Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

Quindi ho cercato di mostrare ai miei amici e parenti un altro modo di essere autentico in quanto uomo, animato, animale vivente in natura, rispettoso  di sé, degli altri, di ogni altro vivente; ho studiato l’ambiente naturale, ho rivisto criticamente   la storia, quella antica, (Giudaismo romano, Caligola il Sublime) ma anche quella contemporanea (L’altra lingua, l’altra storia); ho mostrato e dimostrato in relazione alle mie competenze, una nuova figura di Gesù, costruttore, re, messia (Jehoshua o Jesous?; Ma, Gesù, chi veramente sei stato?, Per una conoscenza del primo cristianesimo).
In questo  mio essere uomo, senza il Christos, senza la legge vivente di Gesù, faticosamente, ho trovato una via, non facile, per essere me stesso, secondo ragione e natura,  alla ricerca di valori, non solo umanistici, in un distacco dei beni, in un rifiuto del  denaro, senza cercare di prevalere sugli altri, senza tendere ad un ruolo, in una società conformata sul piacere individuale  e condizionata dall’apparire,  necessariamente compromessa dalle lotte per il conseguimento di tale fine,  che rende famelico ed aggressivo ogni uomo.
Quindi mi sono autogestito in un ritiro, in solitudine, lontano dagli altri, senza sfuggirli, e senza alcuna forma di superiorità, ma scostandomi per non essere contaminato dalle pulsioni emotive e giovanili, volgari ed ho cercato di trovare un mio francescanesimo ed ho costruito realmente un edificio come espressione di un sistema euristico, tecnico, ben evidenziato in Mastreià, un pseudo romanzo.
Ci tengo a precisare: non sono un filosofo né un teologo, ma  solo un uomo che sente il peso di essere uomo, che vive  cosciente della fatica di essere nel mondo e di esserci lì dove la sorte mi ha posto.
Non sono, dunque, un saggio, né un vecchio sapiente, ma un povero uomo che ha coscienza di essere  capace di capire se stesso,  l’altro,  l‘oikonomia  naturale e storica, senza avere rivelazioni, ma solo  di saper fare ciò che dico, e di cercare di fare  con i mezzi umani e grazie ad una continuità critica in relazione  al quotidiano errore e alla fatica giornaliera, all’ esame scrupoloso  dei fenomeni: insomma sono un vivente qualunque, mortale, vigile nella sua attenta e meticolosa osservazione dall’alto, fuori della mischia, quasi indifferente, ma sensibile ai problemi umani sociali e naturali.
Non sono, dunque,  Zaratustra calato dalla montagna per rivelare la sua sapienza,  sono uno come milioni di uomini, attento  nella vita, che vive effettivamente ogni istante del proprio esistere, libero  e laico, stando in una sfera sublime, sempre disposto a comunicare realmente con chi aspira ad innalzarsi veramente e lavora, senza parlare.
Tendere all’adrepebolon,  al sublime,  è  meta umana, tipica di un mortale che, avendo un breve percorso vitale, spera di rimanere nella mente e nel cuore dei propri simili perché ha poco pensato a sé e molto agli altri.
Non inganni il fatto che mi chiami  Angelo/Nunzio (è un caso):  ho evidenziato, nel romanzo Mastreià enthousiasmos e misticismo ascetico, a cui ho cercato di indirizzare i miei ex alunni, che hanno voluto seguirmi in questa methodos, ben cosciente d’essere solo un uomo dotato di spirito e di corpo, entrambi elementi naturali, perituri.
In quanto sooma/corpo, dunque, ritenendo di essere il punto, acentrale, ma utile di una situazione storica, in un’area geografica,  in cui ho un alone particolare, animalesco, proprio di ogni essere spirituale, percepito da viventi di qualsiasi genere e di cui il mio corpo permette ed autorizza un’esatta corrispondenza fisica, specie in caso di repulsione o di attrazione o di indifferenza, ho operato, lasciando una traccia di lumaca, argentata…
Cosciente di essere anche quel corpo, per cui gli altri mi etichettano come essere specifico, anche se valutano, secondo i parametri della loro cultura diale manichea, bello/ brutto, piccolo/grande, alto/ basso, grave/leggero, intelligente/stupido ecc. senza una misurazione reale,  propria di una metretica scientificamente esatta, ho continuamente lanciato messaggi e fatto  proposte concrete sia nella ricerca linguistica che in quella storica che nella ripetitività di azioni, nella fatica di vivere, sudando per il pane quotidiano, come un operaio,  pur vivendo in un sogno, in un mondo fantastico di libri, in una visione ideale  cercando di essere un aner theios, uomo divino, capace di realizzare i propri sogni,  come se fossi nato solo per questo.
Sapendo che non ho reale vita se non ho vera coscienza di essere quel corpo così fatto e così posto in un  tempo e in un luogo circoscritto dal caso (tyche)  e così creato conformemente alla phusis, capace di leggersi e di leggere l’altro e il sistema, coerentemente a se stesso, sentito solo in quell’istante valutante l’insieme, pur cosciente della sua anonimia generale,  ma costretto ad essere funzionale e quindi a darsi una centralità momentanea in situazione,  e, perciò, ad assumere una sua propria posizione di coscienza e di misurazione, ho vissuto una vita di metheoria, quasi fossi un uomo sulle nuvole, mentre ero  scrupolosamente attento ad una forma concreta, in ogni pur mimino esame …
Un tale contrasto non implica contraddizione, ma comporta la straordinaria vicenda di ogni uomo, che è quello che è e che si manifesta nella sua tipicità  a tratti…
Mi spiego: senza  quella che noi chiamiamo coerenza, non è possibile mettere in relazione spirito e corpo,  pensiero ed azione, theoria e pracsis; non è possibile essere autentico uomo, anthropos, che è un dio in miniatura, al pari di ogni altro elemento vivente; e quindi non è possibile ordinare il passaggio dal fenomeno fisico all’ idea, mediante astrazione…
Allora la coerenza è basilare nel lavoro della mente, che, da una parte, svolge una funzione storica e da un’altra una fisico-naturale, in un ambito umano e sociale, ma rimane sempre una substantia (ousia) reale corporea, le cui sinapsi  cerebrali, materiali, hanno vario valore a seconda del tempo, del luogo, dei coattanti, in situazione, interlocutori, seppure in forme diverse, che procurano certe e determinate scariche elettriche ed  elettrico-magnetiche…
Coerenza è per me armonia dogmatoon  kai aretoon sumphonia, quello che Filone di Alessandria 30/25 a.C.- 41/2 d.C) in Vita di Mosé definisce retoricamente, sfruttando il chiasmo,  bellezza della mente cioè conoscenza armoniosa delle cose conosciute realmente, seppure in modo apparente, connesse con la consonanza delle virtù, con la loro pratica stessa.
Allora, certamente, è possibile parlare di mente ornata del conveniente colore del vero e del consenso (adesione) delle opere con i discorsi, e dei discorsi con le opere  ed anche delle intenzioni con entrambi.
Ritengo che noi tutti abbiamo condotto, senza neanche saperlo, la nostra vita, specie quella spirituale e morale,  seguendo gli esempi della nostra tradizione e, perciò, abbiamo proceduto secondo l’impostazione cristiana evangelica e paolina, in cui  si è sempre parlato dell’albero che si vede dai frutti e di congiunzione di  parola e di azione   e quindi abbiamo seguito le indicazioni culturali della metrioths o del modus: la cultura della metretica e dell’ “est modus in rebus”, propria del  mondo  romano- ellenistico, ha guidato la nostra vita….
Noi, quindi,  abbiamo fatto historìa e conosciuto la phusis/natura in relazione alla nostra cultura classica ed ebraico-romano -ellenistica, secondo un formalismo ed una spettacolarizzazione propria della nostra natura mediterranea, solare, secondo i procedimenti di una storiografia centrata sull’uomo, che, anche in natura, ha una sua centralità, in quanto figlio di Dio, immagine stessa di Dio….
Come si può essere centrali in un universo non misurabile, senza confini, sterminato ed acentrale, sconosciuto nel suo immenso complesso? Non si conosce il proprio piccolo contesto  che ha orizzonti infiniti, non si conosce la nostra patria, non si conosce il nostro mondo, non si conosce il nostro sistema solare e la nostra galassia, quello che definiamo impropriamente nostro!: che dire dell’ immensità dei vuoti infiniti interspaziali, dei buchi galattici?
La nostra piccineria è già nel puerile possesso egoistico umano,nel moralismo religioso, nel sentirsi padrone,  e parte funzionale di un mondo di cui non siamo che una porzione infinitesimale di nessun valore, in un gioco di granelli  di sabbia o pulviscolo atmosferico…
Coerenza non può per me essere quella evangelica  perché, nel corso della storia, infiniti sono gli strappi, le pazzie, i deliri cristiani, le diatribe, le lotte con stragi, le guerre giuste a cominciare, dopo l’avvento di Costantino e specie dopo il regno di Teodosio, dalla persecuzione contro pagani ed ebrei,  dalle distruzioni di templi degli dei e specie del Serapeo, dell’uccisione di Ipazia  e della gioia sfrenata di uomini come Teofilo e Cirillo di Alessandria, di  Ambrogio,  Gerolamo e di Paolino  nel clima di trionfalismo fino agli scandali della Chiesa Romana, per passare sotto silenzio tutto il male della teocrazia papale medievale dello Stato Pontificio e dello Stato Vaticano…
Vivere oggi secondo il Vangelo per me è solo seguire modelli di un Christos, di cui non ben si conosce la sua humanitas e  il suo magistero, di cui non sono ben accertate né  le parole  né  l‘exousia; vivere iuxta regulam è un inutile esercizio perché praticare la virtù  asceticamente, diventa un’ imitazione di uomini, la cui santità è tutta da mostrare e da dimostrare e le cui parole non sono quasi mai autentiche…
Senza entrare in merito al problema dell‘anacoretismo di Antonio, Basilio, di Pacomio, di Cassiano, di Benedetto, posso solo dire che fuggire il mondo, fare l’anacoreta,  popolare il deserto egizio o le isole lungo le coste  italiche e galliche  non è esigenza spirituale, ma solo insicurezza del proprio essere di fronte ai cambiamenti epocali istituzionali, alla sfiducia nei confronti dell’altro: alla paura della solitudine in città si preferisce o la vita in comune o l’anachoresis
Io ho pensato fin da ragazzo che la storia doveva essere riletta e ristudiata e rivista nel suo oggettivo valore, e,  se è possibile rintracciarlo, andando oltre la verità di parte, dei vincitori trasmettitori ed ho sentito l’esigenza di  cominciare ad indicare altre vie percorribili.
Ho sempre pensato che la natura è stata progressivamente manipolata perché l’uomo ha ingiustamente creduto di essere suo dominatore in nome di una presunta superiorità spirituale sugli altri esseri naturali, definiti afoni ed irrazionali, grazie ad un Dio creatore, ex nihilo, di cui è immagine: ogni intervento umano è stato proprio di uno che è  incapace di vedere, data la piccolezza del suo essere creatura, l’insieme del  Kosmos e del  to olon/ l’universo: la storia ne ha segnato solo i limiti, gli sfregi, i deturpamenti,  le piccole e grandi ferite inferte al sistema mondo, di cui non si è capito di essere una minima parte, che si arroga il diritto di  poter fare grandi opere.
In questa presunzione di assoluta libertà, l’uomo ha agito, come individuo come civitas come ethnos come anthropos superiore contrapposto a tutti gli altri elementi naturali, attivi  apparentemente in modo inconscio, incomunicabili,  considerandosi l’unico conscio nel sistema, di cui non conosce niente, se non l’a e b strutturale: la scienza è ancora ai primordi della conoscenza della phusis
Personalmente, appena capito questo e la mia nullità funzionale nel sistema e compreso, comunque, che sono una creatura, fortunata, per essere normale in quanto strutturato in modo egualmente distribuito come parti costitutive e regolarmente proporzionato  che cioè sono normale sul piano fisico, in quanto avevo normali capacità e normali ritmi di vita,  desideri e ideali, forza e debolezze, di essere insomma un uomo, ho cercato di rilevare anche la mia indole, la mia natura spirituale, la mia normalità psichica.
Ho compreso, allora, di non essere portato alla ricerca di un formalismo ma di una sostanzialità e di essere teso verso mete superiori, convinto di non aver mai fatto niente di positivo e tanto meno di definitivo: ad una meta raggiunta se ne  poneva   un’ altra, ad un’opera conclusa era pronta per me un’altra, dietro una vetta conquistata ce ne era un’altra ancora più alta da raggiungere…
Ho compreso, allora, di avere un altro passo rispetto agli altri per la struttura fisica (al di là dei dati fisici)- forza, intelligenza altezza, bellezza ecc. sono stupidaggini, insignificanti rispetto alla varietà di esseri paritari, che vivono come ethne in ogni tipologia di mondo animale: una formica più grande è irrilevante nel sistema formiche- che permette quel lavoro, quel complesso sistema l che svolgo, senza stanchezza,con gioia, quotidianamente…
Ho capito, comunque,  di avere una tipica intelligenza in quanto posso fare più cose, più operazioni in contemporaneità, rispetto agli altri, ad esercitare mestieri diversi …
Così vivendo, in modo del tutto opposto al vivere degli altri amici e parenti, non so se sono stato un buon marito, padre,  insegnante,  e neppur se sono stato un ricercatore linguistico, uno storico, uno uomo socievole, un uomo che  vive insieme ad una comunità perché conscio di non aver avuto una vera funzione sociale e politica, in quanto  teso a conseguire alte mete, a trovare un nuovo anthropos  prediligendo il silenzio e la solitudine.
Una sola cosa so: mi so sempre orientare in itinere, cado sempre in piedi e mi rialzo, acciaccato, dolorante,  supero ogni ostacolo e vado avanti nella stessa direzione, alla ricerca di uno  spiraglio per un miglioramento umano  facendo una corsa, solo su me stesso, dopo aver misurato  e capito non solo chi io sia ma anche e soprattutto  il contesto in cui vivo, fatto da altri che mi sono vicino, i quali, di norma,  hanno il vuoto  perché hanno bisogno continuamente, irrazionalmente, di una guida, di punti chiave, di dogmi, di certezze, di padri, di padroni,  di maestri.
Vado sempre avanti fiducioso nelle doti infinite dell’uomo, cosciente di una divinità umana.
Il maestro di noi stessi siamo noi, che conosciamo noi, se sappiamo realmente ciò che siamo e se abbiamo metodo, continuità, costanza  e coscienza  e che tutto si impara e che niente ci è precluso: bisogna esercitarsi e  lavorare, senza badare all’altro impegnato nel  proprio iter.
I miei amici e parenti, la massa dei cristiani, di uomini che seguono il culto cristiano  e  non conoscono Cristo,  non hanno neanche l’idea dell’amore cristiano, della  storia cristiana,  dell’equivocità cristiana, dell’assolutismo cattolico,   insomma   non hanno una loro personale fede, un loro sistema di vita spirituale e morale proprio, ma hanno  quello di un’ecclesia antica dominata da diochetai/amministratori,  che hanno costruito un sistema artificiale, in nome di un Christos,  non naturale, e perciò,  credono nella Chiesa cattolica,  in un Dio Padre ed Onnipotente,  in un Gesù incarnato  per opera dello Spirito Santo nel ventre di Maria vergine,  venuto sulla terra per redimere l’uomo dal peccato e ne attendono il ritorno senza essersi mai posto il problema della sua fisica esistenza e della sua divinità.
D’altra parte quando parlano di Dio non si sa che cosa pensino e cosa in effetti dicano: per carità, neanche parliamo del loro sproloquiare sulla figura umano-divina di Cristo. Essi credono, vanno in chiesa, cantano e recitano preghiere e al momento della comunione si alzano dal banco  e  ricevono l’eucarestia senza nemmeno porsi il problema del valore eucaristico, del significato della messa e dell’agàpe cristiano: per  loro professarsi cristiani  si riduce a dire  il credo, di cui non capiscano  neanche la più elementare  formulazione,  frutto di storiche lotte e di accesi dibattiti teologici, di secolari dispute bizantine, mentre vivono come pagani, convinti di dover godere dei prodotti umani  propri della ricerca scientifica, sicuri di essere gli unici testimoni della certezza di figli di Dio  e della singolarità della propria persona, destinata alla resurrezione,   rispetto ai fedeli delle altre confessioni, visti con sufficienza, e  specie ai miscredenti, poveri peccatori, certi del privilegio che a loro è riservato, un fantomatico regno dei cieli, come premio eterno alla loro morte.
Sono uomini e donne che non ragionano, non hanno la minima funzionalità e sono  privi di logica:  accettano quanto loro è stato impresso nella mente fin dai primi vagiti e quindi sono condizionati da un ‘educazione dogmatica  su cui nemmeno hanno osato fare una minima ricerca per un’ accettazione propria di  adulto: una creatura mortale è degna di un premio eterno?!
Questa speranza diventa una categoria mentale, una certezza,  per una massa di ignoranti, per magia, divenuti dotti del Signore, primi da ultimi, che hanno recitato la parte del buon ladrone,  stando dalla parte dei vincitori, ostentando sempre perbenismo e formalismo, risultando giusti, saggi, pii.
Essere adulto, eppure, è porsi il problema filosofico entro termini razionali e non fideistici; è, insomma,  ricercare il proprio io, il propio ruolo, il proprio esserci su questo mondo e quindi  contestualizzarsi, desiderosi di essere autentici, dopo l’esuberanza giovanile e  il  superamento dell’erudizione.
L’ adultismo presuppone una già avvenuta acquisizione di un organico sistema verbale, adeguatamente referenziato, quindi, un apparato teorico che supporta la linearità operativa, con  l’azione, espressione unitaria tipica del pensiero individuale.
I miei parenti ed amici, avendo trovato il mondo  alla nascita già ben organizzato secondo la superiorità maschile, sacerdotale, di origine ebraico-classico-umanistica, agricola, secondo la superiorità  etnica bianca, secondo le strutturazioni senili  culturali idealistiche ottocentesche, liberali e poi fasciste, falsamente democratiche, secondo l’equa distribuzione borghese dei  beni  ad opera dei vincitori nel corso delle guerre, specie l’ultima guerra mondiale,  non si sono mai posti problemi della diseguaglianza  sociale anche se sono pieni di pietas verso il povero, il debole  il malato,  l’africano, compassionevoli verso ogni tipo di afflizione, hanno un tenore di vita occidentale, di fatto,  indifferenti alle situazione del resto del mondo.
Essi fanno parte dell’élite  del nord  e possono anche essere ben disposti verso aiuti umanitari al nord Africa e all ‘Africa centrale, Asia,  America centrale e meridionale, ma  ritengono i popoli di queste regioni  distanti ed insignificanti, anche se possono rilevare, in viaggi turistici , il livello reale di miseria delle popolazioni, la mancanza assoluta di strutture civili non solo in campo medico, ma anche igienico-sanitario e politico, sebbene abbiano toccato con mano il volto di un ‘humanitas dolente.
La loro concezione idealistico-cattolica impedisce  la comprensione dei fenomeni  delle situazioni reali, perché hanno letto la storia senza le relazioni, le denunce, l’indagine  positivistica e socialista, da loro condannata, in quanto di matrice comunista, sovietica, anticristiana, essendo stati educati secondo gli schematismi cristiano-cattolici, conformati secondo la caritas.
Una caritas mutila  rispetto all’antica agàpe e alla tzedaqah ebraica: il cristiano dà solo l’avanzo, quanto gli è superfluo, fa l’elemosina e crede di essere giusto, e  ritiene di aver fatto un atto di giustizia e  pensa  così di essere fratello verso l’altro, aiutato.
Quanto sbaglia! non sa il cristiano contemporaneo  che la tzedaqah per un giudeo  è prima di  tutto un atto di fratellanza verso il fratello e quindi un atto di amore verso il contribulo  e di conseguenza un atto di giustizia quando si dà esattamente la metà di quanto si ha e che l’agàpe era una sublimazione del gesto giudaico – che invece era rivolto solo ai fratelli  mentre si escludeva  gli stranieri, insomma gli altri non contribuli-  in quanto i beni messi in comune erano di tutti e si divideva ogni cosa mentre il patrimonio comune era gestito da dioichetai, vescovi amministratori  che pagavano anche le tasse, mentre venivano esentati quelli della comunità, che non erano considerati  più cives (politai) perché iscritti come indigenti (ebionim).
Ora la caritas-agape  è scaduta a mera elemosina, un gesto automatico che placa la coscienza del borghese.
In questo modo  i miei amici e parenti non hanno la possibilità di  essere veramente fratelli. ma si mettono sempre in una posizione di superiorità, propria  di colui che dà rispetto, nobilmente, a quello che riceve, poveretto: si vive su due piani diversi,  sono due culture, due mondi che non comunicano, ostili nel  momento stesso dell’elargizione, nell’atto stesso del dare.
Il nobile si mostra condiscendente verso il plebeo come un padrone col suo cane!   Come il bianco per secoli ha operato sulle altre razze così il cristiano con le altre religioni: la superbia di un ‘élite  dominante sulle altre  razze  secondo la logica coloniale dell’ ottocento ed inizio novecento,  rimane ancora  e si mostra  nell’assistenza  a qualsiasi livello!.
I miei amici e parenti, cristiani,  sono pronti a fare le crocerossine, le dame di compagnia ai malati e lavorare gratis nell’ospedale, ma nello stesso tempo ad essere membri di club esclusivi, ad iscriversi a confraternite religiose, a fare catechismo nelle parrocchie, a sacrificarsi per il bene dei poveri, col dare i vestiti che ingombrano i loro armadi, stipati ecc.
Non hanno  coscienza che così non favoriscono la crescita individuale, né danno possibilità di miglioramento culturale ai deboli, ma così li costringono solo a seguitare a stendere la mano, a rimanere  poveri ed oppressi: ben altra è la strada  da seguire per l’ emancipazione dei popoli,  per la crescita delle masse: bisogna veramente mettersi in gioco in prima persona,  metterci la faccia, andare nei luoghi della miseria ed operare per evitare quello stato o per migliorare le strutture deficitarie, creare strutture  che incrementino il grado di cultura, che diano benefici concreti (piantagioni, pozzi ecc) ..
Non hanno mai pensato che già il caso ha dato una mano a loro, nati in un paese pacifico, in una situazione di non belligeranza in un’Italia, seppure non unitaria, ma immessa tra le grandi potenze mondiali e sistemata nel quadro Europea, seppure in crisi, non rilevano la fortuna di essere tra le potenze industrializzate  e non comprendono che i tanti popoli della terra hanno ognuno un loro livello e che gradatamente si affacciano alla storia e procedono lentamente  in un loro progressivo miglioramento civile.
Non capiscono che i popoli come un uomo hanno diverse età e che si trovano a vivere varie fasi culturali e che comunque,  tutti sono degni di rispetto e devono essere lasciati nel loro  progressivo incivilimento  e liberi nella loro evoluzione storica.
Non sanno, quindi,  valutare le varie fasi dell’ uomo e neppure accettare le diverse forme di civiltà,  rilevando le differenze e le diversità oggettive  delle fasi culturali in una non accettazione  dello stadio in cui si trova un popolo: i miei amici e parenti avrebbero desiderio di aiutarli ma secondo sistemi coloniali portando il loro ordine, la loro democrazia, quella occidentale americana, senza aspettare la loro crescita culturale e la loro integrazione con il livello di popoli avanzati
La loro pietas  ha una carica di distruzione e di sovvertimento, una volontà di sovrapposizione alla cultura tipica di un popolo, bollato come selvaggio o primitivo, non accettato nel suo sistema di vita autonomo.
D’altra parte così hanno fatto con i loro figli: li hanno educati ad essere  ometti e donnette come loro, genitori, dando quello che loro hanno ricevuto, educazione falso-cristiana e educazione falso -democratica senza alcuna cura linguistica e senza reali valori, facendo scempio della libertà individuale, atrofizzando la loro crescita culturale, segnando continui paletti in relazione alla loro formazione.
Con loro modo di imporsi si è verificata la tragedia dell’ infanzia, perché i miei amici e parenti hanno seguito la chiesa, la scuola italiana, i politici italiani dominanti ed hanno  formato passivi recettori culturali  e non hanno dato alcuno slancio vitale verso l’alto né in senso storico e tanto meno in senso naturale: hanno appiattito i loro figli, secondo convenienza, con le frasi comuni, con il vuoto tautologico sotteso alla parole  o comuniste  o  catto -democratiche, e poi col linguaggio craxiano  e berlusconiano, di moda, di successo e li hanno sradicati dalla loro tradizione agricola con un falso messaggio  industriale , disorientandoli  per quanto maggiore è stata la loro la rigidità di impostazione  e la loro grettezza mentale.   Certamente, col loro vuoto nominalismo, non hanno tenuto presente la massima di Quintiliano: Maxima debetur puero reverentia.
Essi, dunque, vivono di Nominalismo e di Chiacchiera  e di  Tautologia, vuoti, più vuoti, più poveri, più ignoranti dei loro vecchi, anche se laureati, e quindi fuori del tempo e della storia, staccati dalla natura; non sono stati nemmeno capaci di leggere una mia pagina, un minimo scritto di un loro amico e congiunto, con cui hanno parlato e che hanno  anche apprezzato e forse amato.
Ed ora che nel seno della chiesa cattolica si è verificato un evento, unico, irripetibile nella storia secolare, dopo la paradossale rinuncia di un papa, uomo di una nobiltà senza pari e di un’ intelligenza  divina, come Benedetto XVI, cioè l’intronizzazione  di  Papa Francesco, un italo-argentino,  che comincia il suo papato con un altro paradosso,  quello di chiamarsi Francesco e  di essere un gesuita, cosa pensano i miei amici e parenti?
Ai termini semplici del nuovo papa di essere  fratelli,  di camminare, di costruire con Cristo  e di essere ponte, chiaramente  significativi, con  valore simbolico ed allegorico, al di là della propaganda per il nuovo pontificato, i miei amici e parenti hanno  rilevato la profonda differenza tra il papa dimissionario, fedifrago e vile,  e il nuovo papa, missionario,  ed hanno colto la novità dell’azione, ma hanno pensato che ai gesti non potrà seguire niente  perché tutto rimarrà come prima.
Per loro -che dovrebbero vedere l’oikonomia divina,  il piano nuovo di Dio sull’uomo  e quindi l’inizio di un tempo nuovo, una palingenesi, di  un pontificato chiave, di  frattura,  che cambia il sistema pontificio ed inverte la rotta della Chiesa cattolica  per un cammino lungo, lunghissimo, di lento  e graduale svecchiamento, di tagli profondi con potatura radicale  sul tronco della Ecclesia Christi–  Papa Francesco  è solo un papa buono,  che ama i poveri, che sa comunicare con i più deboli e che si comporterà, caso mai,  come Giovanni XXIII.
La venuta di Papa Francesco,  quindi, da loro,  è intesa non nella sua novità, come un innesto sul tronco della chiesa, voluto dal papa rinunciatario,  che non avendo forza di farlo, si è umiliato  e  si è dimesso e ha consegnato le chiavi del potere pontificio per uno storico rovesciamento di valori.
E’ un papa nuovo, questo, voluto dal teologo ed ideologo Ratzinger,  che ha fatto un passo indietro e che ha mostrato che lo spirito santo  c’entra e non c’entra: la chiesa è costruzione umana.
Il passo indietro della rinuncia è mostrare che lo Spirito Santo può  forse  entrarci in quanto  annienta l’ambizione degli uomini, ed ha annullato quella del Card. Josef Ratzinger che nel 2005  fece un passo avanti e si fece eleggere Papa  pensando che la chiesa aveva bisogno di lui, teologo: non è il caso di rifare la storia di quella elezione, prima antimartiniana e poi antibergogliana…
Il pontificato di Benedetto XVI,  quindi  si può dire,  ha  preparato e poi sollecitato con la rinuncia paradossale, col coraggio di un grandissimo uomo,  con il grido dal profondo,  di un idealista asceta,  che sa cogliere Dio  e,  profeticamente, vedere realizzato il suo piano nella storia.
Certamente non sfugge al teologo Ratzinger la grandiosità di questa oikonomia  divina, tramite l’avvento di Papa Francesco, e nemmeno la contraddizione tra il francescanesimo e il gesuitismo: lo Spirito Santo ha indicato, secondo il pensiero del teologo tedesco, la nuova via da percorrere per i secoli futuri: povertà e dottrina giuridica.
Nessuno saprà mai esattamente come si evolverà questo disegno provvidenziale: noi uomini viviamo solo una settantina di anni e quindi non abbiamo la possibilità di vedere al completo  le tante necessarie evoluzioni e i numerosi  cambiamenti in itinere di tale disegno: ci vorranno secoli per una reale trasformazione della chiesa cattolica.
Una cosa, però, si può rilevare: l’inizio di un  pontificato di apertura alle altre confessioni in modo realmente paritario, che mette insieme pratica cristiana e teoria, e che si protende verso continue innovazioni.
Il resto non  potrà  essere verificato da noi, già vecchi,  e riguarderà i nostri discendenti.
Certamente il francescanesimo dovrà avere  un’ altra logica, diciamo conventuale rispetto a quella spirituale e il gesuitismo un altro volto, non quello di S. Ignazio, ma quello più leggero e trasparente  nelle forme giuridiche, e meno rigido nel fanatismo religioso: allora le basi francescane e quelle gesuitiche  potranno essere tipiche di una rifondazione del nuovo istituto ecclesiastico, con l’immagine di un  Christos più umano e naturale e  con la configurazione di una Ecclesia  veramente cattolica.
Le famiglie stesse cristiane, allora, potranno avere  un modello migliore di cristianesimo, su cui fondare la nuova educazione dei loro figli, più libera, più umana, più naturale…

Noi oggi dicendo il credo (quello niceno-costantinopolitano)  non rileviamo questo periodo intermedio e pensiamo che sia globalmente della stessa epoca e non capiamo la necessità conseguenziale della  formulazione sulla Chiesa (crediamo nella chiesa una, santa, cattolica ed apostolica), perché non distinguiamo in fasi diverse il periodo della costituzione del credo  in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, come premessa necessaria alla fondazione della Chiesa Romana…

Se lo diciamo in latino o in greco o italiano  ha poca importanza: credimus in Ecclesiam Unam, Sanctam, Catholicam, Apostolicam- Pisteuomen eis mian, agian, katholikhn kai apostolikhn ecclesian; vale la stessa cosa se si dice in altra lingua.

Ha importanza, invece, sapere se il testo è nel credo di Nicea del 325 in epoca costantiniana o in quello di Costantinopoli del 381 in epoca teodosiana.

E  qual è il credo quando la chiesa diventa romana?!.

La ecclesia di Roma, apostolica, in quanto fondata da Pietro (?)  è cattolica  come edificio (l’immagine di tempio in costruzione  è in  Il Pastore di Erma 9.a, similitudine in cui si divide la struttura del tempio dalla impalcatura) e come disegno  universale di Dio, realizzato nel tempo, da concludersi col ritorno del Cristo, epoca in cui cesseranno l’organizzazione gerarchica e quella sacramentaria  (Apocalisse XXI,22- il signore onnipotente è il tempio, come pure l’agnello).

Agostino (Enarratio in Psalmos, 29,6)  è cantore  entusiasta e pittoresco dell’edificazione della casa e della sua dedicazione,  è  poeta che mostra l’organizzazione della chiesa, paragonata alla medicazione di una gamba fratturata (Ibidem,146, 8), è un profeta che vede il realizzarsi del Regno conformemente, seguendo le parabole del Regno.  (Questa è la casa di dio, il cui campanile orienta lo sguardo verso il cielo  Ibidem,95,15).

E’ chiaro che, dunque, noi crediamo alla chiesa perché crediamo in Cristo  e nella Trinità. Resta, però, il problema storico della Chiesa Romana.

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecckesia) di cristhianoi / cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.

In epoca neroniana  i giudei non devono essere inferiori a 50.000 ed hanno almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 ( Cfr. A FILIPPONI, Giudaismo Romano II, E Book 2012).

Il fatto, dunque, che esistono giudei e giudei christianoi che convivono insieme, fino a Domiziano, seppure ci siano contrasti  di varia natura è indice di convivenza in mezzo a pagani, non di una reale comunità cristiana con un capo riconosciuto di nome Pietro, oppositore del sistema imperiale e di Nerone.

Quella, che è chiamata Chiesa, è una delle tante comunità ebraiche che ancora ruota intorno alla sinagoga (Non si sa a quale! Alla Velia?! ), esistenti a Roma, che è la capitale di un impero di oltre 3.000.000 km2 il cui sovrano è legge vivente, che regola una popolazione globale di quasi 60.000.000 di cives (Cfr. A: FILIPPONI,Caligola il sublime, Cattedrale 2008)

Roma è l’urbs per antonomasia  e la megalepolis che sintetizza l’orbis terrarum.

Un christianos come Shimon Cefas Petrus è uno csenos, un peregrinus nella Roma imperiale. che ammira il colosso neroniano, il lago, e la Domus aurea:  ogni provincialis si sente un microbo di fronte alla divina grandezza imperiale, una creatura davanti al numen.

E’ possibile, dunque, che  ci possa essere capitato  a Roma, quello che noi chiamiamo Pietro cioè Kefas-Shimon

La sua presenza, comunque, non sottende la costituzione di un’ecclesia christiana in quanto è inesistente nel momento neroniano, esistente in epoca, forse, domizianea.

Con ciò  non si vuole negare che qualcuno con questo nome  Shimon- Pietro o col nome aramaico di Kefas  sia venuto a Roma, ma  si vuole dire che vi sia giunto  dopo che Paolo scrive la sua lettera ai Rom ai Romani dopo la morte di Claudio  nel 54 d.C. in quanto viene nominato sia in 1 lettera ai Corinti che  in  quella ai Galati.

Non si può neanche dire che questo personaggio sia morto martire ma neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone, che fa  stragi di  ebrei non christianoi,  e di giudei christianoi indistintamente.

Per ora, allo stato attuale delle conoscenze storiche, si può solo dire (con molto beneficio)  con Ireneo di Lione (Adv. haer. 3,3,2): “… la chiesa (è) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” .

Ireneo nella sua lotta contro gli gnostici e contro il platonismo tende, però,  ad indicare la rete della successione apostolica come garanzia del perseverare nella parola del Signore e si concentra poi su quella Chiesa “somma ed antichissima ed a tutti nota”, indicando  nei vescovi e specie nel vescovo di Roma,  gli eredi, continuatori e custodi della Tradizione che è “pubblica”, “unica”, “pneumatica“,  quella cioè  guidata dallo Spirito Santo.

L’unità della storia della salvezza secondo Ireneo aiuta a comprendere anche l’unità dell’uomo: “Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio” (Ibidem, IV, 20,7).

Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2,14,6) mostra perfino il periodo ed afferma: “All’inizio del principato di Claudio la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano, Simon Mago” .

Quanto detto  da Eusebio sulla provvidenza e sul contrasto con Simon Goes mago  è comprovato da Girolamo che  in De viris illustribus. 1,1 indica il 68 a.C. come anno della morte dell’apostolo:  “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo.

In altre sedi abbiamo indicato come  Eusebio sia poco attendibile  e quanto sia poco credibile Girolamo!

Dalle fonti cristiane  la tradizione petrina romana, comunque, potrebbe essere stata costruita per giustificare la posizione di preminenza di Roma, vecchia capitale dell’impero, dopo Costantinopoli, la Nuova Roma , secondo quanto stabilito da Teodosio.

Le lettere pseudo clementine (2 lettere contraffatte, attribuite a  Clemente papa, morto nel 100, considerato da Girolamo de viris illustribus,15 secondo dopo Pietro, anche se cita come predecessori Lino ed Anacleto)  dovrebbero essere postcostantiniane, scritte  nei 56 anni nel periodo di lotte tra ariani e cattolici  che infuriano a Roma. Queste lettere  (una  scritta ai  Corinzi ed  un’altra, non accolta dagli antichi, secondo Girolamo – che contesta  anche la Disputa di Pietro con Apione, giudicata prolissa,  concordando con Eusebio che ne parla nel III libro di  Storia Ecclesiastica – ) – specie la seconda- riprendono la notizia della venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio (dipendente da At 12,27) dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa, Pietro andò in un altro luogo/ eis héteron tópon. 

Gli studiosi hanno variamente interpretato altro luogo: chi  parla di Roma, chi di Antiochia, chi indica la costa mediterranea della Palestina, pensando a Cesarea  Marittima, chi  una zona limitrofa  a Gerusalemme orientale.

In effetti poiché si parla di heteron si vuole indicare un solo altro luogo, non tanti.

Insomma lo stesso scrittore, Luca, non  sa dove e quindi lascia in modo indeterminato e dice così, volendo intendere un altro secondo luogo conosciuto dagli apostoli (Pella secondo Robert EISENMAN- Giacomo il Fratello di Gesù, Piemme 2007- ).

Non convince quanto ci viene dalla testimonianza di Ambrosiaster (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3): “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani invece non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo“.

Col nome di Ambrosiaster  è tramandato un autore di un commentario su Paolo, la cui identificazione – dopo che Erasmo stesso bocciò la tradizione  millenaria  che  assimilava  l’autore ad Ambrogio –  è da ritenersi quella di G. MORIN (Study of Ambrosiaster,  Cambridge Univ., Press. 1905 ) che sembra riferirsi ad un Decimo Ilario, proconsole di Africa del 377 d.C.

Nonostante i vangeli  affermino il primato di Pietro, (quando in altre sedi – Atti degli apostoli- si parla del primato di Giacomo) sebbene si dica che Pietro fu a Roma e che morì in epoca neroniana crocifisso all’ingiù, (tutto da dimostrare con le stesse lettere Pseudo clementine) ma non c’è notizia certa  né esiste un documento storico che sancisca la  costituzione apostolica della Chiesa di Roma.

Papa Benedetto XVI riprendendo  il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica  dice ….è Cristo che per mezzo dello Spirito Santo concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica ed aggiunge che la Chiesa ha come proprietà essenziale anche quella di essere “Romana“.

La sua onestà  gli impedisce di togliere “anche”  ma il suo ruolo di pontefice romano non autorizza  di chiarire il problema  poiché afferma che nella Romanità si riassume il volto visibile del Corpo mistico di Cristo.

Forse il papa  dicendo  il termine “Romana” sottende quel grande periodo romano-ellenistico in cui la Chiesa cattolica ha costituito la sua romana funzione, in una connessione, dapprima onorifica con quella costantinopolitana in epoca teodosiana.  Forse a Benedetto XVI  non sfugge  dopo la scissione con la chiesa ortodossa del 1054, la  specifica funzione vicaria di Cristo sulla terra  e la sua romanizzazione  definitiva  nel tempo e nello spazio, in un luogo e in una memoria storica, secondo il dictatus papae di Gregorio VII.

Il papa tedesco ben conosce  il rilievo di Ildebrando Aldobrandeschi  nel momento delle lotte contro Enrico IV imperatore dei romani e precedentemente contro il patriziato romano  e il popolo,   e la sua  recisa affermazione della chiesa romana ed apostolica  e la  nuova figura  papa, ormai distaccata da quella costantinopolitana, dopo la morte di Leone IX, con la nuova strutturazione romana del collegio cardinalizio.

Nel periodo in cui Ildebrando è abate di S Paolo fuori delle Mura e al momento della sua funzione  di segretario alla curia di  Niccolò II e poi di Alessandro II fino alla elezione papale nel 1073 si ritiene,  in un  momento di offuscamento della romanitas  apostolica, rispetto ai laici e ai sovrani,  che venga ricostituita in Occidente e a Roma  una  struttura divina apostolica e romana del Pontefice, su basi storiche  equivoche e false.

Si costituisce proprio allora un primato petrino con un grande lavoro in senso allegorico sulle due chiavi, sul sole  papale  sulla luna imperiale (cfr. Teoria dei due soli secondo le tesi decretaliste e scolastiche  – il diritto del papato ad eleggere l’imperatore è  indebito e  un imperatore, come ogni sovranità laica,  non ha bisogno di  essere riconosciuto, dopo l’unzione papale – )

Nella stessa conclusione del terzo libro della Monarchia,  Dante  mostra il valore dei due soli in relazione alle due funzioni, relative ai corpi e alle anime: la sfera imperiale  tende al benessere di corpi mediante le bonae leges e la iustitia, la philosophia libera del tutto da quella papale che, invece, cura le anime  e mira alla felicità celeste, mediante la lettura allegorica biblica e la funzione sacramentale, la theologia.

Si è, dunque, in un clima di Sacro romano impero, già equivoco, ora divenuto dopo la fine dei carolingi, Germanico, in cui Roma, che ha valore eterno e sacro, dà diritto ai papi  di un potere legittimo in Europa e poi nel mondo intero:è una progressiva usurpazione, colorata di guelfismo e di antighibellinismo (cfr. Dante anche in parti del Convivio e specie nei canti politici  cioè i sesti di ogni cantica,  con le appendici negli ottavi e in  quelli centrali di Inferno, Purgatorio e Paradiso –XV,XVI, XVII-  ).

Il nome di Chiesa Romana certamente  associa due realtà inconciliabili e solo la  mistificazione e la falsificazione in forma di confusione, sugkrisis, hanno determinato la sua reale sussistenza col Papato in momenti barbarici, subito dopo la fine dell’impero romano d’Occidente.

–Chiesa romana risulta in effetti un tentativo di affrancamento dall’imperium orientale dominante, nonostante le distanze, e  dalla lingua koinè e bizantina  in una ricerca anche di lingua latina e medio-latina e in una volontà di assumere maggiore dignità tra gentes barbariche germaniche, veneranti il nomen divino di Roma…

Questo tentativo papale romano universale dovrebbe (potrebbe)  essere di insegnamento ai politici europei e risultare esemplare  per la costituzione di Stati Uniti di una Nazione Romana ed Europea laica, di cultura  basata sul razionalismo positivistico, sulla paideia romano-ellenistica, capace di ricostituire un’ altra europeità anche mediterranea, con l’inglobamento di tutti gli stati arabi (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Palestina- compreso Israele indipendente- e Giordania, Libano Siria e Turchia. Rusiia),  al di là delle confessioni, quasi in una ricostruzione della grande civiltà universale (katholou in ogni dove ) romana.

Non si dimentichi che,di fatto,  si inglobano Costantinopoli-Istambul seconda Roma e  Mosca terza Roma!

La proposizione di una nuova Europa delle genti e delle componenti in un territorio molto più vasto di quello attuale,  più simile a quello dell’impero romano, senza esclusione delle potenze occidentali transoceaniche, potrebbe tradursi in una politica nuova universale, democratica, paritaria per ogni stato confederato, al di là dei credi/nationes  (ebraico cristiano e musulmano),  oltre le forme burocratiche, basate su accordi di interessi e di potere, superiore  ai contrasti atavici giudaico-palestinesi, coscienti solo della  costruzione di una comune patria.

La sua funzione coagulante, mettendo insieme l’eredità romana occidentale e quella romana orientale-bizantina, innestando nell’olivastro giudaico- cristiano occidentale economico, la cultura islamica,  quella espressa storicamente dal califfato  e quindi  manifesta nell’impero ottomano fino al 1919, potrebbe creare  un reale connubio, portatore di pace e di giustizia sociale, formare una nuova humanitas , grazie anche all’apporto russo,  ma anche avviare un progresso economico finanziario  per tutti gli stati membri  comunitari, paritariamente comunicanti, eguali sostanzialmente, pur nella differenza e  nella varietà etnica, religiosa e politica.

Il De costituenda re publica romana-bizantina musulmana  sive  de Nova Europa sarebbe  il nuovo  testo di una storia da scrivere , non più basata su  uno stato  universale/catholikos, costruito sui paradigmi della Santa romana Chiesa, una, santa cattolica, apostolica! (la sua stessa configurazione geografica darebbe al Vaticano  un  ruolo nuovo, nel rispetto della comunità multirazziale, di contatto interno religioso e di una palingenesi totale, capace di lievitare ogni parte del mondo, senza la presunzione di superiorità) e su quelli della chiesa costantinopolitana cesaropapista bizantina fino al 1453, la cui eredità Romana risulta basilare per i russi e per i turchi connessi con  la Sublime Porta.

Al di là degli idealismi, utopici, la costituzione di tale stato porterebbe  tra i tanti vantaggi (anche se condizionati da tanti problemi di integrazione) la fine del terrorismo internazionale, un nuovo assetto mediorientale musulmano (senza intaccare la legittimità acquisita di Israele)   con la conclusione della lunghissima  lotta tra Israeliani e palestinesi, oltre alla fine del Califfato di al Bagdadi (Isil)-.

Al di là del “sogno” di nuova storia europea  ancora da scrivere,  riprendendo  il nostro discorso sulla Chiesa,  comunque, la funzione sacerdotale, quella di pontifex maximus, usurpata dai papi di Roma, dopo l’abbandono della carica da parte dell’imperatore cristiano, autorizza col passare dei secoli una auctoritas crescente in Occidente.

A seconda delle situazioni, il pontefice romano si fa tramite tra dio e l’uomo occidentale, arrivando perfino ad aver il potere di investitura imperiale dapprima col Sacro Romano Impero, poi col Sacro romano impero germanico, abolito solo da Napoleone.

“Roma” evoca, dunque, una realtà storica: una città, una civiltà, un Impero, che ha avuto inizio e fine nel tempo, ma hanno dato l’idea  di invincibilità, di giustizia, di potere ed è stata immagine  di  eternità per secoli significando imperium da una parte e da un’altra  garanzia di  giustizia e di pace dopo la vittoria e lo sterminio dei vinti, grazie all’imperialismo e alla violenza delle legioni, tanto che Dio è stato celebrato più come sebaoth, dio degli eserciti che come dio dell’universo, di recente istituzione (Cfr. CULLMANN, Cristo e il tempo- La concezione del tempo e della storia nel Cristianesimo primitivo-, Bologna 1965).

Massima espressione di questa realtà romana imperiale è il cristiano Costantino, celebrato da Eusebio come tredicesimo apostolo, degno di essere sepolto nella Chiesa dei  santi apostoli a Costantinopoli, sulle cui pareti erano dodici stelai lapidi, ricordanti i nomi dei dodici apostoli.

Roma e cristianesimo sono diventati un unum, una cosa sola, un imperium pontificale, che gestisce la chiesa temporale, duratura finché esiste  il mondo, eterna  in quanto destinata a sopravvivere al tempo stesso, nella luce della contemplazione di Dio come suo ultimo definitivo trionfo in Cristo, come eterna Sion.

Sancisce il connubio tra Roma-Costantinopoli e il cristianesimo, Costantino,  un figlio bastardo di Costanzo Cloro,  un re illegittimo, un sovrano illirico, che solo con la vittoria giustifica il suo potere in un’epoca  dove chi vince militarmente è padrone  dell’ecumene.   Ha un suo celebratore di eccezione, un retore  seguace di Origene, tramite Panfilo, quel famoso storico, Eusebio di Cesarea  che con discorsi  Triakontoeterikos  logos,  De sepulchro Christi  e  con  Vita   crea un sistema storiografico  nuovo, sintetizzando giudaismo ellenismo e cristianesimo.

Infatti celebrando Flavio Costantino lo paragona con i grandi del passato,  con Mosé, re, nomotheta profeta e sacerdote, con  Alessandro, fondatore della monarchia universale, con Cesare, fondatore dell’imperium romano,con Christos stesso, basilari  per la formazione della cultura giudaico- romano/ellenistico-cristiana.

In effetti tutto il logos di Eusebio  anticipa i temi dello Speculum principis  un trattato sull’arte del  governo e sulle virtù regali, scritto da un certo Agapeto, (cfr. S. ROCCA, Un trattatista di età giustinianea: Agapeto Diacono In Civiltà Classica e Cristiana 10.1989.303-328. Alle pagine 318-328 c’è la traduzione in italiano dello Speculum fatta su testo di J-P.MIGNE in PG  86.1,cc.1163-1186).

Eusebio, come poi il diacono di epoca giustinianea, apostrofa con un tu il sovrano, visto nella perfezione regale  in una volontà di creare monoteismo e monarchia, confuse su basi teologiche.

Agapeto, infatti,  inviando a Giustiniano 72 capita admonitoria  propone non solo  un sistema di indagine su se stessi ma anche  invita a  meditare sui compiti del supremo incarico imperiale: il diacono osa avvicinarsi all’autocrator che riassume  una doppia auctoritas, quella temporale e quella  spirituale.

Su una confusa sugkrisis di regalità e di teologia  Eusebio,   quasi assimila Costantino a  Christos, pur nel massimo apparato religioso,  dando grande rilievo al sovrano dio sulla Terra, alla legge vivente, cioè all’autokrator, la cui figura santa, alonata da vittoria,  rappresenta il Dio unico, in tre persone.

Storicamente la Chiesa romana ha giocato a riciclare il nomen di Roma anche se non più capitale dell’imperium né occidentale né orientale, anche se scaduta come città,  perché indifesa, saccheggiata nel V secolo due volte (una  dai Goti di Alarico, una dai Vandali di Gianserico)  contenta di aver il suo prestigio morale  sulle popolazioni occidentali.

I papi, volti ad  una politica di supremazia rispetto alle gentes barbariche,  desiderosi  di stabilizzarsi nell’ex impero romano, sono correlati con i teodosiani, specie  con Galla Placidia  e Valentiniano  III, poi dopo la fine dell’imperium occidentale, dànno legittimità ai re locali, specie se cattolici. La fortuna  di Clodoveo, re franco cattolico, esaltata dalla cultura cristiana,  crea il mito di fortuna per i re cristiani, e viene rinnovato l’exemplum cesaropapista costantiniano. Da qui la cristianizzazione di regni come quella dei Burgundi,  dei Visigoti e la protezione della divinità  grazie alla mediazione  del papa romano: si veda la funzione di papi come Leone I,  Felice II, Agapito, Pelagio II  e  specie quella di Gregorio I, di stirpe imperiale, anicia (Cfr. Anicio Olibrio Imperatore di Occidente dopo Antemio, nel 472, che sposò Placidia seconda,  figlia di Valentiniano III, da cui ebbe Anicia Giuliana) come continuazione del pontificato della tradizione romana, di consultazione della divinità e della interpretazione degli omina, di quelli augurali, naturali e scritti.

C’è contemporaneamente la volontà  di distacco  totale dalla dipendenza orientale, specie dopo la riconquista di Giustiniano  dell’occidente e  dal  potere dell’esarca d di Ravenna, nella coscienza di essere l’unico faro di cultura ed unico papa in Occidente, senza intromissione di quello costantinopolitano.

Tutta la storia medievale è un lungo latrocinio  con falsificazione di documenti  ad opera della Chiesa,  che si assimila e si sostituisce al potere imperiale romano. Alcuni storici e teologi modernisti come Auguste Sabatier teologo   (1839-1901cfr.Essai d’une théologie critique de la connaissance religieuse;La religion et la culture  moderne; Les religions d’autorité et la religion de l’esprit)) ed Adolf  von HARNACK  (-1851-1930 -Il Cristianesimo e la società Mendrisio Cultura moderna 1911 Marcione. Il vangelo del dio straniero, Milano Marietti 2007) hanno cercato  di dare una risposta in questo senso, ma con poco successo, dato il valore ancora forte della tradizione cattolica romana.

Per loro, il nomen prestigioso della capitale dell’Impero Romano avrebbe fatto  in modo che il Vescovo di Roma fosse il Vescovo di tutte le Chiese. Il primato del Romano Pontefice sarebbe, dunque, una conseguenza della grandezza dell’Impero Romano, un risarcimento per la caduta della grande città, caput mundi, scaduta a provincialis.

La tesi modernista, ancora oggi ricorrente, affonda la sua origine nel dibattito teologico del primo millennio tra la Chiesa di Roma e le Chiese d’Oriente e già affiorante nel XXVIII canone del Concilio di Calcedonia (451), cancellato da  Leone I.   Roma aveva la stessa funzione nei confronti degli episcopati occidentali, sebbene con un’auctoritas inferiore, anche se  Costantinopoli, la nuova Roma  che ne era una derivazione, era però sul piano religioso e  politico privilegiata perché collegata col sovrano stesso, che era  autokrator  e patriarca, come Costantino.

Leone, erede del patriarcato romano, seguace dei princìpi di  Damaso, pur legato a Costantinopoli,  ritiene  menomato il potere romano, sancito da Teodosio  e ribadito da figli e per ultimo da Galla Placidia e dal figlio Valentiniano III.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il trasferimento della “nuova Roma” a Costantinopoli,  il primato rimane  al Patriarca di quella città che d’altra parte mantiene la stessa funzione nei confronti dei barbari.

Bisogna dire, dunque,  che la Chiesa cattolica romana  è stata costituita prima della definizione della divinità di Cristo e della Trinità o   che prima c’è stata la fissazione del dogma della divinità del  Christos e quella della Trinità, a cui poi è seguito quello definitivo della costituzione della Chiesa romana?

 

Oppure bisogna dire che, contemporaneamente all’ acceso dibattito tra le sette, si costituisce  da una parte il dogma della incarnazione  del Christos, logos e  quello della Trinità  e, da un’altra,  grazie al grande nome di Roma – non più caput mundi ma città provincialis –  il vescovo romano viene considerato primo rispetto a quelli occidentali,  prima ancora di usurpare il titolo di pontifex maximus, ceduto da  Graziano e da Teodosio.

 

Secondo il mio giudizio quest’ultima opzione potrebbe aver avuto rilievo,  fino all’epoca di Costantino, ma nel periodo  tra Costantino e Teodosio l’episcopato romano  assume un altro valore grazie a Damaso( 305-384 d.C.) che rivendica il suo primato e lo garantisce nei confronti di Costantinopoli  pretendendo l’elezione del vescovo di Tessalonica, convinto di poter esercitare ancora il suo primato in Illiria che era stata staccata dall’Occidente nel 379.

Damaso invoca per il suo mandato apostolico il testo petrino di Matteo 16,18 (cfr. A FILIPPONI, Jehoshua o Iesous? op cit.) già falsificato  per dimostrare che il pontefice romano dipende direttamente da Cristo e non dall’imperatore, né dai concili, in una volontà di autonomia   romana ed in una  pretesa  di un uomo ambizioso, infido, senza scrupoli, di un personaggio molto equivoco, non certamente degno di pontificato che, dapprima nella lotta per l’elezione con Ursino  poi per la conservazione del titolo, usa ogni mezzo ( i patrimoni delle donne della nobiltà, grazie al suo ascendente fisico, la retorica di amici come Girolamo, la simonia, la delazione ecc.) per l’affermazione della sua personalità (Cfr.Ammiano Marcellino, Historia XXVII,12; Girolamo, Epistula, CXXIII; Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica,V, 15).

Ma Damaso in Occidente ha per caso l’omaggio di un Ambrogio (339-397d.C.), vescovo di Milano? Il vescovo di Milano ha una sua auctoritas indipendente ed ha una politica autonoma nella lotta antiariana ed antiebraica,

Se si esaminano situazioni del periodo bizantino, comunque,  si può comprendere  meglio come il papato romano sopporti male la pressione imperiale e come sotto l’imperatore Maurizio(539-602 d.C.) aneli ad una propria indipendenza e non voglia essere considerato papa  alla pari di quello di Costantinopoli.

Sotto questo imperatore è possibile vedere l’angolazione cesaropapista  che ha di mira solo la concordia delle varie partes dell’impero e va al di sopra delle dispute ecclesiastiche,  pur prediligendo il papato costantinopolitano, che è sotto la diretta dipendenza.

Con  Maurizio, lo scontro tra Papato romano  e Imperatore si acuisce nel 595, quando il Patriarca di Costantinopoli, Giovanni Nesteute, si proclama Patriarca Ecumenico.

In quella situazione il Patriarca, dichiarandosi di autorità pari al Papa romano, è  nei suoi diritti , secondo la giurisdizione teodosiana, che viene impugnata sulla base dei precedenti  fatti, a seguito della vertenza damasiana.

Il papato romano  in epoca di dominio visigotico, ha dimostrato che la sua dignità non è inferiore a nessun’altra autorità in quanto è erede diretta di Roma  e del suo stesso imperium, come se lo avesse conservato col solo nomen divino.

In effetti l’auctoritas è in mani bizantine saldamente: lo dicono chiaramente i primi concili fatti (Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, Costantinopoli II); a nulla valgono lo proteste di Papa Gregorio (Epistole, V,20), che si difende contro il patriarca, che ha chiesto sostegno  all’Imperatore, che invita il pontefice romano a non controbattere sul titolo e a pensare solo alla pace religiosa.

Ora, dunque, se guardiamo dall’angolazione imperiale bizantina si può sciogliere il nodo, che cioè, solo sulla base imperiale risiede l’unica auctoritas e che senza di essa il potere religioso è non imperante .

Perciò, siccome  il problema della divinità e dell’umanità di Cristo non è stato risolto neppure dal concilio di  Calcedonia 451 anche dopo la definizione ad Efeso sulla Verginità della Madonna e sulla Theotokos/deipara, la cristologia  monofisita  è divenuta imperante grazie anche all’aiuto di Teodosia, moglie di Giustiniano.

Eppure l’imperatore  ha promulgato un editto, con cui rigetta il pensiero diofisita dei teologi antiocheni, accusati di nestorianesimo ma non confuta i decreti conciliari. Convoca a Costantinopoli lo stesso papa di Roma Vigilio, anzi lo fa prelevare e condurre davanti a sé e   prova a costringerlo  alla firma,  anche se questo ritiene l’editto non conforme al pensiero di Calcedonia.

Alla fine il patriarca di Costantinopoli Mena e Vigilio firmano uno scritto Iudicatum di condanna dei Tre capitoli.

Siccome in Occidente si apre subito  uno scisma, il papa  ritira il suo iudicatum  e pretende dall’imperatore la convocazione di un Concilio che viene indetto – dopo che Giustiniano fa un altro editto  di condanna dei tre capitoli, e dopo aver avuto il parere favorevole dei vescovi orientali. Insieme col nuovo patriarca  di Costantinopoli, Eutichio, l’imperatore apre il concilio Costantinopolitano II, il 5 maggio del 553 in Santa Sofia,dove sono condannati non solo i tre capitoli ma anche l’origenismo e il nestorianesimo.

Dunque, la questione si prolunga tanto che un uomo moderato come il Patriarca Nesteute, ben inserito nel quadro culturale bizantino, sicuro della sua indipendenza rispetto al Papato romano, accetta il verdetto imperiale, diversamente dal collega occidentale recalcitrante  (Cfr. Evagrio di Epifania, Storia eccesiastica a cura di F. Carcione , Città Nuova,1998)…