Ameicsia e Filone

Ellenizzazione senza ameicsia: un’altra vita giudaica un’alternativa agli integralisti

In 2 Maccabei, 14, 38 si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all'estero 
Filone (De Josepho, 254) riprende questo stesso concetto e lo innova. 
Ogni ebreo della diaspora  secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco, anche se partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim.

Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri dissiminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati poi da tutti gli altri.
Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didascaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti si era giunti a condannare l'ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e  trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto e in Alessandria,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano.
Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr Ant.Giud. XII.387-388,XIII,62  Guerra Giudaica,I,423-432 e E. BICKERMAN in "ZNW" 32,1935,153 3 ss).
Onia IV, figlio di Onia III, ucciso a Dafne,  fuggito dopo la morte dello zio Menelao e dopo che era stato dato il sommo sacerozio ad Alcimo, che non era di famiglia sommo sacerdotale, accolto da Tolomeo V, ebbe una zona da abitare (khora) nel nomo di Eliopoli, dove eresse un tempio simile a quello di Gerusalemme.
Onia si era allontanato con la volontà di fuggire la corruzione del sommosacerdozio gerolosomitano, controllato dalla corte siriaca e riprendeva i rapporti che suo padre, sommo sacerdote, aveva avuto con la corte egizia: il nuovo tempio e il sacerdote trasfuga reagivano alla politica ellenistica di Antioco Epifane e poi di Antioco Eupatore che ribadivano la necessità di ellenizzazione della classe sacerdotale in Gerusalemme ai fini di un' unificazione generale della Siria, specie dopo la sconfitta di Antioco III ad opera dei Romani a Magnesia sul Sipilo. 
Lo stesso grande re e poi Seleuco avevano operato in modo da rimanere fedeli ai trattati con i romani e specie a quanto promesso nella Pace di Apamea: il sacerdozio gerosolomitano era stato coinvolto in questo processo  di ellenizzazione e di nazionalizzazione siriaca.
Questo comportava mescolarsi con le popolazioni di altre etnie ed abbandonare Dio e il tempio e quindi tradire la Legge  
Questo viene ben rilevato da I Maccabei (1, 11- 14 "alcuni figli uscirono da Israel contrari alla legge i quali sedussero molti dicendo:"andiamo a stringere alleanza con i vicini perchè da quando ci siamo appartati da loro ci sono capitati molti mali". 
Questi giovani  andarono dal re Antioco Epifane ed ebbero la possibilità di vivere secondo i costumi dei pagani ed il re fece costruire sulla collina occidentale della spianata del tempio la rocca (acra) per controllare e dominare la fortezza del tempio posta sulla parte orientale, un pò più in basso.
Il re fece poi un editto, con cui voleva che il suo  popolo fosse unico e che quello giudaico, abbandonati i  propri  costumi e leggi, si fosse fuso con gli altri.  
Egli quindi obbligava  i giudei  a fare sacrifici agli idoli, ad abbandonare la festa del sabato e profanare il tempio con sacrifici immondi, proibendo anche la circoncisione, snaturando  insomma la legge mosaica.
L'azione del re era una conseguenza dell' ellenizzazione sacerdotale già avvenuta un ventennio prima, all'epoca di Seleuco a seguito della pace di Apamea in cui i romani imposero ai re siriaci di pagare 15.000 talenti (450.000.000 Euro, cfr.Antiochus Epiphanes o epimanes?).
Nell'urgenza di aver denaro liquido Antioco III e poi Seleuco II dovettero fare una politica fiscale tale da avere entrate di molto superiori a quelle precedenti, per cui la riscossione dei tributi e il peso fiscale furono imponenti nei confronti delle popolazioni e specie dei templi di Elimaide e di Gerusalemme: non solo ci furono le tasse sulle decime riscosse dai sacerdoti, ma anche quelle sulle festività e sui pedaggi dei fedeli che entravano nel tempio.
Inoltre le cariche del tempio erano in vendita: il sommo sacerdozio era offerto al migliore offerente che, inoltre, garantiva la riscossione delle tasse templari e una progressiva nazionalizzazione dei beni templari e una riduzione del credo legalistico  nel quadro di una riforma  sincretistica religiosa, secondo le teorie ellenistiche di un dio unico upsistos, chiamato Zeus,  con un solo nome, sotto cui ogni popolo poteva invocare il proprio dio, che, comunque conservava la sua peculiare fisionomia divina.
Dopo queste riforme saltarono tutti gli schemi rigidi della tradizione giudaica e i cadetti rivendicarono il sommosacedozio cercando di ottenere col denaro il favore del re…
La corruzione, quindi, dominò e l'ambizione personale fece il resto: la morale ebraica sommosacerdotale si disgregò nel breve periodo tra il regno di Antioco III e quello di Seleuco II per poi  precipitare nel corso di quello di Antioco Epifane e di Antioco Eupatore.
Il problema era la ricchezza del tempio che, fino ad allora, era considerato luogo di deposito per il denaro degli orfani e delle vedove e dei poveri in genere…
Simone capo dell'ordinamento del tesoro del tempio, tamias, tesoriere del tempio, rivelò, mettendosi contro Onia III   l'inestimabile ricchezza templare.
Nel tempio, secondo il tamias,  c'erano molte altre ricchezze anche di uomini come Hircano  di Tubia e  di altri  uomini della nobiltà gerosolomitana che approfittavano dell' inviolabilità del tempio per non pagare le tasse al re Seleuco. 
Questi, che ne aveva urgente bisogno,  inviò Eliodoro  che, saputa e rilevata la somma ricchezza,  la certificò grazie anche ad Apollonio di Tarso, stratega di Celesiria e di Fenicia, che andò a colpo sicuro. 
Inoltre Onia fu deposto e al suo posto fu messo suo fratello Giasone, un ellenizzato, intenzionato a far partecipare il re del tesoro del tempio, convinto della necessità di cooperare come tutti gli altri popoli alla crisi, causata dalla sconfitta subita dai romani….  
Così avvenne che il sommo sacerdote Onia III, in lotta col fratello Gesù (Giasone)  soccombendo, lasciò il campo ad altri pretendenti tra cui Menelao che offrì somme maggiori del rivale e comprò il titolo promettendo ambedue l'ellenizzazione. 
Giasone nel periodo di potere  fece costruire perfino un ginnasio a  Gerusalemme (2 Macc, 4 12-17) e fece partecipare i giudei ai giuochi olimpici , iscritti come antiocheni, e si mise a seguire le mode ellenistiche, trascurando il sabato e  le legali astinenze… 
 In seguito a questo, dopo la profanazione del tempio ad opera di Antioco Epifane,  la reazione oniade in Egitto si fece secondo un graduale processo di assecondamento delle nuove tendenze giudaiche in senso ellenistico ma con un occhio alla severa applicazione della legge mosaica,  specie quella  del sabato e dell'astinenza legale.
Onia forse in questo ebbe un grande rilievo:  il carteggio  con cui si apre il II libro Maccabei di una corrispondenza tra Gerusalemme ed Egitto sottende una  specie di trattativa tra due modi diversi di comportarsi intorno  ai problemi, due modi diversi di vedere l'ameicsia, subito dopo l'azione  militare dei Maccabei (dei martelli ) dei figli di Mattatia (specie Giuda Maccabeo) e la costituzione dello stato asmoneo.
L'Egitto (e specie Alessandria) in epoca tolemaica, sotto Tolomeo VII, ebbe un incremento di popolazione giudaica che divenne  sempre crescente, a seguito di un proselitismo giudaico, che fece la fortuna degli oniadi in senso commerciale.
Basileia  e  tzedaqah sono le due linee fondamentali del giudaismo alessandrino.
Quest'ultima,  intesa come caritas ( humanitas -philanthropia ), comunque, era vista come un male, come la Basileia derivata da Alessandro (Dopo di lui i generali cinsero la testa col diadema e dopo di loro i loro figli moltiplicarono i mali sopra la terra -1 Macc. 1,9.-  che  era stata accettata anche con la dominazione romana ed infine era diventata attuale e fondamentale in epoca tiberiana e caligoliana). 
Fino a questa epoca la situazione era rimasta su un piano di equivocità e di ambiguità: infatti ameignumi non sottende isolarsi ma solo non mescolarsi  in quanto  implica  non un rigido separatismo etnico né una  mancanza di koinonia con gli altri, tanto da essere asociali o non socievoli poiché esclusivamente persi nel  loro credo religioso, ma permette un certo margine di apertura anche se convinti di essere gli unici ad avere la verità, in quanto figli unici del padre.
I giudei alessandrini in quanto tesi verso la conoscenza e verso forme mistiche salvaguardano la legge e convivono senza traumi  con gli altri, fiduciosi nella loro storia, convinti della loro altra cittadinanza e della funzione di illuminare con la loro luce il vicino, il prossimo, superbi della loro singolarità.Filone è in linea con la tradizione ebraica dello storico  Giasone, di Eupolemo e di Aristobulo ed ha l'ambizione di poter unire religione ebraica, cultura greca e città romana , insomma crede di avere la missione di fare quanto poi riesce al cristianesimo.c'è un agrande diffrenza tra la religione deglielelnisti e qulal dei paletsinesi: gli ellenisti specie gli alessandrini  si istruiscono in didascaleia,  a fianco di ogni sinagoga (che dovevano essere non meno di 50 in Alessandria) e sono filoromani, data la riccjezza acuisiti grazie al sistema romano universale. La religione giudaica del vero Dio  è adottabile, in quanto kosmica, dall'universalismo romano, accettato da  Filone e da tutti gli ellelnisti, comepoi anche  da Giuseppe Flavio. Non per nulla accanto alla sezione storica c'è quella didascalica di scritti destinati sicuramente ai discorsi, al dialogo,  da tenersi nei didaskaleia  negli ampi giardini che circondavano ogni sinagoga  e il suo didaskaleion. Quante discussioni specie nei giardini  pieni  di  giochi di acqua e di cascate  intorno alla grande sinagoga e al  suo grande disdaskaleion, al centro di Alessandria! I suoi scritti, infatti, hanno forma di sermone e sono  proprio del genere haggadico, in cui  i personaggi biblici in quanto modelli di virtù,diventano maestri di comportamento morale, testimoni di santa vita..
Il dogmatismo non è dei giudei ellenisti, specie di quelli alessandrini, ma di quelli gerosolomitani, palestinesi che considerano un unicum nazione giudiaca e religione  e perciò sentono come giogo insostenibile il peso della tassazione dell'impero romano, come intollerabile il piede romano nel cuore di Sion…
Alessandria,  città commerciale, aveva creato un suo proprio sistema universale, tollerante, un proprio metodo giudaico-ellenistico molto proficuo per la comunità ebraica,  la cui fede era di norma effettivamente non socievole, rigida  e dogmatica,  specie quella palestinese (quella gerosolomitana e galilaica)  e quella partica.
 La  comunità sacerdotale  di Gerusalemme, comunque, in quanto dominata da elementi ellenizzati,  era molto simile a quella alessandrina in quanto la formula dell ' ameicsia sottendeva solo una non partcipazione ai sacrifici dei pagani, ai Thiasoi e ai banchetti. 
L'anima giudaica, dunque, era distinta in  due forme diametralmente opposte quella dell' ameicsia alessandrina e quella rigida dell' ameicsia palestinese-partica.
Filone in Vita di Mosé I,178-179 fa dire a Balaam che il popolo ebraico monos katoikesei (abiterà da solo) , mh sunarithmoumenos  etèrois èthnesin(non computato con gli altri popoli) ouk katà  topon apoklhrosin kai khoras apotomhs( non per l'eredità dei luoghi e per la divisione delal regione)  allà  kata thn tonecsaireton ethon idiothta ( ma per la peculiarità dei suoi eletti costumi),  che poi vengono precisati nel fatto che non si mescola mai con altri, nella non deviazione dal metodo patrio (Mh sunanamignumenos allois eis then ton patrion ekdiathsin).
Filone  conclude che, siccome non si conosce niente della sua origine, i corpi degli ebrei sono stati formati da semi umani ( ecs anthropinon dieplasth spermaton) ma le loro anime  da semi divini ( ek de theion epusan ai psuchai) e di conseguenza essi sono dalla loro nascita parenti di Dio ( diò kai agkhisporoi theou).
Il giudeo, dunque, in qualunque parte del mondo viva, deve tenere presente questa parentela con Dio  in quanto è agchisporos di Dio cioè affine, contiguo con Dio…
 Da qui la necessità di isolarsi e di non contaminarsi con gli altri popoli: il sistema di convivere con gli altri popoli senza contaminarsi è diverso a seconda del luogo, in cui il giudeo vive, come cittadino di una patria provvisoria, in cui il destino lo ha voluto porre. 
Ora in Alessandria i giudei alessandrini vivevano in modo contraddittorio: infatti facevano parte delle simmorie e dei sinodi  in quanto politai (cives) ma non partecipavano ai Thiasoi e alle Klinai…
E ' bene spiegare dunque che la summoria associazione in origine ateniese,  in Alessandria  polietnica  era formato da cittadini  giudei e  greci  (circa 1200 persone)  divisa in 20 gruppi di sessanta persone che poi si riunivano saltuariamente in assemblea  e diventavano gli organi della vita cittadina…
Far parte di una summoria significava essere uomo ricco e benestante che aveva obblighi di pagare l ' eisphorà ed  amministrare la trierarchia.
Specificamente, dunque, i giudei che facevano parte delle summoriai pagavano le quote prefissate, anticipavano il denaro per le feste,  per le spese pubbliche per gli agoni,  insomma, per ogni liturgia (le leitourgiai sono straordinarie- in caso di guerra- bisognava armare le navi,  ed ordinarie  in quanto annuali -egkùklioi – che  sono  di vario tipo – choregia, kanhphoria, gumnasiarchia,lampadhdromia, estiasis, arrhphoria ecc -) .
Non si conoscono esattamente le simmorie alessandrine e di solito i conteggi sono in relazione a quelle ateniesi; secondo me in Alessandria le simmorie sono in relazione ai cinque distretti e quindi bisogna quintuplicare il numero (se non moltiplicarlo per dieci, data la prorporzione di abitanti tra la capitale dell'Attica e quella dell'Egitto).  
Per quanto riguarda il numero dei benestanti che sono di origine giudaica, bisogna pensare che sia in relazione ai 500000 abitanti giudaici  e perciò  su un numero di 600 summoroi  forse i giudei superavano i 300 perché avevano la supremazia sui greci che erano gli unici, che competevano a livello di ricchezza.  
Gli ebrei, però, quando si festeggiava, secondo i riti pagani, non potendo mangiare parti degli animali sacrificati agli dei, si  tiravano indietro, protetti dallo  statuto augusteo: essi cioè non partecipavano ai raggruppamenti di gruppi,  tesi a venerare dei specifici, come Venere, con orge, con  sacrifici e processioni né  ai banchetti (Cfr Filone, In Flaccum 135-37 e voce Ellenizein).
Ne deriva che diventava imperfetta la partecipazione alla vita politica per cui gli ebrei,  pur essendo cives alessandrini non lo erano a pieno titolo perchè non condividevano i rituali religiosi pagani e si ritiravano nel culto delle proprie formule e pratiche religiose, essendo già distinti nel corso della giornata per le preghiere per lo shabat e per  gli inizi del mese oltre che per la festività della Pasqua e quindi si diversificavano nel lavoro,  nelle turneazioni, anche se erano irreprensibili e grandi lavoratori. Inoltre erano esclusivi nelle loro manifestazioni a cui erano interdetti tutti gli altri cittadini, con i quali dicevano di essere paritari sul piano della cittadinanza e della ellenizzazione. 
Quando poi con Augusto inizia il vero culto di latria per il principe di casa Giulia e poi con Tiberio ed infine con Caligola la situazione diventa sempre più difficile: si vanno sempre più inquinando i rapporti con le altre popolazioni miste con cui convivevano, specie con  quella greca e con quella egizia… 
In effetti la reazione contro Caligola che con la sua Neoteropoiia e con la Extheosis aveva evidenziato la natura dell'asssolutismo giulio-claudio autorizza Filone a contrapporre al sovrano  la figura di Mosè (nomotheta, re profeta e sommosacerdote) e la kosmopoiia come espressione reale della cultura giudaica. 
Così facendo Filone, operando allegoricamente, crea modelli operativi nuovi utili, specie dopo la fine del dio Caligola e di tutta la casata giulio-claudia, ai fini della peripeteia cristiana, del legalismo e della Kabbalah giudaica e perfino dell'ascetismo del sufismo… 
Si può, dunque ipotizzare che il sistema allegorico e il testo filoniano siano alla base della speculazione successiva giudaica (Talmud e Kabbalah) di quella trinitaria  cristiana e di quella ascetico-mistico islamica e che abbiano un valore fondante?…