Anacoretismo giudaico e cristiano

Terapeuti e monaci antoniani

Anacoretismo giudaico e cristiano
Quando i primi monaci egizi, come Antonio abate, e poi come Ammonio e Pacomio, secondo Atanasio (Vita di Antonio)  e secondo Girolamo ( Vita di Paolo, di Antonio  e di Ilarione) decisero di essere monaci  e padri del deserto, avevano già presente un modello quello Dei Terapeuti di Alessandria, dei mille cari a Dio  (cfr. Filone,  Vita contemplativa), celibi, poveri ed asceti.
L'esistenza dei terapeuti in Alessandria è documentata fino al V secolo d.C. (cfr. Sinesio di Cirene,  Elogio della calvizie,15 ) in un'epoca ormai di dominio cristiano in Egitto.

Mio intento è capire se i Terapeuti  erano al tempo considerati cristiani o come una colonia cristiana, secondo quanto afferma Eusebio ( St. Ecclesiastica, I) o se essi erano ancora giudei ben distinti dai cristiani.
In secondo luogo cerco di comprendere se il luogo, in cui vivono i Terapeuti, è lo stesso dei monaci di Celle, da dove venivano i famigerati parabolani di Cirillo, uomini pronti alla morte per il trionfo del cristianesimo, che, già, era religione imperante in Alessandria e nel mondo romano,  dopo l'editto di Teodosio il grande.   
In relazione alle risposte bisogna dare senso e significato all'anacoretismo cristiano e alla sua connessione diretta con il Terapeutismo giudaico.
La storia lausiaca di Palladio (Diacono  di Costantinopoli), dedicata a Lauso, gran ciambellano (praepositus sacri cubiculi) di Teodosio II, pubblicata nel 420,  e La storia dei monaci in latino di Rufino e Le  Istituzioni e Le conferenze di Cassiano (che aveva soggiornato in Egitto dal 385 al 400) sembrano non disconoscere il contributo degli anacoreti ebraici e il loro sistema di vita e quindi sembrano avere nella giusta considerazione il fenomeno giudaico, ancora esistente. seppure perseguitato.
E quindi come deve essere valutata la notizia di Eusebio di un secolo circa prima sulla fondazione e costituzione dei terapeuti ad opera di Marco Evangelista, primo vescovo cristiano alessandrino? 
Per ora sospendiamo la risposta e la valutazione e procediamo nel lavoro
Per Lucien Regnault (la Vita quotidiana  dei padri del deserto, Edizioni Piemme, 1994) i monaci cristiani, andando oltre  il pensiero anacoretico giudaico, basato essenzialmente sulla vita comunitaria e sul commento biblico, si allontanarono dalle originarie sedi, vicine ad Alessandria e si spinsero nel cuore del deserto,  proprio per differenziarsi dagli anacoreti giudaici, che vivevano ai limiti della città di Alessandria, in una separazione dalla vita cittadina e in un tentativo di sfuggire alle tentazioni della gloria umana. 
Personalmente ritengo che questa sia la vera distinzione tra i due monachesimi in quanto l'anacoretismo cristiano è teso alla  imitazione di Cristo,  perpetua,  fondamentale nella scelta di Antonio e poi degli altri monaci, mentre quello giudaico era solo una separazione (anakhoresis), in senso farisaico, per la retta interpretazione della Legge (sia nella lettura del testo dei Settanta che di quello masoretico), fatta da asceti che sviluppavano le virtù anacoretiche, anche se vivevano da celibi, accanto a monache vergini, che potevano partecipare al loro ministero, in un muto ascolto.
Inoltre il fenomeno cristiano sembra tipico dell'anima egizia e sembra essere inizialmente proprio della crisi sociale dell'Egitto in epoca dioclezianea.
La notizia di Sinesio sul terapeuta, che era stata rasato e tosato alla morte e che un anno dopo, aveva invece capelli e barba, datata 395 (anno di scrittura del libro sinesiano) non solo mostra che vi sono ancora, dopo la fine dei giuochi olimpici (394) , dopo gli ultimi attacchi alla cultura pagana,  in un sistema cristiano, anacoreti giudaici, ma anche che  vivono accanto gli uni agli altri,  nonostante l'integralismo cristiano antipagano ed antigiudaico.
Il verbo, comunque, usato da Sinesio-  retore raffinato, sofista impareggiabile, discepolo di Ipazia, vescovo cristiano semipagano, marito di una cristiana (370-413)- Diathruleo  spargo la voce e  divulgo in modo da assordare e da  sbalordire gli altri, in una campagna di informazione capillare tanto che, intronando le orecchie, giunga fino  in profondità, fa pensare ad uno stato non  solo di convivenza, ma di rivalità tra le due comunità.
Sinesio avrebbe potuto dire in tanti altri modi la notizia con altri verbi senza sottendere una rivalità con acrimonia sottesa a diathrulein.
Per noi, dunque,  Sinesio ha coscienza che vi sono due anacoretismi e che questi sono in contrasto, smentendo in un certo senso Eusebio che invece aveva detto che i Terapeuti erano stati formati da Marco evangelista, vescovo di Alessandria e che quindi, scorrettamente,  aveva già unificato le due forme anacoretiche.
Prima, comunque, di affrontare i due problemi ci sembra opportuno mostrare il sistema eremitico cristiano che, affermatosi in epoca di persecuzione, si era poi perfezionato quando il cristianesimo è imperante in tutto l'impero e la sua religiosistà è statale. 
Dobbiamo, quindi, dire che vi sono due forme di anacoretismo in Egitto: una rimasta fedele alla forma iniziale ed un'altra, mutata, successiva; la prima come fenomeno di fuga dalla civiltà corrotta e pagana  alla ricerca di un paradiso sulla
terra  come anticipo del premio eterno; la seconda come formazione per la tutela della fides e doctrina christiana con intenti di dvulgazione cristiana forzata e con piani  sistematici di persecuzione, armata, contro i pagani, grazie al debole potere della magistratura laica, sovrastata  e dominata da quella religiosa, favorita dalla corte imperiale costantinopolitana.    
Il sistema di vita cristiano, perciò, risulta diverso man mano che gli anacoreti cristiani avanzano nel deserto e diventano uomini del deserto  e padri del deserto, che non hanno più rapporti con la comunità cittadina e quindi con la gerarchia episcopale: il nostro lavoro tende a verificare il reale sistema di vita e il tipo di cristianesimo vissuto in questi due diversi momenti, rilevato  nella prima metà del IV secolo e  specificamente alla fine del secolo ed all' inizio del V secolo.
Dall'esame di questi due momenti viene fuori la differenza sostanziale tra l'anacoretismo giudaico e quello cristiano, che assume (solo allora) le sue specifiche peculiarità.    
La comunità di Nitria, di Celle, di Scete (Wati el  Natrun)  sono le comunità privilegiate nel IV secolo rispetto a quelle del Monastero di S Antonio  o di S Paolo nella Tebaide, lungo la via terrestre che porta al Mar Rosso,  mentre meno seguite quelle del deserto di Calcide in Siria.     
Le vite di Paolo, di Ilarione e di Malco di Girolamo hanno solo un valore indicativo, relativo al periodo di scrittura, compreso tra il 388 e il 391, nel clima di una contesa dottrinale sulla Verginità, di cui la vita di Malco è una vera apologia, da connettere con la lettera XXII  del Santo Ad Eustochio. 
D'altra parte sia La vita di Paolo che quella di Antonio e specie  quella di Ilarione sembrano una continua fuga verso il deserto, in un allontanamento dalla vita cittadina, dai cittadini, dalla corte, che vogliono tributare  onore  alla santità riconosciuta dei monaci, non più liberi di servire il Signore e  di seguirne effettivamente la sua vita ascetica.
Fuggire nel deserto diventa una rinuncia alla vita e alla gloria umana, divenuta difficile proprio nel periodo in cui c'è il potere imperiale cristiano, che ha determinato sulla terra un marciume (Vita di Malco)  ed ha  permesso un sistema meretricio come quello delle agapete, anche se propone la verginità e castità.
Il potere imperiale cristiano  teodosiano si basa sulla vita cristiana, ancorata sull'esempio di Cristo,  in una negazione della vita terrena, a favore di una sublimazione della natura umana, in una coscienza di un prossimo ritorno del Signore,  in una distruzione della fonte della vita sessuale, intesa come forma demoniaca  e in una proclamazione dell'ideale stesso cristiano, la cui forza ora era solo nel monachesimo, quello veramente eremitico, basato sulla compartecipazione in relazione alla vita delle formiche secondo il detto di Salomone (Proverbi, VI,6): tutti lavorano in un insieme e non c'è niente che sia di proprietà di nessuno, ma tutto è di tutti (Vita di Malco) in una visione di operatività, senza amore, come puro dovere; una massa operaia, operosa per i vertici  specie clericali, fruitori  effettivi del lavoro incessante continuo di uomini che vivono senza patria, senza amore,  senza ideali reali, se non quello di un'elpis paradisiaca: una irrazionale insania diventa una moda utile ad una gerarchia religiosa che domina a corte e che ha condizionato il sistema imperiale, già vincolato dal rigido ideale cristiano, integralista. 
Fuggire nel deserto ed essere formiche sono due formule di una stessa moralitas, che si esprime in un rifiuto della vita, cristianizzata, organizzata da Teodosio e dalla sua stirpe sia in Oriente che in Occidente:  essere monaco è prima di tutto rinunciare ad essere civis romanus e quindi diventare civis di un'altra patria al fine di conseguire, già sulla terra, un premio  che sarà possesso eterno dopo la morte.
La corte costantinopolitana, dominata da eunuchi e da prelati come Nettario e Giovanni Crisostomo, è un convento,  dove la pietas religiosa scandisce i tempi della giornata della corte, dove i problemi religiosi diventano urgenze politiche, dove diaconesse, eredi di ricchissime fortune (come Olimpiade) hanno potere non solo sull'imperatore ma anche sui prelati intenzionati  entrambi ad averne l'eredità patrimoniale, dove gli intrighi  politici sono connessi con quelli cultuali, di episcopoi  che non stanno nelle loro sedi, ma vivono da cortigiani, avidi, con incarichi vari, nominali.  
Rutilio Namaziano in De reditu scrive nel 416 d.C.,dimostrando  la sua avversione al fenomeno, tipica di un pagano colto, amante della vita e della luce, del progresso e della civiltà  secondo formule razionali: «Avanzando sul mare ecco apparire la Capraia: l’isola è tutta uno squallore, piena di uomini nemici della luce. Con nome greco si chiamano “monaci” perché vivono isolati dal mondo. Temono i doni della fortuna e nello stesso tempo ne gustano i danni. Ma è giusto essere volontariamente disgraziati per non diventare disgraziati? Che follia stolta e perversa è mai questa che, per paura dei mali, non si possano tollerare i beni?».
Il poeta latino condanna il sistema monacale, amando la forma consociata e il kosmos romano-ellenistico, convinto che questa sia una aberrazione, certo della non utilità sociale di uomini neri, amanti delle tenebre.
Eppure proprio nel momento dell'eschaton, a seguito della presa di Roma ad opera di Alarico, della paura dell'imminenza della fine del mondo si attende il ritorno del Signore; allora diventano fondamentali l'anakhoresis e la verginità, in una coscienza nuova di una preparazione all'incontro con Dio, giusto dispensatore di gloria per i suoi fedeli cristiani, che disprezzano la vita cercano la morte e, così vivendo, creano una tipologia di santità, da imitare.  
Rinunciare ai beni terreni, nascondersi nel deserto sempre più lontano dalla civiltà umana e rifiutare ogni gioia della vita, vivendo in uno stato di verginità perpetua, creando l'ideale di sposo della chiesa per i maschi e sposa di  Cristo per le donne, in un sacrificio della propria humanitas è la pazzia propagandata del nuovo cristianesimo dell'inizio del V secolo.
Non solo uomini ma anche donne di grande nobiltà e ricchezza, come Melania Seniore e sua nipote, come Paola  e sua figlia che (vedove o vergini)  aspirano ad essere vere spose di Cristo, seguendo l'indirizzo di papi e di monaci abili ad accarezzare le orecchie di donne nobili (ad scalpendas aures).
Diventa emblematica la frase di Gesù in Il giovane ricco (Matteo,19,16-22. Marco,10,17-27 Luca, 18,18-27 va, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri ed avrai un tesoro in cielo) e diventa esemplare l'esortazione alla vigilanza (Matteo, 24,36-51  Marco 23,32-37;  Luca,21,34-36) con la parabola matteana delle dieci vergini ( 25 1-13 ).
In questo periodo teodosiano sembra esserci anche l'uso di Skandalon (Matteo 18,6-7, Marco 9, 35-48  Luca 9,46-48 e 13,4-7): l'uso del nome e del verbo  skandalizoo sembra derivare da Paolo e non viceversa: ne è prova l'interpolazione dei due versetti 45-46  mancanti nei Codici Sin BCLA,1,28,118 251.
Questi due versetti sono solo in D TH E FG  nella Siriaca  e nella Vulgata ma come 43 e 45,  anche se Scandalizzare è in Ecclesiastico  9,5 23,8 35,15 ed anche in Daniele 11, 41.
Comunque,  si rinvia ad un altro studio su Skandalon,  scandalon staurou, che è in Curiosità (archivio) dove si precisa anche la relazione con il periodo storico, a partire da I Corinti (1,18-31). 
Dunque in epoca teodosiana viene perfino rifiutato il modello del quarto secolo del monachesimo di  Ammonio (e quello di Macario) che a Wadi el Natrun avevano costituito la comunità santa di cenobiti, che a Scete e a Celle e Nitria  ebbero i loro centri in una zona non lontano dall'attuale El Barnugi, a sud ovest a circa 15 chilometri da Damanhur (capoluogo del governatorato di Beheira). 
Filone situa su una collina sopra il lago Mereotide (circa 250 km quadrati) la colonia dei terapeuti, che si erano stabiliti in quel sito (non altrimenti precisato) a causa  della sicurezza del luogo, della temperatura equilibrata dell’atmosfera, degli effluvi del lago, del clima molto salubre (VITA CONTEMPLATIVA  22-23).
 F Daumas- P. Miquel (Philon d'Alexandrie, De vita contemplativa, Introduction, Notes, texte grec, trad. Francese, Cerf, Paris 1963)  localizzano questo luogo tra il lago Mareotide e il mare, non lontano da Alessandria, dal lato ovest davanti a Taposiride, regione in cui erano stati innalzati numerosi monasteri,  costruiti forse proprio sul luogo dove si erano domiciliati i terapeuti.
Sono forse i monasteri di Celle o limitrofi, quelli che  nel periodo di Macario il Grande si costituirono accanto a quelli dei Terapeuti e poi, dopo la loro scomparsa, dalla zona, forzosa, si cristianizzarono o sono altri del tutto nuovi, di cui noi non abbiamo avuto traccia ? 
Comunque, in quel sito si sono trovate, lungo la costa,  mura e reperti, che sono di quell'epoca. 
In effetti dal V secolo i monaci cristiani  mirano al cuore del deserto, cercando le terre non abitabili in modo da vivere una vita  isolata in rapporto diretto con Dio stesso, tramite la natura, desiderando posporre a tutti i piaceri del mondo la spaventosa nudità della solitudine, la tristezza desolata delle sabbie (Cassiano Conf. 24,2).
Non tutti abbandonano il sito, anche se c'è il fenomeno di allontanarsi ulteriormente dalla città e di immergersi nel deserto…
Eppure il fenomeno era nato tra gli egizi,  fra cui c'era stata la massima mortalità ad opera delle persecuzioni di Diocleziano e di Massimiano ed era divenuto popolare nella zona alessandrina  ed aveva spinto uomini di origine contadina, di forte complessione fisica a ritirarsi nel deserto come iniziale allontanamento dalla città dove c'era l'auctoritas romana.
Adattandosi al clima di Scete, avendo fatto delle costruzioni, i monaci  diedero la possibilità ad altri egizi, stanchi del vivere cittadino e ad altri cives, stranieri, di cercare l'ideale monastico, ormai divenuto una moda, dopo le scelte di Ammonio e  Macario Alessandrino: in questa zona mantennero il sistema di vita contadino sotto un' auctoritas religiosa, costituita dall'abbas, vivendo anche allegramente  e socievolmente, secondo il costume agricolo egizio, pur avendo molti un passato  diverso (Antonio aveva ereditato 300 arure di terra- più di 1000 ettari-; Paolo si era allontanato da casa dopo aver trovato la moglie con un altro uomo; Ammonio e Macario erano mummificatori in quanto  commerciavano con balsami e natran; alcuni erano carpentieri – Giovanni di Licopoli-  altri commercianti -Apollonio)- altri, come Apelle, fabbri ed inoltre c'erano schiavi  scribi, calligrafi ed uomini istruiti  come Abba Giuseppe, c'erano  perfino dei briganti, come Patermuzio.    
Il sopraggiungere, però, di uomini da altre regioni non africane,  come Evagrio  ed Arsenio, determinava una nuova forma di monachesimo che vedeva, secondo il modello ebraico, demoniaca la donna  e funesta ogni  forma sessuale, anche se venivano accettate le donne come monache  e madri del deserto. 
Alla base c'era la promessa evangelica della ricompensa alla loro sofferenza e al sacrificio: Il Signore non solo avrebbe centuplicato il merito individuale ma  avrebbe premiato il suo fidelis monaco con una ricompensa eterna alla sua fatica, al suo dovere compiuto nel segreto del deserto, valutando i segni del martirio impressi in ogni anacoreta, che, così disprezzando la vita, avrebbe avuto, essendo morto in una terra desertica, un tesoro eterno nel paradiso  …