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...Il ritorno nella città permette un nuovo rispetto verso le cose, verso gli altri e verso gli animali: come un cane di città non mangia neanche le tante leccornie che il padrone gli propina giorno dopo giorno, ma se tenuto in casa di un contadino mangia anche le scorze di patate e le mele oppure si cerca quanto gli è necessario e si mantiene in modo equilibrato, in ottima forma, così l?uomo che ritorna nella città, esperto ora della vita, instaura un nuovo modo di relazionarsi ...
L?uomo allora può essere civis, sia come cittadino che come politico/politikos/ civilis...
L?uomo così costituito, dopo il necessario decondizionamento naturale e storico, proprio della sua specifica tradizione e cultura, si può orientare sulla base dell?amore verso l?altro e della giustizia, senza avere regole e senza superiori, e in solitudine può operare, lontano da ogni gruppo di potere, di qualsiasi genere, specie da quelli culturali e letterari e politici.
Anthropos allora ha capacità decisionali perché le ha usate in natura da anacoreta e le ha tradotte in atto di sopravvivenza.
Ora non può essere tale chi non è civis della terra e fratello degli altri uomini: Chi si sente privilegiato come uomo, re sugli altri esseri, e come popolo, eletto rispetto agli altri popoli non ha capito di essere anthropos, il valore reale e la funzione effettiva di Uomo:: il rapporto di privilegio del cristiano e dell?ebreo con Dio non ha significato: l?uomo non ha bisogno di Dio, se è uomo divino, cioè capace di fare la storia di se stesso e quindi di Dio, che è in Lui, che è lui stesso.
Le sue virtù civili, prudenza giustizia fortezza e temperanza saranno il segno della sua integrazione e del suo essere nel mondo e del ruolo conseguito.
Allora la sua teologia nuova ha una fides, una spes e una caritas tipica.
Egli crede in sé, pur nella coscienza dei suoi infiniti limiti, ma crede anche nell?uomo che si costruisce e ritorna all?uomo primigenio, in una ricerca continua perenne; egli spera di poter completare il suo percorso ed arrivare alla fine infinita in questa eternità di via, di cui lui è solo una parte infinitesimale, ed ama il suo prossimo come compagno e come altro se stesso che cerca insieme a lui, con un percorso parallelo, differente, di conseguire il telos (il fine), Dio,( JHWH, Allah) cioè di costruire l? essente, di essere una delle tante minime creature che coperano alla creazione infinita di Dio, con le loro valenze infinitesimali, e con la sua minuscola luce costituire insieme ai miliardi di miliardi di altre luci, la maestà divina dell?essere, già presente nell?immenso Kosmos di cui Dio è l?anima stessa.
Chi invece crede in Dio, spera in un?altra vita, non crede in niente e non spera niente e non ama nessuno.
La sua carità non è neppure la tzedaqah ebraica, che è effettivamente agaph, con l?aggiunta di atto di giustizia verso il prossimo, di vero amore per l?altro: la carità cristiana essendo senza referente e senza una vera fede e senza una vera speranza è solo elemosina ed ostentazione di buonismo e perbenismo o intelligente tornaconto personale specie a livello politico.
È atto farisaico nel senso cristiano: il fariseo in effetti era un puro molto migliore del cristiano!.
Perciò anthropos ha bisogno di due condizioni: educazione libera e quindi possibilità di errare e solitudine per meditare sulla sua libertà in relazione all?altro suo vicino.
Il decondizionamento, pur lungo, deve iniziare subito all?atto della coscienza del condizionamento storico e naturale: l?impostazione aristotelico-baconiano-popperiana organica può avere una funzione propedeutica, come base di un inizio orientativo, come alternanza di vita di ricerca storica e morale sul fondamento del lavoro, anche fisico e manovale, sia per provare la tenacia personale e la volontà di pertinacia e di resistenza che per procedere secondo la propria tradizione lavorativa: la coscienza di essere anima, psuché, neshama, misto di bene e di male, destinata alla purificazione ad essere spirito pneumation, ruach, capace di tornare all?unione in Dio autorizza una methodos di perfezione.
Si procede, però, non mediante modelli, sempre da evitare sia di tipo scolastico, che di tipo comportamentale, che storico, ma seguendo solo paradigmi operativi, costruiti in relazione alla loro effettiva efficacia sul campo operativo ed eliminando ogni altra forma acquisitiva astratta, e rimanendo circoscritto a ogni verificato successo, poi di nuovo progettato.
In anthropos è assente ogni forma di giudizio in quanto è sospesa l?attività valutativa poiché si è nel campo solo operativo. e costruttivo, in cui cadono i valori morali, che sono propri del Mythos, inteso come operazione normativa e dogmatica in relazione a pratiche cultuali, fatte a fini di conseguire una spiritualità in quanto religiosa,che deve dare speranze per il futuro, specie soprannaturali.
La strada diventa così un irripetibile percorso di uno sregolato scettico che, tracciando un iter non diritto ma sinuoso, rivolto solo ad oriente, è intenzionato in una gara con se stesso, a trovare una tra le tante infinite vie orientali, convinto di operare neppure per sé, né per il denaro, né per la personale affermazione, ma solo per gli altri, come quasi un martire che si sacrifica per la salute degli altri, pagando, con la propria pelle, la sua ricerca: questa è l?autenticità di anthropos
Quindi la vita diventa un sacrificio continuo, che però gratifica chi lo compie, che ha sempre coscienza della effettiva impresa che va compiendo, volontariamente, conscio di avere un fine altissimo, in quanto tende all?infinito in una sete conoscitiva immensa, in un amore della conoscenza sconfinata e in una curiositas eterna infantile tipica del logos, inteso come ricerca epistemica, come volontà di trovare scientificamente una methodos, una via percorribile razionale capace di costruire qualcosa di veramente umano e naturale...
Per uomini simili la vita diventa un percorso verso l?episteme.
Uomini simili sono rarissimi, ma esistono, sono esistiti ed esisteranno: vivono nel silenzio, lontani dagli altri, come eremiti, come costruttori silenziosi di una realtà non definita ma sempre da definire, esemplari solitari che costituiscono porzioni della vera humanitas e naturalità che conseguono a tratti anche eudaimonia(una divina felicità, transitoria) e che hanno costantemente o quasi constantemente serenità, contenti di quel che fanno.
Essi non parlano o evitano il parlare o parlano poco, impegnati solo ad ascoltare le voci del silenzio, abili a tradurre in operazioni, raramente espresse con vocaboli, nati miracolosamente dalla silenziosa meditazione personale.
Essi vivono tra noi, ma si sono svuotati della nostra umanità ed hanno umile coscienza di sé creatura da nulla, vestita di carne: come scelti da un Dio e suoi profeti, hanno iniziato un cammino di giustizia, fasciati di silenzio, coscienti di essere nati per questo, di essere la via per gli altri, il punto di riferimento per i tanti che anelano fare, ma non ne sono capaci, si deprimono nell' inazione, stanchi di tutto.
I tanti anelanti ad essere veri uomini, non sono capaci perché mancano di costanza, di persistenza, di continuità, e soprattutto di coscienza della propria possibilità di perfezione, accusando i tanti legami che li bloccano a terra, vedendo sempre in altri il loro limite e il freno alle loro aspirazioni, senza mai autoesaminarsi, in una reale analitica scarnificazione del proprio dire, del personale essere e del fare quotidiano.
Questi che hanno l?assillo di fare ma non fanno, sono i borghesi ( con questo termine chiamo tutti coloro che essendo nati beni e fortunati,hanno pensato che a loro tutto è dovuto e che neanche capiscono che invece tutto è da conquistare con fatica e che niente ci è dovuto a cominciare dalla prima colazione e che quanto abbiamo su ogni tavolo è frutto di infinite mani amiche) che sono stati plasmati in buone famiglie, educati bene, ma sono già essi stessi limiti a se stessi in quanto devono decondizionarsi di quanto la tradizione ha inculcato.
Più precisa e grande è stata la cultura di appartenenza tanto più difficile sarà il decondizionamento e tanto più lungo il tempo di azzeramento per trovare il punto iniziale vuoto.
Iniziare è per loro tornare allo stato iniziale, allo stato di natura, per poter costruire metodologicamente qualcosa, al di là della famiglia e del gruppo sociale di appartenenza, della lingua e della chiesa, dello stato.
Lo studio del proprio lessico e la coscienza di un nuovo vocabolo personale diventano il segno dell?avvio di una nuova conoscenza, di una nuova via e di un nuovo metodo,di una moralis nuova. essre il nuovo adamo che coglie il sgnificato reale delal cosa e la denomina è inizio di una metanoia/Trasformzazione e quindi di cambiamento radicale, di un taglio con la tradizione.
Solo quando essi arrivano a non piacersi, a disgustarsi e a sentirsi niente, a comprendere di essere nessuno, a saper accettare la propria nullità, a rilevare il vuoto del loro esistere e ad avere coscienza di provare altre strade, diverse da quelle percorse, possono dirsi avviati verso la metanoia da cui deriva la scoperta di una nuova felicità genuinae con essa una rinascita.
Guardare se stessi e vedersi anonimo, uno dei milioni di passivi viventi, che neanche sanno di vivere, ma vegetano come vegetali e sono dinamici come cani, tesi solo ai bisogni primari animali, è la prima constatazione reale, la prima presa di coscienza da cui partire, è la prima scoperta vera di sé, di essere veramente autos (se stesso) .
Con essa si ha coscienza del grave limite conoscitivo individuale e collettivo, della chiusura infinita delle barriere insormontabili, degli impossibili varchi che si aprono tra i cieli e dell?immensa oudeneia, come uomo, come terrestre, solare, galattico, sperduto in un punto oscuro dell?universo, alla periferia del sistema universale: la cessazione dell?orgoglio umano e l?impossibilità di un aiuto esterno sono i primi segni di una vitalità nuova, costruttiva.
L?esplorazione storica e quella geografico- astronomica, atea, apre l?orizzonte in senso universale e mostra la nostra condizione di esistenti, di creature vive - morte, di cellule infinitesimali pulsanti nell?universo, di formiche vivaci che accettano la vita e la morte e ciò che è l?esistere (un insieme misterioso e segreto di vivere e di morire continuo).
Esaminare gli altri come fratelli che si agitano senza coscienza è l?altra necessaria scoperta: i loro giudizi esprimono la loro parziale opinione relata al loro sistema di vita e sono spia di un confronto ancora umano, più o meno fazioso.
La formica vive, ogni essere vive: si vive e si muore: questo è il nostro orizzonte.
Finora è stato peccato aprirsi, superare le colonne d?Ercole, alzare gli occhi al cielo: aprire gli occhi come uscire dalla rozzezza infantile è stato peccato; capire è stato peccato, ricercare è stato peccato: noi abbiamo solo avuto il monito di non nascondersi e nascondere.
Peccato è oltrepassare i limiti dell?uomo posto da un dio, alzare gli occhi al cielo, aspirare all?adrepebolon (sublime), in quanto l?uomo che cerca, va classicamente oltre l?uomo, tradendo l?altro e il proprio essere creatura e in quanto l?uomo che cerca misticamente, tende a Dio in modo matto ed estatico.
Pazzia e peccato sono la stessa cosa: due modi insani di uscire dalla ragione, dalla struttura umana: forse in altre epoche fra milioni di anni qualcuno capirà cosa vuole dire essere uomo- DIO!
Io, uomo, capisco solo che sento di essere uomo-Dio, risucchiato sempre dall?humanitas del mio essere niente: la vecchiaia accentua la depressione umana ed annulla la razionalità e la riconduce all?infanzia fabulosa e al mito: le cellule stesse necrotiche o necrotizzate già sentono la morte e scaricano energia irrazionalmente in visioni beatifiche, in future visioni beatifiche.
Il peccato è qui: l?errore umano nasce da qui, dalla sapienza senile, dalla assegnazione di sapiente, da questo riconoscimento a chi è già palesemente privo di forze, già irrazionale e che copre la propria debolezza con la moderazione, con la superiorità del modus.
Le stesse visioni mistiche non sono lucide coscienze di uomini che vedono,da ebrei, ma solo credono di vedere, da cristiani, nella loro debolezza fisica, in quanto mancanti della normale sostanza sanguigna, fantasticano mondi insensibili , capovolgendo i valori...
Capire infine che la democrazia politica ottocentesca e quella sociale novecentesca sono basilari, seppure con riserva, per la formazione di una democrazia moralis ecumenica, è e diventa l?inizio del cambiamento politico, dopo la scoperta del civilis in relazione ad anthropos, come cioè di uomo che realizza ( o si impegna a relaizzare ) i sogni altrui...
Lo stato politico, come massima affermazione della cultura Ottocentesca e superamento della teoria classico- illuministica, è il frutto più maturo, nonostante le innumerevoli deviazioni ideologiche e pullulazioni militaristiche, della speculazione operativa umana da considerare momento fondamentale democratico, da cucire con tutte le risultanze sociali espresse nel Novecento, a partire dalle manifestazioni dell?ultimo Ottocento...
L?incontro di diverse religiosità, tutte tese all?ecumenicità, verificatosi nella seconda metà dell?ultimo secolo, apre la porta alla democrazia moralis, come confronto paritario sull?uomo e sulla sua funzione terrena in senso storico e naturale, come figlio di Dio, oltre le distinzioni di fede: il processo mistico è unico, nonostante la molteplicità e varietà confessionale, possibile ai fini di una coscienza cosmica .
In questa coscienza è il principio di un?attività vera, di una religiosità nuova, di un evangelion rinnovato nel mondo-villaggio, unificato ed attivato anche dalla comunicazione Internet.
Forse da qui, da questa triplice coscienza potrebbe scattare la molla vera dell?uomo del duemila, come Anthropos,come nuovo Adamo che avvia una nuova conoscenza con mezzi ancora da conoscere.
L? attuazione progressiva di una via nuova possa essere l?obiettivo dei nostri figli, che, liberati dai dogmatismi e decondizionati dai tanti mali occidentali ottocenteschi e novecenteschi, favoriti da reali possibilità di comunicazione ecumenica, hanno il dovere morale di cercare una fratellanza universale.
Certo questa nuova via ha come caratteristica la pazienza, come fortezza e come mitezza, che sottende una perseveranza, una potenza di tolleranza in una visione non istintiva, ma razionale in cui la realtà viene vista da un?altra angolazione, quella della sopportazione di ogni cosa e del vedere nell?ostacolo non il nemico ma un altro che si oppone perché ha un altro mondo e persegue suoi particolari obiettivi.
La via della pratica della pazienza è una necessaria mediazione non cristiana come necessità imposta perché è insuperabile l?ostacolo o perché l?altro è di molto più potente e si ripete continuamente nella vita di ogni uomo
Qui non si tratta di pecorismo nazareno, proprio della morale cristiana; qui si parla di aggiramento del problema e di un procedimento diverso che si tiene lontano dall?aggressione e che comporta una nuova prospettiva nata propria dallo sbarramento, da una causa sbarrante la via di qualsiasi tipo.
L?infinito nuovo ventaglio di altre possibilità o solo il tentativo di altre soluzioni è già un arricchimento umano rispetto all?unica via preclusa, contro cui sbatte la testa solo il bambino e il giovane ma non l?adulto anthropos.
Le vie nuove che si aprono ad anthropos, che devia, dopo la pazienza, e che maturato nella riflessione paziente, non alterata da ansie e da turbamento né tanto meno da velleità aggressive e suicide, sono infinite e permettono la scoperta di altri mondi e di altre soluzioni, mostrando le infinite possibilità umane.
Ad ogni sbarramento anthropos scopre nuovi mondi e procedendo verso est o al suo punto più prossimo migliora o per lo meno consegue nuove forme di vita in una continua apertura di porte ...
Forse Simone Weil in Cahiers voleva precorrere questa via nuova della saggezza ebraica, degli Hackamin, già segnata da Hillel il grande, mal espressa dai seguaci di Jehoshua, in senso romano-paolino, che hanno rovesciato i valori ed hanno determinato poi nel corso dei secoli la sopraffazione su base religiosa, dogmatici lupi, vestiti da pecore, traditori della loro missione in combutta con i potenti, abili sempre a riciclarsi al momento opportuno.
La sua ricerca religiosa come superamento della politica e della socialità può essere espressa apofetgmaticamente: non la religione, ma la rivoluzione è l?oppio dei popoli.
La sua religione intesa come scoperta dell?uomo che, secondo amore e giustizia, esprime la sua solidarietà cosmopolita e la sua naturalezza è il vero fine dei tempi nuovi, mentre la rivoluzione ne è la negazione, seppure necessaria e fruitrice di beni, se vista come tappa di un processo naturale ed animale, primitivo.
La visione del mondo di Weil non è solo un?immagine poetica, ma è una coscienza giudaico-cristiana, propria del golem
Questo mondo è la porta chiusa e contemporaneamente il passaggio.
E? bozzolo che il baco ha tramato e in cui si rinchiuso per uscirne farfalla: la morte dà una vita diversa, sorta dal sacrificio e dal lavoro in solitudine.
Il monito della Weil è da meditare: apriteci dunque questa porta e vedremo i frutteti, berremo l?acqua fresca ove la luna ha posto la sua traccia
Aprire questa porta materiale equivale forse entrare nella luce per l?uomo che muore.
Forse il mio amico Gigino Capparucci, morente, chiedente al figlio ?aiutami ad aprire questa porta..?voleva segnalare e far scoprire il mistero di morte-vita e di vita-morte: un mistero che però deve essere letto non solo in punto di morte, ma anche nel corso della vita per ogni uomo che deve cercare armonicamente la propria funzione di essere vivente, in senso materiale e spirituale, seguendo i pur lenti processi storici.
Creare una democrazia religiosa, in cui Dio è una necessità umana, senza le interpretazioni cristiane (cattoliche ortodosse, protestanti ..), maomettane, buddistiche, confuciane o di altre fedi e in cui l?uomo è veramente uomo, nella sua completezza umano-divina, sembra essere il messaggio ultimo di Simone Weil.
Aprire la porta diventi perciò la parola d?ordine per uomini che rifiutano l?emporion, il commercio come contrasto, come volontà di sopraffazione, simile alla guerra. ..
Aprire la porta sia segno di una traditio di uomini che cercano un messaggio spirituale senza bandiere e senza limiti e sia segno di entrata metaforica nel nuovo millennio con una nuova religiosità, in un recupero integrale della humanitas , del costituzionalismo, in un superamento della caritas cristiano-comunista, al di là del colore della pelle e della professione religiosa, nel rispetto di ogni tipico stadio culturale...
Autore: Angelo Filipponi
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