Anania e Saffira

Una comunità oniade a Gerusalemme?

L’episodio di Anania e Saffira (Atti degli apostoli, 5,1-11) è molto significativo per la comprensione del Primissimo cristianesimo, quello successivo la morte di Jehoshua (da datare tra il 37-44 e sicuramente prima della morte di Giulio Erode Agrippa, nel quadro di una persecuzione tutta da definire da parte di un re ebraico, socio dell’impero romano), prima ancora della costituzione del gruppo antiocheno di Christianoi.

L’episodio rientra nel quadro del malkut ha shemaim (Regno dei cieli) non di quello del Regno di Dio (cfr Angelo Filipponi, Jehoshua o Jesous?, Maroni, 2005).
Come poi fu letto l’episodio, dopo circa cinquanta anni, da Luca (? o quello che chiamiamo Luca) è ancora tutto da capire: in un nuovo sistema politico e in un nuovo habitat  la morte di Anania e di Saffira diventa un esempio per i cristiani che volevano apparire caritatevoli e che mentivano  in quanto ancora attaccati al denaro, in un momento in cui le havurot (cfr. Qehillà di  Cafarnao in Giudaismo romano II, opera inedita ) si erano ben stabilizzate, dopo la distruzione del Tempio, in terre pagane,  secondo normative giudaico-cristiane, che solo sostituivano il rito del seder con la cena evangelica.
Una cosa è narrare i fatti durante il regno di Agrippa (la cui morte è descritta in Atti degli apostoli,12,20-24)  una cosa narrare l’episodio in epoca flavia (69-96) (cfr.  prefazione a I libro di Antichità Giudaiche -angelofilipponi.com ora E.Book Narcissus).
Inoltre Luca (o chi per lui ) non ha i requisiti dello storico,  proprio perché semantizza in un’epoca diversa da quella di accadimento e perché non ha le caratteristiche dello storico classico, ma quello dello storico cristiano (cfr prefazione alla III parte di Giudaismo Romano– angelofilipponi.com).
Infatti il suo sistema sincretico di narrare e di fare storia mitizzata  tende più a stupire il lettore e a convincerlo della verità e bontà della  sua religio e a dire che Khristos è Krhstos  per l’impero romano che a  documentare i fatti: non imita nemmeno il sistema giudaico della toledoth ormai in voga a Roma, grazie all’opera  di Giuseppe Flavio, che aveva narrato  in sette libri la Storia Giudaica e che stava scrivendo in 20 libri Antichità giudaiche, aiutato da scribi ellenistici ben retoricizzati.
Luca ha bisogno di mythos per narrare e  per scrivere storicamente e  deve necessariamente aggiungere termini che non esistono all’epoca dei fatti e deve sopprimerne altri che potevano essere indicativi di una diversa realtà.
Luca è cristiano antiocheno e la sua opera è tipica di una città (che ha una sua tradizione antigiudaica ed è espressione di filoromanità) destinata ad essere, secondo gli oracula sibillina, annientata: un terremoto e il ferimento di Traiano, presente per caso in città  (cfr Apocalisse di Baruc ed Ascensione di Isaia) scatenano la furia  dei giudei, la cui reazione feroce esplode in Cirenaica e poi a Cipro e in Egitto, al momento stesso dell’invasione traianea della Mesopotamia.
Antiochia prima e Roma poi sono le due metropoli odiate dai Giudei che, credendo nel Messia,  ritengono  giunto il tempo del Signore  e massacrano i pagani, giungendo ad efferatezze raccapriccianti (cfr. Angelo Filipponi, Giudaismo Romano, III parte).
La  lettura  lucana antiochena, litteralis, assume un valore nuovo, in senso anagogico e moralis.
Anania e Saffira, che depongono il denaro, frutto della vendita di un loro podere, desiderosi di vivere in comunità,  sono considerati  intorno agli anni ottanta-novanta  come  persone  dominate da pleonecsia ed aischrokerdeia, quindi  cattive  (prigioniere di Satana)  ed intenzionate ad ingannare lo Spirito Santo, quando invece i due vecchi, bisognosi di protezione avevano fatto il sacrificio di vendere il loro terreno, in un momento storico critico (di massima desolazione) quale quello successivo il Malkut fallito, ed avevano portato il ricavato, sottraendone una minima parte per le loro necessità senili.
I due vecchi, in effetti,  erano veri giudei, che avevano creduto nel Meshiah ed avevano sofferto  e soffrivano per la sua morte e per la fine delle illusioni messianiche.
Essi, forse, non ben informati sulla rigida osservanza dei giakobiti (i seguaci di Giacomo, fratello nella carne del Signore)  non fiduciosi, comunque,  nel patronato né degli Anano nè di Anania,   l’ex sommopontefice, nè degli erodiani, si erano iscritti alla comunità  ed avevano intenzione di partecipare all'(‘edah) assemblea e di vivere secondo le leggi comunitarie, da buoni patrioti (zelotai).
Insomma  i due vecchi avevano fatto una scelta di campo nell’ambito delle lotte interne al tempio e si erano schierati con la comunità più oltranzista, quella giakobita, secondo la tradizione popolare giudaica, in una volontà di vivere  religiosamente e piamente gli ultimi anni, assistiti da confratelli, in un desiderio di cooperare fattivamente al bene comunitario, in relazione alla loro professione e mestiere: non è escluso che erano genitori di zelotai combattenti, fatti uccidere da Giulio Erode Agrippa nei giochi dell’anfiteatro di Cesarea Marittima.
Essi erano, quindi, non solo antisadducei ma anche antierodiani e perciò avevano bisogno di protezione e l’avevano trovata in Jakob il Giusto, fratello del Signore crocifisso.
Luca nemmeno accenna a tutto questo (o forse nemmeno lo sa esattamente): usa in epoca domizianea una terminologia non storica cioè non quella propria del tempo di accadimento, ma quella tipica di una fides romana quando già è in nuce la divisione trinitaria, cristiana (Padre, Figlio, Spirito santo) quando  il cristiano si è già distinto dall’ebreo, quando già c’è opposizione tra Regno dei cieli e Regno di Dio.
Questo fa spostare l’epoca di semantizzazione, quindi, di scrittura degli Atti degli Apostoli  in  epoca domizianea e forse anche in quella dei primi  antonini (Nerva e Traiano).
Il fatto, invece, accadde quando la comunità gerosolomitana, dopo la morte di Gesù,  ancora con le stesse regole di Kaphernaum,  aveva un gruppo dirigente (qahal) come quello essenico ed aveva come capo Jakob, che aveva le sue guardie del tempio, i cosiddetti sicari, che dovevano garantire il regolare funzionamento templare ed anche l’ accesso dei neofiti alla comunità e in caso di disobbedienza, punire con la morte ad un cenno del capo.
La storicità di Luca, dunque, è tutta da provare e da dimostrare  come è da stabilire l’effettiva datazione degli Atti degli apostoli, opera composita, non omogenea (cfr D. Marguerat, La primiere histoire du Christhianisme. Les Actes  des Apotres, Paris Cerf,1999).
Di certo si può dire che Luca, da parte sua, narra fatti senza inquadrarli e da un’altra, aggiunge elementi al momento della scrittura e della semantizzazione: egli  mette insieme due diversi modi di vivere in comunità, sottesi: uno del periodo di Agrippa ed uno storicamente molto posteriore.
Sono due diversi sistemi di tzedaqah (caritas, come atto di giustizia)  che comportano due diversi modi di vivere uno in patria  (o  precisamente in Gerusalemme o in Partia)  ed uno in  tutto il territorio romano: uno tradizionale ed uno ellenistico, uno basato sulla vita comunitaria agricola  e fraterna; una basata sul kerdos comunitario, sul profitto, sul tokos  e quindi venato da aischrokerdia.
Quindi, bisogna ritrovare il momento storico del fatto e poi il momento storico della lettura del fatto da parte di uomini che, sconfitti dall’impero romano, dispersi,  ora dovevano riorganizzarsi, seguendo lo stesso esempio della scuola di Jammia di Johanan ben Zaccai.
E’ necessario, però, comprendere prima come era effettivamente la comunità gerosolomitana nel periodo di Jehoshua vivente e, subito dopo, nel periodo jakobita fino al 62.
La comunità  in quel tempo aveva un suo funzionamento sulla base di una rigorosa obbedienza ai capi, specie subito dopo la morte di Jehoshua: il disobbediente era punito con la pena di morte all’istante, sgozzato come un agnello: era una reazione crudele all’insuccesso del Malkut, un segno di paura di una comunità in pericolo, data anche la persecuzione di Erode Agrippa I che governava come filoromano…
La regola fondamentale della comunità era l’obbedienza cieca ai capi, che iniziava con l’atto di offerta del ricavato della vendita dei propri beni immobili, davanti al consiglio ristretto di mebaqer, con o senza la presenza del capo-comunitario.
Era forse questa comunità iniziale  come quella di Kaphernaum integralista ed  antiromana? o come quella essenica agricola conservatrice della tradizione,  vivente secondo una pratica  integralista della più rigida osservanza legalistica ebraica?  o come quella contemplativa dei terapeuti egizi alessandrini dediti alla contemplazione e al commento biblico?
o come quella di altre comunità come quella oniade di massima organizzazione  amministrativa, trapezitaria, emporica, diffusasi nel bacino del Mediterraneo con una infinità di apoikiai (colonie succursali) vincolate da caritas?
o come quella, antica, tubiade, di strutturazione  economico-militare, ubicata in zone non urbane, aventi ambedue, seppure methoriai,  in comune, la pratica del seder pasquale, la preghiera rituale e lo shabat?
O forse una comunità mista con caratteri anche templari  militaristici, ma anche economici?
Solo se si tengono presenti queste operazioni  preliminari storiche e  si conosce esattamente la tipologia comunitaria dei seguaci di Jakob, successore di Jehoshua, e la  sua funzione “sacerdotale” e templare, voluta da Erode Agrippa I,  è possibile, per noi,  leggere ed interpretare correttamente i passi 2,42-47 e 4,22-25 (cfr Giudaismo romano II parte)….
La lettura e  l’interpretazione  generica,  fatte dal medico Luca,  scrittore di bios,  storico,  proprie  della tradizione cristiana non sono  accettabili,  perché  l’autore confonde i due piani storici ed perché astrae dalle realtà storiche diverse ( una precedente  la guerra giudaico-romana e  l’altra successiva la distruzione del Tempio, evento incalcolabile nella  psiche giudaica)  e  perché non tiene conto dei  sistemi  rigidi comunitari vigenti nelle diverse epoche…. 
Nel periodo flavio la comunità si era trasformata, non potendo più vivere con le strutture precedenti perché sotto osservazione dei pagani e dei governatori romani, che di mal occhio vedevano i raggruppamenti ritenuti pericolosi per lo stato perché  di ideologia antiromana e considerati di scarsa utilità per il fisco imperiale,  in quanto l’epitropos (dioichetes, epimeletes, episcopos, chiamati con vario nome a seconda delle zone o della tipicità fideistica o ereticale cristiana) pagava, solo lui (forse  col suo staff dirigenziale) mentre era immune da tassazione ogni adepto “fidelis“.
Un imperatore come Vespasiano  tirchio e fiscalissimo (mulio- mulattiere per i romani, kubiosactes-venditore di cubetti di tonno per gli alessandrini cfr Svetonio, Vespasiano,xxv) che aveva costretto i giudei a pagare a Roma la doppia dracma, (fiscus ioudaicus), dovuta al tempio, mal digeriva  il sistema di pagamento comunitario, che era un mascheramento di humanitas e di caritas, secondo le norme assistenziali giudaiche e lo sottoponeva ad una severa inquisizione annuale: un gruppo comunitario di oltre 10’000 persone pagava probabilmente  solo l’un per mille e non dichiarava mai l’entità del suo capitale di base né le entrate di denaro fresco e di uomini inglobati come fideles…..
Era, inoltre, oscuro  per le autorità romane il sistema con cui la comunità assicurava la vita a tanta gente, anche se si conoscevano i mestieri e le attività svolte dal gruppo (cfr Giudaismo Romano II parte)…
Luca aveva un solo esempio biblico di condanna a morte di un uomo che aveva  nascosto  qualche cosa interdetta dai capi,  quello di Acan, figlio di Carmi (Giosué,7,1-26) che confessò di avere preso, durante il saccheggio di Gerico,  come bottino “un magnifico mantello di Sennaar, 200 sicli di argento,  un lingotto d’oro di cinquanta sicli” e perciò, siccome “aveva  trasgredito l’alleanza col signore ed aveva commesso una grande infamia” venne bruciato lui con tutta la sua famiglia e i suoi beni ed animali…
Luca applica la stessa  sentenza di Giosué e quindi Pietro non guarda al reato (minimo) ma solo alla falsità dei due coniugi.
Luca, dunque, non conosce neppure la Regola della comunità di Qumran (VI, 18-24) che così recita:  se tra loro c’è qualcuno che mente  a proposito dei beni ed egli ne è conscio, lo escluderanno di mezzo alla purificazione dei molti  per un anno e sarà privato di un quarto del suo pane (cfr L. Moraldi,  I manoscritti del Qumran,Tea, 1995): se l’avesse conosciuta,  avrebbe  inventato una soluzione meno crudele o avrebbe mascherato l’episodio in altro modo e non avrebbe fatto morire  quasi contemporanemante i due vecchi   “con un colpo divino “(non credibile), ma avrebbe dilazionato almeno la morte dei due ….
Lo storico cristiano, dunque, senza entrare nella storia, ci narra la tragedia di due vecchi, colpiti da Dio, tramite il giudizio di Pietro che, nuovo Giosuè,  esegue la sentenza celeste…
L’Haburah cristiana flavia aveva ancora mantenuto la struttura di quella del Regno dei Cieli? Essendo diverso il funzionamento amministrativo, è improbabile una condanna morte e/o perfino una punizione corporale.
Luca ha letto (o ha sentito) del sistema punitivo giakobita e lo ha tramandato (incautamente): … l’evangelista non è certo un fidelis della storia!
Comunque,  il funzionamento religioso rituale era  forse rimasto lo stesso, seppure si era differenziato a seconda delle eresie ebraiche specie per i contrasti, sorti nel seno giudaico tra i fideles  puritani ebraici e gli scismastici cristhianoi, antiocheni,  che ancora avevano in comune le stesse sinagoghe nelle metropoli e si distinguevano solo nelle province…
E’ chiaro, dunque, che bisogna distinguere, dividere,  separare, precisare  i vari momenti  e le diverse proposizioni culturali  nel seno dello stesso giudaismo, prima di leggere Luca e l’episodio di Anania e Saffira….