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Tutti noi uomini vediamo, sentiamo, tocchiamo, fiutiamo gustiamo in quanto siamo dotati di sensi (vista,udito, tatto, olfatto, gusto), essendo forniti fisicamente di apparati perfetti, che pemettono istintivamente ed immediatamente di percepire la realtà, il fenomeno per come ci appare.
Ma quanti di noi effettivamente guardano, ascoltano, palpano, degustano e godono di ogni cosa che si presenta ai propri organi? certamente sono solo quei pochi che sanno di fare quell'atto specifico in quella determinata situazione oggettiva e ne hanno piena coscienza in relazione all'esame scientifico del rilievo fatto, in una volontà di preczione, mediante la mente.
Questa fa selezione, divisioni e suddivisioni insomma. operazioni tecniche e scientifiche tali da poter operare ed essere coerente con ciò con cui si è in relazione sia sul piano storico-memoriale che su quello fisico-naturale.
Parlare non è dire, vedere non è guardare, sentire non è ascoltare e così via.
Le differenze si rilevano solo se si tiene presente che ogni uomo, in quanto persona, che ha personalità ed è autentico, ha una sua reale percezione diversa rispetto ad ogni altro e quindi è tipico, in relazione al suo modo di essere capace di creare una griglia fenomenica, ha possibilità effettiva di organizzazione logica, mediante la mente.
Insomma la dianoia autorizza una disposizione della storia e del creato, di ogni elemento della phusis in modo ordinato e coerente, solo se c'è un lungo esecizio tanto da condurre l'uomo alla forma ascetica, insomma a formarlo, se il logos prophorikos e quello endiatheticos. che sono in ognuno di noi, si armonizzano.
Infatti secondo il platonismo di Filone il primo è quello che presiede alla verbalizzazione in relazione al secondo che internamente connette e relaziona, a seguito di analisi e di divisioni e controlli....
Eidos è dunque quanto appare ben ordinato e disposto dalla dianoia, in un contesto in una situazione, in relazione ad un altro...
Io allora sono il mio corpo, in cui mi sono riconosciuto o mi hanno costretto a riconoscermi, mi sono accettato dopo molte incertezze e confusioni e traumi, e con cui mi sono manifestato incoscientemente ogni giorno ai consimili, al mio cane, ai fiori e agli alberi, alla phusis, all'aria, al cielo, al mare, in qualunque luogo sia penetrato sia come unicum che come meros/pars
Ogni altro elemento, avendo reazioni differenti, a seconda della prossemia e della frequenza e dell'empateia intercorporea comporta ed implica nel mio io, corpo, una variazione perfino chimica o elettrochimica quando ho precisa sensazione di essere non solo in un luogo o in un tempo e insieme ad altri di varia natura, ma anche quando so di avere quel sapore corporeo, quel valore di un corpo, che emana un suo fascino e che crea una area personale in quanto ha un certo reale rapporto, in una relazione plurima con altri conviventi e che può definirsi io, solo se ha coscienza della propria assoluta tipicità, nella varietà rapportuale. ben distinto com eidos da altri pur dello stesso genoso anche loro eidh.
Io, in quanto sooma, dunque, sono il punto, acentrale, ma utile di una situazione storica, in un'area geografica in cui ho un alone particolare animalesco, proprio di ogni vivente sui generis, percepito da viventi di qualsiasi genere e di cui il mio corpo permette ed autorizza un' esatta corrispondenza fisica, specie in caso di repulsione o di attrazione o di indifferenza...
Io sono anche quel corpo per cui gli altri mi etichettano come essere specifico anche se valutano secondo i parametri della loro cultura diale manichea, bello/ brutto, piccolo/grande, alto/ basso, grave/leggero, intelligente/stupido ecc. senza una misurazione reale, propria di una metretica scientificamente esatta..
Inoltre io non ho reale vita se non ho vera coscienza di essere quel corpo così fatto e così posto in un tempo e in un luogo circoscritto dal caso (tychh) e così creato conformemente alla phusis, capace di leggersi e di leggere l'altro e il sistema coerentemente a se stesso, sentito solo in quell'istante valutante l'insieme, pur cosciente della sua anonimia generale, ma costretto ad essere funzionale e quindi a darsi una centralità momentanea in situazione, e, perciò, ad assumere una sua propria posizione di coscienza e di misurazione...
Mi spiego: senza quella che noi chiamiamo coerenza, non è possibile mettere in relazione rispetto al sooma, pensiero ed azione, theoria e pracsis; non è possibile essere autentico uomo, anthropos, che è un dio in miniatura, al pari di ogni altro elemento vivente; e quindi non è possibile ordinare il passaggio dal fenomeno fisico alla idea, mediante astrazione...
Allora la coerenza è basilare nel lavoro della mente, che, da una parte, svolge una funzione storica e da un'altra una fisico-naturale, in un ambito umano e sociale, ma rimane sempre una substantia (ousia) reale corporea, le cui sinapsi cerebrali materiali hanno vario valore a seconda del tempo, del luogo, dei coattanti in situazione, interlocutori, seppure in forme diverse, che procurano certe e determinate scariche elettriche ed elettrico-magnetiche...
Coerenza è per me armonia dogmatoon kai aretoon sumphonia, quello che Filone in Vita di Mosé definisce retoricamente sfruttando il chiasmo, bellezza della mente cioè conoscenza armoniosa delle cose conosciute realmente, seppure in modo apparente, connesse con la consonanza delle virtù, con la loro pratica stessa.
Allora, certamente, è possibile parlare di mente ornata del conveniente colore del vero e del consenso (adesione) delle opere con i discorsi, e dei discorsi con le opere ed anche delle intenzioni con entrambi (khromati diaprepei kekosmemenon aletheias kai omologias ergoon pros logous kai pros erga logoon kai eti bouleumatoon pros ekatera)...
Ritengo che noi tutti abbiamo condotto, senza neanche saperlo, la nostra vita seguendo gli esempi della nostra tradizione e, perciò, abbiamo proceduto secondo l'impostazione cristiana evangelica e paolina, in cui si è sempre parlato dell'albero che si vede dai frutti e di congiunzione di parola e di azione e quindi abbiamo seguito le indicazione culturali della metrioths o del modus: la cultura della metretica e dell' "est modus in rebus", propria del mondo romano- ellenistico ha guidato la nostra vita.... Noi, quindi, abbiamo fatto historìa e conosciuto la phusis in relazione alla nostra cultura classica ed ebraico-romano -ellenistica secondo un formalismo ed una spettacolarizzazione propria della nostra natura mediterranea, solare, secondo i procedimemti di una storiografia centrata sull'uomo, che anche in natura ha una sua centralità, in quanto figlio di Dio, immagine stessa di Dio....
Vivere secondo il Vangelo per me è solo seguire modelli di un Christos di cui non ben si conosce la sua humanitas e che non ha exousia reale, mentre le sue parole non sono accertate; vivere iuxta regulam è un inutile esercizio perchè praticare la virtù asceticamente, diventa un' imitazione di uomini, la cui santità è tutta da mostrare e da dimostrare e le cui parole non sono quasi mai autentiche: senza entrare in merito al problema dell'anacoretismo di Basilio, di Pacomio, di Cassiano, di Benedetto, posso solo dire che fuggire il mondo, fare l'anacoreta, popolare il deserto, o le isole lungo le coste italiche e galliche non è esigenza spirituale, ma solo insicurezza del proprio essere di fronte ai cambiamenti epocali istituzionali, alla sfiducia nei confronti dell'altro: alla paura della solitudine in città si preferisce o la vita in comune o l'anachoresis ...
Io ho pensato fin da ragazzo che la storia doveva essere riletta e ristudiata e rivista nel suo oggettivo valore,e, se è possibile rintracciarlo, andando oltre la verità di parte, dei vincitori trasmettitori....
Ho sempre pensato che la natura è stata progressivamente manipolata perché l?uomo ha ingiustamente creduto di essere suo dominatore in nome di una presunta superiorità spirituale sugli altri esseri naturali, definiti afoni ed irrazionali, grazie ad un Dio creatore, di cui è immagine: ogni intervento umano è stato proprio di uno che è incapace di vedere, data la piccolezza del suo essere creatura, l?insieme del Kosmos e del to pan (universo): la storia ne ha segnato solo i limiti, gli sfregi, i deturpamenti, le piccole e grandi ferite inferte al sistema mondo, di cui non si è capito di essere una minima parte, che si arroga il diritto di poter fare grandi opere.
In questa presunzione di assoluta libertà l?uomo ha agito, come individuo come civitas come ethnos come anthropos superiore contrapposto a tutti gli altri elementi naturali, attivi apparentemente in modo inconscio, incomunicabili, considerandosi l?unico conscio nel sistema, di cui non conosce niente, se non l?a e b strutturale: la scienza è ancora ai primordi della conoscenza della phusis...
Personalmente, appena capito questo e la mia nullità funzionale nel sistema e compreso, comunque, che sono una creatura, fortunata, per essere normale in quanto strutturato in modo egualmente distribuito come parti costitutive e regolarmente proporzionato che cioè sono normale sul piano fisico, in quanto avevo normali capacità e normali ritmi di vita, desideri e ideali, forza e debolezze, di essere insomma un uomo, ho cercato di rilevare anche la mia indole, la mia natura spirituale, al mia normalità psichica.
Ho compreso allora di non essere portato alla ricerca di un formalismo ma di una sostanzialità e di essere teso verso mete superiori, convinto di non aver mai fatto niente di positivo e tanto meno di definitivo: ad una meta raggiunta se ne poneva una altra, ad un'opera conclusa era pronta per me un'altra, dietro una vetta conquistata ce ne era un'altra ancora più alta da raggiungere...
Ho compreso allora di avere un altro passo rispetto agli altri per la struttura fisica (al di là dei dati fisici): forza, intelligenza altezza, bellezza ecc. sono stupidaggini insignificanti rispetto alla varietà di esseri paritari, che vivono come ethne in ogni tipologia di mondo animale: una formica più grande è irrilevante nel sistema formiche.
Ho capito, comunque, di avere una tipica intelligenza in quanto posso fare più cose rispetto a molti altri, posso arare contemporaneamente più campi, avendo capacità plurime ed abilità tecniche conquistate con immenso lavoro, posso anche fare da solo, con maggior sacrificio, quel che molti fanno insieme e che, specialmente, non conosco la stanchezza.
Perciò ho cominciato a vivere seguendo me stesso e non i maestri, eliminando religione, forme di vita tradizionali, sistemi dogmatici e cercando vie alternative, in un continuo autorientamento, convinto solo di essere una creatura che desidera l'unione con il tutto...
Da qui la ricerca linguistica come mezzo di conoscenza reale e da qui il ricupero del significato di quanto si dice e lo studio etimologico su ogni termine.
Su questo ho basato il metodo e questi inziali esercizi linguistici sono diventati i fondamenti del mio procedere alla ricerca di un autorientamento: orientarmi quindi prima di ogni cosa nel sistema parola per capire la storia umana e la natura.
Per me normalità è, allora, diventata un'anomalia, un procedere opposto a quanto la tradizione ha ponteficato e dato per buono e quindi sono stato visto come un irregolare, un bastian contrario.
Ho quindi evidenziato un vivere da essere anomalo non per essere tipico ma per cercare di esprimere tutte le mie potenzialità senza limitazioni ed oltre i condizionamenti, nei limiti della correttezza e nei termini dell?humanitas e nel rispetto degli altri, in quanto, conoscendo la parola,conoscevo all?istante la vacuità dell?altro, che parlava senza competenza, secondo slogan della propria formazione culturale, letteraria e professionale o del proprio contesto o della sua casta sociale...
Ho cercato di capire, e cerco ancora di capire in quanto devo (o sento l'urgenza per quelli che chiedono) intervenire come maestro, come insegnante e ritengo giusto orientare, dopo aver rilevato il linguaggio e il sistema di semantizzazione individuale, convinto di fare il bene del discente, mentre l'altro parla; la conseguente azione in relazione a quanto capito è per me coerenza operativa: in caso di errore è d'obbligo per me confessare e ricominciare da una migliore indagine di rilievo della fettuccia linguistica e di nuovo operare coerentemente.
Il lavoro dunque non è da cinico, da Diogene, ma ha cerramente uan carica cinica ed una forza scettica propria del prim o scetticismo pirroniano...
Non so se sono stato e sono un maitre a penser, ma certamente so, comunque, di aver per anni preparato ogni mattina paradigmi operativi per far concludere gli alunni, paradigmi sintetici per fare sintesi, paradigmi critici per fare critica, dopo aver insegnato a lavorare sistemicamente a livelli intermedi, a fare riassunto, a fare tema, a fare una regolare valutazione sulla base di giudizi sommativi dove aver isnegant tecnicamente l'argomentazione...
Insomma personalmente avendo compreso che noi spesso non conosciamo ciò che diciamo e che noi ripetiamo quanto detto senza capire il significato delle parole, mi sono dedicato all?universo parola facendo un?infinità di studi in tal senso per poter comprendere ogni lemma, ogni frase, ogni periodo complesso: ho esaminato racconti, sezionato poesia, letto con sistema critico libri, ho agito al fine di capire e far capire cosa il testo in oggetto voglia dire.
Capire è la risultanza di un lungo esercizio di analisi minuziose che devono essere provate da una sperimentazione continua in senso operativo: solo allora si può dire di aver fatto e di saper fare.
La risultanza del lavoro, allora, ha una qualche posibilità di verità, ma non è dogmatica: ho parlato allora di lettura tuzioristica che ha possibilità maggiori rispetto a quelle non derivate da un lavoro così lungo e paziente, ma certamente minori rispetto al lavoro di gruppi o di scuole che hanno operato secondo queste stesse direttive.
Il linguaggio è diventato base di ogni apprendimento autentico e di ogni orientamento personale in questa ricerca, in cui si sono addestrati i miei discepoli, educati principalmente in modo linguistico e poi operativi sulla scia di paradigmi specifici.
Un mio alunno è tale solo se ha il mio stesso linguaggio e non c?è equivoco di comunicazione, avendo avuto tutti i significati referenziati dopo ogni lezione tecnica, basata su un termine suddiviso in quattro termini per un insieme di 21 termini, dopo un lungo lavoro sui monemi costituenti, nei primi giorni di lavoro.
Nel giro di 20 lezioni si riesce ad aver un patrimonio comune di 420 termini e già la lezione diventa comprensibile a tutti i partecipanti e nel giro di 100 lezioni, la base comune è di 2100 termini: l?alunno è così diventato figlio di chi insegna.
Tra insegnante e discepolo c'è un codice comune che permette di veicolare un messaggio su cui si può lavorare insieme e giungere a conclusioni plurime, ma anche a conclusioni univoche.
Personalmente, comunque, sono stato limitato e condizionato a lungo nella mia ricerca da quanti mi erano vicino, anzi i più vicini mi hanno di più ostacolato.
I limiti mi sono venuti dalla famiglia e dall?amore per la famiglia, dagli amici e dall?amore per gli amici, dalla moglie e dall?amore per la moglie, dai figli e dall?amore per i figli: io essendo altro ho dovuto coniugare il rispetto per l?altro e l?amore di me stesso e la volontà di conoscere e di allenarmi per l?eternità...
Limiti continui che mi hanno costretto a non dialogare oppure a tirami indietro e a dire solo l?indispensabile per non essere equivocato e quindi a dovermi spiegare con uno che non mi può capire: la mia difesa è stata prima l'epochh (sospensione del giudizio), poi l'afasia (il non parlare), ed infine la fuga (anakhoresis), dopo aver provato altre strategie difensive.
Per non diversificarmi e per non apparire sempre il sapiente correttore e premiatore e comparire saputo linguista, ho dovuto far lo stupido, il fesso in situazione, spessissimo: cosa e come spiegare quando non ci sono i termini di lavoro comune, quando non si ha un minimo di elementi sufficienti per una definizione comune, quando in effetti si hanno due linguaggi del tutto opposti, uno razionale e funzionale ed no irrazionale ed afunzionale! la banalità deve essere la regola di un comune vivere e colloquiare.
Eppure io ho sempre amato essere circondato da persone a cui comunicare il mio pensiero ma non potendo, ho preferito non parlare ed apparire stupido davanti ad altri che non si ponevano affatto il problema dell'altro e che effettivamente così credevano.
A me interessa solo recuperare l?uomo, l?anthropos nella sua genuinità ed originalità, rispettoso sempre dell?altro, di ogni altro non solo uomo, ma la lingua è lo strumento utile necessario indispensabile per la vera comunicazione cfr A FILIPPONI, L'altra lingua l'altra storia
Nel rilevare la normalità basata sulla maniera di bere fare l?amore e fare soldi aver macchine, cercare la forma ho deciso di vivere in un altro modo e di trovare altre forme rispetto alla religione cristiana, da me considerata inutile e un male per la sua stessa organizzazione, e rispetto anche ai partiti ed ogni sindacato o sistema di democrazia organizzata, ed ogni altro credo.
Ho cercato in forme alternative un mio percorso per vivere saggiamente per ricercare oltre l?humanitas latina e la philantropia ?greca e la stessa methodos cristiana un nuovo sistema acentralizzato, immoderato, aformale, secondo una normalità umana.
In opposizione alla pietas amministrativa cristiana, prima ho lavorato e poi mi sono impegnato in senso nuovo, personale, oltre la cultura latino-greca, la paideia, come sintesi della lucianea Ermoglugike-Paideia, come fusione di vita banausurgica e vita liberale, come comprensione di vita naturale, come parte del tutto in senso storico e naturale....
Ora Anthropos vuol dire uomo, in quanto essere vivente che ha espresso dapprima solo la sua animalità come ogni altro essere vivente e poi ha avuto la possibilità, date le condizioni climatiche, di procedere usando anche la razionalità, sviluppando la massa cerebrale, potenziare gli arti, anche in senso meccanico, dopo aver modificato la struttura vertebrale, e separato il ditone dalle altre quattro dita...
In relazione alla sua conformazione modificata, l?uomo ha saputo dominare il tempo e lo spazio, servirsi di attrezzi e strumenti diversi e di fare la sua storia di cacciatore e poi di agricoltore, sfruttando la sua capacità di coordinazione cinetica e di ideazione e di realizzazione conforme.
L?uomo nel suo vivere come bestia e come essere senziente e patetico, ha costruito sulla base della attenzione e dell'analisi, della ricorrenza e della ripetizione dei fenomeni, un suo sistema di vita modificato con il suo stesso domicilio (provvisoria caverna, tenda mobile, casa in legno o muratura stabile).
Ha creato un modello di humanitas, normale, fissando certi criteri per norma: avere una casa, stabile, una famiglia, abitare in una città o paese o campagna, far parte di un popolo e quindi di uno stato, rispettare la lex e le auctoritates precostituite,avere una forma religiosa, regole di amicizia o inimicizia, di fratellanza o di belligeranza a seconda dei tempi e dei luoghi.
Ha inciso in questa normalizzazione molto la coscienza di essere una creatura e quindi di avere un creatore, di essere un elemento vivente che ha un suo corso di vita e di dovere vivere sottoposto al male, pur cercando il bene e di avere un regolatore esterno alla sua vita.
L?uomo dalla sua sistematica osservazione ha dovuto pensare ad un essere superiore, che lo domina e ha creato Dio, e lo ha riverito ed adorato in varie forme a seconda delle diversità di esperienze traumatiche fatte.
Il Phobos( la paura) ha determinato l?uso di Dio e ha permesso ad uomini di superiore intelligenza di costituirsi a casta di rilievo in quanto questi hanno minacciato il ricorso a Dio, questa entità misteriosa che si manifesta solo in eccezionalità di casi, secondo leggi naturali, da loro intuite come fenomeni o studiati come tali, come deterrente e punizione, come magica epiphaneia.
Ora l?uomo ha organizzato societates e con esse ha sviluppato una organizzazione sulla base del linguaggio convenzionale e nel rispetto di tale convenzione ha cercato bene alcune cose, male altre e così ha semantizzato secondo una propria logica differente rispetto ad altre societates, che hanno diversamente codificato legge, semantizzato altri linguaggi e creduto in altre forme di divinità più conformi alla loro costruzione mentale ed hanno sviluppato in determinati contesti geografici una storia propria.
Perciòla nostra cultura essendo la risultanza di una cultura greco-latina e cristiana, presenta un' humanitas convenzionale basata su una linea cristiana romana, che è la risultanza di quella greco-latina e non ha sviluppato niente di nuovo se non quella cultura e su di essa ha formato il suo vangelo, che poi è stato adattato e modificato, a seconda dei momenti storici in relazione a situazioni contingenti, la propria linea storica: per intenderci come la legge ebraica scritta ha una sua legge orale come modificazione di quella scritta con adattamenti farisaici, così noi cristiani abbiamo fissato la verità nel Christos, che ce l?ha rivelata grazie anche allo Spirito santo, modificata dalla Chiesa con i suoi concili mediante interventi correttivi storici.
Per questo noi seguiamo la parola del Christos, un dio venuto su questa terra, a rivelarci la verità divina e la sua applicazione tramite le interpretazioni: è chiaro dunque che l?interpretazione diventa basilare....
Ma oltre tutto c? è un? altra logica quella di una falsificazione della cultura latina da parte cristiana e di una falsificazione e latina e cristiana da parte degli uomini che a seconda dei tempi leggono e adattano alle situazioni, in modo da essere di edificazione morale per i consimili.
L?uomo, quindi, popolare e popolano, sentimentale, capace sia di aggregarsi attivamente in senso artigianale, sia come massa tumultuante, passiva, è stato schiavizzato da un élite sacerdotale, che ha costituito legge e giustizia secondo norme divine e creato una società politica, e religiosa , connesse , condizionata dalla divinità, anche là dove si sviluppa il logos, perché questo non è totalmente libero ma ha sempre una struttura mista inquinata dal Mythos.
Ora per me è stato fondamentale ritrovare anthropos, nonostante le personali contraddizioni ed incertezze, tipiche di un uomo che, pur nella sua normalità, non ha modelli, ma procede soltanto seguendo la sua razionalità anche se spesso irrazionalmente, si perde, perché preso da phobos inconscio.
Ho avuto solo la coerenza di procedere verso Oriente e questo per me è stato cercare di capire, essendo convinto che tutto è spiegabile e niente è impossibile per un uomo.
Tendere verso l?oriente è stato quindi cercare la verità (aletheia, qualcosa che sia razionale e che non deve essere nascosto se verificato come vero), intesa come un quid mai certo, solo un bonum relativo, che favorisce la crescita e permette altre conoscenze, tenendomi sempre lontano dal dogmatismo, ritenuto proprio di quella classe sacerdotale che ha costituito per sé un bonum, la decima, senza proprio lavoro, a scapito delle altre classi che lavorano, considerate nobili in una santificazione dello stesso lavoro.
La classe sacerdotale, riprendendo l'amministrazione della comunitas oniade e poi di quella cristiana, che costituiva la base economica, ha fatto il bene della Ecclesia, anche se con operazioni locali parrocchiali o diocesane, creando numerose zone franche e punti di potenza nucleare economico-finaziaria.
Il sistema oniade alessandrino era stato così potente in epoca giulia da divenire esemplare per il giudaismo ellenistico e per i primi cristiani antiocheni, ben collegati col giudaismo ellenistico: il sistema cenobitico e quello verticistico comunitario episcopale sono due forme derivate dai figli di Onia IV.
Nella mia opera su Filone e specie sul fratello Alessandro e figli, è facile ritrovare il complesso sistema oniade col suo tipico modo di procedere e di colonizzare e quindi di fare proselitismo, anche contro il decreto di Claudio del 41 d.C: su questa base qualche discepolo potrebbe meglio evidenziare la stretta dipendenza cristiana dall?amministrazione giudaica ellenistica e dagli oniadi specie dopo il 135 d.C. e la ricchezza di ogni comunità cristiana a cominciare dl II secolo, invidiata ed appetita dai pagani. che anelano congiugersi, mediante matrimoni o privati contratti.
Il miracolo cristiano di cui parla Tertulliano che grida che i cristiani sono dovunque e che hanno conquistato ormai ogni parte del mondo romano e che sono anche a corte, è pensabile solo come fenomeno maturatosi per il desiderio dei pagani di partecipare alla ricchezza delle comunità cristiane (allo stesso modo si spiegava il proselitismo ebraico in età giulio-claudia col successo delle diokeseis ellenistiche giudaiche, diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo) aumentate e molteplicatesi per il particolare sistema comunitario e non per il credo: la tzedaqah, come atto di giustizia, diventava una caritas che spingeva le plebi pagane cittadine senza lavoro ed affamate ad unirsi ai cristiani, le cui comunità funzionavano sotto il patronato di un dioikeths, che risultava unico civis, che pagava le tasse all'autorità romana e garantiva una normalità di vita con vitto ed alloggio ed anonimato in nome di una fratellanza comunitaria e di un Gesù Cristo crocifisso, la cui vita di uomo buono e saggio era rievocata all'atto annuale della cena della sera pasquale e il cui insegnamento era diventato pratica assistenziale grazie alla circolazione di messaggi sincretici, parabolici, di natura giudaico-ellenistica...
Andare verso l?oriente, comunque, è stato un iter lungo, una via zigzagata ma sicura, senza però l?albagia dell?aristocratico , militare, ex cacciatore, creatore di imperi con la violenza e il sopruso sugli altri, generoso dopo la vittoria con la preda altrui...
Cercare l?oriente è stato un procedimento lento, costante, testardo, continuo, vilipeso da chi, commerciante, in breve consegue ricchezza, potere e fama: il lavoro è stato un piacere che ha segnato le tappe del mio cammino, e che ha mostrato la solidità delle costruzioni, analitiche, sintetiche critiche, valutative: i tanti paradigmi fatti mi hanno sempre di più incentivato a procedere sicuro solo di essere solo e di non fare male a nessuno e di poter dare qualcosa a qualcuno che aveva voglia di chiedere, felice se c?era chi raramente mi chiamava maestro....
Ripercorrere ora il tragitto di Anthropos vuole dire rifare la storia al contrario e ritrovare una possibilità di invertire la rotta e di ricercare l?uomo vero (l?animale, l?animale sociale, l?animale civile, l?animale filantropico.ecc).
Anthropos, dunque, è l?uomo vero, effettivamente integrato nel suo tempo, cresciuto grazie al suo valore interiore, dopo una normale educazione familiare e scolastica, uscito a personalità compiuta dopo aver verificato il proprio linguaggio e la propria storia, capace di fare un tragitto, sulla base del suo lavoro, delle sue esperienze dolorose specialmente dell?errore, grazie ad un metodo.
Personalmente ho considerato basilare non volere niente o per lo meno cercare di limitare ogni volere, convinto che da esso derivi ogni male.
Ho pensato che su questa base l?uomo è uomo se scopre, però, di essere un niente, ( o caso mai) un essere da poco, come ogni altra creatura e di avere potere solo in sé e nel suo gruppo, paritariamente: non può aver coscienza di altro e tanto meno speranza di un al di là da sé e dall?humanitas: è solo e vive una sua esperienza vitale parallelamente ad altri uomini, ad altri esseri, come le formiche, gli insetti, gli animali, le piante, i minerali, con rare intersezioni, incontri-scontri, fughe e riavvicinamenti.
Ho rilevato nel corso degli anni che solo il conoscere sia attività positiva e che la ricerca sia una dote divina, in quanto costringe l?uomo a vivere lontano dall?altro, cosciente i scoprirsi nella sua infinità piccolezza ma anche nella sue reali possibilità di agire, in quanto si è parte del tutto anche se una piccolissima molecola che ha forza, comunque, di essere in mezzo alle cose e agli altri.
Ora se si considera che l?uomo è zoon, un essere vivente, un essere reale, risulta chiara la necessità di non staccarsi mai dal reale: questo è la base dell?uomo, senza di questa realtà anthropos non può esistere.
La prima base di Anthropos è la sua giusta collocazione come elemento della terra, che vive e si esprime in un mondo reale...
I predicatori, qualsiasi essi siano, sono sempre dogmatici, di qualsiasi religione, di qualsiasi etnia, sono sempre eguali: essi spostano il campo dal reale al non reale, dalla contingenza al trascendente, dando speranza di un?altra vita, invitando a passare la vita transitoria, terrena in modo ascetico per amministrare i beni dei fideles e farne profitto e goderne, predicando astensione sessuale e sensuale alla ricerca della purezza spirituale in una imitazione divina...
Nei miei lavori storici ho trovato molti uomini che predicano ai loro simili non tanto per sè ma per la comunità da cui dipendono per fare il bene della Chiesa: li ho seguiti nel loro lovoro, pazzesco, maniacale, assurdo, in una ricerca infinita grandiosa, tesa sola al bene comunitario, in un annullamento dell'io in mezzo alle celebrazioni più alte (papale imperiale militare sociale ecc), contenti di aver fatto nel massimo rispetto della fides per il conseguimento di mete utili al sistema religioso; i nostri grandi santi cristiani occidentali (Martino, Ambrogio, Damaso, Girolamo, Agostino, Leone ecc) e quelli orientali (Basilio, Gregorio di Nissa Gregorio di Nazianzo, Giovanni Crisostomo, Simeone lo Stilita Teofilo e Cirillo di Alessandria, Pulcheria cc) hanno una loro funzione storica nella Storia della Chiesa perchè hanno creato con la loro opera e col loro pensiero un cardine, un pilastro, una colonna, una casa. la costruzione del palatium ecclesiastico; per la causa della Chiesa hanno formato strutture significative per il sistema cristiano, ma dov'è la loro santità?
Nell'essere stati strumento dell oikonomia divina, nell'aver operato per l'oikos della Chiesa, scalzando il potere imperiale, approfittando della vacuita e pochezza intellettiva di bambini o di dinastie in declino, facendo scismi o procedendo per anatematismi!
Ma quale santità può esserci in uomini che rinunciano alla vita che vivono per un'altra vita, che operano solo ai fini di una istituzione, che sono implacabili nel loro zelo religioso, o del tutto avulsi dalla realtà: i nostri santi sono anziani che raggirono ragazzi imperiali ed imperatori per la supremazia ambrosiana; sono uomini di cultura che abbindolano vedove o vergini con grandi capitali come Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo per citare alcuni ; e per ultimo come valutare un asceta, un mistico, mariano, alto, segaligno e tutto pervaso di amore per Dio, lucidissimo nel perseguire i suoi scopi contro Abelardo, contro Ruggero II ed Anacleto II a favore di Innocenzo II, come Bernardo di Clairveaux nello scisma del 1130, un uomo che gode di aver inviato caterve di uomini alla crociata indetta dal discepolo papa Eugenio III e che esulta-lui il fedele d'amore lo scrittore del De diligendo deo - quando dice: donne di Francia vi ho reso tutte vedove!...
I santi cristiani sono tutti maschilisti di stampo ebraico, autoritari, che hanno nessuna considerazione della donna, diabolica e sola materia di peccato, senza eidos, impura, quasi non elemento anthropico, sopportata appena genericamente in quanto partoriente inutile, comunque, nella generazione ...
Santità deve avere un altro valore, certamente diverso da quello cristiano, se ci si vuole intendere su un vivere probo, onesto, morale secondo altre strutture differenti da quelle finora usate per i parametri di valutazione cristiana.
Anche Ser Cepparello da Prato divenne e fu creduto santo e fece miracoli a seguito di una confessione sacrilega col miglior frate della zona, in odore di santità anche lui, secondo il Boccaccio...
Fare un tesoro sulla terra, durante la vita terrena, per avere un premio nel Paradiso diventa un macroscopico immenso tesoro economico finanziario per i sacerdotes amministratori che da secoli, in continuità, gestiscono e nascondono ebraicamente quanto immagazzinato per la futura grandezza dell Chiesa, veri fanatici (da Fanum come uomini addetti al tempio), veri perfidi (fedelissimi) giudei, davvero giudei cristiani....
Bellissima utopia, di cui massimo assertore è stato Shaul, divenuto poi Paulus, (in stretto rapporto con Sergio Paolo governatore di Cipro), un mistico che dalla coscienza dell?essere niente come creatura, crea un?unione con Dio sublime, irrealizzabile, dà un sogno, promette cose non provate da nessuno, ma solo inventate, un piacere sovrumano ed attesa di una vita migliore, collocata in un altro mondo.
Egli fondeva così ideazione greco-ellenistica e cultura giudaica: pensiero greco e tradizione israelitica: due forme sacerdotali classiche con due teologie avanzate, come risultanze di somme filosofie.
Un tale sogno divino si paga con una vita irreale e soprattutto con uno stile di vita ambiguo, equivoco, di caritas, agape tzedaqah, di falsa socializzazione e di equivoca giustizia.
In questo percorso non umano ma divino, si dice che si ritorna in Dio in quanto l?uomo ricostruisce l?unità dopo che aveva spezzato l? armonia ed aveva determinato il male : l?en sof e la sua shekinah separati, esigono una ricerca più per l?ebreo che il cristiano, il quale, adepto di una setta ereticale giudaica mezzo giudeo e mezzo pagano, contraddittorio nelle sue doppie morali, con le sincresi mal digerite, non può mai fare.
L?ebreo cerca di riconnettersi a Dio; il cristiano non ha neppure le possibilità di connessione.
Infatti non ha la coscienza esatta di uomo chi tende al divino: la realtà dell?uomo è attività, energia, sentimento, slancio infinito, su una base di animalità per un star bene con se stesso, per una sazietà completa, epicurea, direi cinica, nel senso più volgare: senza la sazietà non c?è per l?uomo una padronanza di sé: Orazio parla di modus quando ha già raggiunto la meta, il benessere ed allora dice di alzarsi dalla vita come un conviva satur.
Le sue affermazioni di metrioths e di epicureismo sono scolastiche, proprie di chi ha conseguito quanto ha agognato e poi ha pontificato creando regole per la massa di fedeli sudditi che devono servire il princeps augustus: da scriba quaestorius non parla così quando scrive Giambi ed Epodi, quando è rabbioso e favoleggia maledizioni divine e pensa a fughe oltre i confini dell?impero romano.
Essere Compos sui (padrone di sé ), latino, è una conseguenza di un lungo lavoro su di sé, ma non è uno stato, è solo un passo, una tappa di relativa serenità destinata ad infrangersi di fronte ad altre contingenze.
Anthropos è tale, se limitato è il volere, se c'è una graduale rinuncia alle voglie, se si cerca solo quelle naturali e se ci si distacca dalla massa.
Questa prima fase di graduale ridimensionamento del volere è da connettersi con l?unica voglia del saggio: conoscere sempre di più e tendere all ?adrepebolon (a mete non raggiungibili).
E? chiaro che in tale operazione anche il monito oracolare gnothi seauton (conosci te stesso) non avrebbe significato alcuno perché risulta un vuoto avvertimento senza epimeleia sou (cura di té), se non si sottendesse un lungo lavoro di amore e di ricerca sul proprio io, affannosa e continua per tutta la vita, che è connessa con le tensioni a conoscere se stesso.
Mi spiego.
Nessuno può essere padrone di sé se ha una deficienza fisica o ha un trauma psichico (con questi modi di dire si vuole comprendere ogni tipo di malessere), specie se ha limos (fame) e phobos (paura: l?animale affamato o impaurito aggredisce).
L?autocontrollo, la gestione del proprio corpo, la sufficiente pacatezza e temperanza, il modus è una risultanza che si ottiene dopo lungo esercizio, e dopo il benessere, a pancia piena, e dopo che si è pensato con massima cura a sé, dopo perfino aver avuto epithumia tou paschein ( il desiderio/voglia di subire e soffrire ) anche per amore.
Conoscere se stesso è un ?espressione impropria in quanto non ci può essere una misurazione di qualcosa che non è misurabile: l?io non ha margini di conoscenza ma solo forme parziali di conoscenza, specifiche di certi momenti, e di certi stati in cui si ha la percezione di una situazione di quiete apparente, ma si sa che si è in un mare volubile, di dimensioni oceaniche, infinito.
Il conoscere se stesso passa fondamentalmente per la phusis esterna, natura, e poi per quella interna che chiamiamo anima con le componenti di soma e pneumation ma inizialmente include un essere fisico, in senso costitutivo, come mere(parti) come organoi (strumenti) come ideai (forme) che si esprimono, secondo funzionalità specifiche.
La conoscenza delle singole parti e la conoscenza organica, dando una precisa sensazione e posizione all?individuo, permettono un rapporto personale sulla base utilitaristica individuale e fortemente egoistica, come esigenza di benessere e di eudaimonia personale, come soddisfacimento dei sensi e dell?appetito e quindi autorizzano una relazione con altri che sono della stessa tipologia con cui, inoltre, ci si scontra per avere una area di dominio e sulla base delle risultanze agonistiche si stabilisce un rapporto di sudditanza o di priorità o di rispetto con conseguenti azioni.
Questo conseguimento di uno stato personale è segno della compiuta epimeleia sou (di una cura/amore di te stesso)ed è propedeutico alla conoscenza, seppure imperfetta, di sé.
Comunque, Anthropos animale, zoon, con la sua vita in mezzo agli altri si crea lo spazio vitale e si colloca istintivamente, non razionalmente: le virtù cardinali e quelle teologali vengono in successione come relazione tra elementi paritari che hanno compreso di far parte dello stesso genos (stirpe) in quanto hanno comune genitore, ed allora scoprono di avere nel sangue comune lo stessa immagine di Dio, di essere fratelli in Dio, di far parte del logos e quindi di creare un Kosmos.
E? l?avvio di una storia non solo personale ma anche umana, popolare: il mondo classico sia greco che giudaico ha scoperto questo, anche se ha commesso errori nella collocazione antropocentrica, nel Kosmos; solo il cristiano, pur appropriandosi indebitamente della tradizione romano-ellenistica e di quella giudaica, ha rovesciato il sistema ed ha creato un individuo morale, falsamente morale perché non ha fatto la storia di sé né dell?uomo, ma di un Dio astratto che provvede agli uomini, fatti a sua somiglianza.
Deus pater est caritas, ama i figli e li ha fatti padroni della terra ed ha un rapporto privilegiato con i credenti che, quindi, devono amare i fratelli con lo stesso amore con cui Dio li ha amati: la fides diventa centrale per l?uomo in senso cristiano: la morale cristiana testimonia l?errore ideologico.
Morale è un servizio pratico come un fare che sancisce il percorso ideologico e cogitativo: è mettere in pratica quanto si dice e si pensa e fare buone azioni dopo averle pensate e predicate: morale è coerenza tra dire e fare.
Morale sottende giustizia sociale e bontà unite e fuse insieme come amore di Dio espresso nei confronti del prossimo, sulla base dell?amore stesso di Dio per i suoi figli.
Morale è la massima esplicazione di giustizia: solo la morale porta ad unione con Dio tramite la tzedaqah, tramite il fare atti di giustizia verso il fratello: la spiritualità degli uomini è riconnessa con questa fratellanza e si realizza con l?unione di parti divine, facendo un percorso di continua divinizzazione: lo spirito col servizio di amore ricostruisce l?unità divina.
Nel rapporto tra uomo ed uomo sulla base dell?exemplum di Dio, che ama l?uomo, è il segreto dell?unità divina, perché con esso si raggiunge l?unio, Yesod, ripristinando col Malkuth (regno di Dio tra gli uomini , come diffusione dell?amore ) l?originario pardes (paradiso terrestre).
La neshama (anima), allora, ricevendo il bacio di amore, torna alla fonte creativa iniziale di Kether (corona), purificata e spiritualizzata dalle prove della vita dalle sofferenze subite nelle sue incarnazioni: un processo lungo, in cui l?uomo fa la storia non di sé ma di Dio.....
Ora questa linea giudaica attraversa superficialmente il cristianesimo come quella classica, ma il credente cristiano, questo sconosciuto in quanto scisso dalla sua parte animale e storica, parla, agisce su due registri opposti, una cosa dice una cosa fa, predica bene e razzola male: la massima sua espressione è il clero cattolico.
Guicciardini nei Pensieri aveva veramente fotografato l?uomo cristiano e specie il sacerdote:
Io non so a chi più dispiaccia che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie dei preti; sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso in sé perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dipendente da Dio; ed ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in un subietto molto strano: non si meno il grado che ho avuto con più pontefici, m?ha necessitato ad amare per il particolare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Lutero quanto me medesimo: non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa comunemente, ma per vedere ridotta questa caterva di scellerati a termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità?
io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello stato ecclesiastico e la fortuna ha voluto che sono stati dua pontefici tali che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro. Ma se non fussi questo rispetto, amerei più Martino Lutero che medesimo perché spererei che la sua setta potesse ruinare o almeno tarpare le ali a questa scellerata tirannide di preti. (XXVIII)
Ritengo, al di là della valutazione guicciardiniana, che il cristiano abbia tutti i vizi possibili e sia incapace di migliorare proprio perché non ha possibilità né di capire la realtà, né la natura né la storia: vive in una dimensione non umana, ma divina, astratta e perciò non sa entrare nel reale problema di vita né nella storia...
Ho provato a parlare alla buona su un piano di realtà e di storia con un amico, compagno di infanzia e di adolescenza, mi sono trovato sempre in equivoco di termine: impossibile perfino la comunicazione.
Quando parlo, l?amico vede sempre un?altra realtà diversa da quella oggettiva di cui parlo e su cui faccio esempi...
Ho provato a capire i cristiani, che si definivano storici, commentatori di Filone e di Giuseppe Flavio: essi usano il termine in modo improprio ma dicono che io uso il termine impropriamente: essi che non hanno referenti reali e storici, vogliono definire senza avere una vera area semantica lessicale e parlano a vuoto, ma filosoficamente e teologicamente, con la terminologia filosofico-teologica che veicola non dico errori (sarebbe positivo), ma solo vuota tautologia.....
A volte ho perfino pensato di non capire niente e di non tentare neanche di avere una comunicazione: io ormai ho un mio termine, un lessico proprio, ma mi rendo conto, che pur parlando della stessa cosa, pur esaminata allo stesso modo e definita con lo stesso criterio, si hanno conclusioni con diverse formule, opposte, perché io lavoro sulla cosa e costruisco su di essa per poi definirla, loro invece la definiscono prima ancora di averci lavorato sopra: in natura e in storia questo diventa un non senso.
Reale, Radice ed amici cattolici, accademici di alta preparazione e formazione facendo traduzione e commento degli stessi autori da me tradotti e commentati ( lasciando da parte le differenze di lettura) mi fanno pensare ad uomini che vivono sulle nuvole, che non conoscono mai la situazione di fatto, ma la ipotizzano vagamente e fanno interventi pensando di esplorare e arrivare ad una aletheia senza una meticolosa costruzione della società in questione, dei fatti storici, dei personaggi e delle loro vicende, delle pulsioni di vita reale proprie di quell?epoca ....
Mi sono sorpreso a sorridere delle loro conclusioni su Filone, Seneca e su filosofi pagani e cristiani : valutano giudicano senza aver fatto una reale costruzione logica, la loro argomentazione vuota di fatti, è ricca di parole
Si tratta di interpretazione teologale!?
Autore: Angelo Filipponi
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