Angelo Filipponi - Giudaismo romano

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Giudaismo romano è opera storica che ricostruisce meticolosamente i fatti storici che vanno dal 63 a.v. all'epoca severiana (193-235), ed è connessa con Cristianesimo classico, che ne è la continuazione, fino alla morte di Giustiniano (565).

L'opera premette agli avvenimenti, esaminati, una breve sintesi della storia maccabaica ed asmonea, letta come reazione al tentativo di ellenizzazione da parte dei Seleucidi, poi affronta 200 anni di guerra fra il mondo Giudaico e la romanitas.

Questa guerra è vista dall'angolazione erodiana cioè di ellenizzati che cercano di convivere col sistema romano-ellenistico, tentando di conservare la propria tradizione, fin dove è possibile.

Gli erodiani avevano come modello, da una parte i Tubiadi, e da un'altra gli oniadi, due famiglie giudaiche che avevano operato da methoriai, facendo da intermediaria la prima tra la dinastia lagide e quella seleucid, e la sceonda tra quella seleucide e quella egizia: essi fanno da methorioi tra l'impero romano e quello partico svolgendo anche una funzione commerciale grazie all'azione di trapeza del tempio, la cui centralità è compromessa da quella del Garizim samaritano e da quella di Leontopoli egizio, oltre che da quella di Elefantina (methoria tra Nubia ed Egitto prima e, poi, tra la Nubia e l' Impero Romano).

Lo studio è centrato dapprima sui rapporti tra Cesare ed Antipatro, padre di Erode fino alla sua morte (successiva a quella del dittatore), poi tra Ottaviano -Antonio ed Erode, e tra Augusto e il re giudaico e i suoi figli, infine tra Tiberio ed Erode Antipa (e Filippo), nel corso della spedizione antipartica di Lucio Vitellio.

Uno studio particolare è stato fatto su Giulio Erode Agrippa, esaminato nella sua vita privata, da tetrarca e da re della Giudea riunificata, nel suo rapporto con Gaio Caligola e con Claudio.

Si è vista l'incidenza ancora notevole della domus erodia in epoca neroniana e poi si è rilevato il declino in età flavia con la scomparsa in età antonina.

Nel frattempo, sono stati rilevati i problemi del giudaismo dapprima con la domus Giulio-claudia, poi con quella flavia ed antonino-severiana, e sono stati mostrati rivolte, tumulti e guerre tra il popolo giudaico e il popolo romano: tre fasi sono state particolarmente esaminate, quella tiberiana del periodo seianeo (23 d.C. -18 ottobre 31 d.C. ) e di quello postseianeo (32-37), quella neroniana prima della guerra giudaica connessa con quella della guerra 66-73, e quella antonina del 134-35.


Alleghiamo la premessa a tutta l'opera GIUDAISMO ROMANO




Premessa

a. La domus Augusta e gli Erodiani.

Poiché nessuno mai ha rilevato il rapporto intercorso tra la domus Augusta e la domus di Erode il Grande, mi è sembrato opportuno evidenziare gli stretti legami della casata di Ottaviano Augusto con quella di Erode il Grande, per affrontare la politica imperiale (in senso ecumenico e specie orientale) e per meglio definire la politica giulio-claudia in senso giudaico.

Da questa nuova angolazione derivano altre forme di interpretazioni e letture, sfuggite alla ricerca tradizionale.

Fin dall?origine delle due casate è possibile esaminare i tanti nessi di relazioni, intercorsi tra le due famiglie, e di conseguenza capire il sistema di governo giudaico, regolato dagli erodiani e dominato dagli imperatori nel corso di oltre un secolo: le due casate hanno origine, sviluppo e fine quasi nello stesso tempo, Agrippa II sopravvive nel periodo dei Flavi, fino agli inizi della casata degli antonini, senza avere più potere.

Caio Giulio Cesare da una parte ed Antipatro dall?altra iniziano le fortune delle rispettive casate, che, giunte al massimo con Ottaviano ed Erode, hanno potere rispettivamente l?una con Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone e l?altra con i figli di Erode dopo la divisione del regno e poi dopo l?esautorazione di Archelao, con la formazione della sottoprovincia di Ioudaea durata un trentennio, con la riunificazione del Regnum sotto Agrippa I, e con la costituzione di una nuova Provincia fino al 66, anno dell?inizio delle ostilità tra Giudei e Romani.

In questa ricerca storica sono stato costretto a rintracciare i punti nodali di un legame così profondo tra le due domus, che ha cucito insieme giudaismo ed impero e che si è spezzato con l?avvento dei Flavi, dopo la fine della passione amorosa di Tito, figlio di Vespasiano, e di Berenice, figlia di Erode Agrippa I.

Il rapporto tra Cesare ed Antipatro, tra Antonio prima e poi di Ottaviano Augusto con Erode è qui esaminato in modo da rilevare le tante sottese questioni politiche e religiose nel periodo che va dal 49 circa av. C. al 4 av.c. e da seguire, quindi, lo sviluppo culturale parallelo, in senso ellenistico, sia dei giulio-claudi che degli erodiani.

E? chiaro che da tale esame viene fuori il sistema ellenistico, adattato all?imperium, a cui si conformano anche gli erodiani che sono degli ellenizzati, capaci di coniugare paideia greca e torah giudaica

Il rapporto tra Giulio Erode Agrippa (nipote di Erode il Grande) e Tiberio, Caligola e Claudio, da me esaminato in Il Primissimo Cristianesimo ed Erode Agrippa, re dei Giudea, ritenuto fondamentale nella lettura della Storia del Giudaismo, spiega le relazioni intercorse tra l?impero romano e il Giudaismo, erodiano, conosciuto a Roma, a corte connesso con la cultura dei giudei ellenizzati, aristocratici, sadducei, in genere sacerdoti.

In questo capitolo cerco di mostrare esattamente il giudaismo, vissuto da Erode dai suoi figli e nipoti e quindi mi dilato ad esaminare il giudaismo ellenizzato, con tutte le contraddizioni ed inoltre evidenzio come la politica giulio-claudia si sia attenuta ad un simile sistema morale, convinta di poter integrare il mondo giudaico nel Kosmos, nonostante la forte opposizione popolare palestinese1.

Per me il capitolo, perciò, è determinante per la comprensione dell?equivoco della romanitas aristocratica (divenuta suddita da repubblicana) corrotta, convinta di trovare sempre una soluzione con altri corrotti e corruttori, quali erano i sadducei (i sacerdoti del tempio) e gli erodiani, la pars dominante in Ioudaea.

Infatti rilevo la sostanziale comune ellenizzazione propria di aristocrazia romana e aristocrazia giudaica, aventi la stessa paideia greca, incentrata sul ginnasio e sulla efebia, già da due secoli, che, pur in diverso modo e con diversi percorsi, parlano la lingua koiné, filosofeggiano secondo una concezione stoico-platoneggiante, per cui la prima interpreta il mito classico e la seconda la torah credendo ambedue in un unico Dio, razionalizzato, avendo insomma la medesima cultura, seppure sostanziata da un diverso substrato.

Le due culture, integrate ed interagenti. sviluppano una medesima pratica di vita incentrata sul commercio ed evidenziano un complesso sistema di riscossione e di amministrazione basato sul trapezites e sulla sua attività bancaria, in un recupero della tradizione dell?emporos alessandrino di tipo tolemaico, su base giudaica non più greca.

I gradi di ellenizzazione, comunque, sono stati diversi, ma identica la cultura acquisita dalle due aristocrazie

Perciò si può affermare che l?incontro iniziale delle due culture fu proficuo per entrambi le parti:i giudei guardavano a Roma come la grande nazione la cui invincibile potenza militare inondava ormai tutto l?oriente specie dopo la battaglia di Magnesia ed ancora di più dopo quella di Pidna e ne cercavano l?amicizia e il patronato; i romani vedevano nei Giudei un popolo di filosofi, che .organizzati secondo linee platoniche, vivevano in uno stato di giustizia.

Le opere di Ecateo, di Clearco, di Megastene ed altri avevano propagandato nel mondo il nome giudaico e l?avevano accostato a quello dei Calani (bramini) indiani.

Le legazioni giudaiche a Roma e i trattati di pace reciproci sono testimonianze di un'amicizia tra due popoli che si rispettano.

Infatti, per tutto il III e II secolo e nei primi decenni del I secolo sia in epoca di dominio lagide che in quella seleucide e poi in quella di indipendenza giudaica dopo la rivoluzione maccabaica nazionalistica e perfino nel corso del regno asmoneo ,il nome romano non ha una connotazione negativa.

Solo poco prima della metà del I secolo a.C. comincia una connotazione negativa della Romanitas ed un?altra, ancora più negativa, dell?ebraismo, come gente perfida, perchè integralista , eccessivamente pia.

Solo dopo il 63a.C., anno della conquista armata di Gerusalemme, comincia ad apparire la denominazione di Kittim per i romani con la definizione di popolo ingordo, venale, avido della roba altrui, che fa deserti di ogni regione fertile, che straripa come una fiumana, pur nel concorde giudizio di invincibilità militare.

L?episodio della profanazione del tempio ad opera di Pompeo resta indelebile nella memoria popolare e diventa centrale per l?odio dei giudei, che si distaccano totalmente dall?idea universale ellenistica, propagandata dalla cultura romana e che si separano come popolo dalla mentalità ellenistica.

In questa nuova situazione si creano le due forme stereotipate di imperium romano rapace, odioso e diabolico da una parte, e di giudeo gens taeterrima, xenofoba da un'altra (comunque propria del primo periodo antonino, specificamente traianeo).

E? questo un processo, però, palestinese che non intacca affatto il giudaismo ellenistico, della diaspora, che resta ancorato a Roma al suo imperium e che collabora, ormai integrato nel sistema romano ellenistico repubblicano prima ed imperiale poi.

La storia giudaica palestinese, impostata sulla legge, postesilica, di cultura medica, trasformatasi dopo la conquista di Alessandro Magno, rimasta pura, pur nell?ellenizzazione tolemaica, formatasi in senso antisiriaco, dopo il tentativo di rivoluzione sadducea del periodo di Antioco IV, diventa hasidica, essenica, farisaica, in una volontà di ritrovare le proprie radici nella coscienza apocalittica e escatologica.

La cultura di opposizione alla Romanitas conquistatrice è connessa con l?ideologia apocalittica ed escatologica, che sottende la fine del mondo e la necessarietà di una penitenza e dell?accoglimento di un Meshiah, che darà la vittoria al resto di Israele rimasto incontaminato, pura luce, in mezzo alle tenebre.

Ora indagare su questo rapporto tra la romanitas e il giudaismo esaminato sempre da un lato o da un altro con idee prefissate comporta un compito di decondizionare dai preconcetti e dagli equivoci facili sulla romanitas, portatrice di pace e giustizia e sul giudaismo fautore di separazione col suo sacerdozio e con la sua integrità morale .

In questo lavoro ho dovuto capire la storia di ellenizzati idumei, Antipatro, Erode e i suoi figli, che in diversi gradi si erano romanizzati e che sotto la protezione iniziale di Hircano II, il sacerdote empio qumranico, odiato quindi dal popolo e dai santoni tradizionalisti, in quanto filoromano, vevano maturato una coscienza ecumenica e una volontà di romanizzazione conforme a tutte le altre élites orientali ,compartecipi dell?imperium in senso amministrativo sociale ed economico, di nuovo congiunti con la cultura giudaica della diaspora.

Infine per me far luce su questo rapporto, equivoco nella storia, perché non ben conosciuto, specie fra domus Giulio-claudia e quella Erodia, significa avere una torcia in una doppia grotta, buia, (di cui una impenetrabile) che permette di illuminarne una e di intravedere qualcosa dell?altra.

Infatti, mentre zumo sulla pars sacerdotale ed erodiana, elitaria, per contrasto mi viene fuori anche l?altra pars popolare, piccola sacerdotale, farisaica, zelotica ed essenica, integralista, rimasta nascosta nella storia:con questa illuminazione, un?altra storia si è aperta, si è fatta esplorare, si è rivelata pur sotto le parole, trattanti la storia ufficiale2 e forse si chiarisce l?equivoco di essere romani, ellenizzati, pur restando giudei.

Capire cosa significhi essere erodiano, essere sacerdote e contemporaneamente essere ellenizzato è penetrare effettivamente nella storia, squarciare tutti i pregiudizi e portare alla luce verità, connesse con il kosmos romano e con la politica del principato della domus giulio-claudia.

Noi ripartiamo per tale esame dal 63 a. c., anno del consolato di Cicerone, in cui Pompeo entra nel tempio di Gerusalemme e vinti i giudei, li aggrega alla Siria, costituendo una nuova provincia, legando la sua politica ad Hircano II, ad un gruppo di farisei ellenizzati, ai sadducei e quindi opponendosi alla pars contraria di Aristobulo, del popolo e dei farisei integralisti, tutti uniti perché nazionalisti, fanatici ed convinti di essere gli eletti di JHWH, il resto di Israele.

Dalla guerra civile tra Cesare e Pompeo a quella tra Ottaviano ed Antonio, il giudaismo, ha opportunità di indipendenza, espresse con una certa violenza dalla pars antiromana, comunque, facilmente represse;poi ha altre possibilità di indipendenza:una rivoluzione (stasis)3 al momento del ritiro di Tiberio (7 a.c.) a Rodi a causa della decisione di Augusto di dare auctoritas ai figli di Marco Vipsanio Agrippa 4, tre in seguito, di cui una alla morte di Erode nel 4 av. C., un?altra all?atto dell?esautorazione di Archelao 5 e l?altra alla morte di Seiano 6.

L?integralismo giudaico sempre approfitta della situazione, fiducioso in Dio e nel Malkuth, fanatico del proprio Regno, a seguito delle divisioni dell?imperium romano, convinto di poter realizzare il nuovo patto di Alleanza in un crescendo drammatico di impegno militare,7 che diventa esplosivo, dopo fasi alterne di lotte e di pacificazioni, pur in uno stato di perdurante scompiglio ed agitazione popolare, nel 66 d. c.

L?attività militare giudaica è più viva nell?area palestinese nell?era di Caligola e in quella di Claudio fino a Nerone e alla tragica distruzione del Tempio e al trionfo flavio 8.

Dopo una lunga riflessione, durata un sessantennio, il giudaismo inizia una nuova rivoluzione, preparata nascostamente nel periodo flavio, manifestatasi nel momento traianeo, nel corso della guerra nabatea 9, prima, con nuovi obiettivi ma con le stesse finalità, poi nel 115-16, per concludersi tragicamente con l? impresa di Bar Kokba e il Galuth definitivo in epoca adrianea,10 ,nel 136 d. c.

La tradizione evangelica ed apostolica ha cercato di non lasciare tracce antiromane e a volte (ritengo) ha cancellato perfino i segni di questa antiromanità, mandandoci un piano generico di filoromanità, venato da cenni di insubordinazione nel quadro di una normalità amministrativa romana, preoccupata di dare un ritratto filoromano di Gesù, come Jesous Christos Kurios.

La filoromanità di Gesù Cristo non solo è equivoca perchè un giudeo popolare, avendo un?anima antiromana palestinese, tesa al malkuth in senso nazionalistico, non può essere commisurato con il metro dell?erodiano e dell?ellenista, ma è falsa, perchè è estrapolata dal suo contesto storico tiberiano ed immessa in un altro, quello dell?epoca Flavia 11.

Per me comprendere questo equivoco (complesso in quanto diverso a seconda delle due anime giudaiche una di filoromanità ed una di antiromanità) e questo falso (proprio di filoromani cristiani, seppure non connessi con gli erodiani) è stato doloroso perchè avevo letto i vangeli fino a trenta anni circa, acriticamente, fiducioso nel cattolico insegnamento:lo scoprire lentamente che esistono due concezioni, una romana ed una giudaica, il rilevare continuamente segni indicanti staseis (res novae, rivoluzioni) a livello popolare e il notare una politica ambigua a livello aristocratico, hanno determinato un trauma (che ha vanificato il mio sistema personale religioso) ed hanno sorretto e radicato sempre più la convinzione che il Regno dei Cieli non è il Regno di Dio, ma una fase precedente giudaica, basilare per la distinzione della figura umano ?divina di Jesous Christos Kurios dalla persona umana di Jehoshua Bar Nasha (figlio dell?uomo), Kayin( tecton, architetto) artem (Hrtm- goes taumaturgo), maran (Basileus re) di Israel tra il 31-36 d. c 12.

Comunque, io tratto fondamentalmente in senso storico una figura, la cui vita dovrebbe essere compresa tra il 7 a.c. e il 36 d.c., e che precede il cristianesimo, sorto dalla stessa personalità ellenizzata, definita in greco Christos (traduzione di Meshiah), da cui si denominano i seguaci antiocheni di Paolo di Tarso nel 43/44 d. c.

Il mio lavoro quindi è incentrato su un quarantatreennio che precede la fase del regno di Erode Agrippa(37-44)13 distinto da quella fase ?cristiana ?, iniziante nel 43/4, in cui già si evidenziano i veri continuatori del messaggio di Jehoshua, con un preciso capo, il fratello Jakob, che vive stabilmente in Gerusalemme, dove ha una funzione sacerdotale riconosciuta ed onorata dal popolo e dall?autorità.

Lo studio quindi rileva anche i successivi sviluppi di questo sacerdozio, sancito forse da Giulio Erode Agrippa ad Jakob.(Giacomo), la cui presenza in Gerusalemme, accanto a quella sadducea, fu fonte di divisioni interne e di fazioni giudaiche antiromane e filoromane tanto da determinare la guerra14.

Inizio perciò la mia trattazione con l?idea che Roma repubblicana e poi Ottaviano- Augusto e Tiberio non compresero effettivamente il giudaismo, ma solo il sistema di vita degli erodiani, dei nipoti di Erode, che vivevano il giudaismo da ellenisti dimostro che perciò l? intervento romano sui giudei fu inadeguato, imperfetto, inadatto sia in senso repressivo che in senso integrativo.

Ne deriva che la storia di Jehoshua e dei suoi seguaci é compresa in questo esame storico del giudaismo palestinese

Secondo noi Roma chiude un ciclo dopo la morte di Cristo e con Caligola e con Claudio include subito dopo il periodo di Giulio Erode Agrippa(37-44) , la Ioudaea ,federativamente, nel sistema imperiale, e poi la congiunge direttamente all?imperium, come porzione provinciale siriaca, con qualche specifica e tipica prerogativa, controllata da un praefectus di nomina imperiale, di secondo grado, equestre o liberto, secondo la normativa claudiana (41-54).

I giulio-claudi, specie Caligola e Claudio, conoscevano perfettamente il mondo giudaico e quindi fanno una politica el tutto diversa da quella dei loro predecessori: la loro vita era stata immersa nel giudaismo fin dall?infanzia grazie ad Antonia Minor15, rispettivamente nonna e madre dei due imperatori, che aveva avuto rapporti e relazioni continue con gli erodiani specie con Berenice di Salome 16 come già Livia Augusta 17 con Salome stessa, sorella di Erode il grande e con gli oniadi di Alessandria.

Livia e Tiberio inoltre in quanto negotiatores, connessi con Augusto, i cui nonni materni e paterni erano stati argentarii, possedevano trapezai in tutto il mondo che gestivano tramite trapezitai fiduciari, di cui forse il maggiore azionista doveva essere l?alabarca di Egitto, un funzionario, dominus per conto suo di trapezai e patronus di greges publicanorum, oltre che sommo sacerdote scismatico, discendente da Onia IV.

Oltre dunque all?intreccio di relazioni tra erodiani e domus giulia ce n'era un altro tra i trapezitai alessandrini giudaici e la domus imperiale, che doveva avere un giro di affari di eccezionale portata, se è vero che la catena giudaica era diffusa per tutto il bacino del Mediterraneo e che collegava perfino l?imperium con l?India e con la Cina grazie all?attività commerciale giudaica presieduta dall?alabarca.

Caligola e Claudio specialmente, pur amando il giudaismo, sebbene in modo differente, hanno un diverso rapporto con il giudaismo, a seguito delle difficili condizioni economiche e delle risposte oltranziste giudaiche.

Essi rilevavano certamente i meriti degli ebrei, degli erodiani e dei trapezitai alessandrini, ma ne comprendevano anche l'ostilità sottesa, data la pretesa ?elezione? divina al dominio ecumenico, nel formale ossequio e nella volontà di separarsi religiosamente: un giudeo anche quando faceva un sacrificio in nome dell?imperatore non onorava l'imperatore Dio ma sacrificava al Dio unico e sconosciuto

Specie Caligola che tendeva alla theosis18, pur essendo stato educato retoricamente da giudei, disdegnava la pratica rituale in cui vedeva un oltraggio alla sua persona divina proprio per il culto unico di latria imposta dalla torah, e soprattutto odiava il sistema delle trapezai(banche) egizie a causa della dipendenza finanziaria imperiale 19.

Comunque gli imperatori romani leggevano la pietas giudaicacome pratica cultuale barbarica, semitica: essi l? accettavano sincretisticamente ai fini del kosmos imperiale, ma la disdegnavano e in un certo senso deridevano il farisaismo e il dogmatismo prescrittivo, privilegiando la classe sacerdotale filoromana e trascurando quella popolare antiromana, in quanto dominata dal partito filoromano e quasi ?oscurata?, repressa violentemente e neanche palesata, come una vergogna nazionale.

Gli imperatori, condizionati dal giudizio sadduceo curavano solo l?élite, distaccata dalla massa ignorante, feticistica, lontanissima dalla sincretica civiltà della tolleranza ellenistica ed incapace di capire il Kosmos imperiale, ben inteso dalla classe dei sacerdoti, a detta di Filone alessandrino 20 e di Giuseppe Flavio.

Roma aveva unificato già il mondo culturalmente (Il fecisti patriam diversas gentes unam...unam fecisti, quod prius orbis erat 21 è un?eco decadente della sintesi latina del sistema cosmico ellenistico, unificante tutti i cives dell?orbe e i socii dell?imperium, già in epoca tiberiana) ma aveva avuto effettivamente per quasi due secoli come oppositore il popolo giudaico, palestinese.

Il virgiliano compito del romano (Tu regere imperio populos, Romane, memento/... pacique imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos) non è retorica, ma è una realtà già imposta, un dato di fatto, una regola, meglio una legge accettata da ogni cittadino dell?impero22

La presunta missione egemonica, invece, giudaica, era un atto di superbia che doveva essere represso.

Già in altra sede ho dimostrato il valore del sintagma ?popolo giudaico?, la cui cultura è rilevabile grazie alla lettura del Vecchio Testamento ed è contrassegnata non da Shalom ma dal suo opposto (Maramar macane, morad milchemet e simili )che indica una separazione con volontà di fare guerra 23 in quanto coscienza di un pace derivata da una vittoria a seguito di un?epopea nazionale:l?am ha aretz (popolo della terra)si realizza non mediante la pace ma mediante la guerra, di cui JHWH sabaoth (dio eloim degli eserciti) è emblema:è questo il disegno farisaico perseguito con una pertinacia e costanza illimitata perché alimentata da profeti e magi, sorti dal ceto popolare o dagli esseni 24.

Nel popolo si è radicata la coscienza di una vittoria, grazie alla tradizione di un Malkhut danielico:ogni giudeo è convinto per quasi due secoli che, finché c?è l?invasione romana, finché un piede romano calpesta il suolo sacro di Giudea e specie di Gerusalemme e della sua spianata del Tempio, finché la Torre Antonia ?sorveglia ? il tempio, non ci può essere pace:solo con la cacciata dei romani si può realizzare il nuovo patto di alleanza con Dio in Gerusalemme.

Ora, invece, Roma vedeva genericamente il valore morale di Gerusalemme e del monte del Tempio, lo rispettava, come venerava altre città sacre e un qualsiasi altro tempio ma non rilevava l?unicità del luogo e la peculiarità della pietas giudaica, considerati religio (superstizione), forma di mythos ,barbaries 25.

Augusto e Tiberio specificamente, pur sfruttando gli introiti del tempio, in senso politico tenevano sotto vigile controllo il giudaismo, non solo per lo zelotismo e il filopartismo palestinese, ma soprattutto in considerazione dell?ecumenicità etnica giudaica ellenistica, del rilievo degli emporoi (commercianti) ellenistici alessandrini e del valore morale di Gerusalemme e del suo Monte del tempio per oltre 2.500.000 di uomini, di norma trapezitai(banchieri), connessi con il sistema mercantile ed industriale, coscienti anche della vicinanza col confine della Partia, in cui vivevano colonie di Giudei, parlanti la stessa lingua aramaica, disseminate a Nord in Adiabene e a sud, tra Ctesifonte e Seleucia, anch?esse gravitanti nell?area del tempio e paganti la didracma26.

Inoltre Roma, dopo aver formato lo stato della Iudaea con re Erode, poi l?aveva smembrato in tetrarchie ed infine aveva deciso per una integrazione nell?impero, cosciente però che una parte di Giudaismo era inglobata nel regno di Partia 27

All?epoca di Tiberio quindi la Iudaea costituiva l?ossatura economico -finanziaria perché il tempio con la sua banca aveva un potere aggregante, nonostante le divisioni ideologiche, tra i fratelli integralisti di Palestina e quelli filoromani ellenistici, tramite la tzedaqah28

La cultura farisaica e quella essenica eredi degli hasidim che insieme ai maccabei avevano lottato contro Antioco IV ed avevano vinto instaurando il regno asmoneo, dopo la presa di Gerusalemme da parte di Pompeo e poi, dopo il regno di Erode il Grande, avevano maturato visione escatologica e apocalittica.

In questa visione la coscienza dell?ultimo giorno e della fine, aveva ricompattato il popolo giudaico in senso religioso, nonostante le divisioni politiche e sociali


b.Il problema storico e la funzione dello storico della storia delle religioni

Ai fini di tale ricerca, mirata sul rapporto diretto Domus Iulia e Domus Erodia, e sulle conseguenze storiche e politiche, ritengo necessario precisare prima di iniziare il mio lungo lavoro, la funzione dello storico in genere e quello di storico della storia delle religioni in specifico, in modo da affrontare senza equivoci il problema del Giudaismo visto dai Romani e da Augusto all?atto della costituzione dell?imperium e poi del sorgere della prima comunità di Jehoshua, tesa al Malkuth ha Shemaim e del primissimo cristianesimo paolino ed infine del cristianesimo evangelico del periodo flavio, come Regnum Dei diffusosi successivamente in ogni parte del mondo romano 29

Ritengo che fare storia sia un compito estremamente difficile direi quasi impossibile, se non si ha un metodo.

Per anni ho sempre detto di avere un metodo e l?ho esperimentato in vari sistemi e forme in modo da dimostrare prima a me stesso e poi agli altri del possesso di capacità effettive di leggere i segni storici c di interpretarli oggettivamente (nei limiti della lettura e conoscenza umana) e di collegarli in modo da fare conclusioni relative, necessarie e in caso di incertezze, non tirarle affatto.

Penso che uno storico sia tale, se vive la storia di cui scrive, in quanto conosce la lingua del popolo, la sua storia, la sua geografia e tramite la lingua e i prodotti letterari sa ritrovare il sistema di vita quotidiano e quindi ogni forma culturale, compresi i paralinguaggi e metalinguaggi, che permettono di cambiare perfino quanto detto esplicitamente 30

Credo che uno storico sia veramente storico, se registra i fatti, li cataloga in modo diligente non emotivo, mostra i personaggi e i popoli, oggetto del suo lavoro, in senso né apologetico né categorico, senza difendere uno ed accusare un altro, studia ed investiga le fonti e da esse deriva risultanze senza preconcetti, cosciente che non consegue la verità ma solo una probabilità euristica, relata a quella skepsis 31

Il procedimento storico greco-ellenistico secondo acribeia sottende e l?assenza di studium e di ira tacitiano, intesi come stati emotivi, preliminari alla vera storia, e lo scrupolo di indagine.

Esso implica la neutralità anche ideologica, che ingloba superficialmente il pensiero della pars popolaris, che, non essendo documentata, viene espressa marginalmente mediante rumores, proprio mentre fa emergere la ratio della aristocrazia, che è protagonista della storia ufficiale, di cui invece ha le testimonianze 32

I giudei Filone e Flavio, pur parlando di acribeia, hanno solo la concezione esteriore di ricerca, ma sono del tutto privi di lettura neutra delle fonti stesse in quanto teleologici e teonomici:le loro letture inficiate dal mythos, sono interpretazioni a volte perfino simboliche, tipiche della visione della loro storia (toledot)33

Essi in quanto teleologici e teonomici esprimono solo la storia aristocratica, convinti di fare la storia giudaica, come un autore romantico scrive la storia facendo la storia di una élite, incurante della pars popolare, in modo sentimentale, definendo genericamente popolo la nazione

La storiografia classica studia solo il fenomeno per come è riportato dalla chronica, patrimonio dei nobili e dei sacerdoti come annales 34 e quindi è opera dei vincitori, che riportano solo ciò che serve all ?affermazione di classe .

Comunque, lo storico, seppure con questi limiti, è storico solo se è neutro nella lettura delle probabili risultanze, se ha cioè una visione normale dei fatti senza forzarli né accomodarli, se li legge e li registra fedelmente per poi, sulla base delle analisi, rilevare i motivi centrali ed affrontarli serenamente senza strafare e senza voler dimostrare qualcosa:suo compito è solo mostrare i fatti nella loro effettiva disposizione storica sincronica, come continuazione o interruzione di un processo diacronicamente seguito, letto come risultanza.

Lo Storico sa che la valutazione non è di sua competenza e che la sua funzione è quella invece solo di segnare il percorso e di manifestare il processo di un popolo, che è proprio della sua storia e che esprime i segni del suo essere, del suo farsi popolo nel quadro di esperienze, che lo orientano progressivamente verso un avvenire, considerato migliore in quanto produzione ottimale di quel momento.

Capita però che lo storico, progredendo, lasci signa (semeia) come segnali in relazione alla sua visione dei fatti concatenati, in quanto condizionato dai tempi, dalla sua formazione e dal contesto letterario, culturale, sociale ed economico di cui il suo pensiero è manifestazione concreta35

Lo storico che legge lo storico deve da una parte seguire l?iter di chi scrive e rimanere nella sua logica e da un?altra deve tenere presente il condizionamento letterario e culturale che ingloba ogni altro elemento umano, altrimenti i fatti non sono letti ma tradotti, interpretati secondo il sistema di scrittura vigente all?epoca o ancora peggio del nostro tempo.

Lo storico, che legge dal presente una vicenda passata, inoltre, è portato a vedere ogni cosa riferito al suo tempo e quindi tende ad applicare un criterio in relazione alla vicinanza o alla lontananza dalla sua angolazione e deve, quasi necessariamente, per comprendere, leggere secondo il suo sistema di rappresentazione culturale, dando una visione storica alterata 36

Ora nel caso, prima, del giudaismo, le fonti storiche, scritte, sono della cultura superiore sacerdotale sadducea e di quella laica farisaica, che hanno tramandato oralmente una tradizione popolare, che è rilevabile nella Bibbia e nel Talmud in cui la Toledot storica scritta, variamente tramandata e quindi elaborata, sottende un?altra storia popolare, nobilitata, i cui eroi, zeloti, specie del periodo di dominazione romana, hanno lasciato segni, poi maturati in altri contesti, come quelli maccabei del periodo di lotta antilseleucide, per divenire exempla per i giudei delle successive generazioni

Nel caso del cristianesimo primitivo, dominato dalla figura di Jehoshua Barnasha e del suo Vangelo, connesso con la tradizione popolare, proprio del periodo augusteo -tiberiano, rivoluzionaria, non esistono fonti, ma solo cenni sparsi, occasionali, comparabili però con quelli maccabaici:i vangeli canonici sono del periodo Flavio ed evidenziano una cultura sincretistica che tende ad integrarsi nel kosmos romano ellenistico cosmopolita ed esprime un altro personaggio in Jesous Christos Kurios, redentore(sothr) del mondo37.

Inoltre del cristianesimo evangelico, fenomeno proprio del I e II secolo d. C., radicatosi, dopo il Galuth giudaico del periodo adrianeo, non credo sia possibile una lettura idealistica (che vede la nostra religione come espressione massima rispetto alle altre religioni e ne rileva la sua superiorità su ogni altra):uno storico romantico non ha niente di storico, (la stessa Storia del Cristianesimo di Hegel ne è una prova) specie se filosofo, e la sua ricerca è inficiata alla base, dalla sua coscienza sentimentale e patetica 38

Non è compito dello storico documentare la veridicità del cristianesimo se prima non ha documentato la veridicità della figura del Cristo(da cui è sorto quel fenomeno), posta in quel dato ambiente giudaico, in quella società, in cui è vissuto e da cui è stata partorito:suo compito primario è rilevare la figura di Gesù nella sua configurazione giudaica ed aramaica e poi operare in senso greco-ellenistico e latino, e poi latino medievale, insomma far luce, per quanto è possibile, su Jehoshua bar Josip, identificarlo in base non solo ai Vangeli canonici ma anche a tutte le fonti che possono aggiungere particolari dati per una oggettiva, per quanto è possibile ad un uomo, ricostruzione storica.

Solo dopo aver visto i fatti umani di un Gesù, elemento di stirpe giudaica che vive il suo periodo migliore, effettivamente, nella sua realtà umana e storica del periodo Seianeo(23-31), e postseianeo, in cui si verifica la dilacerazione e lo sdoppiamento dell?imperium tiberiano39, lo storico può rilevare il costituirsi di una comunità ?cristiana? e seguire la sua storia nell?impero, dopo aver colto l?effettivo evento glorioso, che ha reso unico ed irripetibile per il giudaismo il personaggio.

Senza la centralizzazione di questo evento (prescindendo da quello mitico della nascita di un dio-uomo, della sua morte e resurrezione) e la sua ricostruzione, è impedita ed atrofizzata ogni storia(direi, preclusa e volutamente negata).

Penso con tristezza che non sia entrato ancora in circolo quanto scrisse Bultman nel 1941 circa il carattere storico della interpretazione religiosa 40.

Ritengo attuali le sue parole e significative, dette nella conferenza sulla demitologizzazione del contenuto evangelico e specificamente della figura e della vita di Cristo.

Personalmente (sono forse un ricercatore limitato, d?altra parte sconosciutissimo, vissuto per tutta la vita nell?anonimato, senza titoli accademici !) penso che sia compito dello storico solo studiare i fenomeni ed interpretarli non come si può, ma come si deve (cioè con tutti i mezzi tecnici a disposizione) purché si rilevino esattamente i contesti, si leggano tutti i testi possibili e si confrontino in modo da inserire l?oggetto di studio in un complesso ,in cui vari fasci di luce lo inondano e danno, necessariamente, una risultanza, che è la più probabile (e dopo una infinità di scarti), la più sicura, certamente, rispetto a quelle confessionali o teleologiche poiché frutto di lavoro e poiché derivata da un percorso di studio serio, anche se limitato, dati i limiti umani di ogni ricerca 41

Tutte le discipline affini, comunque, vengono fatte interagire e portano settorialmente un contributo allo storico, che accetta la fonte archeologica, numismatica, corografica , economica sociale ed ogni altra che possa dare una qualche luce all?oggetto di studio.

I fatti vengono visti scorrere davanti a lui, ormai spettatore neutro, che si è tirato fuori perfino dalla vita del suo presente (senza però rinnegarlo) e cerca di far da spettatore passivo anche della sua realtà umana contingente, senza provare alcun sentimento, consapevole solo della propria humanitas, cosciente di essere giunto davvero all?epoché scettica 42 e sicuro solo di fare una narrazione fattuale coordinata secondo logos, in modo razionale.

Il cristianesimo, dunque, noi lo studiamo in due fasi distinte:quella, prima, del precristianesimo proprio di Jehoshua e di Jakob fino alla distruzione di Gerusalemme, che si interseca, si scontra, convive ostilmente sia con il cristianesimo antiocheno che con l?imperium giulio- claudio, e poi di Simeone e degli altri 12 vescovi di Gerusalemme fino alla guerra romana contro Simone Bar Kokba e l?esilio (Galuth);e quella del cristianesimo evangelico canonico del periodo flavio ed antonino, pur distinto dal giudaismo ufficiale.

Questa seconda fase poi è distinta in un periodo precostantiniano ed uno costantiniano ed infine uno postcostantiniano fino a Teodosio e al Concilio di Costantinopoli.

Il primo fenomeno da noi è detto Regno dei Cieli; il secondo, nelle sue tre fasi, oltre quella originaria (flavio- antonina) Regno di Dio.

In questa operazione abbiamo segnato il momento in cui i Giudei, che avevano una cultura giudaico-medica, non condizionata dall?ellenismo, come si rileva nei testi del Vecchio Testamento e nella loro toledot sentono che è giunto un momento per loro storico, quello del Malkuth ha shamaim ed abbiamo rilevato come lo realizzano, in una prima fase

In una seconda fase, nel periodo Flavio, abbiamo rilevato una setta giudaica, quella cristiana antiochena, che, maturando il proprio sistema iniziale e sviluppando l?ideologia della resurrezione e della memoria del Christos risorto, crea invece un altro Regno, quello di Dio, in modo sincretistico43

Infatti allora vengono esaltate altre forme culturali, quelle proprie dell?ellenismo romano che ,raccogliendo l?eredità greca nel sistema imperiale romano flavio(che a sua volta aveva raccolto l?eredità culturale Giulio-claudia) dà una nuova linfa al Malkuth di Jehoshua Barnasha e lo trasforma in un altro Malkuth con la nuova figura di Jesous Christos Kurios.

La figura di Gesù soter Dio domina, pur essendo apparentemente combattuta e condannata, perché fondatrice del nome cristiano:il crimen (il cristiano è seguace di Cristo, un uomo che subì sotto Pilato la condanna a morte ad opera dello stato romano) è accusa mortale per tutto il II, III e inizio IV secolo, prima del riconoscimento cristiano con Costantino, anche se c?è una grande ambiguità ed equivocità in un contesto, in cui si ha la coscienza della decadenza religiosa pagana 44.

Comunque, bisogna dire che il nuovo credo religioso cristiano è accusato, ma è già professato dovunque, specie in epoca commodiana e severiana45

Inoltre, uomini, dapprima, come Plutarco in Sull?eclisse degli oracoli e Cassio Dione poi, in Storie sembrano evidenziare il tramonto di un mondo e testimoniano implicitamente l?avvento di una nuova cultura, quella cristiana, vista anche da Plinio il Giovane che la bolla come superstitio prava ed immodica e da Tacito che, dopo averla definita detestabile superstizione ne fa anche la storia, vedendo la nascita di tale peste in Giudea, la sua iniziale repressione sotto Tiberio e il suo diffondersi con l?apporto di quanto di barbaro e ignominioso esista nell?imperium 46

Al di là delle dispute sul cristianesimo, e delle tante questioni circa la sua organizzazione nell?impero romano nel corso del II e III secolo, esso risulta vincitore con Costantino e perciò sorge il problema religioso storico di uno studio sul momento costantiniano e la ristrutturazione del Kosmos romano ellenistico in senso cristiano.

La storiografia ha variamente interpretato la ristrutturazione cristiana di Costantino dibattuta, e circa la vittoria cristiana e circa la progettazione costantiniana e circa la situazione del primi decenni del IV secolo d.C.47

Lo studio del cristianesimo deve essere fatto più in relazione all?accettazione di Costantino della nuova cultura ormai dominante nell?imperium, che sulla sua conversione, in una volontà di mostrare la struttura cristiana, superiore, che già vittoriosa, costituiva la nuova base dell?imperium.

I ragionamenti degli storici discutibili a volte, le prove addotte altre volte accettabili, le verifiche fatte sono a mio parere di novità a seconda del momento storico di chi scrive, ma hanno in comune una sostanziale oggettività, la costruzione di un nuovo ordine pagano-cristiano sulla figura umano-divina del Cristo.4 sulla sua utilità ( Khristos- Krestos)per l'impero 48.

Questa premessa è stata fatta perché la ricerca sull?impero romano è stata realizzata per una migliore comprensione del fenomeno giudaico, nazireo- basileico ed anche cristiano, non ben distinti dalla nostra tradizione religiosa.

Noi siamo convinti che i seguaci di Giacomo messianici e quelli di Paolo cristiani, una volta separati definitivamente hanno avuto una storia diversa: gli uni dopo la Galuth, in seno ai Parti, e, ricompattatisi con i giudei mesopotamici, hanno scritto la loro pagina di storia con la Mishnah e il Talmud; gli altri hanno creato strutture significative nell?imperium tali da essere vittoriose, poi, con Costantino, che le applica nella sua renovatio imperii 49

Questa premessa perciò è condizionata e prefissata anch?essa:è solo analizzata una corrente in un mare di notizie per chiarirne l?esistenza;il mare fa da contorno quasi da contrasto nella sua diversità di flusso e di salinità 50

Anche questa ricerca però sottende un fine(Telos) che deve essere conosciuto dal lettore, che affronta il lavoro sulla Romanitas giudaica e sul giudaismo ellenistico -romano:non si può parlare di acribeia se non si dichiarano almeno gli scopi specifici, dato che le finalità spesso sono a livello perfino inconscio....





Autore: Angelo Filipponi

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