Gesù non disse niente, ma fece…

Ma, Gesù, chi sei stato veramente?

Dopo molti anni di ricerca sul bios di Jesous Christos Kurios e sui logia matthaici ho sentito la necessità di indicare vie di lavoro su due comunità, quella del Malkuth ha Shemaim (Basileia toon ouranoon /regno dei cieli) aramaica e quella della Basileia tou Theou /regno di dio, ellenistica, giudaico-pagana e mostrarne due diversi percorsi dal momento stesso della morte del Signore, essendosi conclusa la prima con la  comune Galut ebraica  nel 135 d.C. sotto Adriano, essendo risultata la seconda  vincitrice sul paganesimo, dopo varie vicende, con Costantino prima e poi, trionfante, con Teodosio e la sua discendenza.

Durante questo lavoro nel lungo studio sui testi  mi è sembrato utile, ai fini unitari della ricerca sul Christos, esaminare il reale valore del termine Rabbi/ Rabbuni didaskalos/maestro e la sua possibile attribuzione come  titolo”  d un tektoon/falegname, carpentiere, architetto, mastro, in terra giudaica, un qainita  che con le sue squadre di oikodomoi e banausoi, costruiva città, palazzi e sinagoghe,fortezze…
Ora nel fare questa azione di divulgazione mediante un libretto- in cui ho raccolto altri articoli conosciuti del sito angelofilippponi.com- mi sono prefisso di mostrare e dimostrare che
a. Gesù non è stato un Rabbi, ma solo un mastro/Tektoon (e quindi rilevare la sua alfabetizzazione e il suo livello culturale in Relazione al suo status di giudeo galilaico, aramaico di lingua);
b. Gesù non ha potuto costituire, di conseguenza, un pensiero autonomo teologico,  ma neppure parlare circa il divino né dire parabole o inventare preghiere, avere discepoli, pronunciare semplici enunciati come io sono la via, la verità, la vita (Gio.14.6), né discutere con i dottori ecc.;
c. Gesù ha, però, fatto paradocsa erga che noi diciamo miracoli (monstra),  perché lo consideriamo poihths – creatore del mondo,  in quanto logos-verbum del Padre, ma tutto ciò è senno del poi: queste opere paradossali  gli servirono solo per essere conosciuto e diventare maran/basileus.
In questo opuscoletto non entro in merito al Malkuth/ basileia, né al periodo di realizzazione, né alla durata, né alle condizioni che lo permisero in un clima antiromano e filoparto (Cfr. Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003, e Giudaismo romano II E.Book Narcissus 2011)…
Queste risultanze  sulla figura di Gesù intitolate  Ma, Gesù, chi veramente  sei stato ?, già pronte  nel 2008 quando le lesse mio genero Leonidas Ricci e le accennò a Forum su Studi del Cristianesimo primitivo, dove faceva  insieme ad Andrea Grandoni ed altri alunni, qualche sporadico intervento, non ben inteso da alcuni, sono oggi su   “Saggi” in www.angelofilipponi.com.
Sadinoel/Leonidas il 18-10-2008 scrisse: Parlando in questi giorni col professore di Bart Ehrman e del suo libro, ho avuto questa risposta:Se Ehrman avesse letto attentamente, esaminato scrupolosamente e studiato diligentemente i Vangeli, non avrebbe scritto “Gesù non l’ha mai detto” , ma avrebbe scritto “Gesù non disse niente” in quanto Gesù non parlò, ma fece, non predicò ma operò, non propose un  pensiero, ma costituì il Malkuth ha shamaim. Allora Ehrman certamente avrebbe indagato (come ha ben fatto!) e fatto ricerca dei testi originari, ma avrebbe anche rilevato che il lessico e i costrutti sono tipici di Filone Alessandrino (oltre alle figure del seminatore, del pastore ecc) .
Mio genero, allora, anticipò alcune risultanze, riportando una parte del discorso da me fatto.
Ora  volendo diffondere le risultanze  solo come conclusioni parziali di un lavoro,  le ho  disposte come un opuscoletto di facile lettura solo per i miei amici, interessati al problema e desiderosi di conoscere realmente la figura  umana e storica di Gesù.
Non ho quindi alcun pensiero polemico, dunque,  ei confronti di  B. Ehrman (Gesù non l’ha mai detto. Mille cinquecento anni di errori ed interpolazioni nella traduzione dei vangeli, Mondadori 2007), autore da me stimato per la serietà di lavoro, il cui impegno rivolto verso i codici, spesso interpolati anche per il difetto dell‘ humanitas dei trasmettitori,  e teso alla ricostruzione testuale,  è molto lodevole e degno di essere seguito.
Nel fare questa azione di divulgazione mi sono prefisso di mostrare e dimostrare che
a.Gesù non è stato un Rabbi, ma solo un mastro (e quindi rilevare la sua alfabetizzazione e il suo livello culturale in Relazione al suo status di giudeo galilaico, aramaico di lingua);
b. Gesù non ha potuto costituire, di conseguenza, un pensiero autonomo teologico, ma neppure parlare circa il divino né dire parabole o inventare preghiere, avere discepoli,  pronunciare semplici enunciati come io sono la via, la verità, la vita (Gio.14.6), né discutere con i dottori ecc.;
c. Gesù ha fatto paradocsa erga (monstra), che  noi diciamo miracoli perché lo consideriamo poihths–creatore del mondo in quanto logos-verbum del Padre, ma tutto ciò è senno del poi: queste opere paradossali  gli servirono solo per essere conosciuto e diventare maran/basileus.
In questo opuscoletto non entro in merito al Malkuth/ basileia, né al periodo di realizzazione, né alla durata, né alle condizioni che lo permisero in un clima antiromano e filopartho (Cfr. Jehoshua o Jesous, Maroni 2003, e Giudaismo romano II E.Book Narcissus 2011).
Gesù non disse né scrisse niente!

Gesù non disse niente, né scrisse niente
Gesù non poteva né dire né scrivere perché non era un fariseo ermeneuta, né uno scriba né un sacerdote , cioè   non poteva perché  non era un dottore della legge.
Il dire e lo scrivere erano azioni proprie di uomini educati a dire e a scrivere (Sopherim), insomma erano opera di maestri che avevano ricevuto un’educazione adatta, specifica per la lettura e per l’ interpretazione della lettera sacra (Mishnà cfr. A. FILIPPONI, Commento a Il Politico/De Ioseph, opera inedita).
Parlavano, scrivevano solo loro, i sopherim (gli scribi e i dottori della legge), che  potevano lasciare un pensiero che vincolava i fedeli e diventava un’altra tradizione aggiunta alla Legge mosaica, in quanto sua interpretazione,  accettata universalmente ma solo come pagina commentata biblica, non come loro personale pensiero innovativo.
In Giudea ogni novitas è punita secondo la legge.
Solo questi potevano parlare e scrivere non gli altri, indirizzati al mestiere, che  partecipavano alle letture della sinagoga senza prendere la parola.
Ora Gesù, non essendo un maestro, ma solo un mastro, dunque, era uno della schiera dei tanti altri, anonimi,  che doveva solo fare, costruire, non predicare, non commentare, né guidare la preghiera (cfr  A. FILIPPONI, Pathr hmoon. opera inedita) ecc..
Paolo di Tarso è uno degli  uomini, che potrebbe invece parlare e commentare: è  perfetto (teleios), pneumaticos, ma la sua parola e il suo annuncio di Venuta del Signore non consistono in persuasivi discorsi di sapienza, ma nella dimostrazione di spirito e potenza.
Uomini di questa formazione, come Paolo, sono quelli che fanno in modo che la fede dei Corinzi (I ai Corinzi, 8-9) non sia in sapienza di uomini, ma in potenza di Dio: sono tali da credere di essere la parola stessa di Dio, non cembali  che suonano a vuoto, da lui stesso svuotati e riempiti di sapienza, entusiasticamente trasmessa.
Enthusiazoo è il verbo che rende meglio la loro missione di invasati e posseduti da Dio come singoli e come gruppi: nel sistema giudaico in epoca tiberiana esistono goetes che profetizzano secondo un uso antico, ma esistono gruppi come gli esseni come i terapeuti, come i dottori della legge, scuole di pensiero sadduceo e farisaico, a seconda della lettura letterale o spirituale del testo ed anche sophistai /dottori che guidano il gruppo di Leestai (Zelotai).
Enthousiasmos è la specifica connotazione di uomini razionali che si esprimono nella semplicità della parabola, mostrando la sublimità divina e la deficienza propria di creatura.
Sono uomini, dunque, come Paolo, che parlano tra loro di sapienza, ma non di una sapienza di questo secolo, né dei principali di questo secolo, che vengono distrutti,  che hanno coscienza di parlare di sapienza di Dio nel mistero, quella nascosta che Dio ha prestabilito prima dei secoli, a nostra gloria, che nessuno degli arconti di questo mondo ha conosciuto (se infatti l’avessero conosciuto non avrebbero crocifisso il signore della gloria): uomini  di tal genere sono gli interpreti, gli esegeti. che sanno leggere il segreto piano dell’economia divina sull’uomo e sul mondo!
Non si confonda la loro spiegazione, apparentemente semplice, con la naturale spontaneità: è il massimo artificio retorico perché lungo e travagliato è l’esercizio sulla parola divina di singoli e di gruppi per la sua interpretazione secondo schemi da secoli prefissati e tramandati da rabbi a rabbi.
Dunque è la lettura biblica una tradizionale scuola di rabbi accettata dal popolo come parola di Dio, spiegata  come aggiunta del Signore fatta da suoi incaricati, che vivono di questo mestiere, con questa professione.
La tradizione giudaica non conosce nessun maestro con  nome di Yehoshua  bar(Ben) Josip.
Origene, commentando il passo della I lettera ai Corinti suddetto, mostra come Paolo distingua la sapienza di questo mondo dalla sapienza di Dio e nota che chi cerca, proponendo dimostrazioni della fede in potenza e in spirito, non ha nessuna sapienza: una cosa è introdurre alcuni alla fede ed un’altra rivelare la sapienza di Dio.
Per lui come per Paolo non è possibile spiegare la sapienza di Dio agli incipienti e progredienti, ma è possibile comunicare solo tra teleioi/perfetti la sapienza divina mentre la sapienza di questo secolo, essendo poesia e retorica,  è cosa umana e distruttibile.
C’è una linea che unisce Paolo,  Giustino, Clemente, Origene e poi tutti i seguaci di Origene,  che vogliono leggere secondo una tradizione rabbinica allegorica di matrice filoniana, il pensiero assente di Christos, e così facendo creano un testo cristiano  facendo un Nuovo Testamento sulla base di un bios di consistenza scarsa  (forse per noi, non per loro), ellenizzando un giudaismo scismatico con l’apporto anche del medio e neoplatonismo e del neopitagorismo.
Così facendo c’è uno strappo dal giudaismo, palese in Shaul-Paulus, perseguitato dagli stessi eredi del Messia che non lo riconoscono come loro “Lettore” ed ermeneuta.
Paolo, quindi, rinuncia ad essere fariseo, pur sentendosi rabbi, pur essendo stato alla scuola di rabbi Gamaliel (che fu  a sua volta discepolo di Hillel).
Gesù (quel Gesù di cui parla la tradizione cristiana),  dunque, a maggior ragione, ancora di più di Paolo non può essere rabbi e  tanto meno può essere chiamato rabbi: là dove nei Vangeli, quindi, si parla di Gesù rabbi si può dire con qualche certezza che il passo è interpolato o ha subito aggiustamenti.
Eppure Paolo ed Origene, comunque, procedono considerando sorprendentemente Gesù rabbi, contro la tradizione giudaica che ben conoscono, divinizzandolo, creando la figura di logos come hupostasis divina,  secondo schemi poetici e retorici e creano il sistema cristiano mistico-misterico grazie ad un grande apparato letterario artificialis proprio di didaskaloi, greci.
L’essere didaskalos come imitatore di Christos (che a sua volta imita il Pathr) non significa, però, essere grammateus (scriba)  né tanto meno Cohen/iereus, né esegeta o prostaths (advocatus, patronus) né presbuteros,  nè gerousiarchhs, che sono cariche tipiche di ebrei che hanno qualche responsabilità o ufficio tra i correligionari.
Essere un lettore e commentatore christianos in una ecclesia secondo Paolo (I Cor.1,2; Gal.1,2;  1 Tes. 1,1) non ha lo stesso valore di un archon giudeo che, in un’Haburat/Qehillà-qahal- (comunità di fedeli) e nell’edah (consiglio ristretto di archontes)  funzionanti come consiglio maggiore e come giunta ristretta, è obbligato a seguire sempre l’interpretazione dei sopherim.
Questi ad ogni riunione pentakostale dànno una comune lettura delle risultanze, derivate dal commento di scuola farisaica, essenica e terapeutica, letta dal capo degli ermeneuti: in caso di discussi valori e di diversità di lettura  il “celebrante”del giorno dopo le stette settimane  non comunica, ma si attiene alla norma già conosciuta, insomma è tenuto a rimanere nella certezza delle precedenti formulazioni sul passo della torah: la discrezione dei sacerdoti era nella misura in cui sapevano adottare la lettura rabbinica al nomos mosaico, nonostante le possibili diversità in relazione alle differenti letture, a seguito del metodo letterale o allegorico.
Ora se Paolo ed Origene parlano di un Gesù- Logos, parola di Dio padre, sapienza stessa,  sono in una fase di cultura cristiana,  in un momento storico, in cui è possibile dire quanto viene detto, ma ciò non è possibile dire in terra giudaica prima della distruzione del Tempio ed ancora, a maggior ragione, in epoca tiberiana.
Noi, invece, stiamo parlando di un Gesù storico, di un Gesù galileo di matrice giudaica, la cui azione ebbe un rilievo in Ioudaea  e che parla aramaico senza doctrina e che è uomo come tutti gli altri e che svolge una sua precisa professione quella di Kain -tekton, cioè di costruttore di origine davidida, che ha molte possibilità di lavoro e che si sposta da una parte all’altra a seconda delle richieste, anche di funzionari romani che parlano latino o greco, sia in Palestina che in Decapoli che in Siria o in Egitto.
Il parlare di Gesù in itinere e o sulla montagna (oros/ come  collinetta) e lungo il mare (paralia) o in zone desertiche, in termini teologici, o anche solo biblici, è non pensabile, non proponibile, direi, assurdo non solo in senso fisico e naturale, contestuale, ma anche come proposizione di contenuto proprio della legge, sacra, discussa in pubblico, davanti ad una folla ignorante.
E’ risibile pensare ad un dialogo tra un popolano e uno scriba, specie in una situazione in cui si tratta di un profano, ignorante,  che fa da maestro, e di scribi e di dottori della legge, di norma sconfitti: per me non è ipotizzabile nemmeno un incontro-scontro in una società come quella ebraica del I secolo.
Per essere compreso nel mio discorso, ognuno di noi si rifaccia all’episodio di Gesù davanti a Kaifas descritto e da Marco (14,53 e ss.) e da Matteo (25,57 ss) dove si rileva il comportamento dei presenti alla bestemmia dell’imputato popolano: gli sputano addosso, gli coprono il volto,  lo percuotono e gli chiedono di indovinare il percussore (con ridondanza  i servi lo prendono a schiaffi).
Ed ognuno di noi mediti davvero sulla possibilità effettiva, in quella specifica situazione,  per come è narrata dagli Evangelisti, di una risposta alla domanda di Kaifas (sei tu il Christos, il figlio del Benedetto?) Si, sono io con l’aggiunta di un passo di Daniele(7.13) e di uno dei Salmi (110,1).
L’evangelista che propone tali scene o non le ha scritto’e o finge di non conoscere il mondo giudaico o lo nasconde come per un trauma o non conosce (come forse Luca o quello che chiamiamo Luca) il reale mondo giudaico e la sua organizzazione, anche se ha ancora presente nell ‘ecclesia il sistema giudaico organizzativo oniade, rimasto integro come nomenclatura nella diokesis cristiana, metropolitana (Efeso, Antiochia, Alessandria, Corinto ecc)  e nelle vari sedi delle più disparate province (Bitinia, Ponto, Lidia, Siria ecc).
Solo in un periodo successivo si è letto dià sumbolon, in Dio, il significato di quella singolare storia umana di Gesù, divenuta emblema religioso, con lo scandalo della croce (Cfr. Skandalon della croce)  quando si è costruito il regno di Dio sulla base della resurrezione e dell’oikonomia divina salvifica.
Dunque in Ioudaea c’erano uomini che leggevano ed interpretavano la Bibbia e quindi creavano continuamente materiale degno di memoria cioè la torah she be al pè (legge orale): erano pochissimi ed erano i depositari della tradizione, riconosciuti maestri abili alla trasmissione del disegno divino della Sapienza.
Il popolo è definito ilico da Ulh selva, e quei pochi populares, incipienti e progredienti  sono chiamati psichici e sono esclusi perfino dal discorso sapienziale: come poteva dunque un tecton (noi per secoli abbiamo pensato ad un falegname), nemmeno degno di poter ascoltare un discorso sapienziale, essere rabbi, ermeneuta, esegeta?
Ora nelle letture sapienziali e specie nell’interpretazione del Pentateuco in aramaico e in greco esistevano sempre e solo i dottori della legge che erano gli addetti al lavoro: a nessun altro era permesso operare sulla legge.
Il popolo poteva avere un’ istruzione minima in sinagoga, in aramaico (se in Palestina o in territorio parthico) in relazione ai targumin che erano spiegazioni della bibbia scritta in ebraico mischnico dove forse c’erano scuole del libro (Bet ha sefer): in Vaticano ed altrove esiste un targum dei neofiti come spiegazione aramaica del Pentateuco, che in effetti era un tentativo babilonese, specie per il targum degli  agiografi, di accomunare nella stessa cultura i giudei palestinesi  ai quali venivano presentati esempi di edificazione morale.
Nelle città ellenistiche (ad Alessandria, ad esempio) ci sono sinagogai o proseuchai dove commentatori biblici, esegeti, ermeneuti  leggono  il Pentateuco e la loro lettura è un vincolo per tutti i fedeli  e il loro magistero è santificato tanto che i terapeuti sono considerati i più cari a Dio.
Ma Gesù era dio, figlio di Dio, Il verbo, il logos, la sapienza! Rispondiamo, da cristiani, che non vogliamo conoscere nemmeno il problema, ignorando il fatto che Gesù solo successivamente, e relativamente tardi, è stato deificato.
All’atto del Malkuth ha shemaim, nel periodo tra il 32-36 d.C  non esiste un Gesù-Dio, ma solo un uomo che combatte per la propria patria!
C’è un Galileo che può aver fatto normali studi in sinagoga, poi, concluso il ciclo, a tredici anni ed un giorno,  ha seguito le orme paterne nel mestiere risultando,diremmo noi, un laico,  ben educato alla legge, all’osservanza della legge, secondo il sistema giudaico: quelle legge letta ed interpretata da rabbi, che insieme, non isolatamente, prescrivono norme in un rispetto reciproco, ed anche dopo aspre contese; anche gli esseni  di Qumran e i contemplativi terapeuti  di Alessandria dicono il loro pensiero sulla base della lettura del Pentateuco, tradotto dall’ebraico in greco dai settanta.
Sono questi che dànno ordini, creano leggi imperanti per i giudei aramaici e per i giudei ellenistici  e il loro insegnamento è vincolante nella vita pratica.
Noi cristiani, oggi, non comprendiamo bene questo, neanche ci accorgiamo di essere sotto l’influenza ecclesiastica perché  siamo stato condizionati fin dall’ infanzia, prima ancora di parlare: noi siamo cristiani senza sapere cosa significhi e diciamo quello che diciamo per come ci hanno detto e tramandato, senza neanche  pensare a quanto diciamo.
Gli illuministi specie quelli napoletani (Giannone ad esempio), avendo capito esattamente il potere verticistico  e la dipendenza delle masse cattoliche ignoranti, nutrite di concetti semplici  elementari,  carnali , secondo la logica medievale, delle artes  sermocinandi e praedicandi, grazie ad una comunicazione perfetta autoritaria, trasmessa  periodicamente, invece comprendono chiaramente quando parlano della struttura capillare religiosa che c’è nel regno di Napoli.
Per loro quanto detto dal papa nel giro di una settimana è sulla bocca di ogni più sperduto credente di parrocchie, pur lontanissime dai centri urbani, tramite la  mediazione dei vescovi e dei sacerdoti: forse ancora qualche vecchio ricorda la funzione dei sacerdoti nelle parrocchie negli anni cinquanta e la loro grande auctoritas collegata con i vescovi e col papa .. e col  potere politico locale e nazionale(Cfr  A. FILIPPONI, L’altra Lingua ‘altra storia, 1995).
Questo, comunque, è palese nei paesi arabi dove le scuole coraniche sono il cuore e la mente dell’Islam in quanto hanno un valore immenso anche sul piano politico: le risoluzioni degli ulema vincolano ogni fedele (meslim).
Dai pochi passi dei Vangeli in cui si parla di Gesù che scrive e  parla,  ben circoscritti , non si hanno elementi per dire di una reale alfabetizzazione del Galileo e tanto meno si può dire che sia un elemento dotato di cultura teologale, cioè che abbia reali abilità esegetiche, anche se viene stolidamente mostrata in alcuni passi chiaramente  spurio (Luca 4,14ss dove  viene esaminato un passo del Levitico 25,109 e si aggiunge che, Gesù, arrotolato il volume, lo restituì al servitore  e si sedette). Flavio nel paragrafo 63 del XVIII libro di Antichità Giudaiche dice di lui solo che è sophos/saggio, non sophisths -che corrisponde a rabbi, dopo aver ben marcato anhr/uomo.
Gesù  infatti, per affermarsi come uomo e come tecton (architecton) aveva costruito case e sinagoghe e si era reso popolare in patria col padre Giuseppe, poi in Egitto e di nuovo in  Galilea con la costruzione di Tiberiade, con la costituzione di una cooperativa a Caphernaum, di agricoltori, di pescatori e di salariati, addetti  al confezionamento del pescato, in un ambiente totalmente zelotico, ben connesso con la cultura musar mesopotamica aramaica, molto disgiunta dalla paideia ellenistica, a cui, comunque, bisognava necessariamente conformarsi in epoca tiberiana, specie seianea, in ogni regione dell’impero romano.
La paideia ellenistica era un sistema misto giudaico, basato sull’emporeion (commercio) e sulla trapeza (banca), che aveva congiunto  in modo sincretico cultura tradizionale palestinese e cultura greca: il giudaismo ellenistico  sfruttando la protezione romana imperiale, aveva tentato una via alternativa al rigido integralismo antiromano aramaico:  Gesù, da giudeo galilaico, seppure restio,  poteva  integrarsi nel sistema,  data la sua professione e la probabile conoscenza dell’ebraico mishnico, dell’aramaico, del greco e per ragioni di lavoro anche di qualche termine latino, necessario per il suo lavoro e per le relazioni con i dominatori di stanza a Cafarnao, a Gerusalemme sull’Antonia e a Cesarea  Marittima, oltre che in Siria (Antiochia e tutta la zona di confine eufrasico).
Insomma Gesù, quando fu proclamato messia era noto in Galilea e Perea, zone sotto il dominio di Erode Antipa, e nella Ioudaea romana  (Idumea, Samaria e Giudea) e  nelle zone Ituraiche  dominate da Filippo, e nella zona costiera, retta da Erennio Capitone, oltre che in Alessandria e nelle città del Mediterraneo, controllate dagli oniadi (discendenti di Onia IV), ellenisti giudaici scismatici, dediti al commercio e alla pratica bancaria,  e disposti a finanziare ogni confratello, nonostante la loro filoromanità e la loro differenza dottrinale.
Per questo Flavio dice che egli convinse abbindolando, forse come goes/mago e come taumaturgo, non solo giudei aramaici ma anche ellenisti (cfr upagoo  Ant. Giudaica XVIII, par. 64).
Gesù era, inoltre, popolare nel regno di Parthia, dove vivevano numerosi giudei, non per il suo pensiero, ma solo per le sue costruzioni, per la sua attività sovversiva, antiromana o per  i monstra (paradokson ergoon poihths,63): non gli dovette mancare sicuramente l’appoggio delle plebi adiabene e mesopotomiche, dato il rilevo in quell’epoca dei loro re (Izate) e satrapi (Asineo ed Anileo), ben accetti  alla corte di Ctesifonte di Artabano.
Per gli aramaici contavano le sue imprese non le sue parole: i logia, parole profetiche (derivate dallo studio e dal commento biblico),  conosciuti, erano quelli degli esseni, dei terapeuti, che avevano dimostrato, nel corso della persecuzione di Seiano (25-31 d.C.), tramite l’interpretazione di passi dei Profeti e della Sapienza che il  Malkuth era vicino e che Jehoshua era il Messia atteso.
Questi e l’élite sacerdotale sadducea e quella farisaica soltanto sapevano e dovevano leggere la Bibbia e la facevano applicare con precisi atti sinedriali: la stessa cosa ha fatto per secoli la gerarchia della Chiesa Cattolica, che si è arrogato il diritto di lettura biblica.
La voce di Gesù, come predicatore, non avrebbe avuto alcun rilievo, come quella di quell’omonimo Gesù, figlio di Anania,  un  agroikos (un contadino),  divenuto all’improvviso profeta estatico, che diceva parole di malaugurio per Gerusalemme e per se stesso (Flavio, Guer. Giud. VI,300-309): la sua voce  sarebbe stata quella di un pazzo (moròs) inascoltata o sanzionata pesantemente dall‘auctoritas sinedriale e da quella prefettizia.
Infatti il povero figlio di Anania aveva cominciato quattro anni prima che cominciasse la guerra, sotto il governatorato di Albino  nel corso della festa dei tabernacoli a gridare: “una voce (phone) da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e contro il tempio, una voce contro sposi e spose,  una voce contro il popolo intero!” I capi, tediati da quel malaugurio, continuato per anni, nei vicoli della città, decisero di farlo fustigare,  ma lui ripeteva, senza lamentarsi, anche durante le battiture, il ritornello.
Allora i capi lo mandarono dal governatore, che lo flagellò, ma lui ripeteva solo “Aiai Ierosolumois!/Povera Gerusalemme!“. E seguitò con quel suo ritornello fino alla morte, avvenuta nel 70 d.C.  quando, dopo sette anni e cinque mesi, andando in giro sulle mura della città, assediata, colpito da una pietra scagliata da un lanciamissili, spirò dicendo ” Povero pure me! /aiai de kamoi!“.
In una società come quella Giudaica ognuno è al suo posto: nessuno può usurpare il ruolo altrui, ognuno fa ciò che deve fare secondo la Legge ed obbedisce alla gerarchia, sempre:  Gesù  fa il costruttore, non il predicatore né tanto meno il rabbi: il ruolo dei davidici qeniti era quello di costruire e lui costruì come oikodomos in ogni parte dell’impero romano, dove egli era chiamato e probabilmente in Alessandria, sotto la protezione dell’alabarca  Alessandro e per incarico del sinedrio alessandrino, che aveva commissionato la grande sinagoga per 100000 fedeli con portoni semoventi,  in cui era applicata la formula di Erone (cfr A. Filipponi,  Scetticismo e tecnicismo in epoca tiberiana,opera inedita).
Non è improbabile che Erode Antipa, il tetrarca di Gesù, lo abbia pagato per il disegno e per la realizzazione della costruzione di Tiberiade, città fondata nel 26 d.C, in onore di Tiberio, ma in luogo impuro: Erode e i suoi figli erano grandi costruttori e credevano di rimanere nella storia per la monumentalità delle loro opere e perciò avevano cari i tectones, come Gesù.
La sua predicazione, i suoi logia, quelli trascritti  dal tachigrafo  Matteo, telones, pubblicano, in aramaico, quindi, sono il risultato falsificato di una propaganda successiva la morte di Gesù, propria del periodo di attività sacerdotale di Giacomo, suo fratello, il giusto, il baluardo del popolo, il recabita,  che aveva predicato (e lo poteva) perché esseno,  il ritorno del fratello acclamato dapprima messia, in un ben preciso momento storico, in una situazione particolare, morto poi sulla croce, a seguito della reazione militare romana, perché fattosi arbitrariamente re, divenuto perciò  martire, santificato dalla storia giudaica.
Giacomo, in quanto uomo puro, pio, tzadik, per 26 anni  aveva  marcato  il timore di Dio, la pietas e l’amore (hesed)  per il prossimo, caritas (zedek), opponendosi al sacerdozio sadduceo e agli erodiani e, quindi, alla Romanitas, conducendo gradatamente i suoi seguaci verso la catastrofe.
Molti (Origene, Eusebio, Epifanio ed altri) collegano la morte di Giacomo con la distruzione del tempio come se la sua scomparsa avesse determinato la fine di un rapporto tra il popolo da una parte e la classe elitaria e la stessa  romanitas, dall’altra.
In effetti, alla sua morte, i sicari, suoi seguaci, opponendosi ad Anano II e ad Anania, agli erodiani e quindi ai romani, aumentarono il conflitto con l’autoritas prefettizia, sequestrando elementi sacerdotali e filoromani, uccidendo proditoriamente   gli oppositori, impedendo la riscossione del tributo e così  determinarono uno status di non governo della Città santa,  impedendo il flusso di fedeli e la regolarità delle feste ed infine iniziarono la ribellione armata.
L’ interpretazione dei logia, in greco, invece, è connessa con la lettura dell’opera di Paolo e con la costituzione del Regno di Dio, con l’attività letteraria dei Padri apostolici, degli Apologisti e poi dei Padri della Chiesa e specialmente con la storiografia cristiana di Eusebio di Cesarea, che fa tagli, a suo arbitrio, riprendendo, obtorto collo, anche Papia di Ierapoli, ma, seguendo la linea di Egesippo, crea una storia di aggiunzioni e di sottrazione, di falsificazioni, in nome di un’ unità della Grande Chiesa, ora da ricercare, per ordine di Costantino, che garantisce la liceità della fede cristiana, nonostante l’iniziale crimen contro l’imperium romano (cfr. Commento a Vita contemplativa di Filone Alessandrino, opera inedita).
Se la cultura orientale accetta le versione di Eusebio,  storico di corte, capace, in quanto seguace di Origene,  di far condannare anche Atanasio di Alessandria, dopo aver imposto contro il pensiero di Ario, la divinità di Gesù – che mai era stato considerato fino al concilio di Nicea, Dio, ma solo uomo buono e talora santo e talora dio minore, a seconda dei luoghi e delle chiese sparse per il mondo romano – mediante la formula di omoousios (della stessa natura) del padre, quella occidentale subisce l’influenza di Gerolamo di Stridone, la cui traduzione e storicità sono espressione di un animo di parte, mai moderato, mai normale, neppure nel periodo anacoretico.
E dopo di lui Orosio ed Agostino ed altri rettificheranno ancora, opportunamente, il pensiero cristiano, seguendo la via della  verità, ormai chiaramente segnata, dopo il Concilio di Costantinopoli (cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano III inedita)..