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Beate sempiterna Sempiterne Beata

 

 Beate sempiterna  sempiterne Beata è una frase di Julianus Metorius ( 460?-510? d.C. )maestro di retorica di Cesario di Arles (470-543) che compendia  secondo struttura formale simmetrica e secondo impostazione chiastica significativa  il Paradiso  Christiano .

Iulianus Metorius, nato in Mauritania,  ha scritto De Vita contemplativa (tre libri) ( Patrologia Latina,59 coll.411-520)  tra la fine del V secolo  e i primi  decenni del VI secolo dopo Cristo, quando già il fenomeno dei Terapeuti,  i vecchi -bambini giudei, alessandrini,  chiuso  definitivamente sotto il patriarcato di  Cirillo, quando è ormai cristianizzato  in senso catholikos (non ariano) secondo una nuova formulazione ascetico-mistica.

Già il fenomeno contemplativo è cosa cristiana, prima della pulizia etnica  teofiliana e cirilliana,  in quanto Atanasio( 295-373) scrivendo la vita di  S. Antonio,  crea un modello  di monachesimo  basato su paradigmi operativi, non solo dei monaci  di Scete e di Nitria,  i parabolani omicidi, ma anche di quelli della Tebaide, e di quelli asiatici specie di Giudea, di Siria e di Cappadocia, in quanto tiene presente anche i canoni  dell’anachoresis christiana orientale.

Atanasio, nel corso del suo esilio, dà un modello già perfezionato alla chiesa occidentale, non ancora strutturata  conformemente alle regole orientali, in quanto  ha  strutture solo diocesane, amministrative, non una salda organizzazione religiosa e spirituale, essendo su un territorio  abitato quasi totalmente  da pagani, con sporadiche comunità cristiane, minoritarie, dove non arriva  la voce della centralità del papa romano, ancora rettore di una succursale orientale, capo di una comunità non certamente  grande.

Cosa sono 80.000 persone su una popolazione romana pagana di oltre 1,500000 di abitanti, ancora  praticanti la religio secondo i canoni di un Pontifex Maximus, attivo  fino al regno di  Graziano (375-383), che confisca i beni  delle classi sacerdotali soppresse, ed elimina il titolo stesso  nel 382, quando non esiste nemmeno la victoria catholica sull’arianesimo, ancora dominante  in Oriente, dove  c’è una maggioranza christiana sui pagani.

Sul suolo italico nel IV e V secolo, su una popolazione di quasi 4.000.000 di abitanti, i cristiani  sono soltanto  500.000, sparsi nella penisola e nelle isole maggiori , con prevalenza ai  confini  con la Gallia,  nella valle  dell’Isère, con l’Illirico  in villae romanae, lungo l’ Appia e la Flaminia,   in Paroichiae, in porti come Dicearchia /Pozzuoli, in Sicilia a Siracusa, per dare alcune indicazioni, a mò di esempio.

Dunque, al momento della scrittura di Giuliano Pomerio, agli inizi del sesto secolo, in Occidente domina il monaco che ha assunto le prerogative di quello  orientale specie per la lezione basiliana, dopo quella cassiodoriana, quasi coeva,  e  quella benedettina , di poco posteriore …

Giuliano Pomerio  è scrittore  di grande spiritualità  e d’impegno notevole  sotto il profilo  pastorale ed ecclesiologico.

Segue infatti il modello paolino (Lettera a Timoteo,4.5.6. ) e venera il magistero di Agostino,  quasi come un magister da non nominare, indicato con Magnus ipse, come uomo  capace di fare  magna  opera.

Tramite Agostino , accoglie tutta la lezione cattolica antiariana,  de gli alessandrini, degli africani, specie  Cipriano,  e dei cappadoci,  che  hanno interpretato la tradizione culturale di Filone Cfr . Ecclesia  del IV e V secolo.

La vita contemplativa  per Metorio  è quella post mortem, che sola può essere beate sempiterna  sempiterne beata, che il fedele cristiano ha guadagnato col sacrificio del vivere, come premio eterno della sua pietas terrena mortale.

Secondo Pomerio si entra in Dio, nella sua sfera di luce,  dove c’ è amore perfetto, dove si gode stabile sicurezza, sicura tranquillità, tranquilla letizia  felice eternità eterna felicità.

Personalmente sono sorpreso dall’uso del poliptoto insistito  con anadiplosi, che mi infastidisce e mi turba, nonostante l’epoché ( astensione dal giudizio).

Se non ti ricordi, Marco  caro, poliptoto è una figura retorica per cui si ripete il concetto mediante un nome ed aggettivo aventi la stessa radice oppure  quando si gioca su un verbo coniugato in differenti tempi e modi –  cred’io ch’ei credette che io credessi- oppure su un aggettivo possessivo come nel Pater noster (nomen tuum, regnum tuum voluntas tua  – traduzione dell’anafora greca sou di te-). Insomma è una ripetizione di  un termine in una stessa frase o  in uno stesso verso, con una modifica della funzione lessicale o  della struttura sintattica.

Per Pomerio il paradiso luogo dove non esiste paura dove il giorno è senza tramonto, il movimento è agile ed ogni spirito si appaga della contemplazione di Dio , dove la comunità  formata da angeli ed uomini risplende di fulgida virtù, dove sovrabbonda l’eterna salute e regna la verità.

Aggiunge che lì non ci sono inganni né ingannatori, né ci possono essere beati espulsi, né ammessi i perversi.

Secondo me il retore teologo cristiano cattolico  riprende la descrizione dei Campi elisi  pagani e  quella della Gerusalemme Celeste  efesina Giovannea ( Ap. 21 e sgg).

Per me traduttore di Filone (Cfr.De vita contemplativa ) si pone il problema se il teologo conosce l’opera dell’alessandrino.

A mio parere  Metorio può aver sentito qualcosa dei vecchi bambini ( cfr essere Neepios )  del lago Maryut, ma tramite uomini come Cassiano  e i cappadoci,   e dipende  dalle formulazioni dei basiliani calabresi  o grazie qualche pensiero di Gregorio di Nazianzo, derivato da Girolamo, la cui visione altamente spirituale di una Patria Celeste,  perfetta sede  d’amore  e di luce, è ben volgarizzata in Occidente.

La sua opera non ha niente di Filoniano: Filone ha un’altra lettura  della vita contemplativa come theoria alternativa di vita ebraica,  terapeutica, rispetto a quella attiva, essenica: ambedue sante, ambedue utili per la vita terrena…

Rita Levi Montalcini, un’italiana, una donna, un’ebrea

Ho ripreso da Quotidiano.it  21 Aprile 2009, un mio vecchio articolo, volendo ricordare  Rita Levi Montalcini, a sei anni della morte, il 30 dicembre 2012 – seppure con qualche giorno di anticipo -.

Di lei  vorrei ricordare una frase che evidenzia, mediante l’anadiplosi,  la sua  ferma fiducia nella  capacità di  anonimo e consueto sacrificio femminile rispetto alla millantata superiorità maschile: le donne hanno sempre  dovuto lottare doppiamente.  Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello pubblico.

La neurologa,  concludendo il suo pensiero, sancisce  con chiarezza il principio della centralità  femminile nel contesto sociale: le donne sono la  colonna vertebrale della società.

Di lei vorrei rimarcare, perciò,  la caparbietà nella sua ricerca di  scienziata,  che è stata esemplare per molte giovani ricercatrici.

Con lei  vorrei esaltare  il lavoro, nascosto, di sperimentazione di quelle , impegnate  a La Jolla – S.Diego – (The Scrippe Research Institute)  a cercare di dare speranze concrete a tante madri di bambini autistici.

A loro  vorrei augurare di essere premiate per il 2019 col Nobel insieme al professor Stuart Lipton,  come lei nel 1986 – seppure tardivamente – per aver trovato una via  per debellare il Disturbo Autistico.

Nel nome di Rita Levi Montalcini  mi permetto di  dire che è doveroso continuare a lottare, ogni giorno,  eroicamente, con tutte le forze, in modo che la scienza sani la Natura da un suo mostruoso  errore!

Ogni bambino ha  naturale diritto a sentimenti ed affetti. 

 

Il testo del vecchio articolo

Ha cento anni, ma è la più giovane delle donne ebree italiane, delle italiane, delle israeliane e di ogni donna del mondo: ha la giovinezza tipica di ogni idealista, che non invecchia mai perché è sempre impegnato in pensieri eterni e vive di beni immortali.

Ha vinto la morte lei, ebrea sefardita, pur educata secondo i principi maschilisti, perché, ribelle e divergente, è stata alla ricerca di un’ autenticità personale, volendosi laureare in medicina, in un ‘epoca in cui la donna era destinata a rimanere in casa, a cucinare, a crescere figli, ad essere solo moglie e madre, volendo seguire le orme del suo maestro, Giuseppe Levi, volendo essere completamente se stessa, libera di essere compos sui, di dimostrare di essere epimeletes eautou, per gignoskein eauton (conoscere se stessa).

Ha vinto la morte lei, costretta dal regime fascista ad emigrare in Belgio, a lavorare in casa, ad accettare l’invito dell’Istituto di neurologia dell’università di Bruxelles fino al 1940, a tornare clandestina in Italia nell’astigiano e a lavorare con laboratori di fortuna sul sistema nervoso negli embrioni di pollo, fino ad operare sui meccanismi specifici di formazione del sistema nervoso dei vertebrati, in una conquista della propria autonomia classica e della methodos connessa con la musar (cultura) ebraica.

Ha vinto la morte lei con la sua passione per la ricerca, a cui ha dedicato gli anni migliori della vita, isolandosi e rinunciando alle gioie della normalità di vita, di amore comune, di maternità, tesa a conseguire qualcosa di nuovo, ad inseguire il sublime l‘adrepebolon, il suo Israel eterno, a seguire Giacobbe in una scalata infinita ed eterna verso l’alto ( Dio Upsistos, Shaddai) .

Lei ha cercato la vita vera nella dura, caparbia e continua sfida con se stessa, passando dalla erudizione giovanile, alla cultura della maturità e alla scientificità epistemica rimanendo sempre giovane, connotata da uno slancio verso l’alto, nell’impegno al Dipartimento di Zoologia della Washington University, in Missouri.

Lei ha cercata la vita vera in trenta anni di ricerca senza avere riconoscimenti, senza essere sostenuta da nessuno, senza conforto alcuno, paga del lavoro.

Lei si è eternata nella solitudine di quel lavoro maniacale, ossessivo, idealmente prolifico, creando la corazza del militante, plasmando il simbolo dell’ eroe, formando l’emblema del martire in sé giovane, ricercatrice, indomabile specie negli insuccessi continui, abile a proporsi nuovi stimoli grazie alla capacità di riiniziare e di riprendere il lavoro, a riinventarsi, quasi a rinascere, dopo l’abbandono delle vie esplorate, di acquisire infine un nuovo metodo, personale, utile non solo ai fini euristici, ma esemplare per chi ricerca.

Lei si è eternata con questa nuova forma di ascetismo, di esercizio continuo, che rende unica la personalità di chi lavora e la santifica perché fuori da ogni processo speculativo, da ogni propaganda e partito: lei è diventata modello di vita per tutti quelli che cercano e vivono nel lavoro e diventa monito severo per tutti i fannulloni, per i venditori di fumo, per i virtuosisti del pallone, per le civetterie delle miss, per i programmi delle tv spazzature.

La sua scoperta del fattore di crescita nervoso, noto come NGF (Nerve Growth Factor) nella differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche dopo la ricerca sulla molecola proteica e sul suo meccanismo di azione, viene riconosciuta solo nel 1986, a 77 anni.

La sua ricerca non è più un sogno di una ricercatrice, giovanile, ma una realtà scientifica tanto che lei ebrea italiana è insignita del Premio Nobel per la medicina insieme al biochimico Stanley Cohen (Usa) con la seguente motivazione: La scoperta del NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo.

A 77 anni, finalmente, dopo un lungo percorso, dove errori e speranze si fondono in una unione ideale derivata da diacrisis e sugcrisis continue, da analisi e da sintesi congiunte in un parto continuato, infinito, lei ebrea martire, militante di sinistra, santificata dal suo lavoro, ha il riconoscimento mondiale del suo lavoro.

Rita Levi Montalcini è la vera eroina del nostro tempo, la vera miss, la vera vincitrice di tutti gli spot pubblicitari, l’emblema femminile per ogni popolo, l’esempio di immortalità ebraico classico cristiano, la sintesi più alta di epistemologia platonica e di ideale aristotelico-cristiano, di cultura universale .

Per 23 anni ha seguitato nel suo lavoro come se fosse una donna comune presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, operando ancora come presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, come membro delle accademie più titolate italiane, pontificie, statunitensi (Accademia nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia, Accademia Nazionale delle scienze dei XL, La National Academy of Sciences, la Royal Society ,) come senatore a vita, eletto dal Presidente Ciampi.

Rita Levi Montalcini, nonostante le lauree honoris causa (università di Uppsala-Svezia- Bocconi -Milano ,St Mary Usa Weizmann-Rehovot -Israele- e i premi per la ricerca (Saint Vincent, Il Feltrinelli, Albert Lasker) è e rimane la tipica ricercatrice comune italiana, bandiera per le tanti ricercatrici sconosciute e di tanti giovani ricercatori.

Da ricercatrice comune, grazie alla sua eccezionale tempra di combattente e di lavoratrice Rita Levi Montalcini è diventata la ricercatrice per eccellenza, la donna più prolifica d’Italia , la miss più bella, la eroina di tanti film di sacrificio e di amore, perché studiosa, spoudaia, propagatrice di una nuova tzedaqah.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Cesare Vanini

Omaggio a Taurisano!

Omaggio a Taurisano  patria di Giulio Cesare Vanini (1585-1619).

Pochissimi conoscono  Giulio Cesare Vanini, la sua patria e la sua opera.

A me piace  ricordarlo almeno come uomo di grande ingegno e di  provata scienza, abbandonato anche dai suoi protettori, compaesani,  davanti alla Santa Inquisizione.

Mi dispiace solo di aver dedicato a lui poco tempo essendo preso all’ epoca dei miei studi sul Seicento, da questioni letterarie  circa la poetica  oraziana  e poi dalla figura del Segretario e dal pensiero controriformistico basato  sulla formazione del  sovrano…

Eppure Vanini  già allora mi appariva  uno scientifico ricercatore un uomo razionale e naturale, un cartesiano.

La sua opera,- per me, antitridentino, antidogmatico, laico- era tipica espressione di  un innovatore che lottava contro il conservatorismo ecclesiastico, uno scienziato  ante litteram che,  sulla scia di Giordano Bruno,  avviava la storia verso forme culturali settecentesche, in senso illuministico e riformistico    secondo quei parametri   che saranno  propri di napoletani  come Genovesi,  Filangieri, Giannone …

Non riuscivo a capire come  avesse potuto operare la separazione  della sua attività scientifica da quella letteraria e filosofica, cosa improponibile agli inizi del Seicento!?

Mi sembrava impossibile che lui scienziato universale  desideroso di  abbracciare il sapere   della natura in una sintesi potesse avere  la spinta a  frammentarizzare la  forma  e  a cercare una specializzazione tecnica , cosa che si comincia a manifestare, oltre un secolo dopo, con il matematico fisico  astronomo P. S. De La Place (1749-1827) che, comunque, per vivere, svolge la professione  di incaricato di Ispezione dell’artiglieria, o come il chimico Lavoisier, che fa l’appaltatore di Imposte per non dipendere da mecenati nobili…

Il letterato  – filosofo tendeva  ad essere politico e moralista  anche se si sentiva scienziato, che filosofeggiava ambiguamente (cfr. C. C. Gillispie, Scienza e tecnica,in Storia del mondo moderno, Cambridge University Press,IX).

In un’epoca seicentesca, nei primi decenni, ancora uniformata al baccalaureato non c’è professionalità reale  a seguito di licenza   specifica ma solo l’incarico sulla base di conclamata fama  e dopo raccomandazione  nobiliare o ecclesiastica: non è possibile carriera senza la commendatio!.

Il Vanini infatti è accettato inizialmente anche fra i confratelli per l’assistenza del conte de Castro, senza la quale non è possibile nemmeno la pubblicazione.

Amphitheatrum  aeternae Provvidentiae, è,  infatti,opera dedicata a Francesco De CASTRO, CASTRI COMITI, TAURISANI DUCIS   Lo scrittore  dedica l’opera al suo protettore e si rivolge ad un lettore candido/ sempliciotto (Iulius Caesar Vaninus  candido lectori salutem ).

Il suo monito di salvezza in nome  della scienza  è ad un lettore  dal candore puerile!

Ha piena coscienza della manipolazione del clero e della stolidità del popolo analfabeta. 

Miseri inciderunt ut nullam prorsus in orbe regendo providentiam agnoscant divinam, sed humanam tantummodo ex qua  originem traxisse sibi plane persuadent  opiniones de Superis  atque de Inferis, ad concionosam plebeculam in officio servitioque continendam !/ infelici cadono  sbagliando tanto da  non riconoscere  affatto nel governo  del mondo la provvidenza divina, ma soltanto quella umana, da cui trassero  origine le credenze  intorno alla cose celesti ed infernali , in modo da  costringere il popolino  sempre pronto alla sedizione, sotto il peso del dovere e della servitù.

Giulio Cesare Vanini  insegna  che non c’è oikonomia divina con presenza di un Deus pater, ma solo  una legge umana e razionale terrena, cosa che poi dimostra in tutta la sua opera  maggiore De Admirandis  naturae reginae deaeque  mortalium arcanis , in una esaltazione della natura prodigiosa regina e dea dei mortali uomini.

Paga con la vita affermando il proprio pensiero laico, pur essendo un religioso,  che ha  una volontà di indipendenza  e libertà…

Per chi non conosce Giulio Cesare Vanini scrivo qui una breve biografia.

Giulio Cesare Vanini nasce  a Taurisano nel 1585 da  padre ligure e da madre spagnola.

E’ un  frate carmelitano, laureato in diritto  civile e canonico nel 1606.

Trasferito dai superiori a Padova, Vanini  conosce un altro carmelitano, padre Bonaventura Genocchi,  anche lui ligure, e si scrive alla facoltà di Theologia e studia Averroè,  seguendo le teorie aristoteliche di  Pietro Pomponazzi.

Nella lotta tra il papato e la repubblica veneta sulla questione di giudizio  per i due sacerdoti veneti,  rei di omicidio,  Vanini è vicino alla tesi di Paolo Sarpi, che ritiene in Istoria dell’interdetto  necessario un processo laico secondo diritto non canonico, con un trattamento  per i prelati simile a quello di un normale cittadino, senza privilegi.

Paolo V, invece, con l’interdetto a Venezia, vuole  imporre un tribunale ecclesiastico per i due  sacerdoti, rei confessi veneti.

Da allora  Vanini comincia a conoscere il metodo punitivo della  Chiesa , poiché è tenuto  in custodia nel proprio convento dai confratelli, filopapali.

Conosciuto il ferimento di Paolo Sarpi concorda col giudizio del frate servita (agnosco stilum romanae curiae)!.

Poi,  per punizione, il frate  viene inviato a Napoli, dove rimane per breve tempo.

Protetto da uomini, filoveneti,   riesce a fuggire dal convento e ad arrivare fino al confine con la Svizzera senza incidenti.

Passa poi attraverso la  Germania e l’ Olanda ed arriva infine  a Londra.

Accolto nella chiesa dei Merciai,  abiura al cattolicesimo e si converte all’anglicanesimo  sotto lo sguardo di Francesco Bacone.

L’Inquisizione cattolica lo perseguita anche in Inghilterra, da cui è espulso come elemento sovversivo, pericoloso per la  comunità.

Dopo un viaggio rocambolesco,  rientra in Italia e a Genova diventa istitutore del figlio di Giacomo Doria.

In questo periodo  scrive a Francesco de Castro, suo patrono, ma, nonostante la protezione del conte,  è costretto a rifugiarsi in Francia.

Sembra che a Lione possa pubblicare  Anphiteatrum aeternae Providentiae  divino-magicum   nel 1615, avendo ancora la protezione del De  Castro.

Dopo circa un anno  pubblica il suo capolavoro De admirandis  naturae reginae  deaeque mortalium arcanis in 4 libri.

L’ opera sembra impostata secondo retorica (già nel titolo c’è iperbato con chiasmo admirandis…. Arcanis e naturae reginae deaeque mortalium) ma  è un capolavoro, basato sulla scienza, in quanto si rifiuta ogni  schema sillogistico e si preferisce operare sui dati scientifici, denotati secondo  un procedimento analitico.

  La sua opera subito è condannata al rogo dopo lo studio dei lettori cattedratici  parigini  e viene  proibita  in ogni ambiente cattolico, come diabolicum opus.

 Vanini, costretto a nascondersi, vaga per la Francia meridionale, ma poi, attirato a Tolosa da falsi amici , è  arrestato  il 2 agosto del 1618 ed è preso in consegna dalle guardie dell’Inquisizione.

Il suo corpo è bruciato  il 9 febbraio del 1619,  dopo strangolamento: prima, però, gli  è strappata la lingua!

Il suo nome è  vilipeso ed  oscurato da infamie  di ogni genere da molti intellettuali cattolici ma è anche onorato da Friedick Hoerderlin (Vanini ) e da  A. Shopenhauer …

ONORE A GIULIO CESARE VANINI!

 

La seta e Giustiniano

Procopio in Guerra Gotica , IV, 17 dice: alcuni monaci vennero dall’India. Essi avevano saputo che Giustiniano aveva a cuore di fare in modo che i Romani non comprassero più la seta dai persiani.

Molti critici, tra cui Stefen Runciman ( La civiltà bizantina, Sansoni, Firenze 1960),  credono   che Procopio voglia indicare come monaci  alcuni nestoriani- che noi abbiamo detto  che erano   fuggiti in India e si erano sparsi in Arabia ed anche in Seria, dopo la morte di Nestorio ad Euprepio ( cfr. Angelo Filipponi,  Nestorio e Cirillo)-.

Per anni ho cercato di capire dove effettivamente si fossero diretti i nestoriani  durante il regno di Marciano e   di Pulcheria, sua moglie, a seguito della condanna del concilio di Calcedonia…

Non sono stato in grado di seguire l’iter degli spostamenti dei nestoriani, né dei monofisiti con cui convivono,  e neppure di individuare esattamente la località  in cui riescono  non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare, rimanendo legati al  sogno di un possibile ritorno in patria…

Si sa solo che dalla Perside si erano trasferiti in Seria ed anche in India…

Procopio, dopo un secolo circa, ci indica la località di Serinda  (da Shr, seros  baco ed Indos Indo).

Il fiume Indo,  nato in Tibet, scorre dalla Battriana  verso il Kasmir  e diventa navigabile alla confluenza col Kabul, fiume afgano, attraversa tutto il  Pakistan e  sfocia nel mare Arabico,  a sud est di Karachi odierna.

Quindi bisogna pensare che Serinda forse è  una città lungo il fiume Indo  nella parte settentrionale  del suo corso …

Comunque, Procopio intorno al 552 circa, nel venticinquesimo anno di regno di Giustiniano, ci riporta la notizia dell’arrivo di monaci,  provenienti da Serinda, che chiedono di essere ricevuti dall’imperatore  per trattare della seta.

Non si sa se questi sono sudditi di Kosroe ( 541-579 ),  a cui Giustiniano paga un pesante tributo per avere la pace … in un momento di una tregua di cinque anni, durante i quali  ci sono cordiali rapporti col re dei re sasanide, che gli chiede perfino il medico personale. Cfr  A. Gariboldi, Il regno di Xusraw dall’ anima immortale: riforme economiche e rivolte sociali  nel VI secolo  Mimesis  Milano 2006)…

I monaci si presentano all’imperatore e promettono di  fare in modo che i romani non abbiano  più  bisogno di procurarsi la seta  dai loro nemici persiani.

E’ chiaro che essi sono discendenti dei nestoriani  romani, fuggiti,  e che hanno seguitato ad avere  rapporti ancora con i confratelli  di stirpe  romana, pur essendosi da tempo  trasferiti in terre straniere.

Noi non conosciamo le vie segrete della relazioni  tra gli esiliati e  neppure le loro ramificazioni  con altri eretici  cristiani espulsi  dall’impero romano in vari momenti nel V secolo….

Essi, comunque, assicurano l’imperatore che hanno appreso bene come fare la seta,  avendo trascorso molto tempo nel paese chiamato Serinda, posto al di là di molte popolazioni dell’India: garantiscono  che ora l’imperatore non deve più acquistare tale merce dai nemici persiani. 

I monaci sono interrogati dall’imperatore, che chiede se davvero si possa  fare una tale impresa in territorio romano.

Essi rispondono spiegando : la seta è prodotta da certi bachi , ai quali la natura, essendo maestra, impone l’obbligo di  fare incessantemente tale lavoro.

AggiungonoSarebbe impossibile, comunque,  trasportare  i bachi, ma  è facile trasportare e in modo rapido la loro semenza. Infatti essi depongono innumerevoli uova, che molto dopo la loro nascita, vengono ricoperte di letame e così riscaldate  per un tempo sufficiente, producono animali.

Allora, secondo Procopio, l’imperatore fa loro molte promesse di doni e li incita a passare dalle parole all’opera.

I monaci tornano in Serinda e poi ritornano a Bisanzio con  le uova,   e fattele tramutare in bachi, che vengono nutriti con foglie di gelso  e quindi, per opera loro, comincia  la produzione della seta nell’impero romano.

Da allora l’allevamento del baco da seta  diviene un’arte  comune in  Oriente  e  molto più tardi diventa attività in Occidente …

In effetti  Procopio non dice,  comunque, che la  produzione dei manufatti della seta  diventa un monopolio di Stato già con Giustiniano, che crea laboratori  a corte, gestiti esclusivamente dalle concubine e dagli eunuchi.

La scoperta, perciò, risulta come un segreto di Stato specie per quanto riguarda il confezionamento degli abiti, degli arazzi e dei tappeti di seta.

Secondo St. Runciman ( Teocrazia bizantina,  Sansoni Firenze 1988): la reggia era la più ricca casa commerciale dell’impero:il commercio della seta era un monopolio di stato e nel gineceo, nella zona riservata alle  donne, c’erano innumerevoli telai  coi quali venivano tessute le più ricche sete del mondo…

Le concubine imperiali coi loro eunuchi fornivano, dunque, non solo piacere ma creavano una ricchezza col loro lavoro grazie alla seta!

La Verna: il mito di Francesco

Basta coi miti!

Ricercatori,  date le vostre risultanze!

Rifondiamo e facciamo cultura su basi tuzioristiche storiche per orientare i nostri figli e nipoti  e  per dare loro un futuro!

 

Il Mito di Francesco

Il simbolo del serafino e le stimmate creano la legenda aurea  di Francesco.

Nel 1224 Francesco si ritira a La Verna,  un monte in provincia di Arezzo, dove chiede a Dio  di poter essere partecipe della passione di Cristo, vivendo in condizioni  di spaventosa povertà in un clima inclemente, abitando in un’umida, stretta, spelonca, vivendo in preghiera.

La legenda maior di Bonaventura dice che appare a Francesco un serafino con sei ali, a forma di Cristo crocifisso  e che poi il santo ha le stimmate tanto da essere alter Christus.

Non solo Tommaso da Celano, ma anche altri mostrano, come Bonaventura,  Francesco  imitatore di Cristo  alla pari di Dante   che nel Paradiso XI, 106108, afferma: nel crudo sasso intra Tevere ed Arno, / da Cristo prese  l’ultimo sigillo / che sue membra  due anni portarno.

Per me il mythos di Francesco inizia quando  la letteratura francescana propaganda Francesco alter Christus  dopo il processo breve di agiografia orale, durato poco più di un venticinquennio.

Il popolo in questo periodo ha ricordi propri di Francesco, che sono discordanti e  e non hanno un reale valore di racconto univoco: bisogna costruire una  legenda, letterariamente, quasi visiva  per dare suggestioni pittoriche e creare modelli per la massa analfabeta.

Dopo questo periodo appare necessaria  la formazione di una commissione di  francescani, già divisi tra loro  in Conventuali e Spirituali, in uomini che vogliono  da una parte seguire la regola del fondatore  addolcendo il rigore,  e in altri che pretendono di inasprire e rendere ancora più dura la precettistica  del maestro secondo il rigido insegnamento del Vangelo.

Da qui la necessità di dare un’unica immagine di Francesco  con un’unica lex francescana.

A chi il compito di una  tale missione,se non al capo generale del movimento francescano, quel Bonaventura di Bagnoregio abile nel narrare, capace di  fare  la theoria  di Un Itinerario della mente in Dio/Itinerarium mentis in Deum, un magister theologiae passato attraverso tutti i gradi della formazione di baccalaureus (biblicus, sententIarius, formatus), dopo aver conseguito il titolo di base di magister artium ( laurea in lettere)?

E Bonaventura fa un’ora degna di un Magister artium e magister Theologiae e crea il mythos di Francesco!

Quanto vero ci può essere in un racconto  di un seguace che deve  elogiare uno già santificato dalla Chiesa Romana, sollecita a riconoscere i meriti del poverello di Assisi, che ha rinunciato al suo stato  e si  è denudato coram populo et episcopo, rigettando l’eredità paterna?!

Dal 1257 al 1260 Bonaventura, esaminate le versioni sulla vita di Francesco ,  contrastanti e contraddittorie, secondo il Capitolo generale francescano,  a Narbona, ne decide la eliminazione,  ut de omnibus bona compiletur.

Cosa significhi  de omnibus bona, lo lascio dire a te, Marco.

La traduzione  per me è questa: fra le tante numerose versioni  compilarne una nuova, buona che riassuma tutte le altre.

Marco, accetto la tua traduzione se hai chiara l’idea di compilare (da compilo  spoglio, saccheggio faccio bottino) che sottende l’azione  di saccheggiare e  sfruttare il lavoro precedente altrui, connessa con bona che vale chresth/utile , associata al bene morale.

Bonaventura  cioè ha già chiaro il principio utilitaristico  di Aristotele,  sostenuto a Parigi nel contrasto  coi domenicani circa la necessità di sfruttare  la conoscenza del pensiero aristotelico anche tradotto dagli arabi!

Al di là, comunque  della beatificazione dell’uomo e della Regula bullata maior bonaventuriana,  dell’opera di  Tommaso da Celano (Vita prima,  Legenda trium sociorum,  Legenda perusina)  il mito di Francesco si stabilizza dopo l’Itinerium mentis ad deum di Bonaventura  e dopo l’elezione di Niccolò IV  Girolamo Masci di Lisciano (Ascoli Piceno).

Esso diventa una cosa sola con il fenomeno spirituale di Jacopone da Todi e di Ubertino di Casale, opposto a  quello conventuale di Matteo di Acquasparta.

Col mito di Francesco  risulta vincitrice la pars integralista evangelica  francescana, poi cancellata dalla storia con l’anathema del movimento spirituale nel 1318 ad opera di Giovanni XXII.

Infatti sia Dante che Iacopone creano l’immagine di  Francesco fortemente mistico, secondo linee oltranzistiche, che rappresentano un imitatore di Cristo,  alter Christus, un Cristo novo piagato.

La lauda  LXI, iacoponiana, dice a proposito: L‘amore divino altissimo / con Christo l’abbracciao/  l’affetto suo ardentissimo sì lo ce ‘ncorporao/ lo cor li stemperao como cera a suggello.

Il suo  mito, quindi, si afferma con l’opera di Bonaventura  nell’ambiente parigino come un altro Compendium  theologicae veritatis, impostato sulla pace e dilaga con Niccolò  IV nel mondo cristiano per l’elezione del primo papa francescano, mentre parallelamente cresce  anche il mito di Domenico di Guzman, per la costituzione di due ruote del carro della Chiesa.

C’è già un esempio, quello di Bernardo di Clairveaux, che però anche da vivo   ha la fortuna di veder papa un suo discepolo, cistercense, Eugenio III…

Al di là dell’esempio bernardiano del XII secolo, nel XIII, per Bonaventura la mente, lo spirito, il composto tra animus e mens destinato a sopravvivere, ha un suo itinerarium verso Dio, alla ricerca della perfezione.

Certamente  per il francescano si parte dalla conoscenza umana e si coglie l’ispirazione mistica,  in una tensione di innalzamento  graduale della filosofia alla teologia, su una base  generale di pace  ed una, specifica, del segno della croce , come  augurio di pace, secondo il  monito di Francesco, che salutava il popolo col dire  il signore vi dia la pace , in un preciso impegno di liberarsi dal possesso di denaro, dal potere politico e dal proprio io.

Tutto sembra  realizzarsi nel contesto di La Verna, dove Francesco  in penitenza, in condizioni disumane di povertà e di sacrificio, consegue  la congiunzione con  Christus e  diventa alter Christus.

E’ una reale epiphaneia o la suggestione di una mente debilitata dal freddo e dalle intemperie, divorato da  un eccesso di febbre, preso dai morsi della fame, rannicchiato sul suo misero saio/sacco ?

L’apparizione del serafino  è un  segno  premonitore delle stimmate,  come sigillo del passaggio della sofferenza umana  carnale sull’uomo divino Francesco .

Si stabilisce il modello francescano di nuova santità cristiana, come perfetta  assimilazione, simile a  quella Paolina ( cfr. Lettera  I  ai Corinzi, 18 e  lettera ai Galati 2, 21 )

Dapprima, dunque,  mi sembra opportuno  trattare di Bonaventura e del francescanesimo serafico come   dimostrazione del trionfo dell’ordine, poi  di accennare alla propaganda culturale domenicana che trova in Alberto  Magno e in Tommaso  d’Aquino, le massime espressioni parigine  da cui si ha  eco in Dante e  nella sua visione unitaria della funzione dell Chiesa, palese nell’ XI e XII canto del Paradiso.

Il suo intento celebrativo proprio di uno spirituale, non disgiunto dalle influenze ebraiche, è quello di una celebrazione comune dei due ordini mendicanti- i cui fondatori sono l’uno serafico  e cherubico l’altro-   per fare  della Chiesa la  sposa povera, derelitta, di Christos, secondo l’exemplum evangelico.

Dante è nel periodo trevigiano molto accomodante ed apparentemente sereno tanto da appianare le divergenze dottrinali e culturali tra i due ordini: Tommaso, domenicano parla a fine canto XI, secondo caritas,  del traviamento dell’ordine francescano, mentre Bonaventura francescano  parla a fine canto XII,  sempre secondo Caritas, di quello dell’ordine domenicano!.

Si tenga presente, però, che la sagacia dottrinale di Tommaso viene evidenziata in Dante in quanto il problema, espresso nel  canto  X , è quello di una differente risposta  da dare alla Chiesa. sullelquaestiones I  U  ben s’impingua (V.96) e II Non surse il secondo (v 116)…

I termini  di serafico/Francesco  e  di cherubico/Domenico, comunque, riportano all ‘angelologia ebraica e quindi alle visioni, ma hanno una connotazione  giudaica , di recente acquisizione grazie ai contributi ebraici di Abulafia e di  altri cabalisti attivi nel trevigiano, come Hillel di Verona,  negli anni del rapporto tra il poeta e Cangrande della Scala…

Di Serafim, plurale di Seraf, parola di fuoco,  esseri angelici vicini a Dio, sua parola stessa, di fuoco, ho già trattato, mentre di Cherubim ho sempre trascurato l’etimo kerub/v contrapposto o opposto a  seraf.

I due termini hanno in comune il fuoco e l’incandescenza e sembrano derivare da una matrice accadica (più il secondo che il primo -una certa conferma è in Beroso-) in quanto valgono simbolo di perfetta custodia del trono infuocato.

La  figura  del Cherubino è varia a seconda  del periodo di scrittura del Vecchio Testamento.

Lo scrittore di Genesi ( 3,24) parla di esseri angelici protettori, con la spada sguainata, fiammeggiante, dell’albero della Vita – come quello di Esodo (25,18-22) e di I re (6,24) -in un’unica raffigurazione di essere umano con due ali.

Ezechiele  (1,6-11), invece, raffigura il cherubino come un essere quadruplice con quattro ali e quattro facce (uomo,  vitello, leone ed aquila -divenuti poi simboli di quattro evangelisti-)…  Come vedi, Marco,tutto è provvisorio,niente è esatto!

E’ un sistema dove vige il vago,  il superficiale l’impreciso il nebuloso  e ognuno dice quanto sente dire.

Nel 1213 Francesco si incontra con Orlando Catani, un  conte, proprietario tra l’altro, di Chiusi La Verna , che fa promessa  in un’ indeterminata località del Montefeltro, di  regalare un monte dirupato coperto di vegetazione ai francescani.

Non c’è atto di cessione tra le parti,  né di possesso della zona delimitata  specificamente; né si conosce l’anno in cui i francescani hanno il possesso del luogo tra il 1215 e il 1223, probabilmente , se Francesco ci sta saltuariamente tra il 1224 e 1225 (date le condizioni climatiche avverse, considerato lo stato di salute cagionevole del Santo  e vista la difficoltà per arrivare in vetta ): lo stesso Dante visita La Verna, quando già c’è  in loco stabilmente una confraternità francescana, ottanta anni dopo circa.

Al  di là della esperienza  di vita   francescana e della poesia stessa dantesca,…  Bonaventura, generale del suo ordine,  riceve l’approvazione della sua scrittura della vita di Francesco,  da Parigi  dopo  oltre quaranta anni di distanza  dalla morte del  santo.!

Secondo molti critici,  che si rifanno ad Isidoro, il termine repetitor  colui che ripete ( in quanto chiede  ripetutamente ridomandando), bonaventuriano, designa Francesco, esaminato  analogicamente come nuovo Christus, che aspira all’assimilazione col Christos ebraico.

Per Bonaventura, dunque, Marco, avere in  mente l’analogia tra Francesco e Gesù  significa  creare una rete di rapporti e di comunicazione interna tra Ordine francescano e Chiesa, nella coscienza  che il bene dell’uno è quello dell’altra, in reciprocità.

Esistono, amico mio,  uomini come Bonaventura che mentono a se stessi come autodifesa della propria condotta morale e della propria coscienza di santità,  e nascondono,  velando, la realtà storica, avendo di mira la legenda del fondatore dell’Ordine e il bene sommo dell’Ecclesia Romana: la falsificazione  ricompensa in modo diale, concedendo da una parte  lustro/ nomen glorificato, tra i confratelli e  fama nell’Ordine e  da un’altra santità  nell’Ecclesia  e retribuzione  centuplicata nel Paradiso, post mortem.

Bernardo e Gregorio VII sono esemplari maestri di tale falso sistema di vita: sono scissi nel loro animo formale, hanno una doppia personalità secondo apparenza e secondo funzione: seguono moralmente due itinerari, non compatibili tra loro! l‘ambizione personale scompare e si assimila, celandosi, sotto  quella  della  necessitas  della comunitas ecclesiale!

Marco, Leggiamo insieme la legenda maior  13,3 ed ammiriamo la visione del serafino Christos: un mattino, all’appressarsi della festa  della Santa Croce,  mentre pregava  sul fianco del monte,  vide la figura , come di un serafino, con sei ali tanto luminose  quanto infuocate, discendere  dalla sublimità dei cieli: esso con rapidissimo volo e tenendosi librato, nell’aria giunse vicino all’uomo di Dio.  Ed allora apparve  fra le ali l’effigie  di un uomo crocifisso che aveva mani  e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali  si alzavano sopra il capo, due si stendevano a volare  e due velavano tutto il corpo.

Ora, Marco, capisci quanto possa essere reale tale epiphaneia paradossale sia da  parte di chi scrive,  preso nel suo compito di sacro   narratore che da parte di chi, malato, paralizzato dal freddo, in delirio,  subisce la visione!

Vuoi vedere, Marco, ora, l’incipit del capitolo  sui gradi dell’ascesa  a Dio e sulla conoscenza di Dio tramite le tracce dell’universo,  riprese, oltre tutto,  da Dionisius Aeropagita nel libro de Mystica Theologia, esaminate dopo una preghiera?.

Naturalmente quanto detto dallo Pseudoaeropagita è sacro,  è pietra  angolare nel camino ascetico,  anche se conosce sicuramente la mistica ebraica di Girona,  Abulaphia, il sistema sofirotico!

Bonaventura inizia col salmo  83, 6-7  Beatus vir, cuius est auxilum abs te , ascensiones in corde suo disposuit in valle lacrumarum,  in loco, quem posuit/ Beato l’uomo che ha la tua protezione in questa valle di lacrime egli dispose nel suo cuore i gradi per salire al luogo desiderato .

Spiega che Beatitudo nihil aliud est  quam summi boni fruitio  e precisa che  summum bonum est supra nos e che nullus potest  effici beatus , nisi supra semetispsum  ascendat, non ascensu corporali, sed  cordiali/nessuno può diventare beato se non ascende al di là di se stesso, non col corpo, ma col cuore.

Non ti sfugga Marco la distinzione tra corporalis e cordialis poichè il santo vuole indicare un percorso non col corpo ma col cuore

Cosa vuole dire?

Dice, Marco, che noi non possiamo essere sollevati al di là di noi stessi se non da una forma  superiore, senza la quale,  nonostante la nostra perfetta inclinazione, nulla accade se non c’è intervento divino a  cui noi partecipiamo col cuore .

Per Bonaventura solo quelli che vivono  in questa valle di lacrime e fanno richiesta pregando  un tale aiuto con un cuore umile  e devoto  lo ottengono grazie alla preghiera, fonte e  madre  della capacità di ascendere al di sopra di noi stessi.

Solo allora saremo capaci di ascendere per i sei gradi per salire fino a Dio, dopo la conoscenza terrena delle cose.

Della totalità delle cose,  alcune sono vestigium /traccia; altre imago /immagine ;   altre corporali/corporalia, altre spiritualia/ spirituali , cioè  alcune sono fuori di noi,  altre dentro di noi.

Quindi, per Bonaventura  per giungere  al primo principio che è spiritualissimo,   eterno e  al di sopra di noi, oportet  nos transire  per vestigium, quod est corporale et temporale et extra nos, cosa che comporta essere guidati  sulla strada per giungere a Dio.

Dunque, professore, prima bisogna entrare nella nostra mente  che è immagine imperitura  spirituale ed interiore di Dio, poi penetrare nella verità di Dio.

Così si arriva alla veritas theologica!, Marco.

Viene ipotizzato analogicamente  un cammino di tre giorni in solitudine, in relazione alla triplice luce di ogni singolo giorno:  la prima è tramonto, la seconda  mattino e la terza mezzogiorno in quanto vi si  riflette il triplice modo dell’esistenza delle cose  nella materia, nella conoscenza e nella  scienza divina.

Dunque, professore, al di là del cammino triplice,  le tappe sono sei  perché Dio costruì il macrokosmo in sei giorni e allo stesso modo  il microkosmo è condotto  ordinatamente alla quiete della contemplazione mediante  i sei gradi di illuminazione, di cui sono simbolo i sei gradini per mezzo dei quali si saliva  al trono di Salomone?

Certo, Marco, tieni presente, però,   anche le sei ali dei Serafini e anche i sei giorni  trascorsi prima che Dio chiamasse Mosè  dal mezzo della nube e considera pure i sei giorni intercorsi secondo Matteo,  fra il momento in cui Christos condusse i discepoli al monte  e quello in cui si trasfigurò.

Aggiungi, Marco, che Bonaventura  ritiene che ai sei  gradi dell’ascesa corrispondono i sei gradi delle facoltà dell’anima (sensus, imaginatio, ratio, intellectus, intelligentia  et apex mentis  seu sinderesis /scintilla). (Cfr. Itinerario della mente in Dio  introduzione e traduzione e note di Massimo Parodi e Marco Rossini BUR 1994).

Cosa è Synderesis ?  non è facile la sua etimologia, che può rimandare a sun e deroo,  con un significato di  scuoio maltratto  tormento insieme,  da collegare con favilla/scintilla di  fuoco,  ma anche ad apex mentis, cioè alla vetta della mente . Perciò l’insieme sembra valere  naturale disposizione della volontà al bene come apice della mente,   in senso razionale, rispetto al naturale iudicatorium,  proprio della coscienza morale.

Ora, Marco, comunque, lasciando da parte il trattato bonaventuriano e seguendo il nostro  discorso sul mito di Francesco, bisogna dire che  la leggenda francescana, mista al mito del Christos diventa mythos di Francesco di Assisi/ alter Christus sotto il pontificato del francescano ascolano,  Gerolamo Masci,  che è il nuovo generale dell’ordine già nel  1274 -poco  prima della morte di Bonaventura, avvenuta nel luglio – al Concilio di Lione.

La carriera legatizia di Gerolamo Masci  sotto Innocenzo V ( da cui è inviato all’imperatore  per la definizione delle questioni liturgiche  e dottrinali  col Patriarca  Giovanni XI Bekkos ),  la nomina a cardinale ad opera di Niccolo III  Orsini    e poi quella di cardinale vescovo di Palestrina , oltre alla fama di  Magister theologiae contrassegnano la progressiva sua ascesa verso il trono di S. Pietro di un francescano, celebrato anche per le sue qualità morali.

Inoltre   da una parte  Niccolò IV si protegge a Roma  dalle pretese orsiniane  così da avere una gestione interna tranquilla  e da un’altra ha già messo in atto la pacificazione col mondo orientale da quando  inviato in Dalmazia, ha avuto incarichi di contattare i greci  per  sanare la piaga dello scisma, avendo ottenuto anche  l’assenso di  Michele VIII Paleologo.

Niccolo IV dopo la morte di Onorio IV,  specie  a seguito della presa di Tolemaide e di S. Giovanni d’ Acli nel 1291  ha,  in una propaganda della  evangelizzazione cristiana francescana, di mira l’ assoluta pace con l’oriente bizantino e la guerra contro i saraceni  e perciò raccoglie tutte le forze cristiane, romane.

ll mito di Francesco è alla base di tutta la sua propaganda, che si sintetizza nel simbolo della croce,  datrice di pax universale, e luce di salvezza  per gli uomini  secondo la predicazione francescana .

Ciò  comunque è  contemporaneo  con la nuova politica  verso  i D’Angiò di Francia e verso il regno di Sicilia, utile trampolino per la guerra contro i musulmani, ad uso dei crociati,   specie dopo l’incoronazione a Rieti di Carlo II di Angiò nel1289.

La propaganda papale  sia in Occidente che in Oriente  è da una parte nuovo evangelion francescano e da un’ altra  è segno di una volontà  di  creare un nuovo legatus  romanus  ecclesiastico  che  abbia l’ufficio eversivo di  sradicare, distruggere  dissipare, disperdere,  i nemici ma ha anche il munus  beneficum  di  edificare, piantare,  fare qualsiasi cosa  ad honorem Dei et prosperum statum Ecclesiae.

Noi, quindi, oggi, professore, viviamo  venerando due miti, quello di Cristo e  quello di Francesco?  Marco noi veneriamo tanti miti  cristiani e non.

A me, Marco, risulta  che una cosa è il mito una cosa è la realtà storica: forse non lo so  dimostrare, non avendo mai  avuto il tempo necessario per approfondire la ricerca e  per meglio evidenziare i signa di tale tracciato  e nemmeno i mezzi per poter indagare più a fondo.

Il mito nasce a seguito del Phobos, dopo episodi e situazioni  catastrofiche, che incutono panico alle masse irrazionali, accalcate bestialmente,   quando magi e preti  dànno speranze nell’infuriare delle  calamità naturali o nel corso di spaventose guerre o di carestie  o di pestilenze, quando manca un’organizzazione statale.

Io non se se  si può dire quanto scrive Amartya Sen: nella  terribile storia delle carestie  mondiali  è difficile trovare un caso  in cui si sia verificata un carestia in un paese che avesse  stampa libera ed un’opposizione attiva  entro un quadro  istitutorio  democratico.

So, comunque,  che là dove  non c’è libertà di stampa, né opposizione politica, né un quadro democratico istituzionale ma solo  sovranità  assoluta  con i paladini del  clero e della  nobiltà  si creano due  sistemi  che si avvinghiano, attorcigliandosi al potere centrale  (Grande è l’insegnamento in tale senso di Giannone!)  impedendo ogni crescita popolare, mantenendo  l’ignoranza  dei molti che, condizionati dai miti religiosi e dall’epica di vincitori , obbediscono ciecamente alle direttive religiose e politiche vedendo punita ogni mente critica,   costretti oltre tutto  al sacrificio, in nome di un  Dio, che si fa perfino uomo  e diventa modello di vita e di resurrezione  per dare  un premio eterno come retribuzione ad una vita  di sacrificio terrena, pazientemente sopportata.

Perciò, Marco,  al di là del mito di  Cristo, di Pietro e di  Francesco,  gli oltranzisti vendono col Muthos  il sangue dei popoli  soggiogati dalla speranza futura di un  premio eterno.

Così potere politico e religioso hanno conquistato le Americhe, imponendo  gli hidalgo spagnoli  agli amerindi povertà e sacrifici; francesi ed inglesi  e poi anglosassoni statunitensi  hanno sottomesso,  massacrando,  le tribù libere indiane in nome di Dio, colonizzando  secondo Bibbia e Vangelo, letti ed interpretati secondo l‘ottica bianca della superiorità di razza rispetto alle altre.

Che  valore  può avere, professore, la parola del papa che chiede  all’Onu una nuova distribuzione di beni sulla terra, quando già anche dopo la decolonizzazione  si sono resi schiavi  i popoli africani, ed ancora si cerca di mettere la museruola  secondo la Christiana etica romano-americana ed  ora  bizantino-russa, ad ogni popolazione dissidente, gialla, meticcia, o indoeuropea,  con la superiorità delle armi e con le sanzioni economiche?

Nessuna parola, Marco, di papa Francesco  è credibile, se rimane sovrano assoluto.

Rovesciamo, dunque,  l’etica del bianco europeo  principe della terra! Sovvertiamo l’oikonomia di stampo ebraico! Annulliamo il potere religioso  di qualsiasi credo, lasciando solo una funzione  di pietas e di normalità rituale ai fedeli, senza clero!

Smettiamo di agitare la bandiera della croce  e di nascondersi dietro il nome di Dio!

Possibile che nel 2018 bisogna ancora dare illusioni all’uomo?

Non sarà bene che ogni ricercatore di qualsiasi disciplina, senza vendersi al migliore offerente,  metta in comune le risultanze del proprio lavoro  ed indichi una sua via, tra le altre percorribili, in relazione al suo studio per un reale orientamento?!

Possa questo duecentesimo articolo essere il primo di una denuncia  sociale, politica e religiosa,  che  sia esemplare per chi voglia essere  utile all’uomo – una creatura di  pari dignità e valore, simile in tutto ad ogni altra creatura del Kosmos, non certamente  somigliante al Padre,  onnipotente creatore-!

Un sistema economico-finanziario: Tzedaqah!

Oikoinomia ebraica alessandrina

Noi Cristiani, Marco, abbiamo radicato nella nostra mente l’idea di ordine  e di armonia  di un universo come realtà  esterna collettiva  o quella  di persona, perfetta, – come mikrokosmos, al pari del makrokosmos, – voluta da  un Dio  padre onnipotente, provvidente.

E’ questa  una concezione ebraico- christiana alessandrina- che è propria di una tradizione agricola  arcaica,  accadica  ed egizia semplificata nel mondo mediterraneo dal pitagorismo e dal platonismo –  per cui una creatura, fiduciosa nel suo creatore. si affida al suo Dio che, onnipotente e  benefico, regola il flusso astrale e naturale grandioso ed anche il suo breve tragitto umano, la sua vita, il corso della sua storia, conformemente al suo imperscrutabile disegno segreto.

Il sintagma oikonomia tou theou diventa  una base religiosa per un sacerdozio sia pagano che ebraico-christiano in epoca  cesariana e poi augustea, e sottende  una  organizzazione, politica ed economica su base religiosa  ellenistica, connessa con le strutture tolemaiche  della cultura alessandrina, di cui sono espressioni gli oniadi, la stirpe sacerdotale  di Onia III e della sua discendenza sommosacerdotale gerosolomitana insediata ad Alessandria  dal 146 a C.  con un un tipico politeuma, riconosciuto dai Lagidi

Per capirmi, Marco, devi seguire il mio ragionamento che si basa sul genitivo soggettivo  di tou theou del sintagma h tou theou oikonomia  che vale cioè O theos oikonomei

Noi, Marco, dobbiamo operare su Dio oikonomos, se vogliamo capire  il valore del sintagma ebraico  prima in epoca  Giulio-claudio  e flavio  e poi cristiano in epoca antonina e severiana nella sua applicazione iniziale oniade.

Non ti sto a ripetere quanto detto e scritto sul dioikeths alessandrino e sull’alabarca (cfr. Alabarca)e tanto meno  sul sistema economico  (di cui tratto in Caligola il sublime , in L’ eterno e il regno -II capitolo-  e in tanti articoli sull’Ellenismo e sul Pathr).

Professore, può procedere, seguo bene.

Dunque, Marco, il sintagma vale  economia divina  in quanto  tou Theou è genitivo soggettivo perché o Theos  è colui che regola l’oikos  familiare,  il patrimonio universale, cioè natura e storia  delle creature, in quanto è il kosmopoiios, colui che ha creato il sistema Kosmos.

Il theos come pathr euergeths, fonte di bene,  ha un  suo piano   non leggibile dall’uomo, che pur è creatura privilegiata,  eletta rispetto agli altri esseri viventi  senzienti e muti,  vegetali ed inanimati ed ha fatto un patto di alleanza con un genos sacerdotale,  a cui impone fedeltà di comportamento che deve essere espressione di obbedienza  illimitata,  connessa con amore e timore,  e vive nel Tempio di Gerusalemme, avendo al suo servizio  22.000 uomini.

Da qui, Marco, l’dea di un  Dio che ha costruito il mondo per l’uomo e lo sostiene e ne fa la storia  secondo la sua conduzione  pianificata sulle collettività, sui singoli in una  tensione paterna verso i  singoli, verso il gruppo, secondo una visione  di funzionalità makrokosmica ed una mikrokosmica.

E’ la visione platonico – ellenistica  poi  neoplatonica ed infine sarà idealistica, romantica,  connessa col classicismo letterario, che dà una concezione di ordine e di armonia non solo universale, naturale,  ma anche  anthropica privata e soggettiva  secondo schemi religiosi cristiani  in cui l ‘uomo con  la fede  vive in Dio,  seguendolo perfino  nel farsi della storia  imposta, composto ,come se fosse un bambino nell’utero materno di una natura generante  divina.

E’ un’idea perfetta  espressa da mens sacerdotale,  già all’epoca di Ezra, applicata in vari momenti  ebraicamente e poi rivista dai  christianoi  didaskaloi alessandrini  e dai cappadoci  orientali e  riselezionata  e rivista in Occidente  sulla base del sistema  di pensiero di Agostino ed applicata, in epoca barbarica  da  Cassiodoro, dal venerabile Beda  e dai monasteri benedettini eredi del sistema  agricolo di villae romane   prima e poi,  in epoca carolina,  da Alcuino  e dai tanti abati palatini ( Novalesa Farfa, Bobbio).

Marco, per secoli l’idea dell’oikonomia di Dio  si fissa nelle menti dl popolazioni sia orientali che  occidentali anche se le prime ancora sotto il legittimo Basileus bizantino  e le seconde   sotto un illegittimo potere barbarico, dominato da un’ Ecclesia romana, – che si consolida a scapito di quella  costantinopolitana dominata dal sovrano, incapace di mantenere saldo  l’imperium sull’Esarcato e sui domini italici-  che si  fonde con quello pure illegittimo di Potestas  carolina, in una usurpazione  del nomen romanum!.

Sotto questa etichetta i sistemi  religiosi  e politici occidentali  convinti di  avere la stesso funzione ebraica, grazie alla sede romana,  del tempio gerosolomitano,  sviluppano una comunicazione  diretta tra  Theos ed  anthropos, tra creatore e  creatura,  per cui  possiamo dire cristianamente  che ci si conforma alla volontà divina, accettando il  destino umano in una fiducia  nella  oikonomia /economia del Creatore, padre ed onnipotente.

Professore, lei ha dato il  titolo all’articolo di Tzedaqah ,che per quanto ne so io, significa  comportarsi da Tzadik, da giusto, di un uomo che  applica sulla terra la  giustizia , che cioè sa vivere giustamente  tra  terra e cielo, amando  il prossimo, per cui opera, e temendo e amando il theos, di cui  asseconda  l’oikonomia divina.

Perciò chiedo,- se ho capito bene!- come può cucirsi l’idea di giustizia con l‘oikonomia divina?

Marco, molte volte ho spiegato che essere giusti significa in Iudaea al tempo di Cristo,   donare,  dare cioè metà del suo patrimonio al fratello.

Ho mostrato il sistema trapezitario come  centrale in questa visione economica ebraica  e l’ho puntualizzato poi con Il politico o Giuseppe : forse qualcosa ti è sfuggito, anche se vedo la tua completa generale  visione del problema.

Ho letto attentamente  quanto ha scritto ed ho capito che   quando la Trapeza  è stracolma (talenti mine dracme ) deve sdoppiarsi  e il trapezita della  trapeza   madre   alessandrina deve  inviare un gruppo  con un fiduciario in modo da  stabilirsi in altra località con una metà del fondo bancario, trasferendo lì la metà della  moneta liquida, scortata da milites armati o su navi.

Bene Marco!E  sai pure che quanto resta cioè la metà  col surplus resta in sede!

Dunque, la trapeza madre lascia tutta l’amministrazione dioikhsis  ad un altro  che come Dioikeths  opera in modo autonomo applicando tassi in relazione alla situazione  commerciale  in cui si trova la nuova sede  e  crea un colonia ebraica, che vive separata dagli altri, pagani, secondo un proprio sistema di vita, garantito dalle autorità locali  secondo editti non solo lagidi ma anche dell’imperium romano.

Filone e Flavio nelle loro opere evidenziano la stretta connessione col potere romano delle trapezai ebraiche che  si decuplicano nel periodo giulio-claudio, nonostante un episodio persecutorio di Caligola (cfr. In Flaccum).

Filone, il filosofo neoplatonico, fratello dell’ alabarca,  ha grande competenza  commerciale ed economica,  sembra indicare una precisa direzione non solo  emporica  specie nelle città   con porto, ma anche nell’entroterra  sia africano che asiatico, mostrando una rete di uomini che operano come  impiegati nel lavoro bancario ( Cfr.  Alabarca)

Filone parla  di oikonomia giudaica  continuamente nella sua opera ed anticipa  Paolo,  Apollo, Plotino.  Clemente ed Origene.

Oikonomia deriva  da Oikonomeoo amministro la casa in quanto ho  diritto secondo una consuetudine patriarcale di guida  del clan familiare e del patrimonio/oikos.

Si tratta, quindi, di un’ azione di un pathr, che amministra l’oikos familiare e  che regola  in quanto legifera avendo diritto  poiché padrone assoluto come il theos creatore della phusis natura e   delle sue creature.

Al termine oikonomia che vale nomos  oikou cioè la legge del l’oikos del patrimonio familiare, cioè legge del padre,  Filone -che  ha impero economico  familiare in Alessandria coi fratelli, da oltre un secolo, basato sul plerooma / quello che si riempie di qualcosa, sulla pienezza di denaro che avanza e trabocca- ha necessità  di smistare, di dividere, creare filiali, succursali e di dipanare la rete trapezitaria in tutta l’ oikoumenh,  mediante  una schiera di agenti commerciali, di addetti al cambio di valuta , methorioi,  guidati da un  membro della famiglia oniade,  che fa da congiunzione con la casa madre  e che tiene costantemente i rapporti, nonostante le distanze e l’autonomia della cellula, capace di generare col tokos /interesse, a sua volta, surplus.

C’è uno smisurato sistema bancario, i cui vertici  sono legati con i governatori provinciali dell’impero romano e con la corte imperiale giulio-claudia  in quanto solo tutti iulioi /iuliifamiliares dei Cesari, degli imperatori che portano il nomen/onoma di  Iulios/Iulius!

Anzi l ‘alabarca è epitropos / epimeleths/ therapeuoon /Curator della domus  di Antonia Minor, nonna di Caligola, che è  in concorrenza con quella della suocera   Giulia Livia e di Tiberio, legata ad Argentarii e nummularii latini!

Ii sistema finanziario-commerciale-economico è così complesso tanto che invade  progressivamente il mondo romano e quello parthico raggiungendo anche il  mondo barbarico germanico, lungo la via danubiana e il Ponto Cimmerico  e giunge fino a colonizzare l’India, l’isole indiane , l’Indonesia e perfino la Seria/ Cina.

Ad un tale  colosso economico  conviene una  decentrazione, nonostante la centralità alessandrina: gruppi di addetti  ai banchi, emporoi, naucleroi,  agenti di cambi  girano da una regione ad un’altra e tengono bassi i tassi, formano un esercito di operatori commerciali,  che, in concorrenza coi pubblicani  romano-latini  hanno il monopolio dei trasporti e delle merci da esportare, imponendo il cambio   delle monete  a loro esclusivo vantaggio, sempre  tesi ad una moltiplicazione delle trapezai, specie nel Mediterraneo  (cfr. Methorios).

Professore, ho capito che, secondo lei, l‘oikonomia ebraica è una catena di S. Antonio che autorizza  ogni dioicheths a svolgere una propria libera azione  a seconda della  propria funzione e professionalità  a seconda anche della distanza  da Leontopoli, sede templare dell’alabarca, che guida da  Alessandria ,sede della banca centrale insieme ai funzionari templari.

E risulta anche una ragnatela di trapeziti e di emporoi che dominano ogni settore della vita romana, soffocando  il commercio greco e quello romano-italico gallico!

Più c’è diffusione delle sedi in regioni lontane  e più cresce l’economia ebraica, basata sul  fare un atto di Giustizia per il fratello.

Professore, vanno di pari passo  proselitismo,  economia giudaica e  distribuzione della ricchezza?  Certo.

La colonizzazione ebraica sottende, perciò, un  arricchimento per la regione con trapezai giudaiche non solo per i giudei ma anche per  i pagani, specie se  chiedono di essere circoncisi?

E’ così la ricchezza si ridistribuisce  tra i pagani circoncisi che  diventano  elementi attivi nella conduzione di un magazzino/emporion, di un  arsenale navale, di un’attività commerciale,  connessa con la trapeza giudaica.

C’è una ricaduta positiva sul territorio in cui c’è apoikia?

Sicuro.

Il  giudeo non è  allora,  separato dagli altri farisaicamente, ma partecipa con i pagani, timorati di Dio, all’attività commerciale e  dà al nuovo fratello la stessa possibilità economica  che concede al contribulo.

L’ebreo non può  far la caritas christiana, che diventa  elemosina,  deve invece dividere il suo oikos  per  essere veramente fratello e tzadik!

 Dunque, Marco,  la bontà paterna, che è fonte del dare , sottende tzedaqah, cioè  agaph, che risulta in Oriente fonte amorosa e ha connotazioni figurali paterne, mentre  in occidente diventa  caritas di stampo paolino.

Ho cercato di far comprendere ai profani nello studio su Giuseppe o il politico, l’oikonomia ebraica, ma invano: mi sembra che solo un accademico, uno  studioso di Paderborn, abbia capito qualcosa.

Ora  dopo molti anni ci riprovo  cercando col tuo aiuto di dare indicazioni migliori in modo  da mostrare  l’epopea commerciale e mercantilistica dei giudei in  epoca romana  da fare vedere le  connessioni religiose ,economiche  e sociali e politiche così  da rilevare le strutture oniadi ancora oggi presenti nella Chiesa Romana.

Tzedaqqah ebraica , Marco, funziona dall’epoca babilonese ed è un sistema economico templare che  fa la differenza tra le economie templari acheminidi, prima, e greco- romane poi, con il trasferimento dell‘oikos  del tempio, che diventa anche un scissione religiosa  con una forma ereticale,  quando Onia III  chiede asilo ai Lagidi, ed ottenutolo, ha la possibilità di creare il Tempio di Leontopoli, che concorre per la riscossione della doppia dracma con quello gerosolomitano.

Marco, ti è chiara dunque la mia  lettura di Tzedaqah ?

Certo. professore: l’essere figlio di Padre, comporta fratellanza e comune sistema di vita, in quanto l’azione del padre che amministra è  benevola in modo eguale verso i propri figli anche se il cleros è del figlio primogenito.

Il padre  è colmo di amore come anche il primogenito verso i fratelli  nella suddivisione dei beni familiari,sufficienti a vivere dignitosamente, se spartiti equamente.

Mi sembra che hai capito, Marco ma non so se ti è chiaro il fatto che  la possibilità di equa ripartizione dei beni è in rapporto al plhrooma, alla fonte di bene iniziale.

Ho capito bene, professore,  Dio padre essendo colmo, trabocca in quanto sorgente e genera  altri se stesso in una continua emanazione: l’applicazione mercantilistica e trapezitaria  ne è un chiaro esempio come quella plotinica  e gnostica.

Tu fai di me , caro Marco, un uomo felice perché  ormai disperavo di riuscire a far capire il mio pensiero!

Un Theos plhrooma fonte  in  effusione e traboccamento, nella sua emanazione continuata  crea la varietà delle forme di vita, comprese quelle intermedie  ed è in relazione più o meno diretta dai figli, vincolati dall’oikos comune…

Professore , a questo punto, non so più valutare l’apporto culturale di Amartya Sen, premio  Nobel nel 1998,  che,  a mio parere aveva indicato nuove forme  di distribuzione economica  auspicandosi una  revisione  economica su differenti basi.

E perciò le chiedo: ha qualcosa di ebraico  la sua impostazione economica?.

Non posso  valutare, non avendo competenza tecnica, settoriale anche se stimo moltissimo l’opera di un grande studioso,  figlio e nipote di  uomini di cultura Sanscrita, gran lavoratore ed abile nelle teorie commerciali, aperto ad una comunicazione plurima, pur privilegiando quella ebraica.

Tu, ingegnere, meglio di me, potresti  arrivare ad una conclusione pertinente su Amartya Sen , i cui tre matrimoni sono stati importanti  ai fine della sua carriera accademica: il II matrimonio nel 1971 con Eva Colorni, compagna amata e fedele per un ventennio e quello con Emma Giorgina Rothschild, sposata nel 1993, potrebbero  aver indirizzato il suo corso di studio  in  una lettura  comunistica dell’economia secondo parametri giudaici, senza, comunque, intaccare la sua originale ricerca…

Neanche io, da ingegnere, posso dire qualcosa di preciso  su una ricerca così originale come quella di Amartya Sen!.

UN GIORNALISTA legge Caligola il Sublime

Caligola il Sublime è un’opera di revisione storica  che, insieme alla traduzione di  Antichità  Giudaiche di Giuseppe Flavio (XVIII,XIX, XX) e  di In Flaccum e di Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino, rileva un‘altra storia giulio-claudia e ne coglie le connessioni  politiche ed economiche con quella giudaica, specie erodiana ( Cfr. Giudaismo romano I,II  e Il politico o Giuseppe). 

Paolo Di Mizio, mio alunno al Liceo Classico,  anno scolastico 1967-1968,   richiesto del suo parere, con  stima, non disgiunta da onestà e lealtà,  espresse, poco dopo la pubblicazione,  il suo giudizio, utile ai fini del successivo lavoro dell’autore, rimasto sempre ai margini della cultura ufficiale, nonostante i suoi meriti di ricercatore (cfr. Una vecchia questione).

Dopo nove anni il professore pubblica la lettera del  Giornalista e lo ringrazia per la precisa valutazione di Caligola il Sublime, riconoscendone la sagacia di giudizio,  segno della sua professionalità.

 

 

Sabaudia, 28-7-2009

 

Carissimo Angelo,

scusami innanzitutto per il ritardo con cui ti rispondo, ma è un ritardo che dipende in parte anche dal fatto che ho preso molto sul serio le quattro righe con cui mi chiedi un parere, dal quale sembra dipendere anche una tua decisione futura, e con ciò mi investi di una responsabilità non indifferente.

Ho per questo aspettato di avere il tempo di riprendere in mano il libro di Caligola e approfondirne la lettura.

Adesso, pur non avendo ancora del tutto terminato di leggerlo, penso di essermi formato un’idea definitiva.

Comincio col dirti che non sono uno storico: sono un giornalista e, al massimo, uno scrittore, che è , comunque, cosa molto diversa dallo storico, e, come tale, posso giudicare.

Io mi sono appassionato alla lettura del libro. Come già ti ho detto, è pieno di stimoli che spingono la curiosità intellettuale del lettore.

Da quello che posso capire, le tue analisi del protagonista, dei personaggi collaterali e del quadro storico sono molto originali, e i tuoi punti di vista mi sembrano sempre non conformisti: su ogni cosa applichi il metodo cartesiano del dubbio e cioè del non dare alcuna verità per scontata.

Inoltre, nel substrato del libro si legge una tua spinta etica, una tua lettura “morale” della storia, che io trovo appassionata e appassionante. Apprezzo molto il rigore appunto etico: anche per me la Storia o è “morale” o non è Storia.

Sono inoltre costernato dalla tua immensa erudizione sul mondo classico (sui banchi di scuola, invece, ti conobbi come analista di Foscolo!). E apprezzo infine il modo dettagliato con cui riporti le fonti e il fatto che riproduci brani in lingua originale (latino, greco…) e poi le traduci.

Tuttavia, quasi per gli stessi motivi che ho qui elencato, devo notare, dal punto di vista del lettore non specialista, che il libro costituisce una lettura difficile.

Innanzitutto, come dicevo, per la prosa, per lo stile espositivo, che a me piace molto, ma è indubbiamente aspro, molto denso, così fitto di citazioni (e questo va bene per lo storico, ma non agevola il lettore meno colto), così irto di riferimenti culturali e di rimandi che non sono alla portata di chiunque.

In secondo luogo, a rendere “difficile” la lettura, secondo me, contribuisce anche la costruzione, la “scaletta”, del libro, la quale presuppone un lettore già dotato di una conoscenza aprioristica dei fatti storici salienti.

Per esempio, ti faccio notare che praticamente non si trova un rigo sulla biografia di Caligola fino a pagina 27, dove comincia un capitolo che in realtà è più dedicato a Germanico che a Caligola stesso. Per le prime 26 dense pagine affronti preliminarmente i temi di fondo e di giudizio sul personaggio storico, con tesi di molto spessore e molto ben argomentate, ma esposte quando ancora il lettore (non specialista) non conosce nulla del personaggio e perciò non sa se partecipare e come partecipare al tuo giudizio. Per le prime notizie su Caligola bisogna aspettare pagina 76 (Caligola a Capri).

In due parole, quello che sto cercando di dire è che io ho preso in mano il tuo libro come fosse un libro divulgativo e invece ho scoperto che non è esattamente divulgativo, cioè adatto al “volgo” non specialista di storia. Se voleva esserlo, sappi dunque che, a mio giudizio, non lo è.

Dico questo perché voglio arrivare al dunque. Io non so – e non voglio – consigliarti se pubblicare o non pubblicare i cinque volumi sul Giudaismo Romano (tra l’altro non ti consiglio neppure di mandarlo in lettura a qualcuno della comunità ebraica italiana, perché sono sicuro che sarà un libro pieno di rose ma anche di spine, insomma non apologetico sul giudaismo).

Però penso che tu debba valutare due diversi elementi per decidere se affrontare la spesa della pubblicazione:

 

  • il primo elemento è, come ti ho detto, che il tuo modo di costruire il racconto storico non è di facile lettura e di facile divulgazione. Non lo è per il libro di Caligola e immagino lo sia ancor meno per l’altro lavoro. Per questo motivo, e per l’argomento stesso del lavoro, non credo si possa immaginare che cinque volumi sul giudaismo romano possano diventare un caso commerciale-editoriale, un best-seller nelle librerie.
  • Il secondo elemento è che i libri non si pubblicano solo per essere venduti ma anche per essere giudicati. Ma giudicati da chi? E perché? E qui veramente le risposte devi dartele da solo.

Da parte mia faccio un’amara riflessione: immagino che il mondo degli storici sia, come ogni altro ambiente culturale, sostanzialmente un circolo chiuso, una conventicola, una rete di cattedratici universitari, un sistema di potere autoreferente, una setta iniziatica, dove i non iniziati non hanno accesso, anzi vengono in ogni modo emarginati: anche con il silenzio, che è la peggiore delle critiche.

Ora, non credo tu faccia parte del sistema, dell’establishment culturale-storico (anzi per tua natura credo caso mai il contrario, che tu sia un ribelle e un anarchico). Questo significa che non credo tu possa sperare di essere “scoperto” e consacrato come grande storico da un critico autorevole e disinteressato, il cui giudizio ti ponga immediatamente al centro dell’attenzione e del dibattito storico. Tutto è possibile, ma  è anche molto improbabile.

Detto questo, aggiungo che la pubblicazione di un lavoro costato anni di lavoro e perigliose circumnavigazioni nel tempo e immensi viaggi del pensiero, costituirebbe certamente una soddisfazione personale, un momento di felicità come pochi, un piacere che può valere anche tutta una vita e che può essere un lascito per chi ci ha amati e ci sopravvive.

Un lavoro così, dovrebbe, se ci fosse giustizia al mondo, essere pubblicato “automaticamente”, per ordine divino –et sine conditio(ne)-.

Ecco, ti ho detto tutto quello che penso, come mi hai chiesto. Ho cercato di essere onesto. Spero di esserti stato un poco utile. Perdonami la lunghezza.

 

Tienimi informato delle tue riflessioni e decisioni.

 

Ti abbraccio, con grande stima

 

Paolo

Dove andiamo?

Dove va l’Italia repubblicana con Salvini e Di Maio?

Ci stacchiamo dall’Europa ?!  Diventiamo un’altra Grecia? !

Conosciamo quanto hanno sofferto i Greci in questi ultimi anni?

I nostri figli e nipoti sanno soffrire?

Sono interrogativi che ci poniamo noi vecchi ; noi non sappiamo rispondere perché abbiamo fatto qualcosa, senza parlare, ed ora vecchi-bambini forse vaneggiamo, di fronte  al cumulo  di mali di un’Italia, una barca  senza governo.

 

Alla fine di Quale futuro ci attende, Angelo Filipponi scrisse nel 1995:

 Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’ adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti, camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico di nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’ autonomia personale, (familiare e statale ) perché fiduciosi nel progresso- ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e  degradare i politici,  uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice, incapaci di soluzioni, inutili come amministratori pubblici, data la marea di  burocrati, autosufficienti, considerato il potere occulto senatorio.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico, demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano – uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia -.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano ,inserito in un  Europa, da configurare,  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere da solianarchicamente,   senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente,  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio,  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora, la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

Oggi, dopo 23 anni, l’italiano medio dovrebbe aver capito qualcosa di politica, di democrazia, di repubblica, di religione… dovrebbe votare … secondo ragione personale… valutare  la situazione e fare un punto situazionale concreto…avere abilità e capacità di lettura, almeno, rispetto ai padri ,  educati  secondo fascismo o socialismo, ancora condizionato dal mito religioso.

Filioque e Leone III

Sono veramente storici  gli accademici italiani!

Filioque e Leone III

Abbiamo già scritto in Filioque e il concilio di Toledo www.angelofilipponi.com che nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla, in epoca antonina, dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo.

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana, secondo emanazione.

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea,  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del Concilio  di Costantinopoli  Cfr E Book Amici cristiani, Perché diciamo Credo? che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo/procedo.

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio.

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo, in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazionecome marcia di un popolo che precede  un personaggio importante (di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece  la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano).

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi, che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità, sulla base di un unico principio divino.

Ora  quanto detto  vale  ancora di più dopo la conversione dall’arianesimo  del re visigoto  e del suo popolo in Spagna.

In seguito  in Francia e in Italia ed anche  nelle Chiese balcaniche, insieme al rito Eucaristico si tollera la formulazione del Credo  con l’aggiunzione di Filioque, che diventa usuale in Occidente  per quasi due  secoli, in cui si accentua il distacco dell’Italia e del papato dal bizantinismo, come abbiamo mostrato in Bonifacio IV e Foca e in  Eutichio e d Astolfo. 

Ora,  inoltre, ci poniamo il problema di quando e di chi lo ratifica nella sede romana papale, a seguito dell’usurpazione  da parte di Carlo Magno,  che avrebbe dovuto  assumere, secondo Leone III e la curia romana, il titolo di autokratoor toon romaioon  ora tenuto illegittimamente da Irene di Atene, che ha avvelenato  suo marito Leone IV.

Sembra che una “certa”  ratifica ufficiale avvenga  nell’anno del  signore 809  ad opera di Leone III, quel papa che nel Natale dell’800 incorona Carlo Magno imperatore del Sacro romano Impero…

Prima di quel Natale ci sono trattative  tra Leone e Carlo  che portano alla consacrazione imperiale del re dei Franchi e dei Longobardi  già considerato defensor fidei  in quanto patricius romanorum.

Il vero direttore delle trattative  però, specie di  quelle di  Paderbon,  è certamente Alcuino di York, che  ha  un punto  fermo nella sua politica : il papa non può essere giudicato da un’autorità umana,  ma solo da Dio, in quanto è suo vicario sulla terra e  legge vivente secondo le scritture.

La sua formulazione autentica è: prima sedes  a nemine iudicatur.

Questa formulazione  sarà la base per il Dictatus papae di Grgeorio VII,  che  legge prima sedes “romana” e a nemine  come a nullo homine.

Infatti il pontefice  afferma quod unicum est nomen in mundo, quod a nemine ipse iudicari debeat, quod Romanus Pontifex  si canonice ordinatus, meritis beati Petri indubitabiter efficitur sanctus/ che  unico è il nome nel mondo e che il pontefice romano se ordinato canonicamente, senza dubbio è reso Santo dai meriti del beato Pietro e che non debba essere giudicato da nessuno. 

Al di là della lettura gregoriana  (cfr. Filone e Gregorio VII ), a noi preme in questa sede mostrare la vicenda  di Leone III (795-816), successore di   Adriano I(772-795), che è riuscito in vario modo ad imporsi a Carlo figlio di Pipino e  a completare astutamente  l’opera dei suoi predecessori ottenendo  le terre bizantine, quasi al completo, dell’ex esarcato di Ravenna come donazione, come si rileva dal suo epistolario  con la curia di Aquisgrana ( Cfr. Eutichio ed Astolfo).

Leone III, eletto appena inumato il suo predecessore,  non è uno stinco di santo ed è accusato dal nipote di   Adriano e da Campolo, sacellarius,   che iniziano un’opposizione , che sfocia nel 799 in un attentato  e in un allontanamento dalla sede papale.

Il papa,  scampato  grazie alla protezione del duca di Spoleto,  fa propagandare la sua fuga come quella di un abbacinato e  ferito mortalmente, capace, comunque, di fare un lungo viaggio con un seguito di quasi 200   presbiteri e diaconi  fino a Paderbon in Westfalia, dove ha la residenza estiva Carlo.

Non si hanno notizie circa  questo incontro tra Leone III fuggiasco- uomo  astuto, senza  blasone e senza reale credito, anche se  attorniato da una curia itinerante   accusato di innumerevoli crimini dalla pars avversa – e il re dei Franchi e Longobardi…

Secondo me , la curia franca dominata da Alcuino, seppure non allineata con Leone III, ha già delineato la propria politica nei confronti del papato romano,  in relazione alle direttive del concilio di Francoforte del 798, in cui si è stabilita da una parte la confutazione dell’ adozionismo e da un’altra  la strategia operativa del patricius romanorum, fedele scudiero del papa, massima potestas temporale rispetto all’auctoritas divina del vicario di Cristo.

Di tale trattativa non ci sono tracce né di dialoghi né di formulazioni, quasi ci fosse stato un incontro privato  senza la presenza di scribae curiales e quindi non ci sono documenti  comprovanti l’intesa,  che poi si manifesta con la venuta in Italia e a Roma di Carlo  e col reinsediamento del pontefice.

Infatti l’elezione di Carlo ad autokratoor toon Romaioon, a Roma, ad  opera di Leone III,  non è il risultato di un’improvvisazione politica, ma è un atto che conclude un accordo in relazione alla mutata situazione politica  orientale, a Costantinopoli.

Leone III, al momento della sua elezione papale, ha  già inviato  le chiavi del sepolcro di S Pietro, come  testimonianza di fiducia  e segno del potere  di Carlo patricius romanus, suo scudiero  temporale.

A Carlo  il papa ha, poi, notificato la notizia  dell’usurpazione imperiale di Irene di Atene, macchiatasi dell’avvelenamento del marito Leone IV  e del suo governo illegittimo con suo figlio Costantino VI.

Il papato romano, prima sedes occidentale, e quello costantinopolitano, prima sedes orientale, secondo Teodosio I, sono concordi nel dichiarare usurpatrice del titolo imperiale Irene!

Bisogna pensare che l’acclamazione popolare romana  sia atto  accettato  anche da Costantinopoli, con cui  Leone III ha anche una comune professione di Fede circa ekporeusis.

A Carlo, pur salutato augusto, grande e  pacifico imperatore dei romani, sembra, comunque,   non piacere l’acclamazione in quanto nel Natale dell’800 ha già intavolato trattative con Irene per un matrimonio tra sua figlia Rotrude  e Costantino VI ( Eginardo, Vita Karoli).

Solo dopo la morte di  Costantino VI e   poi  quella di Irene e la successione di Niceforo  sul trono, la curia papale e quella  palatina di Aquisgrana iniziano di comune accordo a propagandare il sacro romano impero,  esaltando l’elezione papale romana di Carlo (Cfr. Annales regni Francorum e Liber pontificalis ).

Comunque, nel Natale dell’800  la vacantia  del titolo di Basileus  catholikos  permette al pontefice la nomina  imperiale al patricius romanorum difensore dei diritti del nuovo papa , dopo il giudizio sui suoi persecutori, condannati a morte, ma graziati da Leone III e confinati.

Ciò, comunque, non sottende la scadimento della  prima sedes orientale, soggetta all’autokratoor legittimo costantinopolitano, appena ripristinato secondo diritto.

Ciò neppure può implicare legittimità alla novitas del rito di investitura da parte della prima sedes romana del patricius romanorum, illegittima!

Non si tratta, dunque, della fondazione di  un Sacro romano impero– un altro falso storico, non proponibile all’epoca-  ma di un’usurpazione di  successione imperiale come una restitutio imperii alla pars Occidentale , come se mai ci fosse stato l’atto ufficiale  di Odoacre di consegna delle insegne imperiali  valentiniane nel 476 a Zenone, che gli concede il titolo di patricius romanorum, proprio di un funzionario imperiale…

Niceforo,il Logoteta (802-811)  infatti , il successore di  Irene, convinto assertore dell’unicità dell’imperium romano e della sua  unica consacrazione, pur   riconoscendo nominalmente  a Carlo l’elezione imperiale,  ad opera del papato,  propria di un usurpatore,  lo obbliga  a riconsegnare il territorio del Veneto, l’Istria e la Dalmazia, a riconoscere perfino un trattato  del  duca beneventano Arechi  con Costantinopoli,   a legittimare   il principe bizantino di Napoli,  Stefano, e  quello del  governatore di  Sicilia.

Carlo, convinto della supremazia imperiale bizantina, accetta le condizioni del basileus orientale e ne ha un parziale e momentaneo riconoscimento di  potere imperiale in Occidente.

L’imperatore bizantino, infine, impone che la prima sedes  costantinopolitana e quella romana  abbiano un comune credo secondo la tradizione  niceno – costantinopolitana circa l’ekporeusis dell’Agion pneuma.

Ne deriva  che  Carlo, richiesto del suo parere come defensor fidei, dalla prima sedes romana, pur desideroso di non disattendere le  attese dell’imperatore bizantino in materia di fede , deve necessariamente cedere alle richieste dei  membri della chiesa gallicana riunita  ad Aquisgrana circa il filioque isidoreo, avendo già risolto la questione  circa l’adozionismo con Alcuino che, al concilio di Francoforte prima e poi ad Aquisgrana  ha confutato le proposizioni  adozioniste di Felice di Urgell.

Ora, dunque  Carlo.  per favorire la concordia religiosa tra i franchi accetta il filioque e si oppone  anche a Papa Leone III   che è legato da tempo alle formulazioni bizantine.

Il filioque è  parte integrante del Credo recitato durante la messa  in tutto l’Occidente  meno che in alcune parti del suolo italico e a Roma.

Il filioque,  ormai entrato nel rito consueto in Occidente da oltre 2 secoli,  è diventato una quaestio aperta per oltre due secoli tra la chiesa gallicana e quella romana fino ai tempi di Silvestro II il precettore di Ottone III  (999-1003)  quando a seguito dell’incremento dato alla riforma cluniacense,  si chiude con l’accettazione  della processio dello Spirito santo e dal Padre e dal Figlio, anche a Roma.

Il papa Leone III, infatti, rimane nella sua fides costantinopolitana anche dopo il concilio di Aquisgrana e la risposta  autoritaria di Carlo, e  sembra ribadire le sue  certezze conformemente  al credo atanasiano.

Il papa, fin dagli inizi  del suo pontificato  è distante dal filioque   di Isidoro e segue l’indirizzo costantinopolitano e poi si oppone a Carlo,  che per calcolo politico accetta le formulazioni di Aquisgrana e le convalida.

L’imperatore anzi   stabilisce  di accettare  la tradizione già secolare occidentale,  imponendo anche  la recita del credo  durante la Messa.

Papa Leone, rifiutando di sottoscrivere quanto decretato dalla chiesa gallicana, si separa dalla cattolicità in nome dell’ortodossia. 

Leone è un papa tosto, che ha una sua politica  ancora da funzionario  bizantino, nonostante i cedimenti al re dei Franchi e dei longobardi, militarmente i superiore!.

Il papa -ripeto- resta fedele al suo pensiero sulla processio/ ekporeusis  e mantiene la sua parola alla comune affermazione  di fede  col patriarca di Oriente, chiamato ( anche lui come l’imperatore )  Niceforo.

Solo  un cinquantennio dopo papa Silvestro II e la fine della divisione tra la Chiesa gallicana e quella romana per il filioque, ci sarà nel 1054 lo scisma tra i cattolici e gli ortodossi.

E’ una vittoria della fede o della politica!

La theologia mostra la sua forza?!

De autore Operis censura

De autore operis censura.

Senti, Marco, come nel  1575 si applica la Censura  su  Compedium Theologicae Veritatis.

Si tratta cioè  di una censura di un’opera, che non indica l’ufficio di censore ma solo un giudizio critico su un testo  di cui non si conosce  l’esatto nome dello scrittore e  si cerca l’autentica paternità…

Tanti sono i nomi di quelli che hanno scritto Compendia theologicae veritatis nel Duecento!…

Per prima cosa si nega che  ci sia una sola sententia circa l’autore e quindi ci sono molteplici attribuzioni  e diverse opinioni  quis aurei huius libelli autor exstiterit,  non una est sententia.

Solo in epoca recente si è fatta l’ esatta attribuzione con identificazione di Hugues  Repelin de Strasbourg (Hugo Ripilinus Argentoratensis…, ma questa è un’altra quaestio (cfr. L.Pfleger, Der Dominikaner Hugo von Strassburg und das Compendium theologicae veritatis, Zeitschrift für Katholische Theologie 28 -1904-, pp. 429-440 e Cfr. Georg Steer, Hugo Ripelin, von Strassburg: zur Rezeptions, und Wirkungsgeschichte des Compendium theologicae veritatis im deutschen Spätmittelalter, Tübingen, M. Niemeyer, 1981)…

Poi  loannes de Combis  aggiunge che quidam ….autumant  e si serve del verbo autumo, la cui incerta etimologia fa pensare ad autem dico, come avviene per nego  -nec dico -. in modo da indicare un’ affermazione ben sostenuta secondo Gellio, Noctes Acticae, 15,3,6 (autumo non id solum significat aestumo, sed et  dico et opinor et censeo). Infatti secondo lo scrittore cinquecentesco  quidam Albertum re ac nomine magnum eius autorem autumant cioè alcuni ritengono giustamente autore Alberto Magno, anche se molti affermano che altri hanno scritto il libro.

Infatti dice: nunnulli  Aegidium Roma(num), alii  D. Tho Aquinatem, quem  plures  Seraphicum Bonaventuram  contendunt ( a cui molti  oppongono, in gara , nel tentativo di attribuirne  in modo tendenzioso la paternità  al Serafico Bonaventura).

Ad Egidio Colonna romano (1245-1316) agostiniano, che rileva i contrasti tra platonismo ed aristotelismo, non è possibile l’attribuzione del Compendium…per molte ragioni, vista poi la formulazione pratica ed emporica del I Giubileo della storia con Bonifacio VIII…

A suo parere  lo scrittore cinquecentesco ritiene  che  questi  si avvicinano di più  alla realtà (qui et rem propius, meo quidem iudicio,  attingere videntur), ed aggiunge che in essi, comunque,  si leggono haec  eadem ad verbum, paucis mutatis, paucioribusque additis,  in quanto si può vedere nei libri anche di Tommaso (in eius Opuscolis) maestro del Colonna.

Infine  attribuisce il libro a  Pietro Tarantasio sostenendo con molta cautela  l’attribuzione.  Nec desunt tandem qui Petro tarantasio inter sacrae thelogia professores  non obscuro, id tribuunt.

Eppure Petrus di Tarantasia- 1225-1276-  (Valle di Isère) è un grande studioso, abilissimo nella lettura theologica,  divenuto anche papa con nome di Innocenzo V, beatificato dalla Chiesa…

Lo scrittore cinquecentesco si rivolge poi al candido lettore (candide Lector) apostrofandolo con  un tu, in una ricerca di empatheia, impossibile tra il doctor fanaticus ed un lettore profano invitato ad abbracciare  la causa sine dolo (sedulo) diligentemente.

E’ un tentativo di passare dalla funzione emotiva di un dotto scrivente  a quella conativa di un ricevente, dilettante, capace, però, di attivarsi, in quanto  discipulus  spoudaios/sedulus.

Chi scrive cerca  un lettore, comunque sia,  che partecipi alla sua impresa!

E’ possibile forse fra te,  Marco,  e me, oggi nel 2018, non tra  Joannes de Combis in epoca tridentina con un suo lettore candidus, confratello puro e schietto nella sua fides, cieca, secondo le theorie dei commentatori dell’Ars Poetica di Orazio,  propria   del Cardinale vescovo di Ugento , Sebastiano Minturno,  abile a miscere delectare et docere, dulce et utile, cioè platonismo ed aristotelismo!

Eppure l’autore cinquecentesco pensa di poter attirare  in qualche modo con il divertimento e il piacere della ricerca del  nomen autoris (autoris nomine parum oblectatus) il lettore, un uomo che parla  il volgare italiano, ma educato in lingua latina e greca.

Perciò aggiunge: Habes enim unde purissimos Theologiae latices extremis (ut aiunt) labiis delibes/ tu hai infatti dove poter gustare le purissime sorgenti di Theologia  a fior di labbra. 

Al discepolo, si aprirà allora un facilis aditus , un facile passaggio senza dover subire il gorgo fragoroso dell’onda.

L’autore incita  con un orsù/ age, – perché, a detta di Aristotele, agli antichi furono attribuite plurimae gratiae/moltissime attrattive,  ma non   perfecerunt, invenerunt tamen  facile- ad osare,  che è proprio dei chi inizia.

Questa è la sua conclusione, in forma interrogativa, tipica del  periodo controriformistico, propria del Piccolomini e del Varchi ( cfr. L’altra lingua l’altra storia,cit. ): cur non eadem iis, qui  multa paucis et apte quidem absolverunt, nixi sunt, quando ars brevis, vita longa.?/ perché non affidarono le medesime cose a quei pochi che  compirono  del tutto e bene molte cose, dato che l’arte è breve e la vita lunga?

Caro Marco, l’opera in questione è oggi da tutti ( quasi) creduta di Hugues de Strasbourg ma per  secoli i critici si sono orientati  e sbizzarriti in  varie attribuzioni, a volte anche risibili

Ho rivisto dopo molti anni queste pagine, lasciate in sospeso e senza pubblicazione  ed ora le ho riportate alla luce  come in una conversazione  con te,  sulla cultura  medievale, ripresa dai commentatori  di Orazio  dopo il concilio di Trento.

Perché ?, professore.

Mi sembra di capire che  ora non debba più scrivere e che debba ormai decidere di non pubblicare più.

A chi serve il  mio pensiero, oggi?

In una Italia formale e commerciale la mia pagina è inutile.   

Non mi sento più tranquillo,inoltre, neanche quando ricopio i miei quaderni  scritti  a mano:  dovunque mi sento come spiato  nello scrivere:  il mio sito  non è più mio!.

Ora tutti copiano  e scrivono banalità, piacevoli, vestendosi dei panni altrui, mentre io ricopio il frutto di un lavoro certosino, di studi fatti in solitudine, abbandonati da anni,  specie  quello della lettura dell’Epistolario di Bernardo di Clairveaux…

Seguiti a scrivere! – mi suggerisce Giovanni, -lei ha orientato tanti di noi, ed ha lasciato una bava di lumaca argentata…

Io so bene di non avere una funzione  e di non aver alcuna verità da proporre,di essere un saggio che non conosce la via, ma la cerca procedendo secondo natura e ragione ,,, 

In epoca tridentina, invece , Marco, uno scrittore, come De Combis, in obbedienza alle norme del Concilio, anche se in latino, ha un intento formativo, sentendo di avere  la missione di edificare moralmente  il  lettore candido, semplice,  bambino e  superficiale, docile, comunque,  alla parola del docente.

L’autore tridentino raccoglie, raduna, riunisce ( Collatum da confero  sottende un operazione accurata di raccolta) i  compendia theologicae veritatis, di scrittori domenicani e francescani del Duecento, ispirati dallo Spirito Santo, esemplari maestri da opporre ai fautori della Riforma luterana.

Anche gli intellettuali in volgare fanno la stessa cosa, come Tasso,    che dà al fanciullo egro /malato la medicina amara, mista al dolce, al fine della guarigione.

All’umanità viene dato per  secoli il vero storico, cattolico, condito in molli versi: La Gerusalemme liberata è esempio di un grande ufficio e pio  per un’epica classica cristianamente rinnovata!