Angelo Filipponi - Paradosis ed endeicsis

Paradosis ed endeicsis

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a Paradosis ( consegna) e l?endeicsis (denuncia) di Gesù Cristo


Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all'autorità romana, viene ucciso.

Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall?ambiguità, dall?equivoco, dal muthos.

Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l?impero romano del Messia e la paradosis con l?endeicsis all?autorità romana, da parte dei capi di Gerusalemme.

Nostro intento è quello di far emergere la regalità ,da una parte, mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un?altra, rilevare l?impostazione dei vangeli canonici, all?atto della scrittura, con il Kerugma con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.

Noi cerchiamo di studiare i termini,che hanno diverso valore nell?epoca dei fatti, rispetto a quella dell?epoca di scrittura: insomma diciamo che c?è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante, che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo, rispetto a quello storico di accadimento.

Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa degli apostoloi

(inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma di un ?attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù?dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.

Su questa base, secondo la lettura paolina, i discepoli degli apostoloi distaccarono la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e predicarono la morte e la resurrezione del Christòs , insomma passarono dal piano militare, ormai finito, al piano spirituale e morale trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma,separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.

Questo è un processo lungo, che dura dall?epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas in senso aramaico , che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose, alla Galuth (all?esilio, alla cacciata, all'espulsione dall?impero), dopo la fine, tragica anch?essa, dell?impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .

Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso scopos di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio, che esige adesione di fede e sottomissione al mistero, sulla base del modello di Jesous Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere, nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.

Il pensiero di Marco, autore popolare, levita , piccolo sacerdotale, di cultura aramaica, immaginoso, puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos ucciso dai suoi stessi connazionali, secondo il dettato paolino ( la morte e resurrezione del Signore e lo scandalo della Croce).

La semplicità di Marco ha, però, efficacia per l?immediatezza del racconto, per la stupefatta partecipazione, per l?adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l?evangelista è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice rispetto al nomos mosaico, un sistema teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull' esempio vivente di Jesous.

Noi propendiamo nella individuazione dell?evangelista Marco per quel Giovanni Marco (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39) per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9 e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente (I Pietro, 5,13) .

Siamo d?accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli, (Storia Eccl.,III,39,15) dice che fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che ricordava delle parole e delle azioni del Signore.

Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci ingannò scrivendo quanto ricordava in relazione alla lezione di Pietro, che insegnava, adattandosi ai vari bisogni degli uditori, e non si curava di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .

Anche Ireneo (Adversus Haereses, III.1,1) e Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che Marco scrisse come discepolo di Pietro.

Perciò Marco sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un?altra, quello paolino presentandosi come genuino e popolare nell? inizio di ogni periodo con Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin kodràntes/quadrante; e i soldati condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell?aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco ? con cui si chiude il suo testo inconcluso- ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico , deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim, non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l?affermazione personale conclusiva e sentenziale.

Yohanan Marco, se è lui lo scrittore del tipo di Shimon Pietro, Shaul Paolo, Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata ed è data in relazione all?utenza, si avvale del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell?uso dei termini e quindi di un?area letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).

Inoltre, Marco, forse, è il kolobodaktulos, cioè il levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice: è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme, pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista, come Origene, che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.

Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske khitoniskous kai porphuran emperonesamenos khlamida (si avvolse in tunichette bianche e fermatovi sopra un mantelletto di porpora): egli adatta , aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.

Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum come parodia della regalità giudaica da parte greco-romana.

Marco è per noi acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici, dai quali forse diverge per la strategia militaristica (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e perfino da quegli ellenisti, specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista e nel suo battesimo.

Matteo, rispetto a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco, che è segnata nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati di Papia nell?opera Esposizione dei discorsi del Signore pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16), da cui sorsero poi i vangeli cristiani.

Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones, scrisse in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò come potè.

Il termine logia sia per Filone che per gli Atti (7,38 ) hanno valore mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran , rimasti così fino a dopo il 70, in cui Marco e Matteo stesso,in una nuova situazione storica ,aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.

Il Kerugma matteano predicato per i connazionali aramaici e poi anche per i giudei ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1; Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo viaggi apostolici in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco: è un contenuto, già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l?annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e profeti, e secondo quello neotestamentario, esclusi Giovanni e Giacomo.

Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta all' anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18; 23-25;9) infarciti di salmi, di detti sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo sofferente, agnello condotto al macello.

L?autore, chiaramente ebraico, parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di luogo santo, conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo, cioè, mentre annuncia la venuta del Messia, figlio di David, rileva le varie predizioni, tramite la lettura dei profeti, ne mostra le ragioni per cui giustamente Gesù sia l?atteso, anche se rifiutato dai confratelli.

Soprattutto i logia parlano espressamente di Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico, a cui ogni uomo deve partecipare, ed afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione del cristianesimo, come compimento e completamento dell?ebraismo, creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento.

Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica, di quei confratelli che osteggiarono il Cristo non volendolo riconoscere e nonostante i segni palesi, lo perseguitarono e lo uccisero, dopo averlo proclamato re.

Da qui non solo deriva l?endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto l?autocondanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e quasi l?assoluzione a Pilato, che si lava le mani dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell?impero romano: ha rovesciato la storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!

Luca, invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci, la verità alle favole degli eretici, (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem IV,5 ; Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).

Tutti, più o meno. convengono nelle stesse notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.

Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l?universalismo della salvezza.

Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione .

Perciò abbiamo diviso le risultanze di un lungo lavoro di esame in a. storiche e b. mitiche e poi ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla formgeschichte e redaktiongeschichte . ...

Autore: Angelo Filipponi

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