Ario ed Atanasio

Due letture ed interpretazioni diverse di una stessa fonte (Filone di Alessandria)

ARIO (256-336) ED ATANASIO (295-373)
Ario ed Atanasio appartengono a due epoche diverse e vivono, però, dal 304 d.C  nella stessa città ad Alessandria,  dove le culture greche latine giudaiche siriache, libiche  ed egizie  si incontrano e si scontrano, si rinnovano e si consolidano, quasi in un naturale crogiuolo e dove per secoli si erano fusi e confusi popoli in un amalgama indissolubile  e si erano costituiti i sistemi culturali polietnici, sorti grazie  al diritto comune romano, nel nome di Roma,  pur  in un  cambio d’auctoritas imperiale   a seguito dell’avvicendarsi delle domus regnanti.


I due, per quasi un ventennio, si contrastano, avendo due formazioni diverse, due modi di vita differenti e due caratteri opposti: Ario di formazione culturale ellenistica, sincretico e moderato, capace di far convivere paganesimo cristianesimo ebraismo  e, anche dopo la scelta cristiana, disponibile ad accomodamenti e a conglobamenti, al di là delle scissioni scismatiche, da sempre conviventi nell’ anima cristiano-ebraica e compresenti da tempo in Alessandria , alla cui periferia esercitava il proprio magistero come presbitero; Atanasio, integralista cristiano ortodosso, fanatico e perfido nella sua cieca fede cristiana trinitaria, rigido ed ottuso nell’ obbedienza ai vertici clericali (specie a Pietro I  e ad Alessandro), è un archiepiscopos  focoso testimone di un oltranzismo e di un conservatorismo in quanto incarna quasi tutte le virtù e i vizi del civis alessandrino borioso, invidioso ed ostilissimo verso tutti gli altri, che hanno diverse mentalità, sicuro della personale superiorità culturale e della campanilistica grandezza cittadina.
Inoltre, mentre Ario è uomo dell’impero romano convinto che la costituzione romana è madre per tutte le forme religiose e sicuro del suo eclettismo ellenistico è aperto verso ogni soluzione, anche verso le laure ebraiche ( i pagi /villaggi abitati da monaci terapeuti giudaici da oltre quattrocento anni)   Atanasio, specie dopo gli editti congiunti di Galerio e Costantino, e di Licinio,  ha una concezione del cristianesimo non di religio licita e quindi paritaria rispetto agli altri credi, ma ha la pretesa che la theologia christiana è una doctrina sacra e superiore nei confronti dei pagani e degli ebrei che sono perseguitati e d annientati specie nella Mareotide.
Infine, mentre Ario rimane ordinatamente al suo posto,come prete cathetralis a Baucali, in modo subordinato e coerente,  Atanasio avendo fatto carriera, ha un potere in Alessandria tale che ritiene giusta la sopraffazione rispetto agli ebrei, agli scismatici e agli eretici considerando il suo ruolo, come investito da una duplice missione, quella  di purificare il campo del signore e di convertire i pagani con ogni mezzo.
Il primo matura nel III secolo, in un clima di crisi sociale e politica  e di incertezza ideologica perfino in senso cristiano, innestando sulla cultura libico- africana il pensiero classico asiatico- siriaco, specie antiocheno, vivendo le sue esperienze retoriche, letterarie ed umane in un ambiente giudaico-cristiano ma anche pagano, in una società dove il formalismo tecnico e il sistema letterale di lettura biblica erano accettati sia dai cristiani che dai pagani, che avevano coordinato la lezione sadducea e quella aristotelica propagando un’episteme scientifica, metodica ed  ordinata.
Ario, seguendo la scuola antiochena e l’impostazione di Alessandro di Afrodisia, aristotelica, crea un sistema di originale lettura biblica, anticipando  di moltissimi secoli  i procedimenti letterali, storici della scuola di S Vittore fondata nel 1108 da Guglielmo di Champeaux…
Ario è uomo colto, ma semplice nell’esposizione dottrinale, capace di farsi intendere anche dagli umili , abile a propagare tra le classi medie e perfino tra i marinai il suo credo religioso mediante poesie  in cui tratta  del rapporto fra il Dio non creato eterno, Padre, e  il Figlio di Dio, il logos,  che si è fatto uomo  ed ha redento il mondo  con la sua esistenza e morte.
Per lui solo Dio Padre è essere increato eterno  assoluto, ineffabile,  e il Figlio  solo uno strumento per la redenzione del mondo che è comunque  essere creato dal Padre.
Per Ario il Figlio  non ha proprietà in comune col Padre e  non gli è eguale,  non è della sua natura perché il Padre è estraneo al Figlio in quanto è senza inizio, mentre il Figlio  è stato creato  prima de tempi e di ogni eone,  dalla volontà divina  ed ha avuto vita e il suo essere dal padre, e quindi ci fu  un tempo in cui egli non era.

Ario sa divulgare questo pensiero e renderlo popolare  con la sua vicinanza diretta ad ogni concittadino, con la sua esposizione semplice , quasi dialettale, anche se perfetta e corretta grazie alla perizia etimo- lessicale: tenta almeno di dare, una conoscenza reale  di fare una bandizione, anche senza il vangelo come libro.

I patriarchi alessandrini cattolici, invece, curano la formazione del clero e non l’educazione popolare  e si dedicano ad inculcare il fanatismo dottrinale  popolare, tramite i monaci, strumento di vessazione e di violenza verso gli incauti popolani …

Ora il pensiero  cristiano di Ario, diffuso in Alessandria,   pur se accettato ad Antiochia, contrasta chiaramente con la dottrina ortodossa del didaskaleion che ritiene il Padre e il Figlio della stessa naturaomoousios, consubstantialis, e considera il Figlio generato, non creato

Inoltre Ario, non vedendo il mysterium, tenta di conciliare il mistero cristiano  con la logica cercando una spiegazione razionale ed osa divulgarla a livello popolare: da qui diatribe nei mercati e contrasti  vivaci nell’agorà nel porto, nelle bettole di Alessandria, nelle colline,    nella Mareotide  e in ogni parte dell’Egitto, anche lungo il delta del Nilo e in ogni zona orientale, dato anche il clima di pace inaugurato da Licinio e  la protezione ai cristiani da parte  della imperatrice Costanza, che ha caro il vescovo di Nicomedia,  Eusebio, e quello di Cesarea pure lui di nome Eusebio.

Inoltre Ario non è uomo intransigente come Melezio di Licopoli che aspira a fondare una chiesa nuova, quella dei martiri, convinto  fanaticamente, come Donato in  Africa e in Occidente, di  essere un santo e di praticare la giusta via  proprio perché ha saputo confessare la sua fede di fronte al pericolo ed è andato incontro la martirio, in una condanna dei lapsi
Ario, dunque, ha poco del fanatismo ereticale anzi è uomo di successo anche con le donne ed ha un suo fascino, data la semplificazione del suo pensiero  e considerata la sua disciplinata posizione: non è rigido nemmeno  contro l’autorità  episcopale e politica, e perfino disposto a confronto e a mediazioni razionali, pur  certo dell’ unicità di Dio Padre.
Atanasio invece matura nel seno della cultura ebraico-cristiana seguendo la tradizione cristiana, del Didaskaleion, dopo che il cristianesimo è diventato  religio licita  diviene paladino dell’ortodossia, anche come  capo  della cohors cristiana  a  fianco di Alessandro che, perseverava da una parte nella lotta contro Melezio di Licopoli e  contro lo stesso suo clero di lapsi  e,  da un’altra, iniziava una nuova sfida  contro Ario e i sostenitori dell’unicità di Dio Padre.
Ario non è un innovatore, ma solo un razionale interprete della storia e della cultura, sincretistica, attento osservatore dei fenomeni evoluzionistici, dovuti alle ricorrenti persecuzioni nell’ ultimo sessantennio: coerente con le sue idee, ha il coraggio di opporsi all’ arrogante gerarchia clericale alessandrina e a quella laica temporale imperiale,  convinto solo dell’unicità di Dio, unico dogma della sua cultura.
Ario, in quanto  eretico è stato per secoli bollato come un sovvertitore del cristianesimo, come un operatore di scismi, un seminatore di zizzania, come un eversivo, quando invece fu un uomo pacifico amante della concordia, desideroso di vivere fraternamente  nel rispetto reciproco delle proprie idee, convinto che le sue opinioni valevano come quelle degli altri e che, comunque, non dovevano mai diventare bandiera,  anche se più probabili di quelle altrui, in quanto frutto della speculazione umana e quindi suscettibili di errore poiché erano pensiero di una creatura.
Ario è convinto solo che una creatura è creatura e che  il creatore è creatore: questo è il suo credo.
Ario creatura intuisce un Jesous Christos creatura rilevando l’infinita distanza tra l’umano e il divino, tra l’uomo e il theos: la non accettazione della Divinità e Trinità di Dio, d’altra parte successive come formulazione nicena alla sua reale formazione, viene perfino umilmente limitata, circoscritta, e lentamente ricondotta nella direzione voluta dall’autorità alessandrina, a cui in un primo tempo  si sottomette docilmente.

In Ario non c’è  la certezza dottrinale dogmatica né la pertinacia superba di un eretico, ma solo formale ossequio all’autorità,  pur nella coscienza di una propria personale reale e possibile opinione.
Il pensiero di Ario è una risultanza senile di un lungo esercizio (askhsis), quasi un naturale sviluppo sincretico di tutta la cultura orientale in cui sono confluiti, accanto alla lettura personale di Filone, il  platonismo, l’ aristotelismo, il  cristianesimo, nella sua sostanziale impostazione sincretistica del terzo secolo,  conditi secondo le formule migliori dello scetticismo.
Atanasio invece è dogmatico e ciecamente obbediente all’auctoritas episcopale, schematico, apparentemente inflessibile, un testone, incapace di riflessione nella sua rigidità mentale, caparbio esecutore, dopo ogni decisione: non sa far tesoro delle sue stesse esperienze negative e degli esili ( cinque!)convinto nelle sue certezze di essere un martire, un  vero testimone di Cristo, e pur nell’ umilismo del linguaggio, un autentico faro di luce per i cristiani, dovunque si trovi.(a Treviri o a Roma o nel deserto). Dal 328 al 373 in 45 anni di patriarcato (meno i complessivi 17 anni di esilio)  egli è vessillo della aletheia, incrollabilmente: la sua fedeltà somma alla tesi cristiana ortodossa è segno di oltranzismo e lo connota di massima perfidia…
Ario, comunque, dopo il contatto con la comunità cristiana antiochena,  giunto ad Alessandria, aveva confrontato la propria erudizione letterale e la propria tecnica ermeneutica con quella dei  Didaskaleia alessandrini, che, numerosi, erano accanto alle sinagoghe  giudaiche, non ancora distinte da quelle cristiane e perciò raggruppavano  ebrei e cristiani.
D’altra parte in Alessandria rimanevano ancora i Terapeuti, gli asceti contemplativi, che insegnavano il  vero sistema di lettura
allegorica ed anzi erano stati i modelli per i didaskaleia di Panteno, Clemente Alessandrino e dello stesso Origene e che ancora erano i maestri di  ermeneutica sotto Pietro I di Alessandria all’ epoca della lotta con Melezio, nel corso della IV persecuzione di Diocleziano del 305.
Gli scontri tra Melezio vescovo di Licopoli  e Pietro I, papas di Alessandria, avevano prodotto lo scisma della Chiesa alessandrina costringendo Ario, uomo pacifico e moderato, alla scelta del campo meleziano, senza, comunque, incorrere in sanzioni disciplinari: la pacatezza dei modi e la metrioths indussero anzi il prelato amministratore della più grande diocesi egizia  che comprendeva un vastissimo territorio, inglobante anche parti della Cirenaica, suddiviso secondo gerarchie episcopali, a concedergli il diaconato.
La sua carriera ecclesiastica seguitò sotto il papato di Achilla e poi di Alessandro, subito dopo l’editto di Milano,  in cui   si prevedeva che fosse lecito il culto cristiano, alla pari di quello pagano.
La controversia meleziana non rientrava nella legalità cristiana anche perché il problema sussisteva da oltre cinquanta anni: infatti il problema dei lapsi si rinnovava ad ogni persecuzione, a cominciare da Massimino il Trace, sotto Decio e  sotto Valeriano e poi sotto Claudio  II ed Aureliano ed infine sotto Diocleziano: la terra d’Africa aveva lasciato irrisolto il caso dei transfugi e degli apostati, nonostante l’impegno e la saggezza di Cipriano.
Il problema degli “scivolati”, era molto dibattuto in Africa e teneva in sospeso quei cristiani che, impauriti, all’ atto della professione di fede, richiesta dal governatore romano, avevano apostatato.
Erano molti i cristiani  che, già divisi in molteplici sette, non avendo un preciso ordinamento né veri capi, isolati nella persecuzione, avevano ceduto al momento del pericolo della vita e avevano preferito la vita alla morte.
Essere torturato e condannato come nemico dello stato, diventare spettacolo pubblico, perdere i diritti civili tra gli insulti e gli sputi popolari, tutto questo significava testimoniare il nome di Cristo, questo voleva dire essere cristiani, questo era marturion per un civis.
Vivere nascostamente la fede cristiana per molti era un essere in communitas e in diokesis, era  philosophari significava fare la caritas svolgere un servizio rituale nuovo, quello dell’eucarestia, inneggiando allo scandalo della Croce, a Christos, un semidio che aveva dato la vita e col suo sangue aveva costruito una nuova Humanitas  ed aveva dato speranze di resurrezione e di un premio eterno, con la sua stessa resurrezione.
Molti cives superficialmente avevano accettato il credo cristiano ed avevano seguito le regole cristiane, diverse, a seconda delle confessioni e dei luoghi:  era  già una moda filosofica seguire la via retta e il  modello  proposto da Paolo.
Ora  lo scandalo della croce nel corso delle persecuzioni diventava una prova,  peirasmos, con cui si verificava la bontà del denario cristiano, della moneta corrente, convalidata dal saggiatore  governativo, epitropos, che  convalidava la civitas di ogni membro dell’ecumene romano ellenistico, facente parte dell’impero romano: essere cristiani e professarsi christianoi  significava essere esclusi dalla communitas romana incorrere nell’ atimia, e quindi essere affidati al carnefice.
Martire e confessore sono termini usati con valore positivo e con alonature differenti dopo la vittoria del cristianesimo, ma all’atto dell’indagine governativa il christianos era solo con se stesso senza alcuna protezione comunitaria e senza sostegno: di fronte all’aut aut di Decio (249-251) e poi di tutti gli altri imperatori persecutori c’era solo il martirio o la vergogna dell’abiura.
O si rimaneva civis o non si era più civis: Roma imperiale in questo modo richiedeva una nuova iscrizione civile (apographh) con pagamento  immediato (apotimhsis).
Era un modo deciso di scovare i cristiani e di appropriarsi delle loro ricchezze comunitari,  di cui il dioiketes amministratore  era il custode e garante con i vertici diocesani, del complesso sistema finanziario costituito da trapezai (banche), di succursali, di depositi bancari e di aziende affiliate corporativistiche, coordinate secondo il modello oniade, dopo il fallimento della struttura alessandrina emporica nel periodo flavio.
Nel corso delle persecuzioni, perciò, non solo i laici ma anche il clero aveva apostatato: questo era un pericolo per la stabilità della organizzazione e della strutturazione episcopale e diocesana (amministrativo-finanziaria).
Avvenuto il concilio di Nicea, Costantino confina Ario in Illiria, ma si circonda di ariani come Eusebio di Nicomedia  che lo erudisce sull’unità ed unitarietà di Dio, senza però riuscire effettivamente a modificare il pensiero imperiale.
La proclamazione ed elezione di Atanasio a papas di Alessandria nel 328  però coincide con il richiamo di Ario: Costantino vuole tentare una mediazione,  desiderando un’unificazione dei vari credi  o per lo meno di quei due credi risultati dominanti nel corso del Concilio niceno.
I caratteri dei due prelati sono tali da mostrare a Costantino la via successiva da seguire, quella ariana, non solo perché sempre più dominato dal vescovo di Nicomedia, ma per opportunità politica: il modo conciliante di Ario e quello arrogante  del vescovo alessandrino convincono l’imperatore ad una brusca virata in senso religioso, negli ultimi anni di regno: l’arianesimo al posto del cattolicesimo ortodosso.
Da questo nuovo atteggiamento di Costantino deriva quindi il primo esilio di Atanasio  che,  essendo amico di Apollinare di Laodicea è costretto ad affrontare il tema del rapporto tra carne e logos in Gesù Christos.
Siccome  Apollinare sostiene che  il logos si unisca in Christos alla carne umana assumendo quelle funzioni che in un uomo comune sono svolte dalla psuché/anima,  Atanasio rileva che ciò si vena di arianesimo in quanto si assegna al Verbo un’attività  corrispondente  alla natura di un essere  creato, non veramente divino.
Perciò Atanasio nel concilio di Alessandria  mostra come il suo amico  combatta l’arianesimo  ma in un certo senso aderisca alle dottrine  dell’unione del Logos  alla carne,  incapace di vedere come il logos  di natura divina possa unirsi ad una natura umana nella sua completezza, soggetta al peccato.
Il peccato c’è solo se c’è la volontà, che è divina, per Atanasio:  perciò si pone l problema del come possono sussistere due volontà contrastanti e due nature diverse nello stesso essere.
Ma per Atanasio diventa insostenibile la redenzione e specie il modo con  cui si può essere verificata.
Di conseguenza  ammette che  la sua realizzazione della redenzione umana  si avveri solo se si accetta  tra logos e carne una unione perfetta  inscindibile con una totale assunzione  a parte del verbo dell’umanità incompleta una sola persona/ upostasis  con  una sola reale natura/ousia.
La sottile divisione di Apollinare tra corpo/ soma  vivente grazie alla anima vitale psichica  che presiede alla vita animale,  e la nous/ mente porta Atanasio a considerare ciò che dice Paolo. che poneva il contrasto tra carne e spirito,  e da ciò deriva la sua coscienza di dire che il Christos è come nous /logos o spirito in un corpo umano e quindi ritiene che l’incarnazione è atto volontario di Dio,  una kenosis cioè uno svuotamento  autonomo  in una sottomissione a tutte le limitazioni della sua umanità.
In caso contrario  Gesù-dio  sarebbe stato soggetto al peccato e quindi non sarebbe di natura divina, ma un essere misto.
Atanasio-  che conosce le obiezioni di Eustazio e di Diodoro, uomini  convinti che  non si può sottrarre la mente  al Christos senza negarne la umanità- perciò è ambiguo  ed incerto nel suo pensiero ma è rigidamente  blindato in sé  e rimane così finché non c’è l’intervento di  papa Damaso che condannò l’apollinarismo nei sinodi romani del 368 e 369.
Questi a Roma aveva ricevuto  Vitale, che era amico di Apollinare e di Melezio, ma era accostato a Paolino, che era stato ben accolto.
Damaso poi su istigazione di Epifanio di Salamina si documentò meglio sulla situazione e sul credo di Apollinare e di Vitale   che furono condannati a Roma  e  poi anche ad Alessandria nel 378 e infine ad Antiochia 379 , dopo la morte di Atanasio .
Quando poi nel 381 gli apollinaristi furono  definitivamente condannati come eretici,  essi si impegnarono  in una propaganda  tale che non si astennero da falsificazioni di scritti specie di padri ortodossi,  a cominciare da quelli di  Gregorio di Nazianzo.
Molti testi furono, dunque, falsificati  mediante aggiunzioni apollinariste di termini o di enunciati o  soppressioni di lemmi o di intere frasi, proprio quando il cristianesimo era dominante e Teodosio aveva diviso il mondo non solo in area politiche e territoriali  occidentale ed orientale  ma anche in due grandi pontificati quello della vecchia Roma e quello costantinopolitano della Nuova Roma…

 

 

 

 

 

 

 

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