di rilievo Erode, mentre contemporaneamente liquida  Lisania, imparentato con gli asmonei.

Il triumviro ripete l’invito per più giorni davanti a Cleopatra che ascolta gli elogi rivolti al sovrano giudaico e che, non potendo intervenire, ai festini militari,  nemmeno in privato, si disinteressa della questione, avendo avuto come compenso  la Celesiria per la sua non interferenza negli affari.

Il triumviro, secondo Flavio, afferma: non è bene che un re sia citato in giudizio a rendere ragione del suo operato nel proprio regno, (altrimenti non sarebbe più re)/ ou …kaloos  ekhein ..basilea  peri toon  katà thn arkhhn gegenhmenoon  euthunas apaitein (outoo gar an oudé basileus eih).-ibidem, 76-. 

Si rilevi l’uso di euthunas apaitein un sintagma giuridico per indicare che un re non deve essere citato in giudizio per rispondere di un reato, essendo al di sopra della legge, in quanto sovrano assoluto (Cfr Il re legge vivente, la legge re giusto  in Sito) e in specifico di Euthuna / un processo giudiziario per rendimento dei conti in senso più amministrativo che  politico-militare. 

Dopo aver mostrato la praticità del diritto romano  sembra che Flavio giustifichi anche il comportamento privato del triumviro (ed implicitamente di Ottaviano) che sentenzia: coloro che hanno dato un titolo di rango regale e lo hanno dotato di potere gli devono lasciare anche la libertà di avvalersene /ontas de thn  timhn kai  ths  ecsousias  katacsioodantas ean authi Khrhsthai.

Poi, Antonio rivolto a Cleopatra, che ha fatto pure lei stragi di parenti, sostiene che la stessa cosa,  a maggiore ragione, sarebbe  stato conveniente  per la regina egizia, cioè di non immischiars negli affari di governo che non la riguardano / to d’auto kai thi Kleopatrai mh polupragmonesthai ta peri tas archas …sumpherein  ( il verbo polupragmoneoo vale come rimprovero in quanto significa mi ingerisco in molte faccende e in cose che non mi riguardano poiché sono eccessivamente curiosa dei casi altrui!).

Erode non ritorna subito in Giudea, ma scorta Antonio  nel tragitto che va da Antiochia verso l’Eufrate: è il suo accompagnamento come quello di Cleopatra  e di altri re, che seguono il triumviro nella fase, diciamo, ispettiva e di reclutamento del suo esercito.

Flavio scrive riprendendo il discorso dal progetto di fuga di Alessandra  (ibidem 80): Il  piano non era  rimasto segreto perché, quando il re ritornò in Giudea, dopo aver in parte scortato Antonio nel cammino contro i parthi, sua sorella  Salome e sua madre gli rivelarono subito quali fossero le intenzioni di Alessandra e degli amici di lei.

Mentre Antonio  avanza  verso l’Eufrate, seguito dai re amici,  mette sotto accusa i dinasti locali e tetrarchi della Siria che, secondo Flavio, temono l’avidità di Cleopatra, ma in effetti sono incerti per la loro condotta filoparthica nel periodo 40-37 ed ora nel 36 si sentono in pericolo, essendo stati alleati con Antigono, in quanto corrono il rischio di eliminazione fisica o sostituzione.

Certamente hanno timore che Antonio e Cleopatra possano unirsi per annullare le costituzioni statali, fatte dagli arsacidi (in conformità con le vecchie disposizioni  dei seleucidi e  degli achemenidi)  a favore  delle antiche pretese dei lagidi, visto il connubio attuale tra il triumviro e la regina egizia.

Cleopatra, secondo la propaganda successiva ottavianea,  non gode di buona fama per la sua natura avida, attestata da quasi tutti gli storici augustei giunta fino a Flavio (Ibidem, 89), il quale la ritiene bramosa delle cose altrui e capace di violare ogni legge per ottenere quello che vuole.

Gli storici conoscono i delitti di Cleopatra, necessari per sbarazzarsi dei fratelli e delle sorelle  così da regnare indisturbata in modo assoluto, secondo le regole della monarchia orientale. Cleopatra è vista da Anneo Floro come un mostro (Ep. II, XXI).

Ha fatto uccidere, col veleno, suo fratello quindicenne Tolomeo Filopatore, subito al suo ritorno da Roma dopo la morte di Cesare, avendo in braccio il piccolo Cesarione.

Grazie ad Antonio si è liberata di sua sorella Arsinoe, che pur si è ritirata e vive come sacerdotessa nel tempio dell’Artemision ad Efeso solo per il fatto che è ancora chiamata regina – secondo le fonti augustee che insistono nella critica alla regina accusata di violare tombe  e templi  per avere denaro-.

Per Flavio (ibidem,90): nessun luogo  sacro era da lei considerato così inviolabile da non poterne asportare qualche ornamento e nessun luogo secolare che non fosse soggetto ad indegnità di ogni genere purché potesse soddisfare l’ingiusta  brama di donna viziosa. Insomma nulla bastava a questa donna  stravagante  e schiava dei propri appetiti  tanto che tutto il mondo non era sufficiente a soddisfare le brame della sua immaginazione.

Flavio segue una fonte augustea e quindi chiude il discorso dicendo: quando attraversava la Siria non pensava ad altro che a possederla (ibidem,91).

Secondo noi,  le richieste di Cleopatra ad Antonio sono secondo la politica lagide di rivendicazione della Celesiria e delle zone  limitrofe  sottratte da Antioco III a Tolomeo IV, nel 207.a.C., dopo la battaglia di Raphia,  in conformità col piano della ierogamia  e della impresa parthica, determinante per l’attuazione dei sogni di dominio universale  secondo la paideia katholikh alessandrina e la giustizia militaristica romana.

Erode lascia Antonio prima di Cleopatra e riparte  per Gerusalemme facendo forse la stessa strada di Cleopatra, che un mese dopo,  poco prima di giungere a Zeugma, volge verso sud e, procedendo per ritornare in Egitto, fa una prima tappa ad Apamea e poi a Damasco e presumibilmente una terza a Gerusalemme per essere infine accompagnata sulla costa.

Infatti Flavio afferma (ibidem, 96) scortato Antonio fino all’Eufrate nella spedizione contro l’Armenia, Cleopatra  fece ritorno  e si fermò ad Apamea e a Damasco;  andò poi in Giudea  dove Erode la incontrò e le passò quelle parti  dell’Arabia , che le erano state  donate, ed anche le rendite  della regione di  Gerico. Questo paese  produce balsamo che è il prodotto più prezioso e  cresce soltanto là con alberi di palma numerosi ed eccellenti.

Dunque, appena Erode torna tra aprile/ maggio a Gerusalemme sa dalla madre e dalla sorella  del comportamento del suo epitropos e di Alessandra che l’ ha persuaso a fuggire presso il legatus romano e di un rapporto ritenuto da Salome troppo intimo di Giuseppe con Mariamne.

Mentre Cleopatra viaggia verso Damasco, Erode vuole sapere di più sulla situazione  e sugli intrighi di Alessandra e sulle sue connessioni  con la famiglia di Lisania, dati i rapporti di parentela.

Scopre, sempre grazie a Salome, che il marito ha avuto frequenti incontri con sua moglie per odio verso Mariamne, che, nei litigi,  è solita rinfacciare altezzosamente i modesti natali della sua famiglia (ibidem,82). 

Erode è uomo in attesa,  ancora dopo  oltre un anno di matrimonio, di un figlio da parte di Mariamne, di cui è  innamorato folle, preso da ardente amore: il re, comunque, si sa controllare e non fa azioni precipitose ma, spinto dal suo sentimento amoroso, incalza la moglie per chiarire la sua posizione circa la presunta relazione con lo zio epitropos.

Mariamne, secondo Flavio (ibidem, 83),  negando ogni cosa con giuramento, a propria difesa disse quanto può dire chi non commise nulla di male; allora il re si convinse poco a poco,  calmò la sua  collera, vinto dalla tenerezza verso la moglie, si scusò per aver creduto quanto aveva udito. Anzi lui stesso di sua volontà  per il comportamento corretto di lei  mostrò gratitudine  e le manifestò quanto grande fosse la sua passione per lei e quanto le fosse devoto. E infine, come è naturale,  fra chi si ama  cominciarono a piangere e ad abbracciarsi con intenso e passionale trasporto.  

Nell’eccitazione Erode, travolto dalla passione, nella foga dello stimolo amoroso vanta il suo amore e stimola la donna a partecipare più intensamente all’atto d’amore.

Mariamne è lucida mentre Erode, sentimentale, è ardente e focoso: la moglie lo  gela dicendo: non è l’atto di uno che ama  il comandare che, se  fosse capitato qualcosa  di grave per mano di Antonio, io sarei dovuta, pur innocente, essere messa a morte!.

Per Erode è un rivelazione che significa adulterio da parte della moglie ed ha una reazione propria di un uomo, che, preso da dolore immenso, non avendo più autocontrollo, risulta pazzo furioso.

Flavio dice (ibidem 87): le mani del re subito la lasciarono; incominciò a gridare e a strapparsi i capelli  con le proprie mani, affermando che la sua comune intesa con Giuseppe era provata: lo zio mai avrebbe manifestato quanto gli  era stato detto in privato se tra loro due non ci fosse stata  una completa confidenza!

Erode vorrebbe uccidere Mariamne, ma si trattiene anche se gli costa reprimere l’impulso istintivo.

Comunque, comanda che sia ucciso suo zio, senza neanche vederlo, e  che Alessandra sia incatenata e messa sotto custodia a causa dei suoi intrighi.

Si è verso la fine di luglio e Cleopatra sta per giungere a Gerusalemme ed è accolta da Erode e dalla sua corte, che è ancora piena di odio e di rancori tra le due stirpi per la prigionia di Alessandra – che probabilmente è tenuta sotto costante sorveglianza, ma lasciata libera – e per la morte di Giuseppe.

La presenza di Cleopatra in città dovrebbe essere stata breve: qualche settimana, in un periodo in cui, secondo Flavio, (Guer. Giud. I, 362)  Erode con ricchi doni cercò di mitigare la sua inimicizia  e fra l’altro ne prese in affitto per 200 talenti all’anno le terre che erano state strappate  al suo regno e poi la scortò con ogni onore fino a Pelusio.

Così Flavio afferma  all’atto della scrittura del 74 d. C., ma venti anni dopo scrivendo Antichità Giudaica  l’autore ebraico  dapprima sembra voler fare credere ad un relazione sessuale tra il re e Cleopatra  per il fatto che per natura  lei era  abituata a tale  specie di piaceri senza ritegno -ibidem 91-  precisando che la regina forse sentiva anche realmente,  in qualche misura, passione  per lui  o  cosa più probabile lei stava segretamente complottando  che le si facesse una qualche violenza  e avesse così  il pretesto di tendere una trappola.

La conclusione di Flavio è questa: insomma lei dava l’impressione di essere sopraffatta dalla passione (ibidem 92).

Poi lo storico, dopo aver spiegato il comportamento di Erode che la considera depravata con tutti e in quel particolare momento la vede spregevole per la lussuria che la  spingeva  così lontano, mostra il ragionamento del re che pensa che se lei avesse fatto delle proposte per prenderlo in trappola, egli avrebbe avuto motivo di recare danno a lei prima che lei lo recasse a lui.

In conclusione Erode, secondo Flavio, sceglie la strategia di eludere le sue  profferte amorose  e prendere consiglio dai suoi amici, avendo in mente di ucciderla, mentre era in suo potere: avrebbe liberato dai guai tutti coloro  per i quali lei era stata una depravata e verosimilmente lo sarebbe stato in futuro, ritenendo che questo sarebbe stato un regalo per Antonio perché neppure a lui sarebbe apparsa leale se una necessità lo portasse ad aver bisogno del suo aiuto.

Il parere dei suoi consiglieri è di non seguire tale piano in quanto rilevano che non vale la pena di correre il pericolo più ovvio di un passo così grave  e lo invitano a non compiere gesti impulsivi, dicendo che Antonio non avrebbe tollerato un’azione del genere  anche se uno gli avesse posto davanti i vantaggi; il suo amore sarebbe divampato ancora più furioso, qualora avesse pensato che lei gli fosse sottratta con la violenza e l’inganno e nessuna scusa poteva rendere ragionevole il compiere un simile attentato contro la donna che aveva la posizione più alta tra quelle del suo tempo; quanto al beneficio che ne derivava, seppure si potesse pensare che ci fosse, si doveva vedere con la noncurante ed indifferente attitudine di Antonio.

La conclusione del consiglio degli amici è la seguente:  non era difficile prevedere come  fatti del genere avrebbero condotto un’infinita catena  di mali sul suo trono e sulla sua famiglia, pertanto non vi era alcun dubbio su ciò che doveva fare:  trattenersi dai crimini ai quali lei lo istigava  e in quella situazione doveva comportarsi in maniera rispettabile.(ibidem,102).

Il discorso è tipico degli storici augustei che riprendono Erode che a Rodi (Guer.Giud I,389) giustifica la sua amicizia con Antonio quando deposta la corona, chiede ad Ottaviano di nuovo di poter governare il  regno, mostrando che lui  avrebbe pensato ad una tale soluzione per liberare Antonio  e il mondo romano da Cleopatra.

Non si sa  quale sia la precisa fonte  (Nicola di Damasco? o Dellio? o Velleio Patercolo?) Preferisco pensare a Dellio che in quei mesi segue Antonio in Parthia e che conosce bene l’animo del triumviro e della regina di Egitto,  descritti poi, dopo il passaggio tra gli ottavianei,  in termini negativi, pur avendo condiviso l’utopia antoniana. Si ricordi che Dellio  è uno degli ultimi a passare dalla parte di Ottaviano, prima di Azio (Velleio Patercolo, St., II,84).

Il sogno antoniano,  sublime, è quello dell’impero universale su basi divine, in relazione alla concezione faraonica di Cleopatra e di Cesarione, erede di Cesare e dei lagidi.

Cleopatra è una regina scaltra che spera di fondare con Antonio una nuova dinastia, che ha in Cesarione, il piccolo Cesare il vero erede,  che deve unificare l‘imperium romano occidentale ed orientale,  dopo  che il triumviro di Oriente  ha posto i confini all’Indo ad ovest  e  a nord al Caucaso e alla catena montagnosa del Caracorum, cioè ricostruito i nuovi termini in linea con la logica di Alessandro il grande.

Il sogno di Cleopatra è in Cesarione sovrano assoluto dell’impero romano con capitale Alessandria e come patronus Antonio, cesariano scudiero, realizzatore dei piani orientali di Cesare.

Perciò quanto dice Flavio è storia  del senno del poi: in quel particolare momento Antonio sta giungendo ai confini dell’Armenia e sta facendo la più imponente parata militare mai vista,  convinto che il sogno cesariano può essere realizzato e che Cleopatra  e lui, coppia divina, possono veramente governare il mondo.

Non è pensabile nel delirio di potenza dei due amanti che Antonio non controlli il viaggio di ritorno della divina  sposa, incinta, e che Cleopatra non sia informata del cammino del divino sposo: i due stanno visitando da padroni  territori a loro di nome soggetti: ambedue devono comunque essere diplomatici e politici con chi li ospita, per averne viveri.

Cleopatra non deve ingerirsi nelle faccende di Erode  e disinteressarsi di Alessandra, pur amica;  ed Antonio  è ospite di Artavaste che propone  l’invasione della Media e che dovendo foraggiare il suo immenso esercito, preferisce dirottarlo nella direzione del nemico re medo, in pieno inverno, per il saccheggio.

Il triumviro abbocca perché è assicurato dal re che i Parthi temono la stagione invernale e, all’epoca, il re dei re ha convocato il medo Artavaste per stringere un accordo, non ancora stipulato.

Perciò, chi, conoscendo Antonio e il suo sogno,  potrebbe  ardire di toccare una donna, come Cleopatra, una regina affascinante più che bella (Ottavia è più giovane e di molto superiore per bellezza!), ma intelligente e poliglotta, politica espertissima di raffinata cultura?

Chi, pazzo, correrebbe il pericolo di fare avances ad un tale donna, di troppo superiore come persona e come regina? chi  potrebbe fare un complotto per ucciderla?

Erode, un idioths fatto re da Antonio, suo benefattore e patronus!

No, di certo.

Cleopatra è incinta di almeno 6 mesi e di norma le donne evitano il maschio ed è ancora in viaggio, con un seguito di migliaia di soldati galati, di cortigiani e di Cesarione e di tanti addetti al principe ereditario romano-egizio!

Erode è follemente  innamorato di Mariamne, che forse a luglio già è anche lei incinta di Alessandro, in un clima più disteso, dopo la fine del povero Giuseppe, a seguito delle feste per l’arrivo della regina di Egitto, che, memore dei consigli di Antonio, può  incontrare Alessandra, libera, anche se sorvegliata!

Ad Antonio nel 36 nascono Antonia minore da Ottavia a Roma  il 31 gennaio  e Tolomeo Filadelfo ad Alessandria  da Cleopatra in ottobre; ad Erode ai primi di Febbraio  Mariamne partorisce, a Gerusalemme, il suo primo figlio!.

Cleopatra ha una accoglienza trionfale: non ci possono essere né attentati popolari, né insidie  né profferte amorose da parte di un piccolo re, in mezzo ad un mare di ancelle e di eunuchi, di cui è piena la corte di Egitto, di soldati egizi e di romani, comandati da Iulios !

Dunque, la visita di Cleopatra ha solo valore di un interesse economico ed amministrativo: la regina cerca di estorcere più denaro possibile ad Erode e Malco, tramite i suoi dioichetai impegnati nella transazione delle terre  e nelle dichiarazioni di affittuario da parte di Erode, a cui conviene pagare 200 talenti lui e 200 Malco piuttosto che consegnare in mani straniere i territori giudaici  e nabatei, dati da Antonio alla regina.

Forse nel viaggio di ritorno, Erode accompagna  Cleopatra, facendola  scendere a Gerico e la ospita al palazzo asmoneo e le dà l’opportunità di vedere di persona la ricchezza e bellezza del bacino del Giordano e del Mar Morto, propagandati per il balsamo, i fanghi curativi,  le acque calde e le palme. Dopo averla  scortata con onore fino al confine con l’Egitto, manda corrieri ad Antonio per notificare di aver compiuto il suo dovere di suddito.

Il triumviro, persuaso da Artavaste II, consultati i piani di Cesare, decide ora di seguirli, dopo aver  attraversato l’Armenia  e di congiungersi sull’altopiano di Erzer (attuale Erzurum) con le truppe di Canidio e con quelle degli alleati per verificare effettivamente la grandezza del suo esercito imponente e per fare una grandiosa parata militare della potenza dell’impero romano tanto da sbalordire anche i popoli confinanti, i Battri ed Indi, e far tremare tutta l’Asia  (Plutarco, Antonio, 37,4).

Il viaggio dell’esercito è ancora unitario in quanto secondo Dione Cassio (ibidem, 25,4) Plutarco (Antonio, 38,2), (Velleio Patercolo, St., II 82) il triumviro  porta  su trecento carri le macchine necessarie per gli assedi,  fra le quali un ariete lungo ottanta piedi sotto il comando di Oppio Staziano, che rallenta la marcia ed assedia la capitale dove risiedono i figli e le mogli del re.

Lo storico greco mostra che Antonio ora asseconda il re di Armenia che lo ha persuaso a passare per il suo Regno e fare un tragitto di 8000 stadi  circa 1480 km,  per aiutarlo contro il suo omonimo re di Media Atropatene.

Plutarco nel mostrare la rassegna evidenzia l’apporto di Artavaste II  (un contingente iniziale di 6000 cavalieri, – poi 16000 – e  7000 fanti ) ed infine elenca 60000 legionari romani  e 10000  cavalieri  iberici e  celti inquadrati coi romani mentre degli altri popoli  rileva auxilia  di 30000 uomini, compresi i cavalieri e truppe leggere (ibidem, 3-4)

Un esercito così imponente mai è schierato da Roma in Oriente, sull’altopiano, posto  tra l’ Armenia e la Media! Velleio Patercolo (St. II, 82) dice le stesse cose  e parla di 13 legioni condotte attraverso l’Armenia e la Media per attaccare la Parthia!

Nel tragitto di attraversamento dell’Armenia, a marce forzate, durato quasi 30 giorni, in luoghi impervi e disagevoli,  non è facile il vettovagliamento,  nonostante i soccorsi inviati  gratuitamente dal re, che vede le violenze dei militari verso il suo popolo.

Antonio non è attento al malumore delle popolazioni aramaiche e alla situazione difficile di Artavaste II, – che ha permesso  all’esercito romano il passaggio per odio verso il re di Media – e non ha neanche consiglieri aramaici di fiducia, che traducano bene i messaggi e tanto meno può fidarsi dei mercanti e trapeziti giudaici del suo seguito,  anche loro aramaici infidi che lo finanziano perché sono Methoroi, cioè uomini, ellenisti di doppio passaporto,  che cercano il loro interesse finanziario, al confine tra due stati ed hanno banchi per il cambio di monete.

Perciò per il re armeno è conveniente  allontanare l’esercito dalle sue terre.

Da qui il consiglio dell’armeno  di saccheggiare la Media  e punire il suo re, a lui nemico: si sarebbe liberato dei romani e avrebbe sconfitto il re vicino, guadagnando territori per la corona!.

Il vero errore strategico di Antonio è questo:  a  settembre/ottobre le regioni sono quasi sempre innevate e lui ancora a fine agosto deve assediare Praaspa, la capitale meda dopo aver imposto ai soldati marce forzate per altri10 giorni, dopo 8000 stadi già percorsi, non ben vettovagliati.

A lui sarebbe stato conveniente svernare comodamente in Armenia  dividendo le spese  tra  i questori romani  coi fondi dell’ erario  e con l’aiuto finanziario dei re socii  (tra cui Cleopatra) e  dello stesso Artavaste, che avrebbe avuto il compito maggiore di rifornire  i soldati accampati  nei castra invernali (Cfr. Erode Basileus): a primavera la marcia verso la capitale meda sarebbe stata un trionfo, data la lentezza del reclutamento del parthi in quella stagione, non sempre mite e dopo il riposo dei soldati.

Gli storici ottavianei, che influenzano  Plutarco e Dione Cassio, invece rilevano che ci sia  fretta in Antonio che, avendo desiderio passionale di Cleopatra, vuole svernare in Egitto!

E’ un giudizio estremamente negativo per un condottiero di esercito come Antonio, a volte impulsivo, ma di norma prudens, abile a sfruttare le situazioni, coadiuvato da altri duces del suo consilium principis!

Comunque, Antonio, dopo la decisione di aiutare Artavaste II contro l’altro Artavaste, rilevando  due tempi diversi nella marcia dei suoi soldati, divide l’esercito in due colonne, l’una maggiore condotta da lui procede verso Nord-ovest   e poi scende a sud  verso Praaspa  (cfr. Plutarco ibidem e Dione Cassio ibidem) , mentre l’altra  segue a distanza perché trasporta  trascinando le machinae per gli assedi,  sotto il comando di Oppio Staziano, protetta dal re Polemone e da altre truppe ausiliarie.

I due corpi militari fanno due marce  parallele,  senza veri collegamenti, se non tramite corrieri,  lenti necessariamente nella comunicazione in relazione alle diverse condizioni di cammino e alla speditezza di marcia del primo che giunge a Praaspa e l’assedia. Col passare dei giorni le distanze tra i due corpi aumentano.

Accortosi di ciò, il re medo senza neanche attendere l’aiuto di Fraate, che sta ancora convincendo ì capi del suo esercito ad allungare i tempi di milizia a causa della presenza dell’esercito invasore,  attacca il  corpo lento  con le salmerie, le macchine da guerra,  annientando due legioni romane  (Velleio Patercolo, St., II,82; Cassio Dione  St. Rom., XLIX, 25,2),

Il re Artavaste II non è lontano dal luogo e potrebbe intervenire, invece assiste  alla pioggia di frecce, da cui è tempestato l’esercito romano, impegnato a trascinare carri e salmerie e machinae (Cassio Dione, ibidem, 25,5).

Il re, visto l’eccidio romano, preferisce tornare al suo paese,  senza neanche avvertire Antonio!.

Questi, avuta la notizia,  lascia l’assedio di Praaspa, cerca di aiutare i suoi col grosso dell’esercito, ma arriva tardi, constata la morte dei legionari, l’incendio delle machinae e la prigionia di re Polemone,  preso e non ucciso, a scopo di riscatto.

Secondo Plutarco i barbari, inorgogliti per il successo, disprezzano ora i romani ed accerchiano l’accampamento, convinti di poterlo al mattino  depredare, e, perciò, aumentano il numero fino a 40.000 cavalieri.

Antonio, visto il concentramento dei Parthi congiunti con i Medi, raduna l’esercito: inizialmente intende presentarsi con segni del lutto,  poi arringa i soldati, vestito della porpora propria del comandante,  esorta nobilmente al combattimento e conclude il suo discorso col dire che il cielo punisca lui e conceda salvezza e vittoria all’esercito in caso di sconfitta.

Lo storico greco così scrive: il giorno dopo,  i romani  escono dai castra ed avanzano, dopo essersi meglio protetti  e i parthi che li assalirono  si imbatterono in una grossa sorpresa. Credevano infatti di andare a saccheggiare  e  fare bottino  non a combattere, perciò,  avvolti in un nugolo di proiettili, in cospetto dei romani, forti, freschi e pieni di slancio, nuovamente persero il coraggio. Tuttavia, mentre i romani erano costretti a scendere dal pendio di alcune alture  li assalirono e li  bersagliarono di frecce. Allora tra i soldati romani quelli armati di grandi scudi, voltisi verso la fronte, chiusero all’interno, al riparo, gli armati alla leggera e piegatisi su un ginocchio, misero davanti a sé gli scudi sopra di loro e gli altri  di seguito fecero lo stesso. I Parthi ritenendo che il piegare il ginocchio da parte dei romani  significasse stanchezza e sfinimento deposero gli archi  ed afferrate le picche ingaggiarono il combattimento corpo a corpo. Allora i romani  lanciando  tutti insieme l’urlo di guerra balzarono in piedi all’improvviso  e colpendo con i giavellotti  che tenevano in mano i primi tra i nemici,  li uccisero e volsero in fuga tutti gli altri.

Di questa tecnica della testuggine parla diffusamente Dione Cassio, St rom. XLIX,30, al fine di mostrare la superiorità tattica romana.

Antonio riprende l’assedio di Praaspa,  che risulta vano per il valore degli assediati e  per la grandezza delle mura da una parte,  per la mancanza dei mezzi di sfondamento e per la necessità di fare terrapieni con  alberi da tagliare, da un’altra,  considerata anche la fatica della ricerca di vettovaglie  e il trasporto, pagato con molte morti.

In tale situazione si allenta la disciplina ed allora Antonio ricorre  alle  decimazioni (Cassio Dione, Ibidem, 27;  Plutarco, Antonio39).

Cassio Dione  chiude il discorso: to te sumpan poliorkein dokoon ta toon poliorkoumenoon epaskhen / credeva di essere assediante ed invece pativa le sofferenze degli assediati.

Plutarco insiste nel mostrare il tentativo di Antonio di fare  una battaglia campale e risolvere subito la guerra ma i Parthi, convinti della superiorità militare romana, fanno scorrerie veloci ed imprevedibili con la cavalleria leggera e con gli arcieri, impedendo, però, ai romani di schierare i frombolieri per loro nemici micidiali.

Nelle poche scaramucce il triumviro prevale facilmente ma non infligge una sconfitta con strage di nemici, che si sottraggono allo scontro diretto e  sfruttano la conoscenza dei luoghi, subendo perdite molto limitate e nascondendosi in zone sicure (Plutarco, Ibidem,39).

Gli storici mostrano che Antonio comincia a temere la fame, i latrocini all’interno dei castra e la diserzione: Infatti Antonio prevedeva la fame in quanto non si poteva più andare  a raccogliere vettovaglie senza avere molti morti e feriti (Plutarco, ibidem,40,39) mentre per il fenomeno dei ladri sono sufficienti le punizioni  da parte dei decurioni e centurioni e per le diserzioni  basta la visione dei disertori crivellati da frecce dai Parthi, che dissuadono i romani dalla fuga.

Siccome la guerra è dura per i due eserciti Fraate libera da questa situazione senza scampo Antonio perché,  da una parte, teme la defezione dei suoi uomini – che non  sono abituati a  combattere nella stagione invernale in quanto  sanno che in zona il clima si irrigidisce e che dopo il 21 settembre/hdh tou aeros sunidtamenou  metà phthinopoorinhn ishmerian (Plutarco, ibidem,40) iniziano le nevicate – e da un’altra rileva danni ed incendi  per la città recati o dai romani  o dagli alleati: la decisione del re dei re  allora  è quella di  inviare messaggeri per una trattativa, che sarebbe sfociata in una tregua /spondh.

Comunque, a detta di Dione Cassio, (Ibidem,27,4 ) il re riceve i messaggeri su un trono d’oro facendo risuonare la corda dell’arco, inveisce contro i romani  e alla fine thn eirhnen, an ge parakhrema apostratopedeusoontai  doosein upeskheto/ prometteva che, se avessero tolto subito l’assedio, avrebbe concesso la pace.

Al di là dell’ostentazione di potenza di Fraate IV nella trattativa, i Parthi hanno piena coscienza della superiorità tattico-strategica militare  e disciplinare dell’esercito romano e perciò cercano un trattato di pace.

Antonio, dunque, nonostante  tanti problemi logistici e qualche episodio bellico disastroso, ha imposto la potenza del militarismo romano, che ha impressionato con le manovre della fanteria, capace di passare attraverso i territori indenne, nonostante il netto predominio della cavalleria parthica, il clima, la fame e la non conoscenza dei luoghi.  

Plutarco (ibidem 40)  e Dione  (ibidem) spesso citano che contingenti parthici, ammirati si affiancano ai legionari  con gli archi tenuti in mano, volti all’ingiù,  per lodare il valore dei romani, riconoscendone la superiore forza nell‘arte della guerra  e dichiarando lo stupore dello stesso loro re.

Ottaviano Augusto nel 20 a.C., pur dopo preparativi militari, si accorda con lo stesso Fraate IV  e, grazie alla diplomazia, senza fare alcuna parata militare,  ottiene le insegne sottratte a Crasso e figli del re come ostaggi contro il parere della nobiltà partha: tanto rispetto si  è meritato Antonio col suo esercito e con le sue vittorie sul campo!

Augusto impone anche nel trattato la clausola che ai romani spetta l’elezione del re  della Armenia Maior, come riconoscimento del diritto romano sull‘intera area: nel 2 d.C.  Gaio Cesare, inviato per sostenere Ariobarzane con una grande armata e con molti consiglieri militari, data la giovane età del principe,  impone di nuovo tale diritto al trasgressore Fraate V, che si ritira  dalla zona contesa (Cfr Velleio Patercolo, St. II,102 1-3).

Perciò, Antonio, non ritiene di dover parlare di sconfitta e tanto meno di essere umile nei confronti dei Parthi (come pensa Floro che parla di immensa vanitas hominis che, per desiderio di titoli, ha vilipeso il nomen romano, senza un disegno e senza nemmeno l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’arte di un comandante, Epit.II,10,2).

Antonio, invece, inizia la ritirata, a causa della malasorte  – anche Giulio  Cesare sarebbe stato in tale situazione incapace di cambiare gli eventi col quel clima, in quei luoghi, dopo la defezione di Artavaste!-, con la volontà segreta  di punire il traditore, che,  comunque, viene trattato con benevolenza, come se nulla avesse fatto di contrario ai romani.

La concomitanza di fame, di sete, di malattie, di mancanza di viveri,  la necessità di attraversare regioni sconosciute e il pericolo di subire agguati dei nemici (cfr. Plutarco, ibidem 46-47; Dione Cassio, Ibidem, 28), l’ insicurezza delle guide ( sia del Mardo che dell’ex legionario di Crasso, che di Mitridate, cugino di Monese), la non conoscenza della lingua  aramaica, diversa perfino dall’armeno, che confonde le indicazioni, sono indizio  non di una cattiva gestione dell’impresa ma di fatali coincidenze  per  un dux  di norma fiducioso verso gli altri, magnanimo, tollerante, in sostanza, comunque, prudens.

Poi la provvidenziale mutata situazione politica, dopo la frattura fra il re medo e Fraate per la divisione  delle spoglie romane in loro possesso  mette in evidenza l’animo invitto del dux romano, pronto a tornare in Armenia, là dove è stato costretto per salvare il salvabile a  riverire Artavaste, a lisciarlo e a vederlo in relazione con i Parthi e con le spie di Ottaviano.

Il ritratto che ne fa Plutarco è di un grande dux,  amato dai  milites, di cui tesse un elogio dopo una battaglia persa,  volendo mostrare l’adottamento della strategia di marcia a formazione quadrata come dimostrazione della capacità di cambiare in corsa le strategie, per proteggere non solo la retroguardia, ma anche i fianchi, grazie al rafforzamento dei lanciatori di giavellotti e di frombolieri.

Lo storico  (ibidem,43,3-4) – oltre a mostrare la grande umanità e la dedizione cameratesca verso i soldati, a cui è vicino, specie ai feriti che chiamano il dux col titolo  di imperator –  aggiunge un elogio dei milites e del comandante, anche se sconfitto: nessun altro comandante di quei tempi  è riuscito a raccogliere un esercito più brillante del suo,  per coraggio, resistenza alle fatiche  ed ardore giovanile. Il  rispetto, che dimostravano verso il comandante, l’obbedienza e l’affetto e la concordia di tutti, illustri e sconosciuti,  capi e soldati semplici nel  preferire la stima e il favore di Antonio alla salvezza della propria vita,  non furono superati nemmeno  dai romani di una volta.

Dunque, lo storico mostra poi le cause che determinano un  sentimento  così generale verso un uomo: La nobiltà della stirpe, la sua capacità oratoria, la semplicità, la liberalità  e la larghezza nel fare doni, l’inclinazione a scherzare e a conversare con tutti.

 Ed infine conclude dicendo che in quella triste occasione il dux partecipa alle pene e sofferenze degli infortunati  fornendo ciò di cui ognuno ha bisogno, facendo sì che malati e feriti abbiano più animo dei sani.

Sembra che gli storici, al di là delle lettura generale dell’impresa parthica antoniana secondo l’angolazione di parte,  abbiano, comunque, in comune un giudizio positivo sulla conduzione della campagna.

Il triumviro sarebbe passato indenne, pur nel mare di imprevisti e la concentrata forza della sorte, se non avesse dovuto fare un intervento correttivo per evitare il peggio nell’ occasione di un’impresa inizialmente riuscita, da lui accordata, ad  un valoroso tribuno, Flavio Gallo che, avendo chiesto molti veliti della retroguardia ed alcuni cavalieri dell’avanguardia,  resiste con un’altra tattica ai nemici!

Il tribuno,  secondo Plutarco (Ibidem,42,4 ) dopo 4 giorni di scaramucce  senza vinti e vincitori, nonostante il continuo ripiego dei cavalieri romani,  al quinto giorno respinse i nemici che attaccavano,  senza però ripiegare poco a poco, come si faceva prima, verso la fanteria e senza ritirarsi, ma rimanendo fermo, impegnandosi nella mischia in modo troppo audace: sa bene che così facendo può essere accerchiato!

I comandanti della retroguardia, vedendolo ormai staccato dal resto dell’esercito, mandano a chiamarlo ma Gallo non obbedisce, anzi apostrofa il questore Tizio che afferra le insegne  e le volge indietro e lo rimprovera perché porta  al massacro molti uomini valorosi costringendo  il questore  a ritirarsi e obbligando i suoi a rimanere fermi.

Il tribuno è un valoroso che conosce i piani di Antonio e la sua volontà di  trascinare i Parthi ad una battaglia campale.

Infatti, essendo, come previsto, preso alle spalle  dai cavalieri  parthi  e medi, riuniti, chiamati i rinforzi,  spera di essere liberato dal grosso dell’esercito e di fare una strage dei nemici, grazie all’urto di tutto l’esercito romano.

Invece accade che i capi della fanteria, tra cui era anche Canidio, che poteva moltissimo presso Antonio commettessero allora un grave errore. Infatti, mentre era necessario andare in soccorso con l’intero esercito , mandarono invece o pochi soldati per volta, inviandone di nuovo altri  quando i precedenti erano sconfitti. Non si accorsero che sarebbe mancato poco alla completa sconfitta e disfatta di tutto l’esercito se Antonio in persona in tutta fretta non fosse accorso a far fronte con le truppe  dell’avanguardia. Spingendo subito la terza legione  in mezzo ai fuggitivi contro i nemici arrestò il loro ulteriore inseguimento (Plutarco,ibidem,6,7,8).

Secondo Plutarco (Ibidem,43).  Non c’è concordia nel numero dei morti  tra gli storici!: morirono non meno di  tremila romani  e furono portati  in tenda 5000 feriti, tra cui Gallo che  era stato crivellato da frecce.

Gli uomini, comunque, hanno fiducia somma in Antonio che senza badare a fatica né alla mancanza d’acqua, né a malattie, derivate da acqua inquinata o malsana,  consapevole che all’Arasse termina l’inseguimento parthico,  fa passare l’esercito  lungo zone montane  per evitare agguati.

Dopo cinque giorni da questa battaglia Antonio raggiunge finalmente  l’Arasse,  facendo fare marce, specie quella in cui, in una sola notte,  percorre 240 stadi oltre 44 km.!

E pur entrato in Armenia, sorvegliato da un re infido,  il triumviro deve  contare morti perché molti si ammalano di idropisia e di dissenteria a causa dell’acqua bevuta malsana e delle erbe mangiate, nocive.

Ad Erzer, là dove ha fatto una trionfale parata, ora fa il computo generale della sua non fortunata impresa, una specie di consuntivo bellico:  per Plutarco (ibidem,50) mancavano 20.000 fanti,  4000 cavalieri  non tutti  uccisi dai nemici  ma più di metà morti per le malattie.  Avevano compiuto  da Fraata (Praaspa per Dione Cassio) un cammino di 27 giorni avevano vinti in 18  battaglie i Parthi, ma le vittorie non avevano portati risultati decisivi e stabili perché si erano limitati ad inseguimenti brevi ed incompiuti.  

Per Antonio, dux cesariano, abilitato  a  sconfiggere e  ad essere sconfitto, ora è il momento peggiore, quello della simulazione di fronte al re responsabile della non riuscita dell’impresa, al fine, però, della vittoria finale.

Antonio, dunque, ha capito  che  l’armeno Artavaste ha impedito di portare a termine l‘impresa: i suoi 16 mila cavalieri  sarebbero stati utili  a tenere a bada i parthi  che subito sarebbero tornati a casa,  mentre ora anche se  sconfitti seguitano a combattere contro il sistema  loro solito,  perché non ostacolati nella fuga e non inseguiti debitamente.

Il triumviro  intelligentemente, comunque,  va contro i l suo consilium che vuole la punizione immediata del re (Plutarco, ibidem 50) e la rimanda a data successiva.

Nel frattempo  non rinfaccia il tradimento, né abolisce  le consuete dimostrazioni  di cortesia  e di riguardo  verso di lui, ben sapendo di disporre di un esercito debole  e di essere senza risorse.

Anche Dione Cassio (ibidem, 31) dice avrebbe voluto punirlo ma gli usava riguardo e lo blandiva allo scopo di ricevere vettovaglie e denaro.

Anche  con questa strategia, seppure entro il territorio armeno, Antonio guida una  ritirata ordinata, resa difficile dall’inverno che è  duro, dalla neve  che cade ininterrottamente  e si accumula sulle alture, per cui il dux è provato ed addolorato di perdere in questo ultimo tragitto altri 8000 uomini.

Plutarco infatti aggiunge: All’arrivo sulla costa fenicia, tra Berito e Sidone, nella località di Villaggio bianco, si mise ad attendere  Cleopatra e poiché ella tardava  era agitato e  inquieto:  subito cominciò a bere  e ad ubriacarsi  e non riusciva a star fermo a tavola, ma si alzava mentre gli altri bevevano  e correva spesso a vedere se arrivava.

Antonio ha bisogno di tutto, di abiti, di viveri e  di denaro contante per pagare i milites.

Da qui la sua agitazione di animo, con ricorso all’ubriacatura, abituale in casi difficili, quando subentra la depressione, per uomini del sistema agricolo-militare.

Dione Cassio  aggiunge: gli giunse del denaro anche da Cleopatra: così poté dare agli opliti cento dracme a testa  e buona somma anche agli altri soldati. E poiché il denaro che gli era stato mandato  non bastava  provvide alle somme mancanti  coi propri fondi  assumendo il debito che si era assunto con Cleopatra.

Antonio ha al suo seguito trapezitai alessandrini che pagano con denaro liquido o promettono di darlo appena arrivati in Egitto,  se il dux  firma  cartulae di compromesso al fine di accedere ai depositi bancari alessandrini, con cambiali, diremmo oggi noi ( cfr. A Petrucci, Mensam exercere, Studio sull’impresa finanziaria romana,  Jovine 1991)..

Dione Cassio così conclude:  Cleopatra giunse, portando molte vesti e denaro per i soldati.

 Non è pensabile che  Erode ed Alessandra, vicini alla zona, non siano  accorsi, se non di persona, almeno con  delegati  che portano  soccorsi immediati di viveri e di abiti  e  di trapezitai  gerosolomitani con denaro liquido.

La notizia del ritorno di Antonio gira  in tutta la Siria con voci contraddittorie circa l’esito finale, ma con la sicurezza del passaggio di un esercito in ripiegamento con tutti gli acciacchi di una campagna militare.

 

 

Ottavia e la propaganda Ottavianea

 

Ottavia e la propaganda ottavianea

 

Ottavia stessa, a Roma,  viene a sapere di un Antonio, aiutato da amici, alleati e  da Cleopatra, fermo con l’esercito in Fenicia.

Non si conoscono le fonti da cui la moglie abbia avuto le informazioni sul marito.

Ottaviano, avendo moltissime spie nell’esercito stesso del rivale, avutene le relazioni  segrete circa l’andamento della campagna e la situazione attuale di Antonio,  accoglie le richieste della sorella, seppure a malincuore: la moglie vuole ricongiungersi col marito  e tentare di riappacificarsi,  anche se lui sa che non è possibile,  date le motivazioni politiche e il comune sogno di un ideale regno universale, basato su Cesarione, figlio legittimo di Cesare.

Il fratello protegge la sorella, madre di Antonia Maior  e di Antonia minor,  avute da Antonio,  emblema delle donne romane, fedele, anche se offesa nel suo onore muliebre, che vuole attendere il marito ad Atene nella loro casa e consegnare i regali di Ottaviano, che desidera la pace.

Ottavia,  secondo Plutarco  porta come regali  molte vesti per i soldati,  molti animali da soma, denaro e  doni per gli ufficiali e gli amici, che lo accompagnavano, e,  oltre a ciò. 2000 soldati scelti  destinati alle coorti pretorie,  fornite di splendide armature.

Cosi scrive Plutarco (ibidem 53):Ottavia desiderava imbarcarsi per raggiungere Antonio e Cesare glielo concesse…Giunta ad Atene, Ottavia ricevette una lettera da Antonio che ordinava di rimanere lì e la informava della spedizione.

Lo storico antico come quelli contemporanei sono d’accordo nel ritenere che l’azione di Ottaviano non ha niente di fraterno ma ha una motivazione politica e propagandistica per avere l’opinione pubblica a lui favorevole in un momento in cui il rivale si è alienato i propri concittadini sia con l’amore per la regina di Egitto che con la non riuscita impresa parthica, causa di dolore  per le molte morti per le famiglie romane.

   Plutarco  precisa che Ottaviano lo fa non per compiacerla ma  perché la sorella, offesa e trascurata  da Antonio, gli offrisse  un conveniente pretesto per la guerra / pros ton polemon  aitian  eupreph  paraskhoi (Ibidem)

Ormai Il triumviro occidentale è propenso per i preparativi di guerra. Ottavia risponde ad Antonio dove debba inviare quanto dato dal fratello ed invia una lettera, portata a mano al marito, da Nigro, un suo amico, che  aggiunge notevoli e meritate lodi di Ottavia, madre delle sue due figlie di tre anni  e di un anno e mezzo, e tutrice dei figli suoi e di Fulvia

 Così facendo, l’astuto Ottaviano, con l’ autorizzazione alla sorella, propaganda la sua immagine di vir della tradizione latina, un pater  di grande animo, che non vuole guerra ma cerca di riappacificare la moglie col perfido marito, perduto dietro sogni mitici, ammaliato dalla passione  per Cleopatra, sempre di più dipinta come nemica dei romani e mostro (fatale monstrum  di Orazio, Carmina I,37), connotato da lussuria.

Secondo Plutarco solo ora la regina egizia prende in considerazione Ottavia: Cleopatra si accorse allora  che Ottavia era divenuta una sua rivale /khoorousan authi  e temette che,se avesse aggiunto alla nobiltà del carattere  e alla potenza di Cesare la possibilità di stare insieme ad Antonio a suo piacimento  e di vezzeggiarlo, sarebbe diventata invincibile/amakhos e completamente padrona di suo marito.

A corte ad Alessandria nell’estate del 35, quando Antonio intende partire per Antiochia  per poi muovere dalla Siria verso la Media nuovamente  per un accordo, scortato da Quinto Dellio e da altri legati, Cleopatra ancora deve tornare in forma fisica dopo il parto di Tolomeo Filadelfo, ora bimbo di 7/8 mesi, ancora da allattare, mentre vede i ritratti di Ottavia, più bella di prima, dopo il parto di Antonia Minor ora bimba di 18 mesi circa.

Per Plutarco e gli storici  filottavianei Cleopatra è impegnata  a circuire e ad ammaliare Antonio con tutte le moine, i vezzi, le finzioni tipiche delle donne  che vogliono l’esclusivo potere u di un uomo, assecondata dai suoi cortigiani che favoriscono la sua azione di riconquista del proprio uomo.  In ogni corte si parla di questa circuizione della regina verso il romano che sta per partire per la nuova spedizione.

Non è improbabile che a Gerusalemme alla corte di Erode le donne asmonee, Alessandra e  Mariamne siano dalla parte di Cleopatra mentre quelle idumee Cipro e Salome dalla parte della casta Ottavia, a cui fanno arrivare probabilmente lettere, essendo noto il rapporto epistolare tra Giulia Livilla, moglie di Ottaviano, e Salome.

Non si escludono nemmeno lettere di solidarietà femminile e consigli da parte di Alessandra, interessata a coltivare l’amicizia con la regina di Egitto: la corte erodiana ha così un altro motivo di litigio, data la divisione in ogni cosa.

Comunque, a corte, a Lochias, secondo Plutarco (ibidem 53,6-10):  Allora finse di essere l’innamorata di Antonio e si sottopose ad una dieta per dimagrire/to soma leptais kathhirei  diaitais; quando lui si avvicinava mostrava lo sguardo smarrito e quando si allontanava  appariva afflitta e abbattuta. Faceva in modo che fosse vista spesso piangere ma subito si asciugava le lacrime e cercava di nasconderle, come per evitare che Antonio se ne accorgesse…Gli adulatori  adoperandosi a favore di Cleopatra , rimproveravano Antonio di essere duro e insensibile  e di far morire  una donna che viveva unicamente per lui. Dicevano che Ottavia si era unita a lui per ragioni di stato a causa di suo fratello e sfruttava il titolo di moglie /pragmatoon eneka  dià ton adelphon sunelthein kai to ths gameths  onoma  karpousthai  mentre Cleopatra, regina di tanti  sudditi, veniva chiamata amata eroomenhn di Antonio  eppure non sfuggiva né sdegnava questa denominazione, purché le fosse possibile  vederlo e vivere con lui: non sarebbe sopravvissuta lontana da Lui.

Dellio e Planco sono tra gli adulatori che favoriscono la decisione di Antonio di rimandare alla prossima stagione, cioè all’inizio della  primavera del 34, gli affari con l’armeno e col Medo, sebbene si dicesse  che i Parthi erano in rivoluzione (Plutarco, Ibidem, 11).

Il disegno antoniano è di ritornare quanto prima in Media  secondo Plutarco (ibidem), per stabilire un’alleanza col re, che gli ha fatto proposte, essendo ora in disaccordo con Fraate, per prendere come sposa per uno dei  figl, che aveva avuto da Cleopatra, una delle figlie di Artavaste, che era ancora piccola.

Antonio ritorna ad Alessandria non rammollito, né intenerito da Cleopatra, ma vi  torna per svernare accontentando la regina che sembrava rinunciare alla vita, e per prepararsi non solo alla spedizione contro l’armeno Artavaste, ma anche alla guerra contro Ottaviano,  contro cui oppone il figlio stesso di Cesare, Tolomeo Cesarione, riconosciuto da tutti i romani  presenti, compreso Gneo Domizio, uomo non certamente cortigiano (Velleio Patercolo, St.,II,84,2),  a corte, similis patris, in un’adozione collettiva.

Agli inizi della primavera invia Dellio in Armenia (Dione Cassio. Ibidem,  39), mentre lui, giunto a Nicopoli di Pompeo, al confine tra il Ponto e l’Armenia minor,  convoca il re Artavaste II per consigliarsi per una nuova guerra contro i Parthi.

Si sa da Dione Cassio (Ibidem) che il re non viene perché sospetta  insidia/epiboulhn,  ed allora gli invia di nuovo Dellio con un messaggio mentre lui marcia verso la capitale armena.

Antonio cerca in tutti i modi di attirarlo presso di sé: Dione Cassio (ibidem39,4-5) scrive:  Così  dopo molte fatiche attraverso i consigli  che gli faceva dare  dagli alleati, con la paura  che gli infondeva con l’esercito e comportandosi in tutto con lui, nelle lettere  e nelle azioni  da vero amico, lo persuase a venire nel suo accampamento. Qui lo fece arrestare senza, però, tenerlo legato,  almeno in principio.

Antonio ha così vendicato Oppio Staziano e la retroguardia, massacrata dai parthi sotto gli occhi del re armeno, indifferente!

In seguito porta il re sotto le mura di Artaxata per convincere gli armeni a pagare un tributo  per la sua salvezza e per quella del regno (ibidem).

Siccome i khrusophulakes i custodi dell’oro non lo ascoltano e i soldati eleggono Artaxe, il figlio maggior,e come loro re, Antonio  fa legare Artavaste con catene di argento (quelle di ferro non sono  adatte per un re!).

Dunque, Antonio conquista l’Armenia ed altre regioni limitrofe,  alcune  con le buone ed altre con la forza, sconfiggendo Artaxe, che si rifugia presso i Parthi.

La presenza del triumviro nella zona  armena scompagina le alleanze col re dei Parthi determinando uno  scontro tra i maggiori re della confederazione, che si ribellano al re dei re, che non è stato moderato nella divisione delle spoglie romane e  non ha rispettato i meriti di Artavaste di Media, maggiore alleato.

Questi rompe i rapporti diplomatici con Fraate ed avendo già avuto rapporti con Dellio, ora stringe nuove relazioni con Antonio stesso: il Medo infatti sospetta e teme di essere privato del regno. Perciò mandò a chiamare Antonio  promettendogli di combattere a suo fianco col proprio esercito (Plutarco, ibidem).

La stessa cosa conferma Plutarco: intanto tra il re dei medi e il partho  Fraate sorse una contesa, che cominciò, a quanto raccontano, a proposito delle spoglie dei romani.

Antonio – lo sappiamo anche da Dione Cassio – è  entusiasta della cosa perché ha su un piatto d’oro l’offerta della potente cavalleria meda e, dopo aver mandato Dellio,  stringe diplomaticamente i rapporti col re, che concede la figlia Iotape come moglie di Alessandro.

Ci sono molti altri atti diplomatici di Antonio in questa fase come risulta anche a  R. Syme (La rivoluzione romana, Einaudi 2014) ed altri storici contemporanei, che noi, comunque,  non prendiamo in considerazione in quanto vediamo i fatti in relazione allo scontro in Oriente tra  barbaries aramaica  ed l’ellenismo romano.

Antonio, data un’impostazione  costituzionale romano-ellenistica  all’Armenia, lasciata  sotto il comando di Publio Canidio,  torna in Egitto, volendo fare il trionfo ad Alessandria, dove invia  grande bottino insieme al re armeno con tutta la sua famiglia, in una volontà di opposizione alla tradizione,  che vuole Roma centro dei festeggiamenti di un trionfo:  è una provocazione ad Ottaviano, che è già sul piede di guerra, e al senato diviso tra i cesariani antoniani ed ottavianei.

Eppure il trionfo ad Alessandria è approvato dal  suo consilium principis, compreso Gneo Domizio Enobarbo, che mai riverisce Cleopatra e l’apostrofa col nome, solo, di Cleopatra, senza il formalismo vigente a corte, secondo i canoni della Basileia ellenistica.

Il Trionfo alessandrino secondo Flavio, Dione Cassio e Plutarco, è un momento magico della carriera del triumviro, il suo culmine, il vertice della sua attività politica.  Sembra che nel primo  giorno Antonio – Dione Cassio ibidem, 40 – fa il suo trionfo su Artavaste di Armenia: mandò avanti verso Alessandria, come in una processione trionfale, la famiglia reale con tutti i prigionieri, poi venne anche lui col cocchio. Fece dono di tutto a Cleopatra  e le presentò il re e  i suoi familiari legati con catene d’oro. Cleopatra stava in mezzo al suo popolo su un palco d’argento, seduta su un seggio dorato. I prigionieri né la supplicarono, né le rivolsero parole di ossequio benché si fosse cercato di costringerli con la forza e facendo anche balenare  delle speranze: La chiamarono col solo nome mostrando in questo modo coraggio, ma pagando amaramente per il loro comportamento.

Negli altri due giorni Antonio risulta teatrale, arrogante ed odiosamente  ostile ai romani, riunendo il popolo nel ginnasio come un gumnasiarca (cfr Paideia e Gimnasiarca in Sito).

Plutarco (Ibidem, 54,6) dice: Dopo aver fatto riempire di folla il ginnasio e collocare due palchi d’oro, uno per sé, uno per Cleopatra  e gli altri più bassi per i loro figli, prima di tutto proclamò Cleopatra regina d’Egitto, di Cipro,  di Libia e di Celesiria. Con lei avrebbe diviso il potere Cesarione, che si diceva figlio del primo Cesare, il quale aveva lasciato Cleopatra incinta.

Leggermente diverso è il racconto di Dione che dice:  Antonio diede un banchetto pubblico agli abitanti di Alessandria,  fece sedere accanto a sé nell’assemblea del popolo Cleopatra e i suoi figli  e, nel discorso che vi tenne, ordinò di chiamare Cleopatra regina delle regine e Tolomeo, che  chiamavano Cesarione,  avesse il titolo di Re dei re. Procedendo  poi ad un’altra distribuzione di province diede loro l’Egitto e Cipro  e disse che Cleopatra era veramente moglie di Cesare e che Tolomeo era suo figlio.

 Lo storico dell’epoca severiana risente delle diatribe accese degli storici dell’epoca augustea sulla legittimità di Ottaviano o di Cesarione circa l’eredità cesariana.

Da qui il commento della fonte filottavianea, con cui Dione Cassio chiude: voleva far credere di fare ciò in omaggio a Cesare; in realtà intendeva in  tale modo screditare Ottaviano facendolo apparire come un figlio adottivo  non come figlio legittimo di Cesare. Questi doni egli fece a Cleopatra e a Tolomeo.

Sembra poi che nell’ultimo giorno di Trionfo Antonio, con l’elezione dei figli di Cleopatra a re,  concedendo loro territori non ancora sotto l’impero romano, abbia voluto mostrare quale sia il suo disegno come se già fosse completamente realizzato.

Così egli celebra con la rappresentazione teatrale dei figli, re delle varie parti del mondo, vestiti con gli abiti esotici dei  popoli, il suo trionfo alessandrino.

Questa è la descrizione di Plutarco,ibidem,54,7-8-9: Antonio, avendo dato il titolo di re dei re-Basileus toon basileoon- ai figli suoi e di Cleopatra, ad Alessandro assegnò l’Armenia, la Media e l’impero dei Parti, una volta sottomessi; a Tolomeo la Fenicia la Siria  e la Cilicia  E nello stesso tempo presentò al popolo i suoi figli, Alessandro vestito come i Medi, con la Tiara e il cappello puntuto  detto Cidari, Tolomeo con sandali, clamide e cappello a tesa larga ornato di Diadema; quest’ultimo era  secondo l’abbigliamento  dei successori di Alessandro Magno, quello invece dei Medi e degli Armeni. Dopo che i bambini ebbero abbracciato i  genitori, furono attorniati dalle relative guardie  del corpo di Armeni l’uno e di Macedoni l’altro.

In questo trionfo di Antonio Cleopatra  – secondo Plutarco – sia in quella che nelle altre occasioni,  in cui lei usciva in pubblico,  si vestiva del manto sacro di Iside  e dava udienza come nuova Iside.

Gli alessandrini,  egizi, giudei  e stranieri, acclamando alla coppia divina   augurano buona sorte, mentre Ottaviano comincia i preparativi di guerra e  la sua campagna di propaganda contro Antonio, degenere romano, marito infedele, magistrato corrotto,  amministratore  pazzo di beni pubblici, come fossero proprietà privata. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

 

Con la battaglia di Azio, la sconfitta di Antonio significa per Erode precipitare in un baratro, in vani tentativi di appiglio,  in un incubo notturno,  alla ricerca affannosa di un’ancora di salvezza, di una luce: il re giudaico è tale più  per volontà di Antonio che  per decreto del Senato!.

Il triumviro, dominus dell’Oriente  andando oltre il decreto del senato del 40,  ha ucciso il legittimo monarca Antigono, filoparthico, aramaico, per dare il titolo a  Giulio Erode, dopo aver preso  Gerusalemme tramite il Legatus Sossio/Sosio, al di là dei suoi meriti personali e di quelli paterni nei confronti non solo della sua  persona di  triumviro, ma anche di quella di  Cesare e della Res publica romana.

Senza il patronus un re cliens non ha il suo referente politico, né ha più un’area di potestas e quindi auctoritas né sul Tempio né su Gerusalemme,  né nella corte con le sue due famiglie divise, né coi protoi giudaici e col sinedrio, volti verso il nuovo dominus dell’impero romano e  tanto meno col popolo, che  è da sempre filoasmoneo, aramaico, antiromano.

La vittoria di Ottaviano, neanche preventivata, data la superiorità navale  e quella terrestre di Antonio, è per lui un terremoto politico, superiore al sisma catastrofico naturale, una punizione divina, che rovescia il normale ordo razionale umano e rovina la sua personale costruzione, facendo franare, alla base, il suo Regno.

Bisogna ricostruire tutto, a cominciare dalle amicizie, dopo averle ben ponderate, rovesciare le relazioni umane, perfino cambiando i contatti con le donne asmonee e con gli altri monarchi delle zone vicine, adeguarsi al loro stesso sistema procedurale, entrare in rapporto diretto col nuovo governatore di Siria: la corruzione con migliaia di talenti potrebbe non essere utile senza la sicurezza dei passaggi nelle mani realmente amiche, senza la certezza dell’approdo nelle casse di Ottaviano, ora stanziato a Samo.

Correre a Samo, facendo un iter di oltre 2000 km via terra, come anche via mare,  non sarebbe stato fruttuoso: avrebbe dovuto poi aspettare il suo turno  dopo avere chiesto udienza, a seguito di un‘ottenuta convocazione: Erode è un avversario politico, convertito dopo la vittoria, che chiede il perdono, facendo la proskunesis, come un cliens!.

Erode comprende che deve solo attendere l’occasione propizia e la convocazione  ufficiale del Vincitore.

Quindi  Erode  attiva il suo servizio di spie, di  emissari, di ambasciatori e ripristina i contatti tramite i piccioni viaggiatori  di suo padre per conoscere gli eventi prima degli altri, specie per sapere i fatti prima di Alessandra, che ha buoni rapporti epistolari sia con Roma che con Alessandria, e con Ottavia e Giulia Livilla e con Cleopatra.

Dal 2 settembre a dicembre del 31 a.C. ha le orecchie aperte in attesa di un evento  che gli dia la possibilità di una sua  azione  a favore  di Ottaviano  e nel frattempo ha propagandato  la sua  separazione netta da Antonio e Cleopatra.

Questa sua scelta, pur dolorosa, fa volgere, per contrapposizione, verso la pars antoniana, anche se  perdente, le regine asmonee, che, ancora di più offese dopo la morte di Hircano, sono ambigue quotidianamente con lui, equivoche  nel loro carteggio e con l’egizia e con le romane, controllate nelle parole, misurate dai loro scribi.

 

Erode, ucciso HIrcano, secondo Flavio –ibidem, 183- è in pensiero, essendo stato convocato poco prima della fine dell’inverno,  perché deve affrontare il lungo viaggio per Rodi  e non sa la data di ritorno e neppure se ritorna sano e salvo a casa: non si attendeva da Cesare niente di bene in quanto lui era stato amico di Antonio e sospettava di Alessandra che potesse prendere occasione per muovere il popolo contro di lui  e fare sedizioni nel regno.

Erode sa che deve tenere lontane le sue due famiglie, ostili fra loro, sistemare il regno in modo che nessuno si possa impossessare delle redini del comando, tenute da suo fratello Ferora, tutore dei suoi figli Alessandro e Aristobulo, oltre che di Antipatro, suo primogenito, vivente con la madre Doris, prima moglie, ora riunita con la famiglia idumea, che controlla tutte le fortezze militari di Gerusalemme e di Giudea, pronto ai suoi ordini  ad inviare denaro, mezzi, vettovagliamento  muli e cammelli per l’attraversata del deserto da parte dell’esercito romano e a coordinare anche i rifornimenti di acqua da parte nabatea.

Erode sa che Ottaviano intende prendere l’Egitto passando per Pelusio, dopo un tragitto di una quindicina di giorni, a partire da Ascalona ed entrare in città da Porta Sole.

Flavio così scrive- ibidem184/185- : affidò ogni cosa a Ferora, suo fratello e pose Cipro sua madre e sua sorella (Salome) e tutta la famiglia in Masada, raccomandando di prendere il potere, se sentisse di qualche pericolo, incombente su di lui. Pose la moglie Mariamne – che non poteva comunicare con la madre e la sorella, in quanto sue nemiche – con Alessandra in Alessandreion e lasciò come tesoriere/tamias Giuseppe e l’Itureo Soemo, suoi fedeli amici da tempo, ed allora,  sotto forma di onore e di amore, come loro guardie.

Lo storico aggiunge – ibidem, 186-: A questi aveva ordinato che se sentivano qualche cosa pericolosa  circa lui, le uccidessero entrambe e, insieme a Ferora, suo fratello, conservassero il regno ai suoi figli.

Per Flavio, quindi, Erode lascia solo la fortezza di Alexandreion ad Alessandra che rimane comunque sotto custodia in quanto il tamias Tesoriere  Giuseppe e il phrourarcho Soemo, che sono amici di Erode, hanno disposizioni di uccidere le regine  in caso di cattive notizie.

Lo storico aggiunge –ibidem, 187- : Lasciati questi ordini, egli andò in fretta a Rodi per incontrare Cesare.

Viene usato il termine prima  speudoo  e poi  epeigomai per indicare l’essere frettoloso  come  stato ansioso di Erode  nel primo,  come fretta reale, nel secondo,  di incontrare  il vincitore Ottaviano, da cui dipendono vita e corona.

Da quanto seguita a dire lo storico sembra che Ottaviano sia nel capoluogo omonimo di Rodi, dove riceve il re giudaico, di nuovo semplice civis, in attesa della sentenza dell’autokrator: quando la sua nave giunse in città, depose la corona, senza però diminuire in niente altro la sua dignità. Quando arrivò il momento dell’udienza,  ebbe licenza di comunicare con lui e mostrò piuttosto chiaramente la sua grandezza conservando l’onore della sua maestà.

Non si piegò né a preghiere, come si fa in tali situazioni, né a richieste come se non lo dovesse per i suoi errori, fidando, comunque, senza scusarsi, della ragione da lui usata nei suoi atti.

Erode, secondo Flavio- Ibidem, 189 – proclama subito la sua amicizia per Antonio: senza alcun dubbio io sono stato amicissimo di Antonio ed ho agito sotto suo ordine  perché ottenesse il totale potere, ma non sono stato nel suo esercito perché ero occupato nella scaramuccia contro gli arabi, tuttavia gli avevo mandato denaro e grano,  anche se questi erano un contributo più modesto di quanto avrebbe dovuto fare.

Il re giudaico parla a lungo di Antonio come suo benefattore  e di un dovere verso l’amico di prender parte ai suoi pericoli, rischiando con tutto quello che ha, con la vita,  personalmente, e con i suoi averi, senza mai abbandonarlo.

Aggiunge che soprattutto è rimasto fino alla fine buon consigliere/ sumboulos di Antonio  suggerendogli che l’unica via per salvare  se stesso, senza perdere il suo potere era di uccidere Cleopatra  –Ibidem191-.

Flavio riporta perfino le parole di Erode, come  segno che la sua storia deriva dei Registri di  Memorie/Upomnemata  personali, raccolte da Nicola di Damasco, nel periodo in cui è maestro dei suoi figli: se si fosse sbarazzato di lei, gli sarebbe stato possibile  mantenere il suo potere  e più facilmente avrebbe  trovato il modo  di giungere ad un’intesa/ sumbasis  con te invece che mantenerti nemico -Ibidem 192-.

La conclusione, nobile,  del re di fronte ad Ottaviano è la seguente:  Se, essendo in collera con Antonio, condanni  anche il mio affetto verso di lui, io non rinnegherò mai quanto ho fatto fino ad oggi, né mi vergogno di parlare apertamente della fides verso di lui. Se tu non tieni conto delle apparenze ed esamini il comportamento con i benefattori  e la tipologia della mia amicizia, comparata con l’esperienza di quanto è passato,  potrai davvero conoscermi: infatti col solo cambiamento del nome avrai in me l’esempio del vero“ideale” di una stabile amicizia – Ibidem 193 -.

E’ chiaro che già Ottaviano conosce da lettere tutto questo e ha sotto gli occhi il rapporto inviatogli da Quinto Didio sull’aiuto ricevuto da  Erode nell‘affaire dei gladiatori e nella  distruzione delle navi di Cleopatra, fatta insieme con  Malco.

Perciò Ottaviano incassa i doni e gli 800 talenti, di cui ha bisogno per l’invasione dell’Egitto, elogia per il suo comportamento dignitoso  Erode, che gli assicura anche l’aiuto – un incarico gravoso per qualsiasi re, più pesante per il re giudaico che ha subìto un sisma catastrofico – con carovane di cammelli e muli, carichi di acqua  e di viveri, nel tragitto difficile della durata di oltre10 giorni per un esercito da Ascalona verso Pelusio in una zona desertica.

Perciò, secondo Flavio da uomo onorevole e splendido/ philotimos kai lampros Ottaviano  gli concede la sua benevolenza,  invitandolo ad essere amico come lo è stato con Antonio, gli rimette la corona in testa,  reintegrandolo nel regno più stabilmente di prima.

Infatti il re giudaico ottiene  per l’interesse della sicurezza del suo trono  un nuovo decreto del senato con una personale concessione dell’imperator,  utile per i suoi discendenti e per la successiva elezione dei governatori di Giudea, quando questa sarà annessa al territorio romano, divenendo quasi un feudo personale dei Giuli, come l’Egitto.

L’argentarius Ottaviano ha fatto i suoi affari con rimettere il diadema ad Erode!

E’ probabile che i due facciano il viaggio verso L’Egitto via  Cipro, costeggiando la Caria, la Licia, la Panfilia, la Licaonia e l’Isauria  per sbarcare Erode in un porto fenicio o a Tolemaide,  mentre Ottaviano si dirige verso Dafne ed Antiochia da dove iniziare a dirigere le operazioni belliche.

Erode è autorizzato a tornare al suo regno alla fine di marzo, i primi di aprile, dopo circa tre mesi di assenza,  dopo promessa  di ritrovarsi a Tolemaide  ai primi di maggio per l’invasione  dell’Egitto con tutto l’occorrente per il viaggio nel deserto (guide, carovane di cammelli, acqua, viveri,  denaro).

Erode torna felice a corte per il successo avuto  e per lo scampato pericolo, ma al ritorno dal suo viaggio marittimo la famiglia, ora riunita, a corte  è turbata, mentre Alessandra e Mariamne sono furiose contro di lui/ khalepoos ekhousasIbidem 202-

Secondo Flavio –ibidem 203-: le donne  erano convinte, come era naturale sospettare, che  erano state sistemate nella fortezza non per la loro incolumità fisica, ma per essere mantenute in custodia  e senza alcuna autorità sugli altri o su se stesse.

Erode si accorge che Mariamne è ancora di più arrabbiata, quando il re desidera avere un rapporto con lei, che resta fredda, insensibile, rancorosa.  

Lo storico scrive: anzi Mariamne considerava l’amore del re niente altro che un pretestuoso bisogno, una finzione per il proprio interessato piacere. Si tormentava perché a causa sua  lei non avrebbe  avuto alcuna speranza di sopravvivere  anche se lui fosse andato incontro  a grandi guai e si ricordava  delle istruzioni   precedentemente date a Giuseppe.-Ibidem 204-

Erode, dunque, risulta di nuovo incapace di gestire la situazione familiare  a causa dell’ostilità delle due  partes, l’una che vede sfumate per sempre le proprie speranze di regno, l’altra che pensa concretamente di predominare a corte,  rilegando le asmonee, in un ruolo di prigioniere, ridando fiducia alla prima moglie e ai diritti di primogenito del giovine Antipatro.

In questo clima di nervosismo, pettegolezzi e invidie,  il re non può godersi i festeggiamenti per gli onori riceviti dai romani e la sua nuova, maggiore libertà di azione che lascia storditi quelli che si aspettavano  l’opposto, come se, col favore di Dio, lui scampasse sempre ai pericoli in una maniera sempre più brillante- ibidem 198-

Flavio, che pur conosce l’anatheema degli esseni,  insiste nel verificare come il Dio assista Erode, lo  protegga e lo faccia uscire dalla prova del fuoco ringiovanito!

Comunque, prepara i rifornimenti dovuti ai romani  per la spedizione in Egitto e si presenta a Tolemaide, alla data stabilita, secondo gli ordini, col suo apparato regale.

Flavio – Ibidem, 199- così scrive:  quando Cesare arrivò,  Erode lo accolse a Tolemaide con tutta la magnificenza regale / pashi thi basilikhi therapeiai ed ospitò il suo esercito dando il benvenuto con doni ed abbondanza di provvigioni/ ksenia kai toon epithdeioon aphtonian.

E poi aggiunge-Ibidem-: Egli tu annoverato tra i più leali  amici di Cesare   e cavalcava con lui che passava in rassegna  le truppe ed alloggiò  sia lui che i suoi amic  in cento cinquanta stanze (androosin), allestite con ricca magnificenza per il loro  confortevole benestare.

Oltre al denaro, Erode rifornisce di ogni cosa necessaria per l’attraversamento del deserto tanto da avere l’ammirata gratitudine dei soldati romani che, avendo perfino il vino, durante la marcia, ritengono che il re abbia fatto più di quanto avrebbe potuto e dovuto in quanto il servizio era grande e splendido.

Lo storico allora chiude elogiando la sua azione: Cesare si convinse ancora di più della sua lealtà e devozione  ma ciò che portò ad accrescere di più il credito fu il fatto di aver adeguato la sua generosità al bisogno del momento.

Non si sa se Erode- nessuna fonte lo mostra attivo ad Alessandria- accompagni solo fino a Pelusio o che partecipi alla spedizione per l’ assedio della città,  dopo il passaggio del confine, anche se si conosce che l’esercito romano entra e da Porta Sole, orientale, e da Porta Luna, occidentale, per incontrarsi al Ginnasio, quasi al centro dell’odos principale.

E‘ credibile che il re torni indietro e  ritorni a corte  a Gerusalemme dove trova lo stesso clima anche nei momenti di intimità con Mariamne, che,  insieme alla madre, spera negli insuccessi politici del re in modo da proporre la propria candidatura di regina.

Mariamne, poi  secondo Flavio – ibidem 208 -: nel suo risentimento si meravigliava come non avessero mai  fine i pericoli che da Erode la sovrastavano  ed essendo risentita  pregava  che egli non ottenesse da Cesare  alcun trattamento favorevole  perché la sua  vita con lui sarebbe stata  intollerabile  se avesse avuto successo.

Perciò le donne  sono sempre più vicine a Soemo, che è incline a cedere, credendo nelle loro possibilità  e convinto di non dover subire danno in considerazione del folle amore di Erode per la moglie, in caso contrario.

Infatti, Soemo, secondo Flavio,  fu fedele  al re solo agli inizi, quando  eseguiva  tutte le istruzioni ricevute, ma, in seguito,  persistendo le donne  con promesse e regali gradatamente si diede per vinto e finalmente svelò le istruzioni del re soprattutto indotto dalla  convinzione  nella probabilità   che sarebbe sfuggito  ai pericoli che gli potevano venire da parte del re e che avrebbe fatto molto piacere alle  donne.

Erode invece ha un successo superiore al credibile e comunicato ciò alla moglie,  appena giunto,  è desideroso di abbracciarla per prima.

Mariamne, invece di rallegrarsi,  pareva più abbattuta che felice e le fu impossibile nascondere i suoi sentimenti, a causa del suo disprezzo e della superiorità dei propri antenati, ma al suo abbraccio lei mandò un sospiro di disapprovazione  e diede chiarissimi segni  mostrando che era dispiaciuta più che compiaciuta dei racconti che lui faceva tanto che ad Erode venne un sospetto, connesso alla costatazione ovvia, che lo contristò profondamente.

 Flavio marca – ibidem 210 – oute… khairein  mallon h khalepoos  pherein il  non rallegrarsi rispetto al subire contristata la situazione del successo del marito.

Erode, pur offeso dal comportamento irrazionale ed altezzoso della moglie, sapendo di amarla, si contiene,  convinto che se  avesse  ecceduto nel punire,  lui sarebbe risultato la vera vittima.

Comunque, giunge a corte la notizia della fine della guerra e dell’imminente ritorno ad Antiochia di Ottaviano, vincitore, e della morte di Antonio e di  Cleopatra, già nota alle due regine, che hanno una corrispondenza segreta con la regina egizia. Erode, dovendo fornire il mezzi per il nuovo viaggio di Ottaviano  e del suo esercito  si affretta  ad incontrare Cesare in Egitto e  a lasciare da parte i suoi affari privati.

Secondo Flavio, mentre Erode sta per  andare all’incontro con Ottaviano, Mariamne – ìbidem 212 – portò da lui  Soemo e riconobbe la sua gratitudine per la cura che aveva avuto di  lei e chiese al re di affidargli il governo di un distretto.

Erode, fatta la concessione a Soemo, per amore della moglie, fa il suo viaggio in Egitto e discute con Ottaviano degli affari con una certa libertà,  come con un vecchio amico.

Erode ha molti doni, tra cui quattrocento Galati che erano stati guardie  del corpo di Cleopatra  da Ottaviano, che gli restituì il territorio che gli era stato tolto da lei  ed inoltre aggiunse al suo  Gadara, Hippo, Samaria, e sulla costa  Gaza, Antedone, Ioppe e Torre di Stratone

 Ottenuti questi territori, Erode risulta re ancora più famoso e potente degli altri sovrani, resta al fianco di Ottaviano, che passa di nuovo attraverso il suo territorio fino ad Antiochia.

Scortatolo fino al confine con la Siria, torna indietro, dopo due mesi, per ritornare a Gerusalemme.