Angelo Filipponi - Palinodia in Filone

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Palinodia (lat. recantatio) vale ritrattazione del canto precedente: è termine usato da Filone a conclusione di Legatio ad Gaium. Dallo studio di questo termine e dalla sua spiegazione sono riuscito a chiarire molti dubbi sull'epoca caligoliana.

Palinodia vale in effetti canto nuovo diversamente impostato, secondo Platone - che parlava di Stesicoro (un poeta del VI secolo av. C.- sui 103 suoi frammenti cfr Poetae Melici Graeci a cura di D.L. PAGE, Oxford, Clarendon Press, 1962 pp. 93-141 nn.178-281) che aveva scritto, nel poema Elena, critiche sulla moralità della donna ed era stato condannato alla cecità dagli dei e che solo, dopo una palinodia in cui ritrattava, in versi, quanto aveva detto precedentemente, risultò guarito dalla malattia-.

Platone (Epistola III,319 e Fedro,243b e 257 ), Isocrate (Helene, 218), Cicerone (Ad Atticum IV,5,1) intendono con palinodia ritrattazione di una idea precedentemente difesa.

Perfino Leopardi, che certamente conosce il Fedro, platonico, in Palinodia al Capponi, usa il termine dando un valore di canto nuovo facendo una ritrattazione ironica nel 1834 di quanto affermato nel corso della sua precedente attività poetica : errai, candido, Gino, assai gran tempo/ di gran lunga errai...

Dopo questo iniziale mea culpa, il poeta, mostrata la nuova cultura illuministica, basata sulla scienza portatrice di benessere, sulla propaganda giornalistica, sulla statistica, evidenzia che è sempre vivo in lui il dilemma fra il voler ignorare e il voler conoscere la realtà, in una volontà di condanna della società ottocentesca, imbevuta di ottimismo ancora illuministico, che promette, "universale amore, ferrate vie, molteplici commerci, vapor, tifi e cholera", un benessere, cioè fittizio, di guerre e stragi, di mali apparentemente beni.

Filone (meglio di Leopardi) conosce bene il passo del Fedro platonico, in cui Socrate fa l'elogio di Eros, per prevenire il dio irato per il discorso precedente sugli effetti negativi del suo potere, e segue Platone che definisce Palinodia un antico modo di purificazione per chi pecca in materia di mitologia.

Filone riprende il termine greco anche in conclusione della lettera III pseudoplatonica in cui si dice: O caro se neghi di aver detto ciò che invece hai detto, ottengo giustizia. Se lo ammetti, devi subito dar ragione alla saggezza di Stesicoro ed imitare la sua palinodia, passando decisamente dalla menzogna alla verità.

Il passaggio dalla menzogna alla verità, inteso come metanoia, come cambio di stile di vita come maturazione attraverso il pentimento e la coscienza dei propri peccati, sembra necessario per intendere palinodia in Filone, che forse sottende ciceronianamente l'idea di nuovo canto contrario rispetto a quello precedente, in una volontà di invertire il proprio pensiero, ripreso successivamente anche da Plutarco nello stesso senso (Alessandro 53,4).

Il passaggio dallo stato di giustizia e di verità al suo contrario è mostrato da Filone in In Flaccum (6-7) dove espressamente dice: tu eri partito dall'dea di mettere sotto accusa ed invece non imputi nessuna colpa, anzi ne fai un lungo elogio... Io lodo Flacco non perchè mi pare giusto lodare un nemico, ma per evidenziare la sua malvagità... Egli precisa poi che lo sbaglio per ignoranza è perdonato, mentre non ha giustificazione il male fatto coscientemente, in quanto è la stessa coscienza della colpevolezza che condanna chi fa il male.

Ad un ipotetico amico che lo accusa di pazzia per tale modo di operare, cioè di elogiare inizialmente per poi condannare, Filone risponde che non è pazzo sprovveduto da non comprendere la conseguenza della sua argomentazione.

La risposta di Filone mostra il valore della palinodia come esplicazione del suo stile narrativo aretologico dipendente dal Siracide (36,13), come rappresentazione della manifestazione delle aretai di Dio e come coscienza popolare della punizione causata dal proprio peccato.

Filone, che era stato sempre filogiulio-claudio, dopo un incerto schieramento, nei primi mesi di governo del principe, inverte la rotta per gli eccessi di Caligola, divenuto imperatore, acclamato dal popolo, perché amato da tutti in quanto erede di Germanico, trasformatosi nel breve giro di un paio d'anni da ideale principe in tiranno, esacrato, da delizia del genere umano in carnefice bestiale, da espressione del bene a sua negazione.

Il suo odio come quello di Seneca (Ad Polibium,17,1-67, De ira,I,2,8-9) aumenta con il crescere dei crimini dell'imperatore per cui la sua morte, violenta, diventa una liberazione per tutti giudei e non giudei.

Filone e tutti i suoi correligionari videro in lui o Antikeimenos, espressione stessa del male, la personificazione del male l'oppositore di Dio (L'anticristo per noi cristiani).

Forse Filone, da ebreo, gode, sempre nei limiti dell'etica giudaica, come Seneca, da pagano, per la morte di Gaio Caligola: ambedue hanno la stessa soddisfazione per la liberazione dalla tirannia, sebbene diverse sono le motivazioni.

Certamente Filone, dopo la notizia della morte di Caligola, fa esplodere il canto nuovo di gioia per la liberazione che Dio ha concesso e non ha neppure il tempo né la razionalità di essere misurato nella vendetta (come in In Flaccum) perché forte è il rancore represso a lungo e perché l'odio ancora brucia per le morti di famigliari, per l'imprigionamento del fratello e per l'insicurezza del domani, non solo del giudaismo alessandrino ma anche di quello universale.

Filone inoltre ha coscienza di cantare un canto di ritrattazione perchè è stato nell'abissso del male, avendo letto, nel momento dell'abominio edella desolazione la catastrofe della storia umana ebraica e non avendo avuto speranza in Dio che, ora invece, dopo la morte del despotes, autorizza una nuova elpis, rivelando quanto era coperto della storia, svelando l'arcano, dimostrando la possibilità di una nuova storia.

Inoltre, mentre Seneca è furioso nei confronti di Gaio Caligola (morto) e poi di Claudio (prima celebrato in Ad Polibium e poi vilipeso, in Apokolokyntosis) per ragioni personali e sociali, Filone, ammaestrato dalla cultura giudaica, espressione di un mondo abituato ai contraccolpi della fortuna, aggiunge alla palinodia senecana una specie di contrappasso per controbilanciare la constatazione naturale della misera morte di chi pretendeva di essere Dio, col potere assoluto di Dio, per contrapporre, in una visione morale, la fragilità di creatura umana, la labilità di ogni potere-del faraone secondo la tradizione giudaica- (cfr Mutat. 19,20,; Somn.II, 79,183,215,217 ) alla stabilità eterna, alla solidità del creatore.

Filone va oltre l'interpretazione mitica, abituato com'è al commento del Pentateuco: nel De somniis egli chiama ierai palinodiai le ritrattazioni di chi da stolto agisce superbamente, dimentico di essere niente in quanto creatura rispetto a Dio creatore ma, rientrato in sé, ha vergogna del precedente errore e cambia il suo sistema di vita così da ottenere il perdono, dopo esser diventato timorato di Dio.

Chiaramente, dunque, Filone si riferisce al mondo giudaico che, dopo aver confessato le proprie colpe, per le quali è stato punito, ora è degno di veder di nuovo Dio, purificato dalla sua stessa sofferenza.

Il suo canto nuovo è nella nuova lettura del valore della sofferenza e del male, nello scoprire quanto nascosto della verità eterna di Dio, del segreto che l'Onnipotente ha rivelato con la morte di Caligola.

Filone, perciò, dà un carattere sacro a palinodia in quanto il termine sottende l'idea di pentimento non da parte del persecutore, destinato a morte e alla esacrazione, ma da quella del perseguitato che riconosce che il castigo subìto è giusto , che il male, che l'ha investito, è stato meritato e che bisogna temere Dio, anche durante la prova.

Il timore di Dio è filiale abbandono nel creatore, che ha un suo piano ab aeterno, che infallibilmente andrà a giusto compimento: Seiano, Flacco, Caligola avrebbero avuto il meritato castigo e il popolo di Israele, cosciente dei propri peccati ha, già, nel momento stesso della persecuzione, conseguito la sua salvezza perché Dio, che è al suo fianco, lo ha liberato prima con la metanoia, poi con la punizione del persecutore e con la cessazione di ogni male.

Il popolo giudaico non è mai solo nella sua storia: Dio è sempre dalla sua parte: proprio quando ci sono eschata (le ultime cose ed estreme), inizia l' apocalissi, la manifestazione di un piano salvifico.

Il nuovo ordine sulla terra è il segno della palinodia filoniana.

La palinodia, quindi, è un canto di ritrattazione di tutto il popolo giudaico che si considera peccatore e riconosce i suoi peccati e proprio dal riconoscimento della sua abiezione deriva il riscatto che Dio concede col suo perdono come segno del nuovo patto e con l'invio di un imperatore come Claudio che ha ristabilito il Kosmos nell'ecumene e il politeuma giudaico.

La palinodia, perciò, diventa il canto inverso rispetto a quello iniziale, in cui si celebra il perfetto funzionamento dell'impero grazie alla giustizia divina e si oppone Dio a Caligola, successore di Tiberio, fortunato: essa è il canto in cui si mostra l'oppositore di Dio la cui fine diventa anche celebrazione della vittoria di Dio e del suo popolo, che ha trovato la sua via nuova grazie alla tempesta di male.

Ma fu questa davvero la Palinodia di Filone che non abbiamo?!

Fu questo veramente il suo pensiero, come lo abbiamo evidenziato nella ricostruzione di Peri areton in Malkuth in In Flaccum?

Autore: Angelo Filipponi

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